Libri

CINQUANTA SFUMATURE DI AVANA
Angelo Veglia

PASQUALE ALLEGRO (*)

Il grande vantaggio di vivere all’Avana è che impari di nuovo a piangere e ridere allo stesso tempo, invecchiare e giocare, camminare in senso contrario, perdersi e ricominciare. Vuoi mettere il caldo che si insinua in mezzo alle pareti dei palazzi verdi rosa e claudicanti, gli scaffali dei supermercati troppo vuoti o troppo pieni di un solo prodotto, e poi sigari e rum, un goccio qua e là e il cielo libero eppure striato di cavi elettrici, musica ovunque come se tutto il senso della vita passasse dall’anima alle note, e intanto il mare attorno dove si perdono i sogni. Il sogno di partire per l’America, ah lì sì quanta libertà c’è, altro che, i palazzi grattano il cielo, ma dove li trovi i colori dell’isola, nessuno può resistere ai colori di Cuba, ti nutrono di sensazioni e di illusioni, persino le auto t’abbagliano tra ruggine e lamiere a tinte forti.
Così come non ha saputo resisterle Angelo Veglia che lì ha vissuto trascinato dalla vita e che in questo libro ci offre la narrazione di un soggiorno tutto particolare, come di chi si ritrova capace di riscoprire il nuovo, come di chi è riuscito a occupare uno spazio bianco in mezzo a tutte quelle sfumature di colore. Un reportage quasi, ma romanzato e dal ritmo irresistibile insieme a un ricorso continuo e partecipato all’ironia, e in mezzo i valori della demagogia castrista, tutta imbevuta di patria e famiglia, dove tutto quello che non vibra di sangue cubano deve consumare e consumare, celebrando la calma e l’eccitazione sempre in modo eccessivo.
Angelo Veglia ci fa scoprire il paesaggio nascosto dell’Avana, quello che c’è ma non si vede, che poi è il momento in cui L’Avana si mostra davvero, il suo volto autentico, e attende con la scrittura che la vita dei personaggi che incontra faccia il resto, scoprendo di sentirsi immerso in quella terra fino alla radice: il viaggio è un percorso interno anche se il corpo scorre in superficie, emozione dopo emozione. Il viaggio è sentirsi pienamente pronto a vivere il giorno più bello di sempre nel paese straniero in cui ci si trova, pensare il viaggio con l’arte dentro, come fanno gli scrittori, e quando arriva la nostalgia ricorrere al racconto, al privilegio di disporre di uno sguardo incantato. Di certo gli occhi hanno molte capacità, ma soprattutto quella di consegnare alla memoria il ritratto di un paese lontano, perché nessun viaggio può essere raccontato da quello che gli altri osservano. A che serve scoprire la poesia o farsi cullare da una melodia se a Cuba non hai visto il mare riconciliarsi con le isole che emergono in cristalli?
E se questa sensazione serve a sentirsi vivo che venga pure il pericolo, come in questo racconto al limite del grottesco, del divertissement, in cui colpisce la capacità dell’autore di narrare semplicemente la pietra fuori posto e qualcuno che vi inciampa e definirla avventura, le notti che vanno a fuoco attorno a uomini e donne che si aggrappano al poco che hanno e altri che si sprecano all’ombra del sole nella sensualità dei corpi, la Revolución stipata negli autobus affollati, i chioschi di birra e di chitarre allegre, la spiaggia chiara e le case color pastello.

Ma la cosa più strana dei percorsi è che a volte succedono, si incontrano tanta gente e tante vite, perfino un po’ di passato, tutto quello che un giorno hai perduto pare ti porti lì, in un mondo che non è tuo eppure in qualche modo t’appartiene, gli spazi che non riempi nella tua vita un giorno o l’altro li racconterai, è la grammatica del viaggio. 

(*) Prefazione del libro "CINQUANTA SFUMATURE DI AVANA. Una città immaginata, o forse no, all’epoca di Fidel, Obama e Trump". A cura di Marcela Filippi Plaza. Talos Edizioni

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