Fatti

Padellaro e il giornalismo
un'autobiografia pubblica e privata

ilpiccolo.gelocal.it (*)

Per Antonio Padellato, giornalista e scrittore, fondatore de "Il Fatto quotidiano", la verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini non emergerà mai. L'omicidio dell'intellettuale friulano, così come molti altri delitti e attentati della storia recente del Paese, è destinato a restare senza mandanti e con l'incertezza degli esecutori. Questo è solo uno dei fatti che Padellaro racconta nel suo libro "Il fatto personale. Giornali, rimorsi e vendette", edito da Paper First (pag. 164, euro 12), che sarà presentato oggi alla Biblioteca di Romans d'Isonzo, alle 20.30, nell'ambito della rassegna "Martedì d'autore" e domani a Trieste alle 18 alla Ubik di Galleria Tergesteo.

Riaprire il processo sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, come recentemente è stato richiesto, porterebbe alla verità sulla sua morte?

«Credo non ci sia più speranza per la ricostruzione di una verità attendibile - spiega Antonio Padellaro -, soprattutto rispetto ai mandanti e a quanti furono gli esecutori materiali. La storia della sua morte resta tutta da scrivere. Questo vale per Pasolini, ma anche per i delitti, gli attentati degli anni '70 e '80. Dopo svariati processi molti misteri rimangono tali. Di alcuni delitti e stragi non vi è certezza degli esecutori, tanto meno dei mandanti. Nel libro racconto quella mattina a Ostia come l'ho vissuta da cronista, giunto fra i primi sul luogo del ritrovamento. Nel giro di poche ore il via vai delle persone nell'area non transennata aveva cancellato tutti gli elementi utili alla ricostruzione dei fatti. Di ritorno in redazione ricevetti la telefonata di Oriana Fallaci che mi ordinava di scrivere che gli assassini erano i fascisti, senza però darmi alcuna evidenza di quanto affermava».

Perché in Italia in alcuni casi la verità non emerge?

«C'è stato un intreccio fra trame di vario colore, servizi deviati; la verità è stata cancellata. Troppe sono le complicità: dalle bombe di Milano e Bologna a piazza della Loggia a Brescia. Mentre Aldo Moro veniva rapito e ucciso i vertici dei servizi segreti erano inquinati dalla P2. Difficile sapere a distanza di tanti anni la verità: furono e sono troppi gli interessi in gioco».

Il libro "Il fatto personale" è la storia della sua famiglia ma anche, e soprattutto, degli eventi di oltre 40 anni di cronaca e politica italiana. Chi si può permettere un'autobiografia?

«Ritengo sia un genere letterario che pochi si possano permettere; io racconto i fatti dei quali sono stato protagonista, sono testimonianze dirette dei momenti fra i più importanti della nostra storia. Nella prima parte racconto dal delitto Moro, alle trame nere, degli attentati delle Brigate Rosse e dello scandalo della P2: dell'omicidio di Piersanti Mattarella ma anche dei terremoti del Friuli e dell'Irpinia. La seconda parte dà spazio alle esperienze giornalistiche di vicedirettore dell'Espresso, direttore dell'Unità e poi fra i fondatori de “Il Fatto”».

Lei ha lavorato fra le più importanti testate nazionali, come ha iniziato?

«All'Ansa a Roma, era il mitico 1968 e io ho raccontato cosa stava maturando nelle università e nelle scuole. Nel 1971 sono approdato alla redazione del Corriere della Sera a Milano. Ho cominciato da "mozzo" diventando responsabile della redazione romana, un'esperienza durata 19 anni».

Nel 2009 la nascita del quotidiano “Il Fatto”; una scommessa vinta quando la crisi dell'editoria era già iniziata?

«Abbiamo smentito chi ci dava pochi mesi di vita, puntando su due presupposti: il primo avere una proprietà ma non un padrone. Noi siamo una Spa (Padellaro ne è il presidente n.d.r.) e la gran parte delle azioni è dei giornalisti. Siamo dunque autonomi, con i conti in ordine, questo ci rende svincolati da condizionamenti imposti da editori o finanziatori che hanno interessi da difendere in settori diversi del Paese. Il secondo punto è il patto sottoscritto con i lettori: facciamo un giornale sulla base delle notizie, possiamo sbagliare certo, ma sempre basandoci sul nostro modo di vedere. Inoltre abbiamo una forte identità, magari contestabile, ma sempre espressa in modo chiaro e palese».

In redazione funziona la presenza di generazioni diverse?

«Dopo sei anni di direzione, per un ricambio generazionale, ho passato il testimone a Marco Travaglio. In redazione lavorano giovani con visioni diverse da quelle dei colleghi più esperti. Abbiamo voluto dare un esempio sfatando l'idea che sono sempre i soliti noti agli stessi posti».

Ci sarà un futuro per i giornali in edicola?

«La carta, se ha bilanci equilibrati e evita spese pazze, può dare ancora delle soddisfazioni, noi ne siamo la prova. Resta comunque un presidio di autorevolezza e approfondimento, certo il futuro è della rete».

Il web sarà mai a pagamento? 

«I fruitori sono abituati alla consultazione gratis per definizione; cambiare è rischioso: Il lettore pagherà solo un contenuto originalissimo, informazioni che altri non hanno, commenti e approfondimenti molto qualificati. Troppe condizioni per motivare l'obolo in rete; credo che ci vorrà molto tempo e un cambiamento culturale».

(*) 17 gennaio 2017