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MA MORO ESCLUSE SEMPRE
LA STABILITA' DEL "COMPROMESSO"

Beppe Lopez

Chi conosce un po’ la storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, è consapevole del grande ruolo che vi ha svolto un uomo come Aldo Moro, ha seguito da vicino la vicenda del cosiddetto “compromesso storico” fra Dc e Pci, è comunque curioso dei libri di storia contemporanea e ritiene Paolo Mieli un attento e tempestivo lettore di libri di storia, non può essere rimasto indifferente davanti alle due pagine proposte sul Corriere della Sera nel settore Cultura (13 novembre 2016). L’occasione per quest’ultima fatica di Mieli – che però inserisce nel suo ragionamento altri libri e testimonianze: Piero Craveri, Guido Formigoni, Natalia Ginzburg, Giorgio Agosti, Togliatti, De Gasperi, Lajolo, Pasolini, Aniello Coppola, George Mosse ed Emilio Gentile – è rappresentata dalla biografia Moro scritta da Massimo Mastrogregori (Salerno editrice) che “riesamina i suoi rapporti con la sinistra” e “smentisce l’interpretazione consueta del suo atteggiamento verso i comunisti nel periodo della solidarietà nazionale”. Di qui il titolone “COMPROMESSO (NON) STORICO”. E il sommario per cui Moro “non cercò un’intesa stabile, si limitò a trattare una tregua col Pci”.

Ora, a parte la contraddizione che emerge dalla stessa titolazione del lungo articolo di Mieli – laddove si tende quasi a sovrapporre il significato di “solidarietà nazionale” con quello di “compromesso storico” – è interessante individuarvi in cosa consisterebbe la novità del lavoro di Mastrogregori. E cioè: mentre l’“interpretazione consueta” del rapporto fra Moro e il Pci, e in particolare fra Moro e Berlinguer, accrediterebbe la ricerca di un’“intesa stabile” fra Dc e Pci, in particolare nelle intenzioni dello statista pugliese, egli avrebbe perseguito in realtà solo una “tregua” con i comunisti, appunto un compromesso “(non) storico”.

Un libro che sostenesse e documentasse questi due aspetti della questione – l’“intesa stabile” dell’“interpretazione corrente” e la “tregua” sostenuta invece dalla interpretazione mastrogregoriana - sarebbe veramente una novità e meriterebbe ampiamente quelle due paginate del Corriere.

Ma c’è un ma. Certo, i socialisti, i radicali, gli “anti Pci” e gli “anti Pci”, la nuova sinistra, i movimenti come Autonomia Operaia, ecc. non hanno mai smesso di porre l’accento e di attaccare l’asserita “storicità” di quel compromesso, glissando sul carattere esplicitamente e strutturalmente transitorio, “periodico” della solidarietà nazionale. In realtà, non c’è mai stata un’accreditata interpretazione dell’intesa e dei rapporti fra Moro e Berlinguer in termini di stabilità, peraltro ripetutamente, pervicacemente, inequivocabilmente respinta dai due diretti interessati.

Ma se Berlinguer - al centro delle critiche più feroci da parte dei “compagni” alla sua sinistra che si sentivano traditi e dei compagni socialisti alla sua destra che si vedevano bypassati -  insistette in maniera particolare sulla teoria del “compromesso storico” (a cominciare dai quattro articoli scritti su Rinascita dopo il golpe in Cile contro il governo di Salvador Allende), pur continuando a parlare di “solidarietà nazionale”, è indubbio che proprio Moro, non foss’altro che per rassicurare i suoi recalcitranti e inquieti amici di partito, ha sempre tenuto ad escludere la “stabilità” di quell’accordo. Alla base del quale, al di là del golpe cileno, v’erano del resto il necessario superamento della conventio ad excludendum dall’area di governo della consistente fetta di italiani che si riconoscevano nel Pci, la strategia della tensione, la fondamentale unità nella lotta al terrorismo, il distacco del Pci da Mosca…Insomma, si voleva fare entrare il Paese nella “terza fase” del suo sviluppo democratico, che si basasse sulla piena “legittimità” di tutte le forze politiche.

Un Moro e un Berlinguer interessati solo ad un rapporto stabile e definitivo - che escludesse tutte le altre forse politiche e che, soprattutto, non comportasse la sua provvisorietà e utilità per la creazione di un sistema pienamente democratico, in cui i due maggiori partiti di sinistra e di centro potessero di nuovo separare le proprie responsabilità e competere fra loro e con gli altri – corrisponde solo ad una visione caricaturale dei due personaggi e della loro complessa politica in quel tormentato passaggio della vita nazionale.

Nell’articolo di Mieli – e si presume nel libro di Mastrogregori – si va a scavare sin dagli albori della carriera politica di Moro, per rilevarne una specie di contiguità se non di dipendenza dalle ragioni della sinistra e addirittura dei comunisti. Si sapeva ed è accertato che, da giovane, il colto professorino barese chiese la tessera del Psi (si conoscono da sempre, a tal proposito, le testimonianze dell’allora segretario barese di quel partito Eugenio Laricchiuta, di Giuseppe Saragat e di Francesco De Martino). Ma ora verrebbe fuori che avrebbe chiesto nel 1944 anche la tessera del Pci. L’allora segretario comunista pugliese Antonio di Donato l’avrebbe detto all’ex-dirigente comunista Eugenio Reale, che l’avrebbe riferito al capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto Amato, che a sua volta l’avrebbe raccontato nel 1960 all’allora presidente del Consiglio Antonio Segni…

Troppi, questi passaggi, per resistere alla tentazione di invitare gli storici ad acquisire una documentazione più consistente di tale originaria tendenza “comunista” di Moro. Del resto, lo stesso Mieli, quasi a prenderne le distanze, rileva che “qui Mastrogregori prende per buone le testimonianze (in particolare quella di Reale) ma ipotizza che il giovane politico pugliese fosse stato autorizzato dalla Chiesa a svolgere una missione presso i partiti anticristiani”. Un giovane Moro, dunque, che diabolicamente ma invano avrebbe tentato di infiltrarsi prima fra i socialisti e poi fra i comunisti. Mah…

Pervenendo agli anni Settanta, “Moro capisce che la Dc, per restare centrale nel sistema politico, deve dar vita ad equilibri più avanzati, ma non riesce a convincere a fondo né la gran parte dei suoi compagni di partito, né l’alleato americano. E neanche i comunisti”. E’ proprio questo (asserito) fallimento dell’opera di persuasione da parte di Moro che porta Mastrogregori a definire “per niente realistica… l’idea di un Moro demiurgo della politica italiana, abile regista eliminato col sequestro e l’assassinio per deviare sviluppi politici ben definiti e avviati”.

E insiste, su questo, Mastrogregori. Morto non fu nemmeno “tessitore di un accordo con il Pci”. Fu piuttosto, negli ultimi due anni della sua vita, più il negoziatore di una tregua armata – non solo metaforicamente – che non il creatore di nuovi equilibri sul punto di realizzarsi”.

A parte ogni altra considerazione sulla statura intellettuale e politica di Moro, e l’infelice battuta sulla tregua armata non solo metaforicamente, basterebbe far notare al suo biografo solo un piccolo particolare: che il biografato era talmente poco “demiurgo della politica italiana”, così scarsamente “abile regista”, così poco “tessitore” e la sua azione così lontana dalla concreta realizzazione di “nuovi equilibri”, da essere sequestrato (per essere poi assassinato) proprio nel giorno in cui si presentava alle Camere il governo da lui fortemente voluto e pervicacemente costruito, a dispetto dei suoi amici di partito, degli Usa e della Nato, dei comunisti malpancisti e della sinistra radicale ed extra-parlamentare; ed è così poco realistico pensare che sia stato sequestrato e ucciso per “deviare sviluppi politici ben definiti e avviati”, che nel giro di pochissimo tempo quegli sviluppi politici sono stati deviati, azzerati e smentiti da “sviluppi” in direzione opposta a quelli da lui voluti e realizzati in vita.

Il biografo, insomma, ama e apprezza assai poco il biografato, sino a far venire il dubbio che non ne abbia compreso le più qualificanti caratteristiche culturali ed etiche. Ovviamente, ne stigmatizza la caratterizzante “lentezza” che lo fece indicare come “uno dei principali responsabili” della degenerazione degli apparati pubblici, del decadimento dello Stato, della riduzione della politica a gioco di formule e a mera diplomazia istituzionale” (Coppola). Ne rileva la scarsa modernità, ricordando che “a Moro non piaceva la televisione ed era incapace di usare i mezzi di comunicazione di massa” (Mosse). Insomma, Moro “trasmetteva un’immagine di lentezza e di arretratezza”, sostiene Mastrogregori, che arriva a ridicolizzarlo per i pur straordinari, illuminanti e profetici editoriali scritti da Moro per anni su Il Giorno: “il modo di comunicare più avveniristico per lui… ne stava correggendo uno, in auto, anche la mattina in cui fu rapito”.

Una società più ricca, ricorderebbe il sociologo Franco Cassano a Mastrogregori, “è una società in cui si può andare più veloci, perché ognuno di noi ha bisogno di comunicare velocemente, ma si può anche andare lenti perché ci sono momenti e attività che devono svolgersi con tempi, cadenze tra loro differenti”. Non è difatti affatto scontato che la politica al servizio della democrazia – specie in momenti come quelli che viveva allora il nostro Paese e per i fini epocali che aveva in mente Moro (con Berlinguer) – non rientri, anzi non debba rientrare fra queste attività cui, a volte, si addice la lentezza.