Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

GILDO DE STEFANO

  • SALVARE DALLA PLASTICA
    IL MARE DI NAPOLI

    data: 19/04/2019 13.59

    L'inquinamento plastico è diventato una priorità assoluta anche per la città all'ombra del Vesuvio e spesso ci si chiede quale “politica del fare” abbiano messo in campo le istituzioni pubbliche, soprattutto il Comune. Nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche, comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici, nel Golfo di Napoli. In tal senso si stima che, se in una classe gli alunni consumino ogni giorno una bottiglietta d'acqua, in un intero anno scolastico diventano migliaia. In questo modo, una scuola con una media che superi le venti classi, in un anno scolastico ne utilizzerà decine di migliaia. Basterebbe che una decina di scuole decidesse di eliminare la plastica usa e getta, e verrebbero risparmiate all’ambiente circa un milione di bottigliette in un solo anno.
    Il Comune di Napoli, attraverso la propria Delegata al Mare, Daniela Villani, che ha recepito in toto l'appello delle associazioni ambientaliste quali Marevivo, ha dimostrato un forte impegno finalizzato ad una sempre più attenta tutela delle fasce costiere napoletane. Proprio la Villani si è fatta promotrice di un'ordinanza che ha come oggetto Lungomare Plastic Free - disposizioni per contrastare l'aumento dei rifiuti in plastica nel mare, che si estende anche alle scuole. Infatti in attesa dell’approvazione della legge Salvamare e della Direttiva europea sulla plastica monouso, il Comune di Napoli ha chiesto agli istituti scolastici di anticipare i tempi e di introdurre il divieto dell’impiego di prodotti usa e getta nelle classi, nei servizi e negli uffici della struttura. 
    «Le scuole svolgono un ruolo fondamentale di formazione e di educazione per i giovani e per la salvaguardia del futuro del pianeta - ha dichiarato la Delegata Villani -. Se si considera che nell'oceano finiscono otto milioni di tonnellate di plastica (fonte Onu anno 2017) è urgente intervenire con un ulteriore impegno concreto dell'Amministrazione. Dopo l'ordinanza sindacale Lungomare Plastic Free, si prosegue con lo stesso impegno e nella stessa direzione, con l'iniziativa Napoli Scuole Plastic Free.
    In pratica l'ordinanza recita che per minimizzare la produzione di rifiuti non biodegradabili e non compostabili occorre consentire esclusivamente l'uso di prodotti biodegradabili e compostabili in particolare: contenitori, stoviglie e posate monouso. Non solo. In ordine alla presenza di plastica nelle acque del Golfo di Napoli vengono diffusi dati scientifici significativi tra i quali si rilevano: il lavoro di ricerca dell'ISPRA che, nel rapporto sui rifiuti marini del 2015 registra 0,49 microplastiche per metro cubo nella Stazione di campionamento denominata Ischia; il report Greenpeace luglio 2017, che nella Stazione di campionamento denominata Portici registra 3,56 microplastiche per metro cubo; il dato diffuso dalla Stazione Zoologica A. Dohrn nel luglio 2018, che, sempre nella citata Stazione denominata Portici registra 5,24 microplastiche per metro cubo. Il Comune di Napoli intende adottare misure volte ad introdurre progressivamente il divieto generale di utilizzo e vendita di plastica monouso non biodegradabile e non composta.

    Nell'ambito scolastico, tutti gli istituti che decideranno di accogliere l’appello, sarà possibile un regolamento con le buone regole per diventare plastic free. Tra le norme da seguire la Delegata al Mare chiede di impegnarsi a non installare distributori di bevande in bottiglie, ma erogatori di acqua dove poter ricaricare la propria borraccia. Come pure è necessario eliminare le stoviglie monouso come bicchieri, piatti, posate e cannucce ed anche emettere un’idonea circolare spiegando i motivi per cui sia importante eliminare la plastica usa e getta sensibilizzando insegnanti e studenti. 

  • QUELLA PRIMA VOLTA
    A UMBRIA JAZZ...

    data: 03/04/2019 18.37

    Nel trascorrere la scorsa Epifania a Perugia, la memoria è andata oltre trent'anni fa, quando per la prima volta mi recai ad Umbria Jazz con amici jazzofili come me, e fu decisamente una bell'avventura. Si parlava in giro, nei circuiti musicali di tutta Italia, che in quella città si dovesse fare un festival in cui si esibivano i migliori musicisti jazz. La passione per il jazz già mi aveva infuocato l'animo e convinsi un amico ad andarci con la Fiat 850 del padre. Non c'eravamo mai stati in quei luoghi, una vera e propria arrampicata sui colli umbri, e durante il tragitto ci rendemmo conto che era una vera e propria impresa raggiungere la futura cittadina festivaliera, tanto che il radiatore di quel macinino andò più volte in ebollizione.
    Ma la decisione di affrontare quel lungo viaggio sortì un effetto meraviglioso: per la prima volta fui al cospetto di mostri sacri del calibro di Marian McPartland, Thad Jones e Horace Silver. Mi resi conto che mi trovavo per la prima volta in una vera e propria kermesse jazzistica di livello internazionale, sebbene mi trovassi nel cuore dell'Italia. È superfluo dire che da allora non mi sono perso un'edizione, neppure quelle itineranti, in giro per mezza regione. Poi da semplice ascoltatore cominciavo ad andarci come critico musicale di un quotidiano di Napoli e mi accorgevo ad un ogni mia sortita giornalistica che si trattava di un evento che possedeva una marcia in più. In quella piazzetta si respirava un'atmosfera unica, che avvertivo appena scendevo all'Hotel Fortuna non molto distante dal quartier generale del festival. La stessa atmosfera, quando facevo colazione in un bar in piazza IV Novembre, che durante il festival si trasformava in un proscenio a cielo aperto.O quando passeggiavo per quelle stradine colme di giovani come me, praticamente il cuore pulsante di Perugia.
    Giova evidenziare come durante tutta la kermesse jazzistica anche i ristoratori si lasciano contagiare dalla musica abbinando abilmente il cibo col jazz, richiamando alla memoria la cucina cajun, dei luoghi in cui nacque la musica jazz. Andavo pazzo per l'Etouffée di gamberi, il Pudding di pane creolo con salsa alla vaniglia e whiskey, ma anche per le uova Sardou con gamberi. Quest'anno vorrei portarci mio figlio, buona forchetta e discreto appassionato di jazz, poiché il primo amore non si scorda mai. 

  • VARIAZIONI SUL JAZZ
    DI ADORNO

    data: 26/03/2019 12.42

    A prima vista questo libro può sembrare solo una ricercatezza filosofica più che musicologica. Di fatto riporta degli scritti ben precisi, con il chiaro messaggio che quella fosse l'unico modo di comprendere il più grande prodotto culturale dell'universo afroamericano, pragmaticamente l'unica storia che valesse la pena di raccontare. Il volume, saggiamente pubblicato da Mimesis -editore ormai acclamato su temi filosofici - è una sorta di compendio con pesanti temi vetrificati, in modo che collocato su uno scaffale può svilire gli altri libri.

    Lontano anni luce dalle comuni “storie del jazz”, se non altro per l'approccio iperculturale e sovvertente, il contenuto viene proposto dal grande filosofo francofortiano non più come concetto cristallizzato e catalogato bensì come inquietante modello in progress. Il filo conduttore deve essere ricostruito direttamente dal lettore, e poi, seguendo gli indizi, deve essere decifrato tenendo presente l'origine e l'approdo temporali.
    Doverosa precisazione per l'aficionado e – forse - non per l'addetto ai lavori: non vi spaventate se in questo compendio saggistico le parole apparentemente prive di significato e sconnesse e i doverosi riferimenti alla popular music possono apparire insensati. Per chi conosce Adorno essi sono momenti di vita concretamente, deliberatamente e liberamente creati, ciascuno composto di gesti contenuti in uno scenario transitorio.
     
    Theodor W. Adorno
    Variazioni sul jazz
    Mimesis Edizioni, Milano 2019
    pagg. 143 - €. 14,00
     

  • PUBLIC HISTORY

    data: 21/12/2018 21.34

    Mutuata dagli States, per Public History si intendono quelle attività di recupero della memoria storica che si svolgono per il pubblico e con il pubblico, e che coprono il largo spazio che intercorre fra la storia accademica e universitaria e la divulgazione sui grandi media. Il raggio d'azione della Public History è vasto e raggruppa tutta una serie di attività, svolte da musei, biblioteche, eruditi e appassionati locali, e promosse da enti pubblici, privati, associazioni e cooperative culturali. Vanno dalla forma tradizionale dello studio, del volume fino alle rievocazioni storiche, al re-enactment, alle battaglie in scala, e quant'altro. Su questo percorso si sono cimentati, con perizia e abilità, i tre autori di questo stimolante testo frutto dei lavori  del IV Convegno Internazionale della International Federation for Public History (IFPH) di Ravenna del giugno 2017, che rappresenta allo stesso tempo l’atto fondativo dall’Associazione Italiana di Public History (AIPH). Rispetto a questo appuntamento l’insieme dei contributi qui raccolti, rappresenta senz’altro uno status questionis, come anticipa l'introduzione.

    La sostanza del testo sono riflessioni prevalentemente calibrate sulla realtà italiana, con uno sguardo costantemente rivolto all’esperienza americana. Praticamente un libro suddiviso in due parti, che stimola un dibattito oculato nel tempo che con venti saggi - inclusa l'interessante introduzione - mira ad incrementare su questa nuova, almeno per l’Italia, dimensione del lavoro storiografico pensato per lo spazio pubblico. Sotto questo profilo giova evidenziare che l’Italia si è cospicuamente attardata: la riluttanza degli accademici italiani, poco avvezzi e a tratti intimoriti da un confronto diretto con il pubblico, e la modificazione repentina dell’universo umanistico dell'ultimo ventennio ha fatto arrancare la Public History in questo Paese.Contemporaneamente una considerevole fetta di non accademici impegnata in passato come adesso nella divulgazione storica senza una formazione adeguata – si pensi all'ingente numero di romanzi storici o ai saggi scritti da reboanti giornalisti – ha posto un serio quesito: se la Public History non esistesse già in Italia con modalità del tutto acefale e quindi poco attendibili.

     
    ----- 
    Public History. Discussioni e pratiche
    Curatori: P. Bertella Farnetti, L. Bertucelli, A. Botti
    Mimesis Edizioni, Milano 2017
    pp. 333 - euro 24,00

  • SPETTATORI DEL DOLORE

    data: 03/12/2018 13.33

    Quando ho incontrato Zygmunt Bauman a Bari nel 2013 - dopo un’imponente lectio magistralis - per chiedergli di scrivere la prefazione alla mia socio-antropologia sui neri d’America (Mimesis Edizioni, Milano 2014), gli ho posto alcune domande sulla spettacolarizzazione della sofferenza dell’uomo. Su com'è oggi favorita dai media e da internet: problema morale in cui tutti ci troviamo coinvolti come spettatori: tema, peraltro, del suo ultimo libro, Il secolo degli spettatori – Il dilemma globale della sofferenza umana. Tra l'altro, nel mondo percorso dalle autostrade dell'informazione siamo tutti spettatori, anche del dolore e della sofferenza di altri.

    L’opera di Bauman, scomparso lo scorso gennaio, è concentrata sulle società postmoderne e sulle conseguenze della globalizzazione. Egli scrive del mondo liquido, contrapposto alle società precedenti, solide, costruite su ideologie. Le certezze del mondo occidentale si sono disciolte con il tramonto delle ideologie, la caduta del Muro di Berlino, l'implosione dell'Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda. Un nuovo scenario geopolitico è emerso, con nuove Potenze economiche e militari, Cina e India, e si è determinato un nuovo assetto labile e mutevole mentre la produzione di merci, beni e servizi si dislocava e tutto, uomini compresi, prendeva a vorticare per tutto il pianeta creando una sensazione di dissoluzione di un mondo, di insicurezza totale.
    Il sociologo e pensatore polacco ha coniato il termine di modernità liquida e discetta di paura liquida - titoli di due suoi saggi - per definire questa volatilità di persone cose e informazioni, messaggi, immagini che i media e internet diffondono. Bauman chiarisce che il problema del male, di chi infligge sofferenza a qualcuno, comporta la colpa; ma anche chi assiste e non interviene è, in fondo, colpevole. In questa società dell'informazione non ci si discolpa dicendo non sapevo. Siamo tutti spettatori del dolore e della sofferenza di altri. Si pongono dei dilemmi etici che il grande pensatore affronta con riferimento a Jaspers. Questi ha sostenuto che la colpa morale, cioè di chi ne soffre e arriva a pentirsi, è diversa dalla colpa metafisica. Quest'ultima esiste indipendentemente dal contributo che l'individuo ha dato o meno alla sofferenza dell'Altro. Nella globalizzazione e interconnessione planetaria, qualsiasi nostra azione può riflettersi all'altro capo del pianeta; la responsabilità umana per l'Altro è incondizionata e deve comprendere la previsione e la precauzione.
    Attualmente il cinque per cento della popolazione mondiale accede, consuma e spreca la metà delle risorse del globo. Siamo responsabili dell'umanità, del futuro, sempre più bombardati da immagini di sofferenza che si dissolvono in un battito di ciglia. Nel suo libro Bauman cita Kapuscinski sulla differenza tra vedere e sapere. Ciò che si vede suscita pena, tutti si danno da fare per raccoglier fondi. Praticamente siamo noi col modo di vivere, con le multinazionali, con la Banca Mondiale, a creare le condizioni per la sofferenza dei più deboli. I sensi di colpa dell’Occidente sono messi a tacere dai telethon in diretta televisiva, tuttavia tra sapere e agire vi è una profonda dicotomia. Ciò che si sa e ciò che i media ci fanno sapere necessita di un codice etico e legale. Il più grande pensatore del mondo auspica, nel suo testamento editoriale, un impegno collettivo che agisca energicamente per sconfiggere la miseria creata dalla globalizzazione: solo in questa modalità l’internauta diventa attore impegnandosi per dare un valido contributo agli enormi dilemmi sollevati dal “secolo degli spettatori” che ebbe inizio agli inizi del Novecento e tuttora persiste.
     

  • ANIMA IN PACE? IL MANUALE

    data: 21/11/2018 19.53

    Spesso si ha la presunzione di possedere la panacea per il raggiungimento di quell’equilibrio mentale tale da poter essere paragonato ad un viatico per essere in pace con se stessi e con il prossimo. Non è il caso di Marina Marotta, docente di diritto ed economia politica, con una congrua formazione in psicologia e teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia meridionale, che con cognizione di causa vuol rappresentare in questo suo libro il percorso nel dedalo dell'animo umano, per il raggiungimento della calma e della serenità assolute. Un intenso viaggio in cui l'autrice conduce  il lettore in una sorta di ricerca attraverso una immersione nei meandri della dimensione intimista, analizzando le aree critiche degli eventi della vita, anche quelli negativi per approdare poi a consapevolezze catartiche che conducono  all'amore.
    Nel suo “manuale” l’autrice asserisce che anche la più cruenta delle conflittualità può essere sanabile, attraverso l'energia interna che fa emergere dalla sofferenza e ripristina la pace dell'anima: dimostrando che in tal modo ci si spalanca all'amore. Attraverso il paradigma del bacio, la Marotta perviene ad un'altra intensa consapevolezza, si può imparare un nuovo modo di baciare: il bacio d'amore dato a tutte le persone che ami, non sarà un bacio formale, il mero gesto delle labbra, bensì un bacio silente e quieto in cui, forse, l'incontro tra esse non avverrà mai.
     
    Marina Marotta
    Manuale dell'anima in pace
    Collana “I dardi”
    Iuppiter Edizioni, Napoli 2018

    Pp. 224, 15 euro

  • SIANI, 33 ANNI DOPO

    data: 13/11/2018 09.14

    C'è un tempo per vivere e uno per morire. Ma vedere un giornalista morire a 26 anni perché qualcuno vuole mettere il bavaglio alla libertà di pensiero e di informazione, o zittire questo o quel giornalista, e poi assistere trentatré anni dopo, come succede in questi giorni, all’ennesimo attacco alla libertà di stampa da parte del governo in carica, amareggia e preoccupa.

    Nel Paese dove la camorra uccise Giancarlo Siani, icona assoluta in Campania del violento bavaglio all'informazione libera, lui che insieme ad un nugolo di giovani giornalisti in erba - tra cui lo scrivente - aveva fondato il Movimento Democratico per il Diritto all'Informazione, oggi perfino la Giornata mondiale della libertà di stampa viene registrata in tono minore. La situazione non è confortante. Al contrario, proprio in questo momento alla stampa viene chiesto di essere "collaborativa": praticamente partecipare, silente, alle nuove convergenze politiche. In questo modo si ignora - e non è cosa da poco - che il compito del "quarto potere" non è quello di sottomettersi ma principalmente di raccontare e denunciare in nome dell'opinione pubblica (che la stampa rappresenta) le vicende dei poteri: naturalmente tutti.

    E la situazione sembra andare di male in peggio. Adesso parlare di libertà di stampa appare un’eresia, e ciò malgrado i casi di assoluto affrancamento professionale di cui per fortuna ancora si hanno notizia. Forse il problema sta proprio qui. In un Paese normale, laddove lo standard è condiviso unanimemente, non c'è bisogno di registrare la presenza di eccezioni alla regola per farsene una ragione: semmai esse rappresentano proprio la conferma del grigiore di fondo, dell'assuefazione colpevole di cui tanti (troppi) mezzi di informazione danno ogni giorno testimonianza.
    All'interno del Movimento fondato con Giancarlo Siani, dibattevamo sulle parole che i nostri maestri ci indicavano con molta enfasi, parole che poi diventarono un suo brillante articolo proprio in quel 1977, saturo di fermenti ideologici: “La libertà di stampa è uno di quegli obiettivi che per essere realmente conseguito deve necessariamente passare attraverso l'impegno, il più appassionato e radicale possibile, di tutti i cittadini o almeno di coloro che amano la giustizia e la democrazia”. Questo ci insegnavano, ma a un certo punto abbiamo constatato che in Italia - allora come adesso - c'è stata rassegnazione, che è anch'essa il risultato di un atavico retaggio di miserie e rinunce. Tutti noi, con il nostro Movimento, avevamo cercato di combattere questo retaggio con dibattiti, incontri, partecipando ai convegni ma, evidentemente, i convegni e gli incontri non sono bastati.
    Se Giancarlo fosse vivo ripeterebbe ciò che diceva ai convegni sulla libertà di stampa, come nostro portavoce: “Ci vuole impegno e sacrificio da parte di tutti nell'ambito di una prospettiva di tempi lunghi”. E i tempi sono trascorsi, anche molto più di quello che pensavamo. E dopo trentatré anni dalla sua uccisione ci avvolge un velo di delusione. Sembra che le sue e le nostre battaglie si siano infrante contro il muro di gomma di una politica becera e opportunista, senza più ideali ma sempre più attaccata ai privilegi, creando una dicotomia incolmabile tra essa e la gente.