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NUNZIO DELL'ERBA

  • ANNIVERSARIO SOLZENICYN

    data: 10/12/2018 13.21

    Il centenario della nascita (Kislovodsk, 11 dicembre 1918) e il decennale della morte (Troice-Lykovo Mosca, 3 agosto 2008) hanno riproposto all’attenzione l’opera letteraria di Alexkandr Isaevič Solženicyn. Essa, per alcuni anni dimenticata, è ritornata in auge per la mostra fotografica che si è tenuta dal 7 al 17 novembre presso l’Università Statale di Milano. La mostra ha ripercorso il suo itinerario letterario, che cominciò con il suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič, proseguì con il suo Arcipelago Gulag e si concluse con altri romanzi come L’uomo nuovo. Tre racconti.
    In questi giorni, presso la Maire du Vème Arrondissement 21 Place du Panthéon, si tiene un’altra mostra che ripropone l’opera letteraria di Solženicyn con l’esposizione di manoscritti, di fotografie, di edizioni rare, raccolti nel catalogo intitolato Un écrivain en lutte avec son siécle (Èditions des Syrtes, Paris 2018, p. 300) e curato da Georges Nivat, traduttore e profondo conoscitore della letteratura russa.
    Il catalogo offre uno spaccato esistenziale di Solženicyn che trascorse otto anni in diversi campi di concentramento. Il dissidente sovietico fu arrestato nel febbraio 1945 per avere criticato a Stalin in una lettera privata (intercettata) ad un suo amico. Solo nel 1953, scontata la pena detentiva, fu inviato per tre anni al confino nel villaggio di Kol Terek nel Kazakistan, dove gli fu concesso di lavorare come insegnante. Proprio nella steppa kazaka ebbe le prime idee di narrare il suo vissuto personale in un romanzo.
    Nel 1954 Solženicyn fu colpito da un tumore e ricoverato a Taskent, dove riordinò i suoi pensieri sugli orrori dei lager con una «scrittura a memoria» che trascrisse su carta solo dopo la liberazione in condizioni difficili
    Nel novembre 1962 Solženicyn pubblicò sulla rivista «Novyi Mir» (organo degli scrittori sovietici) Una giornata di Ivan Denisovič, in cui raccontò la giornata tipica di un deportato e denunciò i misfatti del sistema oppressivo di Stalin. Nel gennaio 1963 il saggio, pubblicato da Einaudi e da Garzanti, cominciò a circolare anche in Italia, dove contribuì a far conoscere l’orrore dei campi di concentramento, trascurato nel processo di destalinizzazione avviato da Nikita Chruščëv.
    Dopo il romanzo Divisione cancro (1968) e Reparto C (1969), Solženicyn pubblicò Arcipelago Gulag (Paris 1973), che gli provocò l’arresto e poi l’espulsione dall’Unione Sovietica. Nel 1970 l’attribuzione del premio Nobel per la letteratura, che non poté ritirare, acuì i rapporti difficili con le autorità sovietiche per il suo invito all’abolizione della censura: inviò un discorso denso di riflessioni interessanti sul rapporto tra arte e opera letteraria, nonché sul ruolo che questa può esercitare da una generazione all’altra. Nel 1974 il romanzo Arcipelago Gulag apparve anche in Italia, ma non ebbe un’accoglienza favorevole da parte dell’intellettualità marxista e da scrittori come Umberto Eco ed Alberto Moravia.
    Privato della cittadinanza sovietica, Solženicyn fu espulso dall’Urss e, dopo un soggiorno in Svizzera, di stabilì negli Stati Uniti, dove proseguì il suo lavoro letterario, ripubblicando alcuni suoi testi e collaborando ad una miriade di riviste: del 1975 è il volume di memorie La quercia e il vitello, dove muove una critica serrata al comunismo sovietico.
    L’8 giugno 1978 Solženicyn pronunciò ad Harvard un profetico discorso, con cui deplorò «il declino del coraggio nell’Occidente», che – oltre a colpire i governi dei singoli Paesi – ha investito la classe dirigente, la burocrazia, i partiti politici, il ceto intellettuale e persino l’organizzazione delle Nazioni Unite, aggiungendo: « I funzionari politici e intellettuali manifestano questo declino, questa fiacchezza, questa irrisolutezza nei loro atti, nei loro discorsi e soprattutto nelle considerazioni teoriche che si premurano di esibire dimostrandovi che questo modo d’agire, che basa la politica di uno Stato sulla vigliaccheria e il servilismo, è pragmatico, razionale e giustificato da qualsiasi elevato punto di vista intellettuale e perfino morale». 

    Dopo il crollo del comunismo, Solženicyn ritornò nel 1994 in Russia dove pubblicò otto brevi racconti, poesie in prosa e la storia delle relazioni tra Ebrei e Russi. Un’analisi che mette in rilievo il legame popolare tra la comunità ebraica e la rivoluzione bolscevica, considerata come il prodotto di un movimento autonomo e non come cospirazione dei suoi membri più autorevoli. Morì a causa di un infarto all’età di 89 anni la sera del 3 agosto 2008. 

  • CAZZULLO, FISIME STORICHE
    SU MUSSOLINI-SARFATTI

    data: 08/12/2018 16.51

    Sul «Corriere della Sera» Aldo Cazzullo è intervenuto il 24 novembre e il 7 dicembre sul «tentativo di Margherita Sarfatti di separare Mussolini da Hitler», sostenendo che ella abbia scongiurato l’ex amante «di non mettersi contro gli Stati Uniti e di non legarsi alla Germania nazista». Strano che un giornalista così perspicace come Cazzullo ritorni spesso su un argomento che non ha alcun valore storico. Sua unica fonte informativa è il libro Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista (Mondadori, Milano 2015) di Rachele Ferrario, da cui il giornalista trae le poche notizie che propina ai lettori dalla sua rubrica quotidiana (si legga la pagina 5, laddove l’autrice attribuisce il merito alla Sarfatti di avere tentano «invano di convincere il duce a non rompere con gli Stati Uniti» e di avere tramato «per allontanarlo da Hitler»).
     Nella risposta al lettore Luigi Agosti, Cazzullo ignora che il libro M Il figlio del secolo (Milano 2018) non parla dell’argomento (si ferma al 1924) e riprende pari pari il colloquio tra Renato Trevisani e Margherita Sarfatti, che nell’imminenza della guerra di Etiopia sbotta nella frase conclusiva che l’Italia vincerà, mentre Mussolini «perderà la testa» (R. Ferrario, cit., pp. 11 e 295). Il colloquio era già conosciuto da decenni per essere riportato nella biografia più esaustiva su Margherita Sarfatti. L’altra donna del duce (Mondadori, Milano 1993, pp. 536 e 731). Esso, secondo gli autori, si ritrova nell’intervista pubblicata su «Gente» con il titolo Parla la figlia di Margherita Sarfatti. Il grande amore del duce (24 settembre 1982, III, 38, pp. 55 o 58), cioè quasi mezzo secolo dopo il famoso discorso che Mussolini pronunciò il 2 ottobre 1935 «fra le 18.45' e le 19.10' dal balcone di Palazzo Venezia» a Roma (cfr. B. Mussolini, Il discorso della mobilitazione, in Id., Scritti e discorsi. Dal gennaio 1934 al 4 novembre 1935, Hoepli, Milano 1935, p. 217).
    Il commento di Margherita Sarfatti sulla decisione di Mussolini è il prodotto di un risentimento più che «di un presentimento» della conquista dell’Etiopia e della fine ingloriosa di Mussolini. Esso non ha alcun valore storico, perché si tratta di una rievocazione poco attendibile e dettata da amore filiale verso un astio recondito dell’ex amante. È difficile stabilire l'anno preciso, ma sembra che il loro idillio sia tramontato nel 1932 o 1933, quando Mussolini conobbe la giovane e avvenente Clara Petacci: «All’orizzonte è già comparsa una donna molto più giovane e meno impegnativa», scrive la Ferrario a pagina 297. Questa tesi è ignorata da Cazzullo, che in modo erroneo attribuisce all’ex amante un ruolo eccessivo nella formazione della decisione del duce riguardo all’alleanza con la Germania nazista.
    Sulla rivista «Gerarchia» (ottobre 1932) Margherita Sarfatti assunse un atteggiamento ostile al nazismo, con il vivo plauso a Dino Grandi. L’elogio non piacque a Mussolini, che tre mesi prima lo aveva destituito come ministro degli Affari Esteri per la simpatia verso l’America e la sua politica d’intesa con la Francia e l’Inghilterra. L’ascesa al potere di Hitler e la sua avversione verso il nazismo risvegliò l’ammirazione della Sarfatti verso l’America, anzi ne accentuò il suo desiderio di una possibile visita, incoraggiata peraltro da Mussolini, desideroso di allontanare una donna diventata un ostacolo alla sua relazione amorosa con la Petacci.  Forse il duce si ricordò della confidenza rivolta a Leda Rafanelli che per conquistarla disse della sua rivale: «Mi perseguita col suo amore, ma io non potrò mai amarla. La sua spilorceria mi disgusta. È ricca e abita in un grande palazzo di corso Venezia. Ebbene, quando viene pubblicato un suo articolo, manda all’“Avanti!” la sua cameriera per prenderne tre copie gratis, per risparmiare tre soldi. E ha l’edicola a pochi passi» (A. Spinosa, Mussolini il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano 1989, p. 47).
    La fine del relazione tra Mussolini e la Sarfatti trapelò velocemente nella casta politica del regime e persino nell'ambiente letterario della capitale, dove Alfredo Panzini diede alle stampe verso la metà dell'anno il romanzo La sventurata Irminda (1932), la cui eroina rispecchiava la personalità della Sarfatti: una conclusione amorosa che portò all’estromissione della Sarfatti dal «Popolo d'Italia» e da «Gerarchia». Come confidò ad un suo collaboratore, Mussolini tenne a precisare: «Ho preso delle misure per liberarmi di lei. L’ho fatta licenziare dal “Popolo d’Italia e l’ho rimossa dalla direzione di “Gerarchia”. Ovviamente le ho corrisposto la liquidazione» (cit. in D. Ducret, Le donne dei dittatori, Garzanti, Milano 2011, p. 59).    

    Al ritorno dall’America, dove rimase dal 28 marzo fino al 2 giugno 1934, la Sarfatti non esercitava più alcun ascendente intellettuale e sessuale sul duce, che aveva informatori più capaci e preferiva inoltre – stando alla testimonianza del suo cameriere personale – alle «spasimanti stagionate» una giovane bella e avvenente come la Petacci: aveva nel 1935 ventitré anni (si veda G. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini, Milano 1946, p. 200).                                      

  • STORIA DI UN UOMO GIUSTO

    data: 04/12/2018 18.17

    Nella mia frequentazione settimanale del Baloon di Torino, un tempo «mercato dei cenci e delle pulci», ho trovato un opuscolo su Carlo Angela Un uomo giusto (a cura di Franco Brunetta, Anna Segre e Gianfranco Torri, Assessorato alla Cultura della Provincia, Torino 2002, pp. 30). Incuriosito dal titolo, sfoglio l’opuscolo e l’acquisto per sapere se vi sia un legame di parentela con il noto divulgatore scientifico e conduttore televisivo Piero Angela. Scopro con mia sorpresa che si tratta del Padre, su cui per molti anni era scesa una coltre di silenzio per il carattere schivo del Personaggio.
    Nato il 9 gennaio 1875 ad Olcenengo, piccolo centro agricolo nei pressi di Vercelli, Angela si iscrisse all’università di Torino, dove si laureò in medicina e chirurgia nel 1899. Compì le sue prime esperienze come medico nelle foreste del Congo, al seguito dell’esercito belga per poi frequentare l’ospedale della Pietà di Parigi. Fu proprio nella capitale francese che conobbe il celebre psichiatra Joseph J. Babinski, la cui opera medica è ricordata soprattutto per la descrizione dell’estensione dorsale dell’alluce con una lesione del tratto corticospinale.
    Ritornato a Torino, Angela fece prima il medico condotto per essere poi chiamato come direttore della struttura sanitaria di Bognanco, località di cura e di villeggiatura del Verbano-Cusio-Ossola, su cui lasciò un interessante opuscolo intitolato La cura di Bognanco. Indicazioni pratiche per la cura delle acque (Gozzano s.d.).
    Ma le sue ricerche scientifiche proseguirono con altre pubblicazioni: nel 1912 pubblicò lo studio A proposito della mielite cronica e del tremore intenzionale (Firenze 1912); l’anno successivo diede alle stampe Paraplegia flacida ed esaltazione dei riflessi tendinei nella mielite traversa (Firenze 1913) e Il riso ed il pianto spasmodico nelle lesioni cerebrali d’origine vascolare (Torino 1913).
    Durante la Grande Guerra, Angela fu ufficiale medico della Croce Rossa Italiana presso l’Ospedale Vittorio Emanuele di Torino. Nel 1921 aderì al partito «Democrazia radicale», una coalizione politica sorta dalla ceneri del Partito radicale. Ma con l’ascesa al potere di Mussolini, egli si distaccò da essa per il sostegno dato al governo, da cui prese le distanze.  
    Tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924 Angela si avvicinò alle posizioni riformiste di Ivanoe Bonomi, presentandosi alle elezioni del 6 aprile 1924: fu capolista nella circoscrizione piemontese per la lista «Opposizione costituzionale», ma non venne eletto per il mancato raggiungimento del «quorum». Alcuni giorni dopo il rapimento e l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924, Angela accentuò le sue critiche e accusò sul settimanale Tempi Nuovi il fascismo «per il nefando delitto che ha macchiato indelebilmente l’onore nazionale». La reazione non si fece attendere e nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1924 gli uffici della redazione del settimanale furono saccheggiati e incendiati. Così si rinchiuse nella sua professione e per oltre venticinque anni svolse un’intensa attività come medico e direttore sanitario della clinica psichiatrica «Ville Turina Amione» di San Maurizio Canavese.
    Negli anni successivi alla promulgazione delle leggi razziali, Angela nascose nella clinica psichiatrica l’imprenditore socialista Donato Bachi, il docente Nino Valobra, Oscar Levi, Guido Cavaglion, Aldo Treves, Lydia Ghiron Ottolenghi e i coniugi Nella Morelli e Renzo Segre, che riuscirono a salvarsi dalla deportazione grazie alla sua sollecitudine: segnalò alle autorità i suoi ospiti, compilando false cartelle cliniche e attribuendo loro gravi patologie. Sospettato di prestare aiuto ai pazienti di origine ebraica, Angela – come ha ricordato più volte il figlio – fu interrogato nel febbraio 1944, rischiando di essere fucilato. Si salvò a stento grazie all’intervento del conte di Robilant presso il federale di Torino Giuseppe Solaro, comandante della milizia fascista repubblicana.
    Morì il 3 giugno 1949 a Torino. Alla sua scomparsa la moglie ricevette molte lettere di cordoglio, tra le quali quella di Renzo Segre, riconoscente per averlo sottratto alla barbarie nazifascista. Solo vent’anni dopo la morte di Segre, avvenuta nel 1973, la figlia Anna scoprì il diario del padre, che venne pubblicato con il titolo Venti mesi (Sellerio, Palermo 1995, pp. 132), portando a conoscenza l’operato segreto di Carlo Angela e l’aiuto prestato a molti ebrei. Nel 2001 l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme riconobbe il contributo che Carlo Angela diede all’umanità, attribuendogli l’attestato di benemerenza e la medaglia dei “Giusti tra le nazioni”.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
                                    


     

  • STELLA: PENDE E GRAMSCI...

    data: 30/11/2018 18.48

    Sul supplemento settimanale 7 del «Corriere della Sera» (29 novembre 2018, n. 48, p. 19), Gian Antonio Stella prende spunto dalla pubblicazione 1938, l’Italia razzista. I documenti della persecuzione contro gli ebrei (il Mulino, Bologna 2018, pp. 275) di Fabio Isman per muovere un’aspra critica ad una notizia reperita nel volume. Esiste a Noicàttaro, un paese di oltre 26 mila abitanti in provincia di Bari, un istituto scolastico intestato ai nomi di Gramsci - Pende che è il risultato dell’unificazione di due scuole. «L’insana convivenza», ricorda l’illustre giornalista ancora presentato come «Autore del bestseller La Casta», è il prodotto di «un abbinamento insensato che pare indicare agli studenti due mondi ai quali indifferentemente ispirarsi».
    Al di là di questa anodina valutazione, l’articolo chiarisce poco quale sia la distanza politica che intercorre tra Nicola Pende (Noicàttaro, 21 aprile 1880 - Roma, 8 giugno 1970) e Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937), l’uno medico endocrinologo ricordato per il «Manifesto degli scienziati razzisti» del luglio 1938 e l’altro pensatore comunista di grande acume culturale. Così il giornalista cita il saggio Gramsci e il razzismo (Aa.Vv., Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, a cura di Sonia Gentili e Simona Foà, Carocci, Roma 2010, pp. 137-156) di Raul Mordenti, da cui trae una frase di Gramsci.
    Nella citazione tratta dal saggio di Mordenti, l’insigne giornalista incorre in un errore grossolano e sovrappone la frase di Gramsci al commento dell’Autore, là dove questi afferma che «egli legge il concetto di “natura umana” non come un dato, da definire e da difendere e da imporre, ma, al contrario, come l’obiettivo concreto di un grande processo storico di unificazione reale del genere umano, di tutti gli uomini del mondo: “quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi” (A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini, Einaudi, Torino 1965, p. 965» (corsivo mio).
    Meraviglia che una lettera così famosa sia citata malamente, quando essa si ritrova in centinaia di siti e persino in libri molti comuni: si può leggere nel secondo volumetto A. Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice l’Unità, Roma 1988, p. 267. Nella lettera, non datata ma inviata al figlio Delio poco prima di morire, Gramsci scrive tra l’altro: «Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi».
    Medesimo criterio di superficialismo giornalistico si ritrova nelle due lunghe citazioni di Nicola Pende, più riempitive che esplicative. Se la prima non ha alcuna attinenza con il libro 1938, l’Italia razzista. I documenti della persecuzione conto gli ebrei di Fabio Isman, la seconda non si ritrova nei libri: Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia (Bollati Boringhieri, Torino 2006; La «Difesa della razza». Politica, ideologia e immagini del razzismo fascista, Einaudi, Torino 2008) di Francesco Cassata. In realtà le due citazioni dell’endocrinologo fascista, a cui è dedicato l’istituto del suo paese natale, si ritrovano in un articolo del giovane storico (Nicola Pende scienziato razzista, «la Repubblica», 14 settembre 2006), che unisce i due brani sulla condanna del meticciato e della commistione tra ebrei e la «progenie romano- italica».
    Rimane il dubbbio se i due brani siano il risultato di scavo del giovane storico oppure si ritrovino nella sua recensione-articolo del libro I dieci. Chi erano gli scienziati che firmarono il Manifesto della razza (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005 (o 2006), pp. 273) di Franco Cuomo. Fatto sta che non è Fabio Isman ad avere «scoperto esterrefatto... il luogo» intestato a Gramsci e a Pende, ma al compianto Franco Cuomo, che già nel 2005 sottolineava come al razzista di Noicàttaro fosse intitolata una scuola e persino due premi in biomedicina e endocrinologia. Se allora vi fu la protesta dell’amministrazione cittadina di Centrosinistra per difendere la «memoria dell’illustre scienziato», oggi quella gestita dal sindaco pentastellato ha superato la decenza con l’accostamento a Pende del nome di Antonio Gramsci. 

  • IL TRAM DEGLI ANTIFASCISTI

    data: 23/11/2018 11.58

    Ieri sera è stato proiettato al cinema teatro Gioiello di Torino il documentario «Storia di 1 Tram», redatto da alcuni storici torinesi e preparato dai registi Elis Karakaci e Alessandro Genitori. I due giovani registi (l’uno albanese e l’altro siciliano) hanno raccontato la storia del Tram numero 1, luogo d’incontro e vivaio di un antifascismo democratico. Il percorso del Centro storico assumeva così le sembianze di un luogo rilevante come scambio di opinioni tra i passeggeri, alcuni dei quali dotati di grande cultura umanistica e scientifica.

    Il progetto, realizzato grazie ad un contributo del Consiglio Regionale del Piemonte, prese avvio quattro anni fa con l’intervista a Massimo Ottolenghi, scomparso ultracentenario il 18 gennaio 2016. I due registi sono stati ispirati nella preparazione del documentario dal racconto di Ottolenghi, che ha rievocato o suoi ricordi di gioventù e gli incontri fatti nel Tram n. 1 a partire dagli anni Venti del Novecento.

    La vettura torinese, prima rosso crema e poi color verde su ordine di Benito Mussolini – al duce «il rosso non piaceva granché» – contribuì a tener desto il sentimento democratico durante il regime fascista in una città fortemente monarchica e conservatrice. Le testimonianze dei pochi superstiti rendono onore ad un «luogo della memoria» e ad una pagina negletta nella storia dell’antifascismo, ma animata da grandi intellettuali che utilizzavano quel mezzo di trasporto pubblico.

    L’avvocato antifascista Bruno Segre (nato il 4 settembre 1918), anch’egli ultracentenario, ricorda il filosofo del diritto Gioele Solari (1872-1952), che intratteneva «discussioni filosofiche anche con il tranviere»; il critico musicale Massimo Mila (1910-1988) e il futuro editore Giulio Einaudi (1912-1999), che usavano il Tram per recarsi al Liceo classico Massimo d’Azeglio. Così quel famoso liceo, frequentato anche dal letterato Leone Ginzburg (1909-1944) e dal filosofo Norberto Bobbio (1909-2004), assurge metafora filmica come fermata per avviare un discorso sulla cultura democratica della città subalpina.

    La fermata di via Valperga Caluso diventa il simbolo della cultura scientifica per la presenza nel Tram di Giuseppe Levi, che, forse caso unico al mondo, aveva insegnato a tre giovani futuri Premi Nobel: Rita Levi Montalcini (1909-2012), Salvatore Luria (1912- 1991) e Renato Dulbecco (1914-2012). La fermata al Teatro Regio, prima dell’incendio del 1936, vedeva scendere personaggi illustri che vi si recavano per assistere alle rappresentazioni teatrali oppure per ascoltare concerti di musica classica. Il tram era anche utilizzato dagli studenti e dai professori delle varie facoltà universitarie, dove il dibattito politico era sempre in fermento, nonostante la rigida sorveglianza della prefettura e degli organi incaricati di reprimere ogni sentimento antifascista.

    Il decennio compreso tra la marcia su Roma e la seconda visita di Mussolini (1932) vide un largo successo del fascismo sabaudo grazie alla direttive imposte dal duce sulla stampa cittadina: impose infatti l’uscita di Alfredo Frassati da «La Stampa» e costrinse Giovanni Agnelli a nominare un direttore non ostile al fascismo. Dal 1929 al 1931 l’organo torinese fu diretto da Curzio Malaparte, fascista ma destinato ben presto a cadere in disgrazia presso il duce. Anche la direzione della «Gazzetta del Popolo» fu imposta dal duce, che nominò Ermanno Amicucci grazie al capitale messo a disposizione dalla Sip

    Gli anni Trenta furono ancora caratterizzati a Torino da un largo consenso e da un entusiasmo che via via diminuì e cessò sette anni dopo con il ritorno del duce allo stabilimento di Mirafiori, dove gli operai lo accolsero freddamente, forse per l’imminente ingresso dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale.

     

  • GLI SVARIONI DI SCURATI

    data: 19/11/2018 19.13

    Sull’«Avanti!» del 29 ottobre è uscito un mio articolo sul nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841) di Antonio Scurati. Esso ha concentrato l’attenzione sugli eventi storici del cosiddetto «biennio rosso», che ha creato le condizioni della scissione al Congresso di Livorno (1921) considerato da Pietro Nenni come l’inizio della «tragedia del proletariato italiano» (cfr. Storia di quattro anni, Einaudi, Roma 1946, p. 123). Il giudizio è riportato da Scurati alla pagina 313 con riferimento alla prima edizione uscita nel 1926, ma senza altra indicazione di editore e di pagina tanto che sorge il dubbio se l’Autore abbia mai consultato il volume.
    In realtà il volume di Nenni, che deve contenere il sottotitolo La crisi socialista dal 1919 al 1922 (Libreria del «Quarto Stato»), non può essere inserito «nelle consuete e poco legittime classificazioni politiche e ideologiche» in quanto si tratta di un’opera critica rivolta soprattutto al «“diciannovismo” come fenomeno di immaturità popolare e velleità rivoluzionaria» (E. Santarelli, Pietro Nenni, Utet, Torino 1988, p. 108). Eppure Scurati cita a casaccio il giudizio di Nenni, che si rivela incomprensibile nell’esposizione del dibattito politico svoltosi nel Congresso di Livorno. Se l’Autore avesse consultato il Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano Livorno 15-10 gennaio 1921 (Edizioni Avanti! 1962, citato d’ora in poi “Resoconto stenografico”), pubblicato per la prima volta nel 1921, avrebbe evitato diversi strafalcioni storici e avrebbe dato un quadro più chiaro della scissione di Livorno.
    Persino la citazione del brano di Amadeo Bordiga appare insignificante e che – estrapolata dal contesto dell’intervento del leader comunista – rende più oscura la comprensione delle diverse posizioni politiche. Quale sia stata la scelta di riportare il giudizio del comunista napoletano diventa così incomprensibile, se esso non sia inquadrato nel lungo discorso di Bordiga (“Resoconto stenografico”, pp. 271-296; Scurati, p. 313) che l’Autore non cita neppure una volta nella narrazione storica del Congresso livornese. Per comprendere il pensiero di Bordiga bisognava citare la frase per intero, là dove egli dice: «Noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella marxista che nel Partito socialista con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell’insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l’onore del vostro passato, o compagni!» (“Resoconto stenografico, p. 294; Scurati, p. 313 solo per la parte in corsivo).
    La narrazione del 1921 si apre con la descrizione del XVII Congresso del Partito socialista italiano, che ebbe inizio a Livorno alle 15,30 del 15 gennaio («e non alle ore 14.00 del 5 gennaio», (Scurati, p. 307). La composizione delle varie correnti non è quella presentata dall’Autore, secondo cui erano presenti «i delegati dei 58.000 elettori della frazione comunista», i «“centristi” forti di 100.000 mandati» e «i riformisti che portano 15.000 voti» (Scurati, p. 307). Nel Congresso di Livorno si scontrarono cinque correnti, cioè «quella dei concentrazionisti formata dagli antichi riformisti […], la vecchia frazione intransigente rivoluzionaria […], la frazione dei “comunisti unitari” […], la frazione dei comunisti puri e quella che si proponeva quale obiettivo di impedire la rottura fra le altre due frazioni comuniste» (cfr. Il Partito Socialista Italiano nei suoi Congressi, vol. III: 1917-1926, a cura di F. Pedone, Edizioni Avanti!, Milano 1963, p. 121).
       La presenza di queste varie frazioni è commentata da Scurati in modo semplicistico: nulla è detto di Paul Levi, delegato del Partito comunista tedesco e dei messaggi firmati da Gregorij Evseevič, Zinov’ev improntati ad una serrata critica dei riformisti socialisti capeggiati da Filippo Turati e da Giuseppe Emanuele Modigliani. Nulla è detto del discorso di Antonio Graziadei, che privilegiava la dipendenza dalla centrale moscovita all’unità del socialismo italiano, la cui fedeltà al «valore storico» del Psi si esprimeva nell’adesione alla III Internazionale, «scandita – come sostiene Scurati con linguaggio estroso – in 21 tesi perentorie come chiodi conficcati sulla bara dell’unità proletaria» (“Resoconto stenografico”, p. 29, Scurati, 307).
    Di Giacomo Matteotti e della sua presenza al Congresso di Livorno, Scurati non chiarisce il motivo per cui il deputato socialista abbandonò l’assise socialista (p. 310), credendo che abbia «dovuto rinunciare a parlare al congresso per accorrere» nel suo collegio elettorale. L’autore si limita così a dire che «per due giorni Matteotti ha ascoltato decine di interventi di uomini di lotta provenienti da tutta Italia e da mezza Europa» (Scurati, pp. 310-311) prima della sua partenza per Ferrara. Come sia possibile che Matteotti abbia ascoltato «decine di interventi» nei due giorni di presenza al Congresso, se la seduta pomeridiana del 15 gennaio fu occupata dalla nomina delle presidenza, dalla adesione dei vari partiti europei e dai saluti della «Direzione del partito», del Sindaco di Livorno e della Federazione Giovanile.
    L’unico discorso del 15 gennaio fu quello di Antonio Graziadei, mentre l’assise del giorno successivo fu occupata solo dai discorsi del comunista bulgaro Christo Kabakčiev e di Adelchi Baratono, l’uno volto a ribadire la linea stabilita dalla centrale moscovita e l’altro a sostenere le posizioni dei comunisti unitari (“Resoconto stenografico”, pp. 100-132). A questa inesattezza storica Scurati aggiunge l’altra sul discorso di Vincenzo Vacirca, che intervenne non nella «giornata del 17» gennaio (p. 308), ma nella «seduta pomeridiana del giorno 18» presieduta da Argentina Altobelli (cfr “Resoconto stenografico”, pp. 231-251). Del socialista siciliano (era nato a Chiaramonte Gulfi il 26 novembre 1886), l’Autore dice che si tratti di un «sindacalista … che a sedici anni ha organizzato la lega contadina di Ragusa ed è giù scampato più volte ad attentati sia in Italia che negli Stati Uniti d’America» (p. 308). È vero che Vacirca organizzò nel 1902 una lega dei contadini e che visse per alcuni negli Usa, ma si trattò di esperienze lontane dagli anni che lo videro impegnato nel dibattito precongressuale di Livorno. Egli fu direttore di periodici, organizzatore politico e attivo propagandista dei principi socialisti, oltre ad essere deputato nel legislatura e delegato del Psi «nella Russia sovietica». Così la parte su Vacirca dà notizie che hanno scarsa attinenza con il ruolo svolto nel Congresso di Livorno, dove si schierò per la corrente intransigente e individuò nello sciopero generale l’arma più idonea per arrestare la marea reazionari del fascismo. Come afferma Giuseppe Miccichè, profondo conoscitore del socialismo siciliano e autore della interessante voce sul personaggio (Cfr. «Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943», V, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 160-163», Vacirca «si collocò fra i massimalisti unitari e i riformisti», rifiutò la cosiddetta «violenza rivoluzionaria» e denunciò il senso di malessere della classe lavoratrice «per la lunga e vana attesa dello scontro finale con la borghesia» (cfr. G. Miccichè, Dopoguerra e fascismo in Sicilia 1919-1927, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 85).
    Così Scurati non coglie minimamente la posizione politica di Vacirca, che nel suo discorso non affermò l’identità tra socialismo e comunismo (p. 309). Come rappresentante della «più piccola frazione» del Congresso, egli precisò di essere lontano «dai compagni di estrema sinistra» (“Resoconto stenografico”, p. 231 e p. 232) ed auspicò un ritorno alla politica classista, diversa da quella sostenuta dai comunisti puri come Umberto Terracini ed Adelchi Baratono. Dai due comunisti, ma anche da Amadeo Bordiga, vi era una discordanza di vedute sulla rivoluzione russa, sull’uso della violenza e sulla funzione dei consigli di fabbrica (“Resoconto stenografico”, pp. 233-237).
    In questo contesto, e non nel quadro generale presentato dall’Autore, si inserisce l’episodio sullo scontro tra Vacirca e Nicola Bombacci e la critica che il socialista siciliano rivolse al comunista romagnolo, responsabile di fomentare la reazione borghese con il suo rivoluzionarismo parolaio e con il suo appello ad una «violenza assoluta come metodo normale di lotta» politica e «idea forza» disgregatrice del «mondo borghese» (“Resoconto stenografico”, p. 235). Lo scontro tra Vacirca e Bombacci, il caso del «temperino» dell’uno e il ricorso alla pistola dell’altro, sono ripresi dal volume Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco (Scurati, pp. 309-310). La descrizione delle sembianze fisiche («mani femminee», già ribadite in altre pagine (Scurati, p. 77, Petacco, p. 11), e persino alcune frasi (come per esempio «Prendi questa. Fagli vedere di cosa sei capace» non presentano alcuna originalità (Petacco, p. 51 e Scurati, p. 309).
    Eppure l’episodio increscioso, riportato nel “Resoconto stenografico” (pp. 238-239), ha una vasta presentazione con la conclusione di Riccardo Roberto, che deplorò l’accaduto e convalidò l’espulsione di Bombacci, su cui Scurati esprime più volte giudizi ripetitivi, tralasciando personaggi ed eventi di più grande rilevanza storica. Dopo descrizioni inutili e un susseguirsi di «svarioni», l’Autore ritorna su Giacomo Matteotti e sulla sua attività politica di cui traccia un profilo semplicistico dopo la partenza da Livorno e durante i pochi giorni trascorsi a Ferrara. Perché non dire che il segretario della Camera del lavoro ferrarese è Gaetano Zirardini (1857-1931), implicato nei fatti del Castello Estense (20 dicembre 1920) e arrestato al momento della sua partenza per Livorno? Perché non dire che l’altro arrestato era Edoardo Temistocle Bogianckino (1876-1953), primo sindaco socialista di Ferrara imparentato per via materna con Gabriele d’Annunzio?
    Di fronte a queste omissioni c’è da chiedersi il motivo per cui Scurati citi invece il nome del prefetto (Pugliese), a cui Matteotti si rivolse per non avere «la sorveglianza degli agenti di pubblica sicurezza» e fare affidamento solo sui «suoi compagni armati di bastone» (p. 311). Strana richiesta quella di Matteotti, se si pensa che si allontanò dall’assise socialista per sfuggire al clima di intolleranza e alla violenza verbale di comunisti come Bordiga e Terracini. Egli si recò a Ferrara non per un atto di eroismo, come vuol far credere Scurati (p. 312), ma per guidare le manifestazioni di piazza contro i fascisti della città Estense.