Fatti

Bravi ragazzi, pecore e Seneca
la filosofia dell'editore Caltagirone

 Il giornale non deve essere “un gravo ragazzo” e non vuole stare nel “gregge”. Francesco Gaetano Caltagirone, cementiere e costruttore edile, ma anche editore – tra i più importanti del Paese (Messaggero, Mattino, Gazzettino, Corriere Adriatico, Quotidiano di Lecce…) – ha una sua estrosa teoria sul ruolo e sul carattere di un giornale libero, al servizio della collettività. L’ha illustrata nel corso della serata-evento promossa, presso gli studi di Cinecittà, per festeggiare i 140 anni del quotidiano della capitale alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“Il Messaggero non è e non vuole essere un bravo ragazzo”, ha detto, come se a qualcuno fosse mai venuta in mente l’idea che di paragonare il quotidiano di sua proprietà a un bravo ragazzo. Ma perché poi Caltagirone tiene a respingere anche solo ipoteticamente questo identikit per il suo Messaggero? “Perché è bello essere considerati un bravo ragazzo. Ma il bravo ragazzo è accettato e benvoluto da tutti, ma per essere tale deve accontentare tutti, o quelli della sua parte, rinunciando a se stesso e alla propria identità”. E invece il Messaggero “fa della propria identità un tratto distintivo. Questa identità è, tra l’altro, la difesa dei diritti. Non solo economici ma soprattutto quelli dell’individuo che spesso rischia di essere schiacciato da chi ha potere. Questa identità è la salvaguardia delle libertà fondamentali e l’impegno a giudicare solo dopo aver avuto la completa conoscenza dei fatti”.

Quindi si allontana l’idea del bravo ragazzo, ma subito dopo si respinge anche quella del bad boy. Insomma “il Messaggero è un giornale indipendente sia intellettualmente che economicamente. Perché è arbitro delle proprie idee ed in grado di camminare con le proprie gambe”.

Un’identità, afferma il pur economicamente dotato Caltagirone (fra i venti più ricchi d’Italia e fra i mille più ricchi del mondo) “che è impegnativo sostenere, soprattutto in un’era in cui l’informazione circola con la velocità della Rete, la quale si nutre di giudizi istantanei e sentenze inappellabili. Ma un’identità che il Messaggero vuole difendere, senza timore di rappresentare una voce fuori dal coro e perciò poco gradita, e anzi accettando la posizione scomoda di chi si allontana dal gregge”.

E qui siamo alla seconda parte della teoria caltagironiana, quella appunto sul gregge, che si avvale anche del contributo (a loro insaputa) di Seneca e di Max Weber.

Duemila anni fa, tine a citare Caltagirone, Seneca diceva che “da nulla bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare ma dove tutti vanno. E niente ci tira dietro i mali peggiori come andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione ma per imitazione”. Ecco: “Il Messaggero vuole vivere secondo ragione, rinunciando all’imitazione e al conformismo”.

E ragione – ha proseguito Caltagirone – “vuol dire avere un approccio scientifico alle cose rifiutando le facili suggestioni che trovano oggi nella rete e nei social network un facile e pericoloso megafono come succede ad esempio sul tema dei vaccini». E ancora: “Ragione significa distinguere, con Max Weber, tra etica dei principi ed etica delle responsabilità e riflettere, e far riflettere il lettore, sulle conseguenze e sulla sostenibilità delle nostre scelte. Ragione vuol dire evitare i processi sommari per inseguire il consenso del momento e non legittimare la ricerca di un facile capro espiatorio da linciare. Ragione vuol dire rifiutare il pregiudizio ma esercitare con serenità il diritto di critica verso qualcuno o qualcosa. Vuol dire non alzare la voce solo perché lo fanno gli altri”.