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NUNZIO DELL'ERBA

  • PSICOTERAPIA E RELIGIONE

    data: 17/02/2019 12.12

    Su «Infodem» Alberto Lori prende spunto da un articolo - pubblicato dalla psicologa clinica Carmen Di Muro sulla rivista «Scienza e conoscenza» - per sottolineare il nesso tra la preghiera intesa come pratica religiosa e i suoi effetti prodigiosi nella sfera organica del corpo umano. Lori cita Alexis Carrel (1873-1944), ma si potrebbe citare Boris Cyrulnik e  il suo recente volume Psicoterapia di Dio (Bollati Boringhieri, Torino 2018, pp. 205).
    Noto neuropsichiatra francese di origine ebraica, scampato per miracolo alle deportazioni naziste, Cyrulnik ricostruisce la sua vicenda esistenziale nel racconto autobiografico La vita dopo Auschwitz (2104), in cui rivela come sia «sopravvissuto alla scomparsa dei suoi genitori durante la Shoah». Nel sottotitolo sono riassunti le sue peripezie infantili, la retata degli ebrei di Bordeaux il 10 gennaio 1944, lo scampato pericolo e il nascondiglio nel bagno della sinagoga francese, l’orfanotrofio, l’affidamento ad una famiglia fino alla laurea in medicina e la specializzazione in psichiatria.
     In un altro volume intitolato La vergogna (2011), Cyrulnik elabora il concetto di resilienza (termine  usato nella fisica per definire la capacità di un materiale di resistere agli urti) per studiare gli effetti dolorosi di un individuo e la sua abitudine a superare episodi tragici sulla base delle sue forze e del proprio vissuto quotidiano. Dall’analisi di questi traumi e dalle loro ripercussioni nell’anima di ogni persona coinvolta in un’inconsapevole e tragico destino, Cyrulnik dà alle stampe il volume intitolato Psicoterapia di Dio già uscito in Francia nel 2017.
    Il tema indaga la crescente influenza delle religioni nelle società contemporanee e richiama la perenne questione del vissuto religioso come momento consolatorio in grado di esercitare gli effetti psicoterapeutici. Il cantillare salmodiante della liturgia ebraica, l’ambiente tranquillo e fiocamente illuminato delle chiese cattoliche, l’invito persuasivo del muezzin alla preghiera sono aspetti peculiari di un’esperienza religiosa totalizzante che incide nella vira quotidiana dei fedeli.
    Con gli strumenti delle neuroscienze e l’approccio psicologico, Cyrulnik afferma che la fede religiosa aiuta spesso a combattere le inevitabili avversità della vita e a raggiungere una serenità interiore. È vero che essa può essere considerata un semplice tranquillante per raggiungere uno stato di pacificazione personale, ma può anche – se vissuta in senso esclusivo – generare violenze e guerre che distruggono intere comunità. Come sostiene Cyrulnik, fuori dai rischi di intolleranza e violenza, è verificabile che «la religione soddisfa una piramide di bisogni, anzitutto cognitivi, poi emotivi, e infine relazionali e morali» (p. 126).
    In questo ambito lo psichiatra francese discute l’adesione dei bambini alla religione, che viene introiettata dall’infanzia attraverso le sollecitazioni dei genitori. Così il sentimento religioso si lega al loro esempio, corrobora il legame affettivo ed aiuta ad affrontare le avversità della vita. Esse traggono alimento risolutivo nella distensione della mente attraverso la preghiera che coinvolge anche il corpo, come si ricava dalle pratiche religiose e dal comportamento dei fedeli, variamente adottato nelle diverse religioni e compreso tra il semplice movimento del corpo fino alle esperienze di ascesi e di estasi.
    La consolazione della preghiera, tema già ricorrente nella letteratura religiosa, era già stato sottolineato nel libro La preghiera dell’uomo (1944) da Alfredo Poggi e in altri come Dio nell’inconscio. Psicoterapia e religione (Morcelliana, Brescia 1975) da E. Viktor Frankl e … Ma Dio non è così. Ricerca di psicologia pastorale sulle immagini demoniache di Dio (San Paolo edizioni, Cinisello Balsamo 1995) di Karl Frielingsdorf. Ma sembra che le ricerche odierne stabiliscano un rapporto stretto tra religione e benessere corporale.

    La questione sembra confermata anche nella seconda edizione del volume collettaneo Hanbook of Religion and Health (Il manuale di religioni e salute) edito nel 2012 dalla Oxford University Press e curato dallo psichiatra americano Harold Koenig. La risposta della ricerca, svoltasi negli Stati Uniti e in Europa, perviene alla conclusione che esista una stretta connessione tra afflato religioso e dimensione corporale intesa come salute mentale/psichica e benessere fisica. 

  • "DIZIONARIO EUROPEO"
    TANTE PAROLE INCONGRUE

    data: 06/02/2019 12.10

    La «Lettura» è il supplemento culturale del «Corriere della Sera» che vuole distinguersi per la serietà degli argomenti e la scelta accurata dei suoi collaboratori. Nondimeno l’ultimo numero, il 375 del 3 febbraio, lascia basiti per la superficialità con cui tratta l’argomento principale, quello relativo alla confezione di un «Dizionario europeo» in vista delle prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo.
    Curato da Antonio Troiano con l’ausilio di altri dodici giornalisti, il settimanale si avvale anche della collaborazione di specialisti su argomenti specifici inerenti il mondo scientifico, filosofico e storico. Il numero del 3 febbraio, in edicola per una settimana, si apre con un articolo del direttore Luciano Fontana, che annuncia la proposta rivolta a 27 scrittori dell’Unione Europea perché indichino una parola che esprima il significato dell’identità nazionale di ogni singolo Stato e dell’appartenenza comunitaria. Comincia così il cosiddetto «viaggio delle idee» nei Paesi dell’Unione Europea che ospiterà scrittori e intellettuali, chiamati a sviluppare nei «loro articoli una parola chiave o un’idea forte sull’identità del loro Paese e dell’essere europei».
    L’iniziativa di definire le 27 parole, che andranno a formare il «Dizionario europeo», è encomiabile a condizione che esse siano sviluppate sul piano storico e integrate con le questioni emerse nel processo dell’Unità europea. Il testo di Claudio Magris sfugge a questo criterio e dimostra una vacuità impressionante delle spinose questioni che affliggono questa compagine sovranazionale. Egli cita a vanvera Michelstaedter, Roth, Bloch, Marx in un lungo e farraginoso articolo sul futuro dell’«universo mondo»: solo che il suo discorso è avulso dalla realtà, com’è proiettato nostalgicamente ad una palingenesi, a cui manca un «elemento unificante», ossia quel «sale della terra» che estende nella sua veloce conclusione all’Europa e al suo ritardo unitario a causa di un rinvio continuo dei problemi imputabili «alle contraddizioni tra i principi e i valori sui quali essa si fonda e la Costituzione di alcuni Paesi».
    Quali siano queste contraddizioni, in che modo si disvelano in questo intreccio tra principi e valori Magris non dice, citando scrittori che hanno scarsa attinenza con la storia dell’Unione Europea. Piuttosto che richiamare Bloch o Marx sulla speranza del futuro, egli avrebbe dovuto ricordare il grande contributo di Immanuel Kant (1724-1804) all’idea di un’Europa unita. Nel saggio Per la pace perpetua (1795) il filosofo tedesco auspica una pace che non possi su una lega di princìpi, ma su una federazione di stati democratici che, partendo dall’Europa, si estenda a tutto il mondo. Come ha più volte precisato Norberto Bobbio, è necessario che la partizione tradizionale del diritto pubblico interno ed esterno si aggiunga una terza specie di diritto che Kant chiama ius cosmopoliticum: «il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità» (cfr. I. Kant, Per la pace perpetua, in «Scritti politici di filosofia dei diritti e della storia», Utet, Torino 1956, p. 302, cit. da N. Bobbio, in L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990, p. 151).
     Piuttosto che richiamare Charles Péguy (1873-1914), la cui opera è incentrata più sul futuro della Francia che su quello dell’Europa, Magris avrebbe dovuto definire quell’indirizzo che da Kant approda alle proposte europeiste di Giuseppe Mazzini (1805-1872), di Charles Lemonnier (1806-1891), di John Robert Seeley (1834-1895), precursori degli «Stati Uniti d’Europa». Dalla lingua dei Chamacoco, «popolazione india del Paraguay» ricordata da Magris per indicare la propensione al preciso futuro della sua lingua, gli altri due scrittori coinvolti propongono altre due parole costitutive del nuovo «dizionario europeo»: «cedimento» e «scarpe».
     Per la parola cedimento viene scomodato Franz Westrman, che scrive una lettera al calciatore Arjen Åsbrink per informarlo che il suo paese natìo Bedum giace su un suolo mobile «che sprofonda di circa mezzo centimetro l’anno per via dell’estrazione di gas naturale». Non si comprende allora perché citi l’abate Emo van Huizing, che vissuto tra il 1175 e il 1237, non sembra aver posto il nesso tra il cedimento del suolo e l’estrazione del gas naturale. L’altra parola scelta da Elisabeth Åsbrink è quella di «scarpe», su cui costruisce un discorso sull’abitudine degli abitanti di alcune zone della Svezia che, invitati a casa di qualche loro conoscente, si toglievano le scarpe. Da qui le lunghe disquisizioni dell’autrice, - invitata a Milano nel prossimo festival I Boreali (23 febbraio) -, che illumina i lettori de «La Lettura» della sua grande scoperta: gli abitanti erano soliti togliere le scarpe per un preciso disegno igienico imposto dalle autorità governative, che organizzavano addirittura «servizi di vigilanza sull’igiene delle abitazioni per elevare la qualità delle popolazioni». La conclusione della scrittrice acquisisce un sapore strano, quando afferma che «l’esortazione musicale a togliersi le scarpe deve essere apparsa del tutto congrua. Sempre che non si fosse immigrati. In tal caso la faccenda sembrava incivile e basta».

    Sulla base di questa strana conclusione, nell’augurio che la scrittrice chiarisca il suo pensiero, attendiamo le altre 24 parole che andranno a formare il «dizionario europeo». Per ora si conoscono i nomi di Petros Markaris, Catherine Dunne, Clara Sánchez nell’augurio che scelgano parole più congrue come quelle affacciatesi alla ribalta della cronaca odierna come «populismo» o «sovranismo», dalla cui chiarificazione dipende l’avvenire dell’Europa o di altre come «amore e odio» tra europeisti e nazionalisti in vista del Forum organizzato dall’Università statale di Milano per il 16 febbraio. 

  • "MAI PIU' NERO", 1931
    LETTURA ANCORA UTILE

    data: 31/01/2019 10.19

    Nel lontano 1931 il giornalista afroamericano George Samuel Schuyler pubblicò l’avvincente romanzo Black No More di fantascienza razziale,  oggi ancora attuale per fronteggiare la diffusa paranoia razzista contro il nero e il diverso. Il romanzo, pubblicato nel 2006 e nel 2013 con il titolo Mai più nero dalla casa editrice Voland, è un capolavoro della letteratura afroamericana, alla pari dei classici di Richard Wright (1908-1960), Ralpf W. Ellison (1914-1994), James Baldwin (1924-1987).
    George S. Schuyler (25 febbraio 1895 - 31 agosto 1977) fu il primo giornalista di colore ad avere collaborato alle grandi testate «bianche» come il Washington Post oppure l’American Mercury. Come sottolinea M. Giulia Fabi nella postfazione, egli combatté la segregazione razziale per tutta la vita, prima come socialista democratico e poi come collaboratore delle più testate più prestigiose.
    Il romanzo non è però un’inchiesta giornalistica, ma un romanzo di fantasia razziale. Ambientato nel quartiere di Harlem degli anni Trenta del secolo scorso, esso narra la storia di Max Disher, un giovane agente assicuratore nero con la passione delle ragazze bianche: un vezzo che lascia insoddisfatte le sue pretese seduttive. L’ennesimo fallimento di un amore incontrastato e il rifiuto da parte di una avvenente bionda lo spinge ad assumere una decisione drastica, quella di trasformare il suo colore della pelle. Informato che uno scienziato nero, Junius Crookman, ha scoperto un nuovo trattamento di trasformare i neri in bianchi, Disher decide di diventare un vero bianco per conquistare l’avvenente bionda e superare le sue resistenze. Così si rivolge al medico per ricevere il trattamento nella sua famosa clinica sovrastata dalla scritta Mai più nero. Poi, divenuto bianco, si reca ad Atlanta, città della giovane bionda razzista per godere del suo nuovo privilegio, assaporare l’amore della sua conquista e non sentirsi più rifiutarsi con l’appellativo di «sporco negro».
    La storia amorosa del donnaiolo Max Disher offre la possibilità allo scrittore di descrivere l’ambiente americano, intriso di razzismo e di rancore verso il diverso. La cancellazione del marchio scritto nel colore della pelle, dice Schuyler, potrebbe sprofondare l’America nel caos economico per la  scomparsa della «classe inferiore», che garantisce forza lavoro a buon mercato e un bersaglio privilegiato per scaricare l’aggressività dei bianchi poveri.

    Lo scrittore afroamericano non risparmia di rivolgere la sua devastante critica anche alla borghesia nera, ossessionata dal modello di vita americano. Una divertente satira che stupisce per la lezione offerta ai neri americani, che devono considerarsi americani e poi neri per sfuggire ai limiti culturali della società complessiva. Ma anche un insegnamento all’umanità intera sul tema del razzismo che può essere superato con la diffusione della cultura e del dialogo tra varie etnie. 

  • IL SOCIALDEMOCRATICO

    data: 22/01/2019 10.51

    «Giuseppe Saragat socialista torinese e statista europeo» (1898-1988) è stato ricordato ieri sera a Torino, a 30 anni dalla morte e a 120 dalla nascita, su iniziativa del «Centro Pannunzio».

    Sull’ex presidente della Repubblica esistono molto biografie, tra le quali le più interessanti sono: Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Marsilio, Venezia 1984) di Ugo Indrio, Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

    La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

    Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.
    L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».
    Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).
    In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932). 
    Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.
    Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.
    Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.
    La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.
    Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.
    Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini (1915-2000), l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica.
    Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.
    In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».
    Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.
    Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

  • LUIGI STURZO
    E CARLO ROSSELLI

    data: 18/01/2019 17.49

     La storiografia contemporanea ha dedicato scarsa attenzione al fecondo rapporto di amicizia che unì Sturzo a Rosselli, l’uno prete cattolico con un profondo attaccamento alla sua missione sacerdotale, l’altro laico con sporadiche simpatie ebraiche d’ascendenza familiare[1]. Seppure di convinzioni politiche e ideali diverse, i due intellettuali furono accomunati da una forte riflessione sul ruolo della religione nella società, sulla questione cattolica e sul rapporto tra cristianesimo e socialismo. La salda difesa dei valori della libertà e della democrazia, proprio per le vicende storiche del loro tempo, s’intrecciò a considerazioni critiche sulla guerra e su altri aspetti peculiari come la crisi dello Stato liberale, la genesi del fascismo e la natura dei totalitarismi. Ma alla base del loro sodalizio politico non vi fu soltanto l’impellente necessità di comprendere e superare la triste realtà del fascismo come forma nuova di dittatura totalitaria, ma anche la comune condizione di esuli[2], che investì la loro esistenza in una ferma condanna dello Stato oligarchico e in un confronto delle dittature con le democrazie moderne per una proposta nuova sulla gestione politica della società.
    Il primo incontro di Rosselli e Sturzo può essere collocato nell’ottobre 1924, quando entrambi si trovavano nella capitale inglese, l’uno per motivi di studi e l’altro in esilio su consiglio della segreteria di Stato vaticana. La loro conoscenza - come si ricava da una lettera di alcuni anni dopo[3] - avvenne nella casa di Angelo Crespi (1878-1948), un ex socialista turatiano già collaboratore della rivista «Critica Sociale», poi avvicinatosi agli ambienti del popolarismo sturziano[4]. A quel tempo Rosselli non era un «oscuro studentello»[5], ma un fine intellettuale, che aveva insegnato economia politica alla università Bocconi di Milano e stretto rapporti personali e politici con Turati, Treves, Modigliani e Matteotti[6]. Seppure critico verso la tattica attendista dei leaders riformisti, egli diede prova di un perspicace realismo politico, che lo condusse ad analizzare con sorprendente lucidità la strategia aventiniana e a proporre una coalizione centrista tra liberali, popolari e socialisti contro l’incipiente dittatura fascista[7]. L’attenzione verso l’opera di Sturzo nacque - oltre che da questa necessità politica contingente - da una particolare simpatia al suo metodfo liberale intonato a vive istanze riformatrici e ad una visione «dinamica» della lotta sociale. Sulla scia delle valutazioni gobettiane[8], Rosselli guardò con favore al «progressimo laico» di Sturzo, anche se rivolse forti critiche alle proposte collaborazionistiche del sindacalismo cattolico. Lo spirito neo-corporativo, la «Chiesa romana come decisa sostenitrice della proprietà», la sua visione rigidamente interclassista furono alcuni tra gli aspetti criticati dal giovane Rosselli, che respinse il collettivismo burocratico e il determinismo marxista, intesi - come scriverà nel 1926 sul «Quarto Stato» - quali riflessi laici della «divina provvidenza dei cattolici»[9]. Comunque, l’auspicio di una vasto accordo governativo tra le forze antifasciste si consolidò in uno sforzo teorico, il cui aspetto fondamentale era quello di conciliare i principi socialisti con il liberalismo moderno per porre le basi di una moderna democrazia incardinata sul metodo liberale e su una crescente giustizia sociale[10].   
    Similmente Sturzo, prima d’imboccare la via dell’esilio, auspicò una fattiva collaborazione politica tra popolari e socialisti e propose un’azione politica comune, fortemente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche che - ritenendola «né conveniente, né opportuna, né lecita» - elogiarono l’opera del governo Mussolini nei riguardi della religione[11]. La tenace intransigenza contro il regime mussoliniano e l’auspicato accordo fra popolari e socialisti costrinsero Sturzo all’esilio «per desiderio della S. Sede»[12] e alla scelta di Londra come sede della sua permanenza all’estero. Fu proprio alla fine dell’ottobre 1924 che Sturzo e Rosselli ebbero modo di conoscersi nella casa di Angelo Crespi, ma non si può escludere che qualche incontro sia avvenuto in precedenza e neppure che la loro corrispondenza epistolare - certamente «tra le più belle e nutrite che si conservino»[13] - sia iniziato nel novembre 1929[14]
    Durante il secondo soggiorno nella capitale britannica (4 settembre - 24 novembre 1924), Rosselli incontrò Sturzo, F. Adler, Ramsay Mac Donald, ma ebbe modo di arricchire il suo patrimonio culturale per i frequenti viaggi nell’intera isola e per il contatto diretto con la realtà politica inglese. La sua attenzione fu rivolta al movimento operaio inglese e al rapporto tra liberalismo e democrazia in un intreccio di motivazioni e di analisi che nascono - come giustamente è stato messo in rilievo - «da un’esigenza di riflessione originata nel contesto delle classi dirigenti liberali e dall’avvento al potere del fascismo»[15]. Di queste esperienze lasciò un ricca testimonianza negli articoli apparsi sull’organo «La Giustizia» diretta da Claudio Treves e nota certamente a Sturzo[16]. In questi articoli, come nelle lettere inviate alla madre, possono essere colte le linee principali del programma di Rosselli, che caratterizzerà la sua azione antifascista negli anni del «Non Mollare» (1925) e de «Il Quarto Stato» (1926)[17]. Proprio a questa intensa attività politica fu collegata la decisione di Mussolini di varare le leggi eccezionali del novembre 1926, scaturite - come egli stesso ammise più tardi - dalla preoccupazione dettata dalla «presenza di Nenni e di Rosselli nel quadro politico del raggruppamento socialista-repubblicano»[18]. Il varo delle cosiddette «leggi fascistissime» e la soppressione di ogni residua libertà di stampa non scoraggiò il socialista fiorentino, che intraprese una lotta più radicale contro il fascismo. Carlo Rosselli, insieme a R. Bauer e a F. Parri, organizzò una rete clandestina degli espatri, contrapposta a quella fascista già operativa sul piano della repressione politica. Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre essi misero in atto la fuga di Turati verso la Corsica. Al rientro in Italia la mattina del 14 dicembre 1926 Carlo fu arrestato, rinchiuso prima nel carcere milanese di San Vittore e inviato poi al confino per essere processato l’anno successivo a Savona. Lo stesso Mussolini intervenne per farlo relegare al confino di Lipari, dove rimase sino al 27 luglio del 1929 e alla fuga dall’isola.
    Le sue imprese, largamente diffuse sulla stampa inglese, dovevano essere note al sacerdote calatino, che seguì l’espatrio clandestino di Turati, il processo di Savona e la «romantica evasione»[19] - come la definì Sturzo - dall’isola siciliana. Negli anni dell’esilio londinese Sturzo rifiutò l’invito della Santa Sede a non svolgere politica attiva[20]: tenne numerose conferenze, pubblicò libri e contribuì a tenere in vita un comitato di assistenza per i profughi politici, con lo scopo di «raccogliere, di aiutare e di unirli nella reazione fascista»[21]. La sua inazione e i momenti di cedimento furono dovuti all’opposizione delle autorità ecclesiastiche, che cercarono di ostacolare la costituzione del Ppi in esilio e di vietare ai cattolici la lotta intrapresa contro il regime mussoliniano. Le iniziative sturziane, certamente, non eguagliarono quelle di altri raggruppamenti politici in esilio come la «Concentrazione antifascista» o il movimento di «Giustizia e Libertà», ma diedero un indubbio contributo alla penosa vita dei profughi antifascisti.
    Carlo Rosselli, fuggito da Lipari il 27 luglio 1929 con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, giunse ai primi di agosto a Parigi, dove insieme ad alcuni fuorusciti diede vita al movimento di «Giustizia e Libertà». Suo obiettivo primario, come precisò due mesi dopo in un’intervista all’organo repubblicano «L’Italia del Popolo», era quella di coordinare l’attività antifascista e intraprendere una lotta a oltranza contro il regime fascista per il ripristino della legalità in Italia[22]. Così entrò in contatto con lo sparuto gruppo dei popolari, animati da Giuseppe Donati (Granarolo di Faenza - Ravenna, 15 gennaio 1889 - Parigi, 16 agosto 1931) e da Francesco Luigi Ferrari (Modena, 31 ottobre 1889 - Parigi, 2 marzo 1933), entrambi in esilio per sfuggire alla persecuzione fascista[23]. Nel fondo Luigi Sturzo, depositato presso l’omonimo istituto, c’è un’importante lettera di Ferrari, in cui si parla di un suo incontro con Rosselli e del progetto di fondare una rivista in grado di «riunire gli spiriti liberi dell’immigrazione attorno ad un programma di azione culturale e politica»[24]. Dell’incontro con Rosselli, avvenuto a Bruxelles nel settembre 1929, Ferrari informò Sturzo, il quale accolse l’invito di dar vita a un progetto editoriale, diretto a «stampare lavori seri di emigrati da diffondersi, in edizioni o francesi o inglesi, all’estero e da far penetrare, in edizione italiana, anche in Italia»[25].
    Il rapporto amicale e culturale tra i due leaders antifascisti è testimoniato dalla lettera che il 12 ottobre 1929 Carlo Rosselli scrisse a Sturzo per chiedergli una recensione al volume di Nello su Mazzini e Bakounine[26] da pubblicare nella rivista inglese «The Review of Reviews» diretta da Henry Wickham Steed[27]. La lettera, postdatata erroneamente di un mese da Carlo Rosselli, suonava così: «Gent.mo Signor Sturzo, mio fratello Nello […] credo che sarebbe incantato di poter avere una sua recensione. Ma non so se lo Steed potrà e vorrà pubblicarla»[28]. Sturzo, dal suo esilio londinese, si rivolse a Steed, che espresse parere favorevole sulla recensione del libro. L’insigne storico inglese, già direttore del «Times», era noto a Carlo Rosselli, il quale apprezzava molto il suo interesse per l’antifascismo e considerava il legame solidaristico con gli esuli come un importante punto di riferimento in tutta la Gran Bretagna. Prima di scrivere la recensione, Sturzo chiese a Salvemini informazioni sul giovane storico «sia come studioso sia come deportato» [29]. Lo storico pugliese passò la missiva a Carlo Rosselli, che il 12 ottobre informò Sturzo sull’attività storica del fratello e lo mise al corrente delle peripezie sofferte negli ultimi anni tra carcere e confino politico, annunciandogli anche l’intenzione di recarsi il 26 novembre a Londra. Prima che la recensione al volume del fratello fosse pubblicata, Rosselli incontrò il 27 Sturzo, con il quale discusse il progetto di una rivista antifascista diretta a denunciare il connubio tra Chiesa e governo fascista.
    Alcuni densi appunti, riconducibili secondo Zunino proprio ai primi anni dell’esilio (all’incirca al biennio 1929-1930), «testimoniano il nuovo e diverso interesse» di Rosselli sulla presenza cattolica nella società italiana[30]. Se è vero che Rosselli - forse stimolato dal dialogo con Sturzo - prestò una particolare attenzione al dibattito che precedette e seguì la stipulazione dei patti lateranensi, non si può dire che fosse nuovo il suo interesse alla storia sociale della Chiesa, come risulta dalle pagine dedicate al «sindacalismo cristiano» nella sua prima dissertazione di laurea (1921)[31].
    Tuttavia l’incontro del 27 novembre non approdò a nulla di concreto[32]; anzi l’iniziativa di fondare una rivista comune ebbe un esito fallimentare per i contrasti insorti tra laici e cattolici sul ruolo della Chiesa e sui suoi rapporti con il fascismo dopo il Concordato stipulato nel febbraio 1929. Ma il fallimento dell’iniziativa non impedì ai due esuli antifascisti di continuare il loro sodalizio politico e di intensificare la loro corrispondenza. Nel gennaio del 1930 l’uscita della recensione sturziana cementò i loro contatti che, ormai trasformatisi in una sincera amicizia, portarono l’animatore di «Giustizia e Libertà» non solo ad apprezzare l’«anima nobile e delicata» e la «bella intelligenza» del sacerdote siciliano, ma anche a scoprire uno «Sturzo, intimamente assai più liberale di quanto non supponesse»[33]. Anche il fratello Nello rimase abbastanza sorpreso degli elogi sperticati del prete siciliano[34], come risulta dalla lettera che il 17 marzo 1930 scrisse alla madre in termini lusinghieri: «Mi scrivono che Sturzo ha lungamente recensito il mio libro sulla “Review of review”! Ma vedi che uomo celebre»[35]
    Sul piano politico la collaborazione di Rosselli con Sturzo e i suoi discepoli prediletti Donati e Ferrari sfociò in un vero e proprio sodalizio culturale e politico. Come prova valga la testimonianza di Ferrari che nel settembre del 1930 - insieme a Turati, Nitti, Tarchiani e Marion Rosselli - si pronunciò, con un gesto non condivisibile da Sturzo, a favore di Fernando De Rosa, processato a Bruxelles con l’accusa di aver attentato alla vita del principe Umberto di Savoia[36]. Sul piano ideale vi è anche il giudizio che Ferrari espresse l’8 febbraio 1931 in una lettera a Donati sul volume rosselliano Socialisme libéral:
     
    Il libro di Rosselli, Socialisme libéral, ha provocato il putiferio tra i Concentrati parigini. I fedeli marxisti vorrebbero protestare violentemente; ma come si fa a protestare violentemente contro Rosselli? E’ una vera tragedia … Il libro val la pena di leggerlo; è il migliore fino ad ora apparso nella collezione di Valois. Se nella parte ricostruttiva è lungi dall’essere esauriente e completo, la parte critica è efficace e condotta con rigore e solide argomentazioni. In fondo, la posizione che assume Rosselli nella parte critica può essere quasi interamente accettata anche da noi, ed è in molta parte una “ripresa” delle argomentazioni da noi svolte contro lo pseudo-marxismo e la pseudo-scienza marxistica italiana[37].
     
    Negli anni 1930-31 Rosselli finanziò la pubblicazione dei due opuscoli di Ferrari Ai parroci d’Italia[38] quasi a testimoniare il pieno accordo con le sue tesi. Nel primo opuscolo Ferrari denunciò il connubio tra la dittatura fascista e le gerarchie ecclesiastiche, mettendo in rilievo anche l’asservimento di molti sacerdoti al regime e i privilegi accordati al clero. Nel secondo opuscoloFerrari rivolse un invito ai parroci, affinché esprimessero una ferma condanna dell’«odiato governo» fascista costituito da una «oligarchia di dominatori». La vigorosa condanna si univa ad alcuni preziosi consigli «per esercitare il diritto di resistenza ad un regime», che ha soppresso ogni forma di libertà (associazione, stampa, insegnamento etc.); che ha soffocato «l’attività intellettuale, artistica, economica del paese e che controlla, grazie ad una perfetta organizzazione investigativa, l’istessa vita privata dei cittadini»; che ha abolito l’istituto parlamentare e, soprattutto, ha schiavizzato la Chiesa trasformandola in «Chiesa dello Stato fascista»»[39].
    Gli opuscoli, che furono diffusi in Italia dai militanti di «Giustizia e Libertà», ebbero la cauta e riservata approvazione di Sturzo, che commentò: «Ho letto la pastorale che ti rimando; molto bene, anche come imitazione di stile; però qua e là si vede il laico: ma va meglio; non diranno che è mia»[40]. Il favore con cui Sturzo accolse le denunce di Ferrari sembrò trascurare la sua posizione sul Concordato, di cui l’antifascista modenese chiese l’immediata abolizione per i «molti danni spirituali» arrecati alla Chiesa[41].       
    Nel luglio 1932 il nuovo assetto politico europeo, con l’ascesa al potere di Antonio Salazar de Oliveria in Portogallo e il successo nazionalsocialista di Adolfo Hitler, gettò nello sconforto Rosselli, che considerò quest’ultimo evento come un coaugulo d’interessi corporativi e di veleni razzistici «ancora più brutale e povero di ideali del fascismo italiano»[42]. Il 2 settembre dello stesso anno Rosselli, riferendo alla moglie d’un incontro con il prete calatino e la sua assistente Bertha Pritchard, le scrisse che «anche Sturzo è assai pessimista sulla situazione e ha, come me, la sensazione che ci troviamo di fronte a una svolta storica»[43]. La dittatura mussoliniana era strettamente collegata da Rosselli ai gravi accadimenti che si stavano verificando in Europa e inquadrata nel più vasto orizzonte della crisi delle democrazie europee:
     
    La situazione europea è tragica. La incapacità delle democrazie di governo e soprattutto dei partiti socialisti di aderire alla realtà, la illusione che la politica estera briandista possa ancora trionfare in un’Europa per metà fascistizzata, il passivismo totale di fronte alle iniziative hitleriane, se procrastineranno l’urto, lo renderanno infinitamente più terribile e incerto di qui a due o tre anni[44].
     
    Di fronte al crescente pericolo della minaccia hitleriana, denunciato con straordinaria lungimiranza, Carlo Rosselli criticò l’attendismo dell’Inghilterra e della Francia in una sequela di denunce che riprenderà nel biennio successivo, facendone partecipe lo stesso Sturzo e coinvolgendolo su molteplici temi come quelli relativi alla politica estera, alla libertà d’insegnamento, all’atteggiamento della Chiesa sulla guerra etiopica, alla persecuzione degli ebrei e persino alla vita della Concentrazione.
     
    La Concentrazione - scrisse Rosselli a Sturzo il 14 marzo 1934 - è in piena crisi e mi pare difficile che possa sopravvivere. I socialisti sono sempre più preoccupati del nostro movimento e prendendo a pretesto un articolo personale di Lussu (a cui si potrebbero contrapporre infinite altre loro manifestazioni) vorrebbero ridurci a un gruppo di leva castagne dal fuoco per i begli occhi di Modigliani e di Nenni[45].
     
    L’«articolo personale» di Lussu, apparso nella sezione dei «Quaderni» dedicata alle «Discussioni del nostro movimento»[46], inasprì i rapporti tra GL e PSI e diede il colpo finale alla Concentrazione. Le osservazioni critiche di Rosselli, certamente non assimilabili a quelle di Lussu sulla «presunta impotenza dei socialisti di fronte all’avanzata del fascismo negli anni del dopoguerra», trovarono nel prete calatino un interlocutore sordo, che si sentiva più a suo agio nel dibattito relativo al programma politico del Ppi. Un articolo di Rosselli, apparso anonimo su «Giustizia e Libertà» (1° febbraio 1935), fornì a Sturzo l’occasione d’intervenire su una questione che gli stava particolarmente a cuore: quella della libertà d’insegnamento. La critica di Rosselli alla politica scolastica del Ppi non investiva solo l’uso strumentale della libertà d’insegnamento, ma - come aveva già fatto Ferrari[47] - intendeva sollevare la questione dell’«istruzione religiosa obbligatoria» concessa dallo Stato fascista al Vaticano[48]. Ma la questione fu evasa da Sturzo, che cercò di spostare il dibattito da un piano strettamente politico a quello storico[49]. La polemica assunse toni più aspri nei mesi successivi di fronte alle posizioni assunte da Sturzo sull’imminenza della guerra contro l’Etiopia da parte del governo fascista. Con argomentazioni di carattere teologico piuttosto che politico, Sturzo cercò di dissociare la posizione del Vaticano da quella del fascismo, richiamando l’insegnamento di S. Tommaso sulla guerra giusta. Il prete siciliano, in un articolo apparso sul periodico spagnolo «El Matì» il 21 febbraio ’35 e ripreso il 31 marzo dall’organo francese «L’Aube», confinò la questione della guerra nel limbo della coscienza individuale dopo aver osservato che nell’acme della dittatura fascista «ogni voce libera, ogni discussione franca, ogni possibilità di dissenso, sono soppresse: così il problema di coscienza se una guerra sia giusta o no rimarrà chiuso nel pensiero di ciascuno; e non potrà essere risolto sul piano della moralità pubblica»[50]. Il 12 giugno dello stesso anno spostò il nucleo del suo discorso e, rammaricandosi dell’atteggiamneto passivo della Francia e dell’Inghilterra, auspicò una «cooperazione internazionale stabile e solidale»[51]
    Le posizioni di Sturzo nei riguardi dell’ultima impresa coloniale italiana suscitarono una vasta eco negli ambienti episcopali italiani[52] ed offrirono l’occasione a Rosselli e ai suoi collaboratori di «Giustizia e Libertà» di ritornare sulla guerra d’Etiopia. Il 21 giugno 1935, nella rubrica Stampa amica e nemica, il settimanale giellista riportò alcuni brani dell’articolo di Sturzo sull’«Aube», seguito da questo commento:
     
    Ah, no, Sturzo. La Chiesa non ha taciuto. I vescovi benedicono i gagliardetti delle truppe partenti, l’«Osservatore Romano» riporta senza un commento tutte le notizie della guerra prossima e il Papa, ricevendo proprio in questi giorni 5.000 granatieri venuti a Roma per essere arringati dal duce con accenti di guerra, non solo non ha avuto una parola contro la guerra, ma li ha lodati per avere dato tante belle prove in guerra divertendosi a stabilire l’origine del loro nome: «lanciatori di granate». Tanto rispetto personale abbiamo per Sturzo quanto disprezzo per la Chiesa a cui egli conserva una così figliale obbedienza[53].
     
    Dopo questa valutazione, certamente ad opera del suo direttore, Sturzo inviò due lettere a Rosselli, una personale e un’altra destinata alla pubblicazione. Nella prima egli, dopo aver richiamato una frase pontificia contro «le nazioni (stati che vogliono la guerre (al plurale», accusò il gruppo giellista di perseguire finalità illiberali di «anti-cattolicismo che suona(vano) come antireligiosità», avanzando il non coltivato e sibillino timore che esso coltivasse «l’idea arrogante e insulsa di Hitler o degli hitleriani di creare una religione pagana di Stato, ovvero l’idea dei bolscevichi di fare una lega degli anti-Dio e dei senza-Dio»[54]. Nella seconda Sturzo impostò il discorso su un piano più articolato, ma sempre diretto a giustificare la politica del pontefice, che alla condanna della guerra dedicò due suoi interventi:
     
    Il papa - scrisse il prete calatino - ha parlato recentemente contro la guerra due volte (non ho il tempo di ricercarne le date), in forma solenne avanti ai Cardinali, quando accennando al riarmamento ed alle voci di guerra ha finito col citare le forti parole dei Salmi: «Dissipa gentes quae bella volunt».
    Ricordo che diversi giornali (fra i quali certamente «l’Echo de Paris») dissero che il papa intendeva alludere alla Germania. Nessuno c’impedisce di pensare che il papa avesse alluso alla guerra Italo-abissina. Certo, senza portare un giudizio di fatto sulle responsabilità particolari, egli intendeva condannare coloro che vogliono la guerra; in termini giuridici internazionali «l’aggressore.
    E’ del resto nella tradizione della Curia dalla caduta del potere temporale in poi, di non pronunziarsi a favore di uno e contro l’altro belligerante, ma di volere la pace fra tutti i popoli e di cooperarvi per quel poco che oggi è possibile.
    Non per me, ma per coloro che cerano di leggere nelle intenzioni altrui, vale la pena di riportare per intiero il versetto del Salmo 67 citato dal papa: «Disperdi le nazioni che vogliono le guerre. Verranno (allora) ambasciatori dell’Egitto, l’Etiopia stenderà le sue mani a Dio» (Traduzione, Libreria Editrice Fiorentina 1929[55].
     
    La frase ricordata, che fu pronunciata dal pontefice il 24 dicembre 1934 in occasione dell’allocuzione natalizia, venne ripresa poi nella sua diatriba con Rosselli e arricchita con le parole del versetto «Etiopia praeveniet manus eius Deo»[56].  
    Agli occhi di Rosselli appariva ambigua e non rispondente ai dettami del Cristianesimo.
    La guerra civile di Spagna trovò Rosselli e Sturzo concordi nella lotta contro Francisco Franco e il suo programma clerico-fascista[57]. Vicino alle posizioni dei grandi cattolici francesi (G. Bernanos, J. Maritain, F. Maurac, E. Mounier), Sturzo prese le distanze dalle posizioni dell’episcopato spagnolo.
     
    In tutta Europa, in tutto il mondo, la guerra civile spagnola sarà rinfacciata ai cattolici come la notte di S. Bartolomeo e come la repressione del Duca d’Alba nelle Fiandre. Ne abbiamo avuto troppo dell’Inquisizione di Spagna, (quasi sempre in mano ai re e a scopo politico) per avere oggi i crociati spagnoli contro un popolo ch’è stato in fin dei conti abbandonato spiritualmente e socialmente e lasciato preda del socialismo e del sindacalismo ed oggi del comunismo[58].
     
    L’assassinio di Carlo e Nello, uccisi il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne, rattristò grandemente Sturzo, che inviò un telegramma di condoglianze[59] e mantenne saldi i rapporti epistolari con i familiari.
     
     
     
       NOTE
        [1] Per la vasta bibliografia sui personaggi si vedano: Bibliografia degli scritti di e su Luigi Sturzo, a cura di G. Cassiani, V. De Marco, G. Malgeri, Gangemi, Roma 2001; N. Dell’Erba, Carlo e Nello Rosselli. Guida bibliografica 1917-2001, in Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, a cura di L. Rossi, Carocci, Roma 2003, pp. 155-231.
        [2] Sulle complesse vicende del loro esilio cfr. A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze 1973, vol. I, pp. 170-202; Stanislao G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista 1899-1937 cit., pp. 118-181; G. De Rosa, Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977, pp. 240-262; F. Malgeri, Luigi Sturzo, Edizioni Paoline, Torino 1993, pp. 169-185.
        [3] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York. Carteggio (1929-1945), a cura di e con introduzione di G. Grasso, prefazione di G. De Rosa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 46.
        [4] Su Angelo Crespi (1877 - 1949) cfr. il profilo biografico curato da M. L. Frosio, in «Dizionario Storico del Movimento cattolico», vol. III-1: Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato 1984, pp. 267-268.
        [5] G. Grasso, Introduzione a Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York. Carteggio (1929-1945) cit., p. 5.
        [6] S.G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista 1899-1937 cit., p. 32.
        [7] Su questo aspetto dell’azione politica di Rosselli la storiografia è lacunosa, ma per alcuni aspetti meritevoli di ulteriori approfondimenti cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà, Laterza, Bari 1968, p. 176; P.G. Zunino, Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà (1929-1936), in Aa. Vv., Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica del cattolici nel ’900, a cura di G. Rossini, il Mulino, Bologna 1972, p. 516.
        [8] Sui rapporti fra Gobetti e il fondatore del Ppi cfr. P. Permoli, Sturzo nei giudizi di Piero Gobetti, in Aa. Vv., Luigi Sturzo. Saggi e testimonianze, Edizioni Civitas, Roma 1960, pp. 139-149; B. Gariglio, Gobetti e Sturzo, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», Annali 1989, n. 8, pp. 4-31.
        [9] Il brano da cui è tratto il giudizio di Rosselli si trova in N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà cit., p. 306.
        [10] Questo impegno teorico e politico emerge in modo nitido da una lettera a Novello Papafava (22 giugno 1923), in cui Rosselli confida all’amico di lavorare «ad una revisione in senso liberale dei metodi socialisti» e, sul piano politico, ad un incontro tra «Albertini, Sforza, Salvemini, Sturzo, Amendola, Turati», i quali «se fossero uniti nella lotta […] rappresenterebbero un nucleo di forza veramente enorme, capace, alla lunga, di rovesciare qualsiasi avversario»; cfr. la lettera, in G. Rossini (a cura di), Il delitto Matteotti tra Viminale e Aventino, il Mulino, Bologna 1966, pp. 129-130.   
        [11] Cfr. E. Rosa, La parte dei cattolici nelle presenti lotte dei partiti politici in Italia, in «La Civiltà cattolica», 7 agosto 1924, pp. 297-306, ora in P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Laterza, Bari 1971, pp. 81-87. La citazione, che si trova alla p. 85, è preceduta dall’esaltazione di Mussolini, il cui governo «grazie sopra tutto alla tempra singolare dell’uomo che lo dirige […] vanta benemerenze innegabili, massime per ciò che spetta alla religione» (p. 81).
        [12] Lettera di Sturzo al card. Bourne, 15 giugno 1926, in «Archivio Luigi Sturzo», f. 141A, c. 9, cit. in F. Piva e F. Malgeri, Vita di Luigi Sturzo, prefazione di G. De Rosa, Cinque Lune, Roma 1972, p. 291 (nota 8)  
        [13] Il giudizio è espresso da G. De Rosa nel saggio Luigi Sturzo nella storia d’Italia, in Aa. Vv., Luigi Sturzo nella storia d’Italia, Edizioni di Storia e Letteratura Roma 1973, p. 94.
        [14] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York cit., p. 46.
        [15] M. Degl’Innocenti, Carlo Rosselli e il movimento sindacale dalla tesi di laurea a «Socialismo liberale», La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 57.
        [16] Per un elenco degli articoli apparsi su «La Giustizia» cfr. N. Dell’Erba, Carlo e Nello Rosselli. Guida bibliografica 1917-2001 cit., pp. 162-163
        [17] Cfr. le lettere di Carlo Rosselli alla madre (1924), in Epistolario familiare. Carlo, Nello Rosselli e la madre (1914-1937) cit., pp. 205-242.
        [18] Y. De Begnac, Palazzo Venezia. Storia di un regime cit., p. 286.
        [19] L. Sturzo, Mazzini e Bakunin, in «The Review of Reviews», 15 gennaio 1930, ora in Id., Miscellanea londinese I: (Anni 1925-30), Zanichelli, Bologna 1965, pp. 353.
        [20] Sul divieto imposto a Sturzo cfr. la lettera del cardinale Bourne, 18 marzo, 1926, in G. De Rosa, Luigi Sturzo nella storia d’Italia cit., p. 90.
        [21] F. Malgeri, Il fuoruscitismo popolare, in AA. VV., Storia del movimento cattolico, vol. IV: I cattolici dal fascismo alla Resistenza, Il Poligono, Roma 1981, p. 44.
        [22] L’intervista concessa da Rosselli a «L’Italia del Popolo» (30 settembre 1929) è ristampata in «Archivio Trimestrale», gennaio-giugno 1984, n. 1-2, pp. 103-108.
        [23] Sui due personaggi si vedano G. Ignesti, Donati Giuseppe in «Dizionario Storico del Movimento cattolico 1860-1980», vol. II: I protagonisti, Marietti, Casale Monferrato 1982, pp. 181-190 ; Mario G. Rossi, Ferrari Francesco Luigi, ibidem, pp. 201-205.
        [24] Lettera di Ferrari a Sturzo, 30 settembre 1929, ora in L. Sturzo, Scritti inediti (1924-1940), a cura di F. Rizzi, Cinque Lune, Roma 1975, pp. 247-249.
        [25] Ivi.
        [26] N. Rosselli, Mazzini e Bakounine. 12 anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Bocca, Torino 1927.
        [27] Su Henry Wickham Steed (1871-1956) cfr. D. Forgacs, Sturzo e la cultura politica inglese, in G. De Rosa (a cura di), Luigi Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 343-346; G. Farrell-Vinay, Sturzo e l’Inghilterra, in Aa. Vv., Universalità e cultura nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2001, pp. 181-223.
        [28] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre [ottobre] 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York cit., pp. 45-47. La lettera era stata parzialmente pubblicata da S. Mastellone, Liberalismo sociale e socialismo liberale, in A. Colombo (a cura di), I colori della libertà. Il mondo di Nello Rosselli fra storia, arte e politica, FrancoAngeli, Milano 2003, p. 109.
        [29] Lettera di Sturzo a Salvemini, 4 novembre 1929, conservata in «AGL» presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze, sez. I, fasc. 7, sottofasc. 4, c. 10.
        [30] P. G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939), il Mulino, Bologna 1975, pp. 336-337.
        [31] Cfr. il capitolo 5 della tesi di laurea (1921), intitolata «Il sindacalismo cristiano» e ripubblicata integralmente, in Carlo e Nello Rosselli. Giustizia e Libertà, a cura di G. Limiti e M. di Napoli, UIL, Roma 1993, pp. 388-402. 
        [32] Dell’incontro con Rosselli e del fallito progetto, Sturzo informò Ferrari: «Ho visto Rosselli che è stato qui. Abbiamo scambiato molte idee, e ci siamo dato un altro appuntamento»; cfr. F.L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, vol. I, p. 240.
        [33] Secondo Zunino i giudizi rosselliani si ritrovano nelle lettere a Isabel Massey (11 marzo 1933) e a Bertha Pritchard (senza data), conservate nell’«Archivio di Giustizia e Libertà» presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze, Fondo C. Rosselli, 94/5-6; cfr. P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., pp. 339.
        [34] L. Sturzo, Mazzini e Bakunin, in «The Review of Reviews», 15 gennaio 1930, ora in Id., Miscellanea londinese I: (1925-30) cit., pp. 352-356.
        [35] Lettera di Nello Rosselli alla madre, 17 marzo 1930, in Epistolario familiare. Carlo, Nello Rosselli e la madre (1914-1937) cit., p. 484.
        [36] Sull’attentato di De Rosa e sul dibattito suscitato negli ambienti del fuoruscitismo cfr. M. Giovana, Fernando De Rosa dal processo di Bruxelles alla guerra di Spagna cit.; A. Morelli, Nuovi elementi sul «caso De Rosa», in «Storia contemporanea», 1987, a. XVIII, pp. 767-809.
        [37] Cfr. la lettera di Ferrari a Donati, Bruxelles 8 febbraio 1931, in Francesco L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, vol. II, p. 485.
        [38] Copia degli opuscoli si trovano in «Archivio di Giustizia e Libertà», sez. IV, fasc. 2, sottofasc. I, inserto 5, n. 4. Il secondo è ripubblicato in F. L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime”, introduzione di E. Rossi, Parenti, Firenze 1957, pp. 187-199. Per un’interpretazione dei due opuscoli si vedano i giudizi negativi di Pier G. Zunino, il quale afferma che «il popolare si fece strumento degli obbiettivi del movimento di Rosselli», svalutando così il contributo che Ferrari diede all’antifascismo; cfr. Id., Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà cit., p. 523. Il giudizio su Ferrari, non esente da forzature interpretative, sembra attenuarsi nella rielaborazione del saggio, ma è sempre improntato a una valutazione negativa; cfr. Pier G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., pp. 339.  
        [39] Francesco L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., pp. 188, 190, 195 e 198.
        [40] Lettera di Sturzo a Ferrari, [Londra] 11 maggio 1930, in Francesco L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, I, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, p. 313.
        [41] F.L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., p. 195. Rivolgendosi ai parroci egli affermò: «Il problema che si porrà nell’avvenire non sarà quello di conservare il Concordato anche dopo l’inevitabile ruina del regime fascista: sarà quello di liberarvi del Concordato prima ancora della caduta della dittatura» (ivi, p. 198).
        [42] C. Rosselli, Italia e Europa, in «Quaderni di Giustizia e Libertà», giugno 1933, serie II, n. 7, p. 1.
        [43] Lettera di Rosselli a Marion Cave, in C. Rosselli, Dall’esilio. Lettere alla moglie 1929-1937, a cura di C Casucci, Passigli, Firenze 1997, p. 32.
        [44] Lettera di Carlo Rosselli a Sturzo, 15 novembre 1933, in Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 56.
        [45] Lettera di Rosselli a Sturzo, [Londra] 14 marzo 1934, in Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 63.
        [46] Cfr. Tirreno [E. Lussu], Orientamenti, in «Quaderni di Giustizia e Libertà», febbraio 1934, serie II, n. 10, pp. 58-72. Sulle reazioni suscitate dall’articolo negli ambienti socialisti cfr. le acute osservazioni di S. Fedele, Storia della Concentrazione antifascista 1927-1934, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 173-177.
        [47] Francesco L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., p. 195.
        [48] Cfr l’articolo anonimo deve essere attribuito a Rosselli per le medesime frasi contenute in un altro di alcuni mesi dopo; cfr. Missione d’imbroglio, in «Giustizia e Libertà», 1° febbraio 1935, a. II, n. 5, p. 4; C. Rosselli, «L’Osservatore romano» risponde, ivi, 7 giugno 1935, a. II, n. 23, p. 1, ora in Id., Scritti dell’esilio II: Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), Einaudi, Torino 1992, pp. 177-179.
        [49] Sulla posizione di Sturzo e il suo tentativo di evadere la questione si vedano le due lettere a Rosselli: la prima, [Londra] 7 febbraio 1935, ma pubblicata il 15 marzo; cfr. Una lettera di Sturzo, con postilla di Rosselli, in «Giustizia e Libertà», 15 marzo, a. II, n. 11, p. 2; la seconda, [Londra] 21 febbraio 1935, in P.G. Zunino, Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà cit., p. 534.  
        [50] L. Sturzo, Un problème de conscience, in «L’Aube», 31 marzo 1935, ora in Id., Miscellanea londinese, Zanichelli, Bologna 1970, vol. III, pp. 124-126.
        [51] L. Sturzo, Hipothèses et non prophéties sur le conflit italo-abyssin, in in «L’Aube», 12 giugno 1935, ora in Id., Miscellanea londinese, vol. III cit., pp. 154-159. Sulle posizioni di Sturzo e il dibattito sulla questione abissina negli ambienti cattolici francesi cfr. F. Mayeur, L’Aube. Studio di un giornale d’opinione (1932-1940), Cinque Lune, Roma 1969, pp. 199-217 (I° ed. francese: Colin, Paris 1966). 
        [52] Per un quadro complessivo si veda lo studio di R. Moro, Azione cattolica, clero e laicato di fronte al fascismo, in Aa. Vv., Storia del movimento cattolico cit., pp. 308-320. 
        [53] Cfr. Sturzo e la guerra d’Africa, in «Giustizia e Libertà», 21 giugno 1935, a. II, n. 25, p. 4. L’episodio cui si riferisce avvenne il 15 giugno 1935, quando Pio XI celebrò nell’aula delle Benedizioni una messa per gli iscritti all’Associazione dei Granatieri d’Italia, rivolgendo loro un breve discorso di saluto; cfr. Il Sommo pontefice celebra il Divin Sacrificio, in «L’Osservatore Ropmano», 16 giugno 1935, p. 1. 
        [54] Lettera Personale di Sturzo a Rosselli, Londra 23 giugno 1935, in  Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 74. Una distorsione del pensiero sturziano si trova nelle considerazioni di Zunino, che mutila la lettera nella sua parte più significativa; cfr. P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., p. 411.
        [55] Cfr. Il Vaticano e la guerra. Un’altra lettera di Luigi Sturzo, in «Giustizia e Libertà», 5 luglio 1935, a. II, n. 27, p. 3.
        [56] Cfr. L. Sturzo, Miscellanea londinese, vol. III, p. 172.
        [57] Per le posizioni di Rosselli e Sturzo sulla guerra civile spagnola cfr. L. Pala, I cattolici francesi e la guerra di Spagna, Argalìa, Urbino 1985; G. Campanini, Una battaglia per la libertà della Chiesa. Luigi Sturzo e la guerra di Spagna, in Aa. Vv., I cattolici italiani e la guerra di Spagna, a cura di G. Campanini, Morcelliana, Brescia 1987, pp. 167-194; G. Canali, L’antifascismo e la guerra civile spagnola, Manni, San Cesareo di Lecce 2004, pp. 11-37.
        [58] Lettera di Sturzo al direttore del «Matì» di Barcellona, 12 ottobre 1936, in L. Sturzo, Scritti inediti (1924-1940), II, a cura di Franco Rizzi, Edizioni Cinque Lune, Roma 1975, p. 435. Pubblica 11 lettere di Rosselli a Sturzo.
        [59] Il telegramma di Sturzo, pubblicato sull’organo del movimento giellista, esprimeva «le profonde condoglianze alle due desolate famiglie»; cfr. «Giustizia e Libertà», 18 giugno 1937, p. . G. Ranzato, Bollati Boringhieri, Torino 2004; De Rosa, Antifascismo e Resistenza ; V. Clemente, Luigi Sturzo e la politica centro-europea…, in «Rassegna di politica e storia», agosto 1965. 

  • IL RICCO EBREO
    E LA GIOVANE ARIANA

    data: 14/01/2019 18.05

    Giudici opportunisti, coinquilini delatori, carrieristi imbelli si stagliano nella vicenda sentimentale tra Lehmann (Leo) Katzenberger (25 novembre 1873 -3 giugno 1942) e Irene Scheffler (26 aprile 1910 - luglio 1984). La storia della loro amicizia, maturata nel clima persecutorio della Germania nazista, è ora narrata nel romanzo Il caso Kaufmann (Rizzoli, Milano 2019, pp. 382) di Giovanni Grasso, già noto per i suoi molteplici lavori storici e per la sua collaborazione al quotidiano cattolico «Avvenire».
    La conoscenza tra il presidente della Comunità ebraica e la giovane tedesca inizia nel dicembre 1933, in seguito ad una lettera inviata dal padre Kurt. Egli si rivolge all’amico, chiedendogli di assistere la figlia e di aiutarla ad inserirsi nel nuovo ambiente di Norimberga, dove si stabilisce per svolgere l’attività di fotografa. La giovane Irene riceve così in affitto un appartamento dal ricco possidente, che rimasto vedovo per la morte della moglie cerca una compagnia per uscire dal grigiore della sua vita quotidiana. Se questa compagnia si sia trasformata in una relazione amoroso sembra improbabile per il vincolo amicale con il padre, per la differenza d’età e per le misure antiebraiche introdotte nel 1935 e dirette alla proibizione della cosiddetta Rassenschande («rapporto sessuale con un’ariana» ).
    Sul «Corriere della Sera» (14 gennaio 2019, p. 39), Aldo Cazzullo scrive un farraginoso e prolisso articolo, riportando date erronee ed offrendo al lettore riflessioni strane sulla lettura del romanzo. Irene Scheffler, che nel 1939 sposerà un venditore di auto, ha quasi ventiquattro anni (non una «ragazza di vent’anni» ) e non si stabilisce a Norimberga per «studiare fotografia», ma per aprire «uno studio fotografico» secondo la versione data nel libro L’ebreo e la ragazza. Un’amicizia proibita nella Germania nazista (Baldini & Castoldi, Milano 1997, pp. 406) e ripresa Vanna Vannuccini nella puntuale recensione pubblicata su «la Repubblica» del 12 gennaio 2000. Erronea è la tesi di Cazzullo, secondo cui «nel grande pubblico la conoscenza delle persecuzioni naziste verso gli ebrei è spesso limitata ai campi di sterminio». La miriade di studi ha rivolto particolare attenzione ai molteplici aspetti che precedono e seguono il mondo concentrazionario.
    La vicenda sentimentale tra l’ebreo Lehmann e l’«ariana» è già nota da oltre mezzo secolo grazie al film americano del 1961 e da oltre vent’anni grazie al libro di Cristiane Kohl, che «ridà ai denunzianti e alle vittime il loro volto, la loro personalità», come emerge dai documenti storici e dai verbali coevi del processo. Un aspetto che sfugge completamente al collaboratore del giornale milanese per la complicità dei denunzianti e di quei «tedeschi comuni», studiati da Daniel J. Goldhagen nel suo interessante volume I volenterosi carnefici di Hitler (1997). Cazzullo ignora che l’ossessione di Hitler, secondo cui «giovani e ingenue ragazze tedesche potessero diventare “preda sessuale” degli è ebrei», era rivolta anche agli uomini delle SS innamorati di donne ebree: il caso più eclatante riguardò il caso raccontato da Martin Gilbert nel suo volume Mai più. Una storia dell’Olocausto (2000) sul soldato tedesco giustiziato insieme alla sua compagna.
    Il caso di Lehmann suscita certamente più scalpore per l’ingiustizia che subì e per la sua ingiusta uccisione. A quella tragica fine si giunse per la delazione dei cosiddetti «tedeschi ordinari», che ricorsero ai pettegolezzi e al mormorio dei vicini, dettato più da invidie e da vecchi rancori che da un viscerale antisemitismo. La notizia della relazione sentimentale tra l’anziano ebreo e la giovane tedesca perviene presto all’orecchio delle autorità naziste, che mettono in moto la spietata macchina giudiziaria hitleriana. Il 18 marzo 1941 Lehmann viene  arrestato con il sospetto di avere violato le leggi razziali naziste (il reato era commesso dall’uomo e non dalla donna).
    Comincia così un’intricata vicenda processuale, che porta in primo grado all’assoluzione dei due protagonisti, costretti poi ad un nuovo processo per il ricorso di Oswald Rothaug, il fanatico giudice ammiratore di Gauleiter Julius Streicher, uno dei più feroci e corrotti gerarchi nazisti. Durante il processo gli imputati negano di avere avuto rapporti sessuali, sostenendo con vigore che tra loro c’era solo una innocente amicizia, ossia un idillio platonico dettato da semplice simpatia. Le leggi razziali del 1935 prevedono una pena massima di 15 anni nel caso di ebrei e ariani. Eppure Rothaug condanna a morte Lehmann per «contaminazione della razza», appellandosi anche alla legge sul coprifuoco che vietava agli ebrei di uscire di sera. Lehmann fu ghigliottinato il 3 giugno 1942, mentre Irene fu condannata a due anni di prigione per falsa testimonianza.
    L’esito del processo interrompe la carriera di Rothaug, che viene criticato per avere inflitto una condanna fondata su prove inattendibili: una situazione che spinge le autorità naziste ad assegnargli un altro incarico. Dopo la Seconda guerra mondiale egli è coinvolto nel processo di

    Norimberga e condannato all’ergastolo, ma viene rilasciato nel 1956 per morire il 4 dicembre 1967. 

  • LA LEZIONE DI PIERSANTI

    data: 06/01/2019 18.28

    Nel corso di una cerimonia è stato ricordato oggi a Palermo Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980 dalla mafia. Oltre ai suoi familiari erano presenti il Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, il sindaco Leoluca Orlando, il prefetto Antonella De Miro e l’assessore regionale Gaetano Armao. Tutti i relatori hanno messo in rilevo l’alto valore della lezione di Piersanti Mattarella, che può essere riassunta nella conclusione di Pietro Grasso, là dove afferma che la sua antimafia «era nei fatti, nel lavoro onesto, negli appalti trasparenti, nell’esclusione delle clientele».

    Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato dal padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.

    Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «Un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
    La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
    Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
    L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
    Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
    La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
    Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.
    La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

  • ARTEFICE DELL'UNITA'

    data: 04/01/2019 16.06

    Il pensiero politico di Giuseppe Mazzini si colloca nella storia del Risorgimento e s’intreccia con il movimento che condusse l’Italia all’unificazione nazionale. Fondamentale fu il suo ruolo nel perseguire questo ideale, che – sebbene concretizzatosi in un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo – aprì la via alla realizzazione della Repubblica. L’obiettivo, vissuto come missione politica con intenso afflato religioso, condizionò tutta la vita di Mazzini, che è oggi considerato l’artefice dell’unità nazionale. A differenza di Giuseppe Garibaldi, che per dare un assetto unitario all’Italia preferì le conquiste militari, o di Camillo Benso conte di Cavour, che ricorse alle alleanze diplomatiche, Mazzini scelse di agire sul carattere degli italiani, per rinsaldare i loro sentimenti patriottici e guidarli verso la creazione di una nuova nazione. Egli poté realizzare poco prima della morte il suo sogno di vedere Roma capitale, ma rimase deluso dal ruolo guida che assunse la monarchia sabauda nella costruzione dello Stato unitario.
     
    La vita
    Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno 1805, da Giacomo e da Maria Giacinta Drago. Il padre ebbe scarsa influenza nella sua formazione, mentre la madre gli trasmise un forte senso del proprio rigore morale, alimentato anche dalla rigida educazione ricevuta dai precettori, sacerdoti giansenisti. Nel 1819 s’iscrisse all’Università di Genova; dopo aver frequentato per breve tempo i corsi di medicina, scelse la facoltà di Giurisprudenza, dove si laureò il 6 aprile 1827. Più che verso gli studi giuridici, tuttavia, nutrì un vivo interesse per la letteratura: nel 1827 – come ha documentato Gaetano Salvemini (I primi scritti, in Galante Garrone 1981, pp. 410-22) – scrisse il saggio Dell’amor patrio di Dante, in cui elevò il poeta fiorentino a profeta della patria italiana; il saggio rimase inedito per un decennio, quando fu pubblicato da Niccolò Tommaseo nella rivista torinese «Il Subalpino. Giornale di scienze, lettere ed arti» (1837, 2, pp. 359-77).
    Affiliatosi alla Carboneria genovese, fu arrestato nel novembre 1830 per la delazione di un infiltrato e venne recluso nel carcere di Savona. Nel gennaio 1831 fu posto davanti all’alternativa tra il confino e l’esilio: scelto l’esilio, soggiornò in varie città europee, stabilendosi infine a Marsiglia, dove nel luglio dello stesso anno fondò la Giovine Italia, con lo scopo di «restituire l’Italia in Nazione di liberi ed eguali, UnaIndipendenteSovrana» (Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia, 1831, ora in Scritti editi ed inediti, 2° vol., 1907, p. 45). La nuova associazione, alla quale Mazzini volle dare una forte impronta propagandistica, dal gennaio 1832 dispose anche di una rivista omonima, della quale fino al giugno 1834 uscirono sei fascicoli, diffusi clandestinamente.
    Dopo il fallimento della spedizione in Savoia nel febbraio 1834, Mazzini fondò in aprile a Berna la Giovine Europa, con lo scopo di riunire i patrioti delle nazioni oppresse. Nel corso del 1836, le sterili polemiche sorte in tale organismo non aiutarono l’esule genovese in questo difficile periodo della sua vita, che vide gli insuccessi dei tentativi insurrezionali e la diffusione di un sentimento di sfiducia tra i militanti. Il rischio di essere espulso dalla Svizzera lo convinse a stabilirsi a Londra, città nella quale giunse nel gennaio 1837.
    Dopo tre anni di inattività politica, nel marzo 1840 costituì l’Unione degli operai italiani, che ebbe come organo ufficiale l’«Apostolato popolare», pubblicato dal 10 novembre dello stesso anno al 30 settembre 1843 con lo scopo di elevare il sentimento patriottico dei suoi soci. Accanto a questa attività, svolta soprattutto in funzione antiaustriaca, egli costituì anche una scuola elementare per i bambini italiani che, inaugurata nel novembre 1841, rimase operativa fino al 1848 grazie al sostegno finanziario di alcuni esponenti cartisti e radicali come William Linton e William Lovett. L’impegno educativo verso gli operai e l’attività di alfabetizzazione a favore dei bambini non impedirono a Mazzini di collaborare ai periodici «Westminster review», «The northern star» e «The people’s journal» con recensioni e articoli rivolti alla propaganda patriottica e all’esposizione del suo pensiero politico.
    Dopo l’esperienza della Repubblica romana (1849), Mazzini ritornò a Londra, dove nel gennaio 1851 contribuì alla costituzione della Società degli amici d’Italia (Morelli 1965, p. 112) per sensibilizzare l’opinione pubblica britannica alla causa italiana, e in luglio sottoscrisse un manifesto del Comitato centrale della democrazia europea indirizzato ai patrioti delle nazioni oppresse. Fino al 1868, ultimo anno di soggiorno nella capitale britannica, egli svolse un’intensa propaganda repubblicana: fondò il periodico «Pensiero e azione» (pubblicato dal 1° settembre 1858 al 22 maggio 1860) e il 21 febbraio 1859 sottoscrisse una dichiarazione di protesta contro la guerra all’Austria. Nel 1860 uscì il volumetto Doveri dell’uomo (raccolta di scritti già in parte pubblicati a partire dal 1841 sui periodici «Apostolato popolare», «Pensiero e azione» e «L’unità italiana»), destinato a una grande fortuna editoriale (Monsagrati 2009, p. 598). Dopo aver accettato l’ospitalità di Giannetta Nathan Rosselli, si stabilì a Pisa, dove morì il 10 marzo 1872.
     
    Le fonti del pensiero politico
    Il pensiero politico di Mazzini si coniuga con un programma di riforma della società italiana e di cambiamento della forma istituzionale dello Stato, ma non costituisce un blocco monolitico e omogeneo di idee che, formatesi negli anni giovanili, si siano mantenute inalterate durante la sua lunga e intensa attività rivoluzionaria. Infatti, dalle prime esperienze letterarie (1827) fino alla costituzione di un’Italia unita e indipendente (1861), il suo pensiero presenta un’evoluzione strettamente connessa allo studio degli scrittori politici e alla meditazione degli eventi a lui coevi.
    Negli articoli pubblicati sui giornali «Indicatore genovese» (1828) e «Indicatore livornese» (1829-1830), Mazzini enuncia una visione letteraria laica, democratica e ispirata a una comune civiltà europea, da cui scaturisce il programma politico, che sin dalla costituzione della Giovine Italia (1831) pone l’ideale democratico come premessa per la liberazione dell’Italia dallo straniero, l’abbattimento della monarchia e la realizzazione della Repubblica. Questa sua fede inaugura così «una tradizione democratica sostanzialmente nuova», volta a superare il giacobinismo italiano e a proporre con forza un nuovo modello di organizzazione della società (Galasso 1974, p. 20). Democrazia parlamentare e principio di nazionalità costituiscono gli aspetti fondamentali del pensiero politico di Mazzini, la cui fede è animata da una forte tensione religiosa e alimentata da una decisa avversione verso la monarchia.
    L’esaltazione dello Stato repubblicano e il rifiuto della monarchia come negazione della libertà sono – secondo Mazzini – dettati da una necessità storica, connessa con il progresso civile della società europea. Con il concetto di progresso, sviluppato grazie all’influsso delle teorie di Marie-Jean-Antoine-Nicolas Caritat, marchese di Condorcet (1743-1794), e di Démosthène Ollivier (1799-1884), Mazzini definisce meglio il progetto graduale di palingenesi sociale «per spiegare la sua scelta repubblicana» (S. Mastellone, Introduzione a G. Mazzini, Pensieri sulla democrazia in Europa, 1997, p. 7). La nozione di repubblica, considerata l’unica forma costituzionale idonea a garantire i principi di uguaglianza e di libertà, è arricchita da alcune formulazioni dottrinali derivate dalle idee di Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825), e connesse ad aspetti specifici come l’assetto della proprietà, la trasmissione ereditaria dei privilegi, la funzione dei banchieri nella società presente e futura, l’indissolubilità tra spirito e materia, la libera concorrenza nel capitalismo e l’elevazione dell’associazione a fondamentale principio per il superamento di quest’ultimo.
    Nella già citata Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine italia(1831), Mazzini elabora un programma che arricchisce di feconde ispirazioni culturali e nuovi spunti dottrinali maturati durante l’esilio in Francia. Oltre che dalle citate idee di Saint-Simon, tenute vive dai discepoli Saint-Amand Bazard (1791-1832) e Barthélemy-Prosper Enfantin (1796-1864), Mazzini rimane influenzato dalla lettura della «Revue encyclopédique» e del «Globe», i cui collaboratori pongono l’accento sulla sovranità popolare ed esortano i lettori a un impegno più diretto nella questione sociale.
    L’influsso iniziale del pensiero di Filippo Buonarroti (1761-1837) e di Carlo Angelo Bianco, conte di Saint-Jorioz (1795-1843), l’uno promotore dell’ideologia rivoluzionaria giacobina e l’altro dell’insurrezione per bande, è da Mazzini meglio definito e trasformato in una più precisa «intuizione», dettata da una visione unitaria della questione politica, culturale e sociale (Galasso 1974, pp. 100 e 101). Dell’influsso di Buonarroti rimangono ferme la scelta repubblicana e l’avversione per il federalismo, considerato da Mazzini transitorio e deleterio per le sorti future dell’Italia. Infatti, sull’esempio di Buonarroti, che aveva espresso un giudizio negativo sul federalismo di tipo statunitense nell’opuscolo Riflessi sul governo federativo applicato all’Italia (1831), Mazzini assume un’analoga posizione critica nell’articolo Dell’Unità italiana («La Giovine Italia», 1833, 6, ora in Scritti editi ed inediti, 3° vol., 1907, pp. 259-302).
    La presenza in Italia di due vizi intrinseci, quali la debolezza esterna nei confronti dei Paesi confinanti e quella interna nei confronti dell’aristocrazia, è ricondotta da Mazzini a una vicenda storica diversa da quella degli Stati Uniti, e collegata ad altri elementi, come la religione, il clima e la forma di governo. Il rifiuto del modello statunitense gli deriverebbe, secondo alcuni, da una memoria dell’inglese Henry Peter, barone di Brougham and Vaugh (1778-1868), pubblicata nel 1832 sul periodico «Westminster review» e conosciuta da Mazzini nella traduzione italiana dello stesso anno, Condizione politica ed economica degli Stati Uniti d’America. Convincono Mazzini che il sistema federale non è idoneo per l’Italia, inoltre, la lettura del saggio Notice sur l’Amérique («Revue encyclopédique», 1827) di Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi (1773-1842), e dell’opera Storia dell’America (28 voll., 1820-1822) di Giuseppe Compagnoni (1754-1833), e le considerazioni di alcuni fautori del modello politico statunitense come Luigi Angeloni (1759-1842) e Saverio Salfi (1759-1832).
    Il pensiero di Mazzini si sviluppa a contatto con la cultura francese degli anni Trenta, ma pone al centro della sua riflessione politica la questione della rivoluzione nazionale nel contesto delle esperienze più recenti della storia italiana. Per Mazzini, i movimenti rivoluzionari del 1820-21 e del 1831 si erano spenti per l’inerzia delle masse e la mancanza di dirigenti politici, privi di coraggio,
    di scienza politica [e di fiducia] nelle moltitudini che reggevano, nella santa bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito logico, e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa (D’alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia, «La Giovine Italia», 1832, 2 e 3, ora in Scritti politici, a cura di T. Grandi, A. Comba, 1972, p. 236).
    Dopo gli eventi del febbraio 1834, Mazzini imprime un carattere religioso più evidente al suo pensiero politico, soprattutto per l’influenza del francese Félicité-Robert de Lamennais (1782-1854), che aveva invitato la Chiesa a fare propria la causa dei poveri, e del polacco Adam Mickiewicz (1798-1855), che considerava la Polonia come «nazione martire».
    Come Lamennais, Mazzini invoca un rinnovamento della Chiesa gerarchica, e scorge tra le proprie idee e quelle del francese una coincidenza in merito alla visione etica della società, ai valori della tradizione religiosa e al culto per la democrazia quale forma di rappresentanza politica improntata a un forte senso morale e a un’elevata funzione pedagogica. Una comunione di ideali a cui aveva già accennato nella prefazione scritta per la versione italiana (1832) del saggio di Charles-Emmanuel-Nicolas Didier (1805-1864) Les trois principes. Rome, Vienne, Paris («Revue encyclopédique», 1832, pp. 59-61).
    Di Mickiewicz, Mazzini accoglie l’idea di «nazione martire», che estende all’Italia, imprimendole un impulso fideistico e aggiungendovi un messaggio politico che dovrà tradursi nel «Vangelo della nazionalità» (Sarti 2000, p. 101). Questo principio, inteso come una realtà spirituale, dovrà essere diffuso dagli «Apostoli del popolo», che testimonieranno la loro fede con prontezza di sacrificio e con un conforme comportamento:
    Il Popolo non è mai per coloro che stima deboli e da poco. Esso ama e segue i forti, e con i forti combatte. E i forti sono quelli che, in ogni circostanza, ad ogni momento, son presti a far testimonio, colla parola e colle opere, di tutta intera la fede dell’anima loro (Il popolo e i patrioti, 1835, ora in Scritti editi ed inediti, 4° vol., 1908, pp. 321-22, e in Sarti 2000, p. 101).
    Nel periodo dell’esilio in Svizzera, il pensiero di Mazzini evolve verso forme più mature di elaborazione politica, che arricchiscono il concetto di governo repubblicano e lo collocano in una dimensione più vasta, sfociata nel 1834 nella costituzione della Giovine Europa. La decisione di costituire la nuova associazione è dettata da una serie di ragioni, tra le quali spiccano il dissidio con la Carboneria e la necessità di tenere vivo l’ideale repubblicano e di creare una santa alleanza dei popoli contro quella dei sovrani. Il patto costitutivo, redatto da Mazzini e denominato Atto di fratellanza della Giovine Europa, è firmato da diciassette membri, rappresentanti dell’esulato italiano, polacco e tedesco. Dei tre gruppi federati, il più attivo è quello della Giovine Germania, per la massiccia presenza di lavoratori tedeschi in territorio elvetico. Al centro della visione europeista mazziniana, tuttavia, c’è sempre la convinzione che non esiste alcuna gerarchia tra le nazioni e che tutte hanno un eguale valore morale. Alla stregua delle riflessioni di Johann Gottfried von Herder (1744-1803), Mazzini è convinto del contributo unico e insostituibile di ogni nazione verso l’umanità, ma del filosofo tedesco respinge l’enfasi posta su fattori prepolitici come la razza o le tradizioni di un popolo.
     
    Il concetto di democrazia
    Tra il 1840 e il 1846, Mazzini, anche per la frequentazione di scrittori politici inglesi come Thomas Carlyle (1795-1881) e John Stuart Mill (1806-1873), rivolge particolare attenzione al concetto di democracy. Lo spunto gli è dato dal saggio Chartism (1840) di Carlyle, che collega la nascita del movimento cartista all’incapacità del governo di garantire i diritti sociali. Come risposta, Mazzini pubblica nel giugno 1840 l’articolo Chartism, it is a revolt or a revolution? («Tait’s Edimburgh magazine»), in cui rileva come l’azione sociale dei dirigenti cartisti si muova nell’ambito delle rivendicazioni economiche piuttosto che in quello della richiesta di partecipazione politica: una carenza imputabile alla struttura del Parlamento inglese, dove hanno la preminenza i rappresentanti della casta aristocratica, borghese e militare, arroccati su posizioni conservatrici e incapaci di guidare il progresso della società.
    In otto articoli, pubblicati su «The people’s journal» tra l’agosto 1846 e il giugno 1847 sotto il titolo collettivo Thoughts upon democracy in Europe – riproposti nel volume antologico Scritti scelti (a cura di C. Cantimori, 1915, pp. 282-338) e in seguito tradotti in italiano con il titolo Pensieri sulla democrazia in Europa (a cura di S. Mastellone, 1997, 20052) –, Mazzini conclude il suo discorso sulla democrazia, pervenendo a una concezione della rappresentanza politica che resterà invariata negli anni successivi. Il rifiuto dell’utilitarismo di Jeremy Bentham (1748-1832) dev’essere connesso con il «moto ascendente delle moltitudini vogliose d’entrare partecipi nella vita politica» (I sistemi e la democrazia, 1867, ora in Scritti editi ed inediti, 34° vol., 1922, p. 92), ma finalizzato a una responsabilità etica dell’uomo. Sulla scia delle riflessioni espresse da Mill nell’articolo Pledges («The examiner», 15 luglio 1832, pp. 417-18) e nel libro The rationale of political representation (1835), Mazzini identifica l’essenza della democrazia con la sovranità popolare, ma a condizione che la rappresentanza politica sia scelta nell’ambito di persone oneste e qualificate dal punto di vista morale e intellettuale.
    Il concetto mazziniano di democrazia (che presenta una dimensione etica e pedagogica, al contrario di quella strettamente giuridica di Brougham) si definisce come un movimento proiettato «verso l’emancipazione, il miglioramento, la cooperazione di tutti» (Pensieri sulla democrazia in Europa, cit., p. 95), nella convinzione che il suffragio universale sia l’opzione più idonea per designare le capacità dei cittadini chiamati alla gestione dell’amministrazione pubblica. La partecipazione democratica deve raggiungere un triplice scopo: sottrarre il potere politico «a una cerchia di privilegiati» (p. 82), costituire un «governo rappresentativo» e porre la sua direzione «sotto la guida dei migliori e dei più saggi» (p. 85). Nella scelta dei loro rappresentanti, i cittadini devono essere indirizzati a «un programma educativo» (p. 88), che valorizzi la circolazione delle idee, favorisca il sorgere dell’eguaglianza e diventi patrimonio comune del «partito democratico» (p. 85) e poi dell’intera società. Una concezione della storia limitata all’aspetto economico e allo sviluppo degli interessi materiali tra gli uomini dev’essere sostituita da un ideale più alto, una democrazia etica, l’unica in grado di fornire le idee fondamentali necessarie per l’avvenire dell’Europa e di tutti i popoli. Questo messaggio di liberazione, improntato a venature religiose che fanno riferimento allo spirito più genuino dell’insegnamento evangelico, deve sfociare in una democrazia rappresentativa garante dei diritti sociali, dei valori etici e del merito personale.
    L’ideale repubblicano come leitmotiv del pensiero mazziniano assume un connotato specificatamente democratico durante l’esperienza della Repubblica romana (1849), per il rifiuto del comunismo come regime oppressivo e per l’appello a una Costituente italiana «come unica soluzione della questione nazionale» e «unico simbolo dell’Unità» (Programma, 1849, ora in Scritti editi ed inediti, 39° vol., 1924, pp. 95 e 96).
    Su questi due aspetti fondamentali del suo pensiero politico, Mazzini sviluppa il discorso sull’associazione come nucleo costitutivo della società e sul sistema rappresentativo strutturato in comuni e regioni. Nel manifesto del Comitato nazionale italiano (1849) egli presenta il regionalismo come principio costitutivo del futuro sistema politico italiano, che è meglio svolto l’anno successivo nel programma dell’Associazione nazionale, laddove auspica che l’unità politica dell’Italia raggiunga il suo compimento
    coll’esistenza di Regioni circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di grandi e forti Comuni, partecipanti quanto è più possibile coll’elezione al Potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l’intento dell’Associazione (in Scritti editi ed inediti, 43° vol., 1926, pp. 185-86).
    Il sistema dell’ordinamento dello Stato, su cui egli ritorna con frequenza tra il 1851 e il 1861, è svolto con indicazioni precise sulle attribuzioni delle funzioni e con un progetto istituzionale contrario a un’eccessiva centralizzazione.
     
    La questione sociale
    In Mazzini il pensiero politico è strettamente connesso con l’interesse per la questione sociale. Nei primi anni di attività, dal 1831 al 1835 circa, egli non effettua una sistemazione compiuta delle sue riflessioni teoriche, che raggiungono piena maturità solo a contatto con la cultura inglese. Tuttavia, fin dal suo esordio politico, il motivo conduttore è costituito dall’accento posto sulla distinzione di interessi tra le classi popolari e i ceti economicamente e socialmente più abbienti: come soggetto autonomo di bisogni, il popolo assume così nella sua visione etico-religiosa un ruolo privilegiato nella futura rivoluzione nazionale. Infatti, affinché il popolo diventi nuovo protagonista storico, la Giovine Italia deve tendere
    a ravvicinare le classi, costituire il Popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà individuali; a ottenere un sistema di legislazione accomodato ai bisogni; a promuovere illimitatamente l’educazione nazionale (Delucidazioni morali allo Statuto della Giovine Italia, 1833, ora in Scritti editi ed inediti, 2° vol., 1907, pp. 299-300).
    Ancorato a un’impostazione ‘sociale’ della questione nazionale, Mazzini nel succitato testo del 1833 cerca di coinvolgere l’intero popolo in un’iniziativa rivoluzionaria volta a un «miglioramento delle classi più numerose e più povere» (p. 299), spronandolo all’azione e chiarendo i diritti e i vantaggi che esso potrebbe trarre dal nuovo assetto sociale. L’analisi delle prospettive rivoluzionarie spinge Mazzini a sensibilizzare il popolo verso una lotta che faccia leva sui suoi bisogni materiali, impostando la lotta nazionale contro lo straniero fuori dagli schemi consueti dei moti tradizionali, basati solo sull’amor patrio. A questa convinzione perviene per il fatto che
    tutte le rivoluzioni sono nella loro essenza sociali, che l’ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non s’ha diritto di chiamare i milioni al sagrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione (Necessità dell’ordinamento speciale degli operai italiani, 1842, ora in Scritti politici, cit., p. 546).
    In quest’ambito, Mazzini si batte per l’aumento dei salari e per la riduzione della giornata lavorativa, avanzando l’idea di istituire forme speciali di credito per gli operai, affinché siano facilitati nel loro accesso alla proprietà dei mezzi di produzione. I fenomeni negativi dell’economia europea sono indicati nelle ricorrenti crisi produttive, le quali si ripercuotono nelle retribuzioni salariali e determinano il progressivo peggioramento della vita dei lavoratori. La crescente integrazione dei mercati europei, piuttosto che contribuire al progresso economico dei vari Paesi, aggrava le condizioni di vita degli abitanti, impedendo la realizzazione di una più equa distribuzione della ricchezza e rivelando l’aspetto menzognero del libero scambio.
    Nel suo duplice rifiuto del liberalismo e del comunismo, Mazzini è animato da una fede che sottomette gli interessi materiali ai principi, gli unici in grado di porre le basi di una nuova società. Gli interessi, siano essi individuali o collettivi, non possono provocare alcun mutamento sociale. Rispetto al liberalismo, volto solo a proporre libertà formali, Mazzini auspica una libertà reale che trasformi la dottrina dei diritti nella capacità di sviluppare le facoltà di ogni singolo individuo. Nei confronti del comunismo egli assume un atteggiamento ostile, respingendo la proposta, avanzata dai seguaci di questa corrente di pensiero, di abolire la proprietà privata e di porre l’economia sotto il controllo statale. Piuttosto che procedere verso l’abolizione della proprietà, che – qualora si realizzasse – soffocherebbe la libertà personale, vanificherebbe lo stimolo al lavoro e renderebbe inoperoso l’individuo, occorre creare le condizioni perché la maggioranza dei cittadini possa acquistarla: al pari della famiglia o della nazione, infatti, la proprietà è un istituto connaturato alla persona umana e, come tale, destinato a durare in eterno. Su questo aspetto fondamentale dell’uomo s’innestano tre distinte affermazioni, che sono colte da Giuseppe Galasso (1974, p. 70) nel
    diritto-dovere [dell’uomo] di organizzare da sé la sua vita materiale, [nella] perfetta parificazione del lavoro manuale con quello intellettuale e con ogni altra manifestazione della vita spirituale, [nel lavoro inteso] come unica fonte legittima della proprietà.
    L’unica forma di proprietà accettata da Mazzini è dunque quella che proviene dal lavoro, e per la cui tutela egli si batte affinché sia resa accessibile al maggior numero di cittadini: «Non bisogna abolire la proprietà, perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla» (Doveri dell’uomo, cit., p. 120). Ciò non esclude per lui l’imposizione di un’imposta progressiva in base all’entità del reddito, per evitare il formarsi di un eccessivo accumulo di ricchezze in cerchie ristrette. Da ciò Mazzini deriva la proposta di una riforma tributaria ispirata alla tassazione del superfluo, tramite l’intervento legislativo dello Stato, in grado di assicurare «ricompense» proporzionate al lavoro e di garantire l’occupazione anche con una politica di lavori pubblici (I collaboratori della ‘Giovine Italia’ ai loro concittadini, 1832, ora in Scritti editi ed inediti, 3° vol., 1907, pp. 63 e 67).
    Gli anni compresi tra il 1850 e il 1860 si caratterizzano per una ripresa dell’attenzione di Mazzini alla questione sociale considerata come parte imprescindibile della rivoluzione nazionale, in un processo di liberazione in cui le disparità economiche devono essere superate dalla formula del «capitale e lavoro nelle stesse mani» (Doveri dell’uomo, cit., p. 125). Il pensiero sociale di Mazzini trova la conclusione pratica di uno sforzo ormai trentennale nei Doveri dell’uomo e nella parte finale del citato articolo del 1833 Dell’Unità italiana, allora rimasto incompiuto e arricchito nel 1861 da altre considerazioni politiche (ora in Scritti editi ed inediti, 3° vol., 1907, pp. 302-35). In un interessante passaggio dei Doveri, Mazzini afferma:
    Ogni mutamento, ogni rivoluzione […] che non faccia corrispondere al progresso politico un progresso sociale, che non promova d’un grado il miglioramento materiale delle classi più povere […] si riduce a una guerra di fazioni contro fazioni in cerca di una dominazione illegittima, è una menzogna ed un male (p. 111).
    Nel decennio postunitario, successivamente alle enunciazioni espresse nei Doveri, Mazzini invoca un rivolgimento politico, che deve sfociare nell’avvento di uno Stato repubblicano capace di confiscare i beni della Chiesa, della Corona e, in qualche caso, dei Comuni per emancipare i lavoratori dalla tirannide del capitale. Nella sua visione solidaristica, Mazzini attribuisce l’unica garanzia di progresso all’associazione, che deve ricevere sostegno dallo Stato con agevolazioni di vario genere come la costituzione di un fondo nazionale e la concessione di crediti a basso tasso d’interesse (Dell’Erba 2010, p. 30). La soluzione più efficace per la questione sociale può derivare soltanto dal fermento rinnovatore rappresentato dall’associazione e dalla sua definizione in senso cooperativistico. In questa direzione assume grande rilievo l’impegno politico verso le «classi operose», che deve tradursi in uno sforzo organizzativo per la creazione di società di mutuo soccorso e per la loro politicizzazione in senso democratico. Su questa base Mazzini svolge un ruolo di primaria importanza, in polemica con Karl Marx e i marxisti, quando a Londra nel 1864 avviene la fondazione della Prima Internazionale operaia.
    Su scala italiana, tra l’XI congresso delle società operaie (Napoli, ottobre 1864) e quello successivo (Roma, novembre 1871), Mazzini tenta di mettere in atto i principi fondamentali del suo pensiero politico, che – oltre a essere indirizzati a migliorare le condizioni dei ceti meno abbienti – devono ostacolare il sorgere del positivismo in Italia e il diffondersi delle tendenze materialistiche, per cui egli si trova anche in opposizione a Michail Bakunin.
     
    Opere
    Doveri dell’uomo, Londra [ma Lugano] 1860.
    Scritti editi ed inediti, Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Mazzini, prima serie, 100 voll., Imola 1906-1943.
    Antologia degli scritti politici, a cura di G. Galasso, Bologna 1961.
    Scritti politici, a cura di T. Grandi, A. Comba, Torino 1972, 20052.
    Pensieri sulla democrazia in Europa, introduzione e cura di S. Mastellone, Milano 1997, 20052.
    Lettere slave e altri scritti, a cura di G. Brancaccio, Milano 2007.
    Cosmopolitismo e nazione. Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali, a cura di S. Recchia, N. Urbinati, Roma 2011.
     
    Bibliografia
    N. Rosselli, Mazzini e Bakounine: 12 anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Torino 1927, Firenze 19382.
    S. Mastellone, Mazzini e la ‘Giovine Italia’ (1831-1834), 2 voll., Pisa 1960.
    E. Morelli, L’Inghilterra di Mazzini, Roma 1965.
    F. Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il ‘partito d’azione’, 1830-1845, Milano 1974.
    G. Galasso, Da Mazzini a Salvemini: il pensiero democratico nell’Italia moderna, Roma 1974.
    G. Pirodda, Mazzini e gli scrittori democratici, 45° vol. di Letteratura italiana Laterza, sotto la direzione di C. Muscetta, Roma-Bari 1976, 19902.
    A. Galante Garrone, Salvemini e Mazzini, Messina-Firenze 1981.
    D. Mack Smith, Mazzini, New Haven (Conn.)-London 1993 (trad. it. Milano 1993).
    S. Mastellone, Il progetto politico di Mazzini: Italia-Europa, Firenze 1994.
    G. Monsagrati, Giuseppe Mazzini, Firenze 1994.
    S. Mastellone, La democrazia etica di Mazzini (1837-1847), Roma 2000.
    R. Sarti, Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile, Roma-Bari 2000.
    Mazzini e gli scrittori politici europei (1837-1857), a cura di S. Mastellone, 2 voll., Firenze 2005.
    L. La Puma, Giuseppe Mazzini democratico e riformista europeo, Firenze 2008.
    G. Monsagrati, Mazzini Giuseppe, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 72° vol., Roma 2009, ad vocem.
    G. Belardelli, Mazzini, Bologna 2010.
    N. Dell’Erba, Giuseppe Mazzini. Unità nazionale e critica storica, Padova 2010.
     

  • IL PITTORE DEL SOLE

    data: 30/12/2018 09.38

    Nelle sale italiane è in corso la proiezione del film Capri-Revolution di Mario Martone, già noto per altre opere cinematografiche di forte impatto culturale. Nel 2010 è uscito Noi credevamo ispirato all’omonimo romanzo di Anna Banti e nel 2014 Il giovane favoloso sulla vita di Giacomo Leopardi. Ora il regista napoletano ci offre l’ultima sua fatica che trae ispirazione dalla vicenda esistenziale del pittore tedesco Karl Wilhem Diefenbach (Hadamar, 21 febbraio 1851 - Capri, 15 dicembre 1913).
    Autore di numerosi dipinti, trecento dei quali esposti nella Certosa di San Giacomo a Capri, Diefenbach fu un personaggio eccentrico tra i numerosi stranieri che popolarono l’isola tra la fine del XIX e il XX secolo. Ma egli non fu solo un prolifico pittore volto a cercare un’unità tra arte e vita, ma anche un teosofo e un personaggio eclettico che propose un modello di vita alternativo a quello presente in tutte le società esistite ed esistenti.
    Dopo aver subito l’influsso di Lorenz, suo lontano parente e sacerdote cattolico, Diefenbach si avvicinò alla Teosofia e professò un senso mistico della vita improntata al libero amore, al naturismo e ad altri ideali come la dieta vegetariana, l’antimilitarismo e l’avversione ad ogni forma di autoritarismo. Per questa sua weltanschauung, animata anche da un’aspra critica al governo tedesco per la sua politica bellicista, subì una serie di traversie che lo condussero a spostamenti continui durante la sua vita tedesca. 
    Perseguitato dalle autorità governative e accusato di essere un «pervertitore e corruttore dei giovani», «sobillatore e pazzo», Diefenbach si stabilì in una cava abbandonata della valle dell’Isaar dove fondò la sua prima comune, insieme ad un gruppo sparuto di adepti dediti al naturismo e al culto del sole: subì per questo il primo «processo nudista» della storia tedesca. Così nel 1892 fu costretto a trasferirsi a Vienna dove cercò di finanziare la sua comune con mostre di pitture, tra le quali la più famosa fu quella allestita con undici murales, che ebbe un successo strepitoso per la visita di molti turisti. La comune, composta da 24 persone e denominata «Humanitas», praticò la comunione dei beni e sperimentò una forma di vita improntata al naturismo, al vegetarismo e al culto della natura.
    Nonostante il contributo di Magnus Schwantje (1877-1959) e di Hugo Höppener (1868-1948), entrambi vegetariani e ambientalisti, la Comune non ebbe vita facile per il carattere dispotico di Diefenbach e per la penuria di mezzi, finché si sciolse per la sua decisione di partire per l’India. Ma non raggiunse l’agognata meta, per cui si ritrovò a Capri insieme ad alcuni suoi adepti fedeli. I tredici anni trascorsi nell’isola furono fecondi e si tradussero in opere di alto valore pittorico che – secondo il giudizio equilibrato di Antonella Basilico, forse la maggiore studiosa del pittore tedesco – esprimevano un vivo sentimento religioso e la ricerca di un infinito come espressione del misero e dell’ignoto, proiettati nella ricerca tra sacro e realizzazione dell’appagamento sessuale.
    Sbaglia quindi Vladimore Bottone che, in suo articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» del 27 dicembre, presenta il pittore tedesco come «un artista mancato o, almeno, incompiuto» dedito solo a forgiare la propria arte sull’umanità presente solo nella sua mente. Per questo motivo è necessario separare la vita scapestrata di Diefenbach e il desiderio di palingenesi sociale dalla sua vicenda artistica che trae ispirazione dalla bellezza di Capri inteso come luogo idoneo a realizzare più le sue aspirazioni artistiche che quelle esistenziali.
    La trama del film si colloca infatti nell’ambiente retrivo di Capri dove la giovane capraia Lucia è incuriosita da questi «strani» individui, che praticano il nudismo e la comunione dei beni. A dispetto del giovane medico socialista, che esalta la scienza, essi attribuiscono alle erbe virtù taumaturgiche ed aspirano alla realizzazione di un mondo «solare» basato su un ritorno rousseauiano alla natura. L’incontro tra la giovane e Seybu, capo della Comune, solleva stridenti contraddizioni tra le spinte rivoluzionarie del gruppo e l’ambiente chiuso della società dell’isola. Tra l’indifferenza dei popolani e lo sprezzante giudizio dell’intellettualità napoletana, la Comune sopravvive tra molte difficoltà fino alla scomparsa di Diefenbach, che morirà per un attacco di peritonite il 13 dicembre 1913.

     

  • LA MORTE DELL'EDITING

    data: 21/12/2018 22.17

    Per il vocabolario della lingua italiana, uscito proprio vent’anni fa su iniziativa dell’Istituto Treccani, il termine editing indica la «messa a punto redazionale di un testo originale» prima che si proceda alla composizione (p. 509). La procedura, in corso di smarrimento nei meandri del mercato, investe anche libri di grande successo ove ripetizioni e incongruenze si uniscono a persino a strafalcioni storici. Si tratta di una situazione sempre più diffusa e presente in molte case editrici che sorvolano sugli errori storici e inesattezze, mirando soprattutto alla vendita del prodotto per trarne un profitto immediato.
    Il caso più eclatante riguarda il volume M Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018) di Antonio Scurati, sottoposto ad una aspra critica sul «Corriere della Sera» (14 ottobre) da Ernesto Galli della Loggia, che ha segnalato errori gravi come la confusione tra Pascoli e Carducci, a cui attribuisce il famoso discorso tenuto a Barga «per i nostri morti e feriti», pubblicato sul giornale «La Tribuna» del 27 novembre 1911 e poi nello stesso anno dall’editore Zanichelli con il titolo La Grande Proletaria si è mossa. Lo scrittore non è nuovo a questi errori storici che, insieme a stravaganze stilistiche, ne fanno un esempio emblematico, di cui l’incipit si ritrova nel romanzo Il bambino che sognava la fine del mondo (2009), ristampato quest’anno, con il riferimento al cadavere «ritrovato privo di vita».
    Nel libro In terra consacrata (2009) un altro scrittore Ugo Barbàra narra il rapimento di Emanuela Orlandi, ma riferisce di un uomo d’affari, la cui eccessiva spregiudicatezza gli «era costata una catasta di protesti». Nel romanzo Seta (1996), più volte ristampato fino alla recente edizione della Feltrinelli (2017), Alessandro Baricco lascia «sfarfallare» i bachi, cosa che non deve avvenire in quanto il bozzolo si squarcia e non se ne può ricavare il filo. Nel terzo volume della Storia europea della letteratura italiana (2009) A. Asor Rosa scrive Curzio Maltese invece di Curzio Malaparte, mentre nel manuale L’età contemporanea. Dalla Grande Guerra ad oggi (2009) più volte ristampato A. Mario Banti scrive che Gramsci fu «condannato a vent’anni di carcere, dove ancora si trova al momento della sua morte»: in realtà il comunista sardo morì nella clinica Quisisana il 27 aprile 1937.
    In materia storica la situazione non muta neppure nella scuola, dove – secondo una ricerca compiuta nel 2017 e presentata nel sito di «Libreriamo» – il 37% dei maturandi non conosce gli eventi storici accaduti dopo la Seconda guerra mondiale. Il 22% conosce poco e male l’esito del conflitto mondiale, credendo che Churchill sia stato il primo ministro americano durante la guerra. Solo il 48 % conosce la data dell’Unità d’Italia, mentre un 23% la fissa nel 1850 e un 22% dichiara che essa sia avvenuta nel 1930. Il 24% degli studenti crede che l’Italia sia una monarchia, mentre un’altra percentuale (39%) è convinta che l’Italia sia uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale.
    Nella mia esperienza professionale come membro di commissioni di esami per Storia contemporanea ho ascoltato errori (orrori) peggiori come quella studentessa che, alla domanda sulle leggi razziali, sostenne che gli Ebrei ne furono colpiti in quanto extracomunitari; oppure di quello studente che attribuì a Francesco Crispi il merito di avere costituito i Fasci siciliani, poi diventati Fasci di combattimento.  

  • VIGNETTISTA E SOCIALISTA

    data: 15/12/2018 19.16

    Il 5 dicembre scorso è stata inaugurata a Milano la mostra su Giuseppe Scalarini (Mantova, 23 gennaio 1873 - Milano 30 dicembre 1948), che resterà aperta fino al 6 gennaio prossimo. L’iniziativa, che prende avvio dal settantesimo anniversario del vignettista mantovano, è ospitata in tre sedi della città lombarda: una parte della mostra, organizzata dall’Unione Femminile Nazionale e dalla Fondazione Anna Kuliscioff, si tiene a Palazzo Moriggia presso il Museo del Risorgimento (via Borgonuovo 23); una seconda è esposta nella sede dell’Unione Femminile (corso di Porta Nuova 32) e una terza a Palazzo Morando (via Sant’Andrea 6).

    La varietà della mostra è dettata dall’ampio ventaglio di interessi di Scalarini, che nel corso della sua vita svolse diversi mestieri finché riuscì a trasformare la sua vera passione di caricaturista e di disegnatore satirico in una fonte di sostentamento. Già nel 1896 egli fondò il Merlin Cocai, un settimanale di indirizzo radicale che commentò con poco successo gli anni delle lotte popolari contro il carovita, sfociate due anni dopo nella repressione del generale Bava Beccaris con la morte di circa cento morti e più di cinquecento feriti.

    Proprio nel 1898 Scalarini fu schedato a Mantova come iscritto al partito socialista e militante dei “partiti sovversivi”, subendo una condanna per i suoi disegni antimilitaristi e antigovernativi. Accusato di reato contro le istituzioni statali, egli riparò all’estero prima in Austria e poi in Germania, dove collaborò ai prestigiosi giornali satirici Fliegende Blätter di Monaco e al Lustige Blätter di Berlino. Dopo varie peripezie in diversi Paesi europei, solo con l’amnistia concessa da Vittorio Emanuele III poté ritornare a Mantova dove riprese la collaborazione al nuovo Merlin Cocai per poi seguire di nuovo la sua vita avventurosa e girovaga, ma sempre fedele nell’invio di vignette satiriche ai giornali tedeschi.

    Stabilitosi a Milano, Scalarini esordì il 22 ottobre 1911 sull’Avanti! con una vignetta contro la guerra di Libia, a cui ne aggiunse oltre 3700 fino alla soppressione del quotidiano socialista a causa delle cosiddette “leggi fascistissime”. Nelle sue edizioni pubblicò i suoi primi testi antimilitaristi che, intitolati La guerra nella caricatura (1912) e Il processo della guerra (1913), riscossero largo successo, trasformando il giornale socialista in uno dei più venduti.

    Le vignette di Scalarini, più che prendere di mira i singoli personaggi politici, ebbero come bersagli la monarchia, la guerra, l’ingordigia del capitalismo, lo sfruttamento della classe lavoratrice e poi lo squadrismo fascista. Una serie di disegni che, oltre a procurargli vari processi tra il 1911 e il 1922, gli provocarono l’aggressione degli squadristi fascisti nel paese in cui aveva scelto la residenza. Nel 1920 fu infatti aggredito a Gavirate (Varese) e costretto a ingerire l’olio di ricino con lo scopo ben preciso di convincerlo ad interrompere la sua devastante critica alla marea montante del fascismo.

     Scalarini, per nulla intimorito, proseguì la sua attività di disegnatore satirico, collaborando a molti periodici antifascisti, tra i quali la nuova edizione del periodico L’Asino. Una situazione che inasprì l’odio contro il vignettista socialista, aggredito con violenza nel novembre 1926 tanto da provocargli la frattura della mandibola e una commozione cerebrale. L’introduzione delle leggi eccezionali contro gli oppositori del regime coinvolse anche Scalarini: il primo dicembre dello stesso anno fu infatti condannato al confino per cinque anni prima a Lampedusa e poi a Ustica, dove rimase fino al novembre 1929. Durante il confino scrisse un diario, pubblicato postumo solo molti anni dopo con il titolo Le mie isole (Franco Angeli, Milano 1992, pp. 156, con 29 illustrazioni).

    Trasferitosi a Milano, Scalarini fu sottoposto ad una rigida sorveglianza che cercò di alleviare con il ricorso alla scrittura per l’infanzia: pubblicò a firma della figlia Virginia Chiabov il romanzo Le avventure di Miglio (Vallardi, Milano 1933, pp. 182) con 477 illustrazioni. La figlia ci lasciò un interessante ritratto dell’attività del padre, del suo pensiero e della sua capacità di caricaturista, sottolineando come in vita fosse stato sempre contrario ad ogni forma di anticlericalismo becero e favorevole invece al «rispetto e alla tolleranza» dei credenti. Di carattere mite e pacifico, Scalarini nutrì un sentimento religioso «in interiore hominis» come una delle possibili scelte dell’uomo, facendo riferimento nelle sue vignette ad «espressioni tolte dal Vangelo, oppure all’immagine del Cristo» (cfr. Virginia Scalarini Chiabov, Giuseppe Scalarini, in «Asce News», gennaio-febbraio 1980, p. 48).

    Ridotto quasi in povertà, Scalarini trovò un rifugio alla sua grama esistenza, allorché nel 1932 cominciò a collaborare al Corriere dei Piccoli e alla Domenica del Corriere, finché il 15 luglio 1940 fu di nuovo arrestato a Gaviarate e internato nel campo di concentramento di Istonio (oggi Vasto) e poi in quello di Bucchianico (Chieti). Trascorsi i mesi di internamento, ritornò alla vita civile, sfuggendo nel 1943 all’arresto della polizia di Salò.

    Alla conclusione della guerra Scalarini riprese a collaborare all’Avanti! e poi all’Umanità, organo del nuovo Partito socialista sorto dalla scissione di Palazzo Barberini. Tra il marzo e l’ottobre del 1947 egli - come è stato ampiamente documentato da Michele Donno nella sua pagina universitaria - pubblicò ben 53 vignette, collegate ai problemi più scottanti che affliggevano l’Italia postbellica dalla disoccupazione al carovita e al diffuso malcontento popolare.

    Morì a Milano il 30 dicembre 1948, lasciando una notevole produzione satirica, apprezzata in molteplici mostre, nonostante che uno storico consideri «rozze» le sue vignette (cfr. R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, vol. I, Bologna 1991, p. 102).

  • ANNIVERSARIO SOLZENICYN

    data: 10/12/2018 13.21

    Il centenario della nascita (Kislovodsk, 11 dicembre 1918) e il decennale della morte (Troice-Lykovo Mosca, 3 agosto 2008) hanno riproposto all’attenzione l’opera letteraria di Alexkandr Isaevič Solženicyn. Essa, per alcuni anni dimenticata, è ritornata in auge per la mostra fotografica che si è tenuta dal 7 al 17 novembre presso l’Università Statale di Milano. La mostra ha ripercorso il suo itinerario letterario, che cominciò con il suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič, proseguì con il suo Arcipelago Gulag e si concluse con altri romanzi come L’uomo nuovo. Tre racconti.
    In questi giorni, presso la Maire du Vème Arrondissement 21 Place du Panthéon, si tiene un’altra mostra che ripropone l’opera letteraria di Solženicyn con l’esposizione di manoscritti, di fotografie, di edizioni rare, raccolti nel catalogo intitolato Un écrivain en lutte avec son siécle (Èditions des Syrtes, Paris 2018, p. 300) e curato da Georges Nivat, traduttore e profondo conoscitore della letteratura russa.
    Il catalogo offre uno spaccato esistenziale di Solženicyn che trascorse otto anni in diversi campi di concentramento. Il dissidente sovietico fu arrestato nel febbraio 1945 per avere criticato a Stalin in una lettera privata (intercettata) ad un suo amico. Solo nel 1953, scontata la pena detentiva, fu inviato per tre anni al confino nel villaggio di Kol Terek nel Kazakistan, dove gli fu concesso di lavorare come insegnante. Proprio nella steppa kazaka ebbe le prime idee di narrare il suo vissuto personale in un romanzo.
    Nel 1954 Solženicyn fu colpito da un tumore e ricoverato a Taskent, dove riordinò i suoi pensieri sugli orrori dei lager con una «scrittura a memoria» che trascrisse su carta solo dopo la liberazione in condizioni difficili
    Nel novembre 1962 Solženicyn pubblicò sulla rivista «Novyi Mir» (organo degli scrittori sovietici) Una giornata di Ivan Denisovič, in cui raccontò la giornata tipica di un deportato e denunciò i misfatti del sistema oppressivo di Stalin. Nel gennaio 1963 il saggio, pubblicato da Einaudi e da Garzanti, cominciò a circolare anche in Italia, dove contribuì a far conoscere l’orrore dei campi di concentramento, trascurato nel processo di destalinizzazione avviato da Nikita Chruščëv.
    Dopo il romanzo Divisione cancro (1968) e Reparto C (1969), Solženicyn pubblicò Arcipelago Gulag (Paris 1973), che gli provocò l’arresto e poi l’espulsione dall’Unione Sovietica. Nel 1970 l’attribuzione del premio Nobel per la letteratura, che non poté ritirare, acuì i rapporti difficili con le autorità sovietiche per il suo invito all’abolizione della censura: inviò un discorso denso di riflessioni interessanti sul rapporto tra arte e opera letteraria, nonché sul ruolo che questa può esercitare da una generazione all’altra. Nel 1974 il romanzo Arcipelago Gulag apparve anche in Italia, ma non ebbe un’accoglienza favorevole da parte dell’intellettualità marxista e da scrittori come Umberto Eco ed Alberto Moravia.
    Privato della cittadinanza sovietica, Solženicyn fu espulso dall’Urss e, dopo un soggiorno in Svizzera, di stabilì negli Stati Uniti, dove proseguì il suo lavoro letterario, ripubblicando alcuni suoi testi e collaborando ad una miriade di riviste: del 1975 è il volume di memorie La quercia e il vitello, dove muove una critica serrata al comunismo sovietico.
    L’8 giugno 1978 Solženicyn pronunciò ad Harvard un profetico discorso, con cui deplorò «il declino del coraggio nell’Occidente», che – oltre a colpire i governi dei singoli Paesi – ha investito la classe dirigente, la burocrazia, i partiti politici, il ceto intellettuale e persino l’organizzazione delle Nazioni Unite, aggiungendo: « I funzionari politici e intellettuali manifestano questo declino, questa fiacchezza, questa irrisolutezza nei loro atti, nei loro discorsi e soprattutto nelle considerazioni teoriche che si premurano di esibire dimostrandovi che questo modo d’agire, che basa la politica di uno Stato sulla vigliaccheria e il servilismo, è pragmatico, razionale e giustificato da qualsiasi elevato punto di vista intellettuale e perfino morale». 

    Dopo il crollo del comunismo, Solženicyn ritornò nel 1994 in Russia dove pubblicò otto brevi racconti, poesie in prosa e la storia delle relazioni tra Ebrei e Russi. Un’analisi che mette in rilievo il legame popolare tra la comunità ebraica e la rivoluzione bolscevica, considerata come il prodotto di un movimento autonomo e non come cospirazione dei suoi membri più autorevoli. Morì a causa di un infarto all’età di 89 anni la sera del 3 agosto 2008. 

  • CAZZULLO, FISIME STORICHE
    SU MUSSOLINI-SARFATTI

    data: 08/12/2018 16.51

    Sul «Corriere della Sera» Aldo Cazzullo è intervenuto il 24 novembre e il 7 dicembre sul «tentativo di Margherita Sarfatti di separare Mussolini da Hitler», sostenendo che ella abbia scongiurato l’ex amante «di non mettersi contro gli Stati Uniti e di non legarsi alla Germania nazista». Strano che un giornalista così perspicace come Cazzullo ritorni spesso su un argomento che non ha alcun valore storico. Sua unica fonte informativa è il libro Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista (Mondadori, Milano 2015) di Rachele Ferrario, da cui il giornalista trae le poche notizie che propina ai lettori dalla sua rubrica quotidiana (si legga la pagina 5, laddove l’autrice attribuisce il merito alla Sarfatti di avere tentano «invano di convincere il duce a non rompere con gli Stati Uniti» e di avere tramato «per allontanarlo da Hitler»).
     Nella risposta al lettore Luigi Agosti, Cazzullo ignora che il libro M Il figlio del secolo (Milano 2018) non parla dell’argomento (si ferma al 1924) e riprende pari pari il colloquio tra Renato Trevisani e Margherita Sarfatti, che nell’imminenza della guerra di Etiopia sbotta nella frase conclusiva che l’Italia vincerà, mentre Mussolini «perderà la testa» (R. Ferrario, cit., pp. 11 e 295). Il colloquio era già conosciuto da decenni per essere riportato nella biografia più esaustiva su Margherita Sarfatti. L’altra donna del duce (Mondadori, Milano 1993, pp. 536 e 731). Esso, secondo gli autori, si ritrova nell’intervista pubblicata su «Gente» con il titolo Parla la figlia di Margherita Sarfatti. Il grande amore del duce (24 settembre 1982, III, 38, pp. 55 o 58), cioè quasi mezzo secolo dopo il famoso discorso che Mussolini pronunciò il 2 ottobre 1935 «fra le 18.45' e le 19.10' dal balcone di Palazzo Venezia» a Roma (cfr. B. Mussolini, Il discorso della mobilitazione, in Id., Scritti e discorsi. Dal gennaio 1934 al 4 novembre 1935, Hoepli, Milano 1935, p. 217).
    Il commento di Margherita Sarfatti sulla decisione di Mussolini è il prodotto di un risentimento più che «di un presentimento» della conquista dell’Etiopia e della fine ingloriosa di Mussolini. Esso non ha alcun valore storico, perché si tratta di una rievocazione poco attendibile e dettata da amore filiale verso un astio recondito dell’ex amante. È difficile stabilire l'anno preciso, ma sembra che il loro idillio sia tramontato nel 1932 o 1933, quando Mussolini conobbe la giovane e avvenente Clara Petacci: «All’orizzonte è già comparsa una donna molto più giovane e meno impegnativa», scrive la Ferrario a pagina 297. Questa tesi è ignorata da Cazzullo, che in modo erroneo attribuisce all’ex amante un ruolo eccessivo nella formazione della decisione del duce riguardo all’alleanza con la Germania nazista.
    Sulla rivista «Gerarchia» (ottobre 1932) Margherita Sarfatti assunse un atteggiamento ostile al nazismo, con il vivo plauso a Dino Grandi. L’elogio non piacque a Mussolini, che tre mesi prima lo aveva destituito come ministro degli Affari Esteri per la simpatia verso l’America e la sua politica d’intesa con la Francia e l’Inghilterra. L’ascesa al potere di Hitler e la sua avversione verso il nazismo risvegliò l’ammirazione della Sarfatti verso l’America, anzi ne accentuò il suo desiderio di una possibile visita, incoraggiata peraltro da Mussolini, desideroso di allontanare una donna diventata un ostacolo alla sua relazione amorosa con la Petacci.  Forse il duce si ricordò della confidenza rivolta a Leda Rafanelli che per conquistarla disse della sua rivale: «Mi perseguita col suo amore, ma io non potrò mai amarla. La sua spilorceria mi disgusta. È ricca e abita in un grande palazzo di corso Venezia. Ebbene, quando viene pubblicato un suo articolo, manda all’“Avanti!” la sua cameriera per prenderne tre copie gratis, per risparmiare tre soldi. E ha l’edicola a pochi passi» (A. Spinosa, Mussolini il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano 1989, p. 47).
    La fine del relazione tra Mussolini e la Sarfatti trapelò velocemente nella casta politica del regime e persino nell'ambiente letterario della capitale, dove Alfredo Panzini diede alle stampe verso la metà dell'anno il romanzo La sventurata Irminda (1932), la cui eroina rispecchiava la personalità della Sarfatti: una conclusione amorosa che portò all’estromissione della Sarfatti dal «Popolo d'Italia» e da «Gerarchia». Come confidò ad un suo collaboratore, Mussolini tenne a precisare: «Ho preso delle misure per liberarmi di lei. L’ho fatta licenziare dal “Popolo d’Italia e l’ho rimossa dalla direzione di “Gerarchia”. Ovviamente le ho corrisposto la liquidazione» (cit. in D. Ducret, Le donne dei dittatori, Garzanti, Milano 2011, p. 59).    

    Al ritorno dall’America, dove rimase dal 28 marzo fino al 2 giugno 1934, la Sarfatti non esercitava più alcun ascendente intellettuale e sessuale sul duce, che aveva informatori più capaci e preferiva inoltre – stando alla testimonianza del suo cameriere personale – alle «spasimanti stagionate» una giovane bella e avvenente come la Petacci: aveva nel 1935 ventitré anni (si veda G. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini, Milano 1946, p. 200).                                      

  • STORIA DI UN UOMO GIUSTO

    data: 04/12/2018 18.17

    Nella mia frequentazione settimanale del Baloon di Torino, un tempo «mercato dei cenci e delle pulci», ho trovato un opuscolo su Carlo Angela Un uomo giusto (a cura di Franco Brunetta, Anna Segre e Gianfranco Torri, Assessorato alla Cultura della Provincia, Torino 2002, pp. 30). Incuriosito dal titolo, sfoglio l’opuscolo e l’acquisto per sapere se vi sia un legame di parentela con il noto divulgatore scientifico e conduttore televisivo Piero Angela. Scopro con mia sorpresa che si tratta del Padre, su cui per molti anni era scesa una coltre di silenzio per il carattere schivo del Personaggio.
    Nato il 9 gennaio 1875 ad Olcenengo, piccolo centro agricolo nei pressi di Vercelli, Angela si iscrisse all’università di Torino, dove si laureò in medicina e chirurgia nel 1899. Compì le sue prime esperienze come medico nelle foreste del Congo, al seguito dell’esercito belga per poi frequentare l’ospedale della Pietà di Parigi. Fu proprio nella capitale francese che conobbe il celebre psichiatra Joseph J. Babinski, la cui opera medica è ricordata soprattutto per la descrizione dell’estensione dorsale dell’alluce con una lesione del tratto corticospinale.
    Ritornato a Torino, Angela fece prima il medico condotto per essere poi chiamato come direttore della struttura sanitaria di Bognanco, località di cura e di villeggiatura del Verbano-Cusio-Ossola, su cui lasciò un interessante opuscolo intitolato La cura di Bognanco. Indicazioni pratiche per la cura delle acque (Gozzano s.d.).
    Ma le sue ricerche scientifiche proseguirono con altre pubblicazioni: nel 1912 pubblicò lo studio A proposito della mielite cronica e del tremore intenzionale (Firenze 1912); l’anno successivo diede alle stampe Paraplegia flacida ed esaltazione dei riflessi tendinei nella mielite traversa (Firenze 1913) e Il riso ed il pianto spasmodico nelle lesioni cerebrali d’origine vascolare (Torino 1913).
    Durante la Grande Guerra, Angela fu ufficiale medico della Croce Rossa Italiana presso l’Ospedale Vittorio Emanuele di Torino. Nel 1921 aderì al partito «Democrazia radicale», una coalizione politica sorta dalla ceneri del Partito radicale. Ma con l’ascesa al potere di Mussolini, egli si distaccò da essa per il sostegno dato al governo, da cui prese le distanze.  
    Tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924 Angela si avvicinò alle posizioni riformiste di Ivanoe Bonomi, presentandosi alle elezioni del 6 aprile 1924: fu capolista nella circoscrizione piemontese per la lista «Opposizione costituzionale», ma non venne eletto per il mancato raggiungimento del «quorum». Alcuni giorni dopo il rapimento e l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924, Angela accentuò le sue critiche e accusò sul settimanale Tempi Nuovi il fascismo «per il nefando delitto che ha macchiato indelebilmente l’onore nazionale». La reazione non si fece attendere e nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1924 gli uffici della redazione del settimanale furono saccheggiati e incendiati. Così si rinchiuse nella sua professione e per oltre venticinque anni svolse un’intensa attività come medico e direttore sanitario della clinica psichiatrica «Ville Turina Amione» di San Maurizio Canavese.
    Negli anni successivi alla promulgazione delle leggi razziali, Angela nascose nella clinica psichiatrica l’imprenditore socialista Donato Bachi, il docente Nino Valobra, Oscar Levi, Guido Cavaglion, Aldo Treves, Lydia Ghiron Ottolenghi e i coniugi Nella Morelli e Renzo Segre, che riuscirono a salvarsi dalla deportazione grazie alla sua sollecitudine: segnalò alle autorità i suoi ospiti, compilando false cartelle cliniche e attribuendo loro gravi patologie. Sospettato di prestare aiuto ai pazienti di origine ebraica, Angela – come ha ricordato più volte il figlio – fu interrogato nel febbraio 1944, rischiando di essere fucilato. Si salvò a stento grazie all’intervento del conte di Robilant presso il federale di Torino Giuseppe Solaro, comandante della milizia fascista repubblicana.
    Morì il 3 giugno 1949 a Torino. Alla sua scomparsa la moglie ricevette molte lettere di cordoglio, tra le quali quella di Renzo Segre, riconoscente per averlo sottratto alla barbarie nazifascista. Solo vent’anni dopo la morte di Segre, avvenuta nel 1973, la figlia Anna scoprì il diario del padre, che venne pubblicato con il titolo Venti mesi (Sellerio, Palermo 1995, pp. 132), portando a conoscenza l’operato segreto di Carlo Angela e l’aiuto prestato a molti ebrei. Nel 2001 l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme riconobbe il contributo che Carlo Angela diede all’umanità, attribuendogli l’attestato di benemerenza e la medaglia dei “Giusti tra le nazioni”.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
                                    


     

  • STELLA: PENDE E GRAMSCI...

    data: 30/11/2018 18.48

    Sul supplemento settimanale 7 del «Corriere della Sera» (29 novembre 2018, n. 48, p. 19), Gian Antonio Stella prende spunto dalla pubblicazione 1938, l’Italia razzista. I documenti della persecuzione contro gli ebrei (il Mulino, Bologna 2018, pp. 275) di Fabio Isman per muovere un’aspra critica ad una notizia reperita nel volume. Esiste a Noicàttaro, un paese di oltre 26 mila abitanti in provincia di Bari, un istituto scolastico intestato ai nomi di Gramsci - Pende che è il risultato dell’unificazione di due scuole. «L’insana convivenza», ricorda l’illustre giornalista ancora presentato come «Autore del bestseller La Casta», è il prodotto di «un abbinamento insensato che pare indicare agli studenti due mondi ai quali indifferentemente ispirarsi».
    Al di là di questa anodina valutazione, l’articolo chiarisce poco quale sia la distanza politica che intercorre tra Nicola Pende (Noicàttaro, 21 aprile 1880 - Roma, 8 giugno 1970) e Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937), l’uno medico endocrinologo ricordato per il «Manifesto degli scienziati razzisti» del luglio 1938 e l’altro pensatore comunista di grande acume culturale. Così il giornalista cita il saggio Gramsci e il razzismo (Aa.Vv., Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, a cura di Sonia Gentili e Simona Foà, Carocci, Roma 2010, pp. 137-156) di Raul Mordenti, da cui trae una frase di Gramsci.
    Nella citazione tratta dal saggio di Mordenti, l’insigne giornalista incorre in un errore grossolano e sovrappone la frase di Gramsci al commento dell’Autore, là dove questi afferma che «egli legge il concetto di “natura umana” non come un dato, da definire e da difendere e da imporre, ma, al contrario, come l’obiettivo concreto di un grande processo storico di unificazione reale del genere umano, di tutti gli uomini del mondo: “quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi” (A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini, Einaudi, Torino 1965, p. 965» (corsivo mio).
    Meraviglia che una lettera così famosa sia citata malamente, quando essa si ritrova in centinaia di siti e persino in libri molti comuni: si può leggere nel secondo volumetto A. Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice l’Unità, Roma 1988, p. 267. Nella lettera, non datata ma inviata al figlio Delio poco prima di morire, Gramsci scrive tra l’altro: «Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi».
    Medesimo criterio di superficialismo giornalistico si ritrova nelle due lunghe citazioni di Nicola Pende, più riempitive che esplicative. Se la prima non ha alcuna attinenza con il libro 1938, l’Italia razzista. I documenti della persecuzione conto gli ebrei di Fabio Isman, la seconda non si ritrova nei libri: Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia (Bollati Boringhieri, Torino 2006; La «Difesa della razza». Politica, ideologia e immagini del razzismo fascista, Einaudi, Torino 2008) di Francesco Cassata. In realtà le due citazioni dell’endocrinologo fascista, a cui è dedicato l’istituto del suo paese natale, si ritrovano in un articolo del giovane storico (Nicola Pende scienziato razzista, «la Repubblica», 14 settembre 2006), che unisce i due brani sulla condanna del meticciato e della commistione tra ebrei e la «progenie romano- italica».
    Rimane il dubbbio se i due brani siano il risultato di scavo del giovane storico oppure si ritrovino nella sua recensione-articolo del libro I dieci. Chi erano gli scienziati che firmarono il Manifesto della razza (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005 (o 2006), pp. 273) di Franco Cuomo. Fatto sta che non è Fabio Isman ad avere «scoperto esterrefatto... il luogo» intestato a Gramsci e a Pende, ma al compianto Franco Cuomo, che già nel 2005 sottolineava come al razzista di Noicàttaro fosse intitolata una scuola e persino due premi in biomedicina e endocrinologia. Se allora vi fu la protesta dell’amministrazione cittadina di Centrosinistra per difendere la «memoria dell’illustre scienziato», oggi quella gestita dal sindaco pentastellato ha superato la decenza con l’accostamento a Pende del nome di Antonio Gramsci. 

  • IL TRAM DEGLI ANTIFASCISTI

    data: 23/11/2018 11.58

    Ieri sera è stato proiettato al cinema teatro Gioiello di Torino il documentario «Storia di 1 Tram», redatto da alcuni storici torinesi e preparato dai registi Elis Karakaci e Alessandro Genitori. I due giovani registi (l’uno albanese e l’altro siciliano) hanno raccontato la storia del Tram numero 1, luogo d’incontro e vivaio di un antifascismo democratico. Il percorso del Centro storico assumeva così le sembianze di un luogo rilevante come scambio di opinioni tra i passeggeri, alcuni dei quali dotati di grande cultura umanistica e scientifica.

    Il progetto, realizzato grazie ad un contributo del Consiglio Regionale del Piemonte, prese avvio quattro anni fa con l’intervista a Massimo Ottolenghi, scomparso ultracentenario il 18 gennaio 2016. I due registi sono stati ispirati nella preparazione del documentario dal racconto di Ottolenghi, che ha rievocato o suoi ricordi di gioventù e gli incontri fatti nel Tram n. 1 a partire dagli anni Venti del Novecento.

    La vettura torinese, prima rosso crema e poi color verde su ordine di Benito Mussolini – al duce «il rosso non piaceva granché» – contribuì a tener desto il sentimento democratico durante il regime fascista in una città fortemente monarchica e conservatrice. Le testimonianze dei pochi superstiti rendono onore ad un «luogo della memoria» e ad una pagina negletta nella storia dell’antifascismo, ma animata da grandi intellettuali che utilizzavano quel mezzo di trasporto pubblico.

    L’avvocato antifascista Bruno Segre (nato il 4 settembre 1918), anch’egli ultracentenario, ricorda il filosofo del diritto Gioele Solari (1872-1952), che intratteneva «discussioni filosofiche anche con il tranviere»; il critico musicale Massimo Mila (1910-1988) e il futuro editore Giulio Einaudi (1912-1999), che usavano il Tram per recarsi al Liceo classico Massimo d’Azeglio. Così quel famoso liceo, frequentato anche dal letterato Leone Ginzburg (1909-1944) e dal filosofo Norberto Bobbio (1909-2004), assurge metafora filmica come fermata per avviare un discorso sulla cultura democratica della città subalpina.

    La fermata di via Valperga Caluso diventa il simbolo della cultura scientifica per la presenza nel Tram di Giuseppe Levi, che, forse caso unico al mondo, aveva insegnato a tre giovani futuri Premi Nobel: Rita Levi Montalcini (1909-2012), Salvatore Luria (1912- 1991) e Renato Dulbecco (1914-2012). La fermata al Teatro Regio, prima dell’incendio del 1936, vedeva scendere personaggi illustri che vi si recavano per assistere alle rappresentazioni teatrali oppure per ascoltare concerti di musica classica. Il tram era anche utilizzato dagli studenti e dai professori delle varie facoltà universitarie, dove il dibattito politico era sempre in fermento, nonostante la rigida sorveglianza della prefettura e degli organi incaricati di reprimere ogni sentimento antifascista.

    Il decennio compreso tra la marcia su Roma e la seconda visita di Mussolini (1932) vide un largo successo del fascismo sabaudo grazie alla direttive imposte dal duce sulla stampa cittadina: impose infatti l’uscita di Alfredo Frassati da «La Stampa» e costrinse Giovanni Agnelli a nominare un direttore non ostile al fascismo. Dal 1929 al 1931 l’organo torinese fu diretto da Curzio Malaparte, fascista ma destinato ben presto a cadere in disgrazia presso il duce. Anche la direzione della «Gazzetta del Popolo» fu imposta dal duce, che nominò Ermanno Amicucci grazie al capitale messo a disposizione dalla Sip

    Gli anni Trenta furono ancora caratterizzati a Torino da un largo consenso e da un entusiasmo che via via diminuì e cessò sette anni dopo con il ritorno del duce allo stabilimento di Mirafiori, dove gli operai lo accolsero freddamente, forse per l’imminente ingresso dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale.

     

  • GLI SVARIONI DI SCURATI

    data: 19/11/2018 19.13

    Sull’«Avanti!» del 29 ottobre è uscito un mio articolo sul nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841) di Antonio Scurati. Esso ha concentrato l’attenzione sugli eventi storici del cosiddetto «biennio rosso», che ha creato le condizioni della scissione al Congresso di Livorno (1921) considerato da Pietro Nenni come l’inizio della «tragedia del proletariato italiano» (cfr. Storia di quattro anni, Einaudi, Roma 1946, p. 123). Il giudizio è riportato da Scurati alla pagina 313 con riferimento alla prima edizione uscita nel 1926, ma senza altra indicazione di editore e di pagina tanto che sorge il dubbio se l’Autore abbia mai consultato il volume.
    In realtà il volume di Nenni, che deve contenere il sottotitolo La crisi socialista dal 1919 al 1922 (Libreria del «Quarto Stato»), non può essere inserito «nelle consuete e poco legittime classificazioni politiche e ideologiche» in quanto si tratta di un’opera critica rivolta soprattutto al «“diciannovismo” come fenomeno di immaturità popolare e velleità rivoluzionaria» (E. Santarelli, Pietro Nenni, Utet, Torino 1988, p. 108). Eppure Scurati cita a casaccio il giudizio di Nenni, che si rivela incomprensibile nell’esposizione del dibattito politico svoltosi nel Congresso di Livorno. Se l’Autore avesse consultato il Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano Livorno 15-10 gennaio 1921 (Edizioni Avanti! 1962, citato d’ora in poi “Resoconto stenografico”), pubblicato per la prima volta nel 1921, avrebbe evitato diversi strafalcioni storici e avrebbe dato un quadro più chiaro della scissione di Livorno.
    Persino la citazione del brano di Amadeo Bordiga appare insignificante e che – estrapolata dal contesto dell’intervento del leader comunista – rende più oscura la comprensione delle diverse posizioni politiche. Quale sia stata la scelta di riportare il giudizio del comunista napoletano diventa così incomprensibile, se esso non sia inquadrato nel lungo discorso di Bordiga (“Resoconto stenografico”, pp. 271-296; Scurati, p. 313) che l’Autore non cita neppure una volta nella narrazione storica del Congresso livornese. Per comprendere il pensiero di Bordiga bisognava citare la frase per intero, là dove egli dice: «Noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella marxista che nel Partito socialista con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell’insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l’onore del vostro passato, o compagni!» (“Resoconto stenografico, p. 294; Scurati, p. 313 solo per la parte in corsivo).
    La narrazione del 1921 si apre con la descrizione del XVII Congresso del Partito socialista italiano, che ebbe inizio a Livorno alle 15,30 del 15 gennaio («e non alle ore 14.00 del 5 gennaio», (Scurati, p. 307). La composizione delle varie correnti non è quella presentata dall’Autore, secondo cui erano presenti «i delegati dei 58.000 elettori della frazione comunista», i «“centristi” forti di 100.000 mandati» e «i riformisti che portano 15.000 voti» (Scurati, p. 307). Nel Congresso di Livorno si scontrarono cinque correnti, cioè «quella dei concentrazionisti formata dagli antichi riformisti […], la vecchia frazione intransigente rivoluzionaria […], la frazione dei “comunisti unitari” […], la frazione dei comunisti puri e quella che si proponeva quale obiettivo di impedire la rottura fra le altre due frazioni comuniste» (cfr. Il Partito Socialista Italiano nei suoi Congressi, vol. III: 1917-1926, a cura di F. Pedone, Edizioni Avanti!, Milano 1963, p. 121).
       La presenza di queste varie frazioni è commentata da Scurati in modo semplicistico: nulla è detto di Paul Levi, delegato del Partito comunista tedesco e dei messaggi firmati da Gregorij Evseevič, Zinov’ev improntati ad una serrata critica dei riformisti socialisti capeggiati da Filippo Turati e da Giuseppe Emanuele Modigliani. Nulla è detto del discorso di Antonio Graziadei, che privilegiava la dipendenza dalla centrale moscovita all’unità del socialismo italiano, la cui fedeltà al «valore storico» del Psi si esprimeva nell’adesione alla III Internazionale, «scandita – come sostiene Scurati con linguaggio estroso – in 21 tesi perentorie come chiodi conficcati sulla bara dell’unità proletaria» (“Resoconto stenografico”, p. 29, Scurati, 307).
    Di Giacomo Matteotti e della sua presenza al Congresso di Livorno, Scurati non chiarisce il motivo per cui il deputato socialista abbandonò l’assise socialista (p. 310), credendo che abbia «dovuto rinunciare a parlare al congresso per accorrere» nel suo collegio elettorale. L’autore si limita così a dire che «per due giorni Matteotti ha ascoltato decine di interventi di uomini di lotta provenienti da tutta Italia e da mezza Europa» (Scurati, pp. 310-311) prima della sua partenza per Ferrara. Come sia possibile che Matteotti abbia ascoltato «decine di interventi» nei due giorni di presenza al Congresso, se la seduta pomeridiana del 15 gennaio fu occupata dalla nomina delle presidenza, dalla adesione dei vari partiti europei e dai saluti della «Direzione del partito», del Sindaco di Livorno e della Federazione Giovanile.
    L’unico discorso del 15 gennaio fu quello di Antonio Graziadei, mentre l’assise del giorno successivo fu occupata solo dai discorsi del comunista bulgaro Christo Kabakčiev e di Adelchi Baratono, l’uno volto a ribadire la linea stabilita dalla centrale moscovita e l’altro a sostenere le posizioni dei comunisti unitari (“Resoconto stenografico”, pp. 100-132). A questa inesattezza storica Scurati aggiunge l’altra sul discorso di Vincenzo Vacirca, che intervenne non nella «giornata del 17» gennaio (p. 308), ma nella «seduta pomeridiana del giorno 18» presieduta da Argentina Altobelli (cfr “Resoconto stenografico”, pp. 231-251). Del socialista siciliano (era nato a Chiaramonte Gulfi il 26 novembre 1886), l’Autore dice che si tratti di un «sindacalista … che a sedici anni ha organizzato la lega contadina di Ragusa ed è giù scampato più volte ad attentati sia in Italia che negli Stati Uniti d’America» (p. 308). È vero che Vacirca organizzò nel 1902 una lega dei contadini e che visse per alcuni negli Usa, ma si trattò di esperienze lontane dagli anni che lo videro impegnato nel dibattito precongressuale di Livorno. Egli fu direttore di periodici, organizzatore politico e attivo propagandista dei principi socialisti, oltre ad essere deputato nel legislatura e delegato del Psi «nella Russia sovietica». Così la parte su Vacirca dà notizie che hanno scarsa attinenza con il ruolo svolto nel Congresso di Livorno, dove si schierò per la corrente intransigente e individuò nello sciopero generale l’arma più idonea per arrestare la marea reazionari del fascismo. Come afferma Giuseppe Miccichè, profondo conoscitore del socialismo siciliano e autore della interessante voce sul personaggio (Cfr. «Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943», V, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 160-163», Vacirca «si collocò fra i massimalisti unitari e i riformisti», rifiutò la cosiddetta «violenza rivoluzionaria» e denunciò il senso di malessere della classe lavoratrice «per la lunga e vana attesa dello scontro finale con la borghesia» (cfr. G. Miccichè, Dopoguerra e fascismo in Sicilia 1919-1927, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 85).
    Così Scurati non coglie minimamente la posizione politica di Vacirca, che nel suo discorso non affermò l’identità tra socialismo e comunismo (p. 309). Come rappresentante della «più piccola frazione» del Congresso, egli precisò di essere lontano «dai compagni di estrema sinistra» (“Resoconto stenografico”, p. 231 e p. 232) ed auspicò un ritorno alla politica classista, diversa da quella sostenuta dai comunisti puri come Umberto Terracini ed Adelchi Baratono. Dai due comunisti, ma anche da Amadeo Bordiga, vi era una discordanza di vedute sulla rivoluzione russa, sull’uso della violenza e sulla funzione dei consigli di fabbrica (“Resoconto stenografico”, pp. 233-237).
    In questo contesto, e non nel quadro generale presentato dall’Autore, si inserisce l’episodio sullo scontro tra Vacirca e Nicola Bombacci e la critica che il socialista siciliano rivolse al comunista romagnolo, responsabile di fomentare la reazione borghese con il suo rivoluzionarismo parolaio e con il suo appello ad una «violenza assoluta come metodo normale di lotta» politica e «idea forza» disgregatrice del «mondo borghese» (“Resoconto stenografico”, p. 235). Lo scontro tra Vacirca e Bombacci, il caso del «temperino» dell’uno e il ricorso alla pistola dell’altro, sono ripresi dal volume Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco (Scurati, pp. 309-310). La descrizione delle sembianze fisiche («mani femminee», già ribadite in altre pagine (Scurati, p. 77, Petacco, p. 11), e persino alcune frasi (come per esempio «Prendi questa. Fagli vedere di cosa sei capace» non presentano alcuna originalità (Petacco, p. 51 e Scurati, p. 309).
    Eppure l’episodio increscioso, riportato nel “Resoconto stenografico” (pp. 238-239), ha una vasta presentazione con la conclusione di Riccardo Roberto, che deplorò l’accaduto e convalidò l’espulsione di Bombacci, su cui Scurati esprime più volte giudizi ripetitivi, tralasciando personaggi ed eventi di più grande rilevanza storica. Dopo descrizioni inutili e un susseguirsi di «svarioni», l’Autore ritorna su Giacomo Matteotti e sulla sua attività politica di cui traccia un profilo semplicistico dopo la partenza da Livorno e durante i pochi giorni trascorsi a Ferrara. Perché non dire che il segretario della Camera del lavoro ferrarese è Gaetano Zirardini (1857-1931), implicato nei fatti del Castello Estense (20 dicembre 1920) e arrestato al momento della sua partenza per Livorno? Perché non dire che l’altro arrestato era Edoardo Temistocle Bogianckino (1876-1953), primo sindaco socialista di Ferrara imparentato per via materna con Gabriele d’Annunzio?
    Di fronte a queste omissioni c’è da chiedersi il motivo per cui Scurati citi invece il nome del prefetto (Pugliese), a cui Matteotti si rivolse per non avere «la sorveglianza degli agenti di pubblica sicurezza» e fare affidamento solo sui «suoi compagni armati di bastone» (p. 311). Strana richiesta quella di Matteotti, se si pensa che si allontanò dall’assise socialista per sfuggire al clima di intolleranza e alla violenza verbale di comunisti come Bordiga e Terracini. Egli si recò a Ferrara non per un atto di eroismo, come vuol far credere Scurati (p. 312), ma per guidare le manifestazioni di piazza contro i fascisti della città Estense.