Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

PAOLA PALOSCIA LOMBARDO

  • ITALIANI, MEMORIA CORTA

    data: 23/02/2019 23.03

    Dopo il caso Diciotti e il caso della nave Sea-Watch, c’è una Italia divisa per il grave problema degli sbarchi, consapevole che non si può spegnere il tema dei migranti, che ci saranno ancora altre navi Sea Watch, Aquarius, etc. quotidianamente al centro della cronaca e dell’attenzione sui media. Hanno colpito le manifestazioni davanti Montecitorio di cittadini comuni con vari striscioni su cui era scritto: “Non siamo pesci”, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, come pure i tanti appelli “Restiamo umani”... E significativa è stata l’inaugurazione, da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della nuova struttura Matteo Ricci per l’accoglienza e l’integrazione, realizzata dal Centro Astalli nel complesso della Chiesa del Gesù a Roma. In questi giorni, restando in ambito romano, ci sono anche il Meeting sull’Accoglienza a Sacrofano, organizzati dalla Fondazione Migrantes insieme alla Caritas e al Centro Astalli, e la mostra “Exodus” del pittore bosniaco Safet Zec che rappresenta una “Via Crucis contemporanea”.
    Abbondano le polemiche sui salvataggi, sui porti bloccati, sui nullaosta agli sbarchi; polemiche talvolta ipocrite che sfociano in una arida e becera politica, tanto più in vista delle ormai prossime elezioni europee: la politica del non rispetto (ma anche, per qualcuno, del disprezzo) della Dignità della Persona.
    Non ci si può voltare da un’altra parte di fronte all’esplosione di avvenimenti, di proclami, di invettive che ci frastuonano quasi ogni giorno. Il riconoscersi nel volto dell’altro non è solo un atto di carità, ma è anche condivisione di quei diritti che sono di tutti, non solo degli oppressi e dei meno fortunati. Invece, ci sono smarrimento, rancore, xenofobia, razzismo, la paura dell’altro, dello straniero, di perdere la propria identità…
    L’Italia ha memoria? Abbiamo la memoria corta o, meglio, abbiamo memoria ma fingiamo di non averla. Conoscere la storia, sapere ricordare ci permette di prendere coscienza e valorizzare il nostro Bene Comune: siamo tutti “Pellegrini della Terra”, né barbari, né invasori. Le espressioni invasione, togliere il lavoro ad altri, prima gli italiani poi gli stranieri (che erano un tempo i nostri meridionali, i terroni) si sono già sentite negli anni cinquanta-sessanta, nel dopoguerra che è stato un periodo di rinascita e ricostruzione. Allora per i nostri, come oggi per i nuovi immigrati, le condizioni materiali erano precarie, poco dignitose, se non tragiche: sradicazione, segregazione, promiscuità, degrado, solitudine, paura, frustrazione, apatia, risentimento, radicalismo, rassegnazione, delusione.
    I momenti della nostra Storia di immigrazione interna (dal Sud al Nord) e di emigrazione estera (Belgio, Francia, Svizzera, Germania, e ancora prima Argentina, Venezuela, e prima ancora Australia, Stati Uniti) sono “registrati” in libri, in film, in documentari trasmessi dalla prima televisione in bianco e nero ed ora riprodotti da Rai Storia (che svolge un ottimo servizio di cultura storica, antropologica, filosofica e di educazione civica ).
    Si rivedono sguardi spauriti di visi emaciati che parlano di sofferenze, un incedere altero nel portare logore valigie legate da una corda, non una lacrima perché sorretti dalla speranza, quella dei disperati. La speranza di uscire dalla miseria, dalla fame, dalla disoccupazione; disperazione ma anche tanta voglia di ricominciare, anzi, di cominciare una vita piena di sacrifici ma per costruire un futuro più dignitoso.
    Lo stesso Aldo Cazzullo nel suo recente libro “Giuro che non avrò più fame” (Mondadori 2018) ci aiuta a ricordare quanto ci siamo dimenticati: un paese (quello della ricostruzione) semplice, povero ma umanamente più felice. L’integrazione nel territorio alla fine funzionò: lavoro e scuola permisero un interscambio culturale.
    Integrarsi significò allora e significa oggi prendersi per mano aiutandosi nel rispetto delle Regole e della Legalità.
    Tutelare educando alla condivisione dei valori, garantendo uno sviluppo sostenibile, una vita partecipata progettando “insieme” una cultura sociale in una società sempre più multietnica (come dicono i recenti dati Istat, gli immigrati sono più di cinque milioni, e nel solo territorio romano ci sono seicentomila stranieri di 92 nazionalità diverse). È evidente che non si può più procedere al rallentatore, come se aspettassimo passivamente la manna dal Cielo: occorre rimboccarsi di nuovo le maniche e darci da fare. Sta a noi cittadini uniti, forti di questa lunga esperienza vissuta di integrazione e solidarietà, impegnarci a riempire (come per fortuna fanno già tanti organismi e movimenti spontanei) questo vuoto colmo di indifferenza, incertezza, silenzio, egoismo.

    Questa è la sfida di un Paese che si vuole ritrovare, che non dimenticando il passato agisce e reagisce pensando con coscienza al suo futuro civile e pacifico. 

  • SI PARLA POCO DEI GIOVANI
    IMPEGNATI NEL SOCIALE

    data: 29/01/2019 19.05

    In questo mese di gennaio, drammatiche sono state le conseguenze per il freddo: nella sola Roma ci sono stati in strada dieci decessi. In ogni quartiere ci sono persone che hanno fatto della strada la loro casa (sono più di nove mila). Ma c’è chi se ne occupa. Lo fanno anche quei ragazzi che non sono passivi annoiati ma sono silenziosi attivi. Lo si è visto il 18 gennaio ai funerali di Davide, morto per infarto il 30 dicembre nella sua strada, all’angolo tra via Enrico Fermi e via Giuseppe Peano, quartiere Marconi.
    Ragazzi che hanno dimostrato di non perdersi per strada ma, anzi, sono presenti anche nella strada per dare una mano e fare un “servizio sociale”, collaborando e operando con le varie associazioni di volontariato laiche e religiose, e condividendo una esperienza che è anche una scelta di opportunità. “Coloro che sono forti, devono occuparsi dei deboli” scriveva San Paolo ai Romani. Non fanno solo carità (portando cibo, pasti caldi, medicine e altri generi di necessità) ma anche ascolto: ascoltano le loro storie e tra queste, quelle dei loro coetanei (il cui numero è in crescita) che vivono in strada e  he senza casa e senza lavoro si sentono già esclusi dalla società. Un’occasione, perciò, per i giovani volontari: imparare a stare con gli altri, a specchiarsi in loro, a dialogare con loro e ad accettarli.
    C’è dunque  anche una altra faccia della realtà: come si suole dire. Non bisogna fare di tutta una erba un fascio. Una buona parte di giovani si distingue per l’impegno nel sociale, pur vivendo la vita adatta alla loro età, frequentando stadi, discoteche, concerti. Non sono solo la Generazione Z, gli E. Shopper di domani, i Millenials tutto social e poca società. Non tutti i ragazzi subiscono le mode. Ci sono anche ragazzi che credono ancora nella Famiglia innanzitutto, nell’Amicizia, nell’Amore e, sperando nel Lavoro futuro, non si fanno manipolare. Hanno una loro identità, non sono alienati. Sono motivati, sono educati al Rispetto e alla Pace. Amando se stessi e la Vita, amano il Prossimo, rispondendo al vero senso della vita e non solo del contingente. L’impiegare una parte del tempo libero (cercando di renderlo tale anche quando non lo è) in qualcosa e per qualcuno in difficoltà, li fortifica e responsabilizza. È un donarsi gratuitamente ottenendo il rispetto di sé stessi nel riconoscere l’Essere umano come Persona che hanno di fronte, riconoscendole una dignità, attraverso una esperienza che arricchisce interiormente, che è appagante in modo disinteressato. Un impegno che indirizza la loro esistenza ad essere disponibili e utili alle fasce più emarginate. Attraverso il conforto trasmettono, con semplicità, la speranza. Sono capaci di affrontare situazioni diverse in varie circostanze e, pur nell’ansia del domani, vivono e riescono a vivere il presente con fiducia e coraggio.
    Nel nostro quotidiano siamo sfiorati dalla presenza di “questo bene comune”, da ragazzi e ragazze che fanno parte di quei cinque milioni e mezzo di persone che dedicano almeno tre ore la settimana del loro tempo. ”Tappano i buchi”, come è stato scritto, lasciati dagli amministratori locali e dalle politiche dei governanti, dando un volto alla città dove tutto pare sfuggire e molti paiono assuefarsi.

    A loro tutta la stima sincera, la simpatia, l’orgoglio per quanto portano avanti senza altoparlanti e fanno con grande sensibilità nell’anonimato di ogni giorno, nonostante le realtà povere di risorse e ricche di egoismo, cattiveria e rancore in cui siamo immersi. Una straordinaria lezione di vita  che emoziona, una testimonianza di incontro, solidarietà e fraternità che fa meditare e tocca le coscienze. 

  • EMERGENZA GIOVANI

    data: 15/12/2018 19.36

    Particolare attenzione occorre porre all’ascoltare e al vedere quanto ci circonda che ci dà una visione della realtà sociale, talvolta non del tutto rispondente al vero. Perché ci allontana, senza rendercene conto, da determinate situazioni di disagio,anche difficili e talvolta dolorose,oscurandole.
    Ma non si può sottovalutare quella che è una vera emergenza per le Nuove Generazioni, la povertà educativa di minori la cui vita è assente da stimoli, da ideali,da relazioni significative con amici e con adulti e quindi colpiti da stati di malessere, paura, insoddisfazione, non autostima, solitudine.  Questo vale innanzitutto per i ragazzi che vivono in quartieri periferici in cui ci sono cattivi servizi, se non addirittura assenti. Ragazzi che sono segregati  in zone in cui le famiglie soffrono condizioni socio economiche svantaggiate. Occorre, quindi, intervenire abbattendo le differenze tra zone urbane agiate e zone disagiate, le diseguaglianze strutturali che separano sempre più, offrendo le stesse opportunità con determinati percorsi e progetti.
    Per questo è necessaria una Scuola che “vada verso tutti” in un Territorio che “vada verso la scuola”: opportunità  adeguate ad un sano sviluppo psico-socio-educativo, positivo del ragazzo “persona”. La scuola che appare sempre più in affanno deve essere, invece, una realtà positiva per formare, educare, comunicare, relazionare, ma anche per costruire, valorizzare, stimolare la propria identità biologica, sociale, culturale. Una Scuola che educhi anche alla partecipazione e alla responsabilizzazione, aiutando i ragazzi a crescere, parlare, ascoltare, confrontarsi, integrarsi. Ricordando Don Bosco “Volete fare una cosa buona? Educate la Gioventù: in ogni giovane c’è un punto accessibile al Bene”, dunque è sempre più forte in questo momento di sfida educativa, l’esigenza di accompagnare i giovani attraverso un percorso di formazione e opportunità culturale e professionale. L’esclusione genera sfide e, come constatiamo quasi quotidianamente, una conseguenza di quanto sopra, è la violenza singola e di gruppo,attraverso la quale pensano di costruirsi una loro identità i tanti minorenni violenti che sanno fare solo i duri e gli spavaldi, senza nessun accenno di pentimento, quando succede qualcosa di grave. Infatti si stanno facendo frequenti in ogni parte del nostro paese liti, scontri, percosse tra i banchi di scuola e all’esterno; insulti, prepotenze, vessazioni, soprusi… tutti atteggiamenti da adolescenti rabbiosi che evidentemente soffrono un disagio.
    Riteniamo che tutto ciò dimostri anche il fallimento della genitorialità, innanzitutto. Devono – dovrebbero - essere i genitori i primi a insegnare e inculcare il senso civico, dando il buon esempio a come comportarsi nel confronto e nella convivenza con gli altri. Troppo facile incolpare sempre la scuola: un alibi che esiste da quando è prevalso il permissivismo a tutti i costi, per non traumatizzare: principio che esiste fin dall’asilo. È evidente che l’essere stati e l’essere permissivi e indulgenti non ha dato e non dà frutti positivi. Lo stesso Benjamin Spock, pediatra americano che dispensò suoi consigli a tutte le mamme del mondo (dopo l’uscita nel 1946 del suo “Common Sense Book of Baby and Child Care”) ha dovuto fare un “mea culpa” verificando gli effetti devastanti della sua teoria.
    Come pure troppo scontato è l’addossare tutte le colpe sulla società: il primo esempio si ha in famiglia che dovrebbe trasmettere, educando, valori e rispetto, far capire e responsabilizzare. Occorre rintrodurre l’insegnamento di quella Educazione Civica che Aldo Moro, ministro della Pubblica istruzione (Governo Zoli) introdusse nel 1957 nelle scuole medie e superiori. Insegnare che la tolleranza e la solidarietà hanno radici nella fratellanza, cominciando dalle elementari, visto il dilagare del bullismo fin da piccoli e, tra i più grandicelli, del razzismo che poi sfocia facilmente in omofobia, xenofobia, intolleranza contro le religioni, violenza contro le donne,  indifferenza se non disprezzo del rispetto verso il “bene comune”.
    Da qui scaturisce l’adulto di domani irresponsabile, menefreghista, individualista, aggressivo, portato a perdere il senso e il calore del rapporto umano, a causa di quello virtuale molto superficiale e asettico. Questo anche attraverso il cattivo esempio di internet, dei social che hanno preso il sopravvento sulla televisione già considerata a suo tempo “cattiva maestra” come affermava Popper.  Così si crea una dispersione affettiva per mancanza di socializzazione. Invece occorre motivare promuovendo aspettative realizzabili, incuriosire attraverso stimoli, i ragazzi perché imparino a riflettere, condividere, non isolarsi, non sentirsi condannati e abbandonati. A impegnarsi responsabilmente per costruire un futuro migliore, una vita almeno decente, imparando a conoscere, applicare e vivere ogni giorno quelli che sono i Diritti racchiusi nella nostra Costituzione. 

  • QUEI 62 BIMBI IN CARCERE

    data: 13/11/2018 21.20

    Un imbarazzante silenzio si è steso sul clamore mediatico che per qualche giorno è esploso come un tuono, attraverso i mass media, sulla notizia del “folle” gesto della madre - arrestata per traffico internazionale di droga e detenuta a Rebibbia con una bimba di sei mesi e un bimbo di venti mesi – che li ha lanciati dalle scale, provocandone la morte. Sgomento e incredulità si alternano a stupore e sdegno. In effetti, si è sottovalutato il problema dei piccoli “condannati” nelle carceri, cadendo anche nella convinzione che fosse un bene per loro la convivenza forzata con le madri detenute, e non una stortura che nega loro la centralità dovuta, considerandoli non soggetti ma oggetti.

    La quotidianità dietro le sbarre dei piccoli da 0 a 6 anni, come prevede la legge, è una realtà sociale camuffata, falsa, degradata e disagiata che non protegge. Marchia l’esistenza dei bambini con ripercussioni in avvenire che possono rovinare i loro rapporti con gli altri. E intanto viene dissipato il tesoro della libertà, che rischiara e alimenta lo sviluppo psicoaffettivo e socio educativo. Sarà positivo forse per la madre in un suo percorso riabilitativo, ma non per il figlio il cui bene non si può prevaricare. Che educazione si trasmette? Come si forma la sua mente? Quali sono le conseguenze nel suo processo di crescita? Che ricordi saranno memorizzati?

    Al momento, sono presenti nei penitenziari italiani 52 madri detenute con 62 bambini sotto i tre anni (secondo la legge n°354 del 1975 a cui è seguita la n°62 del 2011 che ha innalzato il limite di età a sei anni). In tutto, 15 nidi (sezioni per madri con bambini fino a tre anni), 5 Icam (Istituti a custodia attenuata che dal 2006 riservati a detenute madri di piccoli fino ai sei anni, che vivono in spazi certo ridotti ma realizzati con il fine di ricreare l’atmosfera di casa) e solo 2 Case Famiglia Protette (a Roma e Milano). Queste ultime sono state previste da una legge del 2011 per la detenzione domiciliare (non superiore ai quattro anni) di madri con bambini fino a dieci anni che non hanno altro posto dove andare. Ognuna di queste strutture può ospitare sei mamme e sette bambini. Vengono realizzate in un tessuto urbano esterno al Carcere (ad esempio quella di Roma, “La casa di Leda”, si trova all’Eur in un bene confiscato alla criminalità organizzata) in l’accordo con Comune, Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria e Tribunale di sorveglianza. Sono gestite da enti del Terzo settore. La scelta, come prevede la legge, è della mamma, spesso unico genitore presente.
     
    Particolarmente virtuoso è l’operato di Associazioni i cui volontari si prodigano con amore a organizzare attività per portare i piccoli all’esterno del carcere, che è anche per loro un luogo di sofferenza. Citiamo, come esempio, l’associazione “A Roma Insieme-Leda Colombini”, presieduta attualmente da una risoluta e intrepida Gioia Passarelli. Come pure ci sono volontari che favoriscono stimoli per una serena relazione all’interno del Nido. Un esempio è fornito dal Telefono Azzurro, attivo negli istituti penitenziari grazie ad un protocollo d’intesa con il Ministero della Giustizia fin dal 1993. Il fondatore e presidente Ernesto Caffo è un neuropsichiatra infantile, che fin dal 1987 si batte per garantire ai più piccoli una infanzia protetta, appellandosi alle Istituzioni innanzitutto perché “i silenzi sono inaccettabili”. Appelli e solleciti vengono fatti di continuo anche dall’Associazione Antigone, facendo riferimento - in attesa che vada avanti il disegno di legge per la tutela del rapporto tra le madri detenute e i figli fermo alla Camera da più di un anno - alla Carta dei diritti dei minori, che “hanno il diritto di vivere la loro età”.