DIARIO DI BORDO

INTEGRAZIONE E CULTURA:
L'ESPERIENZA DI ANDREA ONORI
REGISTA E OPERATORE SOCIALE

MARIATERESA GABRIELE

“Un posto altrove” non potrebbe diventare un serial? Vedendo questo bellissimo film di Andrea Onori e Luca Sella, recensito in un precedente articolo qui su Infodem, risalente ormai a quattro anni fa, ci si appassiona alle vicende di Hamda e di Mehdi, due giovani, lei somala e lui iraniano, che hanno ottenuto asilo politico in Italia e si vorrebbe continuare a sentirli, ad ascoltarli, anche perché hanno una capacità espressiva e comunicativa da attori consumati.

In un italiano poi invidiabile già allora, quando lo stavano appena imparando, figuriamoci come sarà espressivo ora. Dopo aver passato vere e proprie, terribili, odissee, raccontate da loro stessi nel film (reperibile in rete), i due hanno trovato sistemazione in Italia, in particolare a Venezia e dintorni, dove funziona il Progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati a cura di Anci e ministero dell’Interno), sebbene il Comune abbia chiuso il Centro di accoglienza Darsena “che pure era molto ben organizzato”. Andrea Onori, che è regista e anche operatore sociale, si è trasferito da Roma, la sua città, a Venezia, dove si trova molto bene, “i veneziani vengono detti i terroni del Nord, già spostandomi di pochi chilometri avverto una maggiore diffidenza”.

Nel film tuo e di Luca Sella, trovo che sia molto efficace aver raccolto, fra le tante possibili, due testimonianze. Come vi siete orientati nella scelta?

“In effetti, prima c’è stato un lavoro molto accurato di ricerca, quasi etnologica perché gli spunti erano davvero tantissimi e necessariamente bisognava scegliere”. Onori ci aggiorna, ci dice cosa stanno facendo ora i protagonisti del suo film: “Mehdi lavora come mediatore sociale, abita a Mestre, spesso lo chiamano a Trieste, punto di raccolta di un confime altrettanto bollente. Si trova bene. Hamda continua a fare ciò che aveva imparato, a lavorare negli alberghi, abita a Marghera, entrambi hanno scelto l’entroterra. Specie Hamda, con ciò che ha passato, ha una certa diffidenza per il mare…Io invece sto lavorando a un progetto con gli adolescenti sinti e rom”.

E chissà quante altre storie-verità avrai raccolto…

“Non ti abitui mai, questo è certo, e materiale per un altro film o un seguito, come hai detto, ce n’è eccome. Per esempio stavo parlando in aula e a un certo punto un ragazzo afgano si alza, si toglie la maglia e ci fa vedere uno squarcio grandissimo sul costato, non ti puoi rendere conto della violenza che hanno subito questi ragazzi, resti senza fiato. E le procedure per ottenere asilo politico sono ancora farraginose, lente, come ha detto Mehdi. Anni fa se c’era la segnalazione l’asilo politico lo si aveva più facilmente, addirittura il personale diploamtico andava a casa del soggetto, ora no, queste persone affrontano viaggi disumani, non ce ne rendiamo conto facilemnte e una volta qui poi le procedure burocratiche sono molto farraginose”.

Ma l’avete fatto girare questo film?

“Io e Luca magari non abbiamo fatto una grande promozione però il film è stato notato, tanto che ci hanno chiamato due anni fa negli Usa, all’università di Richmond ed è stata una splendida esperienza”.

Potreste anche venire a Bari, al Bifest… Bisogna farlo girare “Un posto altrove”, devono vederlo in tanti e la serie sarebbe un’ottima iniziativa.

"Del resto, le cifre parlano da sole: quando si dice che ogni rifugiato costa 35 euro al giorno, si dimentica tutto l’apparato che sta intorno: le cooperative, i centri come il Boa nel Veneziano, in cui lavorano molte persone spesso misconosciute per il loro operato. Su 270mila domande di sanatoria accettate, nel 2020 sono stati rilasciati meno di 1500 permessi di soggiorno; adesso poi, con il Covid, le prefetture hanno rallentato di molto le convocazioni degli immigrati".

Fa riflettere, a ridosso dell’8 marzo, pure il fatto che a una ragazza come Hamda non si offra che un lavoro di cameriera negli alberghi, a testimoniare la generale arretratezza della nostra struttura sociale. Non per sminuire un tale lavoro, che del resto lei, che deve mantenere in Somalia una famiglia d’origine numerosa, ha accettato volentieri, ma per sottolineare che ciò che si propone alle donne è sempre, nella maggioranza dei casi, un lavoro di cura.