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LUDOVICO FULCI

  • LE TANTE "CATTEDRALI"
    CHE BRUCIANO E NESSUNO
    SE NE ACCORGE

    data: 09/06/2019 18.47

    Che una delle principali cattedrali della cristianità bruci è una cosa che fa male a tutti noi. Una cattedrale non è solo una chiesa, è anche il voto dei fedeli che l’hanno edificata, a cominciare da quanti hanno fatto dono della propria opera per costruirla, da chi l’ha progettata a chi semplicemente ha materialmente posto mano all’opera.
    Ci sono però tante cattedrali che bruciano e pare che nessuno se ne accorga. Non si tratta di luoghi di preghiera e neanche di edifici. Sono le opere a cui è legato lo spirito della modernità. Alludo alle opere filosofiche il cui senso, assai annacquato per chi le abbia lette davvero, si ritrova (?) nei manuali di scuola. Alludo a capolavori dell’arte e della letteratura, le prime stipate a volte in musei che ne soffocano lo spirito di novità che le animava, le seconde mal commentate secondo tradizioni interpretative di scarso spessore.
    La cosa è grave, se si pensa che la modernità è stato un obiettivo a fatica realizzato e che faremmo bene a mantenere il più possibile intatto. Ricordare e preservare dalla distruzione le magnificenze della civiltà greco-romana e di quella medievale va più che bene, ma questa “memoria” perde di senso, se non curiamo le eredità più recenti.
    Lo stato moderno, nato dal diritto costituzionale che pone la Costituzione a fondamento di un civile ordinamento giuridico, sta regredendo verso lo stato feudale. Se la mafia è la più tipica delle organizzazioni di tipo feudale, non manca poi un’esenzione fiscale di cui godono di fatto alcune categorie di persone. C’è non a caso chi parla di “casta”. I privilegi ad personam, con cui procedeva la macchina dell’economia feudale son tornati di moda. I figli spesso ricalcano le orme paterne abbracciando la carriera di papà. Per non dire che i “potenti” sono omaggiati e riveriti. Di tutto questo pochi s’ accorgono, nonostante siano tanti i segnali che in tal senso vengono dal mondo della politica. 
    Ci si domanderà: forse che una costituzione può paragonarsi a una cattedrale?
    Ecco, per me, già questa domanda dice tutto. Per me la costituzione o statuto è innanzitutto la codificazione dei principi stabiliti da una comunità di studiosi, che vogliano indagare i fenomeni naturali, per come questi si conformano alle leggi (di natura). Se nella fisica newtoniana non si fossero stabiliti i principi della dinamica, non sarebbero state possibili molte delle più interessanti scoperte che in quel settore si son fatte a partire da Galilei per finire con Maxwell. Dopodiché qualcosa cambiò e dalla fisica classica, si passò alla fisica moderna che utilizza altri principi. Sul piano delle scienze giuridiche è esattamente la stessa cosa. Se alcuni principi generali non si assumono come inderogabili, l’intero quadro di un ordinamento giuridico rischia di saltare, perché le leggi create a prescindere dai principi ispiratori, finiscono coll’inseguire le situazioni specifiche di categorie a vantaggio delle quali (o contro le quali) si varano norme ispirate al senso comune. Quest’ultimo, che tanti confondono col buon senso, non è altro se non l’umore della folla che chiede condanne esemplari e assoluzioni immediate.
    Io credo che la Costituzione, grazie alla quale nasce qualcosa che può ben dirsi “scienza della legislazione” sia un riparo per i cittadini operosi che, attraverso il lavoro, intendano agire nell’interesse proprio e altrui, rivendicando quella particolare dignità che consiste nel diritto d’essere e di sentirsi utili. Ora la misura dell’utilità del mio operato, in relazione al contesto sociale in cui mi trovo, non può venirmi altro se non dalla soddisfazione di vedere che tanto io quanto gli altri dirigiamo tutti il nostro agire, uniformandoci a principi generalissimi che valgano per tutti e per ciascuno. L’azione del personaggio politico, del medico, del professore, dell’operaio trova senso nello sforzo comune di preservare diritti e soddisfare ai doveri che si hanno in quanto cittadini di uno stato.
    Tutto cambia quando le Istituzioni rispondono nei fatti a scopi diversi rispetto a quelli originari. Il Parlamento non è più in Italia l’organo legislativo, la funzione legislativa essendo ormai, nelle materie più importanti, assolta dal governo. Il Parlamento sembra esser diventato piuttosto un serbatoio di voti per sostenere il governo, la cui lunga durata sembra costituire la maggiore preoccupazione politica. In una democrazia che si rispetti i governi cadono perché non vanno ed è allora un bene che questo succeda. Inoltre non dovrebbero avere più di tanto un colore politico, governandosi nel nome e nell’interesse di tutti i cittadini, anche dei tanti che hanno espresso un voto contrario a quelle minoranze che, alleate, formano la compagine governativa. Questo non vuol dire sposare la logica dell’avversario, quanto piuttosto impegnarsi a dimostrare con i fatti di riuscire a risolvere i problemi concreti di tutti. Ciò che, a mio avviso, nessun governo, compreso l’attuale, è riuscito a fare da circa venticinque anni a questa parte.
    D’altronde sono anni ormai che della Costituzione italiana e della sua esistenza si prende atto solo da parte di studiosi. Per molti cittadini e per alcuni politici è come se non esistesse, come se si trattasse di un’utopistica e sorpassata visione delle cose. 
    Non era Erasmo da Rotterdam che, proprio agli inizi dell’età moderna, lamentava nei religiosi zelanti nell’osservare le regole dell’ordine religioso di appartenenza, la singolare follia che consisteva nell’ignorare il Vangelo? E che cos’era il Vangelo per la pratica religiosa, se non una sorta di costituzione, di carta fondamentale a cui sistematicamente ricondursi?
    Allo stesso modo noi oggi inseguiamo logiche di partito, poco curandoci del dettato e dello spirito della Costituzione. Per usare una metafora nautica, il timoniere deve stare al timone, ma se del timone non conosce l’uso né le funzioni, urge che scenda dalla nave, nel primo porto che capita.

        

  • PADRI BAMBOCCIONI

    data: 14/05/2019 15.11

    Bamboccioni. Così vengono oggi definiti tanti giovani italiani. Ma siamo sicuri che i “bamboccioni” siano veramente loro? Io dubito fortemente che sia così. La commedia all’italiana, cioè quel genere di film tra il comico e satirico che per un certo periodo ci ha divertito e che oggi appare a tanti un po’ stucchevole, ha sempre preso di mira il tipo del bamboccione, a cominciare dai Vitelloni diFedericoFellini, che solo per certi aspetti può rientrare nel genere della commedia all’italiana. E ancora prima Michele degli Indifferenti di Moravia è un po’ il prototipo del giovane italiano che si perde davanti alle scelte difficili. Tanto basta a dire che il discorso non nasce oggi. Siamo forse alla terza generazione (se non più) di giovani bamboccioni. Da questo punto di vista il grave non è tanto che siano bamboccioni i figli, quanto che lo siano (lo siano stati) i padri. E di padri bamboccioni è piena l’Italia. E l’ipotesi che si nascondano dietro l’accusa d’esser bamboccioni che rivolgono ai loro figli lascia alquanto sconcertati.
    Non mi riferisco all’uomo disinvolto e intraprendente che ama la vita avventurosa. Mi riferisco al tipo del giocherellone, che punta sulla simpatia che suscita negli altri per condurre a buon fine “affari” d’ogni tipo, da quelli “sentimentali” agli affari veri e propri che non sono sempre chiari, tanto da assumere spesso l’aspetto dell’intrallazzo. E qui la letteratura, il cinema e perfino la fiction televisiva offrono esempi a mai finire. Se non mancano eroi (cioè antieroi) che, giovani, si caratterizzano in tal senso, non mancano uomini d’età matura che chiedono addirittura ai loro figli aiuto. Mi riferisco all’imprenditore disinvolto che, privo di denari, trova un finanziamento ovviamente indebitandosi e, a cuor leggero, avvia un’attività, magari pronto poi a liquidarla, la volta che potrà disporre di un indennizzo. Infatti spera di ricominciare come prima, cosa che si mostra impossibile. Quando poi tutto va male cerca quasi piangendo la comprensione dei figli.
    Questi inguaribili bamboccioni da vecchi diventano più brontoloni e scontenti di altri perché non sanno accettare la vecchiaia. Da vecchi anzi sono veramente insopportabili, perché da simpatici che erano in gioventù diventano antipaticissimi in vecchiaia.
    Generalmente sono i padri peggiori. Assenti e menefreghisti, non sanno offrire esempi validi ai figli, abituati a sentire il racconto delle “prodezze” paterne, spesso consistenti in puri atti di sopraffazione nei confronti di poveri ingenui e sprovveduti, in inganni e imbrogli dove papà fa sistematicamente la figura del “dritto” fin dai tempi della scuola, e da quelli del servizio militare, fino ai primi impegni di lavoro. Possiamo escludere che il “bullismo” nasca da qui?

    Con questo non voglio dire che un padre debba essere una specie di Matusalemme perennemente imbronciato e serioso, incapace di allegria al punto da non scherzare mai con i figli. Il mestiere di padre è difficile e non in tutte le situazioni della complessa realtà del mondo d’oggi è possibile assolvere ai tanti obblighi che riserva un mestiere del genere. Ma insomma fare lo sforzo d’essere credibili è il minimo che si possa chiedere a chi si disponga a fare il padre con un qualche senso di responsabilità.    

  • CITTADINI E POLITICI:
    DIRITTO AL SOSPETTO

    data: 24/04/2019 18.07

    Secondo un’agenzia Ansa “a una domanda su possibili scambi con il M5s tra il voto sull’autorizzazione a procedere per la vicenda della nave Diciotti e il via libera alla Tav" Matteo Salvini, attuale ministro degli interni avrebbe a suo tempo dichiarato: “Il prossimo che ne parla lo querelo". Fermo restando il diritto di ogni cittadino, ministri compresi, a tutelare la propria immagine e il proprio nome, resta il fatto che la politica degli ultimi trent’anni ha legittimato i cittadini, che con più attenzione seguono i fatti della vita politica, ad avere sospetti, dove il sospetto non è una cosa in alcun modo condannabile, come non lo è una domanda che a tale sospetto dà libero seguito. Io confiderò che il sospetto che ci possa essere un accordo tra forze politiche consistente in un “do ut des” risponda pienamente al clima politico dei nostri giorni in Italia e fuori d’Italia. E mi lancerò a sostenere che è forse stato così in tutti i tempi, per cui un certo Cavour azzardò di parlare della politica come di arte del compromesso.
    Perciò credo che di queste cose non solo si possa ma si debba parlare, anche perché abbiamo tutti le orecchie per sentire quel che si dice o anche semplicemente si sussurra. A parte i social su cui oggi cade l’attenzione degli osservatori politici, c’è la chiacchiera di autobus, quella del mercato e l’altra, un po’ più nobile del caffè che rimbalza fin nelle osterie. Si va da vieti luoghi comuni del tipo “il più pulito ha la rogna” a osservazioni pungenti e, ahimè, “azzeccate”, sia pure solo come battute.
    Chi è personaggio pubblico deve, secondo me, rassegnarsi a leggere sui muri pesanti insulti al proprio indirizzo, confortandosi del fatto che siano anonimi e quindi espressione di un pensiero non troppo coraggioso, che calcando un po’ la mano, si può anche definire vile. Il politico in particolare deve aspettarsi che il dibattito sul suo operato tocchi corde incautamente malevoli e forse sarebbe utile che Salvini sapesse che un certo Giolitti ebbe modo di assistere a uno spettacolo su di lui intitolato Turlupineide (il titolo rende bene l’idea) e fu visto ridere con gusto seduto nella prima fila del teatro in cui Turlupineide fu dato.
    Io non so se sia vero (mi è stato raccontato da qualcuno che ritengo bene informato), ma pare che digitando su un motore di ricerca di seguito al nome e cognome dell’attuale ministro degli interni una certa parolaccia, non compaiono stringhe di testi in cui egli (o dobbiamo dire Egli?) sia così tristamente e volgarmente definito, ma il suo volto sorridente e sornione.
    Se tutto questo denota una certa predisposizione al gioco, induce però a un sospetto, cioè che gli uomini politici di oggi inclinino più a esperire modi per propagandare la propria immagine che non ad affrontare i gravi impegni a cui sono stati chiamati andando a governare un paese. Altrimenti come trovare il tempo per il sarto, il parrucchiere, l’estetista, il dentista, l’intervista alla tv e alla lettura delle cose sconce che si dicono su di loro?
    Torna alla mente il capitano che Archiloco, il quale oltre a fare il poeta era anche un soldato mercenario, diceva di preferire!

    Sull’Italia premono questioni e problemi non risolti e di grande urgenza. La ricchezza di questo paese, che è compito dei governanti amministrare, consiste del bel cielo d’Italia, dei boschi, delle coste, dei monti, dei beni artistici e culturali, delle città ricche di storia, meta di turisti sempre più delusi dai servizi che non sono erogati o sono malfunzionanti. Non si offenda il ministro Salvini se gli si ricorda che egli occupa precariamente il ruolo che attualmente riveste per cui, a proposito di sospetti, gli domandiamo: Che cosa accadrà quando, sparendo il suo astro politico che sportivamente gli auguriamo possa a lungo splendere, queste cose risulteranno essere state irrimediabilmente trascurate, più del dovuto? Sono ormai anni che si parla, e a buona ragione, di degrado ambientale e culturale. Che cosa fa l’attuale governo per correggere questi mali? Intende querelare chi ne parla? 

  • IL TESORO DI S. GENNARO
    PER SALVARE NAPOLI?

    data: 15/04/2019 19.10

    Operazione San Gennaro è il titolo di un famoso e divertente film di Dino Risi realizzato nel 1966. Si immagina che una banda di ladri voglia impadronirsi dell’immenso tesoro del napoletanissimo santo, il cui valore pare sia superiore a quello del regale tesoro della Corona inglese. Inutile dire che con molto garbo il film allude alla questione che noi qui intendiamo porre esplicitamente. Posto che per il popolo napoletano il tesoro di San Gennaro non si tocca, c’è però il fatto che, alienandolo anche solo in parte, si disporrebbe di tanto denaro da risolvere molti ma veramente molti dei problemi che affliggono la città, arrivando a costruire, salvo nostro errore, una Napoli 2 moderna, accogliente ed efficiente, in cui trasferire la popolazione che vive nei quartieri degradati della città, che potrebbero trasformarsi in aree museali. Qui il turista, curioso di conoscere gli aspetti del folklore locale, avrebbe modo di muoversi negli spazi dei vasci, animati magari da figuranti che si esibiscono in canti, balli e sceneggiate.

    Se in altri tempi l’idea poteva apparire coraggiosa, in quanto capace di turbare i sonni di tanti buoni napoletani, ci pare che oggi la necessità di aderire a un modello di vita improntato a una qualche modernità, imponga a ogni persona di buon senso il richiedersi a che cosa possa mai giovare un tesoro costituito da oggetti che, ricchi di un valore originariamente poco più che simbolico, si è nel tempo incrementato incredibilmente, tanto da poter dare, proprio come tesoro, la possibilità di risolvere problemi a chi ne sia possessore. Risanare interi quartieri della nobilissima città di Napoli è, dal nostro punto di vista, un’occasione imperdibile. Infatti, da un lato la popolazione potrebbe veramente dire che “San Gennaro ha fatto la grazia”, rinunciando al concetto in qualche modo “egoistico” di un favore concesso alla persona, per considerare quanto importante sia la ricchezza comune che rende la vita più facile a tutti, emarginati compresi.

    D’altro lato l’Europa plaudirebbe alla scelta di utilizzare una risorsa con cui potrebbero oggi ripagarsi i sacrifici di un’intera popolazione. Sacrifici gravi quanto più se ne consideri il valore che hanno sul piano della storia locale.

    Napoli conquisterebbe l’aureola di città moderna, dismettendo come d’incanto l’abito sempre più scomodo di capitale di un’Italia borbonica e levantina.

  • UN "PICCOLO" CHE VOLLE
    FARSI "GRANDE"

    data: 23/03/2019 18.19

    La storia di un paese è in qualche modo la storia di chi lo ha rappresentato. Se questo è vero alla coscienza di una nazione, lo è ancora di più alla coscienza di un popolo che a quella nazione sia vicino per ragioni storico – politiche. Quale più quale meno, a tutti i vicini di casa un popolo appare diverso da quel che crede d'essere quando pensa ai tratti costitutivi della propria identità culturale. Questa cosa che vale per tutti, vale in modo particolare per noi italiani che siamo, agli occhi delle altre nazioni europee “consorelle”, un bel po' diversi da come sembriamo a noi stessi. E' un fatto che noi ci consideriamo intelligenti, creativi, fantasiosi e geniali, mentre gli altri ci vedono vanagloriosi, imbroglioni, inattendibili e poco seri. Il divario nel giudizio è considerevole ed è bene che da parte nostra se prenda atto.

    La storia non ci ha certo aiutati. Arrivati quasi per ultimi a darci una forma di Stato indipendente, dopo che Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Svezia, Norvegia avevano ormai da lungo tempo raggiunto questo traguardo, che era bene o male visto come traguardo di civiltà, abbiamo voltato le spalle alle conquistate libere istituzioni, cadendo in una dittatura come quella fascista.
     
    1. Il fascismo visto dai non italiani: l'immaturità politica di un popolo
     
    Il punto grave, tanto da allarmarci, è che quell'infantilismo morale e civico, che all'uomo medio italiano viene rimproverato ogni volta che si atteggia a don Giovanni, o preferisce lo stadio a uno straccio di impegno civico, si converte nell'accusa d'essere noi italiani incapaci di gestirci autonomamente, perché refrattari alla democrazia, che può fondarsi solo su un maturo senso civico dei cittadini. Siamo considerati gente neanche troppo brava, capace di tirare quattro calci a un pallone, di fare complimenti magari pesanti a una bella turista, e di proteggerci l'un l'altro in una catena di omertà. Il giudizio è severissimo, per poco che si conosca la mentalità dei popoli del Nord - Europa. Eppure questa e non altra è l'immagine che, sul piano politico hanno di noi inglesi e francesi, il che significa anche i popoli che a quelle due culture sono più legati (sia pure per antichi contrasti, che fanno comunque della cultura francese e di quella inglese un polo di riferimento) cioè gli olandesi, i belgi e i popoli scandinavi. Sui tedeschi continuano a pesare gli antichi pregiudizi che con troppa disinvoltura gli italiani hanno mostrato per secoli d'avere nei loro confronti come zotici, incolti e maleducati. Ora si sa: a parlar male degli altri, prima o poi finisce che gli altri parlano e pensano male di te. Sicché per i tedeschi noi siamo fanfaroni, bugiardi e non degni di fede, fermi al Medioevo anche per via della religione cattolica che è quella ufficialmente professata dalla stragrande maggioranza degli italiani.
    Come accennato peraltro, non è la storia del nostro paese, della nostra civiltà che vogliamo qui ripercorrere. Ci interessa quella sorta di caduta dalla democrazia al fascismo, tanto più che il fascismo è vissuto dagli stessi italiani come un fatto endogeno, comunque essi si pongano di fronte a tale fenomeno politico del nostro recente passato. Lo è per i nostalgici, che lo rivendicano con orgoglio; lo è anche per gli “antifascisti” che lo considerano una spiacevole parentesi della nostra storia.
    Ma siamo sicuri che il fascismo sia stato un movimento tutto italiano? A parte il fatto che si presentò in diversi paesi europei come la Francia, la Spagna, l'Ungheria, è proprio da escludere che all'affermarsi del fascismo in Italia non concorresse la volontà dei governi dei paesi leader della politica europea negli anni tra il 1920 e il 1922? 
    La nostra idea è che certamente questo elemento così sottovalutato dalla storiografia sul fascismo abbia giocato un ruolo, complice una stampa internazionale che proprio allora ricamava sui luoghi comuni del machiavellismo italico come elemento di un ethos per certi versi primitivo rispetto alla ricchezza di temi e di valori invece tipici di più raffinate civiltà quali quella inglese e quella francese. Gli osservatori stranieri vedranno non a caso nel Duce il tipo del Principe di machiavellica memoria.
    Una cosa è certa: l'aiuto che alla causa dell'antifascismo diedero i governi dei paesi tradizionalmente liberali fu tutto sommato povera cosa, che si esaurisce nell'asilo offerto a tanti fuorusciti che furono comunque abbandonati al loro destino come Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli che proprio in esilio morirono, colpiti da sicari di Stato..
     
    2. Ma che cosa fu il fascismo?
     
    Del fascismo i giovani d'oggi sanno poco e niente. L'impressione addirittura è che ci sia qualche tentativo di ridurre perfino le distanze rispetto a un'epoca che fino a qualche tempo fa si ridicolizzava per certi aspetti esteriori, per l'imposizione di una moda, nel parlare, nello scrivere, nel ballare, nel fare cose che fossero squisitamente italiane. Oggi Mussolini, senza essere considerato un genio della politica nazionale, è comunque visto dai più, studiosi e uomini di cultura compresi, un uomo politico di primo piano, uno statista. 
    E se non fosse così? Se Mussolini fosse stato posto a capo del governo italiano non solo col beneplacito ma con qualche sospiro di sollievo da parte di altri governi europei? Se Mussolini fosse stato lo strumento di altri, in Italia e fuori d'Italia, pur senza essere una sorta di marionetta che fa quel che gli viene detto di fare, occorrerebbe certamente rivedere la storiografia tradizionale che tanto ha insistito sul carattere autoctono del fascismo come tipica tendenza del popolo italiano.  
    Mi pare oltretutto che a caratterizzare il fine statista, l'uomo politico di grande statura, sia l'eleganza con cui esce di scena se non propriamente carico di onori, col rispetto almeno di coloro che hanno assistito alla nascita e al tramonto del suo astro, rivali politici compresi. In tutto questo il morire, come si dice, nel proprio letto è la riprova di una “grandezza”, che rivela l'abilità di sapersi tenere a distanza da nemici pericolosi e da amici troppo intriganti, per non dire falsi. Mussolini non rientra in questa tipologia, tutt'al più in un'altra, che è quella dei non pochi epigoni di Napoleone e di cui Cromwell potrebbe dirsi l'antesignano. Questi personaggi lasciano una memoria di sé che divide il paese in due schiere: da un lato c'è chi li ammirano, dall'altro chi arriva perfino a disprezzarli, decretando in entrambi i casi una sorta di immortalità sia pure precaria. Tutto ciò li fa “grandi”, ma ci pare che non abbia nulla a che vedere con le qualità politiche. Si tratta infatti di personaggi capaci di incidere, a volte anche fortemente sull'ethos nazionale e che, per il seguito che hanno trovato, hanno fatto la fortuna di alcuni e la disgrazia di altri. Ma tutto questo col talento politico c'entra poco e niente. 
    Qualsiasi persona che abbia raggiunto una certa età intende benissimo in che senso la sorte di ognuno di noi sia nelle proprie mani e sa pure che la propria rovina e quella dei propri familiari, fatale perché casuale quando abbiamo trent'anni, è, dopo i sessant'anni solo frutto di una deriva che non siamo in grado di controllare, quando le nostre stesse scelte ci portano a dover affrontare situazioni non previste. I sessant'anni (o giù di lì) sono l'età della verità, quella in cui si fa un bilancio della propria vita e si cominciano a raccogliere, quando ci sono, gli allori ovvero gli insulti del destino che si sia voluto sfidare.
    Nel caso di Mussolini il lutto per la scomparsa di un figlio morto in combattimento, può ancora, nonostante tutto, apparire ed essere perfino vissuto come una dolorosa ineluttabilità. Certo non potremo mai sapere se, di fronte al terribile fatto, il “duce” si interrogasse circa il grave errore (politico) compiuto scegliendo di entrare in guerra a fianco di Hitler. Ma se la morte di Romano poté del tutto legittimamente apparire una disgrazia ineludibile, di sicuro non fu ineluttabile, tragica fatalità la fucilazione del genero, padre dei propri nipoti, che non solo non si seppe scongiurare, ma che il “duce” dové disporre per l'evidente ragione di doversi piegare alla volontà di un alleato troppo più forte di lui. Pretendere che in quel caso valesse il rispetto alla virtù romana per cui si castiga comunque chi agisce contro lo Stato ci pare eccessivo, anche perché, a conti fatti, il fascismo nella sua parabola conclusiva, rischiò di svendere lo Stato ai tedeschi, cioè ai nazisti e Mussolini aveva occhi per vedere in quale baratro fosse caduta l'Italia dopo l'8 settembre e la nascita della R.S.I. Noi saremmo addirittura dell'idea che Hitler barattasse l'incolumità della colonna dei mezzi che portavano a Brindisi il re d'Italia con la sua corte, con la “liberazione” di Mussolini, temendo (perché escluderlo?) che Mussolini si ponesse a capo di un movimento antitedesco, finalmente cedendo alle pressioni di Ciano. Se l'ipotesi è corretta, va detto che Hitler, sicuramente più macellaio di Mussolini, in una scienza politica ridotta a macelleria più o meno “scientifica”, aveva però assai bene inquadrato il personaggio. Di qui l' epilogo tristissimo e assai imbarazzante. Alludiamo all'arresto in divisa da soldato tedesco, con tanto di elmetto calato sugli occhi. E' la fine di un sogno, di un delirio di grandezza, di un teatro giocato sul palco della storia senza una adeguata preparazione. Un tonfo nel quale cadde non solo il leader del fascismo ma il popolo italiano con lui. Finale che non può non essere coerente a un esordio ugualmente avventuroso, senz'altro diverso da quello che ci è stato raccontato. E veniamo ai giorni della famosa Marcia su Roma.
     
    3. Le origini del fascismo
     
    Cominciamo allora col dire che all'indomani della prima guerra mondiale l'Europa vuole difendersi dall'ingerenza degli Stati Uniti d'America, una realtà che, specie in Italia e in altri paesi come l'Ungheria e l'Austria pochissimi conoscono bene, ma che crea, anche per questo, qualche sconcerto. Gli americani, figli minori di una cultura, quella occidentale, il cui cuore sta nella Vecchia Europa, hanno un po' troppo alzato la testa, facendosi arbitri, a Versailles, dei destini del mondo. A parte l'orgoglio ferito, occorre ridisegnare alcuni equilibri interni all'Europa e occorre pure che ciò sia fatto senza che si chieda il parere del Presidente degli Stati Uniti, che è già stato tanto pesante nel decretare, d'accordo con la Francia, che la Germania dovesse sopportare l'onere principale del pagamento delle spese di guerra.
    Nello scacchiere europeo l'Italia non è un paese particolarmente importante né sul piano militare né su quello economico. E tuttavia – per poco che si tenga presente come la grande operazione dell'Unità non sarebbe stata possibile senza il beneplacito di francesi, inglesi e tedeschi – lo spazio italiano non è ovviamente indifferente alla diplomazia internazionale. Geograficamente, se non anche geopoliticamente, l'Italia occupa uno spazio mediano tra l'Europa occidentale e l'Europa orientale e, se a considerarla stato-cuscinetto può farsi qualche fatica qualora tale nozione si riduca a una visione di mera strategia militare, diventa assai più immediato dare all'Italia una tale funzione per quanto riguarda i contatti d'affari e la rete diplomatica che corre sul duplice filo del neonato Stato italiano e l'altro della Santa Sede, con interessi confliggenti e talora paradossalmente anche concomitanti. Ci si ricordi che Mussolini, baluardo in Italia all'avanzata del pericolo rosso (e che i francesi ben conoscono avendogli dati i soldi per fondare il “Popolo d'Italia” che era nato per convincere gli italiani della necessità della guerra), arriverà a firmare un concordato con la Chiesa poco prima che un'iniziativa in tal senso potesse esser messa a punto dalla Francia. Sicuramente la questione della Santa Sede, che stava a cuore ai maggiori stati europei, era una questione internazionale rispetto alla quale l'estraneità degli Stati Uniti poteva darsi per scontata. Ma tanto nei confronti della Francia, quanto nei confronti dell'Inghilterra, Mussolini scelse di giocare d'anticipo deludendo sia i francesi che gli inglesi. I francesi perché si sarebbero volentieri proposti come alfieri del Pontefice di Roma; gli inglesi perché memori del laicismo dichiarato del fascismo all'epoca in cui il primo governo Mussolini si era insediato, offrendo loro più di una rassicurazione circa il fatto che la fine del potere temporale della Chiesa non diventasse una cosa temporanea ma restasse una situazione definitiva. Quando Mussolini conquistò il potere, come con retorica fascitica si disse e si continuò a dire, si trattava insomma di scongiurare da un lato l'affermarsi di un “totalitarismo rosso” in un paese considerato refrattario alla democrazia, ma importante sbocco del mercato industriale europeo, dall'altro di far sì che continuasse in Italia il braccio di ferro tra laici e cattolici (ma anche protestanti e cattolici) che da lungo tempo ormai caratterizzava l'Europa liberale.
    Mussolini insomma dà alcune garanzie e alle due appena indicate se ne aggiunge una terza: quel nazionalismo di parata, che si presenta quale anima del fascismo, non può che essere innocuo al prepotere delle grandi potenze. Coreografico dapprima e cinematografico in seguito, trapassa dal mondo dell'Opera lirica caro ai francesi, che sanno decifrarne l'impatto scenografico, a quello dei set dei film di Hollywood quando si tratta di rappresentare nella lontana America il mondo dell'antica Roma. Qualcosa cambierà con l'avvento di Hitler, ma al momento in cui Mussolini assume le redini del governo in Italia è remota perfino l'ipotesi che Hitler possa porsi alla guida della Germania. Certamente inoltre se Mussolini si assicurò la presidenza del consiglio dei ministri con l'appoggio o con il consenso di paesi stranieri, non è certo alla Germania, che in quel momento era a pezzi, che bisogna guardare ma all'Inghilterra e alla Francia, come agli Stati in condizione di esprimere coi sotterfugi della diplomazia il loro assenso e il loro veto ad altri possibili concorrenti alla prestigiosa poltrona.
    Non vogliamo sostenere che Mussolini fosse stato messo a governare l'Italia dalle superpotenze europee, Inghilterra Francia in testa, ci pare piuttosto che alla designazione di un tale personaggio da porre alla guida politica del paese si giungesse dopo aver scartato altre ipotesi che avrebbero potuto risultare non gradite ad alleati troppo potenti. Ci pare in questo senso che il nome di cui Francia e Inghilterra si fossero stancati fosse quello di Giovanni Giolitti. Riconosciuto in Italia tra i grandi statisti della storia nazionale, Giolitti rappresenta un' Italia “liberale”( l'Italietta, come si disse) giunta a uno stato di crisi che, dal punto di vista degli osservatori stranieri, può essere senza ritorno. La questione della Santa Sede non preoccupa il vecchio leader liberale, e, per quanto riguarda il pericolo rosso, conta d' affrontarlo con strategie che possono fuori d'Italia apparire perfino pericolose, mirando a coinvolgere alcuni esponenti del partito socialista nella formazione di governi che hanno vita precaria, come quello di Ivanoe Bonomi.  
    Se è assai probabile che Vittorio Emanuele III si fosse stancato dell'ormai vecchio Giolitti, è altresì credibile che tale stanchezza potesse essere indotta da un clima politico europeo a cui, dopo Versailles, la corte italiana era sicuramente sensibile. La Corona, come a quel tempo si diceva, aveva la funzione di garante delle istituzioni democratiche (o pseudo-democratiche) nate con l'Unità d'Italia, svolgendo quella funzione di bilanciamento e di coordinamento tra le varie realtà istituzionali che sarebbe poi trapassata in età repubblicana alla Presidenza della Repubblica, che qualunque osservatore politico sa essere sensibile al mantenimento degli equilibri internazionali,  Ora al tempo in cui il fascismo divenne forza politica dotata d'una qualche consistenza è quando sorge la questione di Fiume, la cui occupazione a opera di D'Annunzio e dei suoi seguaci subì un'immediata battuta d'arresto per opera di Giolitti, che sostituì Nitti incapace di governare la situazione. Non ci riferiamo a valutazioni personali di Vittorio Emanuele III, che pure hanno un indiscutibile peso nell'Italia d'allora. Tale situazione è in parte obiettiva e una volta tanto l'allora re d'Italia fece bene a nominare il vecchio Giolitti, a ciò spinto da una provvidenziale crisi ufficializzata dal Parlamento. Il punto però è che il re fu costretto a tale mossa per evitare incidenti internazionali che avrebbero posto il paese in una situazione pericolosa. C'è da aggiungere che D'Annunzio non si sarebbe lanciato nell'impresa di Fiume se non avesse avuto la sensazione di far cosa gradita se non direttamente al re, almeno agli ambienti di corte. I suoi biografi sanno che l'impresa comportò per lui il titolo di principe di Montenevoso e il conseguente diritto a prender parte alle battute di caccia alla volpe, uno dei sogni dello stravagante protagonista della vita letteraria italiana. Cosa che rende lecita la domanda: quali interessi correvano nell'area del Carnaro? Quali problemi la riconosciuta italianità di quei territori avrebbe risolto per tanti personaggi influenti del mondo della politica, della finanza e dell'industria pesante?
     
    Non c'è dubbio che, sul piano della politica internazionale, la figura di Vittorio Emanuele III fosse ormai sbiadita, tanto da destare motivate perplessità alla stessa conferenza per la pace. La questione del patto di Londra, patto segreto non denunciato in quel consesso internazionale nonostante gli inviti a farlo, fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso. La monarchia italiana, che tanto interesse aveva a rivendicare il possesso di Trieste e della penisola del Carnaro, parve sospetta due volte: la prima perché aveva nascosto agli italiani un accordo per l'entrata in guerra, anche dopo che la guerra era stata dichiarata e iniziate le operazioni militari, la seconda perché insospettiva l'urgenza di occupare Fiume, di cui si era fatto sollecito interprete D'Annunzio, famoso scrittore ma anche noto terminale di un mondo affaristico del tutto privo di scrupoli.               
    La sensazione è che, volendo essere un pizzico maliziosi, tra questo mondo e il re d'Italia ci fosse un qualche legame probabilmente stabilito nel corso della guerra, quando, dovendosi armare l'esercito e quindi anche disarmarlo, occorreva qualcuno che garantisse movimenti di denari e di armi lungo una frontiera. Come fu armato l'esercito italiano nel corso della prima guerra mondiale? Gli armamenti che per varie vie (non ultima quella degli USA) furono in dotazione dell'esercito italiano nel corso di oltre quattro anni di guerra rimasero tutti in Italia? Non c'è bisogno di pensare a un Vittorio Emanuele trafficante d'armi, basta pensare a un coinvolgimento anche indiretto del re e / o di qualche personaggio della casa reale troppo al corrente di materie delicate, avallate in fretta e nell'urgenza di risolvere, purché fosse, una grave emergenza per immaginare un possibile coinvolgimento di Vittorio Emanuele III in operazioni che ne possono compromettere la credibilità. Come non pensare che il confine tra l'Italia e i paesi slavi – alcuni dei quali nelle rosee aspettative del re e dei suoi amici, sarebbero sicuramente diventati territori italiani – servì come utile linea di passaggio a traffici che in entrata e in uscita si avvalevano di qualche agevolazione? A volerla dire tutta, lungo un confine non passano in tempi di guerra soltanto armi, ma anche documenti relativi ad accordi sulle modalità di pagamento...
    La guerra, la prima guerra mondiale si risolse, in parte nascondendoli, in conflitti sociali di cui fu spia in Italia (ma anche in Francia e in Germania) la dura disciplina militare con tanto di processi sommari e fucilazioni che gli ufficiali eseguirono nei confronti della truppa, cosa che non poté sfuggire all'osservazione di Mussolini che, pur interventista (e volontario di guerra) era pur sempre allora socialista. Fu forse allora che questo leader di un partito di massa comprese che la causa socialista fosse una causa persa e, desideroso di salire sul carro dei vincitori, mutò divisa. 
    In tutto questo va pure ricordato come la prima guerra mondiale fu combattuta anche con l'impiego di spie e lo spionaggio internazionale compì allora rapidi passi in avanti, sia per gli strumenti in dotazione, sia per la preparazione delle persone impiegate nel delicato ruolo di informatori dei vari governi. Francia, Germania e Inghilterra si erano su questo piano assai bene organizzate, meglio che non l'Italia. I fatti italiani, a cominciare da quei panni sporchi che si vorrebbero lavare in famiglia, erano sicuramente noti ai governi delle superpotenze europee e questo non valse certamente a far accrescere la stima che nei nostri confronti avevano le altre nazioni d'Europa, a cominciare da quelle che allora contavano di più.
    La triste, veramente triste conclusione a cui giungiamo alla fine di queste nostre considerazioni è una e non è piacevole. Fu proprio con Mussolini che si intraprese una strada che a tratti sembra essere stata ripercorsa anche successivamente nella storia del nostro paese, quella per cui si fa finta di governare, evitando di amministrare sapientemente le ricchezze del paese e del popolo italiano. Più urgente è il messaggio da dare agli “alleati”, per cui chi governa riesce a tenere a bada una popolazione indisciplinata, irresponsabile e poco incline alla democrazia e soprattutto scandalosamente disinformata sulle cose della politica. Noi siamo dell'idea che è probabilmente proprio a partire da Mussolini che a governare davvero in Italia è un sottobosco politico che con molta indolenza si limita a fare in modo che ogni cosa prosegua come per l'innanzi era accaduto. A parole si fa non si sa bene che rivoluzione, nei fatti si procede alla formazione di nuovi uffici, di nuove mansioni che garantiscano ai fedeli e ai fedelissimi una collocazione sociale particolarmente vantaggiosa, compreso qualche arricchimento. E nacquero i Gerarchi. 
     
    Conclusione
     
    Certamente tutto questo non esaurisce il discorso sul fascismo, ne mette però in luce un aspetto che, per essere coerente ad altri che vengono man mano emergendo (la rivalità di Mussolini con altri capi del fascismo come Italo Balbo e Roberto Farinacci che volentieri lo avrebbero visto morto e un autoritarismo a cui il dittatore si risolse per l'evidente intrinseca debolezza del suo governo) cancella in gran parte l'eccesso di amore (e di odio) che ha concorso a porre Mussolini su un piedistallo troppo alto per lui e per noi, che tuttora sembriamo ai popoli degli altri paesi europei inetti all'autogoverno e tali da dover essere governati, come con molta disinvoltura sostengono alcuni illustri parlamentari che ci invitano e esprimere un voto col giusto diritto di scegliere il padrone.
    Mi dispiace: questo modo di parlare e di ragionare è contrario allo spirito di una democrazia autentica: il padrone è il popolo italiano e chi governa, cioè i ministri, “governa”, cioè lavora nell'interesse e nel nome di chi lo abbia chiamato a tale ruolo, vale a dire il Parlamento che esprime fiducia al governo, il governo amministrando saggiamente le risorse che sono del popolo elettore. Altrimenti, A CASA!

  • INTERVISTA A MACHIAVELLI
    SUL GOVERNO CONTE

    data: 09/03/2019 10.22

    Abbiamo chiesto a Machiavelli di dire due parole sulla situazione politica italiana corrente. Non mettiamo la mano sul fuoco circa il fatto che sia stato proprio lui a rispondere. È certo peraltro che il segretario della repubblica fiorentina, figlio come tutti del suo tempo, aveva una mentalità e un metro di giudizio lontani dal nostro giudizio e dalla nostra mentalità, sicché pare difficile applicare il suo modo di vedere ai fatti della cronaca politica oggi corrente. Ma, per buona informazione dei lettori, abbiamo ceduto alla tentazione di riportare un parere comunque autorevole che ci sembra possa riassumersi nei termini che seguono.
    “Secondo che sento dire da alcuni, volendo il dottissimo messer Giuseppe Conte entrare in politica, stimato com’è peritissimo professore delle scienze giuridiche, accettò suo malgrado il fardello assai grave d’essere a capo d’un Governo del quale dovea egli essere piuttosto arbitro che non conduttore. Come in questi casi suole accadere, ne’ destini incerti d’un futuro che nulla promette, messer Conte trova la via più agevole per uscir d’impaccio”.
    Vuol dire, messer Machiavelli, che il premier Conte fa cadere il governo di proposito?
    “La intenda come vuole, o meglio come la sarà da intendere man mano che diano gli eventi il frutto da ciascuna parte sperato. Gli è che, cadendo il Governo, verranno meno amendue le misure che sono sul punto di prendersi e tanto la via ferrata che speditamente dovrebbe unire Torino a Lione, quanto l’obolo ch’è in punto di darsi a’ non pochi che figureranno esserne bisognosi non avran seguito…”.
    Si spieghi meglio
    “È semplice: da un lato si dee ancor giugnere a definire in che termini e modi precisamente debbesi disciplinar la materia dell’obolo caritativo, dall’altra cadendo il Governo si differisce ogni e qualsiasi decisione in merito alla “Tav” - si chiama così? - che saria secondo che mi vien detto qualcosa come il “trasporto assaissimo veloce””.
    Un danno per tutt’e due gli schieramenti politici attualmente al Governo!
    “Sia pure ma, senza rifarsi a’ profondi principi dell’arte nobile e sottile di far politica, mi concederà esser fondato l’adagio per cui “tra i due litiganti il terzo gode” ovvero come dicea mia nonna “a crear scompiglio, qualche cosa ci piglio!””.                                                                                                  
    E quale futuro, secondo lei, si preparerebbe per il Paese?  
    Cotesta è materia assai grave. Ne nascerà, io sono per temere, un Governo simile assai a quello di Alessandro de Medici del quale ebbe a lamentarsi messer Michelangelo Buonarroti ove disse “Caro m’è il sonno e più l’esser di sasso / mentre che il danno e la vergogna dura; / non vedere, non sentir m’è gran ventura; / però non mi destar, deh, parla basso”. Ma io penso che meglio e più scopertamente dicesse Dante “Ahi, serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province ma bordello””.

                                                             

  • RUBARE E' UNA SCIENZA?

    data: 25/02/2019 17.50

    C’è tra scienza e democrazia un rapporto assai più profondo di quanto non si sospetti, perché coloro che gettarono le basi dello stato moderno non furono altro che “scienziati” o, per usare termini più appropriati, “filosofi”, quando, tra Sette e Ottocento, i filosofi erano coloro che appassionatamente ponevano i loro sforzi allo studio meticoloso e sistematico di alcune questioni.

    Quel che dalla nascita dello stato moderno ci si sarebbe aspettato come risultato maturo non si è compiuto e, contrariamente alle aspettative dei padri fondatori del diritto costituzionale e delle “libere istituzioni” sorte nell’Ottocento, il politico, al quale si concede pure di non essere profondo conoscitore del diritto, dell’economia e della sociologia, non si affida oggi a giuristi, a economisti e a sociologi per la definizione e la soluzione dei principali problemi. Per dirla brutalmente i politici hanno trasformato i giuristi in avvocati capaci di suggerire strategie che li proteggano da spiacevoli sorprese, i sociologi in attenti rilevatori degli umori della piazza, gli economisti in contabili che fanno i bilanci, calcolano i disavanzi e il debito pubblico, togliendo in tal modo a giuristi, sociologi ed economisti la funzione di semplificare i problemi complessi, riconducendoli a schemi che li rendano gestibili nell’interesse dei cittadini.

    I sondaggi d’opinione, creati su modelli offerti da sociologi americani, i referendum popolari, la propaganda politica e talvolta anche la poca sincerità degli studiosi, solleciti a compiacere i potenti, hanno incrinato un sistema che pareva dover offrire obiettive garanzie di successo. E oggi ci si appella, per falso spirito democratico, al popolo ben sapendo che il popolo non ha competenze necessarie a risolvere certi problemi.

    La bella tirata di Roberto Saviano a “Che tempo che fa” di domenica 24 febbraio, che ha trovato la solidarietà di un Camilleri in splendida forma, ha descritto questa deriva, facendo presente come con poco sforzo, e senza far ricorso più di tanto a tecnicismi che possono apparire fumosi, chiunque può rendersi conto di come stiano le cose, purché utilizzi correttamente alcune nozioni.
    Contro Saviano peraltro agiscono tutti quegli invisibili legami che i mass-media, vere e proprie armi di distrazione di massa, hanno con l’ormai diffusa esigenza, vivissima negli italiani, di violare il rigore del ragionamento, perché ragionare stanca, richiedendo un eccesso di concentrazione.
    Di questa esigenza che ha l’italiano medio, possono farsi alcuni esempi.
    Primo esempio. In un suo celebre dialogo che un (finto) moribondo ha col confessore, il marchese de Sade attirava nel secondo Settecento l’attenzione sul fatto che per giustificare una cosa incredibile come è l’esistenza di Dio, si ricorra al miracolo, che è un’altra cosa incredibile! Molti italiani oggi, stanchi di ragionare su questioni teologiche, tagliano corto e credono, confondendo la fede con la credulità di fatto diventando, a vari livelli, sanfedisti, pronti a cadere in ginocchio davanti a qualcosa che non si spiegano, probabilmente per pigrizia. Io non sono credente, ma mi pare difficile che, se un Padreterno c’è da qualche parte, premi la pigrizia morale e intellettuale. Né credo che un Padreterno, che ha sicuramente un’intelligenza superiore alla media, sia così piccolo da prendersela con chi in buona fede si sforza soltanto di capire le cose, legittimamente usando quel po’ di cervello che lo stesso Padreterno gli avrebbe messo a disposizione.
    Secondo esempio. Molti italiani sanno che la Terra gira intorno al Sole, ma non si curano di appurare perché sia così e se gli chiedi se siano o non siano copernicani, ti rispondono che non c’è dubbio: loro sono copernicani, perché la teoria di Tolomeo non va bene. Ma in che cosa consista il copernicanesimo e perché il buon Nicolò preferisse la teoria eliocentrica a quella geocentrica è quanto molti di loro ignorano del tutto.
    Terzo esempio. Gli italiani sanno benissimo che le coste, i mari, i boschi, le montagne, le città in cui vivono costituiscono una ricchezza che il mondo ci invidia, un immenso capitale sul quale investire per far crescere il Paese. Per loro queste ricchezze reali non contano nulla rispetto al numero che leggono su una banconota, che ha infine un valore nominale. I soldi, che servono a spostare la ricchezza e non sono ricchezza, sono tanto preferiti alla ricchezza comune che tra i primati che l’Italia si assicura c’è quello dell’evasione fiscale.
    Io credo che il razzismo in Italia nasca da una guerra fra ladri, per cui chi ruba, protetto dalla legge o da un sistema nei suoi confronti fin troppo benevolo, è una persona rispettabile, il ladruncolo che sull’autobus sfila il portafogli va preso a botte, a calci e a insulti.
    E non mi dispiace dirlo: io mi metto dalla parte del ladruncolo e contro l’evasore fiscale.

  • CONDANNA O ASSOLUZIONE
    MA NON GIUDIZI SOMMARI!

    data: 19/02/2019 17.10

    C’era una volta il processo sommario, per cui su due piedi e sulla base di una tesi accusatoria, alcune persone erano condannate a pene anche dure, anzi durissime, come la pena capitale.
    Oggi in Italia si ricorre all’assoluzione sommaria, perché è “logico” che un ministro non possa agire altrimenti che nell’interesse dello Stato. Un ministro è “responsabile”, per definizione, non perché generosamente appellandosi all’opinione pubblica, mostra il petto, quasi dicesse “sparatemi, se ardite fare tanto”. In questo senso è pleonastica tanto l’affermazione di Conte quanto quella di Di Maio circa la corresponsabilità con Salvini. Tutto questo è già nei fatti e se non lo fosse stato nessun magistrato avrebbe chiesto l’autorizzazione a procedere. Mi permetto di far osservare una cosa. L’on. Salvini è senatore, ma non è nella sua qualità di senatore, non è per un eventuale abuso di potere che come senatore si sarebbe arrogato che gli si chiede di rispondere del suo operato. Se si fosse trattato di Conte, che non è né deputato né senatore, quale procedura si sarebbe dovuta seguire? Sicché, stando alla logica, un comune cittadino avrebbe potuto auspicare che il ministro caldeggiasse lui un’autorizzazione a procedere, d’accordo con tutti gli esponenti del suo partito, tutti desiderando far piena luce sui fatti. A parte queste disquisizioni teoriche, ammetterò un mio limite.
    Io non sono così intelligente da saper cogliere la verità profonda che probabilmente si nasconde nell’affermazione che 177 persone disarmate, tra cui donne e bambini, possano costituire un pericolo all’integrità territoriale dell’Italia, al punto da invocare la difesa dei confini della patria, come intento da perseguirsi per impedire loro lo sbarco.
    Vorrei che questa cosa mi fosse spiegata, visto che non la intendo. E mi pare che, nell’interesse di altri che come me hanno per loro disgrazia la testa dura ma desiderano capire come stanno le cose, si desse a chi vuol difendere le sue posizioni, di dare l’occasione per farlo.
    Sono contrario ai giudizi sommari, comunque siano, di condanna o di assoluzione. 
     
     

  • IL CONCORDATO, 90 ANNI FA
    PERCHE' FU ANACRONISMO

    data: 10/02/2019 21.27

    E' un fatto: quando l’11 febbraio 1929 si sedettero per la firma dei patti lateranensi il rappresentante del governo italiano e quello della Santa Sede, si rialzarono a cose fatte, il rappresentante del governo italiano e quello dello Stato della Città del Vaticano. Nella storia politica della Chiesa cattolica il fatto valse una vittoria. Ma quanto autentica fu poi quella vittoria?

    Non nasconderò che questo fatto storico mi impedisce di professarmi cattolico. Sono infatti convinto che la fine del potere temporale sancisse una qualche pacificazione tra la monarchia papale, sostanziale emanazione del potere del collegio cardinalizio, e il popolo di Roma composto in gran parte di semplici fedeli. E dire che non erano mancati autorevoli intellettuali che avevano attirato l’attenzione sull’anacronismo di un governo alla cui guida si ponesse il capo spirituale di una religione.
    Nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni si legge il rimbrotto che il Cardinal Borromeo rivolge a quel mediocre curato che nella finzione romanzesca è don Abbondio, il quale, tra le altre cose, si sente dire: “Non sapevate voi che l’iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e lo spavento altrui?”.
    E' dai tempi della rivendicazione di quel potere da parte di Pio IX che tanti cattolici, ossequiosi di nient’altro che dell’autorità d’un principe, si sono da fedeli trasformati in creduli, e – spaventati - hanno ritenuto che ci fosse un qualche diritto da parte del papa a rivendicare un potere temporale purché fosse. L’ esercizio di un tale potere è per me incompatibile con un potere autenticamente spirituale e poco conta che il territorio dello Stato della Città del Vaticano si limiti a quattro o cinque palazzi storici del centro di Roma. Se all’epoca in cui il nuovo Stato rinacque, cioè nel 1929, era opinione diffusa di quanti si occupavano di “dottrina dello stato” che il territorio fosse un elemento fondamentale, oggi lo Stato della Città del Vaticano è riconosciuto dall’ONU e non è meno influente, sul piano delle relazioni politiche, di quanto lo siano altri piccoli enclave che, per essere dei paradisi fiscali, molto incidono sulla politica internazionale.
    Il laicismo, voglio dire, non è una conquista dell’agnostico o dell’ateo, è una conquista del fedele che finalmente impara che la sua scelta di restare nel mondo non nasce necessariamente dalla viltà di non sentire la vocazione al sacerdozio. Tale scelta nasce, al contrario, dal coraggio di riconoscere che non tutti siamo fatti per abbandonare il secolo e che anzi nel secolo possiamo essere utili, senz’altro più di quanto nel chiostro non fosse quel miserello di don Abbondio, che avrebbe fatto assai meglio a non prendere i voti. Se invece che alla cura delle anime si fosse dedicato a qualsiasi altra onesta attività, si sarebbe reso più utile agli altri e a se stesso.
    Corollario di questo “teorema” è che c’è una dignità in tutti noi e, se il credente farà bene a sentire un senso di rispetto per chi veste l’abito religioso, non dovrà però cedere, credulo e spaventato, all’idea che a lui manchi qualcosa. A parte il fatto che la “chiamata” può arrivare in qualsiasi momento della nostra vita, chi non la sente ha comunque un merito che è quello dell’onestà verso se stesso.
    Concludendo, quando novant’anni fa si istituì lo Stato della Città del Vaticano si fece torto più che ad agnostici, atei e indifferenti, a quei fedeli che più responsabilmente di altri desideravano vivere e testimoniare liberamente la loro fede, senza essere né creduli né spaventati, ma ricchi di un entusiasmo che tutti dobbiamo rispettare. 

  • SALVINI SALVA LA PATRIA?

    data: 31/01/2019 10.37

    All’accusa di non aver soccorso dei minori in pericolo, l’attuale ministro degli interni ha risposto dicendo d’aver impedito lo sbarco ai profughi per salvare i confini della patria. Ora, se c’era pure da porre in discussione il capo d’accusa, sono le scuse del ministro, cioè gli argomenti da lui addotti contro l’accusa, a lasciare perplessi. Quel che si insinua da parte di Salvini è che i profughi della nave Diciotti, minori compresi, potessero costituire una minaccia alla sicurezza del popolo italiano. Ciò è palesemente falso e ci pare che anche il ministro lo sappia.
    Sono senz’altro più pericolose per gli italiani cose come le zanzare tigri, le trombe d’aria, le alluvioni, le valanghe di neve che uccidono e fanno danni per non parlare della mafia e dell’evasione fiscale. Se queste non sono tutte materie di stretta e diretta o esclusiva competenza del ministro degli interni, è vero tuttavia che, come vice-premier il ministro Salvini potrebbe (= avrebbe da tempo potuto) caldeggiare un’azione coordinata di più ministeri per la soluzione di questi e di altri problemi. In Italia crollano ponti, decine di cittadini muoiono e le autorità competenti si scusano dicendo d’essere all’oscuro della pericolosità della struttura, quasi che non fosse compito di chi amministra avere informazioni aggiornate su cose così importanti.
    Il fatto d’altronde è successo poco dopo che il governo s’era insediato e gli italiani hanno voluto benevolmente chiudere un occhio sull’accaduto. Resta il fatto che, se i terremoti e le eruzioni vulcaniche sono imprevedibili, altre cose lo sono, a cominciare dal fatto che siano senz’altro a rischio abitazioni che sorgono a ridosso di un vulcano. E un governo che voglia risistemare le cose che non vanno avrebbe fatto bene ad attivarsi per scongiurare possibili disastri. Tanto per distinguersi da quanti in passato hanno trascurato problemi che son venuti crescendo nel tempo.
    Ma allora perché prendersela con Salvini? In fondo non è peggiore di altri…
    A guardare le cose con un certo distacco può effettivamente apparire così, ma c’è una piccola cosa che un po’ sgomenta, l’assenza di umorismo e di senso del comico. Senso del comico che fa oggi addirittura rimpiangere i tempi di Giulio Andreotti, quando c’era meno “trasparenza”, ma con un briciolo di fantasia gli italiani arrivavano a vedere quel che a loro non veniva mostrato.
    Adesso siamo ai tiri con effetto e non tutti sono in condizione di parare colpi del genere. Il triste è che c’è da scommettere che nessuno sappia dove la palla possa andare a finire, forse neanche chi l’ha lanciata. 
     

  • INSEGUIRE I REATI?
    MEGLIO PERSEGUIRLI

    data: 16/01/2019 13.27

    E’ normale esser contenti perché la giustizia trionfa e perché una persona, riconosciuta colpevole per delitti commessi anche svariati anni fa, sconta finalmente il suo debito. Resta il fatto, nel caso di Cesare Battisti, al quale ci riferiamo, di un provvedimento tardivo che molto ricorda quello di mafiosi che, latitanti da lungo tempo, vengono assicurati alla giustizia la volta che la “soffiata giusta” consenta alle forze dell’ordine di fare irruzione in “residenze-bunker” a volte a poca distanza da dove risiedono i familiari del boss. Il sospetto (e i sospetti sono legittimi) è che il pericoloso criminale sia assicurato alla giustizia quando non è più in condizione di nuocere.
    Sono trascorsi più di trent’anni da quando, secondo quanto risulta dai processi intentati contro di lui, Cesare Battisti commise i reati che gli sono ascritti. E in questo senso anch’io che rispetto la sentenza di una magistratura che agisce in accordo con le disposizioni di legge, non posso non plaudire all’esito positivo di una “caccia all’uomo” che ha posto fine a una scandalosa latitanza della giustizia in Italia. Finalmente può dirsi, riecheggiando il celebre finale dei Tre moschettieri di tale Alexandre Dumas “giustizia è fatta!”.
    Facendo però i conti con la realtà, due cose vanno, secondo me, prese in considerazione: la prima è che non può ridursi il senso della giustizia a una rivalsa contro chi ha “sbagliato e deve pagare”. E’ dall’Ottocento che la scuola del diritto italiano ha denunciato l’inattendibilità di teorie volte a considerare la pena quale espiazione di una colpa. La società civile si tutela nei confronti di un criminale valutandone la pericolosità e, in ogni caso, avendo cura di spendere delle risorse per la rieducazione di chi si sia macchiato di un delitto.
    Dirò di non credere alla pericolosità di Cesare Battisti, a meno di dover cedere all’opinione diffusa che chi abbia compiuto un reato sia una persona destinata a reiterarlo. Ma non pare che in tutti questi anni Battisti abbia commesso altro reato se non quello di sfuggire alla giustizia (intempestiva?) del nostro paese. Aggiungerò che, a quanto è dato di capire, parecchie risorse sono state impiegate per la cattura di quest’uomo, in un momento in cui sono obiettivamente tante (=altre?) le priorità del paese Italia che possono definirsi pressanti, anche relativamente alla lotta alla malavita organizzata, terrorismo compreso. Va bene aver assicurato alla giustizia un terrorista di quasi quarant’anni fa, ma perché non spendere tutte le energie possibili contro quanti possono al presente nuocere al nostro paese?
    So bene che non poche obiezioni possono farsi a quanto qui sostengo. Ci sono iniziative alle quali non si dà più di tanto pubblicità perché devono restare “segrete” per essere attendibili. Di più: si è data la caccia a criminali nazisti catturati ben oltre i quarant’anni dai delitti commessi. E non nascondo

    La critica fata non va dunque intesa in quanto rivolta al giusto zelo che ha portato al felice esito dell’operazione compiuta dalle encomiabili forze dell’ordine, ma all’efficacia di un sistema che sembra piuttosto inseguire che non perseguire i reati di quanti violano in Italia la Legge. 

  • EUROPA, LA NOSTRA STORIA

    data: 04/01/2019 16.47

    Salire in ritardo su un mezzo di trasporto, carrozza, autobus, treno o aereo che sia, è da sempre una metafora per dire che non bisognerebbe perdere le occasioni che la sorte ci offre. La sensazione che gli italiani rischino di perdere un treno importante, magari perché sbagliano fermata, ci induce a qualche riflessione. Ci riferiamo al treno Europa, sul quale salirono, per poco che ci si sforzi di ricostruire correttamente gli scenari storici, i nostri antenati quando ritennero di dover dar vita all’Italia unita.
    L’unità d’Italia, per quanto realizzata nel modo peggiore possibile, consentì agli italiani di entrare nel dorato mondo della “civile” Europa, quello del progresso scientifico e tecnologico, della scuola dell’obbligo, delle riforme e delle conquiste sociali. Per quanto non manchino oggi critiche a questa definizione di un mondo per più aspetti in crisi, ci pare fuori discussione che l’ingresso nel “concento europeo”, come nell’Ottocento si diceva, faceva delle grandi città italiane centri di produzione e di cultura attivi e intraprendenti. Tutto ciò sarebbe stato impossibile a realizzarsi se, per esempio, il ducato di Mantova o il Granducato di Modena fossero rimasti quel che erano. Ciò significa che non fu un diffuso spirito nazionalistico a promuovere l’unità d’Italia, come pure è stato raccontato, quanto piuttosto la sagacia di un’intellighenzia italiana il cui nerbo era costituito da un’aristocrazia consapevole del rischio d’una crisi e da una acculturata borghesia delle arti e delle professioni. Su questa intellighenzia non agì tanto lo spirito del nascente romanticismo quanto quello di un illuminismo cosmopolita. Il dibattito sul romanticismo e l’assunzione da parte di qualcuno dei principi della nuova corrente letteraria, valsero ad affacciarsi su uno scenario attuale, per non essere respinti, come accadde della Grecia e delle Serbia ai confini remoti di un impero, quello asburgico, destinato a scomparire. Furono insomma la Milano di Manzoni, la Firenze di Vieusseux, la Genova di Mazzini e la Napoli del giovane Pasquale Stanislao Mancini i polmoni dell’unità d’Italia. Agirono qui comitati che riuscirono a tessere tutta una rete di rapporti anche con realtà periferiche alle quali non parve vero affacciarsi, sia pure timidamente, al balcone della grande storia.
    Ciò chiarito, merita ricordare come ancora oggi, un po’ come in passato, i politici si guardano dal parlare apertamente dei problemi reali del paese. Lo si evita per non creare allarmi, ma anche per non perdere credibilità e potere, dal momento che tutte le forze politiche, quale più quale meno, hanno disposto di canali di informazione (e di finanziamento) più o meno occulti. Siamo oggi al punto – ed è questa una critica di cui chi scrive si assume le responsabilità del caso – che buona parte dei giornali e dei giornalisti politicamente schierati, depistano l’opinione pubblica dai problemi autentici che il nostro paese sta vivendo. Né questa vuole essere un’accusa, quanto la presa d’atto di una situazione in parte inevitabile. Se infatti il politico è giustificato da fatti obiettivi, il giornalista lo è in quanto riferisce puntualmente e “fedelmente” circa le posizioni ufficiali che il politico assume. Ma poi spesso, nella maggioranza dei casi, il giornalista evita, perfino nelle interviste, di azzardare interpretazioni “coraggiose”, anche perché queste interpretazioni metterebbero a rischio l’intervista successiva.
    Occorre allora che, bypassando la cronaca politica, qualcuno dica quel che pure va detto. E non è un caso che le cose più interessanti siano dette da coloro che attivamente si occupano oggi di geopolitica. Il rischio che oggi corrono gli italiani è, secondo noi, quello di assecondare, senza accorgersene, il desiderio di chi vuole circoscrivere la leadership d’Europa affidandola a pochi paesi che siano in condizione di disputarsela. Da questa contesa l’Italia è fuori anche come paese che possa offrire un qualche appoggio a un possibile alleato. E’ infatti accaduto che, nel tempo l’Italia ha perso di credibilità e, da paese che prometteva di diventare moderno, ha mostrato il suo vero volto di paese sostanzialmente feudale. Si leggano i commenti dei giornalisti stranieri circa l’avvento al potere di Mussolini spesso presentato quale campione di un italico spirito a cui si adatta la logica del bastone e della carota.
    Ma veramente il fascismo fu un fenomeno endogeno? Inghilterra e Stati Uniti non fecero proprio nulla all’indomani della prima guerra mondiale per far sì che l’Italia non fosse coinvolta in una rivoluzione bolscevica? Che opinione si fecero, finita la guerra di una dinastia regnante giunta con Vittorio Emanuele III al culmine del reazionarismo e dell’inettitudine politica? Che cosa veramente accadde a Versailles, quando al tavolo dei vincitori della prima guerra mondiale l’Italia ebbe un ruolo secondario se non marginale? La linea seguita dagli stati dell’occidente europeo all’indomani della seconda guerra mondiale non registra la medesima preoccupazione? La caduta del muro di Berlino non ha forse comportato una quasi uscita di scena da parte dell’Italia dallo scacchiere europeo, visto e considerato che aveva ormai perso la natura di frontiera, peraltro un po’ precaria, del mondo occidentale?
    Diciamo queste cose non per piangerci addosso ma per mettere sull’avviso quanti si illudano che sia auspicabile un futuro dell’Italia fuori dell’Europa. Il treno che l’Italia si prepara a perdere, proseguendo lungo la strada che attualmente percorre, è quello che, impedendole di rivendicare un suo spazio in Europa, la ricaccia verso un Medio Oriente all’interno del quale potrà, non senza qualche difficoltà e aggiustamento, garantirsi un futuro come forza trainante della realtà nord-africana. E’ un paradosso, per poco che si consideri come la prima spinta alla modernità venisse proprio dall’Italia che nel Rinascimento fece da battistrada alle altre nazioni europee sul piano di una produzione che da artigianale andava facendosi proto-industriale.
    Non ci riferiamo – è ovvio – ai mezzi di produzione quanto piuttosto alla quantità di merce che invase i mercati di mezza Europa. Si pensi ai gioiellieri, ai sarti, agli argentieri, si tipografi e ai librai italiani del Cinque e Seicento! Tutto questo consenti a tutta una fascia di popolazione d’affacciarsi a esperienze nuove sul piano della vita morale. Chi acquisisce professionalità infatti comincia a porsi questioni deontologiche di fronte alle quali ci si pone con sempre maggiore chiarezza, quanto più si posseggano strumenti culturali appropriati. Caravaggio che si ostina a pretendere che i santi abbiano i piedi sporchi, contrappone a un’ormai vuota e convenzionale raffigurazione della santità un’altra più vera e più sensata, sorretta dalla conoscenza dei fatti della vita reale. La morale comincia allora a coniugarsi con una visione anche politica del mondo, nel senso che il pittore difende di fronte all’autorità costituita la dignità della propria professione. 
    In mezzo a difficoltà e funambolismi imposti dal clima della Controriforma, gli italiani crebbero fino a tutto il Settecento su questo piano e Verri e Beccaria diedero agli studi giuridici un rigore e una dignità nuovi. E’ con l’Ottocento, il secolo della grande divulgazione del sapere che, complici figure di “intellettuali” che vestirono più l’abito di moralisti e predicatori di verità fatte cadere dall’alto, che si registra un primo ritorno alle origini. Il cittadino, invece d’essere fatto consapevole delle particolari responsabilità conseguenti alla scelta di una professione, è sollecitato a cogliere tutta la poesia di difficili e complesse attività socio-culturali. L’avvocato è uno che opera sempre e di regola per la giustizia; il medico è un filantropo generoso e disinteressato, il militare uno animato da un forte amor di patria e di fedeltà alle istituzioni; il filosofo un uomo d’alto ingegno che si pone di fronte ai gravi problemi dell’umanità, l’artista una persona dai sentimenti generosi e sublimi. Le storie della letteratura che leggono i giovani delle scuole e perfino delle università fanno commuovere circa i casi di Foscolo che va di gente in gente e tacciono del fatto che una caduta da cavallo di una nobildonna può, nell’Ottocento, stendere un velo pietoso sulla circostanza di un aborto, magari imposto da un marito tradito. Cosa che è bene sapere al di là del fatto che l’amata Luigia Pallavicini avesse o non avessero avuto in sorte di andare incontro a un così assurdo destino. La vita privata dell’artista non è indagata a mostrare le difficoltà, le amarezze, gli odi, le rivalità a volte meschine che occorre superare e da cui bisogna guardarsi per sopravvivere in ambienti difficili.
    Una scuola che manca di raccontare certe verità e che non le adombra neppure pretendendo che tutti abbiano un deamicisiano cuore capace di generosi palpiti e afflati non prepara alla vita, ma emargina il giovane in un mondo dorato di sogni dal quale ci si risveglia con qualche osso che duole.
    La verità è che il lavoro, perfino quando piaccia al punto da suscitare entusiasmo in chi vi si dedica, costa fatica e impegno ed è fatto di relazioni interpersonali che per usare degli eufemismi, non sono sempre piacevoli, non sempre felici.
    Una stato nel quale si viva così non è uno stato moderno e, dove la modernità difetti, si corre davvero il rischio d’essere emarginati in una comunità che, a torto o a ragione, si vanta d’aver conseguito il “felice” traguardo di una qualche modernità.

    Siamo sicuri che chi governa il nostro paese non abbia preso in considerazione l’eventualità di uno sbocco in tale direzione e che non miri alla realizzazione di un progetto volto proprio a effetti del genere? Non è un’accusa. E’ un sospetto che come tutti i sospetti ha una legittimità almeno fin tanto che, oltre a parole, non sia fugato anche da fatti. 

  • 10 DOMANDE SULL'EUROPA

    data: 03/12/2018 13.45

    Nella storia italiana è stata posta una questione detta questione meridionale, che ha appassionato, specie in tempi ormai andati, vari studiosi, coinvolgendo anche il mondo politico, sia pure con scarsi risultati. Noi oggi in Europa vogliamo, capovolgendo il rapporto, parlare di questione settentrionale.
    Il Nord Europa è stato fino ad almeno il Settecento, cioè fino all'illuminismo e a Goethe, un luogo remoto, inospitale e culturalmente “arretrato”. Quindi all'improvviso è balzato al centro dello scenario politico-culturale del Vecchio continente.
    Tutto ciò premesso, su questa questione, è parso opportuno formulare un Questionario da rivolgere a tutte le forze politiche del nostro Paese. Ecco di seguito le domande: 
    1. Che rapporto c'è, se c'è, tra un'inversione di rotta che ha capovolto in Europa il rapporto Nord Sud, con quella questione meridionale che si è tradotta nella considerazione comune con la “scoperta” di un Sud povero e arretrato?
    2. Perché l'unità d'Italia s'è progettata e realizzata guardando tutti al Piemonte invece che a Napoli?
    3. È stato quel processo un processo mitteleuropeo, che ha spostato verso Nord l'asse politico – economico di tutta l'Europa?
    4.La caduta dell'impero austriaco e la nascita di un impero tedesco è un fatto legato a risorse economiche prima ignorate nel Nord Europa o alla scoperta che al Nord fosse diventato possibile sfruttare il grande serbatoio delle ricchezze del Sud mal gestite a livello locale?
    5. Che cosa è oggi l'Europa se non il continente posto a Nord dell'Africa?
    6. Chi sta spogliando l'Africa delle sue immense ricchezze naturali?
    7. Chi fu il regista della spartizione del Continente Nero?.
    8. Che cosa accadrà quando il Sud sarà finito e non ci sarà più un Sud da sfruttare?
    9. Nell'immediato quali sono i rischi che il Sud Europa diventi un'area del Nord-Africa a cui demandare il compito di convogliare verso Nord le risorse economiche di quel continente, a cominciare dalla mano d'opera?
    10. Italia, Spagna e Grecia resteranno insomma in Europa? O nascerà un'Europa di serie B, cattolico-ortodossa che comprenda anche la Turchia e altri stati minori del Mediterraneo? 

  • SCRITTORI E DEONTOLOGIA

    data: 18/11/2018 22.34

    La conoscenza dei propri doveri varia a seconda dell'identità che la persona riesce a darsi nella sua attività lavorativa. Quanto più questa richiede competenze e capacità specifiche, tanto più articolato e complesso si fa il nostro mondo morale.
    Nel mondo moderno la deontologia professionale è un momento chiave della crescita morale dell'individuo. Se la morale diffusa soccorre le esigenze di chi si dedica a un lavoro inteso essenzialmente come fatica, chi, grazie al proprio lavoro può in qualche modo “giocare”, appassionandosi a quel che fa, scopre facilmente che la morale comune può conoscere eccezioni e deroghe. Io credo che tutto questo accada perché chi, svolgendo un lavoro, si ponga problemi di deontologia professionale sfonda la parete divisoria tra morale e politica, per come machiavellicamente i due campi erano stati distinti. Il punto è che l'attività lavorativa, quanto più si accompagni alla consapevolezza del ruolo sociale, tanto più si fa pubblica e perciò politicamente rilevante. Né importa se la dimensione “politica” sia la corte di Versailles o il casino dei nobili di Bronte di cui ragiona fuggevolmente Verga in Libertà.
    Va qui detto che veramente Giovanni Verga, così prudente nel far sue certe implicazioni ideologiche del verismo, così fedele alla classe sociale di appartenenza a cui lo lega, a parte la nascita, anche e soprattutto l'attività di scrittore, è uno dei pochi intellettuali del secondo Ottocento ad avere una singolare attenzione alla deontologia professionale.
    Voglio dire che, mentre medici, avvocati, ingegneri hanno maturato abbastanza rapidamente una visione latamente deontologica della loro professione, l'intellettuale-tipo, vale a dire lo scrittore, il filosofo e il giornalista, hanno, salvo le dovute eccezioni, “giocato” un po' da bravi funamboli su questa corda, badando a non smettere l'abito dei moralisti. “Moralista” vale qui nel senso di chi, rifacendosi con poca fantasia alla morale corrente o a timide trasgressioni di essa, accolte nell'immaginario collettivo come atti di coraggio, racconta storie, illustra prospettive di vita e di pensiero, vive la sua vita professionale avendo cura di mantenere una certa rispettabilità e in qualche caso una certa autorevolezza. Mi riferisco – come credo si sia già intuito – alla realtà italiana. Né Russell, né Popper, né Joyce, né Camus e neppure quel narcisista che fu Hemingway meritano un rimprovero del genere. Meno ancora James, Wittgenstein o Bergson o ancora Gide, Kafka o Mann. L'intellettuale italiano è invece un intellettuale “organico” o “integrato”, spesso più di quanto non lo sia un pompiere o un infermiere che si dedichino al loro lavoro per autentica passione. Ed è qui il punto: il pompiere e l'infermiere che svolgano con coscienza il proprio lavoro sviluppano una deontologia professionale che li pone di fronte a problemi concreti, davanti ai quali la retorica e del bene e del male, dell'egoismo e dell'altruismo crolla paurosamente. A questo punto è lecito domandarsi come possa riconoscersi in certi commenti a romanzi anche famosi, tutti pieni di moralistici slanci, chi sa che salvare una vita umana in mezzo al traffico di certe vie di Roma tra le cinque e lei sei del pomeriggio è tanto più difficile quanto più urgente è l'intervento. La prima volta piangi, la seconda t'arrabbi, la terza capisci che tu non c'entri: si fa quel che si può.
    Che l'intellettuale non abbia problemi del genere, che non conosca la rassegnazione, il compromesso, che anzi si sdegni aristocraticamente denunciando i mali del mondo come se non lo toccassero è un'ipocrisia. C'è chi si rifugia in Platone, ignorando che anche Platone potesse avere problemi del genere. Il processo a Socrate pesò sulla sua coscienza quanto su quella di tutti gli ateniesi della sua generazione, anche se la tradizione vuole che il buon Platone, che era ricco, mettesse a disposizione i suoi beni per riscattare la vita del maestro, consentendogli la fuga.
    In certi equivoci, insomma, mi pare che alcuni siano affondati con quasi tutte le scarpe. Mi riferisco in genere a quanti, scrittori di successo, hanno legato il proprio nome a certe cause più o meno appassionatamente difese nel nome di un principio morale. I nomi sono tanti e preferisco non farli. Essi appartengono al variegato mondo della cultura che ha mancato in Italia di stabilire col pubblico dei lettori un dialogo vero, preferendo invece parlare da un pulpito, che è per me un esempio di cattivo gusto. Sarebbe giusto invece che l'intellettuale, a contatto del pubblico, facesse capire chi è veramente, riuscendo così a sfruttare al meglio le sue potenzialità, consentendo al pubblico di affinare il proprio gusto e il proprio senso critico, col risultato di una crescita culturale che interessa tutto un paese. E qui un paradosso: l'intellettuale del Cinquecento aveva una deontologia professionale assai più spiccata dell'intellettuale d'oggi. Vedi un palazzo del Rinascimento dall'esterno e indovini la distribuzione degli ambienti all'interno. Vedi un dipinto di Raffaello e scopri che è lui stesso a indicarti a quali regole si sia attenuto nel comporre il quadro.
    Non dico che l'intellettuale debba parlare delle miserie che sono dietro i premi letterari e le giurie, o di aspetti prettamente tecnici dell'arte letteraria. Desidero però che un romanzo sia scritto bene, che è poi la differenza tra i Promessi sposi di Alessandro Manzoni e i romanzi storici di Massimo d'Azeglio che sapeva cavalcare, tirare di scherma, dipingere, scrivere ogni cosa che faceva era fatta bene ma non metteva in quel che faceva la passione del suocero che aveva assai più deontologia professionale di lui, tant'è che fece solo lo scrittore.
    Di tutto questo non avrei ritenuto opportuno discutere se la mancata deontologia professionale dell'intellettuale nostrano non avesse contribuito a un progressivo venir meno di una deontologia professionale in tanti campi, dall'avvocatura alla medicina, per arrivare a qualsiasi attività possa richiedere una qualche professionalità. Come prendersi cura della manutenzione di un ponte...
    Il punto è che c'è in Italia la convinzione diffusa che l'intellettuale abbia come una missione da compiere che consisterebbe nell'informare e nel condurre gli altri a riflettere sui problemi della vita e dell'esistenza umana, offrendo magari una prospettiva di riscatto e di liberazione. Il tutto discettando in astratto.

    Questa visione, che è vagamente settecentesca, è completamente inadeguata ai tempi d'oggi quando i popoli chiamati a decidere del loro destino, almeno stando ai principi democratici ispiratori dello stato moderno, dovrebbero essere messi in condizione di comprendere per quali vie i cittadini si relazionano alle istituzioni. Siamo al punto che, per risolvere i problemi della scuola, si fa tanta ma davvero tanta pedagogia. Ci sono professori di matematica e di inglese che di pedagogia ne sanno tanta, da uscirgli proverbialmente dalle orecchie. Il punto dolente è che non conoscono bene gli uni la matematica, gli altri l'inglese.             

  • L'EUROPA DEGLI ITALIANI

    data: 06/11/2018 12.40

    L'Europa è una realtà, che è nei fatti. Questi fatti sono la progressiva riduzione delle distanze geografiche, che le vie e gli strumenti di comunicazione hanno ridotto fin quasi ad annullarne gli effetti. In poche ore raggiungiamo città un tempo così lontane da essere luoghi di fiaba, inoltre sappiamo quel che succede a Parigi o a Norimberga qualche minuto dopo che il fatto è accaduto. Tutto questo crea obiettivi comuni che tutti i paesi europei devono darsi se vogliono veramente affrontare e risolvere i problemi dell'economia, dell'ambiente, della difesa militare, della tutela della salute. Sono problemi ormai indifferibili e che nessuno stato appartenente all'area europea può pensare d'affrontare indipendentemente dagli altri.
    Quelle indicate, alle quali potrebbero aggiungersene altre di minore importanza, sono solo le principali questioni che attualmente si pongono nei consessi internazionali del Vecchio Continente. Sono in fondo le ragioni per cui pubblicazioni ormai storiche come “Le monde diplomatique”, “Internazionale” e “Limes” sono riuscite a conquistare un notevole numero di lettori che se non sono qualificati, tengono a qualificarsi.
    D'altro canto che senso ha stare in Europa senza portare nella nuova casa comune il meglio di quel che si possiede delle proprie risorse morali e intellettuali?
    Non ci si può lasciar condurre con pigra rassegnazione dagli altri in un momento in cui si deve essere al contrario attori responsabili e coscienti di un'operazione volta al miglioramento delle condizioni di vita sia nostre, sia delle generazioni future. Ed è questo un compito che spetta a tutti i governi degli stati europei, essendo ciascuno di essi ricco, oltre che di risorse economiche, anche di memoria storica, di talenti, di rinomanze giustamente guadagnate nel tempo.
    La lotta paziente e costruttiva dev'essere contro ogni tentazione egemonica. L'Europa è uno dei più ricchi angoli del mondo, composto da paesi che sono fra i più ricchi della Terra. Un'egemonia di qualunque natura che volesse trasformarsi in egemonia politica sarebbe la fine dell'Europa e un ridursi delle grandi potenzialità che ha uno spazio geopolitico contenuto in un'area non tanto vasta ma di un'impressionante varietà dal punto di vista culturale.
    Che cosa sono io in condizione di fare? Questa è la domanda che dovrebbe porsi ogni stato della comunità europea mettendo ciascuno a disposizione il proprio talento. Se però non ci si fa avanti nessuno si ricorda di noi, né possiamo noi da soli mettere a fuoco le nostre reali capacità. Son cose queste che emergono da un confronto che fin qui nessuna intelligenza politica ha avuto la lungimiranza di promuovere.
    Ci sono gare sportive e festival internazionali soprattutto di cinema ma tutto questo è troppo poco perché le varie nazioni siano a turno poste nella condizione di mostrare la propria creatività.
    Un fatto obiettivo è che l'Italia possieda il più ricco patrimonio artistico esistente al mondo. Un patrimonio che è sempre meno sfruttato, se è vero che il turismo nel nostro paese ha conosciuto delle flessioni non allarmanti ma preoccupanti, costituendo il turismo la voce fondamentale della nostra economia.
    Diventando l'Italia Europa i suoi confini si ampliano. Come da più punti di vista Firenze ha guadagnato qualcosa trasformandosi, dopo l'Unità, da capitale di un granducato in città d'arte italiana, la stessa cosa può accadere quando importanti centri culturali (come Bologna o Napoli), religiosi (come Assisi), artistici (come Pompei o Venezia), industriali (come Milano) si relazionano all'Europa intera. Va da sé peraltro che sono i fiorentini i bolognesi i napoletani gli assisiani, i veneziani a doversi muovere per primi senza limitarsi a creare gemellaggi internazionali che restino lettera morta. 
    Tra italiani ce lo possiamo dire: bisogna evitare che si compiano con l'Unità d'Europa gli stessi errori che a suo tempo si fecero con l'Unità d'Italia. Due processi politici inevitabili, per cui se allora il Sud pagò suo malgrado fu anche perché si aggregò con un ritardo di dieci anni a un corpo politico e amministrativo preesistente che celebrò la Spedizione dei Mille come sottile operazione politico-militare e non come conquista della libertà da parte delle popolazioni meridionali, dandosi a queste il benvenuto nel Regno d'Italia. E' il guaio di lasciarsi liberare dagli altri, invece che da sé. Perché altrimenti il piano Marshall, con tutti gli equivoci che comportò? Il Liberatore, che si tratti del Piemonte sabaudo o degli Stati Uniti d'America, reclamerà sempre il conto. Fortunatamente, per quanto riguarda l'Europa, l'Italia è tra le Nazioni che per prime pensarono a un'Europa Unita. Questo però non basta a farci stare tranquilli. E allora che fare?
    Tenere le ricchezze tra la spazzatura è vizio di chi ha ricchezze in esubero. Un incidente che può capitare a un grande gioielliere, come perdere un pietra preziosa, finita chissà dove, è un incidente che difficilmente accadrebbe nella casa di un impiegato pubblico. Se si riportassero alla luce tutti i tesori d'arte presenti nel paese, molti dei quali nascosti, dimenticati, dispersi, rubati, gli italiani aprirebbero gli occhi su una realtà: l'impossibilità di gestire un patrimonio tanto ingente. Tanto vale allora investire su una parte di esso mettendolo a disposizione dell' UE, e in cambio ottenere un abbattimento del debito pubblico nazionale. Sarebbe già un ottimo risultato se, per tale via, riuscissimo a cancellare gli interessi che, accumulandosi nel tempo, impediscono di fatto la riduzione del debito stesso.
    L'idea sarebbe allora questa o qualcosa che a questa somiglia. Il turista che viene in Europa dagli USA, dall'Australia, dall'Asia e vuole entrare a contatto con la civiltà europea,  potrebbe iniziare il suo giro turistico o dal presente e andare a ritroso nel passato, o nel passato e andare avanti fino al presente, notando come la nostra cultura sia una cultura dell'accumulo delle memorie storiche, aspetto che la caratterizza. Si tratterebbe dunque di fissare due mete fondamentali dove collocare due grandi poli museali, l'uno d'arte e civiltà preistorica e antica, l'altro d'arte e civiltà contemporanea. La Banca Centrale Europea, chiamata a realizzare il progetto, a gestire l'operazione, acquisirebbe i tesori d'arte e al progetto potrebbero concorrere tutti i paesi europei, ciascuno mettendo a disposizione le opere d'arte e di civiltà che vorrà cedere. Spagna, Portogallo, Grecia aderirebbero sicuramente a un progetto di questo tipo e l'Italia si prenderebbe il merito morale d'aver compiuto il primo passo in tale direzione. Un passo significativo anche perché è tale la qualità e la quantità del nostro patrimonio artistico-culturale da non avere competitori nel campo.