Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

GIANNI ZAGATO

  • LA RIVOLUZIONE DIGITALE

    data: 06/11/2018 12.03

    La Rivoluzione Digitale corre via veloce, il suo viaggio non prevede stazioni di sosta. È in perpetua gara con il tempo e occupa ogni lembo dello spazio, poiché questa è la sua vera natura; il movimento la sua unica legge fondativa. Porta il cambiamento in ogni direzione e latitudine, tanto verso il singolo individuo quanto nell’intero pianeta, sempre più interconnesso. E tutto è accaduto in un tempo relativamente breve, appena qualche volgere di decennio. Dove ogni cosa, sia dell’organizzazione sociale come della vita quotidiana di ciascuno di noi, è stata rivoltata una volta per sempre, qualcosa di irreversibile. E infatti, adesso che la metamorfosi si è compiuta, a guardarci indietro ci scopriamo quasi irriconoscibili.
    Come ogni rivoluzione degna di questo nome, anche quella digitale si è nutrita di un utopia assoluta, e del resto come poteva farne a meno? Ma non ha teorie o filosofie da dispensare. Lo scaffale di libri, saggi, trattati che la preparano al suo esordio nel mondo è, a differenza di tutte le altre grandi rivoluzioni che l’hanno preceduta, semplicemente vuoto. Perché è piuttosto una pratica; una pratica che ha avuto inizio quando quell’utopia assoluta, nel tempo ancora una volta dell’istante, si è realizzata.
    E’ accaduto precisamente il giorno in cui ci è stato fatto trovare sulle nostre scrivanie un personal computer; insieme al sogno, al bisogno, o forse all’illusione, di socializzare finalmente una qualche forma di potere, personale e di gruppo, prima di allora inaccessibile. Da allora non è esagerato sostenere, dati concreti alla mano, che un consolidato paradigma sociale e di civiltà plurisecolare ha visto ribaltate alcune sue fondamentali categorie: la profondità in superficie, il verticale in orizzontale, la lentezza in velocità, la qualità in quantità, l’oblio in memoria sconfinata. Fino al punto in cui siamo qui giunti. Quello in cui tutto è digitalizzato o può esserlo: il suono, la parola, l’immagine, l’immaginario persino, e con esso ogni anfratto riposto delle nostre vite. Muta, e alla radice, il punto di vista sul mondo, muta la percezione di sé e dell’altro; con l’accorciarsi progressivo della nozione di tempo muta l’idea stessa di futuro. Muta insomma la mentalità di ciascuno di noi.
    E questo, a dire il vero, era nelle previsioni di uno dei profetici padri di questa sconvolgente rivoluzione, Steward Brand: puoi pensare di cambiare la testa delle persone, ma stai perdendo il tuo tempo. Cambia gli strumenti che hanno in mano, e cambierai il mondo. Ed è questo che è accaduto, né più né meno. Gli strumenti – i tools, e con essi i device  - ci sono stati forniti, su scala planetaria; il loro sviluppo, e dunque la loro obsolescenza, è incessante.
    L’uso che ne facciamo rende a volte difficile distinguere quale sia il mezzo e quale il fine. Anche per questo sembra giunto il momento di un bilancio, certamente provvisorio, della rivoluzione digitale in corso. Nel farlo, come si sta facendo con largo uso delle più svariate discipline scientifiche e umanistiche, occorrerebbe evitare di dover scegliere per forza di cose tra quelle due opposte categorie interpretative che Umberto Eco adoperò mezzo secolo fa a proposito della  cultura di massa: o apocalittici integrati. Quello di cui c’è bisogno è piuttosto l’esercizio della critica, quella che sa muovere dall’analisi dei dati di fatto. È un esercizio che Jaron Lanier (Dieci argomenti, tradotto in Italia qualche mese fa) e Alessandro Baricco (The Game, in libreria in questi giorni), compiono andando al fondo della questione, sia pure da prospettive distanti, e giungendo a conclusioni assai diverse.
    Lanier ha vissuto la rivoluzione digitale dall’interno, ed è considerato uno dei padri della realtà virtuale. Forse proprio per questo colpisce la drasticità della sua diagnosi e l’assolutezza della terapia. In primo luogo verso l’uso dei social media, quel grande miraggio che fabbricando finzione e illusione, lascia al fondo di ciascuno di noi quell’infelicità e quell’isolamento che ci sta disumanizzando. In discussione è ormai la scelta tra conservare o perdere la nostra capacità di libero arbitrio, e per questo si rende necessaria una rapida via di fuga dal sistema dei social, una delle strutture portanti della rivoluzione digitale in atto.
    Alessandro Baricco osserva viceversa le cose dall’esterno e, come già aveva cominciato a fare più di una decina d’anni fa con I Barbari, traccia delle mappe conoscitive per potersi meglio addentrare nel labirinto entro cui siamo. Lo fa sostenendo la causa dell’irreversibilità e insieme della positività dello tsunami digitale che ci attraversa. Ma riconoscendo che, a causa dello stesso impeto che l’ha originata e poi alimentata, la rivoluzione digitale si è come messa su di un piano inclinato; corre adesso il rischio serio di un avvitamento, e dunque è necessario, urgente, rimetterla in asse, trovarle un nuovo equilibrio. Come? Immettendo dentro il processo  di inarrestabile avanzamento digitale proprio ciò che è mancato nel suo inizio: l’umanesimo, in una parola. Quell’umanesimo di cui è ricca, malgrado tutto, quella parte del mondo – l’Europa – che è risultata pressoché assente alla messa in atto di questa rivoluzione, per definizione americana e tecnica, prima ancora che scientifica. Che l’Europa, come sostiene Baricco, sia oggi “il luogo giusto, nel momento giusto”, è una tesi controcorrente nel dibattito pubblico che la riguarda. Ma è una suggestione da raccogliere, e da coltivare.