FATTI

Ecco perchè dopo sette anni
chiude il quotidiano EPolis Bari

Dionisio Ciccarese (*)

Quello che avete tra le mani o che state leggendo sul nostro sito o con la nostra app sul vostro tablet è l’ultimo numero del vostro quotidiano EPolis Bari. Questo accade qualche mese dopo il nostro settimo anno di attività: 2657 giorni per la precisione. Un lavoro giornalistico di cui andiamo particolarmente fieri per non aver mai ceduto alla tentazione di dare spazio ad articoli e foto “da cassetta”, di aver voluto ossessivamente rispettare la reputazione delle persone, di non aver mai frequentato i salotti e le stanze del “potere”. Sì, è stato un isolamento volontario: lontani dal potere, vicini ai Lettori. Abbiamo l’orgoglio di non essere stati… invitati alle riunioni pre-elettorali in casa di “influencer” di questa o quella testata “perché tanto con quelli è inutile parlare…”. Piccole soddisfazioni che solo in parte leniscono la sofferenza di dover gettare la spugna, di arrendersi davanti ai cambiamenti della società e del mercato, ai mutamenti radicali della distribuzione delle notizie generati dall’avvento prepotente di nuovi media, nuovi canali e nuovi strumenti che hanno (nel bene e nel male) nell’istantaneità, nell’interazione, nell’accessibilità e nell’orizzontalità delle leve potenti.

Il mercato dell’editoria e dell’informazione (al pari di molti altri, in verità) ha subito, sta subendo e ancor più subirà delle trasformazioni radicali. I dati sul crollo della vendita dei giornali sono agghiaccianti e le previsioni per i prossimi cinque anni tolgono il respiro. Dal 2009 a oggi la carta stampata è stata letteralmente falciata e, anche se è vero che giornalisti ed editori della “stampa tradizionale” hanno mutato in modo poco significativo il loro approccio, bisogna pur prendere atto del fatto che l’innovazione tecnologica ha stroncato mercati che sembravano indistruttibili spiegando le porte a nuovi player. Nel mondo della Comunicazione questo accade sin da quando l’alfabeto creò un sistema di scrittura ordinato.

Certo, quando si parla di informazione si parla necessariamente di qualità. E qui si apre un discorso delicato che ha a che fare con gli attori dell’offerta e quelli della domanda. Una mozzarella avariata genera un mal di pancia nel giro di poche ore. La tossicità di un’informazione approssimativa, scadente, venduta e dipendente è, invece, un processo lungo, spesso poco riconoscibile, ma molto più dannoso di una “banale” gastroenterite.
Siamo il Paese che in Europa si distingue per analfabetismo funzionale e lo siamo perché abbiamo più... scrittori, opinionisti, editorialisti che Lettori. Fake news e manipolazione delle informazioni (foto, video, testi) non sono un fenomeno generato dai social, ma non sono state mai così capillari e impattanti come lo sono oggi. E d’altra parte nel “patto” che tutti sottoscriviamo nella nostra adesione ai social e, più in generale, con internet, dovremmo ben sapere che c’è in ogni nostra azione un’impronta, una traccia che permette ad alcuni di seguirci e di studiarci come vuole. No, non è un angelo, ma un “diavolo custode” che non solo ci osserva, ma ci orienta con la forza invisibile degli algoritmi che dettano un’agenda setting in cui ci illudiamo di avere un ruolo attivo. Lo scandalo di Cambridge Analytica ne è una dimostrazione tanto plateale quanto scontata e finanche generata dai nostri stessi atteggiamenti.
Da molti anni i guru dell’informazione e della comunicazione avvertono che non esiste più un “marketing delle notizie”, ma un “marketing dell’approfondimento”. Pensate per un attimo allo “scoop”. Una parola che ha imperversato per anni dentro e fuori le redazioni e oggi è desueta. Una notizia ieri aveva una matrice, oggi nel giro di qualche secondo è copiata e incollata su migliaia di siti senza più riconoscerne la paternità o la maternità. Poi tutto si esaurisce nel giro di poche ore (se non minuti) con l’orecchio teso al prossimo urlo. Una frenetica somministrazione di “sostanze stupefacenti pseudoinformative” in cui tutto viene ingigantito, urlato e incanalato nel circuito social-blog-siti-tv-radio-giornali in cui a rimanere imprigionati non sono solo gli utenti, ma gli stessi giornalisti.
Si è aperta l’era delle “non notizie” in cui la spettacolarità e la forma hanno preso il sopravvento sulla sostanza. Il mondo dell’informazione in qualche modo richiama quello dei giocattoli: sembrano tutti uguali, ma troppi hanno marchi contraffatti e impiegano componenti nocivi. In un mercato così “drogato” puntare sulla qualità, sull’etica e sulla deontologia significa partire e arrivare da sconfitti. Tuttavia, non farlo significa tradire le motivazioni per cui si sceglie di fare il mestiere di giornalista.
E in questa avventura durata poco più di 7 anni non siamo venuti meno al “patto” sottoscritto con i nostri Lettori.
Lo abbiamo fatto grazie a un Editore, Giacomo Gorjux, che (non solo in continuità con una luminosa e storica tradizione familiare) ha sostenuto con ogni sforzo il nostro lavoro, garantendoci una completa indipendenza e un’autonomia che per una Redazione sono come aria e acqua. Lo abbiamo fatto grazie a una squadra di giornalisti professionisti (Gianfranco Moscatelli, Alessandra Colucci, Alessandro Di Pierro e Maurizio Spaccavento) autentici fuoriclasse per competenza, dedizione, onestà materiale e intellettuale ed è stato fatto nel solco di mirabili insegnamenti che in passato hanno formato alcuni tra noi.
Lo abbiamo fatto grazie al contributo di chi ha collaborato a vario titolo con noi in questi anni (Dario Bissanti, Michele Bollettieri, Lino Castrovilli, Manlio Chieppa, Valter Cirillo, Giuseppe Corcelli, Margherita De Napoli, Cenzio Di Zanni, Elisa Forte, Franco Gigante, Vito Gallotta, Checco Lananna, Daniele Leuzzi, Giuseppe Milano, Annamaria Monterisi, Waldemaro Morgese, Leo Leonardo Palmisano, Vito Raimondo, Pino Ricco, Gianluca Sasso, Nicola Simonetti, Gianni Spinelli, Luca Turi). Una citazione a parte merita l’indimenticabile e generoso Vittorio Stagnani che ci ha lasciati da qualche settimana mentre si progettava una rinnovata collaborazione.
Lo abbiamo fatto grazie a chi ci ha seguito e sostenuto passo dopo passo (Marella de Grecis, Nicola Gambino, Vittorio Gisotti, Francesca Piccolo, Nicola Zippari) e molti altri compagni di lavoro che tra fotoformatura e stampa hanno permesso che la rotativa diffondesse tutte le notti la sinfonia con le note di EPolis Bari.
E, infine, lo abbiamo fatto grazie soprattutto ai tanti Lettori che ci hanno segnalato, incalzato, spronato, stuzzicato e rimproverato.In tutta onestà possiamo dire di aver provato senza risparmiarci a dare una voce libera e critica a una città che amiamo profondamente (argomenti che sono il perno del documento pubblicato a parte dalla Redazione). Andiamo orgogliosi anche del fatto che la nostra è stata l’unica Testata in questi anni 7 anni tutta barese: proprietà e redazione. Non è poco in un territorio che ha visto colonizzare nell’indifferenza generale asset storici proprio (ma non solo) nel mondo dell’informazione. Il quotidiano EPolis Bari si ferma qui. Usciamo, così come siamo entrati: senza clamori, ma con la consapevolezza di aver rispettato regole e persone, perché è questo che fa di noi dei giornalisti al servizio di Lettori e della nostra terra.
(*) direttore di EPolisBari, 24 marzo 2018