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CESIRA FENU

  • COME NACQUE IL ROTARY
    DAL LIBRO AL TEATRO

    data: 07/04/2019 17.45

    Nella pièce Succedeva a Chicago in una fredda sera d’inverno, scritta da Giuseppe Marchetti Tricamo che, con la Compagnia Ad Hoc - debutterà in prima nazionale il 6 maggio alle ore 20:30 al Teatro Manzoni di Roma (ma si potrà leggere: il libro è edito da Ibiskos – Ulivieri) - si rappresenta magistralmente in forma poetica e appassionata, la vicenda del giovane avvocato Paul Harris e dei suoi amici che il 23 febbraio 1905 diedero vita a Chicago, sulle rive del lago Michigan, al Rotary, importantissima organizzazione filantropica che si è diffusa in tutto il mondo entrando a far parte del Consiglio delle Nazioni Unite.
    Assistiamo, nel susseguirsi dei quadri e delle scene, con in sottofondo lo swing della tromba di Buddy Bolden, il sapiente uso dei chiaroscuri, le luci soffuse, l’emergere dei protagonisti dal fondo verso il proscenio, al vivace dialogo e le varie fasi dell’elaborazione dell’idea, fino al suo inverarsi quando, a fine rappresentazione Paul e Jean Thomson, sua moglie, ormai anziani, ripercorreranno le tappe di un viaggio lungo un sogno. Anzi, proprio la prima scena vede Jean sola in una stanza illuminata, nella casa di Comely Bank sulle colline di Chicago, ricordare ed ella rimane poi in penombra quando entrano in scena i quattro amici. Mi pare, oserei, che l’Autore abbia sottolineato in tal modo l’importanza del ruolo della compagna di una vita di Paul Harris e quella di tutte le donne che, pur profondendo tante energie, non poterono entrare ufficialmente nel Rotary fino agli anni Settanta.
    Composta di sette scene la pièce ci mostra l’ambiente americano in cui i protagonisti si muovono. La Chicago trasformatasi in pochi anni da poco più che un paese in una metropoli industriale e mercantile, nella quale fu costruito il primo grattacielo, che doveva fare i conti con il gangsterismo portato dal flusso immigratorio soprattutto di origine italiana. Tutti gli amici si lamentano del venir meno, con la crescita incontrollata della città, dei valori di solidarietà, di umanità, amicizia, vicinato in un vivere frenetico indifferente e con tanta povertà. Harris sostiene che non si debba fare l’elemosina a chi non ha mezzi, bensì cercare di aiutarlo perché riesca a prendere in mano la propria vita. L’umanesimo propugnato da Harris, il valore dei rapporti umani e dell’amicizia, sarà questa una delle basi di fondo di tutti i Rotariani che oltre l’impegno in campo sociale, morale, li ha visti occuparsi nella campagna di eradicazione della polio e nel Terzo Mondo – ma non solo – combattere la denutrizione, la carestia e le tante malattie frutto della povertà.
    La pièce evidenzia con tocco lieve e al tempo stesso fortemente icastico, le similitudini di quei tempi col nostro presente. Gli Stati Uniti che dovevano fare i conti con una immigrazione da tutto il mondo che portava anche gli italiani a volere la merica. Così Paul Harris e i suoi amici discutono dell’arrivo a Ellis Island e dell’attesa cui dovevano sottostare i migranti. E la statua della Libertà con i sette raggi del Sole sul capo, allegoria della diffusione della Libertà nei sette mari del mondo, in mano la Dichiarazione d’indipendenza, le catene spezzate. Paul racconta della sua difficile vita fatta di fatica e lavoro e solo alla morte del nonno adorato decise di studiare mantenendosi agli studi con mille lavori.
    Gli amici si rifanno a Jefferson secondo il quale tutti gli uomini sono creati liberi e uguali, espressione di quella religione civile che dà un senso di appartenenza alla Nazione Americana.
    Essi vogliono lottare contro le diseguaglianze, l’indifferenza, lo schiavismo e l’oppressione dell’uomo sull’uomo, le discriminazioni e qualunque forma di esclusione. Paul sostiene che ci si debba sostenere reciprocamente con amicizia e onestà manifestando queste qualità nell’ambito del lavoro. Egli si rifà anche al grande poeta Emerson che scriveva che l’unico modo per avere un amico è essere amico.
    Ma Paul non è l’unico saggio della “compagnia”: c’è anche Harry che afferma che bisogna saper guardare oltre i confini della propria casa, del proprio Paese, per trasmettere sentimenti di pace, di speranza, di gioia, di bellezza della vita.
    Così, in quella fredda sera di Chicago, è cominciata la storia.
    L’Autore nel finale fa dire a Jean che è il presente che ha fatto e farà sempre la Storia, anche quella del Rotary.
    Nel libro la pièce è introdotta magistralmente da Massimo Teodori che sottolinea le capacità dell’Autore.
    La pièce è molto ben strutturata, sia nella scelta dei tempi che dei dialoghi e rende l’entusiasmo dei protagonisti che si avviano verso un’avventura straordinaria. L’inizio e la conclusione sono affidate a Jean, protagonista donna e espressione di capacità introspettiva e sensibilità particolarmente acute.

    In questi particolari vedo un omaggio a tutte le donne, non posso che essere grata all’Autore.  

  • LA STORIA DELLE PAROLE
    PER CAPIRE IL MONDO

    data: 31/03/2019 14.39

    Marco Balzano (Milano 1978) scrittore pluripremiato, Premio Campiello per L’ultimo arrivato, finalista al Premio Strega con Resto qui, insegnante, con il recentissimo Le parole sono importanti (Einaudi) ha affrontato il tema delle parole dal punto di vista etimologico rivelando un universo di contenuti e significativasto e variegato, aperto alla conoscenza che ci fornisce la Weltanschauung non solo dell’Autore ma ci prospetta una possibile, personale visione del mondo.

    Le parole hanno una loro storia dovuta a contatti tra Popoli e Lingue, a dinamiche di cui la Filologia ci rende consapevoli mettendo in evidenza le influenze linguistiche con gli influssi del sostrato (la Lingua originaria) e dell’adstrato (quella che si sovrappone ad esempio in seguito a conquiste da parte di altri popoli) dando luogo a una sorta di meltingpot dell’Antichità che le rende sfaccettate e polisemiche.

    Balzano, ricordando un episodio del Liceo quando il docente di Latino, in un momento in cui si attendeva il suono della campanella per uscire rivelò che homo halastessaradicedi humus e ciò risvegliò l’attenzione degli studenti, ritiene che smontare una parola sottoponendola a un’indagine diacronica, renda la pienezza del significato e che si dovrebbe nelle scuole dedicare spazio alla linguistica e allo scavo etimologico perché fornisce capacità di comprensione delle cose e del mondo che ci circonda sviluppando le capacità critiche. Egli sostiene che la degradazione personale o nazionale, come riteneva De Maistre, si rivela a livello della lingua e per Benjamin il livello più basso della lingua è il semplice scambio di informazioni, a maggior ragione l’etimologia è un’importante arma contro la decadenza.
    L’Autore sceglie dieci parole di uso comune ma significative della sua visione del mondo e le sottopone ad analisi etimologica, ci racconta la loro storia e ci fornisce uno strumento di lettura della realtà sociale, politica, che ci circonda. Tra esse  appunterò l’attenzione su alcune in particolare lasciando al lettore il piacere della scoperta in una sorta di archeologia del sapere per citare Foucault.
    Mi permetto una digressione a proposito della parola humus corradicale di homo. Se l’uomo, il primo Uomo, Adamo, fu creato da Dio dal fango, in sostanza potrebbe essere dall’humus, una manciata di succo di terra cui Dio insufflò la vita. Homo ed humus allora si identificherebbero come la Genesi ancora dice (memento mori) ricordati uomo che polvere sei e in polvere ritornerai.

    Tra le parole che mi hanno colpito vi è il termine confine che suggerisce l’idea di qualcosa di invalicabile come una barriera e particolarmente attuale. Il termine latino che più si avvicina a questo concetto è il limes che era originariamente il limite del campo tracciato anche con delle pietre di confine. Il termine in uso militare significava limite invalicabile e il limes perantonomasiaeraquellotra il mondo romano e l’universo barbarico. Balzano però appunta l’attenzione sul termine limen, soglia, inizio. Il limen è la soglia che Ulisse superò con i compagni nel folle volo oltre le Colonne d’Ercole verso l’ignoto ed il proibito. Limen è anche la siepe leopardiana che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude e che il Poeta oltrepassa annegando nell’infinito mare dell’essere.

    Confine si esprime anche con cum e finis. Finis significa fine e anche il fine. Luogo dove si finisce insieme. Ci si incontra e si va oltre quel limes invalicabile. Confine, frontiera, quindi dove si incontra l’altro da noi, lo si guarda di fronte, ci si riconosce, dice Balzano, guardandoci negli occhi. 
    Ma si parla anche di Felicità, Social, Memoria, Fiducia, Scuola di cui si critica il considerarla, da parte dei Politici, secondo una concezione aziendale, propedeutica al lavoro riducendo sempre più la vocazione educativa da e-ducere, portare fuori da uno stato inferiore a uno superiore. Forse traslato potrebbe intendersi anche come portare fuori ciò che c’è dentro di noi, il meglio di sé. Concludo sottolineando con l’Autore che la scuola a Roma e ad Atene era considerata luogo di educazione ma anche di divertimento (ludus), imparare divertendosi. L’educazione coinvolgeva mente e corpo in una immersione totale.
    Un saggio avvincente, chiaro, scritto con passione e attenzione all’uso della parola giusta al posto giusto. C’è anche Parola tra i termini scelti e devo dire che c’è bisogno, in questi tempi di parole in libertà, di una profonda riflessione al riguardo. Il saggio di Balzano è fortemente significativo, scritto da docente che sa comunicare e divulgare e da scrittore che deve soppesare ma anche da critico della nostra società. Un importante apporto per la comprensione della realtà in cui siamo immersi.

  • VOLGARE ELOQUENZA

    data: 05/03/2019 11.59

    Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Cassino, nel saggio Volgare eloquenza – Come le parole hanno paralizzato la politica – (Laterza), ci fornisce una chiave di lettura della situazione politica e sociale del nostro Paese basata sui meccanismi della comunicazione e dei media ormai protagonisti della scena politica. L’Autore con un linguaggio chiaro ma non semplicistico, da vero divulgatore, ci mostra i mutamenti intervenuti nella lingua dei politici a cominciare, nel gennaio 1994, con la discesa in campo di Berlusconi che, rifiutando il cosiddetto politichese, lingua per iniziati di difficile decifrazione, usò per primo un linguaggio semplice fatto di frasi brevi e ad effetto, apparendo tranquillizzante e vicino alla gente. Fu il primo nella nostra Repubblica a fare populismo, rivolgendosi, dice Antonelli, alla pancia della gente. Così il partito del popolo (della Sinistra e della Dc) divenne il partito della gente o meglio, poiché il termine partito faceva tanto Prima Repubblica col corollario di partito dei giudici e l’aborrita partitocrazia, il movimento Forza Italia. Mutuando il termine dal mondo del calcio introduce nella politica gioco di squadra, squadra di governo, tutta una serie di neologismi. Egli si presenta come portatore di un miracolo, segno dell’unzione divina. Ma, sostiene Antonelli, dietro questo modo di porsi c’è lo studio della comunicazione – il Cavaliere possiede un impero mediatico – e dei messaggi ad hoc. A tal proposito è illuminante il saggio che Umberto Eco scrisse nel lontano 1961 e dal titolo Fenomenologia di Mike Bongiorno. Eco mise in evidenza il modo di presentarsi del conduttore come un uomo qualunque, ignorante, distratto, dalle famose gaffes intenzionali e lo definì un everyman. Quella apparente mediocrità rendeva Mike simile ai telespettatori, uno di noi, nel quale potersi specchiare rasserenati e catturati. Sostiene Antonelli che il modello cui si ispirò Berlusconi fu proprio il celebre Mike che aveva funto da apripista nella comunicazione televisiva. Dal fatidico 1994 si sono alzati i toni dello scontro politico e ciò ha determinato l’attuale alto tasso di aggressività con linguaggio rissoso e uso di espressioni scurrili che, sostiene l’Autore, portano i seguaci a comportarsi di conseguenza. In particolare si mette in evidenza il turpiloquio di Grillo fondatore del Movimento Cinque Stelle. Ciò, nota Antonelli, era presente già negli spettacoli del comico in piena Tangentopoli ed esprimevano rabbia e una visione apocalittica. Gli elementi c’erano tutti, mancava un vettore che mutatis mutandi si è materializzato nella rete e nelle possibilità illimitate di comunicare. Ma condividere non significa confronto democratico, democrazia. La libertà è partecipazione diceva Giorgio Gaber, confronto, dialogo, uscire, incontrare altri, discutere, partecipare, appunto, mentre si finisce per banalizzare le questioni cui si deve far fronte. E ciò è acuito dallo spostamento del dibattito politico nell’ambito della chiacchiera televisiva nei talk show, e poi nei blog, social network e chat. Dice Antonelli che si è passati alla politica raccontata, all’affabulazione e quindi, cita il famoso psicologo Matte Blanco, all’ambito onirico, quindi al livello, direi subliminale. E’ la politica al tempo dello storytelling, tutto deve essere raccontato ma le parole che si condividono diventano pesanti ma perdono il loro peso specifico allontanandosi dalla concretezza dei fatti, diventano parole senza cose. Ciò non accade solo in Italia, viene meno il dibattito politico, pensiamo a Trump e al suo modo di esprimersi elementare e fatto di slogan. La democrazia richiede degli organi rappresentativi che devono confrontarsi in base al mandato popolare. Saltare questa fase, delegittimare il Parlamento per avere per unico interlocutore il popolo significa passare dalla democrazia alla demagogia, al populismo. Ma non pensiamo che il populismo sia appannaggio di Grillo, Salvini, quanto anche di ciò che resta del Centrodestra e Centrosinistra.             
    Perché parlare di volgare eloquenza? Volgare deriva da vulgus (popolo inlatino)e quindi lingua parlata, popolare. Si dice infatti riferendoci alle prime attestazioni della lingua italiana volgare e Dante scrisse il De vulgari eloquentia perché si desse dignità di lingua scritta al volgare. In questo caso l’eloquenza di cui parla il saggio è proprio volgare nel senso dispregiativo. E’ una lingua paternalista e antipedagogica, dice l’Autore. E così dal politichese si è passati al gentese.
    Ma mi soffermerei su un aspetto fondamentale del passaggio dal politichese al nuovo linguaggio. Snodo chiave è la crisi dei partiti tradizionali con Tangentopoli e la discesa in campo di Berlusconi. Il nuovo che avanza è portatore di un linguaggio diverso ma si rivolge, abbiamo visto, a nuove categorie di elettori che non rispecchiano più quelle identitarie tradizionali. Il discorso della discesa in campo di Berlusconi il 26 gennaio 1994 segna lo spartiacque tra un prima e un dopo. Berlusconi utilizza le categorie del marketing politico. La politica si rivolge agli elettori attagliando il linguaggio a quello dei destinatari. Non c’è più, in apparenza, un’aura di superiorità da parte dei politici, si passa perciò sostiene Antonelli, dal paradigma della superiorità al paradigma del rispecchiamento. Quest’ultimo cela i meccanismi di persuasione messi in atto adottando un linguaggio discorsivo e confidenziale. La cultura viene disprezzata, tale malapianta è cresciuta a dismisura e assistiamo a un’esaltazione dell’ignoranza, del turpiloquio, a un’involuzione culturale e sociale. Ora, dice l’Autore, si è passati al votami perché parlo (male) come te. Il cosiddetto mirroring (rispecchiamento) è un fenomeno psicologico per cui si tende a dare fiducia a chi si presenta simile a noi nei gesti e nelle parole ed è ciò che si è verificato in ambito politico e nel linguaggio non solo nel nostro Paese.
    Il politichese, tanto biasimato sin dagli anni Ottanta, è un linguaggio della politica – una sorta di lingua nella lingua – oscuro e fumoso che dice per non dire, bisognava cercare di interpretare ed era come per iniziati. Ora si è passati al politicoso, dice Antonelli, cioè il linguaggio elementare, ricco di parolacce, sgrammaticato, fatto di affabulazioni. Anche la politica è passata da politicante a politicosa, sempre più tronfia di sé. Manca un vero progetto politico, un insieme di proposte e di programmi. Il posto della narrazione deve essere preso dalla visione del futuro del Paese, dal volere il bene della nostra bistrattata Italia.
    Il saggio è molto articolato, permette di comprendere appieno la difficile situazione che stiamo vivendo e di leggere i mutamenti velocissimi che i media stanno determinando nella nostra vita e nel sistema politico.
    L’Autore conclude: perché non spostare la nozione di chiarezza dalla forma al contenuto? Perché non rendere la linearità espressiva frutto di chiarezza di idee e pensiero? L’elaborazione di un nuovo linguaggio è impossibile senza l’elaborazione di un progetto politico innovativo. Rem tene, media sequentur.

  • A COME ARCHEOLOGIA

    data: 24/02/2019 18.23

    Andrea Augenti, docente di Archeologia medioevale all’Università di Bologna, in A come Archeologia (Carocci), saggio divulgativo accurato e rigoroso e al tempo stesso chiaro e appassionante, ci guida alla scoperta di luoghi ma anche di grandi figure che hanno segnato la storia e delineato l’evoluzione del metodo e di una Disciplina che, lungi dallo stereotipo di Indiana Jones, è fatta di passione, studio, lavoro in biblioteca e sul campo. In questo prezioso volume, tratto dalla trasmissione Dalla terra alla storia, da lui condotta su Rai Radio 3 con grande successo di ascolti, l’Autore con mano sicura ci presenta dieci grandi scoperte archeologiche mostrandoci passo passo le peculiarità di ciascuna e permettendoci di seguire i mutamenti nel porsi, da parte degli studiosi, di fronte all’oggetto della loro ricerca evidenziando una crescita della sensibilità e l’utilizzo di mezzi sempre più ad hoc di pari passo con lo sviluppo della tecnologia.
    Augenti segue dei filoni, il tema delle origini con Lucy e Ötzi, l’archeologia funeraria, come non far riferimento a Tutankhamon e all’esercito di terracotta di Xi’an? E poi le città e civiltà scomparse (Ebla, Troia, Roma, ecc.). Egli è andato delineando le personalità degli scopritori: da Schliemann e Carter, alle innovazioni di Matthiae, Carandini e Manacorda. Il tutto scritto in modo appassionante da vero amante dell’Archeologia che, lungi dall’essere una caccia al tesoro, offre la possibilità di viaggiare nel tempo e immaginare la vita, la mentalità, gli usi e i costumi di uomini vissuti migliaia d’anni fa in una ricerca infinita perché infinite sono ancora le scoperte da fare, le antichità sepolte dalla polvere dei secoli che attendono, queste sì veri tesori, di essere riportate alla luce.
    Si parte dalla scoperta destinata a retrodatare la comparsa dei nostri antenati bipedi in una zona particolarmente ricca di testimonianze fossili. Nel 1972 la National Geographic Society finanzia delle ricerche paleoantropologiche nella regione dell’Afar, nell’Africa orientale tra Etiopia, Eritrea, a Nord-Est di Addis Abeba. Per fenomeni geomorfologici e climatici la regione ha conservato, a cielo aperto, lo strato fossile primordiale e si possono scoprire così ossa fossili senza scavare. Molti studiosi si avventurano e vengono casualmente in contatto con una tibia di quello che verrà denominato Australopithecus Afarensis, un ominide bipede risalente a 3 milioni di anni. Ma il bello deve ancora venire. Il 30 novembre 1974 i paleontologi Johanson e Gray si imbattono in Lucy, l’Australopitecina nostra antenata, perfettamente bipede, più famosa: 3.200.000 anni. La conquista della posizione eretta permette l’uso degli arti superiori e quindi l’utilizzo di oggetti e costituisce un salto nella evoluzione delle capacità cerebrali. Lucy prenderà il nome dalla famosa canzone dei Beatles Lucy in the sky with diamonds tormentone ascoltato dagli studiosi in quelle giornate di straordinarie emozioni. Scene di giubilo accompagnarono quella scoperta che fece il giro del mondo. Tanti sacrifici, studi meticolosi per giungere a tali risultati quasi casuali. Il più antico Australopiteco il cui bipedismo è in dubbio è Ardi, anch’essa una femmina che risale a 4.400.000 anni fa.
    Ma vorrei soffermarmi sulla scoperta di una civiltà ad opera di un grandissimo archeologo italiano. E’ la storia di Paolo Matthiae e di una città scomparsa: Ebla. Matthiae si reca nel1962, a 22 anni, ad Aleppo, Siria, per effettuare dei sopralluoghi. Al Museo archeologico della Città è messo sull’avviso da un reperto raro, un bacino in basalto costituito da due vasche affiancate con raffigurazioni di guerrieri e teste di leone. Un oggetto rituale. La datazione non è esatta, Matthiae chiede il nome del sito di ritrovamento. Si tratta di una collina a 55 chilometri da Aleppo chiamata Tell Mardikh. Da questa intuizione Matthiae vedrà segnata la vita e la sua carriera di archeologo portando a compimento – ma in Archeologia mai tutto è compiuto – un’impresa tra le più importanti dell’Archeologia orientale grazie al fondamentale apporto italiano. Si scopre una città a pianta romboidale con al centro un’acropoli. Si dubita da subito possa trattarsi di Ebla, città – Stato potentissima del III e II millennio a.C. Dagli scavi emergono iscrizioni tarde che nominano Sargon, Sovrano di Akkad, e la città risulta oggetto di conquista. Sarà nel 1968 la scoperta decisiva che fornirà la prova provata che si tratti di Ebla. Si tratta di una statua in basalto che reca inciso il nome di un re della stirpe di Ebla.
    Dai primi brandelli, lacerti di passato, emergono vestigia che permettono di ricostruire la vita, lo splendore, la storia della Città e degli uomini che vi vissero. Il primo insediamento risale tra il 3500 e il 3000 a.C. Ebla vive dal 2400 al1600 a.C. La Città diventa ben presto florida e snodo fondamentale di traffici: vengono ritrovati 40 chili di lapislazzuli provenienti dall’Afghanistan, oggetti provenienti dall’Egitto e da luoghi più lontani. Ebla ha il monopolio su prodotti di lusso: vesti, tessuti, gioielli, mobili. La Città, posta tra le vie che conducono all’Eufrate e al Mediterraneo, occupa una posizione strategica di controllo dei traffici fra Asia e Africa e rappresenta un’insidia per i Fenici di Biblo e per la città di Mari, sull’Eufrate. Fornita di mura, Ebla è molto estesa e possiede sull’acropoli un Palazzo reale e residenze dei notabili della città. Sono state ritrovate una dea madre nel santuario e altri tre santuari di divinità maschili. Ebla subisce varie distruzioni, di cui la prima nel 2260 a.C., ad opera del re Sargon di Akkad, fondatore del primo impero mesopotamico. Successivamente un incendio la offenderà ma attorno al 2000 conoscerà una nuova fioritura come facente parte di un regno che occupa tutta la Mesopotamia, con a capo i re di Ur. La città era ricchissima e in essa si moltiplicavano i centri del potere. Tante sono le meraviglie che Ebla svela ai suoi visitatori e agli archeologi che hanno continuato, fino al 2010, a scavare con passione, entusiasmo sete di conoscenza, coraggio. La scoperta più elettrizzante è stata nel 1974 un archivio di tavolette d’argilla – 17000 tra intere e frammenti – in scrittura cuneiforme. Si tratta di scrittura in una Lingua semitica allora sconosciuta ma che Matthiae definirà terza Lingua scritta dopo il cuneiforme sumerico e i geroglifici egiziani. Definitivamente distrutta dagli Ittiti nel 1600 a.C. non verrà mai abbandonata del tutto. Ciò, sostiene Augenti, si è verificato solo a Pompei, Città unica, rimasta cristallizzata nel momento dell’eruzione.
    Ora, in pieno teatro di guerra, Ebla ha subito sottrazioni e danneggiamenti, come Palmira che ha visto il suo scopritore ucciso mentre cercava di difenderla. Grande è il dolore per le vittime innocenti e per i capolavori inestimabili, le vestigia del passato.
    Scrive Augenti: la forza del passato è enorme, davvero indistruttibile. Agli archeologi il compito di recuperarla e raccontarla con passione.
     

  • IL LE CORBUSIER ITALIANO

    data: 11/02/2019 08.22

    Giuseppe Terragni (1904–1943), comasco, nome di spicco dell’architettura italiana, ha rappresentato -  in un momento in cui prevaleva un generale ritorno all’ordine e nei regimi totalitari il classicismo dalle forme piene e i materiali tradizionali (come in Italia rappresentato da Piacentini che si espresse, facendo da modello, nel Palazzo di Giustizia di Milano) - un percorso controcorrente che si riallacciava al razionalismo internazionale rappresentato in particolar modo da Le Corbusier, Gropius, il Bauhaus.
    L’Ottocento si chiuse con una sorta di eclettismo degli stili in cui si trovano elementi che richiamano il gotico e il neorinascimentale. Essi trapasseranno nell’Art Nouveau, floreale e dalle linee voluttuose, stilizzate e sinuose con pampini, tralci di frutti, cascate di fiori. Celebri i gazebo della Metro parigina. Ogni nazione declinerà una variante propria in Italia il Liberty, e poi la Secessione viennese con le composizioni di Gustav Klimt: Le tre età della donna, Il bacio, L’abbraccio e il progetto di Opera d’arte totale in cui i minimi dettagli interni ed esterni, rifiniture sono curatissimi e tutte le Arti concorrono a attuare l’idea. Il Modernismo di Antoni Gaudì sembra costruire con la sabbia. Le case paiono smaterializzarsi nelle loro facciate, creazioni fantastiche, linee sinuose. Casa Battlò, Parco Guell, per non parlare dell’apoteosi incompiuta della Sagrada Familia. Tutto sembra concrezionato, vivente una vita propria. Barcellona ispirerà molti romanzieri: da Manuel Vasquez Montalban a Luis Zafòn, ma prima George Orwell, Omaggio alla Catalogna.
    Il secolo si chiude, come una preveggenza di orrori futuri, su l’Urlo di Munch. La sinuosità, anche qui, dei colori in fiamme da cui emerge solo una bocca che mostra un abisso di buio, mentre intorno tutto è come fuso, come magma incandescente e domina l’angoscia dell’esistere. Già preannuncia l’Espressionismo.
    Prima della Grande Guerra furono le Avanguardie, in primo luogo il Futurismo, a influenzare l’arte, l’architettura e la letteratura.
    I futuristi, attaccando il vecchiume passatista, furono accesi interventisti giungendo con Marinetti a definire la guerra sola igiene del mondo. La sperimentazione di stili, di oggetti, delle pitture che dovevano esprimere il movimento, il dinamismo, la macchina, l’aereo, tutto si proiettava verso il futuro. Pensiamo a Boccioni e ai suoi cavalli imbizzarriti o a Balla e la lampadina accesa nel colore scomposto per rendere il movimento. L’Architettura fu influenzata dal Futurismo, basti pensare a Sant’Elia visionario che progettò una città futurista e altro portati a termine da Terragni perché morì in guerra.
    In tale clima si forma la personalità artistica di Terragni che dal 1926 comincerà a progettare portando a termine il Monumento ai Caduti sul Lungolago di Como progettato da Sant’Elia. Così farà per l’Asilo Sant’Elia. Rifacendosi ai modelli di Le Corbusier  e delle avanguardie, il razionalismo propugnava la linearità delle forme, la simmetria, la leggerezza, l’economia, la funzionalità, l’uso del cemento e del vetro, l’equilibrio di vuoti e pieni, l’inserimento della costruzione nello spazio. Terragni farà propri tali principi coniugandoli col classicismo di Novecento e declinandoli da dar forma al cosiddetto razionalismo lariano. Ciò culminerà nella Casa del Fascio di Como (1932–1936). In essa, lieve nelle forme, l’equilibrio è perfetto. Tutto è studiato da costruire un prisma. L’uso del vetro dà luminosità e interno ed esterno si compenetrano in un tutto organico. Tutti i particolari sono progettati ad hoc da costituire un’opera d’arte totale.        

  • ROTH, PERCHE' SCRIVERE?

    data: 04/01/2019 16.25

    Perché scrivere? - ultimo recentissimo volume che conclude la pubblicazione dell’Opera omnia di Philip Roth, edita da Einaudi - contiene scritti, saggi, conversazioni (dal 1960 al 2013) con altri amici scrittori, tra i quali Primo Levi, Milan Kundera, Aharon Appelfeld. E’ un vero gioiello di arte affabulatoria che ci consente di entrare nel mondo dello scrittore: un continuo intrecciarsi di arte e vita in cui l’opera narrativa attinge dall’esistenza dello scrittore.
    Roth (Newark, 1933 – ivi, 2018), origine ebraica, ci ha lasciato trentuno libri di cui ventisette tra romanzi e racconti. Più volte candidato meritatamente al Nobel, l’ha purtroppo mancato per quelle strane combinazioni che hanno privato di questo riconoscimento scrittori della levatura di Borges. Roth ha ottenuto comunque il Premio Pulitzer, il Man Booker International Prize, il National Book Award e, dai Presidenti Clinton e Obama, la National Medal of Arts e la National Humanities Medal.
    Ci ha fornito un ritratto della esperienza ebraica americana tra Novecento e Duemila attraverso alter ego tra i quali Nathan Zuckerman. Ha trattato le sue origini spesso criticamente, ricevendo l’ingiusta accusa di antisemitismo. Ironico, graffiante, polemico, profondo conoscitore dell’universo ebraico americano, di cui tratteggia nella sua opera i difetti, le autocelebrazioni, i miti, le idiosincrasie e le manie, dandone uno spaccato esaustivo e avvincente. Nelle prime pagine di Perché scrivere?, dopo aver immaginato che Kafka fosse il suo docente di lingua ebraica, in una mescolanza di autobiografia, fresca e stupefacente capacità narrativa, traendo materia di racconto da spunti letterari, rivela una profondissima e mimetica conoscenza della letteratura mondiale: in Scrivere narrativa americana, discorso del 1960 tenuto alla Stanford University, viene esaminata criticamente la società americana contemporanea quale presentata dai mass media. Interessantissimo schizzo di una società opulenta, dominata dall’apparire, dalla pubblicità, dal continuo cicaleccio dei mass media che tutto rimescolano e triturano nelle fauci di Moloch alla ricerca del particolare che faccia notizia. Una pagina di esemplare freschezza che sembra scritta oggi nella nostra società postmoderna ed era già realtà negli States di quasi sessant’anni fa.
    Mi viene da citare l’analisi di Packard I persuasori occulti (Feltrinelli) o la riflessione di Edgar Morin ne Lo spirito del tempo recentemente edito in una nuova traduzione da Meltemi. Roth sottolinea l’impossibilità di scrivere narrativa americana in un clima in cui il banale quotidiano, fatto da elettrodomestici, agenzie pubblicitarie, gossip, universo di plastica, sono oggetto di narrazione di serie B. Ma egli cita Mailer, Styron, Malamud, Salinger, Bellow, tutti nomi di rilievo. La situazione comune e angosciante della realtà esaminata da Roth pesa sullo scrittore. Egli sbatte contro la quotidianità e allora si rifugia in mondi immaginari o nella celebrazione dell’Io. Ma talvolta, come in Uomo invisibile di Ellison, l’eroe è solo, solissimo. Eglihacombattuto contro il mondo e ha finito per ritrarsi nel sottosuolo, vivere lì. Interessantissimi saggi Nuovi stereotipi ebrei e Scrivere di ebrei in cui emerge l’officina dello scrittore, un grandissimo Roth.
    In Chiacchere di bottega Roth raccoglie le conversazioni con altri scrittori tra i quali Primo Levi. E’ un incontro pacato e toccante se si pensa che poco dopo Levi, senza darne segni premonitori, si sarebbe suicidato. Per Roth la scelta di vita fatta di stretti legami con la comunità di appartenenza è stata, al pari del capolavoro dello scrittore su Auschwitz, una sorta di vigorosa e profonda risposta a coloro che hanno cercato in ogni modo di troncare tutte le sue relazioni e di eliminare lui e i suoi simili dalla storia. Forse mi viene da pensare che Auschwitz, a distanza di una vita, abbia lasciato segni indelebili come quel numero marchiato a fuoco nella carne viva che fungeva da memento e una sorta di senso di colpa per essere sopravvissuto mentre i musulmani, senza risorse, i sommersi, come scriveva Primo Levi, fossero in fondo i salvati. Essitestimoniavanoconlalorofine e costringevano i vivi a raccontare, a portare un fardello troppo pesante.
    Un libro ricchissimo e fonte di mille riflessioni sulla scrittura, l’ispirazione, la società, l’essere ebreo, la vita, la letteratura, la cultura e, infine anche la liberazione dal demone della scrittura. Demone di cui Roth si è sbarazzato lasciandoci una grandissima eredità fatta di infinite letture come dono di una vita.   

     

  • SOLITUDINE DIGITALE

    data: 21/12/2018 22.01

    Marc Augé, etnologo africanista, filosofo e esploratore del mondo contemporaneo, nel recentissimo saggio dal titolo Cuori allo schermo (Piemme), confronto con Raphael Bessis, studioso dell’universo digitale, ci offre una ulteriore prova della capacità di analisi e comprensione della contemporaneità definita surmodernità. Egli applica il metodo etnologico alla società postmoderna e ai fenomeni che la riguardano. Nella sua riflessione illumina con sguardo attento la società digitale e i problemi che la interessano. E’ come se l’opera di Augé fosse una costruzione fatta di tanti apporti di cui i saggi rappresentano  tappe che delineano una vera e propria Weltanschauung, una mappa per comprendere l’universo globalizzato.
    Nel dialogo con Bessis si appunta l’attenzione sul mondo digitale e la solitudine dell’uomo contemporaneo. Dietro lo schermo del computer si celano tante identità che non si riesce a cogliere nonostante siamo immersi nell’universo della comunicazione. Augé lo definisce delle tre C: circolazione, comunicazione, consumo. L’indagine antropologica è costituita da tre elementi principali: spazio, tempo, soggettività. L’etnologo partecipa di due spazi tra la realtà etnologica e la sua formazione di uomo e studioso occidentale che rifugge l’etnocentrismo ma non partecipa completamente del mondo altro. Analogia tra etnologo e internauta, studioso del mondo parallelo del Web.
    Per Augé, il cybernauta non ha di fronte un uomo vero ma un’immagine e la comunicazione ne è condizionata. Egli nota come Internet crei assuefazione e depressione. Il metodo dell’osservazione partecipante e l’atteggiamento empatico inteso da Augé  come partecipazione a livello intellettuale, comprensione dell’altro da sé, dell’alterità e di ciò di cui quest’ultimo è portatore, viene proficuamente applicato allo studio dei fenomeni del mondo contemporaneo. Fondamentale per l’antropologia è il concetto di altro che è anche individuo di contro alla società digitale in cui scompare l’identità, la profondità dell’essere umano, che lasciano il posto a fantasmi, sorta di avatar, identità fittizie che non comunicano pur immersi nel flusso perenne della comunicazione. L’antropologia dà importanza alla questione del senso come relazione con l’altro istituzionalizzata.
    La famiglia, il matrimonio, le fasce d’età sono codificazioni del rapporto con l’altro. Quindi si intende il senso sociale che si rifà alla cultura. L’emergere dell’individuo è cominciato tra il XVII e XVIII secolo in contrapposizione a istituzioni e forme sociali oppressive. Montesquieu e Voltaire affermano la molteplicità delle culture. Si pensi alle Lettere persiane dove specchiandoci nell’Altro facciamo emergere noi stessi. L’individualità e la questione dell’altro sono fenomeni europei. Poiché l’identità si costruisce nella relazione con gli altri, quando vi è una crisi nel rapporto con il prossimo vi è un deficit di simbolismo e la propria identità viene messa in discussione. Nelle società globalizzate vi è tale situazione. Manca il legame culturale che unisce gli esseri umani, da qui la crisi di senso e il male di vivere che si esprime anche patologicamente.
    L’antropologia dà importanza al contesto e all’osservazione partecipante e come disciplina storica guarda l’uomo e il mondo. L’immaginario occidentale attuale si manifesta con la fine dei miti di fondazione avvenuta con la modernità anche se le religioni non sono scomparse ma hanno spesso dato luogo a commistioni e sincretismi. Il vuoto così creato ha fatto emergere filosofie individuali. Fondamentale per Augé il concetto di nonluoghi, ovvero spazi privi di simbolismo, come metro, stazioni, aeroporti, centri commerciali in cui non si comunica e  manca un codice che definisca il rapporto con l’altro. Una sorta di spazio liminale (da limen, soglia). Il Mondo sembra diventato un nonluogo. Il tempo della globalizzazione scorre velocissimo ma appiattito in un eterno presente senza prospettiva storica. Il presente è come un buco nero che inghiotte il passato e il futuro. Esso è segnato dalla velocità e dal flusso inarrestabile di immagini. Tempo planetario creato dalla mondializzazione. Il nostro mondo è privo di esotismo, dedito al consumo di oggetti come di immagini e all’individualismo. Potere delle immagini che attraggono chi sta davanti allo schermo da desiderare di passare dall’altra parte.
    Oltre al voyerismo più marcato è l’esibizionismo. Le immagini e la presentazione che di esse fanno i media annulla la distinzione tra finzione e realtà e  la spettacolarizza. Le immagini sono spettri, si attua la finzionalizzazione della realtà. L’uomo contemporaneo vive una vertiginosa solitudine, manca il confronto con l’altro su cui Augé si sofferma. Ma lo sguardo critico dello studioso si apre alla speranza di un cambiamento auspicando una rivoluzione, la presa di coscienza da parte degli uomini di essere liberi e capaci di immaginare e di rivolgere lo sguardo verso l’Altro.
     
     
     
     

  • L'ITALIA AI TEMPI DI BENITO

    data: 13/12/2018 19.31

    È appena uscito in edizione economica nella collana Oscar Storia Mondadori, il saggio di Emilio Gentile In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri. Storico del Fascismo, Docente Emerito a La Sapienza, Accademico dei Lincei, studioso di fama internazionale, allievo di Renzo de Felice, Gentile ci dà in questo saggio una illuminante lettura dell’Italia vista dal di fuori, da giornalisti, storici, intellettuali, scrittori stranieri che colgono, a cominciare dall’inizio del Novecento, le caratteristiche, i difetti, i pregi di un popolo e dei suoi governanti, una Nazione e un Paese che sin dai tempi del Grand Tour aveva attratto per le bellezze artistiche, storiche e paesaggistiche poeti e letterati, artisti che avevano riscoperto le antichità classiche elaborando i canoni del classicismo, basti pensare a Winkelmann.
    L’attenzione di Gentile si appunta sul periodo ante Grande Guerra fino allo sbarco degli Angloamericani in Sicilia e al definitivo crollo del Fascismo.
    Edgar Ansel Mowrer, corrispondente in Italia del Chicago Daily News, seguirà tutto il percorso storico a cominciare dal primo incontro con Mussolini il 1° Maggio 1915 durante un comizio a Milano a favore della causa interventista per la conquista dei territori irredenti di Trento, Trieste e la Dalmazia. L’ex direttore del quotidiano socialista Avanti! gli spiegò che inizialmente aveva osteggiato l’intervento per poi sentire il richiamo della Patria e dissentire con la linea internazionalista e neutralista del Partito fino ad esserne espulso. Fondò così il Popolo d’Italia dalle cui pagine sostenne con toni accesi l’intervento. Gli suggerì di ascoltare il giorno dopo il discorso di d’Annunzio, vate della nuova Italia, a Quarto. Mowrer ci andò, lo trovò ampolloso e retorico ma capace di accendere gli animi e fu l’incontro col nazionalismo italiano.
    Il giornalista americano avrebbe amato l’Italia e imparato a conoscerla ammirando quello che sarebbe diventato il suo Duce. Egli fu inviato di guerra ma dopo riesplosero gli antagonismi nazionalisti tra vincitori e vinti. Affascinato dalle bellezze artistiche e naturali, dal carattere della gente, scrisse un libro dal titolo Immortal Italy (Italia immortale). Altri osservatori in quei tempi videro nell’Italia il mito che aveva attirato gli artisti nei secoli precedenti. La vittoria sugli Austro Tedeschi dopo la disastrosa rotta di Caporetto fu segno di un senso di patriottismo che segnò anche la presa di coscienza delle nuove generazioni che richiesero i riconoscimenti promessi nei momenti più duri della guerra. Così ci fu al Sud l’occupazione dei latifondi improduttivi e parassitari con la richiesta che la promessa di terra ai contadini venisse mantenuta. Anche le fabbriche del Nord videro la presa di coscienza della classe lavoratrice e dal 1919 cominciarono scioperi in tutti i settori fino a giungere nel settembre 1920 all’occupazione delle fabbriche.
    Gli osservatori leggevano in tale situazione un negativo prodromo all’anarchia e alla dissoluzione. Il malcontento generale era dovuto anche, notarono Mowrer, Alazard, Cambo e altri, alla delusione per quella che tutti ritenevano una vittoria mutilata, per il fatto che gli Alleati non avessero concesso la Dalmazia e soprattutto Fiume a tutti gli effetti italiana. Ciò avvenne per frenare le mire italiane sui Balcani dove fu favorita dagli alleati la nascita di un nuovo Stato: la Jugoslavia. Lo storico francese Hazard notò che, delusi gli interventisti, furono i neutralisti, socialisti e cattolici, ad acquistare proseliti. Egli registrava il malumore di tutte le classi sociali contro i governanti che avevano condotto il Paese in guerra.
    L’Italia era, secondo gli osservatori stranieri, nel caos più totale con un diffuso disprezzo delle masse per i militari (Beals e Mowrer). Questa anarchia, secondo Herron, sarebbe stata determinata dalla propaganda bolscevica e dalla propaganda occulta controllata finanziariamente da potenze straniere che temevano la ripresa economica dell’Italia. Nel settembre 1920 dopo difficili trattative, mediatore il governo Giolitti, la Confindustria e il Sindacato si accordarono sulle richieste salariali e sul controllo operaio dell’industria. Si concludeva così il biennio rosso da cui sarebbe cominciata la parabola discendente delle forze socialiste anche per via della scissione del Congresso di Livorno, nel gennaio 1921 che segnò la nascita del Partito comunista d’Italia fondato da Antonio Gramsci.
    Beals sosteneva che l’autunno 1920 fosse il momento più decisivo del dopoguerra italiano ma in senso negativo in quanto il momento di maggior trionfo delle forze rivoluzionarie coincideva con la disillusione dei lavoratori nei confronti del Bolscevismo russo. La disorganizzazione cui andava incontro il proletariato coincideva con l’organizzazione dei ceti tradizionali, dei contadini e della piccola borghesia. Appoggiato dagli agrari e dagli industriali, dai delusi di ogni ceto il fascismo cominciò la sua ascesa su una dimensione nazionale. La fine del biennio rosso vedeva l’inizio della guerra civile.
    Si sviluppò così il movimento dei Fasci di combattimento fondato da Mussolini a Milano in Piazza San Sepolcro (da qui il termine di sansepolcristi dei militanti della prima ora), e il fenomeno dello squadrismo e delle camicie nere. Alla fine del 1920 cominciò la reazione armata dei fascisti contro le organizzazioni del proletariato. Il fascismo per Mowrer fu conservatore ma profondamente rivoluzionario e repubblicano, contrario alla democrazia, al liberalismo e al pacifismo. La violenza squadrista si diffuse nella Pianura Padana e in Toscana ma tutto il Paese vide un crescendo di efferatezze. Lo Stato stava a guardare, anzi favoriva lo sviluppo di questo frutto amaro nato dal proprio ventre.
    L’esercito, sottolineava Beals, forniva armi e appoggio al movimento che imperversava impunito. Secondo Pernot per evitare la rivoluzione l’autorità rinunciava a esercitare i propri diritti e il governo si asteneva temporaneamente dall’esercitare la sua funzione contenendo i rischi in attesa di tempi migliori. In tale atteggiamento Mowrer vide il perpetuarsi di un difetto insito fin dall’Unità, cioè il ruolo decisivo delle minoranze nella storia d’Italia. La carenza di senso civico, di una religione civile, la considerazione da parte della maggioranza dello Stato – patrigno  rendeva inevitabile il predominio di una fazione. Nelle elezioni del 1921 si affermarono i fascisti a danno di socialisti e popolari.
    Si giunse così all’agosto 1922, quando il fascismo, divenuto partito, PNF, si affermava ancor più e da più parti si parlava di marciare su Roma. E, con il diniego di Vittorio Emanuele di firmare lo stato d’assedio per la Capitale e il successivo conferimento dell’incarico al Cavaliere Benito Mussolini di formare il nuovo governo, il 30 ottobre 1922 Mussolini assunse il potere. Beals tenne un diario dei giorni della Marcia. Riportò una frase di Cavour La paix est signeé. Le drame est fini. E aggiunse gli eventi di questi ultimi giorni sono parte di una tendenza europea che è iniziata con la Grande Guerra, comprende la rivoluzione russa, e può non concludersi durante la nostra generazione.

    Saggio chiaro e avvincente come un romanzo, scritto con mano sicura da grande divulgatore, approfondisce i punti chiave della storia della prima metà del Secolo breve partendo dal nodo che avrebbe determinato le vicende successive: la Grande Guerra e che ebbe in Mussolini l’inventore del Fascismo considerato peculiarità italiana. Lascio ai lettori la sorpresa di leggere l’intero saggio.            

  • I VINTI DI VITTORIO VENETO

    data: 13/12/2018 19.02

    L’ultima fatica dello storico Mario Isnenghi, già docente nelle Università di Padova, Torino e Venezia, in collaborazione con Paolo Pozzato, docente di storia e filosofia a Bassano ed esperto di Storia militare della Grande Guerra, è dedicata a come è stata vissuta la battaglia di Vittorio Veneto dagli Austroungarici. Già il titolo dell’interessantissimo saggio I vinti di Vittorio Veneto, edito da Il Mulino (pag, 385, euro 26), ci mostra l’angolo visuale da cui parte e si sviluppa la ricerca, quello dei vinti che si trovarono improvvisamente a fare i conti con lo sfacelo della compagine imperiale e con le defezioni e gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali da cui era costituito l’esercito dell’Impero asburgico. Entità sovranazionale prestigiosa e dalla durata secolare, l’Impero implose e si disgregò perdendo le componenti slave, ceche, ungheresi, polacche che in un moto centrifugo finirono per rendersi indipendenti dando vita a Stati nazionali e al costituirsi di un nuovo assetto geopolitico dell’Europa.
    Fu la fine di un mondo che pareva monolitico e esso venne vissuto come un lutto, la finis Austriae di cui scriveranno, tra gli altri, Joseph Roth e Stefan Zweig. Il saggio comprende una parte introduttiva curata da Isnenghi che illustra il vissuto e la percezione che ebbero della fine gli Austro tedeschi che attinge a tante fonti memorialistiche e diaristiche in un fervore di testimonianze che esprimono i punti di vista più vari. Isnenghi mostra come sempre attenzione alla Storia degli individui, delle persone, dei piccoli, e ci pone davanti a una prospettiva globale, una polifonia, da cui si può avere una visione ampia e articolata. Quindi si lascia spazio ai combattenti o ex combattenti per poi passare nella seconda parte, alla visione dei grandi scrittori e intellettuali, tra cui Thomas Mann che scrisse le Considerazioni di un impolitico, manifesto bellicista e filotedesco, a Guerra ormai conclusa, e poi Musil che mostra la dura educazione in un collegio prussiano, Hermann Hesse, anch’egli in Sotto la ruota condanna la durezza educativa. E poi Heinrich Mann molto più aperto a preveggente del fratello. Tanti sono i nomi famosi che non si sottraggono al dibattito, spesso acceso sul durante e sul dopo  e che spesso si sono dimostrati in consonanza col comune sentire.
    I testimoni combattenti scrivono con sempre presente l’essere stati un noi, raccontano una realtà perduta nella dissoluzione dei reparti. Ciò che pareva eterno e monolitico si frantuma e improvvisamente, scrive Isnenghi, la frattura e la discontinuità si rovesciano in valore. I racconti narrano lo sfacelo, il tramonto. Anche i reduci austriaci e tedeschi, come i reduci italiani, non si ritrovano più in un mondo mutato che non li comprende. Creano associazioni, gruppi e fanno scrivere i ricordi da uno per tutti. C’è la necessità di testimoniare. I testi sono antologizzati e spesso tradotti da Pozzato nella seconda parte del libro.
    Isnenghi mette in evidenza come gli austro tedeschi facciano gruppo a sé e abbiano una considerazione negativa degli slavi, dei cechi, degli ungheresi, dei polacchi che prima del crollo finale si ribellano e rivolgono le armi verso quelli che fino a un attimo prima erano commilitoni. C’è il senso del tradimento. Gli italiani sono considerati fedifraghi, quelli che erano alleati e sono passati con l’Intesa, inetti, il popolo di Caporetto non può essere lo stesso di Vittorio Veneto. Ergo: la battaglia di Vittorio Veneto non esiste. Gli italiani non hanno vinto: sono stati francesi, inglesi a combattere. Sprezzo per gli italiani.
    Al medesimo modo emerge lo sprezzo per i socialisti che sono considerati in Germania e Austria tra le due Guerre imboscati che hanno tramato nell’ombra, al medesimo modo anche gli ebrei saranno visti come traditori e così considerata la Repubblica di Weimar e si vedrà quali risultati produrrà l’esacerbazione e il senso di tradimento e di rivalsa nei confronti delle dure condizioni imposte dai vincitori. Dagli scritti emerge, anche dopo anni, il militarismo, il credo pangermanista. Non si riesce a capacitarsi perché, scrive Isnenghi, non si può perdere vincendo stando ancora oltre le linee. Allora l’armistizio è considerato un tradimento.

    Nelle testimonianze emergono i patimenti, la fame che fa sentire i suoi morsi e leva le forze. L’esercito si dissolve nella totale anomia: chi comanda chi? Nelle testimonianze raccolte con passione e curate con attenzione e competenza da Pozzato, è presente tutto ciò e si può toccare con mano il vissuto profondo degli invitti. Non mancano pagine toccanti. La prigionia, l’ultimo attacco degli Schützen a cavallo, cinque anni di guerra. Riemerge un mondo che  ci parla e che a un secolo di distanza è ancora vivo e il cui ricordo deve essere preservato con cura affinché il passato non ritorni perché ciò che si dimentica prima o poi presenterà il conto.  

  • CONSERVARE LA MEMORIA

    data: 26/11/2018 18.54

    Lettera a Giuseppe Marchetti Tricamo, a proposito del suo articolo "1915-1918". Conservare la memoria per le generazioni future".
    Carissimo Giuseppe, ho letto il tuo bellissimo articolo sulla Grande Guerra. Mi trovo in completo accordo con ciò che scrivi e sulla necessità di conservare la memoria affinché il passato non ritorni e le nuove generazioni sappiano ciò che è accaduto. E poi che dire del richiamo al Presidente Ciampi? E' verissimo! Ciò che è pericoloso è l'infiacchimento morale, il lassismo morale. Ora che gli ultimi testimoni che hanno combattuto non ci sono più tocca a noi tenere deste le coscienze. I miei nonni avevano combattuto entrambi nella Grande Guerra, in particolare nonno Fenu in prima linea, mentre il padre di mamma nella Finanza di mare. E raccontavano e mi raccontavano le difficoltà della vita di trincea, mentre nonno Mereu mi diceva che, lui piccolino, aveva un fucile ad avancarica (questo la dice lunga sull'equipaggiamento dei nostri soldati) e per caricarlo doveva posarlo e fare un passo avanti tanto il fucile era lungo!!! Ma lui ci faceva dell'ironia, aveva una "verve", era sottile!!! Invece nonno Fenu aveva uno zaino talmente pesante che gli aveva lasciato per tutta la vita il segno visibile e doloroso, delle bretelle. Nonno Fenu, figlio unico di madre vedova, non sarebbe dovuto andare in guerra invece fu richiamato. Quando la Patria chiama!!!
    Ho pensato di inviare la recensione del saggio di Isnenghi e Pozzato "I vinti di Vittorio Veneto" che raccoglie memoriali e diari della disfatta degli Austroungarici e le percezioni del crollo dell'Impero plurisecolare con gli ammutinamenti delle varie componenti nazionali all'indomani dell'Armistizio. Proprio la "finis Austriae"!!! Come sempre Isnenghi è attento a cogliere le testimonianze dei singoli da varie prospettive, dal "basso" e tra gli ufficiali. Con una parte antologica curata da Paolo Pozzato possiamo "toccare con mano" il vissuto dei combattenti "dall'altra parte". Merita, secondo me, è un saggio recentissimo, edito da Il Mulino.  

  • HO VISTO AGIRE S'ACCABADORA
    di Dolores Turchi

    data: 26/11/2018 18.47

    La Sardegna, definita quasi un continente, a causa dell’isolamento che l’ha caratterizzata, ha dato vita alla Civiltà nuragica, unica e peculiare. Ma per la posizione al centro del Mediterraneo è stata anche punto d’incontro, lungo le coste, di popolazioni orientali con l’elemento autoctono. Queste condizioni hanno dato luogo, dal punto di vista culturale, a tendenze recessive che hanno permesso la conservazione di usi ancestrali e, con l’introduzione del Cristianesimo, a interessantissimi e importantissimi sincretismi magico – religiosi, vere sopravvivenze di cui ci è data testimonianza dai Sinodi, da sentenze inquisitoriali e, in epoca più vicina a noi, da viaggiatori e studiosi.Alberto La Marmora, in primis, diede dettagliatissima relazione nel suo Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825 su cui si basano tutti gli studi successivi.
    Il fenomeno sul quale voglio riferire, studiato con passione e competenza dalla professoressa Dolores Turchi, studiosa di Tradizioni popolari, riguarda l’eutanasia. Col termine Accabadora si indica una particolare persona che, con molta discrezione, veniva chiamata al capezzale di un morente la cui agonia sembrava non avesse fine. Accabadora deriva dal verbo accabare, a sua volta dal fenicio ed arabo hacab (por fine), ella praticava una forma di eutanasia. Perché donna? Certe donne conoscevano il potere delle erbe, di gesti apotropaici, realizzavano amuleti, e donne erano anche le persone che eseguivano i lamenti funebri, gli attitos in cerchio, sa roda, attorno al defunto. Antichissima origine il lamento, il canto rituale. Pratiche sincretistiche che segnavano il passaggio da uno stato o fase a un altro come Van Gennep ha illustrato ne I riti di passaggio (Bollati Boringhieri).
    Dolores Turchi ha raccolto la prima testimonianza oculare di una persona novantenne sull’operato de s’Accabadora nel saggio Ho visto agire s’accabadora (Edizioni Iris) e al quale è allegato il dvd col filmato dell’intervista all’anziana testimone. Secondo la studiosa la lunga agonia aveva per causa peccati che il morente aveva compiuto in vita e che era necessario espiare per morire serenamente. Tra essi bruciare un giogo o aver spostato una pietra di confine. L’Autrice, raccolte molte testimonianze in varie località della Sardegna, si convinse che si trattava di tabu di cui si era dimenticato il significato originario. Bisognava allora mettere un giogo, su juale, in miniatura sotto il capo del morente o un ciottolo. S’Accabadora agiva come ultima ratio soffocando o colpendo il capo del moribondo o con su juale o con su mazzuccu, un martello di radice di olivastro. Un attimo e tutto era finito.
    La convinzione generale era che si agisse per il bene del malato. L’usanza era diffusa in tutta l’Isola. Ma non solo. Turchi già nel saggio Lo sciamanesimo in Sardegna (Newton Compton), sostiene che tale uso era diffuso in Italia centro meridionale. Pitré riporta credenze analoghe in Sicilia nel saggio Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Anche in Francia è attestata tale credenza. Mentre in Friuli, nelle regioni ladine, l’oggetto apotropaico è un pettine. Turchi fa riferimento al saggio della Gimbutas, Il linguaggio della dea (Longanesi) che segnala la presenza del pettine come amuleto in figurine stilizzate del Neolitico. Alla base di tutto vi sarebbe, secondo Turchi, un’antica religione dimenticata di cui restano sincretismi e sopravvivenze. Ella ipotizza che non si avesse paura della punizione nell’aldilà bensì la punizione concreta in questa vita da scontare con la lunga agonia per cui, come un’antica sacerdotessa, interveniva s’Accabadora.  
    Tra gli usi vi erano preghiere a Sant’Anna e Santa Marta affinché scongiurassero una lunga agonia tagliando il filo della vita e ricomponendolo. In questo caso le due Sante sarebbero una rielaborazione cristiana della Dea Madre e della Parca romana. Sant’Anna protegge le partorienti, la Parca reciderebbe il filo della vita. In una testimonianza raccolta a Busachi si fa riferimento al diavolo che s’Accabadora aveva pronunciato col nome antico, Micidissu. Deriverebbe da Ningirsu, divinità della città sumera di Lagash, massima divinità della città e figlio di Enlil supremo del Pantheon sumerico. Al culto di Ningirsu era dedicato uno ziqqurat, in tutto simile a quello, unicum nel bacino del Mediterraneo, di Monte d’Accoddi presso Porto Torres datato al 2500 a.C. Poiché s’Accabadora potesse agire con successo era necessario che tutto ciò che vi era di sacro nella stanza del morente fosse portato via perché si riteneva che legasse alla vita il malato. Ciò ci mostra che si agisce in un contesto pagano, altra prova dell’antichità del fenomeno e la possibilità che vi fossero rispecchiati elementi orfici.

    Massimo Pittau, eminente glottologo dell’Università di Sassari, in Credenze religiose degli antichi Sardi (Della Torre) in uno specchio etrusco che raffigura personaggi tra cui Atropo, Parca che recideva il filo della vita, con in mano un martello, vede riflessa la nostra accabadora e ritiene entrambi i popoli essere originari della Lidia.  

  • L'EUROPA DI CHABOD

    data: 22/11/2018 12.54

    Federico Chabod (1901–1960), insigne storico e intellettuale, ha precocemente, in tempi ancora lontani dall’Unione Europea, delineato, analizzandola, la nascita ed evoluzione, vero processo, dell’idea d’Europa. Nel saggio Storia dell’idea d’Europa edito da Laterza lo studioso dà una spiegazione lucida e profonda, nel medesimo tempo chiara, che cattura appassionando e chiarisce tante questioni sollevate dalle recenti vicende che scuotono l’unità dell’Europa. I primi passi verso la creazione di una Comunità europea furono dettati dall’aspirazione, da parte dell’Europa uscita da una terribile Guerra, a creare le condizioni di pace e prosperità che favorissero la fratellanza e ponessero le premesse di crescita economica, morale e intellettuale degli stati e degli individui.
    Ma quali sono gli elementi che permettono di definire e distinguere dagli altri continenti e gruppi umani, l’Europa e gli Europei? Per cominciare Chabod si domanda quando sia nata la coscienza di essere europei, la consapevolezza di possedere peculiarità culturali, storia, insomma una comune Weltanschauung. Sostiene Chabod nel suo saggio che nell’affrontare i problemi storici è fondamentale l’attenzione alle mentalità, al pensiero, agli aspetti culturali, religiosi e alla cultura materiale, indagati con strumenti filologici rendendoli nella loro oggettività lungi dal piegarli al nostro modo attuale di pensare. Importanza delle fonti e dei documenti. Ciò che interessa Chabod è l’Europa come quid distinto dal resto del mondo. Sottolinea Chabod che se di civiltà europea si può parlare fin dall’antichità e nel Medioevo tale aspetto è rafforzato dall’elemento religioso, una vera coscienza di sé la si raggiunge solo nell’età moderna. Coscienza europea significa differenziazione da un “altro da sé”, da ciò che le si contrappone. Questa coscienza si manifesta come opposizione, dai tempi di Alessandro Magno. Ancora una volta il pensiero greco rappresenta un elemento basilare di riferimento per l’evoluzione della speculazione successiva. Se nel mondo greco l’Altro si definisce barbaro, questo concetto va estendendosi a comprendere, con le Guerre persiane, i popoli asiatici che vivono sottomessi poiché incapaci di governarsi da soli, in contrapposizione ai Greci che vivono secondo il Logos, la legge. La creazione dell’ecumene ellenistico da parte di Alessandro finirà per estendere ad altri popoli e paesi questa caratterizzazione. Con l’avvento del Cristianesimo il termine barbaro indicherà i non cristiani. Con la fine dell’Impero Romano e la scissione in Oriente e Occidente, Roma e Bisanzio, le due parti si contrapporranno per questioni politiche, religiose, etniche e culturali e il barbaro saràilnonRomano che finirà però per amalgamarsi ad esso con la creazione dei regni Romano – barbarici . Il Cristianesimo sarà discrimine tra i popoli e nel Medioevo imbeverà tutte le espressioni intellettuali, manifestandosi come una potentissima Weltanschauung che condizionerà col suo afflato, non immune da feroci controversie teologiche e di potere, tutto un mondo fino all’Illuminismo. Mentre con la conquista turca dei Balcani l’Oriente verrà considerato terra di barbarie. Il Medioevo vedrà la concezione della reductio ad unum, unione del potere spirituale e temporale nelle mani dell’Imperatore, come proposto da Dante nel De Monarchia. Anche Dante parlerà di Europa intendendo i confini occidentali dell’ecumene, mentre l’attuale Est europeo e la Grecia sono mondo a sé.
    Machiavelli renderà conto del grande movimento di popoli a creare un amalgama che vedrà la civilizzazione di una parte di essi e il confluire nell’Europa. Sarà Enea Silvio Piccolomini, grandissimo intellettuale, che formulerà l’apprezzamento dei valori culturali europei fondati sulla tradizione classica, sul culto di Roma e sul pensiero antico avvicinandosi a ciò che Voltaire definirà republique litteraire per comprendere l’universo nato dalle guerre di religione. Prima di Voltaire sono l’Umanesimo e il Rinascimento a elaborare il concetto di Europa luogo di cultura, letterati che portano la luce della civiltà dove era solo superstizione. L’Umanesimo rivestirà un importantissimo ruolo nell’elaborazione dell’idea d’Europa. In Erasmo da Rotterdam, maggiore di tutti gli umanisti d’oltralpe, si trova il concetto di antibarbarismo, volto alla salvaguardia delle popolazioni Amerindie. Ma è sempre una visione cristiana, differente dal laicismo illuminista.
    La prima formulazione dell’idea di Europa al di fuori di una visione confessionale la troviamo in Machiavelli ed è una formulazione politica. Il Padre della moderna Scienza politica sottolinea come l’Europa sola abbia avuto repubbliche e qualche regno a differenza dell’Asia e degli altri continenti. Si delinea così un modo di differenziazione che è peculiare dell’Europa. Ma Machiavelli guarda alla grandezza del Principe e dello Stato. Saranno gli Illuministi a porre in primo luogo il benessere dell’individuo di cui lo Stato si fa garante. Voltaire appunterà l’attenzione sulla necessità di mantenere un equilibrio di poteri negli Stati per garantire un equilibrio tra Stati. Ma sarà Montesquieu nel capolavoro Esprit des lois (1748) a elaborare la tripartizione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario, che garantiscono la libertà politica e che sarà alla base del moderno stato liberale. Fondamentale è, inoltre, il vivissimo senso di libertà. Esaltazione dell’Europa.Anche in questo caso si parte da un’opposizione tra civiltà ma ora sono gli altri a guardarci come nelle Lettere persiane di Montesquieu. Nelle considerazioni politiche emerge netta la differenza dell’Europa rispetto all’Asia. Vita e costumi sono ancor più differenziati soprattutto si sottolinea la libertà di cui godono le donne europee. E poi la socievolezza, l’esprit de société, motivo di fondamentale importanza alla base del concetto di civilisation e di Europe. Montesquieu ovvero il suo alter ego persiano, si soffermerà sul dinamismo, la laboriosità dell’Europeo, una vera etica del lavoro che secondo Chabod annuncia il capitalismo. Febbre del lavoro e sviluppo della scienza e della tecnica e nuove invenzioni. Ma si sottolinea anche il cattivo uso della tecnica quando posta al servizio della distruzione e della guerra. Caratteristica dell’Europa è lo sviluppo delle scienze e del metodo sperimentale che vedono Galileo e Newton punte di diamante. Inoltre si pongono le basi di ciò che Chabod definisce scientifizzazione delle scienze umane che preconizzerà il Positivismo.
    Voltaire dal canto suo propugnerà la costituzione di una sorta di unione europea. Si viene affermando anche tra autori minori, il senso europeo. Ma l’atmosfera va cambiando con l’emergere prepotente del concetto di nazione. Ora Rousseau sottolinea l’individualità contrapposta all’universalità, il particolare contrapposto al generale. L’Illuminismo segna il passo ed emergono i primi elementi del pensiero romantico. Settecento e Ottocento, l’un contro l’altro armati, porranno le basi della modernità. Rousseau sottolinea la diversità, varietà, peculiarità delle singole nazioni di cui va preservata la unicità contrapposta all’europeismo di Montesquieu e Voltaire. Si esalta l’anima nazionale, l’individualità della nazione che richiede legislazioni differenti che si attaglino alle caratteristiche di ciascuna. Rousseau riconosce l’unità civile dell’Europa ma sostiene che essa non possa sovrastare l’originalità, la identità di ciascuna nazione che la costituisce. La nazione emerge prepotentemente nella storia. Il concetto di Patria, di ethnos, la passione nazionale, non mettono però in discussione quel senso di appartenenza all’Europa come comunanza di cultura, di visione del mondo, di libertà. A questo punto una visione ampia che abbracci in una sintesi fruttuosa l’Europa e la singole nazioni viene proposta da Mazzini che parla non solo di Giovine Italia ma di Giovine Europa. La nazione, scriveMazzini, è mezzo, necessario e nobilissimo per il compimento del fine supremo, cioè l’umanità. Mazzini vede crollare l’Europa dei principi e sorgerne una nuova, quella dei popoli. Redimere i popoli con la coscienza di una missione affidata a ciascuno di essi che dovranno essere portatori di una nuova coscienza civile. Novità della visione ottocentesca è la storicizzazione dei pensieri fondamentali dell’unione europea, esaltazione del Medioevo ma per trarne linfa vitale e considerare la civiltà europea nel suo divenire storico, non solo nel punto d’arrivo. L’illuminismo viene utilizzato in una prospettiva storica. Europa unica e al tempo stesso varia, costituita da molteplicità nazionali il cui apporto realizza la coscienza europea, la civiltà europea. E tutto contribuisce a esaltare la libertà, vera peculiarità della civiltà europea. L’Europa nella sua storia ha rappresentato una sorta di laboratorio di varie forme di governo, e di potere coesistenti, confliggenti a tratti ma al medesimo tempo convergenti in una sorta di amalgama che ne rende l’unicità. Tale dialettica di idee, concezioni, visioni hanno costituito il brodo di coltura di una entità transnazionale che tutto comprende. Verrà esaltato l’aspetto della cristianità dell’Europa ed emergerà anche il nodo del primato che vedrà Gioberti sostenere il primato morale e civile dell’Italia. Purtroppo tale aspetto contiene i germi per l’esaltazione del nazionalismo con le sue nefaste conseguenze.
    Se nel Settecento si è formata la coscienza d’Europa è nell’Ottocento che si storicizza. Senso della storia alla base dell’unità europea e di comprensione dello sviluppo come processo a cui tutte le Età, anche quelle prima ritenute barbare, hanno contribuito.

    Per concludere, sostiene Chabod che i fattori morali e culturali hanno avuto una preminenza esclusiva al formarsi del concetto di Europa e di una coscienza europea                

  • L'UTOPIA DI OLIVETTI

    data: 13/11/2018 12.43

    Franco Ferrarotti, sociologo e intellettuale eccelso, Accademico dei Lincei, padre della Sociologia in Italia, nella sua vita ha conosciuto tanti personaggi illustri e ha avuto l’onore di collaborare, dal 1948 al 1960, con Adriano Olivetti. Con affetto, chiarezza e profondo sentire - in La concreta utopia di Adriano Olivetti, EDB - ne tratteggia ora la personalità e la visione del mondo e della società oltre che l’operato da imprenditore illuminato, attento al benessere dei lavoratori e della comunità che con l’azienda doveva costituire un tutto integrato. Ciò, sottolinea Ferrarotti, non deve intendersi come paternalismo bensì come apertura mentale e lungimiranza da operatore sociale, uomo politico nel senso pieno che sperimentava nel campo industriale una visione complessa e organica che abbracciava la comunità territoriale, la convivenza democratica e il problema della ristrutturazione dello stato che rende la visione olivettiana di notevolissima attualità.
    Preveggenza, acume, profonda umanità, rendono Olivetti un modello scomodo per le camarille e gli interessi di bottega dei politici e dei sindacati tradizionali. Per Olivetti la contrattazione a livello nazionale con le parti sociali da una parte, gli imprenditori dall’altra e il potere politico a mediare non era rispettosa della peculiarità dell’impresa e dei lavoratori e della Comunità. Egli aveva una visione aperta all’Europa e contemporaneamente alla Comunità. Era un socialista, sperimentatore di un progetto riformista aperto al regionalismo che non è panacea per ogni male. Riformatore per temperamento e per convinzione, intellettuale e morale, sostiene Ferrarotti. Era un utopista concreto nel quale progetto ideale e realizzazione pratica si fondevano in un tutto integrato. Umanista ma anche tecnico, riteneva si dovesse conoscere la tecnica delle riforme.
    Coltissimo, credeva profondamente che la cultura elevasse l’uomo. Nato a Ivrea nel 1901, laureatosi in chimica industriale al Politecnico di Torino nel 1924, entrò da subito nella società Olivetti. Soggiornò negli Stati Uniti dove apprese i metodi produttivi e l’organizzazione delle grandi industrie americane. Al rientro mise a frutto ciò che aveva appreso razionalizzando la linea produttiva e formando un nucleo di giovani quadri laureati. In tal modo si accrebbe la produttività e la Olivetti uscì indenne dalla crisi del 1930. Direttore generale dal 1933, proseguì il rinnovamento coinvolgendo anche la comunità locale con iniziative volte a realizzare una armonia fra industria e comunità.
    Sottolinea con forza Ferrarotti che la fabbrica era, per Olivetti, il punto di partenza degli esperimenti sociali e che l’idea di non licenziare portasse il suo Direttore a incentivare creativamente la produzione, ricercare nuovi sbocchi. Gli operai erano per Olivetti non dipendenti bensì fautori, essi stessi, dell’emancipazione della classe operaia alla quale spettava il compito sociale e civile di essere portatrice del valore della giustizia.
    Nel 1948 fondava il Movimento di Comunità e nel dopoguerra le Edizioni di Comunità. Fu presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e elaborò già nel 1937 il piano regolatore della Valle d’Aosta. Egli appuntò il suo interesse alle condizioni del Mezzogiorno considerando l’industrializzazione un processo globale e il progresso un tutto integrato in cui intervenivano varie variabili.
    L’ideale sempre più sentito portò Olivetti a impegnarsi in politica. Eletto in Parlamento e, nel ’59 dimessosi, gli subentrò Ferrarotti che gli promise di rifiutare collaborazioni con i partiti tradizionali e di elaborare un ideale democratico sostanziale. Quella indicata da Olivetti è una terza via che presagiva i mali del nostro presente. Egli guardava lontano anticipando deriva partitocratica, crisi delle istituzioni e della politica. Il suo pensiero, che Ferrarotti, amico fraterno, ci espone in questo denso e sentito saggio, dovrebbe essere ripreso, egli mancò nel 1960. Fu proprio Ferrarotti a fare in Parlamento il discorso commemorativo.

    Ringrazio l’Autore per aver condiviso i suoi ricordi e affetti con noi lettori che non possiamo che trarre un profondo insegnamento.