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VALENTINA CHIARINI

  • ROMANZO DI FORMAZIONE

    data: 06/11/2018 14.10

    Il volume che ho accanto a me sulla scrivania ha le pagine logore per via delle molto letture. Alcune si sono staccate, ed è un peccato che sia andata perduta quella che recava il nome del traduttore.
    La traduzione è sempre un elemento portante; e quella di un libro così letto poi, a volte finisce per identificarsi completamente con l’opera. Perché quelle parole, quelle frasi, non potrebbero essere altro che così. Ma questo è argomento che meriterebbe una pagina a sé stante, perciò andiamo avanti.
    Apprendo con piacere che è stato ristampato nel 2016 da Neri Pozza, e perciò non andrà perduto.
    A me fu regalato (data la quantità di tempo trascorso uso il passato remoto), a settembre del 1973, per il mio dodicesimo compleanno.
    La storia si apre su un pomeriggio d’estate nel quartiere di Brooklyn, New York, luogo visto attraverso gli occhi della protagonista, Francie Nolan, una ragazzina che all’inizio del libro ha undici anni, figlia di immigrati di seconda generazione, poverissimi, lei di origine austriaca, lui irlandese. E’ il 1912.
    Sono poveri in una maniera che per noi abitanti di questa parte di mondo non è più immaginabile: spesso hanno fame, perché non c’è letteralmente niente da mangiare.
    La madre di Francie, Katie, il cui carattere si indurisce via via, è una donna molto giovane e molto graziosa; fa le pulizie, e la soda che usa per lavare i pavimenti le ha completamente rovinato le mani. Johnny, il padre, è tenero e inaffidabile, canta meravigliosamente, beve. Il fratellino più piccolo, Neeley, è bello e irresistibile come suo padre: Katie, nel momento stesso in cui glielo mettono tra le braccia subito dopo il parto, sa che per lei verrà sempre al primo posto, prima di suo marito e di Francie.
    Intorno alla famiglia Nolan tanti personaggi, le sorelle di Katie, ciascuna con la propria storia, i vicini, l’intero quartiere. Povera gente, immigrati tedeschi, italiani, irlandesi, ebrei.
    A Francie piace leggere e piace studiare, frequenta la biblioteca rionale, si è imposta di leggere tutti i libri presenti seguendo l’ordine alfabetico, senza saltarne uno; per ora è alla lettera B. Ricorda con un senso di gratitudine quando, alla lettera A, è arrivata ai romanzi della Alcott.
    Ma il sabato, giorno in cui questa storia ha inizio, Francie si permette di leggere un libro al di fuori dell’ordine alfabetico, e ogni volta chiede alla bibliotecaria di consigliargliene uno.
    “‘Ebbene?’ interrogò la bibliotecaria senza alzare gli occhi.
    ‘Potrebbe consigliare un buon libro per una ragazza?’
    ‘Che età?’
    ‘Undici anni’
    Ogni settimana Francie faceva la stessa domanda ed ogni volta la bibliotecaria rispondeva nello stesso modo […] Francie cominciò a fremere d’impazienza quando la bibliotecaria cacciò il braccio sotto la scrivania. Quando apparve il volume ne scorse subito il titolo: Se fossi un re, di McCarthy. Magnifico!’
    Un albero cresce a Brooklyn, pubblicato negli Stati Uniti nel 1943 e uscito in Italia nel 1947, ebbe per anni un grande successo, e accompagnò molte ragazzine come me nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. La scrittura è precisa, corposa, e tuttavia lavora di fino; la struttura è chiara e ben equilibrata, nonostante le molte vicende che si susseguono scandendo un ritmo ordinato. I personaggi, tutti, sono lì e vivono di vita propria, anche quando si arriva all’ultima pagina e la storia raccontata è ormai conclusa.
    Narrando la vita, i sentimenti e le miserie di gente comune che s’ingegna per sbarcare il lunario, Betty Smith ritrae in un quadro  dai colori smaglianti un pezzo di storia americana.
    Eppure, nonostante ciò che può sembrare, non è un libro tragico: la voglia di vivere, di divertirsi, la volontà di migliorare la propria vita hanno sempre il sopravvento. Il tessuto del libro è fatto anche di gioia, di curiosità, di occasioni da esplorare, della capacità di sognare e, forse, di ottenere un futuro diverso.
    Ma a volte ai libri si affiancano piccole storie personali: come ho detto Un albero cresce a Brooklyn mi fu regalato quando compii dodici anni. La persona che me lo diede era la madre di un mio amico, una signora di origini ungheresi cresciuta in parte negli Stati Uniti ma che, da molti anni, viveva in Italia; suo padre era Melchior Lenglyel, drammaturgo e soggettista di commedie incantevoli quali Ninotchka e Vogliamo vivere, dirette da Ernst Lubitsch - consiglio caldamente di vederle o rivederle, esempi impeccabili di ironia, grazia e genialità, da prendere a modello.
    Un anno e mezzo dopo morì mio nonno. Quel pomeriggio, non ricordo il motivo, andai a casa di questa signora, a Piazza della Chiesa Nuova, a Roma. Suo marito, stimato economista e senatore del Partito Socialista Italiano, mi rivolse alcune parole gentili e io scoppiai in lacrime, senza riuscire a frenarmi. La signora, allora, mi trascinò in cucina, mi fece sedere e mi offrì una tazza di tè. Non l’avevo mai assaggiato, a casa mia non lo beveva nessuno. Ricordo perfettamente la sensazione di conforto data dalla sua presenza, e da quella bevanda calda e tonificante.
    Con suo figlio poi ci perdemmo di vista, e lei non la vidi più, nonostante in seguito andassi ad abitare vicino a loro.
    La rincontrai molti, molti anni dopo, al mercato. Era anziana, ormai, e vedova; viveva da sola, sempre nella stessa casa. Ci fermammo a chiacchierare e mi chiese se qualche volta avrei avuto voglia di andarla a trovare. Le dissi di sì, ma non lo feci mai. Ci pensavo, ogni tanto, ma allora mi sembrava di avere una vita complicata e, soprattutto, non mi era facile vincere l’imbarazzo e la timidezza che provavo con le persone che non conoscevo bene ma a cui tenevo.
    Morì qualche tempo dopo; quando lo seppi mi dispiacque, e mi sentii in colpa per non aver mai mantenuto la promessa.
    Le sono grata per Un albero cresce a Brooklyn, un libro di formazione, importante, entrato nella mia vita in quegli anni di passaggio bizzarri e misteriosi. E per quella tazza di tè bevuta lì in cucina,  con lei.
    Dedico perciò questo mio “esordio” su infodem.it ad Annie Rossi Doria, con affetto e riconoscenza.