Libro

MEGLIO CHE LAVORARE
di Michele Brambilla

Si può ancora ripetere, ai tempi di Internet, la fatidica battuta di Luigi Barzini jr. sul mestiere di giornalista, Sempre meglio che lavorare? Michele Brambilla ne è convinto al punto da intitolare così il suo nuovo libro appena edito da Piemme. Una scelta di ottimismo che si pone fuori dalle giaculatorie oggi molto in voga sulla fine della carta stampata.

Brambilla, giornalista che abbiamo avuto come compagno di redazione — al Corriere d'Informazione nel lontano 1979, alla cronaca di Milano e alla redazione cultura del Corriere della Sera — rivelò pienamente il suo talento sedici anni fa con un libretto molto documentato, L'eskimo in redazione. Quando le Brigate rosse erano «sedicenti », che metteva a nudo vezzi e soprattutto bugie di un giornalismo accecato dall'ideologia. In Sempre meglio che lavorare troviamo lo stesso anticonformismo ma mitigato dal tono a volte scanzonato a volte affettuoso a volte ironico di chi ha deciso di raccontare la propria esperienza in prima persona. Troviamo così tutta una serie di personaggi che abbiamo conosciuto nella lunga pratica di redazione: c'è il mago della cresta (sulle note spese), il mobbizzato, l'innominabile (per via di alcune proprietà che inducono i deboli di nervi a gesti apotropaici), il sindacalista in servizio permanente effettivo che ha organizzato tante assemblee e scritto pochi pezzi. C'è poi «il grande inviato», sorta di sacerdote della notizia sempre pronto a vantarsi ma restio a partire per destinazioni nelle quali non sia accolto da un albergo a cinque stelle.

Fortunatamente nella nostra storia non rientrano soltanto queste macchiette tratte pari pari dalla realtà, ma ci sono una serie di personaggi che Brambilla, 49 anni, ha incontrato in oltre trent'anni di attività, avendo cominciato a lavorare come corrispondente da Monza quando aveva ancora i pantaloni corti ed essendo passato, dopo diciott'anni di Corriere, a dirigere La Provincia di Como, per andare a Libero con Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti come vicedirettore, ruolo che oggi ricopre al Giornale. Lasciamo al lettore di questo bel libro scoprire i giudizi che Brambilla dà dei direttori e dei tanti colleghi illustri con cui ha lavorato, da Paolo Mieli a Ferruccio de Bortoli, da Arnaldo Giuliani a Ettore Botti, capocronisti che hanno lasciato il segno. A noi preme sottolineare la cifra del giornalismo di Michele Brambilla, fatto di ricerca dei fatti, amore per lo stile chiaro, coraggio di andare controcorrente.

Fra le tante firme di cui Brambilla scrive, tre sono i nomi che a nostro avviso più gli corrispondono e sono non a caso tre corrieristi. Perché chi è stato al Corriere ce l'ha nel cuore tutta la vita. Vittorio Feltri con il suo giornalismo fortemente orientato, Indro Montanelli con la sua passione per la storia e il suo tratto alla mano, Giovannino Guareschi, genio della Bassa snobbato dalla critica che ebbe il coraggio di dire: «sono un reazionario, postero mio diletto». E non certamente perché fosse dalla parte dei padroni. C'è un altro personaggio cui crediamo l'autore sia molto legato proprio per le sue scelte vere, lontane dal circolo chiuso degli intellettuali che si credono il sale della terra. È una donna: Susanna Tamaro, che Brambilla ha intervistato tante volte e di cui ama lo stile e condivide la scelta religiosa. La Tamaro non compare nel libro soltanto perché non è una giornalista. È invece presente un'altra donna, Oriana Fallaci, alla quale è dedicato un capitolo, al pari di Enzo Biagi e Dino Buzzati. Montanelli invece di capitoli ne occupa tre. E non soltanto perché è stato il più grande, ma perché Brambilla con lui ha collaborato per la pubblicazione di alcuni libri: una riedizione del Generale Della Rovere e l'ultima raccolta delle Stanze. E poi perché ha realizzato con lui una serie di interviste, tra cui una lunghissima nel 1999 in cui Montanelli raccontò tra l'altro di come, inviato dal Messaggero in Spagna per raccontare l'eroismo delle nostre truppe, fu richiamato d'urgenza in Italia, licenziato in tronco ed espulso dall'albo: non era riuscito a rinunciare al gusto per la verità e aveva scritto che la mitica battaglia di Santander non era avvenuta, o meglio era stata per le truppe italiane «una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo».

Di pari intensità sono le pagine sulla fuga da San Vittore, in cui vengono chiariti tanti presunti misteri, e sulla fede di Montanelli, razionalista con la voglia di credere. Vale la pena leggere il libro di Michele Brambilla, anche per il suo valore testimoniale. (Pubblicato dal Corriere della Sera e segnalato il 05.03.08 nel Corrieredellasera.it)

DINO MESSINA

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SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE. Il mestiere del giornalista

di MICHELE BRAMBILLA

Editore Piemme (2008)