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BEPPE LOPEZ

  • REGIONI DIFFERENZIATE?
    E 70 ANNI DI FALLIMENTI?

    data: 21/02/2019 12.46

    Può un sovranista nazionalista comportarsi da sovranista regionalista? Sembrerebbe una contraddizione in termini. E invece la Lega, proprio con questa doppia faccia, sta imponendo al governo il sedicente “regionalismo differenziato”: amica degli abruzzesi e dei pastori sardi dalla Tv, sui social e nei comizi, ma nelle istituzioni realizzatrice dell’antico sogno dell’autonomia economica e funzionale delle regioni ricche. Per ora il progetto è stato bloccato, all’ultimo momento utile, in consiglio dei ministri, su iniziativa dei capi-dicastero pentastellati: si sono accorti delle molte, troppe competenze e risorse di cui sarebbero stati privati lo Stato centrale e loro stessi. Ma è sicuro che i leghisti non molleranno.
    La Lega di Bossi (e del giovane Salvini) voleva la secessione del Nord e l’azzeramento dello Stato italiano, e ce l’aveva con i meridionali, brutti, sporchi e cattivi. La Lega di Salvini sinora ha mostrato la faccia feroce con l’Europa (sino a far sospettare di volerne l’azzeramento) e con i migranti morti di fame. Ma improvvisamente ecco riemergere, con la decisioni di riconoscere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” alle Regioni a statuto ordinario – su iniziativa di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna  (quest’ultima, a guida Pd, con qualche distinguo) - una concreta secessione.
    Qualcuno l’ha definita in “doppiopetto”, per i modi felpati, quasi riservati, con cui questa volta la Lega stava per riuscire nel proprio intento e ci riuscirà, se verranno a mancare vigilanza democratica e capacità di controproposte unitarie da parte della sinistra e dei progressisti. Tutto questo, grazie al 17% circa del 73% del corpo elettorale ottenuto da Salvini nelle elezioni politiche del 2018, alla oggettiva debolezza del suo alleato Di Maio e soprattutto a Berlusconi e Renzi, che hanno continuato ad annullare, pur per ragioni e con metodi diversi, qualsiasi capacità di reazione da parte rispettivamente del centrodestra e del centrosinistra. E grazie anche alla benevolenza più o meno esplicita di presidenti di Regione di centrosinistra solleticati dall’idea di poter gestire direttamente un consistente flusso automatico di risorse pubbliche. Del resto, già nel 2001, per lisciare il pelo all’elettorato attratto dalla Lega, con la riforma del Titolo V della Costituzione, firmata dall’allora ministro Bassanini, il centrosinistra introdusse il cosiddetto “federalismo fiscale” e la sostanziale disuguaglianza nella prestazione dei servizi pubblici, salvo prevedere un “fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale”.
    Solidarietà, fondo di perequazione... Se non fosse ipocrita compassione, si tratterebbe di fatto della riproposizione di una vecchia, fallimentare politica destinata ad aiutare il Sud con misure specifiche e provvedimenti ad hoc.
     
    “Niente leggi speciali ma riforma della politica generale”. Questo ammoniva Gaetano Salvemini nel 1945, a proposito degli interventi straordinari per il Sud, in contrasto con chi voleva la Cassa per il Mezzogiorno (poi effettivamente istituita nel 1950). E spiegava, scrivendo al meridionalista Guido Dorso: “Ogni riforma generale, se fatta nel senso necessario al benessere delle classi che lavorano e che producono, sarà utile soprattutto all’Italia meridionale. Le leggi speciali sono sterili inganni. Per un privilegio che otterrete a qualche angoletto del Mezzogiorno, vi sarà altrove chi penserà ad ottenere per sé, con braccia più lunghe e con spirito più energico, favori ben più grandi”.
     
    Salvemini rimase inascoltato. La Casmez ha realizzato cose anche notevoli nel campo infrastrutturale”. Ma, soprattutto, non ha ridotto gli squilibri Nord-Sud, che invece sono progressivamente aumentati, insieme a corruzione e criminalità. Si è continuato per settant’anni con gli interventi straordinari, con i provvedimenti ad hoc, con misure frammentate, episodiche e casuali, mentre scompariva l’idea stessa della programmazione economica e svaniva la pratica di una vera, organica politica generale, all’interno delle quali evidentemente prevedere realisticamente priorità e azioni per il superamento degli squilibri territoriali, sociali, produttivi, ecc.. Ancora oggi, nel Governo del Cambiamento, abbiamo uno specifico “Ministro per il Sud”, la pentastellata Barbara Lezzi, come se settant’anni di fallimenti e di sprofondamento del Sud nel degrado economico e nell’abbandono non ci avessero insegnato nulla.  
     
    In realtà la questione meridionale e la stessa questione settentrionale – che ci si ostina a proporre separatamente e praticamente a contrapporre – possono essere proficuamente affrontate solo se considerate come aspetti, peraltro correlati e strettamente intrecciati, di una sola realtà. 
     
    (*) www.articolo21.org, 18 febbraio 2019
     

     

  • UNA RETE DI CENTRI STORICI
    UNICA AL MONDO

    data: 06/02/2019 12.23

    Forse bisogna essere di una certa età (e quindi baricentrici per sempre), bisogna essere emigrati negli anni Sessanta o Settanta, bisogna essere tornati in Puglia nei primi Ottanta scoprendo la grande bellezza del Salento, bisogna aver guardato da lontano la lenta formazione della grande area metropolitana poi velleitariamente (stavo per dire sciaguratamente) divisa in BA e BAT… Insomma, forse bisogna aver vissuto tutto questo – come in effetti è successo a me - per godere e infine rendersi conto di una strepitosa realtà. Mi riferisco alla rete di antichi centri storici, considerevoli per dimensioni, qualità e, perlopiù, per restauri e cura, insediati in quella che una volta veniva chiamata Terra di Bari. Una rete, un territorio unitario, se si vuole anche un potenziale, potente brand turistico, che non viene percepito e, comunque, non è conosciuto come tale e come meriterebbe.
    Eppure si tratta di un bene storico, urbanistico e architettonico diffuso, antico e unico al mondo, compreso in un fazzoletto di territorio stretto fra le Murge e il mare Adriatico che si allunga, al massimo, da Barletta a Monopoli. Una trentina di chilometri in larghezza, un centinaio in lunghezza. E dentro, a portata di mano, le meraviglie del mondo. Dedali arabeschi di vicoli e piazze, cattedrali bizantine e romaniche, castelli longobardi normanni svevi angioini e aragonesi, insediamenti rupestri e splendidi palazzi nobiliari, luminosi lungomari e ulivi secolari, masserie spagnolesche…
    Niente a che vedere con gli isolati, deliziosi borghetti a mare della Liguria più celebrata, con le più rinomate località balneari della Sardegna, con le belle città medievali del Nord’Italia… Qui siamo in un susseguirsi ininterrotto di città d’arte da centomila, cinquantamila, quarantamila abitanti, con centri storici poderosi, abitati da autoctoni che ci vivono quotidianamente. Le cattedrali di Trani o di Ruvo non sono gioielli in un deserto abitativo, ma cuori pulsanti di comunità attive. Certo, qui non mancano bellezze isolate, grandi e piccole, come Castel del Monte e il Marchione della campagna conversanese, ma praticamente tutti i nostri centri storici sono dominati da possenti manieri.
    Da perfetto baricentrico, ho scoperto tutto questo col tempo. Per noi ragazzi degli anni Cinquanta e Sessanta, Bari si limitava al nostro quartiere (il Libertà, la Madonnella, il rione Japigia, Carrassi, poi Poggiofranco) e al centro murattiano, più precisamente al quadrilatero definito da corso Vittorio Emanuele, corso Càvur e via Sparano. Di più: il nostro quartiere e il centro murattiano per noi erano tutto, personale e pubblico. Erano il mondo. E noi ne eravamo al centro e non ci curavamo d’altro. Tanto meno di centri storici e di bellezze architettoniche pugliesi. Addirittura, la gran parte di noi facevano un salto a Barivecchia solo per comprare le sigarette di contrabbando a piazza Chiurlia.
    In sostanza – l’esplosione del mondo globalizzato stava per arrivare, ma a nostra insaputa – avevamo ereditato il baricentrismo dei nostri avi, sapienti costruttori dall’Ottocento in poi della Bari moderna e commerciale. E quale era la filosofia che aveva fatto grandi (e poi piccoli) i nostri commercianti, allora ancora padroni di se stessi e del mondo? Se volete, noi qua stiamo: era questo il massimo di apertura e di autopromozione del commerciante di Barivecchia e del grossista di via Argiro, di via Melo e dell’Estramurale Capruzzi. Starsene ben seduto alla cassa o, al più, su una sedia davanti al proprio magazzino, dove accatastava intere partite di tessuti, di confezioni, di formaggi e salumi… E funzionava. In effetti, torme di piccoli commerciali venivano qua da tutta la Puglia, dal Molise, dalla Basilicata e persino dalla Calabria per i propri acquisti.
    Con noi baricentrici degli anni Cinquanta e Sessanta era cominciato il declino di quella filosofia e di quel ceto. Bari già annaspava alla ricerca di un nuovo ruolo e di un nuovo primato (che poi sarebbero arrivati con l’esplosione dei collegamenti locali, la globalizzazione e di fatto la nascita di natura esogena della grande area metropolitana). Non sapevamo ancora – e chi se ne fregava – della bellezza del barocco salentino o della preziosa raccolta di reperti della Magna Grecia che era destinata a diventare il MArTA. Certo, un salto a Castel del Monte lo si faceva. I Trulli erano un po’ considerati casa nostra, insieme a Fasano e alle grotte di Castellana. A Nord si arrivava al più a Molfetta, per il pesce, ovviamente senza curarsi di Giovinazzo. Bisceglie era il manicomio e basta. Al Sud non si andava oltre Mola e Cozze. E se a volte ci si spingeva sino mare del Capitolo o a Torre Canne o alla Selva di Fasano, Polignano a Mare veniva letteralmente saltata… Del resto, effettivamente tutti i nostri centri storici allora erano ancora perlopiù trascurati, incurati e sporchi. Diciamo pure: brutti, sporchi e cattivi.
    Poi abbiamo scoperto, appunto, il Salento. Debbo dire che il Gargano – a parte Monte Sant’Angelo e la costa, Tremiti comprese – sembra a tutt’oggi quasi isolato. Ma la grande bellezza della Valle d’Itria ora ci è chiarissima. Persino Taranto, col suo centro storico abbandonato che gonfia il cuore di orgoglio e tristezza…
    Ecco: non mi sembra sia ancora chiara a tutti l’unitaria, strepitosa bellezza e forse persino l’esistenza della Terra di Bari. Millenaria. Addirittura certificata e promulgata da Federico II con le Costituzioni nel 1231 e tale rimasta sino al Regno delle due Sicilie e alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1861. L’antica Canusium, la medievale Baruli, Andros miticamente fondata da Diomede come la bella e nobile Trani, capoluogo della provincia di Terra di Bari sino al 1808, la rinata Bisceglie, Molfetta la grande, la sorprendente Giovinazzo, l’incomparabile Polignano a Mare… E che dire di Monopoli, peuceta e insieme messapica? E poi ancora: la bellissima Ruvo, l’accimata Bitonto, la signorile Conversano, Alberobello scoperta persino dalla Walt Disney, Locorotondo, Cisternino… Saltiamo colpevolmente a decine i decorosi e a volte straordinari, centri storici che spuntano in ogni pizzo della grande terra di Bari. E ci si potrebbe affacciare, se vogliamo, anche alle murgiche, meravigliose Altamura, Gravina e Matera, più barese che lucana, capitale europea della cultura 2019.
     
     

        

  • CANTI POPOLARI PUGLIESI
    PATRIMONIO DA TUTELARE

    data: 31/01/2019 09.54

    La Puglia può vantare molte virtù, che ne fanno in assoluto una delle regioni più belle e suggestive in assoluto. Le decantate coste, gli ammirati beni architettonici e centri storici, un territorio fra i più affascinanti e vari d’Italia, una grande cucina… Ma la nostra regione possiede una ricchezza - che da sola basterebbe a tenere alta la sua reputazione nel mondo - non tutelata a dovere, non valorizzata e poco conosciuta nella sua integrità: il patrimonio di musica popolare giunta fino a noi da tempi lontani. Un patrimonio che si è conservato particolarmente ricco e vario, proprio perché questa regione, dopo essere stata attraversata nei secoli da numerose culture, è diventata – specie nell’isolato Gargano e nello sperduto Salento – enclave ai margini della grande modernizzazione e delle grandi trasformazioni di fine Ottocento e di gran parte del Novecento.
    Quando, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sulla spinta del folk revival americano, studiosi, etnomusicologi e antropologi scandagliarono i paesi più sperduti della penisola alla ricerca di musica e poesia arcaica, rimasero impressionati dalla ricchezza e dalla bellezza dei canti, nenie, lamenti, ballate, strambotti e stornelli che scoprirono e potéttero registrare dalle nostre parti, prima che scomparissero del tutto. Poi c’è stato il folk revival in Italia, poi ancora la musica popolare è entrata nel dimenticatoio. Da tempo, di nuovo sulla spinta americana, al centro della scena è tornata la musica cosiddetta “etnica”. E anche la Puglia è riuscita a dire la sua, grazie soprattutto a una sorprendente iniziativa locale spontanea che ha dato vita alla Notte della Taranta.
    Ma per consentire a quella nostra tradizione di dare il meglio di sé, anche a beneficio dei contemporanei,  attraverso il turismo, la reputazione mediatica e il mercato culturale, non ci sono enti o risorse come per il turismo o per i beni culturali materiali. Dunque c’è bisogno di un iniziativa della Regione e delle istituzioni pubbliche – una Fondazione, un Consorzio, un’Agenzia, si vedrà – di tipo strutturale e sistematico, come si fa per le attività economiche o per le politiche del territorio. Un’azione organica con l’obiettivo di recuperare lo straordinario materiale già esistente, di attivare nuove ricerche, di catalogare, di analizzare, di approfondire, di promuovere e valorizzare quel nostro straordinario patrimonio, per molti aspetti unico al mondo.
    Ora la situazione delle “quattro corone pugliesi” è questa.
    1) La pìzzica salentina si è imposta da sola, grazie all’intuizione del sindaco (Sergio Blasi) di un paese di poco più di duemila abitanti (Melpignano) e allo straordinario lavoro di traduzione in sonorità moderne che ne ha fatto in particolare Ambrogio Sparagna. Dai tempi pionieristici dei “maestri” e del solitario Canzoniere grecanico salentino si è così passati al nutrito numero di cantori, musicisti e gruppi di musica popolare che poche altre regioni al mondo possono vantare.
    2) Non altrettanta fortuna ha avuto la Tarantella di Carpino, che pure negli anni Settanta era arrivata prima della pìzzica a farsi amare, oltre che dai cultori, anche da un pubblico vasto qual era quello della Nuova Compagnia di Canto Popolare, che ne aveva realizzata una seducente versione. Ha potuto contare, finché sono vissuti, sul diretto apporto dei tre vecchi cantori Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno. Ma non ha trovato dalle sue parti un Blasi e di conseguenza non è stato reclutato uno Sparagna.
    3) Con il mio recente libro Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie, ho documentato la piena appartenenza alla tradizione della gran parte del più celebrato repertorio del cantastorie di Apricena, che nella seconda parte della sua vita aveva fatto di tutto per essere apprezzato come cantautore. E’ stato, invece, soprattutto un formidabile portatore, arrangiatore ed esecutore di straordinari canti popolari, alcuni dei quali di origine remotissima.
    4) Anche l’area centrale della Puglia e Bari, dove più velocemente è scomparsa la memoria del passato mentre gli artisti si sono dedicati più al multitasking (canzone popolare, rock, canzone politica, teatro, cabaret, Tv locali, cinema, ecc.) che alla ricerca e al recupero della tradizione, è pure ricchissima di talenti. In particolare andrebbero catalogate al massimo livello la quarantennale attività di tenace e silenziosa ricerca, e la straordinaria maturità raggiunta dalla voce e dal repertorio di Maria Moramarco e del suo gruppo altamurano Uaragniaun. 157 brani, dodici Cd (dal primo Canzoni dell’Alta Murgia, in effetti un vinile del 1990, al recente Cillacilla) e una presenza continua sul territorio.
    Tutt’e quattro questi pezzi eccellenti già emersi del nostro ben più ampio e ricco patrimonio musicale regionale conoscono oggi una fase di passaggio: la morte dei tre maestri Cantori e la difficile eredità, oggi ancora non in vista; la recente ricollocazione di Matteo Salvatore a pieno titolo nella tradizione; la stasi che conosce in particolare la Notte della Taranta, negli ultimi anni alla ricerca di una via “altra” rispetto alla “formula” fissata da Sparagna; la maturazione raggiunta dalla voce di Maria Moramarco e dal repertorio degli Uaragmiaun, anche grazie alla scelta di rimanere chiusi nel territorio ma che ora appare un confine da superare.
    E poi, si pensi a quanto c’è ancora di importante nel Gargano e nel Salento, oscurato sinora dalla coppia Cantori-Salvatore e dalla moda della pìzzica. E al lavoro fatto dai pionieri, negli anni Sessanta, a Bari e poi abbandonato, che oggi pare coinvolgere un’altra generazione: Vito Signorile, la Compagnia dell’Arco, Nico Berardi, Rocco Chiumarulo, … E alla tarantina Carmelita Gadaleta… E il lavoro da fare anche dove più si sono perse le tracce del passato, prima che scompaiano del tutto.
    Qualcosa si sarebbe potuto fare con Puglia Sounds. Ma, singolarmente, essa si è limitata sinora alla promozione di concerti e della produzione “con particolare attenzione agli artisti esordienti” per diffondere la “cultura musicale pugliese”. Come se dal concetto e dalla promozione della “cultura musicale pugliese” si potessero sistematicamente escludere - come si è fatto - non solo figure come Matteo Salvatore e i ricercatori non esordienti di musica popolare, ma anche il lavoro di ricerca, recupero, catalogazione, analisi, approfondimento, promozione e valorizzazione necessario per lo straordinario patrimonio di musica popolare che fa della Puglia una regione fra le più ricche e affascinanti al mondo.

    (*) la Repubblica, pagine pugliesi, 30 gennaio 2019

     

  • L'ERESIA "SALVINI PREMIER"

    data: 12/01/2019 10.25

    Nessuno parla più di partiti padronali e presidenzialismo. In questo tornante della politica italiana, le parole che vanno per la maggiore sono populismo, sovranismo e disintermediazione. Così, sembra passare in cavalleria un piccolo particolare – nei particolari, com’è noto, si nasconde il diavolo – che in realtà ripropone una vecchia questione che da quarant’anni angustia i sostenitori della democrazia parlamentare: la personalizzazione della politica. Un fenomeno perentoriamente imposto in epoca moderna da Bettino Craxi, portato a livelli prima impensabili da Berlusconi, più recentemente rianimato da Renzi e oggi sorprendentemente riemerso nel cuore stesso della democrazia parlamentare: il Parlamento. Riemerso in modo quasi beffardo, un po’ patetico e un po’ inquietante.
    Infatti succede che – in occasione delle consultazioni al Quirinale per la formazione del primo governo della legislatura e ora ascoltando i tg o leggendo le cronache parlamentari – si viene a sapere quasi di sfuggita che a Montecitorio e a Palazzo Madama operano ufficialmente un gruppo denominato “Lega - Salvini premier” e un gruppo denominato “Forza Italia - Berlusconi presidente”. Proprio così: con i nomi del capo-partito e del padrone del partito ben scolpiti nell’intestazione del gruppo.
    E’ evidentemente strano che, in un sistema non presidenziale come il nostro, per cui ogni singolo parlamentare “rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” – e nel quale peraltro non esiste la figura del “premier” ma, al contrario, quella del presidente del Consiglio quale primus inter pares – il fatto sia passato quasi in sordina, come se fosse un elemento di colore e poco più. Nell’attuale maggioranza parlamentare Lega-M5S, poi, si sono imposti con chiarezza una visione della politica “da uomo solo al comando” e il proposito di introdurre il “vicolo di mandato” (oggi di fatto, ma domani anche nella Costituzione). Eppure nessuno ha protestato oppure opposto resistenza. Né il presidente della Camera Roberto Fico. Né il Pd o la sinistra. E nemmeno il presidente della Repubblica, che pure viene percepito come supremo custode della correttezza anche formale del sistema rappresentativo.
    Bisogna dire che, vista dal Quirinale, la questione ha un illustre precedente. Ricordate? Fu un magnificato presidente della Repubblica, Azeglio Ciampi - eletto anche con i voti del centrodestra - a consentire fra l’altro l’inserimento della dizione “Berlusconi presidente” (e in ricaduta di “Rutelli presidente” per il centrosinistra) sulle schede per le elezioni politiche. Proprio questo permise per molti anni al Cavaliere di definirsi – a dispetto del vigente disposto costituzionale a presidio del carattere parlamentare e rappresentativo della nostra democrazia - eletto/nominato dal popolo.
    Alle ultime elezioni la scritta “Berlusconi presidente” fu peraltro inserita nonostante che lo stesso fosse, per le noti questioni giudiziarie, “incandidabile”. La Lega, di suo, cancellava la parola Nord e aggiungeva “Salvini premier”, nel tentativo di scrollarsi di dosso il pesante fardello del Bossi travolto dallo scandalo dei rimborsi elettorali. E ora è stato annunciato che, al prossimo congresso, l’abolizione del riferimento al Nord e dell’immagine di Alberto da Giussano sarà definitiva, insieme all’assunzione del nome “Lega per Salvini premier”.
    E’ il risultato dell’effetto-valanga iniziato ai tempi di Ciampi. Prima il diritto di un partito di chiamarsi come vuole, poi l’inserimento di pretese irrealizzabili (e anticostituzionali) nei simboli elettorali e adesso una lesione delle regole non solo formali, che sono a presidio della democrazia parlamentare, consumata addirittura in Parlamento, nell’organizzazione e negli atti ufficiali della Camera e del Senato. 
    (*) Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2019

  • MOLTE FIERE,POCA LETTURA

    data: 03/01/2019 07.38

    In questi giorni l’Istat ha tirato fuori l’indagine sui libri e sulla lettura in Italia nel 2017. Così abbiamo scoperto che, in un anno, solo il 27,6% dei pugliesi hanno letto almeno un libro (esclusi naturalmente quelli consultati per motivi scolastici). Una percentuale ancora più bassa della già meschina media meridionale (28,3). In sostanza, una realtà che smentisce radicalmente la quotidiana narrazione di una regione colta, moderna, pienamente inserita nel mondo globalizzato.
     Ma questa non era la regione in cui è stata diffusa capillarmente, per dieci anni, la scoppiettante politica culturale di Vendola? Non è qui che opera da diciassette anni il nucleo forte (70 su 118) dei Presidi del Libro? Non va forse per la maggiore, la Puglia, per le centinaia di rassegne e presentazioni di libri, massicciamente frequentate, specie con la bella stagione, nei posti più incantevoli e turisticamente accattivanti? Non viene ritenuta l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” fra i più dinamici centri di formazione della classe dirigente meridionale? Non è questa la città della prestigiosa casa editrice Laterza? Non operano nella regione decine di nobili case editrici medie e piccole, la cui produzione e i cui autori vengono quotidianamente celebrati? I social e i nostri giornali non sono pieni delle osservazioni e delle imprese letterarie di centinaia di operatrici culturali e di acculturati presentatori di libri? E poi, la Puglia non era una regione meridionale, sì, ma “diversa” da tutte le altre?
    No, non era e non è proprio così. E proprio sui libri, sulla lettura — è il caso di dirlo — casca l’asino. Dalla rilevazione Istat viene fuori che ovviamente i soliti settentrionali leggono più libri dei pugliesi (i trentini letteralmente il doppio, 54,2; i bolzanini il 52, i friulani il 50,6, i liguri il 49,1 e così a scendere). Ma in questa significativa statistica ci sorpassano pure i lucani, i molisani, gli umbri, i sardi e così a salire. Come la mettiamo? Che significa? Forse che le rassegne letterarie costituiscono perlopiù un fenomeno turistico? Forse che l’università barese non è riuscita, nei decenni, a far crescere generazioni di professionisti e intellettuali curiosi di sapere e interessati a crescere culturalmente? Un po’ di tutto questo.
    Ma i “principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura nel nostro Paese” interpellano anche altre sfere e componenti sociali. Questi fattori sarebbero infatti: il basso livello culturale della popolazione, la mancanza di efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura e la scarsa abitudine alla lettura nelle famiglie. Quindi c’entra innanzitutto, nell’ordine: la scuola, la scuola e la scuola. E a seguire: le istituzioni pubbliche (in primis Comune e Regione), le politiche scolastiche, l’Università e le strategie editoriali. La partecipazione alle presentazioni dei libri, come ha spiegato Franco Botta su queste colonne, ha le motivazioni più varie e complessivamente c’entra assai poco e comunque induce assai poco alla lettura.
    Qualche anno fa accreditati esponenti del mondo culturale pugliese discettarono sull’ipotesi di una Fiera del Libro a Bari, già in precedenza autorevolmente evocata da Alberto Asor Rosa. Ma quella proposta, per come fu prefigurata e accolta, oggi appare a maggior ragione lontana mille miglia dal grave ritardo messo in luce dalla citata indagine statistica Istat. Tanto è vero che proprio un editore come Alessandro Laterza (Confindustria, Luiss), dichiarò a la Repubblica che lui non vedeva bene né “una iniziativa generalista di carattere nazionale” né una fiera specializzata, perché si sarebbe trattato di “entrare in campo per replicare ciò che si fa altrove”. E allora? Ecco la soluzione: “un fine settimana in cui riempire il lungomare, con banchi sui quali i librai e editori baresi e pugliesi possano offrire al meglio della loro fantasia le mille meraviglie dei cataloghi dell’editoria italiana”. Con l’aggiunta “dal Fortino a Pane Pomodoro, di appuntamenti musicali, di incontri con autori, di iniziative per i bambini, di passeggiate o biciclettate a tema”.
    In realtà, anche alla luce del duro richiamo alla realtà che arriva dall’Istat, se c’è un settore, in particolare nel Sud, che non ha bisogno di ulteriori dosi di “fantasia” commerciale e di “mille meraviglie”, è proprio quello della lettura e delle politiche finalizzate all’emancipazione culturale degli italiani. E’ la scuola che si deve mobilitare. Il lavoro più grosso e decisivo spetta ai docenti, per quello che possono fare non nelle rassegne letterarie ma nel lavoro quotidiano, nelle aule. E’ l’università che deve darsi una mossa. Sono il Comune e la Regione che debbono promuovere e possono creare le condizioni — non con la distribuzione di contributi ed elargizioni frammentate o, peggio, clientelari — perché si elevi il basso livello culturale della popolazione e si mettano in campo efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura, coinvolgendo giovani e famiglie.
    E se si dovesse/potesse fare una Fiera del Libro, evidentemente ha da essere specializzata: l’unica qualificazione che valga nel sistema globalizzato. Ha da essere un’eccellenza assoluta. Solo così avrebbe una qualche ricaduta positiva, almeno, sulla città e sulla sua reputazione.
     
    (]) la Repubblica, edizione di Bari, 2 gennaio 2019

        

  • MATERA CAPITALE ARCAICA

    data: 23/12/2018 21.25

    E’ difficile che gli eventi di Matera capitale europea della cultura 2019 possano costituire per i materani addirittura una “straordinaria opportunità di cambiamento della visione del mondo”, come con entusiasmo forse eccessivo si augura il presidente della Fondazione ed ex-sindaco Salvatore Adduce. Ancora più difficile che possa realizzarsi, al contrario, la prospettiva conservatrice evocata due anni fa sul New York Times dall’attuale sindaco Raffaello De Ruggiero, che sorprese l’universo mondo affermando: “Non vogliamo turisti. Non vogliamo essere occupati dai turisti. Questa città ha un’anima preistorica e ce la stanno spengendo” (proprio così, da spengere, forma toscana e letteraria di spegnere).
    Quasi certamente la “visione del mondo” dei materani, a fine 2019, rimarrà quella che è: sospesa fra passato e presente, fra le competenze e le risorse che condividono con Potenza e le opportunità metropolitane che li avvicinano a Bari. Ed è certo che fra i Sassi arriveranno molti più turisti del solito, così come si confermerà un ricordo del passato la loro “anima preistorica”, già spenta da tempo.
    Ma è indubbio che, nonostante i gravi ritardi infrastrutturali e la complessiva inadeguatezza del quadro politico e istituzionale regionale, l’evento Capitale europea consente all’antico centro lucano un nuovo, decisivo passo in avanti, verso un futuro migliore rispetto al proprio passato ma anche al presente e al futuro di altre città e regioni italiane, stravolte da un turismo di massa e da un modernismo più subiti che accolti. E’ appena il caso di citare il Salento – “cugino” di Matera in barocco, cartapesta e impronte bizantine – sconvolto da un turismo “povero” di massa che ne ha compromesso l’identità, il silenzioso fulgore e la vocazione alla lentezza, e trasformato Gallipoli, almeno in estate, in un immenso pollaio.
    Ci sono tutte le condizioni perché Matera riesca a sottrarsi a questo fatale destino, col quale sta facendo i conti persino Venezia e che ha già rubato il futuro a gran parte del Sud costiero, a cominciare dalla Calabria. In effetti, Matera è arrivata con lenta e virtuosa progressione all’appuntamento, più che con la grande notorietà mediatica, con la considerazione universale per la sua arcaica bellezza. Fu negli anni Quaranta che a Carlo Levi, fra i Sassi, “sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste”. E’ degli anni Cinquanta la legge speciale che portò la quasi totalità dei suoi abitanti nei quartieri di nuova costruzione, acquisendo al demanio e imponendo l’abbandono di quei tuguri. Negli anni Sessanta furono “valorizzati” da Pasolini nel Vangelo secondo Matteo. Solo negli anni Ottanta si autorizzarono i primi ritorni e i Sassi fecero da cornice all’hollywoodiano King David con Richard Gere. Negli anni Novanta l’Unesco li dichiarò “patrimonio dell’umanità”. Nel 2002 f ecero il botto mediatico universale con Passion di Mel Gibson…
    Questa progressione, sino alla designazione nel 2014 di Capitale europea della cultura 2019, ha consentito agli italiani e al mondo di scoprire e praticare in misura e modi civili Matera, e a Matera e ai materani di adattarsi e trarre giovamento dal fenomeno, almeno sinora, senza snaturarsi. In questo senso anche i difetti e le mancanza nei collegamenti ferroviari e persino stradali hanno virtuosamente sdrammatizzato i ritardi e le mancanze infrastrutturali.
    Certo , da questo punto di vista si è un po’ esagerato, diciamo così. Basti solo pensare al fatto che la Regione Basilicata – nonostante questa fase preparatoria di quattro anni – arriva allo storico appuntamento senza una giunta in carica nella pienezza dei poteri e della rappresentatività. Si sarebbe dovuto votare il 20 maggio per il rinnovo del Consiglio regionale, proprio il giorno dopo la prevista apertura ufficiale di Matera Capitale europea della cultura. Ma, scaduta il 18 novembre e travolta dallo scandalo in materia sanitaria che ha portato agli arresti domiciliari e poi al divieto di dimora il presidente Marcello Pittella, la giunta si è di fatto autoprorogata di sei mesi, sino al 26 maggio. La decisione è stata contestata dalle opposizioni. Una parola decisiva dovrebbe venire dal Tar della Basilicata, il 9 gennaio. Insomma, un gran pasticcio...

    Ma la macchina della Capitale della cultura è in funzione e può operare in autonomia. Molti i cantieri ancora aperti. C’è chi si interroga: sarà un successo o un flop? saremo all’altezza della situazione o rimedieremo una storica figuraccia? Si vedrà. Matera e i suoi Sassi hanno comunque un vantaggio anche da questo punto di vista: qui non si tratta di dover ripristinare in una qualche maniera una bellezza decadente ma, al contrario, di gestire una “vergogna nazionale” diventata bellezza e vanto per quella che è e che è stata per ottomila anni. E fra i duecento eventi programmati per quarantotto settimane sembra non esserci alcuno che voglia e possa fare il botto. E’ tutto un po’ sottotono. Come se, appunto, non si voglia troppo turismo. E si voglia salvare il salvabile dell’“anima preistorica che ci stanno spengendo”.

    (*) da la Repubblica, edizione di Bari, 23 dicembre 2018 

  • DIECI PICCOLI POST

    data: 08/12/2018 07.38

    8.12.2018
    splendida figura di #salvini ad #AccordiEDisaccordi su la #Nove. i conduttori #Scanzi e #Sommi sono riusciti a fargli dire ciò che voleva e come lo voleva. nemmeno un impaccio o un momento di difficoltà.
     
    4 dicembre
    come si chiama questa "nouvelle vague"? demenza autoreferenziale di un microceto di intellettuali privilegiati, annichiliti dalla fuffa montata e feroci, seriali costruttori di mostri? forse è troppo? o forse troppo poco?
    (dopo il fascistometro, “Con Michela Murgia il femminismo diventa principio di colpevolezza per tutti i maschi. Il post antisessista di Michela Murgia è una sorta di allucinazione totalitaria in cui il principio di non colpevolezza si converte in principio di colpevolezza per tutti gli uomini”).
     
    4 dicembre
    cassa integrazione per tremiladuecentoquarantacinque addetti? ma gli esiti e i conti di questa #Fca non erano formidabili e floridi? forse solo per gli azionisti e i dirigenti, e un po' meno per lavoratori e casse pubbliche?
    (“Fca, cassa integrazione per 3.245 a Mirafiori”)
     
    26 novembre
    "Novecento", una delle prove più alte della passione civile, della compassione per la sofferenza dell'umanità e della condivisione del suo diritto all'emancipazione che si potesse dare con il mezzo cinematografico.
    (a proposito della morte di Bernardo Bertolucci)
     
    25 novembre
    "storicamente di sinistra" tutt'e tre i candidati alla direzione delle tre reti #Rai, assicurano i giornali, non chiarendo se i tre siano tutti diventati gialloverdi o se #M5S e #Lega si siano spostati a sinistra.
     
    25 novembre
    altro che minculpop!
    (“Ieri sera Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, ha inviato un messaggio via chat ai giornalisti chiarendo che è inutile chiedere interviste autonomamente a ministri e sottosegretari, perché tutto deve essere autorizzato da Palazzo Chigi”).
     
    24 novembre
    ##UdineseRoma 1-0 cacciare immediatamente l'inadeguato #DeFrancesco e impedire a mr fuffa #Monchi di fare una terza dispendiosa, devastante e liquidatoria campagna acquisti.
     
    24 novembre
    dopo #tottidolatria, nella #treccani ė stato introdotto anche il brutto neologismo #paralimpico. per festeggiare l'evento, #Mattarella ha invitato tutti a "saper pesare le parole". alludeva alle iene da tastiera o a quelli della treccani?
     
    24 novembre
    #Conte: "Se mi fossi affidato solo ai giornali non mi sarei sentito rappresentato e descritto". In realtà sono proprio i giornali, specie gli antipatizzanti, che lo stanno sovrarappresentando nientemeno come premier
     
    18 novembre

    possibile che in questo paese, dopo decenni di sedicente "sinistra" privatizzatrice, dovevano arrivare la destra e i post-fascisti per vedere una classe politica di maggioranza battersi per la proprietà pubblica delle reti e dei servizi pubblici? 

  • "I MIEI? CANTI POPOLARI"

    data: 23/11/2018 17.15

    Per vent’anni, sino al 1970, Matteo Salvatore aveva raccontato, senza reticenze, come era venuto in possesso del corpus di canti della tradizione che lo hanno reso celebre, insieme alle strtaoprdinarie tecniche di esecuzione chitarristica e vocale che conosciamo. All’età di sette anni aveva incontrato Vincenzo Pizzìcoli, un cantastorie cieco, “iglio di cantastorie e nipote di cantastorie, ed era rimasto accanto a lui per quattordici anni, imparando e ripetendo ossessivamente – e tenendo a memoria – quei canti e quelle tecniche.
    Ma nel 1970 – e per trentacinque anni, sino alla morte – aveva raccontato e ripetuto ossessivamente, ritenendosi e volendo essere un grande cantautore, che quei canti li aveva composti lui, testo e musica. Nonostante che l’originaria narrazione avesse lasciato inequivocabili tracce anche scritte (insieme ad altre tracce e dati di fatto documentati nel mio recente libro: Matteo Salvatore, l'ultimo cantastorie, edizione Aliberti). Vediamone qualcuna.
    “Chiedete dunque a Matteo”, scriveva Franco Antonicelli nel 1957 sul Radiocorriere, “i canti dei lavoratori che scendono a spigolare nel Tavoliere, la nenia del mendicante, il ricordo del giorno dei morti (i suoi spirituals), la gentilissima serenata Capilli neri, e soprattutto Filumena, Teresa, O furastiero, il doloroso Padrone mio, ti voglio arricchire, e i canti religiosi e processionali di S. Michele del Gargano, di S. Lazzaro, di S. Luca, di S. Nicola, della Madonna dell’Incoronata e la patetica melopea del Giovedì Santo. Aiutatelo a conservare queste commoventi musicali
    memorie di popolo”. Antonicelli era uno dei più prestigiosi intellettuali dell’epoca, fine letterato, antifascista, uomo della Resistenza, vicino al Partito comunista. In quegli anni collaborava anche con la Rai. Poteva scrivere di Matteo Salvatore  − premetteva – perché l’ha conosciuto, ha parlato a lungo con lui, ne ha ascoltato la storia e le storie; “perché l’ho sentito suonare e cantare. Suona la chitarra con piani, delicati accordi e canta con voce fine. Qualcuno che se ne intende più di me ha ammirato la sua musicalità. Per conto mio, apprezzo il tesoro di canti ch’egli conosce e tramanda della sua terra… Un menestrello (il titolo che gli do non vuol essere certo spregiativo) è il portavoce di tutti, è il cantore pubblico; porta un messaggio d’amore come un lamento funebre, accompagna un lavoro come una processione. Cose, abitudini che si vanno perdendo, che non si sanno, non si ritrovano più. Quel vecchio che insegnò quei canti al nostro Matteo Salvatore, senza forse volerlo li salvò: quel suo mestiere quotidiano è divenuto oggi per noi una piccola fonte di cultura popolare”.
    Nove anni dopo, nel 1966, Michele Straniero – un vero e proprio monumento della musica popolare italiana – fa registrare a Matteo il suo primo Lp, Il lamento dei mendicanti, che contiene un fascicoletto ciclostilato. Dove si legge che col tempo, accompagnandosi al suo maestro, Matteo diventò chitarrista provetto e imparò (tenendole a memoria) centinaia di canzoni: “circa centocinquanta”. In particolare, scrive Straniero, Matteo raccontò che “il padre, il nonno e il bisnonno di questo cieco, Vincenzo Pizzìcoli, hanno insegnato questi canti popolari che si tramandavano da padre in figlio”. Ecco cosa Matteo affermò e Straniero registrò e riversò per iscritto: “Le canzoni che il professor Franco Antonicelli dice che sono melodie e melopee sono, non so, Duecento, Settecento, Ottocento, Quattrocento, e poi sono alcune del Mille, insomma una cosa del genere. E ogni canzone c’è il suo fatto, com’è nata, com’è tutto, perché il vecchio (Pizzìcoli, ndr) m’insegnò, mi disse di che cosa si tratta, perché io dicevo: che significa questo? dice: la storia è questa, questa e questa. E lui m’insegnò pure il modo di cantare, così, con un fil di voce, come cantavano gli antenati suoi, e così, via…”. Scusa, gli chiese Straniero, ma tu queste vecchie canzoni imparate da Vincenzo Pizzìcoli, le hai cambiate? Lui rispose chiaro e secco, schietto e sincero, inequivocabile: «Niente, rimaste intatte com’erano, parole e musica, come le cantava lui, perfettamente”.
    E ancora tre anni dopo, nel 1969, scrivendo la biografia di Matteo per il Cantagiro, dove si esibivano insieme nel girone folk con Lu soprastante, fu la sua collaboratrice, compagna e partner Adriana Doriani a ribadire questa versione: Pizzìcoli “lasciò in eredità al giovane Matteo il vasto repertorio di canzoni popolari della regione, alcune delle quali antichissime, con la raccomandazione di eseguirle così come lui gli aveva insegnato, con un filo sottilissimo di voce accompagnato da piani e delicati accordi di chitarra”. Quindi lui non si era inventato niente, godendo invece dell’eredità pizzicoliana: una “vasta” raccolta di canti popolari pugliesi, anche “antichissimi”, e l’indicazione di come cantarli, tecnica del falsetto compresa e di come accompagnarli con la chitarra. 
    Si deve poi alla sua voce, ai suoi polmoni e alle sue dita, alla sua memoria, alla sua caparbietà, alla sua tenacia, al suo analfabetismo divenuto col tempo semi-analfabetismo ma nulla di più, alla generosità e alla pazienza di Adriana, al suo carattere ossessivo e possessivo, alla sua formidabile istanza a farsi valere, al suo istrionismo e ad altro ancora se registriamo questo caso forse unico, per arcaicità e universalità, di portatore e di "albero di canto". E se un patrimonio forse unico di musica, di poesia, di umanità e - diciamolo - di realtà e valori sociali secolari, in qualche caso forse millenari, sia pervenuto nel terzo Millennio, conquistando un posto probabilmente incancellabile nella memoria collettiva, non solo nazionale.

  • STORIA D'AMORE E MORTE

    data: 06/11/2018 15.03

    “Nel 1973 la sua carriera ha uno stop forzato: viene infatti arrestato con l'accusa di aver ammazzato la sua compagna, la cantante Adriana Doriani, accusa da cui poi verrà assolto dopo cinque anni e la revisione del processo”. Così si legge in Wikipedia e così affermano tutti coloro che sinora hanno scritto e parlato di Matteo Salvatore, facendo propria una bugia messa in campo dal diretto interessato (insieme all’altra bugia, quella sulla fonte autorale dei propri canti più celebrati, da lui invece ereditati dalla tradizione, come documentato nel mio libro Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie, editore Aliberti).
    La storia d’amore e di morte fra Matteo Salvatore e Adriana Doriani è parte decisiva della vita e dell’arte dell’Omero di Apricena. Durante i quindici anni della loro convivenza, non hanno condiviso solo amore e sesso, casa e soldi, problemi e felicità. Hanno condiviso tutto. Lei ha aiutato lui, perfetto analfabeta, a cominciare a distinguere una lettera dall’altra e persino a scribacchiare qualcosa. Insieme hanno dato forma grafica ai “centocinquanta canti” che Matteo aveva appreso, dai sette ai ventun anni, dal suo maestro cieco, Vincenzo Pizzìcoli, e che da allora aveva dovuto tenere a memoria. Adriana gli ha fatto da maestra di lettere e di maniere, da segretaria tuttofare, da public relation woman, da cameriera e da infermiera. Gli curava i contratti, lo lavava, ne sollecitava l’attenzione per la moglie e i figli… Insomma, gli faceva tutto. Anzi, a detta di amici e colleghi, Adriana era diventata il suo tappetino. E lui, diffidente per natura di tutto e di tutti - ma appagato dall’assoluta sottomissione della compagna – finalmente era riuscito, con lei, ad abbassare le difese.
    Insomma un rapporto - basato sul bisogno patologico di possessività da una parte e sulla rinuncia ai propri diritti anche più elementari dall’altra - che comunque ha vissuto molti anni di serenità e felice convivenza, forse non solo apparente.
    Poi, dopo quindici anni, proprio nel momento di maggior successo di Matteo, anzi si può dire della coppia, ecco che esplode la tragedia. Il 1973 è, per l’artista Matteo Salvatore e per la storia della musica popolare italiana, l’anno del cofanetto con quattro Lp e ben cinquantasei esecuzioni: Le quattro stagioni del Gargano. Un capolavoro assoluto, un successo travolgente, la santificazione definitiva del più grande cantastorie italiano, per molti del più grande “poeta popolare” del Novecento. Ma dopo pochi mesi, il 26 agosto del 1973, a San Marino, poche ore prima di un concerto, Matteo ammazza Adriana.
    E’ difficile dire cosa sia scattato nella mente di Matteo. Certo, un mix di inadeguata elaborazione del proprio rapporto col mondo, di incapacità di gestire il successo e naturalmente di gelosia e di possessività, forse diventata improvvisamente precaria. Difatti Adriana, alla quale nei primi tempi era affidato un ruolo decisamente ancillare nella coppia, ormai era considerata e si considerava un’artista a tutto campo. I concerti che facevano non erano più di “Matteo Salvatore con Adriana Doriani”, ma di “Matteo Salvatore e Adriana Doriani”.
    Matteo fu fortunosamente condannato a soli 7 anni di carcere (perizie sbagliate, un buon avvocato, “esimenti” generosamente accordate, ecc.) ma se ne fece solo 4, perché la legge di San Marino prevede che la buona condotta del condannato ne consente la messa in libertà condizionale dopo aver scontato la metà della pena. Quindi, non ci fu alcuna revisione del processo e nessunissima assoluzione.