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IL DOMINIO DEGLI AFFARI
SULLA DIFFUSIONE DELLE LINGUE

Una nuova geopolitica 2.0 controllata dai colossi sul web

FLAVIO ALIVERNINI (*)

Le strade che portano al successo o alla sconfitta di una lingua nel mercato globale delle parole passano dai due miliardi di utenti Internet. Online gli idiomi crescono, si riproducono e muoiono, proprio come organismi viventi e le dinamiche che regolano questo processo evolutivo sono guidate dalle stesse logiche dell’economia capitalistica. Dall’inglese al cinese fino all’arabo, sono le lingue del business a essere dominanti in Rete. Translated, società italiana di traduzioni con 24 mila clienti (fra cui la Commissione europea e il colosso informatico Ibm), con l’ausilio di Google, ha elaborato il T-Index, un indice statistico che assegna a ogni Paese nel mondo una quota potenziale di mercato «linguistico», utile alle imprese per scegliere gli idiomi in cui tradurre la propria offerta di beni e servizi. Una sorta di catalogo commerciale delle lingue che le aziende devono tenere in conto se vogliono competere in un giro d’affari internazionale — quello dell’e-commerce — che il Boston Consulting Group vede crescere a 4.200 miliardi di dollari l’anno entro il 2016.

Il capitalismo linguistico 2.0 sta ispirando un meccanismo di selezione artificiale degli idiomi che porterà alla moltiplicazione di quelli dal più alto ritorno di investimento, con la conseguente marginalizzazione delle lingue meno tradotte. Il darwinismo digitale è inesorabile? Forse no, ma è certo che i linguaggi dominanti sono destinati a prendere tutto lo spazio creato da Internet. «Alcuni idiomi rari stanno scomparendo dalle liste di traduzione — ammette Marco Trombetti, ceo di Translated —, mentre tra quelli imperanti le carte si stanno rimescolando: il cinese insidia l’inglese e i Paesi emergenti come il Brasile, la Russia, e la Turchia crescono in maniera vertiginosa». E l’italiano? «Perde posizioni — risponde Trombetti — perché è naturale che un imprenditore che vuole lavorare con l’estero punti su molte altre lingue prima di prendere in considerazione la nostra».

Secondo l’Unesco un idioma su due scomparirà entro la fine del secolo: ogni quindici giorni il pianeta ne consegna uno all’oblio. E tra le cause c’è anche l’incapacità di adattarsi alle sfide tecnologiche della globalizzazione.

Noam Chomsky, intervistato dalla «Lettura», invia da Boston un messaggio agli italiani, poco consapevoli — secondo il linguista — di quanto il problema degli idiomi in via d’estinzione li riguardi molto da vicino: «Mentre l’attenzione di studiosi ed esperti è concentrata sulle società aborigene, voi stessi state comprendendo sulla vostra pelle che cosa significhi perdere un idioma. In Italia i dialetti stanno scomparendo, come è già accaduto altrove in Europa». Il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale ricorda che «perdere una lingua significa rinunciare ai valori della tradizione e della memoria storica». Una perdita irreparabile: «Ogni linguaggio — continua Chomsky — fornisce le intuizioni, uniche nella natura delle facoltà mentali, che sono alla base dell’esistenza umana».

Tuttavia lo storico della lingua Luca Serianni rassicura sulla tenuta della lingua di Dante: «Fra le lingue a rischio di estinzione non compaiono quelle degli Stati nazionali europei, come l’italiano, ma nemmeno l’albanese o il basco. Sono lingue ancora usate in Asia, in Africa o in America, sebbene con un numero assai ridotto di parlanti».

L’italiano non è una lingua in pericolo d’estinzione. Ma se un giorno lo diventasse, magari proprio a causa dello scarso utilizzo online, a chi potrebbe chiedere aiuto? Paradossalmente, proprio ai suoi carnefici. A Google per esempio, che qualche settimana fa ha lanciato «Endangered Languages», un progetto per salvare le lingue in via d’estinzione in tutto il mondo. Su www.endangeredlanguages.com gli utenti potranno contribuire alla creazione di un archivio linguistico pubblico, consultabile e aggiornabile online, con l’idea che un file audio o un testo scritto possano rinvigorire culture e idiomi altrimenti destinati a morire.

Partner del colosso di Mountain View per il progetto è l’Endangered Language Alliance (Ela) di New York, che si occupa di rivitalizzare le tradizioni idiomatiche delle comunità migranti. Il linguista Daniel Kaufman, fondatore e codirettore di Ela, spiega: «È necessario stimolare una nuova consapevolezza nelle giovani generazioni a partire proprio da Internet. Per la prima volta un operatore globale utilizza la tecnologia per arginare la morte dei codici linguistici. L’idea è creare un altoparlante per le lingue minacciate, che possono in questo modo diffondersi e rimbalzare da un computer all’altro. Chiunque può caricare un video o un file audio arricchendone la documentazione pubblica». Ma la filantropia non è certo l’unica motivazione che ha spinto Google al progetto «Endangered». Frédéric Kaplan, direttore dell’Humanities Lab dell’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna e autore de La Métamorphose des objets (Fyp Editions) sottolinea: «Il progetto è in linea con la visione economica di Mountain View: l’obiettivo di Google è accumulare capitale linguistico per poi, successivamente, monetizzarlo. Larga parte dei profitti dell’azienda, infatti, derivano proprio dal commercio dei lemmi,messi all’asta in fase di indicizzazione. Tutelare la diversità linguistica significa avere più parole da vendere e dunque un ampliamento del mercato globale che Google ora domina, quasi senza concorrenti. Al contrario, le perdite linguistiche potrebbero determinare miliardi di dollari di ammanco nel suo bilancio. Attraverso i vari servizi, poi, — Google translate, Google docs e Gmail — il motore di ricerca continua ad affinare i suoi modelli linguistici, acquisendo parole, e controlla i movimenti semantici online».

A proposito del doppio volto del capitalismo linguistico 2.0, viene in mente che per descrivere il carattere ambivalente della parola «dono» gli antropologi si affidano proprio all’etimologia. La parolagift in inglese significa «regalo» mentre per i tedeschi «veleno». Per qualsiasi dubbio, verificare su «Google translate».
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(*) Corriere della Sera, 5 agosto 2012

 

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