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CESIRA FENU

  • IL LE CORBUSIER ITALIANO

    data: 11/02/2019 08.22

    Giuseppe Terragni (1904–1943), comasco, nome di spicco dell’architettura italiana, ha rappresentato -  in un momento in cui prevaleva un generale ritorno all’ordine e nei regimi totalitari il classicismo dalle forme piene e i materiali tradizionali (come in Italia rappresentato da Piacentini che si espresse, facendo da modello, nel Palazzo di Giustizia di Milano) - un percorso controcorrente che si riallacciava al razionalismo internazionale rappresentato in particolar modo da Le Corbusier, Gropius, il Bauhaus.
    L’Ottocento si chiuse con una sorta di eclettismo degli stili in cui si trovano elementi che richiamano il gotico e il neorinascimentale. Essi trapasseranno nell’Art Nouveau, floreale e dalle linee voluttuose, stilizzate e sinuose con pampini, tralci di frutti, cascate di fiori. Celebri i gazebo della Metro parigina. Ogni nazione declinerà una variante propria in Italia il Liberty, e poi la Secessione viennese con le composizioni di Gustav Klimt: Le tre età della donna, Il bacio, L’abbraccio e il progetto di Opera d’arte totale in cui i minimi dettagli interni ed esterni, rifiniture sono curatissimi e tutte le Arti concorrono a attuare l’idea. Il Modernismo di Antoni Gaudì sembra costruire con la sabbia. Le case paiono smaterializzarsi nelle loro facciate, creazioni fantastiche, linee sinuose. Casa Battlò, Parco Guell, per non parlare dell’apoteosi incompiuta della Sagrada Familia. Tutto sembra concrezionato, vivente una vita propria. Barcellona ispirerà molti romanzieri: da Manuel Vasquez Montalban a Luis Zafòn, ma prima George Orwell, Omaggio alla Catalogna.
    Il secolo si chiude, come una preveggenza di orrori futuri, su l’Urlo di Munch. La sinuosità, anche qui, dei colori in fiamme da cui emerge solo una bocca che mostra un abisso di buio, mentre intorno tutto è come fuso, come magma incandescente e domina l’angoscia dell’esistere. Già preannuncia l’Espressionismo.
    Prima della Grande Guerra furono le Avanguardie, in primo luogo il Futurismo, a influenzare l’arte, l’architettura e la letteratura.
    I futuristi, attaccando il vecchiume passatista, furono accesi interventisti giungendo con Marinetti a definire la guerra sola igiene del mondo. La sperimentazione di stili, di oggetti, delle pitture che dovevano esprimere il movimento, il dinamismo, la macchina, l’aereo, tutto si proiettava verso il futuro. Pensiamo a Boccioni e ai suoi cavalli imbizzarriti o a Balla e la lampadina accesa nel colore scomposto per rendere il movimento. L’Architettura fu influenzata dal Futurismo, basti pensare a Sant’Elia visionario che progettò una città futurista e altro portati a termine da Terragni perché morì in guerra.
    In tale clima si forma la personalità artistica di Terragni che dal 1926 comincerà a progettare portando a termine il Monumento ai Caduti sul Lungolago di Como progettato da Sant’Elia. Così farà per l’Asilo Sant’Elia. Rifacendosi ai modelli di Le Corbusier  e delle avanguardie, il razionalismo propugnava la linearità delle forme, la simmetria, la leggerezza, l’economia, la funzionalità, l’uso del cemento e del vetro, l’equilibrio di vuoti e pieni, l’inserimento della costruzione nello spazio. Terragni farà propri tali principi coniugandoli col classicismo di Novecento e declinandoli da dar forma al cosiddetto razionalismo lariano. Ciò culminerà nella Casa del Fascio di Como (1932–1936). In essa, lieve nelle forme, l’equilibrio è perfetto. Tutto è studiato da costruire un prisma. L’uso del vetro dà luminosità e interno ed esterno si compenetrano in un tutto organico. Tutti i particolari sono progettati ad hoc da costituire un’opera d’arte totale.        

  • ROTH, PERCHE' SCRIVERE?

    data: 04/01/2019 16.25

    Perché scrivere? - ultimo recentissimo volume che conclude la pubblicazione dell’Opera omnia di Philip Roth, edita da Einaudi - contiene scritti, saggi, conversazioni (dal 1960 al 2013) con altri amici scrittori, tra i quali Primo Levi, Milan Kundera, Aharon Appelfeld. E’ un vero gioiello di arte affabulatoria che ci consente di entrare nel mondo dello scrittore: un continuo intrecciarsi di arte e vita in cui l’opera narrativa attinge dall’esistenza dello scrittore.
    Roth (Newark, 1933 – ivi, 2018), origine ebraica, ci ha lasciato trentuno libri di cui ventisette tra romanzi e racconti. Più volte candidato meritatamente al Nobel, l’ha purtroppo mancato per quelle strane combinazioni che hanno privato di questo riconoscimento scrittori della levatura di Borges. Roth ha ottenuto comunque il Premio Pulitzer, il Man Booker International Prize, il National Book Award e, dai Presidenti Clinton e Obama, la National Medal of Arts e la National Humanities Medal.
    Ci ha fornito un ritratto della esperienza ebraica americana tra Novecento e Duemila attraverso alter ego tra i quali Nathan Zuckerman. Ha trattato le sue origini spesso criticamente, ricevendo l’ingiusta accusa di antisemitismo. Ironico, graffiante, polemico, profondo conoscitore dell’universo ebraico americano, di cui tratteggia nella sua opera i difetti, le autocelebrazioni, i miti, le idiosincrasie e le manie, dandone uno spaccato esaustivo e avvincente. Nelle prime pagine di Perché scrivere?, dopo aver immaginato che Kafka fosse il suo docente di lingua ebraica, in una mescolanza di autobiografia, fresca e stupefacente capacità narrativa, traendo materia di racconto da spunti letterari, rivela una profondissima e mimetica conoscenza della letteratura mondiale: in Scrivere narrativa americana, discorso del 1960 tenuto alla Stanford University, viene esaminata criticamente la società americana contemporanea quale presentata dai mass media. Interessantissimo schizzo di una società opulenta, dominata dall’apparire, dalla pubblicità, dal continuo cicaleccio dei mass media che tutto rimescolano e triturano nelle fauci di Moloch alla ricerca del particolare che faccia notizia. Una pagina di esemplare freschezza che sembra scritta oggi nella nostra società postmoderna ed era già realtà negli States di quasi sessant’anni fa.
    Mi viene da citare l’analisi di Packard I persuasori occulti (Feltrinelli) o la riflessione di Edgar Morin ne Lo spirito del tempo recentemente edito in una nuova traduzione da Meltemi. Roth sottolinea l’impossibilità di scrivere narrativa americana in un clima in cui il banale quotidiano, fatto da elettrodomestici, agenzie pubblicitarie, gossip, universo di plastica, sono oggetto di narrazione di serie B. Ma egli cita Mailer, Styron, Malamud, Salinger, Bellow, tutti nomi di rilievo. La situazione comune e angosciante della realtà esaminata da Roth pesa sullo scrittore. Egli sbatte contro la quotidianità e allora si rifugia in mondi immaginari o nella celebrazione dell’Io. Ma talvolta, come in Uomo invisibile di Ellison, l’eroe è solo, solissimo. Eglihacombattuto contro il mondo e ha finito per ritrarsi nel sottosuolo, vivere lì. Interessantissimi saggi Nuovi stereotipi ebrei e Scrivere di ebrei in cui emerge l’officina dello scrittore, un grandissimo Roth.
    In Chiacchere di bottega Roth raccoglie le conversazioni con altri scrittori tra i quali Primo Levi. E’ un incontro pacato e toccante se si pensa che poco dopo Levi, senza darne segni premonitori, si sarebbe suicidato. Per Roth la scelta di vita fatta di stretti legami con la comunità di appartenenza è stata, al pari del capolavoro dello scrittore su Auschwitz, una sorta di vigorosa e profonda risposta a coloro che hanno cercato in ogni modo di troncare tutte le sue relazioni e di eliminare lui e i suoi simili dalla storia. Forse mi viene da pensare che Auschwitz, a distanza di una vita, abbia lasciato segni indelebili come quel numero marchiato a fuoco nella carne viva che fungeva da memento e una sorta di senso di colpa per essere sopravvissuto mentre i musulmani, senza risorse, i sommersi, come scriveva Primo Levi, fossero in fondo i salvati. Essitestimoniavanoconlalorofine e costringevano i vivi a raccontare, a portare un fardello troppo pesante.
    Un libro ricchissimo e fonte di mille riflessioni sulla scrittura, l’ispirazione, la società, l’essere ebreo, la vita, la letteratura, la cultura e, infine anche la liberazione dal demone della scrittura. Demone di cui Roth si è sbarazzato lasciandoci una grandissima eredità fatta di infinite letture come dono di una vita.   

     

  • SOLITUDINE DIGITALE

    data: 21/12/2018 22.01

    Marc Augé, etnologo africanista, filosofo e esploratore del mondo contemporaneo, nel recentissimo saggio dal titolo Cuori allo schermo (Piemme), confronto con Raphael Bessis, studioso dell’universo digitale, ci offre una ulteriore prova della capacità di analisi e comprensione della contemporaneità definita surmodernità. Egli applica il metodo etnologico alla società postmoderna e ai fenomeni che la riguardano. Nella sua riflessione illumina con sguardo attento la società digitale e i problemi che la interessano. E’ come se l’opera di Augé fosse una costruzione fatta di tanti apporti di cui i saggi rappresentano  tappe che delineano una vera e propria Weltanschauung, una mappa per comprendere l’universo globalizzato.
    Nel dialogo con Bessis si appunta l’attenzione sul mondo digitale e la solitudine dell’uomo contemporaneo. Dietro lo schermo del computer si celano tante identità che non si riesce a cogliere nonostante siamo immersi nell’universo della comunicazione. Augé lo definisce delle tre C: circolazione, comunicazione, consumo. L’indagine antropologica è costituita da tre elementi principali: spazio, tempo, soggettività. L’etnologo partecipa di due spazi tra la realtà etnologica e la sua formazione di uomo e studioso occidentale che rifugge l’etnocentrismo ma non partecipa completamente del mondo altro. Analogia tra etnologo e internauta, studioso del mondo parallelo del Web.
    Per Augé, il cybernauta non ha di fronte un uomo vero ma un’immagine e la comunicazione ne è condizionata. Egli nota come Internet crei assuefazione e depressione. Il metodo dell’osservazione partecipante e l’atteggiamento empatico inteso da Augé  come partecipazione a livello intellettuale, comprensione dell’altro da sé, dell’alterità e di ciò di cui quest’ultimo è portatore, viene proficuamente applicato allo studio dei fenomeni del mondo contemporaneo. Fondamentale per l’antropologia è il concetto di altro che è anche individuo di contro alla società digitale in cui scompare l’identità, la profondità dell’essere umano, che lasciano il posto a fantasmi, sorta di avatar, identità fittizie che non comunicano pur immersi nel flusso perenne della comunicazione. L’antropologia dà importanza alla questione del senso come relazione con l’altro istituzionalizzata.
    La famiglia, il matrimonio, le fasce d’età sono codificazioni del rapporto con l’altro. Quindi si intende il senso sociale che si rifà alla cultura. L’emergere dell’individuo è cominciato tra il XVII e XVIII secolo in contrapposizione a istituzioni e forme sociali oppressive. Montesquieu e Voltaire affermano la molteplicità delle culture. Si pensi alle Lettere persiane dove specchiandoci nell’Altro facciamo emergere noi stessi. L’individualità e la questione dell’altro sono fenomeni europei. Poiché l’identità si costruisce nella relazione con gli altri, quando vi è una crisi nel rapporto con il prossimo vi è un deficit di simbolismo e la propria identità viene messa in discussione. Nelle società globalizzate vi è tale situazione. Manca il legame culturale che unisce gli esseri umani, da qui la crisi di senso e il male di vivere che si esprime anche patologicamente.
    L’antropologia dà importanza al contesto e all’osservazione partecipante e come disciplina storica guarda l’uomo e il mondo. L’immaginario occidentale attuale si manifesta con la fine dei miti di fondazione avvenuta con la modernità anche se le religioni non sono scomparse ma hanno spesso dato luogo a commistioni e sincretismi. Il vuoto così creato ha fatto emergere filosofie individuali. Fondamentale per Augé il concetto di nonluoghi, ovvero spazi privi di simbolismo, come metro, stazioni, aeroporti, centri commerciali in cui non si comunica e  manca un codice che definisca il rapporto con l’altro. Una sorta di spazio liminale (da limen, soglia). Il Mondo sembra diventato un nonluogo. Il tempo della globalizzazione scorre velocissimo ma appiattito in un eterno presente senza prospettiva storica. Il presente è come un buco nero che inghiotte il passato e il futuro. Esso è segnato dalla velocità e dal flusso inarrestabile di immagini. Tempo planetario creato dalla mondializzazione. Il nostro mondo è privo di esotismo, dedito al consumo di oggetti come di immagini e all’individualismo. Potere delle immagini che attraggono chi sta davanti allo schermo da desiderare di passare dall’altra parte.
    Oltre al voyerismo più marcato è l’esibizionismo. Le immagini e la presentazione che di esse fanno i media annulla la distinzione tra finzione e realtà e  la spettacolarizza. Le immagini sono spettri, si attua la finzionalizzazione della realtà. L’uomo contemporaneo vive una vertiginosa solitudine, manca il confronto con l’altro su cui Augé si sofferma. Ma lo sguardo critico dello studioso si apre alla speranza di un cambiamento auspicando una rivoluzione, la presa di coscienza da parte degli uomini di essere liberi e capaci di immaginare e di rivolgere lo sguardo verso l’Altro.
     
     
     
     

  • L'ITALIA AI TEMPI DI BENITO

    data: 13/12/2018 19.31

    È appena uscito in edizione economica nella collana Oscar Storia Mondadori, il saggio di Emilio Gentile In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri. Storico del Fascismo, Docente Emerito a La Sapienza, Accademico dei Lincei, studioso di fama internazionale, allievo di Renzo de Felice, Gentile ci dà in questo saggio una illuminante lettura dell’Italia vista dal di fuori, da giornalisti, storici, intellettuali, scrittori stranieri che colgono, a cominciare dall’inizio del Novecento, le caratteristiche, i difetti, i pregi di un popolo e dei suoi governanti, una Nazione e un Paese che sin dai tempi del Grand Tour aveva attratto per le bellezze artistiche, storiche e paesaggistiche poeti e letterati, artisti che avevano riscoperto le antichità classiche elaborando i canoni del classicismo, basti pensare a Winkelmann.
    L’attenzione di Gentile si appunta sul periodo ante Grande Guerra fino allo sbarco degli Angloamericani in Sicilia e al definitivo crollo del Fascismo.
    Edgar Ansel Mowrer, corrispondente in Italia del Chicago Daily News, seguirà tutto il percorso storico a cominciare dal primo incontro con Mussolini il 1° Maggio 1915 durante un comizio a Milano a favore della causa interventista per la conquista dei territori irredenti di Trento, Trieste e la Dalmazia. L’ex direttore del quotidiano socialista Avanti! gli spiegò che inizialmente aveva osteggiato l’intervento per poi sentire il richiamo della Patria e dissentire con la linea internazionalista e neutralista del Partito fino ad esserne espulso. Fondò così il Popolo d’Italia dalle cui pagine sostenne con toni accesi l’intervento. Gli suggerì di ascoltare il giorno dopo il discorso di d’Annunzio, vate della nuova Italia, a Quarto. Mowrer ci andò, lo trovò ampolloso e retorico ma capace di accendere gli animi e fu l’incontro col nazionalismo italiano.
    Il giornalista americano avrebbe amato l’Italia e imparato a conoscerla ammirando quello che sarebbe diventato il suo Duce. Egli fu inviato di guerra ma dopo riesplosero gli antagonismi nazionalisti tra vincitori e vinti. Affascinato dalle bellezze artistiche e naturali, dal carattere della gente, scrisse un libro dal titolo Immortal Italy (Italia immortale). Altri osservatori in quei tempi videro nell’Italia il mito che aveva attirato gli artisti nei secoli precedenti. La vittoria sugli Austro Tedeschi dopo la disastrosa rotta di Caporetto fu segno di un senso di patriottismo che segnò anche la presa di coscienza delle nuove generazioni che richiesero i riconoscimenti promessi nei momenti più duri della guerra. Così ci fu al Sud l’occupazione dei latifondi improduttivi e parassitari con la richiesta che la promessa di terra ai contadini venisse mantenuta. Anche le fabbriche del Nord videro la presa di coscienza della classe lavoratrice e dal 1919 cominciarono scioperi in tutti i settori fino a giungere nel settembre 1920 all’occupazione delle fabbriche.
    Gli osservatori leggevano in tale situazione un negativo prodromo all’anarchia e alla dissoluzione. Il malcontento generale era dovuto anche, notarono Mowrer, Alazard, Cambo e altri, alla delusione per quella che tutti ritenevano una vittoria mutilata, per il fatto che gli Alleati non avessero concesso la Dalmazia e soprattutto Fiume a tutti gli effetti italiana. Ciò avvenne per frenare le mire italiane sui Balcani dove fu favorita dagli alleati la nascita di un nuovo Stato: la Jugoslavia. Lo storico francese Hazard notò che, delusi gli interventisti, furono i neutralisti, socialisti e cattolici, ad acquistare proseliti. Egli registrava il malumore di tutte le classi sociali contro i governanti che avevano condotto il Paese in guerra.
    L’Italia era, secondo gli osservatori stranieri, nel caos più totale con un diffuso disprezzo delle masse per i militari (Beals e Mowrer). Questa anarchia, secondo Herron, sarebbe stata determinata dalla propaganda bolscevica e dalla propaganda occulta controllata finanziariamente da potenze straniere che temevano la ripresa economica dell’Italia. Nel settembre 1920 dopo difficili trattative, mediatore il governo Giolitti, la Confindustria e il Sindacato si accordarono sulle richieste salariali e sul controllo operaio dell’industria. Si concludeva così il biennio rosso da cui sarebbe cominciata la parabola discendente delle forze socialiste anche per via della scissione del Congresso di Livorno, nel gennaio 1921 che segnò la nascita del Partito comunista d’Italia fondato da Antonio Gramsci.
    Beals sosteneva che l’autunno 1920 fosse il momento più decisivo del dopoguerra italiano ma in senso negativo in quanto il momento di maggior trionfo delle forze rivoluzionarie coincideva con la disillusione dei lavoratori nei confronti del Bolscevismo russo. La disorganizzazione cui andava incontro il proletariato coincideva con l’organizzazione dei ceti tradizionali, dei contadini e della piccola borghesia. Appoggiato dagli agrari e dagli industriali, dai delusi di ogni ceto il fascismo cominciò la sua ascesa su una dimensione nazionale. La fine del biennio rosso vedeva l’inizio della guerra civile.
    Si sviluppò così il movimento dei Fasci di combattimento fondato da Mussolini a Milano in Piazza San Sepolcro (da qui il termine di sansepolcristi dei militanti della prima ora), e il fenomeno dello squadrismo e delle camicie nere. Alla fine del 1920 cominciò la reazione armata dei fascisti contro le organizzazioni del proletariato. Il fascismo per Mowrer fu conservatore ma profondamente rivoluzionario e repubblicano, contrario alla democrazia, al liberalismo e al pacifismo. La violenza squadrista si diffuse nella Pianura Padana e in Toscana ma tutto il Paese vide un crescendo di efferatezze. Lo Stato stava a guardare, anzi favoriva lo sviluppo di questo frutto amaro nato dal proprio ventre.
    L’esercito, sottolineava Beals, forniva armi e appoggio al movimento che imperversava impunito. Secondo Pernot per evitare la rivoluzione l’autorità rinunciava a esercitare i propri diritti e il governo si asteneva temporaneamente dall’esercitare la sua funzione contenendo i rischi in attesa di tempi migliori. In tale atteggiamento Mowrer vide il perpetuarsi di un difetto insito fin dall’Unità, cioè il ruolo decisivo delle minoranze nella storia d’Italia. La carenza di senso civico, di una religione civile, la considerazione da parte della maggioranza dello Stato – patrigno  rendeva inevitabile il predominio di una fazione. Nelle elezioni del 1921 si affermarono i fascisti a danno di socialisti e popolari.
    Si giunse così all’agosto 1922, quando il fascismo, divenuto partito, PNF, si affermava ancor più e da più parti si parlava di marciare su Roma. E, con il diniego di Vittorio Emanuele di firmare lo stato d’assedio per la Capitale e il successivo conferimento dell’incarico al Cavaliere Benito Mussolini di formare il nuovo governo, il 30 ottobre 1922 Mussolini assunse il potere. Beals tenne un diario dei giorni della Marcia. Riportò una frase di Cavour La paix est signeé. Le drame est fini. E aggiunse gli eventi di questi ultimi giorni sono parte di una tendenza europea che è iniziata con la Grande Guerra, comprende la rivoluzione russa, e può non concludersi durante la nostra generazione.

    Saggio chiaro e avvincente come un romanzo, scritto con mano sicura da grande divulgatore, approfondisce i punti chiave della storia della prima metà del Secolo breve partendo dal nodo che avrebbe determinato le vicende successive: la Grande Guerra e che ebbe in Mussolini l’inventore del Fascismo considerato peculiarità italiana. Lascio ai lettori la sorpresa di leggere l’intero saggio.            

  • I VINTI DI VITTORIO VENETO

    data: 13/12/2018 19.02

    L’ultima fatica dello storico Mario Isnenghi, già docente nelle Università di Padova, Torino e Venezia, in collaborazione con Paolo Pozzato, docente di storia e filosofia a Bassano ed esperto di Storia militare della Grande Guerra, è dedicata a come è stata vissuta la battaglia di Vittorio Veneto dagli Austroungarici. Già il titolo dell’interessantissimo saggio I vinti di Vittorio Veneto, edito da Il Mulino (pag, 385, euro 26), ci mostra l’angolo visuale da cui parte e si sviluppa la ricerca, quello dei vinti che si trovarono improvvisamente a fare i conti con lo sfacelo della compagine imperiale e con le defezioni e gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali da cui era costituito l’esercito dell’Impero asburgico. Entità sovranazionale prestigiosa e dalla durata secolare, l’Impero implose e si disgregò perdendo le componenti slave, ceche, ungheresi, polacche che in un moto centrifugo finirono per rendersi indipendenti dando vita a Stati nazionali e al costituirsi di un nuovo assetto geopolitico dell’Europa.
    Fu la fine di un mondo che pareva monolitico e esso venne vissuto come un lutto, la finis Austriae di cui scriveranno, tra gli altri, Joseph Roth e Stefan Zweig. Il saggio comprende una parte introduttiva curata da Isnenghi che illustra il vissuto e la percezione che ebbero della fine gli Austro tedeschi che attinge a tante fonti memorialistiche e diaristiche in un fervore di testimonianze che esprimono i punti di vista più vari. Isnenghi mostra come sempre attenzione alla Storia degli individui, delle persone, dei piccoli, e ci pone davanti a una prospettiva globale, una polifonia, da cui si può avere una visione ampia e articolata. Quindi si lascia spazio ai combattenti o ex combattenti per poi passare nella seconda parte, alla visione dei grandi scrittori e intellettuali, tra cui Thomas Mann che scrisse le Considerazioni di un impolitico, manifesto bellicista e filotedesco, a Guerra ormai conclusa, e poi Musil che mostra la dura educazione in un collegio prussiano, Hermann Hesse, anch’egli in Sotto la ruota condanna la durezza educativa. E poi Heinrich Mann molto più aperto a preveggente del fratello. Tanti sono i nomi famosi che non si sottraggono al dibattito, spesso acceso sul durante e sul dopo  e che spesso si sono dimostrati in consonanza col comune sentire.
    I testimoni combattenti scrivono con sempre presente l’essere stati un noi, raccontano una realtà perduta nella dissoluzione dei reparti. Ciò che pareva eterno e monolitico si frantuma e improvvisamente, scrive Isnenghi, la frattura e la discontinuità si rovesciano in valore. I racconti narrano lo sfacelo, il tramonto. Anche i reduci austriaci e tedeschi, come i reduci italiani, non si ritrovano più in un mondo mutato che non li comprende. Creano associazioni, gruppi e fanno scrivere i ricordi da uno per tutti. C’è la necessità di testimoniare. I testi sono antologizzati e spesso tradotti da Pozzato nella seconda parte del libro.
    Isnenghi mette in evidenza come gli austro tedeschi facciano gruppo a sé e abbiano una considerazione negativa degli slavi, dei cechi, degli ungheresi, dei polacchi che prima del crollo finale si ribellano e rivolgono le armi verso quelli che fino a un attimo prima erano commilitoni. C’è il senso del tradimento. Gli italiani sono considerati fedifraghi, quelli che erano alleati e sono passati con l’Intesa, inetti, il popolo di Caporetto non può essere lo stesso di Vittorio Veneto. Ergo: la battaglia di Vittorio Veneto non esiste. Gli italiani non hanno vinto: sono stati francesi, inglesi a combattere. Sprezzo per gli italiani.
    Al medesimo modo emerge lo sprezzo per i socialisti che sono considerati in Germania e Austria tra le due Guerre imboscati che hanno tramato nell’ombra, al medesimo modo anche gli ebrei saranno visti come traditori e così considerata la Repubblica di Weimar e si vedrà quali risultati produrrà l’esacerbazione e il senso di tradimento e di rivalsa nei confronti delle dure condizioni imposte dai vincitori. Dagli scritti emerge, anche dopo anni, il militarismo, il credo pangermanista. Non si riesce a capacitarsi perché, scrive Isnenghi, non si può perdere vincendo stando ancora oltre le linee. Allora l’armistizio è considerato un tradimento.

    Nelle testimonianze emergono i patimenti, la fame che fa sentire i suoi morsi e leva le forze. L’esercito si dissolve nella totale anomia: chi comanda chi? Nelle testimonianze raccolte con passione e curate con attenzione e competenza da Pozzato, è presente tutto ciò e si può toccare con mano il vissuto profondo degli invitti. Non mancano pagine toccanti. La prigionia, l’ultimo attacco degli Schützen a cavallo, cinque anni di guerra. Riemerge un mondo che  ci parla e che a un secolo di distanza è ancora vivo e il cui ricordo deve essere preservato con cura affinché il passato non ritorni perché ciò che si dimentica prima o poi presenterà il conto.  

  • CONSERVARE LA MEMORIA

    data: 26/11/2018 18.54

    Lettera a Giuseppe Marchetti Tricamo, a proposito del suo articolo "1915-1918". Conservare la memoria per le generazioni future".
    Carissimo Giuseppe, ho letto il tuo bellissimo articolo sulla Grande Guerra. Mi trovo in completo accordo con ciò che scrivi e sulla necessità di conservare la memoria affinché il passato non ritorni e le nuove generazioni sappiano ciò che è accaduto. E poi che dire del richiamo al Presidente Ciampi? E' verissimo! Ciò che è pericoloso è l'infiacchimento morale, il lassismo morale. Ora che gli ultimi testimoni che hanno combattuto non ci sono più tocca a noi tenere deste le coscienze. I miei nonni avevano combattuto entrambi nella Grande Guerra, in particolare nonno Fenu in prima linea, mentre il padre di mamma nella Finanza di mare. E raccontavano e mi raccontavano le difficoltà della vita di trincea, mentre nonno Mereu mi diceva che, lui piccolino, aveva un fucile ad avancarica (questo la dice lunga sull'equipaggiamento dei nostri soldati) e per caricarlo doveva posarlo e fare un passo avanti tanto il fucile era lungo!!! Ma lui ci faceva dell'ironia, aveva una "verve", era sottile!!! Invece nonno Fenu aveva uno zaino talmente pesante che gli aveva lasciato per tutta la vita il segno visibile e doloroso, delle bretelle. Nonno Fenu, figlio unico di madre vedova, non sarebbe dovuto andare in guerra invece fu richiamato. Quando la Patria chiama!!!
    Ho pensato di inviare la recensione del saggio di Isnenghi e Pozzato "I vinti di Vittorio Veneto" che raccoglie memoriali e diari della disfatta degli Austroungarici e le percezioni del crollo dell'Impero plurisecolare con gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali all'indomani dell'Armistizio. Proprio la "finis Austriae"!!! Come sempre Isnenghi è attento a cogliere le testimonianze dei singoli da varie prospettive, dal "basso" e tra gli ufficiali. Con una parte antologica curata da Paolo Pozzato possiamo "toccare con mano" il vissuto dei combattenti "dall'altra parte". Merita, secondo me, è un saggio recentissimo, edito da Il Mulino.  

  • HO VISTO AGIRE S'ACCABADORA
    di Dolores Turchi

    data: 26/11/2018 18.47

    La Sardegna, definita quasi un continente, a causa dell’isolamento che l’ha caratterizzata, ha dato vita alla Civiltà nuragica, unica e peculiare. Ma per la posizione al centro del Mediterraneo è stata anche punto d’incontro, lungo le coste, di popolazioni orientali con l’elemento autoctono. Queste condizioni hanno dato luogo, dal punto di vista culturale, a tendenze recessive che hanno permesso la conservazione di usi ancestrali e, con l’introduzione del Cristianesimo, a interessantissimi e importantissimi sincretismi magico – religiosi, vere sopravvivenze di cui ci è data testimonianza dai Sinodi, da sentenze inquisitoriali e, in epoca più vicina a noi, da viaggiatori e studiosi.Alberto La Marmora, in primis, diede dettagliatissima relazione nel suo Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825 su cui si basano tutti gli studi successivi.
    Il fenomeno sul quale voglio riferire, studiato con passione e competenza dalla professoressa Dolores Turchi, studiosa di Tradizioni popolari, riguarda l’eutanasia. Col termine Accabadora si indica una particolare persona che, con molta discrezione, veniva chiamata al capezzale di un morente la cui agonia sembrava non avesse fine. Accabadora deriva dal verbo accabare, a sua volta dal fenicio ed arabo hacab (por fine), ella praticava una forma di eutanasia. Perché donna? Certe donne conoscevano il potere delle erbe, di gesti apotropaici, realizzavano amuleti, e donne erano anche le persone che eseguivano i lamenti funebri, gli attitos in cerchio, sa roda, attorno al defunto. Antichissima origine il lamento, il canto rituale. Pratiche sincretistiche che segnavano il passaggio da uno stato o fase a un altro come Van Gennep ha illustrato ne I riti di passaggio (Bollati Boringhieri).
    Dolores Turchi ha raccolto la prima testimonianza oculare di una persona novantenne sull’operato de s’Accabadora nel saggio Ho visto agire s’accabadora (Edizioni Iris) e al quale è allegato il dvd col filmato dell’intervista all’anziana testimone. Secondo la studiosa la lunga agonia aveva per causa peccati che il morente aveva compiuto in vita e che era necessario espiare per morire serenamente. Tra essi bruciare un giogo o aver spostato una pietra di confine. L’Autrice, raccolte molte testimonianze in varie località della Sardegna, si convinse che si trattava di tabu di cui si era dimenticato il significato originario. Bisognava allora mettere un giogo, su juale, in miniatura sotto il capo del morente o un ciottolo. S’Accabadora agiva come ultima ratio soffocando o colpendo il capo del moribondo o con su juale o con su mazzuccu, un martello di radice di olivastro. Un attimo e tutto era finito.
    La convinzione generale era che si agisse per il bene del malato. L’usanza era diffusa in tutta l’Isola. Ma non solo. Turchi già nel saggio Lo sciamanesimo in Sardegna (Newton Compton), sostiene che tale uso era diffuso in Italia centro meridionale. Pitré riporta credenze analoghe in Sicilia nel saggio Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Anche in Francia è attestata tale credenza. Mentre in Friuli, nelle regioni ladine, l’oggetto apotropaico è un pettine. Turchi fa riferimento al saggio della Gimbutas, Il linguaggio della dea (Longanesi) che segnala la presenza del pettine come amuleto in figurine stilizzate del Neolitico. Alla base di tutto vi sarebbe, secondo Turchi, un’antica religione dimenticata di cui restano sincretismi e sopravvivenze. Ella ipotizza che non si avesse paura della punizione nell’aldilà bensì la punizione concreta in questa vita da scontare con la lunga agonia per cui, come un’antica sacerdotessa, interveniva s’Accabadora.  
    Tra gli usi vi erano preghiere a Sant’Anna e Santa Marta affinché scongiurassero una lunga agonia tagliando il filo della vita e ricomponendolo. In questo caso le due Sante sarebbero una rielaborazione cristiana della Dea Madre e della Parca romana. Sant’Anna protegge le partorienti, la Parca reciderebbe il filo della vita. In una testimonianza raccolta a Busachi si fa riferimento al diavolo che s’Accabadora aveva pronunciato col nome antico, Micidissu. Deriverebbe da Ningirsu, divinità della città sumera di Lagash, massima divinità della città e figlio di Enlil supremo del Pantheon sumerico. Al culto di Ningirsu era dedicato uno ziqqurat, in tutto simile a quello, unicum nel bacino del Mediterraneo, di Monte d’Accoddi presso Porto Torres datato al 2500 a.C. Poiché s’Accabadora potesse agire con successo era necessario che tutto ciò che vi era di sacro nella stanza del morente fosse portato via perché si riteneva che legasse alla vita il malato. Ciò ci mostra che si agisce in un contesto pagano, altra prova dell’antichità del fenomeno e la possibilità che vi fossero rispecchiati elementi orfici.

    Massimo Pittau, eminente glottologo dell’Università di Sassari, in Credenze religiose degli antichi Sardi (Della Torre) in uno specchio etrusco che raffigura personaggi tra cui Atropo, Parca che recideva il filo della vita, con in mano un martello, vede riflessa la nostra accabadora e ritiene entrambi i popoli essere originari della Lidia.  

  • L'EUROPA DI CHABOD

    data: 22/11/2018 12.54

    Federico Chabod (1901–1960), insigne storico e intellettuale, ha precocemente, in tempi ancora lontani dall’Unione Europea, delineato, analizzandola, la nascita ed evoluzione, vero processo, dell’idea d’Europa. Nel saggio Storia dell’idea d’Europa edito da Laterza lo studioso dà una spiegazione lucida e profonda, nel medesimo tempo chiara, che cattura appassionando e chiarisce tante questioni sollevate dalle recenti vicende che scuotono l’unità dell’Europa. I primi passi verso la creazione di una Comunità europea furono dettati dall’aspirazione, da parte dell’Europa uscita da una terribile Guerra, a creare le condizioni di pace e prosperità che favorissero la fratellanza e ponessero le premesse di crescita economica, morale e intellettuale degli stati e degli individui.
    Ma quali sono gli elementi che permettono di definire e distinguere dagli altri continenti e gruppi umani, l’Europa e gli Europei? Per cominciare Chabod si domanda quando sia nata la coscienza di essere europei, la consapevolezza di possedere peculiarità culturali, storia, insomma una comune Weltanschauung. Sostiene Chabod nel suo saggio che nell’affrontare i problemi storici è fondamentale l’attenzione alle mentalità, al pensiero, agli aspetti culturali, religiosi e alla cultura materiale, indagati con strumenti filologici rendendoli nella loro oggettività lungi dal piegarli al nostro modo attuale di pensare. Importanza delle fonti e dei documenti. Ciò che interessa Chabod è l’Europa come quid distinto dal resto del mondo. Sottolinea Chabod che se di civiltà europea si può parlare fin dall’antichità e nel Medioevo tale aspetto è rafforzato dall’elemento religioso, una vera coscienza di sé la si raggiunge solo nell’età moderna. Coscienza europea significa differenziazione da un “altro da sé”, da ciò che le si contrappone. Questa coscienza si manifesta come opposizione, dai tempi di Alessandro Magno. Ancora una volta il pensiero greco rappresenta un elemento basilare di riferimento per l’evoluzione della speculazione successiva. Se nel mondo greco l’Altro si definisce barbaro, questo concetto va estendendosi a comprendere, con le Guerre persiane, i popoli asiatici che vivono sottomessi poiché incapaci di governarsi da soli, in contrapposizione ai Greci che vivono secondo il Logos, la legge. La creazione dell’ecumene ellenistico da parte di Alessandro finirà per estendere ad altri popoli e paesi questa caratterizzazione. Con l’avvento del Cristianesimo il termine barbaro indicherà i non cristiani. Con la fine dell’Impero Romano e la scissione in Oriente e Occidente, Roma e Bisanzio, le due parti si contrapporranno per questioni politiche, religiose, etniche e culturali e il barbaro saràilnonRomano che finirà però per amalgamarsi ad esso con la creazione dei regni Romano – barbarici . Il Cristianesimo sarà discrimine tra i popoli e nel Medioevo imbeverà tutte le espressioni intellettuali, manifestandosi come una potentissima Weltanschauung che condizionerà col suo afflato, non immune da feroci controversie teologiche e di potere, tutto un mondo fino all’Illuminismo. Mentre con la conquista turca dei Balcani l’Oriente verrà considerato terra di barbarie. Il Medioevo vedrà la concezione della reductio ad unum, unione del potere spirituale e temporale nelle mani dell’Imperatore, come proposto da Dante nel De Monarchia. Anche Dante parlerà di Europa intendendo i confini occidentali dell’ecumene, mentre l’attuale Est europeo e la Grecia sono mondo a sé.
    Machiavelli renderà conto del grande movimento di popoli a creare un amalgama che vedrà la civilizzazione di una parte di essi e il confluire nell’Europa. Sarà Enea Silvio Piccolomini, grandissimo intellettuale, che formulerà l’apprezzamento dei valori culturali europei fondati sulla tradizione classica, sul culto di Roma e sul pensiero antico avvicinandosi a ciò che Voltaire definirà republique litteraire per comprendere l’universo nato dalle guerre di religione. Prima di Voltaire sono l’Umanesimo e il Rinascimento a elaborare il concetto di Europa luogo di cultura, letterati che portano la luce della civiltà dove era solo superstizione. L’Umanesimo rivestirà un importantissimo ruolo nell’elaborazione dell’idea d’Europa. In Erasmo da Rotterdam, maggiore di tutti gli umanisti d’oltralpe, si trova il concetto di antibarbarismo, volto alla salvaguardia delle popolazioni Amerindie. Ma è sempre una visione cristiana, differente dal laicismo illuminista.
    La prima formulazione dell’idea di Europa al di fuori di una visione confessionale la troviamo in Machiavelli ed è una formulazione politica. Il Padre della moderna Scienza politica sottolinea come l’Europa sola abbia avuto repubbliche e qualche regno a differenza dell’Asia e degli altri continenti. Si delinea così un modo di differenziazione che è peculiare dell’Europa. Ma Machiavelli guarda alla grandezza del Principe e dello Stato. Saranno gli Illuministi a porre in primo luogo il benessere dell’individuo di cui lo Stato si fa garante. Voltaire appunterà l’attenzione sulla necessità di mantenere un equilibrio di poteri negli Stati per garantire un equilibrio tra Stati. Ma sarà Montesquieu nel capolavoro Esprit des lois (1748) a elaborare la tripartizione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario, che garantiscono la libertà politica e che sarà alla base del moderno stato liberale. Fondamentale è, inoltre, il vivissimo senso di libertà. Esaltazione dell’Europa.Anche in questo caso si parte da un’opposizione tra civiltà ma ora sono gli altri a guardarci come nelle Lettere persiane di Montesquieu. Nelle considerazioni politiche emerge netta la differenza dell’Europa rispetto all’Asia. Vita e costumi sono ancor più differenziati soprattutto si sottolinea la libertà di cui godono le donne europee. E poi la socievolezza, l’esprit de société, motivo di fondamentale importanza alla base del concetto di civilisation e di Europe. Montesquieu ovvero il suo alter ego persiano, si soffermerà sul dinamismo, la laboriosità dell’Europeo, una vera etica del lavoro che secondo Chabod annuncia il capitalismo. Febbre del lavoro e sviluppo della scienza e della tecnica e nuove invenzioni. Ma si sottolinea anche il cattivo uso della tecnica quando posta al servizio della distruzione e della guerra. Caratteristica dell’Europa è lo sviluppo delle scienze e del metodo sperimentale che vedono Galileo e Newton punte di diamante. Inoltre si pongono le basi di ciò che Chabod definisce scientifizzazione delle scienze umane che preconizzerà il Positivismo.
    Voltaire dal canto suo propugnerà la costituzione di una sorta di unione europea. Si viene affermando anche tra autori minori, il senso europeo. Ma l’atmosfera va cambiando con l’emergere prepotente del concetto di nazione. Ora Rousseau sottolinea l’individualità contrapposta all’universalità, il particolare contrapposto al generale. L’Illuminismo segna il passo ed emergono i primi elementi del pensiero romantico. Settecento e Ottocento, l’un contro l’altro armati, porranno le basi della modernità. Rousseau sottolinea la diversità, varietà, peculiarità delle singole nazioni di cui va preservata la unicità contrapposta all’europeismo di Montesquieu e Voltaire. Si esalta l’anima nazionale, l’individualità della nazione che richiede legislazioni differenti che si attaglino alle caratteristiche di ciascuna. Rousseau riconosce l’unità civile dell’Europa ma sostiene che essa non possa sovrastare l’originalità, la identità di ciascuna nazione che la costituisce. La nazione emerge prepotentemente nella storia. Il concetto di Patria, di ethnos, la passione nazionale, non mettono però in discussione quel senso di appartenenza all’Europa come comunanza di cultura, di visione del mondo, di libertà. A questo punto una visione ampia che abbracci in una sintesi fruttuosa l’Europa e la singole nazioni viene proposta da Mazzini che parla non solo di Giovine Italia ma di Giovine Europa. La nazione, scriveMazzini, è mezzo, necessario e nobilissimo per il compimento del fine supremo, cioè l’umanità. Mazzini vede crollare l’Europa dei principi e sorgerne una nuova, quella dei popoli. Redimere i popoli con la coscienza di una missione affidata a ciascuno di essi che dovranno essere portatori di una nuova coscienza civile. Novità della visione ottocentesca è la storicizzazione dei pensieri fondamentali dell’unione europea, esaltazione del Medioevo ma per trarne linfa vitale e considerare la civiltà europea nel suo divenire storico, non solo nel punto d’arrivo. L’illuminismo viene utilizzato in una prospettiva storica. Europa unica e al tempo stesso varia, costituita da molteplicità nazionali il cui apporto realizza la coscienza europea, la civiltà europea. E tutto contribuisce a esaltare la libertà, vera peculiarità della civiltà europea. L’Europa nella sua storia ha rappresentato una sorta di laboratorio di varie forme di governo, e di potere coesistenti, confliggenti a tratti ma al medesimo tempo convergenti in una sorta di amalgama che ne rende l’unicità. Tale dialettica di idee, concezioni, visioni hanno costituito il brodo di coltura di una entità transnazionale che tutto comprende. Verrà esaltato l’aspetto della cristianità dell’Europa ed emergerà anche il nodo del primato che vedrà Gioberti sostenere il primato morale e civile dell’Italia. Purtroppo tale aspetto contiene i germi per l’esaltazione del nazionalismo con le sue nefaste conseguenze.
    Se nel Settecento si è formata la coscienza d’Europa è nell’Ottocento che si storicizza. Senso della storia alla base dell’unità europea e di comprensione dello sviluppo come processo a cui tutte le Età, anche quelle prima ritenute barbare, hanno contribuito.

    Per concludere, sostiene Chabod che i fattori morali e culturali hanno avuto una preminenza esclusiva al formarsi del concetto di Europa e di una coscienza europea                

  • L'UTOPIA DI OLIVETTI

    data: 13/11/2018 12.43

    Franco Ferrarotti, sociologo e intellettuale eccelso, Accademico dei Lincei, padre della Sociologia in Italia, nella sua vita ha conosciuto tanti personaggi illustri e ha avuto l’onore di collaborare, dal 1948 al 1960, con Adriano Olivetti. Con affetto, chiarezza e profondo sentire - in La concreta utopia di Adriano Olivetti, EDB - ne tratteggia ora la personalità e la visione del mondo e della società oltre che l’operato da imprenditore illuminato, attento al benessere dei lavoratori e della comunità che con l’azienda doveva costituire un tutto integrato. Ciò, sottolinea Ferrarotti, non deve intendersi come paternalismo bensì come apertura mentale e lungimiranza da operatore sociale, uomo politico nel senso pieno che sperimentava nel campo industriale una visione complessa e organica che abbracciava la comunità territoriale, la convivenza democratica e il problema della ristrutturazione dello stato che rende la visione olivettiana di notevolissima attualità.
    Preveggenza, acume, profonda umanità, rendono Olivetti un modello scomodo per le camarille e gli interessi di bottega dei politici e dei sindacati tradizionali. Per Olivetti la contrattazione a livello nazionale con le parti sociali da una parte, gli imprenditori dall’altra e il potere politico a mediare non era rispettosa della peculiarità dell’impresa e dei lavoratori e della Comunità. Egli aveva una visione aperta all’Europa e contemporaneamente alla Comunità. Era un socialista, sperimentatore di un progetto riformista aperto al regionalismo che non è panacea per ogni male. Riformatore per temperamento e per convinzione, intellettuale e morale, sostiene Ferrarotti. Era un utopista concreto nel quale progetto ideale e realizzazione pratica si fondevano in un tutto integrato. Umanista ma anche tecnico, riteneva si dovesse conoscere la tecnica delle riforme.
    Coltissimo, credeva profondamente che la cultura elevasse l’uomo. Nato a Ivrea nel 1901, laureatosi in chimica industriale al Politecnico di Torino nel 1924, entrò da subito nella società Olivetti. Soggiornò negli Stati Uniti dove apprese i metodi produttivi e l’organizzazione delle grandi industrie americane. Al rientro mise a frutto ciò che aveva appreso razionalizzando la linea produttiva e formando un nucleo di giovani quadri laureati. In tal modo si accrebbe la produttività e la Olivetti uscì indenne dalla crisi del 1930. Direttore generale dal 1933, proseguì il rinnovamento coinvolgendo anche la comunità locale con iniziative volte a realizzare una armonia fra industria e comunità.
    Sottolinea con forza Ferrarotti che la fabbrica era, per Olivetti, il punto di partenza degli esperimenti sociali e che l’idea di non licenziare portasse il suo Direttore a incentivare creativamente la produzione, ricercare nuovi sbocchi. Gli operai erano per Olivetti non dipendenti bensì fautori, essi stessi, dell’emancipazione della classe operaia alla quale spettava il compito sociale e civile di essere portatrice del valore della giustizia.
    Nel 1948 fondava il Movimento di Comunità e nel dopoguerra le Edizioni di Comunità. Fu presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e elaborò già nel 1937 il piano regolatore della Valle d’Aosta. Egli appuntò il suo interesse alle condizioni del Mezzogiorno considerando l’industrializzazione un processo globale e il progresso un tutto integrato in cui intervenivano varie variabili.
    L’ideale sempre più sentito portò Olivetti a impegnarsi in politica. Eletto in Parlamento e, nel ’59 dimessosi, gli subentrò Ferrarotti che gli promise di rifiutare collaborazioni con i partiti tradizionali e di elaborare un ideale democratico sostanziale. Quella indicata da Olivetti è una terza via che presagiva i mali del nostro presente. Egli guardava lontano anticipando deriva partitocratica, crisi delle istituzioni e della politica. Il suo pensiero, che Ferrarotti, amico fraterno, ci espone in questo denso e sentito saggio, dovrebbe essere ripreso, egli mancò nel 1960. Fu proprio Ferrarotti a fare in Parlamento il discorso commemorativo.

    Ringrazio l’Autore per aver condiviso i suoi ricordi e affetti con noi lettori che non possiamo che trarre un profondo insegnamento.