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GILDO DE STEFANO

  • PUBLIC HISTORY

    data: 21/12/2018 21.34

    Mutuata dagli States, per Public History si intendono quelle attività di recupero della memoria storica che si svolgono per il pubblico e con il pubblico, e che coprono il largo spazio che intercorre fra la storia accademica e universitaria e la divulgazione sui grandi media. Il raggio d'azione della Public History è vasto e raggruppa tutta una serie di attività, svolte da musei, biblioteche, eruditi e appassionati locali, e promosse da enti pubblici, privati, associazioni e cooperative culturali. Vanno dalla forma tradizionale dello studio, del volume fino alle rievocazioni storiche, al re-enactment, alle battaglie in scala, e quant'altro. Su questo percorso si sono cimentati, con perizia e abilità, i tre autori di questo stimolante testo frutto dei lavori  del IV Convegno Internazionale della International Federation for Public History (IFPH) di Ravenna del giugno 2017, che rappresenta allo stesso tempo l’atto fondativo dall’Associazione Italiana di Public History (AIPH). Rispetto a questo appuntamento l’insieme dei contributi qui raccolti, rappresenta senz’altro uno status questionis, come anticipa l'introduzione.

    La sostanza del testo sono riflessioni prevalentemente calibrate sulla realtà italiana, con uno sguardo costantemente rivolto all’esperienza americana. Praticamente un libro suddiviso in due parti, che stimola un dibattito oculato nel tempo che con venti saggi - inclusa l'interessante introduzione - mira ad incrementare su questa nuova, almeno per l’Italia, dimensione del lavoro storiografico pensato per lo spazio pubblico. Sotto questo profilo giova evidenziare che l’Italia si è cospicuamente attardata: la riluttanza degli accademici italiani, poco avvezzi e a tratti intimoriti da un confronto diretto con il pubblico, e la modificazione repentina dell’universo umanistico dell'ultimo ventennio ha fatto arrancare la Public History in questo Paese.Contemporaneamente una considerevole fetta di non accademici impegnata in passato come adesso nella divulgazione storica senza una formazione adeguata – si pensi all'ingente numero di romanzi storici o ai saggi scritti da reboanti giornalisti – ha posto un serio quesito: se la Public History non esistesse già in Italia con modalità del tutto acefale e quindi poco attendibili.

     
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    Public History. Discussioni e pratiche
    Curatori: P. Bertella Farnetti, L. Bertucelli, A. Botti
    Mimesis Edizioni, Milano 2017
    pp. 333 - euro 24,00

  • SPETTATORI DEL DOLORE

    data: 03/12/2018 13.33

    Quando ho incontrato Zygmunt Bauman a Bari nel 2013 - dopo un’imponente lectio magistralis - per chiedergli di scrivere la prefazione alla mia socio-antropologia sui neri d’America (Mimesis Edizioni, Milano 2014), gli ho posto alcune domande sulla spettacolarizzazione della sofferenza dell’uomo. Su com'è oggi favorita dai media e da internet: problema morale in cui tutti ci troviamo coinvolti come spettatori: tema, peraltro, del suo ultimo libro, Il secolo degli spettatori – Il dilemma globale della sofferenza umana. Tra l'altro, nel mondo percorso dalle autostrade dell'informazione siamo tutti spettatori, anche del dolore e della sofferenza di altri.

    L’opera di Bauman, scomparso lo scorso gennaio, è concentrata sulle società postmoderne e sulle conseguenze della globalizzazione. Egli scrive del mondo liquido, contrapposto alle società precedenti, solide, costruite su ideologie. Le certezze del mondo occidentale si sono disciolte con il tramonto delle ideologie, la caduta del Muro di Berlino, l'implosione dell'Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda. Un nuovo scenario geopolitico è emerso, con nuove Potenze economiche e militari, Cina e India, e si è determinato un nuovo assetto labile e mutevole mentre la produzione di merci, beni e servizi si dislocava e tutto, uomini compresi, prendeva a vorticare per tutto il pianeta creando una sensazione di dissoluzione di un mondo, di insicurezza totale.
    Il sociologo e pensatore polacco ha coniato il termine di modernità liquida e discetta di paura liquida - titoli di due suoi saggi - per definire questa volatilità di persone cose e informazioni, messaggi, immagini che i media e internet diffondono. Bauman chiarisce che il problema del male, di chi infligge sofferenza a qualcuno, comporta la colpa; ma anche chi assiste e non interviene è, in fondo, colpevole. In questa società dell'informazione non ci si discolpa dicendo non sapevo. Siamo tutti spettatori del dolore e della sofferenza di altri. Si pongono dei dilemmi etici che il grande pensatore affronta con riferimento a Jaspers. Questi ha sostenuto che la colpa morale, cioè di chi ne soffre e arriva a pentirsi, è diversa dalla colpa metafisica. Quest'ultima esiste indipendentemente dal contributo che l'individuo ha dato o meno alla sofferenza dell'Altro. Nella globalizzazione e interconnessione planetaria, qualsiasi nostra azione può riflettersi all'altro capo del pianeta; la responsabilità umana per l'Altro è incondizionata e deve comprendere la previsione e la precauzione.
    Attualmente il cinque per cento della popolazione mondiale accede, consuma e spreca la metà delle risorse del globo. Siamo responsabili dell'umanità, del futuro, sempre più bombardati da immagini di sofferenza che si dissolvono in un battito di ciglia. Nel suo libro Bauman cita Kapuscinski sulla differenza tra vedere e sapere. Ciò che si vede suscita pena, tutti si danno da fare per raccoglier fondi. Praticamente siamo noi col modo di vivere, con le multinazionali, con la Banca Mondiale, a creare le condizioni per la sofferenza dei più deboli. I sensi di colpa dell’Occidente sono messi a tacere dai telethon in diretta televisiva, tuttavia tra sapere e agire vi è una profonda dicotomia. Ciò che si sa e ciò che i media ci fanno sapere necessita di un codice etico e legale. Il più grande pensatore del mondo auspica, nel suo testamento editoriale, un impegno collettivo che agisca energicamente per sconfiggere la miseria creata dalla globalizzazione: solo in questa modalità l’internauta diventa attore impegnandosi per dare un valido contributo agli enormi dilemmi sollevati dal “secolo degli spettatori” che ebbe inizio agli inizi del Novecento e tuttora persiste.
     

  • ANIMA IN PACE? IL MANUALE

    data: 21/11/2018 19.53

    Spesso si ha la presunzione di possedere la panacea per il raggiungimento di quell’equilibrio mentale tale da poter essere paragonato ad un viatico per essere in pace con se stessi e con il prossimo. Non è il caso di Marina Marotta, docente di diritto ed economia politica, con una congrua formazione in psicologia e teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia meridionale, che con cognizione di causa vuol rappresentare in questo suo libro il percorso nel dedalo dell'animo umano, per il raggiungimento della calma e della serenità assolute. Un intenso viaggio in cui l'autrice conduce  il lettore in una sorta di ricerca attraverso una immersione nei meandri della dimensione intimista, analizzando le aree critiche degli eventi della vita, anche quelli negativi per approdare poi a consapevolezze catartiche che conducono  all'amore.
    Nel suo “manuale” l’autrice asserisce che anche la più cruenta delle conflittualità può essere sanabile, attraverso l'energia interna che fa emergere dalla sofferenza e ripristina la pace dell'anima: dimostrando che in tal modo ci si spalanca all'amore. Attraverso il paradigma del bacio, la Marotta perviene ad un'altra intensa consapevolezza, si può imparare un nuovo modo di baciare: il bacio d'amore dato a tutte le persone che ami, non sarà un bacio formale, il mero gesto delle labbra, bensì un bacio silente e quieto in cui, forse, l'incontro tra esse non avverrà mai.
     
    Marina Marotta
    Manuale dell'anima in pace
    Collana “I dardi”
    Iuppiter Edizioni, Napoli 2018

    Pp. 224, 15 euro

  • SIANI, 33 ANNI DOPO

    data: 13/11/2018 09.14

    C'è un tempo per vivere e uno per morire. Ma vedere un giornalista morire a 26 anni perché qualcuno vuole mettere il bavaglio alla libertà di pensiero e di informazione, o zittire questo o quel giornalista, e poi assistere trentatré anni dopo, come succede in questi giorni, all’ennesimo attacco alla libertà di stampa da parte del governo in carica, amareggia e preoccupa.

    Nel Paese dove la camorra uccise Giancarlo Siani, icona assoluta in Campania del violento bavaglio all'informazione libera, lui che insieme ad un nugolo di giovani giornalisti in erba - tra cui lo scrivente - aveva fondato il Movimento Democratico per il Diritto all'Informazione, oggi perfino la Giornata mondiale della libertà di stampa viene registrata in tono minore. La situazione non è confortante. Al contrario, proprio in questo momento alla stampa viene chiesto di essere "collaborativa": praticamente partecipare, silente, alle nuove convergenze politiche. In questo modo si ignora - e non è cosa da poco - che il compito del "quarto potere" non è quello di sottomettersi ma principalmente di raccontare e denunciare in nome dell'opinione pubblica (che la stampa rappresenta) le vicende dei poteri: naturalmente tutti.

    E la situazione sembra andare di male in peggio. Adesso parlare di libertà di stampa appare un’eresia, e ciò malgrado i casi di assoluto affrancamento professionale di cui per fortuna ancora si hanno notizia. Forse il problema sta proprio qui. In un Paese normale, laddove lo standard è condiviso unanimemente, non c'è bisogno di registrare la presenza di eccezioni alla regola per farsene una ragione: semmai esse rappresentano proprio la conferma del grigiore di fondo, dell'assuefazione colpevole di cui tanti (troppi) mezzi di informazione danno ogni giorno testimonianza.
    All'interno del Movimento fondato con Giancarlo Siani, dibattevamo sulle parole che i nostri maestri ci indicavano con molta enfasi, parole che poi diventarono un suo brillante articolo proprio in quel 1977, saturo di fermenti ideologici: “La libertà di stampa è uno di quegli obiettivi che per essere realmente conseguito deve necessariamente passare attraverso l'impegno, il più appassionato e radicale possibile, di tutti i cittadini o almeno di coloro che amano la giustizia e la democrazia”. Questo ci insegnavano, ma a un certo punto abbiamo constatato che in Italia - allora come adesso - c'è stata rassegnazione, che è anch'essa il risultato di un atavico retaggio di miserie e rinunce. Tutti noi, con il nostro Movimento, avevamo cercato di combattere questo retaggio con dibattiti, incontri, partecipando ai convegni ma, evidentemente, i convegni e gli incontri non sono bastati.
    Se Giancarlo fosse vivo ripeterebbe ciò che diceva ai convegni sulla libertà di stampa, come nostro portavoce: “Ci vuole impegno e sacrificio da parte di tutti nell'ambito di una prospettiva di tempi lunghi”. E i tempi sono trascorsi, anche molto più di quello che pensavamo. E dopo trentatré anni dalla sua uccisione ci avvolge un velo di delusione. Sembra che le sue e le nostre battaglie si siano infrante contro il muro di gomma di una politica becera e opportunista, senza più ideali ma sempre più attaccata ai privilegi, creando una dicotomia incolmabile tra essa e la gente.