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QUESTI STRANI
BARESI CHE SI
RICONOSCONO PIU'
NELLO SGUAIATO
"BANFESE"
CHE NEL DIALETTO
DI LUISA RANIERI

BEPPE LOPEZ

“Un’idea geniale”. “Il simbolo di tutta la Puglia e di Bari”. Così un colto artista e comico come Antonio Stornaiolo, e un attore divinamente allucinato come Gianni Ciardo – quando fa l’allucinato - descrivono il banfismo e Lino Banfi. Lo hanno fatto per bollare come “banfismo fuori luogo” l’italo-barese usato dagli attori della fiction di RaiUno sulle avventure della vice-questore Lolita Lobosco, interpretata dalla napoletana Luisa Ranieri che “avrebbe fatto meglio a parlare in italiano”.
Questo giudizio positivo, quasi miticamente encomiastico, del macchiettista principe del peggiore cinema-spazzatura italiano - che ha aggiunto di suo alla saga degli alvarovitali e delle giovannone-cosce-lunghe una volgare storpiatura del dialetto dell’entroterra pugliese – mi sembra uno degli elementi più significativi e rivelatori del dibattito scoppiato a Bari pro o contro ciò che linguisticamente è emerso dalla prima puntata della fiction tratta dai romanzi di Gabriella Genisi. E come – è stata la mia prima reazione – sopportiamo da cinquant’anni la diffamazione, gli sberleffi e la vergogna per la “madonna dell’incoroneta” e la “porca puttena” e mo mi fate gli schifiltosi con Luisa Ranieri?

A proposito di Banfi, il sapiente Stornaiolo arriva a tirare in ballo - nella sua critica alla lingua usata da Luisa Ranieri, peraltro napolitana di origine come lui - Don Pancrazio Cucuzziello “il Biscegliese”, la maschera che nell’Ottocento faceva da spalla a Pulcinella sul palcoscenico del Teatro San Carlino. E che con la sua parlata strascicata (niente a che fare con il banfese) faceva ridere i napoletani. A questo tipo teatrale si potrebbe pure aggiungere – e si rifà storicamente – il personaggio di campagna, un po’ tontolone, da prendere in giro, che ha fatto ridere anch’egli con la parlata strascicata in alcune commedie e film di Eduardo e di Totò. Ma queste sono rimembranze colte che nulla hanno a che fare con la miseria di un cinema italiano che solo l’ardito Veltroni ebbe la spudoratezza di nobilitare, arrivando a sostenere che la “commedia boccaccesca” (dove primeggiavano Fenech, Vitali e Banfi) ha nientemeno “aiutato a sconfiggere risorgenti integralismi bacchettoni e a dislocare verso equilibri più avanzati il comune senso del pudore”. Altro che Sessantotto, Moravia, Pasolini, Fellini, Agnes Eller e Marco Pannella!

Ma veniamo a Lolita Lobosco. Ho l’impressione che qui conti un fatto: a differenza per esempio di me – pure barese verace, fonte e cultore del dialetto barese, ma osservatore esterno del “fenomeno Bari” da un quarantennio – tutti coloro che hanno partecipato in questi giorni ad alimentare il mare di critiche, di recriminazioni e di delusione per la lingua italo-barese in particolare della Ranieri e per l’abbondanza di asseriti stereotipi e luoghi comuni (panzerotti, sporcamussi, ecc.) abitano e vivono a Bari. Mi pare che, senza distinzione di classe o di ceto, essi si siano sintonizzati domenica su RaiUno con molte e comunque con specifiche aspettative, animati da un’autopercezione, come individui e comunità barese, che li fa particolarmente sensibili, forse proprio suscettibili su elementi e caratteristiche avvertiti come mistificanti se non offensivi stereotipi.

Ora, ecco la mia testimonianza, per quello che vale. Ricordo che la mia lingua madre è il dialetto barese. Sono l’autore di Capatosta, che come dissero in tanti (critici illustri, docenti universitari, ecc.) sdoganò nel 2000 in campo letterario l’affilata lingua barese. Rivelo anche, per capirci meglio, che sono anche colui che, allora, bloccò praticamente alla vigilia della programmazione su Rai Uno – perché non condividevo la Bari che alla fine ne sarebbe venuta fuori - la fiction di quel romanzo allestita in due puntate dal più importante produttore di fiction televisive.
Bene. Debbo confessare che, dopo aver visto la prima puntata di Lolita Lobosco, non mi sono venuti in mente pensieri che mi portassero a critiche sulla lingua e sugli stereotipi. E il giorno dopo sono rimasto sbalordito a leggere tutte quelle reazioni negative. Più o meno il nostro dialetto è quello. E poi, stereotipi i panzerotti e gli sporcamussi? Ma va! Piuttosto non ho visto la focaccia, mio cibo quotidiano da vivente a Bari – come per tutti i baresi – e di cui mi precipito a fare scorpacciate ogni volta che torno. E che dovrebbero dire i napoletani, rappresentati spesso con intenti denigratori tutti “pizza, pasta e mandolini”? Dovrebbe forse vergognarsi della propria straordinaria tradizione gastronomica e della sublime tradizione musicale? Ho letto persino di “baresità brevettata da noi stessi”. Ma quella è la baresità. Noi parliamo più o meno proprio così. Solo che ce ne vergogniamo un po’, peraltro ingiustamente. Il nostro dialetto ha infatti antiche origini, è lingua orale, di popolo, come l’inglese (non a caso spesso usato maccheronicamente dall’ineffabile Banfi), quindi totalmente altro rispetto a latino e italiano, lingue scritte, letterarie. Solo perciò risulta astruso e risibile.
Chiudo dicendo che ovviamente - grazie alle belle riprese e a una bella fotografia - Bari è uscita da quella prima puntata come città di una bellezza sontuosa. Forse anche troppo, rispetto alla realtà. E che quella che mi è sembrata debole è stata invece la trama, anzi la sceneggiatura, a credere ai lettori dei romanzi di Gabriella Genisi che attribuiscono questa debolezza ed esilità appunto ai responsabili della traduzione televisiva.
Non ho alcun problema a crederci, per le virtù che a volte sono proprie della scrittura letteraria rispetto a quelle della fiction. Io infatti non ho mai letto una riga delle avventure di Lolita Lobosco, nonostante una forte, istintiva simpatia per l’autrice. Il fatto è che non ho mai letto un giallo, un poliziesco, una spy-story, un noir, mai l’avventura di un commissario o avvocato o poliziotto o questore. Mai nemmeno un Montalbano.
Perché, massimo rispetto per tutti, ma ho avversione istintiva per le mode, le tendenze, le pratiche di gregge e gli stereotipi imposti da una industria editoriale provinciale, autoreferenziale e anti-letteraria. Ma di questo nessuno parla, né si indigna. Anzi, tutti post-letterari e contenti.