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GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

  • 222 ANNI IN TRICOLORE

    data: 13/01/2019 14.44

    Il tricolore come bandiera nazionale italiana ha come ciascuno di noi il suo luogo e la sua data di nascita: Reggio Emilia, 7 gennaio 1797. Quel giorno il tricolore fu tenuto a battesimo durante il congresso di fondazione della Repubblica Cispadana e a proporne l’adozione fu Giuseppe Compagnoni, un deputato di Lugo, letterato e patriota, che è diventato così il papà della nostra bandiera.Peccato che, a documentarne gli avvenimenti non esistessero cinegiornali e che la macchina fotografica non fosse ancora inventata, perché forse oggi noi italiani ci commuoveremmo a rivedere quelle immagini, condividere quei fervori, quelle speranze, quelle emozioni.
    Ancora oggi in quel luogo sventola il tricolore e sotto la bandiera una targa ricorda quei momenti: “qui dove nacque per sempre”.
    I colori verde, bianco e rosso erano già apparsi qualche anno prima a Bologna nel novembre del 1794 nelle coccarde di Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis, durante la tentata insurrezione contro lo Stato pontificio. Un tentativo non fortunato. Ma anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano i tre colori. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano il bianco, il rosso e il verde, che erano colori fortemente legati al territorio lombardo: che comparivano nell'antico stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese.
    Si è cercato nel tempo di attribuire un significato idealistico ai tre colori. La speranza (il verde), la fede (il bianco) e l’amore (il rosso).
    Il tricolore di 222 anni fa era diverso da quello che vediamo oggi: le bande erano orizzontali, con il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso. Nella parte bianca spiccavano le lettere RC, le iniziali della Repubblica Cispadana e sempre al centro vi appariva una faretra con quattro frecce (Ferrara, Modena, Reggio e Bologna le città fondatrici della Repubblica). L'11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali.
    Da quel 7 gennaio 1797 il tricolore ha percorso un lungo cammino e ha avuto una vita avventurosa, alternando momenti di clandestinità a periodi di gloria. La bandiera è stata impugnata da Mazzini e da Garibaldi, dai Re sabaudi alla testa dei loro eserciti. Per la bandiera il Generale Garibaldi nutriva una venerazione, i pittori risorgimentali come Gerolamo Induno, lo dipingevano in camicia rossa e con il tricolore in pugno. Nei suoi battaglioni il portabandiera era un uomo di punta che procedeva con le avanguardie e toccava a lui indicare i punti su cui concentrare il fuoco dei moschetti. E lo si può notare nel grande dipinto di Renato Guttuso “La battaglia di Ponte dell'Ammiraglio” esposto alla Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma.
    I colori della bandiera erano sempre gli stessi ma nell’arco di molti anni ognuno cercò di usare la parte bianca per mandare messaggi al mondo.
    Alla nascita della Giovine Italia (1831), Giuseppe Mazzini fece scrivere “libertà, uguaglianza, umanità” e anche “unità, indipendenza”. E il giuramento della Giovine Italia veniva pronunciato davanti al tricolore. I triunviri della Repubblica Romana scelsero invece lo slogan “Dio e popolo”. E con la Repubblica Romana del 1849 il tricolore sventolò sul Campidoglio e sul Gianicolo dove 14.000 uomini, il fior fiore della gioventù di tutta Italia, ma anche d’Europa, combatterono con Garibaldi che li guidò con audacia finché fu possibile la difesa.
    Daniele Manin a Venezia non poteva che stampare su quella parte bianca della bandiera il Leone di San Marco. Leopoldo II fece innalzare il tricolore con sovrapposto lo scudo di Lorena. E più tardi persino Francesco II Borbone quando si vide irrimediabilmente a mal partito, giunse a decretare “la nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani conservando sempre nel mezzo le armi della nostra dinastia”. E come non ricordare ancora Goffredo Mameli che prima di innalzarla sulle pianure lombarde e sulle mura di Roma ne fu l’alfiere in tutte le manifestazioni patriottiche di Genova? E anche in quella del 10 dicembre 1847, giornata rimasta nella storia del Risorgimento perché fu la più grande che mai fosse avvenuta fino ad allora in Italia: un corteo di 30.000 mila persone dietro la bandiera cantando l’inno Fratelli d’Italia.
    Carlo Alberto capì che quel tricolore poteva essere un segno di umiltà e lo adottò aggiungendo lo stemma sabaudo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto annunciò che si sarebbe andati in battaglia contro l’Austria guidati dal tricolore nazionale. L’annuncio fu dato da lui stesso a Torino affacciandosi da un balcone di palazzo reale con figli e ministri stringendo tra le mani una fascia tricolore.
    La nostra bandiera (come ricordo nel libro Il tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, che ho scritto con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami, edito da Mondadori) fu testimone di eroici momenti risorgimentali, sventolò nelle mani dei patrioti sulle barricate e in quelle delle donne che parteciparono ai grandi movimenti popolari.
    E anche dopo essere stata adottata nel 1947 dalla giovane Repubblica italiana ha continuato a regalare emozioni: è stata fissata sulla cima del K2, ha accompagnato le missioni militari italiane all’estero, ha sventolato sui cantieri delle grandi imprese italiane che hanno realizzato all’estero opere di grande ingegneria, ha illuminato grandi momenti sportivi. È stata molte volte dipinta in cielo sotto forma di scie di fumo verde, bianco e rosso nelle esibizioni della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolore.
    In questi ultimi anni, il tricolore non se la passa così male come si può notare passeggiando nelle nostre città. Per la bandiera nazionale è arrivato il momento di una grande riscossa.
    Questa ripresa del senso di identità nazionale è da attribuire alle costanti esortazioni dei Presidenti della Repubblica, garanti dell’Unità nazionale, e impegnati a dare visibilità ai massimi simboli del nostro ordinamento istituzionale, tra i quali il tricolore occupa il posto più alto.
    Ma ci deve essere tra gli italiani una maggiore sensibilità per il buon uso della bandiera. Esiste un vero e proprio “galateo della bandiera”.
    La bandiera è come una signora che inizia brillantemente la sua giornata guardata da tutti e che invece indugia, riluttante, al momento di ritirarsi la sera nell’intimità.
    La procedura dell’alza bandiera vuole che il vessillo venga innalzato rapidamente, con decisione. Mentre l’ammaina bandiera serale richiede qualche secondo in più, il vessillo viene fatto scendere lentamente dal suo pennone, con solennità, senza dare l’impressione di una brusca calata.
    È esposta (e deve essere sempre in buono stato e di notte sempre illuminata) in tandem (dal 1970) con la bandiera d’Europa, ma la posizione d’onore a destra compete al tricolore. E nessuna bandiera straniera può sventolare da sola sul suolo italiano.
    “Il tricolore”, per ricordare una frase del Presidente Ciampi, “non è una semplice insegna di Stato. È un vessillo di libertà, di una libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza”.
    Mentre il Presidente Sergio Mattarella ribadisce che “la nostra bandiera abbraccia il primo e il secondo Risorgimento italiano e, collocata com'è tra i principi fondamentali della Costituzione, rappresenta l'emblema dei valori di democrazia, di giustizia sociale, di rispetto dei diritti dell'uomo, di solidarietà, ivi affermati”.
    Concludo con i primi versi del canto La bandiera tricolore (del 1848) di Francesco Dall’Ongaro, con musiche di Cordigliani:
     
    E la bandiera di tre colori
    sempre è stata la più bella:
    noi vogliamo sempre quella,
    noi vogliam la libertà!

         

  • 1915- 1918 CONSERVARE LA MEMORIA PER LE GENERAZIONI FUTURE

    data: 28/11/2018 09.28

    Erano le 9 precise del 4 novembre del 1972 e al teatro Trifiletti di Milazzo cominciava la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto a 214 cittadini ex combattenti della guerra 1915-18. Ero lì, nella città dei due golfi, richiamato da affetti di famiglia, e la mia attenzione quella mattina si era soffermata sui veterani che sfilavano orgogliosi di aver servito la Patria. C’erano le associazioni d’arma con le bandiere, i labari e i gagliardetti. C’erano i bersaglieri con le piume svolazzanti sul cappello, che correvano al suono della storica Flik Flok, mentre lungo la via la gente li salutava con entusiasmo. Sul palco, addobbato con il Tricolore, c’era il sindaco con diplomi, medaglie e croci di un riconoscimento istituito in occasione del cinquantenario della Vittoria. Quei signori carichi di anni avevano tutti una storia da raccontare. Da quella piana sul mare di Sicilia, cara a Giuseppe Garibaldi (la leggenda narra che il generale, conclusa vittoriosamente la battaglia di Milazzo il 20 luglio 1860, si sia fermato sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore per riposarsi un po’ e per pranzare con pane e cipolla), in un’assolata mattina di maggio erano partiti per la Grande Guerra, su una tradotta militare, per andare a difendere l’Italia lungo le frontiere alpine, sulle alte cime dell’Adamello, delle Dolomiti, sul roccioso Carso, lungo l’Isonzo e sul Piave.
    «Il nostro intervento nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima campagna del Risorgimento che avrebbe consentito  finalmente a tutti gli italiani di far parte un unico Stato nazionale» (Paolo Mieli, Il caso italiano, Rizzoli). Ci si ispirava così all’idealità del nazionalismo democratico di Giuseppe Mazzini. Una decisa pressione fu esercitata dall’impeto e dalla mobilitazione degli studenti scesi in piazza per sollecitare la  partecipazione a quella che viene considerata la guerra nobile. Anche dopo, appena l’Italia fu in guerra, le manifestazioni continuarono.
    Intanto lassù, nello stillicidio di perdite di vite umane della guerra di trincea, i soldati avevano imparato in fretta a cantare (però senza l’enfasi dei cori di montagna) la drammaticità che stava loro intorno: Ho perduto tanti compagni / tutti giovani sui vent’anni / la loro vita non torna più. Lassù, tra i duemila e i quattromila metri, su un fronte di quattrocento chilometri, il fuoco dell’artiglieria non perdonava.
    La guerra, si sa, uccide tanti uomini. Una vita, come milioni, in guerra non conta. Quasi non ci si bada. Un sacrificio che la Patria esige per la difesa della sua integrità territoriale e del suo onore. «Morire, non ripiegare!» era la strategia di Luigi Cadorna, comandante supremo del Regio esercito italiano, e, quindi, i soldati sapevano che non avevano alcuna possibilità di scampo. Ma loro scacciavano quel pensiero cantando: E domani si va all’assalto, / soldatino non farti ammazzar, / ta pum! / ta pum! / ta pum!...
    A Emilio Lussu, l’autore di Un anno sull’altopiano, che, come molti altri, si arruolò volontario, la guerra venne presto a nausea. Perché? Per aver visto l’artiglieria che sparava sui nostri e non riusciva a sparare (quella di Badoglio) sugli austriaci; i generali che non sapevano comandare, che non riuscivano a farsi capire, forse perché ai soldati, arrivati dalla Sicilia, dalla Sardegna e da ogni parte d’Italia, parlavano in piemontese stretto; i generali che nascondevano i propri gravi errori tattici attribuendo tutte le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti. Carlo Emilio Gadda, scrittore e combattente, scrisse che «sul Carso i generali strofinarono come zolfanelli battaglioni di soldati, facendoli massacrare».
    Il sacrificio di uomini fu enorme: seicentomila morti. I soldati – fanti, alpini, bersaglieri – combattevano valorosamente, ma fu mediocre, scrive Denis Mack Smith (Storia d’Italia, Editori Laterza), la strategia militare del generale Cadorna. E così si arrivò a Caporetto, una delle più grandi disfatte subite dall’esercito italiano.
    Un certo scoramento pervase l’opinione pubblica e le truppe, ma prevalsero la tenuta morale del Paese («il popolo italiano si unì quasi come un sol uomo»: Denis Mack Smith) e la voglia di riscatto dell’Esercito, che riuscì a stabilirsi sul fiume Piave.
    A innescare un sussulto di orgoglio patriottico ci avrebbe pensato Giovanni Gaeta, grande nome della canzone napoletana (preferiva farsi chiamare Ermete Alessandro Mario), che scrisse di getto: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio. / L’esercito marciava per raggiungere la frontiera, / per far contro il nemico una barriera /… / il Piave mormorò non passa lo straniero!
    Un anno dopo, le disastrose giornate di Caporetto furono riparate dalle battaglie d’arresto sul Piave e sul Grappa e dalla vittoria finale del conflitto. E il 3 novembre, mentre i soldati italiani entravano nei territori di Trento e Trieste, il generale austro-ungarico Weber von Webenau firmava le clausole dell’armistizio impostegli dal generale Pietro Badoglio. Il “cessate il fuoco” era fissato per le ore 15 del 4 novembre. E la vittoria sciolse l’ali al vento. Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti! / risorgere Oberdan, Sauro, Battisti (La leggenda del Piave).
    La guerra era finita, lo confermava il bollettino del Comando generale firmato da Armando Diaz (che aveva sostituito Cadorna), mentre l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel annunciava la vittoria navale. Da quel momento si poteva costruire la pace.
    Il rischio è stato grande, l’Italia avrebbe potuto essere spazzata via, ma dimostrò di essere una Nazione. Furono l’eroismo, la forza morale e il patriottismo di soldati che facevano la guerra per conquistare la pace a rendere possibile quella vittoria. Soldati come Carlo Ornelli, della Garbatella di Roma (scomparso nel 2005). Lo capì il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che lo chiamò al Quirinale per conferirgli la medaglia d’oro al valor militare. Ai soldati, a un gruppo di semplici commilitoni, Mario Monicelli dedicò il film La grande guerra,con Vittorio Gassman e Alberto Sordi protagonisti, alternando comicità e momenti amari.
    Quel giorno a Milazzo non si celebrava la guerra, ma si esaltava il coraggio dei valorosi che con la vittoria avevano conquistato la pace. Io provai un turbamento profondo, lo stesso che avvertii anni dopo nell’attraversare il ponte di barche sul Piave e il Ponte di Bassano (rivivendo quanto mi aveva raccontato il vecchio alpino friulano Primo Cattaruzza, che aveva percorso i difficili sentieri di montagna accompagnato dal suo mulo dalla penna nera).
    Oggi, a cento anni dagli eventi storici, la giornata del 4 novembre non è dedicata alla guerra ma alla conseguita Unità d’Italia e alle Forze Armate. Deponendo una corona d’alloro ai piedi del monumento al Milite ignoto, l’anonimo combattente caduto in trincea ai confini della Patria e oggi sepolto nella capitale d’Italia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprimerà l’omaggio e la riconoscenza del popolo italiano verso tutti i soldati che si sono sacrificati in nome della Patria e della Libertà.
    Noi italiani degli anni Duemila dobbiamo conservare memoria, per noi e per le generazioni future, di questa pagina gloriosa della nostra storia, di quei luoghi che ancora oggi restituiscono – tra camminamenti e baracche – brandelli delle vite che furono (fucili, scarponi, giberne), che ci fanno capire come sia stato alto il prezzo della pace che stiamo vivendo e ci fa apprezzare quale gigantesca ricchezza ci hanno donato i soldati del 1915-18.
    Chiudo con una frase di Carlo Azeglio Ciampi che sottolinea quanto siano ben diverse le battaglie alle quali oggi dobbiamo dare il nostro contributo: «L’Italia contemporanea è chiamata a combattere su vari, difficili, fronti. […] Ma la battaglia decisiva è quella che occorre ingaggiare contro l’infiacchimento morale». Noi, ne sono certo, daremo il nostro convinto contributo.
     

    (*) Corriere dell'Unione n. 5 del Bimestrale dell'UNMS Anno XI Settembre/Ottobre 2018  

  • MA IL MARE UNISCE

    data: 06/11/2018 15.08

    In questi giorni ho rincontrato Koffi, che mi chiama papi da quando gli offrii un pezzo di pizza. Migrante partito, insieme ad altri migranti, dalla terra d’Africa in una notte senza luna. Tra le sponde dei due continenti il motore del vecchio barcone, che odorava di legno marcio e di un lontano, scarno pescato, si fermò più volte e più volte ripartì a fatica, singhiozzando. Ma si navigava verso la speranza. A bordo, credettero che l’incubo sarebbe finito a Lampedusa. Ma sappiamo che non fu e non è così.
    In quanti (in Italia e in Europa) vivono la loro quotidianità senza accorgersi “degli ultimi degli ultimi” accampati tra la vita e il nulla, dove l’egoismo ha preso il sopravvento sulla solidarietà? Quanti evitano di chiedersi quale sarà l’estate dei seicento e più migranti (tra loro quasi centocinquanta minorenni e bambini) dell’Aquarius e delle altre centinaia di uomini, donne e bambini che il mare calmo (che si traveste da lago, direbbe Alessandro Baricco) con i colori seducenti dell’estate inviterà già da domani a partire?
    In molti – agli ultimi senza Terra, ai profughi in fuga dalla povertà, dalla guerra, dalla violenza, reduci di rivoluzioni di gelsomini mai sbocciati – non voltano le spalle. Costoro possono richiamare la sensibilità dei governi, delle genti, degli individui sulle implicazioni sociali-economiche-umanitarie dei flussi migratori. Ricordo che recentemente Michele Spera, conEmigranti di poppa, emigranti di prua – un libro bellissimo, soave, inquietante, di rara sensibilità civile e umanitaria –, ha cercato di accendere l’attenzione sull’intera questione travasando un intero mondo in un segno grafico.
    Nelle affiches di Spera quegli uomini, quelle donne, quei bambini volano oltre il filo spinato, oltre i porti sbarrati.
    La loro è un’estate di sogni e di nostalgia, che forse è già rimpianto di profili, colori e profumi dei paesaggi che hanno abbandonato. Essi avanzano verso l’Europa, sedotti dalla bandiera blu stellata di una nuova cittadinanza che gli verrà negata. Per loro quelle stelle di una notte d’estate temo che non daranno luce.
    Bill Gates, impegnato con la sua fondazione in campagne sociali e umanitarie, è dell’idea che bisognerebbe aiutare i migranti nelle loro terre e, in una vecchia intervista al quotidiano Die Welt, ha sollecitato l’Europa a investire maggiormente in aiuti diretti ai Paesi dai quali i migranti provengono. Perché l’Africa non è un continente perduto.
    Mentre scrivo (è il pomeriggio di lunedì 11 giugno), Pedro Sánchez annuncia che la Spagna permetterà alla nave Aquarius di attraccare nel porto di Valencia. Lui, il señor Sánchez, non ama abbaiare alla luna (come succede da molte parti in Europa, con l’esito di far lievitare la rabbia e il populismo): «è nostro obbligo – dice – aiutare ad evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone».
    Perché, aggiungerebbe Alexander Pope, «il mare unisce i Paesi che separa» o, più semplicemente, «il mare non separa, unisce».
    E a me piacerebbe credere che tutti insieme riusciremo a smentire quei versi di Alda Merini in Coloro che arrivano qui quando scrive: «non sanno che in noi/ le finestre di grande speranza/ sono ormai chiuse». Lo ha fatto Tawfik Elsayed, che, nato a nord-est del Cairo dove il colore dei campi si fonde col rosso delle case incompiute e dei vicoli sterrati, ha lavorato in una Milano che non regala niente e a nessuno per mantenersi agli studi e si è laureato in Economia alla Cattolica. La storia di Tawfik è stata raccontata da Paolo Di Stefano nel libro I pesci devono nuotare, edito da Rizzoli.
    Anche Tawfik, come tanti ragazzi della sua età, è arrivato dal mare su un barcone. Lui e i suoi compagni sono stati vissuti come minaccia di un’invasione incombente, hanno contribuito ad alimentare le inquietudini, le frustrazioni, il disagio e la paura. Infatti, «telegiornali, quotidiani, discorsi politici, tweet – avvezzi a offrire temi e sbocchi alle ansie e alle paure pubbliche – non parlano d’altro oggi che della “crisi migratoria” che travolgerebbe l’Europa, preannunciando il collasso e la fine dello stile di vita che conosciamo, conduciamo e amiamo». Lo afferma Zygmunt Bauman in Stranieri alle porte: in edicola in una collezione del Corriere della Sera. È un libro che tutti dovrebbero leggere per meditare sugli aspetti decisivi sul fenomeno delle migrazioni, che nella narrazione dominante finiscono per restare sullo sfondo: lo afferma, nella prefazione al saggio, Donatella Di Cesare.
    L’umanità è in crisi, scrive Bauman: e da questa crisi non c’è altra via d’uscita che la solidarietà tra gli uomini.
    Ho scritto questa nota in risposta a un amico che mi augurava una buona estate, per dirgli che la stagione sarebbe stata straordinaria forse per lui, pronto a partire per la montagna, e forse per me, che mi sarei diviso tra la città e qualche giorno al mare, ma che il desiderio di vacanza non doveva distogliere l’attenzione su cosa accadeva intorno a noi. Riprendo oggi questo testo a seguito dell’emozione suscitata dall’odissea dei migranti della Diciotti, la nave della Guardia costiera italiana bloccata per cinque giorni, in quarantena politica, nel porto di Catania e prima, per altrettanti giorni, in mare aperto.
    Mi sono chiesto, insieme a molti, il perché. La risposta ha quasi anticipato la domanda. Per forzare la mano all’Unione Europea, che ci dicono sia insensibile alla questione dei migranti e della loro redistribuzione tra i Paesi del continente. Dunque, noi italiani ci siamo fatti furbi? Mah, chi lo dice? Però questo sbraitare di novelli Don Chisciotte e Sancio Panza non produce effetti a Bruxelles, ma presunti risultati per loro più appaganti (elettoralmente) in Italia, dove il fenomeno dei migranti è assolutamente soprastimato e si vuol far credere all’opinione pubblica che sia l’unico problema che il Paese debba affrontare (anche se non è più drammatico dell’incertezza economica, dello spread che dal valore 100 di marzo 2018 galoppa verso il 300 di oggi, del debito pubblico che è il terzo più alto del mondo, della sfiducia verso i titoli di Stato, dei mutui e dei prestiti bancari sempre più cari, della delocalizzazione all’estero delle imprese italiane, della sicurezza delle città e dei cittadini, della decadenza del tessuto sociale e della latente debolezza del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo).
    Nei confronti dell’immigrazione si è sviluppata una vera psicosi. Chi l’alimenta? I politici soffiano sul fuoco del disagio e della paura e alzano fumo. Tutto si dissolverebbe rapidamente se i media di carta, televisivi e digitali non facessero da megafono. Una novità? No. non lo è. «L’unica novità mi sembra un’altra: […] nel corso della storia non sono mai esistiti mezzi di comunicazione così poderosi, perciò la menzogna non ha goduto di una capacità di diffusione così ampia» (Javier Cercas, La foresta dell’ingannoEl Pais/la Repubblica, 30 agosto 2018). È quindi cresciuta la responsabilità del giornalismo, del buon giornalismo (esiste!), «più che mai necessario, purché non si accontenti di raccontare la verità, ma si impegni a smantellare le menzogne» (ancora Cercas). Ed eccola, l’occasione: la documentazione video delle torture sui migranti – in terra d’Africa – che Pietro Bartolo (il medico di Lampedusa, tra i protagonisti del film Fuocoammare di Gianfranco Rosi sui salvataggi e gli sbarchi nell’isola siciliana, prodotto anche da Rai Cinema) ha inviato, tramite il cardinale Montenegro, arcivescovo di Agrigento, a papa Francesco. Sono immagini di torture, violenze e crudeltà così scioccanti che, informa Avvenire, sono state richieste, il 28 agosto, da una Procura della Repubblica e acquisite dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Il buon giornalismo, verificate le fonti e la veridicità, non può nascondersi, in questo caso, dietro le regole deontologiche della professione e dietro quelle morali per escludere la pubblicazione e la messa in onda (in Tg, speciali) di queste immagini (magari in seconda serata). Perché le parole degli articoli non riusciranno mai a descrivere tanta ferocia e a far sentire le urla dei torturati, ma i video sì.
    Uno dei pochi giornalisti (Stefano Liberti) che da anni seguono gli aspetti meno riconosciuti dei movimenti migratori Africa-Europa ha deciso di non fidarsi dei luoghi comuni e di esplorare sul posto la geografia dell’emigrazione per raccontarla nel libro A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti (Minimum fax).
    Al popolo del mare dedica un libro Khaled Hosseini in occasione del terzo anniversario della morte del piccolo Alan Kurdi (Preghiera del mare, Sem – Società editrice milanese), ma sono toccanti i versi della preghiera laica di Erri De Luca scritta a ricordo delle vittime di un naufragio a sud della Sicilia: «…Mare nostro che non sei nei cieli/ all’alba sei colore del frumento/ al tramonto dell’uva e di vendemmia/ ti abbiamo seminato di annegati più di/ qualunque età delle tempeste…».
    Tutto questo perché anche chi non vuole deve comunque sapere, deve prendere coscienza che i migranti non sono diportisti. E poi, si sa, da che mondo è mondo i popoli poveri si muovono dalla loro terra verso i Paesi più ricchi.
    «Ogni mattina in Africa, – dice un antico proverbio dell’altra riva del Mediterraneo – come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che cominci a correre». Gli immigrati lo sanno, devono “correre” per sopravvivere. E Alberto Moravia, che dell’Africa era innamorato e l’ha raccontata anche nel libro Alcune Afriche (Rai Eri), scriveva, in Lettere dal Sahara (Bompiani): «sulle sabbie del deserto come sulle acque degli oceani non è possibile soggiornare, mettere radici, abitare, vivere stabilmente. Nel deserto come nell’oceano bisogna continuamente muoversi, e così lasciare che il vento, il vero padrone di queste immensità, cancelli ogni traccia del nostro passaggio, renda di nuovo le distese d’acqua o di sabbia vergini e inviolate». Molti africani continuano a ispirarsi, a loro stessa insaputa, a questo pensiero di Moravia e partono e vanno oltre il deserto e il mare. Ma non sanno che l’Italia ha ancora difficoltà a integrare. «Accogliere i migranti è una cosa antica come la Bibbia. Nel Deuteronomio, nei comandamenti Dio comanda questo: accogliere il migrante, “lo straniero”. È una cosa antica, che è nello spirito della rivelazione divina e anche nello spirito del cristianesimo. È un principio morale».
    Lo ha detto papa Francesco (conferenza stampa del 26 agosto durante il volo di ritorno dall’Irlanda) e ha aggiunto: «se non si può integrare è meglio non ricevere». «Ma è vero che l’Italia non è in grado di integrare e quindi di accogliere?», si chiede Roberto Saviano (L’Espresso, 2 settembre 2018).
    Può farlo l’Italia e può farlo l’Europa.
    Cosa è cambiato da quando Angela Merkel riconosceva all’Italia un grande lavoro sui migranti, ad esempio nella registrazione e nell’accoglienza dei profughi? E, ancora, ribadiva che la lotta contro la migrazione illegale doveva essere affrontata congiuntamente dai Paesi dell’Ue?
    È cambiato il nostro lavoro sui migranti oppure il giudizio della Merkel? È certo che nei governanti e nei politici si è rarefatta la ragione (cara a Giovanni Spadolini) e si sono disperse le idee. La loro assenza, la loro crisi rischia di condurre l’Italia e l’intera Europa alla ghettizzazione geopolitica.
    Considero il flusso dei migranti simile alla portata di un fiume: quando è contenuta vanno controllati gli argini per evitare che in piena l’acqua tracimi dall’alveo. Interventi giusti al momento giusto. E così anche per l’immigrazione e l’integrazione: se gestite, programmate, favorendo la multietnicità e aprendo al multiculturalismo, allontaneranno l’Italia dai fermenti razzistici e xenofobici e renderanno ancora più solida la nostra democrazia.