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MARIATERESA GABRIELE

  • CATTEDRALI GOTICHE
    COSA FURONO, COSA SONO

    data: 16/04/2019 14.07

    Così come il Romanico è venuto prima del Gotico, queste scene terribili dell’incendio a Notre Dame di Parigi a me barese ricordano l’incendio, doloso, dolosissimo ancorché non del tutto chiarito, del Petruzzelli, il 27 ottobre 1991. Teatro della città poi ricostruito e perfettamente funzionante adesso, ma certo non esattamente com’era.

    Inoltre si parla in queste ore, lo ha fatto a Rainews il critico d’arte Flavio Caroli, di “Europa delle cattedrali”. E allora rivado nella mia libreria e oltre, a scovare il celeberrimo romanzo eponimo di Victor Hugo, scritto a soli 28 anni e a ricordare Quasimodo ed Esmeralda nelle tante rielaborazioni cinematografiche e teatrali. Rispolvero un libretto della Biblioteca Moderna Mondadori, intitolato “Il gotico” a cura di Virgilio Gilardoni, con 155 illustrazioni in bianco e nero, un libretto che mio padre acquistò nel 1951. Elegantemente, sulla copertina di cartone non c’è il prezzo, ma per me questo volumetto ha un valore inestimabile oltre che per motivi personali, proprio per l’accuratezza della sua fattura. Nell’era del clic e del web, quando basta un attimo per avere davanti agli occhi tutti i panorami del mondo, c’è da riflettere sulla bellezza, sulla meraviglia del libro stampato: queste poche pagine, 143, di piccolo formato, con le foto di Alinari e di Anderson, rendono conto del Gotico in maniera assolutamente formidabile e di Notre Dame, della Cattedrale per eccellenza, dà nell’indice le notizie cronologiche essenziali: il coro costruito nel 1162, la facciata alla fine del XII secolo, il portale nel 1206, le Torri nel 1245, le Cappelle laterali iniziate nel 1258 da Jean de Chelles e Pierre de Montereau; le cappelle del coro nel 1296-1320 e poi le sculture, gli archi e la guglia di 45 metri che ieri è andata distrutta.
    Pieno Medioevo dunque: e c’è ancora chi lo indica come un’era retrograda….Le foto spaziano da Bruges a Siena, Orvieto, Assisi, Chartres, Reims, Amiens, Beauvais, Colonia, Norimberga, Bamberga, Westminster, Lèon e così via, in una panoramica completa senza tralasciare le statue più famose come l’angelo sorridente di Reims, dall’Ungheria alla Boemia, dalla Svezia all’Inghilterra all’Italia alla Spagna e Portogallo.
    Opera collettiva, e vediamo cosa significavano le cattedrali, nel capitolo chiamato “L’epica del Gotico”: “Il gusto di un paese o di un popolo per determinate forme di espressione artistica si modifica rapidamente quando la struttura intima della sua società si trasforma. Il gusto infatti è lo specchio di un’epoca e di una società. Il genio non di un uomo solo, ma di mille artisti isolati dalle passioni del loro tempo non avrebbe mai operato quel mutamento radicale del modo di vedere il mondo che si constata nella seconda parte del medioevo (… ) La prova più evidente che l’arte non sia una fioritura gratuita di belle forme fantastiche l’abbiamo d’altronde osservando come in paesi i quali pure erano in strettissimi rapporti economici e culturali con il mondo del gotico, quali la Russia, l’Impero Bizantino e l’Oriente islamico, non sia nata nessuna arte gotica. I paesi costituiti in forme di imperi feudali e autocratici sono rimasti fedeli a quelle forme di espressione artistica atte ad esaltare, illustrare e o esprimere il loro modo di vita: il bizantino e, in diversa misura, gli stili aulici arabi, cinesi, giapponesi. L’Europa invece, che aveva conosciuto forme di vita popolari provinciali assai spiccate attorno ai castelli e ai conventi feudali, e che, nel romanico, trovò il tipico linguaggio che tale assolutismo temperato di qualche concessione ai diritti dell’uomo esprimeva, diventa il terreno propizio per un’evoluzione economica e sociale che, in pochi decenni, scardina la fissità dell’ordine feudale e crea le condizioni per la nascita del mondo moderno. Un complesso di fattori determina, con gli anni, la nascita di un mondo nuovo: l’incremento del commercio, la moltiplicazione delle vie di comunicazione, la fortuna dei grandi mercati e delle fiere internazionali, i movimenti e gli spostamenti di gente: e, in pochi anni, la creazione di vere fortune in mani plebee, e la nascita di una coscienza di classe fra gli sfruttati della città e talvolta delle campagne vicine, organizzati nella lotta contro il Barone o il Signore che li dissangua. Le crociate hanno immiserito principi e signorotti e hanno aperto gli occhi dei pezzenti fanatizzati sugli splendori di Bisanzio”. (pagg. 15-16).
    Si può dire meglio? Credo di no, ma continuiamo: “Si ha bisogno di denaro. Il feudalesimo ne ha bisogno estremo: e allenta il servaggio nelle campagne per trasformarlo in tributi e taglie che i contadini cercano di pagare portando i prodotti della terra ai mercati di città. Bisognano di denaro i monarchi e gli imperatori che devono sostenere lotte e guerre contro l’ingordigia dei loro infedeli vassalli. E sono i ricchi commercianti organizzati in gilde, che prestano denaro ai principi e ai monarchi in cambio di privilegi: sono città intere che accordano prestiti in cambio di garanzie e di franchigie.
    Così nascono le città libere, gli operosi comuni medioevali, dove sorge una dinamica borghesia. Ma il movimento non è senza dolori. L’Europa è in scompiglio: la rete del mondo feudale non è facile da strappare; le fila si stringono con infiniti nodi di solidarietà di classe oltre le frontiere etniche; i feudatari si danno la mano per difendere il loro mondo che s’incrina. Ma già una rete nuova e più solida è sorta fra città e città; anche la giovane borghesia, che si chiama ancora popolo, sta acquistando un suo spirito di classe; e nascono le alleanze, le leghe difensive fra città, per parare i colpi dei signori spodestati e dei cavalieri decaduti al rango di briganti di strada.
    Nella sorda lotta che impegna alcune generazioni e scoppia in tutti i paesi in forme diverse, crolleranno le due grandi autorità universali, il Papato e l’Impero, e nascerà l‘epoca della borghesia mercantile.
    Le prime vittorie spalancano orizzonti radiosi al popolo delle città: le energie prodigiose erompono nell’esaltazione collettiva delle grandi cattedrali del popolo; chiese e palazzo pubblico assieme: luogo di preghiera e di ritrovo, immense per contenere tutto il popolo (allora una città come Parigi contava 120mila abitanti e la Cattedrale ne conteneva 9mila nelle navate e 1500 nelle tribune, pag. 23), per risuonare come un arengario nei giorni di pericolo, come tribunale nei giorni di giudizio, come mercato nei giorni di fiera, come grande teatro per le rappresentazioni drammatiche e le feste carnascialesche (da cui prese le mosse Hugo, ndr.).
    La cattedrale diventa il simbolo della libertà comunale, dell’unione del popolo, il segno tangibile dell’affrancamento dai vecchi vincoli feudali” (pagg.15-17). E risuona il grido di Ruggero Bacone. “Guardate il mondo!” “Da Chartres a Saint Denis a Notre-Dame di Parigi e a Corbeil, i portali a colonne sorgono tutti con una concezione unica, con gli stessi temi iconografici e lo stesso modo di concepire il volume: la scultura gotica è nata, ed è nato l’ornamento capace di legare in armonico passaggio la geometria con la figura umana. Alla base delle rappresentazioni monumentali si alternano le rappresentazioni della vita pratica: i lavori giornalieri e stagionali, retti dalle apparizioni dei segni dello zodiaco. In queste rappresentazioni gustose il popolo diventa materialmente soggetto di rappresentazione e l’inno alla vita diventa preciso: il lavoro acquista il suo riconoscimento” (pag.41).
    Agli affreschi si sostituiscono le vetrate: “Nelle cattedrali la vetrata rappresenta un completamento felicissimo: è il mezzo per sottolineare la potenza umana. Suscita luci cangianti negli interni vasti: crea atmosfere fantastiche. Le vetrate gotiche dei primi tempi sono come un mosaico di vetri colorati: i singoli elementi, tinti nella loro massa vetrosa rigonfia e irregolare, assorbono la luce in grandi macchie incandescenti; il rosso vino si alterna con l’azzurro marino negli sfondi”.
    E poi ci sono le varie distinzioni: la cattedrale segno di potenza in Inghilterra o la cappella palatina della Sainte Chapelle, costruita da san Luigi, un re capetingio, Luigi IX, per ospitare le reliquie della Passione, “è un vero e proprio gigantesco reliquiario di vetro” (pag. 46). Si passa dal gotico fiorito a quello fiammeggiante e insomma in poco meno di un’ora si viaggia con questo libro nei secoli e nello spazio. A dispetto delle fiamme, sempre causate da un innesco. Volontario o meno, si vedrà.

  • NATALIA E IL DIRETTORE

    data: 09/04/2019 19.44

    Va bene, bisogna considerare tutto, l’età, l’amicizia, il fatto che un giornale o in fondo qualsiasi luogo di lavoro, con la frequenza quotidiana, diventa un circolo chiuso, che non tutte le ciambelle riescono con il buco e che scrivere richiede attenzione ma insomma, in tanti anni di carriera, forse soprattutto se sei una firma, qualche sciocchezza scappa e non è il caso d’infierire, d’accordo, non voglio insistere...però. E’ che non capisco proprio certe dinamiche. Per esempio come mai una giornalista che ha condotto per anni l’edizione delle 15 del Tg3 e poi è sparita dal video, ritorni a Lineanotte in versione scolaretta sorridente agli ordini del severo conduttore. Ed ecco cosa succede spesso alle carriere, specie femminili.

    Ma veniamo all’evento clou della settimana. Sabato 6 aprile il Gran direttore compiva 95 anni: un traguardo importante, la Repubblica fa bene a festeggiare Eugenio Scalfari, del resto lo omaggia ogni giorno, a maggior ragione lo fa nel giorno del suo compleanno. Bellissimo il ritratto a matita di Tullio Pericoli, imbarazzante o anche no, dipende, il paragone con Dio di Corrado Augias (che lo replica pure sull’Espresso), un dialogo laico di rispetto reciproco fra Eugenio e Dio appunto, e due sole firme femminili, Natalia Aspesi e Simonetta Fiori che lo definisce “patriarca”. La Aspesi invece lo identifica col “Direttore”: rievoca velocemente come venne fondata la Repubblica nel 1975, con molti transfughi dal Giorno che aveva abbandonato i fasti di Italo Pietra e di come Scalfari inviasse rose rosse alle redattrici quando gli era piaciuto un articolo. “Noi femministe non eravamo contente dell’omaggio” e continua: “Anche a Roma l’accesso al Direttore (rigorosamente con la maiuscola,ndr) era molto ambito e davanti alla sua porta si attendeva una parola e da parte femminile anche uno sguardo: erano tempi di ‘You too’ e le molestatrici non mancavano”.

    Ah, dal “Me too” siamo passate velocemente al “You too”. Come come? Le molestatrici? Cioè parlare col direttore in un giornale, ovviamente per lavoro, significa molestarlo? Sarà che a me le parole “direttore”, “preside” ecc. hanno sempre provocato l’orticaria e che non ho mai provato devozione (conclude così la esimia Natalia, “la nostra devozione rende facile chiamarlo per sempre Direttore”) per nessuno, tranne i miei genitori, ma che vuol dire che si elemosinavano parole e sguardi? Si lavorava, no? Ma non finisce qui.

    Diciamo che la Aspesi non era molto in vena oppure sì, perché nell’ultimo Venerdì, il giorno prima del genetliaco, rispondendo a una lettera in cui un signore o signora (c’è solo il cognome, Mondo) si lamenta delle frequenti scene nei film di minzioni in comune, specie fra maschi, “scene oltretutto spesso lunghe e reiterate”, e ha ragione, la titolare della rubrica “Questioni di cuore” conclude: “Concordo con lei che se ne potrebbe fare a meno ma talvolta hanno un loro significato: per esempio, nell’ultimo film di Walter Veltroni, ‘C’è tempo’, due fratellastri che si sono appena incontrati, uno già uomo, l’altro ancora bambino, iniziano a conoscersi, a capirsi, facendo pipì insieme sui bordi di una strada di campagna”, riuscendo così a fare pubblicità indiretta ma mica tanto a un altro “festeggiato” spesso e volentieri. Ma non sono sicura gli abbia reso un buon servizio… 

     

  • SCATTA L'ORA DELL'HANAMI

    data: 01/04/2019 17.45

    Cercare gli alberi, saperli riconoscere, fotografarli, censirli e in definitiva amarli dovrebbe essere naturale. Come ho sentito giorni fa alla radio, “loro vivono senza di noi, noi senza di loro non viviamo”. La coscienza verde comincia di qui, dal rispetto e dall’amore verso le piante e tutte le creature senzienti del mondo. Quando ammiro un’aiuola di camomilla in fiore, così comune in questi giorni nella mia città, Bari, di fronte a un istituto alberghiero e la vedo lordata di cartacce e bottiglie di plastica, provo la stessa pena che mi danno le immagini di capodogli strozzati da chili di plastica buttati nel mare, trattato come un’immensa discarica.
    Eppure c’è chi si sta dando da fare per diffondere la cultura del verde, chi difende il patrimonio arboreo dapprima italiano e poi mondiale perché una volta che ha cominciato, non si è più fermato. Il suo nome merita più fama, i suoi libri richiedono maggiore considerazione, anche solo perché, sfogliando la sua voce su Wikipedia, ci si accorge che ha scritto davvero tanto.Ormai è un poeta e uno scrittore a tema, una sorta di Plinio dei nostri tempi. Ecco come lo presenta il sito Alpes: “Tiziano Fratus nasce a Bergamo nel 1975. Cresce in Lombardia e Piemonte: con la dissolvenza della propria famiglia naturale inizia a viaggiare, attraversando le foreste di conifera della California e delle Alpi e perfeziona il concetto di Homo Radix, al quale conseguono a pratica dell’Alberografia e la disciplina della Dendrosofia. In vent’anni di lavoro pubblica molti libri fra i quali il romanzo Ogni albero è un poeta, Il Manuale del perfetto cercatore d’alberi, L’Italia è un bosco, Il libro delle foreste scolpite, L’Italia è un giardino (questi ultimi tre presso Laterza costituiscono la Trilogia degli alberi monumentali) e tanti altri fino all’ultimo volume di poesia in forma di foglia, ghirigoro e altro: Poesie creaturali, grazie al quale ne sono venuta a conoscenza in una libreria di Poggiofranco, rione di Bari.
    Tiziano Fratus , citando la filosofa spagnola Maria Zambrano, ha illustrato il senso della sua opera invitando gli astanti a farsi a loro volta cercatori d’alberi. Niente di più facile, specie in questa stagione. A pochi passi dalla libreria ho potuto ammirare un glicine che, radicando in pochi metri di terra, ha coperto con la sua meravigliosa e profumata fioritura cinque piani di un palazzo. “La distanza fra radice e fronda è proporzionale alla distanza fra realtà e pensiero”; “un autore visionario e radicato”, così si definisce Fratus nel suo sito, da consultare. Lo scrittore ha esplorato gli alberi delle grandi città, da Torino a Palermo, da Bologna a Napoli; noi possiamo seguire le sue tracce partendo da casa.
    Per esempio, a Bari, l’amministrazione comunale sta via via sostituendo, con la scusa che fossero ormai vecchi, i maestosi eucalipti di viale Orazio Flacco con alberelli più gestibili dal punto di vista della chioma e delle radici. Ma così si è stravolto un viale che proprio da quei giganti aveva la sua caratteristica, oltretutto anche aromatica, visto che agli eucalipticon la pioggia donano un profumo tutto loro. Preoccupazione per auto e inquilini dei piani alti evidentemente infastiditi dalle foglie che non ho visto a Milano, per esempio in via dei Giardini, dove alberi fanno capanna sulla strada e il marciapiede è sconnesso dalla radici, ma lo spettacolo verde è così bello che basta fare un po’ più di attenzione camminando.
    Oppure, come ho appreso da Geo & Geo, meritoria trasmissione di Raitre, per vedere la fioritura dei ciliegi, l’Hanami come la chiamano gli orientali, non è necessario recarsi in Giappone tra domani e dopodomani (quando, secondo le previsioni, si avrà il clou di questo effimero e stupendo spettacolo) , perché basta andare all’orto botanico di Roma, aperto anche di domenica, dove da circa 40 anni c’è un settore giapponese, coltivato secondo le regole del giardino nipponico. Oppure venire in Puglia, da oggi fin verso la metà del mese, poiché forse non tutti sanno che proprio in provincia di Bari il ciliegio trova la sua terra d’elezione tanto che le ciliegie dei celebri cioccolatini “Mon cheri” provengono dalla zona che circonda il capoluogo.

    Cosa sarebbe il nostro pianeta senza piante e animali? Una landa desolata, una luna desertica, ecco perché dobbiamo fare di tutto per conservarli e proteggerli. Già conoscerli è un buon inizio. 

  • 200 ANNI FA, L'INFINITO

    data: 21/03/2019 21.07

    E’ bello che un poeta scriva su un altro poeta e così è nato: “E come il vento” (Fazi editore, 15 euro, 166 pagg.), in cui Davide Rondoni commenta verso per verso “L’infinito” di Giacomo Leopardi che compie proprio oggi, giornata mondiale della Poesia, 200 anni. L’altro giorno il poeta bolognese ha presentato il suo libro al Politecnico di Bari, nell’ambito di un programma studiato con il rettore Eugenio Di Sciascio e con il regista Gennaro Nunziante. Infatti, “la cultura è una”, non è sbagliato, anzi, riflettere di poesia in un ambito di soli numeri. Come ha ricordato Rondoni, arte vuol dire proprio tecnica, saper fare e comporre versi in fondo rimanda alla parola “componimento”: il poeta mette insieme dei segni e li interpreta. E’ ciò che fa Leopardi nell’Infinito, partendo da una semplice siepe dietro casa sua.

    Nunziante, con l’irriverenza di chi ha contribuito a creare la comicità di Toti e Tata e di Checco Zalone, ha detto che al liceo fu rimproverato dalla professoressa quando le spiegò che per lui Leopardi, con questi versi, era solo in cerca di una ritirata. Una boutade, mentre poi, come la musica di Bach a cui pure è dedicata questa giornata d’inizio primavera dato che nacque il 21 marzo 1685, questa poesia, così infinitamente bella, si presta a tantissime osservazioni.
    Rondoni ha cominciato recitandola a memoria: non è difficile, sono pochi versi, ci possono riuscire in molti. A cominciare dal titolo: ci dispiace che le cose, e soprattutto le persone finiscano, ci dispiace che il tempo passi e non lo si possa fermare. E’ una sensazione che aborriamo: cosa ci importa che esistano le nevi perenni se poi non si riesce a trattenere chi amiamo? Se la ripete spesso, questa poesia Rondoni, quando viaggia: il vento per esempio, da dove nasce? Cosa ne sappiamo? “E come il vento odo stormir tra queste piante” ha un rimando biblico, per un cattolico come Rondoni, ma è di sicuro un concetto poetico, che sta alla base di tanti rimandi (a me fa venire in mente la canzone di Nada quindicenne, “Ma che freddo fa”, scritta da Franco Migliacci che è un poeta. Far poesia con tutto. Migliacci anche con un golfino: “Il pullover che m’hai dato tu, sai amore possiede una virtù)…”.
    Di certo il concetto di infinito rimanda all’àpeiron, al “senza confine” dei greci, che avevano paura dell’ignoto. E pure Giacomo si spaventa: “Ove per poco il cor non si spaura”. Invece, a sorpresa, termina con un ossimoro, dopo una rapida cavalcata sulle stagioni che nemmeno Blade runner: “Il naufragar m’è dolce in questo mare”. Com’è possibile? Dolce naufragare, e in quale mare? Il mare della conoscenza, che un erudito come Leopardi, all’epoca più famoso in Germania quale fine grecista che in Italia, ben conosceva o quale altro?
    O, infine, non c’è bisogno di capire, basta abbandonarsi al suono del verso? Rondoni non dà risposte, a meno di non leggere il suo libro: “Una volta un lettore mi ha detto di non capire le mie poesie e io gli ho chiesto: Ma scusi, perché lei sua moglie la capisce?”. E ricordava, Rondoni, la sfortuna di Leopardi che andò a Napoli in cerca di aria buona per i suoi malanni e vi trovò la morte a causa di un gelato di troppo. Napoli comunque lo accolse benissimo, come illustra il film di Martone e come rievocò Francesco De Sanctis nelle sue Memorie.
    Sono versi che si leggono e s’interpretano a seconda del momento, ognuno ne fa quello che vuole, sono versi che indicano un trasporto. Parola che sta a suggerire non solo un moto a luogo ma anche un moto del cuore. “Mio nonno diceva che si rivolgeva a una ragazza che gli piaceva così: Signorina, sento del trasporto verso di lei , così il camion potrebbe sostituire nelle icone i cuoricini”. E si torna all’irriverenza, a patto però di ripeterseli questi versi, a partire da una parola così bella, “infinito”, intraducibile come i movimenti musicali che sono espressi ovunque in italiano, “piano, pianissimo, fortissimo”….

  • UNA ZUPPA DI PATATE
    PER L'AMICO VAN GOGH

    data: 14/03/2019 20.46

    Ho visto la mostra multimediale su Van Gogh, Vincent Van Gogh, il pittore olandese nato il 30 marzo 1853 e morto in Francia, in Provenza, il 29 luglio 1890: l’ho vista a Bari, dove vivo, al teatro Margherita finalmente restaurato e trasformato in una stupenda galleria d’arte. Ero scettica, all’inizio. Non volevo vederla questa mostra, perché non ci sono i quadri originali, e non ci sono nemmeno delle riproduzioni, però ho dovuto ricredermi. Perché sulle pareti sono proiettati, come enormi diapositive, dei particolari dei quadri di Vincent, che sarebbe meglio conoscere nella loro reale dimensione e io ne ho una vaga idea, per averli comunque visti, rendendo bene cosa per lui significasse dipingere.

    Lui, come Flaubert diceva di Madame Bovary, scrisse che i girasoli erano sé stesso. Ora, essere a contatto con il colore dispiegato a piene mani, guardare da vicino, ingranditi, i papaveri nei suoi campi di grano, osservare i suoi disegni, leggere le innumerevoli lettere al fratello Theo – perle preziose di saggezza, da cui non si capisce proprio come potesse essere definito pazzo – essere circondati da tanta vangoghità, procura una sensazione di vera empatia. Di gioia. Tu sei con Vincent che cala dalla brumosa Olanda nella solare pianura mediterranea, costellata di ulivi e campi di grano e ti danni, vedendo la misera stanzetta, perfettamente riprodotta, in cui viveva, al pensiero che questo genio, indeciso fino a 30 anni su quale strada intraprendere, se il pastore di anime come il padre o il mercante o chissà cos’altro, quando si scopre all’improvviso pittore, lottò per sette lunghi e brevissimi anni con la miseria perché i suoi quadri, nonostante il fratello li pubblicizzasse, non si vendevano. Eppure Vincent era felice: dipingere, disegnare era tutto per lui ed era felice nel farlo. Immersi in questo tripudio di verde, azzurro, giallo, rosso, ocra, questo lo si avverte e si esce da questa mostra con la voglia di avere ancora colore, altro colore, sempre colore!
    Allora io, che sono rimasta colpita, fra le altre cose, da una frase banale ma vera del “folle” Vincent, quando scrive che per lavorare bene bisogna abitare in una bella casa e mangiare decentemente, gli dedico un piatto ispirato a quel “Mangiatori di patate” che ha raggiunto cifre stratosferiche nella quotazione artistica (se solo Vincent avesse potuto godere di un po’ di successo!) e che ho tratto dal settimanale della Repubblica, Donna, quello di sabato scorso. Una ricetta che comincia con un bel brodo vegetale: in un litro e mezzo d’acqua si mettono una bella cipolla, una patata, delle coste di sedano, una carota, una foglia d’alloro - quest’albero meraviglioso, così aromatico e splendente, sempreverde - e si fa andare a fuoco vivace per un’ora e mezzo. Si sala solo alla fine e si aggiunge un po’ d’olio. Si tratta di una zuppa davvero insolita e buona, di Maria Giaccone, che ringrazio. Quindi servono un po’ di patate (la ricetta dice 200 grammi) da tagliare a dadini, senza buccia e da rosolare in una padella dal fondo spesso con tre cucchiai d’olio evo (come faremo con la xilella? Per me vale solo l’olio pugliese…) e tre spicchi d’aglio, già scaldati e non bruciati, mai! Bisogna girare spesso le patate col cucchiaio, per 5 e più minuti . Si sciacquano anche 200 gr circa di lenticchie e si aggiungono alle patate, lasciandole tostare anch’esse per un po’ (5-10 minuti), sempre rigirando, attenzione! Quindi si passerà il tutto in bel tegame capiente aggiungendo della menta tritata (fantastica erbetta molto resistente, la ricetta spiega: 10 rametti) e il brodo ben caldo: la zuppa andrà cotta per 45 minuti canonici, aggiungendo il brodo necessario.
    Poi, il colpo di scena: si toglie l’aglio e la menta oppure li si lascia (io li ho lasciati), si aggiunge dell’altra menta, un vasetto di yogurth bianco e il succo di un limone filtrato… Yogurth e limone? Non avendo il primo, ho usato della panna montata anche un po’ dolce, ho osato, ho rimescolato il tutto, aggiustato di sale e guarnito con delle mandorle tritate leggermente tostate (Giaccone scrive nocciole, ma avevo le mandorle…). Beh, caro Vincent, avrei voluto ci fossi anche tu, a gustare questa fantastica zuppa. Di sicuro gli ingredienti, tutti fantasticamente vegetali, sarebbero finiti sulle tue tele con i colori a olio di cui eri padrone!

  • 8 MARZO CON JANE EYRE

    data: 07/03/2019 17.44

    Alla vigilia dell’8 marzo non è male ricordare Jane Eyre, il grande romanzo di Charlotte Bronte, che lo pubblicò nel 1847 sotto uno pseudonimo maschile, Currell Bell. L’ho letto tardi, in verità. E mi sono sempre chiesta, da allora, perché non l’abbia letto prima e soprattutto perché non lo facciano leggere come libro di testo nelle scuole medie. Il motivo è semplice: al netto delle cupe trasposizioni cinematografiche, questo romanzo è autenticamente femminista. La sua eroina è orgogliosa, autonoma, passa indenne attraverso un collegio tremendo - la cui descrizione sta alla pari di quella di Dickens in Oliver Twist - e non esita a lasciare la casa in cui ha trovato dimora e benessere non appena si accorge che il suo amore per il misterioso Rochester, il suo datore di lavoro, potrebbe apparire interessato.
    Ne passa di tutti i colori e poi torna a Thornfield hall, la magione denominata a ben veduta "campo di spine", riuscendo ad aver ragione della prima moglie dell'amato, Bertha Mason, pazza e perciò rinchiusa in un'ala nascosta della casa. Come Rebecca della Du Maurier (inglese pure lei, essa incombe sul suo destino, fino all'eliminazione nell'incendio finale. E al richiamo all'ordine: perché alla fine Jane riesce, sì, a sposare Rochester, ma quando questi, fortemente menomato e reso cieco dalle fiamme, rimane in sua completa balìa. Il che forse è il desiderio inconscio di tutte le persone innamorate: fare dell'altro ciò che si vuole. Posto che l'amore sia, come in gran parte è, una malattia. Tra l'altro nella casa in cui Jane, derelitta e vagante per la brughiera, approda dopo essere fuggita dalla magione e trova ospitalità, viene adombrata la stessa famiglia Bronte composta, come si sa, di scrittrici - Emily, una sorella di Charlotte, ha scritto Cime tempestose - e di artisti, e anche molto malandata, perché nelle gelide lande dello Yorshire all'epoca la tubercolosi imperversava.
    Ora, a ben vedere, questo romanzo è solo apparentemente innovativo. A parte la maestria dei colpi di scena che lo fanno leggere aspettandosi sempre novità, attaccati alle pagine, e la suspence che le avventure di Jane disseminano a forti dosi, in fondo che cosa si propone a una donna? Quello che ai tempi si aveva a disposizione è, in fin dei conti, non molto di più di ciò che ancor oggi si prospetta alla metà del cielo. Una donna istruita, come la Bronte stessa era, poteva al massimo aspirare a un ruolo di istitutrice, ovvero d'insegnante. Ai suoi tempi, in pieno Ottocento, le scuole erano in gran parte private e non si disdegnava l'impartimento di lezioni a domicilio. Se poi, al termine di questo tirocinio in fondo sempre servile, la donna era così intelligente e abile da contrarre un buon matrimonio (Austin docet) tanto meglio, altrimenti si apriva il vasto deserto della zitellaggine. Ovvero il peregrinare di casa in casa, alle prese con alunni intolleranti e viziati.
    Altro personaggio interessante, nel romanzo, è di sicuro Bertha Mason, la pazza, una portoricana, che testimonia anche dei trascorsi da mercante di schiavi del mitizzato e circonfuso da un alone di segretezza Mr Rochester. Questa prima moglie, appartenente a un'altra cultura e ben presto dimenticata dal marito, diventa squilibrata e terrorizza gli abitanti della casa anche se il suo principale bersaglio è proprio il marito, che tenta di uccidere una prima volta appiccando il fuoco nella sua stanza da letto, dove accorrerà Jane a salvarlo.

    C'è una scrittrice dominicana, Jean Rhys, nata il 24 agosto 1890 e morta in Inghilterra il 14 maggio 1979 - mentre Charlotte Bronte è vissuta dal 21 aprile 1816 al 31 marzo 1855 - che ha preso a cuore le sorti di Bertha e ha scritto Il gran mare dei sargassi, un romanzo che quando uscì, nel 1966, ebbe un enorme successo. Qui si narrano le vicende di questa immaginaria antieroina brontiana prima che arrivasse a Thornfield hall. Rhys riporta la cronaca di questo matrimonio dal punto di vista di Antoinette, ribattezzata Bertha dal marito, in una chiave anticolonialista e antipatriarcale, proprio quelle prospettive che Charlotte Bronte, a dispetto dei suoi stessi antefatti, finisce per abbracciare. Un libro che andrebbe sicuramente ristampato mentre ora in libreria della Rhys si trova Buongiorno mezzanotte, edito da Adelphi, ambientato nella Parigi degli "anni folli". I romanzi nascondono sempre forti indizi sociologici. Leggerli vale quanto una lezione di storia.  

  • CHIESA CONTRO PEDOFILIA

    data: 24/02/2019 18.00

    Si tratta decisamente di una svolta: il fenomeno, come già denunciava un film di Tom McCarthy del 2015, Spotlight (opportunamente trasmesso da Raitre giovedì scorso), ha assunto dimensioni tali che la Chiesa non può più ignorarlo. E il Papa, nell’Angelus di questa mattina, ha avuto parole incisive: “Si è concluso qui in Vaticano un incontro molto importante sul tema della protezione dei minori. Erano convocati i patriarchi, i presidenti di tutte le conferenze episcopali, i capi delle Chiese orientali cattoliche, i rappresentanti dei superiori e delle superiore delle congregazioni religiose e diversi miei collaboratori nella curia romana. Come sapete, il problema degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di membri del clero ha suscitato da tempo grave scandalo nella Chiesa e nell’opinione pubblica, sia per le drammatiche sofferenze delle vittime sia per la ingiustificabile disattenzione nei loro confronti e la copertura dei colpevoli da parte di persone responsabili nella Chiesa. Poiché è un problema diffuso in ogni continente, ho voluto che lo affrontassimo insieme, in modo corresponsabile e collegiale, noi pastori delle comunità cattoliche in tutto il mondo. Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale. Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni a essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”.
    Bisogna combattere, ha sottolineato il Papa, “questa gravissima piaga della violenza nei confronti di centinaia di milioni di minori, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, in tutto il mondo”. Non solo, ma qualche giorno fa il Papa ha anche denunciato il fatto che molte suore, nel mondo, sono state violentate dai loro superiori. Dunque Francesco sta prendendo una netta presa di posizione contro il dilagare della violenza e ha paura. Infatti, a conclusione dell’Angelus, ha detto: “E per favore, non dimenticatevi di pregare per me”.
    Si sta assistendo a qualcosa di mai visto: nel telegiornale di Raiuno, la sera tardi, è stato intervistato di fronte a san Pietro un ragazzo vittima di abusi; su Rainews di domenica 24 è stata raccolta la testimonianza di Phil Saviano, 63 anni, l’americano di Boston che ha un suo sito di testimonianze e che per primo, come riportato nel film, davvero un film esemplare, ha denunciato gli abusi subiti da adolescente. Persino don Vinicio Albanesi ha confessato di essere stato vittima di abusi in seminario. E’ una valanga che non si sa quando si potrà fermare: come nel film, esattamente così. Al Boston Globe avevano avuto delle denunce sin dal lontano 1976, riprese poi negli anni, ma la potente Chiesa locale, nelle vesti del cardinale Bernard Francis Law (del tutto fuorilegge invece, a dispetto del nome...) aveva insabbiato tutto. O, come ammise lo stesso caporedattore Walter Robby Robinson (interpretato da uno straordinario Michael Keaton), non si diede il giusto peso a lettere anonime o firmate da Phil Saviano, considerato un fissato.
    Finché, un bel giorno, nel 2001, non arrivò un nuovo direttore, Martin Baron, ebreo, e la redazione d’inchiesta fu convogliata a lavorare sugli abusi sessuali dei preti. Per scoprire poi che le vittime erano quasi sempre appartenenti a famiglie bisognose che la Chiesa aiutava concretamente e che, come nel caso in cui ci furono ben sei bambini violati in un solo nucleo familiare, erano coinvolte a tal punto economicamente da rinunciare a qualsiasi denuncia. Si era partiti da 9 preti, poi diventati 30 poi addirittura 90. E quando fu pubblicato, nel 2001, il primo articolo, le telefonate in redazione non finivano più, fino a coinvolgere l’intero mondo.
    E adesso la Chiesa ha deciso di por fine a questa piaga: ma come ha detto il cardinale tedesco Reinhard Marx , molti dossier sono andati distrutti e spesso i preti responsabili degli abusi vengono semplicemente trasferiti. Ed ecco allora che la rete viene in soccorso dei parrocchiani. Infatti, qualche tempo fa, in quella grande trasmissione d’inchiesta che è “Chi l’ha visto?”, un gruppo di madri, indagando in Rete sul nuovo parroco, si accorse che questi era arrivato da loro perché trasferito da un luogo in cui aveva abusato di minori.
     E ancora si sa molto poco: se il fenomeno è mondiale, come mai gli abusi in Italia denunciati sono così pochi? In Puglia per esempio si ebbe notizia tempo fa solo di una parrocchia, in uno sperduto paesello della Daunia, Pietramontecorvino, 2656 abitanti in provincia di Foggia. Qualche altra segnalazione nel Salento, e poi? Più niente? Possibile? Quali silenzi, quali connivenze ancora si nascondono?
    Il cardinale Marx e le stesse associazioni delle vittime dicono che nonostante l’impegno del Papa, concretamente si stia facendo molto poco: “I dossier che avrebbero dovuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili, sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio”. Si è invocato spesso il segreto d’ufficio o la legge sulla privacy ma, rileva Marx: “I principi di presunzione di innocenza e di tutela dei diritti personali e la necessità di trasparenza non si escludono a vicenda. Anzi, è proprio il contrario”.

    Le stesse dimissioni di Benedetto XVI, nel 2013, sono state attribuite a stanchezza ma in realtà si sapeva che suo fratello Georg Ratzinger, che è ancora vivo, ha compiuto da poco 95 anni, direttore per 30 anni del coro di voci bianche di Ratisbona, aveva coperto per anni (dal dopoguerra fino ai Novanta del secolo scorso) abusi sui piccoli cantori. E parliamo di 547 bambini! Reato caduto in prescrizione. Lo stesso Georg Ratzinger fu accusato di aver picchiato numerosi bambini. C’è da chiedersi come fanno ancora le famiglie cattoliche ad affidare i loro bambini ai preti anche per il semplice catechismo... Il cardinale di Boston, Bernard Law, come fu punito? Fu mandato a Roma, a Santa Maria Maggiore, dov’è morto il 20 dicembre di due anni fa. e pure fra il coro delle voci bianche del Vaticano ci sono stati scandali. 

  • PARLA LAGERFELD

    data: 21/02/2019 08.45

    C’è una magnifica intervista, trasmessa da Rai5 il 12 maggio 2017 e poi replicata più volte, di Karl Lagerfeld, lo stilista scomparso martedì all’età di 85 anni. A porgli le domande il regista Loic Prigent, che aveva già girato notevoli documentari sulla moda e in particolare sulla casa Chanel, che Lagerfeld dirigeva con piglio sicuro dal lontano 1983. Ma non solo: infatti aveva anche un marchio suo, venduto nel 2004 e ha fatto da braccio destro alle cinque sorelle Fendi (e prima alla loro madre) per oltre 50 anni, e poi si è identificato con Chanel. Ne è stato il vero erede: in pratica Lagerfeld firmava 12 collezioni all’anno.

    Grazie a internet e alla possibilità di assistere alle sfilate d’alta moda in diretta streaming, negli ultimi tempi si è potuto anche ammirare la bellezza degli allestimenti che facevano di ogni sfilata targata Lagerfeld un evento teatrale. Per non parlare delle collezioni cruiser, di soIito presentate in luoghi esteri, come quando si andò a Cuba, nel corso principale dell’Avana, con gran finale trionfante di musica di bande. Il padiglione belle époque dell’esposizione universale di Parigi, dove si svolgevano invece i défilés di rito, è stato di volta in volta trasformato in un enorme supermercato, in una rampa di lancio di razzi tipo Cape Canaveral, in un bosco autunnale colmo di foglie secche, in una vera spiaggia con tanto di sabbia e di acqua fino all’ultimo evento, a gennaio scorso, in cui le modelle mostravano gli abiti, sempre nuovi eppure sempre stile Chanel, in un grande giardino di stile italiano. E prima ancora c’era stata una collezione invernale ambientata sulle rive della Senna, con tanto di botteghe di libri antichi. Una grande passione, quella di re Karl, re della moda, per i libri: si dice ne avesse 300mila. Non era uscito alla fine della passerella, come al suo solito, a gennaio, vestito come un personaggio delle fiabe di Hoffmann - pantaloni e giacca neri attillati, colletto della camicia alto, fermacravatta gioiello, codino e guanti a mezze dita - e si diffusero le voci di una sua malattia.

    Nel film di Prigent le domande erano intervallate da pause nere, come un battito di ciglia che tolga la visione e ogni tappa della vita dello stilista. Cominciata il 10 settembre 1933 ad Amburgo - anche se lui non ha mai fatto chiarezza sulla data oscillando spesso dal 1935 al 1938 - era raccontata con un disegno. Ecco, il meraviglioso di quel film è proprio vedere l’abilità del disegnatore, dalla casa dei genitori, al suo legame con la madre che si chiamava Elisabeth Bahlmann, nome affine a Balmain da cui andrà a lavorare, al suo arrivo a Parigi, ai primi modelli, tutto raccontato con un foglio e dei pennarelli colorati.

    Chanel? “Sei pazzo - mi dicevano- è un marchio finito, noioso, per vecchie miliardarie...” E invece lui accettò la sfida e con pochi tratti disegna nel film le caratteristiche: perle, camelia, borsa, giacca a quattro tasche, un canone su cui variare la sua illimitata fantasia. Fino all’ultima domanda: “Ci disegna il suo monumento funebre”? Karl si rifiuta, inorridito: “Cosa? no, no, che orrore...vorrei sparire, puf, come nella foresta, no no no...”

    Rai5, che spesso ripete fino alla noia i film che propone, dovrebbe oggi riproporre questo “Lagerfeld racconta Lagerfeld” di Prigent, come ha fatto SkyArte mercoledì sera trasmettendo “A lonely king” di Thierry Demaizière e Alban Teurlai. La sua vita privata è simile a quella di molti stilisti. Lagerfeld però, dopo una gioventù agitata, si è tuffato a capofitto sul lavoro e ha lasciato una cospicua eredità alla sua gatta Choupette, per cui aveva una vera passione. E pensare che gliel’aveva lasciata in custodia un amico solo per poco, ma alla fine non gliela restituì: l’ha fotografata migliaia di volte su Instagram e ne ha fatto finte d’ispirazione per borse e altri oggetti. Sul sito ufficiale di Chanel si legge in inglese, sotto un suo grande ritratto in bianco e nero: “E’ con profonda tristezza che la casa Chanel annuncia la morte di Karl Lagerfeld (....) Riguardo a Gabrielle Chanel, egli disse: “Il mio compito non è imitarla ma fare ciò che lei avrebbe fatto. Il bello di Chanel è che è un’idea che si può adattare a molte cose”. Una prolifica mente creativa e un’immaginazione senza limiti, Karl Lagerfeld ha esplorato molti orizzonti artistici, dalla fotografia ai film”.

    Si ricorda con rimpianto anche la sua arguzia e la sua autoironia: “Non abbiamo perso solo un amico ma tutti noi abbiamo perso una straordinaria mente creativaa cui era stata data carta bianca nel reinventare il brand nel 1980”. A succedergli è stata nominata Virginie Viard, braccio destro di Lagerfeld fin da quando, appena borsista nel1987, entrò in Chanel. Lo spettacolo deve continuare, come si dice, ma senza un suo prezioso protagonista...  

  • SILVIA AND COMPANY

    data: 07/02/2019 21.28

    Il 2 febbraio 1922 Sylvia Beach firmò la prima edizione dell’Ulysses di Joyce: ancor oggi non sono molte le editrici, e Sylvia inizialmente era una libraia. Eppure fu tanto convinta della validità del romanzo da prendere il coraggio a due mani e diventare editrice. Del resto la 31enne Sylvia non andava a caso, anzi aveva le idee ben chiare e incontrarla, per Joyce, da poco trasferitosi da Trieste a Parigi, fu una fortuna.
    Sylvia Beach aveva aperto da qualche anno sulla Rive gauche, nel Quartiere latino, la sua celebre libreria “Shakespeare and Company”. Figlia di un reverendo presbiteriano, nata a Baltimora il 14 marzo 1887, la Beach conosceva l’Europa perché l’aveva visitata spesso al seguito del padre. Una volta deciso cosa avrebbe fatto da grande, si stabilì a Parigi, come seconda scelta. Infatti avrebbe voluto aprire una libreria a New York, senonché i prezzi troppo cari la fecero desistere. Una volta a Parigi, in quegli “anni folli” che ne fecero la capitale del mondo intellettuale, a cui Woody Allen ha dedicato un fantasioso film, “Midnight in Paris”, telegrafò alla madre la sua decisione e la signora Eleanor le inviò tutti i denari che aveva, per consentirle di aprire la libreria.
    Il periodo che va dalla Fiesta mobile dell’amico Hemingway all’occupazione nazista, alla guerra e al ritorno alla democrazia, vedono in primissima fila Sylvia e la sua compagna Adrienne Monnier, già libraia a sua volta nonché scrittrice, di poco più giovane, che morirà suicida nel 1955. La congrega degli americani a Parigi, per dirla con il regista Vincente Minnelli e con George Gershwin, era folta e qualificata. Sylvia pubblicò anche il primo libro di Hemingway, Tre storie e dieci poemi del 1923.
    L’incanto di quei primi anni non si ripeté, e non poteva ripetersi. Incontrare Joyce a una festa, rimanerne folgorata, battersi per il suo chilometrico romanzo osteggiato dalla censura e pubblicarlo proprio nel giorno del 40esimo compleanno dello scrittore irlandese e nel bel mezzo di un trasloco della libreria al 12 di rue Odeon, sono cose che accadono una sola volta nella vita. Lo stesso Joyce non si comportò bene, perché cambiò editore nel 1932 - la ben più famosa Random House - lasciando la Beach in serie difficoltà economiche, tant’è che la libreria fu costretta a chiudere, dato che già col 1929 le vendite calarono sensibilmente e il cambio non più favorevole, tra le altre cose, determinò la fuga degli stranieri. Beach non lasciò Parigi ma, in quanto americana, fu fatta prigioniera, subì sei mesi di campo di concentramento e, quando tornò in città, dovette nascondersi.

    Ultimo aneddoto elettrizzante, quando nel 1944 Hemingway, memore delle sue amiche, andò a trovarle e disse loro: “C’è qualche problema?”. “Sì, Ernie, ci sono i cecchini qui intorno, le strade sono pericolose”. Hemingway scese dalla jeep, andò sui tetti parigini con i suoi commilitoni e fece fuori i nazisti che minacciavano i passanti. Il Maggio no, non fece in tempo a vederlo Sylvia, che morì il 5 ottobre 1962 (è sepolta a Princeton), non senza aver prima scritto le sue memorie. Sparite per un bel po’ ma che adesso Neri Pozza ha opportunamente ripubblicato con il titolo che compete loro: Shakespeare & Company

  • SISSI, LA DONNA CHE AVEVA
    SBAGLIATO SECOLO

    data: 29/01/2019 18.39

    Adorno ha scritto che dopo Auschwitz è impossibile comporre poesia. Invece, per fortuna, la poesia c’è ancora. Ma, quanto ai pregiudizi antisemiti, è imbarazzante leggere autori d’indubbio valore e scorgervi tracce di un persistente pregiudizio contro gli ebrei. Fino al caso più noto, quello di Shakespeare e del Mercante di Venezia, città che peraltro istituì per prima il ghetto, anche se il monologo di Shylock è ancor oggi un deterrente contro il razzismo. Oppure basta leggere “La famiglia Moskat” del grande Isaac Bashevis Singer per rendersi conto del terrore che attanagliava gli ebrei di Varsavia nel passaggio cruciale dall’Ottocento al Novecento, fino alla catastrofe.
    Ma c’è stata una donna, una grande donna, che questi pregiudizi li ha combattuti. Una donna la cui immagine, nella biografia che le ha dedicato una valente scrittrice francese, Nicole Avril, si staglia come un diamante sulla classe regnante dell’Ottocento. Una donna che, come disse Paul Morand, aveva sbagliato secolo: sarebbe dovuta nascere in quello successivo. L’immagine che di lei ci rimanda Avril, una storica che sa il fatto suo, è ben lontana da quella dei film di Ernst Marichka, film pure impeccabili per la perfetta ricostruzione d’ambiente e per l’attrice che giustamente ne ha derivato fama e onori, Romy Schneider. Perché l’imperatrice Sissi, ovvero Elisabetta di Baviera - è di lei che si tratta - non fu solo l’ultima imperatrice degli Asburgo, così come sua sorella Maria Sofia fu l’ultima regina delle due Sicilie. Non fu solo la giovane sposa che cambiava un paio di scarpe al giorno. Ma fu anche una donna a cui la vita non risparmiò alcun dolore.
    Primo fra tutti, quello di vedersi sottrarre i figli dalla suocera - che era anche sua zia di primo grado - per essere educati alla rigida maniera di corte, tanto che la primogenita Sofia morì a soli due anni di scarlattina, e la madre l’aveva vista ben poco. Il terzogenito Rodolfo si suicidò con l’amante, poco più che trentenne, il 30 gennaio 1889 a Mayerling, in quel lugubre casino di caccia nei dintorni di Vienna, minato dalla sifilide, la malattia che corrodeva dall’interno l’“Austria felix”, in cui le donne erano considerate nient’altro che strumenti di piacere.
    Elisabetta, che non si rassegnò a essere una rigida regnante all’ombra dell’imperatore, aveva avuto un ebreo ungherese come istitutore privato, nel castello di Possenhofen dove viveva libera come Heidi, E sull’Ungheria concentrò tutta la sua attività diplomatica, diventandone l’amata sovrana. Andava a cavallo, ma non per hobby: era proprio un’amazzone spericolata. Viaggiava per tutta l’Europa. Le avevano perfino regalato un treno tutto per lei. Aveva previsto la fine di un impero retrogrado e beghino. La amavano ma, vedendo che stava ben poco a Vienna, dove imperversava l’antisemitismo, ne parlavano anche male. Lei non se ne curava: e correva fino ad Amburgo, dalla sorella di Heine, il poeta ebreo che prese a modello per i suoi versi, di cui non si parla mai e che lasciò in una fondazione svizzera a beneficio dei profughi. Fece erigere anche una statua di Heine all’Achilleion, la sua villa di Corfù che finì comprata da Guglielmo II. E stava più spesso a Budapest, a colloquio con i suoi amici ebrei, dato che l’Ungheria era a stragrande maggioranza abitata da ebrei, molto più che a Vienna governata da un sindaco, Karl Lueger, talmente antisemita da fungere da modello al folle imbianchino che avrebbe ordinato lo sterminio di massa.
    L’imperatore Francesco Giuseppe, il marito di Sissi, intanto, doveva vedersela con un reazionario come Napoleone III, alleato di Cavour e di Bismark, fino alla battaglia di Sadowa. Un evento da noi poco studiato, ma si può dire che da quel 26 giugno 1866 cominciò l’irresistibile ascesa della Germania, non fermata dalla guerra con la Francia e nemmeno dal massacro della prima guerra mondiale. Una battaglia disastrosa per l’Austria, come le altre successive sul fronte italiano, fino all’attentato di Sarajevo, il 28 giugno 1914. Quel giorno il nipote di Francesco Ferdinando fu ucciso e si compì la profezia per la quale gli Asburgo, cominciati con un Rodolfo, sarebbero finiti con un Rodolfo. Allora però Sissi era già morta, uccisa da un anarchico italiano, un uomo abbandonato dalla madre in tenera età, un violento che cercava notorietà con l’assassinio di un personaggio illustre. Cosa che accadde dopo che Sissi era stata in visita a Ginevra alla baronessa Rotschild, che aveva la più incredibile collezione di fiori del mondo.

    Nicole Avril, l’autrice di un’avvincente biografia di Sissi che ha raggiunto una trentina di edizioni (la si trova negli Oscar Mondadori), sembra quasi essere presente ai fatti. Descrive attimo per attimo ciò che accadde fino al fatale imbarcadero dove Sissi, con la sua dama di compagnia, sta per tornare a Montreux. E’ senza scorta (lei non la voleva) quando viene incrociata da Luigi Lucheni, 25 anni, ligure, che pare averle solo sferrato un pugno. E invece l’ha ammazzata con uno stiletto fabbricato da lui stesso, un’arma tanto rudimentale quanto infallibile. Sissi muore poco dopo: di sabato, 10 settembre 1898. Circa tre mesi dopo, il 24 dicembre, avrebbe compiuto 61 anni. Era nata di domenica a Monaco di Baviera nel 1837. 

  • "DIRITTI", IL CASO-ZIVAGO

    data: 19/01/2019 14.29

    C’è stata recentemente la scadenza dei diritti d’autore, per cui molte opere, non coperte dal copyright, possono essere rieditate. La materia strettamente legale resta comunque piuttosto complicata. Non è proprio una novità. Per capire come vanno le cose in questo campo e come sia determinante la personalità dell’editore, almeno ai tempi in cui non c’era internet, che ha rivoluzionato tutto, basta leggere “Senior service”, il magnifico libro che Carlo Feltrinelli ha dedicato a suo padre Giangiacomo, sempre rifornito nelle librerie eponime.
    Nel capitolo 4 di questo volume, scritto con autorevole sapienza e fine ironia, si tratta dell’affaire-Zivago, ovvero il capolavoro dello scrittore ebreo russo Boris Pasternak che sarà insignito del premio Nobel nel 1958. Feltrinelli, trentenne, fondò la sua casa editrice nel 1955. Subito dopo lo contattò Sergio D’Angelo, direttore della libreria del Pci a Roma, per segnalargli lo straordinario romanzo di un poeta russo, sconosciuto in Occidente, Pasternak appunto, allora già oltre la sessantina e non iscritto al partito, inviso dunque alla dirigenza sovietica. Nell’estate del 1956 il manoscritto del Dottor Zivago fu consegnato a Feltrinelli,  a Berlino. Ma non dall’autore, che non poteva uscire dall’Unione Sovietica e non conobbe mai di persona il suo editore, sebbene fra i due ci fosse un fitto scambio epistolare.
    Feltrinelli capì subito l’importanza dell’operazione e cominciò immediatamente la traduzione: “Gli autori russi, dopo la prima pubblicazione in Unione Sovietica, non hanno la protezione del copyright. Iniziando la traduzione del manoscritto avrei avuto la possibilità di pubblicare contemporaneamente all’editore sovietico e di assicurarmi il copyright per l’opera nell’Occidente”. Non aderendo l’Urss alla convenzione di Berna sul diritto d’autore, in Occidente il romanzo poteva essere pubblicato senza contratto e riconoscimenti economici. Ma se la traduzione fosse avvenuta nei 30 giorni dall’uscita in Urss, allora si sarebbe ottenuta anche l’esclusiva. Il traduttore c’era ed era Zveteremich.
    Tutto risolto? No, perché nel frattempo in Urss sopravvenne la crisi d’Ungheria, con la repressione, nel novembre 1956, della rivolta di Budapest capeggiata da Nagy. Questo indusse molti comunisti occidentali a strappare la loro tessera e le autorità sovietiche  a rinnegare le aperture del XX congresso di Kruscev di qualche mese prima. Pasternak, ebreo e credente, finì nel mirino della censura e arrivò a dover firmare dei telegrammi falsi in cui pregava Feltrinelli di restituirgli il manoscritto, cosa che Feltrinelli si guardò bene dal fare. Ma per questa sua reticenza ricevette dei rimproveri da parte di dirigenti del Pci come Mario Alicata e Rossana Rossanda, i quali a Milano gli tenevano delle concioni severissime sui doveri di un buon compagno e in sostanza gli sconsigliavano di pubblicare Zivago, chiedendogli indietro il manoscritto.
    Giangiacomo mantenne fermo il timone, “tengo botta” ripeteva ai suoi numerosi detrattori. E nell’aprile del 1957 il Dottor Zivago fu nelle librerie, riscuotendo subito un successo di pubblico eccezionale per l’epoca, un successo che rimarrà negli annali dell’editoria mondiale. I liceali se lo strappavano di mano, tutti lo leggevano. Evidentemente però questo romanzo era destinato a suscitare scandalo. Era la stessa epoca di guerra fredda fra Usa e Urss a essere scandalosa, perché nel 1958, quando per il Zivago fu assegnato il Nobel a Pasternak , questi fu costretto a rifiutarlo, sempre per pressione del Kgb, il servizio segreto sovietico, tanto che due anni dopo, il 30 maggio 1960, Boris moriva settantenne povero e negletto. E intervennero anche la Cia e la Spectre. “Ho letto da qualche parte - scrive Carlo Feltrinelli, pag. 143 - che anche il servizio di Sua Maestà sarebbe intervenuto. Avrebbe fotografato il dattilo all’aeroporto di Malta durante una finta sosta d’emergenza dell’aereo su cui viaggiava Feltrinelli. Ma cosa ci facesse James Bond nell’ultima fila vicino al finestrino, a fumare miscela turca, è una storia ancora tutta da scoprire”.
    Lo stesso D’Angelo, l’agente letterario, dopo la morte di Pasternak dirà di non aver mai rifiutato un generosissimo compenso (la metà di tutti i profitti) quando aveva barrato con un “no” a matita la lettera dello scrittore russo al suo editore con questo accenno economico, e farà causa, perdendo, nel 1965. Lo stesso anno in cui uscì il film di David Lean con Omar Sharif e Julie Christie, che vinse cinque Oscar: sceneggiatura non originale a Robert Bolt (ovviamente riduttiva rispetto alle mille considerazioni filosofiche e psicologiche del romanzo), fotografia a Freddie Young, scenografia a John Box, Terence Marsh e Dario Simoni, costumi a Phyllis Dalton e colonna sonora a Maurice Jarre.

    Ancora una volta Giangiacomo Feltrinelli aveva visto giusto, come farà ancora con il Gattopardo, nel 1958-59. 

  • OSPITI ILLUSTRI IN PUGLIA

    data: 13/01/2019 15.01

    Da bibliofila, sono affascinata dai libri, è logico. Questo piccolo o voluminoso oggetto che resiste al tempo, fatto di carta (perché il kindle non lo contemplo proprio), è un tale concentrato di eleganza, ingegno e fantasia, che non mi stanco mai di collezionarne. Sfogliarne uno, nuovo o usato, è una tale meraviglia, un viaggio così insolito, sempre nuovo, da lasciarmi sempre felice. Ogni volta che entro in una libreria mi stupisco della quantità delle case editrici, delle nuove iniziative e mi consolo: finché ci sarà questa varietà ci sarà speranza, anche se quei libri dovessero rimanere sugli scaffali, causa crisi economica e la pressoché totale scomparsa delle edizioni economiche. Tranne alcune eccezioni, da segnalare. Piccolo e delizioso libricino: la collana diretta da Angelo Semeraro che la casa editrice Kurumuny di Martano, in provincia di Lecce, dedica ai viaggiatori in Puglia nel corso dei secoli, è semplicemente fantastica.
    Kurumuny, in grico, un dialetto di una decina di paesi del Salento, fra cui Martano, affine al greco, vuol dire “germoglio d’ulivo”. E’ un “cultural tour” che prevede impressioni di viaggio di “ospiti illustri della Puglia”, con uno sforamento obbligato per Matera. La copertina riporta in campo bianco un ritratto dell’autore/autrice: si va da “Una settimana a Bari e Lecce” di Italo Calvino (con un pullover giallo), nel 1954 al “Viaggio pittoresco nella Magna Grecia” di Jean B. Claude Richard abate di Saint-Non, che contiene anche delle tavole di L. J. Desprez e siamo in pieno Settecento, come con Carlo Ulisse De Salis Marschlins (“Terre d’Otranto. Viaggio nel regno di Napoli”); ci sono estratti dal “Viaggio in Italia” di Guido Piovene e non mancano le viaggiatrici, come Janet A. Ross, che fu una scrittrice inglese attratta come tante sue connazionali da Firenze e dalla storia italiana in genere, vissuta dal 1842 al 1927 (“Imbelle Tarentum”).
    Si tratta di un’antologia a puntate, una cinquantina di pagine che si leggono in una sera o in un breve viaggio in treno per esempio, costa solo 3 euro a volumetto e sono, il che non guasta certo, proprio belli a vedersi. Permettono inoltre, con la scusa di un saggio di scrittura a tema, di scoprire autori sconosciuti ma non per questo meno meritevoli, anzi. Proprio ciò che basta a una bibliofila... 

  • NO, NON TAGLIATE LA TESTA
    ALLE TARTARUGHE

    data: 09/01/2019 20.07

    La crudeltà infinita dell’uomo continua a far strage delle altre specie che popolano questo pianeta. Dopo il gran clamore che si è fatto in questi anni per proteggere le tartarughe marine, le Caretta Caretta, miti creature del mare, minacciate di estinzione, ecco che sulla costa adriatica pugliese, da Nord a Sud di Bari, da Barletta a Monopoli, in soli tre giorni sono state trovate ben 15 tartarughe senza vita. E non certo per il freddo.
    Tante volte si tratta di tartarughe che restano impigliate nelle reti e purtroppo non sempre i pescatori hanno la sensibilità di soccorrerle e liberarle. Non solo. A ciò si aggiunge la specifica cattiveria umana, se è stata ritrovata anche una tartaruga senza testa. Gli indizi concorrono a presumere che si sia trattato di un atto deliberato: infatti, come deduco dall’articolo di Matteo Diamante sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, mercoledì 9 gennaio, alcuni pescatori credono che trovare una tartaruga tra le reti porterebbe male e quindi la “rea” andrebbe eliminata con quella crudeltà di cui la specie umana è primatista. Pasquale Salvemini, responsabile del Wwf di Giovinazzo, afferma, nello stesso articolo, che si sta cercando di risalire ai malfattori.
    Un’altra tartaruga con ferite alla testa è stata recuperata e salvata dalla Guardia costiera a Capitolo, a sud di Bari. Insomma, tempi duri in mare per le tartarughe. E per i pesci in generale, i quali pensano di poter spaziare nel vasto mare e invece se lo trovano a un tratto ostruito dalle maxireti dei pescatori. Senza contare l’orrenda strage degli animali da allevamento. E il fatto che lo stesso mare, questo prezioso elemento, viene trattato alla stregua di una discarica. Tutto perché nel mondo, come sottolinea lo scrittore francese Michel Houellebecq nel suo romanzo appena uscito “Serotonina”, manca l’amore, in questo caso specifico fra l’uomo e gli animali, fra gli umani e la terra. Pensare che questo è l’unico pianeta che abbiamo e invece di tenerlo come una perla rara, ne facciamo strame. 

  • L'INDIVIDUALISMO ODIERNO

    data: 06/01/2019 18.18

    Di tutti gli articoli che ho letto questa prima settimana del 2019, uno in particolare mi ha colpito, sul Domenicale del Sole24ore. Lo firma una filosofa, Francesca Rigotti, la quale recensisce un saggio di una sua collega viennese, anche giornalista, Isolde Charim. L’articolo s’intitola: “Ricetta per una società pluralista” ed è davvero illuminante in giorni in cui 49 migranti non trovano un porto dove sbarcare. Ora, come sanno tutti coloro che vanno per mare, anche i marinai più appassionati, ogni imbarcato non vede l’ora di sbarcare, di toccare terra. In barca si può applicare al meglio il detto di Orazio :“Amo il luogo dove non sono”. E trovare un porto chiuso è come andare al distributore di benzina e non trovare rifornimento, come aprire il rubinetto e non avere l’acqua, e gli esempi si moltiplicano. Insomma è sommamente ingiusto e contrario alla legge del mare.
    Dunque Charim nel saggio intitolato “Io e gli altri: come il nuovo pluralismo ci ha cambiati tutti” (224 pagine, non ancora tradotto in italiano) afferma che una società pluralista come l’attuale ci costringe ad attuare delle “zone d’incontro” simili agli “spazi della pluralità” auspicati da Hannah Arendt. Di fatto è già così: ed è inutile in una mescolanza in atto porre paletti, affermando per esempio che il reddito di cittadinanza va a te in quanto “italiano” se è difficile definire questo aggettivo, fatti salvi i diritti e i doveri di ognuno. Charim ci spiega a che punto siamo.
    Ognuno è individualista, questo è chiaro, ma lo è in tre modi. Ci sono stati gli individualisti fra Ottocento e Novecento i quali, liberati dal censo, “divennero uguali giuridicamente e politicamente, sentendosi, da eguali, parte di un tutto che s’incarnava nella nazione. Poi, 50 anni fa e oltre, ci sono stati i movimenti del 1968 con richieste di riconoscimento delle differenze e delle minoranze”. L’individualismo odierno, sottolinea Charim, “si differenzia dai precedenti in quanto non si basa più su valori collettivi e ricerca di uniformità (lavoro e istruzione e sanità uguali per tutti) ma su una esaltazione della propria unicità”. Il che, tra l’altro, corrisponde a ciò che afferma il regista francese Olivier Assayas nel suo ultimo film “Il gioco delle coppie” che a dispetto del titolo italiano (l’originale è “Doubles vies”, con riferimento non solo alla situazione sentimentale) parla anche del passaggio dal cartaceo al digitale, quando fa dire a un suo personaggio: “Oggi ciò che conta sono la ricchezza e il potere: dunque un libro più costa più sarà letto”. Quindi, conclude Charim, “non si ama più né iscriversi collettivamente a partiti né farsi rappresentare da altri delegando loro la parola: si pretende invece di essere ascoltati e di esprimersi direttamente, illudendosi d’intervenire in prima persona”. Il che avviene per lo più sui social, dunque se non si legge molto in compenso si scrive di più.

    Il rischio qual è? La contrapposizione netta: mi piace-non mi piace, amico-nemico, laddove “per affrontare la mutata realtà sociale” occorre accettare di essere “meno io” invece di “affermare il proprio io o il noi escludente”. “Un meno che in quanto tale unisce e dove l’unione e il confronto delle differenze non sopprimono le differenze stesse ma le lasciano così come sono, riducendone però il peso”. La società plurale insomma adotta nuovi codici e Isolde Charim, scrive Nadotti, lo sa bene in quanto figlia di ebrei nati in Galizia, spostatisi in Israele e tornati poi a Vienna. Resta un punto però da chiarire: d’accordo con l’accoglienza, con il meno includente, ma ci sono punti fermi che non possono essere valicati, per esempio l’antifascismo o il rispetto dei diritti delle donne. Insomma, delle leggi costituenti e condivise si sente pur sempre il bisogno. 

  • TICKET VENEZIA: E LE NAVI?

    data: 31/12/2018 16.18

    Avevo 17 anni quando, nel bel mezzo di una vacanza in montagna con diluvi quotidiani in pieno luglio e copertine, ritrovai il mio amato Adriatico dall’alto del campanile di san Marco come fosse un mosaico, costellato di tetti rossi nell’azzurro-verde più incredibile che avessi mai visto. Decisi allora che Venezia era mia, sì, era la mia città, nonostante abitassi a quasi mille chilometri di distanza. Mi piccai d’impararne il dialetto leggendo tutto Goldoni, studiavo le mappe, cercavo foto, e poi, come per magia, volere è potere alle volte si realizza, vinsi una borsa di studio che mi destinò, sei anni dopo, proprio lì. A Venezia!

    In realtà risiedevo a Mestre, che è una bellissima città con un grande vantaggio: basta prendere l’autobus urbano e in pochi minuti ci si ritrova a Venezia. E’ proprio vero che per visitare bene una città non basta il turismo mordi e fuggi, per apprezzare a pieno Venezia, scoprire nel buio di una sacrestia un Tiziano, aggirarsi fra i padiglioni della biennale, varcare la laguna fino all’isola di Torcello, ammirarne tutti i capolavori, dalle Gallerie dell’Accademia alla scuola di San Giorgio, fino agli scorci più suggestivi, ci vuole tempo. E basta girare l’angolo per ritrovarsi in un campiello deserto, come a Santa Marta. Con la vicina San Pantalon, che ha il soffitto dal telero più grande del mondo. O prendere il vaporetto più lento, la linea 1 che percorre il canal Grande con calma.A Venezia capita d’incontrarsi: perché si va a piedi, si salgono e si scendono gli scalini dei ponti, si sente cantare da una finestra, si va a Rialto a sentire le urla degli ambulanti.

    Ora, tutto questo pare che non ci sia più, io ci manco da un po’, o forse è sempre stato così. Ora la folla dei turisti sarebbe così debordante da esigere un biglietto d’ingresso. Sembra strano perché è davvero tutto ben organizzato: ci sono gli itinerari segnati così bene che è impossibile perdersi, pur essendo la città labirintica. E tutte le strade portano a San Marco. Durante il Carnevale del 1981, mi pare, ricordo che venni travolta dalla folla in una calle stretta e non fu una bella esperienza. Ma può capitare, capita.

    Il punto, per me, non è tanto il biglietto d’ingresso perché chi viaggia affronta già delle spese, quanto la consapevolezza di entrare in un capolavoro. Si entra in una città unica, una magia. Ma ciò vale non solo per Venezia, per tanti centri storici. Bari per esempio, e non sembri un’eresia, ha una città vecchia in cui certi vicoli stretti, dove allarghi appena le braccia, somigliano alle callette lagunari. Oltre a quella cerimonia di sposalizio del mare che ricorda un’antica alleanza fra le due città. E giustamente la città storica, simpaticamente chiamata Barivecchia, è stata chiusa al traffico.

    Prendiamo quel camionista che l’altra notte ha abbattuto una colonna del corridoio vasariano a Firenze: merita una multa notevole perché avrebbe dovuto rendersi conto da solo di dove stava transitando. Venezia non può tollerare il moto ondoso delle supernavi da crociera eppure le fanno transitare: cominciamo a vietare l’ingresso di questi transatlantici. Il ticket è l’ultimo provvedimento, è come aumentare il prezzo di un biglietto qualsiasi ma penso che un turismo consapevole vada costruito prima. Regolare una massa di turisti si può e si deve per rispetto ai tesori che abbiamo ricevuto per puro caso in dotazione, ma non credo proprio si tratti solo di misure economiche, basterebbe organizzarsi meglio. Con soggiorni più ragionati e di qualche tempo.

    Venezia è mia, è di tutti e va vissuta, comprendendola, amandola e rispettandola. 

  • "iostoconlaGazzetta" E POI?

    data: 30/12/2018 09.57

    Il direttore Giuseppe De Tomaso si diceva commosso quando col megafono, la mattina del 29 dicembre, davanti alla chiesa di San Ferdinando, in via Sparano, la via principale di Bari, ringraziava i presenti e non solo “per la mobilitazione, la fidelizzazione, l’attaccamento del lettorato” al suo giornale, la Gazzetta del Mezzogiorno. Il flashmob, la manifestazione, con tanto di banda e la presenza di tutti i dipendenti, infatti, giungeva al termine di una settimana di appelli sui social, di foto “iostoconlagazzetta”, di copie prenotate in edicola con il sistema del giornale pagato (compro uno ne regalo un altro, come si fa con i caffè al bar).
    Una mobilitazione mai vista, con copie prenotate in edicola, contate diligentemente dagli edicolanti, ha dimostrato quanto in effetti i lettori, in particolare quelli d’una certa età, tengano al loro giornale. I 130 anni di storia del giornale, ha sottolineato De Tomaso, anche con un editoriale in prima pagina, configurano “l’importanza della stabilizzazione della configurazione politica di un popolo”, quello pugliese e lucano (anche se De Tomaso ha citato la Puglia e il Sud), proprio ora che si sta diffondendo il concetto di “autonomia differenziata, che rischia di mettere in pericolo l’unità del paese e che è stata affrontata in maniera superficiale anche dai precedenti governi. Con questo governo il rischio si fa più grave e un giornale come la Gazzetta del Mezzogiorno invece in tutti questi anni a cosa mirava? a stimolare chi ne aveva la responsabilità a raggiungere non solo l’unità politica ma anche se non soprattutto quella economica della nazione. La Gazzetta, da buon sindacato del territorio, da comunità intellettuale, si è sempre impegnata a difendere le ragioni delle popolazioni di riferimento, per portare a Roma, a Bruxelles le richieste le esigenze le istanze di territori che nel mare magnum della globalizzazione probabilmente non hanno la forza di poter incidere come avrebbero potuto in condizioni di normalità. Visto che dobbiamo mettere in conto la prospettiva di un federalismo hard che può mettere in difficoltà l’intera realtà meridionale, l’importanza di un giornale come il nostro risulta evidente ma questo è solo un esempio dei tanti che potrei fare”.
    La crisi della Gazzetta del Mezzogiorno affonda però le radici nella crisi del suo editore, Mario Ciancio Sanfilippo (come del resto lo stesso De Tomaso ha rilevato nel suo editoriale di sabato). Il tribunale di Catania gli ha confiscato 150 milioni di euro: l’imprenditore, che ha 87 anni, è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e la Direzione distrettuale antimafia ha bloccato tutto il suo ingente patrimonio sin dallo scorso settembre. Sono dieci anni che s’indaga su di lui: adesso si arriva alle strette finali e i soldi non ci sono per la Gazzetta del Mezzogiorno come per altre imprese editoriali, a cominciare dalla Sicilia, il giornale di Catania.
    Si dirà: il giornale è dei suoi lettori, si parla sempre di capitale umano ma per questa azienda culturale, purtroppo, occorrono ingenti fondi. La via sembra obbligata: affidare la testata barese e le altre del gruppo, ai giornalisti. E ai lettori, se è vero che ne sono i veri padroni. Non ci sono molte scelte.

  • LA SIGNORA DEL FUMETTO

    data: 26/12/2018 16.28

    Se n'e andata così, discretamente com’è sempre vissuta, “la” Nidasio, Grazia Nidasio, una fumettista di rango, una delle poche donne (e mai o poco celebrate) che si sono distinte nel disegno. Perché Grazia Nidasio, nata a Milano il 9 febbraio 1931, e morta il 24 scorso a Certosa di Pavia, alle soglie dunque degli 88 anni, è stata davvero una grande fumettista. Dalle pagine del Corriere dei Piccoli prima e Corriere dei ragazzi poi. E’ stata anche l’inventrice di Scaramacai, un clown burattino e di tanti altri personaggi. Eppure, mai un’intervista, mai una celebrazione pubblica per lei che con Valentina Mela Verde, sua sorella Stefi, il cane con i ciuffi sugli occhi e tutta la strampalata famiglia milanese di cui si seguivano le vicende, settimana dopo settimana, sul settimanale che noi ragazzini degli anni Sessanta aspettavamo con ansia in edicola, ha inaugurato la “telenovela”, le serial che avrebbero avuto ben altra eco successivamente.
    nLei, la Nidasio, il suo racconto a puntate lo faceva da Milano, sulla carta stampata e attraverso i suoi tratti nervosi, moderni - con il suo personaggio che potrebbe ben rappresentare l’infanzia e l’adolescenza di un’altra, ben più nota, Valentina, quella di Crepax - ci faceva conoscere la vita di una scolara nostra coetanea nella grande città e ci faceva sognare, avanzando nello stesso tempo rivendicazioni femministe ancor prima del femminismo.
    Credo di aver imparato ad amare Milano, le sue strade, i monumenti, proprio dai suoi sfondi, il Duomo compariva spesso nei fumetti. Per la verità, i suoi fumetti hanno avuto subito una risonanza mondiale e per 8 anni, dal 2000, ha presieduto il sindacato di categoria del suo settore, Silf, ma non conoscevo il suo volto, trovandolo in rete solo ora, purtroppo. Per dire di quanto fosse schivo il personaggio, a differenza delle sue ragazzine, spigliate, moderne, intelligenti e belle, prima intelligenti e poi belle. E a noi ragazzine Grazia Nidasio ha dato davvero molto.
    Così è una grande autrice che piango oggi, col rammarico di averla in effetti trascurata in tutto questo tempo, ma nella memoria no: che bello quel tempo passato a leggere le avventure della famiglia di Valentina, quando, mi pare il giovedì, usciva il Corriere dei piccoli....

  • GIOVANI, TUTTI A LONDRA?

    data: 21/12/2018 21.45

    E’ davvero toccante la lettera aperta che la Conad, il grande magazzino emiliano, ha rivolto sui giornali, pagando pagine intere di pubblicità, ai lettori, con gli auguri di Buon Natale. Vi si affronta il tema dell’emigrazione dei giovani e la lettera è intitolata così: “Nessuna valigia può contenere l’amore di una mamma”. scrivono questi Conad: “Per noi, pensatori che hanno fatto varie pubblicità basate sul sentimento (memorabile quella della ragazza che partoriva nel supermercato), è inevitabile immedesimarci nell’amarezza e nella speranza di tante famiglie che vedono i loro figli partire in cerca di lavoro, non solo da Sud a Nord, ma dall’Italia verso l’Europa e il mondo intero. Sempre più di frequente, i nostri ragazzi vanno a mettere le loro radici in posti lontani, li aspetta un’altra vita sotto altri cieli. C’è troppo silenzio intorno al fatto che all’interno di una città come Londra esista un’altra città, grande come Verona, abitata dai nostri ragazzi”. Le valigie traboccano di prodotti italiani e ciò per la Conad non è male, ma, con mirabile altruismo, conclude: “Non lasciamo che i nostri ragazzi ci lascino; la questione riguarda il valore del loro bagaglio culturale, teniamola aperta. Insieme alle luci di questo Natale, teniamo accesi i loro sogni”.
    Io sono stata una di quei ragazzi: non sono andata troppo lontano, sebbene la mia avventura giornalistica fosse cominciata al Nord, a Venezia e a Milano. Senza alcun rimpianto, all’inizio. Anche perché, avendo visitato Venezia pochi anni prima e deciso che fosse la città più bella del mondo, quando la borsa di studio che avevo vinto mi destinò proprio lì, io più che altro pensavo ad andare in giro per campi e campielli, e non al mio futuro di giornalista. Poi tornai a Bari e trovai lavoro a Lecce, dove sono rimasta per 18, lunghissimi anni. Passavano, gli anni, ma io non me ne accorgevo, avevo sempre Mamma e Papà alle mie spalle, a 156 chilometri di distanza: la domenica li raggiungevo, pensavo che la vita sarebbe stata sempre così, in fondo facile, io tra i pochi miei coetanei ad avere uno stipendio sicuro, già allora, annullato però dalle spese, senza possibilità di risparmio.
    Non sono stata lungimirante. Questo pendolarismo, alla lunga, mi ha logorata, ha fatto sì che io non mi sentissi di nessuna delle due città e quando sono tornata a Bari, la mia città come l’ho sempre considerata, sono stata felice di aver passato ancora qualche anno - troppo pochi! - con i miei Genitori, ma mi sono ritrovata senza lavoro e senza che la cosa riguardasse la società, che ha continuato a pretendere da me quote dell’ordine, dichiarazione dei redditi, ecc. e fa sì che ora io sia un’esodata in piena crisi. Ora, osservando la realtà sia leccese che barese, mi rendo conto che, a meno di tagliare tutti i ponti e decidersi a stare molto lontano, in cerca di fortuna, una società a base familiare come la nostra rende forti e sicuri gli individui che stanno in una famiglia forte e sicura. Penso a certi esercizi commerciali che si tramandano di padre in figlio o studi di legali o professionali in genere. E in fondo è stato sempre così: l’ascensore sociale è bloccato, si va avanti solo con le conoscenze (parentali per di più). Altrimenti c’è l’impiego pubblico o regionale (dalle pensioni d’oro e veloci). Ma di certo resta il fatto che in moltissimi settori Bari, una città del Sud, resta una città d’importazione, coloniale, che non ha una sua autonomia. Per dire, io se avessi voluto fare la giornalista di moda, non sarei dovuta stare qui, ma adesso nemmeno a Milano, vista la crisi dell’editoria. Lo stesso commercio per cui i baresi erano un tempo famosi, adesso è in mano ai cinesi. E’ una questione di sopravvivenza e non so come se ne esce: ma di certo una soluzione la si deve trovare perché non è possibile che i giovani se ne vadano tutti via. E’ una sconfitta, all’inizio non ci si pensa, ma alla lunga è davvero deprimente. 

  • I GIORNALISTI GUARDIANI

    data: 19/12/2018 00.06

    Il Time ha dedicato la “Persona dell’anno” ai giornalisti guardiani. Ottima scelta, perché questo è un periodo decisamente nero per i professionisti dell’informazione. Quattro le copertine: una per il saudita Jamal Khashoggi, un’altra per la filippina Maria Ressa, per gli americani dalla Capital Gazette di Annapolis e per i cronisti birmani incarcerati. Non che fare il giornalista d’inchiesta sia stato mai facile ma il grido della maltese Daphne Caruana Galizia (Sliema, 26 agosto 1964-Bidnija, 16 ottobre 1017) uccisa con un’autobomba, lanciato dal suo computer poco prima: “Aiuto, qui sono tutti corrotti!”, si attaglia bene anche all’anno successivo.
    Un 2018 particolarmente funesto per la categoria. Il 28 giugno un 38enne che aveva fatto causa al giornale per diffamazione sei anni fa, è entrato nella redazione di Capital Gazette, ad Annapolis, nel Maryland (negli Usa delle armi libere) e ha ucciso cinque persone, quattro giornalisti e un dipendente del reparto commerciale, sparando con un fucile da caccia. Cinque vittime, come recentemente a Strasburgo, colpite da un fanatico jihadista, tra le quali anche il giornalista Antonio Megalizzi. A Istanbul il 2 ottobre Jamal Kashoggi (Medina 13 ottobre 1958- Istanbul 2 ottobre 2018), è entrato nell’ambasciata del suo Paese, l’Arabia saudita e non ne è più uscito: particolari sempre più agghiaccianti sono trapelati subito, di come sia stato torturato e ucciso da agenti segreti agli ordini del principe ereditario Salman. Ma come mai si è seguito quasi in diretta questo eccidio? Il Washington Post sospetta fortemente la Hacking Team, una ditta italiana o meglio non solo italiana, specializzata nel settore informatico, fondata nel 2003 in Brianza da David Vincenzetti. Questa ditta ha creato un dispositivo che entra nei telefonini e negli smartphone: secondo quanto rivelò Wikileaks, anche se la sua attività consisteva nell’aiutare le polizie a smascherare i terroristi, in realtà la spia informatica è stata fornita a 40 governi, anche non democratici. Non basta, la società è da due anni (come del resto moltissime aziende italiane) saudita al 20 per cento. Fare due più due è semplice...La reazione del governo saudita, anche di fronte alle proteste di Trump, è stata sdegnata ma intanto ci sono le registrazioni, addirittura i filmati. E Kashoggi attende giustizia.
    Maria Ressa è una giornalista filippina del suo Rappler, un giornale online che si trova nelle Filippine ma ha anche una redazione a Giakarta, in Indonesia. Dal 2011 è un susseguirsi di scoop che prendono di mira soprattutto, ma non solo, il governo delle Filippine. In Birmania infine, sono stati condannati a 7 anni di carcere due giornalisti della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, che avevano descritto l’eccidio di 10 persone di etnia Rohingya, la minoranza musulmana che vive nel nord del Myanmar (come si chiama da qualche tempo la Birmania). Gli assassini erano dei buddisti e i giornalisti hanno raccolto testimonianze dirette.

    La religione porta guai un po’ ovunque. Sarà un caso ma per esempio dei fondi miliardari fatti sparire dai frati francescani, in Italia, non si parla più e la vicenda sarebbe costata il posto a un valente giornalista di Report. 

  • GIACOBBO E ALTRI BALLISTI

    data: 17/12/2018 13.52

    Quello di cui difettano certi presentatori-divulgatori televisivi è la modestia. A dispetto delle caricature di cui sono stati fatti oggetto nel corso degli anni, da bravissimi imitatori come Corrado Guzzanti o Neri Marcorè, Roberto Giacobbo, per dirne uno, asserisce, presentando il suo nuovo programma su una rete Mediaset, dopo aver lavorato per decenni a Raidue (Voyager dal 2003 fino a poco fa), di appartenere a una specie protetta, in quanto di divulgatori come lui si sta perdendo la semenza...Il debutto, in Freedom uguale Libertà, come se finora non fosse stato libero di sparare tutte le balle che ha voluto, è per il 20 dicembre, giovedì prossimo, in prima serata. Scenario per tanta “cultura” scientifica-divulgativa un luogo degno a tanta altezza: il Duomo di Milano. Ovviamente di notte, illuminato a giorno, perché quando Giacobbo arriva i mezzi tecnici si sprecano; quanto alle notizie storiche, meglio sorvolare. I suoi servizi a Voyager erano di solito annunciati da una musica roboante, da titoli allusivi: “Un marziano ha lasciato le sue tracce sul Castello di Federico II”; oppure “Scopriamo il segreto della piramide posta sullo stesso parallelo di vattelapesca” o ancora, “Il trullo? Non è una costruzione contadina, no, è il segnale di una popolazione ancora sconosciuta”. Ovviamente sconvolti da tanti annunci, gli spettatori si apprestavano a vedere, magari anche a tarda ora, cosa ci fosse di così sconvolgente in quel servizio: beh, il massimo che si poteva intuire era vedere i due metri di Giacobbo infilarsi in una strettoia umida (con l’operatore costretto a seguirlo,) a caccia delle sue chimere. Come quando in un servizio di almeno quattro ore spiegò come e qualmente san Nicola fosse venerato in tutto il mondo e, udite udite, servì da modello al Babbo Natale della Coca Coca. Notiziooona... peccato che lo si sapesse da sempre e che Giacobbo fosse arrivato buon ultimo.
    C’è da dire però che per la divulgazione storico-geografica, quella che la Bbc e Arte svolgono così bene - basta guardare Rai5, Raistoria e Raiscuola o l'italiano Cristoforo Gorno su Raistoria - Giacobbo è in ottima compagnia. Prendiamo Alberto Angela, il figlio illustre di tanto padre; i suoi programmi su Pompei, sulla Cappella sistina, su Firenze sono tanto celebrati quanto...noiosi. Si comincia con l’illustrare il luogo ma si finisce puntualmente con la ricostruzione storica interpretata da attori in costume, di solito con colori seppiati, in interminabili siparietti. Meglio notturni, e illuminati a giorno, con gran spreco anche in questo caso. O vogliamo parlare delle città di Augias? Colui che, a “Tv-talk”, ha dichiarato con un sorriso compiaciuto che andrebbe volentieri in pensione e lo avrebbe anche detto ai dirigenti Rai, per sentirsi rispondere: “Appena troviamo uno in grado di sostituirti...”.
    In prima serata del sabato (meglio uscire!) ho visto solo la puntata dedicata a Parigi: alla fine chiudendo gli occhi mi rimanevano impresse solo le immagini della ghigliottina, riproposta più volte, e delle cartoline pruriginose, illustrate in gran dettaglio, sulla povera Maria Antonietta che oltre alla testa tagliata deve subire questo oltraggio anche a distanza di secoli, in un programma poi strombazzato come turistico, geografico. Nel settore, comunque, c’è la fila: ora anche i politici si candidano come guide turistiche. Matteo Renzi, in cerca di partito, per ora si accontenta di esporre le magnificenze della “sua” Firenze... 

  • TRADUZIONE CON GIALLO

    data: 13/12/2018 20.49

    Siamo al capitolo XX di Anna Karenina, il capolavoro (con Guerra e pace, certo) di Lev Tolstoj: “Oh che bella età è la vostra! Conosco bene e mi ricordo la foschia azzurra simile a quella delle montagne svizzere. Quella foschia che avvolge ogni cosa nel periodo beato in cui è appena terminata l’infanzia, e da quel cerchio immenso, felice e spensierato, si apre una strada che si assottiglia sempre più, ed è così gioioso e spaventoso intraprendere quel percorso, anche se è bello e luminoso... chi non c’è passato?”. Anna, donna matura per i tempi, in realtà poco più che trentenne, è in casa del fratello Stipa. Vi è accorsa per risolvere una crisi matrimoniale che sarà nulla in confronto alla sua e conosce la sorella minore della cognata Dolly, la famosa Kitty che poi sarà sua rivale in amore. Kitty è appena adolescente, avrà 18 anni e Anna la considera con una certa nostalgia per quell’età. Eppure, questo paragrafo non riluce in questa traduzione come dovrebbe. E, leggendo una versione, sorge sempre il dubbio, almeno per chi non conosce il russo, su come in realtà ha scritto Tolstoj.

    Lo stesso brano, in altra versione, appare completamente diverso anche se simile nella sostanza: “Che bella età la vostra! Fa pensare alla nubi azzurrognole che si vedono sui monti in Svizzera. Nella felice età in cui finisce l’infanzia, è così delizioso tutto, tutto ciò che una simile nube tiene celato! Poi appare un sentiero che, partendo dal cerchio luminoso, va facendosi sempre più stretto... e s’infila quel sentiero con allegria e paura , sebbene sembri inondato di luce e tanto bello... chi non è passato di là?”. Siamo a pag. 92 dell’edizione Oscar classici Mondadori, tradotto da Ossip Felyne, un traduttore di cui ci si può fidare, in quanto era russo, scrittore a sua volta, nato a Odessa il 29 dicembre 1882, un ebreo russo dalla vita cosmopolita come spesso quella dei russi di un certo ceto sociale. Fino al 1906 visse a Odessa, dove si sposò con Fanny Rozenberg, quindi con la moglie si trasferì a Zurigo per studiare chimica, ma nel 1910 cambiò facoltà, ingegneria a Parigi. Nel 1915, avendo deciso di non tornare più nella Russia rivoluzionata, si trasferì in Italia a Bordighera, poi a Roma, dove abitò in via Sistina 68, a Napoli, dove fece il giornalista e il direttore dell’Impresa metropolitana e ancora a Milan

    Ma Ossip Felyne è uno pseudonimo, in rete si trova ben poco a sfatare l’illusione che si sappia tutto qui: il suo vero nome era infatti Osip Abramovic Blinderman. Usò l’altro nome per un’intensa attività letteraria e di traduzione, finché nel 1939 gli venne revocata la cittadinanza italiana per la sua origine ebrea. E dunque che fine ha fatto Felyne Ossip, l’eccellente traduttore di Tolstoj? Non è possibile nemmeno rintracciare la data di morte, né se sia finito in un campo di sterminio... E anche della figlia scrittrice, Erna Osipovna Blinderman, nata a Zurigo il 7 luglio 1906, autrice del Mulino di Delft e di Fiaba Novecento, non si sa molto altro dopo il fatale 1938.

    Ci sarebbe da rivolgersi a “Chi l’ha visto?” che si sarebbe potuto mobilitare, all'epoca, anche per Tolstoj stesso: “Lanciamo un appello per il famoso scrittore Lev Tolstoj che dal 28 ottobre ha lasciato la casa di Jasnaja Poljana per rifugiarsi in un convento. Ma poi di lì ha preso il treno, chiunque lo avesse visto...”. Lo ritroveranno infatti in una stazione, stroncato dalla polmonite: Lev morì il 20 novembre 1910 a 82 anni nella stazione di Astàpovo ed era nato il 9 settembre 1828 a Jasnaja Poljana.
    Sulle date ci sono discrepanze, quelle riportate sono di Wikipedia: 28 agosto la nascita e 7 novembre la morte, a causa della differenza con il calendario ortodosso, sono quelle effettive. Invece di Felyn e della figlia si sono perse le tracce.
    Quanto poi alle traduzioni, alla fine è il valore dello scrittore che conta, anche perché ormai ce ne sono così tante che fare un raffronto è davvero difficile. Anche se, disponendo di diversi volumi, si può fare. Nella nuova edizione Einaudi, per esempio, di Guerra e pace, la traduttrice Emanuela Guercetti ha dichiarato al Venerdì di Repubblica di aver risolto con la rete molti dubbi, come per esempio quello relativo alle allodole come annuncio di primavera. Ebbene, in Russia si usava confezionare dei biscotti a forma di allodole proprio verso la primavera, ed ecco risolto l’enigma. Quanto a me, mi tengo la traduzione “storica” di Enrichetta Carafa d’Andria. Altro personaggio da ripescare.

  • QUEI TRENI DELLA SHOA

    data: 05/12/2018 18.35

    E’ di pochi giorni fa la notizia che le ferrovie olandesi risarciranno gli eredi degli Ebrei deportati nei campi di sterminio con i suoi treni. Una giusta decisione, seppure tardiva, molto tardiva: nessuno può permettersi, dopo la gran mole di studi, di libri, di testimonianze, di ignorare il ciclone di malvagità che ha scosso l’Europa “culla di civiltà” negli anni Trenta del secolo scorso, in quei dodici anni, dal 1933 al 1945, di puro orrore. Tuttavia, adesso che i testimoni diretti dell’incubo nazifascista, quei pochi sopravvissuti alla strage di sei milioni di Ebrei, stanno via via scomparendo per motivi anagrafici, ricordare, anche se doloroso, è un dovere.
    Per esempio rileggendo un libro in due volumi edito da Einaudi anni LA SHOAa: “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, l’opera della vita dello storico di origine ebraica Raul Hilberg. Nato a Vienna il 2 giugno 1926 e morto negli Usa (dove la sua famiglia fuggì nel 1938) il 4 agosto 2007, Hilberg, ha raccolto in circa 1.400 pagine una serie immensa di documenti. Lo ha fatto per anni, dal 1946 in poi, fino alla prima edizione di questo suo lavoro decisivo, nel 1961 e a una seconda notevolmente accresciuta nel 1985. L’obiettivo: dimostrare come questo sterminio di massa ebbe sì come causa prima Hitler, ma fu anche effetto di tutt’una serie di atti burocratici che resero possibile l’impossibile, ciò che nei secoli era stato purtroppo già attuato e sperimentato - perché i pogrom erano vizio antico - ma mai in modo così esteso e sistematico.
    “Solo 92 militari tedeschi - si legge nell’introduzione di Frediano Sessi - lavoravano a Treblinka, Sobibor e Belzec, più alcune centinaia di ucraini. 92 tedeschi nella Polonia occupata riuscirono a uccidere, in quei tre centri di sterminio, quasi un milione e mezzo di Ebrei”. Questo ancora è comprensibile: si tratta della legge del più forte, di un manipolo di armati contro tanti disarmati. Ciò che non si capisce è il prima, l’antefatto: l’incredulità e lo sconcerto degli stessi Ebrei che si credevano, a buon diritto, tedeschi a tutti gli effetti, così come in Italia italiani fino alle leggi razziali del 1938.
    Un brutto giorno, gli Ebrei si sono svegliati e si sono accorti di non essere più tollerati. L’intolleranza, che risorge di tratto in tratto nella storia, travestita da legge, allora progredì lentamente ma inesorabilmente con piccoli accorgimenti e con assenso di massa da parte della scrupolosa burocrazia italiana e tedesca: isolamento, espulsione, uccisione. Fin nelle più sperdute province, non ci fu scampo...
    I treni, per esempio: i treni viaggiavano lentamente, scrive Hilberg. Destinazione, i campi di concentramento, di annientamento. Isolati quanto si vuole ma i treni passavano per le stazioni, per i centri abitati, le grandi città e nessuno poteva far finta di ignorarli, a partire dallo stesso personale delle ferrovie. Nessuno poteva, ma lo fecero, ignorare le urla che giungevano dai carri-merci in cui erano ammassati i deportati. Nessuno poteva fingere che, se un appartamento abitato da ebrei era rimasto vuoto all’improvviso, chi lo occupava subito dopo non fosse un usurpatore, come ha dimostrato molto bene il film “La chiave di Sara”. Dall’Olanda furono deportati 107mila ebrei. Gli Ebrei in Olanda erano 140mila. Rimasero in molto pochi. Morirono in massa in quei campi della morte, come Anna Frank. Giustamente Hilberg è restìo a usare shoah, olocausto, parole che implicano un sacrificio, qualcosa di rituale: ci fu un delitto, un vile vilissimo delitto di folla.
    Le Nederlandse Spoorwegen (Ns) per questo “servizio” guadagnarono circa 2,2 milioni di sterline: dunque è giusto che ora paghino. Come pagarono nel 2014 le ferrovie francesi (anche dalla Francia di Vichy furono deportati 76mila ebrei e ne sopravvissero solo tremila). Sono passati 80 anni al massimo da allora: è il caso di riflettere. Di sorvegliare, tenere gli occhi aperti. E risarcire, per quel che è ancora possibile. Anche se sul piano morale non c’è risarcimento che tenga. 

  • IL FENOMENO NINO ROTA

    data: 03/12/2018 23.19

    107 anni fa, il 3 dicembre 1911, nasceva a Milano Nino Rota, da una famiglia di musicisti. In particolare fu la madre, Ernesta Rinaldi eccellente pianista, figlia del compositore Giovanni, a impartirgli i primi rudimenti dell’arte che lo avrebbe reso famoso. Infatti, data la negligenza a cui la scuola pubblica relega l’insegnamento della musica, spesso e volentieri è proprio l’imprinting materno a soccorrere. Nel caso di Nino Rota poi, questa passione per la musica si evidenzia molto presto: a 8 anni aveva già riempito di spartiti 15 bauli e fu ammesso alla classe di composizione di Giacomo Orefici al conservatorio di Milano per passare poi all’insegnamento di Ildebrando Pizzetti e di Alfredo Casella, diplomandosi a Roma al conservatorio di santa Cecilia nel 1930. A 11 anni compose e diresse con successo a Milano e in Francia “L’infanzia di Giovanni Battista”. A 19 anni fu per due anni negli Usa, a Philadelphia e poi a Milano s’iscrisse a Lettere e si laureò con una tesi su Gioseffo Zarlino, compositore veneziano del ‘500.
    Proprio a Venezia, all’isola di san Giorgio, alla Fondazione Cini, è conservato il suo immenso archivio di composizioni e anche di libri, dato che fu pure straordinario bibliofilo. Nel 1933 comincia a collaborare con il cinema: la sua prima colonna sonora, a cui ne seguiranno centinaia, è per “Treno popolare” di Raffaello Matarazzo. Nel 1937 insegnò teoria e solfeggio al conservatorio di Taranto e nel 1939 passò al conservatorio di Bari, dove poi fu nominato direttore nel 1950.Vi rimase fino al 1977, quando si trasferì a Roma, per morirvi il 10 aprile 1979, poco dopo aver concluso il trailer per “Prova d’orchestra”. La prima collaborazione con Federico Fellini risale al 1952 e fu l’amicizia della vita ma Rota lavorò molto anche con Visconti, (per “Rocco e i suoi fratelli”, per “Senso”, per il “Gattopardo”), Monicelli, Zampa, Coppola (“Il padrino”) e in tv. Chi non ricorda la sua celeberrima “Pappa col pomodoro” per il Giamburrasca televisivo del 1965 o la marcetta di “Otto e mezzo”?
    Di quanti moderni compositori “classici” si può dire che siano al tempo stesso popolari come Rota? Quanti vengono “cantati e fischiettati” a memoria? Fu spesso giudicato con disprezzo “quello del cinema”. La sua opera buffa “Il cappello di paglia di Firenze” su libretto della madre, presentata a Palermo nel 1955 ma composta dieci anni prima, rappresenta una riedizione dello spirito rossiniano e “Napoli milionaria” (da Eduardo De Filippo), presentata a Spoleto nel giugno 1977, ebbe un gran successo di pubblico, meno di critica. “Il suo stile è limpido, non esente da un certo brio un po’ buffonesco, che tuttavia non va mai al di là di una serena discrezione”, questo il giudizio dell’enciclopedia Utet del 1973, che risulta oggi molto datato.
    Tante le sue composizioni per gli amati strumenti a fiato (clarinetto in primis, accostato anche al pianoforte) per arpa, per viola e violoncello, spesso composte a Bari. Sì, Nino Rota, questo musicista così internazionale ma al tempo stesso schivo e riservato, timido, componeva in una stanzetta del conservatorio di Bari, una villa ottocentesca ammodernata immersa nel verde, e abitava sul mare, ma spesso si fermava anche a dormire nella sua scuola. L’anno scorso, finalmente, Bari gli ha intitolato un largo accanto al teatro Petruzzelli e gli ha intitolato l’auditorium, una magnifica sala che è stata chiusa per anni subito dopo l’inaugurazione, per mancanze nella prevenzione di incendi: con il precedente del rogo doloso del Petruzzelli del 1991 non si poteva scherzare...

    Ma poi il teatro è stato riaperto, dieci anni fa. E giovedì prossimo, 6 dicembre, giorno di san Nicola, ci sarà un gran concerto per celebrare questo decennale, ma per l’Auditorium si è dovuto attendere molto di più, addirittura il 2017. Alla fine, anche questa è fatta: ed è bello visitarlo, il conservatorio, sembra che Rota si aggiri ancora per le sue stanze, con i suoi consigli agli studenti, con i suoi libri sottobraccio, con il suo pianoforte barocco. Un milanese a Bari, e di qui per tutto il mondo. 

  • IL RITORNO DI KAZANTZAKIS

    data: 01/12/2018 18.55

    Toh, di chi si risente parlare! Nikos Kazantzakis, l’autore greco più volte candidato al Nobel, autore di quel “Zorba il greco” famoso più per il film di Cacoyannis interpretato da uno straordinario Anthony Quinn che per il romanzo. Un vero saggio filosofico, uno scontro di civiltà nelle persone dei due protagonisti, l’io narrante, lo stesso autore, fine intellettuale e un uomo dalle mille radici e dalla saggezza pratica ma anche pasticcione come Zorba.

    Bari ha dedicato due giorni, la fine di novembre e il primo dicembre a questo autore, poiché è disponibile un nuovo “Zorba” nella traduzione di Nicola Crocetti (che è nato a Patrasso ma in Italia è noto come il più formidabile diffusore della poesia), una traduzione dal neogreco de “L’ultima tentazione di Cristo” (da cui è stato tratto il celebre film di Martin Scorsese del 1988), che si presenteranno stasera nella libreria Laterza, come presto sarà sugli scaffali il seguito dell’Odissea, oltre 33mila versi, compilata dal nostro, finora inedita in Italia e che lo stesso Crocetti sta per mandare in libreria. Un’occasione dunque per conoscere di più questo autore che non ha scritto solo quel romanzo, ma è stato anche poeta, filosofo, pittore, sceneggiatore, traduttore (dato che conosceva molte lingue) che ha concluso la sua vita a Friburgo, esule ad Antibes e in Germania, contestatore della Grecia dei colonnelli).
    Film sulla figura di Cristo, da lui prediletta proprio per l’ambivalenza di umano e divino, sono stati visionati stamane, I dicembre, al liceo classico barese Socrate e, poiché l’associazione culturale italo-ellenica Pitagora di Bari si fa promotrice dell’amicizia fra i due Paesi europei, presto una sezione della Società internazionale degli amici di Nikos Kazantzakis sorgerà anche a Bari. Questa Società stampa Synthesis, un quadrimestrale sulla sua attività. La città adriatica è sempre stata un approdo sicuro per i greci esuli specie nei periodi di particolare sfortuna politica (vedi la dittatura negli anni Settanta del secolo scorso), ma anche un’attrazione universitaria. Difatti ancor oggi ci sono qui più di 4mila studenti greci. Ed ecco che questi due giorni dedicati a Kazantzakis sono quanto mai opportuni, come ha sottolineato l’assessore comunale alla cultura, Silvio Maselli.
    Nikos Katazankis nacque a Creta, in un villaggio nella provincia di Chania, il 18 febbraio 1883, in territorio turco già allora conteso dai greci. Ci sono state sempre guerre per questo, in cui è intervenuta anche l’Italia contro la Turchia (guerra di Libia dal 29 settembre 1911 al 18 ottobre 1912), come hanno ricordato alcuni eredi, presenti nella sala Massari del municipio, di tal generale Alberto Crispo, sardo di origine ma poi morto a Modugno, vicino a Bari, a 88 anni, il 6 dicembre 1940.
    Pacifista e internazionalista, lo scrittore Nikos si trasferisce presto ad Atene per studiare legge e poi a Parigi, dove viene influenzato dalla filosofia di Bergson e di Nietzsche, decidendo di dedicarsi alla letteratura. Il suo romanzo-cardine è pieno infatti di osservazioni filosofiche e può essere inteso anche come manuale d’esistenza: un libro-mondo come si usa dire adesso. Ed è questo che lo rende ancora affascinante e tradotto in tutto il pianeta, con sempre nuovi fan.
    E sulla scorta del fatto che sin dalla sua morte il 26 ottobre 1957, un letterato di tale importanza sia stato dimenticato (anche se il film lo rilanciò nel 1965), 30 anni fa, esattamente il 14 dicembre 1988, sorse a Ginevra, in Svizzera, per iniziativa della vedova Elène che lì si era stabilita, la Società internazionale degli Amici di Nikos Kazantzakis, diretta da Giorgio Stassinakis che ha curato ovunque la diffusione delle opere del cretese e che venerdì ha ricevuto delle targhe commemorative.
    Stassinakis, che parlava in greco, ha smentito alcuni luoghi comuni: in Grecia Kazantzakis, in quanto anarchico sostanzialmente, è stato considerato a lungo un eretico e Stassinakis stesso lo ha letto solo in Francia perché lo zio archimandrita gliene vietava la lettura; eppure il nostro, non comunista ma amico dei comunisti, certamente fiero oppositore dei fascisti, ecologista ante litteram (le sue descrizioni del mar Egeo e delle isole greche, Creta in primis, sono fantastiche), si è più volte interrogato su Dio ed ebbe come suoi motivi-guida: l’essenza (l’ousìa greca), Dio e la libertà. Kazantzakis non fu mai scomunicato, come si crede e, sepolto sul bastone di Heraklion con una solenne cerimonia religiosa, fece apporre come suo epitaffio: “Non temo nulla, non spero nulla, sono libero”

  • CHE PATRIMONIO I MURETTI

    data: 28/11/2018 23.20

    Patrimonio mondiale dell’umanità: ultimi arrivati, notizia del 28 novembre, i muretti a secco. Ottima scelta. I muretti a secco costellano infatti le campagne della “mia” Puglia, rendendo ancor più bello il paesaggio, a sottolineare gli oliveti e i vigneti che si stagliano sul terreno rosso, quello che i turisti hanno visto spesso solo nei campi da tennis e che qui invece ha la sua colorazione naturale. I muretti a secco, certo, caratterizzano tutto il Mediterraneo e, da ciò che si può vedere e sapere, anche oltre, soprattutto nelle isole britannica e irlandese. Però in Puglia conoscono la loro esaltazione in quell’apoteosi del muretto a secco che è il tetto del trullo, costituito da chianche opportunamente scheggiate in modo da formare il caratteristico e inimitabile cono.
    I muretti a secco, che delimitano le proprietà e che spesso sono interrotte da scalette che immettono nel fondo senza passare dal cancello, sono costruzioni contadine artigianali. E delicate, nonostante la resistenza di secoli. Con le continue piogge e la scarsa manutenzione, anche i tetragoni muretti rischiano di crollare e in diversi punti mostrano spesso il logorio del tempo. Una campagna come quella barese, per esempio - molto verde, ancora molto agricola per fortuna, la cintura orticola che un tempo, prima che l’aggressione edilizia si facesse sempre più imponente, circondava la stessa Bari e ora molto ridotta - merita maggiore attenzione. Spero che questo riconoscimento serva anche da tutela di un patrimonio effettivamente prezioso, fin giù al Salento, dove sulla costa adriatica, per esempio da Santa Cesarea terme a Leuca, ci sono delle vere terrazze delimitate da queste pietre disposte ad arte anche se sembrano facilmente accatastate.

    Il patrimonio artistico, che meraviglia: finalmente in tv stanno passando dei filmati nuovi che illustrano come meritano i luoghi del Belpaese in modo breve ma efficace, non con la tristezza dei vecchi intervalli. Spettacolari quelli dedicati alla costiera amalfitana, a Matera, a Napoli. Non solo: adesso si parla anche di patrimonio umano. E’ difficile definire un monumento: per l’Unesco ora lo sono anche le feste patronali, la pizza napoletana, i burattini siciliani, e ognuno può scegliere il suo. Si tratta delle famose reminiscenze del cuore, così ben descritte da Proust: patrimonio del proprio cuore può essere per esempio un profumo associato a una persona cara che si è persa, un cibo preparato dalla mamma o dal papà, un saluto portato nel cuore. Si tratta in effetti di una categoria infinita, importante però. Perché, come diceva Croce, la storia altro non è che una guerra contro il tempo. 

  • M COME MATTANZA E METOO

    data: 25/11/2018 14.46

    Col titolo “Non molestarmi”, sul sito di Repubblica, che consiglio di leggere, ci sono tutte le storie del #MeToo, di “Non una di meno”, le storie - dalla molestia leggera a quella più pesante, fino purtroppo al femminicidio - che hanno reso necessaria questa giornata internazionale contro la violenza alle donne, che si celebra nel giorno di santa Caterina d’Alessandria, il 25 novembre, giorno delle caterinette, le sartine di Parigi, di Torino, sottopagate nell’epoca della rivoluzione industriale, fine Ottocento. Perché alla fine, questa storia delle violenze, è pur sempre lotta di classe.
    Cercate in rete il video di un monologo stupendo che Rairadiotre ha diffuso nell’ambito della rassegna teatrale “Tutto esaurito”. Gloria Saitta, una giovane e bravissima attrice, con la regia accorta di Giorgio Barberio Corsetti, impersona Irina Lucidi, dal romanzo di Conchita De Gregorio “Mi sa che fuori è primavera”. Irina, come spiega nel libro e come la Saitta interpreta al meglio, è la sventurata donna a cui nel gennaio 2011 il marito, un ingegnere svizzero, Mathias Shepp, fece sparire le loro figlie, le gemelline Alessia e Lidia, 6 anni, prima di gettarsi sotto a un treno a Cerignola, dopo essere stato in Corsica, aver attraversato mezza Italia e aver spedito una cartolina alla moglie, che si stava separando da lui: “Le bambine non hanno sofferto...Non le rivedrai mai più”. E Irina, un’avvocata che lavorava nella stessa nota multinazionale di questo pazzo (perché alla fine di malati di mente si tratta), ma con un grado superiore, uno stipendio più alto, che pochi giorni prima aveva spedito una mail all’ormai ex marito pregandolo di attenersi alle disposizioni del giudice, viene trattata dagli inquirenti come colpevole, proprio a causa di quella mail, il che ha ritardato indagini che non sono state fatte, sul terreno sulle scarpe dell’uomo per esempio, o per fermare subito la macchina intestata a Irina ma presa da lui, dal momento della tempestiva denuncia di scomparsa delle bambine.
    Lotta di classe, differenza di ambienti, di lavoro, di mentalità, alla fine di stipendio. O vogliamo citare, e lo facciamo, Antonietta Gargiulo, di Cisterna di Latina a cui il marito, appuntato scelto dei carabinieri, Luigi Capasso, il 28 febbraio scorso ha ucciso due figlie ragazzine. Ha quasi fatto fuori pure lei, lei che non voleva denunciarlo anche perché non sarebbe stata creduta dai colleghi del marito, gli stessi che hanno intavolato con lui una lunga trattativa quella mattina, fino all’epilogo, al “capofamiglia” che si spara e solo allora all’irruzione in casa per trovare i corpi senza vita delle povere fanciulle, mentre la madre versava in fin di vita in ospedale, soccorsa dai vicini. E anche in questo caso la separazione era in atto.
    E ad Aosta c’è anche il caso contrario: una infermiera che ha ucciso se stessa e i suoi due figli, ragazzini anche qui, con iniezioni al potassio, per far del male al marito, finito in psichiatria sotto choc e qui non c’erano avvisaglie, i vicini hanno commentato: “Una famiglia normalissima”…
    Ma questo, come tantissimi altri casi, rischia ormai di ridursi a due righe in cronaca, di diventare un fatto non eclatante ma consueto: uccisa, il fidanzato o il marito ha confessato. E’ successo questo sabato 24 novembre, a Firenze, in via santa Caterina d’Alessandria, guarda il caso... Una ragazza di 21 anni è stata trovata morta in un ostello; è stato il fidanzato, 30 anni, che lo ha confessato subito ai dipendenti allibiti dell’hotel. Futili motivi, come la coppia piemontese arrivata in vacanza in Sardegna da amici e poco dopo lei, da anni fidanzata con lui, viene trovata morta; lui comincia a parlare di rapinatori “ovviamente” extracomunitari arrivati dalla spiaggia e invece, dopo oltre un mese d’inutili sospetti, confessa: l’ha uccisa proprio lui...
    Ogni 72 ore, in Italia, si uccide una donna. Una mattanza. Oppure donne che la fanno finita. A Rimini, sempre ieri, si è scoperto che una moglie si era suicidata a metà ottobre dopo 34 anni di maltrattamenti del marito; lei l’aveva denunciato e ora lui se la prendeva con la figlia. E non poteva tornare a casa, come l’uomo che l’altro giorno a Sabbioneta (Mantova) ha dato fuoco alla sua ex casa, provocando la morte di un suo figlio undicenne. Anche qui, denunce, separazione in atto, guerra già dichiarata insomma e allora, forse, prevenire non sarebbe poi così difficile. Basterebbe allontanare le parti in causa, interrompere davvero qualsiasi rapporto. Ma è mai possibile che una soluzione così semplice non venga in mente a nessuno?
    Irina Lucidi ha spiegato che, durante la crisi del suo matrimonio, lei e il marito andavano da una psicologa, lì in Svizzera, dove abitavano, e lei spiegava all’emerita “studiosa” che il fatto che il marito mettesse post-it dovunque con le spiegazioni dettagliate di come lei dovesse vestire o nutrire le bambine le pareva un’esagerazione. Come ha reagito la psicologa? Ne rideva con il marito e dopo la tragedia, attaccò il telefono a Irina dicendole: “Non mi disturbi più”.
    A cosa servono le migliaia di psicologi che si sono laureati in questi anni? A cosa servono le denunce se non a incrudelire ancor di più soggetti in evidente stato confusionale? Distanza, ci vuole, ci vogliono i chilometri, ci vuole l’assenza, ci vuole la protezione: lo Stato deve provvedere a ciò, se non ce la fanno i soggetti, perché davvero di questa cronaca non se ne può più. E qui entra in gioco, di nuovo, la lotta di classe: se questa separazione non è possibile, anche per motivi economici, dev’essere imposta.

    Un’ultima cosa. “Non è normale che sia normale”, la campagna contro la violenza alle donne promossa da Mara Carfagna, vede vari personaggi segnarsi con un rossetto la guancia per far capire che non è normale che sia normale un livido... Anni fa la stessa campagna riportava le foto di donne veramente ferite e secondo me era più efficace; queste si presentavano al pronto soccorso e dicevano, mentendo: “Sono caduta dalle scale”… Meglio che usare il rossetto, un oggetto che personalmente adoro e mai assocerei alla violenza. 

  • 64 ANNI DI FOCOLARE TV

    data: 21/11/2018 18.56

    Oggi, 21 novembre, è la giornata internazionale della televisione, la cui patrona poi è santa Chiara. Forse allusivamente: perché trasmettere in chiaro è una delle prerogative principali della tv, questo straordinario mezzo che ha scandito la mia vita, in quanto in Italia la prima trasmissione risale al 3 gennaio 1954 e io sono...beh, lasciamo perdere. Confesso subito che adoro la tv, proprio perché è una presenza familiare, come pure la radio, mai mancata per me e che accendo per prima, insieme con il caffè mattutino. I primi programmi che ricordo sono i cartoni animati: le avventure di Pow Wow, un piccolo indiano, mi divertivano tanto che una mia zia mi soprannominò così. E naturalmente ci fu la Tv dei ragazzi, con quella sigla magnifica della banda di Topolino (usata anche da Kubrik in Full Metal Jackets) alternata con la Sinfonia dei giocattolo di Mozart padre. Rin tin tin, Belle e Sebastien, Francis il cavallo parlante, quante risate...I film in bianco e nero che guardavamo la mattina solo a Bari, nel periodo della Fiera del Levante: io allora vivevo in un paesino sperduto ma venivo a Bari dai nonni e dai cugini e ovviamente questi film “per la sola zona di Bari” mi sembrava parte del privilegio della grande città. Tutti i film di Camerini con Assia Noris, i primi film di Vittorio De Sica, come “Il conte Max” e nel periodo natalizio, tutto Danny Kaye, oltre a Stanlio e Ollio, facevano parte del repertorio. Di Natale, ancor oggi: Via col vento, Colazione da Tiffany, Dottor Zivago e Una poltrona per due. Li conosco a memoria. E su Iris, che ne ha il monopolio evidentemente, I tre giorni del Condor, che rivedo sempre perché Bob Redford a quell’età è incomparabile o Tutti gli uomini del presidente. E L’uomo che sapeva troppo: quando Doris Day attacca a cantare Que sera sera, io non riesco a trattenere le lacrime.
    La televisione, nelle sere d’inverno, in un gelido paese sferzato dal vento, era davvero un focolare: Carosello, con l’uomo dalla voce suadente che anche lui aveva sbagliato una volta, infatti quando si toglieva il cappello, ahimé, non aveva usato la brillantina; con il tenente Sheridan, con l’uomo in ammollo e “se le dò due fustini lei mi dà il suo detersivo? Ma neanche per sogno!”. I quiz di Rischiatutto e le gare che ripetevamo come giochi con i miei fratelli. La prima notte sveglia, nel luglio 1969, a vedere lo sbarco dell’uomo sulla luna, con Mamma scettica fino alla fine. Gli incontri di boxe che vedeva Papà, le commedie di Goldoni che piacevano tanto a me e a Mamma. Gli sceneggiati: Piccola città, E le stelle stanno a guardare, che mi fecero scoprire quel grande autore che è Cronin. TV7, con le sue inchieste, la tragedia del Vajont, la marcia di Martin Luther King. E Bob Kennedy assassinato nel giugno 1968: io e mia Nonna davanti al piccolo televisore sconvolte. E poi le gite sul monte Sambuco, tornanti di strada sterrata affrontati spensieratamente da Papà, a vedere il ripetitore della Rai, così alto lassù.
    Passano gli anni, le trasmissioni cambiano: la storia di Bianca Visconti, La freccia bianca, Sandokan, il grammelot di Dario Fo (“e sempre allegri dobbiamo stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale”) e i telegiornali sempre più tragici, gli attentati nelle grandi città, il rapimento di Aldo Moro e lo sterminio della sua scorta, poi tutta la mattanza di Palermo. Intanto io cercavo la strada di farla, la tv: e c’ero quasi riuscita, perché, una volta deciso che avrei fatto la giornalista, approdai a TeleBari per un periodo troppo breve, leggevo il telegiornale che contribuivo a fare e sperimentai allora per la prima (e unica) volta l’enorme popolarità che la televisione ti concede, in quanto poi per circa un anno, io che prendevo il treno per Lecce, dove avevo trovato lavoro, fui fermata per strada da gente che mi chiedeva come mai non fossi più a TeleBari...
    Ed era un sabato di un anno per me tragico anche sul piano personale (avevo perso, così giovane, una sorella amatissima a marzo) quando dalla tv accesa in redazione sapemmo tutti di Giovanni Falcone. Un anno maledetto. L’esplosione delle torri gemelle, quel martedì di 17 anni fa. E la vita continua, con la tv ogni giorno, con le telenovele da seguire come romanzi di appendice: “Sentieri” su Retequattro al pomeriggio che si è conclusa da un giorno all’altro senza un perché, con la sigla di Billy Joel, “It’s the time to remember”, ’“Beautiful” che per fortuna cambia solo gli attori ma resiste da ben 32 anni e “Un posto al sole”, la cui sigla ora non posso più cantare perché la cantavo con Mamma e ora spengo l’audio.
    Adesso vanno le storie di “Sconosciuti”, “Le ragazze” del 68 e dintorni, “Non ho l’età” per chi non smette di credere nell’amore, storie di gente qualunque, tanto più appassionanti proprio perché nessuno ci si è mai soffermato. E Raistoria: straordinaria la fiction-verità sul Maxiprocesso alla mafia o le ricostruzioni epocali di Cristoforo Gorno. Per le notti insonni c’è Fuoriorario con Enrico Ghezzi; poi Un giorno in Pretura, Chi l’ha visto? come all’epoca Portobello (non il nuovo!)...Certo fa tristezza pensare di aver visto la tv insieme a chi adesso non c’è più ma la televisione resta uno sguardo sul mondo che dà sempre qualcosa di nuovo. “Arte”, rete franco-tedesca, mi ha fatto vedere film mai visti, poi ci voleva un jpag (un dispositivo tecnico) per vederla e non l’ho più presa; si è passati dal bianco e nero ai colori, dal pulsante al telecomando, da poche reti a tutte le reti, alla radio anche dal televisore...insomma, la televisione: come facevano prima del 1954 (ma negli Usa prima del 1939) a non averla? 

  • GIOCHI DA MENTE DISTORTA

    data: 20/11/2018 17.49

    Un programma come Il grande fratello, ancora in auge, nonostante tutto, è erede diretto dei Giochi senza frontiere. Detestavo quella gara assurda che veniva contrabbandata come simbolo dell’unità europea, facendo il paio con i temi che si era obbligati a svolgere senza che del tanto conclamato Mec si sapesse poi molto. Ci avessero invece fatto viaggiare per le capitali d’Europa... No, in tv c’era questo programma che si chiamava così, senza frontiere, con gran sventolio di bandiere: giochi astrusi si susseguivano in squadre contrapposte, per una serata noiosissima che mi ricordava tanto l’ora di ginnastica sotto la sferza di professoresse invasate che pretendevano da noi alunne salti pazzeschi o altre mirabilie.
    Questi due spettacoli abbinati, Giochi senza frontiere e ora di ginnastica, mi hanno sempre dato l’angoscia, ed è per questo che trovo aberrante Il Grande fratello, di cui l’altra sera ho sbirciato un gioco, se così vogliono chiamarlo , in cui delle... pance, sì, pance scontornate da un tondo profilo, si avvicinavano pericolosamente al volto dei concorrenti mentre la sgherra di turno (un’angelica presentatrice pronta però a mostrare il suo lato disumano) chiedeva quali fossero le ossa delle dita.
    Ora, a chi vengono in mente questi giochi? A una mente distorta, è ovvio, la stessa che ha preteso di assoggettare gli operai a migliaia alla catena di montaggio; tanti al lavoro (o al gioco) e uno che comanda, al caldo, in uno studio confortevole, sfavillante di luci, che osserva sadicamente e comanda con crudeltà. Perché di questo si tratta, alla fine, di sadismo: guardare da una posizione di superiorità delle persone che stanno lì a dannarsi per acquistare punteggi.
    Pensare che E. T. A. Hoffmann, scrittore fantastico tedesco, vissuto dal 24 gennaio 1776 al 25 giugno 1822, dunque ben prima che tutto ciò sia stato escogitato, in un suo meraviglioso racconto, Maestro Pulce, ha anticipato proprio l’invenzione del microfilm. E prima di Orwell, anche. Ora, nel Grande fratello queste persone - sia pure pagate perché, oltre al lauto montepremi finale, ognuna di loro riceve un consistente gettone di presenza, altrimenti non ci andrebbero - devono convivere senza leggere. Infatti in quella casa non circola non dico un libro ma nemmeno un giornale. Non ci si può aggiornare nemmeno tramite i giornali radio o televisivi e poi, come ha detto recentemente Alessandro Cecchi Paone (il quale da contestatore 17 anni fa del programma, ne è diventato un convinto assertore e partecipante), dormono insieme e hanno un solo bagno...

    Ma è pazzesco davvero. Come pensano di fare spettacolo, così? Eppure lo fanno e ci sono tipi, come il suddetto, che lo considerano molto utile, benefico (beh, forse per il portafoglio) anche se si stupiscono che lì si creda che il Nilo scorra in Germania. Con la conduttrice che pontifica e può fare quello che vuole con gli ospiti, anche togliersi personali sassolini dalla scarpa, perché comanda lei. Infatti, comanda: ma è un comando effimero. Ricordo che un’altra reginetta di questi programmi, che voleva dirigere addirittura la Rai, e chissà forse ne avrebbe avuto anche le competenze, perse ogni credibilità facendosi ritrarre con un pesce gigante nell’isola degli sconsiderati. E fu dimenticata. 

  • SALVINI ALLA LAVAGNA

    data: 15/11/2018 21.20

    E’ partito lunedì scorso su Raitre Alla lavagna!, il nuovo programma che sostituisce Nonholetà e ancor prima Sconosciuti, in una fascia oraria, dopo Blob e prima di Un posto al sole, quindi tra le 20.10 e le 20.40. Si suppone sia molto visto da chi si appresta a cenare in casa. Si tratta di una produzione Endemol, che produce fra gli altri anche Il grande fratello vip, Masterchef, Le parole della settimana, quindi spaziando fra varie reti televisive, senza contare che siano, come la Rai, servizio pubblico o meno.
    Di fronte a diciotto agguerritissimi bambini fra i 9 e i 12 anni, il debutto è toccato a Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio dallo scorso 1 giugno e ministro dell’Interno. Premesso che un anno fa sarebbe probabilmente toccato a Marco Minniti e il risultato non sarebbe cambiato di molto, colpivno nella presenza per niente imbarazzata in classe di un Salvini giovanilista (quale in effetti è, ha 45 anni), il suo trasformismo, il suo voler essere a tutti i costi gioviale e simpatico, oltreché, fattore che sbandiera sempre, papà.
    Ma, da bravo tifoso, ha confessato che un giorno di aprile del 2003, quando nasceva il suo primogenito, ha preferito lasciarlo alla mamma e precipitarsi a Manchester dove si disputava la finale di Champions League vinta dal Milan per 3 a 2 ai rigori; peccato che sia stato il 28 maggio. Quindi non dovrebbe essere stato proprio il giorno della nascita del figlio (il primo dalla moglie da cui ha divorziato, avendo poi un’altra figlia da un’avvocata), ma un po’ dopo. Solo che così l’aneddoto perdeva di mordente. Ovviamente dopo Salvini l’ha spiegato al figlio il quale, milanista come lui, ha apprezzato il gesto.
    Il ministro, iscritto alla Lega da quando aveva 17 anni, da bravo trasformista, in una classe politicamente corretta che prevede anche due alunne di colore, dichiara di non essere affatto razzista, di non aver mai fatto discriminazioni. Si è presentato in camicia candida, non certo con una felpa verde, che ha smesso da un po’, né la spilletta con Alberto da Giussano dal braccino alzato che i leghisti esibiscono in ogni dove. Peccato che gli sgomberi dei centri di accoglienza, ultimo quello di Roma, il Baobab, con donne e bambini, lo smentiscano apertamente (in quanto da lui approvati e non è il solo caso, ricordiamo la nave Diciotti ferma a Catania con i profughi a bordo).
    I ragazzi erano molto deferenti e intimiditi. In fondo si tratta sempre di un ministro, diplomato al liceo classico Manzoni di Milano anche se con 48/60, il minimo e non laureato. Si era iscritto a Scienze politiche e a storia ma poi ha preferito la Padania. Gà nel 1993 era consigliere comunale. E’ stato poi parlamentare europeo, ripreso per il suo assenteismo.

    Il clou della trasmissione è stato quando, in un minuto, che non è tanto in effetti, ha voluto spiegare ai cos’è il sovranismo: “Noi siamo in 27 - ha detto, riferendosi, senza nominarla, all’Europa - e qui in classe siete 18. Se dovete decidere di qualcosa, discutete ma poi ognuno deve decidere per sé, con il cuore”. Qualche parola in più di ciò che ha pronunciato oggi al telegiornale a testa bassa, cioè che la manovra non riguarda l’Europa. Alla fine, un bel selfie con i ragazzini tutti allegri e i commenti finali: “Me l’aspettavo più antipatico”. Per forza, sembrava una perfetta propaganda...Un conto è interrogare i bambini, come pure faceva una trasmissione tempo fa, sui temi attuali, in modo che si esprimano “liberamente” (sia pure intimiditi dalla telecamera), un altro metterli di fronte a un “personaggio” che, con la disinvoltura piaciona che gli viene dal ruolo che riveste, ha gioco facile, anzi facilissimo. Inoltre, se ascoltare storie di “sconosciuti”, ben girate e confezionate, risulta piacevole, lo sconfinamento di chi ha ben altri problemi da affrontare - e che caso mai deve rispondere a domande sul suo operato, magari con una bella diretta dal Parlamento o da parte di giornalisti a cui non vengano tolti i microfoni da servili borsisti (com’è successo negli Usa con Trump) in un orario simile - è stonato, almeno a mio parere. Una specie di minculpop, alla fine. 

  • BATTIATO, 1945-1982

    data: 11/11/2018 21.57

    Adesso che giungono notizie confortanti sul suo stato di salute, dopo la brutta caduta in casa a Milo di un anno fa (ci sono le foto del suo pranzo con Luca Madonia, ex chitarrista dei Denovo), è giusto segnalare un libro che del fenomeno Franco Battiato analizza il sorgere, il lavoro continuo e incessante, la ferrea volontà di un ragazzo partito dalla provincia di Catania verso la brumosa Milano in cerca di fortuna con un solo, preciso, inderogabile intento: diventare un musicista. Fino all’exploit della Voce del padrone, l’lp che ammaliò tutti nella mitica estate del 1982 (anche se era già pronto nel 1981), vendette milioni di copie e mise tutti in cerca del proprio centro di gravità permanente.
    Questo libro, o piuttosto un devoto omaggio, uscito già a maggio scorso, merita di essere valutato per quel che vale: un lavoro certosino e unico sulle origini e gli sviluppi di un’opera magistrale. L’ha scritto un musicista che, dal canto suo, merita di essere maggiormente conosciuto (andare su youtube per credere; oltre 40 album dai Finisterre in poi, spaziando dall’Italia al Canada): Fabio Zuffanti, genovese, che per i tipi di Arcana ha dato alle stampe Battiato: La voce del padrone 1945-1982. Nascita ascesa e consacrazione del fenomeno (317 pagg., 18 euro), prefazione di Francesco Messina e discografia di Filippo Bardi. Un testo che gli amanti del Franco nazionale non dovrebbero perdere.
    Non è solo della vita di Battiato, nato a Riposto nel Catanese il 23 marzo 1945, che qui si tratta. E del resto non ci sono interviste di oggi, ma brani tratti dai giornali dell’epoca, di quell’atmosfera. Si parla tanto della factory di Andy Warhol, di cui è passata alla storia la sua collaborazione con artisti di vario genere e fotografi. Ebbene, a Milano c’era qualcosa di simile intorno a Battiato, nei suoi giri, nelle case discografiche, in uno studio storico sui Navigli, nel suo stringere amicizia nella galleria del Corso con Giorgio Gaber, nel suo circondarsi e avvalersi di musicisti di volta in volta diversi, con la supervisione del compianto Giusto Pio (serissimo violinista della Scala che, a oltre 50 anni, si lascia tentare dal rock psichedelico e dalle sonorità moderne del nostro), nei suoi viaggi, nella sua incredibile attività di produttore e di talent scout.
    “Per me Battiato è stato un faro”, ha detto Zuffanti presentando il suo libro a Bari. “Avevo 14 anni quando è uscito l’album della sua consacrazione. Mi hanno folgorato le sue canzoni semplici ma nello stesso tempo profonde, quel suo modo mai banale, mai scontato di far musica. Battiato si è sempre messo in gioco: è passato dalla musica leggera alla sperimentazione, ha continuato a sperimentare andando dall’opera lirica al cinema, cambiando continuamente le carte in tavola, alla pittura” (sfidando la sua iniziale inettitudine per il disegno per sua stessa ammissione e pare che adesso si stia dedicando solo a questo). “Un artista dunque eclettico che però aveva ben in mente di fare proprio questo: sperimentare varie forme d’espressione. E questo è piuttosto raro in Italia, dove ci si propone sempre nello stesso modo, mentre è proprio della persona voler sempre cambiare, sperimentare, cercare vie nuove, non riposare sugli allori. E’ questo che ci rende umani. In questo lo sento davvero molto affine e sono legato proprio a questo suo periodo che considero già la premessa dei successivi”.
    Zuffanti non nega di preferire proprio il Battiato sperimentale dei primi anni Settanta, lui che aveva cominciato con la canzonetta melodica. Per ricostruire quegli anni, ha svolto un lavoro davvero enorme Zuffanti, ha citato tutti ma davvero tutti coloro che hanno lavorato con Battiato ma poi, nelle pagine in grigio, ha seguito passo passo lo spartito dei vari brani, con un’acribia che piacerà ai musicisti. I primi appunti nel 2007 ma la stesura vera e propria si è svolta dal 2017 al 2018 (il libro è uscito a fine maggio e in verità avrebbe avuto bisogno di una correzione di bozze più efficiente, cosa che pare passata di moda nelle case editrici). Non è il primo libro che esce su Battiato ma questo è esaustivo del suo esordio e del suo successo, e poi è scritto magnificamente. Solo che si aspetta il seguito e Zuffanti non lo nega, anche se lo aspetta un lavoro ancora più impegnativo...

    Nel 1964 dunque il giovane Franco abbandona la Sicilia: parte senza alcun tipo di contatto e comincia la sua avventura. Dal 1965 al 1971 fa musica leggera e pure leggerissima; “E’ l’amore che ti prende per la mano piano piano”, il suo primo successo. Arriva a Milano e incontra Gregorio Alicata, un suo compaesano, con cui forma il duo “Gli ambulanti” e suonano per strada. E’ lì che li nota Giorgio Gaber e da lì nasce tutto. Sempre con la voglia di progredire, di migliorarsi, di entrare nel circuito della musica alta, fino al punto di mettersi a studiare il violino classico. Con viaggi all’estero da cui torna, specie dalle metropoli come New York, smarrito e terrorizzato. Meglio Milano, con la madre, trasferitasi anche lei come il fratello, che cucina per lui. Meglio il suo amato Oriente, Iraq e Siria prima delle disastrose guerre, Turchia, Marrakech. Per il resto, consultare Zuffanti, l’enciclopedia (per ora incompleta) del cantautore siciliano.