Fatti

No a titoli ad effetto (offensivi)
per vendere i giornali!

disabili.com (*)

La locandina di un quotidiano modenese usa la parola “mongoli” per denotare dispregiativamente il comportamento di alcune persone, denuncia la Ledha. Il direttore si scusa, ma il problema resta

Ci interroghiamo spesso, come operatori del mondo dell’informazione, su quanto e cosa possiamo fare per produrre il miglior servizio possibile ai nostri lettori, ma anche su cosa possiamo fare perché il nostro lavoro possa lasciare traccia contribuendo, dove possibile, a lanciare seppure piccoli semi di cambiamento culturale nel modo di percepire la disabilità. Sconcerta, quindi, leggere certe notizie, accorgersi che il nostro stesso mondo – quello dell’informazione – ha ancora così tanto da capire, così tanta strada da fare. 
Perché se per fare vendere un giornale si usa la parola “mongoli” in senso dispregiativo, nella locandina di un quotidiano – che non è un post idiota su facebook di qualche ragazzino imbecille, né una battuta di cattivo gusto detta al bar, ma una pubblicazione nero su bianco, scritta, da qualcuno, approvata e poi diffusa - beh, allora di lavoro da fare ce n’è davvero tanto. 

PAROLE PER DEFINIRE - La notizia è questa, e la riporta Ledha – Lega per i diritti delle persone con disabilità: sabato 7 gennaio 2017 le locandine esposte dalle edicole della provincia di Mantova del quotidiano “La voce di Mantova” titolavano così: “Mongoli in mongolfiera a fuoco dopo l’atterraggio sui cavi dell’alta tensione”Chiariamo subito un possibile equivoco: le persone vittime dello sfortunato incidente a bordo di una mongolfiera non sono abitanti della Mongolia. Sono cittadini tedeschi e, per inciso, dalle cronache non risulta che nessuno fra questi sia una persona con Sindrome di Down, precisa Ledha in una nota. 
È evidente quindi come quella parola – mongoli – sia usata in termine dispregiativo: un sinonimo di stupido, idiota, impedito, inesperto. Tutte parole, e non è un caso, che in passato venivano utilizzate per identificare persone con disabilità e che solo successivamente sono diventate insulti. Ma perché non usare quelle, e ricorrere a questa parola, fino a poco tempo fa associata, dispregiativamente, alle persone con Sindrome di Down?

"SOLO UN GIOCO DI PAROLE" - Di fronte alla indignazione di Ledha, che aveva inviato formale segnalazione al Consiglio di disciplina dell’ordine dei giornalisti per chiedere che questo comportamento venisse sanzionato, oltre alla richiesta di scuse pubbliche e di un gesto di riparazione, il direttore responsabile de “La Voce di Mantova”, Alessio Tarpiniha risposto dicendo che si era trattato solo di "un gioco di parole", e che "non intendevamo offendere nessuno". "Era solo un gioco di parole fatto in buona fede -riporta Redattore Sociale - che ha ottenuto l'effetto opposto a quello che pensavamo". "Ho già risposto alla Ledha -replica Alessio Tarpini-. Siamo disponibili a qualsiasi iniziativa. Ci dicano loro cosa possiamo fare".

COMPORTAMENTO SINTOMATICO - 
Ma, scuse o non scuse, vien da chiedersi: è davvero possibile che ancora oggi per definire qualcuno con accezione negativa vengano usati termini che afferiscono alla disabilità (facendola passare per banale leggerezza, scherzo, gioco di parole)? Quanta acqua ancora dovrà passare sotto i ponti della nostra società perché la nostra lingua si raccordi con la realtà per quella che è e non per quella che per anni abbiamo distorto a causa della paura, della non conoscenza, dell’ignoranza?
Poi Vabbè – penserà qualcuno - era solo una locandina. No, mi spiace ma non è così. È un pezzo di carta incorniciato e in evidenza su una piazza, dove la gente passeggia, guarda, legge, fa deduzioni, costruisce pensieri, immagini, idee sulla realtà. E allora se la usa un giornale, una parola come quella, perché non dovrei farlo ioLa legittimazione a usare un termine forte – con connotazione negativa – passa per una stupida locandina, sì. Un insignificante pezzo di carta incorniciato a fianco di un’edicola, che insignificante non è.
E va detto altro. Passeggiando per quelle piazze ci può essere anche una persona con sindrome di Down, la sua mamma, suo fratello. Come ci si può sentire ad essere chiamati in causaindirettamente in questo modo, da una lingua così rozza e tagliente, solo per fare un titolo? Che ne sanno, gli autori della locandina, delle difficoltà quotidiane, dei piccoli grandi traguardi anche solo nel percepirsi persone, e non diversi, inferiori, polverizzati da una piccola, stupida parola in una locandina? 

Dal canto nostro continueremo a cercare di lanciare semi di cultura che non fuggano via col vento, ma rimangano saldi come le parole scritte.  

(*) 18 gennaio 2017