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MARIA ROSARIA GRIFONE

  • DIRETTIVA COPYRIGHT
    IN VIGORE LE NUOVE NORME

    data: 12/06/2019 16.09

    Il 6 giugno è entrata in vigore la Direttiva sul copyright, pubblicata nella Gazzetta dell’Unione Europea lo scorso 17 aprile. A partire da questo momento gli stati membri avranno due anni di tempo per recepirla ma c’è chi è già al lavoro per accogliere le nuove norme. Il Parlamento francese, infatti, ha approvato il mese scorso un progetto di legge di recepimento della direttiva che ora dovrà essere votato anche dal Senato. Il fatto che oltralpe il governo fosse favorevole all'aggiornamento delle leggi sul diritto d'autore ha facilitato le cose. Anche se nella sostanza la bozza francese non va molto oltre la Direttiva, in un punto il progetto fa un passo ulteriore relativamente alla remunerazione dei giornalisti e degli autori: mentre secondo la Direttiva devono avere una quota adeguata degli introiti che arrivano agli editori grazie al nuovo diritto, per i francesi questa quota deve essere «equa» e, se giornalisti ed editori non raggiungono un accordo aziendale o collettivo entro sei mesi, ci sarà una commissione paritetica presieduta da un magistrato che dovrà indicare una soluzione.
    Dall'altro lato, invece, la Polonia, che si oppone da sempre alla Direttiva, ha presentato una denuncia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Secondo Varsavia, esigere dalle piattaforme online come Google e Facebook un controllo sui contenuti caricati apre le porte all’utilizzo della censura preventiva. Le nuove misure erano già state contestate nell’Europarlamento in fase di discussione del pacchetto normativo e all’ultimo Consiglio Ue, che ha dato ad aprile il via libera alla direttiva sul copyright, la Polonia, come l’Italia, ha votato contro. Altri “no” sono arrivati da Lussemburgo, Olanda, Finlandia e Svezia.
    Nonostante la preoccupazione degli utenti Internet, condizionati dal clamore mediatico, la Direttiva europea sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale non limita la libertà di espressione. L’obiettivo è applicare anche al mondo del web la regola per cui se si riproduce e si diffonde un’opera altrui a scopo di lucro, bisogna chiedere l’autorizzazione all’autore e remunerarlo. Parte della più generale Strategia per il mercato unico digitale adottata nel 2015, la Direttiva sul copyright risponde all’esigenza di riformare la disciplina comunitaria sul diritto d’autore (che finora era ferma al 2001) alla luce delle nuove tecnologie e della crescita delle piattaforme online, estendendo la protezione dei contenuti creativi al nuovo ambiente digitale.
    Negli ultimi anni Internet è diventato di fatto il principale mercato per la distribuzione e l'accesso ai contenuti protetti dal diritto d'autore. I titolari dei diritti incontrano, però, difficoltà quando cercano di essere remunerati per la diffusione online delle loro opere. Questo, in prospettiva, potrebbe mettere a rischio la produzione di contenuti creativi. Se attualmente, le aziende online sono poco incentivate a firmare accordi di licenza equi, perché non sono considerate responsabili dei contenuti che i loro utenti caricano, con la Direttiva diventano responsabili. In questo modo aumentano le possibilità dei titolari dei diritti - in particolare musicisti, artisti, interpreti, sceneggiatori, creativi ed editori di notizie - di ottenere una quota equa del valore generato dall'utilizzo delle loro opere attraverso accordi di licenza.

    Ci sono anche delle eccezioni all'applicazione delle regole contenute nella nuova Direttiva. È il caso del caricamento di opere su enciclopedie online per finalità di carattere non commerciale, come avviene per Wikipedia, o delle piattaforme software open source. Le piattaforme di nuova costituzione, le startup, saranno invece soggette a obblighi depotenziati. Potranno, a tutela degli utenti, circolare liberamente online meme e gif, così come le parodie, le caricature e le citazioni. Viene data inoltre la possibilità agli editori di stampa di negoziare accordi con le piattaforme per farsi pagare per l'utilizzo dei loro contenuti. Da sottolineare che la condivisione di frammenti di articoli di attualità è espressamente esclusa dal campo di applicazione della Direttiva. Tuttavia, il testo contiene disposizioni per evitare che gli aggregatori di notizie ne abusino. Sarà sempre possibile far circolare liberamente le idee ma sarà vietato appropriarsi in blocco di contenuti dei quali non si è proprietari. 

  • LEONARDO, 500 ANNI DOPO

    data: 28/04/2019 17.23

    Un fitto calendario di celebrazioni ricorda quest’anno il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio 1519 nel castello di Cloux vicino ad Amboise. Pittore, scultore, architetto, musicista, anatomista, ingegnere, filosofo e inventore, Leonardo da Vinci è sicuramente uno dei geni universali della storia umana. Al tempo stesso artista e scienziato, incarnò lo spirito universalista del Rinascimento di cui è uno dei simboli principali. Il suo era un approccio metodico alla conoscenza, all’apprendimento, all’osservazione e all’analisi che impressionò le generazioni successive, ma anche i suoi contemporanei.
    Leonardo non era uno scienziato ma ha aperto la strada alla scienza moderna, in quanto il suo modo di guardare la realtà, osservare, misurare, verificare si avvicina molto a quello che poi sarebbe diventato il percorso scientifico sperimentale di Galileo. Per ripercorrere l’attività di Leonardo da Vinci sul fronte tecnologico e scientifico, le Scuderie del Quirinale a Roma insieme al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” e alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano hanno allestito la mostra Leonardo da Vinci. La scienza prima della scienza, visitabile fino al 30 giugno.
    Sono oltre duecento le opere che accompagnano il pubblico in un percorso che si articola in dieci sezioni, ruotando attorno ad altrettanti bellissimi disegni del Codice Atlantico, provenienti dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, ma che vuole immergerlo nel suo contesto storico, mostrando quanto fu importante per Leonardo assorbire tutta la vivace cultura che stava attorno a lui, prima in Toscana e poi a Milano, seguendo tutti i luoghi delle sue peregrinazioni. In mostra anche i modelli storici della collezione del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, che visualizzano in modo tridimensionale le sue idee e che furono creati nel 1952 per i 500 anni dalla nascita del Maestro toscano, e tanti manoscritti di artisti-ingegneri del Rinascimento provenienti dalle più importanti biblioteche nazionali. Non mancano altre opere particolari, come ad esempio un monumentale modello in gesso del Pantheon e i grandi portelli delle chiuse del Naviglio, esposte al pubblico per la prima volta dopo un grande restauro e che poi torneranno definitivamente a Milano, nella collezione permanente, per non spostarsi più.
    Ad arricchire il percorso, manoscritti, disegni, stampe, cinquecentine illustrate e dipinti provenienti da prestigiose istituzioni italiane ed europee. Un’attenzione speciale è dedicata alla biblioteca di Leonardo, con l’esposizione del prezioso trattato di Francesco di Giorgio, in prestito dalla Biblioteca Laurenziana, unico volume appartenente con certezza al Maestro che riporta annotazioni di suo pugno. Eccezionalmente in prestito dalla Bibliothèque di Ginevra, è in mostra inoltre uno dei due manoscritti della Divina Proportione di Luca Pacioli, realizzato per il duca Ludovico il Moro nel 1498 e arricchito dalla raffigurazione di sessanta solidi basati sui disegni preparatori eseguiti da Leonardo. La retrospettiva si chiude con una riflessione su come sia nato e su come nel tempo si sia sviluppato il mito di Leonardo.
    Per ricordare i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, fino al 14 luglio i Musei Reali di Torino mettono in mostra 13 lavori autografi acquistati dal re Carlo Alberto e il Codice sul volo degli uccelli. L’esposizione si intitola Leonardo da Vinci. Disegnare il futuro. Tra i lavori, il celebre Autoritratto, gli studi per la Battaglia di Anghiari e l'angelo per la Vergine delle rocce. Accanto alle opere di Leonardo, anche lavori di Raffaello, Michelangelo, Bramante. L’itinerario è suddiviso in sette sezioni dedicate ad altrettante possibili chiavi di lettura dell’opera del Maestro e delle esperienze condotte da tutti gli artisti del Rinascimento: l’eredità dell’arte antica, l’esplorazione dell’anatomia e delle proporzioni del corpo umano, il confronto tra arte e poesia, l’autoritratto, lo studio dei volti e la sfida della rappresentazione delle emozioni. Infine, gli studi sul volo, l’architettura e un tema finora inesplorato: “Leonardo e il Piemonte”, che si sofferma sulle citazioni dei luoghi presenti negli scritti di Leonardo e che ha, come disegno catalizzatore, il foglio del Codice Atlantico con il Naviglio di Ivrea.
    Anche Venezia celebra il genio leonardiano con la mostra alle Gallerie dell'Accademia Leonardo da Vinci. L'uomo modello del mondo, visitabile fino al 14 luglio. Vengono esposti i 25 fogli di Leonardo appartenenti al museo veneziano, tra cui il celebre studio noto come “Uomo vitruviano”, assurto a simbolo di perfezione classica del corpo e della mente, di un microcosmo a misura umana che è il riflesso del cosmo intero. In un percorso di grande suggestione, la mostra presenta oltre settanta opere complessive tra le quali ben 35 autografe.
    Il giovane Leonardo ebbe un profondo legame con il suo maestro, l’affermato pittore e scultore fiorentino Andrea di Michele di Francesco di Cione detto Verrocchio, nato grazie al padre dello stesso Leonardo. Infatti, secondo le parole del Vasari, fu proprio ser Piero, notaio di discreta importanza, a mostrare dei disegni del figlio al celebre maestro, il quale decise di prendere Leonardo come apprendista presso la propria bottega a Firenze dopo aver percepito in quei disegni uno straordinario talento. Nell’anno di Leonardo, Palazzo Strozzi e il Museo del Bargello a Firenze celebrano con una mostra a lui idealmente collegata per affinità, colui che fu l’iniziatore del genio poliedrico rinascimentale. Pittore, scultore, orafo, il Verrocchio fu una personalità d’immenso talento, capace anche di riconoscere e valorizzare quei giovani artisti che contribuirono alla grandezza di Firenze. In mostra 120 opere con prestiti dall’Europa e dagli Stati Uniti, con 14 restauri effettuati per l’occasione, fra cui quello del celeberrimo Putto con delfino. L’esposizione, visitabile fino al 14 luglio, costituisce la prima retrospettiva mai dedicata a Verrocchio, mostrando al contempo gli esordi di Leonardo da Vinci.
    Sicuramente il calendario dedicato da Milano a Leonardo, che trascorse in città 17 anni della sua vita, è il più ricco d’Italia. Il Comune di Milano, Palazzo Reale e l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani hanno promosso un’esposizione multimediale. Il percorso è scandito da 7 video-installazioni, di cui 5 interattive, che coinvolgono lo spettatore in un racconto di immagini e suoni che, a partire dal multiforme lascito di Leonardo, ci “parlano” tanto del suo, quanto del nostro tempo. Le grandi macchine scenografiche, la cui struttura è liberamente ispirata a disegni leonardeschi, corrispondono ad altrettante sezioni: Le Osservazioni sulla natura, La città, Il paesaggio, Le Macchine di pace, Le Macchine di guerra, Il Tavolo anatomico, La pittura. La mostra, intitolata Leonardo. La macchina dell’immaginazione è visitabile a Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 14 luglio. Stessa sede e identica data di chiusura per Il meraviglioso mondo della natura, la mostra dedicata al rapporto tra Leonardo e la natura della Lombardia del Cinquecento. Suggestivo l'allestimento: opere di ispirazione leonardesca vengono fatte dialogare con reperti del Museo di Storia Naturale di Milano. L’esposizione affronta, per casi esemplari, come la rappresentazione della natura in Lombardia sia cambiata anche grazie ai soggiorni milanesi dell’artista.

    Due gli appuntamenti anche al Castello Sforzesco, entrambi in partenza a maggio: nella Cappella Ducale la mostra Leonardo e la Sala delle Asse tra natura, arte e scienza che espone vari disegni di Leonardo e dei suoi contemporanei mentre nella Sala delle Armi ci sarà il Museo virtuale della Milano di Leonardo, un percorso multimediale alla scoperta dei luoghi leonardeschi a Milano, così come il Maestro li vedeva ai suoi tempi. Ma il grande avvenimento sarà la riapertura della Sala delle Asse, il 16 maggio, che si ripresenta al pubblico dopo una nuova fase di lavori, svelando le molte porzioni di disegno preparatorio emerse durante la rimozione degli strati di scialbo dalle pareti. Attraverso una scenografica installazione multimediale, i visitatori saranno guidati nella lettura dello spazio, spostando l’attenzione dalla volta alle pareti. La Sala delle Asse diventa così il luogo simbolo del palinsesto “Milano Leonardo 500”. 

  • L'EDITORIA PER RAGAZZI
    CRESCE ED ESPORTA

    data: 05/04/2019 16.36

    Il made in Italy si è fatto strada anche nel campo dell’editoria per ragazzi. Il settore dedicato a questa fascia di lettori si conferma infatti centrale per l'intero mondo del libro in base ai dati elaborati dall'Ufficio Studi dell'AIE, resi noti in apertura della Fiera internazionale del libro per ragazzi di Bologna, inaugurata il 1° aprile scorso. Se fino a qualche anno fa le case editrici italiane compravano più di quanto vendevano all’estero e la creatività di autori e illustratori rimaneva sostanzialmente circoscritta ai confini nazionali, oggi tutto si è invertito: nel 2018 i diritti acquistati all'estero sono stati quasi 1.800 ma quelli venduti molti di più, oltre 3.000. Numeri che danno la misura del ruolo che rivestono ora i libri per bambini e ragazzi nell'ambito dell'editoria nazionale. Del resto i bambini leggono più degli adulti, secondo l’Osservatorio di AIE, l'Associazione Italiana Editori: ha la propensione alla lettura l'82% dei più piccoli nella fascia d'età fino ai 14 anni contro il 60% della popolazione italiana, con una spesa media annua che sfiora i 30 euro.
    Il settore dei libri per bambini e ragazzi rappresenta il secondo segmento di maggior peso, per fatturato, del mercato di varia, dopo la fiction, e il primo per l'export dei diritti, con il 39% dei diritti italiani venduti. In base ad una stima dell’AIE, nel 2018 il comparto ha avuto un valore complessivo di 235,8 milioni di euro (escludendo Amazon) ed è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, con una contrazione dell’1%.
    Analizzando in maniera puntuale i dati presentati dall’AIE, emerge che il 59% dei bambini fino ai tre anni di età “legge, colora, sfoglia libri o albi illustrati”, percentuale che sale al 92% nella fascia compresa tra i 4 e i 6 anni e che perde un punto passando ai bambini tra i 7 e i 9 anni di età. L’88% dei più grandi, la cui età varia dai 10 ai 14 anni, ha letto almeno un libro non scolastico, un e-book, un audiolibro, un libro tattile nei dodici mesi precedenti.
    Ma quando nasce la letteratura per i ragazzi in Italia? Per rintracciarne la genesi, dobbiamo risalire al Risorgimento. Già nella prima metà dell’Ottocento vi era molto fermento tra gli intellettuali, che vedevano nell’educazione del fanciullo una delle basi per la formazione del nuovo italiano, anche se l’analfabetismo era diffusissimo e le scuole erano frequentate da un numero esiguo di bambini. In questo processo, il prototipo del libro educativo, patriottico ed edificante è Giannetto pubblicato nel 1837 da Luigi Parravicini, un vero e proprio sussidiario per l’istruzione di base che divenne il più grande bestseller per ragazzi dell’epoca.
    Qualche decennio dopo Ida Baccini, con il libro Memorie di un Pulcino, facendo immedesimare il piccolo lettore con il protagonista e raccontando - attraverso l’io narrante - le disavventure, gli affetti, le paure del cucciolo, scrive quello che è considerato il primo vero romanzo per l’infanzia italiano. È però con Carlo Collodi, che la letteratura per ragazzi italiana spicca il volo. Grazie ad un’attenta conoscenza delle fiabe classiche, Collodi riesce ad affrontare il racconto educativo con Giannettino, in cui umanizza il “perfetto fanciullo” di Parravicini. Ma il vero salto di qualità arriva con la proposta di Ferdinando Martini, che chiese a Collodi di scrivere per Il giornale per i bambini un racconto a puntate. Nasce così La storia di un Burattino, pubblicata dal 1881 al 1883, anno in cui viene raccolta in volume con il titolo Le avventure di Pinocchio.
    Tre anni dopo, nel 1886, viene pubblicato Cuore, il romanzo di Edmondo De Amicis, strutturato come un diario di un anno scolastico, scritto in prima persona da un ragazzo diligente, alternato con le lettere dei genitori e una serie di racconti patriottici mensili. Con Emilio Salgari la letteratura per ragazzi diventa invece pura evasione, creata sull’onda dei suoi amati Verne e Stevenson, con i racconti della Malesia di Sandokan e dei Caraibi del Corsaro Nero. Agli inizi del Novecento, con Il giornalino di Gian Burrasca, scritto da Luigi Bertelli sotto lo pseudonimo di Vamba, si torna alla forma di diario. Stavolta però il protagonista è Giannino Stoppani, un ribelle di nove anni che l’educazione familiare e scolastica dell’epoca non riescono a fermare.
    Qualche anno dopo, Sergio Tofano raggiunge la fama con il personaggio del Signor Bonaventura, entrato con il suo proverbiale milione nella cultura italiana del Novecento. Nel secondo dopoguerra, la figura chiave della letteratura per ragazzi è Gianni Rodari che ha scritto centinaia di opere per ragazzi fra romanzi brevi, racconti, fiabe e filastrocche con un intreccio formidabile di giochi di parole e narrazione, in grado di creare un linguaggio nuovo, fatto di mondi impensabili e personaggi improbabili, attraverso cui decodificare e leggere la realtà.
    La letteratura per l’infanzia negli anni Sessanta prende linfa vitale anche dalla nuova scuola democratica, con storie spesso scritte insieme ai bambini, come accade con Cipì di Mario Lodi. Negli anni Settanta fanno il loro ingresso nella letteratura nomi di gran peso qualitativo, come Bianca Pitzorno, con le sue storie per bambine dalle tinte forti e dalla trama avvincente, e Roberto Piumini, una delle penne più felici e fertili della letteratura per ragazzi, abile sia nella prosa che nella poesia.
    Negli ultimi decenni la letteratura per l’infanzia è divenuta una materia in continua evoluzione con dei sotto-generi al suo interno. Non è più considerata letteratura minore e la sua produzione è diventata industriale, collegandosi alle esigenze del mercato.

        

  • COSI' NELL'AUDIOVISIVO
    PERMANE IL GAP DI GENERE

    data: 05/03/2019 11.46

    La metafora del soffitto di cristallo è ormai entrata a far parte del linguaggio comune per denotare quell’insieme di ostacoli e barriere che le donne incontrano nel proprio percorso lavorativo, che non di rado finiscono per impedire loro di raggiungere le posizioni apicali all’interno della gerarchia lavorativa. In particolare, a che punto è la parità di genere nel mondo dell’audiovisivo? A questa domanda ha voluto rispondere l’IRPPS, l’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con il progetto DEA – Donne e Audiovisivo.
    La sottorappresentazione delle donne nel cinema appartiene al più ampio tema della parità di genere che coinvolge ambiti diversi - dal mercato del lavoro nel suo complesso, al mondo della ricerca scientifica, a quello delle posizioni di top management nel settore privato, alla presenza nei CdA, alle differenze di salario - ma si estende anche ad altri aspetti della vita sociale: dall’accesso ai finanziamenti, alla ripartizione dei carichi familiari, alla rappresentanza. Nel suo rapporto sul tema, l’Unesco ricorda fra l’altro che la creatività non è di genere neutro e che le disuguaglianze nel settore creativo rispecchiano le barriere strutturali presenti in altri settori economici e nella società in generale.
    In tre anni l’attività dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR si è concentrata sul tema degli squilibri di genere nell’industria dell’audiovisivo e ha affrontato alcune questioni relative alla posizione delle donne in questo settore, dal confronto con il contesto europeo ed internazionale all’esperienza di vita delle autrici, cercando di individuare i fattori che rallentano o impediscono l’accesso delle donne alla parte creativa e all’evoluzione del percorso professionale, fino alle aspirazioni, alle aspettative e alle motivazioni che stanno alla base delle scelte professionali.
    Dallo studio è emerso che solo il 12% dei film a finanziamento pubblico italiano sono diretti da donne e appena il 21% dei film prodotti dalla Rai hanno una regista. Secondo i dati, meno del 10% sono i film diretti da donne che arrivano in sala. Il 25,7% delle produttrici inoltre sono donne, percentuale che diminuisce quando il ruolo diviene più importante, e le sceneggiatrici sono il 14,6%. Nelle troupe macchiniste, operatrici e foniche sono meno del 10%. Sono il 6,2% le direttrici della fotografia e compongono le colonne sonore solo il 6% di donne. La presenza femminile è invece in maggioranza nei dipartimenti di casting, trucco e costumi.
    Al termine dell’indagine sono state elaborate delle raccomandazioni per avanzare proposte di politiche e interventi valutandone la desiderabilità e la realizzabilità nell’attuale contesto italiano. Sono state individuate sei aree strategiche per avviare la parità di genere nell’audiovisivo:azioni di sistema, finanziamenti, raccolta dati, formazione, sensibilizzazione e comunicazione, condivisione di buone pratiche.
    In particolare, è stata sottolineata l’importanza di garantire visibilità al lavoro delle professioniste per evidenziare il ruolo imprescindibile delle donne nella storia dell’audiovisivo e nella produzione degli immaginari. Fornire modelli identitari virtuosi può essere un altro modo per favorire il successo delle donne che si affacciano alla formazione e al mondo del lavoro in questo campo. Anche la creazione di un elenco di professioniste attive nei vari settori a cui le produzioni possano attingere può aiutare le donne che vogliono lavorare nel settore cinematografico. Infine, vanno citate le pratiche di discriminazione positiva nelle strategie di finanziamento pubblico, per esempio attraverso l’introduzione di quote o l’impiego di un marchio di qualità, che certifichi il fatto che l’audiovisivo sia stato prodotto in un ambiente egualitario.

    Il settore della cultura e quello audiovisivo in particolare marca ancora una considerevole distanza nell’acquisizione delle pari opportunità e dell’uguaglianza di genere nonché una certa inerzia al cambiamento, soprattutto per quanto riguarda la produzione commerciale. Gli ostacoli che le donne dello spettacolo, del cinema, della TV si trovano ad affrontare sono simili a quelli che in generale si manifestano in tutto il mercato del lavoro: discriminazioni nelle assunzioni, minori retribuzioni, precarie condizioni di lavoro, difficoltà nell’accesso alle posizioni decisionali e di maggiore prestigio. In questo ambiente gli stereotipi di genere hanno però un ruolo cruciale. E’ importante tenere conto però del fatto che questo settore possiede al tempo stesso un enorme potenziale per il cambiamento. E’ significativo, ad esempio, che quest’anno ci siano due donne nella cinquina dei candidati alla miglior regia per i Premi David di Donatello, l’evento più prestigioso del nostro panorama cinematografico. 

  • LA MUSICA NATA NEI LAGER

    data: 23/01/2019 21.32

    I lager si portarono via la libertà, la dignità umana, la quotidianità dei musicisti ebrei, ma non la loro musica che nei campi di concentramento ha avuto un ruolo importantissimo, rappresentando una via di fuga temporanea dagli orrori e dall’incubo della realtà che li circondava. Sembra incredibile, ma anche nei campi di prigionia e di sterminio, di lavori forzati, di internamento e di transito - in cui venivano negati tutti i diritti umani - sono nate migliaia di composizioni.

    La musica concentrazionaria spazia tra i più diversi generi: musica colta, cabaret, jazz, canto religioso, popolare e tradizionale, musica di camerata, leggera, d’intrattenimento e per varietà, operine e musica per ragazzi sino a opere frammentate o ricostruite dopo la guerra. E’ stata prodotta dal 1933 (anno di apertura dei Campi di Dachau e Börgermoor) fino al 1945 da musicisti imprigionati, provenienti da qualsiasi contesto nazionale, sociale e religioso. 

    Ogni Campo ha avuto la sua genesi ed è stato soggetto a fenomeni di deportazione differenti l’uno dall’altro. Non solo, ma la produzione musicale di ogni singolo Campo è spia dell’estrazione sociale dei deportati, della loro capacità creative in quel determinato luogo nonché della possibilità di accedere o meno a strumenti musicali e di eseguire le proprie opere. La musica è stata scritta anche da ufficiali tedeschi o soldati italiani nei Campi degli Alleati e non solo da ebrei o cristiani o comunisti deportati nei Campi del Terzo Reich. La creatività musicale ha accomunato dunque uomini che si trovavano su fronti diversi.
    La produzione musicale creata in cattività o in condizioni minime ed estreme di privazione dei diritti fondamentali dell’essere umano è stata ritrovata e studiata, grazie soprattutto al lavoro del Maestro Francesco Lotoro che ha fondato nel 2014 l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria. Prima di lui, ci sono stati però altri studiosi della musica concentrazionaria: il musicista e partigiano Schmerke Kaczerginski, il professor Guido Fackler dell’Università di Würzburg, Johanna Spector, Ulrike Migdal, David Bloch, Elena Makarova, Gabriele Mittag, Gabriele Knapp, Joza Karas, Bret Werb, Robert Kolben, Milan Kuna, Blanka Cervinkova e altri. Il titolo di pioniere della musica dei campi di concentramento spetta sicuramente al musicista e cantante di Cracovia Aleksander Kulisiewicz, morto nella sua città natale nel 1982. Durante la sua prigionia a Sachsenhausen i tedeschi compirono su di lui esperimenti medici per il vaiolo sino a fargli perdere la voce. Dopo la guerra, dedicò la sua vita a raccogliere il materiale musicale e poetico scritto dai deportati nei Campi del Terzo Reich. Voleva pubblicarne un’antologia ma il volume non vide mai la luce.
    La musica concentrazionaria è da considerarsi autentico Patrimonio dell’Umanità che va preservato per le future generazioni come una delle più importanti eredità della storia ricevute dalla terribile vicenda delle deportazioni. La musica scritta nei Campi aperti dal Terzo Reich veniva scritta per gli intrattenimenti dei sottufficiali tedeschi, ma non si trattava di un fatto sporadico, si formavano vere e proprie orchestre, come nel reparto femminile di Birkenau oppure ad Auschwitz o a Mauthausen.
    Nei lager tedeschi, nei gulag russi, nei campi giapponesi e africani, furono moltissime le donne che composero musica, a volte con il consenso dei loro aguzzini, a volte segretamente, creando pagine di grande bellezza e valore che invitano a riflettere su un lato ancora poco conosciuto della composizione musicale, quello femminile. La produzione musicale femminile costituisce una grande lacuna nella storia artistica dell'umanità. Se pochissime donne sono riuscite in passato a sfidare le convenzioni e a imporsi come pittrici, scrittrici, scultrici, le compositrici sono praticamente inesistenti nella storia della musica. Per questo è particolarmente importante recuperare le opere di compositrici cancellate dalla storiografia ufficiale.
    "La musica scritta in lager e gulag è positiva perché esalta la vita, annichilisce persino le ideologie totalitarie e rende uno dei più grandi omaggi all'ingegno umano – ha dichiarato il Maestro Lotoro, che ha fatto rivivere a Roma il 16 gennaio scorso in un concerto alcune delle partiture create dalle compositrici in cattività -. Le donne musiciste, persino di fronte all'ineluttabile, crearono poesia e musica su patria perduta, figli e mariti lontani, resistenza al nemico senza mai rinunciare a gusto, fantasia e senso dell'umorismo; nella loro musica il dolore si fa colore”.
     

  • CHI LEGGE, COSA, QUANDO

    data: 04/01/2019 15.57

    Netto segnale di ripresa del settore editoriale: è quanto emerge dal report dell'Istat “Produzione e lettura di libri in Italia”, presentato a fine 2018 e relativo ai dati dell'anno precedente. I titoli pubblicati sono aumentati del 9,3% e le copie stampate sono cresciute del 14,5%, con un'inversione del trend decrescente che ne aveva caratterizzato l'andamento dal 2014. Andando ad esaminare i dati nello specifico, si nota però che la ripresa ha interessato soprattutto i grandi marchi mentre i piccoli e medi editori hanno registrato delle flessioni. Negli ultimi vent'anni la produzione libraria è stata caratterizzata da un andamento contraddittorio se si considera la quantità di titoli pubblicati e il numero di copie stampate: dal 1997 al 2017, infatti, i primi sono aumentati del 35% mentre la tiratura si è ridotta di quasi la metà.

    Lo studio evidenzia che la maggioranza dei lettori si trova al Nord e tra i ragazzi. La quota più alta di chi legge un libro si ritrova tra i ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Il 12,7% è un lettore “forte”, ossia legge almeno un libro al mese. Tra i lettori “forti” anche le persone dai 55 anni in su, che mostrano le percentuali maggiori: 16,5% tra i 55 e i 64 anni e 17,4% tra gli over 65. La popolazione femminile mostra una maggiore inclinazione alla lettura già a partire dai sei anni: complessivamente il 47,1% delle donne, contro il 34,5% dei uomini, ha letto almeno un libro nel corso dell’anno. L’abitudine alla lettura si acquisisce in famiglia. Tra i ragazzi di 11-14 anni legge l’80% di chi ha madre e padre lettori e solo il 39,8% di coloro che hanno entrambi i genitori non lettori. Proprio il settore dell'editoria dedicata ai ragazzi è in forte crescita nel 2017, con un aumento del 29,2% delle opere e del 31,2% delle tirature. Ad incrementare maggiormente la produzione per questa fascia di lettori è l'editoria educativo-scolastica, con un raddoppio dei titoli e delle copie stampate.

    Il report registra 1.459 editori attivi nel 2017. Di questi, l'85% non pubblica più di cinquanta titoli all'anno. In particolare, il 54% sono piccoli editori che non superano le dieci opere annue mentre il 31% sono medi editori che producono un numero di libri compreso tra undici e cinquanta. Il rimanente 15% è costituito dai grandi editori che pubblicano oltre l'80% dei titoli sul mercato e circa il 90% delle opere stampate.

    Il settore editoriale italiano appare fortemente polarizzato dal punto di vista geografico. Al Nord si concentra oltre la metà degli editori attivi. La sola città di Milano ospita più di un quarto dei grandi marchi.
    Le opere originali pubblicate in prima edizione costituiscono ben il 61% delle proposte editoriali del 2017, segno che il mercato punta più sulla novità che sulla longevità dell'offerta. Le ristampe rappresentano solo un terzo del totale e i titoli in edizioni successive sono appena il 5,3%.
    Lo studio dell'Istat evidenzia che oltre il 79% delle proposte editoriali del 2017 rientra nella categoria “varia adulti”, anche se proprio per queste opere si è registrata la riduzione del 5,3% delle opere stampate rispetto all'anno precedente, a fronte di una lievissima crescita, pari all'1%, del numero di titoli. Quanto ai contenuti, quasi il 29% dei libri pubblicati è un testo letterario moderno, un'ampia categoria che comprende romanzi, racconti, libri gialli e d'avventura, ma anche libri di poesia e testi teatrali.
    Altro aspetto interessante evidenziato dal report dell'Istat, è che i diritti di edizione di quasi il 16% delle opere librarie pubblicate in Italia sono stati acquistati all'estero: si tratta di oltre undicimila titoli stampati in circa quarantadue milioni di copie, oltre un quarto della produzione complessiva. La materia prevalente dei titoli orovenienti all'estero è la narrativa moderna. Oltre il 43% dei libri per ragazzi, inoltre, è tradotto da una lingua straniera che quasi in un quarto dei casi è l'inglese. Ancora marginale è invece la quota di mercato dei titoli italiani i cui diritti di edizione sono stati venduti all'estero: si tratta solo del 2% della produzione libraria italiana, che corrisponde a circa cinque milioni di copie stampate.
    La composizione percentuale dell'editoria specializzata evidenzia, inoltre, che per più del 70% dei casi si tratta di piccoli editori che mostrano una più elevata propensione alla specializzazione tematica delle loro proposte.
    Per quanto riguarda la distribuzione, dallo studio dell'Istat emerge che gli editori considerano le librerie indipendenti e gli store online i canali di distribuzione su cui puntare. Nel 2017, inoltre, sono stati proposti anche in formato e-book quasi ventisettemila titoli, pari al 38,3% delle opere a stampa pubblicate in Italia, confermando il trend in crescita negli ultimi anni. I titoli per i quali si rende disponibile l'edizione digitale sono soprattutto libri di avventura e gialli (83,2%). Oltre il 90% dei libri disponibili anche in formato digitale è stato pubblicato da grandi editori, i quali propongono una versione e-book per il 43,5% delle opere che pubblicano a stampa. Interessante notare che il 15% degli e-book proposti nel 2017 presenta contenuti o funzionalità aggiuntive rispetto alla versione a stampa della stessa opera, come ad esempio collegamenti ipertestuali e applicazioni audiovisive o multimediali. La lettura e il download di libri online e e-book sono attività diffuse soprattutto tra i giovani; in particolare, si dichiarano fruitori di questo tipo di prodotti e servizi più di un ragazzo su cinque di età compresa tra 15 e 24 anni.
    Sul fronte dei prezzi, nel 2107 si è registrata una lieve riduzione: in media il prezzo di copertina è sceso a 19,65 euro contro i 20,21 dell'anno precedente. Il calo maggiore riguarda i titoli pubblicati da piccoli editori. Come per gli anni precedenti, comunque, anche nel 2017 circa la metà della produzione libraria è costituita da opere con un prezzo di copertina non superiore ai quindici euro.
    Da sottolineare che le attività di produzione editoriale si sono arricchite nel tempo di nuovi contenuti e competenze. Nel 2017 l'attività più praticata è stata la partecipazione a saloni o festival letterari in Italia e all'estero che ha interessato oltre il 50% degli operatori attivi del settore. Un ulteriore 40% circa ha poi affiancato alla pubblicazione di libri quella di riviste o periodici.

  • LA CULTURA FA ECONOMIA

    data: 23/11/2018 22.11

    Gli eventi culturali e dello spettacolo stimolano l’economia e generano ricchezza nel territorio. E’ quanto emerge dalla ricerca Spazi culturali ed eventi di spettacolo: un importante impatto sull’economia del territorio, condotta dall’Università IULM per AGIS, l'Associazione Generale Italiana dello Spettacolo. L’indagine sottolinea in modo inequivocabile il valore della cultura e dello spettacolo italiano in termini di ricaduta economica sui territori: ogni euro speso nella gestione di una struttura cinematografica o teatrale genera infatti 1,7 euro di produzione di beni intermedi sul territorio e 2,4 euro di valore aggiunto.

    La cultura, dunque, può svolgere un ruolo strategico nello sviluppo del territorio. È facile collegare il concetto di sviluppo culturale di un territorio alle opere architettoniche, alle mostre e ai musei. In realtà le possibilità di dare un impulso importante all’economia di un Paese attraverso gli eventi culturali sono innumerevoli.

    Gli effetti economici e occupazionali generati nel contesto urbano dalla presenza di una sala cinematografica o di un teatro o dalla realizzazione di un evento culturale derivano sicuramente in primo luogo dagli investimenti e dalle spese attivati dai gestori e organizzatori, sia pubblici che privati, per la realizzazione della loro attività.

    Alle spese di gestione e organizzazione si affiancano poi le spese degli spettatori: il 68% degli intervistati dichiara che l’uscita per assistere ad uno spettacolo teatrale o cinematografico è in genere un’occasione per altre spese. Oltre al biglietto di ingresso, l’attività di cinema e teatro genera, infatti, una spesa media a spettatore di 53 euro, pari a cinque volte il prezzo d’ingresso in una sala cinematografica e a circa il doppio del prezzo di un ingresso al teatro.
    Il territorio, attraverso la cultura, diventa laboratorio di costruzione di benessere, luogo di accoglienza e di incontro, ponte comunicativo fra residenti e turisti. Nel caso dei festival e degli eventi di musica live, ad esempio, hanno particolare rilievo le spese effettuate dai turisti nella località dove si svolge la manifestazione, a partire dal soggiorno fino allo shopping e all'acquisto di prodotti locali. Anche i trasporti generano una spesa: il 73% degli spettatori, infatti, raggiunge il cinema o il teatro in auto.
    Tuttavia gli eventi culturali, sebbene strettamente connessi al territorio su cui risiedono e alle risorse distintive dell’area in una sorta di legame bi-direzionale, non contribuiscono solo al suo sviluppo in termini turistici, ma si configurano altresì come un forte incentivo all’intero sviluppo economico locale.
    Per quanto riguarda le preferenze del pubblico, dalla ricerca emerge che il cinema continua ad essere la più seguita tra le varie forme di spettacolo: nell’ultimo anno il 97% degli intervistati è andato almeno una volta in una sala cinematografica e il 94% si dichiara soddisfatto della qualità delle strutture. Tuttavia, la frequenza resta bassa: solo il 20% va al cinema due o più volte alla settimana. I festival hanno soprattutto un pubblico di affezionati: chi partecipa a questi eventi di solito lo fa più di una volta all’anno. Lo spettacolo è un’occasione di socialità: il 94% va al cinema con partner, amici o parenti.
    La maggioranza degli spettatori è compresa nella fascia di età 35-44 anni. Cinema e teatro sono, infatti, frequentati da chi ha già acquisito una certa capacità di spesa. I più giovani rappresentano meno dell’11% degli spettatori, mentre dopo i 45 anni la fruizione di spettacoli diminuisce progressivamente sia per maggiori impegni familiari e di lavoro, sia per la difficoltà di raggiungere le strutture quando non sono sotto casa.

  • COPYRIGHT, FERMI AL 2001

    data: 06/11/2018 12.58

    Un voto in bilico sino all'ultimo, quello con cui il 12 settembre scorso il Parlamento Europeo ha fissato il principio che anche nel mondo online le opere protette dal diritto d'autore e utilizzate a scopo commerciale si pagano e che le grandi piattaforme - non più gli utenti - sono responsabili per i contenuti che condividono.
    Le norme sul copyright nell’Unione Europea sono ferme al 2001. Erano state concepite diciassette anni fa per uno scenario completamente diverso in cui non esistevano quei colossi del web che oggi utilizzano i contenuti culturali e creativi per realizzare enormi ricavi. L’approvazione della proposta di Direttiva ha visto prevalere le ragioni degli editori e degli autori, che chiedono maggiori tutele per i prodotti condivisi online e per la cultura e l’identità europee, su quelle dei giganti del web e dei sostenitori della libertà totale della rete. Due i punti su cui si è sviluppato maggiormente il dibattito: l’articolo 11 che prevede che le piattaforme e gli aggregatori di notizie debbano pagare agli editori un compenso - erroneamente chiamato “link tax” - sugli snippets condivisi (titolo e breve estratto del testo), e l’articolo 13, che gli slogan antiriforma hanno ribattezzato “bavaglio al web”, che richiede alle piattaforme online di negoziare accordi di licenza equi con i titolari dei diritti d'autore.
    Perché la Direttiva europea sul copyright è così importante? Innanzitutto perché la mancata regolamentazione degli utilizzi dei contenuti creativi penalizzerebbe pesantemente chi li crea, che continuerebbe a trovarsi in una situazione di perenne debolezza nei confronti dei grandi gruppi tecnologici americani come Google e Facebook, e perché bloccherebbe la crescita nei settori creativi con la conseguente diminuzione di posti di lavoro qualificati, soprattutto tra le giovani generazioni.
    Nel confronto tra piattaforme digitali e autori di contenuti emerge infatti il tema del cosiddetto “value gap”, ossia del valore attualmente non riconosciuto ai titolari della proprietà intellettuale da parte degli intermediari tecnici. Questo è il vero problema che molti giganti della tecnologia vogliono nascondere. La mancanza di chiarezza legislativa ha avvantaggiato le piattaforme di internet gratuite. Servizi online simili non hanno gli stessi obblighi. Quello che è evidente, tuttavia, è che le piattaforme di streaming gratuito retribuiscono i propri creatori di contenuti dieci volte meno rispetto all’abbonamento pagato dai propri utenti.
    Ma qual è l’opinione dei cittadini su questi temi? L’indagine “Copyright & US Tech Giants”, condotta da Harris Interactive alla vigilia del voto dell’Europarlamento del 12 settembre scorso, ha evidenziato che l’89% degli italiani - dato maggiore rispetto alla media europea che non supera l’87% - è favorevole ad un giusto compenso per gli artisti e i creatori di contenuti per la distribuzione delle proprie realizzazioni sulle piattaforme internet come Facebook e YouTube. La ricerca inoltre ha esaminato l’opinione relativa all’articolo 11 della Direttiva, che prevede una forma di compenso a favore dei creatori dei contenuti protetti da copyright. In linea con la proposta della Direttiva, l’86% del campione italiano, percentuale maggiore di tutta Europa, ritiene che siano i giganti del web a dover remunerare gli editori quando riutilizzano i loro contenuti, come foto, articoli e video. E’ particolarmente rilevante che 4 italiani su 5 (il 78%, ancora una volta percentuale più alta rispetto agli altri Paesi europei), ritengono che le piattaforme internet abbiano più potere rispetto all’UE, tanto che il 62% degli italiani, in linea con la media europea, teme che i tech giants americani con la propria influenza compromettano il corretto funzionamento della democrazia in Europa. Infine, quasi 7 italiani su dieci (pari al 66%), in linea con la media europea, ritiene che i giganti del web non condividano in modo equo i ricavi generati dalle proprie piattaforme con i creatori di contenuti.
    La riforma, però, è ancora lontana dall'essere arrivata in porto. La proposta di Direttiva sul copyright sta seguendo l’iter di una procedura legislativa ordinaria, che consiste nell’adozione congiunta di un atto da parte di Parlamento e Consiglio su proposta della Commissione. Il Parlamento adotta una posizione sul testo della Commissione e la trasmette al Consiglio. Il Consiglio può approvare il testo dopo una serie di negoziati fra Parlamento, lo stesso Consiglio e la Commissione, all’interno del cosiddetto “trilogo”. Dopo l’accordo la proposta dovrebbe tornare nelle mani della Commissione parlamentare competente, in questo caso la Commissione giuridica, chiamata ad approvarla e rimandarla in aula per il voto della Plenaria. Se l’assemblea darà il suo placet, si arriva all’approvazione finale del Consiglio, con un voto a maggioranza. Tutto ciò dovrebbe accadere entro il prossimo mese di aprile, quando si terrà l’ultima Plenaria disponibile, prima della scadenza della legislatura.