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LUDOVICO FULCI

  • CONDANNA O ASSOLUZIONE
    MA NON GIUDIZI SOMMARI!

    data: 19/02/2019 17.10

    C’era una volta il processo sommario, per cui su due piedi e sulla base di una tesi accusatoria, alcune persone erano condannate a pene anche dure, anzi durissime, come la pena capitale.
    Oggi in Italia si ricorre all’assoluzione sommaria, perché è “logico” che un ministro non possa agire altrimenti che nell’interesse dello Stato. Un ministro è “responsabile”, per definizione, non perché generosamente appellandosi all’opinione pubblica, mostra il petto, quasi dicesse “sparatemi, se ardite fare tanto”. In questo senso è pleonastica tanto l’affermazione di Conte quanto quella di Di Maio circa la corresponsabilità con Salvini. Tutto questo è già nei fatti e se non lo fosse stato nessun magistrato avrebbe chiesto l’autorizzazione a procedere. Mi permetto di far osservare una cosa. L’on. Salvini è senatore, ma non è nella sua qualità di senatore, non è per un eventuale abuso di potere che come senatore si sarebbe arrogato che gli si chiede di rispondere del suo operato. Se si fosse trattato di Conte, che non è né deputato né senatore, quale procedura si sarebbe dovuta seguire? Sicché, stando alla logica, un comune cittadino avrebbe potuto auspicare che il ministro caldeggiasse lui un’autorizzazione a procedere, d’accordo con tutti gli esponenti del suo partito, tutti desiderando far piena luce sui fatti. A parte queste disquisizioni teoriche, ammetterò un mio limite.
    Io non sono così intelligente da saper cogliere la verità profonda che probabilmente si nasconde nell’affermazione che 177 persone disarmate, tra cui donne e bambini, possano costituire un pericolo all’integrità territoriale dell’Italia, al punto da invocare la difesa dei confini della patria, come intento da perseguirsi per impedire loro lo sbarco.
    Vorrei che questa cosa mi fosse spiegata, visto che non la intendo. E mi pare che, nell’interesse di altri che come me hanno per loro disgrazia la testa dura ma desiderano capire come stanno le cose, si desse a chi vuol difendere le sue posizioni, di dare l’occasione per farlo.
    Sono contrario ai giudizi sommari, comunque siano, di condanna o di assoluzione. 
     
     

  • IL CONCORDATO, 90 ANNI FA
    PERCHE' FU ANACRONISMO

    data: 10/02/2019 21.27

    E' un fatto: quando l’11 febbraio 1929 si sedettero per la firma dei patti lateranensi il rappresentante del governo italiano e quello della Santa Sede, si rialzarono a cose fatte, il rappresentante del governo italiano e quello dello Stato della Città del Vaticano. Nella storia politica della Chiesa cattolica il fatto valse una vittoria. Ma quanto autentica fu poi quella vittoria?

    Non nasconderò che questo fatto storico mi impedisce di professarmi cattolico. Sono infatti convinto che la fine del potere temporale sancisse una qualche pacificazione tra la monarchia papale, sostanziale emanazione del potere del collegio cardinalizio, e il popolo di Roma composto in gran parte di semplici fedeli. E dire che non erano mancati autorevoli intellettuali che avevano attirato l’attenzione sull’anacronismo di un governo alla cui guida si ponesse il capo spirituale di una religione.
    Nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni si legge il rimbrotto che il Cardinal Borromeo rivolge a quel mediocre curato che nella finzione romanzesca è don Abbondio, il quale, tra le altre cose, si sente dire: “Non sapevate voi che l’iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e lo spavento altrui?”.
    E' dai tempi della rivendicazione di quel potere da parte di Pio IX che tanti cattolici, ossequiosi di nient’altro che dell’autorità d’un principe, si sono da fedeli trasformati in creduli, e – spaventati - hanno ritenuto che ci fosse un qualche diritto da parte del papa a rivendicare un potere temporale purché fosse. L’ esercizio di un tale potere è per me incompatibile con un potere autenticamente spirituale e poco conta che il territorio dello Stato della Città del Vaticano si limiti a quattro o cinque palazzi storici del centro di Roma. Se all’epoca in cui il nuovo Stato rinacque, cioè nel 1929, era opinione diffusa di quanti si occupavano di “dottrina dello stato” che il territorio fosse un elemento fondamentale, oggi lo Stato della Città del Vaticano è riconosciuto dall’ONU e non è meno influente, sul piano delle relazioni politiche, di quanto lo siano altri piccoli enclave che, per essere dei paradisi fiscali, molto incidono sulla politica internazionale.
    Il laicismo, voglio dire, non è una conquista dell’agnostico o dell’ateo, è una conquista del fedele che finalmente impara che la sua scelta di restare nel mondo non nasce necessariamente dalla viltà di non sentire la vocazione al sacerdozio. Tale scelta nasce, al contrario, dal coraggio di riconoscere che non tutti siamo fatti per abbandonare il secolo e che anzi nel secolo possiamo essere utili, senz’altro più di quanto nel chiostro non fosse quel miserello di don Abbondio, che avrebbe fatto assai meglio a non prendere i voti. Se invece che alla cura delle anime si fosse dedicato a qualsiasi altra onesta attività, si sarebbe reso più utile agli altri e a se stesso.
    Corollario di questo “teorema” è che c’è una dignità in tutti noi e, se il credente farà bene a sentire un senso di rispetto per chi veste l’abito religioso, non dovrà però cedere, credulo e spaventato, all’idea che a lui manchi qualcosa. A parte il fatto che la “chiamata” può arrivare in qualsiasi momento della nostra vita, chi non la sente ha comunque un merito che è quello dell’onestà verso se stesso.
    Concludendo, quando novant’anni fa si istituì lo Stato della Città del Vaticano si fece torto più che ad agnostici, atei e indifferenti, a quei fedeli che più responsabilmente di altri desideravano vivere e testimoniare liberamente la loro fede, senza essere né creduli né spaventati, ma ricchi di un entusiasmo che tutti dobbiamo rispettare. 

  • SALVINI SALVA LA PATRIA?

    data: 31/01/2019 10.37

    All’accusa di non aver soccorso dei minori in pericolo, l’attuale ministro degli interni ha risposto dicendo d’aver impedito lo sbarco ai profughi per salvare i confini della patria. Ora, se c’era pure da porre in discussione il capo d’accusa, sono le scuse del ministro, cioè gli argomenti da lui addotti contro l’accusa, a lasciare perplessi. Quel che si insinua da parte di Salvini è che i profughi della nave Diciotti, minori compresi, potessero costituire una minaccia alla sicurezza del popolo italiano. Ciò è palesemente falso e ci pare che anche il ministro lo sappia.
    Sono senz’altro più pericolose per gli italiani cose come le zanzare tigri, le trombe d’aria, le alluvioni, le valanghe di neve che uccidono e fanno danni per non parlare della mafia e dell’evasione fiscale. Se queste non sono tutte materie di stretta e diretta o esclusiva competenza del ministro degli interni, è vero tuttavia che, come vice-premier il ministro Salvini potrebbe (= avrebbe da tempo potuto) caldeggiare un’azione coordinata di più ministeri per la soluzione di questi e di altri problemi. In Italia crollano ponti, decine di cittadini muoiono e le autorità competenti si scusano dicendo d’essere all’oscuro della pericolosità della struttura, quasi che non fosse compito di chi amministra avere informazioni aggiornate su cose così importanti.
    Il fatto d’altronde è successo poco dopo che il governo s’era insediato e gli italiani hanno voluto benevolmente chiudere un occhio sull’accaduto. Resta il fatto che, se i terremoti e le eruzioni vulcaniche sono imprevedibili, altre cose lo sono, a cominciare dal fatto che siano senz’altro a rischio abitazioni che sorgono a ridosso di un vulcano. E un governo che voglia risistemare le cose che non vanno avrebbe fatto bene ad attivarsi per scongiurare possibili disastri. Tanto per distinguersi da quanti in passato hanno trascurato problemi che son venuti crescendo nel tempo.
    Ma allora perché prendersela con Salvini? In fondo non è peggiore di altri…
    A guardare le cose con un certo distacco può effettivamente apparire così, ma c’è una piccola cosa che un po’ sgomenta, l’assenza di umorismo e di senso del comico. Senso del comico che fa oggi addirittura rimpiangere i tempi di Giulio Andreotti, quando c’era meno “trasparenza”, ma con un briciolo di fantasia gli italiani arrivavano a vedere quel che a loro non veniva mostrato.
    Adesso siamo ai tiri con effetto e non tutti sono in condizione di parare colpi del genere. Il triste è che c’è da scommettere che nessuno sappia dove la palla possa andare a finire, forse neanche chi l’ha lanciata. 
     

  • INSEGUIRE I REATI?
    MEGLIO PERSEGUIRLI

    data: 16/01/2019 13.27

    E’ normale esser contenti perché la giustizia trionfa e perché una persona, riconosciuta colpevole per delitti commessi anche svariati anni fa, sconta finalmente il suo debito. Resta il fatto, nel caso di Cesare Battisti, al quale ci riferiamo, di un provvedimento tardivo che molto ricorda quello di mafiosi che, latitanti da lungo tempo, vengono assicurati alla giustizia la volta che la “soffiata giusta” consenta alle forze dell’ordine di fare irruzione in “residenze-bunker” a volte a poca distanza da dove risiedono i familiari del boss. Il sospetto (e i sospetti sono legittimi) è che il pericoloso criminale sia assicurato alla giustizia quando non è più in condizione di nuocere.
    Sono trascorsi più di trent’anni da quando, secondo quanto risulta dai processi intentati contro di lui, Cesare Battisti commise i reati che gli sono ascritti. E in questo senso anch’io che rispetto la sentenza di una magistratura che agisce in accordo con le disposizioni di legge, non posso non plaudire all’esito positivo di una “caccia all’uomo” che ha posto fine a una scandalosa latitanza della giustizia in Italia. Finalmente può dirsi, riecheggiando il celebre finale dei Tre moschettieri di tale Alexandre Dumas “giustizia è fatta!”.
    Facendo però i conti con la realtà, due cose vanno, secondo me, prese in considerazione: la prima è che non può ridursi il senso della giustizia a una rivalsa contro chi ha “sbagliato e deve pagare”. E’ dall’Ottocento che la scuola del diritto italiano ha denunciato l’inattendibilità di teorie volte a considerare la pena quale espiazione di una colpa. La società civile si tutela nei confronti di un criminale valutandone la pericolosità e, in ogni caso, avendo cura di spendere delle risorse per la rieducazione di chi si sia macchiato di un delitto.
    Dirò di non credere alla pericolosità di Cesare Battisti, a meno di dover cedere all’opinione diffusa che chi abbia compiuto un reato sia una persona destinata a reiterarlo. Ma non pare che in tutti questi anni Battisti abbia commesso altro reato se non quello di sfuggire alla giustizia (intempestiva?) del nostro paese. Aggiungerò che, a quanto è dato di capire, parecchie risorse sono state impiegate per la cattura di quest’uomo, in un momento in cui sono obiettivamente tante (=altre?) le priorità del paese Italia che possono definirsi pressanti, anche relativamente alla lotta alla malavita organizzata, terrorismo compreso. Va bene aver assicurato alla giustizia un terrorista di quasi quarant’anni fa, ma perché non spendere tutte le energie possibili contro quanti possono al presente nuocere al nostro paese?
    So bene che non poche obiezioni possono farsi a quanto qui sostengo. Ci sono iniziative alle quali non si dà più di tanto pubblicità perché devono restare “segrete” per essere attendibili. Di più: si è data la caccia a criminali nazisti catturati ben oltre i quarant’anni dai delitti commessi. E non nascondo

    La critica fata non va dunque intesa in quanto rivolta al giusto zelo che ha portato al felice esito dell’operazione compiuta dalle encomiabili forze dell’ordine, ma all’efficacia di un sistema che sembra piuttosto inseguire che non perseguire i reati di quanti violano in Italia la Legge. 

  • EUROPA, LA NOSTRA STORIA

    data: 04/01/2019 16.47

    Salire in ritardo su un mezzo di trasporto, carrozza, autobus, treno o aereo che sia, è da sempre una metafora per dire che non bisognerebbe perdere le occasioni che la sorte ci offre. La sensazione che gli italiani rischino di perdere un treno importante, magari perché sbagliano fermata, ci induce a qualche riflessione. Ci riferiamo al treno Europa, sul quale salirono, per poco che ci si sforzi di ricostruire correttamente gli scenari storici, i nostri antenati quando ritennero di dover dar vita all’Italia unita.
    L’unità d’Italia, per quanto realizzata nel modo peggiore possibile, consentì agli italiani di entrare nel dorato mondo della “civile” Europa, quello del progresso scientifico e tecnologico, della scuola dell’obbligo, delle riforme e delle conquiste sociali. Per quanto non manchino oggi critiche a questa definizione di un mondo per più aspetti in crisi, ci pare fuori discussione che l’ingresso nel “concento europeo”, come nell’Ottocento si diceva, faceva delle grandi città italiane centri di produzione e di cultura attivi e intraprendenti. Tutto ciò sarebbe stato impossibile a realizzarsi se, per esempio, il ducato di Mantova o il Granducato di Modena fossero rimasti quel che erano. Ciò significa che non fu un diffuso spirito nazionalistico a promuovere l’unità d’Italia, come pure è stato raccontato, quanto piuttosto la sagacia di un’intellighenzia italiana il cui nerbo era costituito da un’aristocrazia consapevole del rischio d’una crisi e da una acculturata borghesia delle arti e delle professioni. Su questa intellighenzia non agì tanto lo spirito del nascente romanticismo quanto quello di un illuminismo cosmopolita. Il dibattito sul romanticismo e l’assunzione da parte di qualcuno dei principi della nuova corrente letteraria, valsero ad affacciarsi su uno scenario attuale, per non essere respinti, come accadde della Grecia e delle Serbia ai confini remoti di un impero, quello asburgico, destinato a scomparire. Furono insomma la Milano di Manzoni, la Firenze di Vieusseux, la Genova di Mazzini e la Napoli del giovane Pasquale Stanislao Mancini i polmoni dell’unità d’Italia. Agirono qui comitati che riuscirono a tessere tutta una rete di rapporti anche con realtà periferiche alle quali non parve vero affacciarsi, sia pure timidamente, al balcone della grande storia.
    Ciò chiarito, merita ricordare come ancora oggi, un po’ come in passato, i politici si guardano dal parlare apertamente dei problemi reali del paese. Lo si evita per non creare allarmi, ma anche per non perdere credibilità e potere, dal momento che tutte le forze politiche, quale più quale meno, hanno disposto di canali di informazione (e di finanziamento) più o meno occulti. Siamo oggi al punto – ed è questa una critica di cui chi scrive si assume le responsabilità del caso – che buona parte dei giornali e dei giornalisti politicamente schierati, depistano l’opinione pubblica dai problemi autentici che il nostro paese sta vivendo. Né questa vuole essere un’accusa, quanto la presa d’atto di una situazione in parte inevitabile. Se infatti il politico è giustificato da fatti obiettivi, il giornalista lo è in quanto riferisce puntualmente e “fedelmente” circa le posizioni ufficiali che il politico assume. Ma poi spesso, nella maggioranza dei casi, il giornalista evita, perfino nelle interviste, di azzardare interpretazioni “coraggiose”, anche perché queste interpretazioni metterebbero a rischio l’intervista successiva.
    Occorre allora che, bypassando la cronaca politica, qualcuno dica quel che pure va detto. E non è un caso che le cose più interessanti siano dette da coloro che attivamente si occupano oggi di geopolitica. Il rischio che oggi corrono gli italiani è, secondo noi, quello di assecondare, senza accorgersene, il desiderio di chi vuole circoscrivere la leadership d’Europa affidandola a pochi paesi che siano in condizione di disputarsela. Da questa contesa l’Italia è fuori anche come paese che possa offrire un qualche appoggio a un possibile alleato. E’ infatti accaduto che, nel tempo l’Italia ha perso di credibilità e, da paese che prometteva di diventare moderno, ha mostrato il suo vero volto di paese sostanzialmente feudale. Si leggano i commenti dei giornalisti stranieri circa l’avvento al potere di Mussolini spesso presentato quale campione di un italico spirito a cui si adatta la logica del bastone e della carota.
    Ma veramente il fascismo fu un fenomeno endogeno? Inghilterra e Stati Uniti non fecero proprio nulla all’indomani della prima guerra mondiale per far sì che l’Italia non fosse coinvolta in una rivoluzione bolscevica? Che opinione si fecero, finita la guerra di una dinastia regnante giunta con Vittorio Emanuele III al culmine del reazionarismo e dell’inettitudine politica? Che cosa veramente accadde a Versailles, quando al tavolo dei vincitori della prima guerra mondiale l’Italia ebbe un ruolo secondario se non marginale? La linea seguita dagli stati dell’occidente europeo all’indomani della seconda guerra mondiale non registra la medesima preoccupazione? La caduta del muro di Berlino non ha forse comportato una quasi uscita di scena da parte dell’Italia dallo scacchiere europeo, visto e considerato che aveva ormai perso la natura di frontiera, peraltro un po’ precaria, del mondo occidentale?
    Diciamo queste cose non per piangerci addosso ma per mettere sull’avviso quanti si illudano che sia auspicabile un futuro dell’Italia fuori dell’Europa. Il treno che l’Italia si prepara a perdere, proseguendo lungo la strada che attualmente percorre, è quello che, impedendole di rivendicare un suo spazio in Europa, la ricaccia verso un Medio Oriente all’interno del quale potrà, non senza qualche difficoltà e aggiustamento, garantirsi un futuro come forza trainante della realtà nord-africana. E’ un paradosso, per poco che si consideri come la prima spinta alla modernità venisse proprio dall’Italia che nel Rinascimento fece da battistrada alle altre nazioni europee sul piano di una produzione che da artigianale andava facendosi proto-industriale.
    Non ci riferiamo – è ovvio – ai mezzi di produzione quanto piuttosto alla quantità di merce che invase i mercati di mezza Europa. Si pensi ai gioiellieri, ai sarti, agli argentieri, si tipografi e ai librai italiani del Cinque e Seicento! Tutto questo consenti a tutta una fascia di popolazione d’affacciarsi a esperienze nuove sul piano della vita morale. Chi acquisisce professionalità infatti comincia a porsi questioni deontologiche di fronte alle quali ci si pone con sempre maggiore chiarezza, quanto più si posseggano strumenti culturali appropriati. Caravaggio che si ostina a pretendere che i santi abbiano i piedi sporchi, contrappone a un’ormai vuota e convenzionale raffigurazione della santità un’altra più vera e più sensata, sorretta dalla conoscenza dei fatti della vita reale. La morale comincia allora a coniugarsi con una visione anche politica del mondo, nel senso che il pittore difende di fronte all’autorità costituita la dignità della propria professione. 
    In mezzo a difficoltà e funambolismi imposti dal clima della Controriforma, gli italiani crebbero fino a tutto il Settecento su questo piano e Verri e Beccaria diedero agli studi giuridici un rigore e una dignità nuovi. E’ con l’Ottocento, il secolo della grande divulgazione del sapere che, complici figure di “intellettuali” che vestirono più l’abito di moralisti e predicatori di verità fatte cadere dall’alto, che si registra un primo ritorno alle origini. Il cittadino, invece d’essere fatto consapevole delle particolari responsabilità conseguenti alla scelta di una professione, è sollecitato a cogliere tutta la poesia di difficili e complesse attività socio-culturali. L’avvocato è uno che opera sempre e di regola per la giustizia; il medico è un filantropo generoso e disinteressato, il militare uno animato da un forte amor di patria e di fedeltà alle istituzioni; il filosofo un uomo d’alto ingegno che si pone di fronte ai gravi problemi dell’umanità, l’artista una persona dai sentimenti generosi e sublimi. Le storie della letteratura che leggono i giovani delle scuole e perfino delle università fanno commuovere circa i casi di Foscolo che va di gente in gente e tacciono del fatto che una caduta da cavallo di una nobildonna può, nell’Ottocento, stendere un velo pietoso sulla circostanza di un aborto, magari imposto da un marito tradito. Cosa che è bene sapere al di là del fatto che l’amata Luigia Pallavicini avesse o non avessero avuto in sorte di andare incontro a un così assurdo destino. La vita privata dell’artista non è indagata a mostrare le difficoltà, le amarezze, gli odi, le rivalità a volte meschine che occorre superare e da cui bisogna guardarsi per sopravvivere in ambienti difficili.
    Una scuola che manca di raccontare certe verità e che non le adombra neppure pretendendo che tutti abbiano un deamicisiano cuore capace di generosi palpiti e afflati non prepara alla vita, ma emargina il giovane in un mondo dorato di sogni dal quale ci si risveglia con qualche osso che duole.
    La verità è che il lavoro, perfino quando piaccia al punto da suscitare entusiasmo in chi vi si dedica, costa fatica e impegno ed è fatto di relazioni interpersonali che per usare degli eufemismi, non sono sempre piacevoli, non sempre felici.
    Una stato nel quale si viva così non è uno stato moderno e, dove la modernità difetti, si corre davvero il rischio d’essere emarginati in una comunità che, a torto o a ragione, si vanta d’aver conseguito il “felice” traguardo di una qualche modernità.

    Siamo sicuri che chi governa il nostro paese non abbia preso in considerazione l’eventualità di uno sbocco in tale direzione e che non miri alla realizzazione di un progetto volto proprio a effetti del genere? Non è un’accusa. E’ un sospetto che come tutti i sospetti ha una legittimità almeno fin tanto che, oltre a parole, non sia fugato anche da fatti. 

  • 10 DOMANDE SULL'EUROPA

    data: 03/12/2018 13.45

    Nella storia italiana è stata posta una questione detta questione meridionale, che ha appassionato, specie in tempi ormai andati, vari studiosi, coinvolgendo anche il mondo politico, sia pure con scarsi risultati. Noi oggi in Europa vogliamo, capovolgendo il rapporto, parlare di questione settentrionale.
    Il Nord Europa è stato fino ad almeno il Settecento, cioè fino all'illuminismo e a Goethe, un luogo remoto, inospitale e culturalmente “arretrato”. Quindi all'improvviso è balzato al centro dello scenario politico-culturale del Vecchio continente.
    Tutto ciò premesso, su questa questione, è parso opportuno formulare un Questionario da rivolgere a tutte le forze politiche del nostro Paese. Ecco di seguito le domande: 
    1. Che rapporto c'è, se c'è, tra un'inversione di rotta che ha capovolto in Europa il rapporto Nord Sud, con quella questione meridionale che si è tradotta nella considerazione comune con la “scoperta” di un Sud povero e arretrato?
    2. Perché l'unità d'Italia s'è progettata e realizzata guardando tutti al Piemonte invece che a Napoli?
    3. È stato quel processo un processo mitteleuropeo, che ha spostato verso Nord l'asse politico – economico di tutta l'Europa?
    4.La caduta dell'impero austriaco e la nascita di un impero tedesco è un fatto legato a risorse economiche prima ignorate nel Nord Europa o alla scoperta che al Nord fosse diventato possibile sfruttare il grande serbatoio delle ricchezze del Sud mal gestite a livello locale?
    5. Che cosa è oggi l'Europa se non il continente posto a Nord dell'Africa?
    6. Chi sta spogliando l'Africa delle sue immense ricchezze naturali?
    7. Chi fu il regista della spartizione del Continente Nero?.
    8. Che cosa accadrà quando il Sud sarà finito e non ci sarà più un Sud da sfruttare?
    9. Nell'immediato quali sono i rischi che il Sud Europa diventi un'area del Nord-Africa a cui demandare il compito di convogliare verso Nord le risorse economiche di quel continente, a cominciare dalla mano d'opera?
    10. Italia, Spagna e Grecia resteranno insomma in Europa? O nascerà un'Europa di serie B, cattolico-ortodossa che comprenda anche la Turchia e altri stati minori del Mediterraneo? 

  • SCRITTORI E DEONTOLOGIA

    data: 18/11/2018 22.34

    La conoscenza dei propri doveri varia a seconda dell'identità che la persona riesce a darsi nella sua attività lavorativa. Quanto più questa richiede competenze e capacità specifiche, tanto più articolato e complesso si fa il nostro mondo morale.
    Nel mondo moderno la deontologia professionale è un momento chiave della crescita morale dell'individuo. Se la morale diffusa soccorre le esigenze di chi si dedica a un lavoro inteso essenzialmente come fatica, chi, grazie al proprio lavoro può in qualche modo “giocare”, appassionandosi a quel che fa, scopre facilmente che la morale comune può conoscere eccezioni e deroghe. Io credo che tutto questo accada perché chi, svolgendo un lavoro, si ponga problemi di deontologia professionale sfonda la parete divisoria tra morale e politica, per come machiavellicamente i due campi erano stati distinti. Il punto è che l'attività lavorativa, quanto più si accompagni alla consapevolezza del ruolo sociale, tanto più si fa pubblica e perciò politicamente rilevante. Né importa se la dimensione “politica” sia la corte di Versailles o il casino dei nobili di Bronte di cui ragiona fuggevolmente Verga in Libertà.
    Va qui detto che veramente Giovanni Verga, così prudente nel far sue certe implicazioni ideologiche del verismo, così fedele alla classe sociale di appartenenza a cui lo lega, a parte la nascita, anche e soprattutto l'attività di scrittore, è uno dei pochi intellettuali del secondo Ottocento ad avere una singolare attenzione alla deontologia professionale.
    Voglio dire che, mentre medici, avvocati, ingegneri hanno maturato abbastanza rapidamente una visione latamente deontologica della loro professione, l'intellettuale-tipo, vale a dire lo scrittore, il filosofo e il giornalista, hanno, salvo le dovute eccezioni, “giocato” un po' da bravi funamboli su questa corda, badando a non smettere l'abito dei moralisti. “Moralista” vale qui nel senso di chi, rifacendosi con poca fantasia alla morale corrente o a timide trasgressioni di essa, accolte nell'immaginario collettivo come atti di coraggio, racconta storie, illustra prospettive di vita e di pensiero, vive la sua vita professionale avendo cura di mantenere una certa rispettabilità e in qualche caso una certa autorevolezza. Mi riferisco – come credo si sia già intuito – alla realtà italiana. Né Russell, né Popper, né Joyce, né Camus e neppure quel narcisista che fu Hemingway meritano un rimprovero del genere. Meno ancora James, Wittgenstein o Bergson o ancora Gide, Kafka o Mann. L'intellettuale italiano è invece un intellettuale “organico” o “integrato”, spesso più di quanto non lo sia un pompiere o un infermiere che si dedichino al loro lavoro per autentica passione. Ed è qui il punto: il pompiere e l'infermiere che svolgano con coscienza il proprio lavoro sviluppano una deontologia professionale che li pone di fronte a problemi concreti, davanti ai quali la retorica e del bene e del male, dell'egoismo e dell'altruismo crolla paurosamente. A questo punto è lecito domandarsi come possa riconoscersi in certi commenti a romanzi anche famosi, tutti pieni di moralistici slanci, chi sa che salvare una vita umana in mezzo al traffico di certe vie di Roma tra le cinque e lei sei del pomeriggio è tanto più difficile quanto più urgente è l'intervento. La prima volta piangi, la seconda t'arrabbi, la terza capisci che tu non c'entri: si fa quel che si può.
    Che l'intellettuale non abbia problemi del genere, che non conosca la rassegnazione, il compromesso, che anzi si sdegni aristocraticamente denunciando i mali del mondo come se non lo toccassero è un'ipocrisia. C'è chi si rifugia in Platone, ignorando che anche Platone potesse avere problemi del genere. Il processo a Socrate pesò sulla sua coscienza quanto su quella di tutti gli ateniesi della sua generazione, anche se la tradizione vuole che il buon Platone, che era ricco, mettesse a disposizione i suoi beni per riscattare la vita del maestro, consentendogli la fuga.
    In certi equivoci, insomma, mi pare che alcuni siano affondati con quasi tutte le scarpe. Mi riferisco in genere a quanti, scrittori di successo, hanno legato il proprio nome a certe cause più o meno appassionatamente difese nel nome di un principio morale. I nomi sono tanti e preferisco non farli. Essi appartengono al variegato mondo della cultura che ha mancato in Italia di stabilire col pubblico dei lettori un dialogo vero, preferendo invece parlare da un pulpito, che è per me un esempio di cattivo gusto. Sarebbe giusto invece che l'intellettuale, a contatto del pubblico, facesse capire chi è veramente, riuscendo così a sfruttare al meglio le sue potenzialità, consentendo al pubblico di affinare il proprio gusto e il proprio senso critico, col risultato di una crescita culturale che interessa tutto un paese. E qui un paradosso: l'intellettuale del Cinquecento aveva una deontologia professionale assai più spiccata dell'intellettuale d'oggi. Vedi un palazzo del Rinascimento dall'esterno e indovini la distribuzione degli ambienti all'interno. Vedi un dipinto di Raffaello e scopri che è lui stesso a indicarti a quali regole si sia attenuto nel comporre il quadro.
    Non dico che l'intellettuale debba parlare delle miserie che sono dietro i premi letterari e le giurie, o di aspetti prettamente tecnici dell'arte letteraria. Desidero però che un romanzo sia scritto bene, che è poi la differenza tra i Promessi sposi di Alessandro Manzoni e i romanzi storici di Massimo d'Azeglio che sapeva cavalcare, tirare di scherma, dipingere, scrivere ogni cosa che faceva era fatta bene ma non metteva in quel che faceva la passione del suocero che aveva assai più deontologia professionale di lui, tant'è che fece solo lo scrittore.
    Di tutto questo non avrei ritenuto opportuno discutere se la mancata deontologia professionale dell'intellettuale nostrano non avesse contribuito a un progressivo venir meno di una deontologia professionale in tanti campi, dall'avvocatura alla medicina, per arrivare a qualsiasi attività possa richiedere una qualche professionalità. Come prendersi cura della manutenzione di un ponte...
    Il punto è che c'è in Italia la convinzione diffusa che l'intellettuale abbia come una missione da compiere che consisterebbe nell'informare e nel condurre gli altri a riflettere sui problemi della vita e dell'esistenza umana, offrendo magari una prospettiva di riscatto e di liberazione. Il tutto discettando in astratto.

    Questa visione, che è vagamente settecentesca, è completamente inadeguata ai tempi d'oggi quando i popoli chiamati a decidere del loro destino, almeno stando ai principi democratici ispiratori dello stato moderno, dovrebbero essere messi in condizione di comprendere per quali vie i cittadini si relazionano alle istituzioni. Siamo al punto che, per risolvere i problemi della scuola, si fa tanta ma davvero tanta pedagogia. Ci sono professori di matematica e di inglese che di pedagogia ne sanno tanta, da uscirgli proverbialmente dalle orecchie. Il punto dolente è che non conoscono bene gli uni la matematica, gli altri l'inglese.             

  • L'EUROPA DEGLI ITALIANI

    data: 06/11/2018 12.40

    L'Europa è una realtà, che è nei fatti. Questi fatti sono la progressiva riduzione delle distanze geografiche, che le vie e gli strumenti di comunicazione hanno ridotto fin quasi ad annullarne gli effetti. In poche ore raggiungiamo città un tempo così lontane da essere luoghi di fiaba, inoltre sappiamo quel che succede a Parigi o a Norimberga qualche minuto dopo che il fatto è accaduto. Tutto questo crea obiettivi comuni che tutti i paesi europei devono darsi se vogliono veramente affrontare e risolvere i problemi dell'economia, dell'ambiente, della difesa militare, della tutela della salute. Sono problemi ormai indifferibili e che nessuno stato appartenente all'area europea può pensare d'affrontare indipendentemente dagli altri.
    Quelle indicate, alle quali potrebbero aggiungersene altre di minore importanza, sono solo le principali questioni che attualmente si pongono nei consessi internazionali del Vecchio Continente. Sono in fondo le ragioni per cui pubblicazioni ormai storiche come “Le monde diplomatique”, “Internazionale” e “Limes” sono riuscite a conquistare un notevole numero di lettori che se non sono qualificati, tengono a qualificarsi.
    D'altro canto che senso ha stare in Europa senza portare nella nuova casa comune il meglio di quel che si possiede delle proprie risorse morali e intellettuali?
    Non ci si può lasciar condurre con pigra rassegnazione dagli altri in un momento in cui si deve essere al contrario attori responsabili e coscienti di un'operazione volta al miglioramento delle condizioni di vita sia nostre, sia delle generazioni future. Ed è questo un compito che spetta a tutti i governi degli stati europei, essendo ciascuno di essi ricco, oltre che di risorse economiche, anche di memoria storica, di talenti, di rinomanze giustamente guadagnate nel tempo.
    La lotta paziente e costruttiva dev'essere contro ogni tentazione egemonica. L'Europa è uno dei più ricchi angoli del mondo, composto da paesi che sono fra i più ricchi della Terra. Un'egemonia di qualunque natura che volesse trasformarsi in egemonia politica sarebbe la fine dell'Europa e un ridursi delle grandi potenzialità che ha uno spazio geopolitico contenuto in un'area non tanto vasta ma di un'impressionante varietà dal punto di vista culturale.
    Che cosa sono io in condizione di fare? Questa è la domanda che dovrebbe porsi ogni stato della comunità europea mettendo ciascuno a disposizione il proprio talento. Se però non ci si fa avanti nessuno si ricorda di noi, né possiamo noi da soli mettere a fuoco le nostre reali capacità. Son cose queste che emergono da un confronto che fin qui nessuna intelligenza politica ha avuto la lungimiranza di promuovere.
    Ci sono gare sportive e festival internazionali soprattutto di cinema ma tutto questo è troppo poco perché le varie nazioni siano a turno poste nella condizione di mostrare la propria creatività.
    Un fatto obiettivo è che l'Italia possieda il più ricco patrimonio artistico esistente al mondo. Un patrimonio che è sempre meno sfruttato, se è vero che il turismo nel nostro paese ha conosciuto delle flessioni non allarmanti ma preoccupanti, costituendo il turismo la voce fondamentale della nostra economia.
    Diventando l'Italia Europa i suoi confini si ampliano. Come da più punti di vista Firenze ha guadagnato qualcosa trasformandosi, dopo l'Unità, da capitale di un granducato in città d'arte italiana, la stessa cosa può accadere quando importanti centri culturali (come Bologna o Napoli), religiosi (come Assisi), artistici (come Pompei o Venezia), industriali (come Milano) si relazionano all'Europa intera. Va da sé peraltro che sono i fiorentini i bolognesi i napoletani gli assisiani, i veneziani a doversi muovere per primi senza limitarsi a creare gemellaggi internazionali che restino lettera morta. 
    Tra italiani ce lo possiamo dire: bisogna evitare che si compiano con l'Unità d'Europa gli stessi errori che a suo tempo si fecero con l'Unità d'Italia. Due processi politici inevitabili, per cui se allora il Sud pagò suo malgrado fu anche perché si aggregò con un ritardo di dieci anni a un corpo politico e amministrativo preesistente che celebrò la Spedizione dei Mille come sottile operazione politico-militare e non come conquista della libertà da parte delle popolazioni meridionali, dandosi a queste il benvenuto nel Regno d'Italia. E' il guaio di lasciarsi liberare dagli altri, invece che da sé. Perché altrimenti il piano Marshall, con tutti gli equivoci che comportò? Il Liberatore, che si tratti del Piemonte sabaudo o degli Stati Uniti d'America, reclamerà sempre il conto. Fortunatamente, per quanto riguarda l'Europa, l'Italia è tra le Nazioni che per prime pensarono a un'Europa Unita. Questo però non basta a farci stare tranquilli. E allora che fare?
    Tenere le ricchezze tra la spazzatura è vizio di chi ha ricchezze in esubero. Un incidente che può capitare a un grande gioielliere, come perdere un pietra preziosa, finita chissà dove, è un incidente che difficilmente accadrebbe nella casa di un impiegato pubblico. Se si riportassero alla luce tutti i tesori d'arte presenti nel paese, molti dei quali nascosti, dimenticati, dispersi, rubati, gli italiani aprirebbero gli occhi su una realtà: l'impossibilità di gestire un patrimonio tanto ingente. Tanto vale allora investire su una parte di esso mettendolo a disposizione dell' UE, e in cambio ottenere un abbattimento del debito pubblico nazionale. Sarebbe già un ottimo risultato se, per tale via, riuscissimo a cancellare gli interessi che, accumulandosi nel tempo, impediscono di fatto la riduzione del debito stesso.
    L'idea sarebbe allora questa o qualcosa che a questa somiglia. Il turista che viene in Europa dagli USA, dall'Australia, dall'Asia e vuole entrare a contatto con la civiltà europea,  potrebbe iniziare il suo giro turistico o dal presente e andare a ritroso nel passato, o nel passato e andare avanti fino al presente, notando come la nostra cultura sia una cultura dell'accumulo delle memorie storiche, aspetto che la caratterizza. Si tratterebbe dunque di fissare due mete fondamentali dove collocare due grandi poli museali, l'uno d'arte e civiltà preistorica e antica, l'altro d'arte e civiltà contemporanea. La Banca Centrale Europea, chiamata a realizzare il progetto, a gestire l'operazione, acquisirebbe i tesori d'arte e al progetto potrebbero concorrere tutti i paesi europei, ciascuno mettendo a disposizione le opere d'arte e di civiltà che vorrà cedere. Spagna, Portogallo, Grecia aderirebbero sicuramente a un progetto di questo tipo e l'Italia si prenderebbe il merito morale d'aver compiuto il primo passo in tale direzione. Un passo significativo anche perché è tale la qualità e la quantità del nostro patrimonio artistico-culturale da non avere competitori nel campo.