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CESIRA FENU

  • CONSERVARE LA MEMORIA

    data: 26/11/2018 18.54

    Lettera a Giuseppe Marchetti Tricamo, a proposito del suo articolo "1915-1918". Conservare la memoria per le generazioni future".
    Carissimo Giuseppe, ho letto il tuo bellissimo articolo sulla Grande Guerra. Mi trovo in completo accordo con ciò che scrivi e sulla necessità di conservare la memoria affinché il passato non ritorni e le nuove generazioni sappiano ciò che è accaduto. E poi che dire del richiamo al Presidente Ciampi? E' verissimo! Ciò che è pericoloso è l'infiacchimento morale, il lassismo morale. Ora che gli ultimi testimoni che hanno combattuto non ci sono più tocca a noi tenere deste le coscienze. I miei nonni avevano combattuto entrambi nella Grande Guerra, in particolare nonno Fenu in prima linea, mentre il padre di mamma nella Finanza di mare. E raccontavano e mi raccontavano le difficoltà della vita di trincea, mentre nonno Mereu mi diceva che, lui piccolino, aveva un fucile ad avancarica (questo la dice lunga sull'equipaggiamento dei nostri soldati) e per caricarlo doveva posarlo e fare un passo avanti tanto il fucile era lungo!!! Ma lui ci faceva dell'ironia, aveva una "verve", era sottile!!! Invece nonno Fenu aveva uno zaino talmente pesante che gli aveva lasciato per tutta la vita il segno visibile e doloroso, delle bretelle. Nonno Fenu, figlio unico di madre vedova, non sarebbe dovuto andare in guerra invece fu richiamato. Quando la Patria chiama!!!
    Ho pensato di inviare la recensione del saggio di Isnenghi e Pozzato "I vinti di Vittorio Veneto" che raccoglie memoriali e diari della disfatta degli Austroungarici e le percezioni del crollo dell'Impero plurisecolare con gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali all'indomani dell'Armistizio. Proprio la "finis Austriae"!!! Come sempre Isnenghi è attento a cogliere le testimonianze dei singoli da varie prospettive, dal "basso" e tra gli ufficiali. Con una parte antologica curata da Paolo Pozzato possiamo "toccare con mano" il vissuto dei combattenti "dall'altra parte". Merita, secondo me, è un saggio recentissimo, edito da Il Mulino.  

  • HO VISTO AGIRE S'ACCABADORA
    di Dolores Turchi

    data: 26/11/2018 18.47

    La Sardegna, definita quasi un continente, a causa dell’isolamento che l’ha caratterizzata, ha dato vita alla Civiltà nuragica, unica e peculiare. Ma per la posizione al centro del Mediterraneo è stata anche punto d’incontro, lungo le coste, di popolazioni orientali con l’elemento autoctono. Queste condizioni hanno dato luogo, dal punto di vista culturale, a tendenze recessive che hanno permesso la conservazione di usi ancestrali e, con l’introduzione del Cristianesimo, a interessantissimi e importantissimi sincretismi magico – religiosi, vere sopravvivenze di cui ci è data testimonianza dai Sinodi, da sentenze inquisitoriali e, in epoca più vicina a noi, da viaggiatori e studiosi.Alberto La Marmora, in primis, diede dettagliatissima relazione nel suo Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825 su cui si basano tutti gli studi successivi.
    Il fenomeno sul quale voglio riferire, studiato con passione e competenza dalla professoressa Dolores Turchi, studiosa di Tradizioni popolari, riguarda l’eutanasia. Col termine Accabadora si indica una particolare persona che, con molta discrezione, veniva chiamata al capezzale di un morente la cui agonia sembrava non avesse fine. Accabadora deriva dal verbo accabare, a sua volta dal fenicio ed arabo hacab (por fine), ella praticava una forma di eutanasia. Perché donna? Certe donne conoscevano il potere delle erbe, di gesti apotropaici, realizzavano amuleti, e donne erano anche le persone che eseguivano i lamenti funebri, gli attitos in cerchio, sa roda, attorno al defunto. Antichissima origine il lamento, il canto rituale. Pratiche sincretistiche che segnavano il passaggio da uno stato o fase a un altro come Van Gennep ha illustrato ne I riti di passaggio (Bollati Boringhieri).
    Dolores Turchi ha raccolto la prima testimonianza oculare di una persona novantenne sull’operato de s’Accabadora nel saggio Ho visto agire s’accabadora (Edizioni Iris) e al quale è allegato il dvd col filmato dell’intervista all’anziana testimone. Secondo la studiosa la lunga agonia aveva per causa peccati che il morente aveva compiuto in vita e che era necessario espiare per morire serenamente. Tra essi bruciare un giogo o aver spostato una pietra di confine. L’Autrice, raccolte molte testimonianze in varie località della Sardegna, si convinse che si trattava di tabu di cui si era dimenticato il significato originario. Bisognava allora mettere un giogo, su juale, in miniatura sotto il capo del morente o un ciottolo. S’Accabadora agiva come ultima ratio soffocando o colpendo il capo del moribondo o con su juale o con su mazzuccu, un martello di radice di olivastro. Un attimo e tutto era finito.
    La convinzione generale era che si agisse per il bene del malato. L’usanza era diffusa in tutta l’Isola. Ma non solo. Turchi già nel saggio Lo sciamanesimo in Sardegna (Newton Compton), sostiene che tale uso era diffuso in Italia centro meridionale. Pitré riporta credenze analoghe in Sicilia nel saggio Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Anche in Francia è attestata tale credenza. Mentre in Friuli, nelle regioni ladine, l’oggetto apotropaico è un pettine. Turchi fa riferimento al saggio della Gimbutas, Il linguaggio della dea (Longanesi) che segnala la presenza del pettine come amuleto in figurine stilizzate del Neolitico. Alla base di tutto vi sarebbe, secondo Turchi, un’antica religione dimenticata di cui restano sincretismi e sopravvivenze. Ella ipotizza che non si avesse paura della punizione nell’aldilà bensì la punizione concreta in questa vita da scontare con la lunga agonia per cui, come un’antica sacerdotessa, interveniva s’Accabadora.  
    Tra gli usi vi erano preghiere a Sant’Anna e Santa Marta affinché scongiurassero una lunga agonia tagliando il filo della vita e ricomponendolo. In questo caso le due Sante sarebbero una rielaborazione cristiana della Dea Madre e della Parca romana. Sant’Anna protegge le partorienti, la Parca reciderebbe il filo della vita. In una testimonianza raccolta a Busachi si fa riferimento al diavolo che s’Accabadora aveva pronunciato col nome antico, Micidissu. Deriverebbe da Ningirsu, divinità della città sumera di Lagash, massima divinità della città e figlio di Enlil supremo del Pantheon sumerico. Al culto di Ningirsu era dedicato uno ziqqurat, in tutto simile a quello, unicum nel bacino del Mediterraneo, di Monte d’Accoddi presso Porto Torres datato al 2500 a.C. Poiché s’Accabadora potesse agire con successo era necessario che tutto ciò che vi era di sacro nella stanza del morente fosse portato via perché si riteneva che legasse alla vita il malato. Ciò ci mostra che si agisce in un contesto pagano, altra prova dell’antichità del fenomeno e la possibilità che vi fossero rispecchiati elementi orfici.

    Massimo Pittau, eminente glottologo dell’Università di Sassari, in Credenze religiose degli antichi Sardi (Della Torre) in uno specchio etrusco che raffigura personaggi tra cui Atropo, Parca che recideva il filo della vita, con in mano un martello, vede riflessa la nostra accabadora e ritiene entrambi i popoli essere originari della Lidia.  

  • L'EUROPA DI CHABOD

    data: 22/11/2018 12.54

    Federico Chabod (1901–1960), insigne storico e intellettuale, ha precocemente, in tempi ancora lontani dall’Unione Europea, delineato, analizzandola, la nascita ed evoluzione, vero processo, dell’idea d’Europa. Nel saggio Storia dell’idea d’Europa edito da Laterza lo studioso dà una spiegazione lucida e profonda, nel medesimo tempo chiara, che cattura appassionando e chiarisce tante questioni sollevate dalle recenti vicende che scuotono l’unità dell’Europa. I primi passi verso la creazione di una Comunità europea furono dettati dall’aspirazione, da parte dell’Europa uscita da una terribile Guerra, a creare le condizioni di pace e prosperità che favorissero la fratellanza e ponessero le premesse di crescita economica, morale e intellettuale degli stati e degli individui.
    Ma quali sono gli elementi che permettono di definire e distinguere dagli altri continenti e gruppi umani, l’Europa e gli Europei? Per cominciare Chabod si domanda quando sia nata la coscienza di essere europei, la consapevolezza di possedere peculiarità culturali, storia, insomma una comune Weltanschauung. Sostiene Chabod nel suo saggio che nell’affrontare i problemi storici è fondamentale l’attenzione alle mentalità, al pensiero, agli aspetti culturali, religiosi e alla cultura materiale, indagati con strumenti filologici rendendoli nella loro oggettività lungi dal piegarli al nostro modo attuale di pensare. Importanza delle fonti e dei documenti. Ciò che interessa Chabod è l’Europa come quid distinto dal resto del mondo. Sottolinea Chabod che se di civiltà europea si può parlare fin dall’antichità e nel Medioevo tale aspetto è rafforzato dall’elemento religioso, una vera coscienza di sé la si raggiunge solo nell’età moderna. Coscienza europea significa differenziazione da un “altro da sé”, da ciò che le si contrappone. Questa coscienza si manifesta come opposizione, dai tempi di Alessandro Magno. Ancora una volta il pensiero greco rappresenta un elemento basilare di riferimento per l’evoluzione della speculazione successiva. Se nel mondo greco l’Altro si definisce barbaro, questo concetto va estendendosi a comprendere, con le Guerre persiane, i popoli asiatici che vivono sottomessi poiché incapaci di governarsi da soli, in contrapposizione ai Greci che vivono secondo il Logos, la legge. La creazione dell’ecumene ellenistico da parte di Alessandro finirà per estendere ad altri popoli e paesi questa caratterizzazione. Con l’avvento del Cristianesimo il termine barbaro indicherà i non cristiani. Con la fine dell’Impero Romano e la scissione in Oriente e Occidente, Roma e Bisanzio, le due parti si contrapporranno per questioni politiche, religiose, etniche e culturali e il barbaro saràilnonRomano che finirà però per amalgamarsi ad esso con la creazione dei regni Romano – barbarici . Il Cristianesimo sarà discrimine tra i popoli e nel Medioevo imbeverà tutte le espressioni intellettuali, manifestandosi come una potentissima Weltanschauung che condizionerà col suo afflato, non immune da feroci controversie teologiche e di potere, tutto un mondo fino all’Illuminismo. Mentre con la conquista turca dei Balcani l’Oriente verrà considerato terra di barbarie. Il Medioevo vedrà la concezione della reductio ad unum, unione del potere spirituale e temporale nelle mani dell’Imperatore, come proposto da Dante nel De Monarchia. Anche Dante parlerà di Europa intendendo i confini occidentali dell’ecumene, mentre l’attuale Est europeo e la Grecia sono mondo a sé.
    Machiavelli renderà conto del grande movimento di popoli a creare un amalgama che vedrà la civilizzazione di una parte di essi e il confluire nell’Europa. Sarà Enea Silvio Piccolomini, grandissimo intellettuale, che formulerà l’apprezzamento dei valori culturali europei fondati sulla tradizione classica, sul culto di Roma e sul pensiero antico avvicinandosi a ciò che Voltaire definirà republique litteraire per comprendere l’universo nato dalle guerre di religione. Prima di Voltaire sono l’Umanesimo e il Rinascimento a elaborare il concetto di Europa luogo di cultura, letterati che portano la luce della civiltà dove era solo superstizione. L’Umanesimo rivestirà un importantissimo ruolo nell’elaborazione dell’idea d’Europa. In Erasmo da Rotterdam, maggiore di tutti gli umanisti d’oltralpe, si trova il concetto di antibarbarismo, volto alla salvaguardia delle popolazioni Amerindie. Ma è sempre una visione cristiana, differente dal laicismo illuminista.
    La prima formulazione dell’idea di Europa al di fuori di una visione confessionale la troviamo in Machiavelli ed è una formulazione politica. Il Padre della moderna Scienza politica sottolinea come l’Europa sola abbia avuto repubbliche e qualche regno a differenza dell’Asia e degli altri continenti. Si delinea così un modo di differenziazione che è peculiare dell’Europa. Ma Machiavelli guarda alla grandezza del Principe e dello Stato. Saranno gli Illuministi a porre in primo luogo il benessere dell’individuo di cui lo Stato si fa garante. Voltaire appunterà l’attenzione sulla necessità di mantenere un equilibrio di poteri negli Stati per garantire un equilibrio tra Stati. Ma sarà Montesquieu nel capolavoro Esprit des lois (1748) a elaborare la tripartizione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario, che garantiscono la libertà politica e che sarà alla base del moderno stato liberale. Fondamentale è, inoltre, il vivissimo senso di libertà. Esaltazione dell’Europa.Anche in questo caso si parte da un’opposizione tra civiltà ma ora sono gli altri a guardarci come nelle Lettere persiane di Montesquieu. Nelle considerazioni politiche emerge netta la differenza dell’Europa rispetto all’Asia. Vita e costumi sono ancor più differenziati soprattutto si sottolinea la libertà di cui godono le donne europee. E poi la socievolezza, l’esprit de société, motivo di fondamentale importanza alla base del concetto di civilisation e di Europe. Montesquieu ovvero il suo alter ego persiano, si soffermerà sul dinamismo, la laboriosità dell’Europeo, una vera etica del lavoro che secondo Chabod annuncia il capitalismo. Febbre del lavoro e sviluppo della scienza e della tecnica e nuove invenzioni. Ma si sottolinea anche il cattivo uso della tecnica quando posta al servizio della distruzione e della guerra. Caratteristica dell’Europa è lo sviluppo delle scienze e del metodo sperimentale che vedono Galileo e Newton punte di diamante. Inoltre si pongono le basi di ciò che Chabod definisce scientifizzazione delle scienze umane che preconizzerà il Positivismo.
    Voltaire dal canto suo propugnerà la costituzione di una sorta di unione europea. Si viene affermando anche tra autori minori, il senso europeo. Ma l’atmosfera va cambiando con l’emergere prepotente del concetto di nazione. Ora Rousseau sottolinea l’individualità contrapposta all’universalità, il particolare contrapposto al generale. L’Illuminismo segna il passo ed emergono i primi elementi del pensiero romantico. Settecento e Ottocento, l’un contro l’altro armati, porranno le basi della modernità. Rousseau sottolinea la diversità, varietà, peculiarità delle singole nazioni di cui va preservata la unicità contrapposta all’europeismo di Montesquieu e Voltaire. Si esalta l’anima nazionale, l’individualità della nazione che richiede legislazioni differenti che si attaglino alle caratteristiche di ciascuna. Rousseau riconosce l’unità civile dell’Europa ma sostiene che essa non possa sovrastare l’originalità, la identità di ciascuna nazione che la costituisce. La nazione emerge prepotentemente nella storia. Il concetto di Patria, di ethnos, la passione nazionale, non mettono però in discussione quel senso di appartenenza all’Europa come comunanza di cultura, di visione del mondo, di libertà. A questo punto una visione ampia che abbracci in una sintesi fruttuosa l’Europa e la singole nazioni viene proposta da Mazzini che parla non solo di Giovine Italia ma di Giovine Europa. La nazione, scriveMazzini, è mezzo, necessario e nobilissimo per il compimento del fine supremo, cioè l’umanità. Mazzini vede crollare l’Europa dei principi e sorgerne una nuova, quella dei popoli. Redimere i popoli con la coscienza di una missione affidata a ciascuno di essi che dovranno essere portatori di una nuova coscienza civile. Novità della visione ottocentesca è la storicizzazione dei pensieri fondamentali dell’unione europea, esaltazione del Medioevo ma per trarne linfa vitale e considerare la civiltà europea nel suo divenire storico, non solo nel punto d’arrivo. L’illuminismo viene utilizzato in una prospettiva storica. Europa unica e al tempo stesso varia, costituita da molteplicità nazionali il cui apporto realizza la coscienza europea, la civiltà europea. E tutto contribuisce a esaltare la libertà, vera peculiarità della civiltà europea. L’Europa nella sua storia ha rappresentato una sorta di laboratorio di varie forme di governo, e di potere coesistenti, confliggenti a tratti ma al medesimo tempo convergenti in una sorta di amalgama che ne rende l’unicità. Tale dialettica di idee, concezioni, visioni hanno costituito il brodo di coltura di una entità transnazionale che tutto comprende. Verrà esaltato l’aspetto della cristianità dell’Europa ed emergerà anche il nodo del primato che vedrà Gioberti sostenere il primato morale e civile dell’Italia. Purtroppo tale aspetto contiene i germi per l’esaltazione del nazionalismo con le sue nefaste conseguenze.
    Se nel Settecento si è formata la coscienza d’Europa è nell’Ottocento che si storicizza. Senso della storia alla base dell’unità europea e di comprensione dello sviluppo come processo a cui tutte le Età, anche quelle prima ritenute barbare, hanno contribuito.

    Per concludere, sostiene Chabod che i fattori morali e culturali hanno avuto una preminenza esclusiva al formarsi del concetto di Europa e di una coscienza europea                

  • L'UTOPIA DI OLIVETTI

    data: 13/11/2018 12.43

    Franco Ferrarotti, sociologo e intellettuale eccelso, Accademico dei Lincei, padre della Sociologia in Italia, nella sua vita ha conosciuto tanti personaggi illustri e ha avuto l’onore di collaborare, dal 1948 al 1960, con Adriano Olivetti. Con affetto, chiarezza e profondo sentire - in La concreta utopia di Adriano Olivetti, EDB - ne tratteggia ora la personalità e la visione del mondo e della società oltre che l’operato da imprenditore illuminato, attento al benessere dei lavoratori e della comunità che con l’azienda doveva costituire un tutto integrato. Ciò, sottolinea Ferrarotti, non deve intendersi come paternalismo bensì come apertura mentale e lungimiranza da operatore sociale, uomo politico nel senso pieno che sperimentava nel campo industriale una visione complessa e organica che abbracciava la comunità territoriale, la convivenza democratica e il problema della ristrutturazione dello stato che rende la visione olivettiana di notevolissima attualità.
    Preveggenza, acume, profonda umanità, rendono Olivetti un modello scomodo per le camarille e gli interessi di bottega dei politici e dei sindacati tradizionali. Per Olivetti la contrattazione a livello nazionale con le parti sociali da una parte, gli imprenditori dall’altra e il potere politico a mediare non era rispettosa della peculiarità dell’impresa e dei lavoratori e della Comunità. Egli aveva una visione aperta all’Europa e contemporaneamente alla Comunità. Era un socialista, sperimentatore di un progetto riformista aperto al regionalismo che non è panacea per ogni male. Riformatore per temperamento e per convinzione, intellettuale e morale, sostiene Ferrarotti. Era un utopista concreto nel quale progetto ideale e realizzazione pratica si fondevano in un tutto integrato. Umanista ma anche tecnico, riteneva si dovesse conoscere la tecnica delle riforme.
    Coltissimo, credeva profondamente che la cultura elevasse l’uomo. Nato a Ivrea nel 1901, laureatosi in chimica industriale al Politecnico di Torino nel 1924, entrò da subito nella società Olivetti. Soggiornò negli Stati Uniti dove apprese i metodi produttivi e l’organizzazione delle grandi industrie americane. Al rientro mise a frutto ciò che aveva appreso razionalizzando la linea produttiva e formando un nucleo di giovani quadri laureati. In tal modo si accrebbe la produttività e la Olivetti uscì indenne dalla crisi del 1930. Direttore generale dal 1933, proseguì il rinnovamento coinvolgendo anche la comunità locale con iniziative volte a realizzare una armonia fra industria e comunità.
    Sottolinea con forza Ferrarotti che la fabbrica era, per Olivetti, il punto di partenza degli esperimenti sociali e che l’idea di non licenziare portasse il suo Direttore a incentivare creativamente la produzione, ricercare nuovi sbocchi. Gli operai erano per Olivetti non dipendenti bensì fautori, essi stessi, dell’emancipazione della classe operaia alla quale spettava il compito sociale e civile di essere portatrice del valore della giustizia.
    Nel 1948 fondava il Movimento di Comunità e nel dopoguerra le Edizioni di Comunità. Fu presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e elaborò già nel 1937 il piano regolatore della Valle d’Aosta. Egli appuntò il suo interesse alle condizioni del Mezzogiorno considerando l’industrializzazione un processo globale e il progresso un tutto integrato in cui intervenivano varie variabili.
    L’ideale sempre più sentito portò Olivetti a impegnarsi in politica. Eletto in Parlamento e, nel ’59 dimessosi, gli subentrò Ferrarotti che gli promise di rifiutare collaborazioni con i partiti tradizionali e di elaborare un ideale democratico sostanziale. Quella indicata da Olivetti è una terza via che presagiva i mali del nostro presente. Egli guardava lontano anticipando deriva partitocratica, crisi delle istituzioni e della politica. Il suo pensiero, che Ferrarotti, amico fraterno, ci espone in questo denso e sentito saggio, dovrebbe essere ripreso, egli mancò nel 1960. Fu proprio Ferrarotti a fare in Parlamento il discorso commemorativo.

    Ringrazio l’Autore per aver condiviso i suoi ricordi e affetti con noi lettori che non possiamo che trarre un profondo insegnamento.