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LUDOVICO FULCI

  • 10 DOMANDE SULL'EUROPA

    data: 03/12/2018 13.45

    Nella storia italiana è stata posta una questione detta questione meridionale, che ha appassionato, specie in tempi ormai andati, vari studiosi, coinvolgendo anche il mondo politico, sia pure con scarsi risultati. Noi oggi in Europa vogliamo, capovolgendo il rapporto, parlare di questione settentrionale.
    Il Nord Europa è stato fino ad almeno il Settecento, cioè fino all'illuminismo e a Goethe, un luogo remoto, inospitale e culturalmente “arretrato”. Quindi all'improvviso è balzato al centro dello scenario politico-culturale del Vecchio continente.
    Tutto ciò premesso, su questa questione, è parso opportuno formulare un Questionario da rivolgere a tutte le forze politiche del nostro Paese. Ecco di seguito le domande: 
    1. Che rapporto c'è, se c'è, tra un'inversione di rotta che ha capovolto in Europa il rapporto Nord Sud, con quella questione meridionale che si è tradotta nella considerazione comune con la “scoperta” di un Sud povero e arretrato?
    2. Perché l'unità d'Italia s'è progettata e realizzata guardando tutti al Piemonte invece che a Napoli?
    3. È stato quel processo un processo mitteleuropeo, che ha spostato verso Nord l'asse politico – economico di tutta l'Europa?
    4.La caduta dell'impero austriaco e la nascita di un impero tedesco è un fatto legato a risorse economiche prima ignorate nel Nord Europa o alla scoperta che al Nord fosse diventato possibile sfruttare il grande serbatoio delle ricchezze del Sud mal gestite a livello locale?
    5. Che cosa è oggi l'Europa se non il continente posto a Nord dell'Africa?
    6. Chi sta spogliando l'Africa delle sue immense ricchezze naturali?
    7. Chi fu il regista della spartizione del Continente Nero?.
    8. Che cosa accadrà quando il Sud sarà finito e non ci sarà più un Sud da sfruttare?
    9. Nell'immediato quali sono i rischi che il Sud Europa diventi un'area del Nord-Africa a cui demandare il compito di convogliare verso Nord le risorse economiche di quel continente, a cominciare dalla mano d'opera?
    10. Italia, Spagna e Grecia resteranno insomma in Europa? O nascerà un'Europa di serie B, cattolico-ortodossa che comprenda anche la Turchia e altri stati minori del Mediterraneo? 

  • SCRITTORI E DEONTOLOGIA

    data: 18/11/2018 22.34

    La conoscenza dei propri doveri varia a seconda dell'identità che la persona riesce a darsi nella sua attività lavorativa. Quanto più questa richiede competenze e capacità specifiche, tanto più articolato e complesso si fa il nostro mondo morale.
    Nel mondo moderno la deontologia professionale è un momento chiave della crescita morale dell'individuo. Se la morale diffusa soccorre le esigenze di chi si dedica a un lavoro inteso essenzialmente come fatica, chi, grazie al proprio lavoro può in qualche modo “giocare”, appassionandosi a quel che fa, scopre facilmente che la morale comune può conoscere eccezioni e deroghe. Io credo che tutto questo accada perché chi, svolgendo un lavoro, si ponga problemi di deontologia professionale sfonda la parete divisoria tra morale e politica, per come machiavellicamente i due campi erano stati distinti. Il punto è che l'attività lavorativa, quanto più si accompagni alla consapevolezza del ruolo sociale, tanto più si fa pubblica e perciò politicamente rilevante. Né importa se la dimensione “politica” sia la corte di Versailles o il casino dei nobili di Bronte di cui ragiona fuggevolmente Verga in Libertà.
    Va qui detto che veramente Giovanni Verga, così prudente nel far sue certe implicazioni ideologiche del verismo, così fedele alla classe sociale di appartenenza a cui lo lega, a parte la nascita, anche e soprattutto l'attività di scrittore, è uno dei pochi intellettuali del secondo Ottocento ad avere una singolare attenzione alla deontologia professionale.
    Voglio dire che, mentre medici, avvocati, ingegneri hanno maturato abbastanza rapidamente una visione latamente deontologica della loro professione, l'intellettuale-tipo, vale a dire lo scrittore, il filosofo e il giornalista, hanno, salvo le dovute eccezioni, “giocato” un po' da bravi funamboli su questa corda, badando a non smettere l'abito dei moralisti. “Moralista” vale qui nel senso di chi, rifacendosi con poca fantasia alla morale corrente o a timide trasgressioni di essa, accolte nell'immaginario collettivo come atti di coraggio, racconta storie, illustra prospettive di vita e di pensiero, vive la sua vita professionale avendo cura di mantenere una certa rispettabilità e in qualche caso una certa autorevolezza. Mi riferisco – come credo si sia già intuito – alla realtà italiana. Né Russell, né Popper, né Joyce, né Camus e neppure quel narcisista che fu Hemingway meritano un rimprovero del genere. Meno ancora James, Wittgenstein o Bergson o ancora Gide, Kafka o Mann. L'intellettuale italiano è invece un intellettuale “organico” o “integrato”, spesso più di quanto non lo sia un pompiere o un infermiere che si dedichino al loro lavoro per autentica passione. Ed è qui il punto: il pompiere e l'infermiere che svolgano con coscienza il proprio lavoro sviluppano una deontologia professionale che li pone di fronte a problemi concreti, davanti ai quali la retorica e del bene e del male, dell'egoismo e dell'altruismo crolla paurosamente. A questo punto è lecito domandarsi come possa riconoscersi in certi commenti a romanzi anche famosi, tutti pieni di moralistici slanci, chi sa che salvare una vita umana in mezzo al traffico di certe vie di Roma tra le cinque e lei sei del pomeriggio è tanto più difficile quanto più urgente è l'intervento. La prima volta piangi, la seconda t'arrabbi, la terza capisci che tu non c'entri: si fa quel che si può.
    Che l'intellettuale non abbia problemi del genere, che non conosca la rassegnazione, il compromesso, che anzi si sdegni aristocraticamente denunciando i mali del mondo come se non lo toccassero è un'ipocrisia. C'è chi si rifugia in Platone, ignorando che anche Platone potesse avere problemi del genere. Il processo a Socrate pesò sulla sua coscienza quanto su quella di tutti gli ateniesi della sua generazione, anche se la tradizione vuole che il buon Platone, che era ricco, mettesse a disposizione i suoi beni per riscattare la vita del maestro, consentendogli la fuga.
    In certi equivoci, insomma, mi pare che alcuni siano affondati con quasi tutte le scarpe. Mi riferisco in genere a quanti, scrittori di successo, hanno legato il proprio nome a certe cause più o meno appassionatamente difese nel nome di un principio morale. I nomi sono tanti e preferisco non farli. Essi appartengono al variegato mondo della cultura che ha mancato in Italia di stabilire col pubblico dei lettori un dialogo vero, preferendo invece parlare da un pulpito, che è per me un esempio di cattivo gusto. Sarebbe giusto invece che l'intellettuale, a contatto del pubblico, facesse capire chi è veramente, riuscendo così a sfruttare al meglio le sue potenzialità, consentendo al pubblico di affinare il proprio gusto e il proprio senso critico, col risultato di una crescita culturale che interessa tutto un paese. E qui un paradosso: l'intellettuale del Cinquecento aveva una deontologia professionale assai più spiccata dell'intellettuale d'oggi. Vedi un palazzo del Rinascimento dall'esterno e indovini la distribuzione degli ambienti all'interno. Vedi un dipinto di Raffaello e scopri che è lui stesso a indicarti a quali regole si sia attenuto nel comporre il quadro.
    Non dico che l'intellettuale debba parlare delle miserie che sono dietro i premi letterari e le giurie, o di aspetti prettamente tecnici dell'arte letteraria. Desidero però che un romanzo sia scritto bene, che è poi la differenza tra i Promessi sposi di Alessandro Manzoni e i romanzi storici di Massimo d'Azeglio che sapeva cavalcare, tirare di scherma, dipingere, scrivere ogni cosa che faceva era fatta bene ma non metteva in quel che faceva la passione del suocero che aveva assai più deontologia professionale di lui, tant'è che fece solo lo scrittore.
    Di tutto questo non avrei ritenuto opportuno discutere se la mancata deontologia professionale dell'intellettuale nostrano non avesse contribuito a un progressivo venir meno di una deontologia professionale in tanti campi, dall'avvocatura alla medicina, per arrivare a qualsiasi attività possa richiedere una qualche professionalità. Come prendersi cura della manutenzione di un ponte...
    Il punto è che c'è in Italia la convinzione diffusa che l'intellettuale abbia come una missione da compiere che consisterebbe nell'informare e nel condurre gli altri a riflettere sui problemi della vita e dell'esistenza umana, offrendo magari una prospettiva di riscatto e di liberazione. Il tutto discettando in astratto.

    Questa visione, che è vagamente settecentesca, è completamente inadeguata ai tempi d'oggi quando i popoli chiamati a decidere del loro destino, almeno stando ai principi democratici ispiratori dello stato moderno, dovrebbero essere messi in condizione di comprendere per quali vie i cittadini si relazionano alle istituzioni. Siamo al punto che, per risolvere i problemi della scuola, si fa tanta ma davvero tanta pedagogia. Ci sono professori di matematica e di inglese che di pedagogia ne sanno tanta, da uscirgli proverbialmente dalle orecchie. Il punto dolente è che non conoscono bene gli uni la matematica, gli altri l'inglese.             

  • L'EUROPA DEGLI ITALIANI

    data: 06/11/2018 12.40

    L'Europa è una realtà, che è nei fatti. Questi fatti sono la progressiva riduzione delle distanze geografiche, che le vie e gli strumenti di comunicazione hanno ridotto fin quasi ad annullarne gli effetti. In poche ore raggiungiamo città un tempo così lontane da essere luoghi di fiaba, inoltre sappiamo quel che succede a Parigi o a Norimberga qualche minuto dopo che il fatto è accaduto. Tutto questo crea obiettivi comuni che tutti i paesi europei devono darsi se vogliono veramente affrontare e risolvere i problemi dell'economia, dell'ambiente, della difesa militare, della tutela della salute. Sono problemi ormai indifferibili e che nessuno stato appartenente all'area europea può pensare d'affrontare indipendentemente dagli altri.
    Quelle indicate, alle quali potrebbero aggiungersene altre di minore importanza, sono solo le principali questioni che attualmente si pongono nei consessi internazionali del Vecchio Continente. Sono in fondo le ragioni per cui pubblicazioni ormai storiche come “Le monde diplomatique”, “Internazionale” e “Limes” sono riuscite a conquistare un notevole numero di lettori che se non sono qualificati, tengono a qualificarsi.
    D'altro canto che senso ha stare in Europa senza portare nella nuova casa comune il meglio di quel che si possiede delle proprie risorse morali e intellettuali?
    Non ci si può lasciar condurre con pigra rassegnazione dagli altri in un momento in cui si deve essere al contrario attori responsabili e coscienti di un'operazione volta al miglioramento delle condizioni di vita sia nostre, sia delle generazioni future. Ed è questo un compito che spetta a tutti i governi degli stati europei, essendo ciascuno di essi ricco, oltre che di risorse economiche, anche di memoria storica, di talenti, di rinomanze giustamente guadagnate nel tempo.
    La lotta paziente e costruttiva dev'essere contro ogni tentazione egemonica. L'Europa è uno dei più ricchi angoli del mondo, composto da paesi che sono fra i più ricchi della Terra. Un'egemonia di qualunque natura che volesse trasformarsi in egemonia politica sarebbe la fine dell'Europa e un ridursi delle grandi potenzialità che ha uno spazio geopolitico contenuto in un'area non tanto vasta ma di un'impressionante varietà dal punto di vista culturale.
    Che cosa sono io in condizione di fare? Questa è la domanda che dovrebbe porsi ogni stato della comunità europea mettendo ciascuno a disposizione il proprio talento. Se però non ci si fa avanti nessuno si ricorda di noi, né possiamo noi da soli mettere a fuoco le nostre reali capacità. Son cose queste che emergono da un confronto che fin qui nessuna intelligenza politica ha avuto la lungimiranza di promuovere.
    Ci sono gare sportive e festival internazionali soprattutto di cinema ma tutto questo è troppo poco perché le varie nazioni siano a turno poste nella condizione di mostrare la propria creatività.
    Un fatto obiettivo è che l'Italia possieda il più ricco patrimonio artistico esistente al mondo. Un patrimonio che è sempre meno sfruttato, se è vero che il turismo nel nostro paese ha conosciuto delle flessioni non allarmanti ma preoccupanti, costituendo il turismo la voce fondamentale della nostra economia.
    Diventando l'Italia Europa i suoi confini si ampliano. Come da più punti di vista Firenze ha guadagnato qualcosa trasformandosi, dopo l'Unità, da capitale di un granducato in città d'arte italiana, la stessa cosa può accadere quando importanti centri culturali (come Bologna o Napoli), religiosi (come Assisi), artistici (come Pompei o Venezia), industriali (come Milano) si relazionano all'Europa intera. Va da sé peraltro che sono i fiorentini i bolognesi i napoletani gli assisiani, i veneziani a doversi muovere per primi senza limitarsi a creare gemellaggi internazionali che restino lettera morta. 
    Tra italiani ce lo possiamo dire: bisogna evitare che si compiano con l'Unità d'Europa gli stessi errori che a suo tempo si fecero con l'Unità d'Italia. Due processi politici inevitabili, per cui se allora il Sud pagò suo malgrado fu anche perché si aggregò con un ritardo di dieci anni a un corpo politico e amministrativo preesistente che celebrò la Spedizione dei Mille come sottile operazione politico-militare e non come conquista della libertà da parte delle popolazioni meridionali, dandosi a queste il benvenuto nel Regno d'Italia. E' il guaio di lasciarsi liberare dagli altri, invece che da sé. Perché altrimenti il piano Marshall, con tutti gli equivoci che comportò? Il Liberatore, che si tratti del Piemonte sabaudo o degli Stati Uniti d'America, reclamerà sempre il conto. Fortunatamente, per quanto riguarda l'Europa, l'Italia è tra le Nazioni che per prime pensarono a un'Europa Unita. Questo però non basta a farci stare tranquilli. E allora che fare?
    Tenere le ricchezze tra la spazzatura è vizio di chi ha ricchezze in esubero. Un incidente che può capitare a un grande gioielliere, come perdere un pietra preziosa, finita chissà dove, è un incidente che difficilmente accadrebbe nella casa di un impiegato pubblico. Se si riportassero alla luce tutti i tesori d'arte presenti nel paese, molti dei quali nascosti, dimenticati, dispersi, rubati, gli italiani aprirebbero gli occhi su una realtà: l'impossibilità di gestire un patrimonio tanto ingente. Tanto vale allora investire su una parte di esso mettendolo a disposizione dell' UE, e in cambio ottenere un abbattimento del debito pubblico nazionale. Sarebbe già un ottimo risultato se, per tale via, riuscissimo a cancellare gli interessi che, accumulandosi nel tempo, impediscono di fatto la riduzione del debito stesso.
    L'idea sarebbe allora questa o qualcosa che a questa somiglia. Il turista che viene in Europa dagli USA, dall'Australia, dall'Asia e vuole entrare a contatto con la civiltà europea,  potrebbe iniziare il suo giro turistico o dal presente e andare a ritroso nel passato, o nel passato e andare avanti fino al presente, notando come la nostra cultura sia una cultura dell'accumulo delle memorie storiche, aspetto che la caratterizza. Si tratterebbe dunque di fissare due mete fondamentali dove collocare due grandi poli museali, l'uno d'arte e civiltà preistorica e antica, l'altro d'arte e civiltà contemporanea. La Banca Centrale Europea, chiamata a realizzare il progetto, a gestire l'operazione, acquisirebbe i tesori d'arte e al progetto potrebbero concorrere tutti i paesi europei, ciascuno mettendo a disposizione le opere d'arte e di civiltà che vorrà cedere. Spagna, Portogallo, Grecia aderirebbero sicuramente a un progetto di questo tipo e l'Italia si prenderebbe il merito morale d'aver compiuto il primo passo in tale direzione. Un passo significativo anche perché è tale la qualità e la quantità del nostro patrimonio artistico-culturale da non avere competitori nel campo.