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ANGELO SFERRAZZA

  • RURALI E MANIFESTO RAZZA

    data: 04/12/2018 21.12

    Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco, Edoardo Zavattari. Chi sono? Pochissimi risponderebbero alla domanda. Sono i nomi di dieci, si fa per dire, studiosi che sottoscrissero nel luglio 1938 il Manifesto della razza, conosciuto anche come Manifesto degli scienziati razzisti , fondamento “scientifico” delle leggi razziali del 1938. A questo manifesto aderirono con solerzia e spesso senza una particolare giustificazione 329 fra docenti universitari, magistrati, medici, militari giornalisti ed esponenti del clero. Famoso, padre Gemelli che aveva una sua particolare teoria a sostegno e giustificazione del razzismo.
    Quello del mondo cattolico è uno dei temi ancora da chiarire, con coraggio e verità. “La coscienza del legame tra la Chiesa e gli ebrei è oggi per noi cattolici un fatto di popolo. Ma negli anni Trenta in pochi capirono, mentre sopravvivevano vecchi pregiudizi”. Lo ha dichiarato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, la Conferenza Episcoale Italiana, a chiusura di un interessante convegno tenutosi alla Dante Alighieri il 19 novembre: “Chiesa, fascismo ed ebrei, la svolta del 1938”.
    Fra i 329 compaiono due nomi che colpiscono, Amintore Fanfani e il prof Gaetano Azzariti, secondo presidente nel 1957 della Corte Costituzionale! Ottanta anni fa. Una data che quest’anno è stata ricordata con un’attenzione particolare, perché in giro si respira aria mefitica. Il 28 ottobre, data della cosidetta “marcia su Roma”, un manipolo di nostalgici ha sfilato a Predappio davanti alla tomba di Mussolini, indossando magliette con scritte antiebraiche come, al di là di ogni ritegno, una vigorosa “massaia rurale” pesarese: “ Auschwitzland”.  Quel campo di sterminio  dove furono inviate quasi tutte le ottomila vittime ebree italiane.
    Ma come è stato possibile che una grandissima parte del popolo italiano abbia accettato e condiviso le leggi razziali? Eppure è successo e nemmeno lentamente. Un contributo determinante, su un terreno fertile in verità, è stata la comunicazione, a tutti livelli e in tutte le forme. Nessuna categoria sociale è stata dimenticata, analfabeti compresi. Nel ’38 l’Italia fascista - al culmine della sua esaltazione, Impero dal 1936, con un orgoglio nazionale che aveva conquistato tutti - pendeva dalle labbra del Duce. Ma c’era ancora qualcuno tiepido: i “rurali”, come venivano allora chiamati chi lavorarava  la terra, al contrario dei “padroni”, fascisti della prima ora.
    Come arrivare ai “rurali”, con una altissima percentuale di analfabetismo e certo non lettori accaniti della stampa di regime? La radio! Nel 1933 nasce l’Ente Radio Rurale che aveva come finalità l’indottrinamento ideologico con la diffusione della radiofonia nelle campagne e nelle “scuole rurali”. Fu costruito un apparecchio speciale, Radiorurale, che diversamente da Radiobalilla, al posto dei fasci aveva incrociati due rametti d’alloro.
    Il progetto Radiorurale naufragò, non sul piano politico ma… tecnico! In gran parte delle campagne non arrivava l’energia elettrica! Si corse ai ripari. Mettere altoparlanti nelle piazze dei piccoli paesi, vicino alle chiese e la domenica mattina, quando i “rurali” credenti uscivano dalla Messa e i “socialisti” al caffè o all’osteria, indottrinarli. Una eredità di “palinsesto” ancora oggi rispettata con Linea verde!
    Come spiegare ai “rurali” il razzismo? Ci pensa la Confederazione Fascista dei Lavoratori dell’agricoltura, con una pubblicazione di sessantotto pagine dell’anno XVI con numerose fotografie,  dal titolo chiaro e squillante: I rurali e la razza. In prima pagina: “Siete voi, rurali, che rappresentate la razza nel suo significato più profondo ed immutablile. Voi non fate i matrimoni misti… Mussolini”! Poi, in seconda, sempre Mussolini: “La terra e la razza sono inscindibili e attraverso la terra si fa la storia della razza e la razza domina e feconda la terra… “. In sessantotto pagine si sintetizza tutto il credo razzista e si esalta il valore dei Fedeli della Terra “che per tante generazioni, che talvolta hanno sfiorato il millennio, si sono mantenuti nello stesso podere…”. E si continua: “Il contadino è sempre stato il “continuatore della stirpe” mentre la città è il punto “debole e vulnerabile”. Quindi, cari mezzadri, fate figli e rimanete a lavorare la terra per il bene della stirpe! E naturalmente, foto di una famiglia mezzadrile emiliana di quarantaquattro persone di cui 26 bambini. Le didascalie sono spesso sconcertanti. Una fra tutte. I fascisti non ignoravano  la devozione di una parte notevole dei “rurali”, quindi foto di una croce di ferro lavorato,  numerose allora nelle strade di campagna, con un ragazzo in preghiera. Testo: “Ecco la fede che proviene dai secoli e dalle generazioni, la fede in Dio, latino e cattolicissimo, gloria e conforto delle nostre genti italiane”! Anche un libercolo così ha completato quella strada che porta alla Shoah  e che inizia in Italia con la pubblicazione nel 1921 de I Protocolli dei savi anziani di Sion.     

  • GERUSALEMME SENZA PACE

    data: 11/11/2018 21.53

    Il 6 dicembre dello scorso anno, il Presidente Donald Trump, non inattesamente, ha riconosciuto Gerusalemme capitale unica di Israele. Il 19 luglio la Knesset ha votato la legge fondamentale che dichiara Israele  “Stato- nazione del popolo ebraico”. Sessantadue voti favorevoli dello schieramento dei partiti di destra al governo e cinquantacinque contrari.
    La prima proposta della legge fondamentale votata è del 2011, ma le numerose correzioni, specie dopo la vittoria nel 2015 di Benjamin Netanyahu è stata totalmente stravolta. Prevedeva infatti la definizione di “Stato-nazione del popolo ebraico e democratico in linea con la dichiarazione di indipendenza”. La parola “democratico” è scomparsa, cancellando così la visione dei fondatori. Abolisce l’arabo come doppia lingua e confina in un limbo senza speranze il 20% della popolazione, 1 milione e ottocentomila arabi musulmani e cristiani e 150.000 fedelissimi drusi, che addirittura fanno parte dell’esercito israeliano. Un limbo peggiore della Barrier, il muro, che soffoca e umilia, soprattutto i giovani.
    Con questa legge Israele si allontana radicalmente dalla dichiarazione di Indipendenza del 14 maggio del 1948. Altra cosa era l’Israele dei kibbutz, quando la gran parte della popolazione viveva in modo semplice, per necessità, ma anche per una forma di vocazione spirituale che contribuì a creare un modello politico che resse per anni. Una forma di utopia sionista, socialista, volta a creare in Palestina una società nuova, che si concretizzò nello Yshuv. Esso organizzò ad arte la lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, che aveva ben altre idee sulla Palestina e non prevedeva la nascita di uno Stato ebraico.  
    Quando si parla di Israele, del suo rapporto con i palestinesi, del suo ruolo internazionale ed altro, bisogna procedere con cautela e non farsi catturare da schemi frettolosi, ad effetto. Israele, come ha scritto Vittorio D. Segre in Israele, una società in evoluzione (Rizzoli 1973), libro fondamentale per capire il suo processo storico, “è uno Stato solitario… Non esistono altri stati ebraici nel mondo, né società di lingua o di cultura ebraica” . D’altra parte un popolo che rinasce dopo diciannove secoli, Heretz Israel, la Terra di Israele, è un evento non riscontrabile nella storia di nessun altro popolo. E lo si vede al Muro Occidentale, HaKotel , più conosciuto come Muro del Pianto, dove gli ebrei pregano con le stesse parole, Amidah, gli stessi gesti di duemila anni fa.
    E questa solitudine ha creato un senso di perenne insicurezza, una ghettizzazione al contrario. Non è facile liberarsi dal ricordo di ciò che è avvenuto nella prima metà del secolo XX, quando è scomparso un terzo del popolo ebraico. Sul tema si sono scritte valanghe di libri, ma nessuno riuscirà mai ad avvicinarsi più di tanto alla complessità dell’ebraismo, che trascende la politica. Pensiamo solo a Gerusalemme, la città dai settanta nomi, dove in un piccolo spazio si concentrano le tre religioni monoteiste che aggiungono elementi diversi ad una conflittualità che non è solo fatta di confini. Qui si svolge “una antica e sanguinosa competizione tra ebraismo, islam e cristianesimo”, come ha scritto un acuto analista della politica israeliana. Qui dove mille anni prima di Cristo, il re Salomone, figlio del re David costruì un Tempio, l’unico Tempio degli ebrei, l’anima stessa della loro storia religiosa e politica. E dove l’archeologia diventa strumento politico, perché in Palestina contano prima di tutto le pietre, che sono “parlanti e vive”, come diceva Padre Michele Piccirillo francescano e grandissimo studioso di archeologia biblica. E ciò vale soprattutto nel “bacino sacro”, con gli scavi iniziati nel 2006 , sotto la spianata delle Moschee, Haram-ash-Sharif, dove dopo la “guerra dei sei giorni” con l’entrata della Tzahl, i rabbini suonarono lo shofàr, il corno rituale, quasi a significare il momento del ritorno.
    Benyamin Netanyahu forse crederà di aver concluso il sogno di Thedor Herzl , c’è da dubitare. La congiuntura politica certamente è a suo favore, sia sul piano interno che nell’area del Medio Oriente. I palestinesi della Cisgiordania sono stremati. Abu Mazen mostra sempre minor autorevolezza, per poter guidare una seppur formale opposizione. Israele si allarga con confini “elastici”. Uno Stato palestinese non è più nemmeno ipotesi di lavoro, con i paesi arabi - alle prese tutti con problemi interni - che hanno flebilmente protestato per la legge votata con Israele, schierata con il fronte sunnita. Ma un problema resterà duro come una pietra: Gerusalemme, anche se al momento Israele detiene un potere che limita qualsiasi ipotesi che non sia quella di prendere atto che Gerusalemme è “unita e indivisa capitale” di Israele. Ma Gerusalemme è anche città sacra per le tre religioni e su questo non si può arretrare. Non servirà la politica dei trattati e tanto meno le risoluzioni dell’Onu che lasciano il tempo che trovano. Gerusalemme dalle bianche pietre è lì ad aspettare la sua pace. Da duemila anni…