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CLAUDIA VALENTI

  • GIORNALISMO VS GUERRA

    data: 17/12/2018 18.56

    “Una guerra schifosa, non dichiarata da nessuno – l’ha definita Marco Damilano venerdì sera, nel suo “spiegone” a Propaganda Live - una guerra in cui vincerà chi non si arruola”. Questa volta è toccato ad Antonio Megalizzi rimanerne vittima. Il giovane giornalista volontario di Europhonica, una web radio dedicata all’Europa, non è riuscito a sopravvivere al proiettile che lo ha colpito l’11 dicembre scorso, durante un attentato nella città di Strasburgo.

    E in effetti Damilano ha ragione. Siamo in guerra, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Una guerra che non si combatte solo con le armi, ma anche con la paura, con gli atteggiamenti di odio e di volenza. Una guerra in cui non serve schierarsi, ma alla quale bisognerebbe opporsi fortemente, disinnescandone le cause.
    Appare banale dire che alla guerra bisognerebbe rispondere con la pace: l’unico antidoto a una cosa sembra essere il suo opposto. Ma oggi è difficile definire cosa sia la pace e cosa si possa fare per raggiugerla. Perché la pace non è solo l’assenza di guerra e non può essere definita unicamente per negazione. La pace è presenza: si sta in pace quando ci sono e vengono riconosciuti i diritti delle persone e le dignità degli altri, quando si vive nel benessere, quando ci si trova in una situazione in cui è possibile promuovere lo sviluppo delle società e dell’essere umano in generale. La pace quindi è azione, costruzione e consiste proprio nel fare qualcosa, continuamente, affinché non si arrivi alla guerra.
    Johan Galtung, un grande sociologo norvegese, sosteneva a tal proposito la necessità di promuovere attivamente una pace positiva. Egli può essere annoverato fra i padri della “peace research” e le sue opere ammontano a oltre 160 libri e a più di 1600 articoli accademici. Le istituzioni internazionali lo hanno spesso interpellato per consulenze tecniche in fatto di  mediazioni dei conflitti e nel corso della sua carriera, iniziata nel 1957, ha mediato oltre 150 scontri tra stati, nazioni, religioni, civiltà, comunità e individui. Per pace positiva Galtung intende l’assenza di violenza “strutturale”. E poiché la violenza strutturale si verifica quando le effettive realizzazioni umane restano al di sotto delle realizzazioni potenziali, la pace è la realizzazione, da parte dell'uomo, di tutte le sue potenzialità economiche, sociali e ambientali. Per questo è una pace attiva.
    Un altro elemento importante per il raggiungimento e il mantenimento della pace è la capacità di mediazione. Partendo infatti dal presupposto che più soggetti al mondo vogliano realizzarsi e, nella loro realizzazione, inevitabilmente si incrocino, si sovrappongano o si trovino a scontrarsi, per evitare il conflitto è necessario saper scendere a compromessi e fare accordi. Galtung teorizza la mediazione come un’attività suddivisa in tre fasi: «In primo luogo vanno identificati i partecipanti, va fatta una ricognizione dei loro obiettivi, e vanno trovate le loro contraddizioni; in secondo luogo occorre distinguere fra obiettivi legittimi e illegittimi; e infine bisogna costruire ponti fra rispettive posizioni legittime». A suo parere quindi, il concetto guida della mediazione dovrebbe essere quello della costruzione di "ponti": mediare ha l’obiettivo di far emergere nuove possibilità di soluzione, che siano in grado di realizzare i fini di tutti gli attori del conflitto, evidenziando come le situazioni non rappresentino necessariamente un gioco a somma zero.
     
    Pace attiva e mediazione come rimedi alla guerra, quindi. E il giornalismo? Cosa ha a che fare con tutto ciò? Il giornalismo, in realtà, rappresenta uno dei mezzi indispensabili per il conseguimento di questi obiettivi. Raccontando la società, e quindi, inevitabilmente, costruendola attraverso la narrazione, i giornalisti si pongono anzi come elementi necessari al raggiungimento della pace. E forse Antonio Megalizzi credeva nel suo mestiere proprio per questo motivo. Il giornalismo di oggi corre molto spesso dietro alla notizia e solo ad essa dà valore, solleva panico, parla e chiacchiera, piegandosi alle esigenze dell’una o dell’altra parte. Ma il giornalismo di oggi, per fortuna, è anche altro. Esiste ancora un tipo di giornalismo che è consapevole della propria responsabilità sociale e che crede ancora nel valore dell’informazione e della comunicazione.
     
    E’ il giornalismo che, quotidianamente, tenta di promuovere Vanessa Bassil, una giovane donna libanese, che è partita dall’organizzazione di incontri sulla scrittura giornalistica per arrivare a fondare un’associazione, la Media Association for Peace (MAP), la prima in Libano, Nord Africa e Medio Oriente, ad essere specializzata nel giornalismo di pace. Vanessa è diventata presidente della sua organizzazione e lavora allo scopo di incoraggiare il rispetto dei diritti umani, il dialogo e lo sviluppo sostenibile. Con MAP organizza quindi corsi di formazione per giornalisti che vogliono documentare i conflitti in modo costruttivo, diffondendo la cultura della pace.
    E’ questo il genere di giornalismo che andrebbe perseguito e alimentato: un vero e proprio modo di essere e di porsi di fronte alle cose. Un giornalismo che non si limita a criticare, ma che ascolta e dialoga, che solleva dubbi e domande, che sente l’obbligo di presentare tutti i punti di vista in giococheaiuta a ragionaree che comunica agli altri per permettere loro di conoscere e, di conseguenza, sviluppare una propria visione del presente e una propria lettura delle situazioni. Un giornalismo in grado di riflettere, che sia alla ricerca di soluzioni per vivere, quanto più possibile, in pace.
     

  • FENOMENO FERRANTE

    data: 22/11/2018 13.14

     Manca pochissimo alla messa in onda della miniserie tratta dal romanzo “L’Amica geniale” di Elena Ferrante. Le otto puntate, prodotte da HBORai Fiction e TIMvision, saranno trasmesse su Rai1 a partire dal 27 novembre 2018. Si dice che la Ferrante abbia collaborato alla loro sceneggiatura, leggendo e rileggendo i vari episodi, anche se il regista, Saverio Costanzo, ha dichiarato di non aver mai incontrato l’autrice, ma di aver avuto con lei solo uno scambio di e-mail molto fitto e felice.

    La serie ricalca la trama del libro e racconta la storia di un’amicizia epica, quella di Elena e Raffaella, due bambine napoletane degli anni ’50, interpretate rispettivamente da Elisa Del Genio e Ludovica Nasti nella versione infantile e da Margherita Mazzucco e Gaia Girace nella versione adolescente. Elena, detta Lenù, inizia a raccontare la storia di Raffaella, detta Lila, quando lei scompare improvvisamente. “Mi seduceva l’idea di un racconto che mostrasse quanto è difficile cancellarsi, alla lettera, dalla faccia della terra – ha spiegato Elena Ferrante - poi la storia si è complicata. Ho introdotto un’amica d’infanzia che facesse da testimone inflessibile di ogni piccolo o grande evento della vita dell’altra. Infine, mi sono resa conto che ciò che mi interessava era scavare dentro due vite femminili ricche di affinità e tuttavia divergenti ed è ciò che ho fatto. Si tratta di un progetto complesso, perché la storia arriva ad abbracciare un arco temporale di una sessantina d’anni”.
    Dal 2011 la saga de “L’amica geniale” ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo, consacrando Elena Ferrante ad autrice tra le più amate di tutti i tempi. Le cifre di vendita dei suoi libri sono state da capogiro: dieci milioni di copie vendute tra Italia, Usa, nord Europa e negli altri quaranta paesi, dove la scrittrice sembra aver stregato i lettori. Per molti anni Elena Ferrante era rimasta nell’ombra, nonostante il buon esito dei suoi primi romanzi, come “L’amore molesto” e “I giorni dell’abbandono”, e la sua partecipazione al premio Strega, avvenuta senza clamori nel 1992. Il vero successo è arrivato più tardi, quando il “caso Elena Ferrante” ha travalicato i confini nazionali ed è diventato un fenomeno globale con la diffusione del ciclo di libri de “L’amica geniale”. I suoi testi hanno conquistato la critica e hanno scalato le classifiche di tutta l’Europa e persino gli americani hanno iniziato ad andarne letteralmente pazzi.
    Naturalmente, tra le voci che l’hanno acclamata non sono mancate le critiche, legate soprattutto alla questione del suo anonimato: Elena Ferrante infatti ha scelto di rimanere sconosciuta al suo pubblico. La decisione di nascondere la sua identità risale al lontano 1991, quando nel romanzo "La Frantumaglia" la scrittrice annunciò: "Non parteciperò a dibattiti e convegni, se mi inviteranno. Non andrò a ritirare premi, se me ne vorranno dare. Non promuoverò il libro mai, soprattutto in televisione, né in Italia né eventualmente all’estero. Interverrò solo attraverso la scrittura". Per parlarle, anche gli impiegati della casa editrice E/O, l'editor, la traduttrice passano ancora oggi da Sandro Ferri e Sandra Ozzola, i suoi editori. In questi anni, molti hanno tentato di scovare chi si celasse dietro le pagine dell’“Amica geniale”: tra le ipotesi fatte sulla sua vera identità ci sono quelle di Domenico Starnone, scrittoresceneggiatore e insegnante; di Goffredo Fofi saggista, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale; e di Marcella Marmo, docente all'Università Federico II di Napoli. Nell'ottobre 2016 invece è andata accreditandosi la teoria che dietro la Ferrante si possa nascondere Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea, moglie di Starnone, in seguito alla pubblicazione di un articolo, uscito sul Sole24oree ripreso dalle principali testate internazionali, che desumeva questa attribuzione dalle transazioni finanziarie della casa editrice. Bisogna ammettere che l’identità nascosta dell’autrice suscita davvero un grande interesse, una curiosità che in effetti rappresenta una parte fondante della sua fama. Nel caso della Ferrante infatti, l’anonimato è finito per diventare una componente essenziale della sua stessa notorietà, dal momento che ha amplificato nell’autrice la capacità evocativa e nel lettore il potere immaginifico. Quindi non solo sembra che in lei fama e anonimato siano riusciti a convivere, ma anzi che l’uno abbia aiutato l’altra: l’anonimato è diventato un marchio della sua identità, tanto da creare un vero e proprio culto di personalità. “Non mi sono pentita di aver scelto l’anonimato – ha affermato qualche tempo fa l’autrice – Ricavare la personalità di chi scrive dalle storie che propone, dai personaggi che mette in scena, dai paesaggi, dagli oggetti, è nient’altro che un buon modo di leggere”. In effetti, la Ferrante andrebbe cercata nella sua scrittura e nei suoi stessi libri. E, chissà, forse anche nella sua imminente serie tv. 

  • SICUREZZA E "NARRAZIONE"

    data: 06/11/2018 13.59

    Da qualche anno l’Istat certifica che in Italia la sicurezza è in crescita. Tra il 2014 e il 2017 - scrive infatti - gli omicidi si sono ridotti del 25,3%, i furti del 20,4% e le rapine del 23,4%. Ma per il 2015-2016 l’Istat riporta anche: “Sono molti i cittadini preoccupati di poter subire un furto nella propria abitazione (60,2%), uno scippo o un borseggio (41,9%), di essere vittima di un’aggressione o di una rapina (40,5%)”. Accerta quindi, contemporaneamente, che tra gli italiani la percezione della sicurezza non è affatto migliorata e, al contrario, sta diminuendo. Questo perché sicurezza reale e sicurezza percepita non sono la stessa cosa.
    La loro divergenza è dovuta all’intervento dei mezzi di comunicazione di massa che, inserendosi tra realtà e percezione, si occupano di narrare la loro versione del mondo, amplificando o minimizzando, all’occorrenza, ciò che accade. Una notizia riguardante qualcosa di pericoloso, ad esempio, finisce sempre per essere ingigantita da fenomeni di amplificazione. Il processo di amplificazione è simile a ciò che si verifica gettando un sasso in uno stagno: le onde concentriche generate dalla caduta sono inizialmente di piccole dimensioni, ma si ingigantiscono man mano che si allontanano dalla fonte. Allo stesso modo, una notizia che trasporta informazioni negative, se da un lato spaventa o rattrista, dall’altro attrae e viene ricordata più a lungo, quindi ha sempre un’eco e una risonanza maggiori rispetto ad una che veicola buone notizie. In pochissimo tempo, la notizia negativa fa il giro del mondo, passando da un sistema di comunicazione all’altro, e fa sorgere a volte delle vere e proprie psicosi collettive, o crisi di panico nella popolazione.
    Le paure che ne conseguono possono avere degli impatti devastanti sugli equilibri dei paesi che le subiscono, soprattutto nel caso in cui si tratti di mere deformazioni della percezione, che non avrebbero in realtà nessuna ragione scientifica di esistere. Ecco perché la comunicazione di rischi e pericoli dovrebbe essere utilizzata con molta cautela: è davvero rilevante nella gestione dei sistemi in generale. Secondo i dati Ocse ed Eurostat del 2017, ad esempio, risulta che l’Italia sia il paese in cui la distanza tra percezione e realtà su quanti siano i migranti legali sia la più grande. Questo perché, evidentemente, l’immigrazione è stata trattata con un tipo di comunicazione appositamente equivoca. Oggi, infatti, accade spesso che i mezzi di comunicazione di massa vengano manipolati per creare allarme dove non è necessario e non crearlo dove invece lo sarebbe, approfittando di alcune zone più sensibili della mente umana e sfruttando una serie di meccanismi persuasivi della comunicazione sensoriale.
    Il cervello, infatti, elabora le informazioni che riceve attraverso due vie differenti: una analitica, legata al ragionamento, che permette di elaborare le informazioni in maniera logica, anche se più lenta e faticosa; ed una esperienziale, veloce e automatica, che non fa uso del ragionamento, ma delle reazioni immediate richiamate da uno stimolo. I mezzi di comunicazione percorrono soprattutto questa seconda strada, facendo leva sugli stimoli sensoriali e rimandando il momento dell’analisi critica. Il loro veicolo privilegiato sono le immagini, reali o evocate dalle parole, che, essendo percepite immediatamente dall’intelletto senza una mediazione razionale, vengono facilmente associate dalle persone a stimoli positivi o negativi.
    Spesso la mente umana si basa quasi esclusivamente sulle immagini per costruire giudizi e fare delle scelte e questo ha evidentemente delle conseguenze spaventose. Inoltre l’uomo tende a percepire alcuni eventi come più rischiosi di altri a prescindere dai dati e dalle statistiche, ma in base alle sue impressioni individuali: il rischio percepito non equivale quindi al rischio reale, scientificamente calcolato, ma è un rischio che viene avvertito più o meno pericoloso sulla base di alcuni fattori che spaventano con maggiore o minor forza il cervello umano.
    Il nucleare, la mafia, la guerra, la criminalità, l’immigrazione, l’inefficienza del sistema sanitario fanno paura alle persone, perché sono situazioni difficili da controllare personalmente, che colpiscono molte persone tutte insieme con degli effetti catastrofici e che mettono a rischio le generazioni future, con ricadute negative quindi a lungo termine. Un evento che abbia queste caratteristiche viene sicuramente valutato come molto pauroso e genera un forte senso di insicurezza. Il nostro universo culturale è stato ormai colonizzato da narrazioni che fanno leva proprio su questi elementi, per degli obiettivi non sempre evidenti agli occhi di tutti. Probabilmente da questo tipo di racconti pretestuosi hanno tratto beneficio numerose aziende dedicate alla sicurezza, la pubblicità, i media stessi e i politici. Ma i cittadini comuni, purtroppo, ne hanno raccolto solo gli svantaggi, tra i quali quello di vivere continuamente in uno stato di allarme e paura.