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I SEGNI CHE "CAPATOSTA" LASCIA NELLA LETTERATURA

Intervista con Beppe Lopez per i dieci anni del suo "classico", che compare in una nuova edizione

GINO DATO

Ci sono comete che abbagliano, al loro apparire, ma presto scompaiono allo sguardo. Ci sono stelle che, minuscole alla percezione dell’occhio, rimangono lì, a brillare nel firmamento. La similitudine ci può aiutare a capire qual è la differenza tra un’opera letteraria qualsiasi e un classico. La prima si scioglie alla prova del tempo, mette a nudo la sua evanescenza minimalista. Il secondo continua a risuonare dentro di te, per i suoi personaggi, per la sua lingua, incide nella storia del costume e della cultura.

Così, semplicemente, potremmo spiegare i segni che lascia nella letteratura del Paese “Capatosta”. Il romanzo del pugliese Beppe Lopez, apparso profeticamente nel settembre 2000, a cavallo del nuovo millennio, si offre ai nuovi lettori per i tipi della pugliese Besa in una edizione caratterizzata da un ulteriore lavoro di lima dell’autore.

D. Provi a definire la nuova edizione del suo romanzo per il lettore che gli si avvicini?

R. Lo definirei in riferimento alla crisi della narrativa italiana, di cui si parla da decenni. D. Partiamo allora di qui. R. Tutto è poliziesco, giudiziario, trama, plot, scuole di scrittura. Romanzi di plastica, vite virtuali ed eventi di plastica. Romanzi di successo, ovviamente. Basta guardare le classifiche di vendita, anch’esse notoriamente e inequivocabilmente frutto di marketing editoriale. Su tutto regna un ristretto clan di editors. Tutto è omologato, standardizzato, di maniera.

D. E quali potrebbero essere le vie d’uscita?

R. Ci sarebbe da parlare dell’industria editoriale, che riesce a essere, insieme, arcaicamente elitaria e cinicamente commerciale. Per gli scrittori, la via d’uscita è quella indicata da due critici che stimo molto. Angelo Guglielmi, a proposito di un narratore intelligente, Antonio Scurati, che dichiarava di essere in crisi rispetto alla dominanza della mediazione virtuale massmediatica, la indicava nelle storie vere, nelle biografie, nelle autobiografie degli uomini e delle donne in carne e ossa. E ricordo un bel corsivo di Giovanni Belardinelli, che sosteneva: basta con le storie mininaliste, un romanzo vero ha da essere me-mo-ra-bi-le. D. E il suo “Capatosta” è invece, come scrisse il latinista Luca Canali, “un frutto inatteso nell’attuale deserto popolato d’infiniti sottoprodotti letterari, anche rifiniti nel loro formalismo, ma terribilmente inutili”. O come sostenne Roberto Cotroneo: “Se ci fossero più libri così in giro, le cose di questo mondo letterario andrebbero meglio”... R. Ecco. L’autore di Capatosta era un outsider. Forse proprio per questo scrisse una storia vera che solo lui conosceva, di un mondo che nessuno aveva prima raccontato, in una lingua che nessuno aveva mai usato. Mi sono avvicinato alla narrativa con lo stesso spirito con cui avevo fatto giornalismo tutta la vita.

D. Quale spirito, mi scusi?

R. L’impegno sociale, diciamolo pure: po-li-ti-co. Appartengo a una generazione che voleva cambiare il mondo e che lo ha fatto. Con ogni cosa che fai e che dici, puoi adagiarti sull’esistente (ricevendone in cambio tranquillità o carriera) o, invece, cambiare il mondo.

D. Figuriamoci, allora, se scrivi un libro.

R. Un romanzo è degno di essere scritto se, dopo averlo letto, una persona non è più quella di prima. Da quel momento in poi ha nella propria memoria, indelebilmente, quella storia, quel carattere, quegli elementi emozionali che prima non aveva. Questo per me è un vero romanzo. Una storia vera, un libro me-mo-ra-bi-le.

D. E come è cambiato il suo “Capatosta” dall’edizione di Mondadori del 2000 a quella del 2010, apparsa per Besa?

R. Quel libro, come si disse, sdoganò il dialetto pugliese in letteratura. E da allora in molti l’hanno usato, spesso con risultati pregevoli. Il mio idioletto - che ha una sua severa grammatica interna - era sperimentale e continuai a correggerlo e a modificarlo sino all’ultima bozza per la stampa, senza la possibilità di supporto di alcun correttore. E mi sfuggirono alcune incongruenze. Con questa edizione del decennale, ho pagato nei confronti del libro un debito di coerenza e accuratezza linguistiche.

D. E come ha cambiato Lopez? nel suo essere uomo e nel suo essere scrittore?

R. Da giornalista Capatosta mi ha trasformato in giornalista-e-scrittore. Un ulteriore allargamento del mio eclettismo in una società che, pur essendo sempre più complessa, penalizza l’approccio complesso e la capacità di comprendere le distinzioni premiando, anche in cultura e persino in politica, la specializzazione e le divisioni artificiose.

D. Di tutti i giudizi critici quello per lei il più folgorante?

R. “Un romanzo di identità e riscatto”.

D. Conta più la lingua, l’idioletto, o la forza dei sentimenti dei suoi personaggi?

R. Non c’è distinzione fra lingua, sentimenti e personaggi. Vitilio Masiello lo ha detto con una chiarezza straordinaria, scrivendo di Capatosta. “L’emarginazione, l’estraneità, l’esclusione non possono esprimersi con il linguaggio dell’integrazione sociale (l’italiano, magari ‘colto’, letterario) se non negandosi. Il linguaggio dell’estraneità alla storia è il dialetto, soprattutto se letterariamente inusitato, privo di tradizione. E la sua assunzione letteraria non in purezza, ma in un impasto ibrido realizzato sotto il suo segno, è documento dell’ascendere dei soggetti sociali che ne sono gli utenti abituali all’autocoscienza storica, e di quel dialetto stesso a dignità di lingua, attraverso la mediazione di un intellettuale (di uno scrittore) che in quella realtà antropologica e linguistica si riconosce (riconosce le proprie radici) nel momento stesso in cui se ne distanzia criticamente (ne riconosce e sancisce l’alterità irrisarcibile)”.

(*) La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 novembre 2010

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