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VALENTINA CHIARINI

  • ROMANZO DI FORMAZIONE/5

    data: 11/12/2018 07.57

    Come dissi riguardo a Il barone rampante, scrivere su un grande romanzo non è semplice. Su uno dei maggiori capolavori poi … Tuttavia volevo scrivere su quello che è stato non solo per me, ma anche per mia madre, uno dei libri più importanti. Quindi cominciai a scriverne ma, forse inconsapevolmente, glissai e sistemai la questione in altro modo. Mi è stato però fatto giustamente notare che ero andata “fuori tema”. Allora mi sono detta: ma insomma, si scrive per essere letti, e per essere letti da tutti; e forse Manzoni avrebbe piacere, dopo quasi duecento anni, che gli si dedichino ancora tanti pensieri, e non solo da parte di studiosi o critici letterari. Perciò ricomincio da capo.
    In che modo raccontare la storia arcinota di Renzo e Lucia, che tutti conosciamo? Le vicissitudini di due giovani contadini lombardi vissuti nel XVII secolo durante l’occupazione spagnola, i quali si vogliono bene, ma non riescono a sposarsi a causa delle vessazioni di un signorotto, don Rodrigo, invaghitosi della ragazza. Il tutto negli anni in cui la peste travolge Milano, con tutte le sue conseguenze. Stop.
    I Promessi Sposi li conoscevo perché quando ero bambina avevo visto la riduzione televisiva con Paola Pitagora e Nino Castelnuovo. E poi erano così famosi! Alcune frasi e alcuni episodi, come la Monaca di Monza, o la peste, oppure don Abbondio e i bravi di don Rodrigo, non solo facevano parte del lessico famigliare, ma erano parte del patrimonio comune, si conoscevano e basta.
    Arrivata al liceo quasi non li studiai - mi sembra che il nostro insegnante di italiano ci fece leggere soltanto l’episodio dell’assalto ai forni, e comunque non ce ne parlò molto bene, né vi si dilungò.
    E certamente non ero un’alunna diligente come mia madre, che invece li aveva studiati benissimo: aveva avuto un insegnante di lettere d’eccezione, Don Primo Vannutelli, un sacerdote che se esigeva il massimo dai suoi alunni era però riuscito a trasmettere loro la passione per la letteratura. Durante le sue lezioni non si sentiva volare una mosca, perché sapeva come catturare l’attenzione di tutti quei ragazzini.
    Posso dire con un certo margine di sicurezza che se avessi chiesto a mia madre qual era per lei il romanzo di formazione per eccellenza, avrebbe indicato I Promessi Sposi.
    Un pomeriggio, un paio d’anni dopo la maturità, ero seduta in soggiorno con lei e sostenevo che fosse un “mattone”, un libro inutile. E dài che lei insisteva - se non altro, prima di darne un giudizio, avrei dovuto leggerlo, e poi era uno dei più bei romanzi mai scritti - e dài che io mi rifiutavo, ma che noia, ho cose molto più interessanti da leggere (e da fare).
    Infine, esausta, mi offrì ventimila lire per leggerlo. Ventimila lire! Accettai immediatamente.
    Quella sera stessa, lo iniziai. Vabbe’, l’incipit mi lasciò fredda, era noto e risaputo, lo conoscevano anche i bambini, Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno … . Poi arrivò un pezzo di un’arguzia incantevole “Lecco […] aveva perciò il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia”. Allora sì, fu amore, e delle ventimila lire non me ne importò più molto.
    Nel corso degli anni ho letto I promessi sposi varie volte, trovandoci sempre qualcosa di nuovo. Succede, di fronte alle opere d’arte.
    Come non vedere, per esempio, nella descrizione dell’amministrazione della cosa pubblica la peggiore storia politica italiana? Lo lessi negli anni precedenti Tangentopoli, gli anni del governo Craxi, e mi sembrò scritto proprio allora.
    E i capponi che Renzo porta in dono al dottor Azzeccagarbugli, immagine geniale tanto citata ma mai abusata e sempre tristemente vera, è fin troppo facile scorgervi quanto sta accadendo in questi anni in cui ci si accanisce contro dei poveracci che fuggono dalla miseria: “quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo [che] dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
    La presentazione dei personaggi è resa mediante flash back, espediente poi ripreso dal cinema, modernissimo e sapientemente usato.
    L’episodio della monaca di Monza, Gertrude, come molti altri si rifa’ a un fatto di cronaca realmente avvenuto, un omicidio che non starò qui a raccontare. Gertrude è un’infelice costretta a farsi monaca affinché il fratello possa appropriarsi dell’ingente patrimonio familiare. Il suo destino era stato deciso fin dalla nascita, al punto che fin da bambina tentarono di plasmarla dandole per giocare delle bambole vestite da monaca. Un suo zio che l’accompagna in carrozza al monastero di clausura nel quale sarà condannata a vita, quasi con sadismo le dice “ah furbetta! Voi date un calcio a tutte queste minchionerie; siete una dritta voi; piantate negli impicci noi poveri mondani, andate a far vita beata, e vi portate in paradiso in carrozza”.
    Ormai segregata nella clausura, il suo futuro amante da un palazzo di fronte riesce a rivolgerle la parola: “la sventurata rispose”, frase celeberrima ….
    La maniera in cui Manzoni descrive Gertrude, quando Lucia la incontra, la rende più sensuale che se fosse stata nuda, con quella carnalità un po’ sfatta, la “ciocchettina di capelli neri” che scappa fuori dalla benda monacale.
    Invece Fra’ Cristoforo, il confessore di Lucia, uomo devoto, buono e irreprensibile, sceglie volontariamente di farsi frate dopo aver ucciso un uomo “per una precedenza, pensa un po’!” diceva sempre mia madre. Nato da una ricca famiglia borghese, da laico aveva cercato di accostarsi ai nobili, ma era sempre stato rifiutato; indicazione psicologicamente quanto mai acuta.
    La peste. Difficile scriverne, è storia così poderosa, con tutto ciò che comporta, gli untori, per esempio - questo eterno paradigma per additare un comodo capro espiatorio.
    Non posso però non citare l’episodio che inizia così “ Scendeva dagli usci una donna .. “. Lei, malata, porta in braccio la sua bambina morta, vestita dell’abito più bello, per consegnarla e consegnarsi ai monatti, che avevano il compito di portare nei lazzaretti i malati e i cadaveri. Un giorno che ero andata a parlare con la professoressa di mio figlio, non so perché ci ritrovammo a parlare dei Promessi Sposi, e lei mi confessò di avere difficoltà a far commentare questo passo, troppo forte, e ci ritrovammo tutte e due con un nodo in gola.
    Vogliamo poi parlare della fine? Non è un segreto che Renzo e Lucia riescano a sposarsi. Uno dei personaggi più nobili e ricchi decide di invitarli a mangiare nella sua dimora. Ma si guarda bene dal sedersi a tavola con loro. Li serve, invece, rimarcando così irrevocabilmente l’insuperabile divario sociale.
    E dopo le nozze Renzo non si acquieta, poiché la gente, venuta a conoscenza della loro storia, si aspetta di scorgere in Lucia un’avvenenza estrema, come se avesse “un occhio più bello dell’altro”. E sparlano, naturalmente, dicono che poi tanto bella non è, e questo per Renzo è ragione di qualche “fastidiuccio”.
    Lucia è forse il personaggio che mi sembra più sbiadito; o, forse, dovrò dedicarmici ancora una volta, per verificarlo.
    Per concludere alcune buone ragioni per leggere - o rileggere - I promessi sposi e, soprattutto, per continuare a farne materia di studio:
    perché è immenso
    perché è scritto meravigliosamente
    perché ha un impianto di coerenza invidiabile
    perché ha una profondità psicologica eccezionale
    perché è attuale
    perché è gustoso e ironico
    e sì, perché è divertente.
    Dimenticavo, offre anche utili consigli: “[Renzo] Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle”.
     
     
     
     
       
     

  • ROMANZO DI FORMAZIONE/4

    data: 01/12/2018 10.29

    La decisione di scrivere su Rebecca, uscito nel 1938 -  o La prima moglie, titolo dato all’edizione del 1971 che era stata regalata a mia sorella - non è stata presa solo in quanto parte della lista (piuttosto lunga ed eterogenea) dei miei romanzi di formazione, ma anche in seguito alla lettura di Vera, di Elisabeth von Arnim; si è detto che la Du Maurier si sarebbe ispirata a questo romanzo. Libro ben scritto ma secondo me noiosissimo (come del resto l’altro romanzo della von Arnim che ho letto, La fattoria dei gelsomini), l’unica cosa in comune con il romanzo della Du Maurier è che una ventenne sposa un vedovo di quarant’anni.
    Il secondo motivo è che a leggere recensioni e retro delle copertine la maggior parte dei romanzi che escono in questi anni sono capolavori e successi mondiali. Sembra quasi che le opere minori non esistano più, o comunque non vengano prese in considerazione.
    Eppure è tanto bello leggere opere di vero “artigianato”, quello che cesella con sapienza le frasi, che non sovrabbonda di parole, di aggettivi, di concetti, e che sa esattamente quali scegliere in un gioco di incastri che non soltanto tiene desta l’attenzione, ma dipinge e trasmette in poche righe caratteri, volti, situazioni.
    E mica è facile.
    Daphne Du Maurier ci riesce. Il primo capitolo si apre così: “Sognai l’altra notte di tornare a Manderley”. E prosegue con il racconto del sogno, in un’atmosfera rarefatta e ambigua.
    Successivamente inizia la storia vera e propria, raccontata in prima persona dalla giovanissima “dama di compagnia” di una ricca signora americana, la signora Van Hopper, la cui principale occupazione è quella di introdursi in qualsiasi ambiente compaiano celebrità. Così vivida che sembra di essere lì a guardarla. La scena iniziale si svolge nel ristorante di un grande albergo di Montecarlo; maître e camerieri, con istinto infallibile, intuiscono immediatamente la condizione della ragazza - una personcina da annoverare, se non tra la servitù vera e propria, come appartenente a una classe sociale che non conta nulla - e le rifilano una fetta di prosciutto tagliata male, che probabilmente qualcun altro aveva respinto e rimandato in cucina.
    La signora Van Hopper, con il sugo che le cola sul mento, alza lo sguardo dal suo piatto di ravioli per scrutare nel piatto della ragazza - il cui nome non sapremo mai - e assicurarsi di aver compiuto la scelta migliore.
    A un tratto la Van Hopper mette giù le posate e inforca l’occhialino per fissare un nuovo arrivato. Poi lo ripiega e, con gli occhietti brillanti di eccitazione, si sporge verso la sua accompagnatrice dicendo a voce un po’ troppo alta “E’ Max de Winter, il proprietario di Manderley. Dicono che non si sia più ripreso dalla morte di sua moglie ..”.
    Così si chiude il secondo capitolo, e alla pagina successiva si apre il terzo: “Mi chiedo cosa sarebbe oggi la mia vita se la signora Van Hopper non fosse stata una snob”.
    Questo è artigianato sapiente, e scusate le imprecisioni ma sto andando a braccio, in parte ricordando la mia edizione storica (attualmente nella stanza torinese di mia figlia), in parte consultando l’originale inglese.
    Rebecca, la moglie di de Winter, è morta l’anno prima: “una tragedia spaventosa, ne parlavano tutti i giornali. Dicono che lui non pronunci mai il suo nome. E’ annegata, capite, nella baia davanti a Manderley … “.
    Come in una favola Maxim de Winter sposerà la protagonista, che si descrive come una ragazzina goffa con l’aspetto di una collegiale, dai gomiti arrossati e i capelli troppo lisci.
    Dopo una breve luna di miele a Venezia, Maxim la porterà a Manderley, la grande e prestigiosa dimora di famiglia che la timidissima sposa, per inesperienza e insicurezza, non è assolutamente in grado di condurre.
    La governante di Manderley, la signora Danvers, sebbene di grandissima efficienza e professionalità è personaggio quanto mai sinistro. Nonostante fosse stata avvertita che gli sposi volevano evitare un arrivo ufficiale, raduna tutto il personale, fino ai fittavoli e ai dipendenti - doveva essere un'intera folla - davanti all’ingresso della magione.
    “Una persona avanzò verso di me staccandosi da quel mare di volti, una persona alta, vestita di nero, con gli zigomi sporgenti e grandi occhi vuoti che le davano l’aspetto di un teschio. Invidiandole la dignità e la compostezza le porsi la mano, ma quando lei la prese la sua era molle e pesante, mortalmente fredda, come una cosa senza vita”.
    E quando la giovane sposa entra per la prima volta nella biblioteca, la vecchia cagna cieca alza la testa per annusare l’aria ma torna subito a dormire, poiché la persona entrata non era colei che stava aspettando.
    Maxim, nato da famiglia avvezza a dirigere la servitù con un’alzata di sopracciglio, anche se coglie le insicurezze e le paure della giovanissima moglie non riesce a comprenderne il peso.
    Nel frattempo la figura di Rebecca acquista sempre più consistenza;
     “Non sei affatto come mi aspettavo” le dice fissandola negli occhi Beatrice, la sorella di Maxim, che pure le dimostra simpatia; poi si accende una sigaretta e, chiudendo con uno scatto l’accendino: “Sai, sei così diversa da Rebecca”.
    In casa, quella splendida dimora la cui Galleria dei Menestrelli è aperta al pubblico una volta al mese, tutto scorre immutato, nulla viene spostato, le abitudini restano implacabilmente uguali - anche il vaso in cui disporre i lillà è lo stesso che adoperava Rebecca - e il cibo è preparato in base ai menù pensati da lei e dalla signora Danvers.
    Via via, con un ritmo serrato e costante, veniamo informati del grande fascino di Rebecca, della sua cultura, della sua grazia, con i quali riusciva a intrattenere e conquistare chiunque. “Bellezza, cervello, educazione”, così è descritta dalla nonna di Maxim.
    L’unica persona con cui la protagonista riuscirà ad avere un rapporto amichevole è Frank Crawley, l’intendente del marito, un giovanotto mite, timido quanto lei.
    Durante una passeggiata lei gli pone alcune domande sulla prima moglie, domande cui lui, riluttante, offre mezze risposte. Infine, mangiandosi le unghie come sua abitudine, la ragazza gli pone l’ultimo e fatidico quesito:
    “Era davvero molto bella, Rebecca?”
    “Sì, era la più bella creatura che abbia mai visto”.
    Se per caso avete visto il film, cercate di dimenticarlo - e di dimenticare il fascino di Lawrence Olivier - e leggete il libro. La versione cinematografica, soprattutto nel finale, è stravolta dal conformismo e dalla pruderie.
    Non racconterò oltre la storia, dirò solo che la tensioneintrodotta dall’ambiguità del sogno iniziale, viene costruita in un crescendo, passo dopo passo.

    Rebecca uscì nel 1938 e fu immediatamente un enorme successo. Ma l’edizione cui mi riferisco, quella del 1971, era una edizione per ragazzi, eppure non era stata né tagliata né riadattata. Strana scelta; o forse, chissà, erano diversi i ragazzi di allora. 

  • ROMANZO DI FORMAZIONE/3

    data: 22/11/2018 15.22

    Queste righe nascono senza la pretesa di essere una recensione al Barone rampante. Recensioni non so farne, e provarmi a scriverne una su un capolavoro come questo mi sembrerebbe fuori luogo.
    Il barone rampante è per me un altro di quei romanzi che, letti e riletti in giovanissima età, si dicono 'romanzi di formazione', e perciò non posso non ricordarlo in questa sede.
    Tuttavia mi soffermerò soltanto su poche pagine; tralascio il resto per varie ragioni, ma soprattutto perché è romanzo di tale portata, con la sua luminosità fantastica e quasi fiabesca, da non poter essere trattato in poche righe e in maniera riduttiva.
    Benché sia molto nota riassumo in poche parole la storia, raccontata in prima persona dal fratello minore del protagonista.
    Il 15 giugno 1767 il giovanissimo barone Cosimo Piovasco di Rondò si rifiuta di mangiare le lumache cucinate dalla sorella Battista, personaggio quanto mai bizzarro; il padre cerca di costringerlo e, non riuscendo, lo caccia da tavola. Cosimo, “vestito e acconciato con grande proprietà come nostro padre voleva venisse a tavola nonostante i suoi dodici anni”, ovvero con tanto di capelli incipriati, tricorno, marsina e spadino, corre in giardino e s’arrampica sul grande elce “muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme”. Al padre, che dalla finestra, gridando, gli intima di venir giù, risponde che non sarebbe mai più sceso, “e mantenne la parola”. Cosimo vivrà per sempre lassù, spostandosi di pianta in pianta come se camminasse o corresse su strade lastricate.
    Di alberi, allora, prima della venuta di Napoleone, ve n’eran tanti: “Allora, dovunque s’andasse, avevamo sempre rami e fronde tra noi e il cielo. […] Finiti gli orti cominciava l’oliveto, grigio-argento, una nuvola che sbiocca a mezza costa. In fondo c’era il paese accatastato, tra il porto in basso e in su la rocca; ed anche lì, tra i tetti un continuo spuntare di chiome di piante: lecci, platani, anche roveri, una vegetazione più disinteressata e altera che prendeva sfogo - un ordinato sfogo - nella zona dove i nobili avevano costruito le ville e cinto di cancelli i loro parchi”.
    Viola - Violante - è una degli abitanti di quelle ville, una “mangiagelati”, amata e odiata dalla banda di ragazzini, “straccioncelli” ladri di frutta, cui si accompagna; dal suo cavallino bianco domina il gruppo di ladruncoli. E’ bella, audace, capricciosa e imprevedibile.
    Cosimo la incontra e, naturalmente, ne resta molto colpito, anzi, direi folgorato.
    La prima volta che lessi Il barone rampante, Viola mi sembrò per nulla simpatica, così sicura di sé, una che si divertiva a provocare e ingelosire gli ammiratori, prima la “marmaglia” di ragazzetti e più tardi, da adulta, gli spasimanti - un giochetto che allora non riuscivo a capire bene, ma che entro qualche anno avrei visto messo in pratica piuttosto spesso.
    A lei non sarebbe mai capitato di fare una figuraccia, di venire derisa o trascurata; e certamente non aveva le vergogne e le insicurezze di noialtre ragazzette normali. Una fanatica, come si diceva a Roma, e viziata; così la consideravo mentre leggevo. Comunque, forse anche a causa della sua vivacità e delle sue intemperanze, Viola finisce in collegio.
     Cosimo, intanto, lassù crescerà e diventerà uomo, “un solitario che non sfuggiva la gente”.
    E, giovane adulto, incontra nuovamente Viola, che nel frattempo era stata costretta a sposarsi ma, poiché aveva scelto il candidato più vecchio per liberarsene al più presto - cosa che aveva cominciato a farmela apprezzare di più - era già rimasta vedova.
    Viola conserva quei suoi mutamenti d’umore e d’argomento così spiazzanti che aveva da bambina, e Cosimo fatica a starle appresso.
    Però:
    “S’era fatta dolce, e Cosimo a questi passaggi repentini non finiva di stupirsi. Le venne vicino. Viola era d’oro e miele.
    -      Di’…
    -      Di’…
    Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”.
    E dunque tra loro inizia una relazione molto intensa, complicata dalla civetteria di Viola e dalla gelosia di Cosimo.
    Ora arrivo al passaggio che volevo menzionare. Perché penso sia successo a tutti, nel corso di una lite, arrivare a dire esattamente il contrario di ciò che si pensa e, provando la sensazione di non poter più tornare indietro, continuare a correre in avanti verso il buio. Che poi non credo sia così vero, se indietro non si torna cambiare si può, se si vuole.
    Un’estate, avrò avuto dieci o undici anni, ero in vacanza con i miei genitori e un gruppo di loro amici con i figli. Quel pomeriggio sedevo vicino ad Anna, che aveva cinque o sei anni più di me, su una terrazza di fronte al mare.
    Anna, che stava leggendo un libro tutta assorta, a un tratto alzò gli occhi ed esclamò “Ma che scemi!”, “Chi?” chiesi io. “Ci sono due che si amano ma cominciano a litigare e arrivano a lasciarsi perché non si dicono quello che pensano davvero. Che peccato” rispose. Più tardi, leggendo Il barone rampante per la prima volta, avrei concordato in pieno.
    “Ma perché fanno così?” insistei. “Non lo so”, disse Anna, “sta’ a sentire”, e lesse a voce alta:
    “Poteva dire qualcosa, Cosimo, una qualsiasi cosa per venirle incontro, poteva dirle: Dimmi che cosa vuoi che faccia, sono pronto…  e sarebbe stata di nuovo la felicità per lui, la felicità insieme senza ombre. Invece disse: Non ci può essere amore se non si è se stessi con tutte le proprie forze.
    Viola […] ancora avrebbe potuto capirlo, come difatti lo capiva, anzi aveva sulle labbra le parole da dire :
    'Tu sei come io ti voglio … ' e subito risalire da lui … Si morse un labbro. Disse: - Sii te stesso da solo, allora.
    'Ma allora esser me stesso non ha senso … ', ecco quel che voleva dire Cosimo. Invece disse: - Se preferisci quei due vermi…
    -      Non ti permettere di disprezzare i miei amici! - lei gridò, e ancora pensava 'A me importi solo tu, è solo per te che faccio tutto quel che faccio!'
    -      Solo io posso essere disprezzato.
    -      Il tuo modo di pensare!
    -      Sono una cosa sola con esso.
    -      Allora addio. Parto stasera stessa. Non mi vedrai più”.
    E così fece. Poi, tempo dopo, quando Viola desiderava soltanto tornare, non poté farlo perché era in Francia, e gli avvenimenti che vi si stavano svolgendo glielo impedirono.
    Finì, l’arrogante Viola, per sposare un Lord e stabilirsi in India. Doveva essere noiosissima quella società coloniale inglese; la immagino provinciale, chiusa, assai poco permeabile alle ricchezze di un paese così diverso.
    Che triste destino tra tutti quelli che avrebbe potuto scegliere: “[Viola] dalla sua terrazza guardava le foreste, gli alberi più strani di quelli del giardino della sua infanzia, e le pareva a ogni momento di vedere Cosimo farsi largo tra le foglie. Ma era l’ombra di una scimmia, o di un giaguaro”.
    E quanto struggenti, queste parole; avrei voluto che Cosimo arrivasse fin lì, che lei lo vedesse finalmente sbucare da quel fogliame fitto fitto. La mia antipatia per Viola si era dissolta, la immaginavo non più altera e capricciosa, ma pentita, tristissima, e mi dispiaceva per lei.
    Perché in fondo, tra i due, la più fragile, quella in cerca di dimostrazioni e convalide, è proprio Viola, e lo si comprende da come agisce, quasi si senta costretta a gettare scompiglio nelle vite altrui mettendo continuamente alla prova quanti l’hanno a cuore, pensando così di ottenere conferma della loro ammirazione, del loro affetto, del loro amore.
    Cosimo, benché soffra terribilmente per questa perdita, di fatto è coerente con se stesso; la sua struttura, non intaccata dalla fine della relazione, resterà solida e la scelta si compirà fino in fondo, non concedendo alla terra di riappropriarsi del suo corpo nemmeno alla fine.
    Viola, in fondo, è una rinunciataria che tradisce se stessa scegliendo una vita insoddisfacente.
    O almeno così mi è sempre sembrato; e sul modo di sentire i personaggi dei libri, o anche dei film, in altro momento sarà interessante ragionarci sopra.
    Mi sono resa conto di aver riportato gran parte delle pagine cui mi riferisco; ma è un libro così bello, così denso, scritto in una lingua così fine, che d’istinto ho lasciato che parlasse da solo.
    Anche se l’intenzione era diversa non riesco a non citare, per la delicata sapienza con cui è descritto, l’episodio che racconta il rapporto di Cosimo con il brigante Gian dei Brughi. Mi sembra che ben descriva la sensibilità di Cosimo, così diversa da quella di Viola. Un pomeriggio che Cosimo era su un noce intento a leggere, un uomo “malmesso e disarmato”, inseguito dagli sbirri, si nasconde tra i rami. Cosimo ne svia le tracce e, allontanatesi le guardie, i due si mettono a parlare.
    “La fama corre”, e ciascuno sapeva già dell’altro. Cosimo inizierà a prestare dei libri a Gian perché per il brigante, costretto nei suoi nascondigli, la lettura è l’unica distrazione. Col tempo diventa però un lettore avido ed esigente al punto che, quando viene arrestato, si dispera per non aver con sé Clarissa, il romanzo di Richardson allora in gran voga. Cosimo, da un ramo che pendeva sulle sbarre della prigione, finirà di leggerglielo per poi passare a un romanzo di Fielding, giudicandolo meno deprimente. E l’ultimo pensiero di Gian, sulla forca, sarà rivolto al finale dell’opera:
    “Dimmi come finisce, - fece il condannato.
    - Mi dispiace dirtelo, Gian, - rispose Cosimo, - Gionata finisce appeso per la gola.
    - Grazie. Così sia di me pure! Addio!”
    Infine mi piace concludere riportando un dialogo che si svolge nelle prime pagine, l’ultimo tentativo del Barone padre di dissuadere Cosimo, allora dodicenne, dal restare sugli alberi:
    “L’avvertì il padre e si fece più stringente: - La ribellione non si misura a metri, - disse - anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno.
    Adesso mio fratello […] s’era annoiato a star lì a fare il solenne; cacciò fuori la lingua e gridò: - Ma io dagli alberi piscio più lontano! - […] Il cavallo del Barone di Rondò ebbe uno scarto, il Barone strinse le redini e s’avvolse nel mantello, come pronto ad andarsene. Ma si voltò, trasse fuori un braccio dal mantello e indicando il cielo che s’era rapidamente caricato di nubi nere, esclamò: - Attento, figlio, c’è Chi può pisciare su tutti noi! - e spronò via”.

                           

  • ROMANZO DI FORMAZIONE/2

    data: 19/11/2018 13.06

    I tre moschettieri, edizione integrale, Mursia, 1966, prefazione di Ugo Dèttore (link), traduzione di Augusto Donaudy (?) (link)
     
    Ho qui un altro di quei libri sciupati dalle molte letture. Anche questa volta copertina e nome del traduttore sono andati perduti. Dopo una ricerca su internet sono giunta alla conclusione, forse errata, che sia opera di Augusto Donaudy.
    Ne approfitto per rivolgere una preghiera ai gestori dei siti per la ricerca e vendita di libri usati, vecchi e antichi: per favore, fate scrivere dal venditore il nome di chi ha eseguito la traduzione! E’ talmente importante …
    Sugli scaffali, a fianco di questa amatissima edizione, quella tradotta da Maria Bellonci (link), un’edizione per ragazzi abbinata ad alcuni quotidiani, che non ricordo come sia capitata lì.
    Maria Bellonci è abile, è brava, e molto; la sua Lucrezia Borgia, altro libro oggetto di numerose letture, ha una prosa ammirevole, ricca, sapida. Tuttavia, cercando di confrontare in maniera obiettiva le due traduzioni, e cioè mettendo da parte il lato affettivo, quella di Donaudy mi pare senz’altro migliore, più gustosa, più pensata.
    Prendiamo ad esempio il primo capitolo: dove la Bellonci traduce il titolo con Tre regali paterni a D’Artagnan, Donaudy scrive I tre doni del signor D’Artagnan padre. Per me, ha tutt’altro sapore. Oppure, Bellonci scrive servitore, Donaudy lacché, termine che mi pare più calzante.
    Non conoscendo il francese non ho idea se sia più aderente al testo originale, ma intuitivamente mi sembra ben corrispondere a un romanzo d’appendice ottocentesco, o meglio a quello che forse è il romanzo d’appendice per eccellenza.
    Andando all’opera in sé, leggiamo dalla prefazione di Dèttore: «Mediocre la trama, piena di contraddizioni e di incoerenze, priva di unità com’è o sembra essere; mediocri i personaggi, la cui psicologia è approssimativa o convenzionale; mediocre il livello etico, tutto limitato entro un piccolo orizzonte godereccio di caserma, ove un inutile e fanciullesco disprezzo per l’esistenza fisica rappresenta il massimo dei valori morali; mediocre infine lo stile. Ed ecco invece questa costruzione artigianale da appendice far centro come nemmeno i più fortunati romanzi di un Balzac o di un Hugo, eccola varcar le frontiere, divenire libro fatidico della gioventù e non della gioventù soltanto, acquistare un valore universale».
    Un libro fatidico: ho in mente una scenetta di quasi cinquant’anni fa, la mia famiglia riunita a pranzo e io, non so più a quale proposito, dico di avere qualcosa in «saccoccia». Non è una parola da usare, interviene mio padre; lo so, ma ne I tre moschettieri i personaggi la adoperano normalmente, perciò non vedo perché non usarla, ribatto. Probabilmente trattenendo una risata i miei genitori risposero che quelli erano soldatacci, e usavano un linguaggio da caserma. L’osservazione mi confuse, ma come, il signor de Treville, il capo dei moschettieri del re, e Aramis, Porthos, per non parlare di Athos, soldatacci? E cosa c’era di male a esserlo se erano i protagonisti di avventure che m’intrigavano così tanto?
    Ah, Athos. Avevo un debole per lui. Aramis, troppo lezioso, Porthos, un gradasso. D’Artagnan, troppo giovane. Athos, invece, è il bel tenebroso che così spesso affascina ragazzine e ragazze. Silenzioso, attraente, gran signore, quando beve diventa misantropo; assai più misterioso dei suoi due amici, nonostante anche la loro identità sia ignota. Il suo segreto più intimo ci verrà svelato dopo un bel po’ di capitoli.
    Si avvertono coloro che, non conoscendo questo splendido feuilleton, lo volessero leggere senza sapere nulla della trama, d’ora in poi faranno bene ad abbandonare queste pagine.
    Il luogo è la Francia, soprattutto Parigi, a parte qualche capitolo che si svolge in Inghilterra.
    Il personaggio femminile principale è Milady - Lady Clarick, ma non verrà mai chiamata per nome - che il protagonista, il guascone D’Artagnan, incontra nel primo capitolo: «Era una creatura pallida e bionda, dai lunghi capelli inanellati ricadenti sulle spalle, dai grandi occhi turchini pieni di languore, dalle labbra rosee e le mani d’alabastro»
    Appena introdotta ci si rende conto che è fredda - ma forse sarebbe meglio dire controllata - priva di scrupoli, e coinvolta in vicende poco chiare in cui sono di mezzo lettere compromettenti e personaggi molto importanti. Sapremo più tardi che è creatura di Richelieu, il cardinale che con la sua intelligenza tiene le redini del governo di Luigi XIII.
    Apprenderemo, inoltre, quanto la riguardi il terribile segreto di Athos, che il moschettiere svela ai suoi amici una notte di pantagrueliche bevute. Un conte suo vicino di casa e di nobilissimi natali (ma, alla fine del racconto il moschettiere ammetterà di essere lui il protagonista della vicenda) conosce una fanciulla di sedici anni bella come un angelo e, da uomo onesto, anziché costringerla con la violenza, la sposa. Vivono felici e contenti e la ragazza oltre a essere bella si rivela anche intelligente, con un temperamento poetico, ben all’altezza del conte per educazione e maniere. Un giorno, però, durante una caccia, la giovane signora cade da cavallo e sviene. Il marito si affretta a soccorrerla e col pugnale le lacera la veste. E cosa scopre sulla spalla? Un giglio, il marchio delle prostitute. Ci sarebbe da chiedersi come mai il marito non l’abbia mai visto durante tutto quel tempo passato insieme, ma queste sono le deliziose incongruenze tipiche di questo romanzo. Comunque il gran signore, l’onest’uomo, che fa? Chiede contezza alla moglie del marchio infamante? Nemmeno per sogno: senza aspettare che si risvegli, la impicca. Sissignore, con una fune la impicca all’albero più vicino. E non pago, poiché prima di sposarlo l’ingannatrice viveva col fratello curato, ritenendo, probabilmente a ragione, che questi fosse in realtà un suo precedente amante, lo cerca per far impiccare anche lui, ma non riesce a trovarlo perché il presunto impostore aveva già abbandonato la curia.
    Che la disgraziata fosse Milady, riuscita in qualche modo a sopravvivere all’impiccagione, lo apprenderemo soltanto alcune pagine dopo.
    Certo è che, dopo essere stata marchiata ancora quasi bambina (lo so, lo so, erano altri tempi), il modo in cui termina il suo matrimonio non è esperienza che ingentilisca l’animo.
    Ma andiamo avanti. Una serie di peripezie, quali il rapimento della signora Bonaciuex, sua amante nonché moglie del padrone di casa - un tanghero che per intrighi politici non esita a far rapire la moglie - portano D’Artagnan nuovamente sul cammino di Milady, e il giovanotto se ne innamora. Ma la bella cameriera della signora, Ketty, lo avverte che la padrona ha un debole per un altro uomo. D’Artagnan, allora, approfittando dell’amore che la ragazza prova per lui si nasconde e ascolta non visto una conversazione tra lei e Milady, nel corso della quale la signora rivela di detestarlo perché le ha fatto perdere trecentomila lire di rendita (sarebbe troppo lungo spiegare il perché, il tessuto narrativo è contorto, tuttavia ipotizzando quale potrebbe essere la cifra in euro il risentimento della signora appare quasi quasi giustificato).
    D’Artagnan, per vendicarsi, una notte si fa ospitare dalla cameriera - con cui nel frattempo si sollazza - in modo da poter passare nella camera della padrona fingendo di essere l’amante bramato. E’ macchinosa e arzigogolata, lo so, e benché fossi ancora ragazzina oscuramente sentivo che la storia non stava in piedi: insomma, tutti si trastullano nel buio più pesto, e va bene, ma addirittura non riconoscere una persona in questi frangenti, ce ne vuole; ma tant’è.
    Fatto ciò il nostro, questa volta apertamente, riesce comunque ad arrivare all’alcova della signora (sapendo benissimo che la povera Ketty piange nella stanza adiacente); e verso l’alba le confida di averla ingannata e di aver approfittato di lei fingendo di essere un altro.
    Milady, naturalmente, esplode. Si avventa su D’Artagnan il quale, per trattenerla, le lacera - anche lui! - la veste; sulla spalla della donna, allora, compare il marchio infamante del giglio.
    Fuggito dagli appartamenti della signora, D’Artagnan si precipita da Athos e insieme ricostruiscono i fatti, esaminano le prove: Milady è la moglie di Athos, riuscita in qualche modo a liberarsi dal nodo scorsoio fatto dal marito.
    Dopo molte vicissitudini durante le quali Milady, imprigionata in Inghilterra, riesce a fuggire inscenando un’abile commedia e seducendo l’ennesimo giovanotto - un noiosissimo puritano messo a farle la guardia perché ritenuto incorruttibile, Milady, dicevamo, su commissione del cardinale Richelieu, uccide il Duca di Buckingham, consigliere del re d’Inghilterra e amante segreto della regina di Francia.
    Intanto i moschettieri e D’Artagnan riconoscono la pericolosità di quella femmina ammaliatrice, e decidono di liberarsene definitivamente.
    Tornata nei pressi di Parigi Milady si reca infine nel convento dove è nascosta la signora Bonacieux; sa che d’Artagnan e i suoi amici sono sulle sue tracce e stanno per arrivare, ma lei vuole vendicarsi di D’Artagnan. Circonda la signora Bonacieux di carezze e premure, le offre del vino ma, veloce, versa nel bicchiere del veleno mortale nascosto sotto la pietra incastonata in un anello che porta al dito. La signora Bonacieux lo beve e muore.
    Certo, questo non è bello, per niente. Milady è perfida, è vero. Ma è davvero peggiore di tutti gli altri personaggi? Che per uno sguardo storto si sfidavano a duello ammazzandosi a vicenda? Il suo guaio sembrerebbe quello di essere nata donna, e con un aspetto al quale gli uomini trovano difficile resistere (e sembrerebbe un problema loro, non suo); con quello si deve districare in un mondo crudele e spietato.
    Mi viene in mente una storia vera, raccontata da Donata Chiomenti Vassalli (link) nella bella biografia di Donna Olimpia Pamphili - la famigerata Pimpaccia, cognata di papa Innocenzo X e vissuta nello stesso secolo in cui si svolge I tre moschettieri: «Olimpia Pamphili mi è divenuta comprensibile; non più un mito di nefandezza, ma una donna ambiziosa, d’intelligenza virile, vissuta in un periodo di miseria morale e di viltà politica, che avendo lo stesso temperamento del suo contemporaneo cardinale Mazzarino, con molte delle sue qualità e capacità, suscitò tanto scalpore perché, anziché essere uomo e alla corte di Francia, era donna e agiva nella corte papale […] Le sue colpe divennero leggendarie, come non avvenne per i nepoti Barberini, corruttori ben più rapaci di lei».
    Non ci è dato conoscere le origini di Milady. Presumiamo che siano umili, eppure riesce a costruirsi una posizione. Con il suo aspetto, certo, e non le sarebbe stato possibile altrimenti, ma anche con la sua intelligenza, con quella duttilità che le permette di cavarsela anche nelle situazioni più disparate.
    Allora penso a una ipotetica fine: Milady, per vendicarsi, invece di avvelenare la Bonacieux le rivela chi è veramente D’Artagnan:
    “Quel vigliacco, quel tuo guascone, mentre ti sospirava appresso seduceva la mia cameriera e per passare una notte con me mi ingannava fingendo di essere un altro!”
    “Cosa? Non è possibile, voi mentite! Non può essere, D’Artagnan è buono, è onesto, mi vuole bene!“
    La signora Bonacieux si fa di cera, si abbandona su una poltrona e comincia a piangere.
    «Ma che onesto, cretina, chiedilo alla mia cameriera, se non mi credi! Su, invece di stare qui a lagnarti vieni con me, così chiedi a Ketty cosa ha combinato quel tuo cascamorto, e vedrai cosa ti racconta! Ma sbrigati, che lui e gli altri stanno per arrivare»
    Tutte e due, quindi, partono sulla carrozza di Milady, la Bonacieux che da tremante e piangente diviene via via una furia, e Milady calma e determinata.
    E mi piace immaginare che le due donne, inseguite dai tre moschettieri, da D’Artagnan, dal cognato inglese che accusava Milady non solo dell’assassinio di Buckingham ma anche di avergli ammazzato il fratello, e dal boia che si erano portati dietro per mettere fine una volta per tutte alle sue malefatte (e, guarda caso, anche il di lui fratello era stato vittima del fascino irresistibile di Milady), con uno sberleffo all’indirizzo degli inseguitori, lancino fuori dal finestrino i loro bustini, indumenti intimi molto simili - ma infinitamente più oppressivi - a quelli che, trecento anni dopo, sarebbero stati bruciati dalle loro discendenti nelle pubbliche piazze.

        

  • ROMANZO DI FORMAZIONE/1

    data: 06/11/2018 14.10

    Il volume che ho accanto a me sulla scrivania ha le pagine logore per via delle molto letture. Alcune si sono staccate, ed è un peccato che sia andata perduta quella che recava il nome del traduttore.
    La traduzione è sempre un elemento portante; e quella di un libro così letto poi, a volte finisce per identificarsi completamente con l’opera. Perché quelle parole, quelle frasi, non potrebbero essere altro che così. Ma questo è argomento che meriterebbe una pagina a sé stante, perciò andiamo avanti.
    Apprendo con piacere che è stato ristampato nel 2016 da Neri Pozza, e perciò non andrà perduto.
    A me fu regalato (data la quantità di tempo trascorso uso il passato remoto), a settembre del 1973, per il mio dodicesimo compleanno.
    La storia si apre su un pomeriggio d’estate nel quartiere di Brooklyn, New York, luogo visto attraverso gli occhi della protagonista, Francie Nolan, una ragazzina che all’inizio del libro ha undici anni, figlia di immigrati di seconda generazione, poverissimi, lei di origine austriaca, lui irlandese. E’ il 1912.
    Sono poveri in una maniera che per noi abitanti di questa parte di mondo non è più immaginabile: spesso hanno fame, perché non c’è letteralmente niente da mangiare.
    La madre di Francie, Katie, il cui carattere si indurisce via via, è una donna molto giovane e molto graziosa; fa le pulizie, e la soda che usa per lavare i pavimenti le ha completamente rovinato le mani. Johnny, il padre, è tenero e inaffidabile, canta meravigliosamente, beve. Il fratellino più piccolo, Neeley, è bello e irresistibile come suo padre: Katie, nel momento stesso in cui glielo mettono tra le braccia subito dopo il parto, sa che per lei verrà sempre al primo posto, prima di suo marito e di Francie.
    Intorno alla famiglia Nolan tanti personaggi, le sorelle di Katie, ciascuna con la propria storia, i vicini, l’intero quartiere. Povera gente, immigrati tedeschi, italiani, irlandesi, ebrei.
    A Francie piace leggere e piace studiare, frequenta la biblioteca rionale, si è imposta di leggere tutti i libri presenti seguendo l’ordine alfabetico, senza saltarne uno; per ora è alla lettera B. Ricorda con un senso di gratitudine quando, alla lettera A, è arrivata ai romanzi della Alcott.
    Ma il sabato, giorno in cui questa storia ha inizio, Francie si permette di leggere un libro al di fuori dell’ordine alfabetico, e ogni volta chiede alla bibliotecaria di consigliargliene uno.
    “‘Ebbene?’ interrogò la bibliotecaria senza alzare gli occhi.
    ‘Potrebbe consigliare un buon libro per una ragazza?’
    ‘Che età?’
    ‘Undici anni’
    Ogni settimana Francie faceva la stessa domanda ed ogni volta la bibliotecaria rispondeva nello stesso modo […] Francie cominciò a fremere d’impazienza quando la bibliotecaria cacciò il braccio sotto la scrivania. Quando apparve il volume ne scorse subito il titolo: Se fossi un re, di McCarthy. Magnifico!’
    Un albero cresce a Brooklyn, pubblicato negli Stati Uniti nel 1943 e uscito in Italia nel 1947, ebbe per anni un grande successo, e accompagnò molte ragazzine come me nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. La scrittura è precisa, corposa, e tuttavia lavora di fino; la struttura è chiara e ben equilibrata, nonostante le molte vicende che si susseguono scandendo un ritmo ordinato. I personaggi, tutti, sono lì e vivono di vita propria, anche quando si arriva all’ultima pagina e la storia raccontata è ormai conclusa.
    Narrando la vita, i sentimenti e le miserie di gente comune che s’ingegna per sbarcare il lunario, Betty Smith ritrae in un quadro  dai colori smaglianti un pezzo di storia americana.
    Eppure, nonostante ciò che può sembrare, non è un libro tragico: la voglia di vivere, di divertirsi, la volontà di migliorare la propria vita hanno sempre il sopravvento. Il tessuto del libro è fatto anche di gioia, di curiosità, di occasioni da esplorare, della capacità di sognare e, forse, di ottenere un futuro diverso.
    Ma a volte ai libri si affiancano piccole storie personali: come ho detto Un albero cresce a Brooklyn mi fu regalato quando compii dodici anni. La persona che me lo diede era la madre di un mio amico, una signora di origini ungheresi cresciuta in parte negli Stati Uniti ma che, da molti anni, viveva in Italia; suo padre era Melchior Lenglyel, drammaturgo e soggettista di commedie incantevoli quali Ninotchka e Vogliamo vivere, dirette da Ernst Lubitsch - consiglio caldamente di vederle o rivederle, esempi impeccabili di ironia, grazia e genialità, da prendere a modello.
    Un anno e mezzo dopo morì mio nonno. Quel pomeriggio, non ricordo il motivo, andai a casa di questa signora, a Piazza della Chiesa Nuova, a Roma. Suo marito, stimato economista e senatore del Partito Socialista Italiano, mi rivolse alcune parole gentili e io scoppiai in lacrime, senza riuscire a frenarmi. La signora, allora, mi trascinò in cucina, mi fece sedere e mi offrì una tazza di tè. Non l’avevo mai assaggiato, a casa mia non lo beveva nessuno. Ricordo perfettamente la sensazione di conforto data dalla sua presenza, e da quella bevanda calda e tonificante.
    Con suo figlio poi ci perdemmo di vista, e lei non la vidi più, nonostante in seguito andassi ad abitare vicino a loro.
    La rincontrai molti, molti anni dopo, al mercato. Era anziana, ormai, e vedova; viveva da sola, sempre nella stessa casa. Ci fermammo a chiacchierare e mi chiese se qualche volta avrei avuto voglia di andarla a trovare. Le dissi di sì, ma non lo feci mai. Ci pensavo, ogni tanto, ma allora mi sembrava di avere una vita complicata e, soprattutto, non mi era facile vincere l’imbarazzo e la timidezza che provavo con le persone che non conoscevo bene ma a cui tenevo.
    Morì qualche tempo dopo; quando lo seppi mi dispiacque, e mi sentii in colpa per non aver mai mantenuto la promessa.
    Le sono grata per Un albero cresce a Brooklyn, un libro di formazione, importante, entrato nella mia vita in quegli anni di passaggio bizzarri e misteriosi. E per quella tazza di tè bevuta lì in cucina,  con lei.
    Dedico perciò questo mio “esordio” su infodem.it ad Annie Rossi Doria, con affetto e riconoscenza.