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ELISABETTA MAZZEO

  • PROFESSIONE, FERRAGNI

    data: 26/11/2018 19.00

    Influenzare. Tra i sinonimi di questo verbo ormai così utilizzato compaiono: condizionare, suggestionare, convincere, ispirare, plagiare. Termini che, a seconda della scelta, possono assumere connotazioni positive o negative. Forse per questo la nuova figura degli “influencer” di professione alimenta dibattiti e pareri contrastanti. Suscitando, al contempo, amore e odio verso quei personaggi che dal nulla sono riusciti a costruirsi un impero social.

    Influenzare, appunto. Mode, consumi, stili di vita. Ecco il loro patrimonio.

    La capostipite italiana di questo mondo, all'apparenza solo virtuale, risponde al nome di Chiara Ferragni. Un “fenomeno” riconosciuto a livello internazionale, tanto che il Financial Times l'ha inserita al settimo posto della top ten delle influencer più famose. L'unica non americana del gruppo. Davanti a star come Rihanna e Ariana Grande. Già nel 2017, inoltre, la rivista statunitense di economia e finanza Forbes aveva indicato la “nostra” Chiara come la persona più influente nel settore della moda.

    Per mettere in piedi il suo business milionario, pensate, l'investimento iniziale è stato di soli 510 dollari, 10 per il dominio, il resto per la macchina fotografica. Parola del suo ex fidanzato Riccardo Pozzoli, cofondatore di The Blonde Salad, il blog che nel 2009 lanciava nell'olimpo dei social, allora poco frequentato, la studentessa Chiara Ferragni (all'epoca iscritta all'Università Bocconi di Milano). Nata come fashion blogger, la 31enne di Cremona è diventata prima un’influencer e poi un’imprenditrice, oltre che stilista (firma, infatti, diverse collezioni di suo pugno). La case history del suo Tbs, diventato progetto editoriale ed economico di successo, è stata studiata persino ad Harvard. Condividere outfit ha fruttato insomma un bel giro d'affari, tanto che Chiara Ferragni Collection è oggi un marchio distribuito in oltre 300 top store di tutto il mondo.
    Le cifre che riguardano il suo fatturato sono varie e non sempre coincidono tra di loro. Ma sempre di milioni di euro si tratta. Secondo quanto riportato da IlSole24ore in un articolo datato 31 dicembre 2017, se si sommano le due società di cui Chiara Ferragni è socia titolare, si sfiora la cifra dei 5 milioni di euro. Non ci sarebbe traccia ufficiale invece del giro d'affari del marchio di moda Chiara Ferragni Collection. Analizzando le cifre a sua disposizione, il quotidiano economico solleva il dubbio che, quando si parla della blogger come un conclamato caso di business di successo, possa trattarsi più che altro di copertine ad effetto, frutto di una campagna di comunicazione studiata da esperti di immagine.
    Numeri a parte, quel che è chiara a tutti è la percezione che si ha di Chiara Ferragni, ossia quella di una giovane donna capace di influenzare i consumi, soprattutto nel campo della moda. Un esempio quanto mai calzante di quel personal branding tanto caro oggi agli amanti del marketing. Per intenderci, ogni volta che pubblica un post la nostra “influencer” guadagna 12 mila dollari.
    Per ottenere questo “potere” e di conseguenza questo guadagno, Chiara non ha utilizzato i canali dei media tradizionali. Nè il piccolo schermo. E nemmeno l'ambiente patinato delle riviste di gossip. A dimostrarlo la decisione di non vendere a nessuno l'esclusiva del suo matrimonio con il rapper Fedez. Risultato? 3,5 milioni di utenti hanno visualizzato le storie e i video pubblicati su instagram dagli ospiti. Uno “share televisivo” lo ha definito l'artista, sempre sui social.
    La somma dei followers dei Ferragnez, aggiornata ad oggi, ammonta a circa 23 milioni di utenti. Le grandi aziende fanno a gara per creare prodotti tagliati su misura per loro. Vedi Alitalia (gli invitati della coppia sono arrivati in Sicilia su un volo a loro riservato), Trudi (che ha disegnato i peluche con le sembianze degli sposi), Prada (che ha vestito Chiara nella festa pre cerimonia), Dior (che ha disegnato gli abiti della Ferragni nel giorno del sì) e Versace (che ha pensato all'outfit di Federico Lucia). Ma la lista delle partnership e delle sponsorizzazioni potrebbe allungarsi a dismisura. Segno che sono le aziende, in fondo, a guadagnarci più di chiunque altro. Sfruttando proprio personaggi come loro. Basti pensare come, come riporta lo stesso Financial Times, con i post su Instagram appena successivi al matrimonio, Chiara Ferragni abbia fatto aumentare del 109 per cento le ricerche sui prodotti Dior.
    Ora, però, se per un vip diventare influencer può essere più semplice perché gode del fattore popolarità, per una semplice ragazza con la passione della moda il passo non è scontato. Per cui, prendendo ad esempio proprio Chiara Ferragni, rimane la domanda delle domande: come ha fatto?
    “Quello che fa lei potrei farlo anche io”. Il mantra risuona tra migliaia di ragazze, giovani e giovanissime, con il sogno di diventare a loro volta “influencer”. Eppure poche ci riescono. La concorrenza è tanta, troppa. E per emergere serve qualcosa in più. Quel qualcosa che Chiara ha saputo comprendere e sfruttare a suo vantaggio. Quale sia l'ingrediente segreto è difficile da definire. La bellezza? Forse, ma non solo. E' bella, senza dubbio. Ma non è la sola nel variegato mondo delle Instagram star. Ha un talento particolare? O ha semplicemente capito, prima di altri, come stava cambiando il marketing delle aziende e ha cavalcato l'onda?
    Se Vogue Usa l'ha definita qualche anno fa “la voce di una nuova generazione” un motivo c'è. Chiara Ferragni, volenti o nolenti, incarna lo spirito del tempo. Effetto band-wagon (carrozzone), lo chiamano gli esperti: è di successo e in quanto tale ci piace e basta. Non rimane che farsene una ragione.
    Fare l'influencer oggi è e può essere una professione. Ma come accade per gli altri mestieri non tutti possono farlo. E non tutti possono avere successo. “Niente è facile come sembra”. È la legge di Murphy. 

  • IMMIGRATI? LA SVIZZERA...

    data: 06/11/2018 11.52

    Le montagne, gli orologi, il cioccolato e soprattutto le banche. Ecco gli stereotipi più diffusi quando si parla di Svizzera. Eppure forse in pochi sanno che la confederazione elvetica è anche uno dei Paesi con la proporzione più elevata di stranieri, per lo più provenienti dall'Europa.
    Un tema caldo, quello dell'immigrazione. Fenomeno che dura da anni ma che negli ultimi tempi ha suscitato dibattiti spesso al vetriolo in Italia, ma non solo. Con l'ascesa di Matteo Salvini e della Lega Nord l'argomento è diventato all'ordine del giorno, con toni che definire accesi è dire poco. Una tendenza che accomuna il Vecchio Continente. Dalla Brexit in poi le tensioni all'interno dell'Unione Europa di fronte all'afflusso di richiedenti asilo sono aumentate in maniera esponenziale.
    E anche la pacifica Svizzera non ne è rimasta immune, vedi il referendum del 2014 per limitare l'immigrazione di massa. Il testo prevedeva su carta una gestione autonoma del fenomeno con la reintroduzione dei tetti massimi e dei contingenti annuali. Formalmente, però, quella legge non è stata mai realmente applicata. La scadenza dei tre anni per l'entrata in vigore non è stata in pratica  rispettata. Il parlamento svizzero ha optato per una legge di applicazione light ed eurocompatibile, che non ha concretizzato a pieno l'articolo costituzionale approvato dal popolo. Oggi (la notizia risale al 27 settembre 2018) l'iniziativa popolare federale targata Unione democratica di centro, “Per un'immigrazione moderata”, è stata rilanciata. E presto si voterà di nuovo per porre, eventualmente, fine alla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e gli stati membri dell'Unione Europa.
    Come dire, tutto il mondo è paese. E tutti, nessuno escluso, in questo momento si preoccupano di tutelare le proprie frontiere. Così anche nella terra di Zwingli
    si è disposti, almeno in teoria, a limitare l'afflusso di immigrati, con il rischio di compromettere l'accesso al mercato europeo.
    L'immigrazione in Svizzera
    Attualmente oltre l'80% della popolazione straniera in Svizzera proviene da un Paese europeo. Il profilo dei migranti si è modificato nel corso degli anni. Si è passati da una manodopera relativamente poco qualificata ad una altamente qualificata. Oggi, infatti, la proporzione dei laureati tra i cittadini dell'UE che risiedono sul territorio svizzero è superiore a quella dei cittadini elvetici.
    Gli stranieri residenti in Svizzera sono oltre due milioni e rappresentano quasi un quarto della popolazione totale. Solo pochi singoli casi, come i paesi del petrolio o come Monaco o Lussemburgo, registrano percentuali ancora più elevate.
    Se il numero di stranieri in Svizzera è particolarmente alto va ricordato però che i criteri per il rilascio della cittadinanza sono molto rigidi. Il passaporto rosso con croce bianca non si acquisisce automaticamente e molti stranieri nati in Svizzera mantengono la nazionalità d'origine.
    Nel primo trimestre 2018 i dati fanno notare una nuova tendenza. L’immigrazione netta è diminuita rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. Nei primi tre mesi del 2018 il saldo migratorio si è attestato intorno alle 13 mila persone, segnando un calo pari quasi al 10 per cento rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno (swissinfo.ch). Un trend che accomuna anche altri Paesi. “Il numero di domande depositate in Europa”, ha dichiarato recentemente il consigliere federale Simonetta Sommaruga, capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, “è molto più contenuto rispetto agli ultimi anni. L’Europa dovrebbe approfittarne per mettere in piedi un sistema d’asilo solido che la prepari ad affrontare le sfide di un eventuale aumento della pressione migratoria”.
     
    L'Agenda Integrazione
    La Svizzera, in questo senso, sembra aver già fatto i suoi primi passi mettendo a punto nella primavera del 2018 un'Agenda dell'integrazione. Molti rifugiati, infatti, faticano ovviamente, a trovare un lavoro, hanno pochissimi contatti con la popolazione locale e dipendono dall’aiuto sociale.
    È proprio qui che interviene l’Agenda Integrazione Svizzera: “giovani e giovani adulti”, si legge nella descrizione, “imparano più rapidamente una lingua nazionale e si preparano a un’attività professionale. In questo modo accedono più rapidamente al mondo del lavoro, sono in grado di provvedere a se stessi e si integrano nella società. Ciò frena l’aumento delle spese per l’aiuto sociale e rafforza la coesione sociale”. Una sorta di “modello Riace”, ma totalmente legalizzato.
     
    Integrazione, quindi. Una vera integrazione. Inattaccabile, perché sostenuta e protetta dalla legge. Forse la chiave per risolvere il rebus sta tutta qui. O perlomeno si tratta di un proficuo punto di partenza.
    Che sia proprio questo il modello vincente per l'Italia e per l'Europa intera?