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MARIA ROSARIA GRIFONE

  • LA CULTURA FA ECONOMIA

    data: 23/11/2018 22.11

    Gli eventi culturali e dello spettacolo stimolano l’economia e generano ricchezza nel territorio. E’ quanto emerge dalla ricerca Spazi culturali ed eventi di spettacolo: un importante impatto sull’economia del territorio, condotta dall’Università IULM per AGIS, l'Associazione Generale Italiana dello Spettacolo. L’indagine sottolinea in modo inequivocabile il valore della cultura e dello spettacolo italiano in termini di ricaduta economica sui territori: ogni euro speso nella gestione di una struttura cinematografica o teatrale genera infatti 1,7 euro di produzione di beni intermedi sul territorio e 2,4 euro di valore aggiunto.

    La cultura, dunque, può svolgere un ruolo strategico nello sviluppo del territorio. È facile collegare il concetto di sviluppo culturale di un territorio alle opere architettoniche, alle mostre e ai musei. In realtà le possibilità di dare un impulso importante all’economia di un Paese attraverso gli eventi culturali sono innumerevoli.

    Gli effetti economici e occupazionali generati nel contesto urbano dalla presenza di una sala cinematografica o di un teatro o dalla realizzazione di un evento culturale derivano sicuramente in primo luogo dagli investimenti e dalle spese attivati dai gestori e organizzatori, sia pubblici che privati, per la realizzazione della loro attività.

    Alle spese di gestione e organizzazione si affiancano poi le spese degli spettatori: il 68% degli intervistati dichiara che l’uscita per assistere ad uno spettacolo teatrale o cinematografico è in genere un’occasione per altre spese. Oltre al biglietto di ingresso, l’attività di cinema e teatro genera, infatti, una spesa media a spettatore di 53 euro, pari a cinque volte il prezzo d’ingresso in una sala cinematografica e a circa il doppio del prezzo di un ingresso al teatro.
    Il territorio, attraverso la cultura, diventa laboratorio di costruzione di benessere, luogo di accoglienza e di incontro, ponte comunicativo fra residenti e turisti. Nel caso dei festival e degli eventi di musica live, ad esempio, hanno particolare rilievo le spese effettuate dai turisti nella località dove si svolge la manifestazione, a partire dal soggiorno fino allo shopping e all'acquisto di prodotti locali. Anche i trasporti generano una spesa: il 73% degli spettatori, infatti, raggiunge il cinema o il teatro in auto.
    Tuttavia gli eventi culturali, sebbene strettamente connessi al territorio su cui risiedono e alle risorse distintive dell’area in una sorta di legame bi-direzionale, non contribuiscono solo al suo sviluppo in termini turistici, ma si configurano altresì come un forte incentivo all’intero sviluppo economico locale.
    Per quanto riguarda le preferenze del pubblico, dalla ricerca emerge che il cinema continua ad essere la più seguita tra le varie forme di spettacolo: nell’ultimo anno il 97% degli intervistati è andato almeno una volta in una sala cinematografica e il 94% si dichiara soddisfatto della qualità delle strutture. Tuttavia, la frequenza resta bassa: solo il 20% va al cinema due o più volte alla settimana. I festival hanno soprattutto un pubblico di affezionati: chi partecipa a questi eventi di solito lo fa più di una volta all’anno. Lo spettacolo è un’occasione di socialità: il 94% va al cinema con partner, amici o parenti.
    La maggioranza degli spettatori è compresa nella fascia di età 35-44 anni. Cinema e teatro sono, infatti, frequentati da chi ha già acquisito una certa capacità di spesa. I più giovani rappresentano meno dell’11% degli spettatori, mentre dopo i 45 anni la fruizione di spettacoli diminuisce progressivamente sia per maggiori impegni familiari e di lavoro, sia per la difficoltà di raggiungere le strutture quando non sono sotto casa.

  • COPYRIGHT, FERMI AL 2001

    data: 06/11/2018 12.58

    Un voto in bilico sino all'ultimo, quello con cui il 12 settembre scorso il Parlamento Europeo ha fissato il principio che anche nel mondo online le opere protette dal diritto d'autore e utilizzate a scopo commerciale si pagano e che le grandi piattaforme - non più gli utenti - sono responsabili per i contenuti che condividono.
    Le norme sul copyright nell’Unione Europea sono ferme al 2001. Erano state concepite diciassette anni fa per uno scenario completamente diverso in cui non esistevano quei colossi del web che oggi utilizzano i contenuti culturali e creativi per realizzare enormi ricavi. L’approvazione della proposta di Direttiva ha visto prevalere le ragioni degli editori e degli autori, che chiedono maggiori tutele per i prodotti condivisi online e per la cultura e l’identità europee, su quelle dei giganti del web e dei sostenitori della libertà totale della rete. Due i punti su cui si è sviluppato maggiormente il dibattito: l’articolo 11 che prevede che le piattaforme e gli aggregatori di notizie debbano pagare agli editori un compenso - erroneamente chiamato “link tax” - sugli snippets condivisi (titolo e breve estratto del testo), e l’articolo 13, che gli slogan antiriforma hanno ribattezzato “bavaglio al web”, che richiede alle piattaforme online di negoziare accordi di licenza equi con i titolari dei diritti d'autore.
    Perché la Direttiva europea sul copyright è così importante? Innanzitutto perché la mancata regolamentazione degli utilizzi dei contenuti creativi penalizzerebbe pesantemente chi li crea, che continuerebbe a trovarsi in una situazione di perenne debolezza nei confronti dei grandi gruppi tecnologici americani come Google e Facebook, e perché bloccherebbe la crescita nei settori creativi con la conseguente diminuzione di posti di lavoro qualificati, soprattutto tra le giovani generazioni.
    Nel confronto tra piattaforme digitali e autori di contenuti emerge infatti il tema del cosiddetto “value gap”, ossia del valore attualmente non riconosciuto ai titolari della proprietà intellettuale da parte degli intermediari tecnici. Questo è il vero problema che molti giganti della tecnologia vogliono nascondere. La mancanza di chiarezza legislativa ha avvantaggiato le piattaforme di internet gratuite. Servizi online simili non hanno gli stessi obblighi. Quello che è evidente, tuttavia, è che le piattaforme di streaming gratuito retribuiscono i propri creatori di contenuti dieci volte meno rispetto all’abbonamento pagato dai propri utenti.
    Ma qual è l’opinione dei cittadini su questi temi? L’indagine “Copyright & US Tech Giants”, condotta da Harris Interactive alla vigilia del voto dell’Europarlamento del 12 settembre scorso, ha evidenziato che l’89% degli italiani - dato maggiore rispetto alla media europea che non supera l’87% - è favorevole ad un giusto compenso per gli artisti e i creatori di contenuti per la distribuzione delle proprie realizzazioni sulle piattaforme internet come Facebook e YouTube. La ricerca inoltre ha esaminato l’opinione relativa all’articolo 11 della Direttiva, che prevede una forma di compenso a favore dei creatori dei contenuti protetti da copyright. In linea con la proposta della Direttiva, l’86% del campione italiano, percentuale maggiore di tutta Europa, ritiene che siano i giganti del web a dover remunerare gli editori quando riutilizzano i loro contenuti, come foto, articoli e video. E’ particolarmente rilevante che 4 italiani su 5 (il 78%, ancora una volta percentuale più alta rispetto agli altri Paesi europei), ritengono che le piattaforme internet abbiano più potere rispetto all’UE, tanto che il 62% degli italiani, in linea con la media europea, teme che i tech giants americani con la propria influenza compromettano il corretto funzionamento della democrazia in Europa. Infine, quasi 7 italiani su dieci (pari al 66%), in linea con la media europea, ritiene che i giganti del web non condividano in modo equo i ricavi generati dalle proprie piattaforme con i creatori di contenuti.
    La riforma, però, è ancora lontana dall'essere arrivata in porto. La proposta di Direttiva sul copyright sta seguendo l’iter di una procedura legislativa ordinaria, che consiste nell’adozione congiunta di un atto da parte di Parlamento e Consiglio su proposta della Commissione. Il Parlamento adotta una posizione sul testo della Commissione e la trasmette al Consiglio. Il Consiglio può approvare il testo dopo una serie di negoziati fra Parlamento, lo stesso Consiglio e la Commissione, all’interno del cosiddetto “trilogo”. Dopo l’accordo la proposta dovrebbe tornare nelle mani della Commissione parlamentare competente, in questo caso la Commissione giuridica, chiamata ad approvarla e rimandarla in aula per il voto della Plenaria. Se l’assemblea darà il suo placet, si arriva all’approvazione finale del Consiglio, con un voto a maggioranza. Tutto ciò dovrebbe accadere entro il prossimo mese di aprile, quando si terrà l’ultima Plenaria disponibile, prima della scadenza della legislatura.