PASSATO E PRESENTE

VEDIAMO CHI E' VERAMENTE SGARBI. BRAVO CRITICO D'ARTE, VIOLENTO PERSONAGGIO TV OPPURE...

Un documento straordinario. Tre articoli pubblicati su Repubblica e Repubblica.it negli ultimi quattro giorni costituiscono un’occasione unica di lettura e di conoscenza dei retroscena della vita pubblica in Italia. Protagonista è Vittorio Sgarbi, al quale tutte le televisioni, pubbliche e private, consentono ogni sera di esibirsi in “ospitate” più o meno imbarazzanti. Ma leggete, leggete questi tre pezzi di semplice cronaca, di semplice cronaca a dir poco raccapricciante – semplicemente ignorata dal resto dei giornali italiani – per avere un’idea definitiva su cosa si potrebbe scoprire grattandola la superficie della realtà televisiva e dei suoi protagonisti. Altro che “capra capra capra!”. Altro che cafonate e violenza verbale…

14 giugno.
"ORA CHIAMO IL MINISTRO" COSÌ SGARBI OSTACOLÒ
L’INCHIESTA SULLE TELE FALSE.
LE TELEFONATE CON GALLITELLI, PINOTTI E FRANCESCHINI.
IL CRITICO D’ARTE: "ERO INDIGNATO". OGGI C’È L’UDIENZA
di Fabio Tonacci
ROMA — Vittorio Sgarbi ha provato a interferire con l’inchiesta che lo riguardava. Interferire, condizionare, arginare, quantomeno smussare: il verbo più congruo varia a seconda del credito che si vuol dare alle telefonate che ha fatto subito dopo aver saputo del maxi sequestro di opere attribuite al maestro Gino De Dominicis. Era l’estate del 2014. Tele, tavole, pannelli e disegni ritenuti palesemente falsi dai periti della procura di Roma, ma certificati come autentici da Sgarbi e venduti ai collezionisti. Quando il vulcanico critico d’arte, adesso in corsa per l’assessorato alla Cultura del Comune di Roma col ticket di centrodestra Michetti-Matone, è stato informato dell’indagine, si è attaccato al telefono e ha chiamato, nell’ordine: il comandante generale dell’Arma, la presidenza del Consiglio, due ministri, un generale di brigata.
Telefonate di cui è rimasta traccia negli atti. L’istruttoria è stata avviata nel 2013 dai carabinieri del Comando tutela del patrimonio culturale a seguito delle denunce di Paola De Dominicis, unica erede del maestro scomparso nel 1998, assistita dallo studio legale Brunelli di Perugia. Dopo 5 anni di indagini, Vittorio Sgarbi è imputato insieme ad altre venti persone per 32 autenticazioni fasulle e per associazione per delinquere. Oggi è fissata l’udienza preliminare in cui si deciderà se mandare a processo oppure prosciogliere. «Una totale invenzione dei pm — è la versione di Sgarbi — quelle opere sono capolavori e io le autentico come mi pare. De Dominicis è un artista concettuale, i suoi lavori sono fatti con la mente».
Il primo luglio di 7 anni fa i pm sequestrano oltre ai dipinti, 170 certificati (119 firmati da Sgarbi, 51 da Marta Massaioli vicepresidente di una Fondazione dedicata all’artista) «privi di riscontro fotografico». Alle undici di quella sera, Massaioli avverte Sgarbi: «Sai che oggi c’è stato un maxi sequestro?». L’ex sottosegretario berlusconiano è incredulo: «Chiamo il comandante generale dei carabinieri». Dopo un’ora, Sgarbi la ricontatta. «Ho parlato col comandante (nel 2014 Leonardo Gallitelli, ndr ), manifestando il mio disappunto e annunciando che farò qualunque cosa perché loro smettano... dice, ma dovevamo ubbidire al magistrato...». È una furia, Sgarbi. «Gli faccio una conferenza stampa e li faccio saltare tutti questi qua, adesso chiamo il ministro della Difesa».
Sgarbi compone il numero del centralino della presidenza del Consiglio a notte inoltrata. «Intento nella sua azione di influenzare le indagini — scrive il gip nell’ordinanza di arresto del 2018 per due membri della Fondazione — chiede di parlare col ministro della Difesa». Il giorno dopo riceve questo sms: «È stato cercato alle ore 17.05 dal ministro Roberta Pinotti». Il successivo 4 luglio Sgarbi racconta a un gallerista: «Ho parlato col ministro, gli ho detto questa cosa è del tutto inaudita».
La sua rabbia deflagra definitivamente col maresciallo Santino Carta, presidente della Fondazione Alferano. «Carabinieri ladri! Io non voglio più avere niente a che fare con voi, adesso vi massacro... Quando ho parlato con Franceschini (Dario, allora ministro della Cultura, ndr) mi ha detto, ma sai, loro devono eseguire un ordine... e no, è il contrario, il povero magistrato ha agito sulla base delle vostre indagini». Contattato da Repubblica, Sgarbi dichiara: «Sì, ho chiamato Pinotti, Gallitelli e prima il generale Mossa, che guidava il Comando tutela patrimonio. Ero indignato, perché hanno messo in dubbio la mia competenza, senza neanche interrogarmi. Non era un tentativo di bloccare l’indagine, ma considero quei pm degli autentici fuorilegge».

15 giugno
SGARBI E QUELLE TELE ANCORA FRESCHE DI COLORE
"AUTENTICÒ QUADRI FALSI"
IL CRITICO ORA RISCHIA IL PROCESSO
L’ACCUSA DEI PM È ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE
di Fabio Tonacci
ROMA —Sulla strada che potrebbe condurre Vittorio Sgarbi al Campidoglio c’è una scivolosissima tappa intermedia. Piazzale Clodio. Sul Tribunale di Roma è planata una storia che rischia di compromettere il futuro politico di Sgarbi (si è candidato alle comunali di Roma come assessore alla Cultura nel ticket di centrodestra Michetti-Matone) e la cosa a cui forse tiene di più: la sua reputazione come critico d’arte. I pm di Roma, infatti, gli contestano di aver autenticato almeno 32 quadri di Gino De Dominicis, maestro marchigiano deceduto nel 1998 e protagonista della scena artistica del Secondo Dopoguerra, che lui — sostiene la procura — sapeva essere palesemente falsi. Su alcune tele, per dire, le pennellate di bianco erano ancora fresche.
Già così ce n’è per scatenare l’ira funesta del vulcanico Sgarbi, punto sull’onore e sulla competenza. Il critico, però, è accusato pure di far parte di un’associazione per delinquere che fabbrica finti quadri di De Dominicis (ma anche di De Chirico, Carrà e Fontana), li autentica grazie a nomi di peso come quello dell’ex sottosegretario berlusconiano, e li vende ai collezionisti. Solo con quelli di De Dominicis il gruppo, che fa capo a Marta Massaioli, ha smerciato opere per dieci milioni di euro. Il valore delle pitture sequestrate supera i 30 milioni. Il compenso di Sgarbi è stato di 170 mila euro.
Un filone minore (ricettazione e falsa autentica, reato questo contestato a Sgarbi) è già finito in un’aula di Tribunale, ma domani è fissata l’udienza preliminare del filone madre sull’associazione per delinquere, dove si deciderà se Sgarbi e gli altri devono andare a processo.
L’inchiesta nasce nel 2012 quando Paola De Dominicis, cugina e unica erede del maestro, si accorge che sul mercato circolano opere apocrife. Con l’aiuto dello studio legale Brunelli di Perugia, segnala ai carabinieri del Nucleo tutela del Patrimonio culturale 118 opere che ritiene fasulle e di dubbia attribuzione. La donna indica in particolare un collezionista milanese, Luigi Koelliker, in possesso di numerosi quadri apparsi in un catalogo curato da Vittorio Sgarbi e Duccio Trombadori.
La perizia della professoressa Isabella Quattrocchi attesta la contraffazione di molte delle tele. I carabinieri scoprono che la Fondazione Gino De Dominicis, di cui Sgarbi era presidente e Massaioli vice, è una scatola vuota. «La sede indicata sul sito è inesistente, l’utenza telefonica è il cellulare del marito di Massaioli». La signora Massaioli, agli investigatori dell’arte, non è sconosciuta: condannata a 2 mesi per furto aggravato nel 2003, condannata a 2 anni e 6 mesi nel 2017 per ricettazione e contraffazione di opere d’arte.
Sgarbi dunque viene pedinato e intercettato per mesi. A metterlo nei guai è un incontro tenutosi il 25 giugno 2014 all’hotel Carlyle a Milano, videoregistrato dai militari. Marta Massaioli scende da un taxi trascinando un trolley grigio. Nella hall c’è Sgarbi. Massaioli si siede in ginocchio davanti a lui, tira fuori dal trolley un faldone di certificati di autentica e li sottopone al critico. Il quale, senza smettere di parlare al telefonino, appone la firma. «L’operazione di expertise è avvenuta senza una visione diretta delle opere — scrive il gip che ha disposto nel 2018 l’arresto di due membri della Fondazione — al massimo attraverso una riproduzione fotografica, in maniera del tutto inusuale in una hall di albergo». Eppure sul sito della Fondazione De Dominicis si garantiva: «L’autenticazione è fatta da una Commissione di tre esperti presieduta da Sgarbi e Massaioli che valutano insieme a consulenti esterni...». Nelle intercettazioni dei giorni precedenti non si trova traccia di riferimenti a riunioni della Commissione.
Durante l’"expertise" al Carlyle, Massaioli chiama il gallerista romano Massimiliano Mucciaccia, che un mese prima ha avuto da ridire su tre De Dominicis, perché il suo restauratore si è accorto che la tempera bianca era ancora fresca, «al massimo risalente a un anno prima». E Massaioli lo fa parlare con Sgarbi, per tranquillizzarlo. A quel punto i carabinieri fanno scattare le perquisizioni. Sequestrano 170 certificati, di cui 119 firmati da Sgarbi, «tutti privi di riscontro fotografico dell’opera autenticata ». Trovano anche 15 cartelline della Fondazione, compilate a mano. «I certificati erano firmati in bianco e completati poi in relazione all’opera falsa da realizzare», chiosano i magistrati.

17 giugno
QUADRI FALSI E AUTENTICAZIONI AL TELEFONO,
ECCO LE FOTO CHE ACCUSANO VITTORIO SGARBI
di Fabio Tonacci
"Milano, hotel Carlyle. Interno giorno. Autenticatore distratto". Se la sequenza di foto di Vittorio Sgarbi che firma perizie a ripetizione mentre parla al telefonino fosse una composizione del maestro concettuale marchigiano Gino De Dominicis, potrebbe chiamarsi davvero così. Autenticatore distratto. I carabinieri del Comando tutela del patrimonio culturale, però, sono più prosaici. La definiscono "indizio di colpevolezza numero uno".
Eccola, dunque, la scena madre dell'inchiesta che coinvolge e fa infuriare il famoso critico d'arte, ora in corsa per diventare assessore alla Cultura di Roma col centrodestra. L'incontro si è tenuto nella hall del Carlyle con Marta Massaioli, vicepresidente della Fondazione De Dominicis: Sgarbi ha firmato in pochi minuti decine di certificati di autentica di quadri e tele che - secondo gli inquirenti - sapeva essere falsi. "Un'operazione di expertise del tutto inusuale - si legge negli atti dell'indagine che lo vede imputato, insieme ad altri, di associazione per delinquere e falsa attestazione di autenticità - svoltasi senza visione diretta delle opere, al massimo consultando delle foto". Pochi giorni dopo la procura di Roma ha fatto scattare le perquisizioni a casa di Massaioli e di alcuni collezionisti, sequestrando 250 tele e tavole di De Dominicis ritenute contraffatte per un valore di 30 milioni di euro.
"Ha autenticato quadri falsi di De Dominicis": ecco le immagini che accusano Vittorio Sgarbi
Nelle immagini registrate dai carabinieri del Comando tutela del patrimonio culturale la sequenza dell'incontro del 25 giugno 2014 all'hotel Carlyle tra Marta Massaioli, vicepresidente della Fondazione De Dominicis e Vittorio Sgarbi. Il critico d'arte secondo gli investigatori ha firmato in pochi minuti decine di certificati di autentica di quadri e tele che – secondo gli inquirenti – sapeva essere falsi. Leggi l'articolo
Ripercorriamo la sequenza. Massaioli giunge a Milano col treno. E' il 25 giugno 2014, un mercoledì. I carabinieri stanno indagando da più di un anno, attivati dalle segnalazioni della cugina di De Dominicis che, per sporgere denuncia, si è rivolta allo studio legale Brunelli di Perugia. Inizialmente l'appuntamento con Sgarbi è fissato a mezzogiorno all'hotel Town, all'ultimo momento però è spostato al Carlyle. L'ex sottosegretario berlusconiano è in compagnia del suo assistente, Sauro Moretti. Arriva Massaioli, scarica dal taxi un pesante trolley grigio e lo trascina nell'albergo. I presenti non sanno di essere pedinati e video-registrati. Sgarbi si siede su un divano, Massaioli si inginocchia davanti a lui e dal trolley comincia ad estrarre dei fogli che lui firma. A un certo punto, squilla il telefono ma Sgarbi non interrompe l'operazione. Continua a firmare. Cosa? Secondo gli investigatori, sono le autentiche delle schede delle opere di De Dominicis. che, a stare a quanto dichiarato sul sito della Fondazione di cui fanno parte Sgarbi e Massaioli (entrambi imputati), avrebbero dovuto essere fatte previa riunione di una Commissione di tre membri e l'ausilio di consulenti esterni. Nelle intercettazioni, però, non c'è evidenza che tale Commissione si sia mai riunita.
"Solo gli ignoranti non sanno che il 98 per cento delle perizie dei quadri si fa attraverso le fotografie - ha replicato Sgarbi in un'intervista a Repubblica - quei fogli erano dei prestampati della Fondazione, ma tutte avevano allegata la foto a cui si riferivano. Qual è il problema? Io autentico quello che mi pare e dove mi pare". Sgarbi non ha preso soldi per firmare i certificati, solo un compenso di 170.000 euro per il suo ruolo di presidente della Fondazione De Dominicis. Ma la procura di Roma si è convinta che fosse consapevole di apporre la sua firma su quadri fasulli e cita, a riprova di ciò, un altro episodio: il frettoloso e poco attento trasferimento di un presunto quadro di De Dominicis da Macerata a Roma nel bagagliaio di una macchina. Se fosse stata vero, ragionano i pm, non sarebbe stata trasportato in quel modo. "Mere illazioni", è la replica di Sgarbi.
Ieri a Roma si è tenuta l'udienza preliminare davanti al gup Angela Gerardi, chiamata a decidere se il critico e altri 20 imputati debbano andare a processo. Contrariamente a quanto eccepito da Giampaolo Cicconi, legale difensore di Sgarbi, il procedimento resta a Roma (secondo la difesa, il reato più grave, l'associazione per delinquere, si sarebbe compiuto a Fabriano, quindi sotto la giurisdizione del Tribunale di Pesaro). L'udienza è stata aggiornata al 30 giugno.