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MARTA GALOFARO

  • LA MUSICA DI EINAUDI
    E IL MAESTRO POLLICITA

    data: 26/03/2019 17.25

    Ludovico Einaudi, figlio dell’editore Giulio Einaudi e nipote di Luigi, Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è uno dei più grandi e discussi pianisti contemporanei. Dopo il diploma in pianoforte al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, è stato allievo di composizione di Luciano Berio. Non ama la musica classica, si interessa al jazz e al rock, ma si concentra sulla musica minimal, new age, ambient ed elettronica, si appassiona all’etnomusicologia. Compone per il teatro e per il cinema. Per la colonna sonora di “Quasi Amici” di  Nakache e Toledano, ha vinto il disco di platino, scalando le classifiche mondiali. Il suo album “Le onde” ha venduto più di 300.000 copie e vinto il disco d’oro.
    Le composizioni di Einaudi richiamano principalmente lo scorrere del tempo (“Una mattina”, “I giorni”, “Life”) e la natura (“Le onde”, “Primavera”, “Nuvole bianche”).
    Sono musiche semplici e armoniche, il cui motivo si ripete con poche variazioni in altezze diverse leggermente variato. Si potrebbe definire musica classica contemporanea: un’esposizione minima, uno sviluppo accennato ed un finale roboante ad opera dell’ensemble.
    Il 23 marzo, Einaudi, si è esibito a Lisbona e, come sempre, ha fatto il sold out. Ma per chi ama la musica del Maestro c’è stata la possibilità di ascoltarla nella stessa data a Comiso, al Teatro Naselli dove si è tenuto il concerto “Mario Pollicita plays Ludovico Einaudi”, patrocinato dal Comune di Comiso,basato sull’esecuzione dei migliori successi musicali di Einaudi, arrangiati e rielaborati per pianoforte e archi dal Maestro comisano Mario Pollicita. Anche per il pianista casmeneo è registrato il tutto esaurito.
    Il maestro Pollicita stima e apprezza la musica, l’arte e le risoluzioni armoniche di Einaudi, la sua musica riflessiva, melodica e ha voluto proporla in un concerto il cui ensemble è formato da musicisti che annoverano collaborazioni con grandi artisti del panorama musicale, tra cui Franco Battiato e Lucio Dalla, oltre che con le grandi orchestre sinfoniche. Giovanni Bobisse (Violino), Daniele Ricca (Violino), Antonio Ambra (Violino), Alexandra Butnaru (Viola), Sunah Choi (Violoncello) e lo stesso Pollicita (Pianista e arrangiatore), diplomato in pianoforte presso il Conservatorio “F. Cilea” di Reggio Calabria. Nel 1993 il Maestro comisano ha vinto la finale dello show televisivo "Ci Siamo", condotto da Gigi Sabani su RAIUNO. Nel 1997 ha collaborato con il centro sperimentale di cinematografia di Cinecittà a Roma e partecipato al concorso "European like you", ove la commissione giudicatrice, presieduta da Ennio Morricone, gli ha rilasciato il Diploma di composizione e direzione di musica per film. Dal 2002 al 2008 è stato Direttore Artistico del Comune di Comiso. Docente di Pianoforte, presso l’I.C. statale “G. Verga” di Comiso, collabora con varie formazioni musicali.

        

  • IL SIMBOLO GRETA
    E LO SCOPO DELLA SCIENZA

    data: 22/03/2019 11.45

    Thom in Modelli matematici della morfogenesi ha scritto che gli obiettivi della scienza sono comprendere il mondo e agire su di esso. La verità è che il mondo è pieno di situazioni sulle quali possiamo intervenire pur non sapendo quale sarà l'effetto del nostro intervento. L’uomo invece ha sfidato da sempre la natura, pur avendola percepita come una potenza irrazionale, affascinante e distruttiva allo stesso tempo.
    Nell’antichità gli uomini nei confronti della Natura si comportavano come bambini che si rapportano con un genitore severo e austero, dal quale sono terrorizzati, ma allo stesso tempo fortemente attratti. Questa paura non ha limitato l’uomo, anzi, lo ha stimolato a scoprirla e comprenderla fino al punto di cercare di spiegarla attraverso leggi. E dalle leggi di Newton l’uomo tentò di assoggettare la natura usandone la potenza per i propri scopi, ma divenendo di volta in volta novello Frankestein nel tentativo di sfidare la vita e superare la morte.
    Le rigorose leggi scientifiche con le quali gli studiosi si illudevano di conoscere i fenomeni vennero spazzate via dalla relatività di Einstein: i postulati divennero teorie, ciò che era ritenuto certo diventò una possibilità in un’infinità di molte altre. In poche parole, come è stato scritto ne La teoria delle catastrofi da Voodckoc e Davis, “il XX secolo ci ha insegnato che l’universo è un posto più bizzarro di quanto si immagini... Né l’instabilità dell’atomo, né la costanza della velocità della luce si accordano allo schema classico della fisica newtoniana. Si è aperta una frattura fra ciò che è stato osservato e quanto gli scienziati possono invece spiegare. A livello microscopico i cambiamenti sono improvvisi e discontinui: gli elettroni saltano da un livello energetico all’altro senza passare per stadi intermedi; alle alte velocità non valgono più le leggi di Newton. […] Ciò vale per buona parte della fisica e per alcuni aspetti della chimica, scienza che solo nel XIX secolo è divenuta rigorosamente quantitativa, mentre è molto meno vero per la chimica organica e per la biochimica. Scienze della Terra, come la geologia o la meteorologia, in cui la complessità non può essere troppo idealizzata, si basano più su descrizioni e giudizi qualitativi specializzati che su una vera teoria”.
    Le leggi newtoniane che spiegavano rigorosamente la realtà sono diventate semplicemente la forma che la natura aveva “scelto” per mostrarsi al livello degli esseri umani.
    Ma allora il vero scopo della scienza qual è, se la convinzione di giungere a una esatta spiegazione e determinazione dei fenomeni naturali è continuamente delusa dai risultati? Lo stimolo a sfidare la natura è insita nell’uomo, ma come ha affermato Snyder la natura non è un posto da visitare. È casa nostra. E negli ultimi anni sembrerebbe che questa casa non l’abbiamo curata ed abbellita, ma piuttosto trascurata e deturpata senza fermarci troppo a guardare i danni che le abbiamo procurato.
    Si è fermata invece a riflettere una ragazzina svedese di soli 16 anni, Greta Thunberg che, diventata simbolo del movimento ambientalista studentesco, lo scorso 15 marzo è riuscita a coinvolgere e organizzare decine di migliaia di studenti in diverse parti del mondo per il “Venerdì per il futuro” (o “sciopero scolastico per il clima”). La potente manifestazione è stata organizzata per chiedere ai governi politiche e azioni più incisive per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. E la canzone della Resistenza italiana, “Bella ciao”, riadattata con un testo che denuncia il cambiamento climatico e la necessità di agire, è stato il coro che ha unito i cortei studenteschi che hanno sfilato in 150 paesi. 
    La Thunberg il 20 agosto del 2018 non si presentò più a scuola fino al 9 settembre seguente, giorno delle elezioni politiche nel suo Paese, ma si recò tutti i giorni davanti al Parlamento chiedendo al governo di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico, adottando politiche più incisive per ridurre le emissioni di anidride carbonica tra i principali gas serra causa del riscaldamento globale e delle sue conseguenze. “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”) era la scritta sul cartello con il quale scioperava. Se Malala Yousafzai è uno dei simboli della lotta all’ignoranza, alla prevaricazione e al fanatismo, Greta Thunberg è il volto di chi lotta per il futuro del pianeta, dimostrando di aver bene chiaro il Frammento sulla natura di Goethe che sarebbe bene tenere ben presente:

    “Natura! Ne siamo circondati e avvolti - incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia. Crea forme eternamente nuove; ciò che esiste non è mai stato; ciò che fu non ritorna – tutto è nuovo, eppur sempre antico. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri. Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere. Sembra aver puntato tutto sull’individualità, ma non sa che farsene degli individui. Costruisce sempre e sempre distrugge: la sua fucina è inaccessibile… Il dramma che essa recita è sempre nuovo, perché crea spettatori sempre nuovi. La vita è la sua più bella scoperta, la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita... Alle sue leggi si ubbidisce anche quando ci si oppone; si collabora con lei anche quando si pretende di lavorarle contro... Non conosce passato né avvenire; la sua eternità è il presente… Non le si strappa alcuna spiegazione, non le si carpisce nessun beneficio, ch’essa non dia spontaneamente… È un tutto; ma non è mai compiuta. Come fa oggi, potrà fare sempre.”. 

  • CATULLO E LESBIA
    VERSI D'AMORE E GELOSIA

    data: 07/02/2019 21.53

    Si desta il poeta e, mentre sbadiglia ancora assonnato e si stiracchia, guarda dalla finestra e osserva tutta Roma: la città si sta svegliando e il tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio svetta con le sue imponenti colonne corinzie arrivate dalla lontana Grecia. Ora che il sole sorge il frontone e le sue statue si accendono di luce, così come ha voluto Silla. Ma lui è a Venere che si sente oltremodo devoto. È lei che ha acceso la passione per quella donna, rendendolo un uomo felice. Ma si rivolge a tutti i suoi dei per non perderla:
     
    Lieto, ed eterno, anima mia,
    mi prometti che sarà questo nostro amore.
    Dei grandi, fate che prometta veramente
    e lo dica sinceramente, col cuore.
    Ci sia concesso far durare tutta la vita
    questo inviolabile patto d'amore.
     
    Ora con la mente torna alla loro ultima notte di passione. Rivede l’immagine di lei nella stanza illuminata solo dalla blanda luce di una piccola fiaccola. Lei sul triclinio, vestita solo di veli, pigramente stacca i chicchi da un grappolo d’uva e li porta alle labbra carnose. Lo aspetta, lui entra furtivo, l’abbraccia cingendole la vita e le sussurra:
     
    Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,
    e le chiacchere dei vecchi severi
    tutte quante stimiamole un soldo.
    I soli possono tramontare e nascere;
    noi, quando questa breve luce finirà per sempre,
    dobbiamo dormire una sola eterna notte.
    Dammi mille baci, poi cento,
    poi ancora mille, poi cento,
    poi altri mille, quindi di nuovo cento;
    poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
    li confonderemo, per non sapere (quanti sono)
    o perché nessun malvagio ci possa invidiare,
    sapendo che ci siamo dati tanti baci.
     
    All’alba lascia la casa. Mentre attraversa la strada, guarda dalla finestra della casa accanto: un uomo sta offrendo ai suoi Lari vino e cibo. Si avvia verso il centro. Adesso una nuova, lunga giornata lo separa da lei. Tutti nella città parlano di politica, ma a lui non interessa affatto. Per lui i governatori sono tutti corrotti e li insulta pure, non importa di che schieramento siano. Cesare poi… buono quello!
     
    Non mi preoccupo affatto, Cesare, di volerti piacere,
    né di sapere se sei bianco o nero.
    Per non parlare di quel bell’imbusto saccente,
    l’avvocatone maestro di oratoria.
    “Marco Tullio, il più eloquente
    tra i discendenti di Romolo,
    di quanti sono, quanti furono
    e quanti saranno in altri tempi,
    ti ringrazia moltissimo Catullo,
    il peggiore poeta tra tutti,
    tanto il peggiore tra tutti i poeti
    di quanto tu il migliore avvocatotra tutti.
     
    Adesso Catullo vaga senza meta nel Foro di Cesare, volge lo sguardo al tempio di Venere, poi si gira ed in una popina intravede un vecchio amico, Fabullo. Anche Fabullo da dentro lo vede e lo invita a far colazione con lui. I due chiacchierano piacevolmente sorseggiando vino caldo e gustando focacce con il miele. Fabullo paga la consumazione e dice, scherzando, all’amico che magari per ricambiare qualche volta potrà invitarlo a cena. Catullo, in tutta sincerità, confessa di trovarsi economicamente in cattive acque, ma per la cena insieme ha una soluzione:
     
    Cenerai bene, mio Fabullo, da me
    fra pochi giorni, se gli dei ti assisteranno,
    ma con te porta una cena abbondante
    e squisita, una ragazza in fiore,
    vino, sale e tante risate.
    Solo così, ti confesso, vecchio mio,
    cenerai bene, perché il tuo Catullo
    ha la borsa piena di ragnatele.
    Ma in cambio avrai un affetto sincero
    e tutto ciò che è bello e raffinato:
    ti darò un profumo che Venere e Amore
    donarono alla mia donna
    Quando l'odorerai, prega che gli dei,
    Fabullo, ti facciano tutto naso.
     
    Scende la sera e il lungo Tevere si spopola. Le ante di legno delle finestre delle insule, si chiudono e le voci squillanti ora si sentono soffuse e lontane. Le acque del fiume diventano nere, solo la luna in cielo indica che è l’ora tanto attesa. Lei è sola, lo aspetta. Trascorrono una lunga notte d’amore. Lesbia, baciandolo sulla schiena nuda, gli chiede pigramente, quasi con distacco, se i baci che gli dà gli bastino. Ma lui di lei non è mai sazio:
     
    Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci
    bastino per saziarmi.
    Quanti sono i granelli del deserto della Libia
    che giace intorno a Cirene fertile di silfio,
    tra l'oracolo torrido di Giove
    e il sacro sepolcro di Batto;
    o quante stelle, quando la notte tace,
    spiano gli amori furtivi degli uomini:
    questo è il numero di baci
    che vuole l’insaziabile Catullo,
    tanti che i curiosi non possano contarli
    né una lingua maligna fare i malocchio.
     
    Lesbia questa notte è diversa…fa l’amore, ma sembra altrove: Catullo possiede il suo corpo, ma non riesce a raggiungere la sua anima e il suo cuore. Lo avverte, ma preferisce scacciare il pensiero che si è insidiato nella sua mente. Va così anche nelle notti successive, e quel pensiero è ora un tarlo che lo lacera. Lesbia sembra respingerlo, evitarlo, spesso dice di avere mal di testa e di voler stare da sola, lo manda via. Sono passati cinque anni da quando la frequenta e Catullo si chiede se si sia stancata di lui.
     
    Dice la mia donna che con nessuno farebbe l'amore,
    non mi sostituirebbe neppure con Giove!
    Dice. Ma ciò che dice una donna a un amante
    Conviene scriverlo nel vento, sull’acqua che scorre!
     
    Nessuna è stata importante per lui come Lesbia. Dentro il loro rapporto ha messo tutto se stesso. Se non fosse già stata sposata l’avrebbe pure condotta con sé in matrimonio. E questo non lo aveva pensato per nessuna fino a quel momento. Lo ammette, è piuttosto geloso e possessivo e l’idea di lei con un altro che non sia il marito, che da anni non la soddisfa, lo fa impazzire. Di lei non riesce a sopportare la scarsa sincerità, l’ipocrisia, l’indifferenza.
     
    A tal punto, Lesbia mia, la mia mente è sconvolta per colpa tua
    Si è rovinata da sola a causa della sua fedeltà,
    così da non poterti volere bene anche se diventassi la migliore,
    né smettere di amarti, qualunque cosa tu faccia.
     
    Passano i giorni e non si incontrano più. Al rimpianto di un passato insieme ormai perduto per sempre e lontano si accompagna la consapevolezza che l’unica soluzione, per quanto dolorosa, sia il distacco.
     
    Povero Catullo, smetti di vaneggiare,
    e quello che vedi perduto, consideralo perduto.
    Brillarono un tempo per te giorni luminosi,
    quando andavi dovunque ti conduceva lei,
    amata quanto non sarà amata mai nessuna.
    Lì allora si facevano quei tanti giochi d'amore,
    che tu volevi e a cui lei non si negava.
    Brillarono davvero per te un tempo giorno luminosi.
    Ora lei non vuole più. Anche tu non volere,
    benché incapace di dominarti.
    Non correre dietro a chi fugge, e non essere infelice,
    ma con cuore risoluto resisti, non cedere.
    Addio, fanciulla, ormai Catullo resiste,
    non ti verrà a cercare, non pregherà più te che non vuoi;
    ma tu ti dorrai se non sarai cercata.
    Sciagurata, povera te! Che vita ti aspetta?
    Chi verrà da te ora? Chi ti vedrà bella?
    Chi amerai ? Di chi dirai di essere?
    Chi bacerai? A chi morderai le labbra?
    Ma tu, Catullo, resisti, non cedere.
     
    Ma lei lo cerca ancora e Catullo cede. Tradimenti ed effimere riconciliazioni scandiscono il battito del cuore del poeta. Le delusioni si sommano alle delusioni, l’affetto viene a poco a poco meno, ma la passione è incontenibile, il desiderio di lei aumenta in maniera inversamente proporzionale al diminuire dell’affetto.
     
    Dicevi un tempo di conoscere solo Catullo,
    Lesbia, e di non volermi sostituire a Giove.
    Ti amai allora, non tanto come la gente comune un’amica,
    ma come un padre ama i figli e i generi.
    Ora ti conosco: ed anche se brucio più forte,
    tu sei molto più vile, più trascurabile.
    Mi chiedi come possa accadere? È che una tale ingiustizia
    costringe l’amante ad amare di più, ma a volere meno bene.
     
    Così cerca consolazione fra le braccia di altre donne. Sesso, solo sesso, una buona distrazione per dimenticare Lesbia:
     
    Ti amerò, mia dolce Ipsitilla,
    mia delizia, mio tesoro,
    ordinamelo e verrò da te nel pomeriggio.
    E se me lo ordinerai, aiutami,
    non chiudermi i tuoi battenti, non uscire,
    ma resta a casa pronta a scopare nove volte di fila.
    Se hai voglia dillo subito,
    sono già qua sdraiato dopo pranzo, sazio e supino
    che sfondo tunica e mantello.
    Tutto va bene pur di dimenticare Lesbia. Lesbia…
    ma nessuna può essere a lei paragonata per bellezza:
    Per molti Quinzia è bella, per me
    bianca, alta, slanciata. Questi pregi li riconosco,
    ma non ha nessuna bellezza,
    né un pizzico di sale in quel corpo superbo.
    Lesbia è bella, bellissima tutta fra tutte
    a ognuna ha rubato ogni possibile bellezza.
     
    Catullo la ama ancora. E la odia allo stesso tempo. Egli è preda e vittima di una scissione irreparabile, e con incredulità e dolore non gli resta che prenderne atto:
     
    Odio e amo. Come è possibile?
    Non so, ma sento che accade e ne soffro.
    Nel suo cuore una sola, amara verità:
    Nessuna donna potrà dire 'sono stata amata'
    più di quanto ti ho amato, Lesbia mia.
    Nessun legame avrà mai quella fedeltà

    che nel mio amore ti ho portato. 

  • COSTITUZIONE, IERI E OGGI

    data: 21/01/2019 08.51

    L’Italia sembra oggi ad una nuova, radicale svolta politico-istituzionale. E si torna a parlare di modifiche, se non di stravolgimenti della Costituzione. Vale dunque la pena di tornare a parlarne. E di continuare ad amarla.
    “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. Queste le parole di Pietro Calamandrei nel discorso ai giovani tenuto a Milano il 26 gennaio 1955. Parole forti per ricordare il crudele passato che ha permesso di scrivere il presente.
    Dopo sei anni dall'inizio della seconda guerra mondiale e venti anni dall'inizio della dittatura, il 2 giugno 1946, si svolsero contemporaneamente il referendum istituzionale e l'elezione dell'Assemblea Costituente. L'Assemblea Costituente era composta da 75 membri appartenenti ai diversi schieramenti politici: Democrazia Cristiana, Partito socialista, Partito comunista, coalizione Unione Democratica Nazionale, il Partito repubblicano e il Partito d'Azione. Uomini e donne dagli ideali diversissimi ma uniti da un unico scopo: dare una Costituzione al neo Stato repubblicano, nato dalla scelta coraggiosa, dato che al tempo questa forma di governo non andava molto di moda, di un popolo che aveva detto sì ad uno stato che appartenesse a tutti (Res =cosa, publica = di tutti). Uomini appartenenti a tutti gli schieramenti politici, divisi su tutto eccetto che nell’ideale di scrivere le regole che ci hanno illuminati e difesi.
    La Costituzione italiana, scritta dai padri costituenti venne approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola; il 27 dicembre seguente, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria, dello stesso giorno, ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948. Consta di 139 articoli e di 18 disposizioni transitorie e finali. Così De Nicola la presentò nelle vesti di capo provvisorio dello Stato nella seduta del 15 luglio 1946: “La Costituzione della Repubblica Italiana […] sarà certamente degna delle nostre gloriose tradizioni giuridiche, assicurerà alle generazioni future un regime di sana e forte democrazia, nel quale i diritti dei cittadini e i poteri dello Stato siano egualmente garantiti, trarrà dal passato salutari insegnamenti, consacrerà per i rapporti economico-sociali i principi fondamentali, che la legislazione ordinaria - attribuendo al lavoro il posto che gli spetta nella produzione e nella distribuzione della ricchezza nazionale - dovrà in seguito svolgere e disciplinare”.
    Scritta in un linguaggio semplice e chiaro la Costituzione esalta il primato dell’individuo e lo protegge. Non si basa sul privilegio, ma sul contributo che ciascuno può portare. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti della Costituzione, parole prudenti ed opportune affinché ciò che è accaduto con i totalitarismi non possa più succedere, non bisogna dimenticare che Hitler è arrivato al poter con le elezioni. La Libertà vuole e impone che si vigili sempre. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Questo articolo libera dell’obbligo di avere paura. La persona prima di tutto. Non deve più accadere che le persone siano disprezzate, non a noi, non più.
    Non si può essere uguali perché siamo diversi, ma possiamo e dobbiamo esserlo per dignità sociale e davanti alla legge. Politicamente siamo sacri in quanto semplicemente persone, uomini e donne perché la grandezza di una nazione si misura dallo stato delle donne: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. 
    La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Con la disoccupazione si è infelici perché si perde se stessi e la propria dignità. La Costituzione vuole che ciascuno concorra al progresso materiale e spirituale e dia senso e forma alla propria vita.
    18 mesi, 556 parlamentari di tutti i partiti politici hanno dato vita alla Costituzione che non vieta, come la legge, ma invoglia, invita, spinge, ed è positiva in tutto. Garantisce oggi come ieri la libertà dell’uomo anche in nome dei ragazzi di venti e trent’ anni morti per darci la possibilità di votare, di scegliere e per restituire dignità all’Italia. Anche per questo dobbiamo amarla e per farlo abbiamo il dovere di esprimere il nostro voto, l’unico strumento per dire ciò che vogliamo.

  • PINOCCHIO, UNO E DUE

    data: 22/12/2018 21.40

    Pinocchio è la più vera fra le tante ricerche di identità nazionale che l’Ottocento ci ha lasciato. A. Asor Rosa ritiene che la fioritura di libri per ragazzi a scopo pedagogico alla fine dell’Ottocento in Italia non sia del tutto scindibile da quella profonda coscienza di un ritardo nazionale da maturare e da colmare. E Pinocchio è la più vera fra le tante ricerche di identità nazionale poiché getta lo sguardo nella realtà popolare. E questa è rappresentazione della cattiva conoscenza subculturale, in una terra, la Toscana, agricola e contadina, dove difficilmente si potevano introdurre le leggi nazionali e borghesi. Qui la miseria, quando è miseria davvero - scrive Collodi - la intendono anche i ragazzi.
    Solo in prima istanza quindi Pinocchio è un romanzo rivolto all’infanzia, poiché la trasformazione del burattino non può essere sociale, piuttosto morale, come morale dovrebbe essere quella degli Italiani ancora “da fare”. Ma la prima versione del romanzo non parlava proprio di trasformazione e la favola aveva il più terribile degli epiloghi, la morte del protagonista. Collodi scrisse, in un primo tempo, i capitoli dal I al XV, mettendo la parola fine con l’impiccagione del protagonista alla grande quercia per mano del gatto e la volpe. Quattro mesi dopo, a seguito delle proteste delle mamme dei piccoli lettori e delle pressioni della redazione de Il giornale della domenica, per cui l’autore scriveva la storia a puntate, diede seguito alla storia, scrivendo altri ventuno capitoli e concludendo il racconto con la trasformazione definitiva del burattino in bravo bambino in carne e ossa.
    Emilio Garrone nel 1975 sostenne in Pinocchio uno e bino che Pinocchio possa essere letto come due romanzi in uno: Pinocchio I e Pinocchio II. Il primo è il racconto spontaneo dei capitoli che vanno dal I al XV; il secondo, più elaborato e disteso, occupa i capitoli dal XVI alla fine.
    Pinocchio I arriva alla tragica conclusione costruendo la storia intorno a pochi snodi narrativi. Le situazioni vi vengono riprese e manipolate per essere adattate di volta in volta alle esigenze narrative, quasi come in un racconto orale. Pinocchio bino ha i capitoli più lunghi e un ritmo narrativo più lento, con molte sequenze descrittive e narrative. L’intento pedagogico è dominante e prende forma la finalità ultima del processo formativo, l’umanizzazione del burattino. Asor Rosa concorda con questa tesi interpretativa nello stesso tempo, il protagonista è in antitesi burattino e ragazzo e i personaggi realistici e fantastici insieme, a volte quelli tipici delle favole, ma con caratteristiche completamente rovesciate: Mangiafuoco è un orco che si commuove, libera Pinocchio e gli regala addirittura delle monete. 
    Il capitolo XV di Pinocchio I è il capitolo più gotico della storia: una fuga da tutto, anche dalla morte che non lascerà scampo a Pinocchio. Pinocchio vorrebbe difendersi dai suoi aguzzini, vorrebbe salvare i talenti che gli ha dato Mangiafuoco, ma non riuscirà a sottrarsi al suo destino di morte, perché i ragazzi che si ribellano dovranno pentirsene.
    L’episodio conclusivo sembra una parafrasi religiosa della morte di Cristo. L’impiccagione riporta alla crocifissione con diverse analogie. La corrispondenza tra “Impicchiamolo! impicchiamolo!” del racconto di Collodi, e il “crocifiggilo! crocifiggilo!” dei Vangeli è evidente. In questa antifavola in cui tutto è al rovescio, anche l’atmosfera della morte del burattino ricorda quella del supplizio divino. “Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato […] allora gli tornò in mente il suo povero babbo… e balbettò quasi moribondo:
    — Oh babbo mio! se tu fossi qui!… ―
    E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe, e dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
    Pinocchio appare allo stesso tempo Cristo e Giuda, vittima e carnefice. Riesce a “vendere” la sua storia commovente a Mangiafuoco, ma poi “si pente” di non aver ascoltato i saggi consigli e, mentre muore invocando il padre, il suo ultimo sgambetto ricorda ed avoca l’ultimo respiro divino. Cristo ha preso su di sé i mali del mondo per la salvezza degli uomini, Pinocchio è simile agli esseri umani e in lui coesistono il bene e il male. L’assassinio, il suicidio sono l’effetto della menzogna che regna nel mondo e il burattino è destinato a morire per purificarsi, per cambiare il suo essere, imitando Cristo in quella sofferenza che lo porterà al cambiamento. L’esperienza dolorosa è infatti necessaria per la crescita e il cambiamento: qualcosa muore per trasformarsi in qualcos’altro. Ognuno affronta per crescere lo stesso percorso del burattino, incontrando persone positive che possono aiutare e personaggi privi di scrupoli. Per questo  Pinocchio è ogni uomo che, attraverso le sue peripezie, ha sperimentato la tentazione e la scoperta del male e la morte che porta alla vita nuova.

        

  • SPERIMENTANDO A TEATRO

    data: 17/12/2018 19.20

    Walter Manfrè ha lavorato come attore con Mario Landi, Andrea Camilleri, Orazio Costa, Aldo Trionfo, Franco Enriquez, interpretando testi classici e contemporanei, accanto ai migliori attori italiani e nei più grandi teatri. Come regista ha diretto i più grandi attori italiani, ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi. Il suo teatro realizza spettacoli sul terreno della tradizione e operazioni sul terreno della ricerca. (https://www.waltermanfre.com/biografia/).
    Come si orienta nel terreno della ricerca per la scelta del o dei testi?
    “Ho cominciato facendo l’attore e sono arrivato alla regia per gradi e per consapevolezza. Il mondo del teatro ad un certo livello è frequentato da persone di alta cultura, ma lungo il percorso si incontra di tutto: registi improvvisati, persone velleitarie, narcisi e molti trattano il testo come un pretesto per mettersi in mostra. Se si strappa il testo originale per scriverne un altro si può fare dichiarandolo, scrivendo tratto da… o ispirato a…, ma se in locandina si scrive regia… questo diventa un insulto. Io mi comporto così: mi interessa parlare di argomenti che mi interessano. Quando trovo il testo che mi ispira faccio un esercizio di rispetto verso il testo stesso. Se non mi interessa o devo smontarlo per far passare una mia tesi, per forza, non lo faccio. Se ritengo, invece, di poter aprire un rapporto dialettico, facendo una specie di percorso polemico di dialogo (polemos una volta voleva dire anche dialogare), allora inizio ad andarci dentro, pronto ad uscirne sconfitto dal punto di vista di gara letteraria o filosofica o a mostrare qualcosa in più rispetto ad una cosa scritta 2500 anni fa che sarebbe anche legittimo. Ma non è in più, è un avallare quello che allora si diceva, che, se vale tutt’oggi, vuol dire che vale veramente”.
    E in questo momento a cosa sta lavorando?
    “In questo momento mi sono intrippato col cervello… perché secondo me nel cervello c’è la ragione di tutto. Non posso parlare del femminicidio, ad esempio, se escludo il cervello. Avrei solo un massa di delinquenti che uccidono le donne. Invece là dentro c’è la radice di tutto. È come il mito della caverna in cui tu ritieni che la realtà sia quella che pensi di vedere e poi scopri che è tutt’altra. Se vai lì dentro ti senti piccolino, allora cerchi i libri di scienziati per capire, intanto, come è fatto e poi ti fanno capire cosa c’è dentro di noi collegato a quello e anche fuori. Che siamo interconnessi non ci sono dubbi. Ritengo che ci siano delle antennine dentro che vengono fuori e ti tengono in collegamento col nostro fisico, con quello degli altri, ma anche con le menti chi c’è stato e di chi ci sarà. Così si spiegano le divinazioni, le iterazioni, ripetizioni di caratteri (tipo un bambino di sei anni che suona come Mozart): noi siamo, e questo è provato, un ricettore di segnali e poi li trasmettiamo…”.
    È questo lo sperimentalismo?
    “Lo sperimentalismo a me viene naturale. C’è un testo che parla della solitudine dell’uomo: Delitto all’isola delle capre di Ugo Betti. Racconta di tre donne che vanno a stare su un’isola per isolarsi dal mondo e dalla guerra. L’isola è collegata alla terra ferma solo da una barca guidata da un barcaiolo che porta le provviste. Si capisce che il testo è realistico. Un giorno sull’isola arriva Angelo, viene dall’Egitto e dalla guerra. Seduce tutte e tre le donne e, quando queste si accorgono che l’estraneo sta distruggendo il gineceo, fanno cadere una cosa importante nel pozzo, lui, per fare l’eroe, scende giù per raccoglierla e loro tappano il pozzo e lo fanno morire là dentro. È agghiacciante, emblematica. A me stuzzica il fatto che fino a quando c’è il barcaiolo puoi scappare, non c’è una solitudine dentro… ma se levi il barcaiolo e quando arriva quest’uomo dice di venire da lontano, tutta l’atmosfera cambia e Betti diventa un autore europeo perché si stacca dal realismo ed entra nel teatro dell’assurdo, dell’astratto”.
    Pirandello al castello è il suo ultimo lavoro monografico che vede vivere Pirandello e la sua poetica tra le stanze del castello aragonese di Comiso. Perché Pirandello è al castello?
    “Le nostre scelte nascono dalla necessità. Mi ritrovo a Comiso perché mio figlio ha scelto di vivere qua. Pirandello al castello è un prezioso lavoro monografico. Anche se i ragazzi dimenticano il particolare, il senso resta dentro. Si può passare dal tragico alla farsa. Non esiste una frattura così forte. Il grottesco rappresenta tutto. E Pirandello lo sapeva, come lo sapeva Shakespeare. Pirandello al castello… l’ho voluto in quel posto, non avrei voluto un altro posto… Scelti i testi in base ai temi: i fantasmi, la follia, la gelosia e il mito, con Glauco”.
    Non hai inserito nulla da Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Sei tu Serafino dietro l’occhio della macchina da presa?
    “Non lo so (ride un po’, ndr) o, probabilmente sì… Ti sembra così? Ma io non amo il cinema, Quando vado al cinema per me deve essere, al contrario del teatro, pura evasione, deve portarmi in mondi di fantascienza. Il cinema fatto in una stanza con marito e moglie non mi interessa, quello che è psicologico lo faccio al teatro. Quando Pirandello si accosta al cinema non l’ho seguito molto, ma forse dovrei riprenderlo”.
    Il prossimo progetto?

    Le troiane. E lo farò qua, in questo spazio minimale e multifunzionale che mi consentirà, a livello di impatto scenografico, senza vincoli di palcoscenico, di platea, di raccontare Le Troiane così come sono scritte. Quindi l’importante non è cambiare il costume. Sì, questo si può anche fare, non c’è nessuna trasgressione in questo. Ma il significato non cambia, anzi è più forte se sta bene anche qui quello che si diceva allora. A volte la regia è fatta di nulla, di una proposta”. 

  • 60 POESIE E 30 RITRATTI

    data: 13/12/2018 19.08

    Il viaggio…atteso, immaginato, agognato, sognato… sfortunato, rocambolesco, sofferto, vano… In ogni caso esperienza, positiva o negativa da aggiungere al colorato puzzle della vita, segno visibile che resta sul volto, invisibile, ma indelebile nell’anima. Alessandro Brandolini e Stefano Cardinali ne Il volto e il viaggio (edizioni Fili d’Aquilone, 2017, pp.102, € 13,00)ci conducono nel loro percorso, fatto di parole e volti incisi sulla carta, in cui sessanta poesie di Brandolini si alternano a trenta ritratti a china di Cardinali, in una ricerca di sé e del mondo che porta ad una crescita interiore, a perdersi per poi ritrovarsi in un gioco che a volte fa male. Spesso una svolta da cui è difficile ripartire o da cui è impossibile fare ritorno. Chi si ferma rischia di restare in gabbia, bloccato, soffocato. Quale la giusta direzione da prendere?

    Per individuarla sarà necessario portare lo sguardo oltre l’orizzonte, fermarsi a cercare. Bisognerà riflettere, esplorare, cercare e cercare ancora, anche se la scoperta può essere terrore: nel viaggio alcuni si sono persi o li abbiamo lasciati indietro ad annegare. Così, come Montale, anche Brandolini nella sua poesia che spesso si fa prosa, cerca il varco, la fuga, pur conservando strette le proprie radici nel lago della memoria, mentre Cardinali incide sui volti rughe di certezzecon un chiaro scuro che lascia il segno tanto sul volto ritratto, quanto nella mente e nell’anima del lettore-osservatore. L’iter urbano creato dalle parole del poeta si fonde e si perde negli sguardi ritratti, non appena li si incrocia in un volto, cercando di scrutarvi dentro, di capire. Brandolini utilizza il verso libero per condurre il lettore verso la fine di ogni viaggio e il destino dell’uomo: la morte. La fine oltre le contraddizioni eterne, non solo geografiche, ma anche culturali, intellettuali a cui la coscienza non può sottrarsi.
    Per questo il viaggio deve essere prima di tutto percorso interiore, superando l’appartenenza e la solitudine, diventando analisi. Il viaggio dell’uomo finirà, ma non finirà il viaggio degli uomini nel tempo e nel mondo. Bisogna guardare all’esperienza del passato, alla traccia lasciata da chi da quella strada l’ha già percorsa, da chi quel viaggio lo ha già fatto per cambiare il presente. Per dimostrarlo gli autori hanno unito due tracce indelebili dell’essere vivente nel cammino nel tempo: la poesia e l’arte, amore per il mondo e unica speranza.
     
    Alessandro Brandolini e Stefano Cardinali 
    Il volto e il viaggio
    Edizioni Fili d’Aquilone, 2017, 

  • CREPET: CI VUOLE PASSIONE

    data: 01/12/2018 17.55

    Paolo Crepet, oltre ad essere un noto volto della televisione, è prima di tutto psichiatra, sociologo e scrittore prolifico ed appassionato che ci fornisce, attraverso i suoi testi, un’attenta analisi della nostra società e attualità. Il professor Crepet è cresciuto in una famiglia di artisti: il suo nonno paterno, Angelo è un pittore (amico tra l’altro di Amedeo Modigliani), mentre il nonno materno è un ceramista. Quest’esperienza ha influenzato la sua concezione della vita, del bello e della felicità: “La mia famiglia mi ha insegnato il valore della creatività, dell’immaginazione, del bello. Tutto parte dalla ricerca della felicità e per questo credo che la psichiatria sia l’arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità. Sono convinto che la psichiatria abbia più a vedere con l’arte che con altro.” 
    E sono convinta, dopo averlo letto, che il suo ultimo lavoro, Passione, possa essere una guida verso la felicità, perché per essere felici bisogna assecondare le proprie passioni. Per vivere in maniera intensa, per vivere veramente godendo a pieno di ogni singolo istante è necessaria la passione. L'etimologia del termine passione è riconducibile al greco πάθος, termine che  pur racchiudendo il senso della sofferenza, indica una forte emozione. Per tale motivo, passione indica sia un momento di profonda sofferenza, ma nel suo senso più comune indica un desiderio, un trasporto dell'animo che il pensiero ha sempre contrapposto al λόγος, alla ragione come le due forze polarizzanti dell'uomo.
    Paolo e Francesca, Alex Zanardi, Reinhold Messner, Angelo D’Arrigo, Leonardo Da Vinci, Walt Disney, Maria Teresa, Martin Luther King, Gandhi, Mandela, Steve Jobs, Bill Gates, Giulietta e Romeo, l’artista che ogni giorno si alza e non può fare a meno di creare, lo scrittore che non può stare lontano dalla penna, l’amante che si rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno perché vorrebbe condividere il talamo con l’amata, non sono che alcuni esempi di uomini e donne che hanno scelto di vivere secondo passione in una sfida con sé stessi e col mondo per vivere appieno e godere.
    Il professor Crepet, nel suo ultimo libro, descrive la passione come minimo comune esistenziale e godere, verbo forse troppe volte censurato, ma che deve o dovrebbe essere invece uno dei principali obiettivi dell’educazione. Oggi le passioni spesso si censurano, gli adulti preferiscono crescere giovani addomesticati, indifferenti, pieni di paure per esorcizzare la paura… e la responsabilità è in parte degli adulti che tendono a proteggere i propri figli al punto da impedire loro di spiccare il volo ma anche dei ragazzi che devono prendersi le proprie responsabilità per superare quella selezione darwiniana che c’è sempre stata. Quindi la lentezza tipica di parte delle nuove generazioni è un mix di educazione e tecnologie digitali: il risultato è che ragazzi e ragazze tendono ad aspettare che il problema sia risolto da altri piuttosto che provare ad affrontarlo da soli con le proprie forze e il proprio ingegno. Inoltre il professor Crepet sottolinea come i giovani facciano fatica ad avere qualità nelle relazioni e preferiscano accontentarsi. Quindi, convinto che gli esempi valgono più delle parole, ha scelto di incontrare per loro dei maestri: tre testimonianze di, come li definisce, campioni della passione: il jazzista Paolo Fresu, Alessandro Michele, direttore creativo di una nota casa di moda, e il più celebre architetto contemporaneo, Renzo Piano. Personaggi di età diverse, che hanno fatto cose diverse ma che possono essere un ottimo esempio per i giovani.
    Per il professore anche la politica è cambiata. Ormai solo per pochi è ancora il sogno di contribuire a costruire un mondo migliore, per la maggior parte è arrivismo, tornaconto personale. Leggendo Passione mi è tornata in mente la canzone di uno straordinario e intramontabile Giorgio Gaber, in cui l’artista si chiede cosa sia la destra o la sinistra per poi arrivare alla conclusione che l’ideologia è passione. Ma, come giustamente scrive il professore Crepet, la passione, necessaria a cambiare il mondo, è esercizio faticoso per chi non è abituato a mettere impegno in ciò che fa e preferisce scommettere sull’individualismo, sulla paura della diversità, persino su un tweet o un selfie, ammalando la passione per la politica.
    È stato interessante leggere Passione da insegnante, da madre e da donna che vive questa attualità, spiegata in modo diretto attraverso esempi concreti e con una scrittura semplice e scorrevole in cui è come se l’autore dialogasse amichevolmente con il suo lettore inducendolo con le sue riflessioni a riflettere. Mi piace concludere riportando una frase molto significativa del professore: “Dovresti imparare che la vita, come l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso: bisogna dare tutto senza calcolare ciò che ci viene riversato. Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre.”

    E noi siamo pronti ad essere fuoriclasse della nostra vita? 

  • FORSE E' LA NAVE DI ULISSE

    data: 30/11/2018 18.34

    “Così io mi figuro il poeta dell’Odissea. Sopra un legno di mercanti e, chi sa, di pirati, di costa in costa, d’isola in isola, percorre tutto il Mediterraneo, che sembra veramente infinito. Disteso a prora, dal primo all’ultimo raggio di sole, mentre le vele gonfie rapiscono a volo il battello, a pari dei gabbiani, contempla, con le avide pupille del poeta, le infinite parvenze del cielo e del mare” (I signori del mare, Orazio Ferrara, Sarno, Centro studi I Dioscuri). I resti di Troia e Micene, e la pittura vascolare hanno confermato la veridicità del mondo cantato dal mitico aedo di nome Omero, la cui esistenza, ammesso che sia vera, è ancora avvolta nel mistero.

    Oggi un’importante scoperta del team di esperti guidato da Joe Adams, che porta avanti un interessante programma di ricerca sottomarino, Black Sea Maritime Archaeology Project, avvalorerebbe la fondatezza dei versi del cantore greco. Adagiata sui fondali del Mar Nero, insieme ad altri interessanti reperti archeologi, giace a 2.000 metri sotto il livello del mare, una nave conservata quasi nella sua interezza grazie alla mancanza di ossigeno. Adams ha dichiarato: “Una nave sopravvissuta intatta dall'epoca classica, a due chilometri di profondità, è qualcosa che non avrei mai creduto possibile trovare. [...] Si tratta di una scoperta che cambierà le nostre conoscenze e la nostra comprensione delle attività della marineria del mondo antico”. Il test del carbonio 14 ha confermato che si tratta di un reperto risalente a 2400/2500 anni fa.
    L’imbarcazione sarebbe molto somigliante alla raffigurazione del The Siren Vase, un vaso risalente al 480/470 a.C., attualmente esposto al British Museum di Londra, ritenuta da sempre rappresentante la nave di Ulisse al momento dell'incontro con le Sirene narrato da Omero nell'Odissea. E per questo gli archeologi hanno denominato lo scafo “la nave di Ulisse”. Al momento, riportare la nave in superficie risulta parecchio complicato perché questa operazione potrebbe anche distruggerla.
    Omero, o chi per lui, definisce le navi con due epiteti che ne lasciano immaginare facilmente la forma: orthokrairos (dalle corna erette, il toro era un simbolo che si usava anche per esorcizzare i pericoli del mare) e kòilos (concava). In Omero la differenza tra nave mercantile e da guerra non è rigida. La prima ha soprattutto una propulsione velica e ricorrerebbe all’uso del rematori solo in mancanza di vento o nelle manovre di porto, la seconda usufruisce di una vela quadra, ma la velocità è affidata alla forza dei rematori. In entrambe due grossi remi poppieri costituiscono il timone di difficile manovrabilità. Nell’Iliade e nell’Odissea le navi guerriere sono a venti rematori più il timoniere e il capitano. Sono estremamente versatili e veloci, caratteristiche utili sia per i combattimenti sia per le fughe dopo le razzie. Agamennone usa una nave a venti remi per rimandare Criseide dal padre, Telemaco per la ricerca di suo padre da Itaca a Pilo, ma questa è la medesima imbarcazione che scelgono i proci per tendergli un attacco. Nel catalogo delle navi lo stesso Omero descrive navi con cinquanta remi, venticinque per lato, antenata della trireme. E proprio una nave a cinquanta remi verrà data ad Odisseo dai Feaci per far ritorno ad Itaca.
    Mai come oggi il mitico mondo di Odisseo che tanto ci ha affascinato ed incantato appare tanto reale e vicino.
     
    Circe, non molto poi, da me rivolse
    per l’isola i suoi passi; ed io, trovata
    la nave, a entrarvi, e a disnodar la fune,
    confortava i compagni; ed i compagni
    v’entraro, e s’assidean su i banchi, e assisi
    fean co’ remi nel mar spume d’argento.
    La Dea possente ci spedì un amico
    vento di vela gonfiator, che fido
    per l’ondoso cammin ne accompagnava:
    sì che, deposti nella nera nave
    dalla prora cerulea i lunghi remi,
    sedevamo, di spingerci, e guidarci
    Lasciando al timonier la cura, e al vento.

  • CAMILLERI: STORIE, RICETTE

    data: 21/11/2018 20.31

    Gocce di Sicilia di Camilleri è una raccolta di sette storie, edita da Mondadori. Il titolo spiega il contenuto: si tratta di gocce di cultura e di tradizione siciliana, poche ma dal sapore intenso come le gocce distillate.

    Il racconto Lo Zù cola è ispirato al reale incontro che Camilleri ebbe con il capo mafioso dell'Agrigentino Nick Gentile. Protagonista della storia è lo “Zio Cola” che, nel corso della vicenda, incontra personaggi minori creati ad hoc con cui interagisce per costruire quello che l’autore definisce un falso monologo. In questa storia è riportata una ricetta durante la descrizione dell'omicidio, avvenuto in un ristorante di Fred Iacolino, freddato mentre mangiava “un quarto d'agniddruzzo al finocchietto selvaggio”.

    Il racconto Chi è che trasì nello studio è un'affettuosa e nostalgica rievocazione dello zio dell’autore, Alfredo. In due punti si parla di cibo. Si puntualizza quanto fosse importante ai fini di trovare marito l'arte culinaria per una donna, al pari del canto, della conversazione, del ballo e del suonare il piano. Tutto ciò faceva parte del “culto di San Filano”, rito vietato agli uomini e che veniva praticato dalle ragazze che non avevano ancora un fidanzato e di cui Zio Alfredo era l'unico sacerdote: “assaggiava, gustava, giudicava unico uomo fra tutte quelle femmine” ciò che le giovani offrivano al santo. Nell'altro si racconta che lo zio durante le sue nuotate si tuffava sott'acqua per riempire il cappello di vongole e ricci di mare per mangiarli “freschi freschi”, seduto accanto alla moglie.
     
    Piace il vino a San Calò è dedicata al “culto” del vino che a tavola non deve mancare perché mette buon sangue. L’autore descrive in maniera ironica la festa, religiosa e pagana, di San Calogero. S. E. Rev.ma Mons. Luigi Rufino deve fare i conti con i paesani scaricatori di porto che portano per il paese la statua del santo in maniera molto poco ortodossa. Quando i portatori si fermavano davanti a qualche uscio di devoti veniva offerto loro vino a volontà, gratis, e un bicchiere spettava di diritto al santo. San Calogero, commenta Camilleri, alle cinque di dopo pranzo sembrava ubriaco. Il Monsignore, sconvolto, propone allora “le regole” per la festa dell'anno successivo: nessuno doveva offrire da bere al santo, pena la scomunica del paese, il pane per i poveri non doveva più essere buttato dal balcone e la statua non doveva stare alla Casa dei Lavoratori portuali, ma in chiesa. Si arrivò ad un compromesso: ci sarebbero state due feste, quella tradizionale in cui il santo veniva declassato a comune mortale e, in quanto uomo, poteva anche farsi tirare il pane, andare per taverne o risiedere nella casa del lavoratore e la processione religiosa che sarebbe avvenuta la sera. Ben presto la voce popolare disse che di questa processione San Calogero si stufava e qualcuno giurò perfino di averlo visto sbadigliare!
     
    Ne Il primo voto l'autore racconta la paradossale guerra tra separatisti, comunisti e democristiani durante le prime elezioni regionali in Sicilia, nel 1947. I personaggi sono delle macchiette ancorate alle ideologie politiche che rappresentano e il prete del posto, Padre Aurelio, è in seria difficoltà quando ciascun rappresentante delle fazioni opposte al partito comunista gli propone di sostituire “la bandiera” del Cristo risorto, con quella del proprio partito. Combattuto il prete decide di eliminare qualsiasi bandiera dalle mani del Cristo, ma si accorge di aver fatto comunque un errore: senza bandiera il cristo appariva risorgere facendo il tipico saluto comunista. Infatti, conclude lo scrittore, il “fronte del popolo” stravinse le elezioni. In questa storia si racconta dei ceci e delle fave, per tradizione considerati la carne deipoveri, “abbrustoliti in loco” cioè nei magazzini in cui erano ammassate. E della granita di caffè, l’alimento con il quale in Sicilia si usa fare colazione, in genere accompagnandola con un panino a forma di treccia o una brioches. Al personaggio della storia, invece, piace accompagnarla con i taralli, biscotti morbidi al limone rivestiti con glassa di zucchero.
     
    Come dimenticare l’importanza del cibo per Montalbano? Il sicilianissimo commissario che svolge indagini nell'immaginaria Vigata ha la propensione per la buona cucina soprattutto a base di pesce, da consumare, per poterne godere a pieno, rigorosamente in religioso silenzio. Per lui la cucina è qualcosa di maniacale, quasi liturgico. Ama imbandire la terrazza della sua casa di Marinella e accompagnare la cena con del buon vino. Gli è molto gradita la cucina di Adelina, la sua domestica, che gli prepara squisiti piatti tipici della cucina siciliana: le alici con cipolle e aceto, la pasta con le sarde, la pasta ʹncasciata, la caponata di melanzane e gli arancini al ragù. Anche lui si cimenta nella cucina, il polpo al sugo e la pasta con i frutti di mare sono i suoi assi nella manica. Si reca sempre allo stesso ristorante, da Calogero, da cui gli piace farsi consigliare il menu. 

  • GATTOPARDO, 60 ANNI DOPO

    data: 06/11/2018 12.19

    "È superfluo dirti che il principe di Salina è il principe di Lampedusa, Giulio Fabrizio mio bisnonno; ogni cosa è reale [...] Padre Pirrone è anche lui autentico, anche nel nome.[...] Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita."
    Queste le parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa in una lettera, con allegato il dattiloscritto de Il Gattopardo, del 30 maggio 1957 al barone Enrico Merlo di Tagliavia. E a Palermo, sua città natale, e ai possedimenti che furono della sua famiglia è legata la storia dello scrittore e del romanzo che, purtroppo solo dopo la morte, lo rese famoso. In Ricordi di infanzia scrive di palazzo Lampedusa, la casa in cui nacque:
    “La amavo con abbandono assoluto. E la amo adesso quando essa da dodici anni non è più che un ricordo. Fino a pochi mesi prima della sua distruzione dormivo nella stanza nella quale ero nato, a quattro metri di distanza da dove era stato posto il letto di mia madre durante il travaglio del parto. In quella casa, in quella stessa stanza forse, ero lieto di essere sicuro di morire”
    Si trova al numero 17 di via Lampedusa, di fronte palazzo Branciforte. Durante la seconda guerra mondiale, venne colpita e resa inagibile tanto che lo scrittore dovette trasferirsi in una casa a Ficarra fino all'armistizio. Nel Gattopardo lo scrittore ne rievoca gli antichi fasti. A Palermo ogni mattina si recava al Bar Pasticceria Mazzara, dove sedeva a scrivere sempre allo stesso tavolo. Francesco Orlando in Ricordo di Lampedusa (1962) racconta che spesso si recava anche a casa del critico musicale e giornalista del Giornale di Sicilia Bebbuzzo Sgadari di Lo Monaco dove conobbe molti intellettuali palermitani.
    Edificato nel XVI sec. dai Branciforte, palazzo Lanza Tomasi si trova nel quartiere Kalsa e conserva la biblioteca dello scrittore. Era stato acquistato dal nonno dello scrittore, il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa con l'indennizzo ottenuto dalla Corona per l'esproprio dell'isola di Lampedusa. Lo scrittore, dopo averlo riacquistato nel 1951, vi vivrà fino alla morte, ma non lo considererà mai la sua vera casa, come spiega in Ricordi d'infanzia.
    "Tutte le altre case (poche del resto, a parte gli alberghi) sono state dei tetti che hanno servito a ripararmi dalla pioggia e dal sole, ma non delle casa nel senso arcaico e venerabile della parola. Ed in ispecie quella che ho adesso, che non mi piace affatto, che ho comperato per far piacere a mia Moglie e che sono stato lieto di far intestare a lei, perché veramente essa non è la mia casa. "
    Lo scrittore visitò nell'estate e nell'autunno 1955 il feudo di Montechiaro, proprietà della famiglia, ritrovando le sue origini. Il luogo divenne la residenza estiva dei Salina, la Donnafugata del Gattopardo. Il monastero di clausura inglobò il primo palazzo ducale. Qui si ritirarono in convento le figlie e la moglie di Giulio Tomasi di Lampedusa, tra cui Isabella, nota con il nome di Suor Maria Crocefissa della Concezione, a cui fa riferimento lo scrittore quando parla della Beata Corbèra e dell’ episodio della lettera del diavolo, una missiva scritta in caratteri incomprensibili conservata all'interno del convento. I mandorlati, i pasticcini menzionati nelle pagine del Gattopardo, sono ancora preparati e confezionati nel monastero.
    "Abitudini secolari esigevano che il giorno seguente all'arrivo la famiglia Salina andasse al Monastero di Santo Spirito a pregare sulla tomba della beata Corbèra, antenata del principe, che aveva fondato il convento [...]. In quel luogo tutto gli piaceva, cominciando dall’umiltà del parlatorio rozzo, con la sua volta a botte centrata dal Gattopardo, con le duplici grate per le conversazioni, con la piccola ruota di legno per fare entrare e uscire i messaggi, con la porta ben squadrata che il Re e lui, soli maschi nel mondo, potevano lecitamente varcare.[...] si stupiva sempre vedendo incorniciate sulla parete di una cella le due lettere famose e indecifrabili, quella che la Beata Corbèra aveva scritto al diavolo per convertirlo al bene e la risposta che esprimeva, pare, per il rammarico di non poter obbedirle; gli piacevano i mandorlati che le monache confezionavano su ricette centenarie, gli piaceva ascoltare l’Uffizio nel coro, ed era financo contento di versare a quella comunità una parte non trascurabile del proprio reddito, così come voleva l’atto di fondazione."
    A Villa Piccolo lo scrittore si recava a trovare i cugini, era molto affezionato a Lucio, con il quale condivideva molti interessi tra cui quello per la letteratura. Con lui  a San Pellegrino Terme, nel 1954, nacque la scintilla che lo portò a scrivere il romanzo covato da anni. E a lui spesso faceva ascoltare, chiedendone i consigli, le pagine appena scritte de Il Gattopardo.
    "In questa villa del resto ritrovo non soltanto la Sacra Famiglia della mia infanzia, ma una traccia, affievolita, certo, ma indubitabile, della mia fanciullezza a Santa Margherita e perciò mi piace tanto andarvi".