Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

CESIRA FENU

  • NAPOLI E LA STORIA FAMILIARE NEL LIBRO
    DI ROSANNA O. DE CONCILIIS

    data: 30/01/2020 17:23

    Rosanna Oliva de Conciilis, nata  a Salerno negli anni Trenta del secolo scorso da genitori napoletani di origini nobiliari, appena laureata in Scienze Politiche, avrebbe voluto intraprendere la carriera di Prefetto. Ma si trovò la strada sbarrata da una legge discriminatoria che non permetteva alle donne di accedere ad alte cariche nella Pubblica Amministrazione. Fece ricorso alla Corte Costituzionale che si pronunciò con la sentenza 33/60 con cui si eliminavano le principali discriminazioni per l’accesso alla Pubblica Amministrazione.
    Grazie anche alla sua tenacia che la vede impegnata per l’abbattimento di ogni ostacolo all’uguaglianza tra uomini e donne, si è giunti recentemente alla nomina, da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della professoressa di Diritto costituzionale Marta Cartabia a Presidente della Corte Costituzionale, prima donna nella storia della Consulta a ricoprire tale incarico. Già funzionaria dello Stato si è impegnata in vari ruoli per la salvaguardia dei diritti delle donne e dei minori.
    Recentemente in una cornice suggestiva, nell’Aranciera dell’Orto botanico di Roma, è stato presentato con successo il libro di ricordi della sua Napoli e della storia dell’ampia famiglia dal titolo significativo Quando il Vesuvio aveva il pennacchio (Guida editori).
    Un libro che è un tuffo, lungi dall’oleografia, nella Napoli brulicante di vita, i colori, gli aromi e i saporiti e succulenti cibi del Sud. Con i quartieri dove convivevano i “Signori” e i popolani e dove si faceva la spesa calando un cestino dai piani alti. Atmosfere che ci riportano ai film del Neorealismo e di De Sica con Sofia Loren che vendeva le pizze fritte.
    E i ricordi delle bancarelle con la frutta fresca e i venditori d’acqua e il mare tutto un baluginio sotto i raggi del Sole mentre la brezza leggera portava il pungente, inconfondibile profumo di salso e di immensità. E su tutto, testimone solo in apparenza silente, lui, il Vesuvio che effettivamente durante l’infanzia dell’Autrice si risvegliò col pennacchio di fumo che si elevava dalla sommità.
    Come ben dice Giuliana Cacciapuoti nella Prefazione, il libro è scritto con precisione entomologica nella descrizione di parenti e di avi. Una memoria analitica che riprende i fili delle vicende familiari come tante storie che vengono a intrecciarsi giungendo poi a una sintesi in cui tutto si ricompone nell’alveo della Storia grande della quale in vari modi e forme tutti sono partecipi.
    Tutti i capitoli si aprono con un brano tratto da Cunto de li Cunti perché l’infanzia dell’Autrice era ricca di racconti, storie e favole che la mamma, che lei e il fratello Mimmo chiamavano mammina, e la nonna materna raccontavano creando così un universo fiabesco che stupiva e incantava stimolando l’immaginazione. Ma i racconti riguardavano anche la storia familiare con ricordi che venivano trasmessi oralmente. L’Autrice ha fatto tesoro di ciò che ha ascoltato e ha potuto ricostruire la storia familiare con tanti interpreti e comprimari.
    Il libro si apre col riferimento a Biancaneve e col ricordo di una frase che la Mammina (combinazione chiamo così anch’io la mia mamma) diceva spesso e si impresse nella mente della quattrenne Rosanna: “Poveri bambini miei, quando morirò, vostro padre si risposerà e verrà una matrigna cattiva”. Nonostante la mamma fosse spesso depressa, l’infanzia dell’Autrice trascorse serena in compagnia del fratello e di tanti cuginetti della sua vasta famiglia e molti amichetti. La mamma, Rita de Conciliis, era molto bella e alta, cantava le canzoni del repertorio napoletano tra cui O sole mio, Marechiaro, Santa Lucia.
    Di famiglia di origini nobili, il padre Giulio de Conciliis, avvocato, apparteneva al ramo cadetto dei baroni de Conciliis. Giulio sposò Maria Caprioli e dal matrimonio nacquero quattro figlie. Rita era la primogenita, nata nel 1908. Il “povero nonno Giulio”, come lo definiva la moglie, si arruolò volontario nella Grande Guerra e morì nel 1924 per una malattia contratta in guerra. La famiglia dovette affrontare un periodo difficile. Rita durante un soggiorno alla villa Lucia di Marianella, dove trascorrevano l’estate con la nonna materna e gli zii non sposati, conobbe Geppino Oliva, il futuro marito padre dell’Autrice.
    Funzionario al Banco di Napoli era molto affezionato ai bimbi e alla moglie che seguiva con dedizione. Rosanna ricorda il papà che li accompagnava ai giardini, comprava un frutto fresco da una bancarella. E poi le estati a Marianella dove a settembre gustavano i fichi dal cuore zuccherino. E poi i tanti giochi semplici e divertenti, il topolino fatto con le cocche di un fazzoletto, le figure ottenute ritagliando la carta e poi il giochino con lo spago che a quattro mani formava una culla, la rete e così via. Un po’ più grandicella, nascondino, campana ed altri ancora.
    Inoltre a quei tempi si festeggiava la Befana più che Babbo Natale venuto dopo, portato dagli americani. E allora era una gioia aspettare che la Befana passasse e alzarsi la mattina trovando la carrozzella per le bambole e tanti bei regali anche per il fratellino. Ci si divertiva con poco, si riciclavano i cibi, ad esempio la torta col pane raffermo delle nostre zie e nonne ed è interessante leggere anche la lista di ricette che l’Autrice pone alla fine del libro. Forse allora veniva dato più valore alle cose, al piccolo e si era felici col minimo. Ora nella società opulenta dell’“usa e getta” si “rottamano” anche le persone. E poi venne la Guerra, i bombardamenti, la corsa nel cuore della notte ai rifugi, fino all’arrivo degli Alleati. Tutta una vita. Fino alla Laurea, il matrimonio, i figli, il lavoro come funzionaria nel pubblico, il trasferimento a Roma.
    La vita dell’Autrice è ricchissima di incontri, persone, fatti, ambienti che non possono essere riassunti senza snaturarli. Una vita fatta di impegno che l’essere nata in una famiglia borghese non legata alle convenzioni ha favorito. Ecco quindi subito dopo la laurea in Scienze politiche la battaglia, con l’appoggio dei suoi, per poter accedere alla carriera prefettizia negata alle donne. Battaglia cinta e che aprirà la strada ad altre conquiste.
    Mi permetto di fare un riferimento a una vicenda che ha riguardato mia mamma. Nata nel 1936, perse il lavoro appena sposata nel gennaio del 1961. Aveva 25 anni e in Sardegna avere un lavoro era come la manna.
    I tempi sono cambiati tantissimo e di ciò dobbiamo ringraziare tutte coloro che come Rosanna hanno “osato” facendo da “rompighiaccio”, aprendo la strada per il riconoscimento dei diritti delle donne.
     

  • GIORNO DELLA MEMORIA

    data: 27/01/2020 17:49

    Il 27 gennaio 1945, nella sua inarrestabile avanzata, l’Armata Rossa liberava il Lager di Auschwitz, luogo mortifero di infinite sofferenze e di orrore concepito dai Nazisti per annientare la personalità, abbrutire, cancellare la scintilla divina presente in ogni essere umano. In quella macchina di morte erano passate per il camino milioni di vite offese, ridotte larve di uomini, donne e bambini.
    Gli ebrei venivano condotti in treno da ogni parte dell’Europa occupata dai Nazisti, in viaggi estenuanti su carri bestiame. Ingannati, derubati dei loro averi, le piccole cose care che venivano invitati a portare con loro e che poi sarebbero finiti in mucchi nel blocco definito Canada perché ricco di quelle miserie che divenivano oggetto di contrattazione da parte degli abitanti del Lager. Gli ebrei venivano selezionati sulla cosiddetta Judenrampe e lì si compiva il loro destino. Menghele, trista figura, il medico del Campo noto per le sue sperimentazioni, vivisezioni su chi finiva nelle sue grinfie, sceglieva chi gasare e chi salvare.
    Le madri con i bimbi, i vecchi e gli inabili venivano inviati a destra e caricati su camion diretti alle camere a gas per essere poi cremati nei forni che lavoravano di continuo e il cui camino rischiarava le notti di allucinanti bagliori ammorbando l’aria con odori nauseabondi. Gli uomini abili venivano inviati a sinistra per essere avviati al lavoro coatto, non senza subire i riti iniziatici di ingresso in un mondo a parte. Anche le giovani donne venivano selezionate per il lavoro o il famigerato Blocco 10 dove si svolgevano le sperimentazioni.
    Di ciò parla il medico ebreo olandese Eddy de Wind nello straordinario documento scritto nei giorni dopo la fuga delle SS dal Campo con gli ultimi sopravvissuti nella marcia della morte (descritta con icastica espressività dal Nobel Elie Wiesel nel capolavoro La notte): Ultima fermata Auschwitz (Rizzoli).
    Finito ad Auschwitz con la giovane moglie Friedel, Eddy de Wind godette di una condizione, se così si può dire, privilegiata, in quanto medico. Ma Friedel fu inviata al Blocco 10 e subì esperimenti che causavano atroci sofferenze e la sterilità. Assistette ad orrori inenarrabili giustificati dal velo di esperimenti scientifici. Mengele mostrò addirittura umanità quando Eddy gli chiese di salvare la vita a Friedel. Ci si chiede se Mengele sia stato meno malvagio di quanto si crede? Risponde lo stesso Eddy in un colloquio con Friedel. Egli sostiene che le giovani SS, educate nello spirito di sangue e suolo, non conoscono altro. Proprio i più anziani tra le SS mostrano che in loro si celano retaggi di una educazione precedente. L’aver appreso valori diversi avrebbe anche potuto farli rimanere umani. Conclude sottolineando che proprio il sapere che cosa è l’umanità rende Mengele un essere ancor più spregevole.
    Eddy, una volta libero, dopo aver ritrovato la moglie, si perfezionerà nello studio della psicoanalisi, in particolare si occuperà dei disturbi post-traumatici e sarà il primo a descrivere la sindrome del sopravvissuto. Ma il trauma troppo grande, direbbe Bruno Maida nella biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Non si è mai ex deportati (UTET), finirà per incrinare l’amore tra i giovani coniugi che si separeranno. Egli studierà i meccanismi psicologici che si instaurarono nel Lager, sorta di società con le sue gerarchie. Il lavoro, gli orari scanditi dal gong e dalla distribuzione del cibo, perfino la musica con l’orchestra di Auschwitz che accompagnava l’uscita per il lavoro massacrante, creavano una sorta di società rovesciata, esperimento di società. Scrive l’Autore che la morte domina su tutto e la coscienza di dover morire prima o poi finisce per creare un’intollerabile tensione da far desiderare che essa arrivi quanto prima.
    Precedentemente alla deportazione, gli ebrei olandesi vivevano in campi cosiddetti buoni, dove ci si poteva anche sposare, come accadde a Eddy e Friedel. Nonostante la radio inglese desse notizia delle camere a gas in Polonia già dal 1941, nessuno ci credeva e si verificava una rimozione della realtà. Quando si partiva per Auschwitz un umore ipomaniacale si impadroniva delle persone. In alcuni casi ci si metteva a cantare attendendo con ansia l’arrivo al Campo. Ma qui li attendevano le bastonate, le urla, gli ordini incomprensibili, la selezione in una sorta di Inferno dantesco Quivi sospiri, pianti e alti guai/risonavan per l’aere sanza stelle (…) Diverse lingue, orribili favelle,/parole di dolore, accenti d’ira/voci alte e fioche e suon di man con elle ( …) in quell’aura senza tempo tinta. Dice de Wind che entrando nel Campo si svolgeva passo passo il trauma psichico multiplo. Fino all’ingresso con il motto che doveva infondere speranza ARBEIT MACHT FREI. E l’intento dei Nazisti era di non parlare mai di sterminio.
    Ciò che coglieva i nuovi deportati era una sorta di stupor e a poco a poco un adattamento per cui chi più si adattava, chi entrava negli ingranaggi della macchina di morte del Lager più aveva probabilità di salvarsi. Si determinava una psiche da campo dovuta a carenza di cibo e decadimento delle funzioni mentali e da particolari rapporti sociologici in cui vivevano. Il sistema Auschwitz Birkenau era un sistema fatto di gerarchie e di sfruttamento del lavoro pagato alle SS dai vari industriali che avevano nei campi vere e proprie fabbriche come la Buna (dove lavorò Primo Levi) che per il colosso della chimica IG-Farben doveva fabbricare gomma sintetica. O Krupp, fabbrica di munizioni e armi.
    Questo stato di cose induceva negli aguzzini una sorta di personalità scissa. Da un lato si doveva sterminare l’ebreo ma d’altro canto quest’ultimo serviva al guadagno ingentissimo che le SS ricavavano dal lavoro coatto. In tal modo anche la personalità dell’internato è scissa, altalenante tra speranza e disperazione. Nel suo operare con pazienti reduci dai Campi, de Wind sottolineò che la difficoltà da parte di essi a “tornare alla realtà” debba necessariamente essere determinata proprio dalla fitta trama dei rapporti sociali all’interno del Lager e che si debba tenere conto di essi per aiutarli.
    Moltissime sono le testimonianze che si vanno raccogliendo a mano a mano che gli ultimi sopravvissuti scompaiono. E fondamentale è l’imperativo categorico di non abbassare la guardia anche difronte a una recrudescenza di episodi di antisemitismo cui stiamo assistendo e che hanno anche riguardato la Senatrice Segre, sempre attiva nella sua opera di testimonianza.
    Tra le testimonianze segnalo quella di Luciana Nissim Momigliano, ebrea e partigiana, amica di Primo Levi con il quale venne arrestata e condotta a Fossoli per essere caricata il 22 febbraio 1944 su un carro bestiame direzione Auschwitz. In Ricordi della casa dei morti (Giuntina) è raccolta la sua testimonianza come medico, quindi per certi versi una condizione privilegiata, nel Lager ma che le fa toccare con mano tutto l’orrore delle selezioni e degli esperimenti di Mengele sulle internate. Da donna coglie il lato più tragico della maternità nel Lager. Molte mamme diedero alla luce i loro piccoli che alcune dottoresse fecero subito morire perché la soppressione del bambino permetteva alla madre la sopravvivenza. Altrimenti sarebbero stati entrambi destinati alla camera a gas.
    A proposito dei tanti ricordi condivisi con l’amica Vanda (che non tornerà) dei compagni, delle avventure partigiane, delle parole d’amore sussurrate, a Luciana Nissim sembra assurdo che loro, ridotte ormai simulacri di donne, abbiano un tempo pronunciato tali parole. E aggiunge che non sanno neanche più piangere. Toccante il ricordo della selezione e della partenza delle francesi, nude sul camion verso il crematorio, che cantano la Marsigliese. Significative anche le lettere che si scambiano col futuro marito Franco Momigliano, col quale era già fidanzata prima della deportazione. Emerge in Luciana, ormai libera e di ritorno, con un lungo viaggio, in Italia, l’imperativo morale di testimoniare e di agire (c’è tanto da fare), per la nuova Italia liberata. Necessità di trovare un centro di gravità, sottolinea. E anche il lungo viaggio di ritorno, sorta di leitmotiv per tutti i salvati, è come una necessità, una tregua, direbbe Primo Levi, un riprendere contatto col mondo fuori, rispetto al mondo altro del Lager.
    Giuliana Tedeschi (Milano, 1914 – Torino, 2010) ebrea, laureata in linguistica con Benvenuto Terracini, ci dà conto della vita delle donne nel Lager, nel suo C’è un punto della terra… Una donna nel Lager di Birkenau (Giuntina), profondissimo e ricco di vita interiore. Denunciata dai fascisti ai tedeschi perché ebrea, fu deportata col marito Giorgio e con la suocera ad Auschwitz. Le sue due bimbe furono messe in salvo dalla fedele domestica. Ella perderà marito e suocera e al ritorno struggente ritroverà le bimbe. Tutto il libro è percorso da uno struggimento per la maternità. Si chiede se potrà avere un figlio e se si salverà. Saputo degli esperimenti e della sterilizzazione delle donne da parte di Mengele, esplode in una disperazione e indignazione per il corpo violato nel più profondo della femminilità, la capacità generatrice.
    C’è un punto della terra che è una landa desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove esistono solo la morte, l’odio, il dolore. E nel descrivere quelle ombre di donne che come manichini slogati, neri, senza femminilità bevono all’unica ciotola un poco di un liquido amaro, sembra che ci voglia far pensare alle pitture nere di Goya dove si affollano gli incubi di una mente sconvolta e di un mondo altro dalla realtà. Se non che la realtà vera è proprio quella rovesciata.
    Per non dimenticare.



     

  • L'UOMO DI CARTA

    data: 13/01/2020 12:33

    Franco Ferrarotti ci dona con l’ultima fatica, L’uomo di carta (Marietti 1820), il suo più toccante e dolente lavoro dedicato alla figura del padre, dal quale si sentiva incompreso per la visione del mondo divergente ma di cui, operando una sorta di scavo archeologico, recupera la presenza e l’importanza nella sua vita da concludere significativamente il libro con l’affermazione: talis pater, talis filius.

    Professore emerito di Sociologia all’Università di Roma “La Sapienza”, Accademico dei Lincei, direttore della rivista La Critica sociologica, deputato tra gli indipendenti al Parlamento dal 1958 al 1963, Ferrarotti ha insegnato nelle più prestigiose Università negli USA e in tutto il mondo.

    Nasce a Palazzolo, nella Bassa Vercellese che guarda i colli del Monferrato, da una famiglia di proprietari terrieri benestanti che proprio nel 1926, anno della sua nascita, subisce un duro colpo a causa delle misure economiche prese dal Fascismo per combattere l’inflazione. Esse producono una deflazione, con mancanza di liquidità, che conduce alla rovina medi e piccoli proprietari molti dei quali, disperati per non poter far fronte ai debiti, finirono per togliersi la vita. Egli nasce proprio nel mezzo del tracollo economico della famiglia. La madre soffre di disturbi che compromettono l’umore e l’alimentazione e la gravidanza è sofferta. Alla nascita il piccolo viene dato dal padre per spacciato: tanto gracile da apparire, scrive Ferrarotti, un ranocchio. Condotto, per cambiare aria, dai bisnonni materni che vivevano in una grande casa in mezzo a un bosco, vi resterà anni, circondato premurosamente dall’affetto silenzioso di essi ma comincerà a camminare solo a tre anni e a parlare a quattro. Tutti lo consideravano ritardato. La sua vita dimostrerà tutt’altro.

    Questa gracilità permetterà all’Autore di essere esentato dai lavori agricoli e di dedicarsi alla lettura e allo studio. Amore di una vita, la lettura, coltivata con attenzione, fonte di rivelazioni, di conoscenza, di riflessione, sostituisce, oserei, il cibo che in fondo non è che Natura sottoposta a un processo culturale. Ferrarotti introietta ciò che legge elaborandolo, soppesandolo e rileggendolo, trovando nuove rivelazioni.

    Ma in fondo ciò che si legge in una rilettura, dopo tempo, non rivela nuovi aspetti, significati che non si erano colti anche perché noi siamo cambiati nel frattempo? Dice Ferrarotti che il lettore ricrea, rielabora il testo mettendoci un quid che ne modifica il significato. Basti pensare alle interpretazioni di classici della Letteratura nelle varie epoche. Muta la temperie socio-culturale e anche la lettura che si fa di testi. Oggi leggiamo la Commedia e la intendiamo in modo diverso che nella Firenze di Dante o poco dopo. Per non parlare dei secoli l’un contro l’altro armati, contrapposizione di Illuminismo e Romanticismo, ma ricordiamo che nel primo sono in nuce elementi che si svilupperanno nel secondo (Rousseau), che intendevano lo stesso testo in modo diametralmente differente.

    Il vero lettore è lo scopritore di significati.  Non potrebbe essere, oserei, come una sorta di archeologia del sapere tanto cara a Foucault? Questo amore sensuale per il libro porta Ferrarotti a considerarlo come un essere vivente, accarezzandone lievemente le pagine, il dorso, annusandolo, adorando la ruvidezza della carta e la polvere sottile che vi si è depositata.

    Uomo di carta gli diceva il padre con durezza, sarai e resterai sempre un uomo di carta! Ma il padre non detestava lo studio, egli riteneva che la conoscenza derivasse dall’esperire. Egli lavorava e sentiva con le mani, parlava agli animali, gli adorati cavalli che carezzava dolcemente, conosceva il linguaggio della Natura, viveva in simbiosi con essa. Ruvido, taciturno, amava toccare la terra, la zolla che l’aratro tirato dal cavallo rivoltava, il fango delle risaie fumanti, e poi al momento della semina con gesto ampio apriva la mano per donare il seme in una sorta di unione con la Madre Terra. Egli si rifiutò di usare il trattore per non ferire la terra. Ferrarotti ammette che il padre avesse ragione nella sua personale Weltanschauung ma si riconosce in pieno nel suo essere uomo di carta. Ci offre ricordi di una vita intensa e ricca e prova la nostalgia di quel padre, comprende la bontà del conoscere a pelle, rifiuta nella indagine sociologica di considerare le persone meri oggetti di statistiche, vede la persona, la vicenda personale, l’irriducibilità della pienezza e complessità dell’essere umano a numero. Conoscere è penetrare, possedere, ma con dolcezza, una sorta di ruminare interiore, come la mucca nel prato.

    La cultura del padre, sostiene l’Autore, era la coltura dei campi, conosciuti a pelle con infinite camminate nella bella stagione come d’inverno. Il padre aveva un atteggiamento di ascolto, conosceva il ritmo lento delle stagioni, il frusciare delle foglie secche sospinte dal vento, coglieva il calare della sera preceduta dagli ultimi voli, fruscii, pigolii, pispigli prima della notte. Ascoltava il suono del silenzio.         

    Era un padre come il pater, non un amico o un pari grado. Nelle famiglie allargate di quei tempi il padre dominava. Ferrarotti sostiene di essere stato colpito dallo studio di Bachofen sulle società matriarcali e sul culto della Dea Madre. Ma, si domanda, è esistita veramente un’età dell’oro? Lo studio di Bachofen è discusso.

    Mi permetto un’osservazione alla luce dell’archeologia. Il Neolitico è caratterizzato dal culto della Grande Madre che è rappresentata dalle cosiddette Veneri steatopigie portatrici di fecondità che si ritrovano nelle sepolture in grotticelle artificiali. In Sardegna si chiamano domus de janas che significa casa delle fate. Le grotte sono una sorta di utero che accoglie il defunto, spesso cosparso di ocra rossa a ricordare il parto, nel grembo della Madre. E’ un periodo prospero e pacifico. Quando si svilupperà l’agricoltura si passerà alle divinità maschili tutt’altro che pacifiche.

    Il padre nella nostra società è latitante. Spesso i figli sono lasciati a sé stessi senza una guida. Viene a mancare così un deciso ma non severo punto di riferimento attraverso il quale viene introiettato il senso morale, il Super-Ego. Ferrarotti fa un’accurata disamina della società contemporanea sottolineando come la vita sia fatta di frammenti, briciole. E fa riferimento al Padre padrone di cui ci ha lasciato testimonianza Kafka. Il peso del padre che lo schiaccia, il sentirsi nullità, insetto che finisce schiacciato senza che nessuno se ne curi. L’incapacità di dialogo col padre e l’incapacità di dialogare nelle famiglie contemporanee. Presi da mille impegni si trascurano i figli. Li si riempie di regali per mettere a tacere la coscienza, magari mille aggeggi elettronici, iPhone cui staranno attaccati tutto il giorno. Altra fonte di silenzio.

    Ma tantissimi gli argomenti toccati in questo intimo, profondissimo, denso libro scritto per ritrovare un padre e, in cui in fondo trova sé stesso. C’è tutto Ferrarotti che si mette in gioco e rivive tutta la sua esistenza sempre intrecciata con lo studio, ma ricca di esperienze come il traduttore alla Einaudi, l’amicizia con Pavese e l’esperienza con Adriano Olivetti e il Movimento di Comunità di cui dirigerà la Casa editrice. E poi la politica, la cattedra alla Sapienza, la prima di Sociologia in Italia. Il padre della Sociologia nel nostro Paese. I viaggi, la vita errabonda in giro per il mondo chiamato nelle più prestigiose Università. Si potrebbe definire, con una battuta, spero l’Autore non me ne voglia, il primo cittadino che abbia precorso la Globalizzazione!          

    Ma sostiene Ferrarotti che in fondo ciò che più apprezzava era la solitudine, fin da bambino. E racconta di una definizione di un suo fedele assistente universitario: l’eremita sociale. E aggiunge che forse si è occupato di sociologia per ovviare a certe tendenze antisociali.

    L’impressione che offre il libro è vi sia da parte dell’autore grande energia vitale, un vero e proprio fiume in piena, una capacità di padroneggiare tanta materia passando a volte da un argomento all’altro come seguendo lo stream of consciousness, il flusso di coscienza. E veramente pare seguire un discorso e pensare ad altro ancora come egli stesso riferisce.

    L’Autore riconosce di aver avuto in dono dal padre la natura, il gusto dell’esperire, toccare con mano, mentre dalla madre ha acquisito la cultura, il dono della memoria e della razionalità. Ciò che egli apprezzava più del padre erano il silenzio, la tenacia, la decisione nell’azione. Si scambiavano poche parole e in casa nessuno seppe della sua Laurea o del matrimonio negli States. Sostiene Ferrarotti che in ciò ci possa essere una feroce difesa del privato personale anche verso la famiglia di origine. Alla morte del padre giunse in ritardo perché era all’estero, al funerale si ricordò delle passeggiate fatte da bambino con lui al cimitero. Il padre guardava l’erba del viale e riconosceva la stagione. Nella sua ruvidezza, nel profondo doveva averlo amato tanto. L’Autore conclude che l’affinità col padre sia anche nell’opposizione al fascismo. Quando Mussolini costruiva gli acquedotti il padre, anarchico con devozione all’autosufficienza, scavava pozzi, voleva la sua acqua. Non avrebbe mai bevuto l’acqua del regime. Piuttosto, sarebbe morto di sete, lui e le sue bestie. Talis pater, talis filius.

    Un libro che apre tante prospettive come vie di fuga che permettono molteplici approfondimenti anche dal punto di vista linguistico e filologico.

    Cercando un padre è emerso fra le carte un uomo, soltanto un uomo, per sempre un uomo.

     

     

      

  • GIUSTIZIA E MITO

    data: 06/01/2020 18:08

    Marta Cartabia, professore ordinario di Diritto costituzionale con una ricca produzione saggistica e un molteplice impegno come giurista conosciuta anche all’Estero, a soli 56 anni è stata nominata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Presidente della Corte costituzionale diventando così la prima donna a ricoprire tale incarico nella storia della Repubblica.
    Con Luciano Violante, già ordinario di Diritto e procedura penale, magistrato e parlamentare, Presidente della Camera dei deputati dal 1996 al 2001, in Giustizia e Mito (il Mulino) hanno affrontato dal punto di vista giuridico il mito di Edipo, Antigone e Creonte che il genio di Sofocle ha magistralmente trasposto, consegnandoli all’eternità, come eroi tragici che incarnano gli eterni dilemmi del potere e della giustizia, della colpa e della responsabilità, del diritto che l’uomo da animale politico (da polis), si trova ad affrontare nel divenire storico.
    Gli Autori si pongono la domanda del perché due giuristi si trovino a dialogare su Edipo Re e Antigone. Sostengono che i due archetipi siano portatori di valori universali sempre attuali e presentino una tale complessità di significati, una ricchezza semantica che permette una ampia lettura sotto molteplici punti di vista. Edipo è divenuto fondamentale per la visione freudiana e la psicoanalisi provocando ampio dibattito e Antigone e Creonte sono stati oggetto di trasposizioni teatrali, basti pensare a Brecht, e cinematografiche in cui rappresentavano la rivolta (Antigone) contro lo Stato totalitario (Creonte).
    Molti gli spunti che le tragedie hanno presentato alla interpretazione dal punto di vista giuridico e politico, una ricca messe di temi che fanno riflettere e che avvincono il lettore ampliando la conoscenza e stimolando il desiderio di approfondire le tematiche trattate.
    In Antigone la tragedia si innesca dalla contrapposizione tra la legge divina (Antigone) e la legge della polis (Creonte), tutta giocata sulla scena pubblica e sul conflitto tra ethos, ius radicati nella società in una fase di mutamento e lex rappresentata dal diritto esercitato dal sovrano della Città che nel V secolo a.C. sta trasformandosi in Stato e che vede primeggiare Atene, esempio di democrazia. In Edipo Re la tragedia è in primo luogo interiore, vissuta nella mente e nelle azioni compiute da Edipo che nel cercare di scoprire il parricida incestuoso finisce inconsapevolmente per avvoltolarsi sempre più nelle panie della profezia di Apollo.
    Cartabia sottolinea come Edipo non sia stato oggetto di attenzione da parte dei giuristi al pari di Antigone pur presentando aspetti interessanti e una notevole complessità.
    Il dramma di Edipo è quello di non sapere di non sapere, il contrario del so di non sapere di Socrate. Edipo al quale era stato vaticinato che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre, non si rende conto che Apollo interrogato non risponde alla domanda se i genitori adottivi siano i veri genitori. Egli si è macchiato di un orribile nefandezza e ora a Tebe infuria la peste. Egli è stato un buon re, giusto e virtuoso. Edipo rappresenta la fragilità dell’uomo di fronte al destino che si compie nonostante egli cerchi di sfuggirgli, anzi, dice Cartabia, proprio nel fare il bene Edipo è perduto. Sofocle drammatizza il mistero dell’insuccesso, della condanna senza colpa propria dell’umana esistenza. Edipo pecca di hybris, la superbia. Egli non crede all’oracolo o crede di capire, e va in esilio, lascia Corinto, per sottrarsi al destino. Ciò è la hybris che il Coro gli rinfaccerà accusandola di generare tiranni. Vi è in questo aspetto tutta una visione se posso definire politica nel senso che si è nel periodo della fioritura democratica nella Grecia del V secolo a.C. e Sofocle la evidenzia. Evidenziando, inoltre il pericolo della corruzione per la democrazia. Il Coro rappresenta la cittadinanza ed esprime l’aspetto dialettico, la complessità della realtà. Ma hybris esprime anche entusiasmo, desiderio di oltrepassare i limiti, al pari, oserei, dell’Ulisse dantesco, il folle volo cui mosse i compagni, l’ultimo viaggio per raggiungere ciò che nessuno aveva mai visto, la montagna azzurra per la distanza, (…) fino a che il mar fu sopra noi richiuso.
    Edipo inoltre nell’amministrare la giustizia racchiude in sé la figura del legislatore, inquisitore, giudice. Ciò, sottolinea Cartabia, dà alla tragedia l’aspetto di un’inchiesta giudiziaria. Edipo è inflessibile, il contrario di Creonte che pur sarà tacciato, nei secoli, di essere un tiranno. Edipo è durissimo, convinto della bontà del suo agire che può portare alla violenza. La giustizia, sottolinea Cartabia, deve essere prudente, iuris prudentia, deve valutare, ponderare (la bilancia), essere aperta all’ascolto e al contradditorio. Il processo è dibattito, dibattimento, si svolge secondo un rituale, segue il Codice. E i due gradi di giudizio con eventuale ricorso in Cassazione, sono nel nostro sistema una garanzia. Ciò non significa che non si incorra in errori e che la verità processuale non coincida talvolta con la verità vera.
    La civiltà greca, culla del pensiero occidentale, esprime con la tragedia il passaggio dalla giustizia come vendetta, si pensi alle Erinni, le Furie dal capo anguicrinito, che nell’ultima tragedia dell’Orestea di Eschilo sono mutate, anche se non scompaiono del tutto, da Atena, dea della ragione, in miti Eumenidi. Atena istituisce l’Areopago, il tribunale, segnando un passaggio fondamentale per la civiltà.
    Sottolinea Cartabia come le Carte Costituzionali istituite in varie democrazie parlamentari siano fondamentali nel definire diritti e doveri e garanzie giuridiche nell’amministrazione della giustizia. Il riferimento della Consulta alla Costituzione è fondamentale nel dirimere questioni che involgono la società contemporanea sempre più complessa e nella quale si affacciano sempre nuove problematiche tra le quali quelle del fine vita e dell’attribuzione del cognome materno.
    Ma si chiede Cartabia se la giustizia sia giusta. E qui la hybris si applica alla contemporaneità. L’eccesso di giustizialismo, i casi dell’applicazione delle leggi ingiuste come quelle discriminatorie degli ebrei in Italia e Germania col Fascismo e il Nazismo, le deportazioni nell’Unione Sovietica e l’affermazione dei totalitarismi, lo stato etico, rendono necessario un continuo vigilare affinché il passato non ritorni. Si rende necessaria una giustizia imperfetta perché consapevole che la giustizia nelle vicende umane è una meta sempre da raggiungere. E ancora imperfetta perché consapevole che l’uomo è intrinsecamente incapace di raggiungere la pienezza e il compimento delle sue aspirazioni. Anche alcuni principi del diritto costituzionale contengono il concetto di giustizia ragionevole, imperfetta, aperta, flessibile, mite. Fondamentali il principio di ragionevolezza e il principio di proporzionalità.
    Il giudice deve essere in grado di cogliere le angolature, le sfaccettature, la complessità della realtà e della società.
    E citando la Bibbia sottolinea la richiesta di Salomone a Dio di donargli un cuore docile.
    Fondamentale nella tragedia è il difetto di conoscenza. Edipo conosce spezzoni di realtà e così ogni protagonista. E ciò riferito al presente ci fa capire che si deve cercare la visione (doxa) di ognuno, il suo angolo visuale, in tal modo, in un atteggiamento di ascolto, si può cogliere la realtà nella complessità.
    Cartabia fa emergere la complessità, le sfaccettature del personaggio Edipo dandocene una visione attualissima e complessa e avvincente.
    La parte curata da Violante è dedicata alla lettura di Antigone. Scritta prima di Edipo Re e Edipo a Colono ne rappresenta il compimento. Antigone ha avuto un enorme successo e infinite riletture e interpretazioni divenendo l’archetipo della ribellione al potere costituito rappresentato da Creonte, divenuto dopo la morte di Edipo e dei figli di questo Eteocle e Polinice che si erano uccisi reciprocamente, re di Tebe. Egli cerca di riportare la pace nella città e stabilisce che poiché Polinice aveva tradito Tebe debba essere lasciato insepolto, orrido pasto di cani e di augelli. A ciò si oppone Antigone, sorella, che seppellisce Polinice sostenendo che così vuole la legge degli dei e viene condannata a morte. Sostiene Violante che l’interpretazione di Antigone che è stata data nel tempo è quella della innovatrice che si contrappone al potere assoluto rappresentato da Creonte. Ma egli ritiene, riferendosi a Cacciari, che poiché la legge cui si appella Antigone è il nomos, l’antica legge non scritta, il diritto naturale, ella rappresenti il vecchio. Nell’età della polis il nuovo è rappresentato da Creonte, che segue la lex. L’innovatore viene punito come in tutti i miti greci da Icaro a Prometeo a Fetonte.
    Secondo Hegel la legge assoluta di Antigone non è, non è verificabile. Le leggi che si impongono sono quelle del sentire etico, non si discutono.
    Antigone a poco a poco conquista la città, diviene un’eroina, ancor più perché donna e perché finisce per suicidarsi in nome dell’ideale. Sostiene Violante che il conflitto tra Antigone e Creonte finisce per divenire politico. A poco a poco la vicenda si destoricizza, si perdono i riferimenti di ciò che è accaduto, tutto ruota attorno al conflitto tra Antigone e Creonte. Il conflitto è tra due ragioni irriducibili. Ecco perché tutto si assolutizza.
    Creonte rappresenta icasticamente la solitudine del potere, rimane solo dopo la morte del figlio Emone del quale Antigone era promessa sposa. Abbandonato dalla città, rappresentata dal Coro, da tutti.
    Violante fa riferimento alle dinamiche politiche tra maggioranza e opposizione trovando interessanti paralleli con la tragedia.
    Molti gli argomenti approfonditi tra cui il Processo di Norimberga ai criminali nazisti. Qui Antigone è rappresentata dalle potenze vincitrici, Creonte dai criminali. Ma non sempre tutto è così lineare. Infatti non vennero processati industriali che avevano avuto ruoli importanti nel sistema. Inoltre l’URSS Paese giudicante, aveva firmato con la Germania il 3 agosto 1939 il Patto di non aggressione per la spartizione della Polonia. Il presidente del tribunale vietò al difensore di Hess di rendere noto l’accordo aggiuntivo.
    Un saggio denso, interessantissimo, che merita di essere letto aprendo la mente alla luce del mito a una poliedrica visione della realtà.

     

     

  • PIAZZA FONTANA.
    IL PROCESSO IMPOSSIBILE

    data: 13/12/2019 09:50

    Milano, 12 Dicembre 1969. Una data che segna uno spartiacque tra il prima e il dopo. La madre di tutte le stragi, segna, è stato sostenuto, la fine dell’innocenza per un Paese e una democrazia ancora giovane dopo il Ventennio fascista. La strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura con 18 morti e 100 feriti e il suo seguito di processi dai quali emergono depistaggi e trame oscure, determinano un sentimento di sfiducia nelle Istituzioni ma anche una dolorosa presa di consapevolezza che porterà alla maturazione di una coscienza critica tra i cittadini.
    Benedetta Tobagi (Milano, 1977), Laurea in Filosofia, Ph.D in Storia presso l’Università di Bristol, si è occupata dello stragismo, che segue con una Borsa di ricerca all’Università di Pavia, e ha esordito con Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi), omaggio rigoroso e struggente alla figura amatissima del padre Walter, giornalista al Corriere della Sera, assassinato dai terroristi rossi sotto gli occhi innocenti della figlia. Ha proseguito con una saggio sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia dal titolo Una stella coronata di buio. Storia di una strage impunita (Einaudi) e ha recentemente scritto Piazza Fontana. Il processo impossibile (Einaudi).
    Come suo solito l’Autrice, da storico, basandosi su un grande apporto documentale, ci guida con mano sicura, e con notevolissima capacità narrativa, passo passo nell’atmosfera di quegli anni di tensione sociale e politica, all’interno di un quadro internazionale caratterizzato dalla Guerra Fredda e in cui il Paese si trovava a far da cuscinetto tra due blocchi: USA e URSS, con la presenza del più forte Partito Comunista dell’Occidente. Forze contrapposte si combattevano più o meno sotterraneamente e l’Italia era la sentina di tutto ciò. Emerge inoltre, posto efficacemente in evidenza da Tobagi, la presenza nei Servizi di Intelligence di agenti che avevano fatto parte del Regime mentre il Codice di Procedura Penale era ancora il Codice Rocco, cioè in vigore durante il Fascismo.
    Mi permetto un commento. Faceva parte del Codice Rocco, fino a pochi anni fa, anche il reato di stupro che veniva considerato delitto contro la morale. Finalmente, dopo tante battaglie combattute dalle donne, ricordiamo anche la messa in onda in TV del Processo per stupro che causò tanto clamore, si è giunti a legiferare in materia e ora tale delitto è considerato reato contro la persona. Paradossalmente tra le promotrici vi è l’On. Alessandra Mussolini, nipote del Duce!
    Intanto tramontava l’era del Centro Sinistra e le manifestazioni operaie dell’autunno caldo si saldavano alla contestazione giovanile. Mentre prendeva vita, o visibilità, il neofascismo, con tante cellule che a volte, come per i fatti di Valle Giulia, presso la Facoltà di Architettura a Roma, si alleavano ai movimenti extraparlamentari di Sinistra. Ciò troverà anche un riscontro nella figura di Mauro Merlino che proveniente dalla Destra, infiltrato tra gli Anarchici del Collettivo di Valpreda, sarà tra gli imputati della strage di Milano. Era questa una prova di quella tesi cara alla DC, sostiene Tobagi, degli opposti estremismi in versione antisistema.
    Il Presidente della Repubblica era il socialdemocratico Saragat che dopo la scissione dal PSI e la nascita del PSDI, si avvicinava alla DC in opposizione a qualsiasi accordo con il PCI e sostenitore agguerrito del Patto Atlantico in contrapposizione al Patto di Varsavia.
    In Italia una fascia di elettorato moderato che votava DC era in realtà di Destra e aveva trovato una sponda anticomunista nel partito di maggioranza relativa.
    Nei primi anni della Repubblica si erano verificati episodi a dir poco inquietanti: il cosiddetto tentato golpe di Junio Valerio Borghese e il Piano Solo del Generale De Lorenzo capo del Sifar, Servizio Segreto Militare in versione anticomunista. Questo humus costituiva brodo di coltura di tutte le trame occulte che avrebbero avvelenato l’atmosfera sfociando nella stagione delle Stragi di cui Piazza Fontana rappresenta il banco di prova.
    Tobagi ricostruisce minuziosamente la vicenda come in una messa a fuoco, ci mostra le persone e l’atmosfera natalizia nella Milano brumosa ma gioiosa di attesa, le trattative tra i coltivatori e allevatori, in tutto erano circa 300 persone in Banca quel pomeriggio, i fratellini che dovevano pagare una cambiale, e poi il botto, e tutto si mise a vorticare, come in una giostra impazzita, e nulla fu come prima! Si entrava in quella che Sergio Zavoli avrebbe definito la notte della Repubblica. Quel Natale di sangue vedrà la reazione composta e civile della gente, in una Milano livida che seguirà le esequie officiate dal Cardinal Martini che rivestirà nel tempo un ruolo fondamentale nella stagione del terrorismo riuscendo a farsi consegnare le armi dalle BR.
    Milano, la Capitale morale, terribilmente colpita esprime la forza della società civile.
    Tobagi ci guida lungo i labirinti di un processo impossibile, monstre, il primo, quello trasferito a Roma e poi a Catanzaro e conclusosi dopo oltre 10 anni, in una girandola di imputati che compaiono e si dissolvono come nel nulla. Si procede così dall’accusa all’anarchico Pietro Valpreda alle condanne dei neofascisti Franco Freda, Giovanni Ventura e l’uomo dei Servizi, Giannettini. Tale giudizio verrà rovesciato in Appello e Freda, Ventura e Giannettini verranno prosciolti, Valpreda condannato per associazione a delinquere.
    Durante tanti lunghi anni i p.m. Occorsio e Alessandrini troveranno la morte, il primo per mano del neofascista Concutelli e il secondo da parte dei rossi di Prima Linea.
    L’Autrice segue, parallelamente alle vicende processuali che qui possono essere solo brevemente riassunte (data la complessità del quadro e i vari fronti d’indagine e di giudizio), l’evolversi della situazione storico–politica e sociale del Paese. Gli USA e in particolare Kissinger e altri attori sulla scena politica, in particolare Saragat, sono favorevoli alla svolta conservatrice. Il Paese è scosso, vengono rilevate tensioni, sentimenti di preoccupazione e allarme. Il settimanale britannico The Observer parla di progetto per un golpe in Italia sul modello di quello (appoggiato dagli Usa) dei colonnelli in Grecia nel 1967. La tensione sale e tra il 1968 e il 1969 si registrano 87 attentati di cui molti con obiettivo i Tribunali.
    Dopo la strage le indagini si svolgono a Milano e Roma dove opera il giudice Occorsio. Si segue immediatamente la pista anarchica. Pietro Valpreda, riconosciuto da un tassista che lo avrebbe condotto sul luogo della strage, viene arrestato. La prima inchiesta, rileva Tobagi, ha un carattere politico distruttivo rivolto a colpire gli anarchici. Il dibattimento si sposta a Roma ma dopo 7 udienze si ripassa a Milano che dovrebbe essere la sede naturale. Il processo si blocca per tre volte e da Milano viene rimesso per motivi di ordine pubblico a Catanzaro. Intanto in Veneto, dove sono attive molte cellule neofasciste, si batte la pista nera e, accusati dal teste Lorenzon, vengono arrestati Giovanni Ventura e Franco Freda accusati di ricostituzione del Partito fascista e associazione sovversiva. Tanti i nomi coinvolti, da Pino Rauti, incriminato e arrestato per associazione sovversiva e partecipazione agli attentati ai treni dell’estate 1969, a Marco Pozzan. Da parte della stampa di Destra si grida alla persecuzione giudiziaria e al processo politico. Rauti viene candidato nelle liste del MSI e eletto deputato con 100.000 voti, verrà scarcerato per via dell’immunità parlamentare.
    A Milano la seconda istruttoria vede indagati Ventura, Freda, Pozzan, Pan e Pino Rauti. Pubblico ministero è Emilio Alessandrini, Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio. Sarà proprio quest’ultimo a rilevare lacune e distorsioni nell’indagine su Valpreda. Inoltre, dopo stringenti interrogatori, emerge che Ventura è stato una talpa per conto del SID. Ventura tira in causa Giannettini, consulente dei Servizi e D’Ambrosio chiede informazioni in merito al Capo servizio generale del SID, il Generale Vito Miceli che risponde di non poter rivelare segreti militari. Colpo di scena che scoppia come una bomba: Miceli, indagato nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti per associazione cospirativa tra Servizi, militari e gruppi di estrema destra per perseguire scopi extra–costituzionali, è arrestato per cospirazione. Verrà poi prosciolto.
    Sostiene Tobagi che prima che il SID fosse coinvolto altre entità avevano lavorato alla creazione di una matassa così avviluppata.
    Il Processo per Piazza Fontana si inserisce in un momento storico fondamentale, fungendo da catalizzatore per un rinnovamento della giustizia e della legislazione che potesse essere a misura di una democrazia moderna. Gli organi istituzionali erano in gran parte rimasti ancora di impronta fascista. Si pone il problema della lunga carcerazione in attesa di giudizio. Giuristi e politici saranno sollecitati a trovare soluzioni. Si rende necessaria la riforma dei codici penali. Viene promulgata la cosiddetta legge Valpreda (n. 773 del 15 Dicembre 1972) per accelerare e semplificare i procedimenti. Il dibattito per una giustizia degna di un paese civile scalda lo scontro tra le varie correnti della magistratura. Nasce Magistratura democratica che sarà oggetto di informative del SID.
    Prima della sentenza, il 23 Febbraio 1979, erano stati barbaramente uccisi il giudice Occorsio nel luglio del 1976 dal neofascista Concutelli e il giudice Alessandrini, convinto dell’innocenza di Valpreda, nel gennaio 1979 dai terroristi di Prima Linea.
    Il processo, sostiene Tobagi, è anche un processo allo Stato. A Catanzaro sfileranno Andreotti e altri nomi della Politica. In effetti confluiscono nel processo altri filoni che come in un delta si ramificano e intersecano obbligando a un’opera di scavo in tanti settori da parte dei magistrati. Mi viene da pensare alle scatole cinesi che riservano sempre nuove sorprese.
    La sentenza viene emessa il 23 febbraio 1979 con assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove e condanna con Mario Merlino per associazione a delinquere per il gruppo 22 Marzo. Ergastolo per Freda, Ventura per prove incontrovertibili della partecipazione alla Strage del 12 Dicembre.
    Concludendo la sua requisitoria il p.m. Mariano Lombardi aveva detto: questa è una storia che non può ritenersi chiusa. Toccherà ad altri giudici trovare l’anello di congiunzione tra i terroristi e i gruppi di potere che furono all’origine della determinazione di dare inizio all’escalation del terrorismo nel nostro Paese sotto sigle diverse.
    In appello, il 20 Marzo 1981, Freda, Ventura e Giannettini vengono assolti. Valpreda pure ma per insufficienza di prove.
    Nel 2001 vengono condannati all’ergastolo per strage altri neofascisti, Maggi, Zorzi e Rognoni. In Appello verranno assolti.
    Dopo questo sabba infinito di cui Benedetta Tobagi ci dà conto non solo con capacità di sintesi ma anche affabulatorie, mi domando “Se la verità processuale è raggiunta, quale la verità vera, (direbbe Machiavelli) effettuale?” .
     

  • IL POTERE TOSSICO
    CHE HA FATTO LA STORIA

    data: 04/12/2019 19:01

    Prima di dedicarsi alla scrittura, Tania Crasnianski, nata in Francia, è stata avvocato penalista a Parigi. Ora vive tra Francia, Germania e Stati Uniti. E’ autrice de I figli dei nazisti (Bompiani), che ha ottenuto vasto successo. In Il potere tossico (Mimesis), sua seconda fatica appena pubblicata, dedicata al rapporto che si instaura tra il capo di Stato e il medico di fiducia, si pone il problema di quanto il rapporto medico–paziente sia una sorta di dipendenza reciproca, in cui si stabilisce un legame intenso e intimo. Sono così sconvolti i rapporti di lealtà, riservatezza e indipendenza che informano la relazione medico–paziente.
    L’Autrice si pone il problema di quanto possa influire questo legame sull’esercizio del potere e quanto conti lo stato di salute di un potente sulle sorti del Paese che governa. E ancora, se sia giusto nascondere col segreto di Stato le reali condizioni psicofisiche di un uomo di potere all’opinione pubblica in nome della sicurezza e della immagine del capo di Stato.
    Crasnianski analizza attentamente le vicende di Hitler e Stalin, Mussolini e Pétain, Churchill e Franco, Kennedy e Mao. Importante sottolineare che nel caso di feroci dittatori l’Autrice non li scagiona dalle loro colpe e responsabilità. Fornisce, secondo me, una ulteriore tessera di un mosaico complesso come la Storia del Novecento e su cui influiscono molteplici fattori. Che si tratti di Olocausto, Purghe staliniane, Genocidi e abomini di ogni genere, nulla potrà scagionare gli autori che resteranno fissati alle loro colpe, condannati dal tribunale della Storia per l’eternità.
    Hitler che così tanto ha influito sulla grande storia del cosiddetto Secolo breve, ma anche su tante vicende minute, familiari, destini che si sono incrociati, vite tristemente concluse in un fil di fumo, ha sempre voluto accanto a sé medici e specialisti che gli curassero le monomanie, le fobie dei parassiti che per lui si materializzavano nell’ebreo, portatore di tutte le aberrazioni e malattie, abiezioni e vizi.
    Seguito da ufficiali medici delle SS, gli fu indicato, come luminare in grado di affrontare qualunque patologia, con farmaci magici, il dottor Theodor Morell. Egli lo cura con cocktail di anfetamine, oppioidi e corticosteroidi di suo brevetto tanto che riuscirà a acquisire varie Case farmaceutiche. Morell ricorre a dosi elevate, sottolinea ai limiti della legalità, ma per brevi periodi. Egli sostiene di aver accettato il difficile compito per il bene della Germania e del suo Führer. Procede con iniezioni che devono essere ripetute in tempi sempre più ravvicinati. Le anfetamine erano state sintetizzate di recente e non si conoscevano appieno gli effetti collaterali. Davano energia, senso di onnipotenza, assenza di stanchezza, velocità di ragionamento, ma ben presto il rapporto tra Hitler e Morell diventerà di dipendenza reciproca e col procedere in tal senso le condizioni del Führer e del Reich millenario andranno sempre più peggiorando. Nessuno poteva intervenire sull’operato di Morell senza incorrere nella vendetta di Hitler. Egli non si mostra più in pubblico dal 24 febbraio 1944 e si rinchiude nel quartier generale, la Tana del Lupo o nella tenuta di montagna, il Berghof in Baviera. Morell lo seguirà anche nel Bunker sotto la Cancelleria negli ultimi giorni in attesa della catastrofe.
    Molte le ipotesi di cosa realmente soffrisse Hitler, dalla sifilide che ne avrebbe causato la pazzia, all’avvelenamento progressivo. Per lungo tempo si è creduto alla follia del Capo e di un popolo intero fino a che, sottolinea l’Autrice con convinzione, non si è parlato da parte di Hanna Arendt di banalità del male. Forse una realtà ancora più tristemente grave della follia.
    Crasniaski riporta testimonianze di persone dell’entourage e referti di medici che avevano seguito Hitler. Fa riferimento a molti apporti e a una ricca bibliografia. Un saggio che fa luce sul Potere e la debolezza degli uomini.
    Ultimo per quanto riguarda la Germania c’è da dire che era diffusa la prescrizione di farmaci stupefacenti ai civili e ai soldati che dovevano affrontare il Blitzkrieg. Durante la Prima Guerra Mondiale ai nostri soldati prima degli assalti venivano offerte laute libagioni di grappa e ai militi della Brigata Sassari l’acquavite fatta artigianalmente, il cosiddetto fileferru. Anche se molti feriti finirono morfinomani, mi permetto di aggiungere un esempio della Guerra del Vietnam e dei tanti reduci tossicodipendenti.
    Tra i potenti che hanno fatto la storia, esaminati dall’Autrice, mi soffermo su Mussolini. Egli dopo il 25 luglio 1943 viene fatto imprigionare dal Re e durante il soggiorno a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, viene liberato dalle SS al comando di Otto Skorzeny e ormai in balia di Hitler, posto a capo della Repubblica Sociale, a Salò sul Lago di Garda. Mussolini, ormai l’ombra di sé stesso, è sottoposto a continuo controllo dalle SS e viene seguito dal medico personale inviato da Hitler per assicurarsi che resti leale ai tedeschi. Georg Zachariae si prenderà a cuore la salute e lo stato psichico del Duce divenendo il suo unico vero amico. Si instaurerà una sorta di transfert che li legherà anche dopo la morte di Mussolini.
    Mussolini soffriva di depressione e di ulcera gastroduodenale, secondo ciò che era emerso da esami e visite. Era ipocondriaco. Si nutriva di alimenti leggeri e seguiva una dieta vegetariana. Il professor Zachariae gli diede fiducia rassicurandolo. Scrive l’Autrice che Mussolini che si era sottratto alle relazioni per tutta la vita per paura di essere tradito, trova nel suo ultimo medico l’unica persona che potesse assicurargli una lealtà assoluta chiedendo a Hitler che il medico resti con lui. Zachariae ammira il duce e lo cura amorevolmente e con competenza. Il risultato è un miglioramento delle condizioni del paziente.
    Dopo la fucilazione e lo scempio di Piazzale Loreto, la salma del duce sarà sottoposta ad autopsia ed emergerà che era “incredibilmente sano”. Niente ulcera né sifilide ma disturbi psicosomatici che si attenuarono con la presenza di Zachariae.
    Conclude Crasnianski che Mussolini aveva usato la malattia per magnificare la sua immagine di uomo ascetico e forte, insensibile alla fatica e al dolore. Mussolini artista della dissimulazione è riuscito anche a “contagiare” il suo medico che contribuirà alla costruzione del mito del condottiero coraggioso e Zachariae diverrà colui che ha guarito uno degli uomini più potenti e temuti del Novecento.
    Non si può riassumere un saggio vasto e profondo. Ho preferito fornire un assaggio che spero incuriosisca il lettore.
    Un libro molto interessante e coraggioso che concorre a chiarire lati della Storia rimasti nell’ombra o non affrontati per tema di giustificare con la malattia o la tossicodipendenza gli abomini perpetrati da molti uomini di Potere.

    IL POTERE TOSSICO.
    I drogati che hanno fatto la storia.
    Hitler, Mao, Mussolini, Pétain, Churchill, Franco, Kennedy, Stalin
    di Tania Crasnianski
    Editore: Mimesis

     

  • SALVARE IL MONDO
    PRIMA DI CENA...

    data: 25/09/2019 21:55

    In questi giorni di mobilitazione giovanile, e non solo, per sensibilizzare i governanti di tutto il mondo sulle tematiche ambientali e la salvaguardia della vita nel nostro Pianeta messa a repentaglio dall’imbelle sfruttamento senza limiti delle risorse, e dall’inquinamento, giunti quasi a un punto di non ritorno, mi pare utile proporre la lettura dell’ultima fatica di Safran Foer Possiamo salvare il mondo, prima di cena (Guanda). Il pamphlet, scritto dall’autore di Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino che hanno ottenuto notevoli riconoscimenti di critica e lettori, fa riflettere sulla crisi ambientale che involge il Pianeta con tutti i suoi abitanti. Purtroppo nell’era delle fake news create ad arte e del Presidente Trump che nega l’effetto serra e non accetta di ridurre le emissioni di gas serra come deciso dai Protocolli internazionali, diviene difficile contrastare la catastrofe e a volte manca la convinzione per agire.

    Il libro è a tratti struggente, come quando l’Autore ricorda la fuga dalla Polonia invasa dai Nazisti della nonna giovane ebrea che, unica nella sua famiglia, scampò alla camera a gas. Riuscì a raggiungere gli Stati Uniti dove si creò una famiglia unita e alla quale trasmise valori forti e saggezza. Safran Foer prende la nonna a modello sostenendo che se fosse rimasta inerte a non credere a ciò che si diceva dei Nazisti non si sarebbe salvata, come accadde a tantissimi che non riuscivano a capacitarsi di tanto orrore. Al pari avvenne al partigiano polacco Jan Karski che riuscì, nel 1943, a raggiungere Washington portando un importantissimo messaggio alle Autorità in cui dava conto delle atrocità di cui gli ebrei erano vittime. Egli riuscì a parlare col giudice della Corte suprema Felix Frankfurter uno dei massimi giuristi, di origine ebrea. Al racconto di Karski egli reagì con incredulità, la sua mente non riusciva a concepire l’orrore dei Campi o del Ghetto di Varsavia. Il giudice concluse che non riusciva a credere, che la sua mente e il suo cuore erano fatti in modo che non gli permetteva di accettare e ne era perfettamente cosciente.

    L’Autore sostiene che anche nel caso della crisi climatica si verifica un tale processo. Ci rendiamo conto che qualcosa avviene ma, presi da mille stimoli e futilità tutto sembra lontano, riguardare altri, laggiù. Safran Foer cita Raymond Aron che fuggito a Londra disse che sapeva ma non ci credeva e poiché non credeva era come non sapesse. L’Autore spiega l’apatia di fronte alla crisi ambientale in base a questi meccanismi psicologici. E applica gli stessi parametri a sé stesso perché avverte un’incapacità di reagire e si sente colpevole perché, convinto vegano, a volte non riesce a rinunciare alla carne. Il suo è un combattimento, una lotta interiore implacabile, un costringersi a reagire e agire.

    Sentirsi di agire, agire perché lo senti è ciò che sostiene Safran Foer. Egli espone con chiarezza le proposte per evitare che il nostro pianeta si trasformi in una landa desolata a causa dell’effetto serra. Sostiene che oltre i combustibili fossili, la deforestazione, esempio eclatante gli incendi che stanno devastando l’Amazzonia, vero polmone verde che con la fotosintesi assorbe l’anidride carbonica rilasciando ossigeno. Spiega l’Autore che gli incendi, oltre produrre altra anidride carbonica, eliminano una fonte di ossigeno e in più le piante con la combustione rilasciano l’anidride carbonica immagazzinata nelle loro fibre. Un vero suicidio perché se la deforestazione dell’Amazzonia è realizzata per produrre foraggio per impiantare allevamenti industriali, si crea un’altra fonte di gas serra, in particolare metano dai processi digestivi dei bovini.

    Come sostenuto anche in Se niente importa. Perché mangiamo gli animali (Guanda), l’allevamento oltre causare sofferenze e dolore in tanti esseri senzienti e sensibili ha un fortissimo impatto ambientale. Egli ritiene che tutti noi possiamo agire, nell’immediato, rinunciando alla carne, dando in tal modo un segnale forte e eliminando dalla nostra dieta alimenti che causano malattie cardiovascolari, cancro, obesità. Inoltre con tali alimenti si introducono anche i farmaci, tra cui ormoni che vengono somministrati agli animali per farli crescere e antibiotici per evitare la diffusione di malattie, facile in ambienti sovraffollati.

    L’Autore sostiene, dati alla mano tra cui il documento Fao e quello del Worldwatch Institute sull’impatto dell’allevamento industriale sull’ambiente, che non c’è tempo da perdere, che il Pianeta è depauperato delle sue risorse oltre la capacità di reintegrazione.

    Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e certi Paesi del Sud del Mondo sono tra i più colpiti da eventi meteorologici estremi. Proprio quelli che utilizzano minori risorse come il Bangladesh, Haiti, Vietnam, India tra gli altri.

    Ed inoltre propone di evitare viaggi in aereo, uso dell’auto quando non indispensabile o uso collettivo, che ognuno può mettere in atto, ogni giorno.

    Si parla di colonizzare Marte e il grande fisico Stephen Hawking sosteneva che l’uomo dovrebbe creare la vita su altri pianeti, rendere abitabile un mondo inospitale. Ma, si chiede l’Autore e mi unisco a lui, come possiamo creare la vita se quel meraviglioso Pianeta azzurro che incantò gli astronauti siamo stati capaci di offenderlo? E, aggiungo, se l’abbiamo sfruttato e maltrattato con esplosioni nucleari in isole di sogno, abbiamo ridotto tratti di Oceano senza vita, l’abbiamo affumicato con emissioni letali, ridotto l’Himalaya a pattumiera di un turismo volgare, abbiamo riempito di plastica il mare e la pancia dei capodogli, confuso e disorientato i cetacei che finiscono per spiaggiarsi, incantato un cavalluccio marino con un volgare cotton fioc. Dove possiamo trovare un mondo bello come questa aiuola tanto cara al Poeta? Cosa lasceremo ai nostri figli e nipoti? Siamo arrivati al punto limite oltre il quale c’è l’abisso.

    Un libro da leggere e meditare in cui si specchia anche la vicenda biografica dell’Autore. Scritto seguendo vari registri narrativi è un inno alla vita, attenzione per l’esempio da dare ai figli, tentativo accorato e profondamente sentito di scuotere le coscienze.

    Ascoltiamolo perché il nostro Mondo non diventi come l’incubo fantascientifico espresso icasticamente da Ballard ne Il mondo sommerso.

  • LA MEMORIA E' IN PERICOLO,
    L'ALLARME DI FERRAROTTI

    data: 10/07/2019 22:09

    Franco Ferrarotti, professore emerito di Sociologia a La Sapienza, Accademico dei Lincei, finissimo intellettuale, ha sottoposto la nostra società al vaglio della ragione e degli strumenti offerti dalla Sociologia dandoci uno spaccato utilissimo a comprenderne le dinamiche e le crisi. Collaboratore di Adriano Olivetti, ha avuto modo di partecipare a quell’eccezionale esperimento sociale, culturale, politico, umano, che è stato il movimento di Comunità, vero laboratorio fecondo di idee e progetti.
    In Il pensiero involontario (Armando), ultimo saggio di una produzione notevolissima, frutto di un fervore intellettuale inesausto, di amore della conoscenza, Ferrarotti appunta l’attenzione sulla contrapposizione tra la logica del pensare e della lettura e la logica dell’audiovisivo che cattura le facoltà cognitive per manipolare la psiche a fini commerciali. In tal modo la logica, il pensiero involontario risultano compromessi e emerge una società irretita.
    Con la verve che lo contraddistingue Ferrarotti affronta la problematica partendo da una frase del padre che, poiché lui da ragazzo si addormentava col libro in mano, gli diceva: “Sarai un uomo di carta”. E in fondo l’Autore riconosce che aveva ragione. Il libro è il suo amico fedele di una vita, ha sollecitato riflessioni e sogni, suscitando la curiosità e la sete di conoscenza e la memoria.
    Fondamentale è la memoria per l’essere umano che in fondo è ciò che ricorda di essere stato. Sostiene Ferrarotti che l’assioma cartesiano all’origine della scienza e del pensiero moderno deve essere mutato e cioè non più cogito, ergo sum ma reminisco, ergo sum. Perché la memoria, il ricordo,sono il fondamento dell’integrità psichica, ciò che ci identifica come individui, persone umane formate da un’infinità di esperienze che la memoria assembla elaborandole, dando il senso della continuità della vita e dell’integrità dell’Io. Ora, sostiene Ferrarotti, la memoria è in pericolo, messa in scacco dalla memoria digitale, supporto esterno all’uomo che mina alla base, con la meccanicità e la velocità, le capacità mnestiche surrogando alla ben più complessa e profonda memoria umana e rappresentando un serio pericolo per il futuro dell’umanità.
    Parte dalla morte della filosofia intesa come tensione verso la sapienza: atteggiamento, direi, di disposizione all’ascolto, all’aperturaversoilmondochecicirconda, dice Ferrarotti, volta all’esperire. Nella nostra società complessa e globalizzata si è persa la capacità di ascoltare l’ascolto, ascoltare la domanda, imparare il silenzio. La crisi odierna è dovuta non a problemi che riguardano la individualità, bensì ci si trova di fronte a una trasformazione epocale dell’idea di uomo. Secondo l’autore ciò è dovuto allo strapotere delle tecnologie comunicative che portano allo sgretolamento dell’identità individuale. L’uomo perde la capacità di ragionare sommerso da un’abbondanza di informazioni e stimoli che vengono immediatamente sostituiti da altri e, come dice con un’espressione colorita Ferrarotti titolando un capitolo del saggio, si diventa un popolo di informatissimi idioti: sanno tutto ma non capiscono niente.
    Anche la lettura è superficiale, si è persa la capacità di concentrazione. Ora la cultura del monitor finisce per creare effetti di de-realizzazione della realtà, creaunasortadi ipnosi, di incantamento. L’uomo da sapiens si è trasformato in homo sentiens che è diventato videns. Mi permetto una riflessione. Siamo diventati un popolo di voyeurs, attratti dai programmi in cui si guarda dal buco della serratura al continuo filmare e scaricare in Rete le foto o le riprese, si è persa la capacità di vedere per cogliere ciò che ci circonda, la bellezza del mondo e della vita.
    Fondamentale è quindi il fattore-comunicazione che finisce per scardinare le reti sociali che creavano solidarietà tra gli individui. Ora davanti al monitor o chini sullo smartphone con le cuffie si è soli in contatto con avatar. La solitudine, Ferrarotti parla anche di stato di ebetudine, crea sofferenza psichica. Appiattimento sul presente, carenza immaginativa, predominio dell’emotività sul ragionamento sono alcuni dei problemi che le nuove generazioni manifestano con evidenza. Secondo l’Autore si sarebbe entrati in un’epoca di pensiero unico standardizzato e garantito da una società totalmente amministrata in cui non c’è posto per il rapporto umano fecondo ma esso è mercificato, pura transazione.
    Ferrarotti anche con interessantissimi riferimenti ai grandi filosofi propone un ritorno all’uomo, ai rapporti interpersonali profondi in un recupero delle capacità contemplative chenonsignificaimmobilitàmaattività, mi permetto, nel più alto senso del termine.
    Il saggio, profondissimo, spazia affrontando l’argomento nelle sue sfaccettature anche con riferimento agli intellettuali e al ruolo che possano svolgere nella società attuale per acquisire consapevolezza dei pericoli di disgregazione della personalità, dell’Ego, e di dissoluzione dell’individuo. Una riflessione lucidissima che fornisce una chiave interpretativa per capire, prima che sia troppo tardi, il nostro presente e i trabocchetti che ci riserva la società interconnessa e globalizzata. 

           

  • IL MESTIERE DI SCRITTORE
    NEGLI ANNI '60-'70 IN ITALIA

    data: 11/06/2019 15:14

    A quarantasei anni di distanza dalla prima pubblicazione di questi saggi ad opera di Garzanti, le Edizioni di Storia e Letteratura con un’opera meritoria ripropongono questi straordinari dialoghi con alcuni dei più grandi letterati italiani del Novecento che ci permettono, non solo di apprezzare la loro poetica e l’arte sapiente ma di scoprire la lungimiranza – un nome per tutti Pier Paolo Pasolini – la preveggenza che li rende particolarmente attuali e ci fornisce un metro di lettura della nostra contemporaneità.
    Ferdinando Camon (1935), scrittore vincitore del Premio Strega per Un altare per la madre e del Premio Viareggio per le poesie Liberare l’animale, è tradotto in venticinque Paesi e anche in edizione per non vedenti.
    Le conversazioni critiche si sono svolte negli anni tra i Sessanta e i Settanta. Sono dialoghi con Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola, Bassani, Ottieri, Calvino, Roversi, in cui emerge lo scrittore nel modo più naturale e al tempo stesso meditato e chiaro. Spicca la freschezza e l’attualità della letteratura e della riflessione. Ed è ciò che rende l’arte senza tempo e consegna i grandi interpreti all’eternità. Scorrendo il libro, gli Autori sono come naturalmente lumeggiati dal tessuto della discussione e si avverte il desiderio di approfondire la conoscenza, di entrare nel loro mondo poetico e umanissimo in una sorta di full immersion letteraria.
    La mia attenzione si appunta su Moravia. Fino alla sua scomparsa era maitre à penser, anche seforse non sarebbe contento di questa definizione dato che egli stesso in polemica con Sartre a proposito dell’engagement, sosteneva la libertà dello scrittore e a Sartre preferiva Camus. Dopo, è come finito nel dimenticatoio senza una apparente spiegazione.
    Camon chiede a Moravia se quando scrisse Gli indifferenti nel ’29 il Fascismo lo avesse osteggiato. Spiega Moravia che, nonostante egli avesse dato della borghesia un ritratto negativo, il fascismo non impedì la pubblicazione in quanto non ancora fornito di una politica culturale, anzi, nato dall’ignoranza. Solo più tardi il Regime avrebbe controllato e censurato le opere letterarie a esso non gradite. Anche se, fin dall’inizio, sottolinea Moravia, Mussolini non guardò di buon occhio il romanzo.
    Per quanto riguarda l’apporto della psicoanalisi nei romanzi di Moravia egli sostiene che se avesse scritto Agostino leggendo Freud non avrebbe scritto un’opera d’arte ma un trattato di psicoanalisi. Il punto sta nel freudismo induttivo e non deduttivo. Sostiene lo scrittore che egli ha dato voce alle proprie esperienze di vita quindi per induzione.
    Camon chiede come mai sia attratto dall’Africa da dedicarle viaggi e reportage. Moravia ritiene che l’Africa sia un’alternativa all’Occidente europeo che è monumento dell’uomo mentre l’Africa è monumento della natura. Interessante la concezione della storia e cultura dell’Africa. L’Africa è preistoria in cui la lotta è tra uomo e natura, l’Europa è storia, lotta tra uomo e uomo. E prosegue sostenendo che l’africano sia il complemento dell’Europeo, l’altro dell’europeo. In Di che tribù sei? sottolinea l’economia di sfruttamento, i mille problemi ancora legati al colonialismo. Purtroppo, aggiungo, sembra che il tempo scorra solo per una parte del Mondo, l’Africa si trova sfruttata non soltanto dall’Occidente, pensiamo al coltan, l’oro del Terzo Millennio, ma anche dalle potenze emergenti.
    Egli già nel 1973 parla di crisi delle ideologie deducendola dalla fine del Nazismo, nato in Germania culla delle ideologie totalizzanti che esauriscono il Mondo, spiegandolo definitivamente. Il marxismo, dice Moravia, può dare una interpretazione della realtà con l’apporto dello strutturalismo e della psicoanalisi. E’ la via tracciata da Levi-Strauss e dalla Scuola di Francoforte con Marcuse, Horkheimer, Adorno.   
    A questo punto si potrebbe spiegare l’oblio in cui è finito Moravia. Forse, azzardo, è il mutamento della società e della cultura, l’emergere di un modo di pensare individualista, edonista, un lungo riflusso dopo l’ubriacatura della contestazione che ci conduce direttamente al pensiero debole postmoderno e al Mondo villaggio globale, alla società liquida, così ben indagata da Bauman.

    Un saggio da leggere con passione, interessante, profondissimo e acuto, ricco di spunti per comprendere la macchina narrativa ma anche la temperie culturale, artistica e letteraria di un secolo e che fornisce strumenti per leggere il presente e capire il divenire storico. 

  • LA RESISTENZA HA FALLITO?
    STORIA D'ITALIA 1946-48

    data: 05/06/2019 17:03

    Giovanni De Luna, storico, docente presso la Scuola di studi superiori dell’Università di Torino, in La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione (Feltrinelli), ci offre un’immagine del nostro Paese che abbraccia il periodo precedente la Liberazione, fino al Referendum che sancì la nascita della Repubblica proclamata solennemente il 2 Giugno 1946 e alla Costituente che elaborò una Carta Costituzionale presa a modello da molti Paesi, per approdare alle prime elezioni politiche del 1948.
    Scorrevole, avvincente quanto rigoroso il saggio ci conduce in un’Italia uscita da una terribile Guerra, con sacche di miseria soprattutto al Meridione e nelle Isole e un alto livello di analfabetismo ben lontano dalla immagine oleografica che il Regime ne aveva dato. Distruzione delle infrastrutture, mancanza di tutto, borsa nera, lotta quotidiana per sbarcare il lunario, tasso di criminalità elevatissimo che vede un notevolissimo calo a partire dal 1946.
    De Luna si pone la fondamentale domanda se la Resistenza avesse fallito l’occasione storica di innovare profondamente le strutture portanti del Paese. Da lettere, documenti, memorie dei protagonisti della Resistenza tra i quali Giorgio Agosti, nome di spicco di Giustizia e Libertà di cui fu comandante partigiano, emerge lo scoramento perché, nominato Questore di Torino dopo la Liberazione, vedrà che nulla era cambiato. Lo Stato aveva ereditato dal Fascismo istituzioni, uomini, schemi mentali, comportamenti. Ma, a sua volta il Regime, mancò nel tentativo di nazionalizzare gli italiani. Si scontrò con una sorta di universo parallelo in cui la famiglia, il familismo, le comunità, la Chiesa, l’Esercito, la Corona, il Capitale giocavano un ruolo fondamentale nell’attrarre a sé e impedire che lo stesso processo di nazionalizzazione delle masse che ebbe luogo in Germania si realizzasse anche in Italia. La burocrazia statale aveva più potere del Partito. Scrive De Luna che più che di fascistizzazione si può parlare di una statalizzazione.
    Così il Paese continuò a presentare due facce, due aspetti corrispondenti a mentalità, che bene emersero anche durante l’avanzata degli Alleati da Sud a Nord. Se in Sicilia gli Americani trovarono diffidenza, a Napoli vennero accolti festosamente e sfruttati per averne favori e mercanzie da vendere al mercato nero. Ma il clima festoso nascondeva l’altra faccia della medaglia: spesso le madri portavano le figlie in dono per prostituirle. Ne La pelle Curzio Malaparte mostra lo stato di abbrutimento di parte della popolazione. A Roma saranno visti come liberatori mentre al Nord le grandi città si liberarono prima dell’arrivo degli Alleati.
    Nota dolente fu lo scempio fatto dai nordafricani al comando dei francesi. Buttati sulla Linea Gustav nella fornace ardente di Montecassino, si diedero a violenze e stupri indicibili verso donne, uomini, bambini, vecchi, perfino sacerdoti. Come non pensare a tal proposito alla straordinaria interpretazione di Sophia Loren ne La ciociara tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia?
    De Luna parla di Italia disunita che presentava notevoli differenze coincidenti, in buona parte alla classica contrapposizione Nord–Sud.
    Gli intellettuali e gli antifascisti, come Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Emilio Lussu, solo per citare qualche nome, si trovavano davanti a una realtà non facile ma erano animati da profondo spirito patriottico e si impegnarono a fondo, ognuno nel suo ambito per creare un’Italia democratica e libera. Il 21 giugno 1945 fu varato il governo della Liberazione con a capo Ferruccio Parri esponente di spicco del Partito d’Azione. Tutti erano consapevoli delle difficoltà e delle responsabilità ma nutrivano un fortissimo senso di responsabilità e alta idealità. Secondo gli studiosi quel governo sarebbe un interludio in una fase di normalizzazione che, con la Guerra Fredda, sarebbe giunto alla dicotomia tra forze cattoliche dominanti e i partiti di Sinistra che sarebbero rimasti emarginati dal governo del Paese. Parri si pose in una condizione di garante super partes, capo di un governo che avrebbe garantito anche coloro che non avevano le sue idee.
    In un clima molto effervescente, un continuo dibattito, si giunse finalmente al 2 Giugno 1946. L’Italia disunita affluì ai seggi col 90% degli aventi diritto. Per la prima volta si votava a suffragio universale e le donne, che tanta parte avevano avuto durante la guerra e la Resistenza, per la prima volta. Si elessero i rappresentanti alla Costituente e si scelse per il Referendum sulla forma statuale: Monarchia o Repubblica. Come sappiamo vinse la Repubblica. Fu proprio in quell’occasione che si ebbe il primo riscontro di preferenze ai partiti e la nascita della repubblica dei partiti. Sin dal voto per la Costituente emerse prepotentemente la DC seguita dal PSIUP e dal PCI. Il Partito Repubblicano conseguiva il 4,4% e il Partito d’Azione l’1,5%. I partiti emergevano dopo vent’anni di Regime e acquistavano una visibile fisionomia. Un vero terremoto, lo definisce De Luna, non solo politico ma, aggiungerei, sociale e culturale. L’Autore analizza gli aspetti di questo avvenimento come la nascita di partiti di massa e dei prodromi della partitocrazia che, mi permetto, col tempo finirà per isterilire il dibattito politico e soprattutto svuotare di senso e di rappresentatività le istituzioni della Repubblica. Egli tratta vividamente, dando voce a protagonisti e comprimari, delle vicende politiche e civili dell’Italia nei primi tre anni della Repubblica. E così si giunge alle elezioni politiche del 18 Aprile 1948. Dopo una campagna elettorale infuocata che vide l’intervento del clero dai pulpiti e il Papa Pio XII schierarsi contro il Fronte che riuniva Comunisti e Socialisti e a favore della DC si ebbe la vittoria, che avrebbe segnato profondamente la storia del nostro Paese, della Democrazia Cristiana.
    Il 14 Luglio ci fu l’attentato a Togliatti cui De Luna dedica una approfondita analisi.
    Saggio denso, scritto come un romanzo, sottolinea Sabino Cassese, nella parte finale mette a confronto le Italie che finiscono e quelle che cominciano. Ed ecco il boom economico che fa terminare l’Italia immortalata da Visconti ne La terra trema ancora come fossilizzata quasi ai tempi dei Malavoglia.

    Conclude De Luna sottolineando come con la Costituzione avessero vinto i partiti della Resistenza e, citando Calamandrei, la Costituzione è la Carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Infine, scrive, i partigiani, gli uomini in armi, erano diventati elettori, ed erano restati uomini, proponendo direttamente il proprio vissuto come l’elemento indispensabile “perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su quella Carta”. 

  • INTERNATO AD AUSCHWITZ
    EDITORE A FIRENZE

    data: 14/05/2019 14:52

    Daniel Vogelmann, fondatore della Casa editrice Giuntina, ha scritto la delicata e dolente Piccola autobiografia di mio padre da lasciare in dono alle nipotine e non solo. Lo ha fatto basandosi su ciò che sapeva della vita del padre Schulim, ebreo polacco trapiantato, dopo tante peripezie durante gli anni del Fascismo, a Firenze. Poiché Schulim aveva intenzione di scrivere la sua vicenda, emblematica della condizione del popolo ebraico in quegli anni terribili per l’umanità tutta, senza riuscire a realizzarla, il figlio Daniel ha idealmente raccolto il testimone per dare voce al padre e a chi non ha potuto testimoniare.
    Nell’agile ma denso volume, presentato al Salone del Libro di Torino, è racchiusa una vita, tante vite. Gli affetti, anche i più importanti, sono evocati con semplicità e una sorta di pudore, con sensibilità e leggerezza eal tempo stesso profondità da cui emerge l’importanza dei valori della famiglia, del lavoro, della religione. Narra della nascita di Schulim su un treno che da Tarnopol città nella Galizia orientale, in Polonia - ma in quell’anno 1903 faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico - li conduceva, in fuga da un incendio (forse un pogrom? Non viene spiegato) verso la città di Przemyslany, dove risiedeva la famiglia della madre.
    Era il 28 aprile 1903. La famiglia era composta dal padre Nahum, la madre Sissel Pfeffer, il fratello maggiore Mordechai che sarebbe diventato rabbino e la sorella Miriam. Schulim ebbe una educazione ebraica seguito dal melamed, il maestro della scuola religiosa ebraica, il cheder. Lì imparò l’ebraico, parte della Torà e le Massime dei Padri. Importante una di Samuele il Piccolo che recita quando cade il tuo nemico non ti rallegrare… che gli venne in mente sul treno per Auschwitz, dove vi era un noto ebreo fascista.
    Famiglia agiata e osservante, seguiva i dettami dell’alimentazione kashèr. Si parlava in yiddish.Venivano in Italia per le vacanze ma allo scoppio della Guerra, dato che il Fronte passava per Tarnopol, dovettero rifugiarsi a Vienna e lì la vita si fece difficile. Morì improvvisamente l’adorata mamma lasciando un vuoto incolmabile e, finita la Guerra, padre e sorella tornarono in Polonia, Mordechai andò a completare gli studi rabbinici a Zurigo e Schulim partì per la Palestina, allora sotto mandato britannico. L’addio col padre – non sai videro più - è toccante ma scritto in modo piano senza indulgere nel patetico. Le parole del padre Sii onesto! saranno sempre presenti nel cuore e nella mente di Schulim.
    Dopo varie peripezie Mordechai, ormai rabbino che avrebbe insegnato al Collegio di Firenze, lo convinse a trasferirsi nella città sull’Arno. E ciò segnerà il destino del giovane. Trovò, grazie all’interessamento del rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze, lavoro come compositore in Tipografia, presso la famosa casa editrice Olschki fondata dall’editore omonimo. E così lavorando e praticando il nuoto, seguendo le funzioni religiose e frequentando gli amici ebrei, passò il tempo fino a che venne quello dell’amore. Schulim conobbe l’adorata Annetta, figlia del rabbino di Torino. Sposatisi, non si lasciarono più fino a quando in seguito alle leggi razziali, allo scoppio della Guerra e all’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943, un destino rio li condusse, con la piccola Sissel Emilia amatissima, nei famigerati treni con destinazione Auschwitz. Qui vennero separati. Annetta e Sissel furono condotte direttamente alle camere a gas.
    Mi interessa soffermarmi un momento sulla spiegazione che viene data dell’atteggiamento degli ebrei che, colpiti dalle leggi razziali nel 1938, si trovarono all’improvviso privati di ogni fonte di sostentamento perché scacciati dal lavoro o impediti nell’esercizio della professione. Viene sottolineato l’atteggiamento del Re e di Badoglio il 25 luglio 1943, giorno della caduta del Fascismo, con gli Alleati che erano sbarcati in Sicilia e con i quali si stava trattando per una pace separata. In quel mese di agosto – prima dell’Armistizio firmato il 3 settembre a Cassibile e della ignominiosa fuga a Brindisi dopo l’8 settembre - si sarebbe potuto fare qualcosa per mettere in salvo gli ebrei. Purtroppo non si fece niente. L’ambiguo La guerra continua non spiegava nulla e lasciava campo libero alla vendetta nazista. Gli ebrei sottostimarono il pericolo, per la presenza del Vaticano che avrebbe fatto di tutto per salvarli. Tutto sembrava impossibile, irreale, ma si ricorda nel libro che, con la retata nel Ghetto di Roma il 16 ottobre e il silenzio del Papa , il terrore si impadronì degli ebrei italiani e tutti cercarono in qualche modo di fuggire. Tutti avevano sperato che il Papa andasse alla stazione a fermare il convoglio o, prima, che al passaggio e alla sosta nei pressi del Vaticano dei camion carichi di vite egli si affacciasse alla finestra per fermare l’irrimediabile…
    Schulim e la famiglia tentarono di riparare in Svizzera ma furono fermati e, dopo varie vicissitudini, caricati al Binario 21 della Stazione di Milano su un treno. Destinazione Auschwitz. Fu nello stesso convoglio che viaggiarono Liliana Segre, nominata recentemente Senatrice a vita, e il papà che non si salverà. Si sottolinea il fatto che non si parli del viaggio, forse per una sorta di pudore. Da Auschwitz riuscì a passare, data la specializzazione come tipografo, a Plaszow, dove venivano stampate sterline false che avrebbero dovuto causare la bancarotta della Gran Bretagna. Da lì Schulim riuscì a intrufolarsi fra gli internati che lavoravano nella fabbrica di Schindler e ciò fu la sua salvezza. Al rientro seppe che Mordechai si era salvato, mentre Miriam e la famiglia erano anch’essi finiti nelle spire della Gorgone.
    Inserirsi nella vita normale fu dura, anch’egli vedrà indifferenza e, come sottolineano anche Liliana Segre e Primo Levi, rifiuto di ascoltare. E poi il senso di colpa per essersi salvato e la domanda:  Cosa abbiamo fatto per essere stati puniti? Riprenderà il lavoro alla Giuntina che poi acquisterà e ricomincerà a vivere riuscendo a crearsi una famiglia sposando una giovane vedova ebrea che aveva un bambino ed era riuscita a salvarsi nascondendosi in un convento. Con Albana avrà un bambino, Daniel, e ciò sarà fonte di immensa gioia: dopo Auschwitz avere ancora la capacità di generare un bimbo ebreo! Dopo Auschwitz aveva perso la fede ma non si era mai sentito tanto ebreo.
    Schulim morirà nel 1974.
    Daniel Vogelmann ha fondato nel 1980 la Casa editrice ebraica Giuntina che ha stampato, primo libro, La notte di ElieWiesel.
    Toccanti le poesie scritte da Daniel bambino e dedicate alla sorellina Sissel mai conosciuta. C’è come un nodo di affetti che tiene unito il libro che nella solo apparente semplicità ci pone davanti alle grandi domande della vita.

    Piccola autobiografia di mio padre scritta da Daniel è un atto d’amore per un padre che ha sempre amato la vita.         

  • MIA CARA MAMMA...
    FIRMATO SAINT-EXUPERY

    data: 10/05/2019 23:27

    Vorrei proporre, anche in concomitanza con la Festa della Mamma, una lettura per piccoli ma anche per adulti che sono stati bambini. Si tratta di una raccolta di lettere che Antoine de Saint-Exupéry scrisse – mentre era in collegio e poi al Liceo Saint Louis a Parigi – tra i dieci e diciotto anni, all’adorata madre. Ci viene presentata nella traduzione italiana di Davide Bregola che è anche il curatore, dalle Edizioni Oligo col titolo Mia cara mamma… Un libro piccolo ma prezioso per il messaggio d’amore che trasmette, per i valori che propone: la famiglia, gli affetti, l’amicizia, la lealtà, la tolleranza e gli ideali di libertà e di patriottismo.
    Meritoria proposta da parte di Oligo piccolo editore ma, come ho avuto spesso modo di notare, sono proprio gli editori piccoli e indipendenti che mossi più dall’amore per i libri che dall’imperativo categorico del mercato, presentano vere chicche, novità di qualità.
    Antoine de Saint-Exupéry, nato il 29 giugno del 1900 a Lione in una famiglia aristocratica composta da cinque figli, perse il padre precocemente e affrontò la vita con la guida amorevole della madre, Marie de Fouscolombe. Vita avventurosa da Pilota militare e civile, Saint-Exupéry fu giornalista e scrittore e anche se la sua fama è legata a Il Piccolo Principe, scritto nel 1943, vero lirico messaggio di amore per la vita e, potrei dire, manifesto di educazione sentimentale, egli ci ha lasciato altre opere e interventi giornalistici. Figura leggendaria in vita che la morte ha suggellato e nel contempo esaltato con la misteriosa scomparsa il 31 luglio 1944 durante un volo di ricognizione nel Sud della Francia occupata quando del suo aereo si persero le tracce.
    La raccolta di lettere è significativa e ci fa toccare con mano la formazione letteraria oltre che umana dell’Autore. Egli, come sottolinea il curatore Davide Bregola, rivelava già la personalità che ce lo farà amare e la passione per la scrittura che si manifestava con lettere ad amici e parenti e con racconti inviati a riviste letterarie. Esordì a 26 anni con Corriere del Sud. Le lettere sono accompagnate da schizzi e disegni dell’Autore che aveva già da piccolo la passione per il disegno, lo schizzo, la vignetta. La prima lettera è scritta a giugno del 1910 e comunica entusiasmo, passione per la scrittura e per gli strumenti della scrittura (non sta nella pelle per l’acquisto di una stilografica). Emerge un universo di affetti, lo zio che gli promette l’orologio per l’onomastico.
    Il commiato è struggente: Antoine esterna il grande desiderio di rivedere l’adorata mamma. In tutte le lettere dai dieci anni ai diciotto, si esprime struggente, con venature di lirismo, il bisogno di avere vicino la madre. Si rivela un animo gentile, affettuoso, un carattere estroverso e socievole, insomma una personalità che va formandosi ma che è già in nuce. E vi è il racconto del pellegrinaggio che diventa l’opportunità per una gita divertente in cui Antoine non si tira indietro davanti alle novità. Tutto è registrato nella sua mente e tutto lo colpisce. E la nostalgia della mamma che rimanda la visita al collegio diventa rispettoso rimprovero a colei che tanto desidera vedere.
    Lo stile cambia col tempo e con la crescita psicoaffettiva. A dieci anni esso è ancora un po’ troppo diaristico e poi va via via affinandosi ma non manca mai di rispetto e l’affetto si manifesta con spontaneità. Nelle lettere dal Liceo a Parigi a 17 anni chiede alla madre con garbo e delicatezza (e lo ripeterà in altre lettere) di scrivergli tutti i giorni. Si rivelano in queste lettere la voglia di vivere, gli entusiasmi per lo studio fecondo, la passione per lo sport, per la Natura, i progetti per il futuro, gli antagonismi tra studenti di diversi Istituti. E poi la golosità quando chiede che da casa gli inviino dolci e caramelle! Al Liceo, laico, l’Autore nota che vi sono meno credenti ma maggior rispetto umano. Gli atei rispettano le convinzioni degli altri.
    Entusiasmo, felicità, massimo della gioia e se tu fossi accanto a me sarei al Settimo Cielo. Così Antoine si accommiata dalla madre e poi Scrivimi spesso, così le tue lettere è come se fossero un po’ di te.

    Un libro toccante, per tutti, adulti e bambini, ricordando che Tutti gli adulti sono stati bambini ma pochi di loro se lo ricordano.      

  • L'EUROPA PER FERRAROTTI
    CONVIVENZA E CULTURA

    data: 23/04/2019 21:26

    Franco Ferrarotti, professore emerito di Sociologia all’Università di Roma La Sapienza, Accademico dei Lincei, primo a ricoprire una Cattedra di Sociologia in Italia, con il saggio La convivenza indispensabile (EDB), frutto di un’inesausta attività intellettuale e di una apertura ai problemi del nostro tempo, ci regala un contributo per una migliore comprensione del mondo globalizzato e sulla necessità di trovare motivi e ragioni di una convivenza pacifica tra culture e religioni differenti.
    Il saggio parte da una riflessione sulla crisi della Unione Europea rievocando le aspirazioni che animavano i politici e gli intellettuali, tra i quali Ernesto Rossi e Altiero Spinelli che scrissero nel confino fascista il famoso Manifesto di Ventotene nel quale propugnavano, come contropartita ai nazionalismi e alle dittature, l’ideale di un’Europa libera e unita, federale, sogno di una società nuova in cui avrebbe finalmente regnato la pace.
    Amico di entrambi, Ferrarotti, nel periodo in cui era parlamentare negli indipendenti di sinistra, si fece promotore di una mozione per un’Europa rinnovata che avesse trovato unione non solo economica bensì politica con una Costituzione e un esecutivo che avesse reali poteri di governo. Era il contrario dell’Europa delle Patrie che De Gaulle aveva sostenuto e che significava un arroccarsi nei propri limiti e confini. Era il 1959. La mozione di Ferrarotti apriva la via a una collaborazione tra Stati e a una vera unità politica. Impegnava il Governo a farsi portatore energico della stipulazione di un trattato che istituisse un’assemblea costituente, eletta da tutti i cittadini dei Paesi membri per l’elaborazione di una Costituzione europea in senso federalista e che sarebbe dovuta essere ratificata dal voto dei cittadini di ogni Stato.
    La mozione fu approvata a larga maggioranza ma a distanza di decenni la Costituzione è stata rigettata dal voto in Francia e Olanda e l’europeismo è in piena crisi. Euroscetticismo, sovranismo, incapacità, mi permetto, di gestire uniti anche le emergenze umanitarie (ma mi domando, non potrebbe essere un prevalere di interessi di parte?), predominio dell’asse franco tedesco, hanno finito per disaffezionare i cittadini all’Unione Europea proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di unità e collaborazione.
    Sostiene l’Autore che l’Europa è già una unione dal punto di vista culturale e sociale, nella sua lunga storia e nella storia delle idee è stata matrice dei valori di libertà,  uguaglianza e giustizia sociale. In essa si è inverato il concetto di rispetto dell’individuo quale fondamento etico della comunità. Nel suo saggio Storia dell’idea d’Europa (Laterza) il grande storico Federico Chabod delinea la formazione da comuni radici di una coscienza di appartenenza all’Europa fin dal Medioevo. E’ col Rinascimento che emerge l’individuo cui l’Illuminismo, scrive Ferrarotti, garantirà la libertà di pensiero, di parola e di stampa. Fondamentali sono per l’Autore le radici cristiane dell’Europa. Ma la forza dell’Europa sta anche non solo nelle idee comuni ma nel patrimonio di diversità, di apertura verso il nuovo, nella speculazione filosofica e scientifica, l’essere crogiuolo di culture. Da qui si deve partire, secondo Ferrarotti, per creare un’Europa del domani, amalgama di tradizioni che tutte le esalta e comprende. L’Autore sostiene l’importanza del multilinguismo che non è sinonimo di confusione bensì, come dimostrato dal progetto Erasmus di scambi interculturali tra atenei di tutta la UE, rappresenta un serbatoio di diversità. Ma questa Europa sempre più multilingue, multietnica e multiculturale è coesa e articolata, forte delle sue diversità.
    Dalla attuale crisi si può ricavare una lezione che è data dalla manifestazione degli elementi di crisi. La crisi viene da krino (divido, separo), quindi lacerazione ma anche rivelazione. Mipermetto di sottolineare l’aspetto dialettico di questo processo. L’eurocentrismo nel mondo globalizzato è superato. Viviamo in un mondo policentrico o come dice Ferrarotti, a – centrato. La globalizzazione inoltre che sembrerebbe universalizzare il modello europeo, impiantando in tutto il mondo centri di produzione europea finisce per causarne la fine. Finiti i due Blocchi retaggio della Guerra Fredda, ora si assiste a un periodo di transizione epocale. Oggi sono compresenti in una prospettiva sincronica tutte le culture attive e vive nel piano planetario. Tutto ciò significa che ogni gruppo umano produce cultura in senso socio – antropologico; ogni cultura ha pari dignità; consapevolezza che identità e alterità sono concetti correlativi. Il concetto di cultura va più che mai inteso in senso antropologico nel senso di modi di vita e valori condivisi, in tal modo si manifesta la capacità di includere.
    Per concludere Ferrarotti esamina il mondo islamico e gli apporti che la cultura araba ha fornito alla scienza, alla matematica, alla filosofia europee. Parlando di immigrazione egli sostiene che sono gli appartenenti alla seconda e terza generazione di immigrati, quelli cioè che sono nati in Europa a non accettare una società che non li fa sentire inclusi e a voler rivendicare le proprie radici. Fondamentale in questo conflitto è l’importanza del dialogo, della ricerca di un modo di convivere. Da un lato abbiamo l’eurocentrismo cui si contrappone il fondamentalismo islamico. Sostiene Ferrarotti che si debba non cedere a pregiudizi e stereotipi. E’ necessario imparare ad essere abitanti del villaggio globale e contemporaneamente cittadini del mondo.          
    Dopo aver considerato la complessità della situazione geopolitica attuale e aver propugnato la necessità di dialogo e interazione tra culture Ferrarotti sostiene ancora l’importanza di imparare a convivere accettando la regola che tutti gli esseri umani devono essere per ciò accettati.
    I valori per la formazione di una coscienza europea inclusiva sono per Ferrarotti: valore dell’individuo; solo in occidente si è avuto lo sviluppo scientifico e tecnologico ma la tecnologia finisce per essere utilizzata per indicare valori finali e non strumentali; il cristianesimo ha avuto la funzione di valorizzare il lavoro libero nei confronti della schiavitù della gleba.
    E’ il riconoscimento dell’universalità della cultura a sradicare dalla base qualsiasi fondamentalismo.
    Ferrarotti sostiene che solo attraverso il dialogo tra religioni e culture sarà possibile trovare un modo di convivere senza pregiudizi e odio. D’altra parte sostiene che non ci sia una religione che abbia il primato sulle altre. L’accettazione e la convivenza tra culture e religioni diverse attraverso il concetto di co-tradizioni culturali, conclude l’Autore in questo magistrale saggio, possono aprire una via d’uscita dalle contraddizioni che pesano sulla vita quotidiana dell’umanità segnandone duramente il destino.

        

  • COME NACQUE IL ROTARY
    DAL LIBRO AL TEATRO

    data: 07/04/2019 17:45

    Nella pièce Succedeva a Chicago in una fredda sera d’inverno, scritta da Giuseppe Marchetti Tricamo che, con la Compagnia Ad Hoc - debutterà in prima nazionale il 6 maggio alle ore 20:30 al Teatro Manzoni di Roma (ma si potrà leggere: il libro è edito da Ibiskos – Ulivieri) - si rappresenta magistralmente in forma poetica e appassionata, la vicenda del giovane avvocato Paul Harris e dei suoi amici che il 23 febbraio 1905 diedero vita a Chicago, sulle rive del lago Michigan, al Rotary, importantissima organizzazione filantropica che si è diffusa in tutto il mondo entrando a far parte del Consiglio delle Nazioni Unite.
    Assistiamo, nel susseguirsi dei quadri e delle scene, con in sottofondo lo swing della tromba di Buddy Bolden, il sapiente uso dei chiaroscuri, le luci soffuse, l’emergere dei protagonisti dal fondo verso il proscenio, al vivace dialogo e le varie fasi dell’elaborazione dell’idea, fino al suo inverarsi quando, a fine rappresentazione Paul e Jean Thomson, sua moglie, ormai anziani, ripercorreranno le tappe di un viaggio lungo un sogno. Anzi, proprio la prima scena vede Jean sola in una stanza illuminata, nella casa di Comely Bank sulle colline di Chicago, ricordare ed ella rimane poi in penombra quando entrano in scena i quattro amici. Mi pare, oserei, che l’Autore abbia sottolineato in tal modo l’importanza del ruolo della compagna di una vita di Paul Harris e quella di tutte le donne che, pur profondendo tante energie, non poterono entrare ufficialmente nel Rotary fino agli anni Settanta.
    Composta di sette scene la pièce ci mostra l’ambiente americano in cui i protagonisti si muovono. La Chicago trasformatasi in pochi anni da poco più che un paese in una metropoli industriale e mercantile, nella quale fu costruito il primo grattacielo, che doveva fare i conti con il gangsterismo portato dal flusso immigratorio soprattutto di origine italiana. Tutti gli amici si lamentano del venir meno, con la crescita incontrollata della città, dei valori di solidarietà, di umanità, amicizia, vicinato in un vivere frenetico indifferente e con tanta povertà. Harris sostiene che non si debba fare l’elemosina a chi non ha mezzi, bensì cercare di aiutarlo perché riesca a prendere in mano la propria vita. L’umanesimo propugnato da Harris, il valore dei rapporti umani e dell’amicizia, sarà questa una delle basi di fondo di tutti i Rotariani che oltre l’impegno in campo sociale, morale, li ha visti occuparsi nella campagna di eradicazione della polio e nel Terzo Mondo – ma non solo – combattere la denutrizione, la carestia e le tante malattie frutto della povertà.
    La pièce evidenzia con tocco lieve e al tempo stesso fortemente icastico, le similitudini di quei tempi col nostro presente. Gli Stati Uniti che dovevano fare i conti con una immigrazione da tutto il mondo che portava anche gli italiani a volere la merica. Così Paul Harris e i suoi amici discutono dell’arrivo a Ellis Island e dell’attesa cui dovevano sottostare i migranti. E la statua della Libertà con i sette raggi del Sole sul capo, allegoria della diffusione della Libertà nei sette mari del mondo, in mano la Dichiarazione d’indipendenza, le catene spezzate. Paul racconta della sua difficile vita fatta di fatica e lavoro e solo alla morte del nonno adorato decise di studiare mantenendosi agli studi con mille lavori.
    Gli amici si rifanno a Jefferson secondo il quale tutti gli uomini sono creati liberi e uguali, espressione di quella religione civile che dà un senso di appartenenza alla Nazione Americana.
    Essi vogliono lottare contro le diseguaglianze, l’indifferenza, lo schiavismo e l’oppressione dell’uomo sull’uomo, le discriminazioni e qualunque forma di esclusione. Paul sostiene che ci si debba sostenere reciprocamente con amicizia e onestà manifestando queste qualità nell’ambito del lavoro. Egli si rifà anche al grande poeta Emerson che scriveva che l’unico modo per avere un amico è essere amico.
    Ma Paul non è l’unico saggio della “compagnia”: c’è anche Harry che afferma che bisogna saper guardare oltre i confini della propria casa, del proprio Paese, per trasmettere sentimenti di pace, di speranza, di gioia, di bellezza della vita.
    Così, in quella fredda sera di Chicago, è cominciata la storia.
    L’Autore nel finale fa dire a Jean che è il presente che ha fatto e farà sempre la Storia, anche quella del Rotary.
    Nel libro la pièce è introdotta magistralmente da Massimo Teodori che sottolinea le capacità dell’Autore.
    La pièce è molto ben strutturata, sia nella scelta dei tempi che dei dialoghi e rende l’entusiasmo dei protagonisti che si avviano verso un’avventura straordinaria. L’inizio e la conclusione sono affidate a Jean, protagonista donna e espressione di capacità introspettiva e sensibilità particolarmente acute.

    In questi particolari vedo un omaggio a tutte le donne, non posso che essere grata all’Autore.  

  • LA STORIA DELLE PAROLE
    PER CAPIRE IL MONDO

    data: 31/03/2019 14:39

    Marco Balzano (Milano 1978) scrittore pluripremiato, Premio Campiello per L’ultimo arrivato, finalista al Premio Strega con Resto qui, insegnante, con il recentissimo Le parole sono importanti (Einaudi) ha affrontato il tema delle parole dal punto di vista etimologico rivelando un universo di contenuti e significativasto e variegato, aperto alla conoscenza che ci fornisce la Weltanschauung non solo dell’Autore ma ci prospetta una possibile, personale visione del mondo.

    Le parole hanno una loro storia dovuta a contatti tra Popoli e Lingue, a dinamiche di cui la Filologia ci rende consapevoli mettendo in evidenza le influenze linguistiche con gli influssi del sostrato (la Lingua originaria) e dell’adstrato (quella che si sovrappone ad esempio in seguito a conquiste da parte di altri popoli) dando luogo a una sorta di meltingpot dell’Antichità che le rende sfaccettate e polisemiche.

    Balzano, ricordando un episodio del Liceo quando il docente di Latino, in un momento in cui si attendeva il suono della campanella per uscire rivelò che homo halastessaradicedi humus e ciò risvegliò l’attenzione degli studenti, ritiene che smontare una parola sottoponendola a un’indagine diacronica, renda la pienezza del significato e che si dovrebbe nelle scuole dedicare spazio alla linguistica e allo scavo etimologico perché fornisce capacità di comprensione delle cose e del mondo che ci circonda sviluppando le capacità critiche. Egli sostiene che la degradazione personale o nazionale, come riteneva De Maistre, si rivela a livello della lingua e per Benjamin il livello più basso della lingua è il semplice scambio di informazioni, a maggior ragione l’etimologia è un’importante arma contro la decadenza.
    L’Autore sceglie dieci parole di uso comune ma significative della sua visione del mondo e le sottopone ad analisi etimologica, ci racconta la loro storia e ci fornisce uno strumento di lettura della realtà sociale, politica, che ci circonda. Tra esse  appunterò l’attenzione su alcune in particolare lasciando al lettore il piacere della scoperta in una sorta di archeologia del sapere per citare Foucault.
    Mi permetto una digressione a proposito della parola humus corradicale di homo. Se l’uomo, il primo Uomo, Adamo, fu creato da Dio dal fango, in sostanza potrebbe essere dall’humus, una manciata di succo di terra cui Dio insufflò la vita. Homo ed humus allora si identificherebbero come la Genesi ancora dice (memento mori) ricordati uomo che polvere sei e in polvere ritornerai.

    Tra le parole che mi hanno colpito vi è il termine confine che suggerisce l’idea di qualcosa di invalicabile come una barriera e particolarmente attuale. Il termine latino che più si avvicina a questo concetto è il limes che era originariamente il limite del campo tracciato anche con delle pietre di confine. Il termine in uso militare significava limite invalicabile e il limes perantonomasiaeraquellotra il mondo romano e l’universo barbarico. Balzano però appunta l’attenzione sul termine limen, soglia, inizio. Il limen è la soglia che Ulisse superò con i compagni nel folle volo oltre le Colonne d’Ercole verso l’ignoto ed il proibito. Limen è anche la siepe leopardiana che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude e che il Poeta oltrepassa annegando nell’infinito mare dell’essere.

    Confine si esprime anche con cum e finis. Finis significa fine e anche il fine. Luogo dove si finisce insieme. Ci si incontra e si va oltre quel limes invalicabile. Confine, frontiera, quindi dove si incontra l’altro da noi, lo si guarda di fronte, ci si riconosce, dice Balzano, guardandoci negli occhi. 
    Ma si parla anche di Felicità, Social, Memoria, Fiducia, Scuola di cui si critica il considerarla, da parte dei Politici, secondo una concezione aziendale, propedeutica al lavoro riducendo sempre più la vocazione educativa da e-ducere, portare fuori da uno stato inferiore a uno superiore. Forse traslato potrebbe intendersi anche come portare fuori ciò che c’è dentro di noi, il meglio di sé. Concludo sottolineando con l’Autore che la scuola a Roma e ad Atene era considerata luogo di educazione ma anche di divertimento (ludus), imparare divertendosi. L’educazione coinvolgeva mente e corpo in una immersione totale.
    Un saggio avvincente, chiaro, scritto con passione e attenzione all’uso della parola giusta al posto giusto. C’è anche Parola tra i termini scelti e devo dire che c’è bisogno, in questi tempi di parole in libertà, di una profonda riflessione al riguardo. Il saggio di Balzano è fortemente significativo, scritto da docente che sa comunicare e divulgare e da scrittore che deve soppesare ma anche da critico della nostra società. Un importante apporto per la comprensione della realtà in cui siamo immersi.

  • VOLGARE ELOQUENZA

    data: 05/03/2019 11:59

    Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Cassino, nel saggio Volgare eloquenza – Come le parole hanno paralizzato la politica – (Laterza), ci fornisce una chiave di lettura della situazione politica e sociale del nostro Paese basata sui meccanismi della comunicazione e dei media ormai protagonisti della scena politica. L’Autore con un linguaggio chiaro ma non semplicistico, da vero divulgatore, ci mostra i mutamenti intervenuti nella lingua dei politici a cominciare, nel gennaio 1994, con la discesa in campo di Berlusconi che, rifiutando il cosiddetto politichese, lingua per iniziati di difficile decifrazione, usò per primo un linguaggio semplice fatto di frasi brevi e ad effetto, apparendo tranquillizzante e vicino alla gente. Fu il primo nella nostra Repubblica a fare populismo, rivolgendosi, dice Antonelli, alla pancia della gente. Così il partito del popolo (della Sinistra e della Dc) divenne il partito della gente o meglio, poiché il termine partito faceva tanto Prima Repubblica col corollario di partito dei giudici e l’aborrita partitocrazia, il movimento Forza Italia. Mutuando il termine dal mondo del calcio introduce nella politica gioco di squadra, squadra di governo, tutta una serie di neologismi. Egli si presenta come portatore di un miracolo, segno dell’unzione divina. Ma, sostiene Antonelli, dietro questo modo di porsi c’è lo studio della comunicazione – il Cavaliere possiede un impero mediatico – e dei messaggi ad hoc. A tal proposito è illuminante il saggio che Umberto Eco scrisse nel lontano 1961 e dal titolo Fenomenologia di Mike Bongiorno. Eco mise in evidenza il modo di presentarsi del conduttore come un uomo qualunque, ignorante, distratto, dalle famose gaffes intenzionali e lo definì un everyman. Quella apparente mediocrità rendeva Mike simile ai telespettatori, uno di noi, nel quale potersi specchiare rasserenati e catturati. Sostiene Antonelli che il modello cui si ispirò Berlusconi fu proprio il celebre Mike che aveva funto da apripista nella comunicazione televisiva. Dal fatidico 1994 si sono alzati i toni dello scontro politico e ciò ha determinato l’attuale alto tasso di aggressività con linguaggio rissoso e uso di espressioni scurrili che, sostiene l’Autore, portano i seguaci a comportarsi di conseguenza. In particolare si mette in evidenza il turpiloquio di Grillo fondatore del Movimento Cinque Stelle. Ciò, nota Antonelli, era presente già negli spettacoli del comico in piena Tangentopoli ed esprimevano rabbia e una visione apocalittica. Gli elementi c’erano tutti, mancava un vettore che mutatis mutandi si è materializzato nella rete e nelle possibilità illimitate di comunicare. Ma condividere non significa confronto democratico, democrazia. La libertà è partecipazione diceva Giorgio Gaber, confronto, dialogo, uscire, incontrare altri, discutere, partecipare, appunto, mentre si finisce per banalizzare le questioni cui si deve far fronte. E ciò è acuito dallo spostamento del dibattito politico nell’ambito della chiacchiera televisiva nei talk show, e poi nei blog, social network e chat. Dice Antonelli che si è passati alla politica raccontata, all’affabulazione e quindi, cita il famoso psicologo Matte Blanco, all’ambito onirico, quindi al livello, direi subliminale. E’ la politica al tempo dello storytelling, tutto deve essere raccontato ma le parole che si condividono diventano pesanti ma perdono il loro peso specifico allontanandosi dalla concretezza dei fatti, diventano parole senza cose. Ciò non accade solo in Italia, viene meno il dibattito politico, pensiamo a Trump e al suo modo di esprimersi elementare e fatto di slogan. La democrazia richiede degli organi rappresentativi che devono confrontarsi in base al mandato popolare. Saltare questa fase, delegittimare il Parlamento per avere per unico interlocutore il popolo significa passare dalla democrazia alla demagogia, al populismo. Ma non pensiamo che il populismo sia appannaggio di Grillo, Salvini, quanto anche di ciò che resta del Centrodestra e Centrosinistra.             
    Perché parlare di volgare eloquenza? Volgare deriva da vulgus (popolo inlatino)e quindi lingua parlata, popolare. Si dice infatti riferendoci alle prime attestazioni della lingua italiana volgare e Dante scrisse il De vulgari eloquentia perché si desse dignità di lingua scritta al volgare. In questo caso l’eloquenza di cui parla il saggio è proprio volgare nel senso dispregiativo. E’ una lingua paternalista e antipedagogica, dice l’Autore. E così dal politichese si è passati al gentese.
    Ma mi soffermerei su un aspetto fondamentale del passaggio dal politichese al nuovo linguaggio. Snodo chiave è la crisi dei partiti tradizionali con Tangentopoli e la discesa in campo di Berlusconi. Il nuovo che avanza è portatore di un linguaggio diverso ma si rivolge, abbiamo visto, a nuove categorie di elettori che non rispecchiano più quelle identitarie tradizionali. Il discorso della discesa in campo di Berlusconi il 26 gennaio 1994 segna lo spartiacque tra un prima e un dopo. Berlusconi utilizza le categorie del marketing politico. La politica si rivolge agli elettori attagliando il linguaggio a quello dei destinatari. Non c’è più, in apparenza, un’aura di superiorità da parte dei politici, si passa perciò sostiene Antonelli, dal paradigma della superiorità al paradigma del rispecchiamento. Quest’ultimo cela i meccanismi di persuasione messi in atto adottando un linguaggio discorsivo e confidenziale. La cultura viene disprezzata, tale malapianta è cresciuta a dismisura e assistiamo a un’esaltazione dell’ignoranza, del turpiloquio, a un’involuzione culturale e sociale. Ora, dice l’Autore, si è passati al votami perché parlo (male) come te. Il cosiddetto mirroring (rispecchiamento) è un fenomeno psicologico per cui si tende a dare fiducia a chi si presenta simile a noi nei gesti e nelle parole ed è ciò che si è verificato in ambito politico e nel linguaggio non solo nel nostro Paese.
    Il politichese, tanto biasimato sin dagli anni Ottanta, è un linguaggio della politica – una sorta di lingua nella lingua – oscuro e fumoso che dice per non dire, bisognava cercare di interpretare ed era come per iniziati. Ora si è passati al politicoso, dice Antonelli, cioè il linguaggio elementare, ricco di parolacce, sgrammaticato, fatto di affabulazioni. Anche la politica è passata da politicante a politicosa, sempre più tronfia di sé. Manca un vero progetto politico, un insieme di proposte e di programmi. Il posto della narrazione deve essere preso dalla visione del futuro del Paese, dal volere il bene della nostra bistrattata Italia.
    Il saggio è molto articolato, permette di comprendere appieno la difficile situazione che stiamo vivendo e di leggere i mutamenti velocissimi che i media stanno determinando nella nostra vita e nel sistema politico.
    L’Autore conclude: perché non spostare la nozione di chiarezza dalla forma al contenuto? Perché non rendere la linearità espressiva frutto di chiarezza di idee e pensiero? L’elaborazione di un nuovo linguaggio è impossibile senza l’elaborazione di un progetto politico innovativo. Rem tene, media sequentur.

  • A COME ARCHEOLOGIA

    data: 24/02/2019 18:23

    Andrea Augenti, docente di Archeologia medioevale all’Università di Bologna, in A come Archeologia (Carocci), saggio divulgativo accurato e rigoroso e al tempo stesso chiaro e appassionante, ci guida alla scoperta di luoghi ma anche di grandi figure che hanno segnato la storia e delineato l’evoluzione del metodo e di una Disciplina che, lungi dallo stereotipo di Indiana Jones, è fatta di passione, studio, lavoro in biblioteca e sul campo. In questo prezioso volume, tratto dalla trasmissione Dalla terra alla storia, da lui condotta su Rai Radio 3 con grande successo di ascolti, l’Autore con mano sicura ci presenta dieci grandi scoperte archeologiche mostrandoci passo passo le peculiarità di ciascuna e permettendoci di seguire i mutamenti nel porsi, da parte degli studiosi, di fronte all’oggetto della loro ricerca evidenziando una crescita della sensibilità e l’utilizzo di mezzi sempre più ad hoc di pari passo con lo sviluppo della tecnologia.
    Augenti segue dei filoni, il tema delle origini con Lucy e Ötzi, l’archeologia funeraria, come non far riferimento a Tutankhamon e all’esercito di terracotta di Xi’an? E poi le città e civiltà scomparse (Ebla, Troia, Roma, ecc.). Egli è andato delineando le personalità degli scopritori: da Schliemann e Carter, alle innovazioni di Matthiae, Carandini e Manacorda. Il tutto scritto in modo appassionante da vero amante dell’Archeologia che, lungi dall’essere una caccia al tesoro, offre la possibilità di viaggiare nel tempo e immaginare la vita, la mentalità, gli usi e i costumi di uomini vissuti migliaia d’anni fa in una ricerca infinita perché infinite sono ancora le scoperte da fare, le antichità sepolte dalla polvere dei secoli che attendono, queste sì veri tesori, di essere riportate alla luce.
    Si parte dalla scoperta destinata a retrodatare la comparsa dei nostri antenati bipedi in una zona particolarmente ricca di testimonianze fossili. Nel 1972 la National Geographic Society finanzia delle ricerche paleoantropologiche nella regione dell’Afar, nell’Africa orientale tra Etiopia, Eritrea, a Nord-Est di Addis Abeba. Per fenomeni geomorfologici e climatici la regione ha conservato, a cielo aperto, lo strato fossile primordiale e si possono scoprire così ossa fossili senza scavare. Molti studiosi si avventurano e vengono casualmente in contatto con una tibia di quello che verrà denominato Australopithecus Afarensis, un ominide bipede risalente a 3 milioni di anni. Ma il bello deve ancora venire. Il 30 novembre 1974 i paleontologi Johanson e Gray si imbattono in Lucy, l’Australopitecina nostra antenata, perfettamente bipede, più famosa: 3.200.000 anni. La conquista della posizione eretta permette l’uso degli arti superiori e quindi l’utilizzo di oggetti e costituisce un salto nella evoluzione delle capacità cerebrali. Lucy prenderà il nome dalla famosa canzone dei Beatles Lucy in the sky with diamonds tormentone ascoltato dagli studiosi in quelle giornate di straordinarie emozioni. Scene di giubilo accompagnarono quella scoperta che fece il giro del mondo. Tanti sacrifici, studi meticolosi per giungere a tali risultati quasi casuali. Il più antico Australopiteco il cui bipedismo è in dubbio è Ardi, anch’essa una femmina che risale a 4.400.000 anni fa.
    Ma vorrei soffermarmi sulla scoperta di una civiltà ad opera di un grandissimo archeologo italiano. E’ la storia di Paolo Matthiae e di una città scomparsa: Ebla. Matthiae si reca nel1962, a 22 anni, ad Aleppo, Siria, per effettuare dei sopralluoghi. Al Museo archeologico della Città è messo sull’avviso da un reperto raro, un bacino in basalto costituito da due vasche affiancate con raffigurazioni di guerrieri e teste di leone. Un oggetto rituale. La datazione non è esatta, Matthiae chiede il nome del sito di ritrovamento. Si tratta di una collina a 55 chilometri da Aleppo chiamata Tell Mardikh. Da questa intuizione Matthiae vedrà segnata la vita e la sua carriera di archeologo portando a compimento – ma in Archeologia mai tutto è compiuto – un’impresa tra le più importanti dell’Archeologia orientale grazie al fondamentale apporto italiano. Si scopre una città a pianta romboidale con al centro un’acropoli. Si dubita da subito possa trattarsi di Ebla, città – Stato potentissima del III e II millennio a.C. Dagli scavi emergono iscrizioni tarde che nominano Sargon, Sovrano di Akkad, e la città risulta oggetto di conquista. Sarà nel 1968 la scoperta decisiva che fornirà la prova provata che si tratti di Ebla. Si tratta di una statua in basalto che reca inciso il nome di un re della stirpe di Ebla.
    Dai primi brandelli, lacerti di passato, emergono vestigia che permettono di ricostruire la vita, lo splendore, la storia della Città e degli uomini che vi vissero. Il primo insediamento risale tra il 3500 e il 3000 a.C. Ebla vive dal 2400 al1600 a.C. La Città diventa ben presto florida e snodo fondamentale di traffici: vengono ritrovati 40 chili di lapislazzuli provenienti dall’Afghanistan, oggetti provenienti dall’Egitto e da luoghi più lontani. Ebla ha il monopolio su prodotti di lusso: vesti, tessuti, gioielli, mobili. La Città, posta tra le vie che conducono all’Eufrate e al Mediterraneo, occupa una posizione strategica di controllo dei traffici fra Asia e Africa e rappresenta un’insidia per i Fenici di Biblo e per la città di Mari, sull’Eufrate. Fornita di mura, Ebla è molto estesa e possiede sull’acropoli un Palazzo reale e residenze dei notabili della città. Sono state ritrovate una dea madre nel santuario e altri tre santuari di divinità maschili. Ebla subisce varie distruzioni, di cui la prima nel 2260 a.C., ad opera del re Sargon di Akkad, fondatore del primo impero mesopotamico. Successivamente un incendio la offenderà ma attorno al 2000 conoscerà una nuova fioritura come facente parte di un regno che occupa tutta la Mesopotamia, con a capo i re di Ur. La città era ricchissima e in essa si moltiplicavano i centri del potere. Tante sono le meraviglie che Ebla svela ai suoi visitatori e agli archeologi che hanno continuato, fino al 2010, a scavare con passione, entusiasmo sete di conoscenza, coraggio. La scoperta più elettrizzante è stata nel 1974 un archivio di tavolette d’argilla – 17000 tra intere e frammenti – in scrittura cuneiforme. Si tratta di scrittura in una Lingua semitica allora sconosciuta ma che Matthiae definirà terza Lingua scritta dopo il cuneiforme sumerico e i geroglifici egiziani. Definitivamente distrutta dagli Ittiti nel 1600 a.C. non verrà mai abbandonata del tutto. Ciò, sostiene Augenti, si è verificato solo a Pompei, Città unica, rimasta cristallizzata nel momento dell’eruzione.
    Ora, in pieno teatro di guerra, Ebla ha subito sottrazioni e danneggiamenti, come Palmira che ha visto il suo scopritore ucciso mentre cercava di difenderla. Grande è il dolore per le vittime innocenti e per i capolavori inestimabili, le vestigia del passato.
    Scrive Augenti: la forza del passato è enorme, davvero indistruttibile. Agli archeologi il compito di recuperarla e raccontarla con passione.
     

  • IL LE CORBUSIER ITALIANO

    data: 11/02/2019 08:22

    Giuseppe Terragni (1904–1943), comasco, nome di spicco dell’architettura italiana, ha rappresentato -  in un momento in cui prevaleva un generale ritorno all’ordine e nei regimi totalitari il classicismo dalle forme piene e i materiali tradizionali (come in Italia rappresentato da Piacentini che si espresse, facendo da modello, nel Palazzo di Giustizia di Milano) - un percorso controcorrente che si riallacciava al razionalismo internazionale rappresentato in particolar modo da Le Corbusier, Gropius, il Bauhaus.
    L’Ottocento si chiuse con una sorta di eclettismo degli stili in cui si trovano elementi che richiamano il gotico e il neorinascimentale. Essi trapasseranno nell’Art Nouveau, floreale e dalle linee voluttuose, stilizzate e sinuose con pampini, tralci di frutti, cascate di fiori. Celebri i gazebo della Metro parigina. Ogni nazione declinerà una variante propria in Italia il Liberty, e poi la Secessione viennese con le composizioni di Gustav Klimt: Le tre età della donna, Il bacio, L’abbraccio e il progetto di Opera d’arte totale in cui i minimi dettagli interni ed esterni, rifiniture sono curatissimi e tutte le Arti concorrono a attuare l’idea. Il Modernismo di Antoni Gaudì sembra costruire con la sabbia. Le case paiono smaterializzarsi nelle loro facciate, creazioni fantastiche, linee sinuose. Casa Battlò, Parco Guell, per non parlare dell’apoteosi incompiuta della Sagrada Familia. Tutto sembra concrezionato, vivente una vita propria. Barcellona ispirerà molti romanzieri: da Manuel Vasquez Montalban a Luis Zafòn, ma prima George Orwell, Omaggio alla Catalogna.
    Il secolo si chiude, come una preveggenza di orrori futuri, su l’Urlo di Munch. La sinuosità, anche qui, dei colori in fiamme da cui emerge solo una bocca che mostra un abisso di buio, mentre intorno tutto è come fuso, come magma incandescente e domina l’angoscia dell’esistere. Già preannuncia l’Espressionismo.
    Prima della Grande Guerra furono le Avanguardie, in primo luogo il Futurismo, a influenzare l’arte, l’architettura e la letteratura.
    I futuristi, attaccando il vecchiume passatista, furono accesi interventisti giungendo con Marinetti a definire la guerra sola igiene del mondo. La sperimentazione di stili, di oggetti, delle pitture che dovevano esprimere il movimento, il dinamismo, la macchina, l’aereo, tutto si proiettava verso il futuro. Pensiamo a Boccioni e ai suoi cavalli imbizzarriti o a Balla e la lampadina accesa nel colore scomposto per rendere il movimento. L’Architettura fu influenzata dal Futurismo, basti pensare a Sant’Elia visionario che progettò una città futurista e altro portati a termine da Terragni perché morì in guerra.
    In tale clima si forma la personalità artistica di Terragni che dal 1926 comincerà a progettare portando a termine il Monumento ai Caduti sul Lungolago di Como progettato da Sant’Elia. Così farà per l’Asilo Sant’Elia. Rifacendosi ai modelli di Le Corbusier  e delle avanguardie, il razionalismo propugnava la linearità delle forme, la simmetria, la leggerezza, l’economia, la funzionalità, l’uso del cemento e del vetro, l’equilibrio di vuoti e pieni, l’inserimento della costruzione nello spazio. Terragni farà propri tali principi coniugandoli col classicismo di Novecento e declinandoli da dar forma al cosiddetto razionalismo lariano. Ciò culminerà nella Casa del Fascio di Como (1932–1936). In essa, lieve nelle forme, l’equilibrio è perfetto. Tutto è studiato da costruire un prisma. L’uso del vetro dà luminosità e interno ed esterno si compenetrano in un tutto organico. Tutti i particolari sono progettati ad hoc da costituire un’opera d’arte totale.        

  • ROTH, PERCHE' SCRIVERE?

    data: 04/01/2019 16:25

    Perché scrivere? - ultimo recentissimo volume che conclude la pubblicazione dell’Opera omnia di Philip Roth, edita da Einaudi - contiene scritti, saggi, conversazioni (dal 1960 al 2013) con altri amici scrittori, tra i quali Primo Levi, Milan Kundera, Aharon Appelfeld. E’ un vero gioiello di arte affabulatoria che ci consente di entrare nel mondo dello scrittore: un continuo intrecciarsi di arte e vita in cui l’opera narrativa attinge dall’esistenza dello scrittore.
    Roth (Newark, 1933 – ivi, 2018), origine ebraica, ci ha lasciato trentuno libri di cui ventisette tra romanzi e racconti. Più volte candidato meritatamente al Nobel, l’ha purtroppo mancato per quelle strane combinazioni che hanno privato di questo riconoscimento scrittori della levatura di Borges. Roth ha ottenuto comunque il Premio Pulitzer, il Man Booker International Prize, il National Book Award e, dai Presidenti Clinton e Obama, la National Medal of Arts e la National Humanities Medal.
    Ci ha fornito un ritratto della esperienza ebraica americana tra Novecento e Duemila attraverso alter ego tra i quali Nathan Zuckerman. Ha trattato le sue origini spesso criticamente, ricevendo l’ingiusta accusa di antisemitismo. Ironico, graffiante, polemico, profondo conoscitore dell’universo ebraico americano, di cui tratteggia nella sua opera i difetti, le autocelebrazioni, i miti, le idiosincrasie e le manie, dandone uno spaccato esaustivo e avvincente. Nelle prime pagine di Perché scrivere?, dopo aver immaginato che Kafka fosse il suo docente di lingua ebraica, in una mescolanza di autobiografia, fresca e stupefacente capacità narrativa, traendo materia di racconto da spunti letterari, rivela una profondissima e mimetica conoscenza della letteratura mondiale: in Scrivere narrativa americana, discorso del 1960 tenuto alla Stanford University, viene esaminata criticamente la società americana contemporanea quale presentata dai mass media. Interessantissimo schizzo di una società opulenta, dominata dall’apparire, dalla pubblicità, dal continuo cicaleccio dei mass media che tutto rimescolano e triturano nelle fauci di Moloch alla ricerca del particolare che faccia notizia. Una pagina di esemplare freschezza che sembra scritta oggi nella nostra società postmoderna ed era già realtà negli States di quasi sessant’anni fa.
    Mi viene da citare l’analisi di Packard I persuasori occulti (Feltrinelli) o la riflessione di Edgar Morin ne Lo spirito del tempo recentemente edito in una nuova traduzione da Meltemi. Roth sottolinea l’impossibilità di scrivere narrativa americana in un clima in cui il banale quotidiano, fatto da elettrodomestici, agenzie pubblicitarie, gossip, universo di plastica, sono oggetto di narrazione di serie B. Ma egli cita Mailer, Styron, Malamud, Salinger, Bellow, tutti nomi di rilievo. La situazione comune e angosciante della realtà esaminata da Roth pesa sullo scrittore. Egli sbatte contro la quotidianità e allora si rifugia in mondi immaginari o nella celebrazione dell’Io. Ma talvolta, come in Uomo invisibile di Ellison, l’eroe è solo, solissimo. Eglihacombattuto contro il mondo e ha finito per ritrarsi nel sottosuolo, vivere lì. Interessantissimi saggi Nuovi stereotipi ebrei e Scrivere di ebrei in cui emerge l’officina dello scrittore, un grandissimo Roth.
    In Chiacchere di bottega Roth raccoglie le conversazioni con altri scrittori tra i quali Primo Levi. E’ un incontro pacato e toccante se si pensa che poco dopo Levi, senza darne segni premonitori, si sarebbe suicidato. Per Roth la scelta di vita fatta di stretti legami con la comunità di appartenenza è stata, al pari del capolavoro dello scrittore su Auschwitz, una sorta di vigorosa e profonda risposta a coloro che hanno cercato in ogni modo di troncare tutte le sue relazioni e di eliminare lui e i suoi simili dalla storia. Forse mi viene da pensare che Auschwitz, a distanza di una vita, abbia lasciato segni indelebili come quel numero marchiato a fuoco nella carne viva che fungeva da memento e una sorta di senso di colpa per essere sopravvissuto mentre i musulmani, senza risorse, i sommersi, come scriveva Primo Levi, fossero in fondo i salvati. Essitestimoniavanoconlalorofine e costringevano i vivi a raccontare, a portare un fardello troppo pesante.
    Un libro ricchissimo e fonte di mille riflessioni sulla scrittura, l’ispirazione, la società, l’essere ebreo, la vita, la letteratura, la cultura e, infine anche la liberazione dal demone della scrittura. Demone di cui Roth si è sbarazzato lasciandoci una grandissima eredità fatta di infinite letture come dono di una vita.   

     

  • SOLITUDINE DIGITALE

    data: 21/12/2018 22:01

    Marc Augé, etnologo africanista, filosofo e esploratore del mondo contemporaneo, nel recentissimo saggio dal titolo Cuori allo schermo (Piemme), confronto con Raphael Bessis, studioso dell’universo digitale, ci offre una ulteriore prova della capacità di analisi e comprensione della contemporaneità definita surmodernità. Egli applica il metodo etnologico alla società postmoderna e ai fenomeni che la riguardano. Nella sua riflessione illumina con sguardo attento la società digitale e i problemi che la interessano. E’ come se l’opera di Augé fosse una costruzione fatta di tanti apporti di cui i saggi rappresentano  tappe che delineano una vera e propria Weltanschauung, una mappa per comprendere l’universo globalizzato.
    Nel dialogo con Bessis si appunta l’attenzione sul mondo digitale e la solitudine dell’uomo contemporaneo. Dietro lo schermo del computer si celano tante identità che non si riesce a cogliere nonostante siamo immersi nell’universo della comunicazione. Augé lo definisce delle tre C: circolazione, comunicazione, consumo. L’indagine antropologica è costituita da tre elementi principali: spazio, tempo, soggettività. L’etnologo partecipa di due spazi tra la realtà etnologica e la sua formazione di uomo e studioso occidentale che rifugge l’etnocentrismo ma non partecipa completamente del mondo altro. Analogia tra etnologo e internauta, studioso del mondo parallelo del Web.
    Per Augé, il cybernauta non ha di fronte un uomo vero ma un’immagine e la comunicazione ne è condizionata. Egli nota come Internet crei assuefazione e depressione. Il metodo dell’osservazione partecipante e l’atteggiamento empatico inteso da Augé  come partecipazione a livello intellettuale, comprensione dell’altro da sé, dell’alterità e di ciò di cui quest’ultimo è portatore, viene proficuamente applicato allo studio dei fenomeni del mondo contemporaneo. Fondamentale per l’antropologia è il concetto di altro che è anche individuo di contro alla società digitale in cui scompare l’identità, la profondità dell’essere umano, che lasciano il posto a fantasmi, sorta di avatar, identità fittizie che non comunicano pur immersi nel flusso perenne della comunicazione. L’antropologia dà importanza alla questione del senso come relazione con l’altro istituzionalizzata.
    La famiglia, il matrimonio, le fasce d’età sono codificazioni del rapporto con l’altro. Quindi si intende il senso sociale che si rifà alla cultura. L’emergere dell’individuo è cominciato tra il XVII e XVIII secolo in contrapposizione a istituzioni e forme sociali oppressive. Montesquieu e Voltaire affermano la molteplicità delle culture. Si pensi alle Lettere persiane dove specchiandoci nell’Altro facciamo emergere noi stessi. L’individualità e la questione dell’altro sono fenomeni europei. Poiché l’identità si costruisce nella relazione con gli altri, quando vi è una crisi nel rapporto con il prossimo vi è un deficit di simbolismo e la propria identità viene messa in discussione. Nelle società globalizzate vi è tale situazione. Manca il legame culturale che unisce gli esseri umani, da qui la crisi di senso e il male di vivere che si esprime anche patologicamente.
    L’antropologia dà importanza al contesto e all’osservazione partecipante e come disciplina storica guarda l’uomo e il mondo. L’immaginario occidentale attuale si manifesta con la fine dei miti di fondazione avvenuta con la modernità anche se le religioni non sono scomparse ma hanno spesso dato luogo a commistioni e sincretismi. Il vuoto così creato ha fatto emergere filosofie individuali. Fondamentale per Augé il concetto di nonluoghi, ovvero spazi privi di simbolismo, come metro, stazioni, aeroporti, centri commerciali in cui non si comunica e  manca un codice che definisca il rapporto con l’altro. Una sorta di spazio liminale (da limen, soglia). Il Mondo sembra diventato un nonluogo. Il tempo della globalizzazione scorre velocissimo ma appiattito in un eterno presente senza prospettiva storica. Il presente è come un buco nero che inghiotte il passato e il futuro. Esso è segnato dalla velocità e dal flusso inarrestabile di immagini. Tempo planetario creato dalla mondializzazione. Il nostro mondo è privo di esotismo, dedito al consumo di oggetti come di immagini e all’individualismo. Potere delle immagini che attraggono chi sta davanti allo schermo da desiderare di passare dall’altra parte.
    Oltre al voyerismo più marcato è l’esibizionismo. Le immagini e la presentazione che di esse fanno i media annulla la distinzione tra finzione e realtà e  la spettacolarizza. Le immagini sono spettri, si attua la finzionalizzazione della realtà. L’uomo contemporaneo vive una vertiginosa solitudine, manca il confronto con l’altro su cui Augé si sofferma. Ma lo sguardo critico dello studioso si apre alla speranza di un cambiamento auspicando una rivoluzione, la presa di coscienza da parte degli uomini di essere liberi e capaci di immaginare e di rivolgere lo sguardo verso l’Altro.
     
     
     
     

  • L'ITALIA AI TEMPI DI BENITO

    data: 13/12/2018 19:31

    È appena uscito in edizione economica nella collana Oscar Storia Mondadori, il saggio di Emilio Gentile In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri. Storico del Fascismo, Docente Emerito a La Sapienza, Accademico dei Lincei, studioso di fama internazionale, allievo di Renzo de Felice, Gentile ci dà in questo saggio una illuminante lettura dell’Italia vista dal di fuori, da giornalisti, storici, intellettuali, scrittori stranieri che colgono, a cominciare dall’inizio del Novecento, le caratteristiche, i difetti, i pregi di un popolo e dei suoi governanti, una Nazione e un Paese che sin dai tempi del Grand Tour aveva attratto per le bellezze artistiche, storiche e paesaggistiche poeti e letterati, artisti che avevano riscoperto le antichità classiche elaborando i canoni del classicismo, basti pensare a Winkelmann.
    L’attenzione di Gentile si appunta sul periodo ante Grande Guerra fino allo sbarco degli Angloamericani in Sicilia e al definitivo crollo del Fascismo.
    Edgar Ansel Mowrer, corrispondente in Italia del Chicago Daily News, seguirà tutto il percorso storico a cominciare dal primo incontro con Mussolini il 1° Maggio 1915 durante un comizio a Milano a favore della causa interventista per la conquista dei territori irredenti di Trento, Trieste e la Dalmazia. L’ex direttore del quotidiano socialista Avanti! gli spiegò che inizialmente aveva osteggiato l’intervento per poi sentire il richiamo della Patria e dissentire con la linea internazionalista e neutralista del Partito fino ad esserne espulso. Fondò così il Popolo d’Italia dalle cui pagine sostenne con toni accesi l’intervento. Gli suggerì di ascoltare il giorno dopo il discorso di d’Annunzio, vate della nuova Italia, a Quarto. Mowrer ci andò, lo trovò ampolloso e retorico ma capace di accendere gli animi e fu l’incontro col nazionalismo italiano.
    Il giornalista americano avrebbe amato l’Italia e imparato a conoscerla ammirando quello che sarebbe diventato il suo Duce. Egli fu inviato di guerra ma dopo riesplosero gli antagonismi nazionalisti tra vincitori e vinti. Affascinato dalle bellezze artistiche e naturali, dal carattere della gente, scrisse un libro dal titolo Immortal Italy (Italia immortale). Altri osservatori in quei tempi videro nell’Italia il mito che aveva attirato gli artisti nei secoli precedenti. La vittoria sugli Austro Tedeschi dopo la disastrosa rotta di Caporetto fu segno di un senso di patriottismo che segnò anche la presa di coscienza delle nuove generazioni che richiesero i riconoscimenti promessi nei momenti più duri della guerra. Così ci fu al Sud l’occupazione dei latifondi improduttivi e parassitari con la richiesta che la promessa di terra ai contadini venisse mantenuta. Anche le fabbriche del Nord videro la presa di coscienza della classe lavoratrice e dal 1919 cominciarono scioperi in tutti i settori fino a giungere nel settembre 1920 all’occupazione delle fabbriche.
    Gli osservatori leggevano in tale situazione un negativo prodromo all’anarchia e alla dissoluzione. Il malcontento generale era dovuto anche, notarono Mowrer, Alazard, Cambo e altri, alla delusione per quella che tutti ritenevano una vittoria mutilata, per il fatto che gli Alleati non avessero concesso la Dalmazia e soprattutto Fiume a tutti gli effetti italiana. Ciò avvenne per frenare le mire italiane sui Balcani dove fu favorita dagli alleati la nascita di un nuovo Stato: la Jugoslavia. Lo storico francese Hazard notò che, delusi gli interventisti, furono i neutralisti, socialisti e cattolici, ad acquistare proseliti. Egli registrava il malumore di tutte le classi sociali contro i governanti che avevano condotto il Paese in guerra.
    L’Italia era, secondo gli osservatori stranieri, nel caos più totale con un diffuso disprezzo delle masse per i militari (Beals e Mowrer). Questa anarchia, secondo Herron, sarebbe stata determinata dalla propaganda bolscevica e dalla propaganda occulta controllata finanziariamente da potenze straniere che temevano la ripresa economica dell’Italia. Nel settembre 1920 dopo difficili trattative, mediatore il governo Giolitti, la Confindustria e il Sindacato si accordarono sulle richieste salariali e sul controllo operaio dell’industria. Si concludeva così il biennio rosso da cui sarebbe cominciata la parabola discendente delle forze socialiste anche per via della scissione del Congresso di Livorno, nel gennaio 1921 che segnò la nascita del Partito comunista d’Italia fondato da Antonio Gramsci.
    Beals sosteneva che l’autunno 1920 fosse il momento più decisivo del dopoguerra italiano ma in senso negativo in quanto il momento di maggior trionfo delle forze rivoluzionarie coincideva con la disillusione dei lavoratori nei confronti del Bolscevismo russo. La disorganizzazione cui andava incontro il proletariato coincideva con l’organizzazione dei ceti tradizionali, dei contadini e della piccola borghesia. Appoggiato dagli agrari e dagli industriali, dai delusi di ogni ceto il fascismo cominciò la sua ascesa su una dimensione nazionale. La fine del biennio rosso vedeva l’inizio della guerra civile.
    Si sviluppò così il movimento dei Fasci di combattimento fondato da Mussolini a Milano in Piazza San Sepolcro (da qui il termine di sansepolcristi dei militanti della prima ora), e il fenomeno dello squadrismo e delle camicie nere. Alla fine del 1920 cominciò la reazione armata dei fascisti contro le organizzazioni del proletariato. Il fascismo per Mowrer fu conservatore ma profondamente rivoluzionario e repubblicano, contrario alla democrazia, al liberalismo e al pacifismo. La violenza squadrista si diffuse nella Pianura Padana e in Toscana ma tutto il Paese vide un crescendo di efferatezze. Lo Stato stava a guardare, anzi favoriva lo sviluppo di questo frutto amaro nato dal proprio ventre.
    L’esercito, sottolineava Beals, forniva armi e appoggio al movimento che imperversava impunito. Secondo Pernot per evitare la rivoluzione l’autorità rinunciava a esercitare i propri diritti e il governo si asteneva temporaneamente dall’esercitare la sua funzione contenendo i rischi in attesa di tempi migliori. In tale atteggiamento Mowrer vide il perpetuarsi di un difetto insito fin dall’Unità, cioè il ruolo decisivo delle minoranze nella storia d’Italia. La carenza di senso civico, di una religione civile, la considerazione da parte della maggioranza dello Stato – patrigno  rendeva inevitabile il predominio di una fazione. Nelle elezioni del 1921 si affermarono i fascisti a danno di socialisti e popolari.
    Si giunse così all’agosto 1922, quando il fascismo, divenuto partito, PNF, si affermava ancor più e da più parti si parlava di marciare su Roma. E, con il diniego di Vittorio Emanuele di firmare lo stato d’assedio per la Capitale e il successivo conferimento dell’incarico al Cavaliere Benito Mussolini di formare il nuovo governo, il 30 ottobre 1922 Mussolini assunse il potere. Beals tenne un diario dei giorni della Marcia. Riportò una frase di Cavour La paix est signeé. Le drame est fini. E aggiunse gli eventi di questi ultimi giorni sono parte di una tendenza europea che è iniziata con la Grande Guerra, comprende la rivoluzione russa, e può non concludersi durante la nostra generazione.

    Saggio chiaro e avvincente come un romanzo, scritto con mano sicura da grande divulgatore, approfondisce i punti chiave della storia della prima metà del Secolo breve partendo dal nodo che avrebbe determinato le vicende successive: la Grande Guerra e che ebbe in Mussolini l’inventore del Fascismo considerato peculiarità italiana. Lascio ai lettori la sorpresa di leggere l’intero saggio.            

  • I VINTI DI VITTORIO VENETO

    data: 13/12/2018 19:02

    L’ultima fatica dello storico Mario Isnenghi, già docente nelle Università di Padova, Torino e Venezia, in collaborazione con Paolo Pozzato, docente di storia e filosofia a Bassano ed esperto di Storia militare della Grande Guerra, è dedicata a come è stata vissuta la battaglia di Vittorio Veneto dagli Austroungarici. Già il titolo dell’interessantissimo saggio I vinti di Vittorio Veneto, edito da Il Mulino (pag, 385, euro 26), ci mostra l’angolo visuale da cui parte e si sviluppa la ricerca, quello dei vinti che si trovarono improvvisamente a fare i conti con lo sfacelo della compagine imperiale e con le defezioni e gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali da cui era costituito l’esercito dell’Impero asburgico. Entità sovranazionale prestigiosa e dalla durata secolare, l’Impero implose e si disgregò perdendo le componenti slave, ceche, ungheresi, polacche che in un moto centrifugo finirono per rendersi indipendenti dando vita a Stati nazionali e al costituirsi di un nuovo assetto geopolitico dell’Europa.
    Fu la fine di un mondo che pareva monolitico e esso venne vissuto come un lutto, la finis Austriae di cui scriveranno, tra gli altri, Joseph Roth e Stefan Zweig. Il saggio comprende una parte introduttiva curata da Isnenghi che illustra il vissuto e la percezione che ebbero della fine gli Austro tedeschi che attinge a tante fonti memorialistiche e diaristiche in un fervore di testimonianze che esprimono i punti di vista più vari. Isnenghi mostra come sempre attenzione alla Storia degli individui, delle persone, dei piccoli, e ci pone davanti a una prospettiva globale, una polifonia, da cui si può avere una visione ampia e articolata. Quindi si lascia spazio ai combattenti o ex combattenti per poi passare nella seconda parte, alla visione dei grandi scrittori e intellettuali, tra cui Thomas Mann che scrisse le Considerazioni di un impolitico, manifesto bellicista e filotedesco, a Guerra ormai conclusa, e poi Musil che mostra la dura educazione in un collegio prussiano, Hermann Hesse, anch’egli in Sotto la ruota condanna la durezza educativa. E poi Heinrich Mann molto più aperto a preveggente del fratello. Tanti sono i nomi famosi che non si sottraggono al dibattito, spesso acceso sul durante e sul dopo  e che spesso si sono dimostrati in consonanza col comune sentire.
    I testimoni combattenti scrivono con sempre presente l’essere stati un noi, raccontano una realtà perduta nella dissoluzione dei reparti. Ciò che pareva eterno e monolitico si frantuma e improvvisamente, scrive Isnenghi, la frattura e la discontinuità si rovesciano in valore. I racconti narrano lo sfacelo, il tramonto. Anche i reduci austriaci e tedeschi, come i reduci italiani, non si ritrovano più in un mondo mutato che non li comprende. Creano associazioni, gruppi e fanno scrivere i ricordi da uno per tutti. C’è la necessità di testimoniare. I testi sono antologizzati e spesso tradotti da Pozzato nella seconda parte del libro.
    Isnenghi mette in evidenza come gli austro tedeschi facciano gruppo a sé e abbiano una considerazione negativa degli slavi, dei cechi, degli ungheresi, dei polacchi che prima del crollo finale si ribellano e rivolgono le armi verso quelli che fino a un attimo prima erano commilitoni. C’è il senso del tradimento. Gli italiani sono considerati fedifraghi, quelli che erano alleati e sono passati con l’Intesa, inetti, il popolo di Caporetto non può essere lo stesso di Vittorio Veneto. Ergo: la battaglia di Vittorio Veneto non esiste. Gli italiani non hanno vinto: sono stati francesi, inglesi a combattere. Sprezzo per gli italiani.
    Al medesimo modo emerge lo sprezzo per i socialisti che sono considerati in Germania e Austria tra le due Guerre imboscati che hanno tramato nell’ombra, al medesimo modo anche gli ebrei saranno visti come traditori e così considerata la Repubblica di Weimar e si vedrà quali risultati produrrà l’esacerbazione e il senso di tradimento e di rivalsa nei confronti delle dure condizioni imposte dai vincitori. Dagli scritti emerge, anche dopo anni, il militarismo, il credo pangermanista. Non si riesce a capacitarsi perché, scrive Isnenghi, non si può perdere vincendo stando ancora oltre le linee. Allora l’armistizio è considerato un tradimento.

    Nelle testimonianze emergono i patimenti, la fame che fa sentire i suoi morsi e leva le forze. L’esercito si dissolve nella totale anomia: chi comanda chi? Nelle testimonianze raccolte con passione e curate con attenzione e competenza da Pozzato, è presente tutto ciò e si può toccare con mano il vissuto profondo degli invitti. Non mancano pagine toccanti. La prigionia, l’ultimo attacco degli Schützen a cavallo, cinque anni di guerra. Riemerge un mondo che  ci parla e che a un secolo di distanza è ancora vivo e il cui ricordo deve essere preservato con cura affinché il passato non ritorni perché ciò che si dimentica prima o poi presenterà il conto.  

  • CONSERVARE LA MEMORIA

    data: 26/11/2018 18:54

    Lettera a Giuseppe Marchetti Tricamo, a proposito del suo articolo "1915-1918". Conservare la memoria per le generazioni future".
    Carissimo Giuseppe, ho letto il tuo bellissimo articolo sulla Grande Guerra. Mi trovo in completo accordo con ciò che scrivi e sulla necessità di conservare la memoria affinché il passato non ritorni e le nuove generazioni sappiano ciò che è accaduto. E poi che dire del richiamo al Presidente Ciampi? E' verissimo! Ciò che è pericoloso è l'infiacchimento morale, il lassismo morale. Ora che gli ultimi testimoni che hanno combattuto non ci sono più tocca a noi tenere deste le coscienze. I miei nonni avevano combattuto entrambi nella Grande Guerra, in particolare nonno Fenu in prima linea, mentre il padre di mamma nella Finanza di mare. E raccontavano e mi raccontavano le difficoltà della vita di trincea, mentre nonno Mereu mi diceva che, lui piccolino, aveva un fucile ad avancarica (questo la dice lunga sull'equipaggiamento dei nostri soldati) e per caricarlo doveva posarlo e fare un passo avanti tanto il fucile era lungo!!! Ma lui ci faceva dell'ironia, aveva una "verve", era sottile!!! Invece nonno Fenu aveva uno zaino talmente pesante che gli aveva lasciato per tutta la vita il segno visibile e doloroso, delle bretelle. Nonno Fenu, figlio unico di madre vedova, non sarebbe dovuto andare in guerra invece fu richiamato. Quando la Patria chiama!!!
    Ho pensato di inviare la recensione del saggio di Isnenghi e Pozzato "I vinti di Vittorio Veneto" che raccoglie memoriali e diari della disfatta degli Austroungarici e le percezioni del crollo dell'Impero plurisecolare con gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali all'indomani dell'Armistizio. Proprio la "finis Austriae"!!! Come sempre Isnenghi è attento a cogliere le testimonianze dei singoli da varie prospettive, dal "basso" e tra gli ufficiali. Con una parte antologica curata da Paolo Pozzato possiamo "toccare con mano" il vissuto dei combattenti "dall'altra parte". Merita, secondo me, è un saggio recentissimo, edito da Il Mulino.  

  • HO VISTO AGIRE S'ACCABADORA
    di Dolores Turchi

    data: 26/11/2018 18:47

    La Sardegna, definita quasi un continente, a causa dell’isolamento che l’ha caratterizzata, ha dato vita alla Civiltà nuragica, unica e peculiare. Ma per la posizione al centro del Mediterraneo è stata anche punto d’incontro, lungo le coste, di popolazioni orientali con l’elemento autoctono. Queste condizioni hanno dato luogo, dal punto di vista culturale, a tendenze recessive che hanno permesso la conservazione di usi ancestrali e, con l’introduzione del Cristianesimo, a interessantissimi e importantissimi sincretismi magico – religiosi, vere sopravvivenze di cui ci è data testimonianza dai Sinodi, da sentenze inquisitoriali e, in epoca più vicina a noi, da viaggiatori e studiosi.Alberto La Marmora, in primis, diede dettagliatissima relazione nel suo Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825 su cui si basano tutti gli studi successivi.
    Il fenomeno sul quale voglio riferire, studiato con passione e competenza dalla professoressa Dolores Turchi, studiosa di Tradizioni popolari, riguarda l’eutanasia. Col termine Accabadora si indica una particolare persona che, con molta discrezione, veniva chiamata al capezzale di un morente la cui agonia sembrava non avesse fine. Accabadora deriva dal verbo accabare, a sua volta dal fenicio ed arabo hacab (por fine), ella praticava una forma di eutanasia. Perché donna? Certe donne conoscevano il potere delle erbe, di gesti apotropaici, realizzavano amuleti, e donne erano anche le persone che eseguivano i lamenti funebri, gli attitos in cerchio, sa roda, attorno al defunto. Antichissima origine il lamento, il canto rituale. Pratiche sincretistiche che segnavano il passaggio da uno stato o fase a un altro come Van Gennep ha illustrato ne I riti di passaggio (Bollati Boringhieri).
    Dolores Turchi ha raccolto la prima testimonianza oculare di una persona novantenne sull’operato de s’Accabadora nel saggio Ho visto agire s’accabadora (Edizioni Iris) e al quale è allegato il dvd col filmato dell’intervista all’anziana testimone. Secondo la studiosa la lunga agonia aveva per causa peccati che il morente aveva compiuto in vita e che era necessario espiare per morire serenamente. Tra essi bruciare un giogo o aver spostato una pietra di confine. L’Autrice, raccolte molte testimonianze in varie località della Sardegna, si convinse che si trattava di tabu di cui si era dimenticato il significato originario. Bisognava allora mettere un giogo, su juale, in miniatura sotto il capo del morente o un ciottolo. S’Accabadora agiva come ultima ratio soffocando o colpendo il capo del moribondo o con su juale o con su mazzuccu, un martello di radice di olivastro. Un attimo e tutto era finito.
    La convinzione generale era che si agisse per il bene del malato. L’usanza era diffusa in tutta l’Isola. Ma non solo. Turchi già nel saggio Lo sciamanesimo in Sardegna (Newton Compton), sostiene che tale uso era diffuso in Italia centro meridionale. Pitré riporta credenze analoghe in Sicilia nel saggio Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Anche in Francia è attestata tale credenza. Mentre in Friuli, nelle regioni ladine, l’oggetto apotropaico è un pettine. Turchi fa riferimento al saggio della Gimbutas, Il linguaggio della dea (Longanesi) che segnala la presenza del pettine come amuleto in figurine stilizzate del Neolitico. Alla base di tutto vi sarebbe, secondo Turchi, un’antica religione dimenticata di cui restano sincretismi e sopravvivenze. Ella ipotizza che non si avesse paura della punizione nell’aldilà bensì la punizione concreta in questa vita da scontare con la lunga agonia per cui, come un’antica sacerdotessa, interveniva s’Accabadora.  
    Tra gli usi vi erano preghiere a Sant’Anna e Santa Marta affinché scongiurassero una lunga agonia tagliando il filo della vita e ricomponendolo. In questo caso le due Sante sarebbero una rielaborazione cristiana della Dea Madre e della Parca romana. Sant’Anna protegge le partorienti, la Parca reciderebbe il filo della vita. In una testimonianza raccolta a Busachi si fa riferimento al diavolo che s’Accabadora aveva pronunciato col nome antico, Micidissu. Deriverebbe da Ningirsu, divinità della città sumera di Lagash, massima divinità della città e figlio di Enlil supremo del Pantheon sumerico. Al culto di Ningirsu era dedicato uno ziqqurat, in tutto simile a quello, unicum nel bacino del Mediterraneo, di Monte d’Accoddi presso Porto Torres datato al 2500 a.C. Poiché s’Accabadora potesse agire con successo era necessario che tutto ciò che vi era di sacro nella stanza del morente fosse portato via perché si riteneva che legasse alla vita il malato. Ciò ci mostra che si agisce in un contesto pagano, altra prova dell’antichità del fenomeno e la possibilità che vi fossero rispecchiati elementi orfici.

    Massimo Pittau, eminente glottologo dell’Università di Sassari, in Credenze religiose degli antichi Sardi (Della Torre) in uno specchio etrusco che raffigura personaggi tra cui Atropo, Parca che recideva il filo della vita, con in mano un martello, vede riflessa la nostra accabadora e ritiene entrambi i popoli essere originari della Lidia.  

  • L'EUROPA DI CHABOD

    data: 22/11/2018 12:54

    Federico Chabod (1901–1960), insigne storico e intellettuale, ha precocemente, in tempi ancora lontani dall’Unione Europea, delineato, analizzandola, la nascita ed evoluzione, vero processo, dell’idea d’Europa. Nel saggio Storia dell’idea d’Europa edito da Laterza lo studioso dà una spiegazione lucida e profonda, nel medesimo tempo chiara, che cattura appassionando e chiarisce tante questioni sollevate dalle recenti vicende che scuotono l’unità dell’Europa. I primi passi verso la creazione di una Comunità europea furono dettati dall’aspirazione, da parte dell’Europa uscita da una terribile Guerra, a creare le condizioni di pace e prosperità che favorissero la fratellanza e ponessero le premesse di crescita economica, morale e intellettuale degli stati e degli individui.
    Ma quali sono gli elementi che permettono di definire e distinguere dagli altri continenti e gruppi umani, l’Europa e gli Europei? Per cominciare Chabod si domanda quando sia nata la coscienza di essere europei, la consapevolezza di possedere peculiarità culturali, storia, insomma una comune Weltanschauung. Sostiene Chabod nel suo saggio che nell’affrontare i problemi storici è fondamentale l’attenzione alle mentalità, al pensiero, agli aspetti culturali, religiosi e alla cultura materiale, indagati con strumenti filologici rendendoli nella loro oggettività lungi dal piegarli al nostro modo attuale di pensare. Importanza delle fonti e dei documenti. Ciò che interessa Chabod è l’Europa come quid distinto dal resto del mondo. Sottolinea Chabod che se di civiltà europea si può parlare fin dall’antichità e nel Medioevo tale aspetto è rafforzato dall’elemento religioso, una vera coscienza di sé la si raggiunge solo nell’età moderna. Coscienza europea significa differenziazione da un “altro da sé”, da ciò che le si contrappone. Questa coscienza si manifesta come opposizione, dai tempi di Alessandro Magno. Ancora una volta il pensiero greco rappresenta un elemento basilare di riferimento per l’evoluzione della speculazione successiva. Se nel mondo greco l’Altro si definisce barbaro, questo concetto va estendendosi a comprendere, con le Guerre persiane, i popoli asiatici che vivono sottomessi poiché incapaci di governarsi da soli, in contrapposizione ai Greci che vivono secondo il Logos, la legge. La creazione dell’ecumene ellenistico da parte di Alessandro finirà per estendere ad altri popoli e paesi questa caratterizzazione. Con l’avvento del Cristianesimo il termine barbaro indicherà i non cristiani. Con la fine dell’Impero Romano e la scissione in Oriente e Occidente, Roma e Bisanzio, le due parti si contrapporranno per questioni politiche, religiose, etniche e culturali e il barbaro saràilnonRomano che finirà però per amalgamarsi ad esso con la creazione dei regni Romano – barbarici . Il Cristianesimo sarà discrimine tra i popoli e nel Medioevo imbeverà tutte le espressioni intellettuali, manifestandosi come una potentissima Weltanschauung che condizionerà col suo afflato, non immune da feroci controversie teologiche e di potere, tutto un mondo fino all’Illuminismo. Mentre con la conquista turca dei Balcani l’Oriente verrà considerato terra di barbarie. Il Medioevo vedrà la concezione della reductio ad unum, unione del potere spirituale e temporale nelle mani dell’Imperatore, come proposto da Dante nel De Monarchia. Anche Dante parlerà di Europa intendendo i confini occidentali dell’ecumene, mentre l’attuale Est europeo e la Grecia sono mondo a sé.
    Machiavelli renderà conto del grande movimento di popoli a creare un amalgama che vedrà la civilizzazione di una parte di essi e il confluire nell’Europa. Sarà Enea Silvio Piccolomini, grandissimo intellettuale, che formulerà l’apprezzamento dei valori culturali europei fondati sulla tradizione classica, sul culto di Roma e sul pensiero antico avvicinandosi a ciò che Voltaire definirà republique litteraire per comprendere l’universo nato dalle guerre di religione. Prima di Voltaire sono l’Umanesimo e il Rinascimento a elaborare il concetto di Europa luogo di cultura, letterati che portano la luce della civiltà dove era solo superstizione. L’Umanesimo rivestirà un importantissimo ruolo nell’elaborazione dell’idea d’Europa. In Erasmo da Rotterdam, maggiore di tutti gli umanisti d’oltralpe, si trova il concetto di antibarbarismo, volto alla salvaguardia delle popolazioni Amerindie. Ma è sempre una visione cristiana, differente dal laicismo illuminista.
    La prima formulazione dell’idea di Europa al di fuori di una visione confessionale la troviamo in Machiavelli ed è una formulazione politica. Il Padre della moderna Scienza politica sottolinea come l’Europa sola abbia avuto repubbliche e qualche regno a differenza dell’Asia e degli altri continenti. Si delinea così un modo di differenziazione che è peculiare dell’Europa. Ma Machiavelli guarda alla grandezza del Principe e dello Stato. Saranno gli Illuministi a porre in primo luogo il benessere dell’individuo di cui lo Stato si fa garante. Voltaire appunterà l’attenzione sulla necessità di mantenere un equilibrio di poteri negli Stati per garantire un equilibrio tra Stati. Ma sarà Montesquieu nel capolavoro Esprit des lois (1748) a elaborare la tripartizione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario, che garantiscono la libertà politica e che sarà alla base del moderno stato liberale. Fondamentale è, inoltre, il vivissimo senso di libertà. Esaltazione dell’Europa.Anche in questo caso si parte da un’opposizione tra civiltà ma ora sono gli altri a guardarci come nelle Lettere persiane di Montesquieu. Nelle considerazioni politiche emerge netta la differenza dell’Europa rispetto all’Asia. Vita e costumi sono ancor più differenziati soprattutto si sottolinea la libertà di cui godono le donne europee. E poi la socievolezza, l’esprit de société, motivo di fondamentale importanza alla base del concetto di civilisation e di Europe. Montesquieu ovvero il suo alter ego persiano, si soffermerà sul dinamismo, la laboriosità dell’Europeo, una vera etica del lavoro che secondo Chabod annuncia il capitalismo. Febbre del lavoro e sviluppo della scienza e della tecnica e nuove invenzioni. Ma si sottolinea anche il cattivo uso della tecnica quando posta al servizio della distruzione e della guerra. Caratteristica dell’Europa è lo sviluppo delle scienze e del metodo sperimentale che vedono Galileo e Newton punte di diamante. Inoltre si pongono le basi di ciò che Chabod definisce scientifizzazione delle scienze umane che preconizzerà il Positivismo.
    Voltaire dal canto suo propugnerà la costituzione di una sorta di unione europea. Si viene affermando anche tra autori minori, il senso europeo. Ma l’atmosfera va cambiando con l’emergere prepotente del concetto di nazione. Ora Rousseau sottolinea l’individualità contrapposta all’universalità, il particolare contrapposto al generale. L’Illuminismo segna il passo ed emergono i primi elementi del pensiero romantico. Settecento e Ottocento, l’un contro l’altro armati, porranno le basi della modernità. Rousseau sottolinea la diversità, varietà, peculiarità delle singole nazioni di cui va preservata la unicità contrapposta all’europeismo di Montesquieu e Voltaire. Si esalta l’anima nazionale, l’individualità della nazione che richiede legislazioni differenti che si attaglino alle caratteristiche di ciascuna. Rousseau riconosce l’unità civile dell’Europa ma sostiene che essa non possa sovrastare l’originalità, la identità di ciascuna nazione che la costituisce. La nazione emerge prepotentemente nella storia. Il concetto di Patria, di ethnos, la passione nazionale, non mettono però in discussione quel senso di appartenenza all’Europa come comunanza di cultura, di visione del mondo, di libertà. A questo punto una visione ampia che abbracci in una sintesi fruttuosa l’Europa e la singole nazioni viene proposta da Mazzini che parla non solo di Giovine Italia ma di Giovine Europa. La nazione, scriveMazzini, è mezzo, necessario e nobilissimo per il compimento del fine supremo, cioè l’umanità. Mazzini vede crollare l’Europa dei principi e sorgerne una nuova, quella dei popoli. Redimere i popoli con la coscienza di una missione affidata a ciascuno di essi che dovranno essere portatori di una nuova coscienza civile. Novità della visione ottocentesca è la storicizzazione dei pensieri fondamentali dell’unione europea, esaltazione del Medioevo ma per trarne linfa vitale e considerare la civiltà europea nel suo divenire storico, non solo nel punto d’arrivo. L’illuminismo viene utilizzato in una prospettiva storica. Europa unica e al tempo stesso varia, costituita da molteplicità nazionali il cui apporto realizza la coscienza europea, la civiltà europea. E tutto contribuisce a esaltare la libertà, vera peculiarità della civiltà europea. L’Europa nella sua storia ha rappresentato una sorta di laboratorio di varie forme di governo, e di potere coesistenti, confliggenti a tratti ma al medesimo tempo convergenti in una sorta di amalgama che ne rende l’unicità. Tale dialettica di idee, concezioni, visioni hanno costituito il brodo di coltura di una entità transnazionale che tutto comprende. Verrà esaltato l’aspetto della cristianità dell’Europa ed emergerà anche il nodo del primato che vedrà Gioberti sostenere il primato morale e civile dell’Italia. Purtroppo tale aspetto contiene i germi per l’esaltazione del nazionalismo con le sue nefaste conseguenze.
    Se nel Settecento si è formata la coscienza d’Europa è nell’Ottocento che si storicizza. Senso della storia alla base dell’unità europea e di comprensione dello sviluppo come processo a cui tutte le Età, anche quelle prima ritenute barbare, hanno contribuito.

    Per concludere, sostiene Chabod che i fattori morali e culturali hanno avuto una preminenza esclusiva al formarsi del concetto di Europa e di una coscienza europea                

  • L'UTOPIA DI OLIVETTI

    data: 13/11/2018 12:43

    Franco Ferrarotti, sociologo e intellettuale eccelso, Accademico dei Lincei, padre della Sociologia in Italia, nella sua vita ha conosciuto tanti personaggi illustri e ha avuto l’onore di collaborare, dal 1948 al 1960, con Adriano Olivetti. Con affetto, chiarezza e profondo sentire - in La concreta utopia di Adriano Olivetti, EDB - ne tratteggia ora la personalità e la visione del mondo e della società oltre che l’operato da imprenditore illuminato, attento al benessere dei lavoratori e della comunità che con l’azienda doveva costituire un tutto integrato. Ciò, sottolinea Ferrarotti, non deve intendersi come paternalismo bensì come apertura mentale e lungimiranza da operatore sociale, uomo politico nel senso pieno che sperimentava nel campo industriale una visione complessa e organica che abbracciava la comunità territoriale, la convivenza democratica e il problema della ristrutturazione dello stato che rende la visione olivettiana di notevolissima attualità.
    Preveggenza, acume, profonda umanità, rendono Olivetti un modello scomodo per le camarille e gli interessi di bottega dei politici e dei sindacati tradizionali. Per Olivetti la contrattazione a livello nazionale con le parti sociali da una parte, gli imprenditori dall’altra e il potere politico a mediare non era rispettosa della peculiarità dell’impresa e dei lavoratori e della Comunità. Egli aveva una visione aperta all’Europa e contemporaneamente alla Comunità. Era un socialista, sperimentatore di un progetto riformista aperto al regionalismo che non è panacea per ogni male. Riformatore per temperamento e per convinzione, intellettuale e morale, sostiene Ferrarotti. Era un utopista concreto nel quale progetto ideale e realizzazione pratica si fondevano in un tutto integrato. Umanista ma anche tecnico, riteneva si dovesse conoscere la tecnica delle riforme.
    Coltissimo, credeva profondamente che la cultura elevasse l’uomo. Nato a Ivrea nel 1901, laureatosi in chimica industriale al Politecnico di Torino nel 1924, entrò da subito nella società Olivetti. Soggiornò negli Stati Uniti dove apprese i metodi produttivi e l’organizzazione delle grandi industrie americane. Al rientro mise a frutto ciò che aveva appreso razionalizzando la linea produttiva e formando un nucleo di giovani quadri laureati. In tal modo si accrebbe la produttività e la Olivetti uscì indenne dalla crisi del 1930. Direttore generale dal 1933, proseguì il rinnovamento coinvolgendo anche la comunità locale con iniziative volte a realizzare una armonia fra industria e comunità.
    Sottolinea con forza Ferrarotti che la fabbrica era, per Olivetti, il punto di partenza degli esperimenti sociali e che l’idea di non licenziare portasse il suo Direttore a incentivare creativamente la produzione, ricercare nuovi sbocchi. Gli operai erano per Olivetti non dipendenti bensì fautori, essi stessi, dell’emancipazione della classe operaia alla quale spettava il compito sociale e civile di essere portatrice del valore della giustizia.
    Nel 1948 fondava il Movimento di Comunità e nel dopoguerra le Edizioni di Comunità. Fu presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e elaborò già nel 1937 il piano regolatore della Valle d’Aosta. Egli appuntò il suo interesse alle condizioni del Mezzogiorno considerando l’industrializzazione un processo globale e il progresso un tutto integrato in cui intervenivano varie variabili.
    L’ideale sempre più sentito portò Olivetti a impegnarsi in politica. Eletto in Parlamento e, nel ’59 dimessosi, gli subentrò Ferrarotti che gli promise di rifiutare collaborazioni con i partiti tradizionali e di elaborare un ideale democratico sostanziale. Quella indicata da Olivetti è una terza via che presagiva i mali del nostro presente. Egli guardava lontano anticipando deriva partitocratica, crisi delle istituzioni e della politica. Il suo pensiero, che Ferrarotti, amico fraterno, ci espone in questo denso e sentito saggio, dovrebbe essere ripreso, egli mancò nel 1960. Fu proprio Ferrarotti a fare in Parlamento il discorso commemorativo.

    Ringrazio l’Autore per aver condiviso i suoi ricordi e affetti con noi lettori che non possiamo che trarre un profondo insegnamento.