Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

PAOLA PALOSCIA LOMBARDO

  • EMERGENZA GIOVANI

    data: 15/12/2018 19.36

    Particolare attenzione occorre porre all’ascoltare e al vedere quanto ci circonda che ci dà una visione della realtà sociale, talvolta non del tutto rispondente al vero. Perché ci allontana, senza rendercene conto, da determinate situazioni di disagio,anche difficili e talvolta dolorose,oscurandole.
    Ma non si può sottovalutare quella che è una vera emergenza per le Nuove Generazioni, la povertà educativa di minori la cui vita è assente da stimoli, da ideali,da relazioni significative con amici e con adulti e quindi colpiti da stati di malessere, paura, insoddisfazione, non autostima, solitudine.  Questo vale innanzitutto per i ragazzi che vivono in quartieri periferici in cui ci sono cattivi servizi, se non addirittura assenti. Ragazzi che sono segregati  in zone in cui le famiglie soffrono condizioni socio economiche svantaggiate. Occorre, quindi, intervenire abbattendo le differenze tra zone urbane agiate e zone disagiate, le diseguaglianze strutturali che separano sempre più, offrendo le stesse opportunità con determinati percorsi e progetti.
    Per questo è necessaria una Scuola che “vada verso tutti” in un Territorio che “vada verso la scuola”: opportunità  adeguate ad un sano sviluppo psico-socio-educativo, positivo del ragazzo “persona”. La scuola che appare sempre più in affanno deve essere, invece, una realtà positiva per formare, educare, comunicare, relazionare, ma anche per costruire, valorizzare, stimolare la propria identità biologica, sociale, culturale. Una Scuola che educhi anche alla partecipazione e alla responsabilizzazione, aiutando i ragazzi a crescere, parlare, ascoltare, confrontarsi, integrarsi. Ricordando Don Bosco “Volete fare una cosa buona? Educate la Gioventù: in ogni giovane c’è un punto accessibile al Bene”, dunque è sempre più forte in questo momento di sfida educativa, l’esigenza di accompagnare i giovani attraverso un percorso di formazione e opportunità culturale e professionale. L’esclusione genera sfide e, come constatiamo quasi quotidianamente, una conseguenza di quanto sopra, è la violenza singola e di gruppo,attraverso la quale pensano di costruirsi una loro identità i tanti minorenni violenti che sanno fare solo i duri e gli spavaldi, senza nessun accenno di pentimento, quando succede qualcosa di grave. Infatti si stanno facendo frequenti in ogni parte del nostro paese liti, scontri, percosse tra i banchi di scuola e all’esterno; insulti, prepotenze, vessazioni, soprusi… tutti atteggiamenti da adolescenti rabbiosi che evidentemente soffrono un disagio.
    Riteniamo che tutto ciò dimostri anche il fallimento della genitorialità, innanzitutto. Devono – dovrebbero - essere i genitori i primi a insegnare e inculcare il senso civico, dando il buon esempio a come comportarsi nel confronto e nella convivenza con gli altri. Troppo facile incolpare sempre la scuola: un alibi che esiste da quando è prevalso il permissivismo a tutti i costi, per non traumatizzare: principio che esiste fin dall’asilo. È evidente che l’essere stati e l’essere permissivi e indulgenti non ha dato e non dà frutti positivi. Lo stesso Benjamin Spock, pediatra americano che dispensò suoi consigli a tutte le mamme del mondo (dopo l’uscita nel 1946 del suo “Common Sense Book of Baby and Child Care”) ha dovuto fare un “mea culpa” verificando gli effetti devastanti della sua teoria.
    Come pure troppo scontato è l’addossare tutte le colpe sulla società: il primo esempio si ha in famiglia che dovrebbe trasmettere, educando, valori e rispetto, far capire e responsabilizzare. Occorre rintrodurre l’insegnamento di quella Educazione Civica che Aldo Moro, ministro della Pubblica istruzione (Governo Zoli) introdusse nel 1957 nelle scuole medie e superiori. Insegnare che la tolleranza e la solidarietà hanno radici nella fratellanza, cominciando dalle elementari, visto il dilagare del bullismo fin da piccoli e, tra i più grandicelli, del razzismo che poi sfocia facilmente in omofobia, xenofobia, intolleranza contro le religioni, violenza contro le donne,  indifferenza se non disprezzo del rispetto verso il “bene comune”.
    Da qui scaturisce l’adulto di domani irresponsabile, menefreghista, individualista, aggressivo, portato a perdere il senso e il calore del rapporto umano, a causa di quello virtuale molto superficiale e asettico. Questo anche attraverso il cattivo esempio di internet, dei social che hanno preso il sopravvento sulla televisione già considerata a suo tempo “cattiva maestra” come affermava Popper.  Così si crea una dispersione affettiva per mancanza di socializzazione. Invece occorre motivare promuovendo aspettative realizzabili, incuriosire attraverso stimoli, i ragazzi perché imparino a riflettere, condividere, non isolarsi, non sentirsi condannati e abbandonati. A impegnarsi responsabilmente per costruire un futuro migliore, una vita almeno decente, imparando a conoscere, applicare e vivere ogni giorno quelli che sono i Diritti racchiusi nella nostra Costituzione. 

  • QUEI 62 BIMBI IN CARCERE

    data: 13/11/2018 21.20

    Un imbarazzante silenzio si è steso sul clamore mediatico che per qualche giorno è esploso come un tuono, attraverso i mass media, sulla notizia del “folle” gesto della madre - arrestata per traffico internazionale di droga e detenuta a Rebibbia con una bimba di sei mesi e un bimbo di venti mesi – che li ha lanciati dalle scale, provocandone la morte. Sgomento e incredulità si alternano a stupore e sdegno. In effetti, si è sottovalutato il problema dei piccoli “condannati” nelle carceri, cadendo anche nella convinzione che fosse un bene per loro la convivenza forzata con le madri detenute, e non una stortura che nega loro la centralità dovuta, considerandoli non soggetti ma oggetti.

    La quotidianità dietro le sbarre dei piccoli da 0 a 6 anni, come prevede la legge, è una realtà sociale camuffata, falsa, degradata e disagiata che non protegge. Marchia l’esistenza dei bambini con ripercussioni in avvenire che possono rovinare i loro rapporti con gli altri. E intanto viene dissipato il tesoro della libertà, che rischiara e alimenta lo sviluppo psicoaffettivo e socio educativo. Sarà positivo forse per la madre in un suo percorso riabilitativo, ma non per il figlio il cui bene non si può prevaricare. Che educazione si trasmette? Come si forma la sua mente? Quali sono le conseguenze nel suo processo di crescita? Che ricordi saranno memorizzati?

    Al momento, sono presenti nei penitenziari italiani 52 madri detenute con 62 bambini sotto i tre anni (secondo la legge n°354 del 1975 a cui è seguita la n°62 del 2011 che ha innalzato il limite di età a sei anni). In tutto, 15 nidi (sezioni per madri con bambini fino a tre anni), 5 Icam (Istituti a custodia attenuata che dal 2006 riservati a detenute madri di piccoli fino ai sei anni, che vivono in spazi certo ridotti ma realizzati con il fine di ricreare l’atmosfera di casa) e solo 2 Case Famiglia Protette (a Roma e Milano). Queste ultime sono state previste da una legge del 2011 per la detenzione domiciliare (non superiore ai quattro anni) di madri con bambini fino a dieci anni che non hanno altro posto dove andare. Ognuna di queste strutture può ospitare sei mamme e sette bambini. Vengono realizzate in un tessuto urbano esterno al Carcere (ad esempio quella di Roma, “La casa di Leda”, si trova all’Eur in un bene confiscato alla criminalità organizzata) in l’accordo con Comune, Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria e Tribunale di sorveglianza. Sono gestite da enti del Terzo settore. La scelta, come prevede la legge, è della mamma, spesso unico genitore presente.
     
    Particolarmente virtuoso è l’operato di Associazioni i cui volontari si prodigano con amore a organizzare attività per portare i piccoli all’esterno del carcere, che è anche per loro un luogo di sofferenza. Citiamo, come esempio, l’associazione “A Roma Insieme-Leda Colombini”, presieduta attualmente da una risoluta e intrepida Gioia Passarelli. Come pure ci sono volontari che favoriscono stimoli per una serena relazione all’interno del Nido. Un esempio è fornito dal Telefono Azzurro, attivo negli istituti penitenziari grazie ad un protocollo d’intesa con il Ministero della Giustizia fin dal 1993. Il fondatore e presidente Ernesto Caffo è un neuropsichiatra infantile, che fin dal 1987 si batte per garantire ai più piccoli una infanzia protetta, appellandosi alle Istituzioni innanzitutto perché “i silenzi sono inaccettabili”. Appelli e solleciti vengono fatti di continuo anche dall’Associazione Antigone, facendo riferimento - in attesa che vada avanti il disegno di legge per la tutela del rapporto tra le madri detenute e i figli fermo alla Camera da più di un anno - alla Carta dei diritti dei minori, che “hanno il diritto di vivere la loro età”.