PASSATO E PRESENTE

SOLIDARIETA'
D'ALTRI TEMPI,
MEMORIA
PER IL NOSTRO
TEMPO

ROSA ROSSI

UN SAGGIO, UNA STORIA O UNA FAVOLA?

IL NUOVO LIBRO DI GIOVANNI RINALDI

Ci sono modalità diverse di accostarsi a un libro, sin dal titolo. Quel “c’ero anch’io …” iniziale di C’ero anch’io su quel treno di Giovanni Rinaldi, appena uscito per i tipi della casa editrice Solferino, fa pensare all’incipit di una favola raccontata dal protagonista. Il sottotitolo – La vera storia dei bambini che unirono l’Italia – porta immediatamente il lettore nella dimensione di una storia realmente accaduta. Le due cose non si escludono. Per capirlo è indispensabile immergersi nella lettura, scegliendo la modalità che si preferisce: cominciare dall’inizio e proseguire senza interruzione fino alla fine (e si arriva alla fine in un soffio) oppure cominciare dalla fine che, in questo libro, non corrisponde alla fine della storia ma agli apparati che la seguono (“Riferimenti bibliografici” e “Treni della felicità. Cronologia delle opere”) dai quali si evince la genesi della narrazione.
Peraltro, a un lettore attento, non può sfuggire che il testo è stato pubblicato nella collana Saggi. Cos’è, dunque, quello che è contenuto in questo libro? Un saggio, una storia o una favola? Per rispondere è indispensabile affrontare la lettura lasciando in sospeso il suggerimento inziale che emerge prepotente dal quel “c’ero anch’io”, senza dimenticarlo (a fine lettura il senso di quel suggerimento diviene perfettamente chiaro).
È indispensabile immergersi nella lettura della storia o, meglio, delle decine di storie che la compongono. Ed è indispensabile farlo, sapendo che si tratta di un saggio storico che racchiude in sé il fascino di storie vere, in tutto e per tutto, con il valore aggiunto della favola. Proprio per questo, anche il lettore che voglia leggere gli apparati prima di immergersi nelle storie, non rimarrà deluso. Semplicemente, le leggerà con la consapevolezza che gli proviene dall’avere capito come il testo è nato.
Le storie sono realmente accadute, tra il 1945 e il 1952, ossia a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. I protagonisti di queste storie sono bambini che hanno avuto la ventura di nascere subito prima dello scoppio o nei primi anni della guerra, in famiglie del Sud la cui situazione economica, già difficile, si aggrava proprio in questo periodo. Sono storie avviate dal movimento di solidarietà realizzato grazie all’impegno delle donne dell’UDI, Unione Donne Italiane, dei militanti del PCI e dei sindacati e volto a collocare per un periodo di tempo variabile (da alcuni mesi a un anno o poco più) i bambini delle famiglie in difficoltà delle regioni del sud (Campania, Lazio, Puglia, in prevalenza, ma anche Calabria, Sardegna, Basilicata) in famiglie meno disagiate delle regioni del Nord (Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lombardia, Piemonte, Liguria).
Di queste storie esiste, naturalmente, una documentazione negli archivi delle istituzioni coinvolte o in archivi personali. Per la loro caratteristica di storie marginali, che non riguardano direttamente gli avvenimenti destinati a raggiungere le prime pagine dei giornali, né, tantomeno, le pagine dei libri di storia, sono destinate a rimanere sconosciute, custodite solo nella memoria dei protagonisti che, divenuti adulti, le hanno raccontate a figli e nipoti disposti ad ascoltarli (ossia fino a quando l’urgenza della loro vita e del presente non li distoglie da vicende che dal loro punto di vista sono ormai ampiamente superate o, magari, ingrandite nella memoria dell’anziano).
La loro ‘marginalità’ ne fa storie destinate all’oblio in un mondo in cui le notizie diventano deperibili nel giro di ventiquattro ore.
A meno che non intervenga uno storico che si appassioni alla ricerca di questi testimoni, impegnandosi in un lavoro di recupero di queste piccole storie che, nel loro complesso, narrano una pagina importante della storia nazionale, trasferendole sulla pagina scritta. In questo modo, la memoria diviene scrittura. I bambini di allora divengono protagonisti. Lo storico diviene mediatore tra quel non lontano passato, di cui troppo frettolosamente vogliamo liberarci, riportandolo in primo piano. I testimoni ridivengono protagonisti e affidano allo storico la loro memoria prima che il tempo la cancelli in modo definitivo.
Chi può farsi narratore di questa storia? Non certo uno storico tradizionale, quello che frequenta archivi e biblioteche, che collaziona documenti, legge libri su libri per arrivare a ricostruire un periodo più o meno lungo di storia locale, nazionale. Quest’ultimo arriva, con certezza, a leggere lettere e diari, si confronta con protagonisti che sono stati in grado di affidare alla pagina scritta la loro ‘lettura’ di una particolare vicenda. C’è tutto un mondo che gli sfugge, rappresentato da persone – i testimoni - che gli avvenimenti li hanno semplicemente vissuti, tra paura e speranza. E sono questi che lo storico orale recupera e ascolta, una volta che si imbatte in una vicenda che, pur documentata in forma scritta, nessuno prima ha indagato direttamente dalla voce dei testimoni, ossia i bambini, partiti - tra pianti, abbracci, speranza e paura di finire arrosto in casa di estranei - per ricevere accoglienza da famiglie di luoghi più stabili economicamente, in grado di mettere a tavola un piatto in più a pranzo e a cena.
Le storie serbano la memoria di una vicenda nazionale attraverso le testimonianze dei protagonisti, bambini di allora anziani di oggi. Le testimonianze di quei bambini, divenute scrittura, sono espressione tangibile di un esempio di solidarietà civile, sociale, politica, economica che è stata capace di superare i pregiudizi locali tra Nord e Sud, i quali, a loro volta, affondano nel passato di un paese con una storia unitaria ancora molto recente, con differenze culturali e linguistiche accentuate tra regione e regione, tra paese e paese.
Quei bambini hanno vissuto in prima persona il significato della solidarietà. La passione, il lavoro e la scrittura dello storico hanno il merito di farsi interpreti di quelle storie e di quella solidarietà traghettandole in un presente tanto diverso da perdere gradualmente il concetto di precarietà e di insicurezza a favore di una vita vissuta nell’oggi, nel consumo e nel divertimento.
Lo storico, facendosi interprete di quella solidarietà ne rinnova il significato, rendendola protagonista per i lettori di oggi. Perché anche in un mondo globalizzato, in cui tutti potenzialmente hanno accesso alle stesse cose, troppo spesso non vediamo o non vogliamo vedere che molti, moltissimi non hanno accesso a cose che diamo per scontate; che ci sono molti, moltissimi che hanno bisogno di solidarietà per avere anche solo la speranza di sopravvivere. Lo ignoriamo o lo respingiamo.
Lo storico è divenuto mediatore tra quel non lontano passato di cui troppo frettolosamente vogliamo liberarci, riportandolo in primo piano, in un presente che ha bisogno di quelle storie per riscoprirsi solidale.
I testimoni, grazie al lavoro dello storico divengono protagonisti. E la loro memoria – fissata nella scrittura - diviene patrimonio collettivo.
C’ero anch’io sul quel treno, peraltro, è il frutto di una ricerca durata quasi venti anni. Iniziata nel 2002, a distanza di circa cinquanta anni dai fatti, e confluita ne I treni della felicità (Ediesse 2009), in cui le storie sono mescolate alla cronaca e al resoconto del lavoro di reperimento dei testimoni, dei viaggi, delle lettere, degli appuntamenti realizzati per anni - tra il 2002 e il 2006 - in vista della realizzazione del film documentario Pasta nera di Alessandro Piva (2011). Oggi quella ricerca, mai interrotta, è riproposta in una veste narrativa profondamente rinnovata: le storie, sfrondate dal resoconto e dalla cronaca, funzionali al progetto di ricerca e alla realizzazione del documentario, sono presentate a tutto tondo e con tutta la loro forza narrativa, che emerge con intensità anche per chi – come chi scrive – ha letto I treni della felicità e ne ha scritto (cfr. “I treni della felicità. Ma dov'è finito quel senso di solidarietà?” http://www.infodem.it/teatrino.asp?idn=5739 9/2020).
Una volta giunti alla fine, mentre nel lettore si ricompongono tutti gli aspetti e le valenze della narrazione (favola solidale, storia ricostruita da testimonianze orali, saggio storico dedicato a una vicenda ‘marginale’ della storia nazionale, tra il 1945 e il 1952), se si ripercorrono le pagine di apertura del volume, anche l’epigrafe posta all’inizio del ‘prologo’ acquista un suo significato preciso: la citazione da Narratore ambulante di Mario Vargas Llosa, da porre in parallelo con le parole di Svjatlana Aleksievič, poste ad epigrafe dell’epilogo, suggella perfettamente il senso del lavoro di un ricercatore di storie orali, diverse - tra foresta amazzonica, Černobyl' e Afghanistan - ma accomunate dallo stesso destino: andare perdute definitivamente in assenza di uno storico che decida, per passione, ‘di ascoltarle, trascriverle, riscriverle, rappresentarle in una narrazione’ (cfr. p.15).