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MARIATERESA GABRIELE

  • QUEI TRENI DELLA SHOA

    data: 05/12/2018 18.35

    E’ di pochi giorni fa la notizia che le ferrovie olandesi risarciranno gli eredi degli Ebrei deportati nei campi di sterminio con i suoi treni. Una giusta decisione, seppure tardiva, molto tardiva: nessuno può permettersi, dopo la gran mole di studi, di libri, di testimonianze, di ignorare il ciclone di malvagità che ha scosso l’Europa “culla di civiltà” negli anni Trenta del secolo scorso, in quei dodici anni, dal 1933 al 1945, di puro orrore. Tuttavia, adesso che i testimoni diretti dell’incubo nazifascista, quei pochi sopravvissuti alla strage di sei milioni di Ebrei, stanno via via scomparendo per motivi anagrafici, ricordare, anche se doloroso, è un dovere.
    Per esempio rileggendo un libro in due volumi edito da Einaudi anni LA SHOAa: “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, l’opera della vita dello storico di origine ebraica Raul Hilberg. Nato a Vienna il 2 giugno 1926 e morto negli Usa (dove la sua famiglia fuggì nel 1938) il 4 agosto 2007, Hilberg, ha raccolto in circa 1.400 pagine una serie immensa di documenti. Lo ha fatto per anni, dal 1946 in poi, fino alla prima edizione di questo suo lavoro decisivo, nel 1961 e a una seconda notevolmente accresciuta nel 1985. L’obiettivo: dimostrare come questo sterminio di massa ebbe sì come causa prima Hitler, ma fu anche effetto di tutt’una serie di atti burocratici che resero possibile l’impossibile, ciò che nei secoli era stato purtroppo già attuato e sperimentato - perché i pogrom erano vizio antico - ma mai in modo così esteso e sistematico.
    “Solo 92 militari tedeschi - si legge nell’introduzione di Frediano Sessi - lavoravano a Treblinka, Sobibor e Belzec, più alcune centinaia di ucraini. 92 tedeschi nella Polonia occupata riuscirono a uccidere, in quei tre centri di sterminio, quasi un milione e mezzo di Ebrei”. Questo ancora è comprensibile: si tratta della legge del più forte, di un manipolo di armati contro tanti disarmati. Ciò che non si capisce è il prima, l’antefatto: l’incredulità e lo sconcerto degli stessi Ebrei che si credevano, a buon diritto, tedeschi a tutti gli effetti, così come in Italia italiani fino alle leggi razziali del 1938.
    Un brutto giorno, gli Ebrei si sono svegliati e si sono accorti di non essere più tollerati. L’intolleranza, che risorge di tratto in tratto nella storia, travestita da legge, allora progredì lentamente ma inesorabilmente con piccoli accorgimenti e con assenso di massa da parte della scrupolosa burocrazia italiana e tedesca: isolamento, espulsione, uccisione. Fin nelle più sperdute province, non ci fu scampo...
    I treni, per esempio: i treni viaggiavano lentamente, scrive Hilberg. Destinazione, i campi di concentramento, di annientamento. Isolati quanto si vuole ma i treni passavano per le stazioni, per i centri abitati, le grandi città e nessuno poteva far finta di ignorarli, a partire dallo stesso personale delle ferrovie. Nessuno poteva, ma lo fecero, ignorare le urla che giungevano dai carri-merci in cui erano ammassati i deportati. Nessuno poteva fingere che, se un appartamento abitato da ebrei era rimasto vuoto all’improvviso, chi lo occupava subito dopo non fosse un usurpatore, come ha dimostrato molto bene il film “La chiave di Sara”. Dall’Olanda furono deportati 107mila ebrei. Gli Ebrei in Olanda erano 140mila. Rimasero in molto pochi. Morirono in massa in quei campi della morte, come Anna Frank. Giustamente Hilberg è restìo a usare shoah, olocausto, parole che implicano un sacrificio, qualcosa di rituale: ci fu un delitto, un vile vilissimo delitto di folla.
    Le Nederlandse Spoorwegen (Ns) per questo “servizio” guadagnarono circa 2,2 milioni di sterline: dunque è giusto che ora paghino. Come pagarono nel 2014 le ferrovie francesi (anche dalla Francia di Vichy furono deportati 76mila ebrei e ne sopravvissero solo tremila). Sono passati 80 anni al massimo da allora: è il caso di riflettere. Di sorvegliare, tenere gli occhi aperti. E risarcire, per quel che è ancora possibile. Anche se sul piano morale non c’è risarcimento che tenga. 

  • IL FENOMENO NINO ROTA

    data: 03/12/2018 23.19

    107 anni fa, il 3 dicembre 1911, nasceva a Milano Nino Rota, da una famiglia di musicisti. In particolare fu la madre, Ernesta Rinaldi eccellente pianista, figlia del compositore Giovanni, a impartirgli i primi rudimenti dell’arte che lo avrebbe reso famoso. Infatti, data la negligenza a cui la scuola pubblica relega l’insegnamento della musica, spesso e volentieri è proprio l’imprinting materno a soccorrere. Nel caso di Nino Rota poi, questa passione per la musica si evidenzia molto presto: a 8 anni aveva già riempito di spartiti 15 bauli e fu ammesso alla classe di composizione di Giacomo Orefici al conservatorio di Milano per passare poi all’insegnamento di Ildebrando Pizzetti e di Alfredo Casella, diplomandosi a Roma al conservatorio di santa Cecilia nel 1930. A 11 anni compose e diresse con successo a Milano e in Francia “L’infanzia di Giovanni Battista”. A 19 anni fu per due anni negli Usa, a Philadelphia e poi a Milano s’iscrisse a Lettere e si laureò con una tesi su Gioseffo Zarlino, compositore veneziano del ‘500.
    Proprio a Venezia, all’isola di san Giorgio, alla Fondazione Cini, è conservato il suo immenso archivio di composizioni e anche di libri, dato che fu pure straordinario bibliofilo. Nel 1933 comincia a collaborare con il cinema: la sua prima colonna sonora, a cui ne seguiranno centinaia, è per “Treno popolare” di Raffaello Matarazzo. Nel 1937 insegnò teoria e solfeggio al conservatorio di Taranto e nel 1939 passò al conservatorio di Bari, dove poi fu nominato direttore nel 1950.Vi rimase fino al 1977, quando si trasferì a Roma, per morirvi il 10 aprile 1979, poco dopo aver concluso il trailer per “Prova d’orchestra”. La prima collaborazione con Federico Fellini risale al 1952 e fu l’amicizia della vita ma Rota lavorò molto anche con Visconti, (per “Rocco e i suoi fratelli”, per “Senso”, per il “Gattopardo”), Monicelli, Zampa, Coppola (“Il padrino”) e in tv. Chi non ricorda la sua celeberrima “Pappa col pomodoro” per il Giamburrasca televisivo del 1965 o la marcetta di “Otto e mezzo”?
    Di quanti moderni compositori “classici” si può dire che siano al tempo stesso popolari come Rota? Quanti vengono “cantati e fischiettati” a memoria? Fu spesso giudicato con disprezzo “quello del cinema”. La sua opera buffa “Il cappello di paglia di Firenze” su libretto della madre, presentata a Palermo nel 1955 ma composta dieci anni prima, rappresenta una riedizione dello spirito rossiniano e “Napoli milionaria” (da Eduardo De Filippo), presentata a Spoleto nel giugno 1977, ebbe un gran successo di pubblico, meno di critica. “Il suo stile è limpido, non esente da un certo brio un po’ buffonesco, che tuttavia non va mai al di là di una serena discrezione”, questo il giudizio dell’enciclopedia Utet del 1973, che risulta oggi molto datato.
    Tante le sue composizioni per gli amati strumenti a fiato (clarinetto in primis, accostato anche al pianoforte) per arpa, per viola e violoncello, spesso composte a Bari. Sì, Nino Rota, questo musicista così internazionale ma al tempo stesso schivo e riservato, timido, componeva in una stanzetta del conservatorio di Bari, una villa ottocentesca ammodernata immersa nel verde, e abitava sul mare, ma spesso si fermava anche a dormire nella sua scuola. L’anno scorso, finalmente, Bari gli ha intitolato un largo accanto al teatro Petruzzelli e gli ha intitolato l’auditorium, una magnifica sala che è stata chiusa per anni subito dopo l’inaugurazione, per mancanze nella prevenzione di incendi: con il precedente del rogo doloso del Petruzzelli del 1991 non si poteva scherzare...

    Ma poi il teatro è stato riaperto, dieci anni fa. E giovedì prossimo, 6 dicembre, giorno di san Nicola, ci sarà un gran concerto per celebrare questo decennale, ma per l’Auditorium si è dovuto attendere molto di più, addirittura il 2017. Alla fine, anche questa è fatta: ed è bello visitarlo, il conservatorio, sembra che Rota si aggiri ancora per le sue stanze, con i suoi consigli agli studenti, con i suoi libri sottobraccio, con il suo pianoforte barocco. Un milanese a Bari, e di qui per tutto il mondo. 

  • IL RITORNO DI KAZANTZAKIS

    data: 01/12/2018 18.55

    Toh, di chi si risente parlare! Nikos Kazantzakis, l’autore greco più volte candidato al Nobel, autore di quel “Zorba il greco” famoso più per il film di Cacoyannis interpretato da uno straordinario Anthony Quinn che per il romanzo. Un vero saggio filosofico, uno scontro di civiltà nelle persone dei due protagonisti, l’io narrante, lo stesso autore, fine intellettuale e un uomo dalle mille radici e dalla saggezza pratica ma anche pasticcione come Zorba.

    Bari ha dedicato due giorni, la fine di novembre e il primo dicembre a questo autore, poiché è disponibile un nuovo “Zorba” nella traduzione di Nicola Crocetti (che è nato a Patrasso ma in Italia è noto come il più formidabile diffusore della poesia), una traduzione dal neogreco de “L’ultima tentazione di Cristo” (da cui è stato tratto il celebre film di Martin Scorsese del 1988), che si presenteranno stasera nella libreria Laterza, come presto sarà sugli scaffali il seguito dell’Odissea, oltre 33mila versi, compilata dal nostro, finora inedita in Italia e che lo stesso Crocetti sta per mandare in libreria. Un’occasione dunque per conoscere di più questo autore che non ha scritto solo quel romanzo, ma è stato anche poeta, filosofo, pittore, sceneggiatore, traduttore (dato che conosceva molte lingue) che ha concluso la sua vita a Friburgo, esule ad Antibes e in Germania, contestatore della Grecia dei colonnelli).
    Film sulla figura di Cristo, da lui prediletta proprio per l’ambivalenza di umano e divino, sono stati visionati stamane, I dicembre, al liceo classico barese Socrate e, poiché l’associazione culturale italo-ellenica Pitagora di Bari si fa promotrice dell’amicizia fra i due Paesi europei, presto una sezione della Società internazionale degli amici di Nikos Kazantzakis sorgerà anche a Bari. Questa Società stampa Synthesis, un quadrimestrale sulla sua attività. La città adriatica è sempre stata un approdo sicuro per i greci esuli specie nei periodi di particolare sfortuna politica (vedi la dittatura negli anni Settanta del secolo scorso), ma anche un’attrazione universitaria. Difatti ancor oggi ci sono qui più di 4mila studenti greci. Ed ecco che questi due giorni dedicati a Kazantzakis sono quanto mai opportuni, come ha sottolineato l’assessore comunale alla cultura, Silvio Maselli.
    Nikos Katazankis nacque a Creta, in un villaggio nella provincia di Chania, il 18 febbraio 1883, in territorio turco già allora conteso dai greci. Ci sono state sempre guerre per questo, in cui è intervenuta anche l’Italia contro la Turchia (guerra di Libia dal 29 settembre 1911 al 18 ottobre 1912), come hanno ricordato alcuni eredi, presenti nella sala Massari del municipio, di tal generale Alberto Crispo, sardo di origine ma poi morto a Modugno, vicino a Bari, a 88 anni, il 6 dicembre 1940.
    Pacifista e internazionalista, lo scrittore Nikos si trasferisce presto ad Atene per studiare legge e poi a Parigi, dove viene influenzato dalla filosofia di Bergson e di Nietzsche, decidendo di dedicarsi alla letteratura. Il suo romanzo-cardine è pieno infatti di osservazioni filosofiche e può essere inteso anche come manuale d’esistenza: un libro-mondo come si usa dire adesso. Ed è questo che lo rende ancora affascinante e tradotto in tutto il pianeta, con sempre nuovi fan.
    E sulla scorta del fatto che sin dalla sua morte il 26 ottobre 1957, un letterato di tale importanza sia stato dimenticato (anche se il film lo rilanciò nel 1965), 30 anni fa, esattamente il 14 dicembre 1988, sorse a Ginevra, in Svizzera, per iniziativa della vedova Elène che lì si era stabilita, la Società internazionale degli Amici di Nikos Kazantzakis, diretta da Giorgio Stassinakis che ha curato ovunque la diffusione delle opere del cretese e che venerdì ha ricevuto delle targhe commemorative.
    Stassinakis, che parlava in greco, ha smentito alcuni luoghi comuni: in Grecia Kazantzakis, in quanto anarchico sostanzialmente, è stato considerato a lungo un eretico e Stassinakis stesso lo ha letto solo in Francia perché lo zio archimandrita gliene vietava la lettura; eppure il nostro, non comunista ma amico dei comunisti, certamente fiero oppositore dei fascisti, ecologista ante litteram (le sue descrizioni del mar Egeo e delle isole greche, Creta in primis, sono fantastiche), si è più volte interrogato su Dio ed ebbe come suoi motivi-guida: l’essenza (l’ousìa greca), Dio e la libertà. Kazantzakis non fu mai scomunicato, come si crede e, sepolto sul bastone di Heraklion con una solenne cerimonia religiosa, fece apporre come suo epitaffio: “Non temo nulla, non spero nulla, sono libero”

  • CHE PATRIMONIO I MURETTI

    data: 28/11/2018 23.20

    Patrimonio mondiale dell’umanità: ultimi arrivati, notizia del 28 novembre, i muretti a secco. Ottima scelta. I muretti a secco costellano infatti le campagne della “mia” Puglia, rendendo ancor più bello il paesaggio, a sottolineare gli oliveti e i vigneti che si stagliano sul terreno rosso, quello che i turisti hanno visto spesso solo nei campi da tennis e che qui invece ha la sua colorazione naturale. I muretti a secco, certo, caratterizzano tutto il Mediterraneo e, da ciò che si può vedere e sapere, anche oltre, soprattutto nelle isole britannica e irlandese. Però in Puglia conoscono la loro esaltazione in quell’apoteosi del muretto a secco che è il tetto del trullo, costituito da chianche opportunamente scheggiate in modo da formare il caratteristico e inimitabile cono.
    I muretti a secco, che delimitano le proprietà e che spesso sono interrotte da scalette che immettono nel fondo senza passare dal cancello, sono costruzioni contadine artigianali. E delicate, nonostante la resistenza di secoli. Con le continue piogge e la scarsa manutenzione, anche i tetragoni muretti rischiano di crollare e in diversi punti mostrano spesso il logorio del tempo. Una campagna come quella barese, per esempio - molto verde, ancora molto agricola per fortuna, la cintura orticola che un tempo, prima che l’aggressione edilizia si facesse sempre più imponente, circondava la stessa Bari e ora molto ridotta - merita maggiore attenzione. Spero che questo riconoscimento serva anche da tutela di un patrimonio effettivamente prezioso, fin giù al Salento, dove sulla costa adriatica, per esempio da Santa Cesarea terme a Leuca, ci sono delle vere terrazze delimitate da queste pietre disposte ad arte anche se sembrano facilmente accatastate.

    Il patrimonio artistico, che meraviglia: finalmente in tv stanno passando dei filmati nuovi che illustrano come meritano i luoghi del Belpaese in modo breve ma efficace, non con la tristezza dei vecchi intervalli. Spettacolari quelli dedicati alla costiera amalfitana, a Matera, a Napoli. Non solo: adesso si parla anche di patrimonio umano. E’ difficile definire un monumento: per l’Unesco ora lo sono anche le feste patronali, la pizza napoletana, i burattini siciliani, e ognuno può scegliere il suo. Si tratta delle famose reminiscenze del cuore, così ben descritte da Proust: patrimonio del proprio cuore può essere per esempio un profumo associato a una persona cara che si è persa, un cibo preparato dalla mamma o dal papà, un saluto portato nel cuore. Si tratta in effetti di una categoria infinita, importante però. Perché, come diceva Croce, la storia altro non è che una guerra contro il tempo. 

  • M COME MATTANZA E METOO

    data: 25/11/2018 14.46

    Col titolo “Non molestarmi”, sul sito di Repubblica, che consiglio di leggere, ci sono tutte le storie del #MeToo, di “Non una di meno”, le storie - dalla molestia leggera a quella più pesante, fino purtroppo al femminicidio - che hanno reso necessaria questa giornata internazionale contro la violenza alle donne, che si celebra nel giorno di santa Caterina d’Alessandria, il 25 novembre, giorno delle caterinette, le sartine di Parigi, di Torino, sottopagate nell’epoca della rivoluzione industriale, fine Ottocento. Perché alla fine, questa storia delle violenze, è pur sempre lotta di classe.
    Cercate in rete il video di un monologo stupendo che Rairadiotre ha diffuso nell’ambito della rassegna teatrale “Tutto esaurito”. Gloria Saitta, una giovane e bravissima attrice, con la regia accorta di Giorgio Barberio Corsetti, impersona Irina Lucidi, dal romanzo di Conchita De Gregorio “Mi sa che fuori è primavera”. Irina, come spiega nel libro e come la Saitta interpreta al meglio, è la sventurata donna a cui nel gennaio 2011 il marito, un ingegnere svizzero, Mathias Shepp, fece sparire le loro figlie, le gemelline Alessia e Lidia, 6 anni, prima di gettarsi sotto a un treno a Cerignola, dopo essere stato in Corsica, aver attraversato mezza Italia e aver spedito una cartolina alla moglie, che si stava separando da lui: “Le bambine non hanno sofferto...Non le rivedrai mai più”. E Irina, un’avvocata che lavorava nella stessa nota multinazionale di questo pazzo (perché alla fine di malati di mente si tratta), ma con un grado superiore, uno stipendio più alto, che pochi giorni prima aveva spedito una mail all’ormai ex marito pregandolo di attenersi alle disposizioni del giudice, viene trattata dagli inquirenti come colpevole, proprio a causa di quella mail, il che ha ritardato indagini che non sono state fatte, sul terreno sulle scarpe dell’uomo per esempio, o per fermare subito la macchina intestata a Irina ma presa da lui, dal momento della tempestiva denuncia di scomparsa delle bambine.
    Lotta di classe, differenza di ambienti, di lavoro, di mentalità, alla fine di stipendio. O vogliamo citare, e lo facciamo, Antonietta Gargiulo, di Cisterna di Latina a cui il marito, appuntato scelto dei carabinieri, Luigi Capasso, il 28 febbraio scorso ha ucciso due figlie ragazzine. Ha quasi fatto fuori pure lei, lei che non voleva denunciarlo anche perché non sarebbe stata creduta dai colleghi del marito, gli stessi che hanno intavolato con lui una lunga trattativa quella mattina, fino all’epilogo, al “capofamiglia” che si spara e solo allora all’irruzione in casa per trovare i corpi senza vita delle povere fanciulle, mentre la madre versava in fin di vita in ospedale, soccorsa dai vicini. E anche in questo caso la separazione era in atto.
    E ad Aosta c’è anche il caso contrario: una infermiera che ha ucciso se stessa e i suoi due figli, ragazzini anche qui, con iniezioni al potassio, per far del male al marito, finito in psichiatria sotto choc e qui non c’erano avvisaglie, i vicini hanno commentato: “Una famiglia normalissima”…
    Ma questo, come tantissimi altri casi, rischia ormai di ridursi a due righe in cronaca, di diventare un fatto non eclatante ma consueto: uccisa, il fidanzato o il marito ha confessato. E’ successo questo sabato 24 novembre, a Firenze, in via santa Caterina d’Alessandria, guarda il caso... Una ragazza di 21 anni è stata trovata morta in un ostello; è stato il fidanzato, 30 anni, che lo ha confessato subito ai dipendenti allibiti dell’hotel. Futili motivi, come la coppia piemontese arrivata in vacanza in Sardegna da amici e poco dopo lei, da anni fidanzata con lui, viene trovata morta; lui comincia a parlare di rapinatori “ovviamente” extracomunitari arrivati dalla spiaggia e invece, dopo oltre un mese d’inutili sospetti, confessa: l’ha uccisa proprio lui...
    Ogni 72 ore, in Italia, si uccide una donna. Una mattanza. Oppure donne che la fanno finita. A Rimini, sempre ieri, si è scoperto che una moglie si era suicidata a metà ottobre dopo 34 anni di maltrattamenti del marito; lei l’aveva denunciato e ora lui se la prendeva con la figlia. E non poteva tornare a casa, come l’uomo che l’altro giorno a Sabbioneta (Mantova) ha dato fuoco alla sua ex casa, provocando la morte di un suo figlio undicenne. Anche qui, denunce, separazione in atto, guerra già dichiarata insomma e allora, forse, prevenire non sarebbe poi così difficile. Basterebbe allontanare le parti in causa, interrompere davvero qualsiasi rapporto. Ma è mai possibile che una soluzione così semplice non venga in mente a nessuno?
    Irina Lucidi ha spiegato che, durante la crisi del suo matrimonio, lei e il marito andavano da una psicologa, lì in Svizzera, dove abitavano, e lei spiegava all’emerita “studiosa” che il fatto che il marito mettesse post-it dovunque con le spiegazioni dettagliate di come lei dovesse vestire o nutrire le bambine le pareva un’esagerazione. Come ha reagito la psicologa? Ne rideva con il marito e dopo la tragedia, attaccò il telefono a Irina dicendole: “Non mi disturbi più”.
    A cosa servono le migliaia di psicologi che si sono laureati in questi anni? A cosa servono le denunce se non a incrudelire ancor di più soggetti in evidente stato confusionale? Distanza, ci vuole, ci vogliono i chilometri, ci vuole l’assenza, ci vuole la protezione: lo Stato deve provvedere a ciò, se non ce la fanno i soggetti, perché davvero di questa cronaca non se ne può più. E qui entra in gioco, di nuovo, la lotta di classe: se questa separazione non è possibile, anche per motivi economici, dev’essere imposta.

    Un’ultima cosa. “Non è normale che sia normale”, la campagna contro la violenza alle donne promossa da Mara Carfagna, vede vari personaggi segnarsi con un rossetto la guancia per far capire che non è normale che sia normale un livido... Anni fa la stessa campagna riportava le foto di donne veramente ferite e secondo me era più efficace; queste si presentavano al pronto soccorso e dicevano, mentendo: “Sono caduta dalle scale”… Meglio che usare il rossetto, un oggetto che personalmente adoro e mai assocerei alla violenza. 

  • 64 ANNI DI FOCOLARE TV

    data: 21/11/2018 18.56

    Oggi, 21 novembre, è la giornata internazionale della televisione, la cui patrona poi è santa Chiara. Forse allusivamente: perché trasmettere in chiaro è una delle prerogative principali della tv, questo straordinario mezzo che ha scandito la mia vita, in quanto in Italia la prima trasmissione risale al 3 gennaio 1954 e io sono...beh, lasciamo perdere. Confesso subito che adoro la tv, proprio perché è una presenza familiare, come pure la radio, mai mancata per me e che accendo per prima, insieme con il caffè mattutino. I primi programmi che ricordo sono i cartoni animati: le avventure di Pow Wow, un piccolo indiano, mi divertivano tanto che una mia zia mi soprannominò così. E naturalmente ci fu la Tv dei ragazzi, con quella sigla magnifica della banda di Topolino (usata anche da Kubrik in Full Metal Jackets) alternata con la Sinfonia dei giocattolo di Mozart padre. Rin tin tin, Belle e Sebastien, Francis il cavallo parlante, quante risate...I film in bianco e nero che guardavamo la mattina solo a Bari, nel periodo della Fiera del Levante: io allora vivevo in un paesino sperduto ma venivo a Bari dai nonni e dai cugini e ovviamente questi film “per la sola zona di Bari” mi sembrava parte del privilegio della grande città. Tutti i film di Camerini con Assia Noris, i primi film di Vittorio De Sica, come “Il conte Max” e nel periodo natalizio, tutto Danny Kaye, oltre a Stanlio e Ollio, facevano parte del repertorio. Di Natale, ancor oggi: Via col vento, Colazione da Tiffany, Dottor Zivago e Una poltrona per due. Li conosco a memoria. E su Iris, che ne ha il monopolio evidentemente, I tre giorni del Condor, che rivedo sempre perché Bob Redford a quell’età è incomparabile o Tutti gli uomini del presidente. E L’uomo che sapeva troppo: quando Doris Day attacca a cantare Que sera sera, io non riesco a trattenere le lacrime.
    La televisione, nelle sere d’inverno, in un gelido paese sferzato dal vento, era davvero un focolare: Carosello, con l’uomo dalla voce suadente che anche lui aveva sbagliato una volta, infatti quando si toglieva il cappello, ahimé, non aveva usato la brillantina; con il tenente Sheridan, con l’uomo in ammollo e “se le dò due fustini lei mi dà il suo detersivo? Ma neanche per sogno!”. I quiz di Rischiatutto e le gare che ripetevamo come giochi con i miei fratelli. La prima notte sveglia, nel luglio 1969, a vedere lo sbarco dell’uomo sulla luna, con Mamma scettica fino alla fine. Gli incontri di boxe che vedeva Papà, le commedie di Goldoni che piacevano tanto a me e a Mamma. Gli sceneggiati: Piccola città, E le stelle stanno a guardare, che mi fecero scoprire quel grande autore che è Cronin. TV7, con le sue inchieste, la tragedia del Vajont, la marcia di Martin Luther King. E Bob Kennedy assassinato nel giugno 1968: io e mia Nonna davanti al piccolo televisore sconvolte. E poi le gite sul monte Sambuco, tornanti di strada sterrata affrontati spensieratamente da Papà, a vedere il ripetitore della Rai, così alto lassù.
    Passano gli anni, le trasmissioni cambiano: la storia di Bianca Visconti, La freccia bianca, Sandokan, il grammelot di Dario Fo (“e sempre allegri dobbiamo stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale”) e i telegiornali sempre più tragici, gli attentati nelle grandi città, il rapimento di Aldo Moro e lo sterminio della sua scorta, poi tutta la mattanza di Palermo. Intanto io cercavo la strada di farla, la tv: e c’ero quasi riuscita, perché, una volta deciso che avrei fatto la giornalista, approdai a TeleBari per un periodo troppo breve, leggevo il telegiornale che contribuivo a fare e sperimentai allora per la prima (e unica) volta l’enorme popolarità che la televisione ti concede, in quanto poi per circa un anno, io che prendevo il treno per Lecce, dove avevo trovato lavoro, fui fermata per strada da gente che mi chiedeva come mai non fossi più a TeleBari...
    Ed era un sabato di un anno per me tragico anche sul piano personale (avevo perso, così giovane, una sorella amatissima a marzo) quando dalla tv accesa in redazione sapemmo tutti di Giovanni Falcone. Un anno maledetto. L’esplosione delle torri gemelle, quel martedì di 17 anni fa. E la vita continua, con la tv ogni giorno, con le telenovele da seguire come romanzi di appendice: “Sentieri” su Retequattro al pomeriggio che si è conclusa da un giorno all’altro senza un perché, con la sigla di Billy Joel, “It’s the time to remember”, ’“Beautiful” che per fortuna cambia solo gli attori ma resiste da ben 32 anni e “Un posto al sole”, la cui sigla ora non posso più cantare perché la cantavo con Mamma e ora spengo l’audio.
    Adesso vanno le storie di “Sconosciuti”, “Le ragazze” del 68 e dintorni, “Non ho l’età” per chi non smette di credere nell’amore, storie di gente qualunque, tanto più appassionanti proprio perché nessuno ci si è mai soffermato. E Raistoria: straordinaria la fiction-verità sul Maxiprocesso alla mafia o le ricostruzioni epocali di Cristoforo Gorno. Per le notti insonni c’è Fuoriorario con Enrico Ghezzi; poi Un giorno in Pretura, Chi l’ha visto? come all’epoca Portobello (non il nuovo!)...Certo fa tristezza pensare di aver visto la tv insieme a chi adesso non c’è più ma la televisione resta uno sguardo sul mondo che dà sempre qualcosa di nuovo. “Arte”, rete franco-tedesca, mi ha fatto vedere film mai visti, poi ci voleva un jpag (un dispositivo tecnico) per vederla e non l’ho più presa; si è passati dal bianco e nero ai colori, dal pulsante al telecomando, da poche reti a tutte le reti, alla radio anche dal televisore...insomma, la televisione: come facevano prima del 1954 (ma negli Usa prima del 1939) a non averla? 

  • GIOCHI DA MENTE DISTORTA

    data: 20/11/2018 17.49

    Un programma come Il grande fratello, ancora in auge, nonostante tutto, è erede diretto dei Giochi senza frontiere. Detestavo quella gara assurda che veniva contrabbandata come simbolo dell’unità europea, facendo il paio con i temi che si era obbligati a svolgere senza che del tanto conclamato Mec si sapesse poi molto. Ci avessero invece fatto viaggiare per le capitali d’Europa... No, in tv c’era questo programma che si chiamava così, senza frontiere, con gran sventolio di bandiere: giochi astrusi si susseguivano in squadre contrapposte, per una serata noiosissima che mi ricordava tanto l’ora di ginnastica sotto la sferza di professoresse invasate che pretendevano da noi alunne salti pazzeschi o altre mirabilie.
    Questi due spettacoli abbinati, Giochi senza frontiere e ora di ginnastica, mi hanno sempre dato l’angoscia, ed è per questo che trovo aberrante Il Grande fratello, di cui l’altra sera ho sbirciato un gioco, se così vogliono chiamarlo , in cui delle... pance, sì, pance scontornate da un tondo profilo, si avvicinavano pericolosamente al volto dei concorrenti mentre la sgherra di turno (un’angelica presentatrice pronta però a mostrare il suo lato disumano) chiedeva quali fossero le ossa delle dita.
    Ora, a chi vengono in mente questi giochi? A una mente distorta, è ovvio, la stessa che ha preteso di assoggettare gli operai a migliaia alla catena di montaggio; tanti al lavoro (o al gioco) e uno che comanda, al caldo, in uno studio confortevole, sfavillante di luci, che osserva sadicamente e comanda con crudeltà. Perché di questo si tratta, alla fine, di sadismo: guardare da una posizione di superiorità delle persone che stanno lì a dannarsi per acquistare punteggi.
    Pensare che E. T. A. Hoffmann, scrittore fantastico tedesco, vissuto dal 24 gennaio 1776 al 25 giugno 1822, dunque ben prima che tutto ciò sia stato escogitato, in un suo meraviglioso racconto, Maestro Pulce, ha anticipato proprio l’invenzione del microfilm. E prima di Orwell, anche. Ora, nel Grande fratello queste persone - sia pure pagate perché, oltre al lauto montepremi finale, ognuna di loro riceve un consistente gettone di presenza, altrimenti non ci andrebbero - devono convivere senza leggere. Infatti in quella casa non circola non dico un libro ma nemmeno un giornale. Non ci si può aggiornare nemmeno tramite i giornali radio o televisivi e poi, come ha detto recentemente Alessandro Cecchi Paone (il quale da contestatore 17 anni fa del programma, ne è diventato un convinto assertore e partecipante), dormono insieme e hanno un solo bagno...

    Ma è pazzesco davvero. Come pensano di fare spettacolo, così? Eppure lo fanno e ci sono tipi, come il suddetto, che lo considerano molto utile, benefico (beh, forse per il portafoglio) anche se si stupiscono che lì si creda che il Nilo scorra in Germania. Con la conduttrice che pontifica e può fare quello che vuole con gli ospiti, anche togliersi personali sassolini dalla scarpa, perché comanda lei. Infatti, comanda: ma è un comando effimero. Ricordo che un’altra reginetta di questi programmi, che voleva dirigere addirittura la Rai, e chissà forse ne avrebbe avuto anche le competenze, perse ogni credibilità facendosi ritrarre con un pesce gigante nell’isola degli sconsiderati. E fu dimenticata. 

  • SALVINI ALLA LAVAGNA

    data: 15/11/2018 21.20

    E’ partito lunedì scorso su Raitre Alla lavagna!, il nuovo programma che sostituisce Nonholetà e ancor prima Sconosciuti, in una fascia oraria, dopo Blob e prima di Un posto al sole, quindi tra le 20.10 e le 20.40. Si suppone sia molto visto da chi si appresta a cenare in casa. Si tratta di una produzione Endemol, che produce fra gli altri anche Il grande fratello vip, Masterchef, Le parole della settimana, quindi spaziando fra varie reti televisive, senza contare che siano, come la Rai, servizio pubblico o meno.
    Di fronte a diciotto agguerritissimi bambini fra i 9 e i 12 anni, il debutto è toccato a Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio dallo scorso 1 giugno e ministro dell’Interno. Premesso che un anno fa sarebbe probabilmente toccato a Marco Minniti e il risultato non sarebbe cambiato di molto, colpivno nella presenza per niente imbarazzata in classe di un Salvini giovanilista (quale in effetti è, ha 45 anni), il suo trasformismo, il suo voler essere a tutti i costi gioviale e simpatico, oltreché, fattore che sbandiera sempre, papà.
    Ma, da bravo tifoso, ha confessato che un giorno di aprile del 2003, quando nasceva il suo primogenito, ha preferito lasciarlo alla mamma e precipitarsi a Manchester dove si disputava la finale di Champions League vinta dal Milan per 3 a 2 ai rigori; peccato che sia stato il 28 maggio. Quindi non dovrebbe essere stato proprio il giorno della nascita del figlio (il primo dalla moglie da cui ha divorziato, avendo poi un’altra figlia da un’avvocata), ma un po’ dopo. Solo che così l’aneddoto perdeva di mordente. Ovviamente dopo Salvini l’ha spiegato al figlio il quale, milanista come lui, ha apprezzato il gesto.
    Il ministro, iscritto alla Lega da quando aveva 17 anni, da bravo trasformista, in una classe politicamente corretta che prevede anche due alunne di colore, dichiara di non essere affatto razzista, di non aver mai fatto discriminazioni. Si è presentato in camicia candida, non certo con una felpa verde, che ha smesso da un po’, né la spilletta con Alberto da Giussano dal braccino alzato che i leghisti esibiscono in ogni dove. Peccato che gli sgomberi dei centri di accoglienza, ultimo quello di Roma, il Baobab, con donne e bambini, lo smentiscano apertamente (in quanto da lui approvati e non è il solo caso, ricordiamo la nave Diciotti ferma a Catania con i profughi a bordo).
    I ragazzi erano molto deferenti e intimiditi. In fondo si tratta sempre di un ministro, diplomato al liceo classico Manzoni di Milano anche se con 48/60, il minimo e non laureato. Si era iscritto a Scienze politiche e a storia ma poi ha preferito la Padania. Gà nel 1993 era consigliere comunale. E’ stato poi parlamentare europeo, ripreso per il suo assenteismo.

    Il clou della trasmissione è stato quando, in un minuto, che non è tanto in effetti, ha voluto spiegare ai cos’è il sovranismo: “Noi siamo in 27 - ha detto, riferendosi, senza nominarla, all’Europa - e qui in classe siete 18. Se dovete decidere di qualcosa, discutete ma poi ognuno deve decidere per sé, con il cuore”. Qualche parola in più di ciò che ha pronunciato oggi al telegiornale a testa bassa, cioè che la manovra non riguarda l’Europa. Alla fine, un bel selfie con i ragazzini tutti allegri e i commenti finali: “Me l’aspettavo più antipatico”. Per forza, sembrava una perfetta propaganda...Un conto è interrogare i bambini, come pure faceva una trasmissione tempo fa, sui temi attuali, in modo che si esprimano “liberamente” (sia pure intimiditi dalla telecamera), un altro metterli di fronte a un “personaggio” che, con la disinvoltura piaciona che gli viene dal ruolo che riveste, ha gioco facile, anzi facilissimo. Inoltre, se ascoltare storie di “sconosciuti”, ben girate e confezionate, risulta piacevole, lo sconfinamento di chi ha ben altri problemi da affrontare - e che caso mai deve rispondere a domande sul suo operato, magari con una bella diretta dal Parlamento o da parte di giornalisti a cui non vengano tolti i microfoni da servili borsisti (com’è successo negli Usa con Trump) in un orario simile - è stonato, almeno a mio parere. Una specie di minculpop, alla fine. 

  • BATTIATO, 1945-1982

    data: 11/11/2018 21.57

    Adesso che giungono notizie confortanti sul suo stato di salute, dopo la brutta caduta in casa a Milo di un anno fa (ci sono le foto del suo pranzo con Luca Madonia, ex chitarrista dei Denovo), è giusto segnalare un libro che del fenomeno Franco Battiato analizza il sorgere, il lavoro continuo e incessante, la ferrea volontà di un ragazzo partito dalla provincia di Catania verso la brumosa Milano in cerca di fortuna con un solo, preciso, inderogabile intento: diventare un musicista. Fino all’exploit della Voce del padrone, l’lp che ammaliò tutti nella mitica estate del 1982 (anche se era già pronto nel 1981), vendette milioni di copie e mise tutti in cerca del proprio centro di gravità permanente.
    Questo libro, o piuttosto un devoto omaggio, uscito già a maggio scorso, merita di essere valutato per quel che vale: un lavoro certosino e unico sulle origini e gli sviluppi di un’opera magistrale. L’ha scritto un musicista che, dal canto suo, merita di essere maggiormente conosciuto (andare su youtube per credere; oltre 40 album dai Finisterre in poi, spaziando dall’Italia al Canada): Fabio Zuffanti, genovese, che per i tipi di Arcana ha dato alle stampe Battiato: La voce del padrone 1945-1982. Nascita ascesa e consacrazione del fenomeno (317 pagg., 18 euro), prefazione di Francesco Messina e discografia di Filippo Bardi. Un testo che gli amanti del Franco nazionale non dovrebbero perdere.
    Non è solo della vita di Battiato, nato a Riposto nel Catanese il 23 marzo 1945, che qui si tratta. E del resto non ci sono interviste di oggi, ma brani tratti dai giornali dell’epoca, di quell’atmosfera. Si parla tanto della factory di Andy Warhol, di cui è passata alla storia la sua collaborazione con artisti di vario genere e fotografi. Ebbene, a Milano c’era qualcosa di simile intorno a Battiato, nei suoi giri, nelle case discografiche, in uno studio storico sui Navigli, nel suo stringere amicizia nella galleria del Corso con Giorgio Gaber, nel suo circondarsi e avvalersi di musicisti di volta in volta diversi, con la supervisione del compianto Giusto Pio (serissimo violinista della Scala che, a oltre 50 anni, si lascia tentare dal rock psichedelico e dalle sonorità moderne del nostro), nei suoi viaggi, nella sua incredibile attività di produttore e di talent scout.
    “Per me Battiato è stato un faro”, ha detto Zuffanti presentando il suo libro a Bari. “Avevo 14 anni quando è uscito l’album della sua consacrazione. Mi hanno folgorato le sue canzoni semplici ma nello stesso tempo profonde, quel suo modo mai banale, mai scontato di far musica. Battiato si è sempre messo in gioco: è passato dalla musica leggera alla sperimentazione, ha continuato a sperimentare andando dall’opera lirica al cinema, cambiando continuamente le carte in tavola, alla pittura” (sfidando la sua iniziale inettitudine per il disegno per sua stessa ammissione e pare che adesso si stia dedicando solo a questo). “Un artista dunque eclettico che però aveva ben in mente di fare proprio questo: sperimentare varie forme d’espressione. E questo è piuttosto raro in Italia, dove ci si propone sempre nello stesso modo, mentre è proprio della persona voler sempre cambiare, sperimentare, cercare vie nuove, non riposare sugli allori. E’ questo che ci rende umani. In questo lo sento davvero molto affine e sono legato proprio a questo suo periodo che considero già la premessa dei successivi”.
    Zuffanti non nega di preferire proprio il Battiato sperimentale dei primi anni Settanta, lui che aveva cominciato con la canzonetta melodica. Per ricostruire quegli anni, ha svolto un lavoro davvero enorme Zuffanti, ha citato tutti ma davvero tutti coloro che hanno lavorato con Battiato ma poi, nelle pagine in grigio, ha seguito passo passo lo spartito dei vari brani, con un’acribia che piacerà ai musicisti. I primi appunti nel 2007 ma la stesura vera e propria si è svolta dal 2017 al 2018 (il libro è uscito a fine maggio e in verità avrebbe avuto bisogno di una correzione di bozze più efficiente, cosa che pare passata di moda nelle case editrici). Non è il primo libro che esce su Battiato ma questo è esaustivo del suo esordio e del suo successo, e poi è scritto magnificamente. Solo che si aspetta il seguito e Zuffanti non lo nega, anche se lo aspetta un lavoro ancora più impegnativo...

    Nel 1964 dunque il giovane Franco abbandona la Sicilia: parte senza alcun tipo di contatto e comincia la sua avventura. Dal 1965 al 1971 fa musica leggera e pure leggerissima; “E’ l’amore che ti prende per la mano piano piano”, il suo primo successo. Arriva a Milano e incontra Gregorio Alicata, un suo compaesano, con cui forma il duo “Gli ambulanti” e suonano per strada. E’ lì che li nota Giorgio Gaber e da lì nasce tutto. Sempre con la voglia di progredire, di migliorarsi, di entrare nel circuito della musica alta, fino al punto di mettersi a studiare il violino classico. Con viaggi all’estero da cui torna, specie dalle metropoli come New York, smarrito e terrorizzato. Meglio Milano, con la madre, trasferitasi anche lei come il fratello, che cucina per lui. Meglio il suo amato Oriente, Iraq e Siria prima delle disastrose guerre, Turchia, Marrakech. Per il resto, consultare Zuffanti, l’enciclopedia (per ora incompleta) del cantautore siciliano.