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MARIATERESA GABRIELE

  • DIOR, BAROCCO E PIZZICA
    FRA LUMINARIE E OMBRE

    data: 25/07/2020 18:31

    E’ provinciale esaltarsi per una sfilata di moda di una delle più celebri maison al mondo dalle nostre parti? Io ritengo di no. A me la sfilata Dior a Lecce è piaciuta, anche se ho qualcosa da eccepire sullo spettacolo che ha fatto da contorno alla passerella delle 45 modelle che indossavano una novantina di abiti firmati Maria Grazia Chiuri. Che è la prima stilista donna della casa di alta moda fondata da Christian Dior a Parigi nel 1947. Per 28 minuti, l’altra sera, piazza Duomo a Lecce è diventata scenario di una sfilata della collezione Cruise, quella intermedia fra le stagionali, prevista all’inizio di maggio e spostata, a causa del Covid 19, al 22 luglio. Avrebbe potuto rinunciarvi, la Chiuri: dopo tutto questa trasferta, sia pure supportata dalla Regione Puglia e avvalorata dal fatto che il presidente della regione, Michele Emiliano, l’abbia nominata consulente per il rilancio della Puglia stessa, comportava numerose difficoltà.

    Intanto spostare abiti e tutto il contorno (make up, fotografi, modelle, ecc. ecc. e i Ferragnez a fare da indiscutibili araldi della manifestazione) da Parigi fin qui, non è stato semplice. Piazza Duomo doveva essere chiusa al pubblico onde evitare assembramenti. Ma si è visto tutto in diretta streaming comodamente da casa propria. Si sono collocate le luminarie disegnate dall’artista Marinella Senatore con le scritte a tema femminista e rivoluzionarie che tanto piacciono a Chiuri che indossa spesso una t-shirt con la scritta “We should all be feminists”. Non per niente Maria Grazia Chiuri, che ha ricevuto in Francia la Legion d’onore, e si divide fra Roma e Parigi, ben conscia del proprio valore, ha voluto che l’evento si realizzasse, oltre tutte le critiche e le eccezioni. Perché lei, che ha ereditato dalla madre sarta romana il suo mestiere, dal padre Antonio (classe 1931), trasferitosi nella capitale a 18 anni, ha imparato ad amare il Salento: ogni estate è venuta in vacanza nel paese paterno, Tricase.

    E in questo mesi di chiusura forzata, ha esplorato via web l’artigianato salentino, soffermandosi sulle tessitrici e ricamatrici delle Costantine, una fondazione di Corigliano d’Otranto che ha fatto del lavoro specialmente femminile la sua caratteristica. Così, con le sue lavoranti, ha messo a punto questa collezione molto giovanile, agile, fresca, colorata, che ricorda il mondo contadino, a cui si ispira. Ed ecco, immancabile, la pizzica: nel suo aspetto più cupo. Non è la prima volta che Chiuri utilizza la danza nelle sue sfilate. Ma stavolta, vedere le luci delle luminarie e il maestro Paolo Buonvino che (finalmente!) dirigeva l’orchestra nella cassa armonica, con i cantanti e i ballerini di una pizzica che da festosa diventava inspiegabilmente tragica, è stato particolarmente stridente. Lo spettacolo, una mezzora circa, proprio per questo non è riuscito.

    Quanto alla filata in sé, nulla di stravolgente, anche nell’uso della piazza: per anni Trinità dei Monti ha fatto da scenario a eventi simili, pure in diretta tv, senza che nessuno avesse da ridire. Qui si sono lamentati per le luminarie che coprivano il barocco ma, a parte il fatto che le decorazioni di piazza Duomo sono in alto, le strutture sono mobili, già oggi non ci sono più e non rovinano alcunché. Molto peggio sono state alcune scritte anonime contro il presunto sfruttamento che hanno deturpato muri secolari.

    Gli abiti erano belli, le modelle avevano quell’aspetto loro così truce che non si capisce come mai, son vestite bene, sono giovani, un sorrisetto dai, cosa vi costa? Ma soprattutto c’era da rimanere allibiti di fronte alla tragedia mimata da uomini e donne, ballerini e cantanti, vestiti in bianco e nero, battenti i tacchi manco fossero andalusi. Si parte con la tarantella, si finisce col mimare uno svenimento se non peggio e le modelle passano ancheggiando con stile ma indifferenti a ciò che accade accanto a loro. Cosa strillava quella donna vestita di nero? Si è avuta l’impressione insomma non di una festa ma di un dramma e a nulla è valso che poi Sangiorgi cantasse in smoking “Meraviglioso”.

    La pizzica, slegata dal suo vero significato folkloristico, ormai perso nella notte dei tempi, qui mi è parsa fuori tema. Avrei preferito una festa e basta. Per il resto, è vero, donne, pensate alla prima volta che avete visto il vostro nome, come si leggeva in inglese su un cornicione di luminaria. Oggi leggo Chiuri e ne sono orgogliosa.  

  • IL GIORNALISTA SCAVO
    E IL FACCENDIERE GAFA'

    data: 30/06/2020 21:18

    Si moltiplicano gli attestati di solidarietà e si auspica che si rafforzi la vigilanza intorno a un giornalista che con le sue inchieste non lascia nulla di segreto nelle trame che circondano le rotte degli immigrati nel Mediterraneo. Nello Scavo, giornalista dell’Avvenire, è stato infatti minacciato pesantemente da Neville Gafà, un faccendiere che fino a qualche mese fa era direttore dell’ufficio del primo ministro di Malta e tuttora consulente del governo della Valletta, retto dal laburista Robert Abela. Immediata la solidarietà per il giornalista che sabato scorso è stato intimidito via Twitter da Gafà in questi termini: “Fermate i vostri affari sporchi. Altrimenti vi fermiamo noi”. Una minaccia davvero inquietante soprattutto se pensiamo al ruolo svolto da Gafà anche nel precedente governo maltese, guidato da Joseph Muscat, che cadde proprio perché fortemente coinvolto nell’attentato dinamitardo costato la vita alla giornalista Daphne Caruana Galizia, morta nell’esplosione della sua auto il 16 ottobre 2017.

    Ecco cosa ha scritto in prima pagina oggi, martedì 30 giugno, il direttore dell’Avvenire, Marco Tarquinio, titolando Affari sporchi e cronache pulite: “E’ capitato di sentire definire in molti modi il nostro lavoro di cronisti in questo giornale di limpida ispirazione e tradizione, ma l’espressione ‘sporchi affari’ nessuno aveva mai osato usarla. Ora è stata scagliata in un post minaccioso anche contro il nostro inviato Nello Scavo da un personaggio maltese, Neville Gafà, indiziato di traffici, essi sì, sporchie accusato di aver orchestrato la campagna contro Daphne Caruana Galizia, giornalista sua connazionale assassinata a causa del coraggioso lavoro di inchiesta che conduceva. Posso solo dire che sui social Gafà si è mostrato uomo senza scrupoli. Che da Malta, nazione amica e vicina per cultura e geografia, ci aspettiamo chiarezza e fermezza. Che continuiamo le nostre cronache pulite. E che Nello è tutti noi”.

     

     

    Nello scorso aprile Gafà ha organizzato il respingimento di un gruppo di migranti che sono naufragati il giorno di Pasquetta. Dodici le vittime accertate; altri 51 naufraghi furono riportati in Libia da pescherecci senza bandiera, ingaggiati da Rafà, in violazione alle convenzioni internazionali. Una prassi a quanto pare consolidata da anni ma che solo nello scorso aprile era stata individuata e smascherata, come Scavo ha puntualmente documentato. Nel twitter Gafà minaccia anche Watch The Med-Alarmphone, l’organizzazione umanitaria che il 26 giugno ha ricevuto l’Sos di 95 persone che avrebbero potuto essere salvate dalla nave Mar Jonio della ong Mediterranea Saving humans ma che sono state invece intercettate dai guardiacoste libici, al largo di Misurata: ci sono stati 6 morti e tutti gli altri, compreso un neonato venuto alla luce proprio in quelle ore in acqua, di nuovo risospinti in Libia. Val la pena di sottolineare, ancora una volta, che i campi di prigionia libici sono delle strutture fuorilegge che detengono innocenti che hanno solo il desiderio di fuggire verso una vita migliore. Mediterranea ha anche lanciato una precisa accusa alla Marina italiana: la fregata De La Penne avrebbe potuto raggiungere il gommone in avaria e invece, non sarebbe intervenuta.

    C’è stato uno scambio di precisazioni tra Nello Scavo e Antonello de Renzis Sonnino, capitano di vascello e capufficio della pubblica informazione della Marina sull’Avvenire di domenica 28 giugno: la fregata si sarebbe trovata distante dal luogo del naufragio, ha precisato il capitano Sonnino. I superstiti sono stati portati via dalle guardie costiere libiche, le quali poi sfuggono ai radar e agiscono in violazione delle attività di Search and rescue (Sar), in quanto porto sicuro di sbarco la Libia non è. Il nodo dell’immigrazione resta ancora uno dei più gravi che la diplomazia internazionale si trovi a dover sciogliere. Basta leggere le splendide cronache di Bernard Henry Levy sulla Repubblica: domenica il suo reportage dall’isola di Lesbo (Grecia) faceva davvero accapponare la pelle. Un campo-profughi di siriani, per lo più, in quelle condizioni, è una vergogna non solo per l’Europa ma per tutta l’umanità.

     


     

  • TRUFFE IN COOPERATIVA?
    CLAMOROSO SE AL SUD
    MENO CLAMORE SE AL NORD

    data: 19/06/2020 11:36

    C’è sempre grande clamore intorno alle truffe attuate dalle cooperative che aiutano i migranti, ai danni dei loro ospiti e dello Stato. Di solito la notizia rimbalza sui telegiornali se la coperativa in questione è meridionale – ricordo una del Molise. Meno clamore invece si nota se l’imbroglio riguarda una del Nord. La notizia riportata giovedì dal Corriere della sera nelle Cronache (pag. 22), a firma di Maddalena Berbenni e Giuliana Ubbiali, ha del clamoroso non solo perché riguarda l’area di Bergamo, come si sa nella tempesta per l’emergenza pandemica, ma anche perché il filone d’indagine porta dritto dritto alla Caritas, una delle più grandi associazioni cattoliche.

    Sono finiti agli arresti (sia pure domiciliari) padre Antonio Zanotti, 73 anni, fondatore e guida spirituale della cooperativa Rinnovamento con sede a Romano di Lombardia, accusato già nel 2018 di abusi sessuali da parte di un ragazzo che aveva aiutato; la presidente Annamaria Preceruti, 58 anni, di Antegnate e l’economo Giovanni Trezzi, 49 anni, di Crema. L’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla truffa allo Stato. Sequestrati anche 126 mila euro di contributi pubblici, intascati in maniera illecita. Si tratta di 35 euro al giorno che i cooperanti avrebbero continuato a intascare anche quando l’immigrato di turno lasciava la struttura e, naturalmente, si lucrava anche con il cibo scaduto. Oltre alla Ruah, si trova coinvolta – grazie alle intercettazioni telefoniche - pure l’associazione Diakonia, legata direttamente alla Caritas, anche se qui non ci sono stati arresti. "I reati ipotizzati sono gli stessi: associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, allo sfruttamento del lavoro, alla turbativa d’asta e all’inadempimento delle pubbliche forniture. Nel ruolo del presunto promotore, don Claudio Visconti, 56 anni, direttore per 20 anni della Caritas di Bergamo, dal settembre 2018 alla Pastorale italiana di Bruxelles”. Gli inquirenti avevano voluto vederci chiaro dopo lo stupro, nel settembre del 2017, di un’educatrice di un centro di accoglienza a Fontanella, sempre nella Bergamasca. L’immigrato colpevole era stato subito arrestato, ma le indagini hanno investito altri settori delle cooperative. Non solo contributi pubblici…

    Infatti sempre nel numero di ieri del Corriere della Sera, a pag. 7, tutta la pagina è occupata dalla pubblicità della Porsche in cui la celebre auto sportiva, verniciata in verde, bianco e rosso, i colori dell’Italia, annuncia: “Questa volta per vincere non dobbiamo lasciare indietro nessuno”. Alla Porsche hanno un ufficio pubblicità davvero originale, tutto teso a giustificare il possesso di un’auto di lusso con il coronamento di un più che legittimo sogno (una variopinta pubblicità tempo fa recitava: “Il tuo sogno è possibile, non ucciderlo, è la cosa più importante per te”). Infatti: “Acquistando l’auto dei tuoi sogni combatti insieme a Porsche la povertà alimentare ed educativa nel tuo territorio”. In che modo? Con donazioni proprio alla Caritas per ogni auto consegnata dal primo giugno scorso al 10 luglio prossimo. “Porsche Italia e i concessionari della rete italiana aiuteranno attraverso Caritas 40 famiglie e 10 ragazzi”. Peccato che, voltando pagina…  

  • DELL'INTITOLAZIONE
    AD ALBA DE CESPEDES
    DI UNA STRADA A BARI

    data: 08/06/2020 11:00

    La notizia non è tanto che il Comune di Bari abbia deciso di sostituire il nome di una strada, finalmente togliendo l’intestazione a Nicola Pende (nonno della giornalista Stella), endocrinologo e politico fascista che firmò il Manifesto della razza, per darla ad Alba de Cespedes. E’ un risultato importante certo, ma la notizia è piuttosto: “Alla buon’ora!”. Perché la scrittrice, nata a Roma l’11 marzo 1911 e morta a Parigi il 14 novembre 1997, finita ingiustamente nel dimenticatoio, non solo ha scritto, fra i tanti, un romanzo: “Nessuno torna indietro” che risale al 1938, che fu censurato dal fascismo perché non aderiva certo all’immagine tradizionale della donna tutta figli-casa-cucina e che ha anticipato “Il gruppo” che Mary McCarthy scriverà solo negli anni Sessanta, ma è stata un personaggio importante per Bari. Quel romanzo, che narra le vicende di 8 ragazze, fra cui una ragazza madre (quel in fondo fu lei stessa), sarebbe dovuto andare al macero, ma Arnoldo Mondadori si oppose e fu tradotto in tutto il mondo. Quindi prima di quella breve ma intensa stagione che risponde al nome di “Radio Bari”. Quando Alba vi giunge, ha già una consolidata fama di antifascista. Intendiamoci, Bari è stata sede di uno dei primi esperimenti radiofonici di Guglielmo Marconi, tant’è vero che un intero quartiere è dedicato all’inventore dello straordinario mezzo di comunicazione, vicino al faro.

    La sede radiofonica cittadina era in via Putignani (dove, al civico 247, da due anni una pietra d’inciampo ricorda la gloriosa sede, trasferita nel 1959), in pieno centro, una stazione radio fino a poco tempo prima strumento della propaganda della dittatura, specie nei paesi arabi, con occultamento delle notizie delle sconfitte italo-tedesche come El Alamein. ma da essa si irradiò la voce dell’Italia liberata, dopo il 25 luglio 1943 e soprattutto dopo l’8 settembre. A Bari arrivarono gli inglesi e gli americani, i tedeschi furono cacciati da Barivecchia e la città diventò il primo avamposto libero. Con tutti i rischi che ciò comportava. Infatti quando il maggiore britannico Ian Greenlees giunse da Taranto a Bari, già il 26 luglio, si diresse subito alla radio per organizzare le nuove trasmissioni. Due giorni dopo, il 28 luglio, ci fu la strage di via Nicolò Dell’Arca, quando circa 200 giovani che manifestavano contro i fascisti furono presi a fucilate da questi, asserragliati nella loro sede in quella strada centrale, a ridosso della stazione. Ci furono 20 morti, raggiunti a sorpresa dai proiettili che cadevano dall’alto: un eccidio che ha paragoni solo con le stragi che purtroppo l’Italia doveva subire negli anni della strategia della tensione e che scosse la città che pensava di essersi liberata degli oppressori. Quando furono raggiunti dalle fucilate, i manifestanti stavano trattando appunto con la forza pubblica la rimozione dei simboli del fascismo dalla federazione. La milizia fascista e l’esercito erano ancora strettamente alleati a Bari (il generale Armellini, fascista, venne inserito nell’esercito), e non soccorsero nemmeno i feriti, portati direttamente in carcere. Tra i manifestanti c’erano lo scrittore Tommaso Fiore (il cui figlio Graziano fu tra gli assassinati), i filosofi Guido Calogero e Guido De Ruggiero, l’editore Laterza, e molti altri esponenti dell’antifascismo che poi si ritrovarono nella radio. Furono mesi decisivi.

    Un altro episodio significativo fu la cacciata dei tedeschi da Bari vecchia, il 9 settembre di quello stesso anno cruciale, 1943. Fu una resistenza decisa lì per lì, all’indomani dell’armistizio: fu un ragazzo di 14 anni, Michele Romito, a bloccare con 4 bombe a mano e un esercito di ragazzini al suo seguito, l’ingresso dei tedeschi dal bastione del borgo antico. Il generale Nicola Bellomo con i suoi uomini fece il resto ma anche le donne e gli uomini di Barivecchia parteciparono attivamente a questa cacciata, lo stesso Giuseppe Di Vittorio che si trovava nella Camera del Lavoro, vicino alla basilica di San Nicola. Una prima bomba fermò un carrarmato e da allora per i tedeschi non ci fu verso di prendere Bari e batterono in ritirata, non senza seminare dietro di loro il terrore e la morte, come accadde a Barletta il 12 di quello stesso mese. Infatti da quel giorno fino alla primavera successiva dall’emittente di via Putignani, Radio Bari appunto, non più Eiar, si trasmise “Italia combatte”.

    Ed ecco la testimonianza di Alba De Cespedes, raccolta da Sandra Petrignani nel suo libro “Le signore della scrittura”. La scrittrice partì da Roma alla volta di Bari.“E’ una delle cose che mi piace di più ricordare, forse perché è stato molto pericoloso: ma appunto, è stato bello averlo fatto insieme (col suo secondo marito, il diplomatico Franco Bounous). Procedevamo stretti stretti sul terreno minato, attraversando le linee tedesche, fra i cadaveri, pensando che se ci fosse andata male almeno saremmo saltati sulla stessa bomba. Libera. Abbiamo dormito molte notti in una stalla, sulla paglia, con altri fuggiaschi. Ero l’unica donna. Poi finalmente arrivammo a Bari e lì mi sono messa a lavorare per Radio Bari, una radio libera della Resistenza. Avevo assunto il nome di Clorinda e avevo un accento toscano per non farmi riconoscere. Avevo paura per mio figlio, che era ancora a Roma, in collegio, aveva 17 anni”.

    Ci furono messaggi in codice, appelli. Purtroppo i tedeschi avevano un servizio di spionaggio efficiente che portò al tremendo bombardamento aereo del porto il 2 dicembre 1943: una notte di luna piena, senza contraerea, durante la quale i tedeschi bombardarono 28 navi alleate, tra cui l’americana John Harvey, carica di ordigni all’iprite, arma chimica al bando sin dopo la prima guerra mondiale. Ci furono oltre mille morti quella notte, altri subirono nel tempo le conseguenze di quel disastro e il mare restò avvelenato per molto tempo. I genitori di tanti miei coetanei ancora ricordavano quella notte tragica. Erano corsi tutti al rifugio del convitto a San Pasquale, meno i miei nonni, fatalisti; Michele Martiradonna rimase a dipingere un suo grande quadro, Giuseppe Gabriele fumava le sue sigarette. Sopravvissero entrambi. Da via Putignani dunque si ponevano le basi per il congresso dell’Italia liberata, il primo del CLN, che fu inaugurato al teatro Piccinni il 28 gennaio del 1944. Dalla radio si diffondeva anche il libero pensiero e la suadente voce di Michele D’Erasmo, illustre professore di latino e lettere al liceo classico Orazio Flacco ed esponente di Giustizia e Libertà. Intitolare una via anche a lui sarebbe più che doveroso, al posto di papi sconosciuti che si susseguono specie nel codino rione Poggiofranco, dove peraltro, in periferia al confine con Carrassi, si trova anche la corta strada oggetto del doveroso cambio.

    Tornando ad Alba, nel 2011, anno del centenario, i Meridiani Mondadori in verità hanno ovviato a quell’alone di oblio che aveva circonfuso una figura tanto splendente nel panorama mondiale, pubblicando tutte le sue opere, com’è consuetudine della collana, e anche una dettagliata biografia. Opera più che necessaria, perché la scrittrice fu una vera cosmopolita ed ebbe una vita avventurosa, varia e ricca di avvenimenti.

    Sempre dallo stesso libro di Petrignani, edito da La Tartaruga, nel 1984 e riedito nel 1996, quindi riferito a una De Cespedes 73enne: “Ho avuto molti guai nel periodo fascista. Tutto di me fu proibito. Come del resto toccò anche ad altri scrittori, Moravia per esempio. Non potrei dire la stessa cosa di tutti, di tutti quelli che oggi vantano un presunto antifascismo. Venivo convocata continuamente al Ministero della Cultura Popolare. L’ultima volta il ministro Mezzasoma, che era però una persona perbene, mi chiamò e mi disse: Lei è come morta. Non può più scrivere su nessun giornale’(ero collaboratrice fissa al Messaggero allora). Non seppi trattenermi e risposi: ’Non importa. Sto scrivendo un romanzo. Io impiego molto tempo a scrivere i miei libri. Tre, anche cinque anni. Finirà molto prima il fascismo’. E lui sorprendentemente mi rispose,con occhi talmente tristi che non li dimenticherò mai: ‘Lo credo anch’io’. Era il 17 luglio 1943. Il 25 luglio il fascismo cadde”.

    Di padre cubano, (Carlos Manuel de Cespedes y Quesa ambasciatore di Cuba a Roma e poi, nel 1933 a sua volta presidente isolano come l’omonimo padre, Manuel Carlos, assassinato nel 1874 dai colonialisti spagnoli), e di madre romana, Laura Bertini Alessandrini, Alba nacque a Roma l’11 marzo 1911 e morì a Parigi il 14 novembre 1997. Tutti i suoi scritti, le sue foto e testimonianze varie sono stati da lei donati agli Archivi riuniti delle donne di Milano. Per ottenere la cittadinanza italiana si sposò a 15 anni con Giuseppe Antamoro. Un matrimonio breve da cui però nacque il suo unico figlio, che nel 2001 organizzò una mostra antologica sulla madre al teatro delle Esposizioni a Roma.

    Alba si fermò poco a Bari. Quella gloriosa stagione fu breve ma intensa: ma fu qui che la scrittrice intessè quei rapporti che poi a Roma la portarono alla fondazione della rivista “il Mercurio” e a svolgere un’intensa attività giornalistica, come inviata di varie testate, dividendosi tra la Francia, l’Italia e Cuba, la sua amata isola, dove conobbe Che Guevara e Fidel Castro.Tanti i suoi romanzi: Io, suo padre; Concerto; Fuga; Dalla parte di lei; Quaderno proibito; Il rimorso, La bambolona, Sans autre lieu que la nuit e il Meridiano Mondadori ne contiene cinque, più racconti, interventi, saggi e infine una raccolta di poesie a cui lei teneva moltissimo: “Le ragazze di maggio”, del maggio 1968 ovviamente. Tanto lavoro, come si vede e, a fronte di tutto ciò, nelle antologie scolastiche, nei corsi universitari, in libreria, ci accorgiamo di lei, di Alba De Cespedes? Direi di no. Intitolarle una strada, peraltro piccola e periferica, è il minimo che si possa fare. Ma perlomeno, cambiando l’intestazione, è stato restituito alla storia barese il suo giusto senso.
     

  • BARI 2020 SENZA FIERA
    MA SALVIAMO ALMENO
    L'EDILIZIA STORICA

    data: 15/05/2020 20:13

    Salterà anche la Fiera del Levante, quest’anno. Nessuno stupore, ormai con questa orribile pandemia non si capisce più niente e il minimo che potesse accadere è che saltasse la campionaria che a Bari a settembre va avanti dal lontano 1929. Sembra una bazzecola ma non per i baresi, che alla Fiera ci tengono, anche se non è altro, in fondo, che un grande mercato, in un quartiere, quello fieristico, che ha un suo fascino particolare in una città che da tempo ormai conta più sulle bellezze naturali che sui suoi edifici. Infatti qui non è che abbiamo chissà quali edifici storici: non siamo a Roma, non ci sono palazzi incredibili, affreschi mirabolanti di Raffaello, statue di Michelangelo, meraviglie. Per notare qualcosa di davvero notevole dobbiamo risalire addirittura all’anno Mille, alla basilica di San Nicola e al borgo antico sostanzialmente intatto nei secoli, quella Barivecchia giustamente famosa nel mondo.

    Ma ci sono altre bellezze, che negli anni Bari ha comunque messo insieme, come le mura della Fiera del Levante, che sembrano quelle di una città tunisina o marocchina, con le merlature moresche e quel colore giallo che le rende così caratteristiche. E l’intero quartiere, vasto, suddiviso in stand e viali e verde. Non per niente, quando Farinetti è venuto qui con il suo ipermercato Eataly, ha scelto proprio la Fiera e ne ha valorizzato l’ingresso con grandi cartelloni che spiegavano con belle illustrazioni e fotografie le ricchezze gastronomiche del territorio. Peccato però che, con un agire colonialistico, abbia ridimensionato il tutto, togliendo il bel corridoio introduttivo, a fronte del guadagno che non era quello che si aspettava. Chissà poi adesso….

    Non solo, al di là delle mura, il quartiere fieristico contiene anche dei padiglioni, come quello dell’Acquedotto (negli ultimi anni abbandonato dall’ente però), caratteristici, molto ben raffigurati. Insomma, la Fiera, dove si trovano anche la sede dell’Apulia Film Commission e altri uffici, fa parte del panorama barese e sarebbe un vero peccato, come hanno auspicato certi cittadini esprimendosi di preferenza sui social, se venisse ridotta a un parcheggio. In Fiera ci sono grandi sale per congressi, è un centro importante, di fronte al mare.

    Bari però non riconosce e non tutela le sue bellezze: prendiamo la Gazzetta del Mezzogiorno, per esempio, il giornale che è stato dichiarato fallito appena oggi. Aveva una sede magnifica in piazza Moro, buttata giù dalla sera alla mattina nel 1982. Allora si spostò in via Scipione l’Africano, dove insiste una enorme tipografia, ma anche questa sede, abbandonata, sta cadendo a pezzi eppure è una bella opera architettonica. La fece l’architetto Onofrio Mangini (morto il 23 marzo scorso) negli anni Settanta del secolo scorso. Ci sono poi testimonianze Liberty, come i villini postelegrafonici: dei venti originali ne sono rimasti in piedi solo otto. Il resto l’ha fatto fuori la speculazione edilizia. Insomma, Bari rischia di essere una città senza memoria. Ma sono sicura che il sindaco Decaro, che tanto ha fatto per la valorizzazione del litorale, non lascerà che la Fiera diventi solo un ricordo. Così come altri luoghi da salvare in questa bella città.
     

  • FILM DA RIVEDERE E VALORIZZARE: COME QUESTO DI PIETRANGELI

    data: 21/04/2020 16:16

    Sabato sera su Raistoria, senza che fosse annunciato dai vari giornali specifici (si tratta di una programmazione un po’ a sorpresa) né tantomeno pubblicizzato dalla Rai stessa che per altri programmi invece si spreca eccome, è passato un film di Antonio Pietrangeli: “Il sole negli occhi”, datato 1953.
    Adoro questo regista, scomparso a 49 anni, padre del cantautore (“Contessa”) e regista Paolo, autore di alcuni film che andrebbero fatti vedere a scuola. E auspico che il cinema, come branca dell’arte del narrare, sia inserito fra le materie canoniche: sarebbe pure ora. Pietrangeli è stato un femminista ante litteram, come molti suoi colleghi, penso allo Zampa dell’”Onorevole Angelina” che è addirittura del 1947. Se i suoi film fossero stati divulgati di più, non si sarebbero aspettati gli anni Settanta del secolo scorso per il femminismo.
    Del resto la storia, come diceva Vico, è fatta di corsi e ricorsi, progressi e regressioni. Peccato però che non si tragga un’utile lezione da un film come questo che illustra un aspetto della condizione femminile davvero squallido. Si tratta della storia di Celestina, una servetta come si diceva allora, che dal paese giunge a Roma, una Roma non turistica, ben lontana dagli scenari di “Vacanze romane” ma di cui si esaminano vari aspetti sociali, seguendo la "carriera" della ragazza. Si va dalla coppia di pensionati che vuole adottarla, visto che è sola al mondo (i fratelli sono emigrati in Australia) ma che così suscitano l’ira dei parenti, a un primo fidanzato che non ha intenzione di sposarla, alla cotta per l’idraulico Fernando. Quando questi, chiamato nella casa signorile dove Celestina è approdata, viene sorpreso ad abbracciarla, la signora contessa le dà gli otto giorni e la licenzia.
    Così la giovane finisce in una casa di commercianti, con nonno, padre e figlio che allungano le mani e signora che, da nuova arricchita, telefona alla contessa per sapere se si può fidare di questa nuova cameriera. La quale in casa fa tutto, dal cucinare a pulire i pavimenti ginocchioni, e telefona pure a colui che considera il suo fidanzato. Fernando lo stagnino: il quale però, per diventare socio del suo datore di lavoro, deve sposarne la sorella. Ma non rinuncia a Celestina: tra un diniego e l’altro, la porta in gita ai castelli romani sulla lambretta e lei, con il suo tailleurino nuovo comprato con i primi guadagni, ne è lusingata. Proprio lì accade il fattaccio e, come capita, lui si eclissa: ha voglia lei a chiamarlo, le dicono sempre che non c’è anche quando invece si trova proprio in negozio.
    A un certo punto lei va alla bottega e ci trova un altro artigiano, un orafo che non sa nulla dell’idraulico che stava al suo posto. Celestina, come Didone abbandonata da Enea, comincia la ricerca di Fernando: chiede alle sue colleghe le quali, sapendo cosa è successo nel frattempo, le consigliano di dimenticarlo. Intanto, mentre accompagna la famiglia presso cui lavora al mare a Ladispoli, nel raccogliere gli ombrelloni Celestina si sente male, sviene e si rende conto di aspettare un bambino. Mentre la sua “padrona” ironizza con i familiari su questo fantomatico fidanzato, allontanandosi senza badare a cosa è successo alla sua dipendente.
    La ricerca di Fernando diventa più pressante e finalmente Celestina recupera il suo indirizzo: ci va ma ci trova una donna, la moglie di Fernando, che altra non è che la sorella dell’ormai socio dello stagnino. Scappa via, e trova l’uomo che sta al bar con gli amici; lui la vede, la rincorre, ci scambia qualche stupida battuta, ma lei si butta sotto a un tram. Viene soccorsa, e una signora dice a Fernando: “Stava parlando con lei, cosa le ha detto?” ma lui nega di conoscerla! Celestina sta molto male in ospedale, lui va a trovarla piangendo (è una figura orrenda ma del resto è vittima anche lui di una certa educazione o meglio diseducazione sentimentale, come ha ben sottolineato in un suo intervento Binetti su questo blog), ma poi scappa via e la ragazza (22enne, come l’attrice Irene Galter ora 88enne), anche se non voleva più vivere, alla fine decide che terrà il bambino e lo crescerà da sola.
    Come molte cameriere sue amiche, del resto: lo si scopre dai commenti agrodolci di un gruppetto di loro fuori dall’ospedale. E sono tanti i film di questo tipo, con questa tipologia sociale: cosa facevano le donne? Qual era il ruolo riservato loro? O stavano in casa o facevano le cameriere. Difficile vedere in un film un ruolo diverso, specialmente in Italia. Mentre nei film americani per esempio degli anni Quaranta, ci sono tante giornaliste o imprenditrici, in Italia non c’era da spaziare. Ma alcuni registi, come Pietrangeli, proprio questo ha messo in evidenza. Il ruolo subalterno della donna, come pure in “Nata di marzo” sempre con Gabriele Ferzetti come coprotagonista. Sono film da rivedere: dicono tanto della società di quel tempo e non solo.
     

  • LA LUNGA, SPLENDIDA VITA
    DI RAY MARTINO,
    IL SINATRA ITALIANO

    data: 05/04/2020 19:17

    Mario Martiradonna, cantante, in arte Ray Martino, avrebbe compiuto oggi 92 anni, ma purtroppo è scomparso a Cinisello Balsamo il 5 luglio scorso. Era nato a Lecce nel 1928 da Pasqua Varese, insegnante elementare, e da Michele, pittore, nel senso vero del termine, autore di quadri a olio, a tempera, di chine, ceramiche, un grande artista con la passione del teatro. Infatti, insieme al poeta “compare” Gaetano Savelli (che tradusse anche la Divina commedia in dialetto barese), metteva spesso in scena delle recite a Bari, la città d’origine dove il piccolo Mario tornò a circa due anni, appena finita la trasferta materna, con i fratelli più grandi: Elio, Ada e Bianca (mia Mamma), tutti ora nel mondo dei più.
    Abituato dunque a calcare il palcoscenico fin dall’infanzia, data la passione paterna, rifiutando però d’indossare la coda di Topolino, e giocando anche molto a calcio dietro al Cirillo, al rione San Pasquale, il piccolo Mario si distingueva per vivacità e ingegno. Aveva 12 anni quando scoppiò la guerra. Dopo la sesta (allora non c’era la scuola media unificata) s’iscrisse al Nautico, il che gli servì più che altro per la sua spericolata carriera cinematografica: nei film di cappa e spada o di ambiente piratesco, anche di targa hollywoodiana, non sfigurava di certo. E anche come calciatore (come un suo rinomato omonimo) ha dato buona prova di sé. Ma fu la musica la sua grande passione. Del resto il padre suonava a orecchio pianoforte e mandolino, la madre cantava, e il fratello Elio era un valente pianista e fisarmonicista.
    Così, quando a Bari arrivarono gli americani, il giovane Mario imparò lo slang in quattro e quattr’otto, imparò tutte le canzoni dei V-disc che i soldati avevano portato con loro e correva dal quartier generale a Mungivacca in città per le varie mansioni, un po’ come il protagonista dell’”Impero del sole”, di Ballard (e film di Spielberg). Da allora Cole Porter, Ira e George Gershwin e compagnia, non ebbero più segreti per lui. Il dopoguerra fu la consacrazione.
    Mario ed Elio presero a cantare e suonare al Fortino e alla Selva di Fasano, riscuotendo un successo strepitoso: tutti a ballare il boogie-woogie! Poi, dovendo Elio diventare architetto, a 18 anni ecco che Mario si trasferisce con lui a Milano. Dapprima fu la rivista, con Walter Chiari e Marisa Maresca. Poi Renato Carosone, di cui ha interpretato tutte le canzoni, facilmente reperibili in rete. “Buona Pasqua”, dal testo divertentissimo, era ricorrente in famiglia di questi tempi. Ma c’è tanto da ascoltare: come la sua versione swing di “Parlami d’amore Mariù”, è fantastica.
    Soprattutto, in quei primi anni di carriera, ci fu l’incontro con il re del jazz, mister Louis Armstrong. Quando Satchmo nel 1949 sbarcò a Milano, trovò ad accoglierlo una folla di estimatori ma pochi lo capivano a eccezione di Ray, che seppe tradurre al volo le sue parole e quando gli disse di essere cantante, Armstrong, al colmo della gioia, lo ascoltò e lo volle con sé in tournè. Tanto che si sparse la leggenda che Ray fosse nato a Brooklyn (lui che cantava “Tu vuo’ fa’ l’americano” ci riusciva benissimo…). Nel sito della celebre casa-museo nei Queens, a New York, si può sentire Armstrong che parla del suo amico Ray Martino e ci sono foto e filmati che testimoniano questo incontro.
    Da allora il suo destino fu ulteriormente segnato. Il Frank Sinatra italiano (“Sono onorato di questo paragone – diceva lui – ma io canto oltre che in inglese, anche in francese, spagnolo e italiano”), con un patrimonio di oltre 200 canzoni, tutte a memoria, lavorò con Enrico Intra, Franco Cerri, Bruno Martino, con tutto il bel jazz italiano. Non solo: quando Leonard Bernstein, spesso alla Scala, dopo il teatro andava in un bar lì vicino a fare le ore piccole suonando il pianoforte, Ray Martino cantava, con un simile, geniale accompagnatore…Non solo: Mario Martiradonna alias Ray Martino partecipò anche agli esordi della televisione, negli studi di corso Sempione. Nel 1954, quando Sergio Bernardini fondò a Marina di Pietrasanta la Bussola, eccolo poi protagonista, con il suo quartetto, di tante memorabili serate. Incise dischi con la Compagnia generale del disco.
    Nel 1955 vinse il secondo premio del Festival de la chansonne italienne a Parigi. Recitò nel film di Sergio Corbucci “Carovana di canzoni”. Nel 1956, con un matrimonio in crisi, se ne andò in Spagna dove rimase sei anni, mietendo successi. Con serate anche nei locali portoghesi. Lavorò molto anche nelle tv iberiche e partecipò al film “Il figlio del capitan Blood” con lo sfortunato Sean Flynn (figlio di Errol, protagonista del primo film). Alla fine del 1963 Ray tornò in Italia, per cantare con Intra e Pupo De Luca, famoso batterista. Nel 1965, in un programma di Bruno Beneck, presentò con Rolly Marchi “Le Olimpiadi giovanili”. Fu il suo periodo d’oro, culminato in un nuovo matrimonio e nella nascita di una figlia, Chiara, e di un figlio, Michele.
    Continuano negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso le serate, da S. Moritz alla Costa Smeralda. E sui transatlantici Leonardo e Raffaello che solcavano l’oceano fino alla Grande mela. Nel 1973 sospende temporaneamente la carriera di “crooner”: entra come grafico e discografico alla Cbs-Sugar. In Rai scrive e presenta “Club 21”: 22 puntate il martedì sera per illustrare oltre 72 brani, da Jerome Kerns a Vincent Youmans, da Richard Rodgers e Lorenz Hart a Carmichael, tutto il suo adorato repertorio.
    Seguirono serate, inviti alla presentazione di libri in cui si racconta il jazz a Milano ma anche, inevitabile, specie con l’avvento delle discoteche e il dominio del rock, un certo declino. Gli amici scomparivano a uno a uno. Ma Mario-Ray era sempre attivo, di buon umore, vitalissimo. E fu così che con Roberto Bonzio, che dirige il sito Italianidifrontiera, si decise di organizzargli una bella festa per i suoi 90 anni, esattamente due anni fa. Allo “Spirit de Milan”, un grande locale in via Bovisasca, ci fu un’ospitata con il gruppo Emilio e gli Ambrogi. “Ma non è che ti emozioni troppo? Non provi? Non ripassi?” Macché, salì sul palco e cantò “Flying in the moon” e “I got you under my skin” (il filmato è su Youtube) con le stesse bravura e naturalezza di sempre, tra l’emozione dei giovani concertisti e del pubblico.
    Purtroppo fu la sua ultima serata, lui che, come si vantava, “aveva fatto ballare centinaia di migliaia di persone”, il 5 luglio scorso se n’è andato per sempre ma la sua splendida voce rimane. E ci commuove.
     

  • PICCOLE LEZIONI
    DI ECONOMIA IMPOSTE
    DAL CORONAVIRUS

    data: 25/03/2020 17:34

    L’emergenza da pandemia virus Covid19 ci ha gettati tutti in uno scenario fantascientifico che era difficile non dico immaginare ma pensare che si tramutasse in realtà certamente sì. Ed è un’emergenza che rischia di prolungarsi nel tempo. Guardo con malinconia il pacchetto di biglietti di autobus che avevo acquistato alla metà di febbraio per recarmi in centro: è rimasto integro con i suoi dieci cedolini di pagamento. Viene lo sconforto a vedere i servizi televisivi dai mercati rionali cittadini, ancora frequentati ma poco, con i commercianti sconsolati che espongono ogni mattina sui loro banchi ogni ben di dio: ortaggi a non finire, arance, mandarini, mele, banane, tutto invenduto e deperibile. Che fine fa questa roba? Viene buttata.
    E’ una grande lezione di economia: ciò che non è immediatamente consumato da colui che esce a questo scopo, non raggiunge chi ne ha bisogno, perché innanzitutto è distante e poi non ha denaro, che è l’unico mezzo che giustifica tutta l’esposizione di merce. E la Fao, l’organizzazione dell’Onu che si occupa della fame nel mondo? Non pervenuta, ma in ogni caso dovrebbe mettere in azione un grande movimento volontario per portare a destinazione i beni di consumo.
    Ma i viaggi aerei, come gli altri, sono fermi, dunque non si può fare: non si può nemmeno distribuire la roba fra i residenti, perché non c’è chi lo faccia e anche perché – ed è questo il punto – ci sarà un giorno in cui i residenti stessi non avranno più denaro con cui pagare. O meglio: adesso c’è il recapito a domicilio, anche su base volontaria, è stato organizzato in molte città soprattutto per la popolazione anziana. Prima o poi, però, sarà necessario eliminare il denaro. Con oltre due milioni di persone a casa, si è ridotto il movimento e ognuno sa, che volente o nolente, muoversi, spostarsi, comporta una spesa.
    C’è il commercio on-line, che pare abbia avuto un incremento notevole negli ultimi giorni, ma molte aziende - e per prime quelle della moda, sempre così criticate come frivole, mentre non lo sono affatto – hanno responsabilmente limitato le spedizioni, poiché sempre di personale c’è bisogno per movimentare tutta la merce e il personale, come tutti noi, vuole giustamente stare a casa.
    Un prodotto ad alta concentrazione di lavoro – almeno da parte delle povere mucche, sfruttate intensivamente – viene svenduto a poco per quintale e addirittura, denunciavano allevatori pugliesi, arriva adesso il latte dal Nord a prezzi stracciati, da aziende chiuse per contaminazione umana da virus. Così gli allevatori di Noci (nel Barese), per esempio, stanno pensando di regalare il loro prodotto.
    Il segretario generale dell’Onu chiede, molto opportunamente, un cessate il fuoco generale. Le fabbriche di armi come la Beretta, che si trova nel bel mezzo del focolaio, in provincia di Brescia, smetteranno di produrre? Si presume di sì: non sono certo, le pistole, beni essenziali. I benzinai minacciano scioperi, ma di fatto nessuno consuma più benzina o lo fanno in pochi.
    Resta lo smartworking, il mitico lavoro da casa che in realtà avrebbe potuto rinnovare perlomeno il terziario da anni. Si movimenteranno in borsa magari moltissime azioni, per scoprire poi, come nella grande crisi del 2008, che dietro di loro non c’era nulla: le famose scatole cinesi (sempre loro…).
    Ora, non sono un’economista e non mi va di riprendere il Capitale che pure lessi per intero in gioventù. Da qualche parte Marx di sicuro avrà profetato quest’eventualità ma la strada mi sembra obbligata: di questo passo, tolto tutto, andrà eliminato il denaro.
    Il denaro in fondo cos’è? E’ un bene circolante. Se nulla circola più, non ha motivo d’essere. E bisognerà trovare un altro modo di lavorare, di ripagare, di compensare. Forse si tornerà al baratto, l’assistenzialismo sarà una strada obbligata, tanto adesso avere denaro è inutile. Faccio un esempio: potrei volermi comprare il rossetto di una nota casa di moda francese, molto pubblicizzato sulle riviste che continuano a diffondere - giustamente aggiungo io, serve anche questo - beni di non urgente utilità. Che problema c’è? Lo ordino online: il fatto è che costa troppo, non potevo permettermelo prima, a maggior ragione non posso ora. E’ il senso del consumismo: ti creo un bisogno, sta a te soddisfarlo, vediamo se ne sei capace. Ma chi può ora? Ora che tutta l’attenzione è concentrata sugli alimentari, “fino ad esaurimento scorte”? Chi può, ora, preferire di andare a teatro – chiuso – invece di ascoltare un cd o guardare la tv? Ci sono degli sbarramenti che, per quanto riguarda il lato economico, c’erano anche prima ma ora sono più generalizzati e alla fin fine non c’è nemmeno la voglia di tutto ciò, con la paura incombente di ammalarsi (che poi, a ben vedere, è una paura costante). A pensarci, tutto c’era anche prima tranne il blocco totale.
     

  • "I PONTI DI BUDAPEST"
    DA LEGGERE OGGI
    PER CAPIRE IL NEO-NAZISMO

    data: 02/03/2020 18:38

    Oggi, 2 marzo, sarebbe stato il 91esimo compleanno di Betty Schimmel, una ebrea sopravvissuta allo sterminio nazista. Sarebbe perché Betty è morta in Arizona l’11 luglio 2010 e nemmeno due mesi dopo morì, in seguito a un incidente stradale, anche il suo primogenito Robert, nato a New York il 16 gennaio 1950, celebre comico statunitense.
    Il nome di Betty Schimmel, nata in Cecoslovacchia, dovrebbe essere salvata dal dimenticatoio e assurgere a fama analoga a quella di Anna Frank, perché è stata autrice, insieme a Joyce Gabriel, di un libro, “I ponti di Budapest” che merita di essere rieditato. Adesso è introvabile. Ma in questo libro di memorie, che s’intitola in italiano “I ponti di Budapest” (Rizzoli, 1999) e in originale “To see you again” (“Rivederti”) viene descritto l’incubo di una famiglia normale: padre, madre, l’eroica Ethel e tre figli, Betty detta Baby, Rose e Larry che, all’avvento del nazismo e all’occupazione della Cecoslovacchia, cerca rifugio in Ungheria, a Budapest, una capitale raccontata come idilliaca, costellata di prati lungo il "bel Danubio blu".
    Qui sboccia l’amore fra Betty e Richie, qui la madre manda avanti la famiglia facendo la cuoca, mentre il padre, un ufficiale di carriera, è dovuto fuggire senza alcun reato, solo perché ebreo, e i ragazzi studiano, come tutti. Ma a poco a poco, nel volgere di pochi mesi, il clima cambia ed è straordinario come dell’Ungheria si parli sempre e soltanto per l’occupazione sovietica del 1956 ma non per la connivenza che gli ungheresi o perlomeno la maggior parte di loro ebbero poco tempo prima, con i nazisti, laddove le locali croci frecciate non sono state seconde, per ferocia e crudeltà inaudite, alle SS tedesche.
    Tutto si svolse rapidamente: prima confinati in un appartamento per ebrei, derisi e disprezzati da quelli che parevano innocui vicini di casa, i nostri quattro eroi si ritrovano in un incubo. Erano ragazzine, si scambiavano i vestiti: ebbene, una di loro vedendo incolonnata in fila Betty la insultò chiamandola "sporca ebrea". Ma come, le disse Betty, fino a ieri “eravamo amiche e ora mi chiami così?”. “Adesso posso dirtelo”, le rispose quella. Un’atroce risposta che spiega bene cosa sia lo sdoganamento dell’orrore, sempre in agguato purtroppo.
    Gli ebrei di Budapest, parte consistente della popolazione, furono costretti a indossare la stella gialla, confinati in ghetti, sottoposti al coprifuoco e a coabitazioni forzate, fucilati in massa e buttati direttamente nel Danubio (come mostrò lo sceneggiato su Perlasca di Michele Soavi di qualche anno fa). Alla fine, furono concentrati in una ex fabbrica di mattoni nell’autunno del 1944, già gelido a settembre e costretti a dormire sul nudo pavimento fangoso e poi trasferiti in Austria, a piedi, in una marcia di 32 chilometri, nel novembre di 76 anni fa.
    Cinquemila persone di ogni età, stato e condizione, che camminavano lungo la strada di comunicazione fra Ungheria e Austria, con la gente che guardava e non interveniva, con donne incinte e anziani uccisi senza pietà all’istante da soldati locali e tedeschi. Un’ignominia senza possibilità di riscatto.
    Pensiamoci quando a Budapest ci sono rigurgiti nazisti.
    Violet, la migliore amica di Betty, bellissima, sedusse un soldato che le aveva promesso in cambio di liberarla: Betty e la madre cercarono di dissuaderla ma lei era convinta che così avrebbe avuto una possibilità. Invece per tutta risposta quel soldato, chissà se poi sopravvissuto, e magari poi padre di famiglia, uccise Violet e la sorella Amy, ed Ethel dovette stringere la mano dei figli per impedire loro di correre a piangere le due ragazzine immerse in una pozza di sangue. Gli abitanti di Budapest e delle città vicine non mossero ciglio, fin quando, dopo diverse atroci collocazioni, quella misera folla arrivò a Mauthausen, “una pittoresca cittadina con strade serpeggianti fiancheggiate da alberi, alberghi, ristoranti e linde casette. All’aspetto non era altro che una piccola, graziosa città. Sebbene fosse stata colpita da un paio di bombardamenti, non mostrava i gravi danni subiti da Budapest. Era come se fosse scampata alla guerra. Ma Mauthausen nascondeva un orribile segreto. Fuori città e in cima a una collina in cui si arrivava attraverso una salita tortuosa, c’era il campo di concentramento, un luogo dove ebrei e zingari, austriaci dissidenti, ribelli polacchi e ungheresi e altri ‘nemici’ del reich erano stati mandati a soffrire e morire”.
    Qui la quindicenne Betty, con la sorella Rose, il fratello Larry di nemmeno 10 anni, con la madre Ethel, davvero eroica, che razionava le bucce di patate che raccoglieva dall’immondizia, è riuscita a sopravvivere nonostante i piedi piagati per la lunga marcia, divorata dalla febbre da tifo, fino al 5 maggio 1945. Gli americani erano arrivati. Loro, gli internati, solo per fortuna salvati, si accorsero al risveglio che una divisa tedesca giaceva per terra abbandonata. E poi un’altra e un’altra ancora. I vili torturatori se ne erano spogliati, ma furono presi dai soldati americani e costretti a vedere ciò che avevano fatto, così come gli abitanti della cittadina che oggi conta 4.847 abitanti, discendenti ovviamente di coloro che dal 1940 a quel giorno di maggio del 1945 avevano visto il fumo levarsi dalle ciminiere della collina e non avevano fatto nulla.
    E ancora adesso c’è chi è costretto ad abbandonare le proprie case e a mettersi in marcia, come profughi, come perseguitati. Ma allora, la storia non insegna proprio niente? Questo libro, che non tace nulla dell’orrore di quel fosco periodo europeo, merita ancora tutta l’attenzione che risveglia, oggi come ieri. E di questa preziosa testimonianza va detto grazie a Betty, a sua madre, ai suoi fratelli, coraggiosi e resistenti come pochi. Vittime innocenti della crudeltà nazifascista. Mai dimenticare. Mai confondere responsabilità e colpe nel gran calderone dell’oblio.
     

  • PERCHE' L'OTTOCENTESCO
    "PICCOLE DONNE"
    CONSERVA INTATTE
    FRESCHEZZA E VALIDITA'?

    data: 19/02/2020 13:07

    Come mai "Piccole donne", un romanzo scritto durante la guerra di secessione americana e pubblicato nel 1868, conserva tuttora intatta la sua freschezza e validità? Intanto perché - considerato un classico della letteratura per adolescenti, visto che le protagoniste vanno dai 16 anni di Meg ai 12 di Amy - è un romanzo di formazione. Una formazione cui è sottesa l'ideologia calvinista dei padri pellegrini, dei fondatori degli Stati Uniti d'America, nella tradizione di Lincoln.
    Infatti, nel Natale in cui comincia quella che diventerà presto una serie di libri, la madre delle quattro sorelle March regala a ognuna di loro lo stesso libretto rilegato in colori diversi, ovvero un manuale del bravo pellegrino. Questi ha innanzitutto il dovere di essere buono e poi deve portare con operosa rassegnazione il suo fardello perché, com'è spiegato nel capitolo Esperimenti, nulla è più deleterio di una vita oziosa. E quando a giugno arriva la sospirata vacanza, la madre e la cameriera a tempo pieno Hannah lasciano alle ragazze, oltre alle citate ci sono Jo e Beth, il governo della casa. Con disastrose conseguenze: il canarino Pip muore per mancanza di cibo e un pranzo da dimenticare. Nonostante fosse stato invitato Laurie, il giovane vicino decisamente più benestante delle piccole donne, orfano che vive col nonno, amico di famiglia.
    Il padre March è assente, impegnato al fronte. Non sono al Sud, dove la guerra ebbe ben altri effetti, vedi "Via col vento". Ma per quanto giovani, le ragazze devono contribuire al menage familiare. Così Meg fa l'istitutrice in casa dei ricchi King, Jo assiste la vecchia zia facoltosa, Beth si dedica ai più poveri di loro e Amy va a scuola, dove traffica in dolcetti. Ricavandone delle bacchettate dal maestro manesco, al che la madre la ritirerà da quella scuola.
    La ricchezza è condannata ma in realtà la decrescita in cui vivono le sorelle March tanto felice non è, se viene supportata dal generoso amico di famiglia e vicino Laurence, nonché nonno del giovane Laurie che vive con lui. Nel capitolo "La fiera delle vanità" Meg è invitata in una casa di parvenu, agiati ma ignoranti. Si accorge di non avere un vestito adatto per il ballo, ma le amiche la aggiustano in modo da renderla irriconoscibile. L'hanno trasformata in una bambola, commenterà un invitato, rovinandola. Anche Laurie ne resterà amareggiato e la criticherà per tutti quei fronzoli. La festa nasconde un'altra insidia. Meg ascolta infatti le amiche insinuare che la madre coltiva l'amicizia col vicino facoltoso al fine di sposare una delle figlie col giovane erede, cosa che poi in effetti accadrà molto dopo. Ora ciò indigna molto Meg e la madre che commenta: "Meglio restare zitelle felici che mogli sfortunate o ragazze indecorose alla ricerca di un marito". Non che la zitellaggine sia una condizione auspicata - infatti "Piccole donne crescono" s'intitola The good wives, le buone mogli - ma scrivere zitelle felici è già una conquista. La stessa Louise May Alcott, figlia di un filosofo pedagogo, nata il 29 novembre 1832 e morta a Boston il 6 marzo 1888, non si sposò a differenza del suo personaggio, Jo, che comunque lo farà a sorpresa, dopo essere diventata scrittrice.
    Nella migliore tradizione didattica americana le ragazze fanno teatro, stilano un giornale ispirandosi al Circolo Picwick di Dickens di cui sono grandi ammiratrici, addirittura installano una casella postale al confine fra le due proprietà per comunicare con i Laurence e coltivano il loro giardino. In base al loro carattere. Meg pianta rose, Jo girasoli, Beth l'erba gatta e Amy convolvoli. Insomma sono ragazze moderne o facilmente adeguabili ai nostri giorni, tanto da ispirare un quarto film in ordine di tempo, l'ultimo diretto da una 36enne, Greta Gerwig. Anche Mike Binder nel 2005, in "Litigi d'amore" vi si è ispirato. E in fondo storie di piccole donne, se ben scritte, hanno sempre successo dal "Gruppo" di Mary McCarthy a “Nessuno torna indietro” di Alba De Cespedes fino alle “Amiche geniali” di Elena Ferrante.

     

  • LE DONNE SCRIVONO PIU' DEGLI UOMINI MA SONO MENO CONSIDERATE

    data: 06/02/2020 19:33

    “Le parole sono importanti, io sono innamorata delle parole”, ha detto a Sanremo Rula Jebreal, rivelando un particolare della sua infanzia. In orfanotrofio, la sera, a Gerusalemme, le bambine venivano invitate a raccontare delle storie, in genere le loro stesse drammatiche storie. Mi ha ricordato un romanzo dell’americano John Irving: “Le regole della casa del sidro” in cui Wilbur Larch, il medico che dirige un istituto per bimbi senza famiglia nel gelido Maine, ogni sera leggeva ai ragazzi brani di “Grandi speranze” di Dickens e alle ragazze “Jane Eyre” di Charlotte Bronte. La quale contende alla sorella Emily (autrice del fantastico “Cime tempestose”) uno dei pochi posti in cima alla vetta dei romanzi a firma femminile che siano fissi nella memoria di tutti.
    Pochi. Eppure è risaputo che le donne leggano e scrivano molto più degli uomini. Stranamente, però, non sono considerate allo stesso modo ed è ciò che ha spinto la critica letteraria e scrittrice Sandra Petrignani a rimediare, con il suo “Lessico Femminile”, edito da Laterza (pag. 189, 18 euro). Ovviamente non siamo all’assunto banale di chi scriva meglio; è logico che grandi personaggi femminili siano scaturiti da penne maschili (e citiamo, a caso, “Capatosta” di Beppe Lopez) e viceversa. Non si discute sulla qualità della scrittura maschile. Si tratta piuttosto del fatto che non ci siano donne nel canone letterario e che mentre tutti diano per scontato di conoscere Flaubert, non altrettanto accade con la Mitchell o con la Austin.
    C’è da chiedersi, ancora oggi, quanti scolari sappiano chi è Grazia Deledda, una delle poche donne ad aver ricevuto il Nobel per la letteratura e quanti abbiano letto un suo romanzo, mentre si dà per scontato che si leggano Manzoni, Lacapria, Veronesi, Moravia, Tolstoj ecc.: tanti, tantissimi uomini a fronte di poche donne. Per dire: Virginia Woolf, in “Gita al faro”, esprime in poche pagine una ricerca del tempo perduto magistrale, ma tutti citano Proust e la sua immensa opera chissà da quanti in realtà letta (eppure va fatto, perché è magnifica).
    E’ questo dato di fatto che lascia davvero sconcertata la Petrignani e noi con lei: “Non posso dimenticare il sentimento di incredulità che provai di fronte ai testi saggistici – non solo letterari – di Milan Kundera, quando dovetti arrendermi all’evidenza: lui dalle scrittrici, dalle musiciste, dalle artiste in generale, non è stato mai neppure lontanamente sfiorato, visto che è riuscito a comporre ben quattro raccolte senza mai citare o rendere merito” a una sola autrice (pag.79). Oppure fa il caso di Nabokov, invitato da Edmund Wilson, celebre critico, a leggere almeno Jane Austen e lui alla fine ammette che dal “cestino da lavoro” di questa celebre autrice inglese (peraltro vissuta dal 1775 al 1817) ha saputo trarre “una squisita arte del ricamo”.
    I paragoni sono di questo tenore. Lo stesso nella “mastodontica opera del mio amico di Giuseppe Montesano ‘Lettori selvaggi’”, continua la Petrignani: “Quasi duemila pagine, (in cui egli) attraversa, dalla preistoria a oggi, la storia delle letteratura, della cultura, dell’arte, del cinema, della musica, della scienza. Inutilmente vi cerchereste Woolf o Duras, Bachmann o Yourcenar (…). Ho percorso e ripercorso l’elenco dei nomi, temendo di essere io preda di un abbaglio, ma niente”. Del resto. E’ un gioco che chiunque può fare, recuperando testi di autrici. “Una donna” di Sibilla Aleramo, divenne celebre grazie a uno sceneggiato (oggi si direbbe fiction) televisivo nel 1977 ma oggi quanti lo hanno in libreria? Io, dall’edicola compro spesso dei libri, perché ci sono giornali che fanno collane specifiche. Di recente si è conclusa quella di autori tradotti da altri autori a 8 euro, ottimi libri che in libreria costano di più e poi in genere non sono novità editoriali. Mi sono accaparrata così un testo delizioso: “Autobiografia di Alice Toklas” di Gertrude Stein che è un “on the road” in cui si fa un affresco incredibile della Francia, ma anche della Spagna, dell’Inghilterra, dell’Italia, tra la prima guerra mondiale e gli anni immediatamente anteriori e successivi. Le due americane, che erano anche legate da affetto, scorrazzavano con una scassata Ford in aiuto dei militari tanto da ricevere una decorazione dal governo francese. Intanto frequentavano le case dei migliori filosofi e artisti dell’epoca.
    La Stein (citata tante volte per nome e cognome, in realtà è di lei soprattutto che si tratta) è amica di Picasso, Braque, Apollinaire. Aveva quella straordinaria “facoltà di farsi fare da chiunque quanto voleva…lei non era efficiente ma di buona compagnia, ma democratica: per lei una persona valeva l’altra e poi sapeva lei per prima che cosa voleva da una persona. – Se sapete essere così, – dice - chiunque sarà pronto a fare per voi qualunque cosa. Ma l’importante, insiste, è che bisogna avere dentro di sé, nell’intimo, un fondamentale senso d’uguaglianza” (pag 177). E’ solo un esempio di una scrittura limpida e accattivante: è un diario di viaggio godibilissimo. Tant’è che Woody Allen ha fatto della Stein un personaggio chiave del suo film “Midnight in Paris”, interpretato da Kathy Bates.
    Ora, prendiamo cosa scrivono due critici letterari certo d’antan della letteratura come Claudio Gorlier e Giuseppe Picca, estensori della voce Gertrude Stein nel Grande dizionario enciclopedico Utet (edizione 1972): “La teoria che essa chiamò del ‘presente continuo’ costituisce una variazione del cosiddetto ‘stream of consciousness’ o monologo interiore, e precorre per certi aspetti la tecnica che Joyce doveva portare in seguito alle estreme conseguenze. Se, a distanza di anni, la prosa della Stein, pur con i suoi innegabili risultati, sembra ormai invecchiata e legata a un momento preciso dell’avanguardia, resta il fatto che essa svincolò la sintassi inglese dai suoi tropi tradizionali e aprì la strada a quel rinnovamento del linguaggio narrativo che altri scrittori americani, dall’Anderson allo stesso Hemingway, realizzarono poi compiutamente”.
    Insomma, lei ha inventato il flusso di coscienza ma ovviamente altri l’hanno realizzato meglio…Del resto, nella stessa enciclopedia, alla voce Elsa Morante si legge subito: “Ha sposato lo scrittore Alberto Moravia”. Ecco dunque la necessità e l’urgenza di un libro come quello di Sandra Petrignani che è partita da una scelta personale, accorgendosi alla fine di aver saltato un’autrice pure molto letta e amata, come Louise May Alcott, tornata d’attualità con le sue inossidabili “Piccole donne”. La strada è stata comunque tracciata, magari ci sarà nella prossima edizione. In ogni caso, occhio alle scrittrici!
     

  • LA SCOPERTA DEL KOALA

    data: 19/01/2020 13:00

    Sarà che il cielo arancione per le fiamme è di una potenza visiva ineguagliabile, ma un altro fattore, uditivo stavolta, mi ha colpito dell’immane tragedia dell’Australia in fiamme. Il pianto del koala. Tanto minacciato, il nasone paffuto koala, prima dalle fiamme quanto ora dalla pioggia torrenziale. Un paese senza misura, l’Australia. Povero piccolo orso e poveri abitanti, è chiaro. Mi sono resa conto di sapere ben poco di questo grazioso animale. Di non averlo visto mai dal vivo. Ma che ci vuole? Un clic su wikipedia e si sa tutto, o quasi. Intanto si chiama anche fascolarto, che deriva dal greco, parola composta da marsupio più orso (arto). Ma koala, dall’originale denominazione degli aborigeni, è molto meglio: si tratta di un dialetto, daruk, ora non più parlato, proprio come il greco antico se non nei licei classici, e voleva dire “che non beve”. Fascolartus cinereus o koala appartiene alla famiglia dei falangeroidi, all’ordine dei diprotodondia, tutti marsupiali, è un mammifero come noi e non ha canini. In compenso, come si è visto nei tg quando le ha allargate disperato insieme a quel suo verso-pianto straziante, ha le dita, cinque per arto, tutte prensili, come i primati, come noi…
    Il bradipo è famoso per la sua pigrizia, ma anche il koala non scherza: se ne sta abbarbicato sugli eucalipti. Vi si arrampica con quelle sue mani (non posso chiamarle zampe…) e pare che lasci impronte digitali, unico nel suo genere: non so poi perché gliele abbiano prese. Il che avrebbe dovuto ispirare almeno un vignettista: “il celebre ispettore Koala”, invece niente, almeno a queste latitudini, mentre nell’altro emisfero ne hanno fatto anche simbolo di varie cose, dalla regione del Queensland a squadre di rugby. Per fortuna hanno smesso di cacciarlo per la pelliccia, anche se con i bracconieri non si sa mai. Mangiando solo foglie di eucalipto, terreno e altro, con forti mandibole sempre intorno a questi alberi aromatici, ecco che il koala profuma come se uscisse da un bagno di oli essenziali: in pratica mangia, preferibilmente di notte e non beve o beve poco, perché le foglie del suo albero preferito sono abbastanza succulente, dorme e si riproduce, da gennaio a marzo.
    Ora, niente eucalipti niente koala, proprio come i panda che dipendono dai bambù. Adesso è estate là, periodo di accoppiamento, e i nuovi koala dovrebbero nascere alla fine di marzo, di solito un solo cucciolo per mamma. Alla nascita il koala pesa circa 5 grammi ed è alto appena 2 centimetri: resta nel marsupio, diverso da quello dei canguri, nutrendosi di latte per ben sei mesi. Poi viaggiano sul dorso della madre. Col tempo, tre-quattro anni, i maschi più prepotenti si creano un harem. Con tutto quel che sta succedendo però, il rischio di estinzione c’è. Vivono circa vent’anni e non sono addomesticabili anche se di carattere mansueto e avvicinabili. E poi non tutta l’Australia conta di questi orsetti, diffusi principalmente da Adelaide alla base della penisola di Capo York.
    A Bari, dove abito, i koala potrebbero essere accolti in viale Orazio Flacco, dove ci sono degli eucalipti bellissimi che però stanno via via sostituendo con insulsi alberelli ma non sarebbe lo stesso una buona idea perché un koala adulto mangia mezzo chilo di foglie al giorno quindi ci vogliono le foreste. Del resto sotto il polo Nord non ci sono marsupiali. In compenso è probabile che ci arriverà l’inquinamento atmosferico perché la terra è un unico organismo vivente e gli incendi australiani hanno liberato 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
    Questo l’ho appreso da un Tv7 notturno. Infatti sono piuttosto sporadiche le notizie che ci giungono dall’Australia, dove pure abitano parecchi italiani emigrati anche di recente. Dopo gli incendi adesso è il turno delle piogge ma non vedo interviste nei tg né sono informata di dove stanno ricoverati coloro che hanno perso la casa a causa delle fiamme indomabili. So molto di più da fb, da alcuni contatti, che non dai notiziari e non mi pare giusto…
    Infine la simpatia, c’è poco da fare, gioca parecchio nella considerazione delle notizie: ci fosse stata una strage di boa constrictor non sarebbe stato lo stesso, non sarebbe importato a nessuno anche se ingiusto poiché tutte le creature meritano considerazione. In ogni caso, il koala era fuori dal cono di luce dell’attenzione e adesso lo conoscono tutti. Purtroppo per un evento nefasto che, come si sa, ha sempre maggiore eco di uno fausto.
     

  • PIAZZA FONTANA
    L'ITALIA DELLE STRAGI

    data: 12/12/2019 06:57

    Arrivai a Milano circa undici anni dopo la notizia che aveva sconvolto la mia adolescenza, un anno dopo l’assassinio di Bob Kennedy. Anzi, il giorno lo ricordo bene, perché fu lo stesso del terremoto che sconvolse l’Irpinia e la Basilicata: domenica 23 novembre 1980. Milano, la città del progresso, la città dove i pugliesi emigrano in cerca di successo. Come canta Liza Minnelli per New York: se ce la fai a Milano, allora vuol dire che ce l’hai fatta. Appena scesa dal treno, ammirata la grande galleria di ferro e la stazione che pareva lo scenario dell’Aida, fui assalita da un freddo senza precedenti: prendevo le scale mobili, che avevano tutte la pubblicità sugli scalini di un giornalaccio, “Stop”, allora molto popolare.
    Naturalmente, come tutti i pugliesi, salvo qualche eccezione, avevo da trovare degli zii a Milano: e un mio zio, fratello di mia madre, abitava proprio in centro. Ma prima vagai un po’ per la città e mi ritrovai in una piazza con una fontana stupenda: c’era San Francesco in bronzo, ad altezza naturale, che porgeva le mani a una vasca con degli uccellini, come se parlasse loro. La trovai molto poetica, poi, girando lo sguardo, vidi l’insegna. Banca dell’agricoltura.
    Ero proprio lì, nella famosa o famigerata piazza della banca della strage, della bomba fascista. La bomba del 12 dicembre 1969, la data che cambiò la storia di un intero Paese. Qui c’erano stati diciassette morti (e un diciottesimo seguì qualche giorno dopo: Giuseppe Pinelli, l’anarchico subito individuato falsamente come sospetto). Nei dintorni, a piazza Duomo vi fu il 15 dicembre l’imponente funerale di gruppo che avevo seguito attonita nel piccolo schermo in bianco e nero a casa, con i miei. Era quella la capitale morale dell'Italia? Dove succedevano queste cose?
    Dunque ero finita senza volerlo a piazza Fontana, nel luogo infernale che ha dato la stura a tutte le stragi di quest’Italia che no, non è stata salvata dalla bellezza che pure nel monumento a san Francesco c’era tutta. Ma non dissuase gli stragisti. Quella strage che voleva far ripiombare l’Italia negli anni del fascismo, quella strage che fu architettata in Veneto, a Mestre, Padova e dintorni, e la cui matrice fu evidenziata in tutti i suoi particolari dalla Cassazione soltanto nel 2005, quando molti dei veri responsabili di quell’eccidio non erano più punibili. E purtroppo la sentenza definitiva di assoluzione per Ordine nuovo e Franco Freda e Giovanni Ventura venne proprio dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari, la mia città. Quella Bari che avrebbe visto, quasi per una replica odiosa, nel 1977 alla fine di novembre, funerali altrettanto di massa per un’altra vittima dei fascisti (capitanati allora dal Msi cittadino), il diciottenne Benedetto Petrone, accoltellato sotto la Prefettura.
    Poi mi capitò un’altra volta di andare in via Solferino, nella sede del Corriere della Sera e incontrare sul portone, insieme a uno stagista e a una famosa giornalista di cui purtroppo il nome mi sfugge, Pietro Valpreda, con quella sua corona di capelli bianchi e la pazienza di spiegare ogni volta a tutti, anche a chi vedeva per la prima volta, come fosse stato stritolato, lui ballerino anarchico, dalla macchina della “giustizia”.
    Passarono gli anni, la verità su piazza Fontana e sulle stragi successive si faceva sempre nello stesso tempo più chiara e più intricata, ma lentamente si è fatta avanti. Senza che però i maledetti bombaroli siano stati davvero puniti. Uno dei capi, Maggi, è finito in Giappone, indisturbato per anni e anni. E dopo Milano c’è stata Brescia (28 maggio 1974), c’è stata Bologna (2 agosto 1980)…E oggi è davvero impossibile non sapere, non avere un quadro più chiaro della situazione, oggi che ci sono film romanzi inchieste (stasera uno sceneggiato su Raiuno, ieri sera l’ottima ricostruzione di Andrea Purgatori ad Atlantide, ma l’elenco è sterminato, senza citare gli ultimi volumi del giudice Guido Salvini e di Enrico Deaglio) che spiegano tutto, nel dettaglio, che fanno capire come i servizi segreti – lo Stato in pratica - abbiano coperto e mascherato questi delinquenti molti dei quali non sono mai stati in galera.
    Come Freda, lo stragista, il nazista, antisemita, fondatore dei gruppi ar (aristocrazia ariana), colui che materialmente portò la valigetta con la bomba in piazza Fontana, ora 78enne. Lo vidi un giorno in treno, perché se lo sposò una di Francavilla Fontana (che coraggio barbaro…), una ventina d’anni fa, mentre andavo da Bari a Lecce. Nel suo romanzo “Nero Ananas” (Voland) Valerio Aiolli lo chiama il Samurai: “Che già a trent’anni aveva i capelli grigi. E un gelo dentro che gli si spandeva intorno” (pag. 33): proprio così. Credo di non aver mai provato un senso di angoscioso terrore come quella volta in cui, appena entrata nello scompartimento, lo riconobbi, seduto accanto al finestrino e restai, per dimostrargli che non aveva vinto lui, che non avevo paura. E invece sì, a suo modo aveva vinto e io paura ne ebbi tanta: perché aveva la faccia di chi non ha pietà di niente e di nessuno. Impassibile, e soprattutto era libero, con tutti quei morti sulla coscienza.
    Resta da chiarire chi furono i mandanti: neri figuri che agivano nell’ombra per seminare terrore, in modo da instaurare un regime militare di terrore ancor peggiore. Ma Milano, allora, mezzo secolo fa, non urlò: restò in silenzio a omaggiare le vittime. Nostro dovere oggi è di ricordare, di ricostruire e raccontarla questa storia. Di additare i colpevoli, che ci sono, sono stati smascherati: non sapere a questo punto è colpevole. E sapere serve per stare dalla parte giusta, quella della democrazia, dell’antifascismo, della libertà e della convivenza pacifica.
     

  • IL PREMIO NOBEL
    CHE CON ZOLA INSORSE
    A FAVORE DI DREYFUS

    data: 02/12/2019 23:02

    Si fece chiamare France, come i clienti appellavano il padre François che vendeva libri al Quai Malaquais, a Parigi, mentre il vero cognome era Thibault. Anatole France nacque il 16 aprile 1844 e morì a Saint-Cyr-sur-Loire, il 12 ottobre 1924. Nel 1921 ebbe il premio Nobel per la letteratura. Fu uno scrittore impegnato, come molti suoi conterranei, ben prima che Sartre lanciasse la parola d’ordine dell’”engagement”. E si occupò, prendendo posizione a favore dell’ufficiale ebreo ingiustamente accusato, Alfred Dreyfus, del celebre affaire al centro oggi del magnifico film di Roman Polanski, “L’ufficiale e la spia”, come recita il titolo italiano, mentre l’originale ricalca l’arringa in difesa di Dreyfus che stilò Emile Zola: “J’accuse”.
    Immerso nei libri e nella lettura fin dall’infanzia, la sua strada era in un certo senso segnata. Cominciando presto a scrivere su riviste e bollettini e svolgendo l’attività di lettore per l’editore Lemerre, ben presto France entrò da protagonista nel mondo letterario, in cui si distinse per il suo talento di scrittore. L’atmosfera comunarda contro il regime reazionario di Napoleone III non lo vide in prima linea, ma nel corso della sua esistenza abbracciò poi il socialismo fino ad aderire alla rivoluzione bolscevica. Sulle prime preferì la tranquillità di uno stipendio fisso alla biblioteca del Senato e un matrimonio che durò dal 1877 al 1892 con Marie-Valérie Guérin de Sauville, dalla quale nel 1881 ebbe la figlia Susanne. La sua pigrizia era proverbiale: lasciò il tetto coniugale il 6 giugno in pantofole e papalina, con un biglietto alla moglie: “Avrò l’indulgenza di dimenticarti. Ti chiedo solo di non pensare più a me”.
    Per scrivere così, aveva già l’alternativa pronta: si rifugiò, infatti, nella vicina casa di Léontine Arman de Caillavet, che dirigeva un affollato salotto mondano, tipico delle letterate d’Oltralpe sin dai tempi della Rivoluzione e con cui visse fino alla morte di lei, nel 1910. Poi sposò la cameriera di Léontine, Emma Laprévotte. Nel frattempo, con poesie, saggi e racconti, divenne molto importante e apprezzato, sebbene oggi sia quasi del tutto dimenticato. Oltre a romanzi d’ispirazione classica, compose la tetralogia del professor Bergeret, in cui affrontò temi di attualità: “L’olmo del viale”, “Il manichino di vimini”, “L’anello d’ametista” e “M. Bergeret a Parigi”, riassunti sotto il titolo di “Storia contemporanea”.
    Negli ultimi due romanzi della serie si affronta il caso Dreyfus. Nell’“Anello d’ametista” si considerano le ripercussioni dell’affaire nella cittadina di provincia nella cui università insegna il professore protagonista della serie. Attraverso l’analisi di personaggi tipici, come un monsignore, un abate, e tre donne altoborghesi che fanno il bello e cattivo tempo sull’opinione pubblica della cittadina, ecco che France dimostra come l’essere antidreyfusiani giovasse in realtà alla borghesia francese. Ovvero a un ambiente che non si curava minimamente della verità e della giustizia, ma che ostentava in nome della religione una spiccata adesione ai “grandi ideali”, a costo di credere a montature politiche come fu tutto il drammatico caso Dreyfus, primo esempio di una concreta persecuzione da parte dell’Europa colta della “belle époque” contro gli ebrei. In cui la stampa ebbe un ruolo non da poco: l’autore dei ”falsi” (fake news diremmo oggi) contro l’ufficiale ebreo, finisce nel romanzo per suicidarsi.
    Nella realtà fu grazie a Zola e a France che la verità fu ristabilita, anche se il povero Dreyfus dovette aspettare ben 12 anni (dal 1894 al 1906, compresa una pesante prigionia in Guyana, all’Isola del diavolo) per essere riabilitato. Nell’ultimo romanzo, il professore ottiene finalmente una cattedra a Parigi. Qui Bergeret, alias France, s’impegna ancor più nella difesa di Dreyfus, sulla scia dell’amico Zola, battendosi in prima persona per la revisione del processo.
    L’avvento del simbolismo fece di France un autore superato al punto che, nonostante i solenni funerali di stato, ci furono “scandalose manifestazioni di tripudio di gruppi surrealistico-simbolisti parigini che lo consideravano un reazionario delle lettere”. In ogni caso, una rilettura almeno della tetralogia, sorta di “Educazione sentimentale” di un professore, risulterebbe oggi ancora attuale e utile.
     

  • QULL'INCHIESTA-VERITA'
    SUL MOSTRO ILVA
    CHE NON DA' SCAMPO

    data: 10/11/2019 20:50

    Stefano Maria Bianchi è un giornalista di lungo corso, un grande giornalista, ha lavorato con Michele Santoro, ha firmato libri importanti ma non ha quella notorietà riservata alle firme che compaiono ogni giorno in tv come Vespa, Mentana o Mieli, per dire. Comunque se c’è un’inchiesta firmata da lui, c’è da fidarsi: si tratta senza dubbio di un grande lavoro giornalistico. Giovedì scorso, 7 novembre, su Raidue, saltato il varietà dissacrante “Maledetti amici miei”, in seconda o anche terza serata, dopo un film piuttosto lungo, “Maleficent” e qualche altra cosa, in modo che solo facendo zapping si poteva vederlo, ecco che la Rai, all’improvviso, “random”, per caso appunto, si mette a fare servizio pubblico e trasmette “Ilva, a denti stretti”.
    Si tratta di un documentario che chissà da quanto la Rai aveva nel cassetto e che ha pensato bene di tirar fuori in modo discreto, senza tanto clamore né tanto meno pubblicità, in questi giorni in cui l’Ilva tiene banco. Con Raiplay si può rivederlo e va fatto, perché è davvero un pugno nello stomaco. E’ firmato da Stefano Bianchi, che è nato a Taranto l’8 maggio 1963, insieme a Cristiano Leuti. Tra l’altro Bianchi ha una storia di lunga vertenza con la Rai per veder riconosciuto il proprio lavoro (è stato reintegrato solo nel giugno scorso): cose che capitano ai poco noti ma superbravi, non si sa perché. Risultato è che questo documentario l’hanno visto in 393mila, che non è molto ma nemmeno poco, vista la scarsissima o nulla pubblicità: ma chi può, lo recuperi.
    Cosa ha fatto vedere Bianchi nel suo splendido documentario? La verità, la semplice verità. Ovvero che la situazione di Taranto è drammatica e che non dovremmo scoprirlo ora. Che i denti stretti sono quelli di tutti coloro che ogni giorno lottano contro una tra le più terribili malattie, provocata dai danni ecologici del mostro siderurgico. Senza età, senza distinzioni: il documentario si apre e si chiude con la piccola Chiara, i cui genitori avevano preso casa al rione Paolo VI nella speranza che l’aria fosse più pulita. “Ci siamo sbagliati” e la piccola ha subito un intervento e sta lottando contro una leucemia linfoblastica acuta. A 4 anni. Il dottor Mazza, epidemiologo, primario all’ospedale Santissima Annunziata, ha detto chiaramente che, per risanare l’ambiente, l’impianto si deve fermare e bisogna cominciare a ripulire tutto. Ma lo sta dicendo da dieci anni.
    Un ex capo del laboratorio chimico dell’Ilva (oggi Arcelor-Mittal, domani probabilmente statale, come già l’Italsider delle origini), Angelo, che mantiene l’anonimato, confessa che i suoi dati, già allarmanti anni addietro, venivano spesso alterati (pure con la sua firma falsificata) e che il sottosuolo è così inquinato che per ripulirlo occorrono miliardi di euro, le falde acquifere sono infiltrate e allora cosa si fa? Si copre il tutto, ma il sottosuolo resta inquinato. E si alterano i dati. Lui per questo se n’è andato sdegnato, ma gli analisti rimasti sono ancora gli stessi.
    In teoria, le cozze di Taranto, piene di dossina, sono proibite ma nel mar Piccolo se ne continuano ad allevare e i mercati ne sono pieni: chi controlla, i Nas? Sì, ma non sempre e non dovunque. Del resto, i mercati non solo pugliesi sono pieni di prodotti ortofrutticoli che provengono dalla zona del Tarantino e si sa che la malattia coglie anche, come hanno fatto vedere, persone che vivono a Martina Franca o a Palagiano e spesso si tratta di gente che coltiva la terra, che dunque può venire a contatto con i micidiali metalli pesanti emessi senza sosta dagli altiforni. Una giovane politica, che ha subito due interventi chirurgici di diverse ore e lunghe sedute di chemio, riassume il suo calvario. Tante sue amiche di sventura non ce l’hanno fatta. Del resto, non c’è industria siderurgica senza inquinamento. Colpiva, vedendo il filmato, la bellezza quasi beffarda della città, quel mare blu, quel cielo limpido. L’indifferenza della natura matrigna.
    Peccato che in tv non si senta l’odore. Ho lavorato a Taranto in due riprese, a circa vent’anni di distanza. Quando visitai la prima volta l’Italsider, era il 1984: non si può avere idea dell’impressione che ne ricavai. Fino ad allora avevo visto una sola fabbrica metallurgica, e anche allora l’impressione fu negativa: ogni quarto d’ora sembrava che cascate intere di metallo si riversassero nelle orecchie degli operai, tanto che mi chiedevo come si potesse resistere anche un solo pomeriggio là dentro. Ma l’Ilva superò qualsiasi immaginazione. Se mai potevo figurarmi uno scenario per l’Inferno dantesco, ebbene ci ero finita in mezzo: alti crateri di carbone, fuochi che sporgevano dal pavimento, binari, carrelli che si perdevano nel buio, fumi densi, e avrei potuto camminare in questo scenario per chilometri e chilometri. La città aveva un aspetto di metropoli, c’erano in giro anche molti giapponesi. Le spiagge vicine, era estate, avevano già quell’inquietante colore rossiccio lungo la battigia. Si faceva molto teatro, c’erano convegni nel bel centro sindacale affacciato sul mar Piccolo.
    Vent’anni dopo, ciò che mi colpì fu l’aria: irrespirabile. Già alla stazione si veniva accolti da nugoli di mosche e l’aria era fetida. A farlo notare però, nessuno mi dava retta. Gentilissimi come sempre, i tarantini mi facevano notare che per loro non c’era alternativa. I tempi in cui si pranzava a ostriche, cibo per nulla pregiato ma comune lì più che in Bretagna, erano finiti per sempre. Il mostro conveniva tenerselo: ma puzza, replicavo…non resistevo a quell’aria, mi sentivo soffocare. La cronaca era fatta di persone che scappavano dai domiciliari e poco più. Gli incidenti all’Ilva si sono poi venuti moltiplicandosi, si sono ripetuti addirittura in fotocopia, come quello che ha visto un gruista sbalzato per aria una volta e ancora un’altra volta col maltempo, di recente: due giovani sono morti così. Ma tantissimi muoiono di malattia e questo deve finire, non si può più tollerare. Non c’è scampo. Il mostro va fermato. Subito.
     

  • COME UN PAESE NORMALE
    DIVENNE UN INFERNO

    data: 29/09/2019 21:28

    “La libertà e la giustizia non sono date una volta per sempre, vanno costantemente difese”. Nel cuore di quella Baviera per dodici anni assoggettata, come tutto il Paese e ancora oltre, alla feroce dittatura nazista, è questo il monito che l’ottantenne Karl Wagner nel 1945 rivolge al giovane Hansen, ufficiale militare americano di stanza in Germania e nato ad Amburgo (ma emigrato negli Usa nel 1932, prima della tragedia).
    In “Un mondo migliore” (Sellerio editore, pagg. 516, 15 euro) Uwe Timm, scrittore tedesco alle soglie degli 80 anni, amburghese, ci rivela cosa era stata la Germania all’epoca, in presa quasi diretta. Quando parla di Alfred Ploetz, lui lo conosce bene, sia pure per interposta persona. Ploetz è il genetista in predicato di Nobel, che è stato tra i principali teorici e attuatori della selezione razziale, passando con disinvoltura dai conigli, sterminati in massa, agli uomini. Si trattava del nonno paterno di sua moglie Dagmar e le notizie su di lui sono state attinte direttamente da suo suocero, figlio dello scienziato.
    Una scienza del tutto disumana la sua, che assume toni macabri in tutto il libro, quando da stimato studioso, Ploetz, morto nel 1940 senza punizione alcuna, viene messo sotto inchiesta dagli alleati. Gli effetti dei suoi “esperimenti” si riverberano in un party per gli ufficiali americani, in cui l’alcol viene ricavato proprio dai flaconi in cui il mostro – si può ben definirlo tale – conservava i cervelli dei poveri conigli sottoposti ad assurde misurazioni e statistiche. Con conseguenti conati di vomito di Sarah, la militare GI giurista giunta entusiasta e volontaria dal Montana. “Mi rammarico di tutto cuore – dice Wagner all’americano che lo intervista – di tutto cuore, mi permetta di dirglielo con questo tono drammatico, che lui, l’amico di un tempo, non sia riuscito a viverla in prima persona questa fine: le macerie, i soldati tedeschi prigionieri che camminano in punta di piedi. E come invece marciavano in battaglia, scattanti, col passo dell’oca, davanti all’Urlatore, stivali chiodati, rimbombanti con tutto quel denderedeng-bummbumm, e ora, ora i Superuomini Bruni si nascondono, si levano le uniformi e si vestono con abiti civili consunti come per un ballo in maschera per straccioni. L’elevazione della razza è finita, resta solo il desiderio di non elevarsi minimamente dalla mediocrità. Non saltare agli occhi. Sono quel che sempre sono stati: capponi grassi e scemi”. (pag. 104).
    Basta leggere questo libro per capire come ogni esperimento sugli animali e l’eugenetica in generale, sconfinino direttamente nel nazismo. Il libro si apre con una scena sconvolgente: c’è un ragazzino handicappato che ha vissuto i precedenti dodici anni, la sua vita stessa, nascosto dai genitori in casa, con la complicità dei vicini. Ma se fosse stato invece un rom o un ebreo? Quegli stessi tedeschi che vagavano per le città ridotte in macerie dai bombardamenti e che avevano tolto il ritratto del dittatore ovunque segnalato dalla macchia chiara sulle pareti, quegli stessi che accorrevano in massa alle manifestazioni di piazza, lo avrebbero denunciato. Ora si tirano fuori, semplicemente non parlano ma molti nazisti furono riciclati nel dopoguerra: l’amministrazione pubblica (la magistratura, la docenza) ne era piena e c’è voluta l’ondata del 1968 perché i figli chiedessero conto dell’operato dei padri.
    “L’orrore, ora che i combattimenti sono finiti, è cresciuto ulteriormente e diventerà ancora più inconcepibile, una volta che gli assassini saranno spariti dalla faccia della terra. Non sono mostri, ma persone normalissime. E fintanto che vivranno, avranno mille piccoli modi per spiegare come sono arrivati a questa disponibilità a uccidere per dovere, perché sembrava ‘normale’. All’inizio forse ancora accompagnati dalla cattiva coscienza che gli dice: quel che hai fatto non è giusto, ma poi con l’abitudine finirà per diventare ovvio. Naturalmente c’erano anche quelli che lo facevano con piacere, quelli per i quali tormentare, torturare, era una gioia che provavano sentendosi elevati nell’umiliazione di altri” (pag. 72).
    Questo, scritto benissimo, è un libro necessario, da leggere, perché affronta diversi temi. L’autore, tramite il personaggio inventato di Klaus Wagner, che comunque ricalca personaggi che possono benissimo essere vissuti e conosciuti da Timm, ci riporta direttamente a quei giorni del 1945 e ci fa conoscere la Germania attraverso vari punti di vista. Quello di Wagner, ex socialista, vittima dei nazisti, internato in campo di concentramento due volte prima di trovare un rifugio. Quello di Hansel ma anche del suo commilitone George, uno psichiatra. Poiché Hansel è un letterato, gli si dà l’incarico di spiegare come mai i tedeschi si sono piegati a un simile progetto di dominio sul mondo che sarebbe dovuto durare millenni nella mente farneticante dei nazisti.
    Wagner era un amico di gioventù di Ploetz, e con lui aveva diviso l’utopia comunista degli Icariani, da un progetto di Etienne Cabet (1788-1856), finita tra Missouri e Texas. Nell’intervista che Hansel gli fa, Wagner spiega, come meglio non si potrebbe, i danni che i progetti utopistici possono provocare nella società. Infatti, come spiega benissimo anche lo storico George Mosse in un libro che andrebbe anch’esso studiato e ripreso più spesso, “Le origini culturali del Terzo Reich”, al volgere del secolo tra Ottocento e Novecento sorsero specie in Germania numerose sette o associazioni millenariste che avevano come scopo la riforma totale della vita umana, con l’imposizione di regole che facevano presto a diventare rigide e dittatoriali.
    Gli icariani per esempio, nati da un’utopia comunista, avevano poi proposto negli Usa genere di vita assolutamente lontano dalla condivisione dei beni a cui all’inizio si era ispirato. Questo perché senza regole democratiche, regole imposte dai capi e alla fine dispotiche, si fa presto a scadere nel settarismo, con il contorno di riti e simboli che pare di vedere i leghisti di oggi con gli elmi con le corna in testa o con la spilletta di Alberto da Giussano a sbraitare ovunque. Dopo un’ampia descrizione dei misfatti consumati fra gli Icariani, Ploetz e Wagner, tornati da quell’esperienza in Germania, si erano divisi. Ploetz aveva abbracciato l’ideologia nazista, trovandovisi a suo agio nella mentalità già accorsata di scienziato dal cuore di pietra e Wagner, suo vecchio amico, sul versante opposto, socialista che finisce nel mirino della Gestapo e viene salvato dal primo solo dopo aver conosciuto Dachau (“la vacanza pesante” come si chiamava allora) ed essersi rifugiato nel deposito sotterraneo di una libreria nel centro di Monaco. Attenzione dunque a predicare “un mondo migliore”: perché i progetti finiscono spesso in dramma, meglio vivere “in una comune lotta contro la sofferenza”, senza vaneggiamenti.
    Tutt’intorno c’è la Germania, particolarmente leggiadra allo scoppio della primavera, con i suoi centri caratteristici, barocchi, come Wurzburg, pesantemente bombardata ma ancora bella, con i ciliegi in fiore: un paese incantevole eppure incantato, come nella Montagna di Thomas Mann. In cui le bellezze del paesaggio stridono con il lascito storico di una tale pesantezza da avvertire che la bellezza no, non può salvare alcunché, mentre Hansel s’informa leggendo “Radici” di Bloch e altri testi di cui il libro è disseminato. Germania terra di poeti, scrittori, musicisti e devastata da un bieco assassino che come un pifferaio si è trascinato tutti dietro. Un paese di fiaba dal risvolto tragico, come spesso nelle fiabe dei fratelli Grimm che Timm, spesso in Italia (ultimamente è stato al Festival della letteratura di Mantova, “ovviamente” mai intervistato dall’inesistente giornalismo culturale della Raitv…), indaga con accento commosso e partecipe, in un romanzo, uscito a marzo, che merita senz’altro di scalare le classifiche.
     

  • GIULIA CIVITA FRANCESCHI
    LA MONTESSORI DEL MARE

    data: 20/09/2019 22:16

    Giulia Civita Franceschi, chi era costei? Ho sentito parlare per la prima volta di lei da poco, nel bel documentario che il regista Giuseppe Sansonna ha dedicato al Molo di Napoli, in onda su RaiTre e Raicinque.

    La chiamavano anche “la Montessori del mare” e la sua storia merita certamente di essere riportata a galla dal vasto oceano dell’oblio. Con Google e Wikipedia è facile ora reperire notizie di questa donna straordinaria, anche se non ci sono poi molti dettagli. Inoltre, è senz’altro da biasimare il fatto che, seppur confrontata con la sua più celebre collega, non ne abbia però avuto la stessa fama. Infatti, nella gran parte dei dizionari enciclopedici del secolo scorso non ce n’è traccia. Nacque il 16 aprile 1870 a Napoli, e sempre qui è scomparsa nella sua casa di Posillipo il 27 ottobre 1957. Dal paragone con la Montessori deduciamo facilmente che si trattò di un’educatrice, una pedagoga, una maestra sui generis, non impiegata nel sistema scolastico nazionale. La capacità didattica l’aveva sviluppata nello studio del padre Emilio Franceschi, uno scultore ed ebanista toscano che subito dopo il matrimonio con Marina Vannini si era trasferito a Napoli: sua è la prima delle otto statue che decorano la facciata del Palazzo reale, dedicata a Ruggero il Normanno. L’intesa fra il padre e le figlie Giulia ed Eva era totale, tanto che lo studio d’arte, sempre affollato di apprendisti, era mandato avanti da tutta la famiglia.

    Francesca sposò a 19 anni l’avvocato Teodoro Civita, da cui ebbe l’unico figlio Emilio, che collaborò ampiamente con lei. Le cronache ci dicono che il marito soffrì di depressione, per cui si trasferirono a Belsito e Giulia lasciò lo studio paterno. Ma la sua attività di educatrice non conobbe soste. Era una specie di quella che oggi si definisce maestra di strada, con particolare attenzione agli scugnizzi trascurati dei Quartieri spagnoli, quelli che non andavano a scuola, che spesso erano all’epoca orfani di guerra e vagavano per la città abbandonati a se stessi. Fu così che pensarono immediatamente a lei Enrichetta Giolitti e Antonia Nitti (rispettivamente figlia e moglie degli statisti) quando la Marina militare donò a Napoli la corvetta “Francesco Caracciolo” per farne una nave-scuola, sulla scorta di esperienze già in atto a Genova e a Venezia. C’era un ostacolo: su una nave militare potevano salire soltanto i maschi ma molto intelligentemente il direttore designato, David Levi Morenos, delegò il suo incarico alla Franceschi, che così potè iniziare, nell’agosto del 1913, la scuola per pescatori e marinaretti che radunava già a dicembre 51 alunni e nel corso di circa 15 anni, ha visto passare circa mille ragazzini. Il “metodo Civita”, come venne chiamato, consisteva, da quel poco che si sa, nell’abbinare l’attività scolastica con l’esercizio fisico, e le regate in alto mare servivano specialmente a quei ragazzi affetti da malattie respiratorie, molto frequenti e spesso letali. Sono significative le foto che si vedono al Museo del mare di Napoli, con questa donna imponente, bruna e bella, circondata da severissimi bambini e ragazzi in divisa, detti anche “caracciolini”.

    E le scugnizze? Giulia non le aveva dimenticate ma il suo progetto di aprire un asilo anche per loro non andò a buon fine. Nel 1921, con la concessione da parte dello Stato dei laghi Fusaro e Mar Morto (fra Bacoli e Capo Miseno), Franceschi fondò la Spem, Scuola per pescatori e marinaretti, ma trovò molti ostacoli prima di poterla avviare a pieno ritmo nel 1923, perché c’era gente che, senza permesso, si serviva della pesca nei laghi, considerati di tutti. Nel 1925 avvenne la fusione con l’asilo Carlo Van Den Henvel (grazie a un lascito della vedova, contessa Anna De Iorio), dove ci si dedicava, sempre per parte maschile, all’agricoltura nella fertile terra della “Campania felix” (non ancora “terra dei fuochi”): si coltivavano lino, patate, piante medicinali. A Miseno Franceschi avrebbe voluto fondare anche la scuola femminile ma non le riuscì, anche perché, pur ottenendo molti riconoscimenti come una medaglia d’oro al merito da parte del ministero dell’Istruzione nel 1922, il fascismo ben presto debellò tutta la sua opera, trasferendo ogni competenza all’Opera nazionale balilla. La nave fu distrutta nel 1935: rimase solo l’albero, trasferito a Sabaudia dove si istituì un’altra scuola che aveva però più che altro la funzione di colonia, ben lontana dallo spirito della “capitana”. Pure la Spem chiuse i battenti nel 1933 e anche della nave “Caracciolo” non si seppe più nulla.

    Non si hanno notizie di particolari attività antifasciste della Franceschi ma dal 1928 praticamente scompare per ricomparire dopo la guerra come attivista dell’Udi (Unione donne italiane, legata al Partito Comunista). Nel fermento culturale e giornalistico della Napoli del dopoguerra, Franceschi ebbe modo di esporre le sue teorie pedagogiche in articoli sul mensile “Solidarietà” della giornalista Olga Arcuno e con interviste a Lieta Nicolini. I suoi “caracciolini” la chiamavano Aei e così disse al figlio, prima di morire: “Aei se ne va”. Ancora nel marzo scorso, nella Biblioteca Fra Landolfo Caracciolo, a Napoli, si è tenuto un convegno (con ricca mostra fotografica) per ricordarla.

  • QUELLA GIUDICE DI 86 ANNI
    DIVENTATA ICONA POP

    data: 31/08/2019 19:25

    Negli Usa è diventata popolare al massimo – diventando una vera icona-pop – una signora di 86 anni, reduce da un serio intervento a un polmone, con quattro by-pass al cuore, tanto che il documentario a lei dedicato concorre per l’Oscar. Ruth Bader Ginsburg (RBG), del resto, non è una donna comune ma una giudice della Corte Suprema, la più alta corte federale degli Stati Uniti che consta di nove componenti. Di cui attualmente le donne sono tre. Il presidente della Repubblica Reagan nominò Sandra Day O’Connor, ora in pensione e il presidente Barak Obama ha nominato nel 2009 la prima ispanica, Senia Sotomayor.
    RBG fu chiamata al prestigioso incarico dal presidente Bill Clinton il 5 agosto 1993. La carica è a vita, la rinuncia è volontaria. La Corte Suprema americana ha una grande importanza: esperti di giurisdizione più che giudici, i magnifici nove controllano che ogni verdetto sia rispondente ai principi della gloriosa Costituzione americana. Così come dimostrano numerosi film dedicati a storiche sentenze, molte delle quali riguardano i pregiudizi razziali purtroppo caratteristici dell’America peggiore.
    RBG nacque a New York il 15 marzo 1933. Figlia di ebrei russi, a 17 anni si diplomò ma la madre, che l’avrebbe voluta storica, morì proprio alla vigilia di questo primo traguardo. Nel 1954 si laureò in diritto alla Cornell University. Subito dopo sposò Martin D. Ginsburg (scomparso nove anni fa), un ufficiale di riserva e lei lo seguì nei vari spostamenti, sempre però studiando e lavorando. Si iscrisse anche a Harvard e in classe su 500 uomini c’erano solo 9 donne, nel 1955. Nel frattempo mise al mondo i suoi due figli e dal 1961 al 1963 andò in Svezia, a Lund, rendendosi conto che lì le donne avevano ben altro trattamento rispetto agli Usa. Una giudice per esempio lavorava fino all’ottavo mese di gravidanza, mentre nel suo Paese veniva facilmente messa a riposo molto prima e non è detto che conservasse il posto. Dal 1963 al 1972 insegnò processo civile alla Rutgers University con stipendio dimezzato rispetto agli altri colleghi, con la motivazione che il marito guadagnava bene.
    Dal 1972 al 1980 è stata alla Columbia University fin quando il presidente Jimmy Carter la nominò giudice di corte d’Appello, nel Distretto di Columbia. E quindi la Corte Suprema. In questi anni, fino a oggi, RBG è stata determinante nel risolvere cause riguardanti soprattutto la discriminazione di genere, dalle studentesse alle militari in carriera, tanto che il film che Mimi Leder le ha dedicato, “Una giusta causa”, s’intitola originariamente “On the basis of sex”. Ma nessuno - in questo anno che pure ha visto la Corte Suprema protagonista per la discussa nomina, caldeggiata da Trump, di Brett Kavaunagh, 54 anni, accusato in mondovisione e in diretta dalla vittima di una sua violenza sessuale di decenni fa - si aspettava l’exploit del fenomeno RBG.
    Il suo collarino ricamato, una nota civettuola che spezza la severità della toga nera e che la rende simile a Rita Levi Montalcini, che prediligeva gli abiti di alta moda di Roberto Capucci, viene replicato in tutte le immagini a fumetti e i gadget, dalle tazze ai pin, fino ai cartoni animati, rendendo RBG sempre più famosa. Il libro “Notorious RBG: the life and times of Ruth Bader Ginsburg” che su di lei hanno scritto Irin Carmon e Shana Knizhnik, ha dato il via al sito web, dove lei viene raffigurata con una corona in testa, e a numerosi articoli sulle riviste di tutto il mondo (un ritratto particolarmente elegiaco si è letto per esempio sull’Espresso).

    Non basta, c’è anche il documentario delle registe Betsy West e Julia Cohen già ampiamente disponibile e che la Rai potrebbe trasmettere, almeno nel suo canale culturale, Rai5. Invece, in prima serata per la Rai, sul canale pilota, l’uno, è più importante mandare in onda il concorso di Miss Italia. 

  • MA COM'E' ATTUALE
    "IL GRUPPO" DI MCCARTHY

    data: 17/07/2019 23:01

    E’ stato quanto mai opportuno che Minimum Fax ripubblicasse Il gruppo di Mary McCarthy. Alla sua prima uscita, alla fine di agosto del 1963, il romanzo raggiunse subito il successo, tanto che nell’ottobre di quello stesso anno aveva già sfiorato le centomila copie. Un romanzo, davvero dirompente, che le femministe avrebbero potuto adottare a loro manifesto. Invece, almeno in Italia, tranne una breve apparizione negli Oscar Mondadori a inizio anni Settanta, di questo testo si sono perse le tracce. Il libro era praticamente introvabile e anche della sua autrice, morta a 77 anni, il 25 ottobre del 1989, a New York, si è saputo ben poco (era nata a Seattle il 21 giugno 1912). E dire che c’è ancora qualcuno che ricorda qualche raro passaggio televisivo, magari a notte fonda, del film che ne è stato tratto nel 1966, con la regia di Sidney Lumet. Molto meglio continuare a far sfilare le belle statuine di Miss Italia…
    Incredibili sono sia la trama sia la scrittura: ognuno dei quindici capitoli può essere affrontato a sé, perché espone una problematica (non solo) femminile alla volta, in un tono così moderno da far dubitare che ci si riferisca alla situazione americana degli anni che vanno dal 1933 al 1940. Per esempio il ritratto che si fa del maggiordomo inglese, Hatton, di casa Prothero, vale da solo quasi quanto Quel che resta del giorno del Nobel Ishiguro, oppure la descrizione della perdita della verginità e di come sia necessario adottare pratiche anticoncezionali da parte della ricca e bella Dottie: tutto ciò rende il centro di Manhattan non dissimile da un paesino pugliese. Alla faccia della conclamata emancipazione.
    Eppure si tratta di otto ragazze istruite, che hanno frequentato, come l’autrice, il prestigioso “college Vassar”. Queste donne, definite zitelle già a 26 anni, e ricalcate probabilmente su modelli autentici, dovrebbero quindi avere gli strumenti per far fronte alle difficoltà della vita e soprattutto a quello che resta il problema femminile d’ogni tempo: il rapporto con gli uomini.
    Si pensi alla vicenda di Kay. Annientatasi all’ombra del marito Harald, alcolizzato come la maggior parte dei suoi contemporanei al tempo del proibizionismo, viene internata dopo una lite particolarmente violenta, sulla sola indicazione del suo “adorato maritino”. McCarthy dispiega tutta la sua critica contro questa istituzione. Del resto Harald confessa alla fine di non amare le donne, ma di farne collezione per pura vanità personale. E lo dice a Lakey, bellissima, che si accoppia con una matura baronessa tedesca che tra le due funge da uomo, come osservano le amiche in un primo momento, rendendosi conto del connubio e adottandole senza particolare scalpore, a parte quello iniziale. Loro che si erano distinte in lepri – quelle che avevano contratto matrimonio e subito divorziato- e tartarughe, arrivate tardi, ma comunque prima dei 30 anni, alle nozze e alla maternità, hanno affrontato del resto qualsiasi sorta di problemi.
    E McCarthy le segue queste piccole donne, con sguardo ironico e consapevole, novella Alcott. Ma se tutti ricordano appunto Piccole donne, perché gettare nel dimenticatoio le otto protagoniste di un romanzo che ricorda molto da vicino le commedie di Lubitsch o di Wilder? Forse perché traspare una critica feroce della società americana e per esempio di una cultura scientifica completamente slegata dall’esperienza, come nel conflitto evidente fra infermiere e pediatri, nel capitolo decimo, quando la colta Priss, sposata a un medico, deve subirne l’impostazione nella cura del figlioletto. Oppure nel capitolo successivo, la descrizione delle sedute psicanalitiche di Gus, marito infedele, che tornerà all’ovile non senza aver prima illuso Polly, una del Gruppo. Così come nella vicenda del padre di Polly, Andrew, affetto da depressione a fasi alterne che divorzia a 60 anni e va a vivere con la figlia, nelle parole dello psichiatra Jim si esalta tutto lo scetticismo dell’autrice nei confronti dei ritrovati della psicoanalisi e dello stesso Freud.
    Non mancano accenni alla situazione politica americana, mentre l’Europa viene vista preda delle dittature e la più superficiale del Gruppo, nonché “amica” traditrice della povera Kay, Norine Schmittlapp, che ha sposato Freddy, ebreo ricco, riassume tutti i pregiudizi contro gli ebrei che affliggevano anche i progressisti americani. Leggiamo a pag. 479: “Il guaio è il mio cervello”, disse Norine. “Io ho ricevuto una formazione da intellettuale (…) A Freddy non dà fastidio che intellettualmente io sia un bel po’ più avanti di lui; gli piace. Ma io sono consapevole che tra noi c’è un abisso”. Però chiede a Priss come comportarsi nelle occasioni più semplici e Priss osserva: “Il cervello, pensava, avrebbe dovuto aiutarti a organizzare la vita in maniera efficiente; inoltre, non aveva mai sentito parlare di Norine come di una studentessa particolarmente brillante”.

    Sono 522 pagine che si leggono tutto d’un fiato e che sono ancora attualissime. Un solo errore di stampa a pagina 467: “Priss fece uno schioccò la lingua” (sic), sempre più frequenti ultimamente, essendo stati i correttori di bozze sostituiti dal correttore automatico, che di svarioni ne fa eccome. Ma è trascurabile: l’importante è che questo romanzo torni a circolare. E la sua atmosfera l’ho avvertita in autrici italiane: Alba De Cespedes, Annamaria Ortese e Maria Teresa Di Lascia. Un Gruppo ideale da non dimenticare! 

  • SICUREZZA: GLI ITALIANI
    SON TUTTI SALVINIANI?

    data: 04/07/2019 19:05

    E’ stato molto efficace l’intervento di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) alla Camera, martedì scorso, quando ha accusato di eversione il ministro degli Interni Matteo Salvini, accompagnando la sua appassionata oratoria con il disegno di suo figlio di sei anni, che raffigurava delle mani che salvavano suoi coetanei in mare, ristretti su una barchetta. “Non avere paura, che ci sono io e ti tengo”, dice un bambino agli altri in quel disegno che Fratoianni ha poi dato a Salvini il quale, in segno di disprezzo, mandava bacioni, al suo solito.
    Il giorno dopo, ecco i commenti in tv, dal primo mattino. A Omnibus, il talk show della Sette, c’era il professore di Economia politica alla Bocconi, Roberto Perotti, il quale con un sorrisetto sprezzante fisso, sorrisetto che si rifletteva anche sugli astanti come Giovanni Minoli, replicava a distanza a Fratoianni: “Ma a chi non piacerebbe accogliere dei profughi? Semplicemente però è impossibile accoglierli tutti. In questo modo Salvini guadagna 50mila voti; lui accende un cero alla Madonna per ogni Sea Watch che si presenta”, e tutti assentivano.
    Ma chi dà a questi commentatori, come pure a Maurizio Mannoni la sera prima a Lineanotte (“E’ incredibile, gli italiani sono tutti con Salvini…”) la sicurezza che gli italiani siano tutti con Salvini? Forse i risultati elettorali? Ma alle urne sono andati molti di meno degli aventi diritto e quindi il consenso si dimezza automaticamente. Il voto popolare non è mai garanzia di buon governo, basta studiare la storia e basta ricordare la repubblica di Weimar. Infine gli striscioni-lenzuola con scritte contrarie al ministro, che compaiono a ogni visita di Salvini, prontamente rimossi, testimoniano che l’opposizione c’è. Accusano poi la sinistra di non avere una strategia in merito a questo esodo: perché, qualcuno ce l’ha? Forse solo i trafficanti d’armi si stanno mobilitando e infatti…
    La notizia del bombardamento di un campo profughi in Libia, rimbalzata dagli Stati Uniti, si badi bene non da un Paese vicino, martedì sera, con quei terribili bustoni di plastica nera a nascondere i corpi martoriati, quella, non ha sconvolto nessuno? E le notizie di partenze ininterrotte dalla costa libica, molto più vicina a noi di quella statunitense, di battelli carichi di migranti che, ops, hanno fatto naufragio, e ci sono non si sa quanti morti: 50, 80, ogni cifra va bene tanto non si sa.. Beh, questi annunci non gelerebbero i sorrisetti di qualsiasi docente illustrissimo? Fratoianni era giustamente arrabbiato alla Camera: perché un ministro degli Interni non può creare ad arte paura, non può dolersi della liberazione di una capitana che ha salvato vite, non può avallare fotomontaggi indegni come quello del pranzo a bordo della Seawatch.

    Intanto sui giornali si legge questo: “Una scena choc quella che si è presentata ai bagnanti di Gela, provincia di Caltanissetta, sulla spiaggia di Roccazzelle. La corrente ha improvvisamente portato a riva i resti umani di un torace ancora stretto in un giubbotto. In men che non si dica tutti i bagnanti hanno abbandonato la spiaggia”. O questo: “Un uomo che viaggiava nascosto nel carrello di atterraggio di un aereo partito da Nairobi è precipitato nel giardino di una casa di Londra, in un quartiere residenziale, mentre il proprietario stava prendendo il sole”.  

  • PERCHE' "FORZA CAROLA!"
    SENZA SE E SENZA MA

    data: 01/07/2019 19:32

    Forza Carola! Si presta facilmente a un’esaltazione femminista, celebrativa, questa giovane capitana della Sea Watch che ha portato in salvo una quarantina di migranti, approdando dopo giorni a Lampedusa, ed è giusto che sia così. Esaltiamola pure questa ragazza, specie in considerazione del fatto che sia stata accolta con i più vergognosi epiteti (anche da donne) al suo arrivo nell’isola assurta a simbolo stesso dell’ospitalità quando ne era sindaca Giusi Nicolini (a proposito, che fine ha fatto?).
    Ora, nel più classico gioco delle parti, con un sindaco di centrodestra, ecco che in tanti si sono accodati allo “sbruffoncella” del ministro leghista. Ma fosse stato solo quell’aggettivo! Come al solito, i seguaci sono sempre più realisti del re e mostrano senza vergogna tutto il loro servilismo. Sono di parte e sono dalla parte di Carola senza se e senza ma: aiutare profughi in mare, persone e non numeri, come ha scritto giustamente Roberto Saviano, non può essere considerato un reato. Negare l’approdo a una nave è una crudeltà senza limiti e basterebbe ricordare l’odissea delle navi colme di profughi ebrei negli anni Trenta del secolo scorso, come la Saint Louis, partita da Amburgo il 10 maggio 1939 e tornata ad Anversa il 6 giugno di quello stesso anno, rifiutata da Cuba, dagli Stati Uniti e dal Canada, con circa mille ebrei, metà dei quali morirono poi nei campi di concentramento nazisti. Ebbene il comandante di quella nave, Gustav Schroder, tedesco (anche se nacque in Danimarca) come Rackete, fece di tutto per tutelare i suoi passeggeri e oggi è ricordato in Israele come uno dei “giusti” che pure sono esistiti in quel truce periodo storico. A lui sono intitolate delle vie nella stessa Amburgo, dove morì a 73 anni nel 1959.
    Al netto della solidarietà, comunque, Carola merita di essere lodata anche come icona femminista perché non c’è, che io ricordi, una capitana del suo valore e della sua forza. Sì, ci sono state veliste solitarie che hanno attraversato oceani, non senza sforzi e sacrificio della vita stessa (di solito si tratta di francesi). A Venezia ci sono pilote dei vaporetti urbani così com’è sempre più frequente vedere autiste alla guida di autobus di linea in città ma, insomma, una capitana non è notizia di tutti i giorni.
    I più anziani ricorderanno un’unica figura mitica della tv dei ragazzi: Giovanna, la nonna del Corsaro nero. Poi, più nulla: un mondo di uomini quello marinaro. Carola, con quel suo volto michelangiolesco, ha rappresentato indubbiamente una novità. E con quel curriculum poi. Perché la Rackete si è laureata in Conservazione dell’ambiente, a 25 anni se n’è andata in una stazione di studio nel Circolo polare artico, dal 2011 al 2013 è stata ufficiale di navigazione sull’Artico e da tre anni è impegnata con l’organizzazione non governativa Sea Watch che dal 2014 cerca e salva profughi nel Mediterraneo. Di certo non per rispedirli in quell’inferno che è la Libia.

    L’Europa dovrebbe ringraziare chi contrasta l’azione dei trafficanti di persone: invece che cosa fa, complici i ministri sovranisti come Salvini? Condanna chi, come Carola, giustamente paragonata ad Antigone, colei che per prima ha stabilito che la legge dell’umanità è superiore alle leggi umane, salva disperati in fuga da fame, miseria, dittature, tutto ciò che chi sta bene preferisce non vedere. E’ tanto comodo voltare la faccia dall’altra parte. 

  • ANCORA SU FAGGIN
    "EREDE" DI LEONARDO

    data: 26/06/2019 11:24

    Un modo originale di omaggiare un grande del passato può essere quello di scoprire i suoi degni eredi. Di Leonardo da Vinci quest’anno tutti parlano, e molto si sa: perché sono passati 500 anni da quando, in un castello regale ad Amboise in Francia, dove si era rifugiato, il genio rinascimentale per eccellenza morì, il 2 maggio 1519. Numerose sono le mostre in giro per l’Italia, da Torino a Venezia, a tema leonardesco e su Rai5 c’è un programma in diverse puntate a lui dedicato. Così com’è possibile riascoltare in podcast un’altra monografia andata in onda su Radiotre, a cura di Marino Sinibaldi.
    A Vinci, dove Leonardo nacque il 15 aprile 1452, in Toscana, è stato ospite recentemente un Leonardo moderno: Federico Faggin. Infatti molti dei “devices”, degli arnesi che usiamo con noncuranza, si devono a lui, alla sua incredibile inventiva. Senza il microchip, la sua formidabile invenzione, e i sistemi di memoria connessi, non funzionerebbero i computer, i telefonini, gli smartphone e via discorrendo. Una passata di polpastrello sullo schermo dello smartphone e sappiamo tutto: si chiama “touchscreen” e l’ha inventato sempre lui. Non per niente il 19 ottobre 2010 Faggin ha ricevuto direttamente dall’allora presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, la Medaglia nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione, un premio che negli Usa equivale al Nobel.
    Faggin, nato il I dicembre 1941 a Vicenza, figlio di un filosofo ma che all’epoca scelse l’istituto tecnico per i suoi studi superiori, fece i primi passi in Olivetti. Poi, sposatosi con Elvia, se ne andò a 26 anni a Palo Alto, in California e nella Silicon Valley trovò il clima giusto per le sue trovate. Tante, tra cui campeggia il microchip: con Intel 4004 si deve a lui, infatti, la creazione dei microprocessori 8008, 4040 e 8080. Ha sviluppato la tecnologia Mos con porta di silicio che ha permesso la fabbricazione dei primi microprocessori, le basi della digitalizzazione. Z80, ancora in produzione, celebre microprocessore, è ancora opera sua.
    Queste invenzioni hanno dato vita a una miriade di applicazioni, dalla memoria dei computer alla tecnologia digitale, alle fotocamere. Una vita che Faggin stesso, doppia cittadinanza, italiana e statunitense, ha raccontato in quattro fasi nel suo libro: “Silicio”, edito da Mondadori. “Italiani di frontiera”, il sito creato da Roberto Bonzio che raduna tutte le storie degli italiani che ragionano fuori dall’ordinario, “out of the box” e che organizza dei seguitissimi tour nella mitica valle di Steve Jobs & C., ha colto l’occasione della presenza di Faggin in Italia. E ha organizzato per lui un seminario proprio a Vinci, a Villa Vignozzi.
    Qui, l’8 giugno scorso, si sono dati appuntamento “un centinaio di professionisti, innovatori e startupper” giunti da diverse città, da Torino a Trento, da Padova a Macerata, per ascoltare direttamente da Faggin, “rievocazioni, riflessioni, suggestioni”. E qui egli “ha ripercorso la sua straordinaria carriera di inventore, imprenditore e scienziato”, fino ad arrivare alla svolta umanistica, a quel suo sottolineare come le macchine non potranno mai avere quel quid in più di umanità che è proprio della persona, riagganciandosi così a suo padre Giuseppe che è stato un grande studioso di mistica, traduttore di Plotino. Tanto che, nel 2011, la “Fondazione (Foundation) Federico ed Elvia Faggin”, s’incarica di studiare proprio la coscienza. Fisica dell’informazione, cattedra all’Università californiana di Santa Cruz, comprende, infatti, lo studio di sistemi complessi, biofisica, scienze cognitive e matematica. Tutto sotto l’insegna dei rivoluzionari coniugi.

    “Che questo di Vinci fosse un evento simbolico ideale per legare il nome di Vinci non solo al passato ma a un’idea di come affrontare il futuro  – sottolinea Roberto Bonzio che ha intervistato più volte Faggin, come si può vedere in rete – l’hanno capito innovatori e sponsor da tutt’Italia, uno persino dalla California, mentre interesse e collaborazione dal territorio sono stati quasi zero”. Una superficialità locale che non ha comunque tolto nulla all’importante manifestazione. Al seminario ha partecipato anche il liutaio Michele Sangineto che ha portato strumenti antichi ormai scomparsi – realizzati in parte secondo le indicazioni di Leonardo - con il concerto dei figli musicisti Adriano e Caterina. All’incontro ha partecipato anche una startup padovana che sta realizzando Vitruvian VR, congegno di Realtà Virtuale ispirato all’Uomo Vitruviano leonardesco, testato di persona dallo stesso Faggin. La pagina dell’evento è: https://italianidifrontiera.com/pionieri-esploratori-non-guardiani-faggin-a-vinci. Chissà che qualche università non colga a sua volta l’occasione d’invitare Faggin che si trova in questi giorni a Vicenza. 

  • DA LEONARDO DA VINCI
    A FEDERICO FAGGIN

    data: 21/06/2019 22:19

    Nel nome di Leonardo si sprecano le iniziative, in occasione del cinquecentenario della morte del grande italiano. Da quelle promosse dall’azienda a partecipazione statale con il suo stesso nome, azienda dalle mille propaggini soprattutto in Finmeccanica che ha celebrato proprio recentemente i 70 anni, ai mille convegni e mostre che si tengono per celebrarlo. Tra cui una rassegna in corso a Torino, imperdibile, ai Musei reali fino al 14 luglio. In questa mostra c’è il celebre autoritratto, realizzato a sanguigna, che tanto ha fatto fantasticare sulla somiglianza con la Gioconda. A Milano poi non si può mancare l’appuntamento col Cenacolo o con il soffitto dipinto a vigna del castello Sforzesco.
    “Leonardo”, l’azienda, è per il 30 per cento statale (ministero dell’Economia e finanze). Il suo amministratore delegato è Alessandro Profumo (il banchiere implicato nella bancarotta Unicredit e poi passato al Montepaschi) e suo presidente è l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. La società raduna quasi tutte le industrie Finmeccanica, si va dagli elicotteri Agusta Westland a Finmeccanica, Telespazio, le vecchie Oto Melara, Alenia Aermacchi. Molta produzione militare dunque (compresi i droni-spia). Del resto Leonardo non si risparmiava nel progettare macchine belliche. Tra le iniziative del centenario c’è anche il rilancio di una vecchia rivista dell’Iri, creata da Leonardo Sinisgalli nel 1953, “Civiltà delle macchine”, bimestrale affidato ora a Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità. A capo della Fondazione eponima è stato posto Luciano Violante e al conversanese Paolo Messa (ex democristiano, seppur quarantreenne, e docente di Giornalismo politico ed economico alla Sapienza) direttore delle relazioni istituzionali. Questo per chiarire come l’arco costituzionale si ricongiunga nel panorama delle nomine.
    Cosa c’entra tutto questo con Leonardo, al di là della denominazione e del fine sociale? Ben poco.
    C’entra di più invece andare alla scoperta dei geni odierni, spesso non conosciuti. Eppure, guardiamoci intorno: di quanti mirabolanti oggetti sapremmo indicare il nome dell’inventore? Prendiamo il telefonino, lo smartphone e quella magnifica funzione di veder scorrere ogni notizia su uno schermo al solo tocco del polpastrello: si chiama touchscreen e a inventarlo è stato un italiano, Federico Faggin. In libreria si trova ora la sua autobiografia, “Silicio” (edita da Mondadori), in cui egli racconta le sue quattro vite, dalla partenza da Vicenza, figlio di un filosofo ma che sceglie l’istituto tecnico. Se ne va con la moglie Elvia a 26 anni a Palo Alto, California, e nella Silicon Valley trova il clima giusto per le sue scoperte.
    Faggin è un po’ un Leonardo del nostro tempo. “Italiani di frontiera” il sito creato da Roberto Bonzio che raduna tutte le storie degli italiani che ragionano fuori dall’ordinario, “out of the box” e che organizza dei seguitissimi tour nella mitica valle di Steve Jobs & C., ha colto l’occasione della presenza di Faggin in Italia. E ha organizzato per lui un seminario proprio a Vinci, a Villa Vignozzi. Qui l’8 giugno, si sono dati appuntamento “un centinaio di professionisti, innovatori e startupper” giunti da diverse città, da Torino a Trento, da Padova a Macerata. hanno ascoltato direttamente da Faggin, che è nato il I dicembre 1941, “rievocazioni, riflessioni, suggestioni” con cui egli “ha ripercorso la sua straordinaria carriera di inventore, imprenditore e scienziato”, fino ad arrivare alla svolta umanistica, a quel suo sottolineare come le macchine non potranno mai avere quel quid in più di umanità che è proprio della persona, riagganciandosi così a suo padre che è stato un grande studioso di mistica, traduttore di Plotino.
    “Che questo di Vinci fosse un evento simbolico ideale per legare il nome di Vinci non solo al passato ma a un’idea di come affrontare il futuro – sottolinea Roberto Bonzio che ha intervistato più volte Faggin – l’hanno capito innovatori e sponsor da tutt’Italia, uno persino dalla California, mentre interesse e collaborazione dal territorio sono stati quasi zero”.

    Al seminario ha partecipato anche il liutaio Michele Sangineto che ha portato strumenti antichi ormai scomparsi – realizzati in parte secondo le indicazioni di Leonardo - con il concerto dei figli musicisti Adriano e Caterina. Una scorsa alla rete consente di reperire i video dove Faggin spiega tutto il suo viaggio esistenziale, e leggere poi il suo libro dà ulteriori informazioni. Il modo migliore di omaggiare un grande del passato è scoprire i suoi degni eredi. 

  • UNA "MEGLIO GIOVENTU'"
    IN CHIAVE ITALO-TEDESCA

    data: 07/06/2019 16:20

    “Volevamo andare lontano… Bella Germania” è una fiction andata in onda su Raiuno in due puntate, lunedì e martedì scorso. Girata da Gregor Schnitzler, un regista berlinese di 55 anni, con all’attivo una ventina di film, è una sorta della “Meglio gioventù” in chiave tedesca, ma con un saldo collegamento con l’Italia, il che giustifica la sua collocazione in prima serata nella rete ammiraglia della Rai. Siamo molto lontani dal livello di “Ku’damm. Una strada verso il domani (1956 e 1959)” di Sven Bohse, con la sceneggiatura di Annette Hess. Nonostante tutto, però, il lavoro di Schnitzler non ha deluso. La prima puntata aveva il sapore ingenuo del fotoromanzo e tuttavia si faceva guardare; nella seconda la vicenda si è movimentata.
    Si seguono le avventure di Giulietta e Giovanni, due fratelli siciliani che decidono di emigrare in Germania, a Monaco; prima abbandona Salina Giovanni, poi lo segue Giulietta che sa cucire e spera di diventare una sarta di successo. Peccato che Salina, una delle isole delle Eolie, dal paesaggio totalmente diverso da quello lucano, nella fiction abbia le sembianze di Matera: un errore grossolano, giustificato dal fatto che la capitale europea della cultura di quest’anno debba entrare per forza nella storia. Ma allora avrebbero potuto dire che i due emigranti erano originari di Matera, anziché spacciarli per siciliani...
    Comunque: Giulietta è sposata con Vincenzo ma non riesce ad avere figli. La coppia va a Monaco. Qui Giulietta s’innamora di un tedesco, Alexander, un imprenditore. Con lui ha un figlio ma non volendo sfasciare la famiglia, lo attribuisce al marito, che si adatta a fare i lavori più umili. E lo chiama anche come lui, Vincenzo.
    Nella seconda puntata si scoprirà che questi sapeva tutto, in quanto all’epoca era andato da un medico che gli aveva rivelato la sua sterilità. A quel punto Giulietta, che si era sacrificata per il marito, abbandona ogni remora e decide di andare a vivere con Alexander, il quale però si è sposato nel frattempo e prende tempo. Per il momento, le propone, ci si accontenterà di una gita a Venezia.
    Purtroppo durante il viaggio, la poveretta non riesce a frenare e muore in un incidente mentre Alexander riesce a salvarsi. Ovviamente la tragedia getta nello sconquasso la famigliola di immigrati italiani a Monaco, finché il marito di Giulietta non viene arrestato con l’accusa di aver manomesso lui la macchina. Da meccanico, infatti, ha sabotato i freni dell’auto che sapeva sarebbe stata utilizzata dall’odiato rivale, mandando a morte certa la moglie o Alexander. Il figlio, ormai adolescente, saputo questo, abbandona la casa e si dà al terrorismo, che imperversa negli anni Settanta del secolo scorso in Germania ancor prima che in Italia. Poi, arrivando a un soffio dall’uccidere quello che ancora non sa essere il suo vero padre, ovvero il capitalista Alexander che del resto conosce fin da piccolo, ripudia questo ruolo e se ne va in Italia, in cerca di maggior fortuna, sposandosi poi dopo un po’.
    A Monaco però ha lasciato una compagna e una figlia: e sarà proprio a questa, ormai ragazza, che anni dopo lo zio Giovanni affiderà il diario della nonna Giulietta – un espediente narrativo sempre molto efficace – consentendo, così, dopo tanto tempo, di riunificare una famiglia i cui componenti si erano persi per strada fra l’Italia e la Germania e di consentire a Vincenzo di conoscere il suo vero padre.

    La recitazione è un po’ ingenua (anche se il ragazzo Vincenzo è molto bravo e somigliante a Vincenzo Sr e Alexander giovane esprime bene un amore contrastato e paziente); la scenografia, s’è visto, pure ma la trama, ricca di colpi di scena e con sapienti e mirati riferimenti storici, tiene. E in una fiction che si rispetti, l’intreccio narrativo è fondamentale. 

  • IL MODELLO PAMELA PRATI
    A 50 ANNI DAL FEMMINISMO

    data: 31/05/2019 21:21

    L’apoteosi delle fake-news, delle bufale, è stata raggiunta con il “matrimonio” di Pamela Prati. C’è poco da fare: il buon Alessandro Manzoni aveva capito già ai suoi tempi che non c’è argomento più popolare di questa cerimonia che spesso sconfina nella pagliacciata più clamorosa. Resta comunque sempre attuale: recentemente a Napoli un cantante neomelodico e una (così definita) “vedova di un boss” si sono sposati con cavalli, abiti sfarzosi, profluvio di fiori e di musica da far invidia ai Windsor, i cui matrimoni reali sono egualmente paparazzati in tutto il mondo.
    Il caso in esame però va analizzato, in quanto coinvolge personaggi che sono quasi tutti usciti dalla casa del Grande fratello, esperimento televisivo dei più orrendi, in cui si osservano persone messe alla prova come cavie, a disposizione del crudele conduttore, più spesso una conduttrice. I quali poi, non devono leggere: hanno come clausola del “gioco” che all’interno della casa, non entrino libri e giornali. I risultati si vedono.
    Dunque, Pamela Prati, una soubrette sessantenne dalla bellezza vistosa che ogni dieci anni annuncia il suo matrimonio, ci riprova.
    Chiuso il Bagaglino, la signora, come tutti, ha bisogno di soldi. Ma certo è sconcertante che si trovino degli espedienti del genere per guadagnare. Vedi anche le tardive confessioni di un’altra star tv in difficoltà, Sandra Milo, che nella rete pubblica è arrivata a dire di essersi concessa per anni senza amore a un tizio che le pagava le tasse. Senza ritegno!
    Ora, passi che Prati vada nelle reti Mediaset, da Mattinocinque alla D’Urso che si rigira tra le mani la fede che la soubrette le porge, chiedendo estasiata: “Ma è proprio quella del matrimonio?”; che vada dalla moglie di Piersilvio, la Toffanin, la quale le domandava di vedere, almeno sul telefonino, una foto del promesso sposo, ma che Prati sia approdata nello spazio pomeridiano di Raiuno, di domenica, beh, è stato davvero il colmo. Qui infatti la “zia”, come la chiamano tutti, Mara Venier, l’ha accolta al grido, più volte reiterato: “E adesso Pamela Prati è moglie e madre, moglie e madre!” come se ciò contasse più di tutto nella vita di una donna, a prescindere dal resto. D’altro canto lei stessa, la “zia Mara”, quando una decina di anni fa si era risposata per l’ennesima volta, aveva detto che avrebbe lasciato il lavoro, per poi tornare di corsa a “Domenica in” scalzando l’Arena del buon Giletti, al grido “Siamo ancora qui!”.
    Torniamo alla bufala pratesca. Nel corso dei mesi in cui questa fandonia colossale dura, si scopre quindi che il promesso, tale Mark Caltagirone, oscuro uomo d’affari con azienda in Albania, nessuna parentela con l’editore-costruttore sia pur costruttore anch’egli – notare la scelta del cognome che allude comunque a un uomo ricco, mica ci si sposa coi poveracci… – non vuole apparire. Perché? Perché è un uomo molto riservato, spiega Pamela Prati, basti sapere che è esattamente la sua metà, si sono riconosciuti all’istante, hanno adottato persino due bambini e andranno a vivere in Florida. Allora i giornalisti di gossip, che vogliono giustamente la foto dello sposo, si rivolgono alle agenti della soubrette. E qui viene il bello o il peggio, è uguale.
    Le agenti sono due, socie della prestigiosa, a quanto pare, Aicos Management: Eliana Michelazzo, anche lei, come la Prati, una fuoruscita di programmi Mediaset e Pamela Perricciolo, che avrebbe anche tentato il suicidio. Le chiamano manager e non sono nuove a queste operazioni. Eleonora Daniele (la lacrimosa) a Storie italiane, su Raiuno - servizio pubblico, si noti bene - ha raccolto diverse testimonianze di aspiranti attori, modelli, tronisti ecc. che sono stati ricattati dalle due “manager”. Le quali, a precisa domanda di una foto, una sola foto di questo Mark Caltagirone, rispondono picche, anzi mettono in giro delle foto “rubate” a uomini ignari, ma spesso del giro della Maria (De Filippi). Del resto anche Michelazzo è stata a “Uomini e donne”, trasmissione ideata e condotta dalla de Filippi.
    Fino alla notizia eclatante: Mark Caltagirone non esiste, Pamela Prati si dichiara plagiata, Eliana Michelazzo, udite udite, rivela che anche lei è stata fidanzata per dieci anni, diconsi dieci, con un tizio che ha conosciuto in rete ma che non ha mai visto di persona. Del resto non ne aveva bisogno poiché era in relazione, come ha spiegato Roberto D’Agostino, con la sua socia Pamela (Perricciolo).

    Ora, cosa si ricava da questa storia? Che certe donne, si spera non tutte, sono delle grandi idiote, che il femminismo non ha insegnato nulla e che la tv, da Mediaset alla Rai, continua a inseguire un modello femminile tutto basato sul falso sentimentalismo, sul matrimonio come scopo ultimo delle donne, persino di una certa età e che, pur avendo lavorato con una certa dignità ognuna nel loro campo, senza l’aiuto di un uomo, sia pure inventato, non ce la possano fare. 

  • IL CILE DI GUZMAN

    data: 21/05/2019 11:27

    Non avevo mai sentito parlare di Patricio Guzmàn, regista cileno, ma nel giro di pochi giorni ho visto prima un suo meraviglioso film al decimo Bif&st, il festival del cinema barese diretto da Felice Laudadio: “La memoria dell’acqua”, che nel 2015 vinse l’Orso d’argento a Berlino, e adesso leggo che a Cannes ha presentato “La cordigliera dei sogni”. Guzmàn continua così il suo lungo lavoro sul Cile, sul golpe dell’11 settembre 1973, la dittatura di Pinochet e l’impunità di molti dei torturatori di quel feroce periodo.Egli ha diretto una vera enciclopedia di film-documentari sul suo Paese che sarebbe ora di diffondere. Come del resto sta succedendo, di rimbalzo dal successo europeo, nel Cile, dove i suoi documentari girano solo ora nelle università e anche nelle scuole medie.
    Il regista, nato a Santiago l’11 agosto 1941, ha provato la tortura nello stadio di Santiago ma per fortuna è sopravvissuto, contrariamente a tanti suoi coetanei, è riuscito a scappare e da allora vive perlopiù in Francia. Ma non si è dimenticato del Cile, di Salvador Allende, dei giovani di allora vittime di una repressione cieca e appoggiata dagli Usa, da cui il Paese stenta a riprendersi. Tant’è vero che le sue enormi ricchezze, come il rame, sono in mano a società straniere e che il dittatore ha lasciato i suoi eredi possessori di molte sostanze.
    Guzmàn con i suoi film-documentari, ha svolto un lavoro davvero prezioso. Ha un’ottica originale. Parte da spunti naturalistici, l’esplosione di una supernova per esempio, osservata dal telescopio di Atacama, avvenuta proprio l’11 settembre del golpe, per arrivare alla storia, intrecciando miti delle popolazioni locali della Patagonia con ciò che è accaduto in anni recenti. Sembrerebbero, i suoi, documentari geografici, con riprese fantastiche della selvaggia natura di un Paese affacciato sul Pacifico e chiuso da una catena montuosa fra le più aspre; ma poi svoltano nell’inchiesta, con la voce fuori campo, pacata e precisa, che spiega i nessi, i riferimenti e dunque da un bottone scovato in fondo al mare ecco che si ricostruisce la vita di un “desaparecido”.
    La sua trilogia, intitolata “La battaglia del Cile”, è stata girata a tambur battente, dal 1975 al 1979: “L’insurrezione della borghesia”, “Il colpo di stato” e “Il potere popolare”. Sono seguiti “Il caso Pinochet” nel 2001, “Salvador Allende”, nel 2004, “Nostalgia della luce” nel 2010 e i già citati “Memoria dell’acqua” e il recente “Cordigliera dei sogni” presentato appunto a Cannes nella rassegna “Séances speciales”. Proiezioni speciali, in effetti, queste di Guzmàn che meritano di essere meditate.

    Nanni Moretti ha raccontato il golpe un anno fa in “Santiago, Italia”, raccogliendo la testimonianza anche di chi torturò e prendendone ovviamente le distanze inorridito: “Io non sono imparziale”, ha detto Moretti che fa parte di una generazione profondamente segnata da quel golpe. E nel suo film c’è anche Guzmàn in una breve dichiarazione. A maggior ragione è tempo di considerare nel suo insieme l’opera immensa del regista cileno, che è stato protagonista di quei giorni perché, come ha detto: “Un paese senza documentari è come una famiglia senza album di fotografie”. E si potrebbe parafrasare: non c’è umanità senza storia. 

  • ADDIO, DORIS DAY

    data: 13/05/2019 18:07

    Probabilmente la si pensava già morta, Doris Day, poiché, data l’età avanzata, era sparita dalla circolazione. Invece Doris, la biondissima Doris, purtroppo è morta oggi, all’età di 97 anni (era nata a Cincinnati il 3 aprile 1922, anche se alcuni testi riportano il 1924 come suo anno di nascita). All’indomani della festa della mamma, lei che aveva avuto a 18 anni un solo figlio, proprietario di quella villa a Los Angeles dove la truce banda mansoniana fece strage degli affittuari, fra cui la giovane moglie di Roman Polanski (che era assente), Sharon Tate. Un episodio che portò Doris sull’orlo della cronaca nera, lei che era stata nei suoi ruoli serafica e intelligente, sempre, anche quando recitava la parte della svampita moglie del ceto medio americano. Madre a pieno titolo dunque, grazie a un film che esalta proprio la figura materna, sebbene non trascuri la paterna.
    Sono affezionata a quest’attrice, specialmente per il ruolo che interpreta nell’“Uomo che sapeva troppo” di Alfred Hitchcock: è insuperabile qui, 34enne, elegantissima come tutti gli arruolati del grande Alfred. Il senso del film è nascosto come in una classica tragedia greca: la felicità umana muove a invidia gli dei ed è sempre in pericolo. Ben McKenna (James Stewart) e Jo (Doris Day) hanno un figlio sui 9 anni, Ben, sono una famigliola americana in vacanza in Marocco: ma a Marrakech il marito, che è un medico, viene coinvolto in un assassinio, solo perché soccorre un uomo che in precedenza avevano conosciuto in pullman e quindi devono andare entrambi, Ben e Jo, in commissariato. E il bambino lo affidano, piuttosto avventatamente, a una tranquilla coppia di mezza età, che si rivelerà essere tutto il contrario di quello che appare, i coniugi Drayton.
    Si tratta infatti niente di meno che di pericolosi terroristi che devono uccidere un importante capo di stato di un imprecisato paese, nel corso di un concerto alla Royal Albert Hall a Londra, dove la scena si sposta. E qui accade il miracolo: non solo Jo riesce a sviare con un clamoroso urlo la mira dell’attentatore ma, visto che è anche un’affermata cantante (sebbene ritiratasi da poco), in ambasciata proprio cantando la “sua” canzone, riuscirà a farsi sentire dal figlio e a salvarlo.
    Non so quante volte ho visto questo film e puntualmente, quando Doris intona “Que serà serà” in ambasciata, accompagnandosi al pianoforte, mi vien da piangere. Anche per il testo della celeberrima canzone: una madre cerca di rassicurare il figlio su quello che verrà, sconosciuto a tutti, a lei per prima. La canzone ebbe un successo straordinario, vinse l’Oscar nel 1957. “Whatever will be will be” come suona in inglese “Que serà serà” di Jay Livingston e Ray Evans, oltre a essere una stupenda canzone resta nella storia anche grazie a lei, a Doris, che la cantava giustamente a squarciagola, come va cantata, come la cantava la mia intonatissima Mamma. “The future not ours to see”, è fuori dalle nostre capacità indovinare il futuro. E tutto il film, che per fortuna ha un lieto fine e la cui risoluzione è piuttosto frettolosa, come spesso nei gialli di Hitchcock, dove ciò che conta è l’intreccio pericoloso, deve il suo successo soprattutto a lei, fino ad allora solo “fidanzatina d’America”.
     
    When I was just a little girl
    I asked my mother, what will I be
    Will I be pretty
    Will I be rich
    Here's what she said to me
    Que será, será
    Whatever will be, will be
    The future's not ours to see
    Que será, será
    What will be, will be
    When I grew up and fell in love
    I asked my sweetheart, what lies ahead
    Will we have rainbows
    Day after day
    Here's what my sweetheart said
    Que será, será
    Whatever will be, will be
    The future's not ours to see
    Que será, será
    What will be, will be
    Now I have children of my own
    They ask their mother, what will I be
    Will I be handsome
    Will I be rich
    I tell them tenderly
    Que será, será
    Whatever will be, will be
    The future's not ours to see
    Que será, será
    What will be, will be
    Que será, será
     

    E poi c’è un altro film delizioso: “10 in amore”, del 1958, di George Seaton, dove Doris fa la docente di giornalismo e accoglie nel suo corso un rozzo ma sempre affascinante Clark Gable che finge di voler imparare il mestiere mentre in realtà è già un affermato giornalista, il quale però ritiene che i corsi di giornalismo non servano a nulla e che s’iscrive apposta ai corsi della professoressa Doris per sbugiardarla. E anche qui la Day canta “Teacher’s Pet”, uno dei suoi successi. 

  • "LA MEMORIA DELL'ACQUA"
    DA NON DIMENTICARE

    data: 30/04/2019 14:37

    Il bello dei Festival del cinema è di far vedere capolavori che altrimenti, molto ingiustamente, non si vedrebbero mai. Perché non vengono distribuiti. E i canali televisivi dedicati al cinema trasmettono solo repliche, mai come in questo periodo. Onore al merito dunque al Bif&st di Bari, giunto quest’anno all’importante giro di boa del decimo anno con la direzione del vulcanico Felice Laudadio, di mettere in risalto, nel programma intensissimo, pellicole mai viste. Come “La memoria dell’acqua”, risalente ormai al 2015, del cileno Patricio Guzmàn, uno dei massimi registi mondiali. Che ha fatto per il suo lungo e travagliato paese, il Cile, con questo meraviglioso e difficile film, ciò che Terrence Malick ha realizzato con l’epopea esistenziale nell’“Albero della vita”, premiato a Cannes. Mentre de “La memoria dell’acqua” ben poco si è discusso. Ben pochi l’hanno visto. Eppure esso spazia dall’antropologia alla denuncia sociale contro l’uomo bianco che alla fine dell’800 sterminò la popolazione della Patagonia, dall’astronomia - con l’osservatorio Alma, il più imponente del mondo ad altezza vertiginosa (5mila metri nelNord del Cile) e nel luogo più secco della terra, nel deserto di Atacama dove viene scoperto quasi un pianeta al giorno - alla famigerata villa Grimaldi a Santiago, dove venivano torturate e recluse le vittime di Pinochet e dei suoi scagnozzi…
    Il film - con l’esergo “siamo tutti figli di uno stesso ruscello” - parte da immagini della Patagonia, dei suoi ghiacci azzurri, di una bellezza quasi insostenibile: gli occhi si beano di questa immersione nelle varie sfumature di colori. Poi ci sono le interviste agli eredi delle cinque tribù originarie del Sud del Cile, con l’anziana Gabriela che ancora ricorda il linguaggio degli antenati o un cinquantenne che a 11 anni, col padre, a colpi di pagaia ha doppiato il temibile Capo Horn. Un blocco di granito che imprigiona una goccia d’acqua conferma che l’acqua, il prezioso elemento fonte di vita, proviene dallo spazio, dalle stelle. La cosmogonia indigena credeva che, quando una persona muore, si spegne una stella lassù e l’11 settembre 1973, quando fu ucciso Salvador Allende, colui che aveva dato al Cile una rivoluzionaria identità democratica, e tantissimi suoi sostenitori, ci fu un’esplosione di supernova, registrata dai telescopi.
    I generali con l’aiuto degli Usa, fecero scempio del Paese, dice la voce narrante perfettamente comprensibile. Qui Guzmàn, che ci ha appena raccontato la storia di un indigeno ottocentesco costretto a cambiare identità per conformarsi ai canoni occidentali, cambia registro. Il film diventa quasi invedibile per quanto è crudele, insostenibile anche stavolta ma per la cattiveria che mostra (“non c’è limite alla crudeltà umana”). Fa vedere come i prigionieri dei maledetti militari venissero legati a pesanti traversine di ferro e buttati forse ancora vivi da elicotteri e aerei. Una pratica imitata dagli argentini. Finché il giudice Guzmàn – omonimo del regista ma si tratta di un cognome molto diffuso lì – ordina nel 2004 di recuperare queste traversine.
    Il mare restituisce addirittura una vittima, Mariana Urtega, una tra le 40mila persone uccise dal regime sanguinario instaurato quarantacinque anni fa – e per sedici anni - dal boia Pinochet e dai suoi accoliti, come Videla, lasciati a una tranquilla vecchiaia. Questa povera Urtega il mare la restituisce miracolosamente intatta, con gli occhi spalancati sull’orrore che ha visto. Non solo. Dalle traversine ormai incrostate come relitti del tempo, emerge anche un bottone, che è come la goccia d’acqua imprigionata nel quarzo. E’ questa la memoria dell’acqua. Una memoria che denuncia la crudeltà umana e che rassomiglia a quella che anche il Mediterraneo di questi anni conosce, con i barconi degli annegati.

    Poi ci sono i sopravvissuti, che dicono quanti anni sono stati prigionieri e tra loro si riconosce lo scrittore Luis Sepulveda, che era difensore personale di Allende. Ma non c’è rivendicazione di sorta, c’è solo l’infinita tristezza di una terra martoriata. Nel dibattito che è seguito al film, Marcella Marconi, astrofisica, direttrice dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte, ha parlato prevalentemente delle scoperte che Alma consente, della ricerca di un pianeta gemello al nostro. Ha detto che effettivamente, a Santiago, la popolazione indigena svolge i lavori più umili, il che accade anche da noi (Milano piena di filippini, in genere camerieri), ma ha in un certo senso assolto la comunità scientifica perché l’Osservatorio Alma risale al 2007. Ma discendiamo tutti da uno stesso ruscello, non si può restare indifferenti. Non si può ignorare un universo parallelo, come in effetti è il Cile per noi, così distante, così isolato. Ma speriamo profondamente cambiato. 

  • IL DURRELL CHE RIFECE
    PROUST DOPO PROUST

    data: 23/04/2019 21:10

    “… Subito l’orizzonte fu tagliato a mezzo da un nuovo stormo che si alzò più lentamente e spartì terra e cielo con una rosea mobile ferita; sembrava il cuore di una melagrana appariscente da una fenditura della buccia. Poi, da rosa mutò in scarlatto, virò al bianco e calò sulla superficie del lago come un turbine di neve presto a fondersi al contatto dell’acqua. – Fenicotteri!- esclamarono”. Il lago è Mareotide, nei pressi di Alessandria d’Egitto e in questo capitolo, che inaugura il terzo romanzo di una tetralogia inscindibile e imprescindibile, Mountolive, si descrive la vita a casa Hosnani di cui il protagonista, David Mountolive, ambasciatore inglese alle prime armi, è ospite per qualche mese. Si tratta di quattro romanzi, in cui immagini pittoriche come questa sono frequentissime: gli altri sono Justine, Balthazar e Clea, scritti fra il 1957 e il 1960 da Lawrence Durrell, scrittore inglese e cosmopolita, a cui dedico idealmente questa giornata internazionale del libro.
    Durrell è stato un grandissimo autore, ingiustamente dimenticato e spesso confuso con il fratello minore, Gerald, autore di quella “Mia famiglia e altri animali” in cui si descrive la loro infanzia, al seguito di una madre, eccentrica e innovativa, a Corfù, per sfuggire al fumo di Londra. Anche Lawrence, nella “Grotta di Prospero” è riandato a quegli anni, ma più di tutto ha descritto la città di Alessandria, la stessa del greco Kavafis, ma non solo, da quattro punti di vista diversi, nel tentativo più riuscito, secondo Giorgio Montefoschi che ha prefato la nuova edizione Einaudi, di rifare Proust dopo Proust. Con una prosa superba.
    Amanti, spie, banchieri, barbieri, figli persi, ricordi amari, marinai, diari, poesie, si susseguono in un turbinoso intreccio come in uno specchio di fronte al quale, di volta in volta, i personaggi messi in scena dalla salda regia di Durrell, raccontano la loro versione dei fatti. Come nella citazione dalla Justine di De Sade, lucido razionalista per Durrell: “Uno specchio vede l’uomo bello e lo ama, un altro lo vede brutto e lo odia. E tuttavia, si tratta sempre del medesimo individuo”. A raccogliere le fila del racconto, lo scrittore confinato nella solitudine della scrittura: “Nella grande quiete di queste sere d’inverno c’è un unico orologio, il mare. Il suo indistinto impulso nella mente è la fuga su cui si modella questo scrivere. Vuote cadenze di acqua marina che si lecca le ferite, che si incupisce alle foci del delta, che ribolle su quelle rive deserte – vuote, per sempre vuote sotto i gabbiani: scarabocchi bianchi sul grigio smangiucchiato dalle nuvole”.
    Si può immaginare un Durrell, nato in India, a Darjeeling, il 27 febbraio 1912 e morto nell’Occitania francese, a Sommières, il 7 novembre 1990, intento a rievocare le sue voci interiori, i suoi amici, così nettamente tracciati, le sue avventure anche di esponente del Foreign Office, come tanta parte degli scrittori inglesi più avventurosi, sempre un po’ in disparte, sposato tre volte, distrutto da una tragedia familiare (una delle quattro figlie suicida a 34 anni), ma restando grande poeta e scrittore e non escluderei anche pittore o fotografo, a giudicare dal suo vivido senso del colore, trascritto in maniera tanto sublime.
    Prendiamo Justine: l’io narrante qui è un professore, Darley. Abita nella casa di un diplomatico, Pombal, che a un certo punto, nella grande magione, affitta una stanza a Pursewarden, scrittore di successo, e così conosce Melissa. Frequentando il jet-set di Alessandria, fa conoscenza di Justine, sposata al banchiere Nessim e che prima lo era stata con uno scrittore franco-albanese, Arnauti, che su di lei aveva scritto Moeurs (Costumi). Justine aveva una figlia, rapitole a pochi anni, che lei cerca disperatamente. Il professore diventa amante di Justine, Nessim di Melissa e poi crescerà la figlia di questi ultimi due, morta Melissa di tisi. Clea è la pittrice del gruppo, un tipo di solitaria che non vuole nessuno accanto a sé tranne Darley e sono altre meditazioni, stavolta dal suo punto di vista, sempre con gli stessi personaggi.
    Un coro a più voci su cui si stendono le memorie di colui che tutti ha conosciuto e amato, cronaca o fantasia non si sa, anche se le circostanze sembrano molto vere, proprio come nella Recherche, in un flusso di coscienza che ricorda molto l’opera più che di Joyce di Virginia Woolf. Una meraviglia, un piacere di leggere per leggere scaturisce da queste pagine.

    L’unico appunto va fatto alla distribuzione: in libreria spesso, anche in questo periodo in cui c’è la riedizione del Quartetto di Alessandria e un ottimo articolo di Maurizio Bianchini su Blow up di questo aprile, si trova un unico libro, come di Proust si vede una fanciulla in fiore qui, una strada di Swann là e invece no! La Divina Commedia consta di tre cantiche e va bene che tutti leggono di solito l’Inferno e tralasciano Purgatorio e Paradiso ma Dante scrisse un’opera completa per farla leggere così e lo stesso vale per Durrell e Proust. Ne vale, eccome, la pena. 

  • CATTEDRALI GOTICHE
    COSA FURONO, COSA SONO

    data: 16/04/2019 14:07

    Così come il Romanico è venuto prima del Gotico, queste scene terribili dell’incendio a Notre Dame di Parigi a me barese ricordano l’incendio, doloso, dolosissimo ancorché non del tutto chiarito, del Petruzzelli, il 27 ottobre 1991. Teatro della città poi ricostruito e perfettamente funzionante adesso, ma certo non esattamente com’era.

    Inoltre si parla in queste ore, lo ha fatto a Rainews il critico d’arte Flavio Caroli, di “Europa delle cattedrali”. E allora rivado nella mia libreria e oltre, a scovare il celeberrimo romanzo eponimo di Victor Hugo, scritto a soli 28 anni e a ricordare Quasimodo ed Esmeralda nelle tante rielaborazioni cinematografiche e teatrali. Rispolvero un libretto della Biblioteca Moderna Mondadori, intitolato “Il gotico” a cura di Virgilio Gilardoni, con 155 illustrazioni in bianco e nero, un libretto che mio padre acquistò nel 1951. Elegantemente, sulla copertina di cartone non c’è il prezzo, ma per me questo volumetto ha un valore inestimabile oltre che per motivi personali, proprio per l’accuratezza della sua fattura. Nell’era del clic e del web, quando basta un attimo per avere davanti agli occhi tutti i panorami del mondo, c’è da riflettere sulla bellezza, sulla meraviglia del libro stampato: queste poche pagine, 143, di piccolo formato, con le foto di Alinari e di Anderson, rendono conto del Gotico in maniera assolutamente formidabile e di Notre Dame, della Cattedrale per eccellenza, dà nell’indice le notizie cronologiche essenziali: il coro costruito nel 1162, la facciata alla fine del XII secolo, il portale nel 1206, le Torri nel 1245, le Cappelle laterali iniziate nel 1258 da Jean de Chelles e Pierre de Montereau; le cappelle del coro nel 1296-1320 e poi le sculture, gli archi e la guglia di 45 metri che ieri è andata distrutta.
    Pieno Medioevo dunque: e c’è ancora chi lo indica come un’era retrograda….Le foto spaziano da Bruges a Siena, Orvieto, Assisi, Chartres, Reims, Amiens, Beauvais, Colonia, Norimberga, Bamberga, Westminster, Lèon e così via, in una panoramica completa senza tralasciare le statue più famose come l’angelo sorridente di Reims, dall’Ungheria alla Boemia, dalla Svezia all’Inghilterra all’Italia alla Spagna e Portogallo.
    Opera collettiva, e vediamo cosa significavano le cattedrali, nel capitolo chiamato “L’epica del Gotico”: “Il gusto di un paese o di un popolo per determinate forme di espressione artistica si modifica rapidamente quando la struttura intima della sua società si trasforma. Il gusto infatti è lo specchio di un’epoca e di una società. Il genio non di un uomo solo, ma di mille artisti isolati dalle passioni del loro tempo non avrebbe mai operato quel mutamento radicale del modo di vedere il mondo che si constata nella seconda parte del medioevo (… ) La prova più evidente che l’arte non sia una fioritura gratuita di belle forme fantastiche l’abbiamo d’altronde osservando come in paesi i quali pure erano in strettissimi rapporti economici e culturali con il mondo del gotico, quali la Russia, l’Impero Bizantino e l’Oriente islamico, non sia nata nessuna arte gotica. I paesi costituiti in forme di imperi feudali e autocratici sono rimasti fedeli a quelle forme di espressione artistica atte ad esaltare, illustrare e o esprimere il loro modo di vita: il bizantino e, in diversa misura, gli stili aulici arabi, cinesi, giapponesi. L’Europa invece, che aveva conosciuto forme di vita popolari provinciali assai spiccate attorno ai castelli e ai conventi feudali, e che, nel romanico, trovò il tipico linguaggio che tale assolutismo temperato di qualche concessione ai diritti dell’uomo esprimeva, diventa il terreno propizio per un’evoluzione economica e sociale che, in pochi decenni, scardina la fissità dell’ordine feudale e crea le condizioni per la nascita del mondo moderno. Un complesso di fattori determina, con gli anni, la nascita di un mondo nuovo: l’incremento del commercio, la moltiplicazione delle vie di comunicazione, la fortuna dei grandi mercati e delle fiere internazionali, i movimenti e gli spostamenti di gente: e, in pochi anni, la creazione di vere fortune in mani plebee, e la nascita di una coscienza di classe fra gli sfruttati della città e talvolta delle campagne vicine, organizzati nella lotta contro il Barone o il Signore che li dissangua. Le crociate hanno immiserito principi e signorotti e hanno aperto gli occhi dei pezzenti fanatizzati sugli splendori di Bisanzio”. (pagg. 15-16).
    Si può dire meglio? Credo di no, ma continuiamo: “Si ha bisogno di denaro. Il feudalesimo ne ha bisogno estremo: e allenta il servaggio nelle campagne per trasformarlo in tributi e taglie che i contadini cercano di pagare portando i prodotti della terra ai mercati di città. Bisognano di denaro i monarchi e gli imperatori che devono sostenere lotte e guerre contro l’ingordigia dei loro infedeli vassalli. E sono i ricchi commercianti organizzati in gilde, che prestano denaro ai principi e ai monarchi in cambio di privilegi: sono città intere che accordano prestiti in cambio di garanzie e di franchigie.
    Così nascono le città libere, gli operosi comuni medioevali, dove sorge una dinamica borghesia. Ma il movimento non è senza dolori. L’Europa è in scompiglio: la rete del mondo feudale non è facile da strappare; le fila si stringono con infiniti nodi di solidarietà di classe oltre le frontiere etniche; i feudatari si danno la mano per difendere il loro mondo che s’incrina. Ma già una rete nuova e più solida è sorta fra città e città; anche la giovane borghesia, che si chiama ancora popolo, sta acquistando un suo spirito di classe; e nascono le alleanze, le leghe difensive fra città, per parare i colpi dei signori spodestati e dei cavalieri decaduti al rango di briganti di strada.
    Nella sorda lotta che impegna alcune generazioni e scoppia in tutti i paesi in forme diverse, crolleranno le due grandi autorità universali, il Papato e l’Impero, e nascerà l‘epoca della borghesia mercantile.
    Le prime vittorie spalancano orizzonti radiosi al popolo delle città: le energie prodigiose erompono nell’esaltazione collettiva delle grandi cattedrali del popolo; chiese e palazzo pubblico assieme: luogo di preghiera e di ritrovo, immense per contenere tutto il popolo (allora una città come Parigi contava 120mila abitanti e la Cattedrale ne conteneva 9mila nelle navate e 1500 nelle tribune, pag. 23), per risuonare come un arengario nei giorni di pericolo, come tribunale nei giorni di giudizio, come mercato nei giorni di fiera, come grande teatro per le rappresentazioni drammatiche e le feste carnascialesche (da cui prese le mosse Hugo, ndr.).
    La cattedrale diventa il simbolo della libertà comunale, dell’unione del popolo, il segno tangibile dell’affrancamento dai vecchi vincoli feudali” (pagg.15-17). E risuona il grido di Ruggero Bacone. “Guardate il mondo!” “Da Chartres a Saint Denis a Notre-Dame di Parigi e a Corbeil, i portali a colonne sorgono tutti con una concezione unica, con gli stessi temi iconografici e lo stesso modo di concepire il volume: la scultura gotica è nata, ed è nato l’ornamento capace di legare in armonico passaggio la geometria con la figura umana. Alla base delle rappresentazioni monumentali si alternano le rappresentazioni della vita pratica: i lavori giornalieri e stagionali, retti dalle apparizioni dei segni dello zodiaco. In queste rappresentazioni gustose il popolo diventa materialmente soggetto di rappresentazione e l’inno alla vita diventa preciso: il lavoro acquista il suo riconoscimento” (pag.41).
    Agli affreschi si sostituiscono le vetrate: “Nelle cattedrali la vetrata rappresenta un completamento felicissimo: è il mezzo per sottolineare la potenza umana. Suscita luci cangianti negli interni vasti: crea atmosfere fantastiche. Le vetrate gotiche dei primi tempi sono come un mosaico di vetri colorati: i singoli elementi, tinti nella loro massa vetrosa rigonfia e irregolare, assorbono la luce in grandi macchie incandescenti; il rosso vino si alterna con l’azzurro marino negli sfondi”.
    E poi ci sono le varie distinzioni: la cattedrale segno di potenza in Inghilterra o la cappella palatina della Sainte Chapelle, costruita da san Luigi, un re capetingio, Luigi IX, per ospitare le reliquie della Passione, “è un vero e proprio gigantesco reliquiario di vetro” (pag. 46). Si passa dal gotico fiorito a quello fiammeggiante e insomma in poco meno di un’ora si viaggia con questo libro nei secoli e nello spazio. A dispetto delle fiamme, sempre causate da un innesco. Volontario o meno, si vedrà.

  • NATALIA E IL DIRETTORE

    data: 09/04/2019 19:44

    Va bene, bisogna considerare tutto, l’età, l’amicizia, il fatto che un giornale o in fondo qualsiasi luogo di lavoro, con la frequenza quotidiana, diventa un circolo chiuso, che non tutte le ciambelle riescono con il buco e che scrivere richiede attenzione ma insomma, in tanti anni di carriera, forse soprattutto se sei una firma, qualche sciocchezza scappa e non è il caso d’infierire, d’accordo, non voglio insistere...però. E’ che non capisco proprio certe dinamiche. Per esempio come mai una giornalista che ha condotto per anni l’edizione delle 15 del Tg3 e poi è sparita dal video, ritorni a Lineanotte in versione scolaretta sorridente agli ordini del severo conduttore. Ed ecco cosa succede spesso alle carriere, specie femminili.

    Ma veniamo all’evento clou della settimana. Sabato 6 aprile il Gran direttore compiva 95 anni: un traguardo importante, la Repubblica fa bene a festeggiare Eugenio Scalfari, del resto lo omaggia ogni giorno, a maggior ragione lo fa nel giorno del suo compleanno. Bellissimo il ritratto a matita di Tullio Pericoli, imbarazzante o anche no, dipende, il paragone con Dio di Corrado Augias (che lo replica pure sull’Espresso), un dialogo laico di rispetto reciproco fra Eugenio e Dio appunto, e due sole firme femminili, Natalia Aspesi e Simonetta Fiori che lo definisce “patriarca”. La Aspesi invece lo identifica col “Direttore”: rievoca velocemente come venne fondata la Repubblica nel 1975, con molti transfughi dal Giorno che aveva abbandonato i fasti di Italo Pietra e di come Scalfari inviasse rose rosse alle redattrici quando gli era piaciuto un articolo. “Noi femministe non eravamo contente dell’omaggio” e continua: “Anche a Roma l’accesso al Direttore (rigorosamente con la maiuscola,ndr) era molto ambito e davanti alla sua porta si attendeva una parola e da parte femminile anche uno sguardo: erano tempi di ‘You too’ e le molestatrici non mancavano”.

    Ah, dal “Me too” siamo passate velocemente al “You too”. Come come? Le molestatrici? Cioè parlare col direttore in un giornale, ovviamente per lavoro, significa molestarlo? Sarà che a me le parole “direttore”, “preside” ecc. hanno sempre provocato l’orticaria e che non ho mai provato devozione (conclude così la esimia Natalia, “la nostra devozione rende facile chiamarlo per sempre Direttore”) per nessuno, tranne i miei genitori, ma che vuol dire che si elemosinavano parole e sguardi? Si lavorava, no? Ma non finisce qui.

    Diciamo che la Aspesi non era molto in vena oppure sì, perché nell’ultimo Venerdì, il giorno prima del genetliaco, rispondendo a una lettera in cui un signore o signora (c’è solo il cognome, Mondo) si lamenta delle frequenti scene nei film di minzioni in comune, specie fra maschi, “scene oltretutto spesso lunghe e reiterate”, e ha ragione, la titolare della rubrica “Questioni di cuore” conclude: “Concordo con lei che se ne potrebbe fare a meno ma talvolta hanno un loro significato: per esempio, nell’ultimo film di Walter Veltroni, ‘C’è tempo’, due fratellastri che si sono appena incontrati, uno già uomo, l’altro ancora bambino, iniziano a conoscersi, a capirsi, facendo pipì insieme sui bordi di una strada di campagna”, riuscendo così a fare pubblicità indiretta ma mica tanto a un altro “festeggiato” spesso e volentieri. Ma non sono sicura gli abbia reso un buon servizio… 

     

  • SCATTA L'ORA DELL'HANAMI

    data: 01/04/2019 17:45

    Cercare gli alberi, saperli riconoscere, fotografarli, censirli e in definitiva amarli dovrebbe essere naturale. Come ho sentito giorni fa alla radio, “loro vivono senza di noi, noi senza di loro non viviamo”. La coscienza verde comincia di qui, dal rispetto e dall’amore verso le piante e tutte le creature senzienti del mondo. Quando ammiro un’aiuola di camomilla in fiore, così comune in questi giorni nella mia città, Bari, di fronte a un istituto alberghiero e la vedo lordata di cartacce e bottiglie di plastica, provo la stessa pena che mi danno le immagini di capodogli strozzati da chili di plastica buttati nel mare, trattato come un’immensa discarica.
    Eppure c’è chi si sta dando da fare per diffondere la cultura del verde, chi difende il patrimonio arboreo dapprima italiano e poi mondiale perché una volta che ha cominciato, non si è più fermato. Il suo nome merita più fama, i suoi libri richiedono maggiore considerazione, anche solo perché, sfogliando la sua voce su Wikipedia, ci si accorge che ha scritto davvero tanto.Ormai è un poeta e uno scrittore a tema, una sorta di Plinio dei nostri tempi. Ecco come lo presenta il sito Alpes: “Tiziano Fratus nasce a Bergamo nel 1975. Cresce in Lombardia e Piemonte: con la dissolvenza della propria famiglia naturale inizia a viaggiare, attraversando le foreste di conifera della California e delle Alpi e perfeziona il concetto di Homo Radix, al quale conseguono a pratica dell’Alberografia e la disciplina della Dendrosofia. In vent’anni di lavoro pubblica molti libri fra i quali il romanzo Ogni albero è un poeta, Il Manuale del perfetto cercatore d’alberi, L’Italia è un bosco, Il libro delle foreste scolpite, L’Italia è un giardino (questi ultimi tre presso Laterza costituiscono la Trilogia degli alberi monumentali) e tanti altri fino all’ultimo volume di poesia in forma di foglia, ghirigoro e altro: Poesie creaturali, grazie al quale ne sono venuta a conoscenza in una libreria di Poggiofranco, rione di Bari.
    Tiziano Fratus , citando la filosofa spagnola Maria Zambrano, ha illustrato il senso della sua opera invitando gli astanti a farsi a loro volta cercatori d’alberi. Niente di più facile, specie in questa stagione. A pochi passi dalla libreria ho potuto ammirare un glicine che, radicando in pochi metri di terra, ha coperto con la sua meravigliosa e profumata fioritura cinque piani di un palazzo. “La distanza fra radice e fronda è proporzionale alla distanza fra realtà e pensiero”; “un autore visionario e radicato”, così si definisce Fratus nel suo sito, da consultare. Lo scrittore ha esplorato gli alberi delle grandi città, da Torino a Palermo, da Bologna a Napoli; noi possiamo seguire le sue tracce partendo da casa.
    Per esempio, a Bari, l’amministrazione comunale sta via via sostituendo, con la scusa che fossero ormai vecchi, i maestosi eucalipti di viale Orazio Flacco con alberelli più gestibili dal punto di vista della chioma e delle radici. Ma così si è stravolto un viale che proprio da quei giganti aveva la sua caratteristica, oltretutto anche aromatica, visto che agli eucalipticon la pioggia donano un profumo tutto loro. Preoccupazione per auto e inquilini dei piani alti evidentemente infastiditi dalle foglie che non ho visto a Milano, per esempio in via dei Giardini, dove alberi fanno capanna sulla strada e il marciapiede è sconnesso dalla radici, ma lo spettacolo verde è così bello che basta fare un po’ più di attenzione camminando.
    Oppure, come ho appreso da Geo & Geo, meritoria trasmissione di Raitre, per vedere la fioritura dei ciliegi, l’Hanami come la chiamano gli orientali, non è necessario recarsi in Giappone tra domani e dopodomani (quando, secondo le previsioni, si avrà il clou di questo effimero e stupendo spettacolo) , perché basta andare all’orto botanico di Roma, aperto anche di domenica, dove da circa 40 anni c’è un settore giapponese, coltivato secondo le regole del giardino nipponico. Oppure venire in Puglia, da oggi fin verso la metà del mese, poiché forse non tutti sanno che proprio in provincia di Bari il ciliegio trova la sua terra d’elezione tanto che le ciliegie dei celebri cioccolatini “Mon cheri” provengono dalla zona che circonda il capoluogo.

    Cosa sarebbe il nostro pianeta senza piante e animali? Una landa desolata, una luna desertica, ecco perché dobbiamo fare di tutto per conservarli e proteggerli. Già conoscerli è un buon inizio. 

  • 200 ANNI FA, L'INFINITO

    data: 21/03/2019 21:07

    E’ bello che un poeta scriva su un altro poeta e così è nato: “E come il vento” (Fazi editore, 15 euro, 166 pagg.), in cui Davide Rondoni commenta verso per verso “L’infinito” di Giacomo Leopardi che compie proprio oggi, giornata mondiale della Poesia, 200 anni. L’altro giorno il poeta bolognese ha presentato il suo libro al Politecnico di Bari, nell’ambito di un programma studiato con il rettore Eugenio Di Sciascio e con il regista Gennaro Nunziante. Infatti, “la cultura è una”, non è sbagliato, anzi, riflettere di poesia in un ambito di soli numeri. Come ha ricordato Rondoni, arte vuol dire proprio tecnica, saper fare e comporre versi in fondo rimanda alla parola “componimento”: il poeta mette insieme dei segni e li interpreta. E’ ciò che fa Leopardi nell’Infinito, partendo da una semplice siepe dietro casa sua.

    Nunziante, con l’irriverenza di chi ha contribuito a creare la comicità di Toti e Tata e di Checco Zalone, ha detto che al liceo fu rimproverato dalla professoressa quando le spiegò che per lui Leopardi, con questi versi, era solo in cerca di una ritirata. Una boutade, mentre poi, come la musica di Bach a cui pure è dedicata questa giornata d’inizio primavera dato che nacque il 21 marzo 1685, questa poesia, così infinitamente bella, si presta a tantissime osservazioni.
    Rondoni ha cominciato recitandola a memoria: non è difficile, sono pochi versi, ci possono riuscire in molti. A cominciare dal titolo: ci dispiace che le cose, e soprattutto le persone finiscano, ci dispiace che il tempo passi e non lo si possa fermare. E’ una sensazione che aborriamo: cosa ci importa che esistano le nevi perenni se poi non si riesce a trattenere chi amiamo? Se la ripete spesso, questa poesia Rondoni, quando viaggia: il vento per esempio, da dove nasce? Cosa ne sappiamo? “E come il vento odo stormir tra queste piante” ha un rimando biblico, per un cattolico come Rondoni, ma è di sicuro un concetto poetico, che sta alla base di tanti rimandi (a me fa venire in mente la canzone di Nada quindicenne, “Ma che freddo fa”, scritta da Franco Migliacci che è un poeta. Far poesia con tutto. Migliacci anche con un golfino: “Il pullover che m’hai dato tu, sai amore possiede una virtù)…”.
    Di certo il concetto di infinito rimanda all’àpeiron, al “senza confine” dei greci, che avevano paura dell’ignoto. E pure Giacomo si spaventa: “Ove per poco il cor non si spaura”. Invece, a sorpresa, termina con un ossimoro, dopo una rapida cavalcata sulle stagioni che nemmeno Blade runner: “Il naufragar m’è dolce in questo mare”. Com’è possibile? Dolce naufragare, e in quale mare? Il mare della conoscenza, che un erudito come Leopardi, all’epoca più famoso in Germania quale fine grecista che in Italia, ben conosceva o quale altro?
    O, infine, non c’è bisogno di capire, basta abbandonarsi al suono del verso? Rondoni non dà risposte, a meno di non leggere il suo libro: “Una volta un lettore mi ha detto di non capire le mie poesie e io gli ho chiesto: Ma scusi, perché lei sua moglie la capisce?”. E ricordava, Rondoni, la sfortuna di Leopardi che andò a Napoli in cerca di aria buona per i suoi malanni e vi trovò la morte a causa di un gelato di troppo. Napoli comunque lo accolse benissimo, come illustra il film di Martone e come rievocò Francesco De Sanctis nelle sue Memorie.
    Sono versi che si leggono e s’interpretano a seconda del momento, ognuno ne fa quello che vuole, sono versi che indicano un trasporto. Parola che sta a suggerire non solo un moto a luogo ma anche un moto del cuore. “Mio nonno diceva che si rivolgeva a una ragazza che gli piaceva così: Signorina, sento del trasporto verso di lei , così il camion potrebbe sostituire nelle icone i cuoricini”. E si torna all’irriverenza, a patto però di ripeterseli questi versi, a partire da una parola così bella, “infinito”, intraducibile come i movimenti musicali che sono espressi ovunque in italiano, “piano, pianissimo, fortissimo”….

  • UNA ZUPPA DI PATATE
    PER L'AMICO VAN GOGH

    data: 14/03/2019 20:46

    Ho visto la mostra multimediale su Van Gogh, Vincent Van Gogh, il pittore olandese nato il 30 marzo 1853 e morto in Francia, in Provenza, il 29 luglio 1890: l’ho vista a Bari, dove vivo, al teatro Margherita finalmente restaurato e trasformato in una stupenda galleria d’arte. Ero scettica, all’inizio. Non volevo vederla questa mostra, perché non ci sono i quadri originali, e non ci sono nemmeno delle riproduzioni, però ho dovuto ricredermi. Perché sulle pareti sono proiettati, come enormi diapositive, dei particolari dei quadri di Vincent, che sarebbe meglio conoscere nella loro reale dimensione e io ne ho una vaga idea, per averli comunque visti, rendendo bene cosa per lui significasse dipingere.

    Lui, come Flaubert diceva di Madame Bovary, scrisse che i girasoli erano sé stesso. Ora, essere a contatto con il colore dispiegato a piene mani, guardare da vicino, ingranditi, i papaveri nei suoi campi di grano, osservare i suoi disegni, leggere le innumerevoli lettere al fratello Theo – perle preziose di saggezza, da cui non si capisce proprio come potesse essere definito pazzo – essere circondati da tanta vangoghità, procura una sensazione di vera empatia. Di gioia. Tu sei con Vincent che cala dalla brumosa Olanda nella solare pianura mediterranea, costellata di ulivi e campi di grano e ti danni, vedendo la misera stanzetta, perfettamente riprodotta, in cui viveva, al pensiero che questo genio, indeciso fino a 30 anni su quale strada intraprendere, se il pastore di anime come il padre o il mercante o chissà cos’altro, quando si scopre all’improvviso pittore, lottò per sette lunghi e brevissimi anni con la miseria perché i suoi quadri, nonostante il fratello li pubblicizzasse, non si vendevano. Eppure Vincent era felice: dipingere, disegnare era tutto per lui ed era felice nel farlo. Immersi in questo tripudio di verde, azzurro, giallo, rosso, ocra, questo lo si avverte e si esce da questa mostra con la voglia di avere ancora colore, altro colore, sempre colore!
    Allora io, che sono rimasta colpita, fra le altre cose, da una frase banale ma vera del “folle” Vincent, quando scrive che per lavorare bene bisogna abitare in una bella casa e mangiare decentemente, gli dedico un piatto ispirato a quel “Mangiatori di patate” che ha raggiunto cifre stratosferiche nella quotazione artistica (se solo Vincent avesse potuto godere di un po’ di successo!) e che ho tratto dal settimanale della Repubblica, Donna, quello di sabato scorso. Una ricetta che comincia con un bel brodo vegetale: in un litro e mezzo d’acqua si mettono una bella cipolla, una patata, delle coste di sedano, una carota, una foglia d’alloro - quest’albero meraviglioso, così aromatico e splendente, sempreverde - e si fa andare a fuoco vivace per un’ora e mezzo. Si sala solo alla fine e si aggiunge un po’ d’olio. Si tratta di una zuppa davvero insolita e buona, di Maria Giaccone, che ringrazio. Quindi servono un po’ di patate (la ricetta dice 200 grammi) da tagliare a dadini, senza buccia e da rosolare in una padella dal fondo spesso con tre cucchiai d’olio evo (come faremo con la xilella? Per me vale solo l’olio pugliese…) e tre spicchi d’aglio, già scaldati e non bruciati, mai! Bisogna girare spesso le patate col cucchiaio, per 5 e più minuti . Si sciacquano anche 200 gr circa di lenticchie e si aggiungono alle patate, lasciandole tostare anch’esse per un po’ (5-10 minuti), sempre rigirando, attenzione! Quindi si passerà il tutto in bel tegame capiente aggiungendo della menta tritata (fantastica erbetta molto resistente, la ricetta spiega: 10 rametti) e il brodo ben caldo: la zuppa andrà cotta per 45 minuti canonici, aggiungendo il brodo necessario.
    Poi, il colpo di scena: si toglie l’aglio e la menta oppure li si lascia (io li ho lasciati), si aggiunge dell’altra menta, un vasetto di yogurth bianco e il succo di un limone filtrato… Yogurth e limone? Non avendo il primo, ho usato della panna montata anche un po’ dolce, ho osato, ho rimescolato il tutto, aggiustato di sale e guarnito con delle mandorle tritate leggermente tostate (Giaccone scrive nocciole, ma avevo le mandorle…). Beh, caro Vincent, avrei voluto ci fossi anche tu, a gustare questa fantastica zuppa. Di sicuro gli ingredienti, tutti fantasticamente vegetali, sarebbero finiti sulle tue tele con i colori a olio di cui eri padrone!

  • 8 MARZO CON JANE EYRE

    data: 07/03/2019 17:44

    Alla vigilia dell’8 marzo non è male ricordare Jane Eyre, il grande romanzo di Charlotte Bronte, che lo pubblicò nel 1847 sotto uno pseudonimo maschile, Currell Bell. L’ho letto tardi, in verità. E mi sono sempre chiesta, da allora, perché non l’abbia letto prima e soprattutto perché non lo facciano leggere come libro di testo nelle scuole medie. Il motivo è semplice: al netto delle cupe trasposizioni cinematografiche, questo romanzo è autenticamente femminista. La sua eroina è orgogliosa, autonoma, passa indenne attraverso un collegio tremendo - la cui descrizione sta alla pari di quella di Dickens in Oliver Twist - e non esita a lasciare la casa in cui ha trovato dimora e benessere non appena si accorge che il suo amore per il misterioso Rochester, il suo datore di lavoro, potrebbe apparire interessato.
    Ne passa di tutti i colori e poi torna a Thornfield hall, la magione denominata a ben veduta "campo di spine", riuscendo ad aver ragione della prima moglie dell'amato, Bertha Mason, pazza e perciò rinchiusa in un'ala nascosta della casa. Come Rebecca della Du Maurier (inglese pure lei, essa incombe sul suo destino, fino all'eliminazione nell'incendio finale. E al richiamo all'ordine: perché alla fine Jane riesce, sì, a sposare Rochester, ma quando questi, fortemente menomato e reso cieco dalle fiamme, rimane in sua completa balìa. Il che forse è il desiderio inconscio di tutte le persone innamorate: fare dell'altro ciò che si vuole. Posto che l'amore sia, come in gran parte è, una malattia. Tra l'altro nella casa in cui Jane, derelitta e vagante per la brughiera, approda dopo essere fuggita dalla magione e trova ospitalità, viene adombrata la stessa famiglia Bronte composta, come si sa, di scrittrici - Emily, una sorella di Charlotte, ha scritto Cime tempestose - e di artisti, e anche molto malandata, perché nelle gelide lande dello Yorshire all'epoca la tubercolosi imperversava.
    Ora, a ben vedere, questo romanzo è solo apparentemente innovativo. A parte la maestria dei colpi di scena che lo fanno leggere aspettandosi sempre novità, attaccati alle pagine, e la suspence che le avventure di Jane disseminano a forti dosi, in fondo che cosa si propone a una donna? Quello che ai tempi si aveva a disposizione è, in fin dei conti, non molto di più di ciò che ancor oggi si prospetta alla metà del cielo. Una donna istruita, come la Bronte stessa era, poteva al massimo aspirare a un ruolo di istitutrice, ovvero d'insegnante. Ai suoi tempi, in pieno Ottocento, le scuole erano in gran parte private e non si disdegnava l'impartimento di lezioni a domicilio. Se poi, al termine di questo tirocinio in fondo sempre servile, la donna era così intelligente e abile da contrarre un buon matrimonio (Austin docet) tanto meglio, altrimenti si apriva il vasto deserto della zitellaggine. Ovvero il peregrinare di casa in casa, alle prese con alunni intolleranti e viziati.
    Altro personaggio interessante, nel romanzo, è di sicuro Bertha Mason, la pazza, una portoricana, che testimonia anche dei trascorsi da mercante di schiavi del mitizzato e circonfuso da un alone di segretezza Mr Rochester. Questa prima moglie, appartenente a un'altra cultura e ben presto dimenticata dal marito, diventa squilibrata e terrorizza gli abitanti della casa anche se il suo principale bersaglio è proprio il marito, che tenta di uccidere una prima volta appiccando il fuoco nella sua stanza da letto, dove accorrerà Jane a salvarlo.

    C'è una scrittrice dominicana, Jean Rhys, nata il 24 agosto 1890 e morta in Inghilterra il 14 maggio 1979 - mentre Charlotte Bronte è vissuta dal 21 aprile 1816 al 31 marzo 1855 - che ha preso a cuore le sorti di Bertha e ha scritto Il gran mare dei sargassi, un romanzo che quando uscì, nel 1966, ebbe un enorme successo. Qui si narrano le vicende di questa immaginaria antieroina brontiana prima che arrivasse a Thornfield hall. Rhys riporta la cronaca di questo matrimonio dal punto di vista di Antoinette, ribattezzata Bertha dal marito, in una chiave anticolonialista e antipatriarcale, proprio quelle prospettive che Charlotte Bronte, a dispetto dei suoi stessi antefatti, finisce per abbracciare. Un libro che andrebbe sicuramente ristampato mentre ora in libreria della Rhys si trova Buongiorno mezzanotte, edito da Adelphi, ambientato nella Parigi degli "anni folli". I romanzi nascondono sempre forti indizi sociologici. Leggerli vale quanto una lezione di storia.  

  • CHIESA CONTRO PEDOFILIA

    data: 24/02/2019 18:00

    Si tratta decisamente di una svolta: il fenomeno, come già denunciava un film di Tom McCarthy del 2015, Spotlight (opportunamente trasmesso da Raitre giovedì scorso), ha assunto dimensioni tali che la Chiesa non può più ignorarlo. E il Papa, nell’Angelus di questa mattina, ha avuto parole incisive: “Si è concluso qui in Vaticano un incontro molto importante sul tema della protezione dei minori. Erano convocati i patriarchi, i presidenti di tutte le conferenze episcopali, i capi delle Chiese orientali cattoliche, i rappresentanti dei superiori e delle superiore delle congregazioni religiose e diversi miei collaboratori nella curia romana. Come sapete, il problema degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di membri del clero ha suscitato da tempo grave scandalo nella Chiesa e nell’opinione pubblica, sia per le drammatiche sofferenze delle vittime sia per la ingiustificabile disattenzione nei loro confronti e la copertura dei colpevoli da parte di persone responsabili nella Chiesa. Poiché è un problema diffuso in ogni continente, ho voluto che lo affrontassimo insieme, in modo corresponsabile e collegiale, noi pastori delle comunità cattoliche in tutto il mondo. Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale. Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni a essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”.
    Bisogna combattere, ha sottolineato il Papa, “questa gravissima piaga della violenza nei confronti di centinaia di milioni di minori, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, in tutto il mondo”. Non solo, ma qualche giorno fa il Papa ha anche denunciato il fatto che molte suore, nel mondo, sono state violentate dai loro superiori. Dunque Francesco sta prendendo una netta presa di posizione contro il dilagare della violenza e ha paura. Infatti, a conclusione dell’Angelus, ha detto: “E per favore, non dimenticatevi di pregare per me”.
    Si sta assistendo a qualcosa di mai visto: nel telegiornale di Raiuno, la sera tardi, è stato intervistato di fronte a san Pietro un ragazzo vittima di abusi; su Rainews di domenica 24 è stata raccolta la testimonianza di Phil Saviano, 63 anni, l’americano di Boston che ha un suo sito di testimonianze e che per primo, come riportato nel film, davvero un film esemplare, ha denunciato gli abusi subiti da adolescente. Persino don Vinicio Albanesi ha confessato di essere stato vittima di abusi in seminario. E’ una valanga che non si sa quando si potrà fermare: come nel film, esattamente così. Al Boston Globe avevano avuto delle denunce sin dal lontano 1976, riprese poi negli anni, ma la potente Chiesa locale, nelle vesti del cardinale Bernard Francis Law (del tutto fuorilegge invece, a dispetto del nome...) aveva insabbiato tutto. O, come ammise lo stesso caporedattore Walter Robby Robinson (interpretato da uno straordinario Michael Keaton), non si diede il giusto peso a lettere anonime o firmate da Phil Saviano, considerato un fissato.
    Finché, un bel giorno, nel 2001, non arrivò un nuovo direttore, Martin Baron, ebreo, e la redazione d’inchiesta fu convogliata a lavorare sugli abusi sessuali dei preti. Per scoprire poi che le vittime erano quasi sempre appartenenti a famiglie bisognose che la Chiesa aiutava concretamente e che, come nel caso in cui ci furono ben sei bambini violati in un solo nucleo familiare, erano coinvolte a tal punto economicamente da rinunciare a qualsiasi denuncia. Si era partiti da 9 preti, poi diventati 30 poi addirittura 90. E quando fu pubblicato, nel 2001, il primo articolo, le telefonate in redazione non finivano più, fino a coinvolgere l’intero mondo.
    E adesso la Chiesa ha deciso di por fine a questa piaga: ma come ha detto il cardinale tedesco Reinhard Marx , molti dossier sono andati distrutti e spesso i preti responsabili degli abusi vengono semplicemente trasferiti. Ed ecco allora che la rete viene in soccorso dei parrocchiani. Infatti, qualche tempo fa, in quella grande trasmissione d’inchiesta che è “Chi l’ha visto?”, un gruppo di madri, indagando in Rete sul nuovo parroco, si accorse che questi era arrivato da loro perché trasferito da un luogo in cui aveva abusato di minori.
     E ancora si sa molto poco: se il fenomeno è mondiale, come mai gli abusi in Italia denunciati sono così pochi? In Puglia per esempio si ebbe notizia tempo fa solo di una parrocchia, in uno sperduto paesello della Daunia, Pietramontecorvino, 2656 abitanti in provincia di Foggia. Qualche altra segnalazione nel Salento, e poi? Più niente? Possibile? Quali silenzi, quali connivenze ancora si nascondono?
    Il cardinale Marx e le stesse associazioni delle vittime dicono che nonostante l’impegno del Papa, concretamente si stia facendo molto poco: “I dossier che avrebbero dovuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili, sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio”. Si è invocato spesso il segreto d’ufficio o la legge sulla privacy ma, rileva Marx: “I principi di presunzione di innocenza e di tutela dei diritti personali e la necessità di trasparenza non si escludono a vicenda. Anzi, è proprio il contrario”.

    Le stesse dimissioni di Benedetto XVI, nel 2013, sono state attribuite a stanchezza ma in realtà si sapeva che suo fratello Georg Ratzinger, che è ancora vivo, ha compiuto da poco 95 anni, direttore per 30 anni del coro di voci bianche di Ratisbona, aveva coperto per anni (dal dopoguerra fino ai Novanta del secolo scorso) abusi sui piccoli cantori. E parliamo di 547 bambini! Reato caduto in prescrizione. Lo stesso Georg Ratzinger fu accusato di aver picchiato numerosi bambini. C’è da chiedersi come fanno ancora le famiglie cattoliche ad affidare i loro bambini ai preti anche per il semplice catechismo... Il cardinale di Boston, Bernard Law, come fu punito? Fu mandato a Roma, a Santa Maria Maggiore, dov’è morto il 20 dicembre di due anni fa. e pure fra il coro delle voci bianche del Vaticano ci sono stati scandali. 

  • PARLA LAGERFELD

    data: 21/02/2019 08:45

    C’è una magnifica intervista, trasmessa da Rai5 il 12 maggio 2017 e poi replicata più volte, di Karl Lagerfeld, lo stilista scomparso martedì all’età di 85 anni. A porgli le domande il regista Loic Prigent, che aveva già girato notevoli documentari sulla moda e in particolare sulla casa Chanel, che Lagerfeld dirigeva con piglio sicuro dal lontano 1983. Ma non solo: infatti aveva anche un marchio suo, venduto nel 2004 e ha fatto da braccio destro alle cinque sorelle Fendi (e prima alla loro madre) per oltre 50 anni, e poi si è identificato con Chanel. Ne è stato il vero erede: in pratica Lagerfeld firmava 12 collezioni all’anno.

    Grazie a internet e alla possibilità di assistere alle sfilate d’alta moda in diretta streaming, negli ultimi tempi si è potuto anche ammirare la bellezza degli allestimenti che facevano di ogni sfilata targata Lagerfeld un evento teatrale. Per non parlare delle collezioni cruiser, di soIito presentate in luoghi esteri, come quando si andò a Cuba, nel corso principale dell’Avana, con gran finale trionfante di musica di bande. Il padiglione belle époque dell’esposizione universale di Parigi, dove si svolgevano invece i défilés di rito, è stato di volta in volta trasformato in un enorme supermercato, in una rampa di lancio di razzi tipo Cape Canaveral, in un bosco autunnale colmo di foglie secche, in una vera spiaggia con tanto di sabbia e di acqua fino all’ultimo evento, a gennaio scorso, in cui le modelle mostravano gli abiti, sempre nuovi eppure sempre stile Chanel, in un grande giardino di stile italiano. E prima ancora c’era stata una collezione invernale ambientata sulle rive della Senna, con tanto di botteghe di libri antichi. Una grande passione, quella di re Karl, re della moda, per i libri: si dice ne avesse 300mila. Non era uscito alla fine della passerella, come al suo solito, a gennaio, vestito come un personaggio delle fiabe di Hoffmann - pantaloni e giacca neri attillati, colletto della camicia alto, fermacravatta gioiello, codino e guanti a mezze dita - e si diffusero le voci di una sua malattia.

    Nel film di Prigent le domande erano intervallate da pause nere, come un battito di ciglia che tolga la visione e ogni tappa della vita dello stilista. Cominciata il 10 settembre 1933 ad Amburgo - anche se lui non ha mai fatto chiarezza sulla data oscillando spesso dal 1935 al 1938 - era raccontata con un disegno. Ecco, il meraviglioso di quel film è proprio vedere l’abilità del disegnatore, dalla casa dei genitori, al suo legame con la madre che si chiamava Elisabeth Bahlmann, nome affine a Balmain da cui andrà a lavorare, al suo arrivo a Parigi, ai primi modelli, tutto raccontato con un foglio e dei pennarelli colorati.

    Chanel? “Sei pazzo - mi dicevano- è un marchio finito, noioso, per vecchie miliardarie...” E invece lui accettò la sfida e con pochi tratti disegna nel film le caratteristiche: perle, camelia, borsa, giacca a quattro tasche, un canone su cui variare la sua illimitata fantasia. Fino all’ultima domanda: “Ci disegna il suo monumento funebre”? Karl si rifiuta, inorridito: “Cosa? no, no, che orrore...vorrei sparire, puf, come nella foresta, no no no...”

    Rai5, che spesso ripete fino alla noia i film che propone, dovrebbe oggi riproporre questo “Lagerfeld racconta Lagerfeld” di Prigent, come ha fatto SkyArte mercoledì sera trasmettendo “A lonely king” di Thierry Demaizière e Alban Teurlai. La sua vita privata è simile a quella di molti stilisti. Lagerfeld però, dopo una gioventù agitata, si è tuffato a capofitto sul lavoro e ha lasciato una cospicua eredità alla sua gatta Choupette, per cui aveva una vera passione. E pensare che gliel’aveva lasciata in custodia un amico solo per poco, ma alla fine non gliela restituì: l’ha fotografata migliaia di volte su Instagram e ne ha fatto finte d’ispirazione per borse e altri oggetti. Sul sito ufficiale di Chanel si legge in inglese, sotto un suo grande ritratto in bianco e nero: “E’ con profonda tristezza che la casa Chanel annuncia la morte di Karl Lagerfeld (....) Riguardo a Gabrielle Chanel, egli disse: “Il mio compito non è imitarla ma fare ciò che lei avrebbe fatto. Il bello di Chanel è che è un’idea che si può adattare a molte cose”. Una prolifica mente creativa e un’immaginazione senza limiti, Karl Lagerfeld ha esplorato molti orizzonti artistici, dalla fotografia ai film”.

    Si ricorda con rimpianto anche la sua arguzia e la sua autoironia: “Non abbiamo perso solo un amico ma tutti noi abbiamo perso una straordinaria mente creativaa cui era stata data carta bianca nel reinventare il brand nel 1980”. A succedergli è stata nominata Virginie Viard, braccio destro di Lagerfeld fin da quando, appena borsista nel1987, entrò in Chanel. Lo spettacolo deve continuare, come si dice, ma senza un suo prezioso protagonista...  

  • SILVIA AND COMPANY

    data: 07/02/2019 21:28

    Il 2 febbraio 1922 Sylvia Beach firmò la prima edizione dell’Ulysses di Joyce: ancor oggi non sono molte le editrici, e Sylvia inizialmente era una libraia. Eppure fu tanto convinta della validità del romanzo da prendere il coraggio a due mani e diventare editrice. Del resto la 31enne Sylvia non andava a caso, anzi aveva le idee ben chiare e incontrarla, per Joyce, da poco trasferitosi da Trieste a Parigi, fu una fortuna.
    Sylvia Beach aveva aperto da qualche anno sulla Rive gauche, nel Quartiere latino, la sua celebre libreria “Shakespeare and Company”. Figlia di un reverendo presbiteriano, nata a Baltimora il 14 marzo 1887, la Beach conosceva l’Europa perché l’aveva visitata spesso al seguito del padre. Una volta deciso cosa avrebbe fatto da grande, si stabilì a Parigi, come seconda scelta. Infatti avrebbe voluto aprire una libreria a New York, senonché i prezzi troppo cari la fecero desistere. Una volta a Parigi, in quegli “anni folli” che ne fecero la capitale del mondo intellettuale, a cui Woody Allen ha dedicato un fantasioso film, “Midnight in Paris”, telegrafò alla madre la sua decisione e la signora Eleanor le inviò tutti i denari che aveva, per consentirle di aprire la libreria.
    Il periodo che va dalla Fiesta mobile dell’amico Hemingway all’occupazione nazista, alla guerra e al ritorno alla democrazia, vedono in primissima fila Sylvia e la sua compagna Adrienne Monnier, già libraia a sua volta nonché scrittrice, di poco più giovane, che morirà suicida nel 1955. La congrega degli americani a Parigi, per dirla con il regista Vincente Minnelli e con George Gershwin, era folta e qualificata. Sylvia pubblicò anche il primo libro di Hemingway, Tre storie e dieci poemi del 1923.
    L’incanto di quei primi anni non si ripeté, e non poteva ripetersi. Incontrare Joyce a una festa, rimanerne folgorata, battersi per il suo chilometrico romanzo osteggiato dalla censura e pubblicarlo proprio nel giorno del 40esimo compleanno dello scrittore irlandese e nel bel mezzo di un trasloco della libreria al 12 di rue Odeon, sono cose che accadono una sola volta nella vita. Lo stesso Joyce non si comportò bene, perché cambiò editore nel 1932 - la ben più famosa Random House - lasciando la Beach in serie difficoltà economiche, tant’è che la libreria fu costretta a chiudere, dato che già col 1929 le vendite calarono sensibilmente e il cambio non più favorevole, tra le altre cose, determinò la fuga degli stranieri. Beach non lasciò Parigi ma, in quanto americana, fu fatta prigioniera, subì sei mesi di campo di concentramento e, quando tornò in città, dovette nascondersi.

    Ultimo aneddoto elettrizzante, quando nel 1944 Hemingway, memore delle sue amiche, andò a trovarle e disse loro: “C’è qualche problema?”. “Sì, Ernie, ci sono i cecchini qui intorno, le strade sono pericolose”. Hemingway scese dalla jeep, andò sui tetti parigini con i suoi commilitoni e fece fuori i nazisti che minacciavano i passanti. Il Maggio no, non fece in tempo a vederlo Sylvia, che morì il 5 ottobre 1962 (è sepolta a Princeton), non senza aver prima scritto le sue memorie. Sparite per un bel po’ ma che adesso Neri Pozza ha opportunamente ripubblicato con il titolo che compete loro: Shakespeare & Company

  • SISSI, LA DONNA CHE AVEVA
    SBAGLIATO SECOLO

    data: 29/01/2019 18:39

    Adorno ha scritto che dopo Auschwitz è impossibile comporre poesia. Invece, per fortuna, la poesia c’è ancora. Ma, quanto ai pregiudizi antisemiti, è imbarazzante leggere autori d’indubbio valore e scorgervi tracce di un persistente pregiudizio contro gli ebrei. Fino al caso più noto, quello di Shakespeare e del Mercante di Venezia, città che peraltro istituì per prima il ghetto, anche se il monologo di Shylock è ancor oggi un deterrente contro il razzismo. Oppure basta leggere “La famiglia Moskat” del grande Isaac Bashevis Singer per rendersi conto del terrore che attanagliava gli ebrei di Varsavia nel passaggio cruciale dall’Ottocento al Novecento, fino alla catastrofe.
    Ma c’è stata una donna, una grande donna, che questi pregiudizi li ha combattuti. Una donna la cui immagine, nella biografia che le ha dedicato una valente scrittrice francese, Nicole Avril, si staglia come un diamante sulla classe regnante dell’Ottocento. Una donna che, come disse Paul Morand, aveva sbagliato secolo: sarebbe dovuta nascere in quello successivo. L’immagine che di lei ci rimanda Avril, una storica che sa il fatto suo, è ben lontana da quella dei film di Ernst Marichka, film pure impeccabili per la perfetta ricostruzione d’ambiente e per l’attrice che giustamente ne ha derivato fama e onori, Romy Schneider. Perché l’imperatrice Sissi, ovvero Elisabetta di Baviera - è di lei che si tratta - non fu solo l’ultima imperatrice degli Asburgo, così come sua sorella Maria Sofia fu l’ultima regina delle due Sicilie. Non fu solo la giovane sposa che cambiava un paio di scarpe al giorno. Ma fu anche una donna a cui la vita non risparmiò alcun dolore.
    Primo fra tutti, quello di vedersi sottrarre i figli dalla suocera - che era anche sua zia di primo grado - per essere educati alla rigida maniera di corte, tanto che la primogenita Sofia morì a soli due anni di scarlattina, e la madre l’aveva vista ben poco. Il terzogenito Rodolfo si suicidò con l’amante, poco più che trentenne, il 30 gennaio 1889 a Mayerling, in quel lugubre casino di caccia nei dintorni di Vienna, minato dalla sifilide, la malattia che corrodeva dall’interno l’“Austria felix”, in cui le donne erano considerate nient’altro che strumenti di piacere.
    Elisabetta, che non si rassegnò a essere una rigida regnante all’ombra dell’imperatore, aveva avuto un ebreo ungherese come istitutore privato, nel castello di Possenhofen dove viveva libera come Heidi, E sull’Ungheria concentrò tutta la sua attività diplomatica, diventandone l’amata sovrana. Andava a cavallo, ma non per hobby: era proprio un’amazzone spericolata. Viaggiava per tutta l’Europa. Le avevano perfino regalato un treno tutto per lei. Aveva previsto la fine di un impero retrogrado e beghino. La amavano ma, vedendo che stava ben poco a Vienna, dove imperversava l’antisemitismo, ne parlavano anche male. Lei non se ne curava: e correva fino ad Amburgo, dalla sorella di Heine, il poeta ebreo che prese a modello per i suoi versi, di cui non si parla mai e che lasciò in una fondazione svizzera a beneficio dei profughi. Fece erigere anche una statua di Heine all’Achilleion, la sua villa di Corfù che finì comprata da Guglielmo II. E stava più spesso a Budapest, a colloquio con i suoi amici ebrei, dato che l’Ungheria era a stragrande maggioranza abitata da ebrei, molto più che a Vienna governata da un sindaco, Karl Lueger, talmente antisemita da fungere da modello al folle imbianchino che avrebbe ordinato lo sterminio di massa.
    L’imperatore Francesco Giuseppe, il marito di Sissi, intanto, doveva vedersela con un reazionario come Napoleone III, alleato di Cavour e di Bismark, fino alla battaglia di Sadowa. Un evento da noi poco studiato, ma si può dire che da quel 26 giugno 1866 cominciò l’irresistibile ascesa della Germania, non fermata dalla guerra con la Francia e nemmeno dal massacro della prima guerra mondiale. Una battaglia disastrosa per l’Austria, come le altre successive sul fronte italiano, fino all’attentato di Sarajevo, il 28 giugno 1914. Quel giorno il nipote di Francesco Ferdinando fu ucciso e si compì la profezia per la quale gli Asburgo, cominciati con un Rodolfo, sarebbero finiti con un Rodolfo. Allora però Sissi era già morta, uccisa da un anarchico italiano, un uomo abbandonato dalla madre in tenera età, un violento che cercava notorietà con l’assassinio di un personaggio illustre. Cosa che accadde dopo che Sissi era stata in visita a Ginevra alla baronessa Rotschild, che aveva la più incredibile collezione di fiori del mondo.

    Nicole Avril, l’autrice di un’avvincente biografia di Sissi che ha raggiunto una trentina di edizioni (la si trova negli Oscar Mondadori), sembra quasi essere presente ai fatti. Descrive attimo per attimo ciò che accadde fino al fatale imbarcadero dove Sissi, con la sua dama di compagnia, sta per tornare a Montreux. E’ senza scorta (lei non la voleva) quando viene incrociata da Luigi Lucheni, 25 anni, ligure, che pare averle solo sferrato un pugno. E invece l’ha ammazzata con uno stiletto fabbricato da lui stesso, un’arma tanto rudimentale quanto infallibile. Sissi muore poco dopo: di sabato, 10 settembre 1898. Circa tre mesi dopo, il 24 dicembre, avrebbe compiuto 61 anni. Era nata di domenica a Monaco di Baviera nel 1837. 

  • "DIRITTI", IL CASO-ZIVAGO

    data: 19/01/2019 14:29

    C’è stata recentemente la scadenza dei diritti d’autore, per cui molte opere, non coperte dal copyright, possono essere rieditate. La materia strettamente legale resta comunque piuttosto complicata. Non è proprio una novità. Per capire come vanno le cose in questo campo e come sia determinante la personalità dell’editore, almeno ai tempi in cui non c’era internet, che ha rivoluzionato tutto, basta leggere “Senior service”, il magnifico libro che Carlo Feltrinelli ha dedicato a suo padre Giangiacomo, sempre rifornito nelle librerie eponime.
    Nel capitolo 4 di questo volume, scritto con autorevole sapienza e fine ironia, si tratta dell’affaire-Zivago, ovvero il capolavoro dello scrittore ebreo russo Boris Pasternak che sarà insignito del premio Nobel nel 1958. Feltrinelli, trentenne, fondò la sua casa editrice nel 1955. Subito dopo lo contattò Sergio D’Angelo, direttore della libreria del Pci a Roma, per segnalargli lo straordinario romanzo di un poeta russo, sconosciuto in Occidente, Pasternak appunto, allora già oltre la sessantina e non iscritto al partito, inviso dunque alla dirigenza sovietica. Nell’estate del 1956 il manoscritto del Dottor Zivago fu consegnato a Feltrinelli,  a Berlino. Ma non dall’autore, che non poteva uscire dall’Unione Sovietica e non conobbe mai di persona il suo editore, sebbene fra i due ci fosse un fitto scambio epistolare.
    Feltrinelli capì subito l’importanza dell’operazione e cominciò immediatamente la traduzione: “Gli autori russi, dopo la prima pubblicazione in Unione Sovietica, non hanno la protezione del copyright. Iniziando la traduzione del manoscritto avrei avuto la possibilità di pubblicare contemporaneamente all’editore sovietico e di assicurarmi il copyright per l’opera nell’Occidente”. Non aderendo l’Urss alla convenzione di Berna sul diritto d’autore, in Occidente il romanzo poteva essere pubblicato senza contratto e riconoscimenti economici. Ma se la traduzione fosse avvenuta nei 30 giorni dall’uscita in Urss, allora si sarebbe ottenuta anche l’esclusiva. Il traduttore c’era ed era Zveteremich.
    Tutto risolto? No, perché nel frattempo in Urss sopravvenne la crisi d’Ungheria, con la repressione, nel novembre 1956, della rivolta di Budapest capeggiata da Nagy. Questo indusse molti comunisti occidentali a strappare la loro tessera e le autorità sovietiche  a rinnegare le aperture del XX congresso di Kruscev di qualche mese prima. Pasternak, ebreo e credente, finì nel mirino della censura e arrivò a dover firmare dei telegrammi falsi in cui pregava Feltrinelli di restituirgli il manoscritto, cosa che Feltrinelli si guardò bene dal fare. Ma per questa sua reticenza ricevette dei rimproveri da parte di dirigenti del Pci come Mario Alicata e Rossana Rossanda, i quali a Milano gli tenevano delle concioni severissime sui doveri di un buon compagno e in sostanza gli sconsigliavano di pubblicare Zivago, chiedendogli indietro il manoscritto.
    Giangiacomo mantenne fermo il timone, “tengo botta” ripeteva ai suoi numerosi detrattori. E nell’aprile del 1957 il Dottor Zivago fu nelle librerie, riscuotendo subito un successo di pubblico eccezionale per l’epoca, un successo che rimarrà negli annali dell’editoria mondiale. I liceali se lo strappavano di mano, tutti lo leggevano. Evidentemente però questo romanzo era destinato a suscitare scandalo. Era la stessa epoca di guerra fredda fra Usa e Urss a essere scandalosa, perché nel 1958, quando per il Zivago fu assegnato il Nobel a Pasternak , questi fu costretto a rifiutarlo, sempre per pressione del Kgb, il servizio segreto sovietico, tanto che due anni dopo, il 30 maggio 1960, Boris moriva settantenne povero e negletto. E intervennero anche la Cia e la Spectre. “Ho letto da qualche parte - scrive Carlo Feltrinelli, pag. 143 - che anche il servizio di Sua Maestà sarebbe intervenuto. Avrebbe fotografato il dattilo all’aeroporto di Malta durante una finta sosta d’emergenza dell’aereo su cui viaggiava Feltrinelli. Ma cosa ci facesse James Bond nell’ultima fila vicino al finestrino, a fumare miscela turca, è una storia ancora tutta da scoprire”.
    Lo stesso D’Angelo, l’agente letterario, dopo la morte di Pasternak dirà di non aver mai rifiutato un generosissimo compenso (la metà di tutti i profitti) quando aveva barrato con un “no” a matita la lettera dello scrittore russo al suo editore con questo accenno economico, e farà causa, perdendo, nel 1965. Lo stesso anno in cui uscì il film di David Lean con Omar Sharif e Julie Christie, che vinse cinque Oscar: sceneggiatura non originale a Robert Bolt (ovviamente riduttiva rispetto alle mille considerazioni filosofiche e psicologiche del romanzo), fotografia a Freddie Young, scenografia a John Box, Terence Marsh e Dario Simoni, costumi a Phyllis Dalton e colonna sonora a Maurice Jarre.

    Ancora una volta Giangiacomo Feltrinelli aveva visto giusto, come farà ancora con il Gattopardo, nel 1958-59. 

  • OSPITI ILLUSTRI IN PUGLIA

    data: 13/01/2019 15:01

    Da bibliofila, sono affascinata dai libri, è logico. Questo piccolo o voluminoso oggetto che resiste al tempo, fatto di carta (perché il kindle non lo contemplo proprio), è un tale concentrato di eleganza, ingegno e fantasia, che non mi stanco mai di collezionarne. Sfogliarne uno, nuovo o usato, è una tale meraviglia, un viaggio così insolito, sempre nuovo, da lasciarmi sempre felice. Ogni volta che entro in una libreria mi stupisco della quantità delle case editrici, delle nuove iniziative e mi consolo: finché ci sarà questa varietà ci sarà speranza, anche se quei libri dovessero rimanere sugli scaffali, causa crisi economica e la pressoché totale scomparsa delle edizioni economiche. Tranne alcune eccezioni, da segnalare. Piccolo e delizioso libricino: la collana diretta da Angelo Semeraro che la casa editrice Kurumuny di Martano, in provincia di Lecce, dedica ai viaggiatori in Puglia nel corso dei secoli, è semplicemente fantastica.
    Kurumuny, in grico, un dialetto di una decina di paesi del Salento, fra cui Martano, affine al greco, vuol dire “germoglio d’ulivo”. E’ un “cultural tour” che prevede impressioni di viaggio di “ospiti illustri della Puglia”, con uno sforamento obbligato per Matera. La copertina riporta in campo bianco un ritratto dell’autore/autrice: si va da “Una settimana a Bari e Lecce” di Italo Calvino (con un pullover giallo), nel 1954 al “Viaggio pittoresco nella Magna Grecia” di Jean B. Claude Richard abate di Saint-Non, che contiene anche delle tavole di L. J. Desprez e siamo in pieno Settecento, come con Carlo Ulisse De Salis Marschlins (“Terre d’Otranto. Viaggio nel regno di Napoli”); ci sono estratti dal “Viaggio in Italia” di Guido Piovene e non mancano le viaggiatrici, come Janet A. Ross, che fu una scrittrice inglese attratta come tante sue connazionali da Firenze e dalla storia italiana in genere, vissuta dal 1842 al 1927 (“Imbelle Tarentum”).
    Si tratta di un’antologia a puntate, una cinquantina di pagine che si leggono in una sera o in un breve viaggio in treno per esempio, costa solo 3 euro a volumetto e sono, il che non guasta certo, proprio belli a vedersi. Permettono inoltre, con la scusa di un saggio di scrittura a tema, di scoprire autori sconosciuti ma non per questo meno meritevoli, anzi. Proprio ciò che basta a una bibliofila... 

  • NO, NON TAGLIATE LA TESTA
    ALLE TARTARUGHE

    data: 09/01/2019 20:07

    La crudeltà infinita dell’uomo continua a far strage delle altre specie che popolano questo pianeta. Dopo il gran clamore che si è fatto in questi anni per proteggere le tartarughe marine, le Caretta Caretta, miti creature del mare, minacciate di estinzione, ecco che sulla costa adriatica pugliese, da Nord a Sud di Bari, da Barletta a Monopoli, in soli tre giorni sono state trovate ben 15 tartarughe senza vita. E non certo per il freddo.
    Tante volte si tratta di tartarughe che restano impigliate nelle reti e purtroppo non sempre i pescatori hanno la sensibilità di soccorrerle e liberarle. Non solo. A ciò si aggiunge la specifica cattiveria umana, se è stata ritrovata anche una tartaruga senza testa. Gli indizi concorrono a presumere che si sia trattato di un atto deliberato: infatti, come deduco dall’articolo di Matteo Diamante sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, mercoledì 9 gennaio, alcuni pescatori credono che trovare una tartaruga tra le reti porterebbe male e quindi la “rea” andrebbe eliminata con quella crudeltà di cui la specie umana è primatista. Pasquale Salvemini, responsabile del Wwf di Giovinazzo, afferma, nello stesso articolo, che si sta cercando di risalire ai malfattori.
    Un’altra tartaruga con ferite alla testa è stata recuperata e salvata dalla Guardia costiera a Capitolo, a sud di Bari. Insomma, tempi duri in mare per le tartarughe. E per i pesci in generale, i quali pensano di poter spaziare nel vasto mare e invece se lo trovano a un tratto ostruito dalle maxireti dei pescatori. Senza contare l’orrenda strage degli animali da allevamento. E il fatto che lo stesso mare, questo prezioso elemento, viene trattato alla stregua di una discarica. Tutto perché nel mondo, come sottolinea lo scrittore francese Michel Houellebecq nel suo romanzo appena uscito “Serotonina”, manca l’amore, in questo caso specifico fra l’uomo e gli animali, fra gli umani e la terra. Pensare che questo è l’unico pianeta che abbiamo e invece di tenerlo come una perla rara, ne facciamo strame. 

  • L'INDIVIDUALISMO ODIERNO

    data: 06/01/2019 18:18

    Di tutti gli articoli che ho letto questa prima settimana del 2019, uno in particolare mi ha colpito, sul Domenicale del Sole24ore. Lo firma una filosofa, Francesca Rigotti, la quale recensisce un saggio di una sua collega viennese, anche giornalista, Isolde Charim. L’articolo s’intitola: “Ricetta per una società pluralista” ed è davvero illuminante in giorni in cui 49 migranti non trovano un porto dove sbarcare. Ora, come sanno tutti coloro che vanno per mare, anche i marinai più appassionati, ogni imbarcato non vede l’ora di sbarcare, di toccare terra. In barca si può applicare al meglio il detto di Orazio :“Amo il luogo dove non sono”. E trovare un porto chiuso è come andare al distributore di benzina e non trovare rifornimento, come aprire il rubinetto e non avere l’acqua, e gli esempi si moltiplicano. Insomma è sommamente ingiusto e contrario alla legge del mare.
    Dunque Charim nel saggio intitolato “Io e gli altri: come il nuovo pluralismo ci ha cambiati tutti” (224 pagine, non ancora tradotto in italiano) afferma che una società pluralista come l’attuale ci costringe ad attuare delle “zone d’incontro” simili agli “spazi della pluralità” auspicati da Hannah Arendt. Di fatto è già così: ed è inutile in una mescolanza in atto porre paletti, affermando per esempio che il reddito di cittadinanza va a te in quanto “italiano” se è difficile definire questo aggettivo, fatti salvi i diritti e i doveri di ognuno. Charim ci spiega a che punto siamo.
    Ognuno è individualista, questo è chiaro, ma lo è in tre modi. Ci sono stati gli individualisti fra Ottocento e Novecento i quali, liberati dal censo, “divennero uguali giuridicamente e politicamente, sentendosi, da eguali, parte di un tutto che s’incarnava nella nazione. Poi, 50 anni fa e oltre, ci sono stati i movimenti del 1968 con richieste di riconoscimento delle differenze e delle minoranze”. L’individualismo odierno, sottolinea Charim, “si differenzia dai precedenti in quanto non si basa più su valori collettivi e ricerca di uniformità (lavoro e istruzione e sanità uguali per tutti) ma su una esaltazione della propria unicità”. Il che, tra l’altro, corrisponde a ciò che afferma il regista francese Olivier Assayas nel suo ultimo film “Il gioco delle coppie” che a dispetto del titolo italiano (l’originale è “Doubles vies”, con riferimento non solo alla situazione sentimentale) parla anche del passaggio dal cartaceo al digitale, quando fa dire a un suo personaggio: “Oggi ciò che conta sono la ricchezza e il potere: dunque un libro più costa più sarà letto”. Quindi, conclude Charim, “non si ama più né iscriversi collettivamente a partiti né farsi rappresentare da altri delegando loro la parola: si pretende invece di essere ascoltati e di esprimersi direttamente, illudendosi d’intervenire in prima persona”. Il che avviene per lo più sui social, dunque se non si legge molto in compenso si scrive di più.

    Il rischio qual è? La contrapposizione netta: mi piace-non mi piace, amico-nemico, laddove “per affrontare la mutata realtà sociale” occorre accettare di essere “meno io” invece di “affermare il proprio io o il noi escludente”. “Un meno che in quanto tale unisce e dove l’unione e il confronto delle differenze non sopprimono le differenze stesse ma le lasciano così come sono, riducendone però il peso”. La società plurale insomma adotta nuovi codici e Isolde Charim, scrive Nadotti, lo sa bene in quanto figlia di ebrei nati in Galizia, spostatisi in Israele e tornati poi a Vienna. Resta un punto però da chiarire: d’accordo con l’accoglienza, con il meno includente, ma ci sono punti fermi che non possono essere valicati, per esempio l’antifascismo o il rispetto dei diritti delle donne. Insomma, delle leggi costituenti e condivise si sente pur sempre il bisogno. 

  • TICKET VENEZIA: E LE NAVI?

    data: 31/12/2018 16:18

    Avevo 17 anni quando, nel bel mezzo di una vacanza in montagna con diluvi quotidiani in pieno luglio e copertine, ritrovai il mio amato Adriatico dall’alto del campanile di san Marco come fosse un mosaico, costellato di tetti rossi nell’azzurro-verde più incredibile che avessi mai visto. Decisi allora che Venezia era mia, sì, era la mia città, nonostante abitassi a quasi mille chilometri di distanza. Mi piccai d’impararne il dialetto leggendo tutto Goldoni, studiavo le mappe, cercavo foto, e poi, come per magia, volere è potere alle volte si realizza, vinsi una borsa di studio che mi destinò, sei anni dopo, proprio lì. A Venezia!

    In realtà risiedevo a Mestre, che è una bellissima città con un grande vantaggio: basta prendere l’autobus urbano e in pochi minuti ci si ritrova a Venezia. E’ proprio vero che per visitare bene una città non basta il turismo mordi e fuggi, per apprezzare a pieno Venezia, scoprire nel buio di una sacrestia un Tiziano, aggirarsi fra i padiglioni della biennale, varcare la laguna fino all’isola di Torcello, ammirarne tutti i capolavori, dalle Gallerie dell’Accademia alla scuola di San Giorgio, fino agli scorci più suggestivi, ci vuole tempo. E basta girare l’angolo per ritrovarsi in un campiello deserto, come a Santa Marta. Con la vicina San Pantalon, che ha il soffitto dal telero più grande del mondo. O prendere il vaporetto più lento, la linea 1 che percorre il canal Grande con calma.A Venezia capita d’incontrarsi: perché si va a piedi, si salgono e si scendono gli scalini dei ponti, si sente cantare da una finestra, si va a Rialto a sentire le urla degli ambulanti.

    Ora, tutto questo pare che non ci sia più, io ci manco da un po’, o forse è sempre stato così. Ora la folla dei turisti sarebbe così debordante da esigere un biglietto d’ingresso. Sembra strano perché è davvero tutto ben organizzato: ci sono gli itinerari segnati così bene che è impossibile perdersi, pur essendo la città labirintica. E tutte le strade portano a San Marco. Durante il Carnevale del 1981, mi pare, ricordo che venni travolta dalla folla in una calle stretta e non fu una bella esperienza. Ma può capitare, capita.

    Il punto, per me, non è tanto il biglietto d’ingresso perché chi viaggia affronta già delle spese, quanto la consapevolezza di entrare in un capolavoro. Si entra in una città unica, una magia. Ma ciò vale non solo per Venezia, per tanti centri storici. Bari per esempio, e non sembri un’eresia, ha una città vecchia in cui certi vicoli stretti, dove allarghi appena le braccia, somigliano alle callette lagunari. Oltre a quella cerimonia di sposalizio del mare che ricorda un’antica alleanza fra le due città. E giustamente la città storica, simpaticamente chiamata Barivecchia, è stata chiusa al traffico.

    Prendiamo quel camionista che l’altra notte ha abbattuto una colonna del corridoio vasariano a Firenze: merita una multa notevole perché avrebbe dovuto rendersi conto da solo di dove stava transitando. Venezia non può tollerare il moto ondoso delle supernavi da crociera eppure le fanno transitare: cominciamo a vietare l’ingresso di questi transatlantici. Il ticket è l’ultimo provvedimento, è come aumentare il prezzo di un biglietto qualsiasi ma penso che un turismo consapevole vada costruito prima. Regolare una massa di turisti si può e si deve per rispetto ai tesori che abbiamo ricevuto per puro caso in dotazione, ma non credo proprio si tratti solo di misure economiche, basterebbe organizzarsi meglio. Con soggiorni più ragionati e di qualche tempo.

    Venezia è mia, è di tutti e va vissuta, comprendendola, amandola e rispettandola. 

  • "iostoconlaGazzetta" E POI?

    data: 30/12/2018 09:57

    Il direttore Giuseppe De Tomaso si diceva commosso quando col megafono, la mattina del 29 dicembre, davanti alla chiesa di San Ferdinando, in via Sparano, la via principale di Bari, ringraziava i presenti e non solo “per la mobilitazione, la fidelizzazione, l’attaccamento del lettorato” al suo giornale, la Gazzetta del Mezzogiorno. Il flashmob, la manifestazione, con tanto di banda e la presenza di tutti i dipendenti, infatti, giungeva al termine di una settimana di appelli sui social, di foto “iostoconlagazzetta”, di copie prenotate in edicola con il sistema del giornale pagato (compro uno ne regalo un altro, come si fa con i caffè al bar).
    Una mobilitazione mai vista, con copie prenotate in edicola, contate diligentemente dagli edicolanti, ha dimostrato quanto in effetti i lettori, in particolare quelli d’una certa età, tengano al loro giornale. I 130 anni di storia del giornale, ha sottolineato De Tomaso, anche con un editoriale in prima pagina, configurano “l’importanza della stabilizzazione della configurazione politica di un popolo”, quello pugliese e lucano (anche se De Tomaso ha citato la Puglia e il Sud), proprio ora che si sta diffondendo il concetto di “autonomia differenziata, che rischia di mettere in pericolo l’unità del paese e che è stata affrontata in maniera superficiale anche dai precedenti governi. Con questo governo il rischio si fa più grave e un giornale come la Gazzetta del Mezzogiorno invece in tutti questi anni a cosa mirava? a stimolare chi ne aveva la responsabilità a raggiungere non solo l’unità politica ma anche se non soprattutto quella economica della nazione. La Gazzetta, da buon sindacato del territorio, da comunità intellettuale, si è sempre impegnata a difendere le ragioni delle popolazioni di riferimento, per portare a Roma, a Bruxelles le richieste le esigenze le istanze di territori che nel mare magnum della globalizzazione probabilmente non hanno la forza di poter incidere come avrebbero potuto in condizioni di normalità. Visto che dobbiamo mettere in conto la prospettiva di un federalismo hard che può mettere in difficoltà l’intera realtà meridionale, l’importanza di un giornale come il nostro risulta evidente ma questo è solo un esempio dei tanti che potrei fare”.
    La crisi della Gazzetta del Mezzogiorno affonda però le radici nella crisi del suo editore, Mario Ciancio Sanfilippo (come del resto lo stesso De Tomaso ha rilevato nel suo editoriale di sabato). Il tribunale di Catania gli ha confiscato 150 milioni di euro: l’imprenditore, che ha 87 anni, è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e la Direzione distrettuale antimafia ha bloccato tutto il suo ingente patrimonio sin dallo scorso settembre. Sono dieci anni che s’indaga su di lui: adesso si arriva alle strette finali e i soldi non ci sono per la Gazzetta del Mezzogiorno come per altre imprese editoriali, a cominciare dalla Sicilia, il giornale di Catania.
    Si dirà: il giornale è dei suoi lettori, si parla sempre di capitale umano ma per questa azienda culturale, purtroppo, occorrono ingenti fondi. La via sembra obbligata: affidare la testata barese e le altre del gruppo, ai giornalisti. E ai lettori, se è vero che ne sono i veri padroni. Non ci sono molte scelte.

  • LA SIGNORA DEL FUMETTO

    data: 26/12/2018 16:28

    Se n'e andata così, discretamente com’è sempre vissuta, “la” Nidasio, Grazia Nidasio, una fumettista di rango, una delle poche donne (e mai o poco celebrate) che si sono distinte nel disegno. Perché Grazia Nidasio, nata a Milano il 9 febbraio 1931, e morta il 24 scorso a Certosa di Pavia, alle soglie dunque degli 88 anni, è stata davvero una grande fumettista. Dalle pagine del Corriere dei Piccoli prima e Corriere dei ragazzi poi. E’ stata anche l’inventrice di Scaramacai, un clown burattino e di tanti altri personaggi. Eppure, mai un’intervista, mai una celebrazione pubblica per lei che con Valentina Mela Verde, sua sorella Stefi, il cane con i ciuffi sugli occhi e tutta la strampalata famiglia milanese di cui si seguivano le vicende, settimana dopo settimana, sul settimanale che noi ragazzini degli anni Sessanta aspettavamo con ansia in edicola, ha inaugurato la “telenovela”, le serial che avrebbero avuto ben altra eco successivamente.
    nLei, la Nidasio, il suo racconto a puntate lo faceva da Milano, sulla carta stampata e attraverso i suoi tratti nervosi, moderni - con il suo personaggio che potrebbe ben rappresentare l’infanzia e l’adolescenza di un’altra, ben più nota, Valentina, quella di Crepax - ci faceva conoscere la vita di una scolara nostra coetanea nella grande città e ci faceva sognare, avanzando nello stesso tempo rivendicazioni femministe ancor prima del femminismo.
    Credo di aver imparato ad amare Milano, le sue strade, i monumenti, proprio dai suoi sfondi, il Duomo compariva spesso nei fumetti. Per la verità, i suoi fumetti hanno avuto subito una risonanza mondiale e per 8 anni, dal 2000, ha presieduto il sindacato di categoria del suo settore, Silf, ma non conoscevo il suo volto, trovandolo in rete solo ora, purtroppo. Per dire di quanto fosse schivo il personaggio, a differenza delle sue ragazzine, spigliate, moderne, intelligenti e belle, prima intelligenti e poi belle. E a noi ragazzine Grazia Nidasio ha dato davvero molto.
    Così è una grande autrice che piango oggi, col rammarico di averla in effetti trascurata in tutto questo tempo, ma nella memoria no: che bello quel tempo passato a leggere le avventure della famiglia di Valentina, quando, mi pare il giovedì, usciva il Corriere dei piccoli....

  • GIOVANI, TUTTI A LONDRA?

    data: 21/12/2018 21:45

    E’ davvero toccante la lettera aperta che la Conad, il grande magazzino emiliano, ha rivolto sui giornali, pagando pagine intere di pubblicità, ai lettori, con gli auguri di Buon Natale. Vi si affronta il tema dell’emigrazione dei giovani e la lettera è intitolata così: “Nessuna valigia può contenere l’amore di una mamma”. scrivono questi Conad: “Per noi, pensatori che hanno fatto varie pubblicità basate sul sentimento (memorabile quella della ragazza che partoriva nel supermercato), è inevitabile immedesimarci nell’amarezza e nella speranza di tante famiglie che vedono i loro figli partire in cerca di lavoro, non solo da Sud a Nord, ma dall’Italia verso l’Europa e il mondo intero. Sempre più di frequente, i nostri ragazzi vanno a mettere le loro radici in posti lontani, li aspetta un’altra vita sotto altri cieli. C’è troppo silenzio intorno al fatto che all’interno di una città come Londra esista un’altra città, grande come Verona, abitata dai nostri ragazzi”. Le valigie traboccano di prodotti italiani e ciò per la Conad non è male, ma, con mirabile altruismo, conclude: “Non lasciamo che i nostri ragazzi ci lascino; la questione riguarda il valore del loro bagaglio culturale, teniamola aperta. Insieme alle luci di questo Natale, teniamo accesi i loro sogni”.
    Io sono stata una di quei ragazzi: non sono andata troppo lontano, sebbene la mia avventura giornalistica fosse cominciata al Nord, a Venezia e a Milano. Senza alcun rimpianto, all’inizio. Anche perché, avendo visitato Venezia pochi anni prima e deciso che fosse la città più bella del mondo, quando la borsa di studio che avevo vinto mi destinò proprio lì, io più che altro pensavo ad andare in giro per campi e campielli, e non al mio futuro di giornalista. Poi tornai a Bari e trovai lavoro a Lecce, dove sono rimasta per 18, lunghissimi anni. Passavano, gli anni, ma io non me ne accorgevo, avevo sempre Mamma e Papà alle mie spalle, a 156 chilometri di distanza: la domenica li raggiungevo, pensavo che la vita sarebbe stata sempre così, in fondo facile, io tra i pochi miei coetanei ad avere uno stipendio sicuro, già allora, annullato però dalle spese, senza possibilità di risparmio.
    Non sono stata lungimirante. Questo pendolarismo, alla lunga, mi ha logorata, ha fatto sì che io non mi sentissi di nessuna delle due città e quando sono tornata a Bari, la mia città come l’ho sempre considerata, sono stata felice di aver passato ancora qualche anno - troppo pochi! - con i miei Genitori, ma mi sono ritrovata senza lavoro e senza che la cosa riguardasse la società, che ha continuato a pretendere da me quote dell’ordine, dichiarazione dei redditi, ecc. e fa sì che ora io sia un’esodata in piena crisi. Ora, osservando la realtà sia leccese che barese, mi rendo conto che, a meno di tagliare tutti i ponti e decidersi a stare molto lontano, in cerca di fortuna, una società a base familiare come la nostra rende forti e sicuri gli individui che stanno in una famiglia forte e sicura. Penso a certi esercizi commerciali che si tramandano di padre in figlio o studi di legali o professionali in genere. E in fondo è stato sempre così: l’ascensore sociale è bloccato, si va avanti solo con le conoscenze (parentali per di più). Altrimenti c’è l’impiego pubblico o regionale (dalle pensioni d’oro e veloci). Ma di certo resta il fatto che in moltissimi settori Bari, una città del Sud, resta una città d’importazione, coloniale, che non ha una sua autonomia. Per dire, io se avessi voluto fare la giornalista di moda, non sarei dovuta stare qui, ma adesso nemmeno a Milano, vista la crisi dell’editoria. Lo stesso commercio per cui i baresi erano un tempo famosi, adesso è in mano ai cinesi. E’ una questione di sopravvivenza e non so come se ne esce: ma di certo una soluzione la si deve trovare perché non è possibile che i giovani se ne vadano tutti via. E’ una sconfitta, all’inizio non ci si pensa, ma alla lunga è davvero deprimente. 

  • I GIORNALISTI GUARDIANI

    data: 19/12/2018 00:06

    Il Time ha dedicato la “Persona dell’anno” ai giornalisti guardiani. Ottima scelta, perché questo è un periodo decisamente nero per i professionisti dell’informazione. Quattro le copertine: una per il saudita Jamal Khashoggi, un’altra per la filippina Maria Ressa, per gli americani dalla Capital Gazette di Annapolis e per i cronisti birmani incarcerati. Non che fare il giornalista d’inchiesta sia stato mai facile ma il grido della maltese Daphne Caruana Galizia (Sliema, 26 agosto 1964-Bidnija, 16 ottobre 1017) uccisa con un’autobomba, lanciato dal suo computer poco prima: “Aiuto, qui sono tutti corrotti!”, si attaglia bene anche all’anno successivo.
    Un 2018 particolarmente funesto per la categoria. Il 28 giugno un 38enne che aveva fatto causa al giornale per diffamazione sei anni fa, è entrato nella redazione di Capital Gazette, ad Annapolis, nel Maryland (negli Usa delle armi libere) e ha ucciso cinque persone, quattro giornalisti e un dipendente del reparto commerciale, sparando con un fucile da caccia. Cinque vittime, come recentemente a Strasburgo, colpite da un fanatico jihadista, tra le quali anche il giornalista Antonio Megalizzi. A Istanbul il 2 ottobre Jamal Kashoggi (Medina 13 ottobre 1958- Istanbul 2 ottobre 2018), è entrato nell’ambasciata del suo Paese, l’Arabia saudita e non ne è più uscito: particolari sempre più agghiaccianti sono trapelati subito, di come sia stato torturato e ucciso da agenti segreti agli ordini del principe ereditario Salman. Ma come mai si è seguito quasi in diretta questo eccidio? Il Washington Post sospetta fortemente la Hacking Team, una ditta italiana o meglio non solo italiana, specializzata nel settore informatico, fondata nel 2003 in Brianza da David Vincenzetti. Questa ditta ha creato un dispositivo che entra nei telefonini e negli smartphone: secondo quanto rivelò Wikileaks, anche se la sua attività consisteva nell’aiutare le polizie a smascherare i terroristi, in realtà la spia informatica è stata fornita a 40 governi, anche non democratici. Non basta, la società è da due anni (come del resto moltissime aziende italiane) saudita al 20 per cento. Fare due più due è semplice...La reazione del governo saudita, anche di fronte alle proteste di Trump, è stata sdegnata ma intanto ci sono le registrazioni, addirittura i filmati. E Kashoggi attende giustizia.
    Maria Ressa è una giornalista filippina del suo Rappler, un giornale online che si trova nelle Filippine ma ha anche una redazione a Giakarta, in Indonesia. Dal 2011 è un susseguirsi di scoop che prendono di mira soprattutto, ma non solo, il governo delle Filippine. In Birmania infine, sono stati condannati a 7 anni di carcere due giornalisti della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, che avevano descritto l’eccidio di 10 persone di etnia Rohingya, la minoranza musulmana che vive nel nord del Myanmar (come si chiama da qualche tempo la Birmania). Gli assassini erano dei buddisti e i giornalisti hanno raccolto testimonianze dirette.

    La religione porta guai un po’ ovunque. Sarà un caso ma per esempio dei fondi miliardari fatti sparire dai frati francescani, in Italia, non si parla più e la vicenda sarebbe costata il posto a un valente giornalista di Report. 

  • GIACOBBO E ALTRI BALLISTI

    data: 17/12/2018 13:52

    Quello di cui difettano certi presentatori-divulgatori televisivi è la modestia. A dispetto delle caricature di cui sono stati fatti oggetto nel corso degli anni, da bravissimi imitatori come Corrado Guzzanti o Neri Marcorè, Roberto Giacobbo, per dirne uno, asserisce, presentando il suo nuovo programma su una rete Mediaset, dopo aver lavorato per decenni a Raidue (Voyager dal 2003 fino a poco fa), di appartenere a una specie protetta, in quanto di divulgatori come lui si sta perdendo la semenza...Il debutto, in Freedom uguale Libertà, come se finora non fosse stato libero di sparare tutte le balle che ha voluto, è per il 20 dicembre, giovedì prossimo, in prima serata. Scenario per tanta “cultura” scientifica-divulgativa un luogo degno a tanta altezza: il Duomo di Milano. Ovviamente di notte, illuminato a giorno, perché quando Giacobbo arriva i mezzi tecnici si sprecano; quanto alle notizie storiche, meglio sorvolare. I suoi servizi a Voyager erano di solito annunciati da una musica roboante, da titoli allusivi: “Un marziano ha lasciato le sue tracce sul Castello di Federico II”; oppure “Scopriamo il segreto della piramide posta sullo stesso parallelo di vattelapesca” o ancora, “Il trullo? Non è una costruzione contadina, no, è il segnale di una popolazione ancora sconosciuta”. Ovviamente sconvolti da tanti annunci, gli spettatori si apprestavano a vedere, magari anche a tarda ora, cosa ci fosse di così sconvolgente in quel servizio: beh, il massimo che si poteva intuire era vedere i due metri di Giacobbo infilarsi in una strettoia umida (con l’operatore costretto a seguirlo,) a caccia delle sue chimere. Come quando in un servizio di almeno quattro ore spiegò come e qualmente san Nicola fosse venerato in tutto il mondo e, udite udite, servì da modello al Babbo Natale della Coca Coca. Notiziooona... peccato che lo si sapesse da sempre e che Giacobbo fosse arrivato buon ultimo.
    C’è da dire però che per la divulgazione storico-geografica, quella che la Bbc e Arte svolgono così bene - basta guardare Rai5, Raistoria e Raiscuola o l'italiano Cristoforo Gorno su Raistoria - Giacobbo è in ottima compagnia. Prendiamo Alberto Angela, il figlio illustre di tanto padre; i suoi programmi su Pompei, sulla Cappella sistina, su Firenze sono tanto celebrati quanto...noiosi. Si comincia con l’illustrare il luogo ma si finisce puntualmente con la ricostruzione storica interpretata da attori in costume, di solito con colori seppiati, in interminabili siparietti. Meglio notturni, e illuminati a giorno, con gran spreco anche in questo caso. O vogliamo parlare delle città di Augias? Colui che, a “Tv-talk”, ha dichiarato con un sorriso compiaciuto che andrebbe volentieri in pensione e lo avrebbe anche detto ai dirigenti Rai, per sentirsi rispondere: “Appena troviamo uno in grado di sostituirti...”.
    In prima serata del sabato (meglio uscire!) ho visto solo la puntata dedicata a Parigi: alla fine chiudendo gli occhi mi rimanevano impresse solo le immagini della ghigliottina, riproposta più volte, e delle cartoline pruriginose, illustrate in gran dettaglio, sulla povera Maria Antonietta che oltre alla testa tagliata deve subire questo oltraggio anche a distanza di secoli, in un programma poi strombazzato come turistico, geografico. Nel settore, comunque, c’è la fila: ora anche i politici si candidano come guide turistiche. Matteo Renzi, in cerca di partito, per ora si accontenta di esporre le magnificenze della “sua” Firenze... 

  • TRADUZIONE CON GIALLO

    data: 13/12/2018 20:49

    Siamo al capitolo XX di Anna Karenina, il capolavoro (con Guerra e pace, certo) di Lev Tolstoj: “Oh che bella età è la vostra! Conosco bene e mi ricordo la foschia azzurra simile a quella delle montagne svizzere. Quella foschia che avvolge ogni cosa nel periodo beato in cui è appena terminata l’infanzia, e da quel cerchio immenso, felice e spensierato, si apre una strada che si assottiglia sempre più, ed è così gioioso e spaventoso intraprendere quel percorso, anche se è bello e luminoso... chi non c’è passato?”. Anna, donna matura per i tempi, in realtà poco più che trentenne, è in casa del fratello Stipa. Vi è accorsa per risolvere una crisi matrimoniale che sarà nulla in confronto alla sua e conosce la sorella minore della cognata Dolly, la famosa Kitty che poi sarà sua rivale in amore. Kitty è appena adolescente, avrà 18 anni e Anna la considera con una certa nostalgia per quell’età. Eppure, questo paragrafo non riluce in questa traduzione come dovrebbe. E, leggendo una versione, sorge sempre il dubbio, almeno per chi non conosce il russo, su come in realtà ha scritto Tolstoj.

    Lo stesso brano, in altra versione, appare completamente diverso anche se simile nella sostanza: “Che bella età la vostra! Fa pensare alla nubi azzurrognole che si vedono sui monti in Svizzera. Nella felice età in cui finisce l’infanzia, è così delizioso tutto, tutto ciò che una simile nube tiene celato! Poi appare un sentiero che, partendo dal cerchio luminoso, va facendosi sempre più stretto... e s’infila quel sentiero con allegria e paura , sebbene sembri inondato di luce e tanto bello... chi non è passato di là?”. Siamo a pag. 92 dell’edizione Oscar classici Mondadori, tradotto da Ossip Felyne, un traduttore di cui ci si può fidare, in quanto era russo, scrittore a sua volta, nato a Odessa il 29 dicembre 1882, un ebreo russo dalla vita cosmopolita come spesso quella dei russi di un certo ceto sociale. Fino al 1906 visse a Odessa, dove si sposò con Fanny Rozenberg, quindi con la moglie si trasferì a Zurigo per studiare chimica, ma nel 1910 cambiò facoltà, ingegneria a Parigi. Nel 1915, avendo deciso di non tornare più nella Russia rivoluzionata, si trasferì in Italia a Bordighera, poi a Roma, dove abitò in via Sistina 68, a Napoli, dove fece il giornalista e il direttore dell’Impresa metropolitana e ancora a Milan

    Ma Ossip Felyne è uno pseudonimo, in rete si trova ben poco a sfatare l’illusione che si sappia tutto qui: il suo vero nome era infatti Osip Abramovic Blinderman. Usò l’altro nome per un’intensa attività letteraria e di traduzione, finché nel 1939 gli venne revocata la cittadinanza italiana per la sua origine ebrea. E dunque che fine ha fatto Felyne Ossip, l’eccellente traduttore di Tolstoj? Non è possibile nemmeno rintracciare la data di morte, né se sia finito in un campo di sterminio... E anche della figlia scrittrice, Erna Osipovna Blinderman, nata a Zurigo il 7 luglio 1906, autrice del Mulino di Delft e di Fiaba Novecento, non si sa molto altro dopo il fatale 1938.

    Ci sarebbe da rivolgersi a “Chi l’ha visto?” che si sarebbe potuto mobilitare, all'epoca, anche per Tolstoj stesso: “Lanciamo un appello per il famoso scrittore Lev Tolstoj che dal 28 ottobre ha lasciato la casa di Jasnaja Poljana per rifugiarsi in un convento. Ma poi di lì ha preso il treno, chiunque lo avesse visto...”. Lo ritroveranno infatti in una stazione, stroncato dalla polmonite: Lev morì il 20 novembre 1910 a 82 anni nella stazione di Astàpovo ed era nato il 9 settembre 1828 a Jasnaja Poljana.
    Sulle date ci sono discrepanze, quelle riportate sono di Wikipedia: 28 agosto la nascita e 7 novembre la morte, a causa della differenza con il calendario ortodosso, sono quelle effettive. Invece di Felyn e della figlia si sono perse le tracce.
    Quanto poi alle traduzioni, alla fine è il valore dello scrittore che conta, anche perché ormai ce ne sono così tante che fare un raffronto è davvero difficile. Anche se, disponendo di diversi volumi, si può fare. Nella nuova edizione Einaudi, per esempio, di Guerra e pace, la traduttrice Emanuela Guercetti ha dichiarato al Venerdì di Repubblica di aver risolto con la rete molti dubbi, come per esempio quello relativo alle allodole come annuncio di primavera. Ebbene, in Russia si usava confezionare dei biscotti a forma di allodole proprio verso la primavera, ed ecco risolto l’enigma. Quanto a me, mi tengo la traduzione “storica” di Enrichetta Carafa d’Andria. Altro personaggio da ripescare.

  • QUEI TRENI DELLA SHOA

    data: 05/12/2018 18:35

    E’ di pochi giorni fa la notizia che le ferrovie olandesi risarciranno gli eredi degli Ebrei deportati nei campi di sterminio con i suoi treni. Una giusta decisione, seppure tardiva, molto tardiva: nessuno può permettersi, dopo la gran mole di studi, di libri, di testimonianze, di ignorare il ciclone di malvagità che ha scosso l’Europa “culla di civiltà” negli anni Trenta del secolo scorso, in quei dodici anni, dal 1933 al 1945, di puro orrore. Tuttavia, adesso che i testimoni diretti dell’incubo nazifascista, quei pochi sopravvissuti alla strage di sei milioni di Ebrei, stanno via via scomparendo per motivi anagrafici, ricordare, anche se doloroso, è un dovere.
    Per esempio rileggendo un libro in due volumi edito da Einaudi anni LA SHOAa: “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, l’opera della vita dello storico di origine ebraica Raul Hilberg. Nato a Vienna il 2 giugno 1926 e morto negli Usa (dove la sua famiglia fuggì nel 1938) il 4 agosto 2007, Hilberg, ha raccolto in circa 1.400 pagine una serie immensa di documenti. Lo ha fatto per anni, dal 1946 in poi, fino alla prima edizione di questo suo lavoro decisivo, nel 1961 e a una seconda notevolmente accresciuta nel 1985. L’obiettivo: dimostrare come questo sterminio di massa ebbe sì come causa prima Hitler, ma fu anche effetto di tutt’una serie di atti burocratici che resero possibile l’impossibile, ciò che nei secoli era stato purtroppo già attuato e sperimentato - perché i pogrom erano vizio antico - ma mai in modo così esteso e sistematico.
    “Solo 92 militari tedeschi - si legge nell’introduzione di Frediano Sessi - lavoravano a Treblinka, Sobibor e Belzec, più alcune centinaia di ucraini. 92 tedeschi nella Polonia occupata riuscirono a uccidere, in quei tre centri di sterminio, quasi un milione e mezzo di Ebrei”. Questo ancora è comprensibile: si tratta della legge del più forte, di un manipolo di armati contro tanti disarmati. Ciò che non si capisce è il prima, l’antefatto: l’incredulità e lo sconcerto degli stessi Ebrei che si credevano, a buon diritto, tedeschi a tutti gli effetti, così come in Italia italiani fino alle leggi razziali del 1938.
    Un brutto giorno, gli Ebrei si sono svegliati e si sono accorti di non essere più tollerati. L’intolleranza, che risorge di tratto in tratto nella storia, travestita da legge, allora progredì lentamente ma inesorabilmente con piccoli accorgimenti e con assenso di massa da parte della scrupolosa burocrazia italiana e tedesca: isolamento, espulsione, uccisione. Fin nelle più sperdute province, non ci fu scampo...
    I treni, per esempio: i treni viaggiavano lentamente, scrive Hilberg. Destinazione, i campi di concentramento, di annientamento. Isolati quanto si vuole ma i treni passavano per le stazioni, per i centri abitati, le grandi città e nessuno poteva far finta di ignorarli, a partire dallo stesso personale delle ferrovie. Nessuno poteva, ma lo fecero, ignorare le urla che giungevano dai carri-merci in cui erano ammassati i deportati. Nessuno poteva fingere che, se un appartamento abitato da ebrei era rimasto vuoto all’improvviso, chi lo occupava subito dopo non fosse un usurpatore, come ha dimostrato molto bene il film “La chiave di Sara”. Dall’Olanda furono deportati 107mila ebrei. Gli Ebrei in Olanda erano 140mila. Rimasero in molto pochi. Morirono in massa in quei campi della morte, come Anna Frank. Giustamente Hilberg è restìo a usare shoah, olocausto, parole che implicano un sacrificio, qualcosa di rituale: ci fu un delitto, un vile vilissimo delitto di folla.
    Le Nederlandse Spoorwegen (Ns) per questo “servizio” guadagnarono circa 2,2 milioni di sterline: dunque è giusto che ora paghino. Come pagarono nel 2014 le ferrovie francesi (anche dalla Francia di Vichy furono deportati 76mila ebrei e ne sopravvissero solo tremila). Sono passati 80 anni al massimo da allora: è il caso di riflettere. Di sorvegliare, tenere gli occhi aperti. E risarcire, per quel che è ancora possibile. Anche se sul piano morale non c’è risarcimento che tenga. 

  • IL FENOMENO NINO ROTA

    data: 03/12/2018 23:19

    107 anni fa, il 3 dicembre 1911, nasceva a Milano Nino Rota, da una famiglia di musicisti. In particolare fu la madre, Ernesta Rinaldi eccellente pianista, figlia del compositore Giovanni, a impartirgli i primi rudimenti dell’arte che lo avrebbe reso famoso. Infatti, data la negligenza a cui la scuola pubblica relega l’insegnamento della musica, spesso e volentieri è proprio l’imprinting materno a soccorrere. Nel caso di Nino Rota poi, questa passione per la musica si evidenzia molto presto: a 8 anni aveva già riempito di spartiti 15 bauli e fu ammesso alla classe di composizione di Giacomo Orefici al conservatorio di Milano per passare poi all’insegnamento di Ildebrando Pizzetti e di Alfredo Casella, diplomandosi a Roma al conservatorio di santa Cecilia nel 1930. A 11 anni compose e diresse con successo a Milano e in Francia “L’infanzia di Giovanni Battista”. A 19 anni fu per due anni negli Usa, a Philadelphia e poi a Milano s’iscrisse a Lettere e si laureò con una tesi su Gioseffo Zarlino, compositore veneziano del ‘500.
    Proprio a Venezia, all’isola di san Giorgio, alla Fondazione Cini, è conservato il suo immenso archivio di composizioni e anche di libri, dato che fu pure straordinario bibliofilo. Nel 1933 comincia a collaborare con il cinema: la sua prima colonna sonora, a cui ne seguiranno centinaia, è per “Treno popolare” di Raffaello Matarazzo. Nel 1937 insegnò teoria e solfeggio al conservatorio di Taranto e nel 1939 passò al conservatorio di Bari, dove poi fu nominato direttore nel 1950.Vi rimase fino al 1977, quando si trasferì a Roma, per morirvi il 10 aprile 1979, poco dopo aver concluso il trailer per “Prova d’orchestra”. La prima collaborazione con Federico Fellini risale al 1952 e fu l’amicizia della vita ma Rota lavorò molto anche con Visconti, (per “Rocco e i suoi fratelli”, per “Senso”, per il “Gattopardo”), Monicelli, Zampa, Coppola (“Il padrino”) e in tv. Chi non ricorda la sua celeberrima “Pappa col pomodoro” per il Giamburrasca televisivo del 1965 o la marcetta di “Otto e mezzo”?
    Di quanti moderni compositori “classici” si può dire che siano al tempo stesso popolari come Rota? Quanti vengono “cantati e fischiettati” a memoria? Fu spesso giudicato con disprezzo “quello del cinema”. La sua opera buffa “Il cappello di paglia di Firenze” su libretto della madre, presentata a Palermo nel 1955 ma composta dieci anni prima, rappresenta una riedizione dello spirito rossiniano e “Napoli milionaria” (da Eduardo De Filippo), presentata a Spoleto nel giugno 1977, ebbe un gran successo di pubblico, meno di critica. “Il suo stile è limpido, non esente da un certo brio un po’ buffonesco, che tuttavia non va mai al di là di una serena discrezione”, questo il giudizio dell’enciclopedia Utet del 1973, che risulta oggi molto datato.
    Tante le sue composizioni per gli amati strumenti a fiato (clarinetto in primis, accostato anche al pianoforte) per arpa, per viola e violoncello, spesso composte a Bari. Sì, Nino Rota, questo musicista così internazionale ma al tempo stesso schivo e riservato, timido, componeva in una stanzetta del conservatorio di Bari, una villa ottocentesca ammodernata immersa nel verde, e abitava sul mare, ma spesso si fermava anche a dormire nella sua scuola. L’anno scorso, finalmente, Bari gli ha intitolato un largo accanto al teatro Petruzzelli e gli ha intitolato l’auditorium, una magnifica sala che è stata chiusa per anni subito dopo l’inaugurazione, per mancanze nella prevenzione di incendi: con il precedente del rogo doloso del Petruzzelli del 1991 non si poteva scherzare...

    Ma poi il teatro è stato riaperto, dieci anni fa. E giovedì prossimo, 6 dicembre, giorno di san Nicola, ci sarà un gran concerto per celebrare questo decennale, ma per l’Auditorium si è dovuto attendere molto di più, addirittura il 2017. Alla fine, anche questa è fatta: ed è bello visitarlo, il conservatorio, sembra che Rota si aggiri ancora per le sue stanze, con i suoi consigli agli studenti, con i suoi libri sottobraccio, con il suo pianoforte barocco. Un milanese a Bari, e di qui per tutto il mondo. 

  • IL RITORNO DI KAZANTZAKIS

    data: 01/12/2018 18:55

    Toh, di chi si risente parlare! Nikos Kazantzakis, l’autore greco più volte candidato al Nobel, autore di quel “Zorba il greco” famoso più per il film di Cacoyannis interpretato da uno straordinario Anthony Quinn che per il romanzo. Un vero saggio filosofico, uno scontro di civiltà nelle persone dei due protagonisti, l’io narrante, lo stesso autore, fine intellettuale e un uomo dalle mille radici e dalla saggezza pratica ma anche pasticcione come Zorba.

    Bari ha dedicato due giorni, la fine di novembre e il primo dicembre a questo autore, poiché è disponibile un nuovo “Zorba” nella traduzione di Nicola Crocetti (che è nato a Patrasso ma in Italia è noto come il più formidabile diffusore della poesia), una traduzione dal neogreco de “L’ultima tentazione di Cristo” (da cui è stato tratto il celebre film di Martin Scorsese del 1988), che si presenteranno stasera nella libreria Laterza, come presto sarà sugli scaffali il seguito dell’Odissea, oltre 33mila versi, compilata dal nostro, finora inedita in Italia e che lo stesso Crocetti sta per mandare in libreria. Un’occasione dunque per conoscere di più questo autore che non ha scritto solo quel romanzo, ma è stato anche poeta, filosofo, pittore, sceneggiatore, traduttore (dato che conosceva molte lingue) che ha concluso la sua vita a Friburgo, esule ad Antibes e in Germania, contestatore della Grecia dei colonnelli).
    Film sulla figura di Cristo, da lui prediletta proprio per l’ambivalenza di umano e divino, sono stati visionati stamane, I dicembre, al liceo classico barese Socrate e, poiché l’associazione culturale italo-ellenica Pitagora di Bari si fa promotrice dell’amicizia fra i due Paesi europei, presto una sezione della Società internazionale degli amici di Nikos Kazantzakis sorgerà anche a Bari. Questa Società stampa Synthesis, un quadrimestrale sulla sua attività. La città adriatica è sempre stata un approdo sicuro per i greci esuli specie nei periodi di particolare sfortuna politica (vedi la dittatura negli anni Settanta del secolo scorso), ma anche un’attrazione universitaria. Difatti ancor oggi ci sono qui più di 4mila studenti greci. Ed ecco che questi due giorni dedicati a Kazantzakis sono quanto mai opportuni, come ha sottolineato l’assessore comunale alla cultura, Silvio Maselli.
    Nikos Katazankis nacque a Creta, in un villaggio nella provincia di Chania, il 18 febbraio 1883, in territorio turco già allora conteso dai greci. Ci sono state sempre guerre per questo, in cui è intervenuta anche l’Italia contro la Turchia (guerra di Libia dal 29 settembre 1911 al 18 ottobre 1912), come hanno ricordato alcuni eredi, presenti nella sala Massari del municipio, di tal generale Alberto Crispo, sardo di origine ma poi morto a Modugno, vicino a Bari, a 88 anni, il 6 dicembre 1940.
    Pacifista e internazionalista, lo scrittore Nikos si trasferisce presto ad Atene per studiare legge e poi a Parigi, dove viene influenzato dalla filosofia di Bergson e di Nietzsche, decidendo di dedicarsi alla letteratura. Il suo romanzo-cardine è pieno infatti di osservazioni filosofiche e può essere inteso anche come manuale d’esistenza: un libro-mondo come si usa dire adesso. Ed è questo che lo rende ancora affascinante e tradotto in tutto il pianeta, con sempre nuovi fan.
    E sulla scorta del fatto che sin dalla sua morte il 26 ottobre 1957, un letterato di tale importanza sia stato dimenticato (anche se il film lo rilanciò nel 1965), 30 anni fa, esattamente il 14 dicembre 1988, sorse a Ginevra, in Svizzera, per iniziativa della vedova Elène che lì si era stabilita, la Società internazionale degli Amici di Nikos Kazantzakis, diretta da Giorgio Stassinakis che ha curato ovunque la diffusione delle opere del cretese e che venerdì ha ricevuto delle targhe commemorative.
    Stassinakis, che parlava in greco, ha smentito alcuni luoghi comuni: in Grecia Kazantzakis, in quanto anarchico sostanzialmente, è stato considerato a lungo un eretico e Stassinakis stesso lo ha letto solo in Francia perché lo zio archimandrita gliene vietava la lettura; eppure il nostro, non comunista ma amico dei comunisti, certamente fiero oppositore dei fascisti, ecologista ante litteram (le sue descrizioni del mar Egeo e delle isole greche, Creta in primis, sono fantastiche), si è più volte interrogato su Dio ed ebbe come suoi motivi-guida: l’essenza (l’ousìa greca), Dio e la libertà. Kazantzakis non fu mai scomunicato, come si crede e, sepolto sul bastone di Heraklion con una solenne cerimonia religiosa, fece apporre come suo epitaffio: “Non temo nulla, non spero nulla, sono libero”

  • CHE PATRIMONIO I MURETTI

    data: 28/11/2018 23:20

    Patrimonio mondiale dell’umanità: ultimi arrivati, notizia del 28 novembre, i muretti a secco. Ottima scelta. I muretti a secco costellano infatti le campagne della “mia” Puglia, rendendo ancor più bello il paesaggio, a sottolineare gli oliveti e i vigneti che si stagliano sul terreno rosso, quello che i turisti hanno visto spesso solo nei campi da tennis e che qui invece ha la sua colorazione naturale. I muretti a secco, certo, caratterizzano tutto il Mediterraneo e, da ciò che si può vedere e sapere, anche oltre, soprattutto nelle isole britannica e irlandese. Però in Puglia conoscono la loro esaltazione in quell’apoteosi del muretto a secco che è il tetto del trullo, costituito da chianche opportunamente scheggiate in modo da formare il caratteristico e inimitabile cono.
    I muretti a secco, che delimitano le proprietà e che spesso sono interrotte da scalette che immettono nel fondo senza passare dal cancello, sono costruzioni contadine artigianali. E delicate, nonostante la resistenza di secoli. Con le continue piogge e la scarsa manutenzione, anche i tetragoni muretti rischiano di crollare e in diversi punti mostrano spesso il logorio del tempo. Una campagna come quella barese, per esempio - molto verde, ancora molto agricola per fortuna, la cintura orticola che un tempo, prima che l’aggressione edilizia si facesse sempre più imponente, circondava la stessa Bari e ora molto ridotta - merita maggiore attenzione. Spero che questo riconoscimento serva anche da tutela di un patrimonio effettivamente prezioso, fin giù al Salento, dove sulla costa adriatica, per esempio da Santa Cesarea terme a Leuca, ci sono delle vere terrazze delimitate da queste pietre disposte ad arte anche se sembrano facilmente accatastate.

    Il patrimonio artistico, che meraviglia: finalmente in tv stanno passando dei filmati nuovi che illustrano come meritano i luoghi del Belpaese in modo breve ma efficace, non con la tristezza dei vecchi intervalli. Spettacolari quelli dedicati alla costiera amalfitana, a Matera, a Napoli. Non solo: adesso si parla anche di patrimonio umano. E’ difficile definire un monumento: per l’Unesco ora lo sono anche le feste patronali, la pizza napoletana, i burattini siciliani, e ognuno può scegliere il suo. Si tratta delle famose reminiscenze del cuore, così ben descritte da Proust: patrimonio del proprio cuore può essere per esempio un profumo associato a una persona cara che si è persa, un cibo preparato dalla mamma o dal papà, un saluto portato nel cuore. Si tratta in effetti di una categoria infinita, importante però. Perché, come diceva Croce, la storia altro non è che una guerra contro il tempo. 

  • M COME MATTANZA E METOO

    data: 25/11/2018 14:46

    Col titolo “Non molestarmi”, sul sito di Repubblica, che consiglio di leggere, ci sono tutte le storie del #MeToo, di “Non una di meno”, le storie - dalla molestia leggera a quella più pesante, fino purtroppo al femminicidio - che hanno reso necessaria questa giornata internazionale contro la violenza alle donne, che si celebra nel giorno di santa Caterina d’Alessandria, il 25 novembre, giorno delle caterinette, le sartine di Parigi, di Torino, sottopagate nell’epoca della rivoluzione industriale, fine Ottocento. Perché alla fine, questa storia delle violenze, è pur sempre lotta di classe.
    Cercate in rete il video di un monologo stupendo che Rairadiotre ha diffuso nell’ambito della rassegna teatrale “Tutto esaurito”. Gloria Saitta, una giovane e bravissima attrice, con la regia accorta di Giorgio Barberio Corsetti, impersona Irina Lucidi, dal romanzo di Conchita De Gregorio “Mi sa che fuori è primavera”. Irina, come spiega nel libro e come la Saitta interpreta al meglio, è la sventurata donna a cui nel gennaio 2011 il marito, un ingegnere svizzero, Mathias Shepp, fece sparire le loro figlie, le gemelline Alessia e Lidia, 6 anni, prima di gettarsi sotto a un treno a Cerignola, dopo essere stato in Corsica, aver attraversato mezza Italia e aver spedito una cartolina alla moglie, che si stava separando da lui: “Le bambine non hanno sofferto...Non le rivedrai mai più”. E Irina, un’avvocata che lavorava nella stessa nota multinazionale di questo pazzo (perché alla fine di malati di mente si tratta), ma con un grado superiore, uno stipendio più alto, che pochi giorni prima aveva spedito una mail all’ormai ex marito pregandolo di attenersi alle disposizioni del giudice, viene trattata dagli inquirenti come colpevole, proprio a causa di quella mail, il che ha ritardato indagini che non sono state fatte, sul terreno sulle scarpe dell’uomo per esempio, o per fermare subito la macchina intestata a Irina ma presa da lui, dal momento della tempestiva denuncia di scomparsa delle bambine.
    Lotta di classe, differenza di ambienti, di lavoro, di mentalità, alla fine di stipendio. O vogliamo citare, e lo facciamo, Antonietta Gargiulo, di Cisterna di Latina a cui il marito, appuntato scelto dei carabinieri, Luigi Capasso, il 28 febbraio scorso ha ucciso due figlie ragazzine. Ha quasi fatto fuori pure lei, lei che non voleva denunciarlo anche perché non sarebbe stata creduta dai colleghi del marito, gli stessi che hanno intavolato con lui una lunga trattativa quella mattina, fino all’epilogo, al “capofamiglia” che si spara e solo allora all’irruzione in casa per trovare i corpi senza vita delle povere fanciulle, mentre la madre versava in fin di vita in ospedale, soccorsa dai vicini. E anche in questo caso la separazione era in atto.
    E ad Aosta c’è anche il caso contrario: una infermiera che ha ucciso se stessa e i suoi due figli, ragazzini anche qui, con iniezioni al potassio, per far del male al marito, finito in psichiatria sotto choc e qui non c’erano avvisaglie, i vicini hanno commentato: “Una famiglia normalissima”…
    Ma questo, come tantissimi altri casi, rischia ormai di ridursi a due righe in cronaca, di diventare un fatto non eclatante ma consueto: uccisa, il fidanzato o il marito ha confessato. E’ successo questo sabato 24 novembre, a Firenze, in via santa Caterina d’Alessandria, guarda il caso... Una ragazza di 21 anni è stata trovata morta in un ostello; è stato il fidanzato, 30 anni, che lo ha confessato subito ai dipendenti allibiti dell’hotel. Futili motivi, come la coppia piemontese arrivata in vacanza in Sardegna da amici e poco dopo lei, da anni fidanzata con lui, viene trovata morta; lui comincia a parlare di rapinatori “ovviamente” extracomunitari arrivati dalla spiaggia e invece, dopo oltre un mese d’inutili sospetti, confessa: l’ha uccisa proprio lui...
    Ogni 72 ore, in Italia, si uccide una donna. Una mattanza. Oppure donne che la fanno finita. A Rimini, sempre ieri, si è scoperto che una moglie si era suicidata a metà ottobre dopo 34 anni di maltrattamenti del marito; lei l’aveva denunciato e ora lui se la prendeva con la figlia. E non poteva tornare a casa, come l’uomo che l’altro giorno a Sabbioneta (Mantova) ha dato fuoco alla sua ex casa, provocando la morte di un suo figlio undicenne. Anche qui, denunce, separazione in atto, guerra già dichiarata insomma e allora, forse, prevenire non sarebbe poi così difficile. Basterebbe allontanare le parti in causa, interrompere davvero qualsiasi rapporto. Ma è mai possibile che una soluzione così semplice non venga in mente a nessuno?
    Irina Lucidi ha spiegato che, durante la crisi del suo matrimonio, lei e il marito andavano da una psicologa, lì in Svizzera, dove abitavano, e lei spiegava all’emerita “studiosa” che il fatto che il marito mettesse post-it dovunque con le spiegazioni dettagliate di come lei dovesse vestire o nutrire le bambine le pareva un’esagerazione. Come ha reagito la psicologa? Ne rideva con il marito e dopo la tragedia, attaccò il telefono a Irina dicendole: “Non mi disturbi più”.
    A cosa servono le migliaia di psicologi che si sono laureati in questi anni? A cosa servono le denunce se non a incrudelire ancor di più soggetti in evidente stato confusionale? Distanza, ci vuole, ci vogliono i chilometri, ci vuole l’assenza, ci vuole la protezione: lo Stato deve provvedere a ciò, se non ce la fanno i soggetti, perché davvero di questa cronaca non se ne può più. E qui entra in gioco, di nuovo, la lotta di classe: se questa separazione non è possibile, anche per motivi economici, dev’essere imposta.

    Un’ultima cosa. “Non è normale che sia normale”, la campagna contro la violenza alle donne promossa da Mara Carfagna, vede vari personaggi segnarsi con un rossetto la guancia per far capire che non è normale che sia normale un livido... Anni fa la stessa campagna riportava le foto di donne veramente ferite e secondo me era più efficace; queste si presentavano al pronto soccorso e dicevano, mentendo: “Sono caduta dalle scale”… Meglio che usare il rossetto, un oggetto che personalmente adoro e mai assocerei alla violenza. 

  • 64 ANNI DI FOCOLARE TV

    data: 21/11/2018 18:56

    Oggi, 21 novembre, è la giornata internazionale della televisione, la cui patrona poi è santa Chiara. Forse allusivamente: perché trasmettere in chiaro è una delle prerogative principali della tv, questo straordinario mezzo che ha scandito la mia vita, in quanto in Italia la prima trasmissione risale al 3 gennaio 1954 e io sono...beh, lasciamo perdere. Confesso subito che adoro la tv, proprio perché è una presenza familiare, come pure la radio, mai mancata per me e che accendo per prima, insieme con il caffè mattutino. I primi programmi che ricordo sono i cartoni animati: le avventure di Pow Wow, un piccolo indiano, mi divertivano tanto che una mia zia mi soprannominò così. E naturalmente ci fu la Tv dei ragazzi, con quella sigla magnifica della banda di Topolino (usata anche da Kubrik in Full Metal Jackets) alternata con la Sinfonia dei giocattolo di Mozart padre. Rin tin tin, Belle e Sebastien, Francis il cavallo parlante, quante risate...I film in bianco e nero che guardavamo la mattina solo a Bari, nel periodo della Fiera del Levante: io allora vivevo in un paesino sperduto ma venivo a Bari dai nonni e dai cugini e ovviamente questi film “per la sola zona di Bari” mi sembrava parte del privilegio della grande città. Tutti i film di Camerini con Assia Noris, i primi film di Vittorio De Sica, come “Il conte Max” e nel periodo natalizio, tutto Danny Kaye, oltre a Stanlio e Ollio, facevano parte del repertorio. Di Natale, ancor oggi: Via col vento, Colazione da Tiffany, Dottor Zivago e Una poltrona per due. Li conosco a memoria. E su Iris, che ne ha il monopolio evidentemente, I tre giorni del Condor, che rivedo sempre perché Bob Redford a quell’età è incomparabile o Tutti gli uomini del presidente. E L’uomo che sapeva troppo: quando Doris Day attacca a cantare Que sera sera, io non riesco a trattenere le lacrime.
    La televisione, nelle sere d’inverno, in un gelido paese sferzato dal vento, era davvero un focolare: Carosello, con l’uomo dalla voce suadente che anche lui aveva sbagliato una volta, infatti quando si toglieva il cappello, ahimé, non aveva usato la brillantina; con il tenente Sheridan, con l’uomo in ammollo e “se le dò due fustini lei mi dà il suo detersivo? Ma neanche per sogno!”. I quiz di Rischiatutto e le gare che ripetevamo come giochi con i miei fratelli. La prima notte sveglia, nel luglio 1969, a vedere lo sbarco dell’uomo sulla luna, con Mamma scettica fino alla fine. Gli incontri di boxe che vedeva Papà, le commedie di Goldoni che piacevano tanto a me e a Mamma. Gli sceneggiati: Piccola città, E le stelle stanno a guardare, che mi fecero scoprire quel grande autore che è Cronin. TV7, con le sue inchieste, la tragedia del Vajont, la marcia di Martin Luther King. E Bob Kennedy assassinato nel giugno 1968: io e mia Nonna davanti al piccolo televisore sconvolte. E poi le gite sul monte Sambuco, tornanti di strada sterrata affrontati spensieratamente da Papà, a vedere il ripetitore della Rai, così alto lassù.
    Passano gli anni, le trasmissioni cambiano: la storia di Bianca Visconti, La freccia bianca, Sandokan, il grammelot di Dario Fo (“e sempre allegri dobbiamo stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale”) e i telegiornali sempre più tragici, gli attentati nelle grandi città, il rapimento di Aldo Moro e lo sterminio della sua scorta, poi tutta la mattanza di Palermo. Intanto io cercavo la strada di farla, la tv: e c’ero quasi riuscita, perché, una volta deciso che avrei fatto la giornalista, approdai a TeleBari per un periodo troppo breve, leggevo il telegiornale che contribuivo a fare e sperimentai allora per la prima (e unica) volta l’enorme popolarità che la televisione ti concede, in quanto poi per circa un anno, io che prendevo il treno per Lecce, dove avevo trovato lavoro, fui fermata per strada da gente che mi chiedeva come mai non fossi più a TeleBari...
    Ed era un sabato di un anno per me tragico anche sul piano personale (avevo perso, così giovane, una sorella amatissima a marzo) quando dalla tv accesa in redazione sapemmo tutti di Giovanni Falcone. Un anno maledetto. L’esplosione delle torri gemelle, quel martedì di 17 anni fa. E la vita continua, con la tv ogni giorno, con le telenovele da seguire come romanzi di appendice: “Sentieri” su Retequattro al pomeriggio che si è conclusa da un giorno all’altro senza un perché, con la sigla di Billy Joel, “It’s the time to remember”, ’“Beautiful” che per fortuna cambia solo gli attori ma resiste da ben 32 anni e “Un posto al sole”, la cui sigla ora non posso più cantare perché la cantavo con Mamma e ora spengo l’audio.
    Adesso vanno le storie di “Sconosciuti”, “Le ragazze” del 68 e dintorni, “Non ho l’età” per chi non smette di credere nell’amore, storie di gente qualunque, tanto più appassionanti proprio perché nessuno ci si è mai soffermato. E Raistoria: straordinaria la fiction-verità sul Maxiprocesso alla mafia o le ricostruzioni epocali di Cristoforo Gorno. Per le notti insonni c’è Fuoriorario con Enrico Ghezzi; poi Un giorno in Pretura, Chi l’ha visto? come all’epoca Portobello (non il nuovo!)...Certo fa tristezza pensare di aver visto la tv insieme a chi adesso non c’è più ma la televisione resta uno sguardo sul mondo che dà sempre qualcosa di nuovo. “Arte”, rete franco-tedesca, mi ha fatto vedere film mai visti, poi ci voleva un jpag (un dispositivo tecnico) per vederla e non l’ho più presa; si è passati dal bianco e nero ai colori, dal pulsante al telecomando, da poche reti a tutte le reti, alla radio anche dal televisore...insomma, la televisione: come facevano prima del 1954 (ma negli Usa prima del 1939) a non averla? 

  • GIOCHI DA MENTE DISTORTA

    data: 20/11/2018 17:49

    Un programma come Il grande fratello, ancora in auge, nonostante tutto, è erede diretto dei Giochi senza frontiere. Detestavo quella gara assurda che veniva contrabbandata come simbolo dell’unità europea, facendo il paio con i temi che si era obbligati a svolgere senza che del tanto conclamato Mec si sapesse poi molto. Ci avessero invece fatto viaggiare per le capitali d’Europa... No, in tv c’era questo programma che si chiamava così, senza frontiere, con gran sventolio di bandiere: giochi astrusi si susseguivano in squadre contrapposte, per una serata noiosissima che mi ricordava tanto l’ora di ginnastica sotto la sferza di professoresse invasate che pretendevano da noi alunne salti pazzeschi o altre mirabilie.
    Questi due spettacoli abbinati, Giochi senza frontiere e ora di ginnastica, mi hanno sempre dato l’angoscia, ed è per questo che trovo aberrante Il Grande fratello, di cui l’altra sera ho sbirciato un gioco, se così vogliono chiamarlo , in cui delle... pance, sì, pance scontornate da un tondo profilo, si avvicinavano pericolosamente al volto dei concorrenti mentre la sgherra di turno (un’angelica presentatrice pronta però a mostrare il suo lato disumano) chiedeva quali fossero le ossa delle dita.
    Ora, a chi vengono in mente questi giochi? A una mente distorta, è ovvio, la stessa che ha preteso di assoggettare gli operai a migliaia alla catena di montaggio; tanti al lavoro (o al gioco) e uno che comanda, al caldo, in uno studio confortevole, sfavillante di luci, che osserva sadicamente e comanda con crudeltà. Perché di questo si tratta, alla fine, di sadismo: guardare da una posizione di superiorità delle persone che stanno lì a dannarsi per acquistare punteggi.
    Pensare che E. T. A. Hoffmann, scrittore fantastico tedesco, vissuto dal 24 gennaio 1776 al 25 giugno 1822, dunque ben prima che tutto ciò sia stato escogitato, in un suo meraviglioso racconto, Maestro Pulce, ha anticipato proprio l’invenzione del microfilm. E prima di Orwell, anche. Ora, nel Grande fratello queste persone - sia pure pagate perché, oltre al lauto montepremi finale, ognuna di loro riceve un consistente gettone di presenza, altrimenti non ci andrebbero - devono convivere senza leggere. Infatti in quella casa non circola non dico un libro ma nemmeno un giornale. Non ci si può aggiornare nemmeno tramite i giornali radio o televisivi e poi, come ha detto recentemente Alessandro Cecchi Paone (il quale da contestatore 17 anni fa del programma, ne è diventato un convinto assertore e partecipante), dormono insieme e hanno un solo bagno...

    Ma è pazzesco davvero. Come pensano di fare spettacolo, così? Eppure lo fanno e ci sono tipi, come il suddetto, che lo considerano molto utile, benefico (beh, forse per il portafoglio) anche se si stupiscono che lì si creda che il Nilo scorra in Germania. Con la conduttrice che pontifica e può fare quello che vuole con gli ospiti, anche togliersi personali sassolini dalla scarpa, perché comanda lei. Infatti, comanda: ma è un comando effimero. Ricordo che un’altra reginetta di questi programmi, che voleva dirigere addirittura la Rai, e chissà forse ne avrebbe avuto anche le competenze, perse ogni credibilità facendosi ritrarre con un pesce gigante nell’isola degli sconsiderati. E fu dimenticata. 

  • SALVINI ALLA LAVAGNA

    data: 15/11/2018 21:20

    E’ partito lunedì scorso su Raitre Alla lavagna!, il nuovo programma che sostituisce Nonholetà e ancor prima Sconosciuti, in una fascia oraria, dopo Blob e prima di Un posto al sole, quindi tra le 20.10 e le 20.40. Si suppone sia molto visto da chi si appresta a cenare in casa. Si tratta di una produzione Endemol, che produce fra gli altri anche Il grande fratello vip, Masterchef, Le parole della settimana, quindi spaziando fra varie reti televisive, senza contare che siano, come la Rai, servizio pubblico o meno.
    Di fronte a diciotto agguerritissimi bambini fra i 9 e i 12 anni, il debutto è toccato a Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio dallo scorso 1 giugno e ministro dell’Interno. Premesso che un anno fa sarebbe probabilmente toccato a Marco Minniti e il risultato non sarebbe cambiato di molto, colpivno nella presenza per niente imbarazzata in classe di un Salvini giovanilista (quale in effetti è, ha 45 anni), il suo trasformismo, il suo voler essere a tutti i costi gioviale e simpatico, oltreché, fattore che sbandiera sempre, papà.
    Ma, da bravo tifoso, ha confessato che un giorno di aprile del 2003, quando nasceva il suo primogenito, ha preferito lasciarlo alla mamma e precipitarsi a Manchester dove si disputava la finale di Champions League vinta dal Milan per 3 a 2 ai rigori; peccato che sia stato il 28 maggio. Quindi non dovrebbe essere stato proprio il giorno della nascita del figlio (il primo dalla moglie da cui ha divorziato, avendo poi un’altra figlia da un’avvocata), ma un po’ dopo. Solo che così l’aneddoto perdeva di mordente. Ovviamente dopo Salvini l’ha spiegato al figlio il quale, milanista come lui, ha apprezzato il gesto.
    Il ministro, iscritto alla Lega da quando aveva 17 anni, da bravo trasformista, in una classe politicamente corretta che prevede anche due alunne di colore, dichiara di non essere affatto razzista, di non aver mai fatto discriminazioni. Si è presentato in camicia candida, non certo con una felpa verde, che ha smesso da un po’, né la spilletta con Alberto da Giussano dal braccino alzato che i leghisti esibiscono in ogni dove. Peccato che gli sgomberi dei centri di accoglienza, ultimo quello di Roma, il Baobab, con donne e bambini, lo smentiscano apertamente (in quanto da lui approvati e non è il solo caso, ricordiamo la nave Diciotti ferma a Catania con i profughi a bordo).
    I ragazzi erano molto deferenti e intimiditi. In fondo si tratta sempre di un ministro, diplomato al liceo classico Manzoni di Milano anche se con 48/60, il minimo e non laureato. Si era iscritto a Scienze politiche e a storia ma poi ha preferito la Padania. Gà nel 1993 era consigliere comunale. E’ stato poi parlamentare europeo, ripreso per il suo assenteismo.

    Il clou della trasmissione è stato quando, in un minuto, che non è tanto in effetti, ha voluto spiegare ai cos’è il sovranismo: “Noi siamo in 27 - ha detto, riferendosi, senza nominarla, all’Europa - e qui in classe siete 18. Se dovete decidere di qualcosa, discutete ma poi ognuno deve decidere per sé, con il cuore”. Qualche parola in più di ciò che ha pronunciato oggi al telegiornale a testa bassa, cioè che la manovra non riguarda l’Europa. Alla fine, un bel selfie con i ragazzini tutti allegri e i commenti finali: “Me l’aspettavo più antipatico”. Per forza, sembrava una perfetta propaganda...Un conto è interrogare i bambini, come pure faceva una trasmissione tempo fa, sui temi attuali, in modo che si esprimano “liberamente” (sia pure intimiditi dalla telecamera), un altro metterli di fronte a un “personaggio” che, con la disinvoltura piaciona che gli viene dal ruolo che riveste, ha gioco facile, anzi facilissimo. Inoltre, se ascoltare storie di “sconosciuti”, ben girate e confezionate, risulta piacevole, lo sconfinamento di chi ha ben altri problemi da affrontare - e che caso mai deve rispondere a domande sul suo operato, magari con una bella diretta dal Parlamento o da parte di giornalisti a cui non vengano tolti i microfoni da servili borsisti (com’è successo negli Usa con Trump) in un orario simile - è stonato, almeno a mio parere. Una specie di minculpop, alla fine. 

  • BATTIATO, 1945-1982

    data: 11/11/2018 21:57

    Adesso che giungono notizie confortanti sul suo stato di salute, dopo la brutta caduta in casa a Milo di un anno fa (ci sono le foto del suo pranzo con Luca Madonia, ex chitarrista dei Denovo), è giusto segnalare un libro che del fenomeno Franco Battiato analizza il sorgere, il lavoro continuo e incessante, la ferrea volontà di un ragazzo partito dalla provincia di Catania verso la brumosa Milano in cerca di fortuna con un solo, preciso, inderogabile intento: diventare un musicista. Fino all’exploit della Voce del padrone, l’lp che ammaliò tutti nella mitica estate del 1982 (anche se era già pronto nel 1981), vendette milioni di copie e mise tutti in cerca del proprio centro di gravità permanente.
    Questo libro, o piuttosto un devoto omaggio, uscito già a maggio scorso, merita di essere valutato per quel che vale: un lavoro certosino e unico sulle origini e gli sviluppi di un’opera magistrale. L’ha scritto un musicista che, dal canto suo, merita di essere maggiormente conosciuto (andare su youtube per credere; oltre 40 album dai Finisterre in poi, spaziando dall’Italia al Canada): Fabio Zuffanti, genovese, che per i tipi di Arcana ha dato alle stampe Battiato: La voce del padrone 1945-1982. Nascita ascesa e consacrazione del fenomeno (317 pagg., 18 euro), prefazione di Francesco Messina e discografia di Filippo Bardi. Un testo che gli amanti del Franco nazionale non dovrebbero perdere.
    Non è solo della vita di Battiato, nato a Riposto nel Catanese il 23 marzo 1945, che qui si tratta. E del resto non ci sono interviste di oggi, ma brani tratti dai giornali dell’epoca, di quell’atmosfera. Si parla tanto della factory di Andy Warhol, di cui è passata alla storia la sua collaborazione con artisti di vario genere e fotografi. Ebbene, a Milano c’era qualcosa di simile intorno a Battiato, nei suoi giri, nelle case discografiche, in uno studio storico sui Navigli, nel suo stringere amicizia nella galleria del Corso con Giorgio Gaber, nel suo circondarsi e avvalersi di musicisti di volta in volta diversi, con la supervisione del compianto Giusto Pio (serissimo violinista della Scala che, a oltre 50 anni, si lascia tentare dal rock psichedelico e dalle sonorità moderne del nostro), nei suoi viaggi, nella sua incredibile attività di produttore e di talent scout.
    “Per me Battiato è stato un faro”, ha detto Zuffanti presentando il suo libro a Bari. “Avevo 14 anni quando è uscito l’album della sua consacrazione. Mi hanno folgorato le sue canzoni semplici ma nello stesso tempo profonde, quel suo modo mai banale, mai scontato di far musica. Battiato si è sempre messo in gioco: è passato dalla musica leggera alla sperimentazione, ha continuato a sperimentare andando dall’opera lirica al cinema, cambiando continuamente le carte in tavola, alla pittura” (sfidando la sua iniziale inettitudine per il disegno per sua stessa ammissione e pare che adesso si stia dedicando solo a questo). “Un artista dunque eclettico che però aveva ben in mente di fare proprio questo: sperimentare varie forme d’espressione. E questo è piuttosto raro in Italia, dove ci si propone sempre nello stesso modo, mentre è proprio della persona voler sempre cambiare, sperimentare, cercare vie nuove, non riposare sugli allori. E’ questo che ci rende umani. In questo lo sento davvero molto affine e sono legato proprio a questo suo periodo che considero già la premessa dei successivi”.
    Zuffanti non nega di preferire proprio il Battiato sperimentale dei primi anni Settanta, lui che aveva cominciato con la canzonetta melodica. Per ricostruire quegli anni, ha svolto un lavoro davvero enorme Zuffanti, ha citato tutti ma davvero tutti coloro che hanno lavorato con Battiato ma poi, nelle pagine in grigio, ha seguito passo passo lo spartito dei vari brani, con un’acribia che piacerà ai musicisti. I primi appunti nel 2007 ma la stesura vera e propria si è svolta dal 2017 al 2018 (il libro è uscito a fine maggio e in verità avrebbe avuto bisogno di una correzione di bozze più efficiente, cosa che pare passata di moda nelle case editrici). Non è il primo libro che esce su Battiato ma questo è esaustivo del suo esordio e del suo successo, e poi è scritto magnificamente. Solo che si aspetta il seguito e Zuffanti non lo nega, anche se lo aspetta un lavoro ancora più impegnativo...

    Nel 1964 dunque il giovane Franco abbandona la Sicilia: parte senza alcun tipo di contatto e comincia la sua avventura. Dal 1965 al 1971 fa musica leggera e pure leggerissima; “E’ l’amore che ti prende per la mano piano piano”, il suo primo successo. Arriva a Milano e incontra Gregorio Alicata, un suo compaesano, con cui forma il duo “Gli ambulanti” e suonano per strada. E’ lì che li nota Giorgio Gaber e da lì nasce tutto. Sempre con la voglia di progredire, di migliorarsi, di entrare nel circuito della musica alta, fino al punto di mettersi a studiare il violino classico. Con viaggi all’estero da cui torna, specie dalle metropoli come New York, smarrito e terrorizzato. Meglio Milano, con la madre, trasferitasi anche lei come il fratello, che cucina per lui. Meglio il suo amato Oriente, Iraq e Siria prima delle disastrose guerre, Turchia, Marrakech. Per il resto, consultare Zuffanti, l’enciclopedia (per ora incompleta) del cantautore siciliano.