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GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

  • LA BELLEZZA
    È LA LUCE DEL MONDO

    data: 03/09/2021 15:32

    Era d’estate. L’alba di un’estate di qualche anno fa. Un tempo non molto lontano, anche se ormai appartiene al secolo scorso. Mi svegliò il silenzio. Non ero abituato a quella assenza assoluta di rumori. Ero ospite in una casa in un parco, dove i monti Peloritani incontrano i Nebrodi. Intorno, insieme a pini, querce, ginestre e corbezzoli, pietre. Molte pietre. Tutte scolpite dal vento e dalla pioggia, che, mentre raccontano cose che non sai di una civiltà antica, donano con generosità l’energia accumulata dal sole e la tranquillità rubata ai raggi della luna. Incuriosito da quel silenzio, aprii la persiana della finestra affacciata sulla valle di agrumeti che arrivavano fino al mare. Soltanto un lieve bisbiglio incominciava a rompere il silenzio: la natura lentamente si svegliava e offriva le prime voci e un profumo di buona terra. Era troppo presto. Ancora non cantavano le capinere né, laggiù, garrivano i gabbiani. Oltre, all’orizzonte, in un mare nel quale si tuffava un cielo corallo, i profili di isole fumanti di lava e zolfo, bianche di pomice e nere di ossidiana. Lì, ferme, nell’abbraccio di Capo Calavà e dello Scoglio della Portella. Un panorama mozzafiato. Quello che vedevo era un mare di miti e leggende. Lo stesso che piacque ad Omero, ad Alexandre Dumas, ma anche a Roberto Rossellini che lo condivise con Anna Magnani e Ingrid Bergman, a Michelangelo Antonioni e a Massimo Troisi, che con il suo Il postino, lo fece amare a un inconsapevole Neruda. Un mare che non dispiacque ai Gattopardi di Sicilia. E contro la loro volontà lo frequentarono, in soggiorno coatto, Lussu, Nitti, i Rosselli e Malaparte.
    No, non fu un miraggio. Fu in quell’istante che scoprii la forza della bellezza e incominciai ad assaporarne il gusto. Ovunque indirizzassi lo sguardo quell’incanto mi veniva incontro. Era una bellezza selvaggia o assoluta? O soltanto bellezza? Una bellezza senza aggettivi? O addirittura quella bellezza ancor più bella, avvertita da Shakespeare? Si può quindi misurare la bellezza? Tutte domande per le quali non avevo risposta. Le stesse che si è posto Umberto Eco: «Che cosa intendiamo quando parliamo di bellezza?» Lui, però, una risposta è riuscito a darsela: «Il bello è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato bello». Lapalissiano.
    Fino a quella alba, immaginavo che la materializzazione della bellezza fosse quel Faro: un gigante che, dall’estrema punta della mia isola, dove Ionio e Tirreno si incontrano e si scontrano, lanciava il suo fascio di luce oltre l’orizzonte buio e che, al suo ritorno in terraferma, illuminava stanco il pergolato di glicine della mia casa arroccata a mezzacosta. Al tempo di Ulisse, non c’era ancora ma, se ci fosse stato, lo avrebbe indirizzato verso la rotta giusta, verso la sua Itaca, riparandolo dalle insidie del mare e distogliendolo dal richiamo delle sirene.
    Non c’era sera che non guardassi, affascinato, quel Faro, immobile tra le raffiche di scirocco e grecale. Fantasticavo. Mi vedevo marinaio - giacca e cappello, foulard al collo, capelli un po’ lunghi, sigaretta in bocca - impegnato a salire per la scala a chiocciola fino alla grande lampada. Corto Maltese, praticamente, anche se Hugo Pratt non l’aveva ancora creato. Del resto, io non sono neppure nato nell’isola di Malta. Mia madre non era la Niña di Gibilterra, la gitana arrivata da Siviglia, e mio padre non era quel marinaio della Cornovaglia. Oltre a questo, non avevo fatto il mozzo sulla “Osborn” e non sapevo ancora dove si trovassero Australia e Inghilterra. Rimediavo con la mia immaginazione.
    Un’alba e un tramonto. In mezzo, un’intera giornata per proiettarmi in un tempo dilatato e in uno spazio diffuso e cogliere occasioni di incontri impensati, reali e virtuali. Circostanza ideale per farmi suggerire da Charlotte Brontë che «la bellezza è negli occhi di chi guarda».
    Io e voi viviamo in un Paese a bellezza diffusa e condivisa, che ha fatto di tutti noi, persino dei più distratti, degli esteti istintivi.
    Sono consapevole che la bellezza è un sentimento soggettivo e mai assoluto e quindi non immutabile nel tempo.
    Questa variabilità e incompatibilità tra diverse nozioni del bello, in un certo momento storico, rispetto al precedente o al futuro, possono senz’altro riguardare il canone, l’armonia e le proporzioni ideali del corpo umano: è così tra la teoria di Albrecht Dürer e l’Uomo di Vitruvio di Leonardo da Vinci (visibile a Venezia, alla Galleria dell’Accademia, o sulla moneta da 1 euro). Mentre assolutamente indiscutibile e senza tempo è la bellezza delicata del Cenacolo vinciano (Santa Maria delle Grazie, Milano) e quella, dirompente e immutabile, del Giudizio universale di Michelangelo Buonarroti (Cappella Sistina, Città del Vaticano) e ancora la bellezza violenta di Giuditta e Oloferne del Caravaggio (palazzo Barberini, Roma) e la raffinata Nascita di Venere del Botticelli (Galleria degli Uffizi, Firenze), l’enigmatica dell’Ignoto marinaio di Antonello da Messina (Museo Mandralisca, Cefalù) e quella gioiosa delle Tre Grazie di Antonio Canova (Ermitage, San Pietroburgo). Tutti capolavori magnifici. Come si suol dire, belli da impazzire. E può capitare che ammirando opere come queste manchi il respiro e tremino le gambe. È successo. Capitò a Stendhal, lo scrittore francese Henri Beyle, a Firenze: «Uscendo da Santa Croce» scrisse «ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.» Capita tuttora: vertigini d’arte che arrivano inaspettate. Sarà avvenuto anche a voi. A me è successo. Percorrevo una piccola calle veneziana quando all’improvviso si manifestò in tutta la sua magnificenza piazza San Marco. Un colpo d’occhio indimenticabile. Era sera, una perfetta luna piena e i lampioni esaltavano un amalgama straordinario di una bellezza un po’ bizantina, un po’ romanica e un po’ gotica, in un tripudio di colonnati, di portici, di preziosi marmi intarsiati e mosaici d’oro incastonati su Palazzo Ducale, sulla Basilica, sul Campanile, sulla Torre dell’orologio, mentre i Mori battevano quell’ora tarda e il fiero Leone alato vigilava su una piazza immobile. Chissà se lo stesso stordimento l’avranno provato Goethe, Rousseau, Dickens, Lord Byron, Foscolo, Parini, Pellico, Goldoni, Casanova e Hemingway seduti a prendere qualcosa allo storico Florian, il più antico caffè italiano.
    Ebbene, poiché la bellezza è negli occhi di chi guarda, perché non tentiamo di vedere il bello anche in ciò che viene considerato brutto? Senza, però, farci condizionare dalle streghe del Macbeth, che cantano “Il bello è brutto e il brutto è bell0”, potremmo cogliere, nella bruttezza, qualche caratteristica immateriale che apre uno squarcio alla bellezza. Succede con le foto di Letizia Battaglia, autrice con la sua Leica di reportage coraggiosi, collezionista di crude immagini in bianco e nero. Ho visto quegli scatti in una mostra di anni addietro al MAXXI di Roma. Implacabili sul degrado di vite che hanno sbagliato strada. Flash che rendono visibile l’invisibile di un mondo da molti non percepito. Eppure quei volti di un presente com’era rivelano una dignità fortemente difesa. Mentre negli occhi dei bambini e delle bambine della Vucciria c’è tenerezza, c’è speranza, ci sono fitti-fitti i sogni e le illusioni della fanciullezza che corre veloce. Un realismo che è poesia. Frutto della mia percezione? Forse. Ma sappiamo che dove c’è poesia, c’è bellezza. La bellezza della vita, che troviamo anche nelle rughe dei vecchi. Segni del tempo. Solchi di esperienza e saggezza, di gioia e dolori. «Ogni ruga sui nostri volti è» per Alda Merini «una storia vissuta con coraggio, orgoglio, sorriso, pianto, amore. Sono come le parole d’un libro aperto sfogliato dal tempo davanti agli occhi del mondo.»
    La bellezza si può cogliere in ogni momento. Taiye Selasi (scrittrice del Massachusetts, nata a Londra e di origini ghanesi) ci aiuta a cogliere la fatalità della bellezza, soprattutto quella insita nelle cose più fragili, come una goccia di rugiada all’alba sull’erba, perfetta ma destinata a svanire nel giro di qualche istante.
    Mentre digito questo testo sul mio computer, la primavera mi preannuncia il suo arrivo regalandomi una giornata illuminata da un cielo azzurro. Qui, davanti alla mia finestra, un castagno si veste di gemme che diventeranno ciuffi di fiori bianchi che poi saranno castagne e forse caldarroste, castagnaccio o marron glacé. Una bouganvillea porpora si appoggia al suo tronco e completa, con l’azzurro del cielo, lo spazio scenico del mio teatro personale. È grande questo castagno, mi circonda protettivo, mi aiuta a raccogliere i miei pensieri, che altrimenti vagherebbero lontani. Gli girano intorno i merli, i pappagalli e le cornacchie, insieme ai gabbiani di fiume e ai piccioni. Due tortore le ho viste ieri, oggi non sono tornate. Tutto mi lascia immaginare di essere al limite di un bosco e non ai margini della città, su una delle piccole colline che circondano Roma. Per nessun motivo potrei immaginare l’assenza del mio castagno. «Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte. Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita. » È protettivo quest’albero come il “castagno dei cento cavalli” che accolse, sotto le sue enormi fronde, la regina Giovanna d’Aragona e la sua corte, un centinaio di cavalieri e i loro cavalli, sorpresi da un violento temporale durante un’escursione sull’Etna.
    Bellezza si aggiunge a bellezza. Bellezza della natura e bellezza artistica. Bellezza di un atto d’amore, della famiglia, di un sorriso e di un segno d’amicizia che annientano l’indifferenza. Contemplazione di forme armoniche. Suggestioni ed emozioni di ideali estetici, da Michelangelo a Le Corbusier. Ma c’è bellezza e tenerezza negli scarabocchi di un bambino. È sbalorditiva nelle proiezioni dei fratelli Lumière, mentre amara e sognante nel cinema di Federico Fellini. Bellezza di colori e bellezza di suoni. Arrivano da lontano le note di un pianoforte. Riconosco “My Wild Irish Rose”: è il Keith Jarret di un album straordinario: “The Melody At Night, With You”. Si aggiunge una voce gioiosa. La musica è bellezza in suono: qualunque sia lo strumento sono molte le sensazioni e le emozioni che regala.
    Ma c’è una bellezza impalpabile che apprezzo molto e che mai dovrebbe mancare è quella morale, fatta da comportamenti e gesti che implicano una considerazione profonda per il prossimo e arricchiscono il mondo.
    Sembra indecifrabile l’attrazione che taluni provano per le grandi città, le megalopoli, il gigantismo urbano. Spicchi di mondo dal respiro un po’ asmatico. La pandemia e il lockdown ne hanno, però, compromesso il rapporto, ma adesso si parla di un sussulto, di un definitivo riscatto, del superamento dell’ansia e dello stress da tecnologia e modernità, del recupero della sostenibilità ambientale e della qualità della vita, della rivalutazione dell’inclusione e della solidarietà. Anche le grandi città, dicono gli urbanisti, mai sufficientemente pentiti, avranno il loro raggio di luce. «Tutto cambia e niente cambia / Finiscono secoli / e tutto continua / come nulla finisse» ammonisce Lawrence Ferlinghetti che a San Francisco ha dedicato la sua City Lights: non un raggio ma un fascio di luci: gli intellettuali della Beat generation che hanno dato un violento scossone alla letteratura e alla musica.
    Questa Antologia che Alessandra Ulivieri ha voluto dedicare alla Bellezza, e che ci accingiamo a leggere, ci permetterà di mettere a fuoco e di riflettere sulle emozioni che ciascuno di noi, autori e lettori, prova al cospetto anche di un minimo frammento del Bello. Certamente non sarà indifferenza. Perché la bellezza è la luce del mondo. E, come dice il principe Miškin , lo salverà.

    (*) Ouverture dell’antologia La bellezza è la luce del mondo. Ibiskos – Ulivieri.

     


     

  • DA BATTIATO A DRAGHI
    FUORI DALL'OMOLOGAZIONE
    DEL BASSO PROFILO

    data: 10/06/2021 20:05

    La scomparsa di Franco Battiato ci fa riflettere. Con la morte non finisce tutto, dicono e noi ci crediamo. Ci sono persone, come Battiato, che si sono allontanate da questo mondo lasciandoci un patrimonio immenso, ricchezze intellettuali e morali enormi. Non ci sono più, sono appena andate via e già capiamo che resteranno sempre con noi. Hanno cercato di aprirci gli occhi. Noi italiani abbiamo un’alta considerazione di noi stessi e pensiamo di essere soprattutto “brava gente”. Ma questo è un luogo comune. Forse “brava gente” non lo siamo stati neanche in passato. E nella repubblica dei “tengo famiglia” e delle raccomandazioni, l’idea liberale della neutralità delle istituzioni è sempre apparsa una bizzarria.
    Franco Battiato è stato un italiano che si è impegnato a tirarci fuori dall’omologazione del “basso profilo” e a svolgere, con le sue canzoni, un ruolo di “coscienza critica”: «Povera Patria schiacciata dagli abusi del potere/ di gente infame che non sa cos’è il pudore/ si credono potenti e gli va bene/ quello che fanno e tutto gli appartiene». Ė stato un italiano che ha amato il proprio Paese e questo amore lo ha spinto a non avere peli sulla lingua e a denunciare - con la potenza artistica della sua musica antica e moderna - fatti e misfatti. Insomma tutto quello che a lui appariva storto: «Quante squallide figure che attraversano il paese / Com’è misera la vita negli abusi di potere».
    Ha mantenuto sempre un rapporto stretto con la sua terra, la sua Sicilia, che ha impresso leggende, valori, suoni, ritmo, energia e atmosfera alle sue canzoni. E lui, il maestro Battiato, ha ricambiato facendo viaggiare i suoi indimenticabili versi eclettici oltre le pendici dell’Etna, oltre lo Stretto, oltre l’orizzonte. Oggi, nel cielo d’Italia volano le sue canzoni. Ma non soltanto oggi, lo faranno ancora per molto perché la sua musica è senza tempo.
    Intanto, lui canta e noi non ci stancheremo di ascoltarlo, «ritornare a sud / per seguire il mio destino / la prossima tappa / del mio cammino in me / per trovare la mia stella / e i cieli e i mari / prima dov’ero».
    Il tempo di Battiato è finito, ma non quello delle sue canzoni. Noi continueremo ad ascoltarle e coglierne i messaggi per ridare slancio al nostro Paese, per risvegliare l’Italia assopita, per tirarla fuori dalla “stanza dello scirocco” dove necessariamente si è rifugiata per trovare riparo dalle sferzate del tempo, non meteorologico, ma pandemico, sociale e politico. Lì, in quella stanza, che è leggenda e metafora, tutto si dissolve, non si ha effettiva contezza di cosa capiti oltre i muri e si perde la cognizione dei fatti.
    Intanto, la coscienza di una parte dei cittadini, che per fortuna non si è impigrita, ha già prodotto significativi risultati, che, in questi tempi bui, apparivano irrealizzabili. È la conferma che, cogliendo le giuste sollecitazioni, siamo in grado di costruire il bene pubblico. I personaggi come Battiato a noi piacciono, mentre, invece, diffidiamo di quelli ambiguamente carismatici, che ci investono con slogan ripetitivi. Come dischi inceppati. Non facciamoci ingannare. Vigiliamo, sono riconoscibili. Vestono i panni abusati di uomini della provvidenza e promettono miraggi che immancabilmente svaniscono. Ne abbiamo già conosciuti troppi, di questi tizi. Tirano avanti, manipolando informazione e democrazia con le loro asserzioni strampalate e provocatorie condite con un pizzico di populismo, fin quando non perdono smalto e credibilità e diventano obsoleti e fuori moda. E la beffa si materializza lasciando scoperte le ferite, spesso difficili da rimarginare. Lasciamo inascoltate le loro parole, leggere e vuote, anche se sono amplificate dai megafoni dei media, talvolta consapevolmente complici. Cogliamo i messaggi giusti, della gente giusta, e agiamo: così l’Italia da debole potrà diventare forte. Mettiamoci entusiasmo, determinazione e la nostra onestà intellettuale. Pretendiamo che questo Paese si rinnovi. Esigiamo che la politica abbia un sussulto morale. C’è desiderio di aria sana, di aria pulita - nelle città e nelle istituzioni - che profumi di civiltà, di libertà, di etica. Serve un progetto di futuro nel quale credere. Un progetto che raccolga le esigenze reali dei cittadini e non quelle dell’élite politica. I risultati non cadono mai dal cielo, ma sono frutto di un impegno, che oggi deve essere alimentato da una nuova tipologia di Homo civicus informato, motivato, esigente, anche con sé stesso.
    A quest’idea di un’Italia futura si sta dedicando Mario Draghi con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. In questo piano c’è il destino del nostro Paese. N’è convinto il Presidente del consiglio che afferma di essere certo «che l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti». Un deciso invito alla consapevolezza.
    Se la pandemia ha messo in crisi le nostre certezze, se ha scoperto qualche fragilità, se ha incrinato lo spirito, se ha frenato la nostra socialità è giunto il momento di sfidarla. Superiamo l’apatia che ci è piombata addosso, ritroviamo le emozioni, riascoltiamo le voci, rivediamo i nostri luoghi. Ma soprattutto, attraverso le colonne di “Nuova Armonia”, riconosciamo il valore dei professionisti della comunicazione che sono stati in grado di coniugare la complessità del momento con la competenza bloccando fake news e fuorvianti dietrologie. Procediamo, senza rimpianti per le occasioni perdute. La vita vale per quello che è.
    Ė giugno, l’estate sta arrivando, c’è un’aria nuova. Mi affaccio alla finestra. C’è il fiume, il Tevere, che scorre sereno da un ponte all’altro mentre la città lo abbraccia. Ascolto ancora Franco Battiato, la sua canzone arriva da un consumato cd. «Sul ponte sventola bandiera bianca / sul ponte ventola bandiera bianca / sul ponte sventola bandiera bianca …». No, quella bandiera bianca noi non la sventoleremo. Non ci arrederemo, anzi coglieremo questa sensazione di fiducia che ci trasmette il premier Draghi quando afferma che il Paese riparte, che il Paese riapre e non lascia indietro nessuno, che il Paese oggi guarda al futuro.
    Ottimo auspicio che, riteniamo, dovrebbe suggerire, a quanti gestiscono il complesso sistema dell’informazione, di frenare l’overdose mediatica di negatività che ha contribuito a sviluppare ansia, insicurezza, attacchi di panico e a minare il benessere psicologico del pubblico. No, non sarebbe una deformazione della realtà ma un contributo utile, equilibrando i contenuti dei notiziari, a superare il blocco emotivo che rende insicuri i cittadini.
    Ė opportuno che la pandemia, con i suoi momenti tormentosi, non diventi un’interminabile drammatica fiction. Per i produttori e gli sceneggiatori è giunto il momento di liberate la fantasia! E se lo faranno non ci deluderanno. Blocchino quindi la loro vocazione di raccontarci storie piccole, medie, grandi di malavita, di mafia, di camorra, di terre dei fuochi, di intrighi, di follie, di omicidi e suicidi, di rapine, di scomparse, di poliziotti e medici legali. Tregua, concedeteci una disintossicante tregua.
    «Com’è difficile trovare / l’alba dentro l’imbrunire».

    (*) Nuova Armonia (Rai Senior), numero 3 - 2021

     

     

     

  • E' QUESTA LA TERRA
    E LA LETTERATURA CHE AMO

    data: 03/06/2021 19:50

    La nostalgia per la propria terra quando si è lontani è sempre forte. Per me lo è. L’isola, la mia città, la mia riviera con il mare color zaffiro. La immagino e la rivedo. Mi succede. E come ‘Ndrja Cambria (Horcynus orca, Stefano D’Arrigo) non vedo l’ora di tornarci. Quando la nostalgia cresce e non riesco più a frenarla mi ritrovo a respirare a pieni polmoni il vento di grecale, mentre il traghetto divora lo Stretto e l’isola si avvicina.
    Cupole, palazzi, monumenti, piazze avvolte in un letargo, innaturale come nei quadri di De Chirico. Più niente della città vecchia, strappata via dal terremoto del 1908. Più in là, vedo i giardini e gli agrumeti. Forse gli stessi che ispirarono Goethe che, all’indomani della visita a Villa De Gregorio, del banchiere don Domenico Maria Marchetti, compose i versi: "Conosci tu il paese, dove fioriscono i limoni, e in mezzo al cupo fogliame fiammeggiano gli aranci d'oro; dove lieve un zeffiro spira dal cielo azzurro, ed il mirto sta silenzioso, ed alto si leva l'alloro?".
    La città si avvicina. Ė incorniciata dai colli con gli antichi forti. Manca poco e raggiungerò «la casa che splende bianca in riva al mare», così la descriverebbe Sciascia, aggiungendo «e la palma che svetta nell’azzurro, il verde trapunto dal giallo dei limoni, la fredda ombra sotto la trama dei rami» (La Sicilia il suo cuore).
    Di quel mare a me affascina tutto. Anche la “lupa” quella nebbia densa che, talvolta, più dello Stretto divide la Sicilia e la Calabria. Sembra di sentire l’ululato delle barche dei pescatori che, segnalano con ripetuti suoni di brogna la loro posizione in pericolo, in quel mare diventato improvvisamente ostile.
    Minaccioso anche per la presenza di Scilla e Cariddi, il mito degli antichi naviganti preomerici. «I due mostri è certo che sono qui, sullo Stretto che separa l'"isola dai tre angoli" dal resto del continente, dalla terra, dal mondo» (Vincenzo Consolo, Vedute dello Stretto di Messina).
    Ma oggi quel mare non fa più paura. C’è, infatti, chi gioisce «per quelle creste di onde mosse dallo scirocco» e, accucciandosi sul ponte fra gli sconosciuti che fumano affacciati al parapetto, «sceglie un punto fra Scilla e Cariddi e con gli occhi tenerlo proprio per tutta la traversata. La traversata: una ragione per cui valeva la pena tornare» (Nadia Terranova, Addio fantasmi).
    Ecco si sbarca. Sono sulla banchina del porto della città che rivendica di aver dato i natali a William Shakespeare: probabilmente, per la commedia teatrale Molto rumore per nulla, ambientata sulle rive dello Stretto. Da qui, andando da oriente ad occidente, virtualmente o fisicamente, si potrà conoscere questa terra che Gesualdo Bufalino definisce un’isola plurale: «Le Sicilie sono tante, non finirò di contarle». Come ritrovarle tutte? I suoi scrittori sono pronti ad aiutarci: Pirandello (L’esclusa), Verga (I malavoglia), Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo), Vittorini (Conversazione in Sicilia), Brancati (Il bell’Antonio), Sciascia (Il giorno della civetta). Anche i più vicini a noi: Camilleri (La forma dell’acqua), Maraini (La lunga vita di Marianna di Ucria), Agnello Hornby (La mennulara), Auci (I leoni di Sicilia).
    Anche se Savatteri dice che tutto è cambiato (Non c’è più la Sicilia di una volta), è questa la terra (e la letteratura) che amo.

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    (*)  Leggere:tutti. Mensile del libro e della lettura. N° 147. Giugno 2021
     

  • E' TEMPO
    DI COESIONE SOCIALE

    data: 13/04/2021 20:23

    Esistono momenti in cui l’esigenza di coesione e di inclusione sociale è più fortemente sentita, anzi è perfino pressante. Lo è stata in quest’ultimo anno e lo è ancora oggi: per effetto dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi socio-economica, che stanno colpendo i vari ambiti di politica pubblica. L’obiettivo presente, e di prospettiva, è di avere un Paese più equo, più giusto, con un’identità più accentuata e con forti motivazioni di appartenenza e di cooperazione tra cittadini, gruppi sociali e istituzioni.
    In una situazione come questa corrente i sociologi si scatenano. Il tema, infatti, sollecita la loro attenzione, le loro riflessioni teoriche sulle sfaccettature dei vari contesti e la messa a fuoco degli aspetti qualitativi e quantitativi. E i risultati delle loro analisi vengono comunicati, urbi et orbi, per la metabolizzazione. Gli studiosi di scienze sociali, informando e indirizzando istituzioni e pubblico, perseguono lo scopo, encomiabile, di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita, al superamento delle tensioni economiche, etniche e pubbliche e al rafforzamento della fiducia interpersonale e generale. Corale dovrebbe essere la volontà di conseguire una piena coesione sociale. Sarebbe un segnale importante. Perché riteniamo che nessuno, oggi, sia in grado di affrontare da solo le sfide insidiose di questi anni ‘20. Ė alquanto consistente, infatti, la portata di emergenze nuove e di fenomeni avversi che si abbatte sulle nostre giornate e che dobbiamo fronteggiare.
    Questi nuovi bisogni dei cittadini vincolano le istituzioni a una sollecita assunzione di responsabilità e a una pronta manifestazione di solidarietà. Ė necessario che venga sottoscritto, ravvivando valori individuali e collettivi mai caduti in prescrizione, un patto tra democrazia e cittadini per un nuovo equilibrio sociale. Opportunità importante da non mettere in discussione. Non sono ammesse manfrine. Niente attacchi terroristici verbali. Il periodo che stiamo vivendo non ammette polemiche sterili. Ė, invece, il tempo per attivare e rendere forte un vincolo di comunità che pratichi una cultura solidale, che garantisca dignità, diritti e giustizia distributiva. E anche il pensiero del presidente Mario Draghi, che il 10 marzo scorso ha firmato un “patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”: «Il buon funzionamento del settore pubblico è al centro del buon funzionamento della società. Se il primo funziona, funziona anche la seconda. In caso contrario, la società diventa più fragile, più ingiusta».
    Un’esigenza soltanto italiana? No, la coesione sociale costituisce anche una valenza ideale per l’Europa, che oggi è chiamata ancora una volta a riflettere sul suo divenire. Speranza e cambiamento sono, in ogni angolo della terra, le parole chiave di questo 2021. E ne aggiungiamo una terza: consapevolezza.
    L’abbiamo capito un po’ tutti che l’Italia è cambiata, il mondo è cambiato. Prima delle pandemia, tutti noi abbiamo sperperato, sprecato. L’abbiamo fatto per lunghi anni, ma adesso non è più possibile. Ricordate? Davamo delle “cassandre” a chi tentava di metterci in guardia, a chi invocava l’austerità. Non ci curavamo di chi invitava a frenare le spese pubbliche e quelle private. Niente, quegli uomini saggi erano predicatori nel deserto. Ci piaceva tanto il nostro modello consumista. E le città “da bere” pretendevano di essere esempio per l’intera Italia. Giù a violentare l’ambiente, a strappare l’anima alla terra. Ma la festa è finita. Adesso dobbiamo cambiare mentalità, dobbiamo avviare una trasformazione culturale. Il cervello può tornarci utile e se negli ultimi tempi l’abbiamo portato all’ammasso andiamo subito a recuperarlo.
    Perché essere colti, sapere, conoscere, riflettere, essere credibili rappresenta oggi un’opportunità per noi e per tutto il Paese. Noi italiani, evidenzia l’indagine Coop-Nomisma “2021, l’anno che verrà”, siamo divisi tra la consapevolezza delle molte difficoltà che ancora abbiamo davanti e l’impazienza di riappropriarci del nostro futuro. Dobbiamo, però, persuaderci che è necessario cambiare stile di vita, allontanare da noi il ritmo frenetico del “tutto e subito”, imporci sobrietà, semplicità, essenzialità nei consumi, nei comportamenti e nei rapporti con la società e con lo Stato.
    Gli ammiccamenti della televisione e delle pagine patinate delle riviste non faranno più al caso nostro. Appartengono a un mondo che è diventato vintage. Incredibilmente, oggi, abbiamo una nuova chance da giocare. Sfruttiamola per riaccendere la speranza nell’Italia spaventata e stressata dalla pandemia e in questo vecchio mondo disorientato. C’è la crisi, ed è totale. Siamo in piena tempesta economica che rischia di scatenare individualismi ed egoismi. Ci sentiamo soli. Qual è il possibile collante? Il rifiuto di quanto ci viene offerto per superare il dramma sociale, il chiudersi in “una magica stanza dello scirocco”, dove non arriva il vento caldo del dissesto economico, sociale e sanitario? No, la risposta è esserci. Ed essere consapevoli. Sappiamo che il collasso è possibile. Siamo a un bivio. Il fiume dell’economia si è prosciugato. È il momento della frugalità obbligata che impone di costruire un progetto di solidarietà vera: di ciascuno di noi con gli altri e di tutti insieme con le generazioni future.
    Non c’è da perdere tempo. I segni della “tempesta” che ha investito il pianeta sono ancora tutti evidenti. Ma ce la faremo. Se non daremo più ascolto agli stonati suonatori di tromboni, ce la faremo. Se adotteremo un understatement style. Se riconsidereremo la nostra scala di valori e di bisogni. Se punteremo a un equilibrio nella distribuzione delle risorse: sappiamo, infatti, che le disuguaglianze alimentano le tensioni sociali e l’instabilità. Sì, ce la faremo a uscire da questa enorme ombra planetaria. Ce la faremo, se progetteremo sollecitamente la costruzione di un futuro ideale, ma possibile.
    Nessuno deve vacillare: istituzioni, politici, giornalisti, reti di informazione devono necessariamente mantenere la loro credibilità e sostenere i cittadini nella loro voglia di ripartire. Obiettivo che si è posto anche la Rai che, nel suo ruolo di servizio pubblico, è impegnata a promuovere la coesione tra le diverse componenti della società e a sollecitarne la partecipazione attiva e consapevole alla vita delle istituzioni nazionali, europee ed internazionali. Questo strettissimo legame tra i media di servizio pubblico e la coesione sociale è stato messo in evidenza da un prestigioso gruppo di esperti nel lodevole lavoro dell’Ufficio studi della Rai: diventato il libro Coesione sociale. La sfida del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale (Rai Libri). Si tratta del primo volume della collana CondiVisioni. Ma la tradizione della Rai in questo ambito è antica, prestigiosa e ricca di collane e di titoli: Vqpt, Zone, Comunicazione. Ė quindi assolutamente apprezzabile - sperando che non resti un fatto isolato - la decisione della Rai di riprendere un percorso interrotto da oltre dieci anni: producendo strumenti preziosi per l’immagine esterna, la formazione interna, gli operatori del settore e per i corsi universitari. Plauso all’iniziativa e all’argomento: la coesione sociale è stato il tema appropriato per ripatire. Perché dall’emergenza - facendo nostro il pensiero del presidente Sergio Mattarella - se ne esce se tutti remiamo nella stessa direzione: unità, concordia nazionale, coesione sociale.
    (*) Nuova ARMONIA (Rai Senior). Numero 2/2021
     

  • STEFANO TOMASSINI
    GIORNALISTA E STORICO
    DI ROMA RISORGIMENTALE

    data: 15/01/2021 16:42

    Quando non c’erano le scuole di giornalismo e le Università non se ne occupavano ancora, erano i quotidiani a formare i giovani che sognavano di andare per il mondo a realizzare reportage o scrivere cronache di eventi che non si sarebbero mai ripetuti. E in quell’attesa stavano lì a imparare a fare ma soprattutto a essere giornalisti, tra le telescriventi delle agenzie di stampa, le vecchie Olivetti, le bozze, i clichés e i flani da controllare, mentre i linotipisti continuavano a picchiettare sulle loro enormi tastiere per produrre le colonne di piombo degli articoli e le rumorose rotative erano pronte per regalare l’emozione di ogni sera: la prima copia del giornale, profumata di carta e d’inchiostro.

    Una di quelle scuole è stata La Voce Repubblicana fondata da Giovanni Conti e stampata per la prima volta a Roma, il 15 gennaio 1921, in una tipografia di vicolo della Guardiola a due passi di piazza Colonna.
    Da subito il giornale fu luogo di formazione giornalistica e politica. “Alla Voce non si arrivava per caso. Era una scelta maturata”, ha scritto in un saggio Giulio Picciotti, storico pastonista del quotidiano. A quella “scuola” io fui ammesso negli anni ’70. L’arrivo al giornale fu particolarmente denso di emozioni. La Voce, fino a quel momento, era stata per me soltanto un vecchio giornale, racchiuso, a casa di mio nonno, in una cornice un po’ austera, che a tutta pagina recitava “Il popolo italiano ha scelto: Repubblica”. Si riferiva ai risultati del referendum monarchia/repubblica del 1946.
    Ritengo che la medesima suggestione l’abbia provata Stefano Tomassini quando nel 1975 approdò alla Voce da volontario. Era giovanissimo e arrivava a via Tomacelli “da quel palazzone alto di via Assisi che fa angolo con via Tuscolana e dà le spalle alla ferrovia che va verso Occidente, verso il mare” e dalla sezione dei giovani repubblicani del Quadraro, dove era già impegnato a difendere Roma da quei politici che con la loro colpevole ignavia rischiavano di rubarle il futuro.
    Nella sede moderna della Voce si respirava un’aria buona e fresca. C’era una bella atmosfera di amicizia tra i giornalisti, gli amministrativi e i tipografi che stavano giù a vicolo del Grottino. Eravamo tutti motivati, impegnati con rigore nello scrivere, stampare e diffondere un giornale che aveva l’obiettivo di contribuire alla realizzazione di una società, più giusta, più civile. più umana. Il nostro era un giornalismo militante. Stefano Tomassini superato un momento di naturale soggezione per il mito, che alleggiava in redazione, dei vecchi colleghi andati a dirigere altri quotidiani (Ronchey e Bartoli) e di quelli ancora in servizio, ma all’apice della carriera, si integrò immediatamente nel gruppo di apprendisti, volontari, praticanti: giovani brillanti che nel tempo sarebbero andati a impreziosire con la loro bravura le principali testate nazionali. Stefano, anche se era arrivato da poco, fu accolto alle riunioni di menabò e si fece apprezzare dai colleghi e da Giuseppe Ciranna (un direttore colto che aveva fatto del giornale un punto di riferimento per gli intellettuali italiani). La sua acutezza intellettuale gli causò un peregrinare da un servizio all’altro della redazione. Infatti, all’inizio del suo percorso di aspirante giornalista, Tomassini fu conteso dai capi della redazione e passò dall’economico al culturale per approdare poi al politico. Ma il suo interesse, la sua passione forte era per la storia risorgimentale romana, alla quale ha dedicato libri di successo. E del Risorgimento, della Repubblica romana e poi di Ernesto Nathan, quel sindaco anomalo che “prometteva poco e manteneva molto”, che ci siamo più volte soffermati a discorrere nei corridoi di via Tomacelli. Si parlava molto alla Voce. Il giornale occupava la nostra intera giornata. Si discuteva anche a pranzo nel gruppo che seguiva il direttore “per una mezza porzione" da Toto a via delle Carrozze, nel quale Stefano ̶ praticante e quasi professionista ̶ era stato accolto. Ma quando i conti non quadrarono più e per acquistare la carta e stampare si facevano grandi acrobazie e il giornale fu costretto a chiudere (l’offerta Sipra di un inserito pubblicitario garantito cozzava con l’etica dell’Editore e fu pertanto rifiutata) ai giornalisti e agli amministrativi, tutti professionalmente in gamba, non fu difficile inserirsi in altre testate di carta stampata, di radio e di televisione. Stefano Tomassini approdò in Rai, prima al Gr2, poi al Tg1 e infine a Rai3 (autore di Ballarò). Forse il suo passaggio dalla Voce alla Rai non fu immediato e allora, come leggiamo nella sua autobiografia, si è chiesto: che cosa fa un giornalista quando un po’ si annoia? La risposta è stata pronta e chiara: scrive libri. E così nel 2000 ha cominciato a pubblicare saggi. È stata questa l’occasione per riprendere una frequentazione, che non era stai completamente interrotta, prima a via del Babuino e poi a viale Mazzini dove veniva a trovarmi ogni volta che capitava in Direzione generale della Rai. In quella mia stanza che si affacciava sul Cavallo di Messina, l’appassionato di storia diventato scrittore di successo mi anticipava, contro ogni scaramanzia, il contenuto dei suoi saggi che raccontavano Roma: dalla rivoluzione e dalla repubblica del 1849 a Porta Pia, fino agli inizi del 1900. Nei suoi libri incontriamo i grandi attori del Risorgimento ma anche i nuovi protagonisti della città, non più papalina ma Capitale del Regno d’Italia, impegnati a tracciare un periodo di cambiamento che suscitò grandi aspettative ma anche delusioni. E a quegli anni, di grandi mutamenti, Tomassini fa risalire la nascita di una Roma fantastica e entusiasta ma anche un bel po’ opportunista: specchio della nazione.
    Rendiamo omaggio a Stefano Tomassini leggendo o rileggendo questi suoi libri (editi da Il Saggiatore):

     Storia avventurosa della rivoluzione romana. Repubblicani, liberali e papalini nella Roma del ’48
     Roma, il papa, il re, l’unità d’Italia e il crollo dello Stato pontificio
     La guerra di Roma, Storia di inganni, scandali e battaglie dal 1862 al 1870
     Italiani a Roma. Cronache della capitale tra il 1870 e il 1900.

     

     

  • UN PASSAGGIO D’EPOCA
    ANCHE PER LA LETTURA

    data: 28/11/2020 14:50

    Mentre mi accingo a scrivere questo articolo vengo catturato da una foto emblematica. É un pomeriggio di fine ottobre 2020, una lunga fila di persone attende, sotto una fitta pioggia, di entrare in una libreria della catena Furet du Nord. Il nome del negozio mi sembra un po’ strano. Mi documento e leggo che originariamente era una rivendita di pellicce, che pur cambiando attività, ha mantenuto l’antica denominazione. Pertanto, quelli in coda sono lettrici e lettori che stanno lì, in molti, per fare scorta di libri prima che torni il lockdown. Succede in Francia e in Belgio ed era già successo in Gran Bretagna, in primavera.
    Il libro è stato una risorsa importante per farci evadere da casa, almeno con la mente, nelle lunghe giornate della chiusura totale. E, abbiamo avuto l’ulteriore conferma che anche nei momenti più difficili la lettura può aiutare a farci reagire a quanto accade intorno a noi.
    Noi lettori ci consideriamo parte essenziale della vita del libro e, in questi mesi duri, contiamo sull’impegno di tutti i componenti della filiera (autori, editori, stampatori e librai) affinché gli eventi avversi non ci privino delle novità letterarie di fine anno. Tutta la filiera non può assolutamente rinunciare all’opportunità che offre la stagione delle strenne. Un’occasione da non mancare.
    Non l’ha voluta perdere il Salone del libro di Torino, che nei mesi scorsi, non ha rinunciato all’appuntamento con il suo pubblico e, in pieno lockdown, ha lanciato una versione in streaming. Una lunga maratona di eventi live con scrittori italiani e internazionali. Il tema dell’edizione «Altre forme di vita»: argomento un po’ obbligato, considerato il periodo che stiamo vivendo.
    Dopo la pandemia, dicono, emergeranno altre forme di vita e nuovi comportamenti individuali e collettivi. Sarà uno storico passaggio d’epoca con molte cose da lasciare aldiquà, da non portarsi nel futuro. Al passato molliamone almeno una: la disuguaglianza con tutta la sua complessità che riguarda ricchezza, fisco, reddito, lavoro, condizioni sociali, istruzione, genere, origine etnica e comportamenti morali, etici, intellettuali. Un’illusione? Forse. «Ogni alba ha i suoi dubbi», direbbe nell’occasione Alda Merini. Però, tra i tanti punti controversi vorremmo avere una certezza: la progressiva crescita dei consumi culturali e in particolare della lettura.
    È questa un’aspettativa, mai abbandonata, che oggi potrebbe diventare tangibile realtà. Cristallomanzia? No, nessun ricorso a sfere di cristallo. Soltanto un’analisi di accadimenti che fanno ben sperare. L’isolamento in casa, nella prima fase della pandemia, ha riacceso l’interesse degli italiani per la lettura. La spinta è arrivata dal «mondo del libro» che, questa volta, non è stato a guardare. Da subito, infatti, molte case editrici, un buon numero di librerie e alcuni scrittori hanno riproposto su internet quanto l’emergenza aveva spazzato via: fiere, festival, presentazioni di libri, incontri con gli autori. Ed è stato un successo. Indubbiamente di lettura, ma non di mercato. Il colpo, soprattutto nei primi quattro mesi dell’anno, è stato duro con milioni di fatturato persi per gli editori e per i librai. Hanno resistito gli store online e le librerie che hanno risposto alla serrata con servizi di consegna a domicilio. Poi, nel corso dell’estate c’è stata un’inaspettata ripresa per effetto di alcuni titoli con grandi potenzialità di vendita.
    Durante la pandemia, con le librerie chiuse, noi lettori siamo ricorsi, in molti, alla biblioteca di casa. Il tempo per leggere è stato favorevole, gli spazi non sono mancati, la fantasia, liberata temporaneamente dagli affanni del momento, è corsa via: aggrappata a pagine e parole come un cavaliere alla sella. Senza farsi disarcionare.
    I più crudeli dei mesi della nostra vita sono diventati così cornucopie strapiene di doni. Doni mentali, si capisce. Tanto valeva approfittarne. L’abbiamo fatto. Cosa abbiamo trovato sui nostri scaffali? Sostanzialmente due tipi di libri: i classici e quelli che vengono comunemente chiamati i longsellers che, proprio per essere tali, un po’ ai classici assomigliano (meno togati e con meno tempo sulle spalle). Dei primi non mette conto parlare: da Omero a Mann, da Erodoto a Shakespeare, da Eschilo a Pirandello, da Cervantes a Platone, da Dante a Joyce tutto va bene. Le centinaia di pagine non ci spaventano e il piacere è assicurato. Se abbiamo qualche dubbio ce lo scioglie Italo Calvino in Perché leggere i classici.
    Dei secondi occorre anzitutto provare a dare una definizione: quand’è che un libro si può definire un longseller? Stando ai tempi di produzione dell’editoria, verrebbe da dire che un libro che si vende da dodici mesi è già un longseller. Ma forse è una definizione frettolosa. Diciamo piuttosto che lo stato di longseller si può attribuire a un libro che abbia passato indenne - dunque scavalcando mode e strategie di mercato - almeno lo spazio di una generazione. Che in questo possa rientrare agevolmente il Tutto-Camilleri va da sé. Ma ci viene piuttosto di pensare ad altri scrittori. Rigoni Stern è indubbiamente un longseller così come lo sono la Byatt di Possessione o il DeLillo di Underworld; ma anche Starnone e Rushdie, Doctorow e Marquez e chi più ne ha più ne metta.
    Tra classici e longsellers non sono certamente pochi gli autori e i titoli che possono far scoprire ancora a milioni di persone la seduzione della letteratura. Quanto ci hanno affascinato, sorpreso ed emozionato, e continuano a farlo, scrittori come Checov, Dostoevskij; Balzac, Flaubert, Proust; Goethe, Böll, Uhlmann; Kundera; e poi Dickens, Austen, Hemingway. E, Svevo, Morante, Levi. E, perché no?, tutti quei classici che abbiamo letto o ci hanno letto da bambini e che, una volta adulti, ci paiono la più bella delle scoperte: da Alice nel paese delle meraviglie a Pinocchio a L’isola del tesoro, testi che ci hanno letteralmente scaraventato in mondi straordinari, mettendoci in contatto diretto con altri luoghi e altre genti e accomunandoci nei sensi, nei sentimenti, nelle sensazioni, nella coscienza.
    È così la letteratura svolge un ruolo importante nella formazione di un’identità comune. Ad esempio per essere europei, oltre che dal punto di vista delle comuni istituzioni politiche ed economiche, è necessario una forte sintonia culturale. Ci sono scrittori e romanzi fondamentali per la formazione di una coscienza letteraria europea. Infatti, i critici letterari considerano importante patrimonio comune della letteratura del vecchio continente opere come Don Chisciotte, La divina commedia, Amleto e Faust.
    Se poi proprio non ce la facciamo a reggere l’impatto con i pesi massimi, be’ ci sono sempre i gialli e quel nuovo universo della lettura (ancora sufficientemente inesplorato) che è il fumetto.
    Ma quali sono stati effettivamente gli interessi di lettura degli italiani nella stagione di lockdown, così diversa rispetto a sempre? Un romanzo tra i più celebri, i più letti o il testo di avanguardia, un thriller, una silloge poetica? Lo svela Amazon. I risultati - interessanti e in un certo senso sorprendenti - si riferiscono ai “consumi culturali digitali”, nei mesi di “confinamento a casa”, dei clienti del gigante di Jeff Bezos. In cima Charles Perrault, autore di una celebre versione della fiaba di Cappuccetto rosso, seguito da Alessandro Manzoni, Giovanni Boccaccio e Dante Alighieri. Nella top 10 degli autori più richiesti compaiono Antoine de Saint-Exupéry, i fratelli Grimm, Gabriel García Márquez, Edmondo De Amicis, Giovanni Verga e Italo Svevo. Negli Audiolibri il più ascoltato è stato La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, seguito da I leoni di Sicilia di Stefania Auci e da La casa delle voci di Donato Carrisi.
    Molti lettori si sono rivolti direttamente ai siti degli editori per catturare le novità in arrivo. Da Mondadori hanno trovato Un uomo in mutande. Nessun riferimento alla crisi economica, ma un’indagine del maresciallo Maccadò di Andrea Vitali. Presso La Nave di Teseo A proposito di niente di Woody Allen. Titolo ingeneroso? Forse. E ancora Momenti trascurabili di Francesco Piccolo (Einaudi). Di questi è fatta la vita? E qual è il confine oltre il quale si perde, insieme alla dignità, anche se stessi? Lo rivela Marco Vighi in Oltre il confine (Guanda). Brucerà quello che non avrebbe dovuto bruciare? In Le cose che bruciano di Michele Serra (Feltrinelli). Nina Fabrizio ha esaltato, per le edizioni San Paolo, il rapporto intenso tra il papa e il mondo femminile, da Buenos Aires al Vaticano (Francesco. Il Papa delle donne). Imperdibile. Mentre Rai Libri ha riproposto i dubbi e i rovelli di Gigi Marzullo in Non ho capito la domanda lasciando le risposte più o meno verosimili a qualche volenteroso.
    L’isolamento in casa ha senza dubbio prodotto in noi lettori la determinazione di scegliere un autore, un argomento, un libro senza farci influenzare dalle promozioni, dalle recensioni amichevoli, dalle classifiche dei più venduti pubblicate dai quotidiani. E ha alimentato la nostra nostalgia per luoghi e persone. Soprattutto per librerie e librai. Soltanto lì e con loro capiremo, se non ci è già successo, che il libro ha una sua forza sensuale fatta di un insieme di suggestioni anche fisiche: la palpazione tattile della copertina e del dorso, il misto di odori della carta e dell’inchiostro, la decifrazione del messaggio cromatico della copertina, la piacevolezza di sfogliare pagine. Poi, esaurita questa liturgia laica, lo scrittore e i suoi recensori possiamo incontrarli in streaming. Così il matrimonio tra libri e tecnologia può essere felice. Senza alimentare cortocircuiti tra passato, presente e futuro. Lo afferma, tra gli altri, Robert Darnton, storico del libro, nel suo Il futuro del libro (Adelphi).
    Sospendo di scrivere. Non posso farmi sfuggire il tempo che ogni giorno dedico alla lettura. Mi aspetta, qui accanto al computer, Il delitto Neruda di Roberto Ippolito. È un libro-inchiesta, edito da Chiarelettere, sulla sorte di una figura simbolo della lotta per la libertà in Cile. Di Pablo Neruda conoscevo molto delle sue poesie e poco del suo impegno per la democrazia nel suo Paese. Oltretutto, finora era ignota la sua sorte. Confido questa mia lacuna allo scrittore Roberto Ippolito. E lui, ben lieto di colmarla, mi dice «Pablo Neruda venne consacrato senza confini già a soli venti anni con Venti poesie d’amore e una canzone disperata. Era amato per i suoi versi in tutto il mondo, come del resto lo è ancora oggi. E incideva nelle vicende politiche e sociali: non a caso si è definito un poeta di pubblica utilità. Con il golpe di Pinochet le sue case vengono devastate, quella di Isla Negra è circondata dai militari e subisce una pesante perquisizione, i suoi libri vengono incendiati nei falò nelle strade». Ippolito continua a raccontare: «È in questo terribile clima che lui muore, solo dodici giorni dopo il colpo di stato. Ufficialmente per il cancro alla prostata. Ma in base alle testimonianze e i documenti che ho raccolto Neruda non era un malato terminale, la denutrizione indicata come causa del decesso nel certificato medico è inesistente, la sua cartella clinica è scomparsa e potrei aggiungere tanto altro. Insomma il regime appena insediato non sopportava che ci fosse un poeta tanto amato in patria e fuori».
    Augusto Pinochet, uno dei più disusami dittatori del Novecento, non poteva certamente apprezzare quell’intellettuale così influente, che, attraverso la poesia, lanciava ai propri connazionali messaggi di questo tipo: “Dalla mia bocca arriverà fino al cielo, ciò ch’era addormentato sulla tua anima”.
    A coloro che hanno avuto la pazienza di leggere queste mie riflessioni mi permetto umilmente di suggerire di non negarsi, in qualunque momento della vita, l’emozione intellettuale che può regalare un buon libro.

    (*) Nuova Armonia, Rai Senior, novembre-dicembre 2020

     


     

  • TENERE A BADA L’IO
    PER ASCOLTARE IL SÉ

    data: 12/10/2020 17:56

    Il primo incontro con Alberto Lori è stato virtuale. Era l’inizio degli anni ’70 o forse la fine dei ’60: lui allora era in video a informarci delle notizie del Tg2. Poi continuò a prestare la sua voce ai programmi giornalistici e scientifici di grande audience della televisione e della radio. Nello stesso periodo io mi occupavo di Rai Eri. Fu l’interesse per la comunicazione e per i libri a farci incontrare. Parlar chiaro. Guida pratica alla comunicazione intelligente; Speaker, la comunicazione verbale; Manuale di conversazione, guida alla comunicazione integrale; Reading&Speaking sono saggi che Alberto ha scritto e io ho fatto editare.

    E, ovviamente, quando andai ad insegnare alla Sapienza, alla facoltà di Scienze della comunicazione, non mi feci sfuggire l’occasione di coinvolgere Alberto e di affidargli il seminario Reading & Speaking.
    In quell’occasione ho scoperto un Alberto Lori che ancora non conoscevo: mi affascinò la sua capacità di coinvolgimento, di seduzione intellettuale, di tenerti - con un’eccezionale linearità espositiva - incollato alla sedia.
    Alla prima lezione di quel seminario ci furono 300 presenti e 300 presenti anche all’ultima: nessuno si è perso per strada.
    Capacità di coinvolgimento, seduzione intellettuale, linearità espositiva che ritroviamo nel libro Il monaco che scambiò il suo orologio con un paio di scarpe da tennis, edito dalle Edizioni L’Età dell’Acquario, un marchio della Lindau di Torino (pagine 130, euro 12,50).
    Si tratta di un romanzo-saggio: con una narrazione in prima persona, in cui riflessione e racconto si avvicendano continuamente, esaltando la natura scientifica del testo e raggiungendo il risultato atteso che è quello “formativo”.
    Si alternano anche: sequenze dinamiche e sequenze statiche, che rallentano un po’ la narrazione per permetterci di riflettere sui molti messaggi e di avviare una ricerca interiore per conoscere noi stessi che è la missione vera di questo romanzo-saggio.
    Quando Alberto mi ha consegnato una copia del suo libro, in un piovoso e buio pomeriggio, sono stato attratto dal titolo e in particolare da “quel monaco”, che collegai a Umberto Eco e ai suoi Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk. Ma sfogliandolo capii che non si trattava di un romanzo storico. Per quell’orologio, quelle scarpe da tennis e quella Toyota compresi che l’epoca di ambientazione non era il Medioevo ma un periodo molto vicino a noi.
    Quindi, niente salto indietro nel tempo, niente monasteri benedettini. Anche se nel libro di Alberto Lori troviamo alcune atmosfere di Eco: mi riferisco alle espressioni colte, alle riflessioni filosofiche e a qualche riferimento esoterico.
    Quando leggiamo un libro ci immaginiamo come sono fatti i vari personaggi con le loro caratteristiche fisiche. Normalmente siamo aiutati dalla descrizione che ne fa l’autore, spesso però interviene la nostra fantasia che va a pescare un tipo di persona archiviato nella nostra memoria.
    Infatti, questo monaco, questo don Fulgenzio, che troviamo fin dalle prime pagine io l’ho già incontrato in un lontano paesotto di collina, in Sicilia. L’ho conosciuto decine di anni addietro. Aveva un altro nome e ho pranzato con lui e con altri ospiti nella cucina della sua casa. Ma no, forse sarebbe più calzante la figura di Enzo Bianchi, il priore della comunità monastica di Bose, che predica la necessità di uno stile di vita della persona che deve manifestarsi nel suo modo di stare al mondo, nel parlare, nei gesti, nel suo relazionarsi con le cose e con gli altri a partire dall’alimentazione umanizzata contro ogni depredazione e ogni consumismo.
    Ma quando pensiamo al prete siciliano o al priore Enzo Bianchi lo facciamo esclusivamente per dare una fisionomia al personaggio del libro, che resta però don Fulgenzio, con il suo messaggio di speranza, con la sua idea di libertà (che ci raggiunge fin dal titolo), con l’invito a liberarci dagli schemi mentali, con l’esortazione a spezzare la catena che ci tiene legati alla schiavitù del tempo.
    Ma è possibile realizzare tutto questo? Non esiste, dice il nostro, una tecnica, un’aspirina che vada bene per tutti. Ma un segreto c’è: la pace, la serenità d’animo, ma anche la sapienza non vanno cercate nel mondo ma dentro di noi.
    Quindi niente condizionamenti, via quel simbolo di oppressione, che è rappresentato dall’orologio in cambio di un paio di scarpe da tennis per raggiungere posti lontani in assoluta libertà, per fare lunghe camminate abbinate alla meditazione. Tutti dovrebbero familiarizzare, dialogare con il proprio “Sé”. Questo aiuterebbe a conoscere le proprie dinamiche fisiche, mentali, psicologiche e a sviluppare la propria sensibilità.
    Tutto questo per scoprire che il vero Maestro è quello che è dentro di noi. Senza però montarsi la testa, tenendo a bada il proprio Io. Perché l’Io e il Sé non possono coesistere. Se parla l’Io non si può ascoltare la voce del Sé.
    Voglio aggiungere che leggendo il libro e immaginando di ascoltare don Fulgenzio, il monaco-non-monaco sento che a parlare è Alberto Lori, sento “quel tono di voce ipnotica” che lui attribuisce al Maestro, ma che io riconosco come sua.
    Un buon libro si apre sempre con un’aspettativa e si chiude indiscutibilmente con profitto. Questo è appunto il caso de Il monaco che scambiò il suo orologio con un paio di scarpe da tennis.
    Questo libro può aiutarci a guardare dentro di noi per scoprire come siamo davvero. Una lettura che migliora la vita.

     

     

     

     

     

  • SERGIO ZAVOLI: LA VOCE,
    LE PAROLE, LA TV CIVILE...

    data: 26/09/2020 12:05

    Prima di essere un volto noto Sergio Zavoli è stato una voce, che lui amava curare modulandone il suono per esaltare le parole che andavano a vestire anche la più cruda realtà dei servizi radiofonici.
    Ai tempi di via del Babuino, dopo che il mitico uccellino della radio con il suo cinguettio apriva ogni mattina la programmazione, da quei gloriosi microfoni partivano le voci che raggiungevano l’Italia e il mondo. Tra le molte c’era quella inconfondibile di Zavoli: empatica, ferma, elegante, capace di coinvolgere e trasmettere emozioni. Quella voce sostenuta dalle parole appropriate era in grado di farti vedere anche attraverso le onde radio. Un precursore dell’ibridazione radiotelevisiva?
    Sergio Zavoli, come lui stesso diceva, vestiva di immagini i discorsi, che avevano a disposizione un ricco guardaroba: per ogni sostantivo un abito, per qualunque aggettivo un fiocco, per qualsiasi avverbio un foulard. Ascoltavi quella voce e capivi, dice Furio Colombo, che a parlare non era uno speaker, ma un autore. «E te ne accorgevi per una qualità rara nella comunicazione di massa a quel tempo. Non era banale, non usava stereotipi, non tentava battute. Raccontava. Era uno che “per mestiere” ti faceva attraversare i tanti rigagnoli, fiumiciattoli e torrenti delle cose sconosciute che accadevano».
    E proprio dalla voce è partita la sua storia professionale: connivente quel suo racconto accurato e appassionato del derby di calcio Rimini – Ravenna diffuso dagli amplificatori installati su una piazza di Rimini a vantaggio della tifoseria locale. Quella voce di velluto e quel commento forbito incuriosirono un funzionario Rai di passaggio. L’incontro fortuito diventò una convocazione a Roma da parte di Vittorio Veltroni, in quel periodo capo delle radiocronache. Pure il destino ci mise il suo zampino e iniziò così la magia del suo successo professionale.
    Ugualmente in televisione la voce di Zavoli era protagonista e attraeva non meno delle immagini dei suoi famosi reportage.
    Zavoli sceglieva con cura le parole dei suoi servizi perché sapeva che sono importanti e che hanno un preciso significato e un peso. Sapeva che il loro potere è immenso e che producono riflessioni e conseguenze, positive o negative. Sapeva che anche la parola più insignificante può colpire una sensibilità.
    Bisogna sempre pensare prima di parlare, di scrivere. Lo ricorda anche Samuele Bersani in questa sua canzone «Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese; sono nuvole sospese, gonfie di sottintesi che accendono negli occhi infinite attese; sono gocce preziose, indimenticate, a lungo spasimate, poi centellinate».
    Oggi occorre essere più accorti di ieri. Siamo diventati tutti produttori e avidi consumatori di parole che producono mille sensazioni ed emozioni. Infatti, la presenza della comunicazione è diventata dirompente e agli effetti della carta stampata, della radio e della televisione si sono aggiunti quelli dell’elettronica e di Internet.
    Furio Colombo nel suo “Confucio nel computer” (Rai Eri) raccontava le prime avvisaglie di un fenomeno che sarebbe diventato esteso e raccomandava di sottrarsi al fascino pernicioso, di superare lo stato di estasi, di non farsi ipnotizzare. Ne venne fuori un avvincente dibattito tra lui e Zavoli nella Sala degli Arazzi, particolarmente affollata di ospiti e di colleghi Rai. A parere di entrambi, di Colombo e di Zavoli, la direzione di marcia era ormai tracciata, ma saremmo stati tutti noi, autori e fruitori, a decidere le sorti di questa moderna rivoluzione.
    Ho avuto il grande privilegio (come moltissimi di voi) di conoscere Zavoli al tempo dei miei anni in Rai Eri. Quella voce che precedeva o seguiva, di presenza o al telefono, l’edizione di un suo libro, sarei stato ad ascoltarla per giornate intere. Parlavamo di libri, di editoria e di editori. Lui, “il Presidente”, aveva sempre una curiosità, vicende e qualche volta persino aneddoti pungenti da regalare.
    Mi parlò di Eliseo Morandi, l’usciere-confidente di Arnoldo Mondadori (l’aveva intervistato per un’inchiesta radiofonica) che accompagnava disciplinatamente il “principale” quando questi, la domenica, si presentava puntualmente in ufficio e mostrava il proprio disappunto perché i vari dirigenti quel giorno non si facevano trovare al posto di lavoro. Li giudicava antiquati per la loro ostinazione a considerare la domenica una pausa. Lui ci andava anche a Natale, a Pasqua e a Ferragosto. Perché anche in quei giorni il grande Arnoldo sentiva il bisogno di respirare quel profumo misto di carta e inchiostro che lo accompagnava fin da ragazzo, fin dai tempi della piccola tipografia di Ostiglia.
    Negli anni successivi recuperai la registrazione di quell’intervista (grazie alla cortesia di Barbara Scaramucci direttore di Rai Teche) e la proposi all’attenzione degli studenti della Sapienza.
    Ideatore di programmi come “Processo alla tappa”, “Clausura”, “Nascita della dittatura”, “La notte della Repubblica” il giornalista Sergio Zavoli è stato protagonista della radio e della televisione più innovativa e ha fatto la storia della televisione avendo sempre come missione il servizio pubblico. Entrò in Rai nel 1947 e ne fu presidente dal 1980 al 1986. Nel corso della sua lunga carriera rischiò il licenziamento: lo chiese il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per un servizio sul Codice Rocco. Ma al vertice della Rai c’era Ettore Bernabei e lui sapeva, quando era necessario, fare barriera contro chi premeva i bottoni. L’episodio Saragat – Bernabei ci fa capire quanto sia antica la consuetudine censoria delle politica e delle istituzioni.
    La Rai a Zavoli ha sempre riservato stima e nel giorno della sua scomparsa l’ha celebrato, doverosamente, con affetto. E chissà se raccoglierà quel suo monito: «Non di rado, in Rai, si è ripetuto il vizio di preferire gli ubbidienti ai capaci. Sono afflitto da tutto ciò che condiziona, e che limita, la consapevolezza e la libertà di chi ancora crede che lavorare alla Rai significa farlo anche per il nostro Paese». Era il 2010. Il tempo corre e le abitudini cambiano, se cambiano.
    Con Rai Eri molte delle trasmissioni di Sergio Zavoli diventarono libri. “La notte della Repubblica”, che è figlio di un reportage televisivo. Un programma che è stato uno degli esempi più riusciti del giornalismo d‘inchiesta capace di valorizzare le potenzialità del mezzo televisivo. Un lavoro di altissimo livello caratterizzato da qualità e da professionalità: non solo dal punto di vista dei contenuti dell’indagine ma anche dall’estetica e dalla grammatica del linguaggio televisivo. Ma anche un esempio di indagine storica rigorosa, dettagliata ed esauriente.
    Per il libro Zavoli ha messo insieme nero su bianco le inchieste filmate, gli abbozzi, gli appunti preparatori, i testi utilizzati e quelli tagliati. Il tutto è diventato uno specchio attendibile di due decenni di storia contemporanea, una pubblicazione centrata sugli anni di piombo dei terroristi neri e rossi, delle contestazioni, dello stragismo, che hanno straziato le coscienze individuali e quella collettiva del Paese. Un periodo duro e doloroso, magistralmente raccontato da Zavoli che da cronista è diventato storico rigoroso e credibile.
    A rendere prestigioso il catalogo di Rai Eri anche altri libri di Zavoli: “Di questo passo”, “Viva l’Itaglia”, “Ma quale giustizia?: “Credere non credere”,” C’era una volta la Prima Repubblica, “Diario di un cronista”, “ Se Dio c’è”.
    La sigla editoriale della Rai aveva allora, e immagino anche oggi, l’obiettivo di conseguire un’integrazione sempre più stretta tra ciò che si vede, si ascolta e passa e ciò che si legge e si conserva. “La Rai da leggere” accolse nel catalogo oltre a Sergio Zavoli, che consideravamo il nostro fiore all’occhiello, giornalisti e divulgatori come Piero e Alberto Angela, Enzo Biagi, Gianni Bisiach, Antonio Caprarica, Furio Colombo, Fabio Fazio, Roberto Giacobbo, Lilli Gruber, Giovanni Minoli, Myrta Merlino, Gianni Minà, Sergio Romano, Bruno Vespa; scrittori come Niccolò Ammaniti, Melania Mazzucco, Fernanda Pivano, Antonio Tabucchi; artisti come Peppino di Capri e Gianni Morandi ma anche Antonella Clerici e Gianfranco Vissani.
    Ma torniamo a Zavoli. Indro Montanelli definì il principe del giornalismo televisivo. Ma noi che l’abbiamo conosciuto anche come poeta chiudiamo questo ricordo con i versi di una sua poesia.
    «Chissà se sono stato / nelle storie vissute grazie a un dito / che scrive sulla rena, / se il gioco era un segnale per il dopo, / ogni nome una larva di qualcosa / o icone senza idee, solo graffiti».

    (*) già direttore di Rai Eri

  • IL SORRISO DI GENNIE
    VISITANDO A NEW YORK
    IL MEMORIAL 11 SETTEMBRE

    data: 12/09/2020 08:47

    DAL MIO DIARIO
    Colpisce il viso solare di Gennie. Il suo sorriso riesce a riscaldare quel luogo rimasto gelido e immutato nella mente del mondo dall’11 settembre 2001. C’è, in quell’angolo di museo della memoria, la locandina, con la sua foto e l’appello della sua famiglia, staccata dai muri di Manhattan, dai quei lunghi murales che hanno gridato al mondo il dolore atroce di New York e degli Usa. Messaggi d’amore e di speranza. Missing, we need your help e sotto facce di gente innocente. Quasi tremila, soccorsi e soccorritori, cancellati per sempre dalla follia terroristica che si è rovesciata sul World Trade Center.

    Gennie aveva 27 anni, lavorava al 105° piano della Tower One e viveva a Brooklyn vicino ai genitori. Accanto a quel sorriso c’è una reliquia struggente: il suo portafoglio bruciacchiato e accartocciato recuperato sul tetto dell’Hotel Marriot. I suoi occhi e i suoi capelli castani svelano la sua origine italiana. E i suoi documenti e le sue carte raccontano la sua personalità e il suo background: il biglietto da visita e l’American Express Corporate ci dicono della sua carriera promettente, la tessera della Brooklyn Library ci parla della sua passione per la lettura e un’altra card, intestata Empire, che andava ad allenarsi in palestra.
    An angel in the eyes. God bless America, God bless New York si legge su un volantino. E intanto la nuova Freedom Town e la sua gemella riconquistano il cielo e lo spazio nello skyline di una città coraggiosa, orgogliosa e che non si ferma mai.

     

  • UN MONDO SENZA LIBRI
    NON SAREBBE LO STESSO

    data: 11/05/2020 19:55

    La previsione catastrofica che con il digitale e l’online sarebbe sparito il libro non si è verificata. Il libro sopravvive. Continua ad essere pubblicato e letto. È questa una considerazione - assolutamente condivisibile - di Gian Carlo Ferretti, critico e storico dell’editoria. Anzi, sembra che il settore goda di uno stato di salute rassicurante. E noi ne siamo lieti perché abbiamo bisogno dei libri, che contribuiscono alla nostra crescita culturale e influenzano la nostra vita. Diciamolo chiaramente un mondo senza libri non sarebbe lo stesso!
    Questa tendenza positiva è confermata da Ricardo Franco Levi, presidente dell’Aie (Associazione italiana editori): «L’editoria si conferma la più grande industria culturale del Paese e, al suo interno, si evidenziano in particolare la vivacità e i buoni risultati dei piccoli e medi editori. Ciò nonostante, per quanto il settore editoriale reagisca meglio di tutti gli altri comparti della cultura, pesa il calo dei consumi».
    Nel segmento di mercato sono però mutati gli equilibri tra grandi, medi e piccoli editori. La rete delle librerie è diventata drammaticamente fragile: ne chiudono molte. Anche quelle grandi e storiche: dalla Paravia di Torino, la seconda più antica d’Italia fondata nel 1802, alle romane Feltrinelli (International e piazza Cavour) e Il viaggiatore e, scendendo per la Penisola, fino alla Paolino di Ragusa con settant’anni di attività. In Italia si sta consumando con impressionante velocità una strage di punti vendita. I dati oggi disponibili mettono in evidenza che tra il 2002 e il 2017 sono scomparse 2332 librerie, considerando anche le cartolibrerie dei piccoli centri. E negli anni successivi ne sono state chiuse certamente ancora molte altre.
    Una grande tristezza! Una situazione di crisi che non sorprende più. Come succede in Italia, anche nel mondo le librerie chiudono un po’ dappertutto. A Parigi La Hune di Saint-Germain-des-Prés, ha dovuto lasciare a una griffe d’alta moda il posto che occupava, dal 1949, nei luoghi di Sartre e di Simone de Beauvoir. La londinese The Travel Bookshop, un luogo magico di Londra, non è più una libreria ma un negozietto di souvenir. Era diventata famosa quando tra i suoi scaffali di guide e di libri di viaggio é nata la storia romantica fra il timido e introverso libraio William Thacker (Hugh Grant) e la bella e dolce attrice Anna Scott (Julia Roberts) nel film Notting Hill di Roger Michell.
    È questa una crisi da addebitare ad Amazon o alle librerie online? Oppure è il risultato della vessazione delle librerie di catena nei confronti di quelle indipendenti? O ancora della politica aggressiva dei grandi editori, che pubblicano, stampano, distribuiscono e gestiscono punti vendita anche in rete e che trattano il libro come una merce qualsiasi? O è da attribuire ai costi d’affitto dei locali saliti alle stelle e che le strangolano?
    Amazon non è indubbiamente un sostenitore delle librerie ma del libro sì. È, inoltre, un formidabile alleato dei piccoli editori che di fatto sono espulsi dal mercato. E in questa ottica un pizzico di responsabilità è anche dei librai indipendenti che puntano ostinatamente sui soliti scrittori da talk show.
    «Risulta quindi necessaria più che mai», afferma Levi, «una politica di promozione della lettura e un sostegno alla domanda». È circolata per molto tempo una proposta che finalmente, il 5 febbraio scorso, è stata approvata in via definitiva dal Senato.
    Quindi, da pochi giorni, il nostro Paese ha una “legge per il libro”, che prevede, tra l’altro, l’abbassamento dal 15 a 5% del limite massimo di sconto applicabile sul prezzo di copertina dei libri. Apriti cielo! Fatta la legge, sono iniziate a piovere fitte polemiche. I pareri contrari e favorevoli fioccano ancora oggi. Forse il più sensato è stato quello di Diego Guida, attuale presidente del Gruppo piccoli editori dell’Aie: «Non è riducendo gli sconti che si incentiva la lettura. Servono interventi di lungo respiro per costruire nuove generazioni di lettori». Lapalissiano.
    Ma prima di analizzare ancora la situazione facciamo un piccolo passo indietro: il cognome Guida ci riporta in mente la tradizione libraria e editoriale napoletana. Lo scorso anno eravamo rimasti scioccati dalla notizia che la libreria Guida di Port’Alba, dopo il fallimento, sarebbe diventata un negozio di jeans. Pochi mesi fa è apparso sui giornali un annuncio un po’ rassicurante: la libreria diventerà un polo di attrazione socio-culturale e verrà rispettato il vincolo del Ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo. E, insieme al negozio di libri, tornerà al prestigio di un tempo la "Saletta rossa" che fu frequentata da Pasolini, Kerouac, Ginsberg, Croce, Ungaretti, Montale, Moravia, Montanelli, Rea, Bocca, Eco, Galasso e da tanti, tanti altri.
    Tutto iniziò nel 1920. Mario Guida (che ricordiamo con simpatia) sfondando una parete divisoria, per allargare gli spazi della libreria, si ritrovò in alcune stanze con l’intonaco rosso pompeiano. Mario non aveva i soldi per riverniciare il locale e lasciò quel colore alle pareti. Quella «tinta», da quel momento, fece da fondale a incontri diventati leggendari. Ma non succedeva soltanto a Napoli.
    Il tempo inesorabilmente passa ed è passato. Alcune volte si porta via implacabilmente le nostre migliori abitudini.
    C’erano librerie, una volta. Tante, piccole, intasate di scaffali e banconi, con l’odore della carta e delle rilegature, che aleggiava inteso in ogni angolo. E c’erano i librai con cui conversare, giudicare, scegliere, polemizzare, con cui perdere tempo e ricavare il piacere di uno scambio anzitutto mentale. Perché c’è un rapporto con i libri che appartiene ai sensi. I libri hanno un odore, una consistenza tattile, frusciano tra le dita, pesano o sono leggeri, certamente tra Guerra e pace e La Mandragola c’è anche una differenza fisica.
    E c’è una voce, quella del libraio, che arriva a completare l’arcobaleno dei sensi senza i quali nessuna attività, a cominciare dalla lettura, sarebbe umana, avrebbe senso. Discendenti diretti degli antichi librai ambulanti che Jean-Luc Nancy definisce marchand mancheur et démancheur d’éditions bon marché. Per generazioni protagonisti della storia e del cambiamento come la famiglia Pradel del Libraio di Amsterdam (Amineh Pakravan). C’erano librai come Il libraio di Selinunte (Roberto Vecchioni), che i libri non li vendeva, li leggeva. E «la lettura che usciva dalla sua bocca era un’offerta di toni per l’anima: salire, scendere, fermarsi. Salire, restare, risalire». E c’erano le richieste impossibili che diventavano possibili, bastava solo avere il tempo di aspettare. Luoghi in cui frugare, lasciarsi prendere dalla smania di curiosare sapendo che, miracolosamente, da qualche angolo sbucava fuori non quello che cercavi ma quello che avevi sempre voluto e poi avevi dimenticato di cercare.
    Ora si rischia il niente. Enormi labirinti dove il rapporto è impersonale. Il computer acceso, l’enorme magazzino delle librerie su internet. Cerchi un libro, appare una breve scheda, riempi il carrello e paghi con la carta di credito. Nell’arco di qualche giorno ti arriva a casa il pacco debitamente incellofanato. Dicono che è la razionalizzazione del rapporto tra lettore e produzione libraria. Ma è un punto opinabile. E noi non tradiremo mai i nostri amici librai. Sappiamo che il loro è un mestiere bellissimo e difficile.
    In questa Caporetto delle librerie sono stati gli Usa a registrare, da qualche anno, i primi mutamenti di comportamento da parte del pubblico. Oltreoceano, le librerie indipendenti si sono presa la rivincita su quelle di catena. È successo a New York, a Manhattan, ma soprattutto nelle zone periferiche. Nei quartieri, dove persiste un pizzico di socialità, sono tornati di moda i piccoli negozi di libri. I neo-bookstore puntano a specializzarsi in un segmento della produzione letteraria. Anche a Seattle, la città di Amazon, le piccole librerie prosperano grazie a una politica di attenzione al cliente attraverso cataloghi qualificati, reading, consigli e all’alleanza con internet. Infatti, negli ultimi anni, è molto aumentato il numero dei librai che, attraverso il web, è ricorso al micro-finanziamento collettivo (crowdfunding) per aprire nuovi punti vendita o per mantenere attivi quelli esistenti. E l’aver agito sul territorio ha pagato in termini di attaccamento al libro e alla lettura e di incremento di acquirenti.
    L’Italia non è l’America. E adesso che qui da noi è arrivata la “legge per il libro” il futuro sarà tutto rose e fiori? Speriamo di sì, ma non siamo ottimisti.
    Intanto, come dicevamo sono arrivati gli abituali e scontati commenti dei soggetti di sempre, che non hanno pudore a somministrarci la solita minestra riscaldata e che con la loro puntuale, tronfia dichiarazione ritengono di aver placato la propria coscienza e di essere riusciti a celare il proprio rammollimento intellettivo. Far carico agli altri dei problemi di un intero settore è stato ed è l’alibi sbrigativo e ricorrente, anche se è in parte vero. Un po’ a tutti i protagonisti del publishing world nostrano sono mancate, e parzialmente succede ancora, le idee e quelle poche che circolano sono confuse.
    Alcuni spunti però, lo ammettiamo, rischiano di risultare azzeccati. Alessandro e Giuseppe Laterza, sempre attivi nel dibattito, si soffermano sulla qualità della produzione libraria: «Noi editori, dovremmo essere sempre lungimiranti, se non altro perché i libri che pubblichiamo dovrebbero avere una vita assai più lunga di altri media. Guardiamo dunque al futuro e battiamoci perché le nuove generazioni trovino buoni libri e buoni bibliotecari nelle loro scuole e trascorrano tempo in librerie belle e socievoli, magari si ritrovino nei tanti gruppi di lettura attivi nel nostro Paese».
    Sulla stessa lunghezza d’onda il pensiero di Romano Montroni (autore de I libri ti cambiano la vita, Longanesi e presidente del Centro per il libro e la lettura): occorre «puntare sulla qualità delle proposte e del servizio» (Corriere della sera, 10 gennaio 2020). Tasto dolente per i vertici dell’Aie: la rimodulazione degli sconti per sostenere le librerie indipendenti rischierebbe, con un minor valore fatturato, di togliere il lavoro fino a duemila addetti. Una bella mazzata! Realtà o ricatto emotivo? Ma facta lex inventa fraus. C’è infatti chi pensa di aggirare il limite di sconto con il cross merchandising. Intanto, le librerie «che esercitano in modo prevalente l’attività di vendita al dettaglio di libri in locali accessibili al pubblico e che assicurano un servizio innovativo e caratterizzato da continuità, diversificazione dell’offerta libraria e realizzazione di iniziative di promozione culturale nel territorio» possono richiedere l’iscrizione all’Albo delle librerie di qualità.
    Cos’altro prevede la legge? In sintesi: incentivi fiscali per i dettaglianti di libri, maggiore attenzione al territorio, un fondo per la formazione dei bibliotecari delle scuole, una card per contrastare la povertà culturale, l’istituzione (anno dopo anno) della Capitale italiana del libro, la semplificazione della procedura per le donazioni librarie.
    Alla torta mancherebbe però una ciliegina: un’interrelazione complice tra scrittori e studenti, promossa da editori e insegnanti, un altro piccolo seme destinato poi a germogliare in libreria. Perché l’amore per la lettura si può insegnare, naturalmente a scuola.
    Teniamo a mente la data del 5 febbraio 2020 (approvazione al Senato della legge per il libro) e riparliamone tra qualche anno. Vedremo. Quale sarà il risultato? I vari operatori di settore riusciranno a dialogare? Le librerie vivranno una nuova stagione? Si riuscirà a convincere quel 59 per cento dell’Italia che non tocca neppure un libro a leggerne uno dei 78.875 pubblicati in un anno dalle 4.972 case editrici italiane?
    Leggiamo, leggiamo, leggiamo perché, come affermava Bertrand Russell, «ci sono due motivi per leggere un libro: uno che puoi godertelo, l’altro, che puoi vantarti di averlo letto».

    (*) Da Corriere dell'Unione, n.1 2020.
     

  • 222 ANNI IN TRICOLORE

    data: 13/01/2019 14:44

    Il tricolore come bandiera nazionale italiana ha come ciascuno di noi il suo luogo e la sua data di nascita: Reggio Emilia, 7 gennaio 1797. Quel giorno il tricolore fu tenuto a battesimo durante il congresso di fondazione della Repubblica Cispadana e a proporne l’adozione fu Giuseppe Compagnoni, un deputato di Lugo, letterato e patriota, che è diventato così il papà della nostra bandiera.Peccato che, a documentarne gli avvenimenti non esistessero cinegiornali e che la macchina fotografica non fosse ancora inventata, perché forse oggi noi italiani ci commuoveremmo a rivedere quelle immagini, condividere quei fervori, quelle speranze, quelle emozioni.
    Ancora oggi in quel luogo sventola il tricolore e sotto la bandiera una targa ricorda quei momenti: “qui dove nacque per sempre”.
    I colori verde, bianco e rosso erano già apparsi qualche anno prima a Bologna nel novembre del 1794 nelle coccarde di Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis, durante la tentata insurrezione contro lo Stato pontificio. Un tentativo non fortunato. Ma anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano i tre colori. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano il bianco, il rosso e il verde, che erano colori fortemente legati al territorio lombardo: che comparivano nell'antico stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese.
    Si è cercato nel tempo di attribuire un significato idealistico ai tre colori. La speranza (il verde), la fede (il bianco) e l’amore (il rosso).
    Il tricolore di 222 anni fa era diverso da quello che vediamo oggi: le bande erano orizzontali, con il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso. Nella parte bianca spiccavano le lettere RC, le iniziali della Repubblica Cispadana e sempre al centro vi appariva una faretra con quattro frecce (Ferrara, Modena, Reggio e Bologna le città fondatrici della Repubblica). L'11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali.
    Da quel 7 gennaio 1797 il tricolore ha percorso un lungo cammino e ha avuto una vita avventurosa, alternando momenti di clandestinità a periodi di gloria. La bandiera è stata impugnata da Mazzini e da Garibaldi, dai Re sabaudi alla testa dei loro eserciti. Per la bandiera il Generale Garibaldi nutriva una venerazione, i pittori risorgimentali come Gerolamo Induno, lo dipingevano in camicia rossa e con il tricolore in pugno. Nei suoi battaglioni il portabandiera era un uomo di punta che procedeva con le avanguardie e toccava a lui indicare i punti su cui concentrare il fuoco dei moschetti. E lo si può notare nel grande dipinto di Renato Guttuso “La battaglia di Ponte dell'Ammiraglio” esposto alla Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma.
    I colori della bandiera erano sempre gli stessi ma nell’arco di molti anni ognuno cercò di usare la parte bianca per mandare messaggi al mondo.
    Alla nascita della Giovine Italia (1831), Giuseppe Mazzini fece scrivere “libertà, uguaglianza, umanità” e anche “unità, indipendenza”. E il giuramento della Giovine Italia veniva pronunciato davanti al tricolore. I triunviri della Repubblica Romana scelsero invece lo slogan “Dio e popolo”. E con la Repubblica Romana del 1849 il tricolore sventolò sul Campidoglio e sul Gianicolo dove 14.000 uomini, il fior fiore della gioventù di tutta Italia, ma anche d’Europa, combatterono con Garibaldi che li guidò con audacia finché fu possibile la difesa.
    Daniele Manin a Venezia non poteva che stampare su quella parte bianca della bandiera il Leone di San Marco. Leopoldo II fece innalzare il tricolore con sovrapposto lo scudo di Lorena. E più tardi persino Francesco II Borbone quando si vide irrimediabilmente a mal partito, giunse a decretare “la nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani conservando sempre nel mezzo le armi della nostra dinastia”. E come non ricordare ancora Goffredo Mameli che prima di innalzarla sulle pianure lombarde e sulle mura di Roma ne fu l’alfiere in tutte le manifestazioni patriottiche di Genova? E anche in quella del 10 dicembre 1847, giornata rimasta nella storia del Risorgimento perché fu la più grande che mai fosse avvenuta fino ad allora in Italia: un corteo di 30.000 mila persone dietro la bandiera cantando l’inno Fratelli d’Italia.
    Carlo Alberto capì che quel tricolore poteva essere un segno di umiltà e lo adottò aggiungendo lo stemma sabaudo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto annunciò che si sarebbe andati in battaglia contro l’Austria guidati dal tricolore nazionale. L’annuncio fu dato da lui stesso a Torino affacciandosi da un balcone di palazzo reale con figli e ministri stringendo tra le mani una fascia tricolore.
    La nostra bandiera (come ricordo nel libro Il tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, che ho scritto con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami, edito da Mondadori) fu testimone di eroici momenti risorgimentali, sventolò nelle mani dei patrioti sulle barricate e in quelle delle donne che parteciparono ai grandi movimenti popolari.
    E anche dopo essere stata adottata nel 1947 dalla giovane Repubblica italiana ha continuato a regalare emozioni: è stata fissata sulla cima del K2, ha accompagnato le missioni militari italiane all’estero, ha sventolato sui cantieri delle grandi imprese italiane che hanno realizzato all’estero opere di grande ingegneria, ha illuminato grandi momenti sportivi. È stata molte volte dipinta in cielo sotto forma di scie di fumo verde, bianco e rosso nelle esibizioni della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolore.
    In questi ultimi anni, il tricolore non se la passa così male come si può notare passeggiando nelle nostre città. Per la bandiera nazionale è arrivato il momento di una grande riscossa.
    Questa ripresa del senso di identità nazionale è da attribuire alle costanti esortazioni dei Presidenti della Repubblica, garanti dell’Unità nazionale, e impegnati a dare visibilità ai massimi simboli del nostro ordinamento istituzionale, tra i quali il tricolore occupa il posto più alto.
    Ma ci deve essere tra gli italiani una maggiore sensibilità per il buon uso della bandiera. Esiste un vero e proprio “galateo della bandiera”.
    La bandiera è come una signora che inizia brillantemente la sua giornata guardata da tutti e che invece indugia, riluttante, al momento di ritirarsi la sera nell’intimità.
    La procedura dell’alza bandiera vuole che il vessillo venga innalzato rapidamente, con decisione. Mentre l’ammaina bandiera serale richiede qualche secondo in più, il vessillo viene fatto scendere lentamente dal suo pennone, con solennità, senza dare l’impressione di una brusca calata.
    È esposta (e deve essere sempre in buono stato e di notte sempre illuminata) in tandem (dal 1970) con la bandiera d’Europa, ma la posizione d’onore a destra compete al tricolore. E nessuna bandiera straniera può sventolare da sola sul suolo italiano.
    “Il tricolore”, per ricordare una frase del Presidente Ciampi, “non è una semplice insegna di Stato. È un vessillo di libertà, di una libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza”.
    Mentre il Presidente Sergio Mattarella ribadisce che “la nostra bandiera abbraccia il primo e il secondo Risorgimento italiano e, collocata com'è tra i principi fondamentali della Costituzione, rappresenta l'emblema dei valori di democrazia, di giustizia sociale, di rispetto dei diritti dell'uomo, di solidarietà, ivi affermati”.
    Concludo con i primi versi del canto La bandiera tricolore (del 1848) di Francesco Dall’Ongaro, con musiche di Cordigliani:
     
    E la bandiera di tre colori
    sempre è stata la più bella:
    noi vogliamo sempre quella,
    noi vogliam la libertà!

         

  • 1915- 1918 CONSERVARE LA MEMORIA PER LE GENERAZIONI FUTURE

    data: 28/11/2018 09:28

    Erano le 9 precise del 4 novembre del 1972 e al teatro Trifiletti di Milazzo cominciava la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto a 214 cittadini ex combattenti della guerra 1915-18. Ero lì, nella città dei due golfi, richiamato da affetti di famiglia, e la mia attenzione quella mattina si era soffermata sui veterani che sfilavano orgogliosi di aver servito la Patria. C’erano le associazioni d’arma con le bandiere, i labari e i gagliardetti. C’erano i bersaglieri con le piume svolazzanti sul cappello, che correvano al suono della storica Flik Flok, mentre lungo la via la gente li salutava con entusiasmo. Sul palco, addobbato con il Tricolore, c’era il sindaco con diplomi, medaglie e croci di un riconoscimento istituito in occasione del cinquantenario della Vittoria. Quei signori carichi di anni avevano tutti una storia da raccontare. Da quella piana sul mare di Sicilia, cara a Giuseppe Garibaldi (la leggenda narra che il generale, conclusa vittoriosamente la battaglia di Milazzo il 20 luglio 1860, si sia fermato sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore per riposarsi un po’ e per pranzare con pane e cipolla), in un’assolata mattina di maggio erano partiti per la Grande Guerra, su una tradotta militare, per andare a difendere l’Italia lungo le frontiere alpine, sulle alte cime dell’Adamello, delle Dolomiti, sul roccioso Carso, lungo l’Isonzo e sul Piave.
    «Il nostro intervento nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima campagna del Risorgimento che avrebbe consentito  finalmente a tutti gli italiani di far parte un unico Stato nazionale» (Paolo Mieli, Il caso italiano, Rizzoli). Ci si ispirava così all’idealità del nazionalismo democratico di Giuseppe Mazzini. Una decisa pressione fu esercitata dall’impeto e dalla mobilitazione degli studenti scesi in piazza per sollecitare la  partecipazione a quella che viene considerata la guerra nobile. Anche dopo, appena l’Italia fu in guerra, le manifestazioni continuarono.
    Intanto lassù, nello stillicidio di perdite di vite umane della guerra di trincea, i soldati avevano imparato in fretta a cantare (però senza l’enfasi dei cori di montagna) la drammaticità che stava loro intorno: Ho perduto tanti compagni / tutti giovani sui vent’anni / la loro vita non torna più. Lassù, tra i duemila e i quattromila metri, su un fronte di quattrocento chilometri, il fuoco dell’artiglieria non perdonava.
    La guerra, si sa, uccide tanti uomini. Una vita, come milioni, in guerra non conta. Quasi non ci si bada. Un sacrificio che la Patria esige per la difesa della sua integrità territoriale e del suo onore. «Morire, non ripiegare!» era la strategia di Luigi Cadorna, comandante supremo del Regio esercito italiano, e, quindi, i soldati sapevano che non avevano alcuna possibilità di scampo. Ma loro scacciavano quel pensiero cantando: E domani si va all’assalto, / soldatino non farti ammazzar, / ta pum! / ta pum! / ta pum!...
    A Emilio Lussu, l’autore di Un anno sull’altopiano, che, come molti altri, si arruolò volontario, la guerra venne presto a nausea. Perché? Per aver visto l’artiglieria che sparava sui nostri e non riusciva a sparare (quella di Badoglio) sugli austriaci; i generali che non sapevano comandare, che non riuscivano a farsi capire, forse perché ai soldati, arrivati dalla Sicilia, dalla Sardegna e da ogni parte d’Italia, parlavano in piemontese stretto; i generali che nascondevano i propri gravi errori tattici attribuendo tutte le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti. Carlo Emilio Gadda, scrittore e combattente, scrisse che «sul Carso i generali strofinarono come zolfanelli battaglioni di soldati, facendoli massacrare».
    Il sacrificio di uomini fu enorme: seicentomila morti. I soldati – fanti, alpini, bersaglieri – combattevano valorosamente, ma fu mediocre, scrive Denis Mack Smith (Storia d’Italia, Editori Laterza), la strategia militare del generale Cadorna. E così si arrivò a Caporetto, una delle più grandi disfatte subite dall’esercito italiano.
    Un certo scoramento pervase l’opinione pubblica e le truppe, ma prevalsero la tenuta morale del Paese («il popolo italiano si unì quasi come un sol uomo»: Denis Mack Smith) e la voglia di riscatto dell’Esercito, che riuscì a stabilirsi sul fiume Piave.
    A innescare un sussulto di orgoglio patriottico ci avrebbe pensato Giovanni Gaeta, grande nome della canzone napoletana (preferiva farsi chiamare Ermete Alessandro Mario), che scrisse di getto: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio. / L’esercito marciava per raggiungere la frontiera, / per far contro il nemico una barriera /… / il Piave mormorò non passa lo straniero!
    Un anno dopo, le disastrose giornate di Caporetto furono riparate dalle battaglie d’arresto sul Piave e sul Grappa e dalla vittoria finale del conflitto. E il 3 novembre, mentre i soldati italiani entravano nei territori di Trento e Trieste, il generale austro-ungarico Weber von Webenau firmava le clausole dell’armistizio impostegli dal generale Pietro Badoglio. Il “cessate il fuoco” era fissato per le ore 15 del 4 novembre. E la vittoria sciolse l’ali al vento. Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti! / risorgere Oberdan, Sauro, Battisti (La leggenda del Piave).
    La guerra era finita, lo confermava il bollettino del Comando generale firmato da Armando Diaz (che aveva sostituito Cadorna), mentre l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel annunciava la vittoria navale. Da quel momento si poteva costruire la pace.
    Il rischio è stato grande, l’Italia avrebbe potuto essere spazzata via, ma dimostrò di essere una Nazione. Furono l’eroismo, la forza morale e il patriottismo di soldati che facevano la guerra per conquistare la pace a rendere possibile quella vittoria. Soldati come Carlo Ornelli, della Garbatella di Roma (scomparso nel 2005). Lo capì il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che lo chiamò al Quirinale per conferirgli la medaglia d’oro al valor militare. Ai soldati, a un gruppo di semplici commilitoni, Mario Monicelli dedicò il film La grande guerra,con Vittorio Gassman e Alberto Sordi protagonisti, alternando comicità e momenti amari.
    Quel giorno a Milazzo non si celebrava la guerra, ma si esaltava il coraggio dei valorosi che con la vittoria avevano conquistato la pace. Io provai un turbamento profondo, lo stesso che avvertii anni dopo nell’attraversare il ponte di barche sul Piave e il Ponte di Bassano (rivivendo quanto mi aveva raccontato il vecchio alpino friulano Primo Cattaruzza, che aveva percorso i difficili sentieri di montagna accompagnato dal suo mulo dalla penna nera).
    Oggi, a cento anni dagli eventi storici, la giornata del 4 novembre non è dedicata alla guerra ma alla conseguita Unità d’Italia e alle Forze Armate. Deponendo una corona d’alloro ai piedi del monumento al Milite ignoto, l’anonimo combattente caduto in trincea ai confini della Patria e oggi sepolto nella capitale d’Italia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprimerà l’omaggio e la riconoscenza del popolo italiano verso tutti i soldati che si sono sacrificati in nome della Patria e della Libertà.
    Noi italiani degli anni Duemila dobbiamo conservare memoria, per noi e per le generazioni future, di questa pagina gloriosa della nostra storia, di quei luoghi che ancora oggi restituiscono – tra camminamenti e baracche – brandelli delle vite che furono (fucili, scarponi, giberne), che ci fanno capire come sia stato alto il prezzo della pace che stiamo vivendo e ci fa apprezzare quale gigantesca ricchezza ci hanno donato i soldati del 1915-18.
    Chiudo con una frase di Carlo Azeglio Ciampi che sottolinea quanto siano ben diverse le battaglie alle quali oggi dobbiamo dare il nostro contributo: «L’Italia contemporanea è chiamata a combattere su vari, difficili, fronti. […] Ma la battaglia decisiva è quella che occorre ingaggiare contro l’infiacchimento morale». Noi, ne sono certo, daremo il nostro convinto contributo.
     

    (*) Corriere dell'Unione n. 5 del Bimestrale dell'UNMS Anno XI Settembre/Ottobre 2018  

  • MA IL MARE UNISCE

    data: 06/11/2018 15:08

    In questi giorni ho rincontrato Koffi, che mi chiama papi da quando gli offrii un pezzo di pizza. Migrante partito, insieme ad altri migranti, dalla terra d’Africa in una notte senza luna. Tra le sponde dei due continenti il motore del vecchio barcone, che odorava di legno marcio e di un lontano, scarno pescato, si fermò più volte e più volte ripartì a fatica, singhiozzando. Ma si navigava verso la speranza. A bordo, credettero che l’incubo sarebbe finito a Lampedusa. Ma sappiamo che non fu e non è così.
    In quanti (in Italia e in Europa) vivono la loro quotidianità senza accorgersi “degli ultimi degli ultimi” accampati tra la vita e il nulla, dove l’egoismo ha preso il sopravvento sulla solidarietà? Quanti evitano di chiedersi quale sarà l’estate dei seicento e più migranti (tra loro quasi centocinquanta minorenni e bambini) dell’Aquarius e delle altre centinaia di uomini, donne e bambini che il mare calmo (che si traveste da lago, direbbe Alessandro Baricco) con i colori seducenti dell’estate inviterà già da domani a partire?
    In molti – agli ultimi senza Terra, ai profughi in fuga dalla povertà, dalla guerra, dalla violenza, reduci di rivoluzioni di gelsomini mai sbocciati – non voltano le spalle. Costoro possono richiamare la sensibilità dei governi, delle genti, degli individui sulle implicazioni sociali-economiche-umanitarie dei flussi migratori. Ricordo che recentemente Michele Spera, conEmigranti di poppa, emigranti di prua – un libro bellissimo, soave, inquietante, di rara sensibilità civile e umanitaria –, ha cercato di accendere l’attenzione sull’intera questione travasando un intero mondo in un segno grafico.
    Nelle affiches di Spera quegli uomini, quelle donne, quei bambini volano oltre il filo spinato, oltre i porti sbarrati.
    La loro è un’estate di sogni e di nostalgia, che forse è già rimpianto di profili, colori e profumi dei paesaggi che hanno abbandonato. Essi avanzano verso l’Europa, sedotti dalla bandiera blu stellata di una nuova cittadinanza che gli verrà negata. Per loro quelle stelle di una notte d’estate temo che non daranno luce.
    Bill Gates, impegnato con la sua fondazione in campagne sociali e umanitarie, è dell’idea che bisognerebbe aiutare i migranti nelle loro terre e, in una vecchia intervista al quotidiano Die Welt, ha sollecitato l’Europa a investire maggiormente in aiuti diretti ai Paesi dai quali i migranti provengono. Perché l’Africa non è un continente perduto.
    Mentre scrivo (è il pomeriggio di lunedì 11 giugno), Pedro Sánchez annuncia che la Spagna permetterà alla nave Aquarius di attraccare nel porto di Valencia. Lui, il señor Sánchez, non ama abbaiare alla luna (come succede da molte parti in Europa, con l’esito di far lievitare la rabbia e il populismo): «è nostro obbligo – dice – aiutare ad evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone».
    Perché, aggiungerebbe Alexander Pope, «il mare unisce i Paesi che separa» o, più semplicemente, «il mare non separa, unisce».
    E a me piacerebbe credere che tutti insieme riusciremo a smentire quei versi di Alda Merini in Coloro che arrivano qui quando scrive: «non sanno che in noi/ le finestre di grande speranza/ sono ormai chiuse». Lo ha fatto Tawfik Elsayed, che, nato a nord-est del Cairo dove il colore dei campi si fonde col rosso delle case incompiute e dei vicoli sterrati, ha lavorato in una Milano che non regala niente e a nessuno per mantenersi agli studi e si è laureato in Economia alla Cattolica. La storia di Tawfik è stata raccontata da Paolo Di Stefano nel libro I pesci devono nuotare, edito da Rizzoli.
    Anche Tawfik, come tanti ragazzi della sua età, è arrivato dal mare su un barcone. Lui e i suoi compagni sono stati vissuti come minaccia di un’invasione incombente, hanno contribuito ad alimentare le inquietudini, le frustrazioni, il disagio e la paura. Infatti, «telegiornali, quotidiani, discorsi politici, tweet – avvezzi a offrire temi e sbocchi alle ansie e alle paure pubbliche – non parlano d’altro oggi che della “crisi migratoria” che travolgerebbe l’Europa, preannunciando il collasso e la fine dello stile di vita che conosciamo, conduciamo e amiamo». Lo afferma Zygmunt Bauman in Stranieri alle porte: in edicola in una collezione del Corriere della Sera. È un libro che tutti dovrebbero leggere per meditare sugli aspetti decisivi sul fenomeno delle migrazioni, che nella narrazione dominante finiscono per restare sullo sfondo: lo afferma, nella prefazione al saggio, Donatella Di Cesare.
    L’umanità è in crisi, scrive Bauman: e da questa crisi non c’è altra via d’uscita che la solidarietà tra gli uomini.
    Ho scritto questa nota in risposta a un amico che mi augurava una buona estate, per dirgli che la stagione sarebbe stata straordinaria forse per lui, pronto a partire per la montagna, e forse per me, che mi sarei diviso tra la città e qualche giorno al mare, ma che il desiderio di vacanza non doveva distogliere l’attenzione su cosa accadeva intorno a noi. Riprendo oggi questo testo a seguito dell’emozione suscitata dall’odissea dei migranti della Diciotti, la nave della Guardia costiera italiana bloccata per cinque giorni, in quarantena politica, nel porto di Catania e prima, per altrettanti giorni, in mare aperto.
    Mi sono chiesto, insieme a molti, il perché. La risposta ha quasi anticipato la domanda. Per forzare la mano all’Unione Europea, che ci dicono sia insensibile alla questione dei migranti e della loro redistribuzione tra i Paesi del continente. Dunque, noi italiani ci siamo fatti furbi? Mah, chi lo dice? Però questo sbraitare di novelli Don Chisciotte e Sancio Panza non produce effetti a Bruxelles, ma presunti risultati per loro più appaganti (elettoralmente) in Italia, dove il fenomeno dei migranti è assolutamente soprastimato e si vuol far credere all’opinione pubblica che sia l’unico problema che il Paese debba affrontare (anche se non è più drammatico dell’incertezza economica, dello spread che dal valore 100 di marzo 2018 galoppa verso il 300 di oggi, del debito pubblico che è il terzo più alto del mondo, della sfiducia verso i titoli di Stato, dei mutui e dei prestiti bancari sempre più cari, della delocalizzazione all’estero delle imprese italiane, della sicurezza delle città e dei cittadini, della decadenza del tessuto sociale e della latente debolezza del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo).
    Nei confronti dell’immigrazione si è sviluppata una vera psicosi. Chi l’alimenta? I politici soffiano sul fuoco del disagio e della paura e alzano fumo. Tutto si dissolverebbe rapidamente se i media di carta, televisivi e digitali non facessero da megafono. Una novità? No. non lo è. «L’unica novità mi sembra un’altra: […] nel corso della storia non sono mai esistiti mezzi di comunicazione così poderosi, perciò la menzogna non ha goduto di una capacità di diffusione così ampia» (Javier Cercas, La foresta dell’ingannoEl Pais/la Repubblica, 30 agosto 2018). È quindi cresciuta la responsabilità del giornalismo, del buon giornalismo (esiste!), «più che mai necessario, purché non si accontenti di raccontare la verità, ma si impegni a smantellare le menzogne» (ancora Cercas). Ed eccola, l’occasione: la documentazione video delle torture sui migranti – in terra d’Africa – che Pietro Bartolo (il medico di Lampedusa, tra i protagonisti del film Fuocoammare di Gianfranco Rosi sui salvataggi e gli sbarchi nell’isola siciliana, prodotto anche da Rai Cinema) ha inviato, tramite il cardinale Montenegro, arcivescovo di Agrigento, a papa Francesco. Sono immagini di torture, violenze e crudeltà così scioccanti che, informa Avvenire, sono state richieste, il 28 agosto, da una Procura della Repubblica e acquisite dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Il buon giornalismo, verificate le fonti e la veridicità, non può nascondersi, in questo caso, dietro le regole deontologiche della professione e dietro quelle morali per escludere la pubblicazione e la messa in onda (in Tg, speciali) di queste immagini (magari in seconda serata). Perché le parole degli articoli non riusciranno mai a descrivere tanta ferocia e a far sentire le urla dei torturati, ma i video sì.
    Uno dei pochi giornalisti (Stefano Liberti) che da anni seguono gli aspetti meno riconosciuti dei movimenti migratori Africa-Europa ha deciso di non fidarsi dei luoghi comuni e di esplorare sul posto la geografia dell’emigrazione per raccontarla nel libro A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti (Minimum fax).
    Al popolo del mare dedica un libro Khaled Hosseini in occasione del terzo anniversario della morte del piccolo Alan Kurdi (Preghiera del mare, Sem – Società editrice milanese), ma sono toccanti i versi della preghiera laica di Erri De Luca scritta a ricordo delle vittime di un naufragio a sud della Sicilia: «…Mare nostro che non sei nei cieli/ all’alba sei colore del frumento/ al tramonto dell’uva e di vendemmia/ ti abbiamo seminato di annegati più di/ qualunque età delle tempeste…».
    Tutto questo perché anche chi non vuole deve comunque sapere, deve prendere coscienza che i migranti non sono diportisti. E poi, si sa, da che mondo è mondo i popoli poveri si muovono dalla loro terra verso i Paesi più ricchi.
    «Ogni mattina in Africa, – dice un antico proverbio dell’altra riva del Mediterraneo – come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che cominci a correre». Gli immigrati lo sanno, devono “correre” per sopravvivere. E Alberto Moravia, che dell’Africa era innamorato e l’ha raccontata anche nel libro Alcune Afriche (Rai Eri), scriveva, in Lettere dal Sahara (Bompiani): «sulle sabbie del deserto come sulle acque degli oceani non è possibile soggiornare, mettere radici, abitare, vivere stabilmente. Nel deserto come nell’oceano bisogna continuamente muoversi, e così lasciare che il vento, il vero padrone di queste immensità, cancelli ogni traccia del nostro passaggio, renda di nuovo le distese d’acqua o di sabbia vergini e inviolate». Molti africani continuano a ispirarsi, a loro stessa insaputa, a questo pensiero di Moravia e partono e vanno oltre il deserto e il mare. Ma non sanno che l’Italia ha ancora difficoltà a integrare. «Accogliere i migranti è una cosa antica come la Bibbia. Nel Deuteronomio, nei comandamenti Dio comanda questo: accogliere il migrante, “lo straniero”. È una cosa antica, che è nello spirito della rivelazione divina e anche nello spirito del cristianesimo. È un principio morale».
    Lo ha detto papa Francesco (conferenza stampa del 26 agosto durante il volo di ritorno dall’Irlanda) e ha aggiunto: «se non si può integrare è meglio non ricevere». «Ma è vero che l’Italia non è in grado di integrare e quindi di accogliere?», si chiede Roberto Saviano (L’Espresso, 2 settembre 2018).
    Può farlo l’Italia e può farlo l’Europa.
    Cosa è cambiato da quando Angela Merkel riconosceva all’Italia un grande lavoro sui migranti, ad esempio nella registrazione e nell’accoglienza dei profughi? E, ancora, ribadiva che la lotta contro la migrazione illegale doveva essere affrontata congiuntamente dai Paesi dell’Ue?
    È cambiato il nostro lavoro sui migranti oppure il giudizio della Merkel? È certo che nei governanti e nei politici si è rarefatta la ragione (cara a Giovanni Spadolini) e si sono disperse le idee. La loro assenza, la loro crisi rischia di condurre l’Italia e l’intera Europa alla ghettizzazione geopolitica.
    Considero il flusso dei migranti simile alla portata di un fiume: quando è contenuta vanno controllati gli argini per evitare che in piena l’acqua tracimi dall’alveo. Interventi giusti al momento giusto. E così anche per l’immigrazione e l’integrazione: se gestite, programmate, favorendo la multietnicità e aprendo al multiculturalismo, allontaneranno l’Italia dai fermenti razzistici e xenofobici e renderanno ancora più solida la nostra democrazia.