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GIANCARLO TARTAGLIA

  • BERGAMINI, LA BIOGRAFIA

    data: 12/11/2018 11.09

    Alberto Bergamini è stato una delle figure più significative del giornalismo italiano del primo ‘900, e può essere considerato, a buon diritto, l’inventore del giornalismo moderno. Con le sue intuizioni e le sue innovazioni riuscì a dare corpo a un quotidiano, Il Giornale d’Italia, libero dalle ingessature ottocentesche e proiettato alla ricerca di un pubblico sempre più ampio, ben oltre i confini della media e dell’alta borghesia. Lo interessava, soprattutto, quel mondo fatto di maestri, professori, artigiani, impiegati, che preferiva leggere i fatti di cronaca, in particolare quella giudiziaria, i grandi delitti, le vicende passionali e per i quali la politica era appetibile se condita di indiscrezioni e pettegolezzi. Gente interessata, per esempio, a conoscere quali effetti avrebbe avuto sulla propria vita una nuova legge. Una vasta piccola borghesia che soprattutto a Roma e nel mezzogiorno d’Italia avrebbe decretato il successo di un giornale ricco di disegni, illustrazioni, caricature, fotografie, che accompagnavano e commentavano i fatti di ogni giorno.

    In pochi anni, Il Giornale d’Italia, nato nel 1901, si sarebbe affermato con un vero e proprio successo editoriale, superando nella tiratura e nelle vendite tutti gli altri quotidiani romani, da Il Messaggero a La Tribuna. Il giornale, amava dire Bergamini, deve essere ogni giorno come un panino ‘croccante’ e farlo ogni giorno ‘croccante’ non era facile, ma lui ci riusciva, con una permanente quotidiana presenza in redazione, quasi ossessiva, con la sua capacità di individuare i redattori migliori, di incitarli e indirizzarli alla ricerca ostinata della notizia, qualunque essa fosse, di bianca, di nera, di politica, di economia, o anche di spettacolo. Inventò la ‘terza pagina’, aprendo le colonne del giornale al mondo della cultura.
    In sintesi, rivoluzionò il modo di fare giornalismo e ancorché il suo giornale fosse espressione di una corrente politica, quella che faceva capo a Sonnino e Salandra, fu sempre, prima di tutto, un giornalista e considerò la sua missione non quella di indottrinare il pubblico, bensì quella di dargli informazioni, tante e veloci. Anche la velocità fu uno dei suoi obiettivi giornalistici, tanto da inventarsi un’edizione del primo pomeriggio, Il Piccolo, che sarebbe diventato nel tempo una testata autonoma, ma anche ricorrendo sempre più spesso alla stampa di edizioni speciali. Arriverà a tirare in un giorno sino a sette edizioni speciali!
    La guerra di Libia sarebbe stata l’occasione per il grande balzo nella tiratura. Il successo editoriale finì per fare del giornale un soggetto politico, capace di indirizzare la politica di un governo e, addirittura, come qualcuno sosteneva, di farlo cadere. Esagerazioni? Non tanto, se si pensa, per esempio, allo scoop (uno dei tanti, perché Bergamini li amava molto) che rese pubblico l’accordo segreto, sottoscritto da Giolitti e dal conte Gentiloni, per ottenere i voti dei cattolici e rappresentarli in Parlamento e che portò all’allontanamento dei radicali, alla crisi di governo e, alla fine, alle dimissioni di Giolitti.
    Per questo Bergamini fu anche un politico di rilievo, al pari di altri personaggi emblematici del giornalismo di quegli anni, come Albertini, Frassati e Malagodi, tutti giornalisti-editori-direttori, al cui «esercizio severo della libertà di stampa – come ha riconosciuto Castronovo – corrispose un grado di prestigio e di influenza politica sconosciuto in passato» e che non si sarebbe più riprodotto nella storia del giornalismo italiano.
    Benché incasellato, come Sonnino, nella destra liberale, fu, come Sonnino, un riformista. Condivise, infatti, ed esaltò il piano di riforme economiche e sociali che i brevi governi guidati da Sonnino tenteranno di realizzare e che con una felice espressione chiamò «riformismo costituzionale»: un complesso piano gradualistico per affrontare e risolvere gli squilibri territoriali e sociali dell’epoca.
    E’ questo l’aspetto centrale, il cuore del pensiero e dell’azione politica di Bergamini, che si muoveva su un rigido e indeformabile binario rappresentato dal liberalismo e dalla monarchia costituzionale. Con questa rigida visione politica considererà il movimento socialista e il partito popolare corpi estranei allo Stato liberale. A maggior ragione vivrà con estrema preoccupazione il prevalere nell’area socialista, sull’onda della rivoluzione bolscevica, delle correnti massimaliste. Come tutti i maggiori esponenti del mondo liberale, da Salandra a Giolitti a Nitti, da Albertini allo stesso Amendola, vedrà nell’ascesa del movimento fascista lo strumento per fronteggiare le esagerazioni del biennio rosso e per riportare il Paese nella cornice liberal-costituzionale. Riteneva che il fascismo sarebbe stato un fenomeno provvisorio, ancorché benefico, destinato a scomparire al momento della liberazione dalla minaccia bolscevica e con il ripristino dello Statuto Albertino. Fu, però, tra i primi nel mondo liberale a rendersi conto che si andava verso un regime autoritario, negazione di quello stato liberal-costituzionale fondamento della sua visione politica. Nel 1923, dopo continui scontri diretti con Mussolini avrebbe deciso di lasciare la direzione del giornale, che aveva fondato e amato, e di vendere le sue quote proprietarie al partito liberale, con l’impegno che il giornale sarebbe rimasto a difesa di quell’area e di quella linea politica.
    Senatore del Regno, nominato da Giolitti insieme a Sonnino nel 1920, voterà in Senato contro le leggi “fascistissime” presentate dal Ministro Rocco che introducevano, tra l’altro, il Tribunale speciale e la cancellazione di ogni libertà civile. Voterà, anche, nel 1929, contro la sottoscrizione dei patti lateranensi e quando con la riforma fascista del Senato gli sarebbe stata di fatto impedita la possibilità di esprimere il suo pensiero si sarebbe ritirato nella sua casa vicino Gubbio in una sorta di confino volontario, ma sarebbe ritornato a Roma nel 1943 per riprendere a tessere le fila dell’antifascismo liberale insieme a Bonomi, Casati, Della Torretta e tutti gli altri esponenti di quel mondo sopravvissuti alla catastrofe fascista. Ritornerà, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, alla guida del ‘suo’ giornale.
    Ma Bergamini fu anche molto vicino agli organismi della categoria giornalistica tanto da svolgervi un ruolo da attore principale. Avrebbe assunto, infatti, per ben tre volte, nel corso della sua vita, la presidenza dell’Associazione della Stampa di Roma e della Federazione Nazionale della Stampa in momenti decisivi e cruciali per il giornalismo italiano: nella battaglia contro il fascismo, nei mesi della ricostruzione del Sindacato dei giornalisti, subito dopo la caduta del fascismo, e nella seconda metà degli anni ’50, quando la sua presenza si rese necessaria per garantire l’unità della categoria. Di Bergamini, giornalista e politico, ho voluto scrivere una biografia che uscirà in libreria nel prossimo dicembre.