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GIANNI ZAGATO

  • OLTRE IL NOVECENTO

    data: 28/11/2018 09.31

    Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però, tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che, senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti… Eppure, tutto sembra senza limite. Giunto al dunque, nel pieno di uno snodo – la lunga malattia - che sentiva come ultimativo della propria vita, aveva in mente di tornare a girare di nuovo, un’ultima volta. Per il bisogno di chiudere il cerchio, lo stesso che fa dire a un Paul Bowles interprete di sé stesso, in penombra nella scena finale de Il the nel deserto, che tutto accade solo un certo numero di volte. E il cerchio da chiudere l’avrebbe nuovamente riportato alle origini che, come sempre accade nelle biografie importanti, molto spiega della vita e dell’arte di Bernardo Bertolucci.
    Parma, la cultura contadina che trasuda innocenza arcaica, come gli ricordava Pasolini, la famiglia dominata da quella “cupola paterna” da cui riconosce di non essersi mai liberato: “eravamo troppo figli per diventare padri”. E dunque il Novecento, il nuovo “atto” cinematografico di un secolo che pare non finire mai nel presentare il conto amaro di un declino di valori e di cultura, al punto da sovvertire le nostre stesse radici. Impossibile considerare l’arte di Bernardo Bertolucci senza gettare la giusta luce su un cordone ombelicale con la “famiglia” mai reciso del tutto, e anche per questo fertile ogni volta di una nuova linfa creativa. Il confronto ininterrotto con il padre Attilio, uno dei poeti più raffinati (e critico cinematografico) di quel Novecento raccontato dal figlio, la contaminazione culturale che si poteva respirare nella casa romana di Monteverde Vecchio, assiduamente frequentata da Gadda e da Zavattini, da Moravia e da Caproni, da Roberto Longhi. E da quello che più di tutti ha segnato, in quegli anni giovanili, il destino artistico di Bernardo: Pier Paolo Pasolini.
    Accattone è un film, a ben pensarci, che ha qualcosa di prodigioso: ottiene il massimo successo con il minimo costo di produzione, sulla scena attori di strada, è diretto da uno scrittore che mai prima di allora s’era cimentato con una macchina da presa, e chiama un ventenne come Bernardo a fargli da aiuto. Ma sono messe, già lì, le carte in tavola del percorso futuro di Bertolucci. Da Pasolini apprende quella che diventa la sua regola fondamentale: il cinema si fa con il linguaggio della realtà, usando ogni volta la realtà che ci sta intorno, sia essa quella delle lotte sociali novecentesche dell’Emilia contadina di Novecento, come la realtà del fascismo letto come sessualità repressa de Il Conformista, o quella così diversa e così distante dal Po com’è la realtà del Sahara o del Nepal, immortalata nella “trilogia del viaggio”.
    Senza mai ripetersi, in ogni pellicola c’è tuttavia al fondo questo segno comune, che finisce per dischiudere la strada dell’opera artistica di Bertolucci ad un impegno civile portato sino alle ultime prove, com’è ne The Dreamers, una rilettura del Sessantotto come bisogno di “un domani che cambia il mondo”, di una sete di futuro mai più rivissuta dopo di allora. E’ un’idea di cinema “puro” che porta ben presto Bertolucci ad avvertire tutti i limiti di una lingua come quella italiana, perfetta per il discorso poetico e per quello musicale, non per il discorso cinematografico. Il suo cinema che s’intride di realtà ha bisogno di una lingua che non sia “letteraria”, ma leggera, diretta, quotidiana.  
    Dopo Novecento girerà soltanto in inglese i suoi dialoghi cinematografici. In fondo è una rottura che si carica di molteplici significati, segnando la compiuta emancipazione culturale dell’arte di Bertolucci. Dalla dimensione “letteraria” paterna, da cui pure tanto ha assunto, alla contaminazione di altre culture che, come nel caso di quelle buddiste, non sono scritte in un libro, dove ogni destino è già segnato, prescritto, ma si aprono libere alla realtà delle cose della vita. Ognuno di noi, pare dirci Bertolucci attraverso il suo modo di aver inteso e di aver fatto cinema, scrive la sceneggiatura della propria vita. E questo oggi è il messaggio di libertà che ci consegna.      

      

  • PERCHE' ROSSINI E' ATTUALE

    data: 21/11/2018 20.02

    Senza la musica la vita sarebbe un errore, afferma categoricamente Nietzsche. Ed è l’unica, tra le diverse forme dell’arte, a non piegarsi al volere umano, lo travalica, poiché essa è libera, non ha padroni da servire. Gioacchino Rossini, di cui ricorrono quest’anno i 150 anni dalla morte, è tra i geni musicali quello forse che più interpreta e fa pienamente suo questo pensiero del filosofo tedesco. Ci consegna, come è stato detto, una musica che ha il potere, ogni volta che l’ascoltiamo, di  renderci felici.

    La ricorrenza dell’anniversario ha qualcosa di inusitato, qualcosa che occorrerebbe esaminare con una certa attenzione. Per il semplice fatto che ha sì a che fare con una creatività artistica avvenuta due secoli fa, ma pone a noi contemporanei problemi del tutto aperti, e irrisolti, che riguardano la musica e insieme la oltrepassano, toccano la nostra qualità del vivere nel tempo presente. E’ una connessione, quella tra arte e vita, che dobbiamo saper vedere, e interpretare, dato che, in fondo, a questo serve l’espressività artistica. L’anniversario in sé è poco più che un pretesto, sono piuttosto i fatti che, messi insieme, ci consegnano un fenomeno, appunto, da indagare.

    Oggi la musica di Rossini è rappresentata, come mai era avvenuto, in tutti i teatri del mondo, e neppure quella di Mozart pare reggere alla lunga il confronto. Si assiste a una fioritura biografica e storica continua di saggi, di narrativa, epistolare e naturalmente gastronomica, data la nota predisposizione del  Pesarese per la buona cucina. È capitato ai principali quotidiani italiani, in questi ultimi mesi, di ospitare in prima pagina e in più occasioni articoli sulla musica rossiniana; e le celebrazioni di convegni, mostre, dibattiti risultano talmente fitte e diffuse da riempire già il calendario del prossimo anno.

    La domanda dunque è scontata: a cosa è dovuto tutto questo interesse, che va molto più in là della cerchia degli intenditori e tocca un pubblico ormai largo e, ecco un’altra novità, soprattutto  giovanile? C’è da dire che Rossini è sempre stato, per così dire, assai popolare, in Italia e in tutta Europa. L’opera sua più celebre, Il Barbiere di Siviglia, è ininterrottamente in cartellone nei teatri in giro per il mondo da quando fu rappresentata per la prima volta a Roma, al Teatro Argentina, nel febbraio del 1816. Rossini aveva appena ventitré anni  e quell’esordio, com’è noto, fu un fiasco clamoroso. Da quella sera sono trascorsi più di duecento anni, e non esiste opera  alcuna, neppure il mozartiano Don Giovanni, così capace di portare a teatro un pubblico sparso in ogni dove.

    Ma quello che oggi imperversa, è un altro Rossini, assai diverso da quello che siamo abituati a conoscere, ed è questa la novità, musicale e culturale, con cui fare i conti. E questo nuovo e in gran parte  inedito Rossini va visto come il punto d’arrivo di un percorso  durato gli ultimi trent’anni. Cominciato con il lavoro filologico  sottotraccia di uno dei più profondi conoscitori dell’arte rossiniana (Alberto Zedda), portato coraggiosamente sulle scene da cantanti  e direttori d’orchestra di eccezionale valore (Maria Callas e  Claudio Abbado), sviluppato sul piano della critica musicologica (Arrigo Quattrocchi), fino all’affermazione di una nuova generazione di cantanti “rossiniani” (Chris Merritt, Jaun Diego Florez) che ha saputo interpretare questa musica nuova come mai prima era toccato sentire.

    La “Rossini renaissance” ha sovvertito tanti stereotipi, sedimentati nel tempo, restituendoci una musica, un’arte, che scopriamo a noi contemporanea, ed è questo che spiega il successo nei teatri di tutto il mondo. Opere popolarissime (Il Barbiere, La Cenerentola), trasformate nel tempo da giocose in farsesche,  hanno finalmente riacquistato la loro originaria creatività. Altre ormai non più rappresentate (Matilde di Shabran, Ermione, Semiramide)sono state riscoperte come capolavori dissepolti. E accanto al Rossini “giocoso”, emerge sempre di più quello “serio”, fino all’autore “sacro”(La Petite Messe Sollenelle)  che pare lasciare il testimone sul piano del messaggio musicale – e siamo nel 1867 – alla musica colta, venata di blues e di jazz, di George Gershwin. Ci viene così restituito un patrimonio musicale, più che originale, riaperto, nel senso proprio dell’estetica novecentesca, per la quale nessuna opera d’arte del passato ci viene data qual era in origine, poiché ogni epoca che l’ha custodita, per poi tramandarcela, vi ha lasciato impresso il proprio segno. Ecco allora che il vero Rossini è proprio l’ultimo Rossini, così attuale da sentirlo nostro contemporaneo. Con la sua musica che ci aiuta a correggere della vita i tanti errori di questo tempo incerto e fuori sesto.                  

  • COM'E' CAMBIATO IL POTERE

    data: 17/11/2018 19.38

    Come siamo arrivati fin qui, com’è stato possibile? È una domanda che ci facciamo sempre più spesso, immersi come siamo dentro la palude, dove ogni cosa ci passa veloce dinanzi, senza avere neppure il tempo di capire da dove viene, e dove va. Riguarda la nostra vita quotidiana; riguarda la sua dimensione pubblica, se non vogliamo dire politica. Per giungere ad una qualche affidabile risposta occorrerebbe attraversare la complessità, ma i tempi, i tempi del presente, chiamiamoli pure di superficie, non paiono essere quelli adatti a misurarsi fino in fondo con essa. E questo, di per sé, è già un fatto che ostacola la risalita, il dischiudersi di una qualche utile via d’uscita. Filtra dentro la coscienza la nostalgia della stagione, già lontana, dei grandi ideali, delle appartenenze radicate, delle identità definite. Insieme al mesto sentimento di averle coltivate, dati gli esiti del presente, invano.

    E Invano, di Filippo Ceccarelli, è un libro che ci parla proprio di questo. Una singolare e alquanto spiazzante storia di quell’Italia repubblicana dentro cui la vita di diverse generazioni si è compiuta, muovendo dagli affreschi delle tumultuose passioni che hanno animato il paese uscito distrutto dalla guerra e dalla dittatura, via via sino alle istantanee di quest’oggi impaludato. Un tratto peculiare del libro è che questa storia, la storia, come dice il sottotitolo, del potere in Italia da De Gasperi a questi qua, non viene narrata da uno storico di professione, che per metodo d’indagine pone tra i fatti accaduti e la loro ricostruzione storica quell’ampio spazio temporale di decantazione utile a fornirne un giudizio equanime. A narrare del nostro tempo è qui invece un giornalista, che proprio quella storia ha attraversato nel corso della sua lunga carriera professionale, e anche per questo essa entra in scena, oltre che dalla porta principale dei grandi avvenimenti, dalle tante e spesso imprevedibili entrate laterali dei caratteri e dei tic che delineano, dei diversi personaggi conosciuti e frequentati dall’autore, il tratto antropologico non meno di quello politico.

    E’ noto del resto come il metodo di lavoro giornalistico di Ceccarelli sia stato del tutto particolare, e risulti oggi, nel panorama della carta stampata, messo repentinamente da parte per altri e meno artigianali metodi dettati dal sopravvento del digitale. E’ il metodo del giornalista che i giornali, oltre che scriverli, li legge, e di mattino presto; ritaglia e mette da parte, accumula, classifica e scheda, con il gusto quasi ossessivo per quel dettaglio, quell’inedito, che sfugge ai più. Del resto, non si potrebbe scrivere un libro di mille pagine (e cinque anni di lavoro), senza avere alle spalle della scrivania un archivio assai ben strutturato; e talmente voluminoso da richiedere un tir che lo trasportasse dalla redazione del giornale alla biblioteca della Camera, dove è stato donato. Invano, ci dice l’autore, va inteso in due modi. Quello del potere in quanto tale, che sempre cerca, invano, di ingannare la morte; e quello dei grandi valori che ci hanno attraversato, e contrapposto, se l’approdo è quello che abbiamo oggi sotto gli occhi. Se questo è potuto accadere, è anche per un colpevole difetto di memoria da cui risultiamo afflitti, tale da impedirci ormai di vedere e trovare, dentro il passato, i tratti del presente e i bagliori del futuro. Una sorta di cesura agostiniana di quei “tre tempi del presente” che ha dato una scansione di durata, di trasmissione, di contaminazione temporale delle nostre vite.  

    Questi qua, come li nomina Ceccarelli senza intento spregiativo e anzi mettendoli sul medesimo piano di un modo prima di tutto generazionale di stare sulla scena, si assomigliano: bravissimi nella velocità, permanentemente sui social, autodidatti cresciuti dentro la televisione dei quiz. Ma non hanno “cultura politica”, né alle spalle quei partiti che malgrado i tanti difetti fungevano tuttavia da agenzie di formazione delle coscienze. Scontato, dunque, che al perseguimento della loro idea dell’uomo forte e solo al comando, risultino fastidiose le intermediazioni sociali, i giornalisti dell’indagine, le procedure faticosamente democratiche. Ceccarelli nota come al tramonto delle culture politiche faccia seguito una ripresa della corporeità, il segno prevalente di una personalizzazione ormai pervasiva della politica. L’antidoto, suggerisce l’autore, sta in quel dovere della memoria che guarda al passato non come rimpianto, ma come riconoscimento di un valore necessario al presente. Come senz’altro è antidoto, si potrebbe aggiungere, quel giornalismo che sa farsi fonte storica di primo riferimento e sa accendere le luci in ogni stanza del grande condominio delle istituzioni di un paese, restituendocele trasparenti, per quello che sono. Questa è la ragione, in fondo, che ci spinge, in tempi di twitter e di instagram, a chinarci riflessivi su un libro di mille pagine, uscendone con le idee più chiare, con una memoria più vigile.

     
     

  • LA RIVOLUZIONE DIGITALE

    data: 06/11/2018 12.03

    La Rivoluzione Digitale corre via veloce, il suo viaggio non prevede stazioni di sosta. È in perpetua gara con il tempo e occupa ogni lembo dello spazio, poiché questa è la sua vera natura; il movimento la sua unica legge fondativa. Porta il cambiamento in ogni direzione e latitudine, tanto verso il singolo individuo quanto nell’intero pianeta, sempre più interconnesso. E tutto è accaduto in un tempo relativamente breve, appena qualche volgere di decennio. Dove ogni cosa, sia dell’organizzazione sociale come della vita quotidiana di ciascuno di noi, è stata rivoltata una volta per sempre, qualcosa di irreversibile. E infatti, adesso che la metamorfosi si è compiuta, a guardarci indietro ci scopriamo quasi irriconoscibili.
    Come ogni rivoluzione degna di questo nome, anche quella digitale si è nutrita di un utopia assoluta, e del resto come poteva farne a meno? Ma non ha teorie o filosofie da dispensare. Lo scaffale di libri, saggi, trattati che la preparano al suo esordio nel mondo è, a differenza di tutte le altre grandi rivoluzioni che l’hanno preceduta, semplicemente vuoto. Perché è piuttosto una pratica; una pratica che ha avuto inizio quando quell’utopia assoluta, nel tempo ancora una volta dell’istante, si è realizzata.
    E’ accaduto precisamente il giorno in cui ci è stato fatto trovare sulle nostre scrivanie un personal computer; insieme al sogno, al bisogno, o forse all’illusione, di socializzare finalmente una qualche forma di potere, personale e di gruppo, prima di allora inaccessibile. Da allora non è esagerato sostenere, dati concreti alla mano, che un consolidato paradigma sociale e di civiltà plurisecolare ha visto ribaltate alcune sue fondamentali categorie: la profondità in superficie, il verticale in orizzontale, la lentezza in velocità, la qualità in quantità, l’oblio in memoria sconfinata. Fino al punto in cui siamo qui giunti. Quello in cui tutto è digitalizzato o può esserlo: il suono, la parola, l’immagine, l’immaginario persino, e con esso ogni anfratto riposto delle nostre vite. Muta, e alla radice, il punto di vista sul mondo, muta la percezione di sé e dell’altro; con l’accorciarsi progressivo della nozione di tempo muta l’idea stessa di futuro. Muta insomma la mentalità di ciascuno di noi.
    E questo, a dire il vero, era nelle previsioni di uno dei profetici padri di questa sconvolgente rivoluzione, Steward Brand: puoi pensare di cambiare la testa delle persone, ma stai perdendo il tuo tempo. Cambia gli strumenti che hanno in mano, e cambierai il mondo. Ed è questo che è accaduto, né più né meno. Gli strumenti – i tools, e con essi i device  - ci sono stati forniti, su scala planetaria; il loro sviluppo, e dunque la loro obsolescenza, è incessante.
    L’uso che ne facciamo rende a volte difficile distinguere quale sia il mezzo e quale il fine. Anche per questo sembra giunto il momento di un bilancio, certamente provvisorio, della rivoluzione digitale in corso. Nel farlo, come si sta facendo con largo uso delle più svariate discipline scientifiche e umanistiche, occorrerebbe evitare di dover scegliere per forza di cose tra quelle due opposte categorie interpretative che Umberto Eco adoperò mezzo secolo fa a proposito della  cultura di massa: o apocalittici integrati. Quello di cui c’è bisogno è piuttosto l’esercizio della critica, quella che sa muovere dall’analisi dei dati di fatto. È un esercizio che Jaron Lanier (Dieci argomenti, tradotto in Italia qualche mese fa) e Alessandro Baricco (The Game, in libreria in questi giorni), compiono andando al fondo della questione, sia pure da prospettive distanti, e giungendo a conclusioni assai diverse.
    Lanier ha vissuto la rivoluzione digitale dall’interno, ed è considerato uno dei padri della realtà virtuale. Forse proprio per questo colpisce la drasticità della sua diagnosi e l’assolutezza della terapia. In primo luogo verso l’uso dei social media, quel grande miraggio che fabbricando finzione e illusione, lascia al fondo di ciascuno di noi quell’infelicità e quell’isolamento che ci sta disumanizzando. In discussione è ormai la scelta tra conservare o perdere la nostra capacità di libero arbitrio, e per questo si rende necessaria una rapida via di fuga dal sistema dei social, una delle strutture portanti della rivoluzione digitale in atto.
    Alessandro Baricco osserva viceversa le cose dall’esterno e, come già aveva cominciato a fare più di una decina d’anni fa con I Barbari, traccia delle mappe conoscitive per potersi meglio addentrare nel labirinto entro cui siamo. Lo fa sostenendo la causa dell’irreversibilità e insieme della positività dello tsunami digitale che ci attraversa. Ma riconoscendo che, a causa dello stesso impeto che l’ha originata e poi alimentata, la rivoluzione digitale si è come messa su di un piano inclinato; corre adesso il rischio serio di un avvitamento, e dunque è necessario, urgente, rimetterla in asse, trovarle un nuovo equilibrio. Come? Immettendo dentro il processo  di inarrestabile avanzamento digitale proprio ciò che è mancato nel suo inizio: l’umanesimo, in una parola. Quell’umanesimo di cui è ricca, malgrado tutto, quella parte del mondo – l’Europa – che è risultata pressoché assente alla messa in atto di questa rivoluzione, per definizione americana e tecnica, prima ancora che scientifica. Che l’Europa, come sostiene Baricco, sia oggi “il luogo giusto, nel momento giusto”, è una tesi controcorrente nel dibattito pubblico che la riguarda. Ma è una suggestione da raccogliere, e da coltivare.