Fatti

"Comunicare la Chiesa
nell’era dell’informazione virale"

di Luca Quaresmini

Pare che, in Italia, i 2/3 delle notizie siano a carattere “ansiogeno”. Quando, poi, si considera che buona parte di esse sia occupata dalla cronaca nera, sembra emergere, dal più diffuso panorama dell’informazione nazionale, un contesto contraddistinto da una certa tendenza nella quale, fra altro, la Chiesa è riferita dai media “quando ha l’accento esclamativo”, quando, cioè, sulla stessa istituzione si riversa più attenzione a motivo di quella attribuzione che, in un clima di rincorsa alle tinte forti, riscontra, da tale impostazione, una sua maggiore presa in considerazione.

Un’impostazione che è relativa al “tempo del “grido”, ma pure della selezione della notizia”, ovvero, al dato della contemporaneità che riguarda tale analisi, dove sembra capiti che “le buone cose non abbiano titolo, essendo questo il tempo del “grido”, ma anche di tanti silenzi, avvolti dal velo del gossip”.

Considerazioni, queste, espresse, fra altri interessanti spunti di osservazione proposti sul tema, da parte del direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, fra i relatori presenti nell’ambito del convegno intitolato “Comunicare la Chiesa nell’era dell’informazione virale”, organizzato dalla Diocesi di Milano, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e con il “Centro Ambrosiano di documentazione e Studi Religiosi”.

Se uno dei maggiori eventi in programma a Milano, per il 2017, è la visita del papa, prevista per il 25 marzo, ad un mese di anticipo da tale atteso appuntamento, la diocesi ambrosiana ha organizzato fra Daniele Bellasio, caporedattore de “Il Sole24Ore”, Marco Bardazzi, direttore della “Comunicazione esterna” di ENI, Marco Tarquinio al vertice del menzionato quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e la giornalista Tiziana Ferrario, corrispondente Rai – New York, un confronto, strutturato a tratti in una intervista aperta fra loro, presso la sede meneghina dell’Università Cattolica del “Sacro Cuore”, secondo un evento messo a punto da don Davide Milani, responsabile della comunicazione per l’Arcidiocesi di Milano e portavoce del cardinale Angelo Scola, nel contestuale ruolo, qui, di mediatore degli interventi in sala e di autorevole voce a riferimento dell’apertura e della chiusura del convegno stesso.

Il partecipato incontro, svoltosi nell’aula Manzoni dell’accennato ateneo, è valso come prima tappa, nella giornata di formazione posta ad introduzione del corso denominato “La parrocchia comunica”, complessivamente articolato in altre cinque opportunità d’analisi che si profilano corrispondenti all’intento di favorire il costituirsi di operatori preposti alle comunicazioni sociali, in un qualificato servizio circostanziato in un ambito d’utilità e di servizio parrocchiale.

I temi, insieme ad una serie di relatori, rispettivamente attesi per questa proposta suddivisa in una rosa di ispirazioni, sono: il 4 marzo, “La festa dell’oratorio”: organizzare la strategia digitale per la comunicazione di un evento parrocchiale”, con Francesca Milano de “Il Sole 24 Ore”; il primo aprile, “Scandalo in parrocchia”: come gestire una crisi di comunicazione”, con Fiorenzo Tagliabue di “SEC” (Societas Europaea ad Communicationes); l’8 aprile, “In parrocchia un appartamento destinato ai profughi: parlare in pubblico per presentare un progetto e sostenerlo”, con Martina Pastorelli di “Catholic Voices”; il 22 aprile, “La festa patronale”: come progettare e realizzare la comunicazione di un evento in parrocchia”, con don Davide Milani, referente per il settore comunicazioni della diocesi ambrosiana ed il 29 aprile, “Cambia il parroco”: organizzare e gestire i media parrocchiali”, con Francesco Ognibene della testata “Avvenire”.

Quotidiano il cui direttore, nel corso dell’evento posto ad esordio di questa iniziativa di formazione, ha, fra l’altro, sottolineato che al giornalista spetta pure il compito di “mediatore di notizie nell’epoca della intermediazione”, nel quadro operativo di una costante sfida dove “non si può dare per scontato nulla” e dove la differenza è anche il “dimostrare di essere utili”, superando la stereotipata figura del “giornalista tipografo” che ratifica i comunicati preconfezionati, nel rendere informazioni, invece, coniugate a quella trasparenza ed a quella autenticità che, in tal senso, risultano valori professionali funzionali alla coerente consapevolezza di quanto attiene “ai cristiani nel potersi riconoscere da come si amano fra loro, così come le società civili si riconoscono da come sanno rispettarsi”.

In questo “marketing del bene”, Tiziana Ferrario ha, fra l’altro, messo in risalto l’evoluzione generale che ha, pure, interessato, in una perdurante trasformazione, anche i mezzi d’informazione, ad esempio, con l’avvento dell’uso telegrafico dei “tweet”, per comunicare quelle prese di posizione che, nel metodo estemporaneo di tale messaggeria istantanea e digitale, hanno rivoluzionato i tradizionali canali ed i modi d’interazione prima praticati, per dare fonte ufficiale ad una dichiarazione.

L’auspicio espresso, fra l’altro nel corso del convegno, da Daniele Bellasio de “Il Sole24Ore” è che si eviti di favorire, a vari livelli, un “dualismo fra i social, presenti in internet, e la vita reale”, puntando, invece, a promuovere quella specularità nella quale “l’identità virtuale sia simile a quella reale”, dal momento che, in questa fase di passaggio verso un affinamento sempre più digitale, si adotti quell’approccio critico che è utile a sperimentare i “social network”, come “facebook”, non come meri strumenti di divulgazione e come vetrine di facciata, ma come sede di esperienze, ovvero di manifestazioni proprie di una sfera di interpretazione personale circa un possibile riverbero spontaneo scaturito dai temi e dalle circostanze percepite, e come luoghi nei quali “mescolare contenuti profondi ed emozioni autentiche”.

Il rischio è “il perdere la capacità di vivere i social come esperienza, a motivo della diffidenza che il loro modo di poter essere fraintesi suscita in qualcuno, considerandoli come vetrine e come l’ennesimo modo di fare propaganda”, mentre, per certi versi, la stessa “Chiesa è l’organizzazione umana più simile ai social media”, cioè alla connotazione di come gli stessi contesti “on line” dovrebbero, nella loro migliore accezione, essere considerati, essendo che la Chiesa incarna un messaggio forte, attraverso la presenza efficace di contenuti che sono indirizzati a comporre una comunità.

Analogamente, Marco Bardazzi, direttore per la comunicazione esterna di ENI, ha, fra altre puntuali considerazioni, evidenziato che le “aziende hanno da imparare dalla Chiesa la gestione degli eventi di massa, di grande pubblico, e la capacità di “team building”, cioè il far “sentire squadra i propri appartenenti”, oltre all’inconfutabile aspetto dell’essere “coerente in tutte le lingue” e di far passare il proprio messaggio in modo uguale in ogni parte del mondo.

Sollecitato a sviluppare questo accostamento, presente nella domanda rivoltagli di cosa le aziende possano avere in comune con la Chiesa, questo giornalista, da tempo referente del settore dedicato alla comunicazione di un’importante società multinazionale, ha messo in luce fra le due realtà “la passione per il bello e la qualità”, anche nel senso di una convinta propensione del trattare “contenuti affidabili”, in uno spettro d’azione dove è importante misurare gli effetti del proprio messaggio ed in cui l’autenticità rappresenta, insieme alla trasparenza, il valore aggiunto di tutto ciò che è promosso nei confronti dell’attuale esigenza di creare un positivo distinguo fra le incombenti sollecitazioni d’uno scenario sempre più ampio, pure contraddistinto dal rischio di “polarizzazioni, come bolle che coesistono in società”, in una frammentazione di incomunicabilità, per il rinserrarsi di chiuse tendenze superficiali che appaiono ispirate ad una limitante autoreferenzialità.