Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente č consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

NUNZIO DELL'ERBA

  • QUEL VALLETTA COPIATO
    DELLO "STORICO" CAZZULLO

    data: 31/05/2020 15:44

    Sul “Corriere della Sera Torino” (30 maggio 2020) è uscito un articolo su Vittorio Valletta, il valente e solerte amministratore delegato della Fiat. Autore: Aldo Cazzullo; titolo “Valletta, torinese dimenticato” (p. 1), “Quando la memoria è orgoglio. Quel Valletta dimenticato” (p. 5). Poteva un articolo del giornalista albese non essere annunciato in prima pagina? Nulla di strano se la prima parte non fosse stata ripresa con alcune leggere e puerili modifiche da una pagina che si ritrova in un volume biografico su “Vittorio Valletta” (Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1983, p. 162) di Piero Bairati.
    Scrive Cazzullo: “Nella primavera del 1946 […] la commissione economica del ministero per la Costituente convocò i capitani d’azienda, per ascoltare la loro visione sullo sviluppo del Paese” (p. 1). L’incipit, l’unico aggiunto dal prolifico giornalista, è poco chiaro per gli storici di professione, figuriamoci per un semplice lettore del “Corriere Torino”. Per la precisione fu nel marzo di quell’anno che Valletta avanzò la richiesta di adottare una politica espansiva (e non deflazionistica) per modernizzare la struttura produttiva dell’industria automobilistica, opponendosi alle posizioni del ministro del Tesoro Epicarmo Corbino. Troppa fatica sviluppare questo argomento e, soprattutto, inquadrare i rapporti (certamente non idilliaci) tra Valletta e gli operai torinesi. Meglio attingere al lavoro degli altri, specialmente se siano storici seri e scrupolosi come il compianto Piero Bairati, scomparso prematuramente dopo la pubblicazione del suo esaustivo volume.
    Così il collaboratore del “Corriere della Sera” elenca le posizioni dei capitani d’azienda convocati dalla Commissione economica del ministero della Costituente, diretto dal socialista Pietro Nenni. Troviamo Angelo Costa, che come presidente di Confindustria “disse che le grandi unità produttive erano «innaturali» per l’Italia” (p. 1). Medesimo riferimento nel volume di Bairati: “Angelo Costa, presidente della Confindustria ed amico intimo di Alcide De Gasperi, affermò che l’espansione industriale avrebbe potuto avvenire semmai a beneficio delle piccole e medie imprese, ma non attraverso «le grandi unità produttive», che erano un aspetto «innaturale» del panorama economico italiano” (p. 163). Soppresso il riferimento al legame tra la Confindustria e la Dc, utile per comprendere gli sviluppi successivi della Fiat verso i lavoratori, l’offensiva antisindacale del padronato e la manovra imprenditoriale nelle fabbriche.
    Subito dopo Cazzullo afferma: “Secondo Pasquale Gallo, commissario dell’Alfa Romeo, l’Italia era «destinata a diventare un Paese artigiano». Gaetano Marzotto valutò che «la nostra industria» si fosse «troppa allargata» ”. (p. 1). Nel libro di Bairati si legge: “Pasquale Gallo, commissario dell’Alfa Romeo, dichiarò che «l’Italia era «destinata a diventare un Paese artigiano». Gaetano Marzotto sottolineò la necessità di fare un passo indietro: «penso che la nostra si sia troppo allargata» ”(p. 163). Soppresso il riferimento all’imprenditore veneto e al ruolo esclusivo dello Stato come istituzione idonea a svolgere funzioni amministrative della giustizia, dell’istruzione e dell’ordine pubblico.
    Nel prosieguo del suo articolo, Cazzullo scrive che davanti alla Commissione Valletta “spiegò che non intendeva limitarsi a «riparare il buco nel tetto e mettere i vetri nuovi alle finestre» (p. 1). Frase ripresa sempre dal medesimo volume biografico e citata alla pagina 162, la cui spiegazione di Bairati è evitata dal giornalista piemontese ex collaboratore de “La Stampa” per non addentrarsi nella vexata quaestio dei legami tra Fiat e Fascismo durante il Ventennio mussoliniano. Per Bairati quella frase significava l’attuazione di un programma preciso di Valletta, che “non intendeva rifare «la Fiat come era», ma superare le anomalie autarchiche del mercato nazionale, avviare un nuovo rapporto con il potere pubblico e “rassicurare l’opinione pubblica sulla consistenza finanziaria della Fiat” (pp. 162 e 163).
    Cazzullo, invece, attinge a piene mani dal libro di Bairati, senza apportare elementi nuovi nel suo articolo, riferendo con semplicismo la posizione di Valletta (“Voleva portare a Mirafiori la tecnologia americana e far sì che ogni italiano potesse comprare un’automobile, a cominciare dagli operai torinesi, «ottimi, magnifici e bravi»”, p. 1). Tutto ripreso dal volume di Bairati, che non contiene però alcun riferimento all’italiano, ma dice testualmente: “In un giro che ho fatto nelle officine ho trovato il nostro lavoratore ottimo, magnifico, bravo. Comprendo benissimo la situazione. Quest’operaio lo conosco bene, dal 1900 in qua: merita tutta la nostra fiducia, il nostro rispetto … gli elementi della ripresa ci sono tutti, persino la volontà degli operai” (p. 163).
    In realtà, Vittorio Valletta – nato il 28 luglio 1883 a Sampierdarena – non era nel 1900 neppure diplomato: conseguirà il diploma di perito commerciale e ragioniere l’anno successivo a Torino, dove il padre era stato trasferito dalla cittadina ligure, lui palermitano e ufficiale dell’esercito. Perché scrivere allora che il padre (nato a Palermo nel 1856) era di origine brindisina? (p. 5 dell’articolo). Perché dire che il padre era un “funzionario delle Ferrovie”? (p. 5), quando lo stesso Cazzullo – nel suo farraginoso volume “I ragazzi di Via Po 1950-1961. Quando e perché Torino ritornò capitale” (Milano 1997, p. 7) – ha scritto che il padre Federico Valletta era “un tenente dell’esercito” ed era di origine palermitana? Che cosa c’entrino le sue fantasiose considerazioni personali sulla città subalpina è inspiegabile, come pure diventa incomprensibile la noiosa riproposizione di Torino come città regia e cavouriana, persino in un articolo che vuole riproporre il personaggio Valletta con lo scopo di “di dedicare una strada al dirigente Fiat”.

     

     

     

     

  • SE UN FASCIO-LEGHISTA
    PUO' TUTELARE L'IDENTITA'
    CULTURALE SICILIANA...

    data: 24/05/2020 15:41

    La scelta di Alberto Samonà come assessore ai Beni culturali da parte del presidente della Regione siciliana ha sollevato un vespaio di polemiche. I critici più accaniti hanno manifestato il loro dissenso con l’intenzione di scendere in piazza il 2 giugno prossimo. Da entrambe le parti sono state addotte spiegazioni opposte: il presidente dell’Ars ha giustificato la nomina come una scelta legittima, dettata dal risultato elettorale del 5 novembre 2017 e dalla maggioranza nell’assise parlamentare, mentre i contrari l’hanno considerata un attentato all’«identità culturale» dei cittadini siciliani.
    Il termine, che riunisce due significati specifici, esprime il concetto di «identità» come aspetto peculiare di una popolazione residente in un determinato territorio, mentre quello di «cultura» denota un patrimonio di conoscenze costituite da eventi storici, convenzioni sociali e modi di comportamento nella vita siciliana. Nel tentativo di definire il concetto di cultura mi vengono in mente alcune riflessioni di Renato Guttuso e di Leonardo Sciascia: il primo definì l’arte come una manifestazione espressiva della vita siciliana; il secondo, che ambientò la sua opera narrativa sempre in Sicilia, espresse la gravità dei suoi problemi, lo scomposto agitarsi della gente e il suo «modo di essere» in un quadro letterario vario di amarezza e comicità, ma anche misto di umanità e solidarietà verso il diverso.
    Ora la scelta del giornalista palermitano come nuovo assessore ai Beni culturali, seppure corretta sul piano giuridico, non aderisce a questo contesto e travolge i principi elementari dell’«identità culturale» siciliana, che si trova impressa nel comune sentire della gente, lontana dalle aspirazioni sovraniste della Lega di Matteo Salvini, ancora fedele al giuramento di Pontida, laddove recita: «I Lombardi / Son concordi, serrati a una Lega / Lo straniero al pennon ch’ella spiega / Col suo sangue la tinta darà». Un aspetto che è sottovalutato dal presidente della Regione siciliana, che giustifica invece la sua scelta con la presentazione della Lega come «partito nazionale» o con la fine della «stagione irripetibile dei tecnici».
    In un’intervista al quotidiano «La Sicilia» del 19 maggio 2020, Samonà (classe 1972) si vanta di essere un militante della Lega, che dalle iniziali posizioni secessioniste è diventato «un grande partito popolare» e nazionale. Per il nuovo assessore l’approdo alla Lega è stata una scelta obbligata per la sua identità sovranista e l’incarnazione varia di «idee ed esigenze», lontane dall’antifascismo, ormai diventata «una categoria stantia». Del suo passato politico si sa (e lo ammette placidamente) che ha militato nell’organizzazione giovanile del Msi Fronte della Gioventù, ha svolto attività solidale per l’ambiente in alcune associazioni come «Fare verde» e «Gruppi di ricerca ecologica», è stato promotore di un Circolo politico-culturale intitolato a Julius Evola, ha collaborato alle riviste massoniche «Hiram» e «Sixtum» ed ha pubblicato diversi libri sull’esoterismo, sulla conoscenza del sé e su altri temi come l’alchimia, la mistica orientale e persino sui riti pasquali.
    Naturalmente si tratta di scelte individuali, che presentano scarsa attinenza con l’identità culturale della Sicilia ed anche con quella della Lega, a cui attribuisce meriti inesistenti per la sua battaglia a favore dei prodotti agricoli e della pesca isolana. Per giustificare la sua appartenenza alla Lega, egli travasa nel suo programma i vecchi stereotipi come «popolo, comunità, patria e famiglia», ma non riesce a spiegare come un partito territoriale sorto nel Nord possa conciliare la tutela dei beni culturali della Sicilia. Tuttavia, al di là della sua scelta politica contingente, bisogna sottolineare alcune amenità e stranezze come le sue considerazioni sul 25 aprile come festa che divide gli italiani, le sue interviste ad ex terroristi di destra come Fioravanti oppure le sue posizioni complottiste sul Covi-19. Ha persino proposto di sostituire la canzone fascista «Giovinezza» all’inno partigiano di «Bella ciao».
    In un momento così difficile per la Sicilia, afflitta anche dai recenti scandali nell’ambito della sanità, la scelta del nuovo assessore imprime un indirizzo negativo alla politica dei beni culturali e della loro salvaguardia con la valorizzazione dei musei, dei parchi archeologici e l’avvio della Sovrintendenza del mare. Così interrompendo quell’opera di rinnovamento avviata dal precedente assessore Sebastiano Tusa, che perse la vita il 10 marzo 2019 in un incidente aereo,

     

     

     


     

  • MA CHE NE SA D'AVENIA
    DELL'ARTE
    DEL NAUFRAGARE...

    data: 19/05/2020 19:54

    Gli articoli settimanali di Alessandro D’Avenia sono commoventi quanto confusi. Essi appaiono ogni lunedì nella rubrica «Ultimo banco» con lo scopo di risvegliare nei lettori «una possibile arte di vivere il quotidiano con nuovo entusiasmo». Nel suo ultimo «pezzullo» («Corriere della Sera», 18 maggio 2020, a. 59, n. 19, pp. 1 e 35), pomposamente intitolato «L’arte del naufragare», egli vuol fare sfoggio di cultura e cita a vanvera il titolo di un film e quello di un libro che hanno poco attinenza con il tema prescelto. Così richiama il romanzo «Uomo vivo» (1912) di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e il film «Miracolo a Milano» di Vittorio De Sica (1901-1974), l’uno tradotto in lingua italiana per la prima volta nel 1933 (Treves, Milano, pp. 290), l’altro proiettato nel 1951 nelle sale cinematografiche.

    La lettura del farraginoso «pezzullo» ci stimola alla domanda su quale sia il legame letterario tra il romanzo dello scrittore inglese e quello di Cesare Zavattini, edito nel 1943 con il titolo «Totò il buono» (Bompiani, Milano 1943, pp. 96). Quasi tutto l’articolo espone la trama del romanzo, che narra la vita di un uomo con «il potere di risvegliare tutti dai grandi nemici della vita (noia, tristezza, abitudine, pigrizia, paura ecc.), perché sono la morte in vita» (p. 35). Di fronte a questi mali reali, il protagonista vive e gode, recitando il ruolo di naufrago, un’arte che gli permette di «ricevere» tutto come un regalo e come un «presente»: nozione ripresa dalla nonna filosofa dell’articolista, in grado di trasformare magicamente il «presente […] da isola deserta, a luogo delle concrete possibilità date alla vita per rifiorire» (p. 35).
    Su questo schema assurdo, D’Avenia vuol dimostrare che solo il ricorso all’«arte di naufragare» permette agli uomini di assumere un coraggioso «prendo posizione» e di riscoprire le potenzialità delle situazioni, come fa anche il ragazzo del film «Miracolo a Milano». Per lui, anzi, esso si propone di «rendere agli altri la vita migliore o peggiore, con la nostra presenza»: un invito che nei tempi tristi di pandemia «ci sta mostrando ciò che definisce il valore di una vita: la somma di amore che sa ricevere e dare» (p. 1).
    Questo escamotage serve a D’Avenia per confezionare un articolo farraginoso, fatto di pensieri astratti e di proposte confuse, che non hanno alcuna attinenza con la tematiche del film italiano e del romanzo inglese. Nella lunga citazione, che non si capisce da dove sia tratta, egli sovrappone elementi sovrastrutturali come la noia o la pigrizia ai problemi reali della vita: sfruttamento padronale, uso improprio della forza pubblica, mancanza di lavoro e carenza di abitazioni, strutture sanitarie inadeguate e altri mali narrati nel film ed emersi durante l’epidemia.
    L’«uomo vivo» («Manalive») del romanzo non può essere paragonato minimamente al coronavirus, che «sta facendo» la sua parte. Esso ha provocato la morte di tanti vittime innocenti con prepotenza, ha ucciso le relazioni familiari ed ha sconvolto con furore la vita degli uomini, di cui canzoni e musica sono solo la parte esteriore. Che cosa abbia in comune il protagonista, che penetra nella sua abitazione dalla finestra per godere la pace del focolare, con il coronavirus entrato nelle nostre vite per motivi misteriosi, ancora indecifrabili alla scienza? Nel processo intentato al protagonista Innocent Smith per le sue stravaganze, egli viene assolto e riconosciuto innocente di ogni colpa, permettendogli di ritornare ad uno stato puerile di perenne e giocosa innocenza bambinesca.
    Anche il film - capolavoro del cinema neorealista - vuol proporre problematiche più serie di quelle proposte dall’articolista, la cui lettura superficiale si limita alle poche righe della voce reperibile su Wikipedia. La trama del film, tratta dal romanzo «Totò il buono» di Zavattini, è una trasposizione cinematografica, che può essere considerata uno dei grandi successi della stagione neorealistica. Uscito a puntate sul settimanale «Tempo», il libro aveva come titolo originario «I poveri disturbano» e seguiva la raccolta «I poveri sono matti» (1937), in cui Zavattini abbandonava le sue precedenti fumisterie di un gusto vagamente surreale, scoprendo così la miseria dei «déracinés» e la vita grama degli emarginati.
    Il trasferimento di Zavattini nella città di Milano, non ancora assurta a centro privilegiato del triangolo industriale e non invasa dal leghismo politico, gli permise di recepire le storture della società lombarda e di indagare quel mondo sommerso e oscurato negli anni bui del Regime fascista. Così il titolo del film, che forse doveva ricalcare quello originario del libro «I poveri disturbano», venne modificato per le pressioni dei produttori e di alcuni politici, i quali consideravano il neorealismo «un cattivo biglietto da visita per l’Italia all’estero» (la frase tratta da Wikipedia deve trovarsi nel saggio «Vittorio De Sica e Cesare Zavattini», in «Storia del cinema italiano 1949-1953», a cura di Luciano De Giusti, Marsilio, Venezia 2003).
    Sul piano sociale il film comprende infatti un afflato etico originale e rivolge una critica devastante alla borghesia milanese. Rinomati e intelligenti critici cinematografici come Guido Aristarco (1918-1996) e Lorenzo Pellizzari (1938-2016) hanno colto un fervido intreccio di fantasia e umanità, che danno agli episodi un contenuto anticonformista e un tono socialisteggiante. Attraverso la bontà di Totò, che non si esaurisce nel semplice saluto del «bongiorno», il film esprime una forte carica di umanità verso i poveri, vilipesi dal Regime mussoliniano, e riconduce l’autore verso lidi più elevati di coscienza civile e politica, dopo l’esperienza di ex rubrichista al periodico «Primato» di Giuseppe Bottai. Difficilmente l’autore, ammesso che ne avesse le conoscenze, avrebbe mosso qualche critica specifica a quel ceto borghese, considerato «fonte di corruzione» (cfr. G. Spagnoletti, «Storia della letteratura italiana del Novecento», Newton Compton, Milano 1994, p. 464). Per il critico letterario, il film rispecchia inoltre «sentimenti anarcoidi tardo ottocentesco» contro il potere, quasi una ripresa specifici del socialismo utopistico per l’attenzione rivolta ai problemi dei diseredati e all’auspicio di una società dove ognuno soddisfi i propri bisogni, abbia un’attività lavorativa e non si pieghi allo strapotere del padronato.
    Poco esperto dell’opera di Zavattini e digiuno della letteratura critica che ruota intorno alle problematiche sollevate nel film, D’Avenia riduce il suo messaggio alle prime scene del film, quando il protagonista – uscito dall’orfanotrofio - saluta i passanti con rispetto e un sincero «buongiorno». Eppure la sua trama rivela, seppure in modo fiabesco, un preciso conflitto sociale, impregnato di cinismo e furbizia, nonché caratterizzato dalla dicotomia tra miseria e opulenza (si tenga presente la scena dei poveri ammessi nell’abitazione del ricco epulone). Con la rappresentazione dei «tipi umani» raffigurati nel film e con le sue invenzioni estrose, Zavattini dà vita a un gioco umoristico, che diventa gradualmente satira e denuncia sociale.

     

     

     

     

     

  • QUEL CORTEO DI BERGAMO
    SIMBOLO DELL'EPIDEMIA

    data: 15/05/2020 10:29

    Le morti per coronavirus a Bergamo e in Val Seriana sono state rivisitate in un triste documentario nello speciale televisivo condotto da Daria Bignardi. Esso, girato da Valentina Monti e Alessio Valeri, ha come titolo «Così soli» e narra per 25 minuti alcune storie di defunti, che si intrecciano tra strade, visi increduli e cimiteri vuoti. Nella provincia lombarda l’emergenza sanitaria ha travolto molte vite, rendendo gli «addii impossibili» e vanificando ogni forma di lutto a causa della quarantena.
    Come un’ondata impetuosa il coronavirus ha colpito in due mesi molte persone, che sono state trasportate in altre città per essere cremate. Con i funerali aboliti e la divisione delle persone si sono così manifestati situazioni di vuoto e di disperazione, di vivi e di morti. Le dolorose immagini non possono che suscitare sconforto e confermare la carenza di strutture sanitarie, di personale medico e infermieristico. La gravità dell’epidemia, purtroppo, è un triste evento che dovrebbe farci riflettere sulla caducità della vita e sul cambiamento repentino a cui il coronavirus ci ha abituati: il senso della morte, l’impossibilità del lutto, la percezione del tempo, la paura del prossimo così diffusa nella società.
    Alcuni ospiti eccellenti – lo scrittore Sandro Veronesi, la fotoreporter Letizia Battaglia, l’illustratrice e fumettista Zuzu (pseudonimo di Giulia Spagnulo) e Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici – hanno rilasciato interviste ricche di profondi significati, ma in parte staccati dalla realtà come un «corpo estraneo» al racconto dei familiari. Toccante è invece risultata la situazione generale dei familiari coinvolti nel doloroso evento: la disperazione della figlia per non aver stretto la mano del padre al termine della sua vita, la moglie affranta per non essere riuscita a dare l’ultimo saluto al suo diletto sposo, la titolare di un’impresa funebre, che si sposta nella città come Caronte trasportava le anime da una sponda all’altra.
    Le bare dei morti, che nel loro lugubre corteo attraversano le vie di Bergamo nei camion dei soldati, sembrano diventate il simbolo dell’epidemia. Esse richiamano alla mente i versi del poeta John Wilson, che nel volume di poesie La città della peste (1816) descrive il «passaggio trionfale del carro della peste» per le vie di Edimburgo, un tempo ricca e fiorente cittadina ma decaduta per la terribile epidemia. La lezione del poeta scozzese, che dovrebbe indurci a riflettere, deve essere tenuta presente dalle autorità locali e governative, che devono intervenire per ridare vigore ad una città prosperosa e fiorente come era Bergamo prima del coronavirus.
     

  • STRANA RECENSIONE
    DEI "CONSIGLI AI GIOVANI"
    DI LUC DE CLAPIERS

    data: 08/05/2020 20:50

    Su «Libero», quotidiano diretto da Vittorio Feltri, è uscito un «pezzullo», così viene chiamato nell’Italia «inferiore» da Roma in giù un articolo di scarso valore culturale: «Luc de Clapiers. Le regole per farsi uomo non cambiano mai» (28 aprile 2020, n. 117, p. 19). L’autore, Andrea Camprincoli, trae spunto dal libretto «Consigli a un giovane per diventare uomo» (Castelvecchi, Roma 2019, pp. 88) dello scrittore francese, con la curatela e un saggio introduttivo (pp. 5-27) di Marco Lanterna. L’articolo può essere scelto in un corso di «Storia del giornalismo» per insegnare ai giovani come deve essere confezionato un articolo. Esso è distribuito su due colonne di 35 battute, che moltiplicate per 107 righe assommano a 3745 battute (spazi esclusi), cioè oltre due cartelle di 1800 battute.
    Le prime 20 righe contengono un invito ai ragazzi, rivolto da parte di «esperti ed insegnanti» per «placare le loro angosce e paure» e per tenere «in movimento almeno l cervello» durante «l’odierna clausura del lockdown»: linguaggio non distante da quello usato da Vittorio Feltri nei suoi editoriali. Ciò è possibile con la lettura di questo libretto che può farci compagnia «per tenere impegnata la mente per un intero pomeriggio» (prime 20 righe). A dire il vero si tratta di un libretto noioso per persone mature, figuriamoci per un ragazzo di oggi, che si immerge nella lettura di un manuale cervellotico, scritto da una persona che passa «tra i moralisti di Francia, il più simile a un masso erratico», come copia l’articolista dal saggio di Lanterna (p. 7, prime tre righe). Possibile che nessuno abbia detto al collaboratore di «Libero» che una frase, se tratta da un libro o da un saggio, deve essere virgolettata?
    Così l’articolista aggiunge il brano successivo, questa volta tra virgolette: «A volte fa pensare […] a un Leopardi senza biblioteca paterna, privo di filologia» (p. 7). E subito dopo accenna in modo confuso all’amicizia con Voltaire (p.12), copiando il giudizio che egli dà del giovane: «Dolce, sensibile, comprensivo, che teneva le nostre anime nel palmo» (righe 29-31, p. 15) e che si presentava come un uomo «di statura somma nel secolo delle piccolezze …» per «la semplicità d’un bambino che celava profondità e forza di genio» (righe 33-36, p. 16). In questo modo l’articolista continua a riportare i giudizi di Lanterna, senza aggiungere nulla di suo: «Il più bel animo, il più profondamente filosofo, il più libero da qualsivoglia spirito di fazione» (rughe 38-41, p. 16).
    Dopo aver ripreso e modificato un altro brano del saggio introduttivo, là dove dice la «sua attitudine» (non «pensiero»), «a mezz’aria tra pessimismo e ottimismo», «conquisterà per ragioni diverse, sia Schopenhauer che Netzsche» (righe 41-47, p. 17), Camprincoli salta la parte più interessante, quella relativa alla fortuna del marchese di Vauvenargues in Italia (pp. 24-27), e passa brevemente all’esposizione dei suoi consigli. Per i giovani propone «una sorta di pedagogia magna per uomini magni» (righe 52-53, ma che cosa vuol dire?), mentre alle ragazze consiglia di stare lontano dall’uomo sbagliato, che identifica con l’uomo egoista (riassunto mio, mal virgolettato dall’articolista, righe 48-65).
    Nella seconda colonna altre lunghe citazioni, riportate a casaccio e prive di significato, da cui l’articolista trae la considerazione che si tratti di un «autore attualissimo», che «sa parlare ai ragazzi con parole delicate senza mai usare l’imperativo del comando ma utilizzando il suggerimento» (rughe 84-90). Che cosa viene detto in quei consigli così preziosi impartiti da Luc de Clapliers? Che cosa consiglia il marchese ai giovani? Che si può diventare ricchi, che si possono «ottenere cariche e onori», senza privarsi della probità d’animo e della generosità verso gli altri (sunto mio, righe 105-107).
    L’operetta ebbe qualche fortuna solo tardi molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1747, dopo una triste e breve esistenza. Il suo pessimismo non presenta l’afflato pedagogico di Leopardi, seppure volto a celebrare la dignità dell’uomo. Esso si muove entro binari consueti di astratti sentimenti che da un’analisi pacata della realtà, osservata da uno speculum personale. Quella del marchese di Vauvernagues è infatti una ragione estranea alla vita, che riscalda senza indicare la via, entusiasma ma non rischiara il cammino per combattere l’esito disperato dell’esistenza. Nelle soluzioni date al giovane, de Clapiers consiglia il «vigor dell’anima» come un’unica «virtù attiva, capace di vincere il male e di conquistare la gloria».
    Certo non si può pretendere che l’articolista citi Antonio Gramsci – ognuno è «libero» di scegliere gli interpreti che più gli aggradano (ammesso che li conosca) – ma la sua versione è degna di essere ripresa. Sebbene i gramsciologi, la maggioranza anche gramsciani, non sia riuscita a ritrovare la fonte, il pensatore sardo riprende una norma del giovane moralista francese, sottolineando come sia «più difficile instaurare un ordine intellettuale collettivo che inventare arbitrariamente principi nuovi e originali» (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, II, Einaudi, Torino 1975, p. 1483). Nelle sue riflessioni carcerarie, Gramsci auspica «un nuovo ordine intellettuale, accanto all’ordine morale, e all’ordine …pubblico», invocando la necessità di un «linguaggio comune», senza scadere nella vita dell’individualismo vanesio e dell’improvvisazione culturale, prodotto di «uno stato d’animo permanente» sfociato «in una pigrizia intellettuale altrettanto degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere» (ivi, p. 959).

     

  • GRAMSCI, IL MISTERO
    DELLA SUA CONVERSIONE
    AL LIBERALSOCIALISMO

    data: 02/05/2020 17:02

    La tragica vicenda di Antonio Gramsci ritorna puntuale in ogni anniversario della sua morte avvenuta il 27 aprile 1937. Anche quest’anno, per l’ottantatreesimo anniversario della sua scomparsa sono stati pubblicati molti post sul pensatore sardo, che denotano una mancanza spaventosa di conoscenza del personaggio: alcuni hanno scritto che egli è morto in carcere, altri in una clinica di Formia, altri ancora che è stato ucciso da Mussolini, altri che si sono formati con la lettura dei «Quaderni del carcare » (quasi 2400 pagine). Al di là della polemica contingente, sembra che Gramsci stenti ad essere valutato con distacco critico nella sua dimensione temporale e nello sviluppo genuino del suo pensiero, che presenta uno spessore culturale e una lenta e graduale metamorfosi verso il liberalsocialismo di Carlo Rosselli.
    Questo sbocco, a tutt’oggi, è avvolto in un alone di mistero e presenta scarni e veloci cenni nella letteratura storica sul Pci. La questione non ha appassionato i cultori del pensatore sardo, come si ricava da un recente volume collettaneo (Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi, Galaad Edizioni, pp. 335). Una raccolta di saggi, che si propone di utilizzare il suo lascito culturale per una rilettura corretta della realtà politica odierna. Tuttavia essa lascia in ombra un tema di grande interesse nel panorama politico attuale per il richiamo al liberalsocialismo e ai valori del socialismo liberale. Nulla si dice intorno al rapporto tra Gramsci e il socialismo liberale nella farraginosa e «nuova biografia» su «Gramsci» (Feltrinelli, Milano 2017 e 2018) di Angelo d’Orsi.
    Eppure nel 1980 Sergio Bertelli «riportò la testimonianza di Eugenio Reale, che sull’adesione di Gramsci agli ideali liberalsocialisti informò l’autore che essa poteva ricavarsi da uno schedario approntato da un alto funzionario del Pci (Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del Pci 1936-1948, Rizzoli, Milano 1980, p. 227). Dell’esistenza di questo schedario parla anche Antonio Roasio nelle sue memorie, quando accenna all’iniziativa assunta dal Comintern di controllare la vita dei quadri comunisti. I ricordi di Reale coincidono con quelli di Roasio e concordano sul fatto che il Comintern aveva incaricato i funzionari del Centro Estero di trasmettere a Mosca notizie specifiche sui militanti comunisti europei, perché fossero preparati dei «cartellini individuali ... allo scopo di seguire i compagni nella loro vita attiva» per registrane «funzioni, successi e difetti, preparazione politica e ideale» (A. Roasio, Figlio della classe operaia, Vangelista, Milano 1977, p. 161). Non è chiaro l’anno in cui ebbe inizio la compilazione dello schedario, ma si sa con certezza che nel 1936 l’alto funzionario addetto a questo compito era Umberto Massola. Fu proprio lui a tenere aggiornato lo schedario dei quadri comunisti e ad approntare la scheda relativa a Gramsci, in cui egli è catalogato come «un ex comunista passato a Giustizia e Libertà».
    L’evoluzione di Gramsci verso il movimento giellista spiega il «profondo disagio» di Togliatti e dell’intero apparato comunista, che nonostante varie sollecitazioni di «fare conoscere meglio Gramsci al Partito e al mondo» preferì rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» (P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 111). Il problema della loro stampa fu infatti sollevato alcune settimane dopo la morte di Gramsci (27 aprile 1937), dopo che i quaderni erano stati salvati dalla cognata e da Piero Sraffa e affidati a Raffaele Mattioli, in attesa di essere inoltrati a Mosca alla moglie Julia. Il succitato libro dello Spriano contiene una significativa lettera del 19 maggio 1937 inviata a Sraffa da Donini, il quale gli comunica in termini alquanto oscuri che «dove c’è Giulia c’è Ercoli», cioè Togliatti.
    Quale interesse recondito avesse Togliatti a rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» se non quello di far una cernita dei famosi «manoscritti» o di utilizzarli per uso proprio! Così nel 1937 egli diede incarico di approntare solo una raccolta di testimonianze su «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana», edita poi a Parigi l’anno successivo. Sul Gramsci politico gravava la colpa di aver dissentito, nell’ottobre 1926, dalla linea ufficiale del Partito comunista sovietico, come emerse da una lettera pubblicata sul «Nuovo Avanti!» l’8 maggio 1937 da Angelo Tasca (cfr. E. Santarelli, Gramsci ritrovato 1937-1947, Abramo, Catanzaro 1991, pp. 89-90.) oppure si trattava di un più recente mutamento di indirizzo politico e ideale?
    Le due ipotesi non si escludono e rientrano nel percorso politico di Gramsci, che nel 1930 lanciò la proposta di una «Costituente antifascista» per un’azione congiunta di socialisti e comunisti; che nel 1931 - come si ricava dalla testimonianza di Umberto Terracini - espresse una «critica molte forte e di ripulsa delle posizioni del partito», ossia della natura totalitaria del comunismo diretto a «creare un’altra dittatura» sostitutiva a quella fascista (testimonianza di U. Terracini, in Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, Feltrinelli, Milano 1977, p. 116). Comunque sia, la stampa antifascista diede una larga risonanza alla morte di Gramsci: il periodico «Giustizia e Libertà» ricordò che «il fascismo, col suo assassinio, arriva troppo tardi», perché «il pensiero di Gramsci è fissato […] nei cervelli e nelle coscienze della élite rivoluzionaria» (Lento assassinio, in «Giustizia e Libertà», 30 aprile 1937, n. 18, p. 1).
    Uguale risalto diede all’avvenimento il quotidiano «l’Unità» con un articolo commemorativo firmato dai membri del Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista, tra i quali spiccava la firma di Ercoli (Togliatti) «che, fino a pochi giorni prima, era stato in accesa polemica con Gramsci per il suo antistalinismo» (R. Mieli).
    In quest’ambito va collocato lo scarso interesse per la liberazione di Gramsci da parte dei vertici comunisti, che non presero alcuna iniziativa per la sua scarcerazione, a differenza di quanto era successo con Georgij Dimitrov, liberato in quel periodo dal giogo nazista e divenuto poi segretario della III Internazionale. Gli stessi dirigenti del Pcd’I non si preoccuparono molto alla sorte di Gramsci e non intervennero presso Stalin, che probabilmente avrebbe potuto ottenere un risultato analogo grazie ai buoni rapporti dell’Urss con il governo fascista. Essi, inoltre, attesero dieci anni per pubblicare le “Lettere dal carcere” in un’edizione censurata ed editare i “Quaderni”, usciti in sei volumi tematici tra il 1948 e il 1951 sempre sotto la supervisione di Togliatti. L’uso strumentale degli scritti di Gramsci cominciò proprio ad opera di Togliatti, che nei primi anni ’50 lo collocò nell’ambito di una inesistente tradizione leninista in Italia, inserendo la sua opera nell’alveo del marxismo ortodosso di stampo stalinista. Dopo il XX congresso del Pcus e la denuncia di Kruscev dei misfatti staliniani, Togliatti strumentalizzò nuovamente Gramsci attraverso un’ennesima manipolazione diretta ad attribuirgli un’artificiosa sintesi tra leninismo e «via italiana al socialismo».
    Iniziò così l’onda lunga della fortuna di Gramsci, il cui pensiero ha diviso i suoi interpreti e ha riproposto le più disparate versioni secondo le indicazioni di Togliatti o post mortem a secondo la strategia politica del Pci, ma dopo la caduta dei comunismi quale è la lezione gramsciana se non quella di collocarla nell’alveo della società contemporanea in una versione democratica e socialista liberale?
     

  • SECONDA LETTERA A FELTRI:
    L'ITALIA NON E' UN PAESE
    STRAVAGANTE E IMBECILLE

    data: 27/04/2020 16:50

    Gentile direttore di “Libero”, nei giorni scorsi le ho inviato una lettera che lei non ha pubblicato e sicuramente non pubblicherà. Ma devo dirle che la sua mania ossessiva di stupire contiene una dose di furbizia eccessiva: vuole forse riscuotere successo e notorietà per costringere in modo subdolo a comprare il suo quotidiano? Purtroppo sono un meridionale di origine siciliana, che ha il brutto vizio di leggere, per cui leggo anche il suo quotidiano che trovo superficiale e caratterizzato da una subcultura spaventosa.
    Certo non voglio generalizzare come fa lei, ma gli articoli pubblicati nel suo giornale - poi di che cosa sia libero, è noto solo a lei - sono privi di serietà culturale e per alcuni aspetti anche strumentali per finalità poco chiare. Tra ieri e oggi ha pubblicato tre articoli - uno su Luigi Sturzo, uno su Stuart Mill e uno su Tucidide - che rivelano un’incomprensione spaventosa del pensiero di questi scrittori.
    Prendiamo quello pubblicato oggi, di Paolo Becchi, che parla della peste di Atene e ad un certo punto cita la concezione di Hobbes sulla paura: una versione erronea, perché lo Stato non nasce dalla “paura”, ma dalla lotta esistente nello stato di natura (“homo homini lupus”, “bellum omnium contra omnes”). Glielo dico con cognizione in quanto conosco i tre scrittori, avendo anche insegnato “Storia del Pensiero politico” nell'Università di Torino. Perché, a proposito, citare “un commentatore d'eccezione, quale Leo Strauss" (p. 5), quando abbiamo in Italia il più grande interprete europeo della filosofia hobbesiana: Norberto Bobbio, che ha raccolto i suoi saggi nel volume “Thomas Hobbes” (Einaudi, Torino 1989, pp. 218).
    Lascio stare le idiozie che ieri ha ripetuto nella trasmissione “Non è l'Arena” di Giletti; ma perché ritorna sempre sui medesimi argomenti? Le sue argomentazioni - come diceva un mio amico siciliano di Alia, tal Ernesto Maggio, internato in un campo di concentramento per combattere il fascismo e dare a lei la possibilità di pubblicare “Libero” - sono “aria fritta”, in quanto si ritrovano nella cultura più retriva dell’antropologia criminale razzista dei vari Lombroso, Niceforo e Sergi. Ma la smetta di considerare un popolo come formato da esseri inferiori (anche sul piano economico) e cerchi di leggere un libro che le apra gli occhi e il cervello sulle vere cause del dualismo tra Nord e Sud: le consiglio di leggere il libro “Scienza italiana e razzismo fascista” (Firenze 1999) e vedrà che le sue argomentazioni sui “neri” sono vecchie come il cucco: alla pagina 169 trova espressa l’opinione proposta da lei questa mattina: “I nostri romanzieri (giornalisti) non esprimevano una visione del negro poi tanto lontana da quella che era messa in circolazione dalla nostra più elevata cultura scientifica”, ossia da quella fascista!
    Leggere il suo giornale mi ricorda infatti la lettura della rivista “La Difesa della razza” di Telesio Interlandi: le consiglio di leggere la raccolta antologica curata da Valentina Pisanty e introdotta da Umberto Eco (Milano 2006) e vedrà che le sue opinioni sugli zingari si ritrovano negli articoli pubblicati sul periodico “La Difesa della Razza” di Interlandi: c’è l’imbarazzo della scelta. Egli, seppur siciliano ma come lei considerato un “grande giornalista” (diresse anche “Il Tevere”), era ossessionato dagli ebrei, dai neri, dagli zingari e poi - a guerra dichiarata dal suo padrone fascista - dagli Inglesi. Lei è invece ossessionato dai neri e dagli zingari: ho conosciuto uno zingaro serbo con un’intelligenza straordinaria, così come ci sono lombardi stupidi e lombardi intelligenti, così ci sono anche i rom intelligenti, a meno che non vogliamo “infornarli” come fece un suo amico tedesco.
    Possibile che non capisca che attaccare un “terun”, di cui lei ignora la radice latina, è un grande servigio che rende alle popolazioni meridionali dedite alla coltivazioni di eccellenze nel settore agricolo: ha mai gustato un’insalata condita con olio extra vergine della zona di Centuripe, ha mai mangiato un’arancia rossa del territorio di Adrano o Paternò, una torta al pistacchio di Bronte (la località de “La libertà” di Giovanni Verga), una mozzarella di Gioia del Colle (quelle preparate dal “popolo di formiche” di Tommaso Fiore), le fragole della Basilicata (quelle di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi) una soppressata calabrese (la zona di Tommaso Campanella o di Corrado Alvaro) o un'insalata di cedro di Carcaci o i carciofini spinosi selvatici? No, perché lei bergamasco si nutre solo dei prodotti agricoli della sua zona.
    “L'Italia - caro direttore - non è “un Paese stravagante e imbecille” (V. Feltri, Zingari e neri più rispettati dei vecchietti, “Libero”, 27 aprile 2020, a. LV, n. 116, pp. 1 e 18) di cui lei fa parte, ma è un Paese ricco di cultura, di arte, di bellezze naturali e di grandi tradizioni storiche ed anche culinarie: invece di scrivere “baggianate” come quelle che oggi vuol propinare ai suoi lettori sulla differenza tra “neri” e “negri” oppure le sue scemenze sui Rom, specializzati solo nel furto, ma si è mai affacciato dalla finestra del suo ufficio? Lo faccia e si accorgerà che anche i lombardi (non tutti per carità) hanno rubato e come se hanno rubato, attingendo le loro mani sporche di sangue nel pubblico denaro. Certo che ogni cittadino - come recita la Costituzione e come dice lei nel suo articolo di oggi - debba essere rispettato, ma non quando spara scemenze. Un consiglio - signor Feltri che come il lupo della fiaba esopiana lei stava “superior” e l’agnello di noi della Terronia “inferior” - rilegga la Costituzione di cui ignora gli articoli fondamentali e non formuli giudizi sciocchi sul presidente del Consiglio definendolo “il duce di Foggia”, perché la provenienza non c'entra un “fico secco”.
    Nunzio Dell’Erba
     

  • CARO VITTORIO FELTRI,
    SUD INFERIORE? NO,
    ABBANDONATO A SE' STESSO

    data: 25/04/2020 15:02

    Gentile direttore, oggi ho comprato “Libero” per usufruire del libro sul coronavirus, dato in regalo con il suo giornale. Leggo lettere e interventi di persone che commentano la sua frase infelice sui meridionali come “essere inferiori”. A sua difesa dice che il Sud è arretrato sul piano economico, ma possibile che un giornalista di lungo corso si lasci andare e possa esprimere giudizi simili? Nell’uno e nell’altro caso i suoi giudizi sono elementari e denotano una conoscenza sommaria della storia d'Italia e dell’assetto geografico della sua parte “inferiore”.
    La informo, caro Feltri, che sul Mezzogiorno d'Italia pesa ancora il modo come è stata compiuta l’Unità d'Italia, che per Giuseppe Mazzini e per gli scrittori del meridionalismo classico (Francesco Saverio Merlino, Napoleone Colajanni, Guido Dorso, Gaetano Salvemini, Giuseppe Galasso) è stato il prodotto di una “conquista regia”. Dalle scelte economiche erronee, compiute nel corso della sua storia successiva, il Mezzogiorno è stato penalizzato per le misure economiche assunte prima da Giolitti e poi da Mussolini, pur avendo dato un contributo essenziale allo sviluppo del Nord nel cosiddetto “triangolo industriale”: crede che senza la “manodopera meridionale” sarebbe stato possibile lo sviluppo delle industrie lombarde?
    Premesso ciò, guardi una cartina geografica e si accorgerà che la Sicilia è più vicina all'Africa, mentre la Lombardia è più vicina alla Svizzera e ai Paesi del Nord Europa: crede che ciò non abbia condizionato il dualismo tra quelle che Giustino Fortunato chiamava le “due Italie”? Tuttavia devo riconoscere che lei ha smosso le acque stagnanti del dibattito sulla questione meridionale. Così alcuni meridionali, ignari delle cause che hanno prodotto e tenuto in vita il divario tra Nord e Sud, si sono avventurati in considerazioni storiche frettolose, eppure animate da un sincero amore verso la propria terra.
    La scarsa conoscenza della storia italiana non può che aggravare i rapporti tra gli abitanti delle “due Italie”, immobilizzando così il dibattito storico su temi che da oltre 150 anni ruotano intorno a stereotipi e a discorsi superficiali. I veri amanti del Sud sono invece quelli che denunciano la corruzione politica, la collusione tra potere politico e potere illegale, il monopolio della stampa e la scelta sbagliata di molti politici.
    Non è questione di inferiorità, ma il ritardo dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia ha cause complesse e varie, che vanno da residui feudali ad una mentalità condizionata da superstizioni religiose. Resta comunque lo stato di abbandono in cui è stata lasciata per decenni l’agricoltura non per colpa sua, ma per le responsabilità dei politici che i meridionali hanno mandato a Roma per salvaguardare il bene comune. Essi hanno fatto invece i loro interessi, senza curarsi del loro territorio, guardando solo il loro “particulare” di memoria guicciardiniana.
    Parlare ancora in termini di dualismo è sbagliatissimo a tutti i livelli, a meno che si creda alle tesi lombrosiane dell'inferiorità biologica del meridionale e alla superiorità delle arance spagnole su quelle siciliane.
    Nunzio Dell’Erba

  • ADA GOBETTI, SCUOLA
    E IMPEGNO ANTIFASCISTA

    data: 23/04/2020 19:01

    La personalità e l’impegno antifascista di Ada Prospero, moglie sfortunata di Piero Gobetti, si riassumono nel suo volume «Diario antifascista» che, seppure pubblicato varie volte (1956, 1972, 1975, 1979, 2005), rimane un testo prezioso per comprendere la Resistenza, i valori democratici ad essa connessi e il 25 aprile come giornata emblematica della Liberazione dal nazifascismo. La morte del coniuge, avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926, è vissuta come unione «eccezionale» e legame di arricchimento culturale. Essa non lascia inattiva la giovane Ada (era nata a Torino il 14 luglio 1902), che dopo la scomparsa del marito avverte la necessità di ritrovarsi, maturando una scelta antifascista fino a sfociare in un’intensa attività contro il regime mussoliniano durante la Resistenza.
    Assente nell’«Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza» (1971), non biografata nel «Dizionario del movimento operaio» (1976), presentata con poche righe nel «Dizionario della Resistenza italiana» (1995), Ada Prospero ha un ruolo attivo nel gruppo torinese di «Giustizia e Libertà» e in quello femminile che opera nella lotta nazionale contro il nazi-fascismo, di cui lascia una narrazione appassionata nel suo Diario partigiano (1956). Eppure fino agli inizi degli anni Ottanta, le indagini su Ada Prospero come vicesindaco del Comune di Torino (1945-46), si riferiscono agli anni che trascorre vicino a Piero Gobetti come collaboratrice di «Energie Nove» e di «Rivoluzione Liberale». Venuta meno la tendenza degli studiosi a considerarla come una personalità sentimentale, ella svolge come pedagogista un’intensa attività sul periodico «Il Giornale dei Genitori» e sul quotidiano «l’Unità».
    Il decennio 1955-1965 è emblematico per comprendere gli interessi culturali di Ada Prospero, che propone un modello educativo finalizzato a un progetto di «democrazia espansiva» sulla base dei valori costituzionali. Il suo richiamo alla responsabilità dell’individuo e ai suoi doveri, più che dalla dottrina marxista, sembra derivare in parte dall’insegnamento pedagogico di Giuseppe Mazzini che ne caldeggia la priorità sui diritti e concentra l’educazione nei luoghi preferenziali della famiglia e della scuola. Questo motivo è presente negli articoli che scrive per il quotidiano romano «Paese», poi diventato «Paese Sera», o per l’edizione piemontese de «l’Unità», in cui si cimenta nelle recensioni di libri e di film, discute commenti della cronaca quotidiana o dei fatti di costume tramite la rubrica «Posta dei lettori».
    Dai numerosi interventi emerge l’interesse per il fatto educativo, che presenta un aspetto problematico e complesso, nell’analisi della famiglia, in quella dei problemi della coppia o del rapporto tra docente e discente. La sua proposta innovativa si differenzia nelle conclusioni dalla tradizione marxista o mazziniana nello sforzo che Ada Prospero compie per dimostrare che l’educazione non può essere rinchiusa nell’àmbito della sezione, della bottega, del cinema o del campo sportivo, ma deve coinvolgere tutta la società.
    Questo nuovo leitmotiv si riassume nella formula «Siamo tutti educatori», che compare nel primo articolo apparso nel 1953 sul periodico «Educazione democratica», diretta insieme a Dina Bertoni Jovine. E riflette un pensiero che estende l’impegnativo categorico di ciascuno a dare testimonianza delle diverse coordinate educative. Il rifiuto dell’educazione come funzione esclusiva dello Stato etico si unisce alla condanna del modello stereotipato del fascismo, volto a rinchiudere la donna nella sfera riproduttiva e l’uomo nell’autoritarismo paterno. Il rifiuto del ruolo della donna remissiva è connesso alla necessità dei coniugi di svolgere il loro «mestiere genitoriale», al loro reciproco dialogo e alle difficoltà quotidiane incontrate nel vissuto quotidiano.
    Parimenti la scuola deve ispirarsi al dialogo, inteso alla maniera di Guido Calogero e alle elaborazioni che egli presenta nel corso di pedagogia tenuto nel 1938-39, confluito nel libro La scuola dell’uomo (Firenze 1939) e richiamato nel mio volume Intellettuali laici nel ’900 italiano (Padova 2011, pp. 198-199). La proposta pedagogica di Calogero, basata su un’etica laica, deve riflettere una tensione ideale verso un mondo di valori profondamente radicato nell’uomo. L’aspetto fondamentale di questa nuova visione riguarda la rivalutazione della coscienza, nell’àmbito della quale la presenza individuale deve essere coniugata con la moralità che è data dalla «posizione dell’esistenza altrui» (La scuola dell’uomo, ivi, p. 199). Il saggio non ha una buona accoglienza da parte di Aldo Capitini, mosso da un’istanza etica aperta al dialogo, ma incentrata su una visione religiosa distante dalle riflessioni di Calogero e di Piero Calamandrei.
    Sono questi influssi meritevoli di essere ripresi e approfonditi per meglio definire assonanze e discordanze tra le posizioni pedagogiche di Calogero e di Capitini con quelle di Ada Prospero. Negli anni della sua collaborazione al «Giornale dei Genitori», idealità e prassi educativa diverse la portano a un impegno politico nel partito comunista e ad un’ammirazione verso la pedagogia di ispirazione sovietica. Le riflessioni di Ada Prospero, vincolate al messaggio politico gobettiano, sono in parte datate, ma altre volte favoriscono la comprensione degli avvenimenti reali e della direzione verso cui si muove il processo democratico nell’Italia contemporanea. Il modello educativo di Ada Prospero riprende le istanze di una trasformazione etica per il mutamento strutturale della società, ma presenta risvolti utopici, seppure proiettati alla ricerca di rapporti umani più soddisfacenti alla convivenza familiare e civile.
    La sua morte, avvenuta il 14 marzo 1968, lascia un vuoto nell’antifascismo torinese e italiano per la libertà di pensiero e per il suo impegno democratico inteso come invito all’educazione politica dei lavoratori e alla partecipazione dei cittadini,
     

  • ALLA RICERCA DELLE RADICI
    NELLA TRAGEDIA ISTRIANA

    data: 15/04/2020 11:00

    Silvia Dal Pra’ è una giovane docente che ha al suo attivo due romanzi: «La bambina felice» (Gremese) e «Quelli che però è lo stesso» (Laterza), il primo una narrazione storica di una donna con due figlie abbandonata dal marito e il secondo un reportage dedicato a una scuola periferica di Roma. Ora per la casa editrice barese pubblica un altro romanzo «Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria» (Bari-Roma 2019, pp. 161), un affresco biografico che va alla ricerca delle proprie radici e del suo bisnonno paterno, perito nella foiba di Vines.
    Preceduto da una citazione poetica di Giuseppe Ungaretti «Cessate d’uccidere i morti», il romanzo presenta uno stile di piacevole lettura e si distingue come guida di una terra attraente e densa di eventi storici come la regione istriana, nonostante il doloroso episodio connesso alla scomparsa del suo bisnonno paterno. L’autrice segue infatti le tracce della storia e si mette alla sua ricerca per spiegare a se stessa e agli altri quell’«evento scatenante» di un trauma che ha segnato la vicenda dei suoi genitori e quella della generazione successiva.
    In questo àmbito l’Autrice considera terribile quell’evento familiare, che ha segnato la vita della sua nonna e «a scendere quella di suo padre, di sua madre e un po’ anche la sua». Un tracciato biografico che l’Autrice vive come una «necessità privata» e percorre con tenace volontà, quasi come «un bisogno di coprire un buco» per capire come questa storia – la vita da esule, le vicissitudini familiari, l’infoibamento – avesse lasciato una traccia indelebile dei «rapporti intergenerazionali». Una storia che la spinge nel 1992 come volontaria a recarsi in Bosnia per vivere la guerra da vicino, un’esperienza che si incrocia con quella del suo avo, ma raccontata con autoironica descrizione: «avevano bisogno di capitale e di ingegneri e di architetti e di medici e non di rampolli della buona borghesia italiana iscritti al Dams». Quella guerra balcanica è presentata come una conseguenza ritardata di altri eventi bellici che si sono susseguiti nel corso del cosiddetto «secolo breve».
    Il racconto autoironico non svilisce però la tragedia del suo avo per vivere una storia che nessuno le ha mai raccontato, neppure la nonna Iole di origine istriana (Giobbe-like), donna riservata e poco legata alla memoria storica. Le foibe erano ancora episodi che dovevano essere taciuti e non avevano suscitato quell’interesse nazionale che porteranno al Giorno del Ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004. Fu solo dopo che la foiba di Bassovizza venne dichiarata monumento di interesse nazionale che l’autrice decide di compiere quel viaggio, stringendo una rete di relazioni con personaggi indispensabili alla scrittura del racconto.
    In questo viaggio, non sempre idilliaco, entra in rapporto con personaggi reticenti ed anche ostili, che sembrano all’autrice veri e propri antagonisti. Eppure quella vicenda familiare, in cui venne coinvolto il suo avo, è disseminata di morti, alcuni di malattie infettive come malaria e altri di tifo o tubercolosi. Ma il suo avo era invece sparito nelle foibe, come recita l’iscrizione che l’autrice trova in un elenco di morti: «Romeo Martini di Giacomo, anni 41, commerciante infoibato a Vines il 5 ottobre 1943». Di lui traccia un ritratto che definisce con l’ausilio di testimonianze orali e da ricerche documentali: gestore di un negozio alimentare e poco incline alla politica, seppure tacciato di essere vicino alle autorità fasciste.
    Nel romanzo l’autrice sembra scansare la brutta qualifica di fascista e sostituirla con quella meno compromissoria di benestante (non ricco). Così ella segue le vie indicate dai testimoni per giungere al cimitero ove si presume fosse sepolto il suo avo, ma trova solo il nome, perché nulla indica la sua presenza nella tomba. Così l’autrice va alla ricerca del suo avo, cercando di ricostruire la sua vita politica e giungendo alla conclusione che alla radice c’è un odio profondo tra opposte fazioni, quelle dei fascisti mussoliniani e quelle dei comunisti titini. Sono proprio questi che uccidono e si vendicano dell’infausto regime fascista anche con italiani come il bisnonno dell’autrice.
    Tuttavia, al di là delle vicende che accompagnano il loro dissidio politico, il romanzo si snoda con un racconto quasi «intimista» e si caratterizza come una storia privata, che può aiutare le nuove generazioni a comprendere nel loro vissuto quotidiano «se ciò che si sono portati dietro è simile a ciò che è arrivato a me, se ci sia un punto di unione, una traccia che ci rende simili in un dolore che non se ne andò, un buco di cui in tanti cercarono di appropriarsi ma che in pochi conoscono veramente, una foiba che padri e madri consegnarono ai propri figli raccomandando loro il silenzio, perché quel punto morto non avesse mai un nome né una storia» (p. 152).

     

  • DOPO LA PANDEMIA
    CI SARA' LA RESURREZIONE?
    QUANDO? E DI CHE TIPO?

    data: 13/04/2020 18:46

    L’emergenza coronavirus è in corso, eppure abbiamo già diversi libri sulla terribile pandemia che ha provocato nel mondo più di 42 mila morti. Da pochi giorni è in circolazione il libro 2020. Pandemia e Resurrezione (Guerini e Associati - goWare, Milano-Firenze, pp. 127) di Giulio Sapelli, con contributi di Giuseppe De Lucia Lumeno e Alessandro Mangia. Il saggio, seppure pubblicato in piena crisi di emergenza pandemica, si distingue dai consueti instant book che escono nell’immediatezza di eventi eccezionali. Esso presenta infatti capitoli ricchi di richiami culturali alla letteratura storica e filosofica sulle epidemie e la loro diffusione nel mondo.
    Uno scenario inquietante, che presenta il volto sofferente di un’umanità colpita da una devastante sciagura, da cui è possibile trarre una rara occasione di trasformazione, ossia di resurrezione sulla base della lezione di San Paolo, là dove nella «Lettera ai romani» dice: «Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (cap. 8). Abbandonato l’afflato religioso, Sapelli riprende categorie economiche e tecniche analitiche per spiegare l’insorgere della pandemia e proporre un’attenta lettura del cosiddetto «cigno nero» che si è abbattuto nel mondo con spaventosa virulenza.
    Con raffinata acribia culturale, l’autore attribuisce il triste fenomeno della pandemia alla globalizzazione, di cui è difficile prevederne l’impatto e coglierne il passaggio finale, ossia l’approdo decisivo al dominio del mercato oppure al riconoscimento del lavoro come mezzo principale di equità sociale. Tuttavia Sapelli si domanda se il 2020 - quello che sarà ricordato come «l’anno fatale» - sarà l’inizio di una nuova rilettura del sistema globalizzato e della crisi di un mondo proiettato alla ricerca di crescita economica e di concordia tra gli Stati. Per ora risulta certo che l’unica globalizzazione è stata quella finanziaria con una moneta simbolica creata dalle banche centrali e quella digitale derivata dalle banche sulle scommesse dei derivati: unica merce in grado di spostarsi in tutto il mondo senza barriere e a costi di transizione tendenti allo zero.
    Di fronte alla gestione dell’emergenza si addensa invece più di un’ombra sul ruolo dell’Unione europea e della Cina: se la prima si è trovata impreparata ad affrontarla, la seconda ha gravi responsabilità nella comunità internazionale per avere taciuto l’insorgere dell’epidemia. Per l’autore il comportamento della Cina avrà anzi conseguenze geopolitiche e determinerà un riflusso nel concerto della globalizzazione finanziaria. Al cosiddetto modello cinese, avvolto ancora in un approccio enigmatico, l’autore dedica pagine significative sul suo basso grado di civilizzazione giuridica e sulla «disinformazione sanitaria» messa in atto da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese dal 15 novembre 2012 e presidente della Repubblica popolare cinese dal 14 marzo 2013.
    Se l’Europa si caratterizza per l’assenza come potenza politica e marittima, la Cina ha manifestato nell’ultimo decennio un volto «imperialistico» con il suo dominio commerciale. Sul piano interno essa può essere definita un regime a capitalismo monopolistico di Stato controllato da una burocrazia dittatoriale. La questione riguarda invece il suo intervento sanitario, certamente benefico per frenare l’epidemia in corso, ma assai pericoloso in una nazione come l’Italia debole e priva di una classe dirigente capace di gestire l’emergenza sanitaria.
    Di fronte a questo complesso problema l’autore considera negative le misure del governo italiano, che non ha saputo tutelare la salute dei cittadini e, al contempo, salvaguardare la parte essenziale dell’apparato produttivo «senza di cui neppure le risorse per battere l’epidemia possono riprodursi». La misura restrittiva di «stare a casa» è stata una rinuncia ad utilizzare le potenzialità tecnologiche che - ignorate dalla classe politica italiana – sono state impiegate come percorso di «tracciabilità» nella Corea del Sud o Taiwan dove le persone contagiate sono state sottoposte a un periodo di quarantena in strutture ospedaliere e quelle entrate in contatto con i positivi al test sottoposte ad accurati controlli mediante interconnessioni telefoniche wireless e con modelli algoritmici di previsione.
     

  • E IL "NUMERO PRIMO" S'INOLTRO' NEI TERRITORI INESPLORATI DEL CONTAGIO

    data: 20/03/2020 16:32

    Paolo Giordano è un giovane scrittore che gode di uno spazio eccessivo e di una «competenza» supervalutata nella stampa del nostro «scombinato» Paese. L’aggettivo è usato da Gaetano Salvemini per il titolo del libro «Italia scombinata» (Einaudi, Torino 1959), che presenta la situazione dell’Italia post-bellica ed offre un insegnamento prezioso per la lettura del libro che sto per commentare: «La verità – afferma il grande storico pugliese – è che, dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o a fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e che non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo per quel che avviene col suo consenso, o per suo ordine, o colla sua semplice passività» (p. 29).
    Questa riflessione mi è venuta in mente durante la lettura dell’ultimo libro di Paolo Giordano Nel contagio (pp. 63) uscito in coedizione Einaudi - «Corriere della Sera». La sua uscita, annunciata con grande clamore dal quotidiano milanese, vede la luce in un momento critico per l’Italia e per gli Italiani afflitti dal cosiddetto Covid -19 per le morti diffuse, per la drastica limitazione delle libertà individuali e per altri provvedimenti restrittivi: chiusura delle scuole, divieto di incontri, proibizione degli spostamenti sul territorio e costrizione di restare a casa. L’Autore scrive di argomenti che non rientrano nella sfera abituale delle sue conoscenze scientifiche e dei suoi interessi culturali, come succede con questo suo libriccino confezionato sulla base di un leitmotiv secondo cui in questa epidemia «la colpa, se proprio vogliamo trovarne una, è tutta nostra» (p. 41).
    «Restare a terra» si intitola l’incipit del saggio di Giordano, che considera «l’epidemia di coronavirus» la candidata privilegiata dell’«emergenza sanitaria più importante della nostra epoca» (p. 9). Altro che candidata, la terribile epidemia è diventata protagonista di un contagio globale che ha provocato 25 mila morti e sta mettendo in crisi le economie di tutti i Paesi del mondo. Aspetto che viene colto dall’Autore quando scrive che «il contagio è la misura di quanto il nostro mondo è diventato globale, interconnesso, inestricabile» (pp. 4-5).
    In questo àmbito sorgono spontanei alcuni interrogativi: perché scrivere se il «nostro mondo» non può essere districato? Perché affliggere noi comuni mortali delle esperienze personali dell’Autore? Perché costringere noi tenaci lettori di novità librarie a sorbirci la sua passione per la matematica come eccelsa e idonea disciplina a «tenere a freno l’angoscia» (p. 7)? A chi può interessare se l’Autore abbia cenato l’ultima volta a casa di un suo amico (p. 17) o se abbia trascorso le vacanze nel Cilento o nel Salento (p. 49)?
    Nel suo contraddittorio elenco («Suscettibili», «Infetti», «Rimossi») la personificazione del virus, in altre parti presentato come una entità astratta, è puerile e non aiuta gli operatori sociali a svolgere la loro opera di assistenza, se essi non hanno i mezzi necessari per evitare che altri «essere umani» siano infettati (p. 10). La «matematica del contagio» (pp. 9-10), su cui l’Autore esprime concetti veloci e giudizi frettolosi, necessita di studi lunghi e pazienti, che a distanza dei mesi dalla sua esplosione non sembrano essere a disposizione della comunità scientifica. L’esempio delle «biglie» e la riduzione delle persone a numeri sono quanto di puerile che uno scrittore possa compiere in un un’analisi che necessita il contributo interdisciplinare di esperti nelle varie sezioni della scienza moderna. Non è tanto la «distorsione di cosa è normale a generare paura» (p. 14), ma la novità del virus e il diffondersi di una epidemia che possa infettare noi stessi e i nostri cari.
    Di fronte alla pandemia odierna essere ottimisti o pessimisti (pp. 17-18) non inficia il suo diffondersi e non scalfisce le speranze di quanti desiderino la sua fine: che senso ha allora sottolineare l’esigenza delle persone a facili illusioni e a disquisire su questioni filosofiche che necessitano di vasta esperienza culturale? Eppure l’Autore disquisisce su argomenti a lui ignoti, interviene su temi che esulano dalle sue competenze professionali (p. 18), invade il territorio degli epidemiologi (p. 19) per fare la classica «scoperta dell’acqua calda» che «bisogna allontanare le biglie una dall’altra» (p. 19), che «nel contagio la mancanza di solidarietà è prima di tutto un difetto d’immaginazione» (p. 29) e che per ora «il solo vaccino a nostra disposizione è una forma un po’ antipatica di prudenza» (p. 20). Dunque se io non sono solidale con un malato contagiato dal coronavirus, incorro nel difetto di immaginazione? Dunque se io mi ammalo, devo essere prudente in quanto non esiste il vaccino per curarmi?
    Nonostante questi inviti un po’ ridicoli, il «Corriere» ha dedicato al libro recensioni entusiastiche (si veda quella di Mauro Bonazzi del 26 marzo 2020) ed ha cominciato una pubblicità a pagina intera sul numero del 27 marzo (p. 30), che si presuppone ancora destinato a protrarsi per altre settimane. Nella recensione del libro Bonazzi parte da Tucidide e dalla sua descrizione della peste che devastò Atene nel 430 avanti Cristo per poi arrivare a Freud e così rilevare il contrasto tra «ragione e passione»: una questione assente nel libro dell’Autore.
    In questo contesto elementare e farraginoso Paolo Giordano ricorda la lezione paterna sulla «tormenta di neve» che lo colpì durante una sua gita in montagna e che riassume nel consiglio pacato della rinuncia come unica manifestazione di coraggio (p. 21). Inezia letteraria che si unisce ad altri aspetti inutili e vaghi come la cosiddetta malattia «Bocca- mani-piedi» (pp. 23-24), il rischio di una eventuale partecipazione a una festa di compleanno (pp. 25-26), l’invito ossessivo di restare chiusi in casa (pp. 27-29), il pensiero che la «Covid-19 possa diffondersi in Africa» (pp. 30-31) oppure le strane riflessioni sulla globalizzazione con il riferimento veloce alla «meditazione abusata di John Donne “nessun uomo è un’isola”» (p. 33).
    Sulla base di questo scenario incerto ed elementare, l’Autore ritorna sulla funzione matematica, nel cui àmbito «esistono tecniche raffinate ed efficienti per governare la confusione, esistono equazioni, anzi grappoli di equazioni concatenate l’una all’altra per guardare come un sistema caotico evolverà nel futuro» (p. 36). In questo repertorio Bonazzi coglie «pagine affascinanti» per il tentativo dell’Autore a domare la realtà e per l’uso esclusivo dei numeri a «proteggerci dal tumulto del mondo dal proliferare disordinato della vita e della morte» (M. Bonazzi, «Noi nell’età dell’incertezza», in «Corriere della Sera», 26 marzo 2020, p. 36). Sfugge così al collaboratore del giornale milanese che l’invito ai dettami matematici è esteso anche ad altri settori del sapere scientifico, ma – seppure esposto in modo elementare – conserva una sua dignità culturale di modernità per la possibilità di costruire una rete generale di conoscenza riguardo al coronavirus.
    Così l’Autore si inoltra in ambiti ancora oscuri e si introduce in territori inesplorati per offrire verità indiscutibili, esprimere giudizi apodittici e svelare un «chiaro meccanismo generale» del coronavirus (p. 38). «Il Cov-2 – scrive con sicumera l’Autore – ha contagiato l’uomo a partire da un’altra specie animale. Tutti puntano il dito contro i pipistrelli, dai quali arrivava anche la Sars. Ma dai pipistrelli Cov-2 non è passato direttamente all’uomo, ha fatto una sosta intermedia in un’altra specie, forse un serpente. All’interno di quell’ospite, il suo RNA è mutato in modo da diventare pericoloso per noi. A quel punto ha spiccato il secondo salto e infettato una o più persone, i pazienti zero di questa storia planetaria» (p. 39). Conclusione: «Fatto sta che in molti hanno riassunto la storia di Cov-2 in poche parole planetarie: “in Cina mangiano degli animali orribili. E vivi”» (p. 39).
    In questo senso appare risibile la constatazione dell’Autore quando cerca di collegare il bisogno crescente di cibo all’incremento demografico, inducendo milioni di persone a mangiare questi orribili animali, tra i quali i pipistrelli, anch’essi forieri di malattie e serbatoi di Ebola nell’Africa occidentale (p. 44). Non affiora mai nella mente dell’Autore che la miseria sia il risultato delle disparità di ricchezze e delle ingiustizie sociali? Persino «la xylella fastidiosa», che ha infestato molti uliveti in Puglia, «arriva dalla Cina» (pp. 49 e 50), quando è ormai appurato che il maledetto batterio è presente anche in America latina e negli Stati Uniti. Come sia arrivata la Xylella nel Salento non vi sono certezze, non certamente dalla Cina, ma con ogni probabilità sembra che sia stata trasportata da piante ornamentali provenienti da altri luoghi: così si legge in un accurato articolo sulla «Storia della Xilella infame» (Luciano Capone, in «Il Foglio», 25 aprile 2015).
    In altre pagine l’Autore attribuisce il successo del coronavirus e l’insorgere di «nuovi patogeni» - già tranquilli «nelle loro nicchie naturali» - agli aspetti devastanti dell’ambiente come la deforestazione, l’urbanesimo, gli allevamenti intensivi (p. 42). La causa di questa devastazione, seppure espressa in forma interrogativa, segna il trapasso di «microrganismi mai censiti dalla scienza» in «una nuova patria» (p. 43), di cui la più idonea è quella dell’uomo: quale sia poi il rapporto tra una visione malthusiana e il sorgere della pandemia non è detto e l’Autore non è in grado di dirlo.
    In questa miriade di considerazioni, l’Autore introduce anche il tema del cambiamento di clima, su cui offre uno spaccato superficiale, sostenendo che il «climate change» potrebbe apportare un beneficio a malattie come l’Ebola, la malaria, la dengue, il colera, il morbo di Lyme, il virus del Nilo occidentale e persino alla diarrea (p. 47). E nella riga successiva invita «a pensare il contagio», perché gli «esseri umani» fanno parte di una «comunità» e sono «la specie più invadente di un fragile e superbo ecosistema» (p. 48), Invito veramente sconfortante che l’Autore vuole giustificare con il richiamo all’invocazione del Salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (p. 62). Parole in libertà che, oltre ad essere prive di senso e di conoscenza della storia umana, non colgono neppure il significato del brano volto ad un invito preciso ad essere realisti, senza essere sopraffatti dall’affanno e oberati dalle preoccupazioni in un momento – aggiungo – in cui gli uomini in questo momento sono stati privati del loro vissuto abituale, del loro lavoro e della vita sociale.
    Eppure l’Autore afferma che nell’epidemia odierna gli uomini passano i loro giorni a contare «gli infetti e i guariti … i morti, i ricoveri e le mattine di scuola saltate … i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute e le ore che mancano al risultato del tampone» (p. 62). Si tratta di una lettura distorta della realtà che non tiene presente la situazione del Paese e del sistema sanitario nazionale, i bisogni primari delle persone, la loro necessità ad uscire liberamente in strada e soprattutto cogliere lo sforzo per uscire da questa terribile pandemia.
     

  • PESTE NERA, LUNGO
    LA VIA DELLA SETA...

    data: 20/03/2020 16:32

    Nella miriade di articoli sul coronavirus e sulle epidemie, scarso rilievo è stato dato al morbo della peste nera che colpì l’Europa tra il 1268 e il 1352. Le drammatiche immagini di Wuhan hanno riacceso l’interesse per la storia delle epidemie: articoli e saggi hanno invaso la stampa quotidiana e sono stati pubblicati anche libri come quello intitolato «Virus. La grande sfida. Dal coronavirus alla peste: come la scienza può salvare l’umanità» (Rizzoli, Milano 2020, pp. 240) di Roberto Burioni o l’altro «Corona virus. Gli esperti rispondono» (Corriere Della Sera, Milano 2020) e curato da Simona Ravizza con i contributi di Raffaele Bruno, Sergio Harari, Alberto Mantovani, Giuseppe Remuzzi, Michele Riva e Gian Vincenzo Zuccotti.
    Durante quel doloroso evento, che causò la morte di 20-25 milioni di persone, furono espressi i giudizi più strampalati: alcuni attribuirono l’insorgere della peste ai genovesi provenienti dal Mar Nero sulla cosiddetta via della Seta, altri l’attribuirono ai mongoli e alle catapulte utilizzate per gettare i corpi degli appestati dentro le mura della città assediata di Caffa. Da questa il morbo seguì le rotte del commercio per diffondersi in Europa, dove i primi focolai si ebbero in varie zone dalla Svizzera alla Sicilia. Sembra però che il primo focolaio si sia manifestato proprio nella città cinese dello Hubei, da dove è partito il contagio attuale del Coronavirus.
    Per Amedeo Feniello, autore di un saggio sull’argomento, pubblicato nel volume collettaneo «Storia del mondo. Dall’anno 1000 ai giorni nostri» (Laterza, Bari-Roma 2019), la peste nera è partita proprio da Wuhan, dove «si scatenò il primo grande focolaio che avrebbe sconvolto il volto dell’intera Euroasia». Essa si sviluppò nel 1331-1332 «per poi proseguire nelle steppe eurasiatiche, nel Sud della Russia. In quindici anni la peste avrebbe fatto un viaggio di 6500 chilometri dalla Cina fino al Mar Nero, fino al tourning point di Caffa». La peste nera oscurò ogni pandemia nella storia dell’umanità, si propagò con una velocità inusitata e si tradusse in una grande sciagura.
    Per il cronista contemporaneo Matteo Villani (1280 ca - 1363), la peste nera partì dal Cattai, ossia dalla Cina: «Cominciossi nelle parti d’Oriente, nel detto anno (1346), inverso il Cattai e l’India superiore e nelle altre provincie circostanti a quelle marine dell’Oceano, una pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso: che cominciavano a sputare sangue e morivano chi da subito, chi in due o tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva che chi era a servire questi malati […] ai più ingrossava l’anguinaia (l’inguine) e a molti sotto le ditella (ascelle) delle braccia a destra e a sinistra e in altre parti del corpo» («Cronica», Torino 1979).
    Come il contemporaneo Villani, Giovanni Boccaccio (1313-1375) prende spunto dalla peste per comporre il «Decàmeron», nella cui opera trasfonde la sua esperienza di spettatore nella tragedia che colpì nel 1348 Firenze. La sua testimonianza oculare è emblematica per comprendere la situazione eccezionale che la pestilenza determinò nei costumi della città toscana, dove furono sconvolti i riti funebri e persino le condoglianze con l’uso di «risa e motti e festeggiare compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte posposta la donnesca pietà, per la salute di loro avevano ottimamente appresa» (Intr. 34). Come testimone oculare lo scrittore toscano fu colpito non solo dalla trasgressione delle norme civili e religiose, ma anche dal dilagare della «bestialità» della gente che non sapeva più affrontare razionalmente la vita e la morte.
    Negli anni successivi alla stesura del capolavoro di Giovanni Boccaccio, composto con ogni probabilità negli anni compresi tra il 1350 e il 1355, si affermò l’idea che il focolaio primigenio fosse collocabile nel centro dell’Asia. Ma sarà il medico tedesco Justus Friedrich Karl Hecker (1795-1850) a collocare il primo focolaio in Cina da dove si espanse in Euroasia.
    Nell’ultimo decennio alcuni scienziati hanno invece stabilito che esso fosse collocabile in Cina, dopo uno studio del bacillo poi denominato «Yersinia pestis». Il bacillo della peste bubbonica, che trae il nome dal suo scopritore – il medico svizzero Alexandre John-Emile Yersin (1863-1943) – che nel 1894 lo mise a fuoco, in contemporanea del medico giapponese Shibasaburo Kitasato (1852-1931) e del batteriologo tedesco Emil von Behring (1854-1917). Per il succitato Feniello, il bacillo, che «può restare per settimane o anche per mesi silente», è in grado di «contaminare i suoli e insediarsi negli animali, per via aerea o per ingestione». Esso può inocularsi negli animali e nel corpo degli uomini, causando un carico di morte mediante crisi respiratorie e devastanti attacchi polmonari: «pericolosissimo per chi stava vicino all’ammalato, quando cominciava a espettorare copiosamente».
    La testimonianza del cronista fiorentino e degli altri studiosi della fine secolo XIX, collocabile negli anni precedenti la sua morte e raccolta dai viaggiatori coevi nei porti del Mediterraneo, è confermata dalla scienziata italiana Giovanna Morelli, la quale ha indicato nella via della Seta il percorso della diffusione della pandemia della peste. In uno studio, condotto in collaborazione con Y. Song e C. Mazzoni e pubblicato nell’ottobre 2010 sul periodico «Nature Genetics», «il bacillo si sarebbe evoluto proprio in Cina»: una tesi confermata due anni dopo dal genetista Mark Achtman, che «ha trovato nel grande Paese asiatico non solo quella originaria ma anche le sue derivazioni, in molteplici branche». Dalla Cina il bacillo si muove con celerità attraverso vari itinerari e si unisce a tanti compagni di viaggio, depositandosi nei posti più impensabili come carri, carovane e dromedari. Arrivato in Europa, esso si insinuò nei grandi scali marittimi, varcando le Alpi fino alle isole britanniche e oltre.
     

  • STORIA D'ITALIA:
    LA CONFUSA "LETTURA"
    DEL CORRIERE

    data: 16/03/2020 18:25

    Gli Italiani sono preoccupati per il rinvio del convegno storico “Sguardi del mondo. L’Italia contemporanea nella storiografia internazionale”, che si doveva tenere a Bologna dal 18 al 21 marzo di quest’anno. L’emergenza epidemica, provocata dal coronavirus, ha costretto i promotori a rinviare all’anno prossimo il convegno. Essi sono stati costretti a sospendere l’iniziativa culturale organizzata dal “Dipartimento delle Arti e da quello di Storia, Culture, Civiltà” della città emiliana.
    L’annuncio è dato da Fulvio Cammarano sull’inserto settimanale «la Lettura» del «Corriere della Sera» (15 marzo 2020, n. 433, pp. 6-7), che con la curatela di Antonio Carioti ha dato avvio ad un dibattito tra Catherine Brice e David Forgacs, due degli autorevoli partecipanti al convegno. Con il suo consueto linguaggio sibillino, Cammarano informa i lettori che “da tempo la logica dell’indagine comparata sta spingendo gli storici a confrontarsi non con i giudizi antropologici sull’arretratezza, ma con i processi di modernizzazione”, che “ci permettono di resistere all’idea dell’eccezionalismo italiano, per apprezzare il ruolo e il peso dei confini senza farsi ingabbiare”.
    Nel suo “pezzullo” Cammarano crede di aver spiegato così il motivo del rinvio del convegno, a cui l’anno prossimo dovrebbero partecipare “oltre 30 relatori provenienti da Europa, Stati Uniti e America latina”, per discutere sulla storia italiana dall’Unità all’età repubblicana. L’illustre accademico aggiunge anche che la legittimazione degli Stati nazionali ha indotto gli storici a “lasciarsi alle spalle la lunga tradizione dell’«Italia giudicata»”, come se fosse noto a tuttiche cosa si debba intendere con questa denominazione. Forse egli si riferisce al titolo che Ernesto Ragionieri (1926-1975) diede mezzo secolo fa al volume antologico “Italia giudicata 1861-1945 ovvero la storia degli Italiani scritta da altri” (Laterza, Bari 1969, pp. 855). La raccolta del valente storico fiorentino, ancora utile per comprendere il giudizio storico degli stranieri sull’Italia, si allontana dall’assunto di Cammarano, il quale sostiene che questa tradizione dell’«Italia giudicata» “spesso si è trasformata nella ricerca del grado di aderenza del «caso italiano» ai grandi modelli di occidentali”.
    Questo fuorviante giudizio interpretativo distorce la storia d’Italia e non tiene conto delle ponderate osservazioni di Ernesto Ragionieri, che con acribia storica e con dovizia di riferimenti mette in risalto le pagine più interessanti degli storici stranieri sull’Italia. Sulla scia delle originali osservazioni del grande meridionalista Pasquale Villari (1827-1917), lo storico fiorentino propone una distinzione degli storici stranieri, i quali non pochi hanno dato una visione superficiale della storia d’Italia. Se l’esimio docente dell’accademia bolognese avesse letto attentamente l’introduzione di Ragionieri, si sarebbe accorto che la sua tesi sulla modernizzazione è vecchia come il cucco. Ne parla già Jacob Burckhardt (1818-1897), il grande storico svizzero che - attratto dalla “civiltà del Rinascimento” - aveva rilevato che “soltanto dove c’è la ferrovia, è stata passata in gran fretta una mano di modernità sulla vecchia misère” per la presenza di un ceto politico monarchico e militarista.
    Su questo fragile impianto storiografico, volto alla ricerca dei cosiddetti “sguardi del mondo” sull’Italia, si innesta il discorso del francese Catherine Brice e dell’inglese David Forgacs. Essi, intervistati da Antonio Carioti (l’esperto per eccellenza di storia moderna e contemporanea del giornale milanese), dimostrano una conoscenza sommaria della storia d’Italia. E se Cammarano propone un confronto con gli altri Paesi sulla modernità, Forgacs vuol “scartare termini come arretratezza e modernizzazione”, perché “implicavano una via unica di crescita virtuosa di tutti i Paesi verso lo stesso modello di capitalismo avanzato e di democrazia liberale, escludendo altre vie”.
    Allo storico inglese si associa Catherine Brice, che considera “ambigua” la nozione di modernità, senza considerare la varietà delle culture politiche che hanno caratterizzato la storia d’Italia. L’Italia unita – bisogna ricordare alla storica francese – nasce come Stato liberale con un suffragio elettorale ristretto e imbocca una via accidentata verso la democrazia, ottenuta con immensi sacrifici solo con la sconfitta della monarchia e del fascismo. La presenza dei socialisti, dei cattolici e dei mazziniani è una costante nella storia d’Italia e nel dibattito storiografico, che seppure nella loro diversità ideale hanno contribuito a porre le basi di una moderna democrazia.
    Nelle domande sue raffazzonate, Carioti considera il pensiero mazziniano improntato ad un “nazionalismo romantico”, che dà adito alla storica francese di sfondare una porta aperta, là dove afferma che “il mazzinianesimo […] fu sconfitto dalla soluzione monarchia sabauda”. Quello di Mazzini non fu per nulla un “nazionalismo romantico”, come si ricava dalla sua iniziativa di costituire una “Giovine Europa” (1834) e a tale idea rimase fedele per tutta la vita. Poi, con un volo pindarico stravagante, accosta la Lega di Salvini a un progetto “nazionalista/regionalista”, che non discende minimamente dal pensiero di Mazzini, contrario ad ogni forma di federalismo e favorevole ad un regionalismo democratico. Fra il 1851 e il 1861 egli chiarì la questione dell’ordinamento dello Stato, opponendosi al “pensiero gretto, pauroso e funesto d’una Federazione” e proponendo una struttura regionale come unità politico-amministrativa, che doveva rappresentare la “zona intermedia indispensabile tra il Comune e la Nazione” (cfr. N. Dell’Erba, “Giuseppe Mazzini. Unità nazionale e Critica storica”, Padova 2010, p. 28).
    Contro il “nazionalismo romantico” e della sua presenza nei vari Paesi europei, di cui parla Forgacs, Mazzini conduce una strenua lotta non all’insegna dei principi romantici, ma di una proposta democratica basata sulla libertà e sull’uguaglianza dei popoli (ibidem, p. 18). Nel suo confuso discorso, lo storico britannico accosta eventi storici diversi come il divario tra Nord e Sud, il sorgere del fascismo, il duplice aspetto della Chiesa con le sue organizzazioni conservatrici e progressiste fino al “cosiddetto eurocomunismo” e alla leadership politica di Berlusconi nella “gestione della cosa pubblica (p. 7). In quest’ambito rientra il discorso della storica francese, che nega una linea di continuità con il Risorgimento e spezzetta in modo elementare la storia d’Italia, senza cogliere la distanza tra le promesse evase dai governi postunitari e la realtà effettiva.

     

     

     

  • 8 MARZO, SALVARE ANNA KULISCIOFF DA INTERPRETAZIONI ERRONEE DEL SUO PENSIERO

    data: 07/03/2020 20:48

    Sull’inserto settimanale «Tuttolibri» del quotidiano «La Stampa» (7 marzo 2020, n. 2179, p. XIII) è uscito un articolo di Elena Stancanelli su Anna Kuliscioff con il titolo reboante «L’autrice da (ri)scoprire». Si tratta d’una presentazione del famoso discorso che la socialista russa – nata a Moskaja Cherson il 9 gennaio 1854 e morta a Milano il 29 dicembre 1925 – pronunciò il 27 aprile 1890 al Circolo filologico milanese, poi pubblicato con il titolo «Il monopolio dell’Uomo», uscito lo stesso anno per iniziativa del titolare della Libreria Galli (Milano 1890, pp. 52) e ora come seconda edizione dell’editrice Ortica (Aprilia, 2011 e 2020, pp. 102).
    A parte il titolo e il preambolo, ripresi dalla IV di copertina, si rimane basiti per l’interpretazione erronea e per la serie di errori contenuti nell’articolo. Anzitutto bisogna dire che il pensiero di Anna Kuliscioff ha ricevuto notevoli studi da parte degli storici dalla bibliografia delle sue opere, curata da Stefano Caretti e pubblicata nel volume «Turati e la Kuliscioff» (Firenze 1974) di Nino Valeri fino alla ricca letteratura che si trova pubblicata nei volumi «Anna Kuliscioff. Immagini, scritti, testimonianze» (a cura di F. Damiani e F. Rodriguez con la prefazione di F. Pieroni Bortolotti, Feltrinelli, Milano1978, pp. 197); «Anna Kuliscioff» (Mondo Operaio Edizioni Avanti!, Roma 1978, pp. 477; «La questione femminile e altri scritti» (a cura di M. Boggio e A. Cerliani, Marsilio, Venezia 1981, pp. 180) e agli studi pubblicati dal compianto Giulio Polotti, fondatore della Fondazione a lei dedicata, con la ristampa del volume «Anna Kuliscioff. 29 dicembre 1925. In Memoria» con una scelta di scritti» (1989).
    Né mancano le biografie sul personaggio, che vanno da quelle di Paolo Pillitteri «Socialismo e femminismo in Anna Kuliscioff. Gli scritti» (Franco Angeli, Milano 1986, pp. 461; di Maria Casalini («La signora del socialismo italiano. Vita di Anna Kuliscioff», Editori Riuniti, Roma 1987, pp. 301); di M. Addis Saba «Anna Kuliscioff. Vita e passione politica», Mondadori, Milano 1993, pp. 469); del volume collettaneo «Anna Kuliscioff. Il socialismo e la cittadinanza della donna» (Agra editrice, Roma 2015, pp. 301). fino a quella recente di Francesca Zazzara «Anna Kuliscioff. Donne, rivoluzionario, medico. Storia della dottora dei poveri nella medicina del suo tempo» (Biblion, Milano 2019, pp. 174).
    Il volume biografico del 2015 riunisce i quattro saggi succitati di Maurizio Degl’Innocenti, Fiorenza Taricone, Paolo Passaniti e Luigi Tomassini, che ripercorrono i settant’anni dell’itinerario politico di Anna Kuliscioff nel novantesimo anniversario della sua morte avvenuta a Milano il 29 dicembre 1925. Corredato da un’appendice iconografica che comprende rare foto di donne socialiste (Clara Zetkin, Angelica Balabanoff, Argentina Altobelli, Carlotta Clerici, Maria Gioia) il volume pubblica le copertine degli opuscoli di Anna Kuliscioff e un’appendice documentaria di alcuni suoi brani e articoli apparsi su «Critica Sociale».
    Sulla base di questa ricchissima bibliografia sul personaggio Anna Kuliscioff, Elena Stancanelli si imbarca in disquisizioni storiche ancorate al suo pensiero femminista, inquadrando con superficialità la sua biografia. Così storpia il nome della rivista «Critica Sociale», fondata da Filippo Turati e uscita il 15 gennaio 1891; confonde del nome originario della Kuliscioff, che era Anja Moiseevna Rozenštejn; storpia il nome dell’attività del padre che era un commerciante di grani. Ella dimentica di dire che egli era un ebreo convertito alla religione ortodossa; non dice nulla del primo marito Makarevič e, seppure concentri l’attenzione sul suo legame con Andrea Costa, non spiega il motivo per cui «a Napoli si innamora di Filippo Turati», dopo che dal contratto matrimonio con il socialista romagnolo abbia avuto la figlia Andreina nata l’8 dicembre 1881.
    Dalla biografia di Maria Casalini, che mi attribuisce il merito di avere per primo collocato l’arrivo di Anna Kuliscioff a Napoli (primo trimestre 1884), sappiamo che ella si laurea nell’anno accademico 1886-87 alla Facoltà di medicina dell’Università di Napoli (cfr. M. Casalini, «La signora del socialismo italiano cit. p. 91 che rinvia a N. Dell’Erba, «Le origini del socialismo a Napoli», Milano 1979, p. 44». Sorge spontanea la domanda: se la Kuliscioff «a Napoli si innamora di Filippo Turati»», come mai aspetta il 1891 per «andare a vivere con lui a Milano»?
    L’ingresso di Anna Kuliscioff sulla scena del socialimo milanese avviene invece prima, tenuto presente che ella tiene la conferenza sul «monopolio dell’uomo» il 27 aprile del 1890. Una contraddizione che l’Autrice non chiarisce quale sia stato il suo ruolo nella costituzione della Lega milanese e nella prassi riformista che porterà al distacco dagli anarchici e alla costituzione del Partito socialista. Eppure il saggio di Fiorenza Taricone, pubblicato nel volume collettaneo richiamato, aveva chiarito molti aspetti della biografia politica della Kuliscioff, la quale dalla città natìa di Moskaja Cherson si sposta per motivi di studio a Zurigo, dove intrattiene intensi scambi culturali con i profughi russi per superare le esperienze insurrezionaliste di stampo nichilista ed approdare a una visione nuova del socialismo. L’unione sentimentale con Andrea Costa e con Filippo Turati è significativa per la Kuliscioff, che matura un indirizzo riformista, pur mantenendo una sua autonomia personale.
    Sulle colonne della rivista «Critica Sociale», fondata insieme a Turati il 15 gennaio 1891, ella scrive numerosi articoli sulla questione femminile, dando vita alla «Biblioteca del socialismo italiano». Proprio sulla collana della biblioteca ripubblica il famoso opuscolo Il Monopolio dell’uomo, che – esposto nella conferenza tenuta il 27 aprile 1890 dal Circolo filologico milanese – può essere considerato il «Manifesto della questione femminile italiana». Il tema, che ha suscitato un intenso dibattito ed è ripreso negli articoli della rivista, solleva una miriade di tematiche connesse alla questione del voto alle donne, alla richiesta del divorzio, alla denuncia dello sfruttamento femminile e al suo impegno per la tutela della lavoratrice nei congressi socialisti. Si tratta di temi ricorrenti, che saranno ripresi sull’«Avanti!» e su «La Difesa delle Lavoratrici».
    Attraverso questo periodico – citato male da Elena Stancanelli – l’organo esprime un suo respiro nazionale nel movimento femminile socialista sino alla morte di Anna Kuliscioff, avvenuta il 29 dicembre 1925. L’Autrice distorce il suo messsaggio, laddove ella invita le donne a collaborare con l’uomo «nelle lotte per la conquista dei diritti comuni» e ribadisce l’esigenza di una lotta solidale contro lo sfruttamento padronale e la reazione governativa. La sua posizione, a cui rimane fedele per tutta la vita, può essere colta in un brano contenuto nell’articolo Il femminismo («Critica Sociale», 16 giugno 1897, VII, n. 12, pp. 185-187), là dove sottolinea: «Socialismo ed emancipazione della donna sono fatti connessi, compenetrati e il trionfo di quello non può andare disgiunto da questo»: una posizione che per l’Autrice viene precisata nel senso che «la vittoria del socialismo sarà la vittoria della donna» e che entrambi «possono correre su un terreno parallelo ma la loro causa non sarà mai una sola».
    Per l’Autrice il messaggio di Anna Kuliscioff si pone invece al di sopra delle classi e si ritrova in un contesto indifferenziato, dove la donna ha il dovere di «compiacere l’uomo e assecondarne i desideri e i bisogni». Forse confonde la sua posizione con quella di Anna Mozzoni, il cui rapporto con la Kuliscioff – già discusso in sede storiografica da Paolo Passaniti – è sganciato da un «femminismo duro e puro senza cedimenti» e «da ogni legame con la politica declinata al maschile» (Cfr. P. Passaniti, «Anna Kuliscioff e i diritti di cittadinanza», cit. pp. 142 e 143). Le diverse posizioni, assunte durante l’età giolittiana, contrappongono le due protagoniste del movimento femminile e si trasformano in due visioni contrastanti sul piano politico: «Da una parte un femminismo integrale che non si accontenta delle briciole legislative, dall’altra il femminismo sacrificato all’altare della giustizia sociale eretto dal partito maschile di classe» (pp. 143-144).
    Sulla lotta condotta dai socialisti, il saggio richiamato di Luigi Tomassini (pp. 177-227) e l’Appendice Iconografica (pp. 235-257), l’uno dedicato al tema «Donne e lavoro nella fotografia» e l’altra alla riproduzione di foto di operaie, dimostrano la presenza di una loro particolare sensibilità nei confronti del mondo operaio. La fotografia come fonte conoscitiva del lavoro femminile rivela un mondo poco conosciuto, su cui organi come l’«Avanti!» o «La Difesa delle Lavoratrici» prestano particolare attenzione ed offrono «una serie molto ampia e articolata di immagini di lavoro anche femminile» (p. 196). Ciò non significa che quella della Kuliscioff, emblematica per la funzione svolta nei periodici «Critica Sociale», «La Difesa delle Lavoratrici» o «Il Tempo», trascuri lo sfruttamento dei lavoratori uomini.
    A tutt’oggi il saggio richiamato di M. Degl’Innocenti è istruttivo, perché contestualizza la vicenda della Kuliscioff intorno a tre momenti significativi come lo sviluppo del socialisno italiano, la lotta per la conquista dello Stato sociale e quella per il suffragio universale. Esso rileva infatti il ruolo imponente della Kuliscioff nell’emancipazione della donna riguardo alla cittadinanza, ai diritti civili, all’istruzione e al rapporto tra sfera privata e pubblica. Ella, dotata di una vasta cultura scientifica, considera la donna «una forza viva» per renderla consapevole dei diritti riservati all’uomo e partecipe delle conquiste sociali. Tuttavia il suo impegno non è racchiuso nell’ambito esclusivo del partito e del sindacato, ma si estende anche all’elevazione della coscienza femminile per superare lo stereotipo della donna come angelo del focolare. In questo contesto il ruolo partecipativo di donne come Anna Kuliscioff, Argentina Altobelli e Angelica Balabanoff nei comizi e nei convegni socialisti, si propone di valorizzare la donna non come antagonista dell’uomo, ma come valida titolare nella stampa e soprattutto nel mondo politico.
     

  • ANCORA UNA IMPROPRIA
    CITAZIONE ERUDITA
    DA GIAN ANTONIO STELLA

    data: 04/03/2020 18:42

    Gian Antonio Stella è un giornalista con la passione della storia e la fisima della citazione. Alcune volte cita bene, altre volte no, però è ammirevole il suo impegno di ricercare la citazione erudita. È il caso del suo ultimo articolo «Gli untori? Sono sempre stranieri» («Corriere della Sera», 4 marzo 2020, p. 27), laddove riferisce l’origine del «Mal Francese» o «Mal Franzoso», considerato una «definizione etnica» di Marin Sanudo. Lo storico veneziano, considerato sic et simpliciter un «infaticabile diarista», si sta rivoltando nella tomba ad essere paragonato a Luca Zaia, responsabile di aver associato il coronavirus alla triste battuta sui cinesi che «mangiano i topi vivi».
    Marin Sanudo, vissuto a Venezia dal 1466 al 1536, scrisse numerose opere storiche e riunì una cospicua biblioteca privata, che nel 1516 era composta di 2800 volumi e nel 1536 di 6500. Egli raccolse manoscritti (alcuni molto rari), dipinti e disegni dei costumi della popolazione europea e del mondo, carte geografiche e un persino un prezioso mappamondo. I manoscritti dei suoi «Diari», scritti tra il 1496 e il 1533, sono conservati nella Biblioteca Nazionale Marciano di Venezia. Sulla base degli autografi originali essi coprirono 50 volumi e furono pubblicati dal 1879 al 1898 a cura di una équipe composta da illustri studiosi come Federico Stefani, Guglielmo Berchet, Rinaldo Fulin, Niccolò Barozzi e Marco Allegri.
    Come fa il giornalista del «Corriere» a paragonare Marin Sanudo a Luca Zaia? Come fa Gian Antonio Stella a commettere un così grossolano errore storico? La sua citazione sul «Mal Franzese» come sifilide, che dovrebbe ritrovarsi nel Primo volume dei «Diari» (1496/1879), non sembra essere tratta da esso che si sviluppa per ben 942 pagine: citare la fonte è diventata un optional e i lettori devono credere ciecamente nella citazione del giornalista del lombardo-veneto. Essa è tratta invece dal XXIV tomo del «Rerum italicarum Scriptores» (Ex Tipographia Societatis Palatinae, in regia curia, Mediolani MDCCXXXVIII, 1738, p. 74 ss.) con la prefazione di Ludovico Antonio Muratori: «per tutto il mondo in tal contagione dalla venuta del re di Francia in Italia che per tutto si chiamava Mal Franzese»: malattia che «debellita li membri le mani e i piedi in specie di gotte, et fa alcune pustule et vesciche tumide infiade per tutta la persona e sul volto, con febre e dolori artetici, che fa tuta la codega piena e coperta di broze su la faza fino ai ochii, come fanno varuole, a la femine tute le coxe fino a la natura, in tanto fastidio, che tal paciente chiamavano la morte».
    Precisato ciò, l’illustre giornalista vuol dimostrare che l’accusa del famoso diarista venne respinta dai francesi, i quali reagirono e la considerarono un «mal italiano», per la precisione un «mal napoletano», essendosi propagata per la prima volta nella città partenopea. Ammesso che sia – come sostiene Eugenia Tognotti nel suo volume «L’altra faccia di Venere. La sifilide dalla prima età moderna all’avvento dell’AIDS, 15-20 sec.» (Angeli, Milano 2006, pp. 263) – la diatriba non presenta alcuna dignità scientifica e trasforma un discorso serio in una battage sciocco.
    Un discorso serio sulla sifilide deve essere invece compiuto con serietà e riconoscere che il primo ad usare il termine sifilide fu il medico Gerolamo Fracastoro (1478-1553), che – come ci informa Wikipedia – «ipotizzò e verificò che le infezioni fossero dovute a germi portatori di malattia con la capacità di moltiplicarsi nell’organismo e di contagiare altri attraverso la respirazione o altre forme di contatto». Il medico veronese pubblicò infatti nel 1530 il volume «De contagione et contagiosis morbis» («Sul contagio e sulle malattie contagiose»), con cui pose le basi della patologia moderna.
    A dispiacere del giornalista veneto bisogna dire che la sifilide, chiamata «mal Franzese» oppure «mal napolitain» è esistita fin dall’antichità e la «mentagra» descritta da Plinio nella «Storia naturale» può essere paragonata alla sifilide come devastante infezione venerea. Resta invece valido l’ammonimento di Ludovico Antonio Muratori, il prefatore del volume di Sanudo, che nella sua ultima opera «Della pubblica felicità oggetto de’ buoni Principi» (Lucca 1749) propose alla classe politica coeva una serie di riforme volte a dare sicurezza ai cittadini per «prevenire e allontanare i disordini temuti, e rimediare a i già succeduti; con fare che sieno non solo in salvo, ma in pace, la vita, l’onore e le sostanze di qualsivoglia de’ sudditi» (p. 7). Parole di straordinaria attualità che non le meschine lotte campanilistiche, anzi sovranazionali con i nostri cugini d’oltralpe.
     

  • IL CORONAVIRUS COME CASTIGO DEL CIELO...

    data: 28/02/2020 16:18

    Il 25 febbraio Livio Fanzaga, direttore dell’emittente radiofonica cattolica Radio Maria, è intervenuto sul coronavirus. Egli ha ricondotto l’epidemia a due menzogne che affiggono il mondo: l’onnipotenza della tecnica e l’ateismo inteso come aggressione a Dio. Da questo vilipendio divino ha origine l’epidemia, che è presentata come un castigo divino, per cui l’unica via d’uscita per debellare il triste morbo è la preghiera. Al presbitero italiano si associa anche il pastore statunitense Rick Wiles, che attribuisce alla volontà di Dio la decisione di mandare una punizione: «il coronavirus non è altro che l’angelo della morte mandato da Dio» e ha colpito la Cina, perché «i comunisti cinesi, il governo sono gente senza Dio e non sono persone virtuose».
    In realtà, la tesi dei due prelati affonda le sue radici in una visione paganeggiante della realtà e si ritrova persino nell’antica Cina. Il filosofo cinese Mencio (Mengzi), vissuto all’incirca tra il 372 e il 289 a. C., espresse queste posizioni in un dialogo con Wan Chang e affermò: «Il Cielo non parla e manifesta la sua volontà per azioni e grandi eventi». Su questo tema il sinologo Maurizio Scarpari, curatore di un corposo volume su «Menco e l’arte di governo» (Marsilio, Venezia, 2013), attribuisce al filosofo cinese l’idea che nell’antica Cina le epidemie fossero considerate come ammonimenti inviati dal Cielo (tian) a sovrani indegni. Questa massima divinità aveva la prerogativa di scegliere la persona più idonea a governare, perché «mentre al popolo veniva conferita la facoltà di ratificare la scelta e di verificare poi se il sovrano si fosse mantenuto degno dell’investitura».
    Secondo questa visione «il mandato del Cielo» (Tianmìng) fu utilizzato come forma di legittimazione della dinastia Zhou e dalle successive dinastie imperiali della Cina. Esso sancì per millenni il loro diritto a regnare, ma stabilì anche la legittimità della ribellione nel caso di un sovrano corrotto, ingordo e ingiusto. La fortuna del regnante derivava così dalla sua capacità politica, prodotta non solo da competenza e carisma, ma anche da qualità morali come l’onestà e la rettitudine morale. «Il nuovo figlio del Cielo (tianzi) – afferma Maurizio Scarpari, curatore di una grandiosa opera su «La Cina» in quattro volumi (Einaudi, Torino 2009-2013) – aveva il compito di selezionare, in base al merito e non al censo, ministri e funzionari, creando una classe di amministratori efficienti e degni di fiducia. Eventi infausti come pestilenze e inondazioni non sarebbero derivati dunque dall’arbitrio di un’entità imprevedibile coma Ananke [...] ma dalle colpe del sovrano».
    Tra questi eventi vanno annoverate anche le carestie e le epidemie (il coronavirus odierno), che sono interpretate non solo come segni del ritiro del mandato da parte del Cielo, ma come un castigo divino. Così se la detronizzazione dell’imperatore era attribuita al suo pessimo modo di governare, non era facile cogliere un nesso con le catastrofi naturali come inondazioni o terremoti. Tuttavia esse, se unite con le condizioni delle masse contadine, potevano scatenare rivolte, sommovimenti e persino movimenti millenaristici a causa di una grave esasperazione imputabile a stridenti diseguaglianze sociali. La situazione politica odierna, seppure caratterizzata da profonde stratificazioni sociali, assume aspetti diversi per il ruolo carismatico di Xi Jinping e per il consenso popolare ottenuto con l’assenza di un sistema democratico.
     

  • LA DESTRA ITALIANA
    E 50 ANNI DI PROPAGANDA

    data: 10/02/2020 17:14

    Con il reboante titolo «Cinquant’anni di stampa e propaganda della destra italiana 1945-1995», si terrà a Roma dall’11 al 17 febbraio una mostra sulla stampa del Movimento Sociale Italiano (Msi). Su iniziativa di vari enti, la mostra espone i periodici custoditi nelle Biblioteche del Senato e della Camera dei deputati, e in quelle della biblioteca nazionale di Roma e della «Fondazione Pino Rauti», integrate con materiale proveniente dall’archivio della casa editrice «Eclettica». «Il percorso espositivo – afferma Isabella Rauti, direttrice della Fondazione – segue un criterio cronologico, articolato in nove bacheche che ricostruiscono i cinque decenni interessati. Si aggiungono quattro teche tematiche dedicate alla propaganda giovanile del “Fronte della Gioventù”, alla satira, alle tematiche femminili ed alla pubblicistica elettorale».
    La mostra espone circa 90 esemplari di testate relative all’editoria della destra italiana e alla propaganda politica del Movimento sociale italiana: periodici, settimanali e mensili di un partito nato settant’anni fa e vissuto sotto varie sigle politiche. Si tratta di raccolte, che mettono in mostra una storia che – cominciata su iniziativa di un gruppo di nostalgici e di reduci della Repubblica di Salò – si ispirò dichiaratamente all’esperienza storica del fascismo per ricordare i «fasti» del regime mussoliniano e ripristinare i valori di «ordine e legge».
    Sorto a Roma nel dicembre 1946, il Msi elesse come segretario Giorgio Almirante, la cui scelta del nome sembra significare «Mussolini sei immortale» e quella del simbolo con la fiamma tricolore e il trapezio sottostante per dare spazio alla sua dicitura. Come figura centrale di questa storia messa in mostra con dovizia di periodici, Almirante esercitò una grande influenza per la sua dote di equilibrio tra le diverse anime del partito. Per raggiungere questo obiettivo, egli si avvalse di un periodico preesistente, «La Rivolta Ideale» - il primo numero uscì l’11 aprile 1946 – con lo scopo di chiamare a raccolta «tutti i fedeli della Patria» e di aderire al nuovo partito (si veda l’editoriale del 26 dicembre ’46).
    Su iniziativa del suo direttore, Giovanni Toninelli, «La Rivolta Ideale» avviò una molteplicità di iniziative con lo scopo di invitare i direttori dei periodici («Fracassa», «Rataplan», «Rosso e Nero» ecc.) sparsi su tutto il territorio nazionale «ad affiancare una adeguata opera di propaganda il movimento politico unificato». L’unico giornale «Credere», diretto da Cesco Giulio Baghino, si rifiutò di sciogliere l’organizzazione clandestina dei Far (Fasci di Azione Rivoluzionaria), continuando ad inneggiare il «santo manganello» e la politica disastrosa della Repubblica Sociale Italiana. Merita un cenno il settimanale «Rosso e Nero» di quattro pagine che – uscito il 27 luglio 1946 – auspicò una politica più intransigente nello schieramento neofascista.
    Presentatosi per la prima volta alle elezioni amministrative di Roma del 1947 e a quelle politiche nell’anno successivo, il Msi ottenne sei seggi alla Camera e uno al Senato grazie alla propaganda dei fogli neofascisti. Da quell’anno il partito guardò con simpatia alla stampa più come strumento di propaganda che di formazione dei suoi adepti, servendosi di vari organi come «L’Ordine Sociale», che uscì per pochi mesi nel 1948. Un altro organo, «Pensiero Nazionale» diretto da Stanis Ruinas, si propose di unire fascisti e comunisti nel superamento di concezioni contrapposte come quelle spiritualistica e materialistica, in auge fino alla metà degli anni Cinquanta (si veda il libro «Fascisti rossi» di Paolo Buchignani).
    Tuttavia fin da i primi anni della sua nascita il partito si trovò invischiato in discordie personali, che portarono ad una grave crisi interna per la diversa posizione sull’adesione dell’Italia al Patto atlantico. Almirante fu costretto a dimettersi e venne sostituito da Augusto De Marsanich, che impresse al partito un indirizzo basato sull’accettazione del Patto atlantico, sulla ricerca di un’intesa con i liberali, i monarchici e la destra della Dc.
    In questo contesto storico grazie all’ausilio offerto dalla stampa come «Il Secolo d’Italia» (il primo numero apparve il 16 maggio 1952), il Msi partecipò alle esperienze amministrative in molti comuni meridionali, cominciando a far proseliti nelle zone rurali. Famosa rimase l’intervista a Junio Valerio Borghese, che considerò il Msi «il più grande partito nazionale», l’unico raggruppamento politico in grado di mantenere «l’ordine sociale» e conciliare la fede politica con quella religiosa: aspetti che riscossero largo sostegno in alcuni ambienti cattolici e persino della Dc. Famoso è rimasto il gesto di Giulio Andreotti, che durante un comizio tenuto nel maggio 1953 invitò Rodolfo Graziani a salire sul palco, dimenticando che il generale fascista si era macchiato di orrendi delitti per l’uso dei gas asfissianti nella guerra d’Etiopia.
    Dai ripetuti tentativi degli anni Cinquanta, volti ad ostacolare nuove alleanze tra socialisti e democristiani, il Msi imboccò la strada della violenza con il sostegno di gruppi eversivi come Fronte nazionale, Ordine Nuovo, Rosa dei Venti, Avanguardia Nazionale, presentati come organizzazioni staccate da esso. L’antisemitismo fu presente anche in molti ambienti vicini al Msi, dove – come ricorda Mario Giovana in un raro volumetto «Le nuove camicie nere» (Saluzzo 1966, pp. 100-101) – un dirigente come Vanni Teodorani «nel novembre del ’57 aveva affermato: “Noi avevamo l’abitudine di bruciare i giudei nei forni”. Nel maggio 1958 un corteo di neofascisti era sfilato per le vie di Roma inneggiando al duce e gridando: “Morte agli ebrei!”. I nostalgici avevano insozzato le lapidi commemorative degli israeliti periti nei campi di eliminazione e tracciato scritte antisemite sui muri delle case. Nel luglio del 1960 le squadre missine si erano spinte nel quartiere ebraico della capitale, armate di bastoni e di catene, saccheggiando negozi e percuotendo i passanti».
    Negli anni Sessanta la stampa di destra ebbe un declino: nel maggio ’61 si ebbe una nuova serie di «Pagine Libere», la vecchia rivista di Angelo Oliviero Olivetti, ora diretta da Silvio Panunzio, riproponendo vecchi temi come l’anticomunismo marxista e la «bolscevizzazione progressiva delle idee, della cultura e del costume», presentate come «l’anticamera necessaria alla conquista politica del potere da parte della sinistra». Un libro come «Cavalcare la tigre» (1961) di Julius Evola divenne il nuovo vangelo degli eversori di destra, che aprì la strada ai suddetti gruppi eversivi.
    A questa situazione di crisi pose rimedio Almirante, che – rieletto segretario alla fine del decennio – sfruttò le agitazioni operaie e studentesche del ’68 per rilanciare il suo partito sul piano politico e organizzativo: riuscì a congiungere l’ala parlamentare con gli estremisti di «Ordine Nuovo». Nelle elezioni amministrative del 1971 il Msi ottenne 24 degli 80 seggi del consiglio comunale di Roma, riuscendo a diventare il terzo partito nel consiglio regionale della Sicilia (dopo la Dc e il Pci). Nelle elezioni politiche del 1972 il Msi, presentatosi con la denominazione di «Destra nazionale», ottenne l’8,7 per cento dei voti, mentre in quelle del ’76 scese al 6,1 %.
    Proprio nel 1976 venne pubblicata a Roma la rivista femminile «Eowyn», diretta da Monica Centanni e Marilena Novelli, che per il titolo ripresero il nome del personaggio di Tolkien. Il periodico, sorto nell’ambito delle iniziative avviate dal Msi, lanciò un’immagine di «donna forte, dolce ed emancipata», come si legge in un proclama pubblicato in prima pagina nel giugno 1977 (n. 4): «Eowyn è una donna cui non pesa il ferro della spada, Eowyn è tutte noi, donne che combattiamo questa società».
    Nelle elezioni del 1979 Il Msi subì ancora una flessione. La morte di Pino Romualdi (1913-1988) e quella di Almirante (1914-1988) fece emergere l’astro nascente di Gianfranco Fini. A preparargli il terreno fu la corrente «Proposta Italia» che, emersa nel congresso di Sorrento (10-14 dicembre 1987), gravita intorno al giornale «Proposta» sotto la guida di Domenico Menniti e di tre giornalisti come Adolfo Urso, Mauro Mazza e Gennaro Malgieri.
    La segreteria di Gianfranco Fini traghettò il partito verso una linea di legittimazione quale destra democratica. Nel 1994 egli annunciò la trasformazione del vecchio Msi in Alleanza nazionale con lo scopo di dar vita a una moderna organizzazione di destra, ma si trattò di un’operazione ambigua per un partito che soltanto un anno e mezzo prima aveva celebrato il settantesimo anniversario della marcia su Roma con una manifestazione scandita di inni fascisti e saluti romani. L’ultimo congresso del Msi (Fiuggi, 25-27 gennaio 1995) e il primo di Alleanza nazionale provocò anche la nascita del Msi-Fiamma nazionale su iniziativa di Pino Rauti, contrario ad accettare il nuovo corso inaugurato dal delfino di Almirante. L’assise di Fiuggi aprì una fase nuova nel partito, alimentando contrasti personali e chiudendo una storia che – inaugurata 76 anni prima con la fondazione dei Fasci di combattimento – culminò il 26 dicembre 1946 nella nascita del Msi, di cui la mostra ripercorre vicende ancora da definire sul piano storico.
     

  • LA TRASCURATA STORIA
    DELL'IMPRESA DI ETIOPIA
    E DEL CAFFE' CIOFECA

    data: 07/02/2020 18:25

    In una celebre scena del film «I due marescialli» (1961), di Sergio Corbucci, ambientato nei giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, Totò esclamava disgustato all’assaggio di uno pseudo-caffè che si trattava di una ciofeca: un surrogato composto di orzo, lupini e favetta. Il «caffè buono» era una prerogativa di pochi privilegiati per il suo costo abbastanza elevato, per cui quella scena – interpretata da Totò nei panni del finto maresciallo – rimase impressa nella memoria collettiva degli italiani, già abituati al consumo del caffè d’orzo o di cicoria durante il regime fascista.
    La guerra d’Etiopia, invasa dall’esercito fascista fra il 2 e il 3 ottobre 1935, avrebbe dovuto procurare all’Italia una quantità considerevole di ottimo caffè. Fu questo uno dei molteplici motivi, addotto più volte da Benito Mussolini per giustificare l’occupazione del territorio etiope e piegare il negus Haile Selassie alla volontà imperiale dell’Italia fascista: finalità che venne raggiunta il 5 maggio 1936 con la conquista di Addis-Abeba. Per la conquista dell’Etiopia furono utilizzati circa 330 mila soldati italiani, vennero prezzolati 37 mila ascari eritrei e libici, trasferiti nel suo territorio 90 mila quadrupedi, 10 mila mitragliatrici, 1100 cannoni, 250 carri armati e 350 aerei, alcuni dei quali addetti al bombardamento a iprite e ad altri aggressivi chimici come l’arsina. Uno spreco di denaro per dare al popolo italiano un buon caffè, ottenuto con investimenti oculati sotto l’«occhio vigile» del duce.
    Su questo aspetto, trascurato dalla storiografia sul fascismo, abbiamo ora a disposizione un aureo libretto «Fascio ciofeca. Caffè vero e fasullo ai tempi dell’autarchia» (Edizioni Affinità elettive, Ancona 2018, p. 70) di Sergio Salvi, che sviluppa un discorso interessante sul vantaggio che i consumatori italiani avrebbero ottenuto con il cosiddetto «caffè coloniale» poi «caffè dell’Impero». Lo Stato fascista non mobilitò solo un ingente apparato militare, ma assoldò anche uno stuolo cospicuo di scrittori con lo scopo ben preciso di esaltare la conquista dell’Etiopia ed incantare gli italiani con il profumo aromatico del suo caffè.
    Prima dell’occupazione dell’Etiopia, però, si ebbe una «sperimentazione agraria» in Eritrea con risultati insoddisfacenti e con una produzione pari a 120 tonnellate. La nuova colonia etiope avrebbe dovuto fornire una qualità migliore ad un costo minore, a cui poteva accedere tutta la popolazione italiana. Solo che, con la conquista dell’Etiopia, non si ebbe l’abbondanza di caffè auspicata dagli agronomi fascisti e un prodotto idoneo alla distribuzione di massa.
    Sulla coltivazione del caffè, praticata in modo difforme sul territorio etiope, Salvi fornisce indicazioni precise sul terreno, sulle piante e sulle sue varie fasi (trapianto, potatura, pulitura del terreno ecc.). Egli dimostra così una conoscenza precisa della letteratura coeva, da cui trae elementi significativi come la raccolta del caffè, l’essiccamento, la decorticazione delle fave e le successive fasi fino alla quotazione del prezzo e all’esportazione finale. Le autorità italiane, subito dopo la conquista dell’Etiopia, si trovarono di fronte a una serie di problemi, che riuscirono a risolvere solo in parte con la creazione di stazioni sperimentali nei centri di produzione più importanti.
    A fronte di una spesa esorbitante di 15 milioni di lire, la produzione del caffè fu abbastanza scarsa e - nonostante la politica autarchica imposta dal regime mussoliniano – fu mantenuta la linea tradizionale, cioè quella di importare in Italia quello proveniente dal Brasile e da altri Paesi del Centro-Sud America. Le sanzioni internazionali, imposte all’Italia a seguito dell’aggressione all’Etiopia sulla base della Convenzione internazionale del 17 giugno 1925, aggravò la situazione, mantenendo la situazione antecedente a quella scelta dell’espansionismo fascista.
    In questo ambito gli italiani continuarono a ricorrere alla ciofeca: «complice il costo del caffè, sempre alquanto elevato», dice con precisione l’Autore, che analizza i vari tipi di surrogati, la cui preparazione si trova in una sorta di ricetta come nel libro «Il pane nero di Stadel Gutwiarginj» di Giovanni Barbero: «si miscelano un terzo di caffè comune, un terzo di “Vero Frank” (a base di radici di cicoria), un terzo di “Miscela Leone” (composta da orzo, segale, lupino, bietola) e un cucchiaio di “Estratto Olandese” a base di melassa di canna da zucchero caramellizzata. Si lascia in infusione per dieci minuti e, una volta avvenuta la decantazione di ciò che non si era sciolto, si versa in tazza» (p. 26).
    Altre diverse marche famose erano «Coffea», «Fago», «Biscione», «Franck Aquila», «Vero Franck» o «Franck Orientale», preparate con una mistura ottenuta dalla miscela della canna da zucchero con cereali oppure con la radice di cicoria. Per giustificare l’uso del caffè da parte dei ricchi, il duce incaricò i medici ad esaltare queste miscele come surrogato del caffè, da cui il cosiddetto «fascio ciofeca» che per essi aveva effetti salutari e presentava persino motivi igienici.
     

  • LA MAMMA DI ATTILA

    data: 05/02/2020 12:16

    La famiglia è considerata la cellula madre della società e come tale continua ad esercitare un ruolo essenziale nell’educazione dell’individuo. Dei suoi molteplici aspetti la condizione naturale e pedagogica è la più significativa per comprendere l’evoluzione della società. Le madri rivestono una funzione fondamentale per la vita di ogni essere umano, ma anche per la storia civile di ogni Paese. «Quanto dipende dalla madre se il figlio da grande farà danni o invece contribuirà al bene della società?».
    L’interrogativo, seppure adattato alla realtà odierna, è quello che percorre la narrazione del nuovo libro «La mamma di Attila. Sostenere la crescita di un adolescente guerriero» (Solferino, Milano 2020, pp. 171) di Barbara Tamburini, psicopedagogista e autrice insieme al marito Alberto Pellai di altri saggi come «L’età dello tsunami» (2017), «Il metodo famiglia felice» (2018), «Il primo bacio» (2019).
    Sulla scia dello psicanalista inglese John Bowlby (1907-1990), l’Autrice sottolinea il legame istintivo del bambino «ad attaccarsi a una figura prossima dalla quale ricercare (ricevere) calore e protezione» (p. 14). Ella vuole così rendere omaggio con una sorta di dialogo ultraterreno tra Bowlby e la mamma di Attila: un dialogo che sviluppa la cosiddetta «teoria dell’attaccamento» e conferma il danno irreparabile che provocano «le separazioni tra madre e bambino» (p. 16). La costrizione, cui fu sottoposto Attila nella sua infanzia «a stare lontano dai suoi affetti», lo spinse a diventare un valoroso condottiero «con lo stile più efferato di tutti i tempi» (p. 21).
    Il dialogo dà l’avvio all’Autrice per impostare una discorso che, seppure arricchito di esperienze personali, le permette di definire il ruolo della madre durante l’infanzia fino alla adolescenza, considerata come «l’età per eccellenza dell’esplorazione», quella «per eccellenza dei pensieri magici» (p. 61), ovvero la più decisiva per il futuro del figlio. Su questa età l’Autrice ritorna costantemente, quasi per sottolineare l’importanza straordinaria che essa assume nella persona umana come fase di transizione, dove si collocano le scelte più decisive della vita. Più avanti ella precisa: «Poiché dentro questa complessità i nostri figli approdano all’adolescenza, l’età del conflitto generalizzato e in particolare del conflitto con i genitori, non possiamo però permetterci di sottovalutare comportamenti e reazioni che dall’essere “normali” possono passare rapidamente all’essere “a rischio”» (p. 71). Un giudizio analitico che si coniuga con le riflessioni dell’Autrice, laddove colloca in quest’età le più profonde trasformazioni: quelle del corpo, delle competenze cognitive e delle relazioni con i genitori per la volontà di separarsi da loro (e soprattutto dalle madri), onde «costruire nuovi legami profondi con i propri coetanei» (p. pp. 72-73) e «imparare a fare a meno delle proprie figure di attaccamento» (p. 73).
    Proprio nell’età adolescenziale bisogna infatti «imparare a gestire gli impegni di scuola, acquisire un metodo di studio, assumersi delle responsabilità e portarle a termine» (p. 61), e superare quelle che lo psicologo canadese Albert Bandura definisce «aspettative» nel suo noto libro «Adolescenti e autoefficacia. Il ruolo delle credenze personali nello sviluppo individuale» (Trento 2012). Conclusione che sembra stonare con quella dell’Autrice, là dove afferma: «Avere con un figlio una relazione di attaccamento che sopravvive a ogni cosa è la risorsa più grande che possiamo regalargli. In adolescenza il conflitto e la trasgressione sono dimensioni naturali, così come lo sono l’errore e l’incertezza» (p. 88).
    Nella relazione più la madre si allontana dal figlio, più si sviluppano «micro-sequenze», che nella loro ripetizione rappresentano un modello di funzionamento destinato ad orientare le azioni future. In questo ambito la «teoria dell’attaccamento spiega questo processo di costruzione come un progressivo strutturarsi di interazioni», il cui ripetersi «genera dei modelli di funzionamento» (p. 38).
    La costruzione di sofferenze emotive agisce da pulsione negativa e diviene un criterio interpretativo della realtà. L’intervento immediato, che l’Autrice riassume nelle formule «cosa fare» e «di cosa c’è bisogno» (pp. 43-53), può essere compendiato in un aiuto concreto da parte degli adulti, che si relazionano con i figli «nella costruzione del loro nucleo e della loro capacità di mettersi in gioco» (p. 55). Compito che per l’Autrice diventa difficile «in un contesto fluido e in continua evoluzione» (p. 55) come la società odierna dove si assiste «a uno sbilanciamento generale tra l’iper-specializzazione tecnologica e l’analfabetismo relazionale» (pp. 56-57).
    Per dimostrare la sua tesi, l’Autrice cita l’interessante libro «Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi» (Corbaccio, Milano 2012) di Manfred Spitzer, di cui rifiuta la rigidità con cui definisce i ragazzi di fronte al «mondo virtuale» (p. 57). Rimane il fatto che i reati connessi alla rete informatica sono in crescita per il disorientamento degli adolescenti e per l’«assenza di lavori formativi capaci di guidare il loro agire» (p. 58). Un’osservazione, già sviluppata da Vittorino Andreoli nel suo libro «L’uomo del cervello in tasca» (Milano 2019), laddove sottolinea la diversità della trasgressione adolescenziale rispetto alla realtà del passato.
    In questa prospettiva la trasgressione come l’uso di sostanze ad azione psicotropa ha la funzione di superare la paura, l’ansia in alternativa alle sicurezze dell’adolescente può ricevere dalla vita sociale e dall’appartenenza a un gruppo, inteso come «luogo dell’intimità […] della leggerezza, superficialità e del divertimento» (pp. 62-63). Fuori dalla normalità adolescenziale vi sono mali come il cyberbullismo, il consumo di alcol e di tabacco, nonché l’uso di sostanze psicotrope. Ricollegandosi alle ricerche di Sabrina Molinaro, l’Autrice pone in rilievo la crescita di «smart drugs», ossia di quelle «droghe cosiddette furbe perché al limite della legalità e illegalità, facilmente reperibili sul web sotto forma di prodotti naturali e come sciroppi all’oppio» (p. 65). Se poi si aggiungono l’uso de iPad, le chat con il cellulare e la diminuzione delle ore di sonno trascorse in discoteca si assiste ad uno stile di vita che degli adolescenti, che «sono diventati una vera emergenza», come mette in rilevo il docente Giovanni Biggio dell’Università di Cagliari (p. 66).
    In questo ambito l’Autrice discute le esperienze di adolescenti come Greta Thunberg (pp. 78-83), la «resilienza di Elisabetta» Ballarin e l’uso distorto della droga (pp. 83-87) per poi sviluppare l’intreccio tra la funzione della madre e personaggi celebri come Leonardo da Vinci (pp. 93-96), Michelangelo Buonarroti (pp. 96-98), Barak Obama (p. 99-101), Amelia Mary Earhart (101-104) e Adolfo Hitler (104- 107). Sul dittatore nazista l’Autrice compie alcune riflessioni relative non al suo nefasto ruolo della storia della Germania o dell’Europa, ma sull’uomo e sui suoi rapporti con la madre. Sulla scia della presentazione che opera Joachim Fest nel suo libro «Hitler. Una biografia» (Milano 2005), ella mette in rilevo l’adolescenza del dittatore, caratterizzata dall’assenza di amicizie, da una spiccata intolleranza delle posizioni diverse alle sue e dai suoi fallimenti scolastici. Eppure Hitler conservò ed espresse un amore profondo verso la madre, della cui morte scrisse di aver perduto la «sua stella polare». Nella rappresentazione del personaggio, presentato come incapace a stabilire legami affettivi, l’Autrice non riesce a dare spiegazioni valide, limitandosi a dire che la «mancanza della madre venne fatta propria dal futuro dittatore» e ciò «gli permise di vivere sempre come fosse dentro a una bolla, solo coi suoi deliri di potenza»: un’interpretazioni semplicistica che andrebbe meglio chiarita e sviluppata.
    A questa tesi si è opposta con garbo Cesira Fenu, che ha sottolineato come l’azione politica di Hitler è il risultato di molteplici fattori e non possono limitarsi alla sfera psicologica: egli «era uno psicopatico», che ha trovato un ambiente propizio e un «terreno fertile in una nazione di individui frustrati e spaventati dallo spettro del comunismo» e dal ruolo della presenza ebraica. Seguono alle vicende adolescenziali di Hitler quelle di Charlie Chaplin (pp. 113-116), di papa Francesco (pp. 117-120) e di Federica Pellegrini (pp. 120-122). In conclusione l’Autrice dedica un capitolo ai genitori per stimolare le riflessioni sul modello educativo in voga nelle scuole italiane, fornendo loro una serie consigli (le «cosiddette buone pratiche») volti a riconoscere «automatismi e blocchi» che minacciano i rapporti familiari e minano le relazioni sociali.

     

  • STRANEZZE STORICHE
    DI CAZZULLO SU DE GASPERI

    data: 10/01/2020 19:09

    Povero è il Paese in cui il ciabattino si improvvisa idraulico, il panificatore fabbro e il giornalista si erge a storico. In questa situazione rientra il caso di Aldo Cazzullo, collaboratore del «Corriere della Sera» e responsabile della rubrica fissa «Lo dico al Corriere». Sul quotidiano milanese egli pubblica una lettera di un lettore, critica verso il movimento del Sessantotto ed elogiativa dello statista Alcide De Gasperi, «chiamato in America il politico che in albergo spegneva la luce». Quale sia il nesso tra le nefandezze del Sessantotto e la politica di De Gasperi è chiaro solo al giornalista albese.
    Nella sua risposta, pubblicata sul «Corriere della Sera» (9 gennaio 2010, n. 7, p. 29) con il titolo reboante «Elogio di De Gasperi e del suo discorso del ‘46», Aldo Cazzullo richiama il nome della figlia Maria Romana, la quale «racconta del padre come un essere umano, con limiti e difetti». Il suo giudizio è però completamente falso, perché nei libri di Maria Romana De Gasperi non si ritrovano critiche né si rilevano «limiti e difetti» sulla figura del padre. Nel suo libro più noto «De Gasperi uomo solo» (Mondadori, Milano 1964, poi edito con il titolo «De Gasperi. Ritratto di uno statista», la biblioteca di Repubblica, Roma 2005) non si ritrovano solo encomi ed elogi come questo passo riportato nella prima edizione: «Lo vidi solo, ingigantire nella lontananza dei tempi mentre il suo viso onesto volle ricordarmi che era bene restasse soltanto ciò che di ricostruttivo e di serio si era raggiunto con la fatica e il consenso» (1964, p. 9); nell’edizione del 2005, in una prefazione datata «maggio 2004» e firmata «M. R. D. G.» si legge: «De Gasperi non ha mai diviso la sua vita politica da quella familiare o dal suo essere cristiano ed appunto in ragione di ciò fu aperto alle culture e alle credenze degli altri, rispettoso delle altrui libertà e difensore della propria. Non ha mai colpito l’avversario con polemiche che non facessero parte integrante dell’ambito politico, e di fronte ai vantaggi che poteva offrirgli questo tipo di carriera, che egli chiamava la sua missione, ha scelto di essere in pace con la propria coscienza» (pp. 11-12).
    L’amore filiale è così intenso da farle dire che il padre è stato un «genio» della politica e un «autore solitario del proprio successo» (1964, pp. 416 e 417), pur offrendo una «soluzione politica» ai problemi impellenti dell’Italia e dell’intera Europa (2004, p. 11). Nel suo volume «La nostra patria Europa», che reca il sottotitolo «Il pensiero europeistico di Alcide De Gasperi» (Mondadori, Milano 1969), Catti De Gasperi presenta il padre come il migliore interprete dell’europeismo moderno, collocandolo acconto a Robert Schuman e a Konrad Adenaur, gli unici che «fecero dell’idea europea l’impegno della propria vita», che «hanno saputo superare, in forza della loro fede, ogni antica rivalità di popoli», che «hanno abbattuto le barriere create da miti ormai insostenibili e che hanno aperto le porte a una storia contemporanea» (p. 11).
    Nel IV capitolo, quello che copre gli anni tra il 1919 e il 1926 (ed. 1964, pp. 75-99; ed. 2005, pp. 77-101), Catti De Gasperi non accenna alla posizione benevola del padre verso il fascismo nascente, ma si limita a considerarla «come un impeto di reazione all’internazionalismo comunista» (p. 81), ossia come un argine della marea crescente del massimalismo socialista. Dal «buen retiro» nelle sale della Biblioteca vaticana fino al ruolo egemone della Democrazia cristiana si ha un susseguirsi di elogi verso il padre, di cui Cazzullo ricorda il discorso che «De Gasperi tenne nel 1946 davanti al rappresentante delle potenze vincitrici della guerra», senza coglierne l’intrinseco significato e senza offrire un quadro generale della realtà europea coeva.
    In realtà il discorso fu pronunciato il 10 agosto del 1946 da De Gasperi, che non si presentava come «un italiano di frontiera» oppure come «un trentino che si era formato nel Parlamento di Vienna», ma come uno statista di una nazione sconfitta, che espresse con dignità le posizioni del governo italiano e che parlava a nome di un Paese desideroso di giustizia e avanzava precise richieste per la revisione delle principali clausole del trattato. La conclusione del suo discorso, considerata in modo erroneo «meno nota» da Cazzullo, riguardava anche astratti ideali di giustizia e di umanità, ma era importante in quanto indicava le nuove linee della politica estera italiana, proiettate in senso europeistico e collaborative con gli Stati Uniti d’America. Proprio in quell’anno il presidente del Consiglio e ministro degli esteri ad interim indicò la strada che avrebbe portato al Patto atlantico. Nulla di tutto ciò si ritrova nella risposta di Cazzullo, che esprime giudizi di valore e persino frettolosi, senza fare alcun accenno alle questioni dell’Alto Adige e di Trieste, connettendo a vanvera problematiche complesse a quelle speciose del Sessantotto, su cui non assume una posizione precisa, e a quelle offensive verso il ministro dell’Istruzione in carica «che parla male l’inglese e non sa nulla di informatica».
     

  • ALDA CROCE, UNA
    LIBERALE INQUIETA

    data: 08/01/2020 19:46

    L’iniziativa di dedicare a Torino un giardino pubblico alla Figura di Alda Croce è veramente lodevole per la presenza di statue intitolate solo al genere maschile. Essa, decisa all’unanimità dalla commissione toponomastica del Comune di Torino, attende il parere definitivo della Giunta. Alda Croce nutriva un amore sincero verso la città subalpina per il legame familiare della madre (era cresciuta in corso Vittorio) e per la tradizionale risorgimentale a cui era molto affezionata per motivi sentimentali. Per lei il richiamo ai valori del Risorgimento significava la salvaguardia dell’Unità nazionale e la garanzia di un rapporto solidale tra quelle che Giustino Fortunato chiamava le «due Italia» e che il padre Benedetto Croce denominava «Sorgimento».
    Figlia secondogenita del filosofo abruzzese-napoletano, Alda Croce (Torino, 10 dicembre 1918 – Napoli, 10 luglio 2009) stabilì un legame affettivo con la città subalpina, come tenne a precisare in un’intervista del 1997: «I miei rapporti con Torino sono profondi: vi sono nata e mia madre era torinese. Mio padre amava il Piemonte e Torino come poteva amarli un uomo della prima generazione post-risorgimentale Il mio legame risale a quello che mia sorella Elena ha definito L’infanzia dorata titolo di un libro di successo. E potrei anche parlare delle annuali vacanze piemontesi a Meana, a Bardonecchia, a Viù ed in seguito a Pollone, per tanti anni». Il libro della sorella, a cui si richiama Alda Croce, fu pubblicato nel 1966 (Adelphi) e ricostruisce la loro infanzia «dorata» trascorsa durante il fascismo in un racconto che si spinge sino alla soglia della maturità per evidenziare il ricordo che si conserva della propria memoria.
    Come viene ricordato da Pier Franco Quaglieni nel suo libro appena ripubblicato «Figure dell’Italia civile» (golem edizioni, Reggio Calabria 2016, pp. 187), Alda Croce si batté per la tutela dell’ambiente e la difesa degli animali – fu contraria alla vivisezione – forse influenzata dal filosofo canavesano Piero Martinetti, autore del saggio «Pietà per gli animali», poi pubblicato in un aureo volumetto curato da Alessandro Di Chiara (Il Melangolo, Genova 1999). Per chi l’ha conosciuta, Alda Croce era una donna colta, che considerava la cultura «non come esibizione di conoscenze, ma come forma di civiltà cosmopolita in cui trovavano una sintesi Napoli e Torino» (Quaglieni, p. 99). Si trattava cioè di una donna che univa la classica ironia partenopea ad una sobrietà subalpina, come dimostra la serietà manifestata nel libro su Francesco De Sanctis.
    Nella prestigiosa collana diretta da Nino Valeri, Alda Croce – insieme alla sorella Elena – pubblicò infatti la biografia del De Sanctis, il grande intellettuale irpino divenuto nel 1861 ministro della Pubblica Istruzione. Il volume biografico uscì nel 1964 ed ebbe una seconda edizione nel 1974 in un momento in cui la fortuna del grande critico letterario si era offuscata. Nel 1975 il suo carattere intransigente di vecchio stampo liberale la portò a rifiutare ad Umberto Cerroni l’inclusione di un saggio del padre nella raccolta antologica su «Il pensiero politico dalle origini ai giorni nostri», uscito lo stesso anno per gli Editori Riuniti.
    Nel 1997 Alda Croce assunse la presidenza del «Centro Pannunzio», imprimendo al sodalizio culturale un indirizzo contrario ai cosiddetti «opposti estremismi», cioè al fascismo e al comunismo che per lei rappresentavano un tradimento della cultura liberale e persino della cultura laica. Dieci anni dopo però, in occasione dei suoi novant’anni, si impegnò nella pubblicazione del famoso saggio «Perché non possiamo non dirci cristiani» che il padre pubblicò nel 1942 su «La Critica» (LV, pp. 289-297) e ripropose tre anni dopo nei «Discorsi di varia filosofia» (1945), quasi per riaffermare il valore del Cristianesimo di fronte all’immane tragedia della guerra e della barbarie nazifascista.
    Sempre fedele ai principi liberali, Alda Croce manifestò una certa simpatia per i radicali, ai quali si unì nelle battaglie laiche per il divorzio e l’aborto. Nel 1999 si impuntò nel «Centro Pannunzio», perché venisse dato il premio ad Emma Bonino, riuscendo nel suo intento contro altre propose di consegnarlo a Marco Pannella. Vicina a un’altra donna come Oriana Fallaci, condivise con lei l’avversione verso l’Islam, considerato una minaccia per l’Occidente a causa del terrorismo arabo. Difatti fu contraria alla concessione del Premio ad Igor Man, che riteneva ostile allo Stato d’Israele e favorevole ad una politica filo-araba: una posizione che venne rifiutata dal comitato del «Centro Pannunzio». Il suo rifiuto era dettato dalla convinzione che l’Islam non avrebbe mai accolto la laicità occidentale e quei principi liberali ai quali si sentiva unita per un legame familiare.

     

     

  • LEONE GINZBURG
    UNA BIOGRAFIA
    CON STRAFALCIONI (2)

    data: 18/12/2019 16:26

    Nel libro L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg (Neri Pozza, Vicenza 2019, pp. 447), Angelo d’Orsi dedica il terzo capitolo ai rapporti di amicizia tra l’intellettuale russo e Norberto Bobbio, mentre nel quarto analizza il percorso universitario di Ginzburg: di questi due capitoli ci occupiamo in questa seconda puntata della nostra recensione. Studenti al Liceo Massimo d’Azeglio, amici di svaghi e di confidenze letterarie, essi instaurano un rapporto fraterno alimentato da interessi comuni come la musica, il teatro, la cronaca sportiva e persino il mondo femminile. La storia giovanile dei loro rapporti, tuttavia, è ricostruita in modo sommario dall’Autore sulla base di una lettura frettolosa del carteggio depositato presso il «Centro Studi Piero Gobetti». Eppure un’attenta lettura del loro carteggio avrebbe permesso un inquadramento più efficace per comprendere il clima culturale coevo.
    Tra gli errori più eclatanti la datazione della lettera del 27 luglio 1925, inviata da Ginzburg a Bobbio (p. 362, nota 2), la quale deve essere anticipata al 27 luglio di dieci anni prima. La lettera è utilizzata in modo disordinato per i riferimenti alle letture fatte da Ginzburg (non ancora italianizzato) e comunicate al suo compagno di classe: non è specificato quale sia il libro di Novelle di Marino Moretti (1885-1979), viene citato male il libro Le Confessioni roussoiane (non «russoiane», p 57), non è indicata la data di pubblicazione del libro La Bonifas (1925) di Jacques de Lacretelle (1888-1985), la cui lettura non dimostra minimamente «un interesse che sembra prefigurare la sua tesi di laurea» (p. 57) su Guy de Maupassant; quest’ultima scelta dal giovine studente oppure imposta dal suo professore solo sei anni più tardi.
    Nella lettera del 27 luglio 1925 Ginzburg commenta «la orribile morte del povero Ascari» (pp. 60 e 366), ma l’Autore confonde la morte di Antonio avvenuta il 26 maggio di quell’anno con quella del figlio Alberto, anche egli vittima trent’anni dopo di un incidente automobilistico (p. 437). Riguardo alla frequentazione dell’universo femminile e alle sue «protagoniste», l’Autore ricorda Luciana Segre (?), sorella di Sion (p. 60), Luisa Marchello, sorella di Giuseppe e le sorelle Giorgina e Luciana Lattes: strano che Bobbio e Ginzburg frequentassero Giorgina Lattes, che nel 1925 aveva 12 anni, essendo nata a Torino il 17 ottobre del 1913. Per d’Orsi sembra che le date non abbiano alcuna dignità storica e non necessitino di precisazione sull’età di Luisa Marchello, «anch’essa sorella di un futuro compagno di studi all’università, allievo di Solari a Giurisprudenza» (p. 60), né viene detto il nome del fratello, quel Giuseppe Marchello, che fa nascere a Bologna nel 1922 e lo dà per laureato a soli 12 anni «con Solari nel 1934»; cfr. A. d’Orsi (a cura di), La vita degli studi. Carteggio Gioele Solari- Norberto Bobbio 1931-1952, FrancoAngeli, Miano, p. 129, nota 99.
    Accanto a questi errori di datazione, l’Autore raggiunge l’apice della superficialità nella presentazione di Sergio Corazzini (1886-1907) come «esponente emblematico della Scapigliatura» (p. 75), confusa con il Crepuscolarismo, di cui il poeta romano fu un vivace rappresentante. Il riferimento a Corazzini si ritrova in una lettera che Ginzburg invia a Bobbio il 10 ottobre 1927 (p. 367, nota 55), cioè l’anno in cui entrambi si iscrivono alla Facoltà di Giurisprudenza.
    In questo àmbito l’Autore colloca il concorso della «Rivista Universitaria» e l’esordio di Bobbio «come autore di una rivista goliardica musicale, dal titolo già sufficientemente significativo: Fra gonne e colonne (p. 79), attribuendosi il merito di avere egli «stesso dato la notizia per la prima volta nel suo volume La cultura a Torino tra le due guerre (Einaudi, Torino 2000, p. 195, con ulteriori particolari) » (p. 368, nota 4). Una vanteria incongrua, se si pensa che la notizia si ritrova già nel volume Autobiografia (Laterza, Roma-Bari 1997, p. 16) di Norberto Bobbio. Così d’Orsi ignora che la «la rivista … fu musicata» dal «cugino Norberto Caviglia» e non dice che essa risultò vincitrice per il parere favorevole di Giuseppe Blanc (1886-1969), «autore della canzone Giovinezza, che sarebbe diventata in seguito con mutate parole, l’inno fascista» (N. Bobbio, Autobiografia cit, p. 16). L’opera, stranamente rimasta inedita, comprende l’introduzione di Ginzburg, di cui l’Autore non dice quale sia stato il suo ruolo nella rappresentazione. Lo spettacolo fu tenuto da una compagnia di studenti, «che facevano anche le parti femminili ad eccezione della soubrette, che interpreta la “Madonnina degli sleepings, noto romanzo di Maurice Dekobra» (ivi, p. 16-17). Da questa narrazione l’Autore attinge lautamente le sue notizie, ma non fa alcun riferimento al libro autobiografico di Bobbio, che cita il romanzo di Maurice Dekobra, peraltro mai consultato dall’Autore e non citato nella bibliografia e neppure nell’Indice dei nomi. Si tratta dello pseudonimo dello scrittore Ernest-Maurice Tissier (1885-1973), che pubblica quel romanzo con grande successo di pubblico e di cui l’Autore offre scarne notizie più sul piano cinematografico che su quello letterario (p. 368), ignorando persino il riferimento utile alla Russia bolscevica per la comprensione del Nostro.
    Il passaggio di Ginzburg alla Facoltà di lettere, denominato in modo orribile «trasmigrazione» (p. 82) dall’Autore – gli dà adito di compiere lunghe riflessioni sui docenti di Giurisprudenza, con i quali egli aveva sostenuto gli esami: Arangio Ruiz, Achille Loria, Silvio Pivano, Federico Patetta, Francesco Ruffini (pp. 83-86). Il classico “fuori tema” compiuto da un accademico, che fa sfoggio di erudizione inutile, ma omette stranamente il percorso universitario di Riccardo Cattaneo (1854-1931), docente di Istituzioni di diritto privato, confuso con il federalista lombardo Carlo Cattaneo (p. 438). Eppure Ginzburg sostiene l’esame ed ottiene la votazione di 28/30 dal docente, che – come si legge alla pagina 66 nell’Annuario della R. Università di Torino 1925-26 – è «Senatore del Regno e Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, membro delle Commissioni Reali per la riforma dei Codici, di istituzioni di diritto privato».
    A dispetto di pagine superflue, non viene approfondito il motivo del cambio di facoltà che per l’Autore deve essere ricondotto all’ «incontro personale con Croce» (p. 87) oppure alla sua indole letteraria (p. 88), confermata in un passaggio di una lettera inviata il 1° gennaio 1928 da Ginzburg ad una amica genovese: «Ma ad un tratto io, che non per nulla son letterato e ho l’indagine psicologica alla base del mio mestiere» (cfr. Conversazioni con Marussia Ginzburg (a cura di M. Clara Avalle, Torino 2002, pp. 133). Questo passaggio è ignorato dall’Autore, che invece cita quello successivo in modo non confacente al testo, laddove si dice: «Per me essere un letterato non è solo un mestiere ma anche, disgraziatamente, un modo di vivere, condannandomi il mondo ad esser sempre e dappertutto letterato, permettendomi d’esser tragico o pietoso solo sotto forma di tragedia, e (non “o”) allegro sotto forma di commedia, e (non “o”) malinconico sotto forma d’elegia, pena l’esser definito istrione se cerco di vivere per conto mio senza preoccuparmi della letteratura» (ivi, p. 134; d’Orsi, p. 88). Posizione che viene stravolta dall’Autore, che distorce il brano e non dà alcuna dignità all’evoluzione del pensiero ginzburghiano
    (II parte)
     

  • LEONE GINZBURG
    UNA BIOGRAFIA
    CON STRAFALCIONI (1)

    data: 02/12/2019 17:20

    «Non è un caso che nessuno finora si sia cimentato nel tentativo di fornire un ritratto biografico complessivo - intellettuale, politico, umano - di Leone» Ginzburg (p. 9). Con questo giudizio superficiale, se non erroneo, si apre il libro L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg (Neri Pozza, Vicenza 2019, pp. 447) di Angelo d’Orsi. L’illustre biografo di Gramsci ripercorre la vicenda esistenziale dello scrittore russo e riconosce che «poteva fare meglio» (p. 9), ma allora sorge spontanea la domanda: perché ha dato alle stampe un libro così contorto, pieno di luoghi comuni e impregnato di ideologismi scolareschi?
    Eppure la farraginosa biografia è presentata con elogi sperticati sui quotidiani «La Stampa» da Marco Albertaro (Vita e morte di un’antifascista. Leone Ginzburg “eroe sventurato”, 30 ottobre 2019) e su «il Manifesto» da Claudio Vercelli (Leone Ginzburg. Quell’insaziabile curiosità per il mondo. “L’intellettuale antifascista” di Angelo d’Orsi, per Neri Pozza, 18 novembre 2019, p. 10). Sul giornale torinese Albertaro presenta il libro come «la prima biografia dedicata a lui da Angelo d’Orsi», la cui «narrazione avvincente» riesce «a consegnare al lettore … il complesso ritratto di un uomo straordinario e della sua generazione». Sul quotidiano «il Manifesto» Claudio Vercelli richiama «il magistero morale e civile» di Leone Ginzburg, la cui breve esistenza – fu «assassinato dalla canaglieide nazifascista nel 1944 a soli trentacinque anni» – non gli permise «di redigere un corpus di scritti pari alla sua effervescente intelligenza, se si fa eccezione per i lavori di russistica, del quale era uno specialista in via di affermazione, poiché l’accelerazione dei tempi e il progressivo coinvolgimento nell’azione antifascista, seguiti dall’incarcerazione, dalle leggi razziali, dal confino, dal guerra e dalla lotta contro l’occupazione tedesca e repubblichina, lo assorbirono pressoché a tempo pieno». Quello di d’Orsi è presentato con encomi eccessivi come un lavoro biografico minuzioso e «portato avanti nel corso di diversi anni di acribiosa ricerca», come «un mosaico estremamente articolato e stratificato di tasselli eterogenei, destinati a trovare il loro posto all’interno di un’architettura esistenziale».
    Il volume biografico è suddiviso dall’Autore in dodici capitoli, che risultano di difficile lettura per l’assenza di un metodo storico e per il rinvio delle citazioni ad «apparati» di note (pp. 355-413) e per il rimando a loro volta ad una «bibliografia» infarcita di titoli inutili e mancante di altri citati nel testo (pp. 415-435). Accanto ad un’assenza di metodo razionale si colgono incongruenze, contraddizioni, storpiature di nomi e persino giudizi frettolosi se non erronei su eventi e personaggi. Ciò che viene espresso con chiarezza da Norberto Bobbio, viene da d’Orsi oscurato e presentato in modo stucchevole e non aderente al pensiero del grande intellettuale torinese: si confrontino per esempio i brani riassunti (e non sempre evidenziati) oppure citati dall’Autore nella presentazione dei «Tre Maestri Umberto Cosmo, Arturo Segre, Zino Zini», ricordati l’11 gennaio 1953 nell’Aula Magna del Liceo Massimo d’Azeglio (Industria Libraria Tipografica Editrice, Torino, 10 giugno 1953)
    Già nel primo capitolo si rimane basiti per l’indicazione di Odessa come cittadina che «darà i natali a un altro Leone, Trockij» (p. 14): in realtà questi nacque a Janivka (ora Bereslavka) distante più di 250 chilometri da Odessa dove il 4 aprile 1909 vide la luce Leone Ginzburg. Ma altri errori si ritrovano in quel capitolo intitolato appunto «Da Odessa a Torino» (pp. 13-27) riguardo alle vicende esistenziali di Ginzburg: secondo l’Autore «nel marzo del ’21 il dodicenne Leone, stando ai registri della classe III A lascia la scuola» (p. 20), mentre più avanti – citando uno scritto di due mesi dopo datato «Berlino, 1° maggio 1921» – si dice che “l’undicenne fanciullo invita i suoi coetanei a «non […] stare inerti», rivolgendo loro “un appello …che evoca affiliazioni di sinistra” (p. 22).
    Strano che l’Autore, già in età avanzata di studi e di esperienze storiografiche, esprima giudizi così semplicistici, attribuendo all’undicenne Leone la qualifica di «sinistra», se poi lo considera autore di «scrittarelli» (p. 25). Così sono infatti considerati i suoi scritti su Dante e su Mazzini, letti con superficialità nel volumetto Conversazioni con Marussia Ginzburg (a cura di M. Clara Avalle, Torino 2002, pp. 111-115 e pp. 115-119) per l’assenza di un metodo storico. Secondo la testimonianza della sorella, lo scritto su Mazzini «risale probabilmente all’anno scolastico 1921-22» (p. 115) e venne compilato in lingua russa a Berlino, dove Leone Ginzburg fu condotto per motivi poco chiari e non sufficientemente indagati. Sulla sua lettera al «Corriere della Sera» e sulla risposta di Angelo Gatti, l’Autore non compie alcuna ricerca e non si sforza di seguire le annotazioni della sorella, che colloca l’invio della lettera nel periodo estivo trascorso a Viareggio («22 della luna di ottobre», p. 34). Come può la lettera di Ginzburg trovarsi nel fascicolo intestato ad Angelo Gatti (p. 359, nota 39), se essa venne trasmessa al collaboratore del giornale milanese? Come mai l’Autore non segue la pista offerta dalla sorella, che fornisce su quell’episodio non pochi particolari? Come mai l’Autore, che fornisce ricchi e inutili particolari, non si è degnato di consultare la raccolta del «Corriere della Sera» dei mesi di ottobre, almeno per sapere che cosa abbia affermato Angelo Gatti? Come mai l’Autore cita i volumi «LABANCA 2017 e MONDINI 2017» (p. 359, nota 38), che non sono riportati nella Bibliografia?
    Secondo Renato Hirsch, che invia una lettera (non un articolo, p. 357, nota 10) al mensile «Resistenza. Giustizia e Libertà» (agosto 1964, a. XVIII, n. 8, p. 2), «Leone rimane con Maria [Segrè] fino al 1921, quando va a raggiungere i Ginzburg a Berlino dove rimane per due anni e frequenta la scuola russa …. Nel 1923 si trasferisce con la famiglia a Torino e da allora incomincia il suo periodo torinese di maggiore maturità. Però, anche di là egli si reca sovente presso Maria e a Viareggio trascorre le sue vacanze». Dunque la lettera, inviata al «Corriere della Sera», deve essere collocata nel 1923, se è vero che essa venne spedita da Viareggio e annunciata con clamore ai fratelli Nicola e Marussia proprio il «22 della luna piena di ottobre» (cfr. la lettera in M. Clara Avalle (a cura di), Conversazioni con Marussia Ginzburg, cit. pp. 34-35). Perché allora d’Orsi non riesce a collocare la lettera? Perché si contraddice, affermando che essa sia collocabile «forse nel 1922» (p. 359, nota 39) e poi con sicumera sostenere che al momento dell’invio Leone fosse «tredicenne» (p. 26). Persino Antonio Scurati, che certo non brilla per precisione nei suoi romanzi storici, dice giustamente che la famiglia Ginzburg si stabilisce a Berlino «nel marzo del 1921» (Il tempo migliore della nostra vita, Bompiani, Milano 2015, p. 26) e che «trenta mesi più tardi» si trasferisce a Torino (p. 27). La lettera, dunque, deve essere collocata verso la fine dell’ottobre 1923, per cui il «22 della luna di ottobre» indicato da Leone Ginzburg si deve riferire proprio a quell’anno: aspetti argomentati male dall’Autore per l’inquadramento spesso improvvisato della sua biografia.
    Nel secondo capitolo intitolato «La Confraternita» (pp. 29-53), l’Autore presenta l’ambiente culturale del torinese Liceo D’Azeglio, animato da tre docenti autorevoli: Umberto Cosmo, Arturo Segre e Zino Zini, ai quali dedica un ritratto intellettuale non sempre veritiero, per lo più tratto dal menzionato saggio di Bobbio e arricchito con riferimenti a personaggi della tradizione comunista (Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini).
    Della commemorazione di Arturo Segre, l’Autore riprende e cita un lungo brano di Bobbio, tagliuzzato nella parte più significativa, che ben si concilia con la conclusione finale: così Bobbio scrive che egli incuteva timore e al suo ingresso in aula «cessava … ogni pensiero che non fosse rivolto alla lezione da ripetere, agli appunti da eseguire con mano febbrile» (N. Bobbio, Tre Maestri, cit., p. 11). Il brano è presentato invece in modo diverso e il verbo «eseguire» diventa «seguire» (p. 34). Di Bobbio cita un brano su Zino Zini, anch’esso storpiato, là dove si dice: «A noi ragazzi Zini era noto soprattutto come l’autore di quest’opera maledetta (Il Congresso dei morti, Roma 1921) di cui si parlava con scandalo, e che nessuno aveva letta, ed empio sarebbe stato chi avesse avuto l’audacia di leggerla»: nell’originale è scritto che «nessuno aveva letto» (N. Bobbio, Tre Maestri, cit., p. 7). Un altro brano di Bobbio su Ginzburg è citato in modo superficiale: si veda il passaggio in cui egli dice che «Leone […] non perdeva il filo anche nei discorsi più difficili» (N. Bobbio, Maestri e compagni, Passigli editore, Firenze 1984, 1994, p. 167), che diventa: «Leone […] non perdeva il filo anche nei ragionamenti più difficili» (A. d’Orsi, L’intellettuale antifascista cit., p. 39).
    Queste citazioni non conformi ai testi originali sono unite a riassunti di brani non sempre colti nella loro essenza: si esamini per esempio il brano in cui Bobbio spiega in modo chiaro il pensiero di Zino Zini, che «allo studio dei problemi sociali egli era stato portato … da una delicata coscienza morale» e da «una concezione pessimistica dell’uomo e della storia, corretta da un cristiano senso di pietà per le sventure degli uomini» (N. Bobbio, Tre Maestri, cit., p. 6). Si confronti il brano in cui d’Orsi, che non cita la fonte, scrive che «Zini giunge alla politica in virtù di una ferma coscienza morale, non priva di un senso tutto cristiano dell’umana compassione per i deboli e gli indifesi» (35). Da questi due brani si comprende la visione opposta che lega il Maestro al discepolo, che si vanta di essere l’unico titolato a scrivere su Leone Ginzburg, inondando il suo testo biografico come un fiume in piena di citazioni inutili e sfoggio di erudizione.
    (I parte)
     

  • IL FONDO TULLIO DE MAURO
    E IL DIZIONARIO
    CHE CURA LE PAROLE

    data: 02/12/2019 17:17

    Tullio De Mauro è stato un grande linguista italiano, docente presso l’Università la Sapienza di Roma, direttore della Fondazione Bellonci dal novembre 2007 e ministro della Pubblica Istruzione dal 26 aprile 2000 all’11 giugno 2001. Di origine campana - era nato a Torre Annunziata (Napoli) il 31 marzo 1932 e vissuto per molti anni a Foggia - egli ha lasciato la sua biblioteca all’associazione «Rete Italiana di Cultura Popolare» di Torino, dove è custodito il suo patrimonio librario dopo la morte avvenuta il 5 gennaio 2017.
    Il sodalizio, la cui sede si trova all’interno della Galleria Tirrena della città subalpina, si propone di preservare il patrimonio linguistico italiano con iniziative culturali sulla scia della lezione dell’intellettuale campano. Presso la sede torinese è stato istituito «Il Fondo Tullio De Mauro», che comprende circa seimila volumi, tra i quali dizionari, grammatiche regionali, saggi di linguistica, testi di narrativa, poesia dialettale e raccolte di filastrocche, canti e fiabe. Nel Fondo si trovano anche opuscoli e periodici di oltre cento testate locali: un patrimonio di inestimabile valore riconosciuto di grande interesse culturale dalla Sovrintendenza ai Beni Archivistici del Piemonte.
    Tra opere antiche e nuove di glottologia, linguistica, dialettologia si ritrovano antichi volumi e preziosi come «La Divina Commedia» tradotta in tutti i dialetti italiani, «La Gerusalemme Liberata» nella parlata napoletana del XVII secolo, studi sulle minoranze linguistiche e sui dialetti, considerati da De Mauro come «la lingua degli affetti, quella originale, delle emozioni e dell’infanzia». In quest’àmbito si inserisce la pubblicazione del primo volume di una collana che «vedrà raccolte tutte le future parole di cui il Fondo si prenderà cura, anno per anno». Esso che si intitola «Dizionario che cura le parole» (edizioni SuiGeneris, Torino 2019, pp. 80), si propone di impedire il diffondersi del cosiddetto «analfabetismo funzionale» così deprecato negli ultimi anni da Tullio De Mauro. I quattordici lemmi, scritti da sociologi e da altri intellettuali come storici, linguisti, animatori e cultori di varie discipline, sono aperti dalla parola biblioteca presentata come «il luogo più democratico che esista» (Antonella Agnoli, p. 19).
    La sociologa Chiara Saracena, presidente della Rete, analizza la parola «Odio» che, vista nella sua duplicità come riferita alle persone e a «cose o atteggiamenti» (p. 48), è spiegata sul suo significato storico e sulla sua evoluzione temporale per definire che cosa si nasconda dietro il suo utilizzo. La scrittrice e giornalista Igiaba Sciego chiarisce il lemma «Contatti», che nella storia dell’uomo sono sfociati nella violenza, ma ciò non ha impedito ai singoli e ai gruppi di superare situazioni di ostilità e di «costruire qualcosa che poteva inglobare e non escludere» (p. 23).
    L’attore e regista Tindaro Granata analizza il termine «Coraggio», il cui significato sembra essersi smarrito nella coscienza odierna degli italiani, adusi alla monotonia del tran tran quotidiano. Il pedagogo Marco Rossi Doria, insegnante nei quartieri difficili di Napoli e di Roma, chiarisce il concetto di «Educazione», parola complessa presentata come promozione di «attitudini e sensibilità», ma anche come sviluppo di «facoltà intellettuali» e di conoscenze atte a migliorare il consesso sociale. (p. 34). La parola «Famiglia» è esposta dall’antropologo Francesco Remotti, che sottolinea la pluralità delle sue forme (per esempio quelle di tipo poligamico) e mette in rilievo come quella mononucleare sia considerata la cellula madre del progresso sociale.
    La scrittrice Cinzia Sciuto, autrice di un libro sul «Multiculturalismo», offre uno spaccato culturale del termine e fornisce un’articolata definizione, secondo cui con esso si intende un preciso modello politico variabile a seconda delle diverse comunità etnico-cultural-religiose. Lo storico Guido Formigoni analizza invece il termine «Politica», pronunciato con un certo disprezzo per la delegittimazione del ceto politico e per la convinzione che essa sia «solo mirata a perseguire interessi personali». Segue quello di «Populismo», che viene presentato da Gian Enrico Rusconi come «una delle espressioni più ricorrenti nel linguaggio politico» (p. 56). Il termine, fortemente polemico e divisivo, richiama l’atteggiamento «di chi crede di avere radicalmente ragione» in nome di una pretesa ed unica rappresentanza del popolo.
    Il divulgatore scientifico Francesco Cavalli Sforza compie un excursus linguistico del concetto di «Razza», termine che può essere imputabile al mondo animale, ma non a quello umano. Le differenze delle diverse popolazioni riguardano invece aspetti esterni del corpo, un risultato dell’adattamento al clima: «la pelle, la superficie del corpo, la sua forma, sono la nostra interfaccia diretta con l’ambiente e ogni popolazione sviluppa adattamenti propri, spesso determinati anche da fattori culturali, come la dieta o l’uso di vestirsi» (pp. 63-64). Lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio chiude il dizionario con l’analisi del lemma «Verità» (pp. 71-72), la cui locuzione «può essere anagrammata in una ventina di modi diversi», tra i quali i più significativi si riferiscono a quella rivelata della religione o quella dello scetticismo: un tema che andava certamente meglio chiarito per la diversità di opinioni e la rilevanza assunta nella storia della filosofia umana.
     

  • FRANCESCO DE SANCTIS
    NON SOLO STORIA
    DELLA LETTERATURA
    ITALIANA

    data: 28/11/2019 18:17

    Francesco De Sanctis (1817-1883) fu un grande intellettuale irpino che dedicò tutta la sua attività culturale all’emancipazione dei ceti meno abbienti. La sua Storia della letteratura italiana (1870-1871) è stata più volte ristampata per il legame inscindibile fra storia letteraria e impegno civile. Antonio Gramsci e Benedetto Croce, due pensatori di orientamento politico opposto, hanno rilevato più volte il valore di un’opera che ha formato intere generazioni di studiosi. Il filosofo napoletano approntò addirittura una nuova edizione (Bari 1912, ristampa 1925), introducendo una punteggiatura moderna e uniformando nome e titoli, mentre l’intellettuale sardo ritornò spesso nei Quaderni del Carcere (Torino 1975, pp. 971 e 1207) e citò il saggio Scienza e Vita (1872) per indicare lo scrittore irpino come l’interprete più genuino del romanzo «verista».

    Il famoso testo di De Sanctis, letto da Gramsci nella raccolta dei suoi scritti curata da Paolo Arcari (1924), fa parte del percorso conclusivo della mostra Francesco De Sanctis a Torino, inaugurata il 16 novembre scorso ed esposta fino al 20 febbraio 2020 nelle sale della Biblioteca nazionale della città subalpina. I cinque percorsi espositivi rivisitano le tappe più significative della vita dello scrittore irpino: «De Sanctis 1853 a Torino», «la corrispondenza da Zurigo», «lo scrittore giornalista nella Torino capitale», «gli anni della storia della letteratura italiana» e i «lettori piemontesi del Viaggio elettorale, la polemica murattiana»

    La mostra, organizzata dal Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis e dal dipartimento di studi umanistici dell’Università di Torino, ha ricevuto la consulenza di Clara Allasia, già curatrice di un volume collettaneo dedicato proprio al grande intellettuale irpino: Francesco De Sanctis a Torino da esule a ministro (Alessandria 2015, pp. XI-201).

    Nel primo percorso espositivo sono narrati gli anni trascorsi da De Sanctis a Torino dove rimase in un triste isolamento culturale dal settembre 1853 al marzo 1856. Solo l’insegnamento della lingua italiana in una scuola privata femminile gli fu di grande sollievo, anche per l’amicizia che lo legò in una relazione tormentata con la giovane Teresa De Amicis. Nel secondo percorso, «la Corrispondenza da Zurigo», De Sanctis – vissuto nella cittadina svizzera dal 1856 al 1860 – criticò il conservatorismo mascherato dei progressisti coevi e si batté contro il provincialismo della cultura italiana. Egli studiò Giacomo Leopardi e pose il poeta in «dialogo» con Schopenhauer nella torinese «Rivista contemporanea» (1858). Il saggio, ripreso altre volte ma rimasto incompiuto, dimostra una maturazione dello scrittore irpino come lettore e interprete, con evidenti riferimenti al mondo della politica, della pedagogia e del costume.

    Segue nel terzo percorso l’esposizione dell’intensa attività svolta da De Sanctis come collaboratore della stampa torinese e di periodici come il «Cimento», «Il Piemonte», la «Rivista Contemporanea» e il «Diritto». Proprio da quest’ultimo periodico egli rivolse un’aspra critica al «murattismo» come via diplomatica favorevole alla sostituzione del Borbone con un discendente di Gioacchino Murat. Sono saggi che meritano una maggiore conoscenza per l’attualità straordinaria e per le feconde intuizioni in essi contenute. La sua stroncatura del volume l’Ebreo di Verona di Antonio Bresciani ebbe una larga risonanza per il paragone con Manzoni e la denuncia di una ispirazione religiosa nel romanzo. Le critiche allo spiritualismo di G. Prati e alla tronfia retorica di F. D. Guerrazzi sono esemplari per serietà culturale e acribia scientifica.

    Nel quarto percorso sono ricordate le vicende personali del De Sanctis e la sua stesura della Storia della letteratura italiana, che sarà pubblicata nel 1870-1871. Quelli di Zurigo sono gli anni preparatori alla sua maggiore opera, che si caratterizza «non già sul piano della astratta teorizzazione, bensì in un duplice ordine di riflessioni e di esercitazioni concrete e in un assiduo confronto e reciproco conforto delle une con le altre: il che rende ragione bensì della scarsa sistematicità, ma anche della ricchezza di un pensiero sempre calato in una problematica attuale» (N. Sapegno, Introduzione a Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Milano 1991, pp. IX-X). Nell’ultimo capitolo viene ribadito il concetto che una grande letteratura deve indagare la direzione verso cui si muove la vita della Nazione e trasmettere i suoi valori all’intero popolo italiano. Quasi a definire una concezione culturale dell’Autore, che pone le basi della lotta politica a cui De Sanctis parteciperà come ministro della Pubblica Istruzione.

     

    Nelle quattordici lettere, pubblicate in appendice della «Gazzetta di Torino» nei primi mesi del 1875 e ristampate l’anno successivo con il titolo Viaggio elettorale, De Sanctis narra il memorabile ballottaggio delle elezioni politiche, offrendoci un quadro delizioso di note critiche dei personaggi e schizzi critici dell’ambiente. Si tratta di un aureo volumetto, la cui lettura è indispensabile per comprendere il dibattito sulla questione meridionale, cui daranno rilevanti contributi Francesco Saverio Merlino, Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Guido Dorso e Tommaso Fiore. Per il De Sanctis, la questione meridionale poteva trovare una soluzione, diffondendo soprattutto l’istruzione e la scuola, al cui sviluppo avrebbero contribuito gli strumenti del giornale e del libro in un quadro di difesa dei valori nazionali contro le spinte disgregatrici sociali (la lotta di classe), religiosa (il clericalismo) e politica (il federalismo).

  • VINCI VERGINELLI
    L'ERMETICO DIMENTICATO

    data: 14/11/2019 12:46

    In un noto racconto compreso nel volume La messa dei villeggianti, ora ripubblicato da Bompiani (pp. 244, euro 13), Mario Soldati tratteggia il volto di un professore durante una festa popolare romana. Il racconto si intitola La pagliata e riferisce una nota ricetta che è cucinata in umido oppure al forno con brace di carbone a legna. Più che la festa incentrata sul prelibato e antico piatto della cucina romana, è significativo il riferimento al docente, che attrae l’attenzione dello scrittore per lo «strano lampo nei suoi occhi neri e diabolici».
    Il personaggio era un docente di nome Vincenzo Verginelli che, sebbene fosse nato a Corato, visse quasi sempre a Roma dove morì il 6 dicembre 1987 all’età di 84 anni. Nonostante la rigida educazione impartitagli da due zie religiosissime e da un solerte prelato del paesino pugliese, Verginelli manifestò uno spirito irrequieto che lo condusse sedicenne a Trieste per partecipare alla liberazione di Fiume al seguito di Gabriele d’Annunzio. Il suo compito era quello di consegnare al poeta un assegno con una somma utile a preparare la spedizione dei volontari legionari.
    Non si era ancora attuato l’incontro con il vate-comandante che il giovane legionario rimase ferito durante la presa di Fiume. Così d’Annunzio si recò a fargli visita sul campo e, vistolo intento a leggere un libro, gli chiese quale fosse il suo nome e che cosa leggesse. «Mi chiamo Vincenzo Verginelli e sto leggendo La Divina Commedia», rispose il giovane pugliese. E il poeta abruzzese subito, giocando su quel nome, lo chiamò «Vinci»: un nome che segnò la sua vita, perché da quel momento fu chiamato in quel modo al suo ritorno a Corato.
    Conclusi gli studi liceali a Bitonto, il giovane Verginelli conobbe Giuliano Kremmerz (al secolo Ciro Formisano) che lo indirizzò verso lo studio dell’ermetismo e la lettura del testo «Chymica Vannus» (il vaglio chimico) del 1666. Così negli anni 1921-25 tradusse quel testo dell’ermetismo, che fu pubblicato molti anni dopo grazie al contributo di Girolamo Moggia. Nel frattempo compì gli studi universitari a Firenze, dove frequentò la Biblioteca Filosofica fondata da Arturo Reghini, riuscendo a laurearsi in Lettere classiche con una tesi sulla storia dell’arte, che gli permise di collaborare all’Enciclopedia Treccani fondata da Giovanni Gentile.
    Nel 1929 Verginelli vinse un concorso per l’insegnamento delle materie letterarie e cominciò le sue peripezie professionali a Napoli, a L’Aquila e a Velletri per stabilirsi definitivamente a Roma. Negli anni 1939-1970 insegnò al Liceo Virgilio della capitale, trasmettendo ai giovani la sua vasta cultura ispirata alla lezione di Dante, di cui conosceva lunghi brani a memoria. Come docente si distinse per avere organizzato viaggi in Grecia e in Egitto, promuovendo anche la raccolta di fondi per la costruzione di un lebbrosario in Uganda. Nella sua attività culturale collaborò con il musicista Nino Rota, a cui dedicò il «Catalogo di antichi testi ermetici» durante un lungo sodalizio artistico, che si rivelò proficuo in molte iniziative. Entrambi prepararono il testo «Aladino e la lampada magica» che, attinto direttamente all’antica fiaba «Le mille e una notte», fu rappresentato nel 1968 al teatro San Carlo di Napoli e dieci anni dopo al teatro dell’Opera di Roma. Sempre con Rota curò la cantata La vita di Maria, che fu rappresentata a Perugia il 24 settembre 1974 durante la XXV sacra musicale umbra.
    Nella raccolta di poesie intitolata Ceneri di paradiso (1957), Verginelli dimostrò una particolare passione per la lettura dei classici (Francesco Petrarca e Giacomo Leopardi) e una conoscenza della poetica di Thomas S. Eliot e García Lorca. La sua visione cristiana-ermetica, la cui essenza poggia su un fraterno amore universale, confluì nello studio e nella diffusione della «medicina ermetica», su cui pubblicò nel 1983 un volumetto. In quell’anno, grazie all’ausilio di Giovanni Sergio, Verginelli concluse la stesura di un Catalogo di alchimisti in italiano, che venne pubblicato nel 1986 col titolo «Bibliotheca Hermetica». La raccolta dei testi venne donata all’Accademia Nazionale dei Lincei e ratificata sul piano giuridico dall’insigne arabista Francesco Gabrieli. Come presidente del «Circolo Virgiliano» di Roma e animatore dell’Accademia Pitagora di Bari, Verginelli profuse un costante impegno, che non ebbe un seguito dopo la sua morte, ad eccezione di una rappresentazione tenuta il 23 luglio 2003 a Bari nella presentazione del testo Roma capomunni, quest’ultimo consultabile nella biblioteca del Conservatore statale di Musica Niccolò Piccinni del capoluogo pugliese. Dopo la breve e interessante testimonianza biografica di Giovanni Sergio, contenuta nel volumetto Il serpente incoronato (2008), una lacuna è stata colmata da Enzo Tota e Vito Di Chio, che hanno dedicato all’erudito pugliese un volume con il significativo titolo Una vita per la poesia, la scuola e la cultura (2016).

    (*) da La Gazzetta del Mezzogiorno  del 13 novembre 2019)

  • PANSA COPIA SE STESSO
    E IL "CORRIERE" PUBBLICA

    data: 05/11/2019 19:41

    Considerata la penna più acuminata del giornalismo italiano, Giampaolo Pansa è ritornato a scrivere sul «Corriere della Sera» a cui aveva collaborato dal 1973 al 1977. L’ottantaquattrenne giornalista del «Bestiario», che si vanta «di essere il cronista che ha lavorato per più giornali» – da «La Stampa» a «L’Espresso», da «la Repubblica» a «Panorama» e a «La Verità» – ha pubblicato sul «Corriere» (2 novembre, p. 27) l’articolo Il giorno in cui Berlinguer mi disse che preferiva la Nato a Varsavia, che riprende l’intervista già resa nota nel suo libro «Ottobre addio, viaggio fra i comunisti italiani» (Mondadori, Milano 1982, pp. 9-20 e pp. 169-176).
    Nel suo articolo odierno Pansa aggiunge solo alcune considerazioni finali, dettate da ricordi vaghi e prive di una documentazione attendibile. Persino il titolo dell’intervista venne criticato da Berlinguer, che lo considerò «sensazionalistico» (p. 18) pari pari a quello riportato nell’articolo del 2 novembre. L’intervista ad Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972, uscì sul «Corriere» il 15 giugno 1976 e «fece un gran rumore sia in Italia che in Europa» (articolo, p. 27): giudizio già espresso nel libro, là dove dice «sulla stampa di mezza Europa si scatenò il finimondo» (p. 17). Sotto l’occhio vigile di Antonio Tatò, Berlinguer «si teneva su bevendo whisky con poca acqua aggiunta» (articolo, p. 27), mentre nel libro si dice che egli lo consumasse «con moltissima acqua» (p. 14).
    Dopo questi giudizi contraddittori, Pansa attribuisce a Berlinguer la seguente frase: «Io sento che, non appartenendo l’Italia al patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento. Ma questo non vuol dire che nel blocco occidentale non esistano problemi. Tanto è vero che noi ci vediamo costretti a rivendicare all’interno del patto Atlantico, patto che noi non mettiamo in discussione, il diritto dell’Italia di decidere in modo autonomo del proprio destino» (articolo, p. 27; libro, p. 16). La successiva domanda e la relativa risposta sono riprese anche dal libro: «Lei mi sta dicendo che il socialismo nella libertà sarebbe più realizzabile nel sistema occidentale?». “Re Enrico rispose: «Sì certo. Il sistema occidentale offre meno vincoli. Però, stia attento. Di là, all’Est, forse vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà. Riconosco che da parte nostra c’è un certo azzardo a perseguire una via che non piace né di qua né di là» (articolo, p. 27; libro, p. 17).
    Premesse queste lunghe riprese personali, Pansa «si copia» anche male laddove dice che «nella terza parte dell’intervista, la risposta chiave, quella che conteneva la sorpresa più clamorosa, fu aggiunto soltanto un aggettivo, che nel testo abbiamo stampato in corsivo» (p. 17): nell’articolo dice invece di non rammentare l’aggettivo, contraddicendosi subito dopo nel dire che fu «stampato in corsivo». Il proseguo, breve e striminzito, è ripreso forse da un suo articolo apparso su «l’Espresso» del 22 novembre1992, là dove ricorda il ruolo di Antonio Tatò.
    Persino la descrizione di Tatò non contiene nulla di originale quando scrive: «Era un signore robusto, ma asciutto, dal profilo a metà tra il barbiere di lusso e centurione romano. Capelli neri e coperti di brillantina e le sigarette sempre a portata di mano» (articolo, p. 27). Nel libro del 1982 si legge: «Mi venne incontro un tipo alto, prestante, con l’aria del maturo gigolò tutto azzimato e che si tiene in forma […]. Voce ben impostata. Alterigia mista a cordialità un po’ finta. Splendido profilo fra il centurione e il barbiere di lusso. Chioma nera, imbrillantinata, taglio anni Quaranta. Infine, profumato, profumatissimo» (libro, p. 169).
    Più che la descrizione fisica o caratteriale del «guardiano» berlingueriano, Pansa avrebbe dovuto mettere in rilievo la gestione verticistica del Pci e il criterio adottato da Berlinguer, che – come risulta da un articolo coevo - «non concedeva interviste se non di natura strettamente politica» (cfr. A. Ongaro, Enrico Berlinguer. Indagine sulla formazione di un leader comunista, «L’Europeo, 3 aprile 1975). Perché allora dilungarsi con minuziosi dettagli su un criterio già noto? Se quei riferimenti potevano essere interessanti nel 1976, non lo sono oggi a distanza di quasi mezzo secolo e, soprattutto, dopo le testimonianze sul personaggio di E. Macaluso (50 anni nel Pci, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, pp. 176-177), la pubblicazione delle Note e appunti riservati di Antonio Tatò a Enrico Berlinguer (Einaudi, Torino 2003) a cura di F. Barbagallo e il volume di Vittorio Tranquilli (Antonio Tatò. La Resistenza e il sindacato, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001).
     

  • LA LETTERA CESTINATA
    DA ALDO CAZZULLO

    data: 16/10/2019 22:57

    Caro Cazzullo, frequento da quasi mezzo secolo l'università di Torino, dove mi sono laureato con Norberto Bobbio il 17 dicembre 1974. Trovo offensivo il giudizio che leggo nell'articolo di Antonio Ferrari verso i docenti universitari, tacciati di «trombonismo accademico, che è spesso saccente, presuntuoso» (Corriere della Sera, 26 ottobre). Vent'anni fa ricordo di aver letto il suo libro su "I ragazzi di via Po" e l'ho apprezzato per i suoi giudizi imparziali e veritieri sul ceto accademico torinese, mai definito in tono così sprezzante: non ho mai sentito un termine «verbalmente aggressivo» e non ho mai avvertito nulla di «elitario» nel comportamento di Bobbio, di Luigi Firpo, di Filippo Barbano o di Alessandro Passerin d'Entrèves.
    Nunzio Dell’Erba

    Nei giorni scorsi ho inviato questa lettera ad Aldo Cazzullo, responsabile dal gennaio 2017 della rubrica Lettere del «Corriere della Sera», dopo la curatela di Sergio Romano: altri tempi – sarebbe il caso di dire – per il rispetto manifestato verso i lettori e per la scelta ponderata delle lettere. La lettera trae spunto dall’articolo di Antonio Ferrari, che nella recensione del volumetto Lettere ad una dodicenne sul fascismo di ieri e di oggi (Solferino, Milano 2019, pp. 105) di Daniele Aristarco afferma: «Certo, per entrare in autentica sinfonia con i ragazzi, bisogna essere credibili, sinceri e lontani dal trombonismo accademico, che è spesso saccente, presuntuoso, verbalmente aggressivo ed elitario». La frase è seguita da un riferimento al presidente della Repubblica Sandro Pertini: «La gente è con lui, qualunque cosa dica, perché il capo dello Stato sa sempre di pulito». Riferimento incongruo e fuorviante, che non rende onore ad un accostamento già deplorevole per il suo giudizio generalizzante e offensivo del ceto accademico, certamente lontano dalla variegata ed eterogenea realtà universitaria.
    Dopo l’invio della lettera e la mancata pubblicazione nella rubrica delle lettere, riprendo il libro I ragazzi di via Po 1950-1961. Quando e perché Torino ritornò capitale (Mondadori, Milano 1997) di Aldo Cazzullo. Nel VII capitolo ritrovo una lunga lettera di Giampaolo Pansa, in essa egli ricorda il clima imperante nella Facoltà di Scienze politiche di Torino, dove vi erano «professori stupefacenti. Firpo insegnava storia delle dottrine politiche. Un’erudizione smagliante: ti assaliva con il suo sapere, senza fartelo pesare. Bobbio aveva la cattedra di filosofia del diritto. Cominciava le lezioni un minuto prima dell’orario previsto e spiegava per un’ira filata, con la chiarezza, il rispetto e l’umiltà che richiedeva l’addrottinare ragazzi ignoranti arrivati dalla provincia. […] C’era Passerin d’Entrèves, che pareva un gentiluomo inglese, andava in vacanza sopra Aosta nel castellotto quadrato di famiglia e cominciava le sue lettere con gli allievi così: Caro Pansa, temo di non aver saputo rispondere in modo esauriente alla sua richiesta di chiarimenti» (p. 225).
    La testimonianza di Pansa coincide con i giudizi espressi nella mia lettera a Cazzullo, che pubblica solo quelle allineate alla sua forma mentis di giornalista élitario, abituato a correggere, a storpiare gli scritti degli altri e a «correggere». Su Luigi Firpo (1915-1989) fornisce una biografia schematica: «Bibliofilo, coltissimo, cordiale, vive tra la sua biblioteca e la birreria Mazzini, sempre accompagnata da una donna piccola e premurosa, la madre» (p. 174): ci vuole proprio una grande fantasia a fornire questa versione dell’uomo Firpo. Su Alessandro Passerin d’Entrèves (1902-1985) scrive che egli fu un «collaboratore della “Rivoluzione liberale”» (p. 99), quando dall’elenco dell’edizione anastatica introdotta da Norberto Bobbio e pubblicata da Einaudi (2001) non si trova nessun articolo. Il giornalista albese dedica veloci riferimenti a Norberto Bobbio (1909-2004) e accenna alla sua collaborazione del 1976 a «La Stampa», ma tralascia le interviste come quella rilasciata l’anno prima a Stefano Reggiani (10 luglio 1975, p. 3). Egli non ricorda che il primo dei due articoli con il quale l’illustre filosofo pubblica sul quotidiano torinese riguarda il dibattito sul pluralismo (21 settembre 1976, p. 3), cui segue quello sul concetto di democrazia (10 ottobre 1976, p. 3).
    Nel capitolo dedicato alla casa editrice Einaudi, Cazzullo ricorda le riunioni degli intellettuali, che si riunivano a Torino nella sede di via Biancamano per discutere sui libri da pubblicare. Il discorso di Bobbio, di cui l’autore non cita mai la fonte, è significativo per comprendere il contributo degli azionisti, dei comunisti e dei pochi cattolici dissidenti (pp. 50-51). Ma nella presentazione del dibattito Cazzullo dà notizie frammentarie, senza dimostrare obiettività d’analisi e serenità di giudizio nella scelta delle notizie, ieri come oggi!

     


     

  • FUORVIANTE CONDANNA
    DI CELINE DA PARTE
    DI DUE GIORNALISTI

    data: 16/10/2019 19:40

    Sul «Corriere della Sera» Paolo Di Stefano il 13 ottobre e Pierluigi Battista il 14 ottobre sono intervenuti per commentare la concessione del premio Nobel per la letteratura a Peter Handke, tacciato di aver sostenuto le sue posizioni filoserbe durante gli orrori di Srebenica. Entrambi hanno discusso la vexata quaestio se si possa essere «grandi scrittori e pessimi cittadini», giustificando l’azione di Handke e additando l’esempio di Louis-Ferdinand Cèline, definito «un mostro antisemita» ma «eccellente scrittore». La questione ritorna puntuale ad ogni ristampa dei libri di Céline e del suo carteggio, come è avvenuto dopo l’edizione delle sue Lettere agli editori, pubblicate da Quodlibet e considerate da Paolo di Betto un esempio significativo della stretta connessione tra lo scrittore e la persona: «mai distinguere tra Céline uomo e Céline scrittore».
    Tuttavia lo scrittore e medico francese, nato a Courbevoie il 27 maggio 1894 e morto a Meudon il 1° luglio 1961, suscita ancora aspre polemiche tra i giornalisti italiani a causa del suo ostinato antisemitismo e delle sue simpatie per la Repubblica di Vichy. La mancata conoscenza della sua opera rende la polemica sterile e non apporta alcun elemento alla conoscenza dello scrittore francese. A parte le frettolose valutazioni di Battista e di Di Stefano, che pongono nel loro elenco personaggi diversi come Luigi Pirandello, Giovanni Gentile, Concetto Marchesi e Delio Cantimori, bisogna dire che essi propinano veloci riflessioni, dimostrando una scarsa dimestichezza con le loro posizioni politiche e dimenticando il contesto storico in cui esse maturarono e si svilupparono.
    I due giornalisti del «Corriere» dimenticano che l’opera dello scrittore francese ricalca temi già trattati da Édouard Drumont o Édouard Berth (Darville), seppure rivisti alla luce dei cambiamenti politici a lui contemporanei con uno stile violento e sarcastico. Una lettura attenta della biografia di Philippe Alméras su Céline (Corbaccio, Milano 1997) ci illumina sulle sue posizioni antisemite, sulle sue vicende personali (la madre era un’ebrea polacca) e sulla sua professione medica. Non si può ridurre l’opera complessiva di Céline soltanto all’antisemitismo in quanto egli «prende in prestito le ricette dei predicatori e dei retori di ogni epoca» (p. 214).
    Considerato uno scrittore conservatore e uno straordinario romanziere francese, Céline sfugge alle tradizionali categorie politiche per il suo ribellismo anarchico e per la sua visione pessimistica dell’uomo. I suoi tre libri (Bagatelle per un massacro del 1937, La scuola dei cadaveri del 1938 e La bella rogna del 1941), che contengono l’antisemitismo di Céline, circolano da decenni in Francia e in Italia dove sono stati pubblicati nel 1938 (Corbaccio), nel 1970 (Edizioni Soleil) e nel 1982 (Guanda).
    Nel libro Bagatelle per un massacro (1937), Céline riprende il contenuto di libelli ed opuscoli antisemiti, la cui documentazione tende a dimostrare il legame tra ebraismo e comunismo solo «per restare sul piano popolare» (pp. 215 e 216). Perché si chiede Alméras ridurre il contenuto del volume all’antisemitismo quando è palese, seppure ovattato, la sua avversione al cristianesimo?
    Nel libro La scuola dei cadaveri (1938) Céline attribuisce le responsabilità della guerra futura ai falsi democratici, indicando soluzioni concrete alla crisi europea nella riconciliazione tra Francia e Germania (p. 223).
    Nel libro La bella rogna (1941) Céline condanna civili e militari intenti «alla corsa al potere», assumendo un virulento antisemitismo e rivolgendo una devastante condanna del comunismo e della massoneria. La conclusione, che permette di uscire dal marasma sociale, è puerile: «La sola salvezza – scrive Alméras – è nel bambino, nella scuola. Bisogna reimparare a danzare, a cantare, a creare. Bisogna realizzare l’uguaglianza fisiologica di fronte al bisogno. Cento franchi al giorno per tutti. Élite compresa. Bisogna amputare dalla popolazione la gelosia prima di parlarle di razzismo. Se non parla di quattrini, razzismo bellezza patria merito abnegazione sacrifici sono parole al vento» (p. 250).
    Il viaggio in Unione Sovietica, compiuto nel 1936, spinse Céline a denunciare infatti gli orrori del comunismo sovietico nel pamphlet Mea culpa, ripubblicato nel 1982 da Guanda con grave disappunto dei comunisti francesi. Riguardo al massacro di Katyn, egli fu il primo a
    condannare lo sterminio dei Polacchi da parte dei sovietici: una denuncia che rinfocolò l’odio dei comunisti francesi con l’offesa di essere un fervente fautore del nazismo. Nel 1933 pronunciò un discorso, l’Hommage à Zola, con cui condannò i totalitarismi moderni, sottolineando come l’impulso di morte porta un popolo a diventare schiavo di un dittatore e a diventare succube della guerra. Tuttavia il suo antisemitismo, che si ritrova anche nel testo I bei drappi (1941), conferma le simpatie verso il regime collaborazionista di Vichy e della Germania. Le sue posizioni, tuttavia, non furono mai improntate ad un estremismo antiebraico, che sembra scomparire di fronte al suo tentativo di salvare molti ebrei dalla persecuzione nazista e all’amicizia di molti scrittori ebrei.
    A quasi sessant’anni dalla sua morte, la condanna di Céline da parte dei due giornalisti risulta “fuorviante” e rivela un’inconsistenza culturale e storica. Lo scrittore francese, autore di capolavori come Viaggio al termine della notte (1932) oppure Morte a Credito (1936), non può essere posto nell’inferno dell’antisemitismo per testi razzisti poi rinnegati. Il primo romanzo, ormai un classico della narrativa europea del XX secolo, mette a nudo le miserie dell’uomo e quelle dell’intera società attraverso il vagabondare del suo protagonista, che è ricordato nell’articolo del medico Delbecchi, senza specificare quale sia il suo ruolo dalla Grande Guerra al fordismo americano sino alla descrizione della povertà nei quartieri emarginati di Parigi. «Questi anfratti» – dirà Alberto Rosselli – non vede mai la luce della giustizia in posti «dove il male si rigenera automaticamente per mancanza di alternative», mentre nell’altro romanzo la descrizione della vicenda personale è afflitta dalla distanza della vita, che è vista dal protagonista come conquista dell’unico credito in grado di riscuotere.
    In un libro intitolato Céline segreto (Lantana, Roma 2012), scritto con Robert Véronique, la moglie Lucette Almanzor tiene a precisare il contrasto con Sartre, l’opera medica prestata ai poveri e il rifiuto dei testi antisemiti da parte del marito, che in privato si disse «orripilato» dall’Olocausto, definendolo una «atrocità». Aspetti che sono ignorati da Paolo Di Stefano e da Pierluigi Battista, che invece insistono sull’antisemitismo di Céline come un aspetto costante della sua opera. Lo spirito antisemita, che si ritrova in alcuni libri, sono dettati dal sentimento anticomunista dall’autore e dalla difesa della Francia. Altri aspetti dell’opera di Céline che bisogna tenere presenti sono la condanna del totalitarismo staliniano e l’opposizione dopo il II conflitto mondiale alla ristampa dei suoi libri antisemiti.
    Scomunicare l’opera complessiva di Céline significa negare la moderna coscienza democratica e non tenere presente che scrittori famosi come Robert Brasillach (1909-1945) o Lucien Rebatet (1903-1972) si dichiararono antisemiti e ostili al giudaismo, mentre François Mauriac (1885-1970), Jean Paul Sartre (1905-1980) e perfino André Gide (1869-1951) assunsero un atteggiamento di non belligeranza verso il nuovo regime di Vichy. Se Sartre lo additò al pubblico ludibrio, chiedendo che i libri di Céline venissero ignorati dall’intellettualità francese, lo scrittore antinazista Albert Camus (1913-1960) lo difese e scrisse a suo favore.
    L’operazione di ristampare i testi «vergognosi» di Céline non può che essere rifiutata, perché non si può impedire la lettura delle sue opere e costringere gli editori al silenzio con la scusa del rischio di «alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo». La censura ha sempre prodotto danni peggiori a condizione che siano ben inquadrati e inseriti nel contesto storico coevo. Le responsabilità del razzismo vanno ricercate altrove e non in testi ormai superati e scritti da un intellettuale, che va giudicato per le sue opere più mature.

  • GUSTAW HERLING
    INTELLETTUALE SCOMODO

    data: 30/09/2019 15:57

    Gustaw Herling è stato uno scrittore scomodo nel panorama culturale italiano. Di origini polacche (era nato a Kielce il 20 maggio 1919), egli visse per quasi tutta la vita a Napoli, dove morì il 4 luglio 2000. Fu prigioniero nei campi di concentramento della Nkvd per quasi due anni ai tempi del Patto Molotov-Ribbentrop, ma subito dopo la sua liberazione partecipò alla lotta antinazista al seguito del generale Anders come soldato alla battaglia di Montecassino. A causa delle sue posizioni anticomuniste, egli non fece ritorno in Polonia, stabilendosi a Roma, a Londra e nel 1955 a Napoli, dove sposò in seconde nozze la figlia Lidia di Benedetto Croce. Dal matrimonio nacquero due figli: Andrea Benedetto e Marta, quat’ultima attiva nella presentazione del suo romanzo autobiografico Un mondo a parte, la cui ultima edizione pubblicata nella collana dei classici Mondadori con l’introduzione di Francesco M. Cataluccio.
    A questa edizione si aggiunge ora un altro volume nei prestigiosi Meridiani delle medesima casa editrice: Etica e letteratura. Testimonianze, diario, racconti, a cura di Krystyna Jaworska. (Milano 2019, pp. CLXVII-1670), in circolazione del 24 settembre scorso. Nondimeno il suo romanzo autobiografico rimane il testo più significativo per la testimonianza sugli orrori dei totalitarismo del XX secolo. Il libro presenta una storia accidentata, perché - pubblicato a Londra nel 1951 - aveva precorso i tempi in quanto raccontava le peripezie trascorse tra il marzo 1940 e il gennaio 1942 nel gulag sovietico di Ercevo, anticipando così le denunce del regime stalinista e degli orrori di un sistema su cui era meglio tacere.
    Il gulag di Ercevo, ubicato nel comprensorio di Kargopol sul Mar Baltico, era un campo di lavoro adibito alla raccolta del legno per costruzioni, che veniva poi smistato con linee ferroviarie e utilizzato dai più fortunati danarosi. La vita dei prigionieri era disumana: 40 gradi sotto zero con lavori massacranti, resi ancora più duri dalla scarsa alimentazione (300 grammi di pane più un mestolo di minestra) e insopportabili per la presenza di delinquenti comuni. Nel campo vi erano infatti diversi livelli di prigionieri: i “bytovik”, ossia i criminali comuni con condanne lievi, i criminali più pericolosi denominati “urka” e i “belorucki” prigionieri politici. Di questa struttura concentrazionaria Herling descrive una situazione tremenda e realistica, non dissimile da quella lasciata da Dante Corneli (Tivoli, 6 maggio 1900 – ivi, 10 settembre 1990), che pone l’accento sul vasto ed eterogeneo universo politico costituito da anarchici, socialisti e comunisti dissidenti e quanti avessero formulato una lieve critica al regime staliniano. Nel gulag sovietico vigeva un sistema di controllo efficiente da parte di funzionari, che arrestavano i prigionieri per motivi futili e spesso per accuse false: sabotaggio della produzione, spionaggio, cospirazione contro la patria, tradimento e controrivoluzione. Su questo apparato burocratico vigilava la terribile polizia segreta NKVD (poi diventata KGB), che ricorreva ai metodi più crudeli per estorcere confessioni e costringere i prigionieri al lavoro forzato.
    Pubblicato per la prima volta nel 1958 da Laterza, il libro Un mondo a parte fu stampato dall’editore barese per il legame parentale che legava Herling a Benedetto Croce. Esso fu invece ignorato completamente nella cultura di sinistra e, ad eccezione di Ignazio Silone e di Leo Valiani, passò inosservato. Entrambi compresero il valore del libro per l’accento che Herling pose sull’universo concentrazionario, descritto con stile asciutto e limpido, senza lasciarsi trascinare dalle emozioni e dai sentimenti personali. Rancore, odio, fame, dolore non investono la sfera personale e non influenzano la scrittura di Herling, che manifesta un distacco dai patimenti subiti, dimostrando una profonda conoscenza della letteratura russa, senza identificare mai il regime sovietico con la letteratura, la musica, la poesia e i costumi di un popolo. “I libri di polemica politica – scrisse Silone – hanno una vita effimera; essi durano quanto le circostanze della polemica; ma se un libro tocca il fondo della sofferenza umana, se esso la vede con occhi di pietà e la ritrae con i mezzi dell’arte, anche se la sua origine fu occasionale, essa certamente sopravvive ed entra a far parte del patrimonio spirituale che l’umanità si tramanda di generazione in generazione”.
    Tuttavia la successiva edizione (Rizzoli, Milano 1965) non modificò la situazione: Gianni Toti recensì criticamente il libro su “Paese Sera”, chiedendo alle autorità italiane di espellerlo dall’Italia. Lo scrittore polacco non godeva larga simpatia negli ambienti culturali di Napoli, dove viveva dal 1955 dopo essere stato liberato dal gulag e avere trascorsi alcuni anni a Montecassino. Come studioso della letteratura polacca sin dagli Trenta, Herling manifestò fin da giovane un originale talento letterario, che espresse proprio nel romanzo “Un mondo a parte”, pubblicato in lingua inglese nel 1951. Come testimone del gulag sovietico, egli venne apprezzato da Bertrand A. Russell che scrisse un’introduzione elogiativa per quella “rara forza descrittiva, semplice e vivida” e per la sincerità della sua narrazione personale: il tentativo di fuga dalla Polonia, l’arresto da parte della polizia sovietica e la condanna a cinque anni nel campo di concentramento sovietico. Dal suo soggiorno a Napoli fino all’edizione francese del 1985 a quella nuova del 1994 per l’editore Feltrinelli, il romanzo di Herling subì l’ostracismo della stampa comunista, che cominciò a declinare grazie all’intervento favorevole di Albert Camus e al parere favorevole di Ignazio Silone e Nicola Chiaramonte.
    Come collaboratore del periodico “Il Mondo”, Herling pubblicò negli anni 1954-1958 articoli sulla letteratura russa (Gorki, Dudinzev, Pasternak). Ma scrisse anche sulla rivista “Tempo Presente”, dove pubblicò negli anni 1956-1968 una serie di articoli sull’Unione Sovietica e sull’Europa orientale, incentrati su una critica devastante della dittatura comunista e sulla difesa di un socialismo democratico. Furono anni di grande impegno culturale, come emerge dalla collaborazione a questi periodici e dalla pubblicazione dei racconti “Pale d’altare (Silva, Genova 1967). La posizione politica di Herling, che egli stesso presentava come una sorta di “anticomunismo socialista”, non fu gradita agli epigoni della cultura marxista, che lo tacciarono di essere un rappresentante della cultura di destra. Un atteggiamento che cominciò a cambiare dopo il 1989, in parallelo alla diffusione e al successo delle sue opere in Polonia. In tutte le sue opere, come già in Un mondo a parte, lo scrittore polacco – poi diventato napoletano - esprime uno stile narrativo, che riesce a conciliare il vissuto quotidiano con un pensiero profondo dell’esistenza umana, da cui si possono cogliere spunti di grande apertura sociale.
    L’incontro fortunato con la moglie Lidia lo aiuterà nelle sue fatiche intellettuali e nella stesura dei suoi libri: sino agli ultimi giorni scriverà il "Diario scritto di notte" (Milano 1992), un’opera in più volumi, di cui è apparso solo il primo che raccoglie gli scritti che vanno dal 1970 al 1987. Per la prima volta sono riuniti nel ponderoso volume i suoi scritti, introdotti dai saggi Goffredo Fofi e di Wlodzimierz Bolecki., mentre utile è la Cronologia di Marta Herling, figlia dell’autore, che introduce il lettore nel pensiero democratico e nella conoscenza di brani inediti del padre.
     

  • D'ORRICO NON HA DUBBI:
    ASFALTERA' LE CLASSIFICHE

    data: 23/09/2019 17:04

    Presentato in anteprima il 22 settembre a Pordenone, il romanzo Peccati mortali (Mondadori, Milano 2019, pp. 260) di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone è stato salutato sul «Corriere della Sera» da Antonio D’Orrico come «un libro che asfalterà le classifiche di vendita». Nella sua elogiativa recensione egli dedica quasi due pagine al nuovo romanzo, che presenta le caratteristiche di fantapolitica con riferimenti alla realtà odierna, fatto di politici arrivisti, di cardinali indecifrabili e «inzaccherati fino all’inverosimile» (si legga la recensione di Matteo Collura, in «Il Messaggero» del 22 settembre).
    Quasi un instant book dove un Movimento 5 Stelle ribattezzato «Popolo dell’Onestà» compie un repentino voltafaccia e riesce a staccarsi dalla Lega di Salvini grazie ad un accordo con il Partito democratico; ecco Matteo Renzi, che lasciato questo partito fonda un raggruppamento politico denominato Avanti (Italia Viva); ecco alcuni prelati preoccupati dalle sortite del Pontefice e delle sue posizioni sull’immigrazione.
    Nella sua recensione compiacente, D’Arrico – noto come critico letterario e stroncatore di professione, ma nel caso dei suoi colleghi poco critico – rivolge loro solo elogi sperticati, valutazioni enfatiche e giudizi esagerati sui due autori che «hanno azzeccato in pieno storia, personaggi e linguaggio, condendo ogni cosa con giusta ironia». Nessun riferimento alla triste realtà politica del nostro Paese con l’enorme debito pubblico, con la disoccupazione giovanile in aumento e con storture diffuse in tutti i settori pubblici. Un articolo riempitivo con citazioni poco consone alla realtà odierna, tratte da Ennio Flaiano e non specificate: sono tratte dal libro L’uovo di Marx pubblicato nel 1987 da Scheiwiller.
    Strano il paragone al romanzo storico I tre Moschettieri (1844), i cui protagonisti usciti dalla fervida fantasia di Alexandre Dumas non presentano alcuna affinità e si muovono in un ambiente diverso animato da vicende accadute sotto il regno di Luigi XIII. Il romanzo Peccati mortali, che per il compiacente recensore funziona con lo stesso meccanismo, è incentrato sul telefonino del cardinale, «che contiene fotografie di un’orgia molto hot che potrebbero provocare il finimondo in Vaticano e negli altri palazzi di potere». Possibile che quelle quattro foto scatenino tanto putiferio nella Roma papalina e provochino una caccia al tesoro con un inseguimento di personaggi così pittoreschi?
    La trama ruota infatti intorno al cardinale Michelangelo Aldovrandi che, oltre ad essere discendente da una ricca famiglia di Roma, è l’unico conservatore ad essersi conquistato la fiducia del pontefice. Il personaggio ha una visione stravagante della vita ecclesiastica: celebra la messa ma non disdegna la compagnia di prostitute («e magari fossero state solo donne»), dice di seguire i principi evangelici, ma nutre un rancore sincero verso i poveri considerati «rompicoglioni». Difatti, dopo aver celebrato la messa, si traveste nel suo lussuoso appartamento in Vaticano e va alla ricerca del piacere. Nel suo impegno quasi quotidiano è aiutato da una suora di nome Remedios che lo aiuta a cambiarsi, porgendogli abiti borghesi, «omaggio personale dello stilista di Milano suo storico amico». Nulla di strano per «quel principe della Chiesa», presentato dagli autori come un uomo «alto, potente, sprezzante; con l’espressione di chi non ha mai passato una notte in un divano letto»; solo che era artefice di intrighi e di malefatte al limite della perversione.
    Su questo scenario gli autori innestano un giallo vero e proprio, provocato dalla morte misteriosa del cardinale, sul cui cadavere la solerte suora trova un telefonino con quattro foto. Sfugge a D’Orrico questo particolare, in quanto include nella ricerca del telefonino la puritana suora Remedios, che ha un rapporto strano con il cardinale per la sua manifestazione di una castità che gli suscita brividi di perversione: «Ogni volta ricordava a Remedios con tono di rimprovero che non gliel’aveva mai data, vedeva il rossore degli inizi munirsi in fastidio, diceva a sé stesso che talora esagerava; ma esagerare era il vero lusso che si era preso nella vita».
    Fatto sta che durante un festino erotico, il cardinale ci lascia la pelle di fronte al gruppo dei partecipanti, tra i quali la prostituta dell'Est, il trans, il giovane nero con la maglietta su cui è scritto Greenpeace e il ministro della Repubblica, uno di quelli che andavano ai comizi a piedi o con la metro. Un quadro romanzesco che si arricchisce con personaggi fantasiosi oppure presenti nel mondo giornalistico, nell’empireo della Roma papalina e nell’ ambiente politico della capitale. Vi si trovano riferimenti al delitto Pecorelli e raffronti con quello di Matteotti, al bacio tra Riina e Andreotti e al mondo di una capitale complicata e complessa, dove tutto è mosso dal potere nell’ombra del Palazzo e dell’intreccio non sempre lineare tra Stato e Vaticano, tra Confindustria e sindacato, tra poteri occulti e magistratura.
     

  • I RENZIANI SOTTO LA MOLE

    data: 19/09/2019 18:51

    Nella sfida del nuovo partito «Italia Viva» i seguaci di Matteo Renzi sono davvero pochi in Piemonte. Essi si contano sulle punte delle dita e segnano la continuità della propria storia politica. Il primo ad aderire al nuovo raggruppamento politico è stato Joseph Gianferrini, già vicepresidente del Pd e noto per avere elogiato nel suo profilo Facebook la polizia, intervenuta prontamente contro i «soliti teppisti no tav con Askatasuna accompagnati da una nutrita flotta 5 stelle» durante il Primo Maggio.

    Nell’elenco non proprio ricco degli scissionisti si ritrova la deputata Silvia Fregolent, convinta che il nuovo partito sarà «attrattivo per chi chiede una svolta». Due volte deputata, ella si vanta di essere cresciuta nel quartiere operaio del Lingotto, ma è laureata in Giurisprudenza e abilitata alla professione di avvocato. Le simpatie per Renzi, già palesi nelle primarie del Pd, sono dettate dal suo atteggiamento critico verso la Giunta Appendino, che a Torino «ha causato disastri con arroganza, superficialità ed incompetenza». La sua proposta è quella di rilanciare la città subalpina e toglierla dalla «decrescita economica ed occupazionale, degrado, conflitto sociale e perdita di prestigio».

    Tra i senatori passati a «Italia Viva» c’è Mauro Maria Marino, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario, nonché promotore di un «cambio radicale del rapporto tra Fisco e contribuenti». Il principale finanziatore dei Comitati Renzi negli ultimi due mesi è stato aspramente criticato dalla vicesegretaria regionale del Pd Monica Canalis, già in contrasto con lui nella scelta del segretario Paolo Furia. Il 16 dicembre scorso infatti il senatore Marino ottenne la maggioranza relativa dei voti (4,75%), ma fu sconfitto da Furia grazie all’intervento di Monica Canalis.

    Del nuovo raggruppamento politico fa parte anche Giacomo Portas (detto Mimmo), deputato indipendente del Pd, sostenitore di Bersani, di Zingaretti e ora di Renzi. La sua adesione è giustificata dalla scelta di Zingaretti di costituire un governo con il M5 Stelle, che è considerato dal deputato inaffidabile per le sue scelte politiche. Anzi promuove una proposta di alleanza di tutte le forze moderate per aprire uno scenario politico nuovo nelle elezioni comunali del 2021. Vicino alle sue posizioni è Davide Ricca, presidente della Circoscrizione Ottava, che ha già annunciato di seguire Renzi nel suo programma e di aderire al nuovo raggruppamento politico. Per i pochi seguaci piemontesi del senatore toscano, la sua operazione è corretta sul piano politico ed è volta ad occupare uno spazio politico nuovo per avviare una critica alla scelta del Pd di costituire un governo con il M5 Stelle.

  • E MUSTICA FUSE PITTURA
    SCULTURA E ARCHITETTURA

    data: 09/09/2019 21:21

    Nino Mustica avrebbe compiuto 70 anni il 26 agosto di quest’anno, essendo nato ad Adrano nel 1949: una morte crudele l’ha strappato il 17 gennaio scorso del 2018 ai suoi cari, agli amici e agli amanti dell’arte. Con lui è scomparso un artista poliedrico, che ha coniugato una pittura astratta con l’essenza della scultura e dell’architettura. Per tutta la vita coltivò infatti una varietà di interessi in una fusione di opere uniche nel suo genere artistico. Presentato dai critici come l’inventore di una nuova forma d’arte, la pittura solida, Mustica dedicò la sua attività artistica ad una composizione tra colore e il solido disegno scultoreo, denominando “forme di colore” le proprie composizioni apprezzate nei musei di tutto il mondo.

        La prima formazione artistica di Mustica avvenne nell’ambiente familiare grazie ai genitori: la madre gli inculcò la passione per la pittura e la musica, mentre il padre gli trasmise l’amore per il disegno e per l’architettura. Sarà prima all’Istituto d’Arte di Catania e poi all’Accademia di Belle Arti di Roma che egli perfezionò la sua preparazione artistica, grazie alla quale nel 1970 vinse la cattedra per l’insegnamento del Disegno dal vero ed Educazione visiva. 
        Artista curioso, Mustica viaggiò molto, assorbì molte suggestioni dell’arte contemporanea ed acquisì una vasta conoscenza grazie all’osservazione delle opere sparse nei più grandi musei d’Europa e del mondo. Durante i suoi soggiorni nelle capitali del Nord e in quelle del Sud, le prime definite una “lezione grafica” e le seconde una “lezione pittorica”, egli si nutrì della lezione dei grandi pittori, ai quali rivolse una particolare predilezione. La pittura di Giotto e di Piero della Francesca, quella di espressionisti francesi come Henri Matisse, di tedeschi-svizzeri come Paul Klee e franco-russi come Wassily Kandinskij vivificarono la sua creazione artistica: di questi ultimi apprezzò il contributo ad una nuova pittura fondata su caratteri astratti, seppure nella ricerca di un modulo personale dell’astrattismo e nella rappresentazione libera di segni e colori.
        I soggiorni a Londra, a Copenaghen, a New York rappresentarono un’esperienza significativa del suo percorso artistico, che approdò in una visione personale con il trasferimento nel 1986 a Milano. La città ambrosiana corroborò il suo talento artistico per la vicinanza ai musei europei, ma senza mai rinnegare le sue radici etnee. Uno sviluppo che lo storico e critico d’arte Giuseppe Frazzetto definì come “un precisarsi del colore sulla superficie, in una rammemorazione concentrata sul rapporto tra figura e fondo”. Per il noto studioso la dialettica tra grafica e pittura si snodò come una “alternativa fra energia magmatica e tramatura razionale, che tende a risolversi a favore di una superficie intesa come campo dell’irruzione del tempo del colore”.
        Come docente all’Accademia delle Belle Arti di Brera, poi di Budapest e di Milano pervenne a questo genere personale con la trasformazione del colore in forme concrete (“pittura solida”) grazie ad un programma di computer grafica e modellazione 3D. Le forme così ottenute – come afferma un cultore della sua opera – “possono essere tradotte in qualunque dimensione fino all’architettura” con un discorso variegato, dove “la musica diventa astrazione cromatica, la pittura forma pittorica tridimensionale e quest’ultima architettura” (F. D’Amico, Artitettura. Daniela Pellegrini e Nino Mustico, “La Stampa”, 26 giugno 2017) Un modo di sostituire lo sguardo istantaneo dell’osservatore con quello che volge con la dimensione temporale verso una “plasticità del farsi spazio d’una forma che è dipinta”. La tematica caratterizzò la mostra “Artitettura”, esposta nel giugno 2017 a Palazzo Chiericati, là dove arte e architettura diventano oggetto di continue modifiche e mutamenti determinati dall’intercedere degli artefatti dell’ambiente naturale. Delle sue molteplici mostre, che si susseguirono con ritmo incessante e frenetico, si possono ricordare quelle tenute a Bologna e a Pavia e pubblicate nel catalogo “Arie colorate” (Milano 1993); quella tedesca edita nel libretto “Continua a dipingere” (Heidelberg 1999) fino alle ultime tenute nel 2010 a Pietrasanta e nel 2012 a Milano, anch’esse edite nei due cataloghi “Pittura solida” (Milano 2010) e “Sparkle” (Milano 2012), e nel 2013 a Nervi con il titolo “Simbiosi” (s. l. 2013).
        Il progetto culturale dell’artista assume così la valenza conoscitiva per quanti intendono continuare la sua opera, da cui hanno origine riflessioni fantasiose, che - coniugate con impulsi e visioni - danno vita a nuove forme architettoniche. Il leitmotiv conduttore, che informa la sua creazione artistica, supera così un modello di stagnazione culturale e si pone su un piano di originalità per la fusione di conoscenze interdisciplinari.  L’attribuzione di una parte della creatività ai software elettronici non lo allontana dall’ambito umano e rende le sue finalità degne di essere riprese per la riscoperta di nuovi processi artistici. La sua pratica architettonica intende infatti promuovere azioni idonee al rispetto della vita e dell’ambiente naturale, con il quale è necessario sempre confrontarsi per la conservazione della vita
     

  • DAL DELITTO MORO
    ALLA STRAGE DI BOLOGNA

    data: 09/08/2019 22:31

    Gli anni 1978-80 riguardano un periodo piuttosto breve della storia d’Italia. Eppure investono una complessa trama di eventi nefasti e di delitti efferati ancora avvolti in una fitta nebbia di misteri e di silenzi.  Su questo periodo apporta un interessante contributo Giuliano Turone nel suo poderoso volume Italia occulta. Dal delitto Moro alla strage di Bologna. Il triennio maledetto che sconvolse la Repubblica (1978-1980), prefazione di Corrado Stajano, chiarelettere, Milano 2019, pp. 461. Il libro documenta con l’ausilio di atti giudiziari – sentenze, interrogatori, perizie balistiche – un passato torbido, la cui conoscenza è arricchito in appendice dai quattro saggi di Antonella Beccaria, Dimenticati dallo Stato; Stefania Limiti, Le interferenze occulte nel caso Moro; Sergio Materia, La giustizia a Perugia. Gli anni Ottanta; Beniamino A. Piccone, Il caso Italcasse.
    Alla base dei sordidi eventi di quegli anni, raccontati con dovizia di particolari da Turone, si ritrova un legame perverso tra politica e criminalità, quasi un connubio romanzesco ove emergono i personaggi più diversi come ministri, presidenti della Repubblica, giudici corrotti, affaristi, agenti segreti, capimafia, terroristi e generali infedeli ai dettami della Costituzione. In questo scenario intricato si collocano tre fattori storici peculiari che egli individua nella presenza del più grande Partito comunista dell’Europa occidentale, nelle mafie storiche e negli intrecci perversi di alcuni personaggi dell’istituzione ecclesiastica con il mondo della finanza e con un sistema di potere occulto.
    Fattore determinante è stata l’esistenza del più grande Partito comunista, la cui presenza è stata una peculiarità carica di ambiguità. Dopo la Conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945), e quindi dopo la caduta del Fascismo, la simpatia dei comunisti italiani verso il blocco sovietico ha suscitato gravi preoccupazioni negli ambienti della Nato. In una situazione paradossale le mafie storiche ed altri fenomeni di antistato, nemici della nuova Costituzione, si sono «visti attribuire – e si sono attribuiti – un ruolo di prezioso baluardo anticomunista». La presenza della Chiesa ha contribuito a rendere Roma una delle città più belle del mondo, ma in alcuni momenti della sua storia ha lasciato lasciti ingombranti come il ruolo deleterio svolto dallo Ior (Istituto per le opere di religione), la banca vaticano di cui l’arcivescovo Paul Marcinkus è stato presidente dal 1971 al 1989. L’Istituto ha intrattenuto intensi rapporti con il sistema di potere occulto della loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli e di Umberto Ortolani, con la finanza d’avventura di Michele Sindona e Roberto Calvi e – attraverso le loro operazioni bancarie – con la mafia siculo-americana.
    Il sistema di potere occulto è scoperto il 17 maggio 1981 dalla polizia tributaria della guardia di finanza nella perquisizione dell’abitazione principale di Licio Gelli e del suo ufficio presso la fabbrica di tessuti Giole, di cui egli è azionista, a Castiglion Fibocchi vicino ad Arezzo. Il decreto di perquisizione, emesso dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e l’autore del libro, era stato disposto nell’àmbito del procedimento penale contro il bancarottiere Michele Sindona, che nei mesi successivi all’omicidio di Giorgio Ambrosoli (11 luglio 1979) aveva mantenuto stretti rapporti con Gelli.
    La documentazione sequestrata svela l’esistenza di un’associazione segreta denominata Propaganda 2 (P2) con un elenco di 963 iscritti, tra i quali si ritrovano tre ministri della Repubblica, 38 deputati, 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 79 ufficiali delle Forze armate, 37 della Guardia di finanza, 11 questori, 5 prefetti, 18 magistrati, 7 direttori di giornali ed anche docenti universitari, avvocati e funzionari dell’amministrazione pubblica.
    L’elenco dei nomi è coerente con il «Piano di rinascita democratica», il cui testo viene trovato nella valigia della figlia di Gelli all’aeroporto di Fiumicino, dopo lo sbarco da un volo proveniente da Nizza. Il suo ritrovamento è possibile per la mossa attuata da Gelli, che pone le condizioni per trasformare il testo originariamente destinato a rimanere segreto in un documento di dominio pubblico. La novità del Piano – secondo la relazione di Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 – riguarda l’abbandono di progetti eversivi violenti maturati «all’ombra dei militari» per condizionare le istituzioni repubblicane, con il ricorso alla stampa, alla magistratura sino ai ruoli centrali dell’esercito e della pubblica amministrazione.
    Il sistema P2, come viene denominato da Turone, esercita infatti un’attività sotterranea, che consente rilevanti azioni di dominio sul «Corriere della Sera», sul gruppo Rizzoli e sul Banco Ambrosiano. Dopo la strage di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, la loggia segreta si consolida grazie a questi eventi con la famosa intervista di Gelli pubblicata il 5 ottobre dello stesso anno sul giornale milanese: titolo Parla per la prima volta il «Signor P2», autore Maurizio Costanzo (tessera 1819 della Loggia). Nella seconda metà dell’anno sono frequenti gli articoli della P2 apparsi sul quotidiano milanese come omaggio ai «fratelli di loggia» di Buenos Aires, come difesa della giunta militare in Argentina oppure la serie di interventi favorevoli all’imprenditore Silvio Berlusconi (tessera numero 1816) nella disputa con la Rai per la teletrasmissione delle partite del Mundialito.
     In quest’ambito il caso di Licio Gelli, morto ad Arezzo il 15 dicembre 2015, è emblematico per comprendere il potere occulto, la compagine dei servizi segreti o le strutture come Gladio o Anello. Le sue uscite pubbliche sono disseminate da interviste, da vanterie e da rivelazioni varie quasi sempre improntate a falsità, volte a difendere il suo operato di manovratore del potere. Gelli si vanta così di essere legato da vincoli di amicizia e da rapporti di collaborazione a Giulio Andreotti e a Francesco Cossiga; elogia l’assoluta genialità del «Piano di rinascita democratica», la cui unica finalità – come sostiene in un’intervista del 31 ottobre 2008 e conferma in un’altra del novembre 2011 – è quella di attuare un innocuo «colpo di Stato senza colpo ferire». Tuttavia, precisa l’autore, alcune sue rivelazioni contengono notizie attendibili sui legami tra P2 e i servizi di sicurezza o tra questi e l’omicidio di Aldo Moro.
    L’autore dedica così ampio spazio alla Loggia P2, considerata «la metastasi delle istituzioni», l’asse portante di quasi tutte le nequizie di quegli anni e di fatti atroci come il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (9 maggio 1978). Sulla vicenda del presidente della Dc sono analizzati alcuni «aspetti del caso Moro», il decisivo «scontro fra carabinieri fedeli alla Repubblica e carabinieri fedeli alla Loggia P2» e il ruolo opposto svolto tra Giovanbattista Palumbo e Carlo Alberto della Chiesa, entrambi generali ma acerrimi nemici. Il primo è presentato come un «appassionato cacciatore di adesioni alla Loggia» e vicino al servizio segreto militare, il secondo rispettoso del ruolo di «servitore dello Stato» e «dei suoi superiori gerarchici». Il 1° ottobre dell’anno di Moro, il generale della Chiesa irrompe nel covo brigatista milanese di via Monte Nevoso e trova l’archivio delle Br. In una cartellina azzurra sono rinvenuti 49 fogli dattiloscritti del Memoriale Moro – nel 1990 spunteranno altri 245 fogli fotocopiati dello stesso Memoriale – che sono avvolti da stranezze sulle quali Turone si muove con acribia, superando quel «gran garbuglio» formato da piccoli misteri come l’assenza di una seria ricostruzione dell’operazione di polizia giudiziaria, ossia dall’irruzione nell’abitazione sino al momento dell’elencazione di reperti. Sul tentativo (o sui tentativi) di salvare Moro, l’autore considera plausibile la spiegazione avanzata da Steve Pieczenik, l’esperto del dipartimento di Stato Usa, che come consulente collabora con i funzionari del ministero dell’Interno nei famosi cinquantacinque giorni della prigionia dello statista pugliese. Lo scopo della sua missione in Italia - come dichiara Pieczenik in un’intervista del 1998 e conferma poi nelle dichiarazioni rese a Emmanuel Amara per il suo libro Abbiamo ucciso Aldo Moro (Cooper, Roma 2008) – non è la salvezza di Moro, ma quello di scongiurare il crollo del sistema politico italiano.
    Un intero capitolo è dedicato al delitto di Carmine Pecorelli, il giornalista molisano ucciso a Roma il 20 marzo 1979. Come direttore del settimanale «OP- Osservatore politico»), egli si era inimicato molte persone per le precise denunce degli scandali connessi all’affare Lockheed, al traffico di armi, alle truffe del petrolio e al caso Moro. In quest’ambito l’Autore segue le diverse inchieste ed utilizza «le rivelazioni dei collaboratori di giustizia» per seguire le prime indicazioni sui mandanti. Le indagini sull’omicidio Pecorelli, che si erano chiuse a carico di ignoti con la sentenza istruttoria del 15 novembre 1991, saranno riaperte circa un anno dopo dalla magistratura inquirente, dopo le dichiarazioni dei mafiosi pentiti Tommaso Buscetta e Salvatore Cancemi e di altri quattro collaboratori della banda della Magliana Antonio Mancini, Fabiola Moretti, Maurizio Abbatino e Vittorio Carnovale. Le dichiarazioni dei sei collaboratori definiscono un connubio tra le due organizzazioni delinquenziali, ma la più rilevante è quella di Buscetta secondo cui l’omicidio Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai potenti esattori Ignazio e Nino Salvo» su richiesta di Giulio Andreotti. Esse, peraltro, permettono di «ricostruire una sorta di organigramma dei personaggi» responsabili del delitto Pecorelli. Così Andreotti, Claudio Vitalone e i cugini Salvo sono rinviati a giudizio. Il processo, che comincia a Perugia l’11 aprile 1996, si conclude tre anni dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati; ma dopo il ricorso in appello del pubblico ministero sono riconosciuti colpevoli Andreotti e Badalamenti. La sentenza della loro colpevolezza, espressa il 17 novembre 2002, viene annullata l’anno successivo dalla Corte di cassazione per «manifesta illogicità».
    Su Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980, l’autore discute la targa contraffatta dell’auto usata dal killer e descrive la sua fisionomia sulla base delle notizie fornite dai testimoni oculari presenti sulla scena del crimine. «Le presumibili cause del delitto» devono essere ricercate nella collusione tra ambienti politici, imprenditoria cittadina e cosche mafiose. L’omicidio di Mattarella è così ricollegato a quello di Boris Giuliano e di Cesare Terranova, uccisi l’uno il 21 luglio e l’altro il 25 settembre 1979 per sottolineare gli intrecci malavitosi tra politica e criminalità organizzata per il controllo degli appalti pubblici. Ma, a differenza dei due delitti, quello di Mattarella è commesso su iniziativa della mafia, che utilizzò giovani della destra eversiva, come viene sostenuto dall’autore sulla base delle confidenze di alcuni suoi membri.
    Il capitolo sull’eccidio della stazione di Bologna (2 agosto 1980) apre una «vicenda giudiziaria» lunga e tormentata», al termine della quale gli unici imputati ad essere «riconosciuti responsabili come autori materiali della strage […] saranno Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e il giovane Luigi Ciavardini». Sul tragico evento, il più grave mai verificatosi in Italia (50 morti e oltre 200 feriti), l’autore segue il percorso processuale con commenti puntuali sulle rivelazioni di Massimo Sparti, pregiudicato legato alla Banda della Magliana, sulle intercettazioni di uno degli imputatati con la fidanzata e sul depistaggio messo in atto dalla P2.
    Il depistaggio, che si articola in diversi momenti delle lunghe e difficili indagini, coinvolge i servizi segreti per le notizie diffuse sulla stampa, volte a «seguire la fantomatica e inesistente pista libanese». I giudici bolognesi accertarono però che la pista internazionale nacque su iniziativa di Gelli e si sviluppò sul coinvolgimento di un funzionario affiliato alla P2. La conclusione dell’autore è perentorio: «che il sistema P2 sia stato – attraverso il suo controllo quasi assoluto sui servizi l’autentico dominus del grande depistaggio della pista libanese è quindi provato al di là di ogni ragionevole dubbio». Restano però altri dubbi relativi allo scopo finale degli artefici del depistaggio, su cui Turone accoglie le osservazioni di uno dei più attenti studiosi della strage di Bologna: «Un fatto è indiscutibile, nelle tormentate indagini sulla strage di Bologna: i vertici segreti italiani hanno fatto il possibile per nascondere la verità. Se i mandanti non sono stati scoperti […] è anche perché pezzi di Stato hanno ripetutamente ingannato i giudici. Per proteggere chi? Chi muoveva dall’alto i fili dei vari Grassini e Santovito? In che misura il piduista Licio Gelli e la sua loggia coperta hanno gestito la partita? E qual è stato il ruolo del faccendiere Francesco Pazienza?» (R. Bocca, Tutta un’altra strage, Rizzoli, Milano 2007, p. 136).
    Su queste intricate vicende, l’autore ricostruisce il ruolo di Francesco Pazienza, il suo incontro con il giornalista Andrea Barbieri di «Panorama» e il contatto con il generale Santovito, il quale consegna all’ospite un dossier, da cui si ricavano i collegamenti internazionali del terrorismo. Nell’articolo, intitolato La grande ragnatela e pubblicato su «Panorama» del 15 settembre 1980, Barbieri mette in risalto le responsabilità del Kgb nelle attività terroristiche in atto in Italia: episodio che porterà a processo i protagonisti della vicenda per divulgazione di segreti di Stato.
    A questo depistaggio l’autore aggiunge quello sulla cosiddetta pista palestinese, secondo cui la strage alla stazione ferroviaria di Bologna sarebbe stata provocata dal Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp) come ritorsione verso lo Stato italiano, irrispettoso di un accordo intercorso con le organizzazioni militari palestinesi. L’accordo segreto, denominato lodo Moro, avrebbe consentito il transito nel territorio italiano di armi ed esplosivi destinati al Fronte palestinese, in cambio di precise garanzie di salvaguardare l’Italia da eventuali attentati di matrice islamica.

    Sono questi alcuni dei casi che l’autore mette in rilievo negli ultimi due capitoli, l’ultimo dei quali dedicato al «sistema P2 dopo la strage di Bologna», meritevole di essere meglio sviluppato nei suoi intrecci occulti con gli apparati dello Stato. Tale fenomenologia rientra nella logica del potere invisibile, che – seppure complessa e poco studiata – assume una valenza significativa per comprendere la sanità delle istituzioni repubblicane. L’aspetto più evidente è quello di nascondersi e di non mostrarsi mai in pubblico oppure di mostrarsi con una maschera che renda irriconoscibile le proprie sembianze. Le modalità del potere occulto si svolgono tramite il ricorso alle forme di simulazione comunicativa o a quelle di «nascondimento oggettivo» come il luogo segreto, la carta d’identità falsa o la scrittura in codice per impedire la ricerca della verità.       

  • IL SOCIALDEMOCRATICO
    DIMENTICATO

    data: 19/06/2019 22:21

    Personaggio emblematico della socialdemocrazia, Luigi Preti (Ferrara, 23 ottobre 1914 - Bologna, 19 gennaio 2009) è stato completamente dimenticato nel decennio che ci separa dalla sua morte. Eppure egli rappresenta un modello esemplare per la sua fedeltà ai princìpi democratici e per la sua instancabile attività politica. A queste doti si unì una fervida generosità, che lo portò nel giugno 2006 a donare all’Università di Ferrara la sua ricca biblioteca composta di circa otto mila volumi, in prevalenza di argomento storico, giuridico e politico.
    L’esordio politico di Luigi Preti avvenne nel Partito nazional fascista, ma fu di breve durata. Nel 1934 partecipò ai «Littoriali dello Sport e della Cultura», una sorta di Olimpiade per i Guf (Gruppi universitari fascisti). Dei premi ottenuti in quella gara – insieme a Pietro Ingrao, ad Aldo Moro e a Paolo Emilio Taviani – egli non si considerò un «pentito». Anzi quella scelta non fu mai nascosta e neppure giustificata dalla giovane età e l’immaturità politica. Negli anni successivi si distinse come avvocato, docente di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Ateneo estense e autore di diverse pubblicazioni, tra le quali l’opera «Gli inglesi a Malta» (1938) e «Note sul concetto di “Status” e in particolare su alcune applicazioni nell’attuale diritto» (1942). Collaborò anche ai periodici «Il Diritto del Lavoro» e il «Giornale di politica e Letteratura», ma la lettura delle opere di Benedetto Croce lo portò ad assumere un atteggiamento ostile verso il regime mussoliniano: una presa di coscienza che sfociò dopo l’armistizio (8 settembre 1943) e l’occupazione tedesca dell’Italia nell’adesione ai principi socialisti. 
    Nel novembre 1943 Preti – in seguito all’agguato mortale subìto dal segretario del Fascio di Ferrara, Iginio Ghisellini – fu costretto ad abbandonare l’Emilia e a stabilirsi in Svizzera. Nel 1945 egli, alla conclusione del Secondo conflitto mondiale, rientrò a Ferrara dove divenne segretario del Psi e consigliere comunale. L’anno successivo, in coincidenza all’elezione di deputato all’Assemblea costituente, intervenne sulla questione socialista e su altri temi, inaugurando un’attività politica che si protrasse con passione per oltre quarant’anni di attività parlamentare. Nel giugno 1946 la sua elezione alla Costituente gli permise di condurre una tenace battaglia a favore dei cittadini di origine ebraica per il «risarcimento di danni», ma non mancò d’intervenire sulla libertà religiosa e sulle funzioni politiche che un nuovo ordinamento democratico avrebbe dovuto assumere nell’avvio delle istituzioni repubblicane. In quell’assise gli si deve riconoscere il merito se la magistratura fu considerata non un «potere», ma un «ordine autonomo», come si ricava da un suo emendamento compreso negli atti parlamentari e richiamato con orgoglio nel volume. 
    Nel gennaio 1947, con la costituzione del Psli, segue Giuseppe Saragat nella scelta socialdemocratica e partecipa come protagonista alla vicenda storica che si svolge a Palazzo Barberini con la scissione dal Partito socialista, respingendo il patto di unità con il Pci dichiaratamente stalinista. Nella definizione d’una linea politica autenticamente democratica, Preti – durante i congressi del nuovo partito – si batte per il superamento del frazionismo e per «una sintesi più approfondita delle esigenze di una politica socialista nel Paese». Dalla nascita del Psdi (gennaio 1952) al suo XI congresso (ottobre 1957) egli ribadisce più volte la necessità di risolvere i problemi che ostacolano la realizzazione di uno Stato moderno e democratico: «rendere efficiente l’amministrazione pubblica; risolvere il problema della giustizia tributaria, far rispettare la Costituzione in materia di pubblica istruzione; mantenere la tradizionale separazione tra Stato e Chiesa». Particolarmente significativa è la posizione che egli assume al IX congresso (novembre 1959), durante il quale coniuga gli «ideali di giustizia e libertà» per invocare un legame più stretto con il sindacato e invitare i socialisti democratici ad impegnarsi «maggiormente nel settore cooperativistico» .
    Dalla storia del Psdi all’esperienza del Centro-sinistra Preti ricostruisce gli anni difficili del partito, l’avvio del miracolo economico sino alla crisi del ’68. Ma oltre all’attività politica, che lo vede partecipe a tutti dibattiti connessi alle vicende del socialismo italiano, egli rivolge un’attenzione particolare alla ricerca storica, come dimostrano i volumi «Giovinezza, giovinezza» (1964) oppure «Impero fascista africani ed ebrei» (1968), che gli valgono numerosi encomi per la puntigliosità della ricerca e per la precisa spiegazione delle cause del totalitarismo fascista, di cui rifugge il monopartitismo politico e la politica guerrafondaia di Mussolini. A questi studi faranno seguito altri volumi come il fortunato «Italia malata» (1972), quello più problematico «Il compromesso storico. Un problema che divide gli italiani» (1975) o «Giolitti i riformisti e gli altri (1900-1911)» (1985).
    Quella di Preti è una storia vissuta in prima persona come storico, ma anche come deputato e responsabile di vari dicasteri (Finanze, Riforma della Pubblica amministrazione, Commercio Estero, Bilancio, Trasporti, Marina Mercantile ecc.). Dalle riflessioni sull’«età giolittiana» e sul fascismo fino alle considerazioni sul compromesso storico e a quelle più recenti sulla questione degli immigrati e sull’analisi dei rischi e dei difetti di una riforma di tipo federalista, Preti rivive un vissuto personale che egli non manca di documentare, ripensando il passato con obiettività e con passione.. Euroscettico della prima ora, Preti boccia l’unione monetaria (un «vero errore») ed esprime la sua contrarietà all’introduzione della moneta unica, preferendo lo Sme, considerato un sistema capace di assicurare equilibrio effettivo fra le varie monete. Sono trascorsi sessant’anni dall’esperienza alla Costituente, ma Preti non tradisce la fedeltà ai dettami costituzionali per una scelta democratica e socialista, con la quale può rivendicare a ragione l’attribuzione di «Padre nobile» della politica italiana.
                                                                                                       
     

  • STORIA DEI "NEOFASCISMI"
    DA SALO' A CASAPOUND

    data: 07/06/2019 19:58

    La storia dell’estrema destra è strettamente connessa a quella della Repubblica italiana. Essa rappresenta una specifica area composta da gruppi non sempre omogenei sul piano ideologico, ma animata da una radice comune, che si identifica con la finalità di modificare il sistema istituzionale e travolgere l’assetto democratico del nostro Paese. Questo è l’aspetto iniziale da cui si dipana la ricerca condotta da Claudio Vercelli nel suo interessante volume Neofascismi (Edizioni del Capricorno, Torino 2018, pp. 188).
    L’analisi storica dell’estrema destra è collocata in un lungo periodo, che va dalla fine del Ventennio fascista e dalla vicenda della Repubblica di Salò fino ai nostri giorni. Essa presenta le molteplici organizzazioni di quello che l’autore denomina l’«arcipelago nero» in Italia. Un insieme di gruppi, che si avvale nel corso della sua storia di varie sigle e di uno «stile neofascista» caratterizzato da simboli comuni e da pratiche continue lontane dai valori di una democrazia moderna. Proprio durante la vicenda di Salò, ancora vivente Benito Mussolini, fu costituito il Partito fascista repubblicano (Pfr), che si presentò agli Italiani come un «ordine di credenti e di combattenti» contro i «traditori» del Gran Consiglio, ossia i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Grandi del 24-25 luglio 1943.
    L’intero periodo che va dall’8 settembre di quell’anno fino all’aprile 1945 è infatti considerato come una sorta di «guerra civile» che avrebbe visto contrapposti i fascisti repubblichini ai partigiani. Dell’organizzazione neofascista l’Autore presenta il gruppo dirigente e discute la consistenza numerica dei diversi nuclei sparsi in tutta Italia con presenze variegate che sopravvivono alla clandestinità, riuscendo il 3 dicembre 1946 a fondare il Movimento Sociale Italiano. Il nuovo partito, denominato «Mo. S. IT», ebbe come organo «La Rivolta Ideale» che il 26 dicembre annunciò la sua costituzione, dichiarandosi apertamente neofascista e chiamando a raccolta «tutti i fedeli della Patria» con lo scopo di «creare un fronte unico della gioventù italiana dei combattenti, dei reduci, degli ex prigionieri» e di tutti gli Italiani che credono […] nei valori spirituali della vita». Come simbolo fu scelta la fiamma tricolore, a cui più tardi venne aggiunta una base trapezoidale con la dicitura «Msi», la cui consistenza numerica – al momento della prima riunione del Consiglio Nazionale (15 giugno 1947) – era costituita tra le 10 mila e 20 mila persone circa di aderenti suddivisi in una sessantina di sezioni provinciali e 241 sezioni comunali.
    Nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il Msi ebbe sei deputati (Giorgio Almirante, Luigi Filosa, Alberto Michelini, Roberto Mieville, Gianni Roberti e Guido Rossi Perez) e un senatore (Enea Franza). Esso riscosse un largo consenso nei collegi del Mezzogiorno, mentre nel Centro-Nord la popolazione elettorale diede scarso seguito al nuovo partito, che fu penalizzato a favore dei partiti antifascisti. La linea intransigente di Almirante, peraltro ostile all’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, provocò divisioni tra quelle che l’Autore definisce «le due anime del partito», ossia «la destra politica e la sinistra sociale»: una divisione che portò alla scelta di Augusto De Marsanich come segretario, propenso a sostenere la Democrazia Cristiana per un accordo amministrativo negli enti locali e volto ad emarginare il gruppo più intransigente del partito, più legato al lascito della Repubblica Sociale Italiana.
    Durante la segreteria di De Marsanich, che detenne la carica dal gennaio 1950 al gennaio 1953, furono prese iniziative interne al partito o collaterali destinate ad esercitare un forte influenza nell’opinione pubblica: il 15 marzo 1950 uscì il quindicinale «Il Borghese», il 24 marzo nacque il sindacato della Cisnal, il 20-21 maggio venne costituito il Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN), a maggio usciva il mensile «Imperium», mentre nel 1951 sarebbero usciti «Europa nazione» e il mensile «Nazionalismo sociale» e nel 1952 «Il Secolo d’Italia» che costituì l’organo ufficiale del partito.
    Un novero di periodici che negli anni successivi si arricchirono di nuove pubblicazioni critiche verso la linea del Msi e verso le velleità filogovernative di Arturo Michelini, sempre alla ricerca di un consenso elettorale al fine di entrare nella compagine governativa. Nell’ottobre 1955 uscì il foglio ciclostilato «Azione - Per il rinnovamento morale e politico del Msi», con cui i suoi promotori contestavano la linea collaborazionista del partito condannavano energicamente ogni compromesso con il partito di governo: si ebbe così il distacco del gruppo capeggiato da Giulio Caradonna e da Pino Rauti. Il primo, presidente del FUAN e soprannominato «il picchiatore», subì anche un processo per attività proprie del «disciolto partito fascista». Il secondo, vicino alle posizioni tradizionaliste di Julius Evola, fondò «Ordine Nuovo», che partecipò nell’estate del 1956 a Montecompatri (Roma) ad un convegno dei gruppi e delle riviste che criticarono la linea ufficiale del Msi con lo scopo di ribaltare la sua linea politica.
    Nei confronti dei governi democristiani il sostegno del Msi si manifestò più volte e concorse nel 1962 all’elezione di Antonio Segni a presidente della Repubblica. Forse, in quest’àmbito, deve essere inserita la richiesta avanzata l’anno prima da Ferruccio Parri e volta allo scioglimento del partito di Michelini, poi bocciata dal Parlamento. Fatto sta che, nel primo lustro degli anni Sessanta, si ha la nascita di Avanguardia nazionale, attiva negli scontri con gli avversari politici e nelle manifestazioni di piazza. Il movimento neofascista, seppure scioltosi nel 1965, coinvolge alcuni militanti a partecipare tre anni dopo agli scontri di Valle Giulia.
    Negli anni della sua attività, Avanguardia nazionale esalta la Repubblica sociale italiana e riprende alcuni temi del nazionalsocialismo, intraprendendo una lotta contro il sistema rappresentativo e adoperandosi per forgiare una militanza politica disciplinata, basata su un fideismo totale e su uno stile legionario favorevole ad una “rivoluzione nazionale”. L’insieme di questi aspetti trova un riferimento peculiare in un’ampia editoria di aerea neofascista, di cui le edizioni Ar sono le più note. Esse, sorte nel 1963 su iniziativa di Franco Freda, pubblica libelli antisemiti e un suo volumetto La disintegrazione del sistema (1969), che – secondo l’Autore - «diviene in breve tempo un testo di culto tra i militanti dell’estrema destra».
    Ricostituita nel 1970 sotto la direzione di Adriano Tilgher, Avanguardia nazionale partecipa ai moti di Reggio Calabria sulla base di un forte richiamo all’agire fascista e al grido di battaglia «boia a chi molla». L’altro gruppo, che partecipa ai moti di Reggio Calabria, è il Movimento Politico di Ordine Nuovo, organizzato su una struttura gerarchica e promosso da Clemente Graziani, Elio Massagrande, Sandro Saccucci, Mario Tedeschi, Roberto Besutti, Salvatore Francia. Negli anni Settanta la galassia neofascista si arricchisce di nuove organizzazioni come il «Circolo Nuova Europa» di Roma, sorto nel giugno del 1970 e presieduto da Domenico Gramazio; come il «Fronte della Gioventù» sorto nel febbraio 1971, che assorbe altre organizzazioni come la «Giovine Italia» e il «Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori». Alcuni suoi militanti sono attivi negli scontri di piazza ed altri scelgono la lotta armata e aderiscono allo «spontaneismo» dei Nuclei Armati rivoluzionari. Gli anni Settanta si caratterizzano per un clima guerra civile, che coinvolge giovani dei cosiddetti «opposti estremismi» e che, nel caso dell’estrema destra, presenta sigle e gruppo, spesso difficili da circoscrivere nelle dimensioni, nella durata e nella composizione sociale.
    In questo complesso arcipelago l’Autore segnala gruppi neofascisti come «Costruiamo l’azione» e «Terza Posizione», entrambi sorti nel 1977 e diretti l’uno da Paolo Signorelli e Sergio Calore, e l’altro da Roberto Fiore. Quest’ultimo gruppo, che raccoglie un discreto numero di aderenti in Lazio, in Umbria, nelle Marche e nel Triveneto, è attivo per quasi quattro anni, durante i quali diffonde un messaggio nazional-rivoluzionario, rifiuta il bipolarismo e si propone di superare le categorie di destra e sinistra sulla base della costruzione di uno Stato organico e di un’«Europa dei popoli». L’avvio degli anni Ottanta apre una fase nuova, che si caratterizza da una parte per un ripiegamento nella sfera personale e dall’altra per uno scontro tra vecchia e «Nuova Destra». A questa nuova compagine politica l’Autore dedica l’ultima parte della sua narrazione, che si svolge su un’analisi più ridotta, ma utile per la ripresa di spunti e di temi ancora oggi attuali: temi che saranno ripresi dalle formazioni neofasciste odierne prima da «Forza Nuova» e poi da «CasaPound Italia».

    La nascita di Forza nuova, inaugurata il 29 settembre 1997 in un meeting tenuto a Cave presso Roma, è diretta a raccogliere il dissenso giovanile e a coinvolgere il neofascismo sensibile al mondo skinhead. Il suo modello organizzativo si rifà a gruppi simili europei, intrisi di omofobia e di ostilità verso l’immigrazione islamica e zigana. I rapporti di amicizia verso i cattolici di «Christus Rex» o «Militia Christi» sono dettati dalla comune lotta contro l’aborto, i raduni dei Gay Pride e l’«ideologia gender». Temi peculiari presenti anche nel gruppo neofascista di CasaPound, che – sorta nel 2003 dalla fusione di altre organizzazioni di estrema destra come «Fiamma Tricolore» o «Destra» – manifesta ora un volto violento, ora moderato per la formazioni di liste autonome nell’agone elettorale e per le simpatie al cosiddetto «Fascio-leghismo» di Matteo Salvini. 

  • MA CHE C'ENTRA SALVINI
    CON MAURRAS (E GRAMSCI)?

    data: 27/05/2019 14:40

    Che l’uso distorto e strumentale dell’opera di Antonio Gramsci sia frequente, è ormai noto agli studiosi e ai critici della sua opera. Ma che esso sia compiuto dal direttore di un settimanale a larga diffusione nazionale non è ammirevole, specie se fatto con finalità di polemica politica contingente. Nel suo editoriale pubblicato su “L’Espresso” (26 maggio 2019, pp. 8 e 9), Marco Damilano riporta un lungo brano dei “Quaderni del Carcere” di Gramsci per accusare l’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini di ignorare Charles Maurras e la “sua pretesa di far coincidere la città di Dio con la città dell’uomo”
    L’operazione di Damilano è scorretta sotto il profilo della correttezza deontologica e impropria sotto quello culturale. Egli non indica il volume in cui si trova il brano e si attribuisce la patente di conoscitore dell’opera di Maurras e di Gramsci: solo che conosce poco e male il pensiero del nazionalista francese e quello del pensatore sardo. Abbiamo i nostri dubbi che l’attuale ministro dell’Interno conosca l’opera di Charles Maurras o che abbia letto il famoso saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”, pubblicato nel 1942 e citato nella trasmissione “Otto e mezzo”.
    Il brano di Gramsci si trova nel primo volume dei “Quaderni del Carcere (Torino 1975, p. 97) e dice: “Maurras odia il cristianesimo primitivo (la concezione del mondi degli Evangeli), dei primi apologisti ecc., il cristianesimo fino all’Editto di Milano, insomma, che credeva la venuta di Cristo annunziare la fine del mondo e determinava perciò la dissoluzione dell’ordine politico romano in una anarchia morale corrosiva di ogni valore civile e statale) che per lui è una concezione giudaica. […] Il culto cattolico, le sue devozioni superstiziose, le sue feste, le sue pompe, i suoi riti sacramentali, la sua gerarchia imponente, sono come un incantesimo salutare per domare l’anarchia cristiana, per immunizzare il veleno giudaico del cristianesimo autentico”.
    Senza togliere nulla alle robuste analisi di Gramsci, bisogna tenere presente che le sue riflessioni sono riprese pari pari da un sunto di un saggio dello studioso francese Joseph Vialatoux (1880-1970), pubblicato con il titolo La scuola di Maurras sulla “Rivista d’Italia” (15 gennaio 1927, a. XXX, fasc. I, pp. 139-140). Lo stesso Gramsci, seppure parco di virgolette, cita la fonte originaria (“Chronique Sociale de France”, 1927, pp. 83), ma non indica il titolo (La doctrine catholique et l’école de Maurras) in quanto trae la notizia dal volume Une opinion sur Charles Maurras et le devoir des catholiques (Plon, Paris 1926) di Jacques Maritain.
    Un confronto tra il saggio riassunto dalla “Rivista d’Italia” e il brano di Gramsci porta alla conclusione che le riflessioni sul nazionalista monarchico francese sono quelle di Joseph Vialatoux, che tra l’altro sostiene: «Maurras è definibile per i suoi odi ancor più che per i suoi amori. Odi et amo. Il suo grande odio, ovunque presente, ovunque operante, ovunque fremente, è quello del mondo cristiano; l’odio degli apostoli del messaggio evangelico che ha vinto gli dei, è anzitutto l’odio del “Cristo ebreo” che ha consumato questa follia sulla Croce […] . La sua filosofia pratica appare soprattutto come una filosofia di reazione. Distruggere il cristianesimo: tale è il suo disegno dominante, lo scopo ove tutto converge. […] Bisogna scristianizzare: ecco il grande affare».
    Chiarito il debito culturale di Gramsci verso il lo studioso francese, bisogna dire che tra il sovranismo leghista di Matteo Salvini, che invoca il Sacro cuore dell’Immacolata e bacia il Rosario, e le considerazioni politiche del promotore dell’Action française corre un divario: Salvini può essere tacciato di essere superstizioso e di utilizzare le immagini religiose per fini politici, ma Maurras non si proponeva per nulla “di far coincidere la città di Dio con la città dell’uomo” (come afferma Damilano), essendo il suo proposito quello di installare nel cuore dei suoi simili l’amore verso la morale pagana e “risuscitare le forze e le gioie della natura”.

        

  • SE IL CORRIERE RILEGGE
    IL FASCISMO A VANVERA

    data: 22/05/2019 14:42

    Il centenario dei Fasci di combattimento, costituiti a Milano il 23 marzo 1919 su iniziativa di Benito Mussolini, ha riacceso il dibattito sulla genesi del fascismo. Per ora il migliore studio resta ancora il libro Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard (Feltrinelli, Milano 1961) di Gaetano Salvemini e la migliore antologia quella intitolata Il fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici (Laterza, Roma-Bari 1998) di Renzo De Felice.
    La storiografia italiana sull’origine del fascismo sembra essersi arenata a questi due studi, a tenere presente i titoli dei libri elencati nella presentazione dell’articolo «Un’allergia alla libertà più antica del fascismo» scritto da Fulvio Cammarano e pubblicato sull’inserto «la Lettura» del «Corriere della Sera» (19 maggio 2019, n. 390, p. 15): si ritrovano il farraginoso M. il figlio del secolo (Bompiani) di Antonio Scurati, il discorsivo Chi è fascista (Laterza) di Emilio Gentile, il superficiale Fascismo anno zero (Mondadori) di Mimmo Franzinelli e la frettolosa raccolta antologica di B. Mussolini Me ne frego (chiarelettere) a cura di David Bidussa.
    Di fronte a questi libri, meritevoli di essere discussi, si rimane meravigliati dalla superficialità con cui è presentata la «vexata quaestio» delle origini del fascismo da parte di Fulvio Cammarano, storico contemporaneo e docente dell’università di Bologna. Piuttosto che discutere le analisi e le novità riemerse in questi nuovi volumi, egli prende le mosse da un articolino scritto da Antonio Scurati e pubblicato il 23 marzo di quest’anno su «la Repubblica» con il fuorviante titolo «Il fascismo dentro di noi». L’illustre accademico, peraltro anche presidente della Sissco, si avventura in un discorso storico che ha scarsa attinenza con il sorgere dei Fasci di combattimento e con la loro trasformazione nel Partito nazionale fascista (Pnf) fondato a Roma il 7 novembre 1921.
    «Guardando la storia - scrive Cammarano - non sembra azzardato affermare che gli italiani, più che nostalgici del fascismo in quanto tale, siano semplicemente privi di un forte radicamento sul terreno delle libertà civili e dei diritti. Forse si dovrebbe dire che il facile attecchimento del fascismo, al di là delle note contingenze politiche e connivenze istituzionali, fu il risultato di un implicito “contratto” tra il regime e gli italiani, i quali più che dal fascismo furono conquistati da una prospettiva di ordine, identità sociale e una sorta di autarchico welfare in cambio della rinuncia alle libertà, verso le quali, peraltro, durante i precedenti sessant’anni, i nostri avi non avevano mai mostrato un particolare entusiasmo».
    Il discorso di Cammarano presenta connotati di astrattezza e tratti così evidenti di genericità che deve essere confinato nel limbo delle interpretazioni vaghe ad ogni discorso serio sul fascismo. Sarebbe interessante sapere quale storico abbia per primo enunciato questa interpretazione e in quale testo si ritrova una versione così generica? Piuttosto che chiarire il nesso tra le lotte per le «libertà civili e i diritti» e fascismo, l’articolista si dilunga sulla storia inglese e su episodi così lontani come il massacro di Peterloo del 1819 o della petizione elettorale avanzata nel 1842 dal movimento cartista.
    Questi lontani riferimenti sono privi di significato per la comprensione del fascismo e dell’ascesa al potere di Benito Mussolini; come sono privi di significato quelli relativi alla guerra di Libia, quale viene presentata dallo storico «corrierista». Seppure già presente al tempo della guerra libica, il conflitto non riguarda quello avviato con gli internazionalisti, ma deriva dalla scelta governativa di imbarcarsi in un’avventura coloniale deleteria alle popolazioni meridionali e dispendiosa sul piano delle risorse materiali. L’autore sembra così ignorare alcune caratteristiche peculiari della storia d’Italia, in quanto non è vero che questa si sia svolta solo intorno alle «rivendicazioni economiche dei lavoratori e quasi tutte incentrate intorno al conflitto tra nazionalisti e internazionalisti avviato dopo la guerra di Libia»; non è vero che i socialisti e i democratici si siano rinchiusi nell’esclusivo terreno di tali rivendicazioni e che la lotta per la conquista elettorale sia stata trascurata: basti pensare alle posizioni di Salvemini, che ne fa una cavallo di battaglia per la soluzione della questione meridionale, oppure a quelle di Anna Kuliscioff, che si batte per il «voto alle donne», come recita il titolo di un suo opuscolo del 1910 (Uffici della Critica Sociale, Milano 1910).
    L’accento sul ritardo storico della riforma elettorale del 1882 oppure su quella relativa alla concessione del suffragio universale maschile del 1912 aiuta ben poco a comprendere il successo del fascismo. Esso è invece imputabile a un miscuglio eterogeneo di ragioni e di episodi riconducibili alle promesse inattese dei reduci da parte del governo, al fanatico dannunzianesimo dell’impresa fiumana, alla minacciosa presenza del nazionalismo monarchico, alle lotte intestine nel partito socialista e al diffondersi degli scioperi alimentati da un massimalismo inconcludente e parolaio.
    In quest’ambito la citazione del giudizio di Piero Gobetti sul fascismo, senza indicazione dell’anno in cui venne espresso, è inconcludente a spiegare la manifestazione di un fenomeno politico, che non può essere ricondotto sic et simpliciter alla «parola d’ordine dal liberale eretico». Le posizioni di Gobetti sono molte più articolate da quelle che emergono dalla breve citazione: il fascismo – scrive egli – è «tutela paterna prima che (…) dittatura». Esse non possono così essere ridotte a quelle sottolineate da Cammarano, che avrebbe dovuto citare il brano nella sua interezza, là dove il giovane liberale parla anche di un’«immaturità economica italiana che si accompagna e determina la immaturità della lotta e la scarsa dignità personale». La conclusione di Gobetti contrasta con il discorso del presidente della Sissco, che addirittura sostiene con sicumera che la sua «parola d’ordine» fu «raccolta da spezzoni minoritari e perdenti dell’azionismo, del radicalismo e del socialismo liberale»: un’affermazione generica che contrasta con la storia del movimento inaugurato da Carlo Rosselli nel 1930 con il famoso libro Socialismo liberale e l’anno prima con la costituzione del movimento di Giustizia e Libertà.

    Il ricorso alla nuova interpretazione esula dalla storiografia più avvertita sulla genesi del fascismo, ancora ferma sulla distinzione avanzata da De Felice tra «movimento» e «regime». E se il primo rivela un dinamismo vitalistico ed esprime talune istanze rivoluzionarie, seppure basate sull’uso spregiudicato della violenza, il secondo significherà una realtà dittatoriale per volontà del potere carismatico di Mussolini. Ciò, al di fuori della riflessione proposta dall’illustre storico, il cui compito è quello di indicare la fonte e di evitare che la sua affermazione resti per ora gratuita senza valutazioni precise e documentate. 

  • FASCISMO E NEOFASCISMO
    CONFUSIONE E FACILONERIA

    data: 18/05/2019 20:53

    Sull’inserto settimanale «il venerdì di Repubblica» (17 maggio 2019, n. 1626) sono usciti due articoli di Gad Lerner e di Filippo Ceccarelli. Quello di Lerner, che si intitola «I nuovi difensori della razza» (p. 7), è un commento delle leggi razziali, adottate contro gli Ebrei in Italia dal settembre 1938 fino al 25 luglio 1943, seppure applicate ancora nella Repubblica sociale Italiana di Mussolini. Quello di Ceccarelli riguarda un commento sul neofascismo e su un’immagine pubblicitaria della Pivert, il marchio di abbigliamento legato all’editore Altaforte, salito all’onore delle cronache con il Salone del Libro di Torino.
    Di fronte agli articoli dei due noti giornalisti si rimane meravigliati dalla superficialità con cui sono presentati temi così importanti. Scrive Lerner che «nell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali del 1938 sono andato a leggermi gli articoli e a guardare le vignette dei giornalisti che già negli anni precedenti avevano cominciato a martellare l’opinione pubblica sulla pericolosità degli ebrei, dei massoni, dei negri e dei meticci». A parte il fatto che la notizia, seppure verosimile, rappresenti una forzatura storica in quanto negli anni precedenti l’antisemitismo, che era sostenuto da una ristretta cerchia di persone, ebbe un vero e proprio imbarbarimento con la legislazione introdotta nel 1938.
    È vero che prima della pubblicazione del quindicinale «La Difesa della Razza», uscita dal 5 agosto 1938 al 18 luglio 1943, il suo direttore Telesio Interlandi aveva scritto articoli antisemiti su altri organi come «Il Tevere» o «Il Quadrivio», ma non bisogna dimenticare per esempio che su questo settimanale collaboravano Aldo Bandinelli, Alessandro Bonsanti, Mario Praz e Alberto Moravia. La vera svolta antisemita si ebbe con l’introduzione delle leggi razziali e con l’edizione di «Contra Judaeos» (1938) recensito con grande entusiasmo da Guido Piovene sul «Corriere della Sera».
    La cosiddetta intellettualità filogovernativa, a cui Lerner include Telesio Interlandi, Giovanni Preziosi, Giorgio Almirante, Jiulius Evola, si macchiò di antisemitismo, ma non può essere paragonata ai suoi epigoni contemporanei. Si tratta di intellettuali fascisti che diffusero un bieco razzismo con toni, propositi e finalità differenti dai “vari Del Debbio, Giuseppe Cruciani, Mario Giordano, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri ed altri epigoni minori». Non credo che Giordano abbia elaborato la evoliana teoria della «distanza» per professare le diseguaglianze naturali tra gli uomini oppure che Del Debbio abbia strumentalizzato le teorie razzistiche di impronta cattolica per professare l’antisemitismo di Interlandi.
    Riguardo all’articolo di Ceccarelli, bisogna tenere presente che si stia offrendo uno spazio eccessivo alla casa editrice Altaforte e al suo animatore, che ha tratto e trae lauti guadagni con l’edizione del libro intervista a Matteo Salvini. La questione non riguarda il marchio o i video della Pivert, ma il sorgere di un «fascioleghismo» pericoloso per le istituzioni democratiche. Il neofascismo trae origini da altri ambienti che da quelli dell’editore romano-milanese e presenta aspetti e temi diversi da quelli enunciati dalla rivista «Imperium», fondata nel 1950 da Enzo Erra con i contributi di Julius Evola e Massimo Scaligero. Non ha senso alcuno citare Pier Paolo Pasolini come se il tempo si sia fermato alla strage di Brescia e come se il suo monito sia ancora valido per comprendere quelli che si definiscono i fascisti del «terzo millennio». Il neofascismo non può essere presentato come un fenomeno folcloristico, le cui cause siano ricondotte semplicemente ad eventi storici, ma è il prodotto d’una profonda crisi sociale, ossia di un malessere a cui le forze politiche democratiche non sono riuscite a dare una risposta soddisfacente.

    Altre risposte erronee fornisce Luciano Canfora nel suo articolino Come si riconosce il fascismo, pubblicato su «la Repubblica Robinson, 18 maggio 2019, n. 128, p. 5». Sono destituite da ogni fondamento le sue proposte di leggere il presente neofascista con l’ausilio di libri di Umberto Eco o di Jason Stanley se non addirittura con la lettura del manuale Il primo libro del fascista (Mondadori, Milano 1939). Quella del saggista comunista è una lettura antiquata, che non coglie la vera sostanza del neofascismo, pericoloso oggi per il futuro dell’Italia rispetto al suo antenato che minacciava la sovranità di altri Paesi (si pensi all’invasione dell’Etiopia del 1935-36). Bisogna risalire a tempi più ravvicinati per comprendere le frange irrequiete dell’estrema destra, riconoscere il vero volto del neofascismo e il suo l’incontro con la Lega di Matteo Salvini, di cui offre un quadro interessante Paolo Berizzi nel suo volume NazItalia. Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista (Baldini+Castoldi, Milano 2018, pp. 426). 

  • PER SCURATI CI FU ANCHE
    UN FASCISMO MODERNO

    data: 29/04/2019 13:40

    Esalta il 25 aprile come mito sacrosanto della Repubblica; rilascia interviste quasi quotidiane a una miriade di giornali di orientamento culturale diverso; ma distingue un fascismo regressivo da un altro «più moderno e progressivo». Questo il leitmotiv che conclude l’intervista concessa da Antonio Scurati a Luca Mastrantonio sull’inserto settimanale «C7» del «Corriere della Sera» (25 aprile 2019, n. 1615, pp. 70-73).
    Nel suo articolo-intervista Mastrantonio annuncia il secondo volume della trilogia che Antonio Scurati sta per consegnare all’editore Bompiani. Ci auguriamo che il nuovo volume, che segue M. Il figlio del secolo, (Bompiani, Milano 2018, pp. 841), non sia zeppo di strafalcioni storici come il primo, considerato dall’articolista un libro «fortunato» per il «largo successo di pubblico» e per la promozione di «accesi dibattiti storico-politici». Che cosa renda un libro fortunato non rientra nella sfera di un commento storico, ma che abbia provocato un acceso dibattito sembra una forzatura derivata dal vezzo giornalistico di attribuire meriti non dovuti anche a libri di scarsa consistenza storica.
    Ad eccezione di E. Galli della Loggia e di David Bidussa, l’uno critico verso il libro di Scurati e il secondo elogiativo, non risulta che esso abbia avuto un così largo dibattito negli ambienti della «communitas studiorum» degli storici. Una campagna pubblicitaria martellante e una spasmodica attività dell’autore hanno trasformato un libro zeppo di incongruenze e di svarioni in un best seller, indicato da G. Caldiron come «un romanzo che dando voce ai protagonisti» del primo fascismo ricostruisce «centinaia di episodi e decine di figure» e «sembra illuminare una nuova consapevolezza un capitolo decisivo della storia italiana» («Intervista ad Antonio Scurati: “Dare voce a Mussolini per liberarsi di lui”, «il manifesto, 23 aprile 2019»).
    Ci duole l’accoglienza negativa riservata al libro di Scurati da parte di quelli che egli definisce il gesto «di isterici nostalgici del Duce», che hanno coperto il citofono con un pennarello nero, ma ci rattrista ancora di più che gli storici italiani non abbiano denunciato gli innumerevoli saccheggi perpetrati dall’Autore. E poi a chi può interessare la descrizione dello studio di Scurati, con il suo divano nero e con la statua colorata di Wonder Woman in bella mostra, oppure l’esposizione di una copia originale de «l’Unità» e dei volumi della destrorsa Testa di Ferro?
    In attesa del secondo volume, siamo curiosi di sapere che cosa abbia scoperto di nuovo l’Autore nella descrizione dello scandalo politico-finanziario che coinvolse negli anni 1926-28 il «sindaco» Ernesto Belloni. Possibile che il giornalista del «Corriere» non sappia che in quegli anni il sindaco era denominato podestà e sottoposto all’autorità governativa, ossia al Capo dell’esecutivo Benito Mussolini? Possibile che l’Autore cada in un errore così grossolano da distinguere un fascismo «regressivo» e un altro «più moderno e progressivo». Per comprendere l’interpretazione erronea dell’Autore, bisogna tenere presente che tutta la vicenda era gestita dal duce, per cui è sbagliato parlare di un fascismo moderno dal momento che i due contendenti della questione sono Ernesto Belloni (1883-1938) e Roberto Farinacci (1892-1945), entrambi lontani dalla concezione attribuita loro da Scurati.
    La convinzione trae origine dal tema centrale del nuovo volume, che «sarà centrato sullo scandalo politico finanziario che coinvolse Belloni, sindaco di Milano dal 1926-28». In realtà Belloni, primo podestà di Milano e legato da viva amicizia con Arnaldo Mussolini (1885-1931), fu travolto dallo scandalo di una tangente, che venne strumentalizzato da Farinacci per suoi interessi reconditi. Il caso aveva messo in rilievo il peso della campagna moralizzatrice avviata da Farinacci tramite l’organo «Il Regime fascista», con cui rivolgeva numerose critiche a personalità dell’establishment finanziario, tra cui quella relativa alla nomina di Ettore Conti all’Ente petroli. La critica suscitò l’ira del duce, che – come rileva Matteo Di Figlia nel saggio compreso «Il fascismo dalle mani sporche» (Laterza, Roma-Bari 2019, pp. 32-33) – rintuzzò le lamentele di Farinacci, scrivendogli il 21 maggio 1926 che il petrolio «non è fascista né antifascista ma è purtroppo soltanto straniero» (nota 34, p. 33). Fatto sta che il duce non ammetteva nessuna illazione sul fratello, il cui amore fraterno lo portava a confidargli che durante il processo Farinacci- Belloni (ottobre 1930) «si va determinando una certa resistenza allo scempio della logica e all’atteggiamento subdolo di molta gente al processo di Cremona» («Carteggio Arnaldo-Benito Mussolini», a cura di D. Susmel, La Fenice, Firenze 1954, p. 198).
    Dalla lettura della corrispondenza dei fratelli Mussolini e dai saggi riuniti nel volume ed egregiamente curati da Paolo Giovannini e Marco Palla, si ricava l’erroneità della tesi di Scurati, per cui non si può parlare di un fascismo progressivo per le mire personali di Farinacci e per la feroce dittatura esercitata da Mussolini e (p. 5). Riguardo ai rapporti con Mario Giampaoli (1893- 1944?), Scurati considera il gerarca fascista un malavitoso, senza tenere presente che egli godeva di larga simpatia negli ambienti cittadini milanesi. Per esempio, in occasione del suo matrimonio celebrato nel 1928, Giampaoli ricevette numerosi regali da imprenditori e commercianti per un valore di un milione di lire. Da questi episodi si può dedurre l’inanità della tesi di Scurati, che rilascia interviste su episodi difficilmente intellegibili se non siano documentati e spiegati nei minimi dettagli con l’ausilio anche dei carteggi e della lettura attenta della documentazione. L’augurio è che il prossimo volume sia documentato con l’indicazione precisa delle fonti.

           

  • EDMONDO DE AMICIS
    E IL "CUORE" DI TORINO

    data: 25/04/2019 20:34

    Il Museo della Scuola e del Libro per l'Infanzia, ubicato a Torino (via Corte d’Appello 20/c) propone un itinerario sul territorio denominato “Storie e memorie. Pratiche scolastiche e di lettura ieri e oggi”. L’itinerario, che utilizza le storie e le memorie descritte dai protagonisti del Libro Cuore di Edmondo De Amicis, ha come finalità quella di rievocare abitudini scolastiche e luoghi di lettura tra la fine del XIX e quello del XX secolo. Si tratta di una iniziativa encomiabile, che – al di là del costo del biglietto (8 euro, compreso l’ingresso al Museo) – non sempre rispetta la fisionomia della Torino coeva, oberata da gravi contrasti sociali e da stridenti diseguaglianze economiche.
    Conferenziere, giornalista e consigliere comunale di Torino per alcuni anni (1891-94), Edmondo De Amicis rimane uno scrittore controverso quanto prolifico nello scenario letterario dell’Italia “umbertina”. Sebbene sia nato ad Oneglia il 21 ottobre 1846, egli visse a Cuneo e poi a Torino, dove frequentò il collegio Candellero per essere avviato alla scuola militare di Modena. Ammesso nell’Accademia modenese e uscito con il grado di sottotenente di fanteria, partecipò alla Terza guerra di indipendenza e all’assistenza dei malati di colera in Sicilia. Quelle esperienze permisero al giovane De Amicis di pubblicare alcuni bozzetti di Vita militare, editi in un omonimo volume (1869), ora commentato con acribia linguistico-editoriale da Michela Dota (Milano 2017, pp. 351).
     L’opera, che fu il preludio di un’intensa attività pubblicistica svolta sulle colonne della Gazzetta d’Italia e della Nuova Antologia, aprì a De Amicis le porte di “inviato speciale” dell’Illustrazione italiana: soggiornò così in diversi Paesi europei (Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra) e scrisse lunghi reportages, poi ampliati e pubblicati in volume tra il 1873 e il 1878. Abbandonata la carriera militare, egli si stabilì a Torino dove acquisì larga notorietà negli ambienti letterari della città subalpina, senza assurgere a fama nazionale. Solo con Cuore, uscito il 17 ottobre 1886, ottenne un grande successo grazie alla distribuzione oculata dell’editore Treves. Il 4 dicembre dello stesso anno confidò al letterato francese Clair-Edmond Cottinet, suo corrispondente dal 1879 al 1893, che il libro gli dette “una rara gioia” per la vendita strepitosa e per il successo letterario che “questa volta, è anche un successo finanziario”. In pochi mesi il romanzo divenne un bestseller mondiale con quaranta edizioni e decine di traduzioni in diverse lingue straniere.
    La Torino dei primi anni Ottanta, come è raffigurata nel romanzo, è diversa da quella che emerge dalle cronache cittadine dell’epoca. La città conta 250 mila abitanti, dei quali 30 mila vivono in soffitte fatiscenti, molte adibite anche a laboratorio per le loro attività artigianali. Il racconto di Enrico, l’io narrante del romanzo, non trova una corrispondenza nella vita quotidiana della città, che presenta situazioni molto diffuse di indigenza con fanciulle dedite alla prostituzione, bordelli clandestini, elevato numero di suicidi e di giovani ragazze rinchiuse nei sifilocomi: una realtà dolorosa che non poteva trovare ospitalità in un libro scritto per i ragazzi.
    Nei centotrentadue anni che ci separano dalla prima edizione, poco rilievo è stato dato al debito culturale che De Amicis contrasse verso il libro Enrichetto ossia il galateo del fanciullo “proposto dal professore Costantino Rodella” e pubblicato nel 1871 e nel 1874 dall’editore Paravia. Grazie a quest’operetta l’autore vinse un pubblico concorso promosso dal Municipio di Torino, che lo premiò con una medaglia d’oro per la passione pedagogica con cui “sparse ne’ cuori della gioventù semi di urbanità e di rettitudine”. Il protagonista di nome Enrichetto esordì quindici anni prima di Enrico Bottini, il personaggio centrale del romanzo Cuore, che rivelò una eguale “torinesità” e una diversità di carattere, forse per differenziarsi nei tratti fisionomici.
    In altre parti del romanzo De Amicis riprese scene e temi, già espressi da Rodella in Enrichetto con “l’andata a scuola” (p. 21) che è all’origine del brano “I parenti dei ragazzi” (6 marzo) oppure con il capitolo intitolato “La Scuola” (pp. 25-26) che anticipa le sue notazioni sul primo giorno scolastico (17 ottobre). Nel medesimo capitolo Rodella offre ragguardevoli spunti per la stesura dei brani “Il carbonaio e il signore” (7 novembre), “Superbia” (11 febbraio) o “Gli amici operai” (20 aprile). L’episodio su “Il ragazzo calabrese” (22 ottobre) sembra tratto invece dal saggio che Roberto Sacchetti pubblicò nell’opera collettanea su Torino (1880, pp. 189-190), laddove racconta dell’arrivo di uno scolaro nella IV elementare da lui frequentata nelle vicinanze di via Po: “aveva poi de’ modi curiosi, d’una umiltà ruvida e una pronunzia calabrese tanto schietta che non potevamo sentirlo senza ridere” (p. 190). Se Sacchetti considerò i suoi compagni di classe affetti da “una logica superficiale, piccina e malignuzza”, De Amicis colse invece negli alunni torinesi una gioia nell’accogliere il loro compagno calabrese, a cui regalarono “penne, una stampa e un francobollo di Svezia”.

    Come ha notato più volte Giorgio De Rienzo in diversi saggi ed ha confermato Luciano Tamburini nell’introduzione all’edizione einaudiana di Cuore (2001), il debito culturale verso Rodella o Sacchetti è palese, ma non si si tratta di plagio o di “ricalco”, ma di semplice fonte di ispirazione, a cui De Amicis si rivolse per trasformare una “materia grezza” in un classico della letteratura per l’infanzia. 

  • SETTANTACINQUE ANNI FA
    L'ASSASSINIO DI GENTILE

    data: 15/04/2019 19:31

    Settantacinque anni fa, il 15 aprile 1944, un gruppo di gappisti comunisti uccise con otto colpi di pistola Giovanni Gentile, il filosofo siciliano ritenuto un «traditore della patria». L’accusa, espressa in un commento radiofonico da Palmito Togliatti la sera del 26 giugno del 1943, prese avvio dal discorso pronunciato da Gentile due giorni prima in Campidoglio. Quel «discorso agli italiani», suggestivo sul piano filosofico e innovativo su quello politico, invitò alla concordia nazionale e al superamento delle discordie tra gli Italiani.
    Il discorso del filosofo siciliano suscitò l’avversione di Concetto Marchesi, suo conterraneo e celebre latinista fedele alla linea stalinista del Pci, che pubblicò sul foglio clandestino «La Lotta» (gennaio 1944) un articolo, con il quale respinse l’appello alla concordia, scorgendovi un sostegno alla Repubblica di Salò. L’articolo fu ripubblicato sul periodico comunista «La nostra lotta» nel marzo successivo da Antonio Banfi con un nuovo titolo e con un’aggiunta di Girolamo Li Causi, che suonava come un’esplicita condanna capotale: «Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: Morte!».
    Nonostante che nessun tribunale avesse emesso quella sentenza, alcuni gappisti eseguirono il 15 aprile ’44 l’omicidio, che provocò forti contrasti nei partiti democratici ed alimentò il clima di odio già esistente in Italia al termine del regime fascista. La notizia fu commentata sull’edizione napoletana de «l’Unità» (23 aprile 1944) con toni dure da un anonimo x.y., che approvò l’omicidio di Gentile ad opera dei «patrioti italiani» e ribadì l’accusa di «traditore della patria», indicando nel filosofo fascista il «bandito politico», il «camorrista» e il «corruttore di tutta la vita intellettuale italiana». Dietro la sigla si celava Palmiro Togliatti, che nel luglio 1944 ripubblicò l’articolo di Girolano Li Causi con l’aggiunta di una postilla: «Poche settimane dopo la promulgazione di questo articolo, che suona come atto d’accusa di tutti gli intellettuali onesti contro il filosofo bestione, idealista, fascista e traditore dell’Italia, la sentenza di morte venne implacabilmente eseguita da un gruppo di giovani generosi e la scena politica e intellettuale italiana liberata da uno dei più immondi autori della sua degenerazione. Per volere ed eroismo del popolo, giustizia è stata fatta!».
    Di diversa opinione fu Benedetto Croce, la cui ferma condanna fu registrata nel suo diario per la morte del collaboratore di tante battaglie «barbaramente ammazzato per giustizia o vendetta dei partigiani». Alla condanna di Croce si unì quella degli azionisti fiorentini, che riconobbero «pesanti responsabilità» a Gentile nella «triste collana di violenze, di persecuzioni, di inettitudini che recarono rovina all’Italia», ma deplorarono «l’odiosità di un simile attentato». L’uccisone di Gentile fu considerata dagli azionisti come un inutile atto terroristico, deleterio alla Resistenza e diretto solo a rinfocolare la ferocia fascista.
    Bruno Fanciullacci, indicato come il principale esecutore del delitto, rimase ucciso nel luglio 1944 in circostanze poco chiare. La famigerata banda Carità, ritenuta responsabile dell’omicidio, fu negli anni di Salò denunciata dallo stesso Gentile per i suoi soprusi e gli eccessi delittuosi. Ma altri aspetti, ritenuti fondamentali nella sua biografia, possono essere considerati gli improvvisi aneliti alla libertà, la funzione culturale svolta nella promozione dell’Enciclopedia italiana, l’atteggiamento liberale assunto alla Normale di Pisa e l’aiuto agli Ebrei.     In quest’àmbito possono rientrare l’appoggio all’israelita Paul Oskar Kristeller, chiamato alla Normale e poi aiutato a espatriare negli Stati Uniti; oppure l’intervento a favore delle ebree Rosa e Mirella Bemporad, perché non siano inviate al campo di concentramento di Fossoli.

    Queste posizioni hanno spinto alcuni storici a riproporre una rilettura del personaggio, la cui vicenda biografica appare caratterizzata da una varietà di scelte spesso contrastanti con la fede fascista, l’assenza di interventi sulle leggi razziali o l’adesione alla Repubblica sociale. Nel libro «Intervista sull’intellettuale» (Laterza, Roma-Bari 1997), Eugenio Garin gli aveva riconosciuto il merito di avere promosso «i diritti della cultura e del suo rigore in una tensione drammatica degna di rispetto». Un giudizio simile si ricava nella documentata biografia di Sergio Romano «Giovanni Gentile, un filosofo al potere begli anni del “regime”» (Rizzoli, Milano 2004) oppure in quella di Daniela Colli («Giovanni Gentile», il Mulino, Bologna 2004), laddove essi attribuiscono al filosofo siciliano «intensità affettiva» e «fedeltà ai rapporti personali» in una trama di relazioni spesso difficili ma tenacemente ferme sui sodalizi culturali di lunga durata.  

  • CATTANEO RIVISITATO

    data: 07/04/2019 21:21

    Sull’inserto settimanale «la Lettura» del «Corriere della Sera» (7 aprile 2019, n. 384, pp. 6-7), Antonio Carioti ha curato un «dialogo tra Luigi Marco Bassani e Alberto Martinelli» sul pensatore federalista Carlo Cattaneo per la ricorrenza dei 150 anni dalla sua morte. Il dialogo prende spunto dai convegni che si terranno il 10 aprile prossimo a Castellanza (Varese) presso la Libera Università intitolata a Cattaneo e il 30-31 ottobre a Milano.

    Come mette in rilievo Carioti, «i 150 anni ricorrevano il 5 febbraio, ma solo adesso partono le iniziative per ricordare Carlo Cattaneo, pensatore federalista e leader delle Cinque giornate di Milano. Questo significativo ritardo offre lo spunto per affrontare il tema del federalismo con due studiosi di tendenze diverse: lo storico delle dottrine politiche Luigi Marco Bassani, allievo di Gianfranco Miglio (per una fase ideologo della Lega) e il sociologo Alberto Martinelli, già membro della Costituente del Pd e ora coordinatore del comitato per il centocinquantesimo di Cattaneo».

    L’asserzione del curatore suona abbastanza strana e incomprensibile a chi segue periodicamente la miriade di articoli apparsi sulla pagina culturale del giornale milanese e del suo settimanale: bisognava aspettare l’avvio di queste iniziative per dedicare qualche pagina al grande pensatore lombardo? Dalla lettura del dialogo si evince che i due intellettuali non abbiano molta dimestichezza con il pensiero di Cattaneo, che è diverso da come viene presentato nel corso del loro dialogo.

    Già nell’incipit del suo intervento, Bassani sostiene che «negli anni Settanta di federalismo parlava solo il Partito sardo d’Azione» e che prima della nascita della Lega «quei temi erano estranei al dibattito pubblico»: affermazione erronea e destituita da ogni fondamento in quanto in quegli anni sono stati prodotti numerosi studi, che vanno dall’antologia (1970) su Cattaneo di Adriano Soldini ai quattro volumi delle «Opere scelte» (1972) a cura di D. Castelnuovo Frigessi.

    Premesso ciò, Bassani sostiene alcune posizioni storiche stravaganti, la prima delle quali riguarda Giuseppe Mazzini accostato ai Savoia e risultato vincitore per il suo centralismo unitario «sul versante repubblicano» per poi sostenere che quest’ultimo ha utilizzato «nella storia d’Italia l’integrazione sovranazionale … contro le istanze federaliste interne». Nessuna replica da parte di Alberto Martinelli, che sic et simpliciter sostiene che «l’unificazione realizzata da Cavour nel 1861 segna la sconfitta di Cattaneo», ignorando che essa più che del federalista lombardo segna la sconfitta di Mazzini e la sua proposta repubblicana di ordinare l’assetto amministrativo su basi regionali. Entrambi però presentano il pensiero di Cattaneo come un blocco unico in modo vago ed in parte erroneo.
    Le posizioni più significative del percorso intellettuale di Cattaneo possono invece essere suddivise in tre fasi ben distinte della sua attività politica. La prima posizione, a cui Bassani sembra essersi fermato, è espressa nel decennio 1830-38, quando Cattaneo auspica una larga autonomia in difesa dei valori etnici di una fittizia comunità lombarda. Solo che in questa aspirazione Cattaneo voleva staccare la Lombardia per avviare un processo di integrazione fra diversi popoli sotto il dominio asburgico.
    La seconda fase del pensiero federalista, quale venne formulato da Cattaneo a partire dal 1839, si caratterizza per l’opposizione all’espansionismo piemontese e si dispiega in un programma orientato più verso ideali nazionali ed europei. Nella prefazione alla Prima serie del «Politecnico» (1839-1844) Cattaneo abbandona molte idee retrive, che gli avevano causato la taccia di «codino» o la qualifica di «austriacante» e invita gli Italiani a «tenersi soprattutto all’unisono coll’Europa, e a non accarezzare altro nazional sentimento che quello di serbare un nobil posto nell’Associazione scientifica dell’Europa e del mondo».
    Dal 1844 Cattaneo matura un pensiero federalista, che è critico verso i dialetti, che «innumerevoli e discordi» minano l’unità della lingua italiana, l’unica «interprete comune della scienza europea»; anzi propone la loro eliminazione per evitare «la discordia e la debolezza fra gli abitatori d’una patria comune». Dopo le cinque giornate di Milano (1848) Cattaneo promuove l’ideale repubblicano e a Gustavo Modena che gli faceva l’elogio d’essere stato «la chioccia» che aveva covato «tutti i milanesi giovani e buoni», Cattaneo rispondeva: «al primo levar del sole tutta la mia nidiata è corsa a razzolare nel letamaio del re». Il suo ideale politico, dunque, non si riduceva all’auspicio di un’Italia clericale e municipale; ma invocava «le provvidenze» per la «negletta» Sardegna e denunciava il razzismo nella difesa dei neri e delle popolazioni meridionali.
    Sulla scia del suo maestro, Gianfranco Miglio, Bassani – ignaro del pensiero di Cattaneo – ci stordisce con le sue analisi stravaganti e il suo sostegno alla politica di Matteo Salvini, intento a cercare «altre strade» come quella contro i rom e lo sbarco dei migranti. Egli cita infatti l’ammonimento del suo maestro, secondo cui «il federalismo della Lega non deve diventare come la società senza classi dei comunisti»: un richiamo privo di significato politico, visto il cambiamento di rotta di Salvini e la sua ricerca del consenso elettorale a livello nazionale.
    Nella terza fase più matura del pensiero, quella rivolta alla promozione di un’Italia unita, Cattaneo cerca di coniugare queste istanze con una visione europeista protesa verso un modello federale sull’esempio americano e volta alla realizzazione degli Stati Uniti d’Europa. La sua aspirazione, protesa a sottrarsi alla «luttuosa necessità delle battaglie, degli incendi e dei patiboli» riguardò solo la realtà sovranazionale, che doveva salvaguardare l’autodeterminazione dei popoli Questa visione politica, considerata giusta da Martinelli per l’accento che egli pone sull’«integrazione europea» come elemento essenziale per la salvaguardia della pace, non sembra adeguarsi alla realtà nazionale, il cui ricorso ad una struttura federale potrebbe scardinare l’assetto amministrativo dell’Italia unita.
    Ad unificazione politica avvenuta, il federalismo di Cattaneo diventò una battaglia di libertà, diretta alla valorizzazione delle autonomie locali e stimolata dalla partecipazione e dal controllo dei cittadini. Fu questo un programma politico che egli cercò di vivificare negli ultimi anni della sua vita attraverso il contributo delle associazioni operaie per un reale miglioramento dei ceti meno abbienti e per un reale progresso dell’intera società. L’interesse crescente verso il mondo del lavoro, che giace «in negletta e barbara condizione», si pone come la «più grave questione», la cui soluzione può trovare le condizioni favorevoli ad una democrazia europea, laddove la parità dei singoli Stati è preliminare agli Stati Uniti d’Europa e all’integrazione comunitaria.

  • CAPIRE LA POLITICA
    CON BOBBIO E SARTORI

    data: 20/03/2019 21:50

    Nel corso dell’età repubblicana Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno incarnato il pensiero democratico di orientamento laico. Con la loro opera culturale essi hanno dato contributi essenziali allo studio del sistema politico, della democrazia e dei partiti. Del loro insegnamento dà un quadro complessivo il recente volume Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi editore, Milano 2019, 232 pp.) di Gianfranco Pasquino, allievo di entrambi e professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna.
    Con i loro editoriali su La Stampa e sul Corriere della Sera, con le frequenti interviste televisive nel caso di Sartori, Bobbio e Sartori hanno contribuito a formare l’opinione pubblica in Italia. Entrambi hanno svolto un’opera simile: se Bobbio si riallacciava alla dottrina liberal-socialista per ricostruire un sistema di pensiero volto a ridurre le diseguaglianze sociali, Sartori aspirava – come sostiene Gianfranco Pasquino – «a far funzionare bene la democrazia attraverso il complesso sistema di equilibri e contrappesi tra istituzioni, partiti e correnti, modelli di governo che regola il funzionamento dello Stato».
    Il libro è un omaggio ai due intellettuali da parte di uno studioso che, come egli mette in rilievo, può vantare il «privilegio unico e irripetibile» di essersi laureato con Bobbio e specializzato con Sartori, verso i quali ha un debito di riconoscenza per la trasmissione di un insegnamento ancora oggi valido nelle sue linee essenziali.
    Delle riflessioni politiche di Bobbio, l’Autore mette in rilievo il suo contributo sulla definizione del compito dell’intellettuale, la ricerca di una teoria generale della politica e le sue ricerche sulla democrazia. Di Sartori ricorda il suo contributo alla scienza politica, all’analisi dei partiti e all’ingegneria costituzionale del sistema italiano, dove il pluralismo politico era coniugato con i principi della democrazia contemplati nella Costituzione. «Rappresentavano entrambi l’élite del pensiero, erano certamente minoritari già ai loro tempi e tuttavia – ricorda Pasquino – entrambi traevano vantaggio dalla sfida di voler migliorare la cultura politica dei loro interlocutori, ovvero della classe dirigente, così come quella dei cittadini». Per l’autore de Il Sultanato sarebbe stata inconcepibile la polemica odierna del “popolo contro l’élite”: «chi si candida a guidare un paese, diceva, non poteva che avere una solida preparazione».

    La storia politica del Novecento – considerato il secolo più tragico della storia umana per gli eventi terribili delle due guerre mondiali, dei totalitarismi moderni, dei rivolgimenti nazionali e del terrorismo internazionale – fu sempre presente nell’opera di Bobbio sin dall’esordio della sua attività culturale e politica. Già nel 1946 egli, come candidato del Partito d’Azione per l’Assemblea Costituente, avanzò un progetto di «umanizzazione dello Stato», volto a un’attiva partecipazione dei cittadini e a un’organizzazione autonomistica «delle istituzioni di autogoverno». I principi della democrazia moderna, trasferiti all’organizzazione internazionale degli Stati, furono al centro della sua attività culturale: l’impegno nella «Société européenne de culture» e nella rivista «Occidente» furono i momenti preparatori del libro Politica e cultura (1955), con il quale cercò di superare il «divorzio» tra cultura e politica, proponendosi di trovare le cause per rendere più democratica la struttura sociale e meno oppressiva l’istituzione statuale.

    L’invite au colloque, ispirato all’estensione della libertà a ogni manifestazione umana, fu raccolto da Palmiro Togliatti, da Galvano della Volpe e da Ranuccio Bianchi Bandinelli, i quali criticarono la stretta connessione tra liberalismo e reazione, rifiutando le analisi dello scrittore torinese come un persistente attaccamento alla democrazia liberale. Il dialogo, che investì altri temi come la libertà e la giustizia sociale, si protrasse fino alle soglie dei fatti d’Ungheria e del XX congresso del Pcus (1956), ma non ebbe alcun seguito nella cultura politica per i vent’anni successivi.
    L’altra questione, che vide impegnato Bobbio nel dibattito culturale, fu quella relativa alla minaccia della guerra atomica per l’uso di armamenti «sempre più micidiali». Il rifiuto della guerra come «male assoluto» e delle sue tradizionali giustificazioni lo portarono ad invocare una totale obiezione di coscienza e un attivo pacifismo come vie necessarie al progresso della civiltà umana. L’analisi del sistema internazionale e del complesso rapporto tra diritto-guerra s’ispirò alla dottrina di Kant: una pacificazione duratura dei rapporti tra gli Stati poteva derivare solo dall’adozione in ogni singolo Stato di una Costituzione liberaldemocratica, ossia da quella «costituzione repubblicana» che era considerata dal filosofo tedesco come l’unica «in grado di evitare per principio la guerra» (N. Bobbio, L’età dei diritti, Torino 1990, p. 149).

    Le riflessioni sulla guerra si unirono anche alle vicende politiche della sinistra italiana, alle quali partecipò come protagonista. Nel 1966 aderì al Partito socialista unificato nella speranza che esso potesse aprire uno scenario nuovo nella vita politica italiana. L’unificazione segnò una delusione per Bobbio, che - dopo la sua sconfitta nelle elezioni politiche del 1968 - si convinse che il suo impegno doveva svolgersi non nelle aule parlamentari ma in quelle universitarie. La protesta studentesca e il movimento extraparlamentare furono criticati da Bobbio, che riconobbe valida la contestazione di alcune «disfunzioni reali» dell’Università italiana, ma si oppose a quello «stato di esaltazione collettiva» che spinse gli studenti a richiedere «corsi autogestiti». Il rapporto tra docenti e studenti, l’ostilità verso ogni forma di potere tradizionale, le nuove relazioni fra i sessi, il valore soggettivo dell’impegno politico furono così ricondotti a «un trauma profondo della sinistra italiana», le cui cause si rispecchiavano nella contestazione studentesca come esito finale di mutamenti sociali e come conseguenza di rivolgimenti politici. In questo ambito Bobbio incluse la crisi del Pci, l’ingresso dei socialisti nella compagine governativa, la costituzione del Psiup, l’eco della rivoluzione culturale cinese e i rivolgimenti politici in Urss come gli aspetti più appariscenti che «rappresentarono l’addio a ogni speranza di rinnovamento». 

    Nella prima parte del fortunato saggio Profilo ideologico del Novecento (1969), Bobbio contrappose l’antifascismo al fascismo come monito per scongiurare la «caduta» della vita pubblica italiana in un potere dispotico e in una degenerazione della democrazia. Le sue tesi, sviluppate in molteplici saggi e dirette a salvaguardare il sistema rappresentativo, approdarono alle elaborazioni di Quale socialismo? (1976)e del Futuro della democrazia (1984), che trovarono una conclusione definitiva nella definizione del metodo democratico e nel rispetto delle «regole del gioco». Con questo impianto concettuale Bobbio ritornò più volte dopo l’89 sul valore della democrazia per la difesa dei suoi postulati fondamentali e per la formazione di un partito unico della sinistra.
    Sull’onda degli sconvolgimenti internazionali prodotti dall’Urss, Bobbio non plaudì a quella mutazione genetica del sistema politico che va sotto il nome di «fine della Prima Repubblica». Nel nuovo «corso delle cose» inaugurato dal «berlusconismo», Bobbio vide nella «discesa in campo» del suo protagonista il volgare ritorno dell’«Italia barbara», ostile a ogni forma di serietà pubblica e privata, incapace di una vera pratica democratica, incerta tra «i luoghi comuni dei servi contenti» e le dimostrazioni oltraggiose di strapotere dei nuovi padroni. In un lucido articolo apparso su «La Stampa» il 20 marzo 1994, Bobbio prese spunto dalla vittoria di Berlusconi per definire «eversivo» il suo «modello» politico, considerato un «fenomeno senza precedenti» nella storia d’Italia e purtroppo «destinato a durare a lungo» nella scena politica. Gli anni finali della sua vita pubblica furono rivolti ad una critica impetuosa della Lega, la cui ascesa politica gli apparve un fenomeno «folle», «insensato e grottesco» per l’auspicio di una Padania immaginaria, che era visto come «uno sgorbio storico e geografico» alla stregua dello stesso modello vigente durante il fascismo intriso «della stessa mentalità, la stessa strafottenza e la stessa volgarità».

    Su questa linea si pose anche Sartori, che animò il dibattito sul sistema della democrazia, analizzando le cause del suo cattivo funzionamento, reperite soprattutto nei meccanismi di voto, nella sana rappresentanza politica e nell’equilibrio tra i poteri (legislativo, giudiziario ed esecutivo). Dalle sue denunce, sempre precise e minuziose, Sartori offre una grande lezione contro le derive autoritarie e contro il risorgere dei populismi, intriso di avversione al pluralismo e alla rappresentanza politica. Per questo motivo Pasquino considera attuale la sua lezione, come elemento costitutivo della scienza politica volta alla ricerca del migliore sistema elettorale e alla valorizzazione della partecipazione dei cittadini.

     

     

     

  • MERLIN E LE "CASE CHIUSE"

    data: 06/03/2019 18:42

    Ad oltre 60 anni dell’approvazione della cosiddetta “Legge Merlin”, pubblicata nella "Gazzetta Ufficiale” del 4 marzo 1958, si ritorna a parlare di “case chiuse”. Con lo slogan “liberiamo le strade delle nostre città”, la proposta di riaprire le case chiuse è avanzata dal leader della Lega Matteo Salvini. Secondo il Ministro dell’Interno, l’introduzione di una nuova legge porterebbe un incremento del gettito fiscale, toglierebbe alle mafie il monopolio della prostituzione e permetterebbe allo Stato un efficace controllo sanitario.
    Ora, dopo molti anni dall’entrata in vigore della legge Merlin, è stata interpellata la Corte costituzionale a pronunciarsi sulla questione di legittimità e sembra che essa abbia ritenuto la sua conformità ai dettami della  Costituzione. In attesa della sentenza, che deve essere ancora depositata dopo il ricorso della Corte d’Appello di Bari, la situazione è ancora in attesa di regolamentazione. Un nuovo disegno di legge, presentato dalla Lega, vuole abrogare i primi due articoli, prevedendo il via libera all’esercizio della prostituzione nelle abitazioni private e vietandolo “in luoghi pubblico aperti al pubblico” con l’istituzione presso la questura di un apposito registro a cui sono tenute ad iscriversi le persone interessate ad esercitare il mestiere di prostitute.
    Come provvedimento legislativo, la legge aboliva le case di tolleranza e regolamentava i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Ma chi era la donna a cui è legata la legge? Quale era il suo intento a far approvare una legge che per lei intendeva tutelare la dignità della donna?
    Tenace oppositrice del fascismo, Angelina (Lina) Merlino (Pozzonuovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è ricordata soprattutto per la legge contro le case di tolleranza, ma la sua attività fu molto vasta per la sua lunga militanza socialista. Iscrittasi nel 1919 al Partito socialista italiano, ella collaborò ai periodici “L’Eco dei Lavoratori” e “La Difesa delle lavoratrici” con articoli sulla questione femminile e sulla prostituzione. Negli anni 1921-22 denunciò le violenze fasciste nel Padovano per essere poi allontanata dall’insegnamento di maestra elementare per il suo rifiuto di prestare giuramento al regime. Il 24 novembre 1926 fu condannata dal Tribunale speciale a cinque anni di confino, che scontò in varie località della Sardegna. Ottenuta una riduzione della pena, nel 1929 ritornò a Padova, ma l’anno successivo si trasferì a Milano, dove visse grazie alle elezioni private di francese. Durante il soggiorno milanese, conobbe l’ex deputato socialista polesano Dante Galliani, che sposò nel 1933, ma – nonostante la perdita del marito tre anni dopo – ella continuò la sua attività antifascista.
    Dopo l’8 settembre 1943, Lina Merlin partecipò alla guerra di liberazione come rappresentante del Psi nei cosiddetti “Gruppi di difesa della donna, collaborando attivamente con Ada Gobetti e Laura Conti nell’acquisizione di fondi e vestiario per i partigiani. Dopo la liberazione fu la le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e fece parte della Direzione del Partito socialista. Durante i lavori della Costituente, la Merlin intervenne più volte sulla questione della rappresentanza e sulla parità di genere, contribuendo alla stesura della prima parte dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. 
    Consigliere di Chioggia dal 1951 al 1955, Lina Merlin si impegnò a favore delle popolazioni del Polesine, specialmente dopo la disastrosa alluvione del 1951, su cui pronunciò un interessante discorso al Senato, edito nello stesso anno con il titolo Il dono del Po (Roma 1951), sottolineando la necessità della bonifica integrale del territorio. Proprio nella veste di senatrice, eletta nel 1948, ella cominciò la lotta per regolamentare la prostituzione: del 12 ottobre ’49 è il primo discorso per l’abolizione delle “case chiuse” in una instancabile attività che sfociò nella sua proposta di legge.
     La battaglia parlamentare, condotta poi alla Camera per la sua elezione a deputato il 25 maggio 1958, sollevò durante il dibattito aspre polemiche che, già ricordate nel volume La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta (Carocci, Roma 2006), di Sandro Bellassai, sono riprese da Giovanni De Luna nel suo articolo apparso su “La Stampa” del 13 febbraio. Egli rileva infatti come dalla lettura degli atti si coglie un senso di disorientamento per l’accento quasi ossessivo posto dai deputati sui “risvolti medico-sanitari del fenomeno”. Alcuni deputati intervengono con previsioni e statistiche sulle malattie veneree “nel tentativo di calcolare le probabilità di infezione”, mentre altri si abbandonano a bizzarri calcoli “sul rapporto esistente tra il numero dei coiti quotidianamente sostenibili da una prostituta e quello dei potenziali contagi”. Le diverse posizioni riguardano la prostituzione “regolamentata” rispetto a quella “libera” in uno schieramento politico non sempre omogeneo e incentrato in una visione antiquata del fenomeno e non statistiche “scientificamente rilevate”.
    La legge contro le “case chiuse”, che prese il nome della Merlin, entrò in vigore il 20 settembre 1958 con la chiusura dei bordelli e la conclusione dell’inferiorità civile della prostituta. Essa previde la direzione dei mutamenti in atto nella società italiana, spazzando via molti stereotipi e luoghi comuni. E dal settembre di quell’anno i lupanari saranno trasformati in patronati per l’assistenza alle ex prostitute. Si rivelarono un fallimento, ma la legge avviò un processo di liberazione femminile nell’abolizione dello sfruttamento gestito dallo Stato.
    Abbandonata la politica attiva, Lina Merlin tornò nel 1974 alla ribalta durante la discussione sull’indissolubilità del matrimonio come membro del Comitato nazionale per il referendum sul divorzio. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alle sue memorie per la stesura di un libro, che vide la luce dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel 1979.

     Sulla senatrice esistono molti studi, tra i quali possono essere ricordati il volume La senatrice. Lina Merlin, un “pensiero operante” (Marsilio, Venezia 2017, pp. 204) con la curatela di Anna Maria Zanetti e Lucia Danesin, oltre alle Lettere dalle case chiuse indirizzate alla Merlin, già pubblicate dalle Edizioni Avanti! e ora riproposte come Reprint dalla Fondazione Anna Kuliscioff 

  • PSICOTERAPIA E RELIGIONE

    data: 17/02/2019 12:12

    Su «Infodem» Alberto Lori prende spunto da un articolo - pubblicato dalla psicologa clinica Carmen Di Muro sulla rivista «Scienza e conoscenza» - per sottolineare il nesso tra la preghiera intesa come pratica religiosa e i suoi effetti prodigiosi nella sfera organica del corpo umano. Lori cita Alexis Carrel (1873-1944), ma si potrebbe citare Boris Cyrulnik e  il suo recente volume Psicoterapia di Dio (Bollati Boringhieri, Torino 2018, pp. 205).
    Noto neuropsichiatra francese di origine ebraica, scampato per miracolo alle deportazioni naziste, Cyrulnik ricostruisce la sua vicenda esistenziale nel racconto autobiografico La vita dopo Auschwitz (2104), in cui rivela come sia «sopravvissuto alla scomparsa dei suoi genitori durante la Shoah». Nel sottotitolo sono riassunti le sue peripezie infantili, la retata degli ebrei di Bordeaux il 10 gennaio 1944, lo scampato pericolo e il nascondiglio nel bagno della sinagoga francese, l’orfanotrofio, l’affidamento ad una famiglia fino alla laurea in medicina e la specializzazione in psichiatria.
     In un altro volume intitolato La vergogna (2011), Cyrulnik elabora il concetto di resilienza (termine  usato nella fisica per definire la capacità di un materiale di resistere agli urti) per studiare gli effetti dolorosi di un individuo e la sua abitudine a superare episodi tragici sulla base delle sue forze e del proprio vissuto quotidiano. Dall’analisi di questi traumi e dalle loro ripercussioni nell’anima di ogni persona coinvolta in un’inconsapevole e tragico destino, Cyrulnik dà alle stampe il volume intitolato Psicoterapia di Dio già uscito in Francia nel 2017.
    Il tema indaga la crescente influenza delle religioni nelle società contemporanee e richiama la perenne questione del vissuto religioso come momento consolatorio in grado di esercitare gli effetti psicoterapeutici. Il cantillare salmodiante della liturgia ebraica, l’ambiente tranquillo e fiocamente illuminato delle chiese cattoliche, l’invito persuasivo del muezzin alla preghiera sono aspetti peculiari di un’esperienza religiosa totalizzante che incide nella vira quotidiana dei fedeli.
    Con gli strumenti delle neuroscienze e l’approccio psicologico, Cyrulnik afferma che la fede religiosa aiuta spesso a combattere le inevitabili avversità della vita e a raggiungere una serenità interiore. È vero che essa può essere considerata un semplice tranquillante per raggiungere uno stato di pacificazione personale, ma può anche – se vissuta in senso esclusivo – generare violenze e guerre che distruggono intere comunità. Come sostiene Cyrulnik, fuori dai rischi di intolleranza e violenza, è verificabile che «la religione soddisfa una piramide di bisogni, anzitutto cognitivi, poi emotivi, e infine relazionali e morali» (p. 126).
    In questo ambito lo psichiatra francese discute l’adesione dei bambini alla religione, che viene introiettata dall’infanzia attraverso le sollecitazioni dei genitori. Così il sentimento religioso si lega al loro esempio, corrobora il legame affettivo ed aiuta ad affrontare le avversità della vita. Esse traggono alimento risolutivo nella distensione della mente attraverso la preghiera che coinvolge anche il corpo, come si ricava dalle pratiche religiose e dal comportamento dei fedeli, variamente adottato nelle diverse religioni e compreso tra il semplice movimento del corpo fino alle esperienze di ascesi e di estasi.
    La consolazione della preghiera, tema già ricorrente nella letteratura religiosa, era già stato sottolineato nel libro La preghiera dell’uomo (1944) da Alfredo Poggi e in altri come Dio nell’inconscio. Psicoterapia e religione (Morcelliana, Brescia 1975) da E. Viktor Frankl e … Ma Dio non è così. Ricerca di psicologia pastorale sulle immagini demoniache di Dio (San Paolo edizioni, Cinisello Balsamo 1995) di Karl Frielingsdorf. Ma sembra che le ricerche odierne stabiliscano un rapporto stretto tra religione e benessere corporale.

    La questione sembra confermata anche nella seconda edizione del volume collettaneo Hanbook of Religion and Health (Il manuale di religioni e salute) edito nel 2012 dalla Oxford University Press e curato dallo psichiatra americano Harold Koenig. La risposta della ricerca, svoltasi negli Stati Uniti e in Europa, perviene alla conclusione che esista una stretta connessione tra afflato religioso e dimensione corporale intesa come salute mentale/psichica e benessere fisica. 

  • "DIZIONARIO EUROPEO"
    TANTE PAROLE INCONGRUE

    data: 06/02/2019 12:10

    La «Lettura» è il supplemento culturale del «Corriere della Sera» che vuole distinguersi per la serietà degli argomenti e la scelta accurata dei suoi collaboratori. Nondimeno l’ultimo numero, il 375 del 3 febbraio, lascia basiti per la superficialità con cui tratta l’argomento principale, quello relativo alla confezione di un «Dizionario europeo» in vista delle prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo.
    Curato da Antonio Troiano con l’ausilio di altri dodici giornalisti, il settimanale si avvale anche della collaborazione di specialisti su argomenti specifici inerenti il mondo scientifico, filosofico e storico. Il numero del 3 febbraio, in edicola per una settimana, si apre con un articolo del direttore Luciano Fontana, che annuncia la proposta rivolta a 27 scrittori dell’Unione Europea perché indichino una parola che esprima il significato dell’identità nazionale di ogni singolo Stato e dell’appartenenza comunitaria. Comincia così il cosiddetto «viaggio delle idee» nei Paesi dell’Unione Europea che ospiterà scrittori e intellettuali, chiamati a sviluppare nei «loro articoli una parola chiave o un’idea forte sull’identità del loro Paese e dell’essere europei».
    L’iniziativa di definire le 27 parole, che andranno a formare il «Dizionario europeo», è encomiabile a condizione che esse siano sviluppate sul piano storico e integrate con le questioni emerse nel processo dell’Unità europea. Il testo di Claudio Magris sfugge a questo criterio e dimostra una vacuità impressionante delle spinose questioni che affliggono questa compagine sovranazionale. Egli cita a vanvera Michelstaedter, Roth, Bloch, Marx in un lungo e farraginoso articolo sul futuro dell’«universo mondo»: solo che il suo discorso è avulso dalla realtà, com’è proiettato nostalgicamente ad una palingenesi, a cui manca un «elemento unificante», ossia quel «sale della terra» che estende nella sua veloce conclusione all’Europa e al suo ritardo unitario a causa di un rinvio continuo dei problemi imputabili «alle contraddizioni tra i principi e i valori sui quali essa si fonda e la Costituzione di alcuni Paesi».
    Quali siano queste contraddizioni, in che modo si disvelano in questo intreccio tra principi e valori Magris non dice, citando scrittori che hanno scarsa attinenza con la storia dell’Unione Europea. Piuttosto che richiamare Bloch o Marx sulla speranza del futuro, egli avrebbe dovuto ricordare il grande contributo di Immanuel Kant (1724-1804) all’idea di un’Europa unita. Nel saggio Per la pace perpetua (1795) il filosofo tedesco auspica una pace che non possi su una lega di princìpi, ma su una federazione di stati democratici che, partendo dall’Europa, si estenda a tutto il mondo. Come ha più volte precisato Norberto Bobbio, è necessario che la partizione tradizionale del diritto pubblico interno ed esterno si aggiunga una terza specie di diritto che Kant chiama ius cosmopoliticum: «il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità» (cfr. I. Kant, Per la pace perpetua, in «Scritti politici di filosofia dei diritti e della storia», Utet, Torino 1956, p. 302, cit. da N. Bobbio, in L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990, p. 151).
     Piuttosto che richiamare Charles Péguy (1873-1914), la cui opera è incentrata più sul futuro della Francia che su quello dell’Europa, Magris avrebbe dovuto definire quell’indirizzo che da Kant approda alle proposte europeiste di Giuseppe Mazzini (1805-1872), di Charles Lemonnier (1806-1891), di John Robert Seeley (1834-1895), precursori degli «Stati Uniti d’Europa». Dalla lingua dei Chamacoco, «popolazione india del Paraguay» ricordata da Magris per indicare la propensione al preciso futuro della sua lingua, gli altri due scrittori coinvolti propongono altre due parole costitutive del nuovo «dizionario europeo»: «cedimento» e «scarpe».
     Per la parola cedimento viene scomodato Franz Westrman, che scrive una lettera al calciatore Arjen Åsbrink per informarlo che il suo paese natìo Bedum giace su un suolo mobile «che sprofonda di circa mezzo centimetro l’anno per via dell’estrazione di gas naturale». Non si comprende allora perché citi l’abate Emo van Huizing, che vissuto tra il 1175 e il 1237, non sembra aver posto il nesso tra il cedimento del suolo e l’estrazione del gas naturale. L’altra parola scelta da Elisabeth Åsbrink è quella di «scarpe», su cui costruisce un discorso sull’abitudine degli abitanti di alcune zone della Svezia che, invitati a casa di qualche loro conoscente, si toglievano le scarpe. Da qui le lunghe disquisizioni dell’autrice, - invitata a Milano nel prossimo festival I Boreali (23 febbraio) -, che illumina i lettori de «La Lettura» della sua grande scoperta: gli abitanti erano soliti togliere le scarpe per un preciso disegno igienico imposto dalle autorità governative, che organizzavano addirittura «servizi di vigilanza sull’igiene delle abitazioni per elevare la qualità delle popolazioni». La conclusione della scrittrice acquisisce un sapore strano, quando afferma che «l’esortazione musicale a togliersi le scarpe deve essere apparsa del tutto congrua. Sempre che non si fosse immigrati. In tal caso la faccenda sembrava incivile e basta».

    Sulla base di questa strana conclusione, nell’augurio che la scrittrice chiarisca il suo pensiero, attendiamo le altre 24 parole che andranno a formare il «dizionario europeo». Per ora si conoscono i nomi di Petros Markaris, Catherine Dunne, Clara Sánchez nell’augurio che scelgano parole più congrue come quelle affacciatesi alla ribalta della cronaca odierna come «populismo» o «sovranismo», dalla cui chiarificazione dipende l’avvenire dell’Europa o di altre come «amore e odio» tra europeisti e nazionalisti in vista del Forum organizzato dall’Università statale di Milano per il 16 febbraio. 

  • "MAI PIU' NERO", 1931
    LETTURA ANCORA UTILE

    data: 31/01/2019 10:19

    Nel lontano 1931 il giornalista afroamericano George Samuel Schuyler pubblicò l’avvincente romanzo Black No More di fantascienza razziale,  oggi ancora attuale per fronteggiare la diffusa paranoia razzista contro il nero e il diverso. Il romanzo, pubblicato nel 2006 e nel 2013 con il titolo Mai più nero dalla casa editrice Voland, è un capolavoro della letteratura afroamericana, alla pari dei classici di Richard Wright (1908-1960), Ralpf W. Ellison (1914-1994), James Baldwin (1924-1987).
    George S. Schuyler (25 febbraio 1895 - 31 agosto 1977) fu il primo giornalista di colore ad avere collaborato alle grandi testate «bianche» come il Washington Post oppure l’American Mercury. Come sottolinea M. Giulia Fabi nella postfazione, egli combatté la segregazione razziale per tutta la vita, prima come socialista democratico e poi come collaboratore delle più testate più prestigiose.
    Il romanzo non è però un’inchiesta giornalistica, ma un romanzo di fantasia razziale. Ambientato nel quartiere di Harlem degli anni Trenta del secolo scorso, esso narra la storia di Max Disher, un giovane agente assicuratore nero con la passione delle ragazze bianche: un vezzo che lascia insoddisfatte le sue pretese seduttive. L’ennesimo fallimento di un amore incontrastato e il rifiuto da parte di una avvenente bionda lo spinge ad assumere una decisione drastica, quella di trasformare il suo colore della pelle. Informato che uno scienziato nero, Junius Crookman, ha scoperto un nuovo trattamento di trasformare i neri in bianchi, Disher decide di diventare un vero bianco per conquistare l’avvenente bionda e superare le sue resistenze. Così si rivolge al medico per ricevere il trattamento nella sua famosa clinica sovrastata dalla scritta Mai più nero. Poi, divenuto bianco, si reca ad Atlanta, città della giovane bionda razzista per godere del suo nuovo privilegio, assaporare l’amore della sua conquista e non sentirsi più rifiutarsi con l’appellativo di «sporco negro».
    La storia amorosa del donnaiolo Max Disher offre la possibilità allo scrittore di descrivere l’ambiente americano, intriso di razzismo e di rancore verso il diverso. La cancellazione del marchio scritto nel colore della pelle, dice Schuyler, potrebbe sprofondare l’America nel caos economico per la  scomparsa della «classe inferiore», che garantisce forza lavoro a buon mercato e un bersaglio privilegiato per scaricare l’aggressività dei bianchi poveri.

    Lo scrittore afroamericano non risparmia di rivolgere la sua devastante critica anche alla borghesia nera, ossessionata dal modello di vita americano. Una divertente satira che stupisce per la lezione offerta ai neri americani, che devono considerarsi americani e poi neri per sfuggire ai limiti culturali della società complessiva. Ma anche un insegnamento all’umanità intera sul tema del razzismo che può essere superato con la diffusione della cultura e del dialogo tra varie etnie. 

  • IL SOCIALDEMOCRATICO

    data: 22/01/2019 10:51

    «Giuseppe Saragat socialista torinese e statista europeo» (1898-1988) è stato ricordato ieri sera a Torino, a 30 anni dalla morte e a 120 dalla nascita, su iniziativa del «Centro Pannunzio».

    Sull’ex presidente della Repubblica esistono molto biografie, tra le quali le più interessanti sono: Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Marsilio, Venezia 1984) di Ugo Indrio, Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

    La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

    Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.
    L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».
    Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).
    In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932). 
    Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.
    Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.
    Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.
    La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.
    Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.
    Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini (1915-2000), l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica.
    Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.
    In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».
    Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.
    Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

  • LUIGI STURZO
    E CARLO ROSSELLI

    data: 18/01/2019 17:49

     La storiografia contemporanea ha dedicato scarsa attenzione al fecondo rapporto di amicizia che unì Sturzo a Rosselli, l’uno prete cattolico con un profondo attaccamento alla sua missione sacerdotale, l’altro laico con sporadiche simpatie ebraiche d’ascendenza familiare[1]. Seppure di convinzioni politiche e ideali diverse, i due intellettuali furono accomunati da una forte riflessione sul ruolo della religione nella società, sulla questione cattolica e sul rapporto tra cristianesimo e socialismo. La salda difesa dei valori della libertà e della democrazia, proprio per le vicende storiche del loro tempo, s’intrecciò a considerazioni critiche sulla guerra e su altri aspetti peculiari come la crisi dello Stato liberale, la genesi del fascismo e la natura dei totalitarismi. Ma alla base del loro sodalizio politico non vi fu soltanto l’impellente necessità di comprendere e superare la triste realtà del fascismo come forma nuova di dittatura totalitaria, ma anche la comune condizione di esuli[2], che investì la loro esistenza in una ferma condanna dello Stato oligarchico e in un confronto delle dittature con le democrazie moderne per una proposta nuova sulla gestione politica della società.
    Il primo incontro di Rosselli e Sturzo può essere collocato nell’ottobre 1924, quando entrambi si trovavano nella capitale inglese, l’uno per motivi di studi e l’altro in esilio su consiglio della segreteria di Stato vaticana. La loro conoscenza - come si ricava da una lettera di alcuni anni dopo[3] - avvenne nella casa di Angelo Crespi (1878-1948), un ex socialista turatiano già collaboratore della rivista «Critica Sociale», poi avvicinatosi agli ambienti del popolarismo sturziano[4]. A quel tempo Rosselli non era un «oscuro studentello»[5], ma un fine intellettuale, che aveva insegnato economia politica alla università Bocconi di Milano e stretto rapporti personali e politici con Turati, Treves, Modigliani e Matteotti[6]. Seppure critico verso la tattica attendista dei leaders riformisti, egli diede prova di un perspicace realismo politico, che lo condusse ad analizzare con sorprendente lucidità la strategia aventiniana e a proporre una coalizione centrista tra liberali, popolari e socialisti contro l’incipiente dittatura fascista[7]. L’attenzione verso l’opera di Sturzo nacque - oltre che da questa necessità politica contingente - da una particolare simpatia al suo metodfo liberale intonato a vive istanze riformatrici e ad una visione «dinamica» della lotta sociale. Sulla scia delle valutazioni gobettiane[8], Rosselli guardò con favore al «progressimo laico» di Sturzo, anche se rivolse forti critiche alle proposte collaborazionistiche del sindacalismo cattolico. Lo spirito neo-corporativo, la «Chiesa romana come decisa sostenitrice della proprietà», la sua visione rigidamente interclassista furono alcuni tra gli aspetti criticati dal giovane Rosselli, che respinse il collettivismo burocratico e il determinismo marxista, intesi - come scriverà nel 1926 sul «Quarto Stato» - quali riflessi laici della «divina provvidenza dei cattolici»[9]. Comunque, l’auspicio di una vasto accordo governativo tra le forze antifasciste si consolidò in uno sforzo teorico, il cui aspetto fondamentale era quello di conciliare i principi socialisti con il liberalismo moderno per porre le basi di una moderna democrazia incardinata sul metodo liberale e su una crescente giustizia sociale[10].   
    Similmente Sturzo, prima d’imboccare la via dell’esilio, auspicò una fattiva collaborazione politica tra popolari e socialisti e propose un’azione politica comune, fortemente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche che - ritenendola «né conveniente, né opportuna, né lecita» - elogiarono l’opera del governo Mussolini nei riguardi della religione[11]. La tenace intransigenza contro il regime mussoliniano e l’auspicato accordo fra popolari e socialisti costrinsero Sturzo all’esilio «per desiderio della S. Sede»[12] e alla scelta di Londra come sede della sua permanenza all’estero. Fu proprio alla fine dell’ottobre 1924 che Sturzo e Rosselli ebbero modo di conoscersi nella casa di Angelo Crespi, ma non si può escludere che qualche incontro sia avvenuto in precedenza e neppure che la loro corrispondenza epistolare - certamente «tra le più belle e nutrite che si conservino»[13] - sia iniziato nel novembre 1929[14]
    Durante il secondo soggiorno nella capitale britannica (4 settembre - 24 novembre 1924), Rosselli incontrò Sturzo, F. Adler, Ramsay Mac Donald, ma ebbe modo di arricchire il suo patrimonio culturale per i frequenti viaggi nell’intera isola e per il contatto diretto con la realtà politica inglese. La sua attenzione fu rivolta al movimento operaio inglese e al rapporto tra liberalismo e democrazia in un intreccio di motivazioni e di analisi che nascono - come giustamente è stato messo in rilievo - «da un’esigenza di riflessione originata nel contesto delle classi dirigenti liberali e dall’avvento al potere del fascismo»[15]. Di queste esperienze lasciò un ricca testimonianza negli articoli apparsi sull’organo «La Giustizia» diretta da Claudio Treves e nota certamente a Sturzo[16]. In questi articoli, come nelle lettere inviate alla madre, possono essere colte le linee principali del programma di Rosselli, che caratterizzerà la sua azione antifascista negli anni del «Non Mollare» (1925) e de «Il Quarto Stato» (1926)[17]. Proprio a questa intensa attività politica fu collegata la decisione di Mussolini di varare le leggi eccezionali del novembre 1926, scaturite - come egli stesso ammise più tardi - dalla preoccupazione dettata dalla «presenza di Nenni e di Rosselli nel quadro politico del raggruppamento socialista-repubblicano»[18]. Il varo delle cosiddette «leggi fascistissime» e la soppressione di ogni residua libertà di stampa non scoraggiò il socialista fiorentino, che intraprese una lotta più radicale contro il fascismo. Carlo Rosselli, insieme a R. Bauer e a F. Parri, organizzò una rete clandestina degli espatri, contrapposta a quella fascista già operativa sul piano della repressione politica. Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre essi misero in atto la fuga di Turati verso la Corsica. Al rientro in Italia la mattina del 14 dicembre 1926 Carlo fu arrestato, rinchiuso prima nel carcere milanese di San Vittore e inviato poi al confino per essere processato l’anno successivo a Savona. Lo stesso Mussolini intervenne per farlo relegare al confino di Lipari, dove rimase sino al 27 luglio del 1929 e alla fuga dall’isola.
    Le sue imprese, largamente diffuse sulla stampa inglese, dovevano essere note al sacerdote calatino, che seguì l’espatrio clandestino di Turati, il processo di Savona e la «romantica evasione»[19] - come la definì Sturzo - dall’isola siciliana. Negli anni dell’esilio londinese Sturzo rifiutò l’invito della Santa Sede a non svolgere politica attiva[20]: tenne numerose conferenze, pubblicò libri e contribuì a tenere in vita un comitato di assistenza per i profughi politici, con lo scopo di «raccogliere, di aiutare e di unirli nella reazione fascista»[21]. La sua inazione e i momenti di cedimento furono dovuti all’opposizione delle autorità ecclesiastiche, che cercarono di ostacolare la costituzione del Ppi in esilio e di vietare ai cattolici la lotta intrapresa contro il regime mussoliniano. Le iniziative sturziane, certamente, non eguagliarono quelle di altri raggruppamenti politici in esilio come la «Concentrazione antifascista» o il movimento di «Giustizia e Libertà», ma diedero un indubbio contributo alla penosa vita dei profughi antifascisti.
    Carlo Rosselli, fuggito da Lipari il 27 luglio 1929 con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, giunse ai primi di agosto a Parigi, dove insieme ad alcuni fuorusciti diede vita al movimento di «Giustizia e Libertà». Suo obiettivo primario, come precisò due mesi dopo in un’intervista all’organo repubblicano «L’Italia del Popolo», era quella di coordinare l’attività antifascista e intraprendere una lotta a oltranza contro il regime fascista per il ripristino della legalità in Italia[22]. Così entrò in contatto con lo sparuto gruppo dei popolari, animati da Giuseppe Donati (Granarolo di Faenza - Ravenna, 15 gennaio 1889 - Parigi, 16 agosto 1931) e da Francesco Luigi Ferrari (Modena, 31 ottobre 1889 - Parigi, 2 marzo 1933), entrambi in esilio per sfuggire alla persecuzione fascista[23]. Nel fondo Luigi Sturzo, depositato presso l’omonimo istituto, c’è un’importante lettera di Ferrari, in cui si parla di un suo incontro con Rosselli e del progetto di fondare una rivista in grado di «riunire gli spiriti liberi dell’immigrazione attorno ad un programma di azione culturale e politica»[24]. Dell’incontro con Rosselli, avvenuto a Bruxelles nel settembre 1929, Ferrari informò Sturzo, il quale accolse l’invito di dar vita a un progetto editoriale, diretto a «stampare lavori seri di emigrati da diffondersi, in edizioni o francesi o inglesi, all’estero e da far penetrare, in edizione italiana, anche in Italia»[25].
    Il rapporto amicale e culturale tra i due leaders antifascisti è testimoniato dalla lettera che il 12 ottobre 1929 Carlo Rosselli scrisse a Sturzo per chiedergli una recensione al volume di Nello su Mazzini e Bakounine[26] da pubblicare nella rivista inglese «The Review of Reviews» diretta da Henry Wickham Steed[27]. La lettera, postdatata erroneamente di un mese da Carlo Rosselli, suonava così: «Gent.mo Signor Sturzo, mio fratello Nello […] credo che sarebbe incantato di poter avere una sua recensione. Ma non so se lo Steed potrà e vorrà pubblicarla»[28]. Sturzo, dal suo esilio londinese, si rivolse a Steed, che espresse parere favorevole sulla recensione del libro. L’insigne storico inglese, già direttore del «Times», era noto a Carlo Rosselli, il quale apprezzava molto il suo interesse per l’antifascismo e considerava il legame solidaristico con gli esuli come un importante punto di riferimento in tutta la Gran Bretagna. Prima di scrivere la recensione, Sturzo chiese a Salvemini informazioni sul giovane storico «sia come studioso sia come deportato» [29]. Lo storico pugliese passò la missiva a Carlo Rosselli, che il 12 ottobre informò Sturzo sull’attività storica del fratello e lo mise al corrente delle peripezie sofferte negli ultimi anni tra carcere e confino politico, annunciandogli anche l’intenzione di recarsi il 26 novembre a Londra. Prima che la recensione al volume del fratello fosse pubblicata, Rosselli incontrò il 27 Sturzo, con il quale discusse il progetto di una rivista antifascista diretta a denunciare il connubio tra Chiesa e governo fascista.
    Alcuni densi appunti, riconducibili secondo Zunino proprio ai primi anni dell’esilio (all’incirca al biennio 1929-1930), «testimoniano il nuovo e diverso interesse» di Rosselli sulla presenza cattolica nella società italiana[30]. Se è vero che Rosselli - forse stimolato dal dialogo con Sturzo - prestò una particolare attenzione al dibattito che precedette e seguì la stipulazione dei patti lateranensi, non si può dire che fosse nuovo il suo interesse alla storia sociale della Chiesa, come risulta dalle pagine dedicate al «sindacalismo cristiano» nella sua prima dissertazione di laurea (1921)[31].
    Tuttavia l’incontro del 27 novembre non approdò a nulla di concreto[32]; anzi l’iniziativa di fondare una rivista comune ebbe un esito fallimentare per i contrasti insorti tra laici e cattolici sul ruolo della Chiesa e sui suoi rapporti con il fascismo dopo il Concordato stipulato nel febbraio 1929. Ma il fallimento dell’iniziativa non impedì ai due esuli antifascisti di continuare il loro sodalizio politico e di intensificare la loro corrispondenza. Nel gennaio del 1930 l’uscita della recensione sturziana cementò i loro contatti che, ormai trasformatisi in una sincera amicizia, portarono l’animatore di «Giustizia e Libertà» non solo ad apprezzare l’«anima nobile e delicata» e la «bella intelligenza» del sacerdote siciliano, ma anche a scoprire uno «Sturzo, intimamente assai più liberale di quanto non supponesse»[33]. Anche il fratello Nello rimase abbastanza sorpreso degli elogi sperticati del prete siciliano[34], come risulta dalla lettera che il 17 marzo 1930 scrisse alla madre in termini lusinghieri: «Mi scrivono che Sturzo ha lungamente recensito il mio libro sulla “Review of review”! Ma vedi che uomo celebre»[35]
    Sul piano politico la collaborazione di Rosselli con Sturzo e i suoi discepoli prediletti Donati e Ferrari sfociò in un vero e proprio sodalizio culturale e politico. Come prova valga la testimonianza di Ferrari che nel settembre del 1930 - insieme a Turati, Nitti, Tarchiani e Marion Rosselli - si pronunciò, con un gesto non condivisibile da Sturzo, a favore di Fernando De Rosa, processato a Bruxelles con l’accusa di aver attentato alla vita del principe Umberto di Savoia[36]. Sul piano ideale vi è anche il giudizio che Ferrari espresse l’8 febbraio 1931 in una lettera a Donati sul volume rosselliano Socialisme libéral:
     
    Il libro di Rosselli, Socialisme libéral, ha provocato il putiferio tra i Concentrati parigini. I fedeli marxisti vorrebbero protestare violentemente; ma come si fa a protestare violentemente contro Rosselli? E’ una vera tragedia … Il libro val la pena di leggerlo; è il migliore fino ad ora apparso nella collezione di Valois. Se nella parte ricostruttiva è lungi dall’essere esauriente e completo, la parte critica è efficace e condotta con rigore e solide argomentazioni. In fondo, la posizione che assume Rosselli nella parte critica può essere quasi interamente accettata anche da noi, ed è in molta parte una “ripresa” delle argomentazioni da noi svolte contro lo pseudo-marxismo e la pseudo-scienza marxistica italiana[37].
     
    Negli anni 1930-31 Rosselli finanziò la pubblicazione dei due opuscoli di Ferrari Ai parroci d’Italia[38] quasi a testimoniare il pieno accordo con le sue tesi. Nel primo opuscolo Ferrari denunciò il connubio tra la dittatura fascista e le gerarchie ecclesiastiche, mettendo in rilievo anche l’asservimento di molti sacerdoti al regime e i privilegi accordati al clero. Nel secondo opuscoloFerrari rivolse un invito ai parroci, affinché esprimessero una ferma condanna dell’«odiato governo» fascista costituito da una «oligarchia di dominatori». La vigorosa condanna si univa ad alcuni preziosi consigli «per esercitare il diritto di resistenza ad un regime», che ha soppresso ogni forma di libertà (associazione, stampa, insegnamento etc.); che ha soffocato «l’attività intellettuale, artistica, economica del paese e che controlla, grazie ad una perfetta organizzazione investigativa, l’istessa vita privata dei cittadini»; che ha abolito l’istituto parlamentare e, soprattutto, ha schiavizzato la Chiesa trasformandola in «Chiesa dello Stato fascista»»[39].
    Gli opuscoli, che furono diffusi in Italia dai militanti di «Giustizia e Libertà», ebbero la cauta e riservata approvazione di Sturzo, che commentò: «Ho letto la pastorale che ti rimando; molto bene, anche come imitazione di stile; però qua e là si vede il laico: ma va meglio; non diranno che è mia»[40]. Il favore con cui Sturzo accolse le denunce di Ferrari sembrò trascurare la sua posizione sul Concordato, di cui l’antifascista modenese chiese l’immediata abolizione per i «molti danni spirituali» arrecati alla Chiesa[41].       
    Nel luglio 1932 il nuovo assetto politico europeo, con l’ascesa al potere di Antonio Salazar de Oliveria in Portogallo e il successo nazionalsocialista di Adolfo Hitler, gettò nello sconforto Rosselli, che considerò quest’ultimo evento come un coaugulo d’interessi corporativi e di veleni razzistici «ancora più brutale e povero di ideali del fascismo italiano»[42]. Il 2 settembre dello stesso anno Rosselli, riferendo alla moglie d’un incontro con il prete calatino e la sua assistente Bertha Pritchard, le scrisse che «anche Sturzo è assai pessimista sulla situazione e ha, come me, la sensazione che ci troviamo di fronte a una svolta storica»[43]. La dittatura mussoliniana era strettamente collegata da Rosselli ai gravi accadimenti che si stavano verificando in Europa e inquadrata nel più vasto orizzonte della crisi delle democrazie europee:
     
    La situazione europea è tragica. La incapacità delle democrazie di governo e soprattutto dei partiti socialisti di aderire alla realtà, la illusione che la politica estera briandista possa ancora trionfare in un’Europa per metà fascistizzata, il passivismo totale di fronte alle iniziative hitleriane, se procrastineranno l’urto, lo renderanno infinitamente più terribile e incerto di qui a due o tre anni[44].
     
    Di fronte al crescente pericolo della minaccia hitleriana, denunciato con straordinaria lungimiranza, Carlo Rosselli criticò l’attendismo dell’Inghilterra e della Francia in una sequela di denunce che riprenderà nel biennio successivo, facendone partecipe lo stesso Sturzo e coinvolgendolo su molteplici temi come quelli relativi alla politica estera, alla libertà d’insegnamento, all’atteggiamento della Chiesa sulla guerra etiopica, alla persecuzione degli ebrei e persino alla vita della Concentrazione.
     
    La Concentrazione - scrisse Rosselli a Sturzo il 14 marzo 1934 - è in piena crisi e mi pare difficile che possa sopravvivere. I socialisti sono sempre più preoccupati del nostro movimento e prendendo a pretesto un articolo personale di Lussu (a cui si potrebbero contrapporre infinite altre loro manifestazioni) vorrebbero ridurci a un gruppo di leva castagne dal fuoco per i begli occhi di Modigliani e di Nenni[45].
     
    L’«articolo personale» di Lussu, apparso nella sezione dei «Quaderni» dedicata alle «Discussioni del nostro movimento»[46], inasprì i rapporti tra GL e PSI e diede il colpo finale alla Concentrazione. Le osservazioni critiche di Rosselli, certamente non assimilabili a quelle di Lussu sulla «presunta impotenza dei socialisti di fronte all’avanzata del fascismo negli anni del dopoguerra», trovarono nel prete calatino un interlocutore sordo, che si sentiva più a suo agio nel dibattito relativo al programma politico del Ppi. Un articolo di Rosselli, apparso anonimo su «Giustizia e Libertà» (1° febbraio 1935), fornì a Sturzo l’occasione d’intervenire su una questione che gli stava particolarmente a cuore: quella della libertà d’insegnamento. La critica di Rosselli alla politica scolastica del Ppi non investiva solo l’uso strumentale della libertà d’insegnamento, ma - come aveva già fatto Ferrari[47] - intendeva sollevare la questione dell’«istruzione religiosa obbligatoria» concessa dallo Stato fascista al Vaticano[48]. Ma la questione fu evasa da Sturzo, che cercò di spostare il dibattito da un piano strettamente politico a quello storico[49]. La polemica assunse toni più aspri nei mesi successivi di fronte alle posizioni assunte da Sturzo sull’imminenza della guerra contro l’Etiopia da parte del governo fascista. Con argomentazioni di carattere teologico piuttosto che politico, Sturzo cercò di dissociare la posizione del Vaticano da quella del fascismo, richiamando l’insegnamento di S. Tommaso sulla guerra giusta. Il prete siciliano, in un articolo apparso sul periodico spagnolo «El Matì» il 21 febbraio ’35 e ripreso il 31 marzo dall’organo francese «L’Aube», confinò la questione della guerra nel limbo della coscienza individuale dopo aver osservato che nell’acme della dittatura fascista «ogni voce libera, ogni discussione franca, ogni possibilità di dissenso, sono soppresse: così il problema di coscienza se una guerra sia giusta o no rimarrà chiuso nel pensiero di ciascuno; e non potrà essere risolto sul piano della moralità pubblica»[50]. Il 12 giugno dello stesso anno spostò il nucleo del suo discorso e, rammaricandosi dell’atteggiamneto passivo della Francia e dell’Inghilterra, auspicò una «cooperazione internazionale stabile e solidale»[51]
    Le posizioni di Sturzo nei riguardi dell’ultima impresa coloniale italiana suscitarono una vasta eco negli ambienti episcopali italiani[52] ed offrirono l’occasione a Rosselli e ai suoi collaboratori di «Giustizia e Libertà» di ritornare sulla guerra d’Etiopia. Il 21 giugno 1935, nella rubrica Stampa amica e nemica, il settimanale giellista riportò alcuni brani dell’articolo di Sturzo sull’«Aube», seguito da questo commento:
     
    Ah, no, Sturzo. La Chiesa non ha taciuto. I vescovi benedicono i gagliardetti delle truppe partenti, l’«Osservatore Romano» riporta senza un commento tutte le notizie della guerra prossima e il Papa, ricevendo proprio in questi giorni 5.000 granatieri venuti a Roma per essere arringati dal duce con accenti di guerra, non solo non ha avuto una parola contro la guerra, ma li ha lodati per avere dato tante belle prove in guerra divertendosi a stabilire l’origine del loro nome: «lanciatori di granate». Tanto rispetto personale abbiamo per Sturzo quanto disprezzo per la Chiesa a cui egli conserva una così figliale obbedienza[53].
     
    Dopo questa valutazione, certamente ad opera del suo direttore, Sturzo inviò due lettere a Rosselli, una personale e un’altra destinata alla pubblicazione. Nella prima egli, dopo aver richiamato una frase pontificia contro «le nazioni (stati che vogliono la guerre (al plurale», accusò il gruppo giellista di perseguire finalità illiberali di «anti-cattolicismo che suona(vano) come antireligiosità», avanzando il non coltivato e sibillino timore che esso coltivasse «l’idea arrogante e insulsa di Hitler o degli hitleriani di creare una religione pagana di Stato, ovvero l’idea dei bolscevichi di fare una lega degli anti-Dio e dei senza-Dio»[54]. Nella seconda Sturzo impostò il discorso su un piano più articolato, ma sempre diretto a giustificare la politica del pontefice, che alla condanna della guerra dedicò due suoi interventi:
     
    Il papa - scrisse il prete calatino - ha parlato recentemente contro la guerra due volte (non ho il tempo di ricercarne le date), in forma solenne avanti ai Cardinali, quando accennando al riarmamento ed alle voci di guerra ha finito col citare le forti parole dei Salmi: «Dissipa gentes quae bella volunt».
    Ricordo che diversi giornali (fra i quali certamente «l’Echo de Paris») dissero che il papa intendeva alludere alla Germania. Nessuno c’impedisce di pensare che il papa avesse alluso alla guerra Italo-abissina. Certo, senza portare un giudizio di fatto sulle responsabilità particolari, egli intendeva condannare coloro che vogliono la guerra; in termini giuridici internazionali «l’aggressore.
    E’ del resto nella tradizione della Curia dalla caduta del potere temporale in poi, di non pronunziarsi a favore di uno e contro l’altro belligerante, ma di volere la pace fra tutti i popoli e di cooperarvi per quel poco che oggi è possibile.
    Non per me, ma per coloro che cerano di leggere nelle intenzioni altrui, vale la pena di riportare per intiero il versetto del Salmo 67 citato dal papa: «Disperdi le nazioni che vogliono le guerre. Verranno (allora) ambasciatori dell’Egitto, l’Etiopia stenderà le sue mani a Dio» (Traduzione, Libreria Editrice Fiorentina 1929[55].
     
    La frase ricordata, che fu pronunciata dal pontefice il 24 dicembre 1934 in occasione dell’allocuzione natalizia, venne ripresa poi nella sua diatriba con Rosselli e arricchita con le parole del versetto «Etiopia praeveniet manus eius Deo»[56].  
    Agli occhi di Rosselli appariva ambigua e non rispondente ai dettami del Cristianesimo.
    La guerra civile di Spagna trovò Rosselli e Sturzo concordi nella lotta contro Francisco Franco e il suo programma clerico-fascista[57]. Vicino alle posizioni dei grandi cattolici francesi (G. Bernanos, J. Maritain, F. Maurac, E. Mounier), Sturzo prese le distanze dalle posizioni dell’episcopato spagnolo.
     
    In tutta Europa, in tutto il mondo, la guerra civile spagnola sarà rinfacciata ai cattolici come la notte di S. Bartolomeo e come la repressione del Duca d’Alba nelle Fiandre. Ne abbiamo avuto troppo dell’Inquisizione di Spagna, (quasi sempre in mano ai re e a scopo politico) per avere oggi i crociati spagnoli contro un popolo ch’è stato in fin dei conti abbandonato spiritualmente e socialmente e lasciato preda del socialismo e del sindacalismo ed oggi del comunismo[58].
     
    L’assassinio di Carlo e Nello, uccisi il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne, rattristò grandemente Sturzo, che inviò un telegramma di condoglianze[59] e mantenne saldi i rapporti epistolari con i familiari.
     
     
     
       NOTE
        [1] Per la vasta bibliografia sui personaggi si vedano: Bibliografia degli scritti di e su Luigi Sturzo, a cura di G. Cassiani, V. De Marco, G. Malgeri, Gangemi, Roma 2001; N. Dell’Erba, Carlo e Nello Rosselli. Guida bibliografica 1917-2001, in Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, a cura di L. Rossi, Carocci, Roma 2003, pp. 155-231.
        [2] Sulle complesse vicende del loro esilio cfr. A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze 1973, vol. I, pp. 170-202; Stanislao G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista 1899-1937 cit., pp. 118-181; G. De Rosa, Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977, pp. 240-262; F. Malgeri, Luigi Sturzo, Edizioni Paoline, Torino 1993, pp. 169-185.
        [3] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York. Carteggio (1929-1945), a cura di e con introduzione di G. Grasso, prefazione di G. De Rosa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 46.
        [4] Su Angelo Crespi (1877 - 1949) cfr. il profilo biografico curato da M. L. Frosio, in «Dizionario Storico del Movimento cattolico», vol. III-1: Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato 1984, pp. 267-268.
        [5] G. Grasso, Introduzione a Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York. Carteggio (1929-1945) cit., p. 5.
        [6] S.G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista 1899-1937 cit., p. 32.
        [7] Su questo aspetto dell’azione politica di Rosselli la storiografia è lacunosa, ma per alcuni aspetti meritevoli di ulteriori approfondimenti cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà, Laterza, Bari 1968, p. 176; P.G. Zunino, Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà (1929-1936), in Aa. Vv., Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica del cattolici nel ’900, a cura di G. Rossini, il Mulino, Bologna 1972, p. 516.
        [8] Sui rapporti fra Gobetti e il fondatore del Ppi cfr. P. Permoli, Sturzo nei giudizi di Piero Gobetti, in Aa. Vv., Luigi Sturzo. Saggi e testimonianze, Edizioni Civitas, Roma 1960, pp. 139-149; B. Gariglio, Gobetti e Sturzo, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», Annali 1989, n. 8, pp. 4-31.
        [9] Il brano da cui è tratto il giudizio di Rosselli si trova in N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà cit., p. 306.
        [10] Questo impegno teorico e politico emerge in modo nitido da una lettera a Novello Papafava (22 giugno 1923), in cui Rosselli confida all’amico di lavorare «ad una revisione in senso liberale dei metodi socialisti» e, sul piano politico, ad un incontro tra «Albertini, Sforza, Salvemini, Sturzo, Amendola, Turati», i quali «se fossero uniti nella lotta […] rappresenterebbero un nucleo di forza veramente enorme, capace, alla lunga, di rovesciare qualsiasi avversario»; cfr. la lettera, in G. Rossini (a cura di), Il delitto Matteotti tra Viminale e Aventino, il Mulino, Bologna 1966, pp. 129-130.   
        [11] Cfr. E. Rosa, La parte dei cattolici nelle presenti lotte dei partiti politici in Italia, in «La Civiltà cattolica», 7 agosto 1924, pp. 297-306, ora in P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Laterza, Bari 1971, pp. 81-87. La citazione, che si trova alla p. 85, è preceduta dall’esaltazione di Mussolini, il cui governo «grazie sopra tutto alla tempra singolare dell’uomo che lo dirige […] vanta benemerenze innegabili, massime per ciò che spetta alla religione» (p. 81).
        [12] Lettera di Sturzo al card. Bourne, 15 giugno 1926, in «Archivio Luigi Sturzo», f. 141A, c. 9, cit. in F. Piva e F. Malgeri, Vita di Luigi Sturzo, prefazione di G. De Rosa, Cinque Lune, Roma 1972, p. 291 (nota 8)  
        [13] Il giudizio è espresso da G. De Rosa nel saggio Luigi Sturzo nella storia d’Italia, in Aa. Vv., Luigi Sturzo nella storia d’Italia, Edizioni di Storia e Letteratura Roma 1973, p. 94.
        [14] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York cit., p. 46.
        [15] M. Degl’Innocenti, Carlo Rosselli e il movimento sindacale dalla tesi di laurea a «Socialismo liberale», La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 57.
        [16] Per un elenco degli articoli apparsi su «La Giustizia» cfr. N. Dell’Erba, Carlo e Nello Rosselli. Guida bibliografica 1917-2001 cit., pp. 162-163
        [17] Cfr. le lettere di Carlo Rosselli alla madre (1924), in Epistolario familiare. Carlo, Nello Rosselli e la madre (1914-1937) cit., pp. 205-242.
        [18] Y. De Begnac, Palazzo Venezia. Storia di un regime cit., p. 286.
        [19] L. Sturzo, Mazzini e Bakunin, in «The Review of Reviews», 15 gennaio 1930, ora in Id., Miscellanea londinese I: (Anni 1925-30), Zanichelli, Bologna 1965, pp. 353.
        [20] Sul divieto imposto a Sturzo cfr. la lettera del cardinale Bourne, 18 marzo, 1926, in G. De Rosa, Luigi Sturzo nella storia d’Italia cit., p. 90.
        [21] F. Malgeri, Il fuoruscitismo popolare, in AA. VV., Storia del movimento cattolico, vol. IV: I cattolici dal fascismo alla Resistenza, Il Poligono, Roma 1981, p. 44.
        [22] L’intervista concessa da Rosselli a «L’Italia del Popolo» (30 settembre 1929) è ristampata in «Archivio Trimestrale», gennaio-giugno 1984, n. 1-2, pp. 103-108.
        [23] Sui due personaggi si vedano G. Ignesti, Donati Giuseppe in «Dizionario Storico del Movimento cattolico 1860-1980», vol. II: I protagonisti, Marietti, Casale Monferrato 1982, pp. 181-190 ; Mario G. Rossi, Ferrari Francesco Luigi, ibidem, pp. 201-205.
        [24] Lettera di Ferrari a Sturzo, 30 settembre 1929, ora in L. Sturzo, Scritti inediti (1924-1940), a cura di F. Rizzi, Cinque Lune, Roma 1975, pp. 247-249.
        [25] Ivi.
        [26] N. Rosselli, Mazzini e Bakounine. 12 anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Bocca, Torino 1927.
        [27] Su Henry Wickham Steed (1871-1956) cfr. D. Forgacs, Sturzo e la cultura politica inglese, in G. De Rosa (a cura di), Luigi Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 343-346; G. Farrell-Vinay, Sturzo e l’Inghilterra, in Aa. Vv., Universalità e cultura nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2001, pp. 181-223.
        [28] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre [ottobre] 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York cit., pp. 45-47. La lettera era stata parzialmente pubblicata da S. Mastellone, Liberalismo sociale e socialismo liberale, in A. Colombo (a cura di), I colori della libertà. Il mondo di Nello Rosselli fra storia, arte e politica, FrancoAngeli, Milano 2003, p. 109.
        [29] Lettera di Sturzo a Salvemini, 4 novembre 1929, conservata in «AGL» presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze, sez. I, fasc. 7, sottofasc. 4, c. 10.
        [30] P. G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939), il Mulino, Bologna 1975, pp. 336-337.
        [31] Cfr. il capitolo 5 della tesi di laurea (1921), intitolata «Il sindacalismo cristiano» e ripubblicata integralmente, in Carlo e Nello Rosselli. Giustizia e Libertà, a cura di G. Limiti e M. di Napoli, UIL, Roma 1993, pp. 388-402. 
        [32] Dell’incontro con Rosselli e del fallito progetto, Sturzo informò Ferrari: «Ho visto Rosselli che è stato qui. Abbiamo scambiato molte idee, e ci siamo dato un altro appuntamento»; cfr. F.L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, vol. I, p. 240.
        [33] Secondo Zunino i giudizi rosselliani si ritrovano nelle lettere a Isabel Massey (11 marzo 1933) e a Bertha Pritchard (senza data), conservate nell’«Archivio di Giustizia e Libertà» presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze, Fondo C. Rosselli, 94/5-6; cfr. P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., pp. 339.
        [34] L. Sturzo, Mazzini e Bakunin, in «The Review of Reviews», 15 gennaio 1930, ora in Id., Miscellanea londinese I: (1925-30) cit., pp. 352-356.
        [35] Lettera di Nello Rosselli alla madre, 17 marzo 1930, in Epistolario familiare. Carlo, Nello Rosselli e la madre (1914-1937) cit., p. 484.
        [36] Sull’attentato di De Rosa e sul dibattito suscitato negli ambienti del fuoruscitismo cfr. M. Giovana, Fernando De Rosa dal processo di Bruxelles alla guerra di Spagna cit.; A. Morelli, Nuovi elementi sul «caso De Rosa», in «Storia contemporanea», 1987, a. XVIII, pp. 767-809.
        [37] Cfr. la lettera di Ferrari a Donati, Bruxelles 8 febbraio 1931, in Francesco L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, vol. II, p. 485.
        [38] Copia degli opuscoli si trovano in «Archivio di Giustizia e Libertà», sez. IV, fasc. 2, sottofasc. I, inserto 5, n. 4. Il secondo è ripubblicato in F. L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime”, introduzione di E. Rossi, Parenti, Firenze 1957, pp. 187-199. Per un’interpretazione dei due opuscoli si vedano i giudizi negativi di Pier G. Zunino, il quale afferma che «il popolare si fece strumento degli obbiettivi del movimento di Rosselli», svalutando così il contributo che Ferrari diede all’antifascismo; cfr. Id., Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà cit., p. 523. Il giudizio su Ferrari, non esente da forzature interpretative, sembra attenuarsi nella rielaborazione del saggio, ma è sempre improntato a una valutazione negativa; cfr. Pier G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., pp. 339.  
        [39] Francesco L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., pp. 188, 190, 195 e 198.
        [40] Lettera di Sturzo a Ferrari, [Londra] 11 maggio 1930, in Francesco L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, I, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, p. 313.
        [41] F.L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., p. 195. Rivolgendosi ai parroci egli affermò: «Il problema che si porrà nell’avvenire non sarà quello di conservare il Concordato anche dopo l’inevitabile ruina del regime fascista: sarà quello di liberarvi del Concordato prima ancora della caduta della dittatura» (ivi, p. 198).
        [42] C. Rosselli, Italia e Europa, in «Quaderni di Giustizia e Libertà», giugno 1933, serie II, n. 7, p. 1.
        [43] Lettera di Rosselli a Marion Cave, in C. Rosselli, Dall’esilio. Lettere alla moglie 1929-1937, a cura di C Casucci, Passigli, Firenze 1997, p. 32.
        [44] Lettera di Carlo Rosselli a Sturzo, 15 novembre 1933, in Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 56.
        [45] Lettera di Rosselli a Sturzo, [Londra] 14 marzo 1934, in Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 63.
        [46] Cfr. Tirreno [E. Lussu], Orientamenti, in «Quaderni di Giustizia e Libertà», febbraio 1934, serie II, n. 10, pp. 58-72. Sulle reazioni suscitate dall’articolo negli ambienti socialisti cfr. le acute osservazioni di S. Fedele, Storia della Concentrazione antifascista 1927-1934, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 173-177.
        [47] Francesco L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., p. 195.
        [48] Cfr l’articolo anonimo deve essere attribuito a Rosselli per le medesime frasi contenute in un altro di alcuni mesi dopo; cfr. Missione d’imbroglio, in «Giustizia e Libertà», 1° febbraio 1935, a. II, n. 5, p. 4; C. Rosselli, «L’Osservatore romano» risponde, ivi, 7 giugno 1935, a. II, n. 23, p. 1, ora in Id., Scritti dell’esilio II: Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), Einaudi, Torino 1992, pp. 177-179.
        [49] Sulla posizione di Sturzo e il suo tentativo di evadere la questione si vedano le due lettere a Rosselli: la prima, [Londra] 7 febbraio 1935, ma pubblicata il 15 marzo; cfr. Una lettera di Sturzo, con postilla di Rosselli, in «Giustizia e Libertà», 15 marzo, a. II, n. 11, p. 2; la seconda, [Londra] 21 febbraio 1935, in P.G. Zunino, Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà cit., p. 534.  
        [50] L. Sturzo, Un problème de conscience, in «L’Aube», 31 marzo 1935, ora in Id., Miscellanea londinese, Zanichelli, Bologna 1970, vol. III, pp. 124-126.
        [51] L. Sturzo, Hipothèses et non prophéties sur le conflit italo-abyssin, in in «L’Aube», 12 giugno 1935, ora in Id., Miscellanea londinese, vol. III cit., pp. 154-159. Sulle posizioni di Sturzo e il dibattito sulla questione abissina negli ambienti cattolici francesi cfr. F. Mayeur, L’Aube. Studio di un giornale d’opinione (1932-1940), Cinque Lune, Roma 1969, pp. 199-217 (I° ed. francese: Colin, Paris 1966). 
        [52] Per un quadro complessivo si veda lo studio di R. Moro, Azione cattolica, clero e laicato di fronte al fascismo, in Aa. Vv., Storia del movimento cattolico cit., pp. 308-320. 
        [53] Cfr. Sturzo e la guerra d’Africa, in «Giustizia e Libertà», 21 giugno 1935, a. II, n. 25, p. 4. L’episodio cui si riferisce avvenne il 15 giugno 1935, quando Pio XI celebrò nell’aula delle Benedizioni una messa per gli iscritti all’Associazione dei Granatieri d’Italia, rivolgendo loro un breve discorso di saluto; cfr. Il Sommo pontefice celebra il Divin Sacrificio, in «L’Osservatore Ropmano», 16 giugno 1935, p. 1. 
        [54] Lettera Personale di Sturzo a Rosselli, Londra 23 giugno 1935, in  Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 74. Una distorsione del pensiero sturziano si trova nelle considerazioni di Zunino, che mutila la lettera nella sua parte più significativa; cfr. P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., p. 411.
        [55] Cfr. Il Vaticano e la guerra. Un’altra lettera di Luigi Sturzo, in «Giustizia e Libertà», 5 luglio 1935, a. II, n. 27, p. 3.
        [56] Cfr. L. Sturzo, Miscellanea londinese, vol. III, p. 172.
        [57] Per le posizioni di Rosselli e Sturzo sulla guerra civile spagnola cfr. L. Pala, I cattolici francesi e la guerra di Spagna, Argalìa, Urbino 1985; G. Campanini, Una battaglia per la libertà della Chiesa. Luigi Sturzo e la guerra di Spagna, in Aa. Vv., I cattolici italiani e la guerra di Spagna, a cura di G. Campanini, Morcelliana, Brescia 1987, pp. 167-194; G. Canali, L’antifascismo e la guerra civile spagnola, Manni, San Cesareo di Lecce 2004, pp. 11-37.
        [58] Lettera di Sturzo al direttore del «Matì» di Barcellona, 12 ottobre 1936, in L. Sturzo, Scritti inediti (1924-1940), II, a cura di Franco Rizzi, Edizioni Cinque Lune, Roma 1975, p. 435. Pubblica 11 lettere di Rosselli a Sturzo.
        [59] Il telegramma di Sturzo, pubblicato sull’organo del movimento giellista, esprimeva «le profonde condoglianze alle due desolate famiglie»; cfr. «Giustizia e Libertà», 18 giugno 1937, p. . G. Ranzato, Bollati Boringhieri, Torino 2004; De Rosa, Antifascismo e Resistenza ; V. Clemente, Luigi Sturzo e la politica centro-europea…, in «Rassegna di politica e storia», agosto 1965. 

  • IL RICCO EBREO
    E LA GIOVANE ARIANA

    data: 14/01/2019 18:05

    Giudici opportunisti, coinquilini delatori, carrieristi imbelli si stagliano nella vicenda sentimentale tra Lehmann (Leo) Katzenberger (25 novembre 1873 -3 giugno 1942) e Irene Scheffler (26 aprile 1910 - luglio 1984). La storia della loro amicizia, maturata nel clima persecutorio della Germania nazista, è ora narrata nel romanzo Il caso Kaufmann (Rizzoli, Milano 2019, pp. 382) di Giovanni Grasso, già noto per i suoi molteplici lavori storici e per la sua collaborazione al quotidiano cattolico «Avvenire».
    La conoscenza tra il presidente della Comunità ebraica e la giovane tedesca inizia nel dicembre 1933, in seguito ad una lettera inviata dal padre Kurt. Egli si rivolge all’amico, chiedendogli di assistere la figlia e di aiutarla ad inserirsi nel nuovo ambiente di Norimberga, dove si stabilisce per svolgere l’attività di fotografa. La giovane Irene riceve così in affitto un appartamento dal ricco possidente, che rimasto vedovo per la morte della moglie cerca una compagnia per uscire dal grigiore della sua vita quotidiana. Se questa compagnia si sia trasformata in una relazione amoroso sembra improbabile per il vincolo amicale con il padre, per la differenza d’età e per le misure antiebraiche introdotte nel 1935 e dirette alla proibizione della cosiddetta Rassenschande («rapporto sessuale con un’ariana» ).
    Sul «Corriere della Sera» (14 gennaio 2019, p. 39), Aldo Cazzullo scrive un farraginoso e prolisso articolo, riportando date erronee ed offrendo al lettore riflessioni strane sulla lettura del romanzo. Irene Scheffler, che nel 1939 sposerà un venditore di auto, ha quasi ventiquattro anni (non una «ragazza di vent’anni» ) e non si stabilisce a Norimberga per «studiare fotografia», ma per aprire «uno studio fotografico» secondo la versione data nel libro L’ebreo e la ragazza. Un’amicizia proibita nella Germania nazista (Baldini & Castoldi, Milano 1997, pp. 406) e ripresa Vanna Vannuccini nella puntuale recensione pubblicata su «la Repubblica» del 12 gennaio 2000. Erronea è la tesi di Cazzullo, secondo cui «nel grande pubblico la conoscenza delle persecuzioni naziste verso gli ebrei è spesso limitata ai campi di sterminio». La miriade di studi ha rivolto particolare attenzione ai molteplici aspetti che precedono e seguono il mondo concentrazionario.
    La vicenda sentimentale tra l’ebreo Lehmann e l’«ariana» è già nota da oltre mezzo secolo grazie al film americano del 1961 e da oltre vent’anni grazie al libro di Cristiane Kohl, che «ridà ai denunzianti e alle vittime il loro volto, la loro personalità», come emerge dai documenti storici e dai verbali coevi del processo. Un aspetto che sfugge completamente al collaboratore del giornale milanese per la complicità dei denunzianti e di quei «tedeschi comuni», studiati da Daniel J. Goldhagen nel suo interessante volume I volenterosi carnefici di Hitler (1997). Cazzullo ignora che l’ossessione di Hitler, secondo cui «giovani e ingenue ragazze tedesche potessero diventare “preda sessuale” degli è ebrei», era rivolta anche agli uomini delle SS innamorati di donne ebree: il caso più eclatante riguardò il caso raccontato da Martin Gilbert nel suo volume Mai più. Una storia dell’Olocausto (2000) sul soldato tedesco giustiziato insieme alla sua compagna.
    Il caso di Lehmann suscita certamente più scalpore per l’ingiustizia che subì e per la sua ingiusta uccisione. A quella tragica fine si giunse per la delazione dei cosiddetti «tedeschi ordinari», che ricorsero ai pettegolezzi e al mormorio dei vicini, dettato più da invidie e da vecchi rancori che da un viscerale antisemitismo. La notizia della relazione sentimentale tra l’anziano ebreo e la giovane tedesca perviene presto all’orecchio delle autorità naziste, che mettono in moto la spietata macchina giudiziaria hitleriana. Il 18 marzo 1941 Lehmann viene  arrestato con il sospetto di avere violato le leggi razziali naziste (il reato era commesso dall’uomo e non dalla donna).
    Comincia così un’intricata vicenda processuale, che porta in primo grado all’assoluzione dei due protagonisti, costretti poi ad un nuovo processo per il ricorso di Oswald Rothaug, il fanatico giudice ammiratore di Gauleiter Julius Streicher, uno dei più feroci e corrotti gerarchi nazisti. Durante il processo gli imputati negano di avere avuto rapporti sessuali, sostenendo con vigore che tra loro c’era solo una innocente amicizia, ossia un idillio platonico dettato da semplice simpatia. Le leggi razziali del 1935 prevedono una pena massima di 15 anni nel caso di ebrei e ariani. Eppure Rothaug condanna a morte Lehmann per «contaminazione della razza», appellandosi anche alla legge sul coprifuoco che vietava agli ebrei di uscire di sera. Lehmann fu ghigliottinato il 3 giugno 1942, mentre Irene fu condannata a due anni di prigione per falsa testimonianza.
    L’esito del processo interrompe la carriera di Rothaug, che viene criticato per avere inflitto una condanna fondata su prove inattendibili: una situazione che spinge le autorità naziste ad assegnargli un altro incarico. Dopo la Seconda guerra mondiale egli è coinvolto nel processo di

    Norimberga e condannato all’ergastolo, ma viene rilasciato nel 1956 per morire il 4 dicembre 1967. 

  • LA LEZIONE DI PIERSANTI

    data: 06/01/2019 18:28

    Nel corso di una cerimonia è stato ricordato oggi a Palermo Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980 dalla mafia. Oltre ai suoi familiari erano presenti il Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, il sindaco Leoluca Orlando, il prefetto Antonella De Miro e l’assessore regionale Gaetano Armao. Tutti i relatori hanno messo in rilevo l’alto valore della lezione di Piersanti Mattarella, che può essere riassunta nella conclusione di Pietro Grasso, là dove afferma che la sua antimafia «era nei fatti, nel lavoro onesto, negli appalti trasparenti, nell’esclusione delle clientele».

    Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato dal padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.

    Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «Un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
    La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
    Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
    L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
    Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
    La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
    Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.
    La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

  • ARTEFICE DELL'UNITA'

    data: 04/01/2019 16:06

    Il pensiero politico di Giuseppe Mazzini si colloca nella storia del Risorgimento e s’intreccia con il movimento che condusse l’Italia all’unificazione nazionale. Fondamentale fu il suo ruolo nel perseguire questo ideale, che – sebbene concretizzatosi in un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo – aprì la via alla realizzazione della Repubblica. L’obiettivo, vissuto come missione politica con intenso afflato religioso, condizionò tutta la vita di Mazzini, che è oggi considerato l’artefice dell’unità nazionale. A differenza di Giuseppe Garibaldi, che per dare un assetto unitario all’Italia preferì le conquiste militari, o di Camillo Benso conte di Cavour, che ricorse alle alleanze diplomatiche, Mazzini scelse di agire sul carattere degli italiani, per rinsaldare i loro sentimenti patriottici e guidarli verso la creazione di una nuova nazione. Egli poté realizzare poco prima della morte il suo sogno di vedere Roma capitale, ma rimase deluso dal ruolo guida che assunse la monarchia sabauda nella costruzione dello Stato unitario.
     
    La vita
    Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno 1805, da Giacomo e da Maria Giacinta Drago. Il padre ebbe scarsa influenza nella sua formazione, mentre la madre gli trasmise un forte senso del proprio rigore morale, alimentato anche dalla rigida educazione ricevuta dai precettori, sacerdoti giansenisti. Nel 1819 s’iscrisse all’Università di Genova; dopo aver frequentato per breve tempo i corsi di medicina, scelse la facoltà di Giurisprudenza, dove si laureò il 6 aprile 1827. Più che verso gli studi giuridici, tuttavia, nutrì un vivo interesse per la letteratura: nel 1827 – come ha documentato Gaetano Salvemini (I primi scritti, in Galante Garrone 1981, pp. 410-22) – scrisse il saggio Dell’amor patrio di Dante, in cui elevò il poeta fiorentino a profeta della patria italiana; il saggio rimase inedito per un decennio, quando fu pubblicato da Niccolò Tommaseo nella rivista torinese «Il Subalpino. Giornale di scienze, lettere ed arti» (1837, 2, pp. 359-77).
    Affiliatosi alla Carboneria genovese, fu arrestato nel novembre 1830 per la delazione di un infiltrato e venne recluso nel carcere di Savona. Nel gennaio 1831 fu posto davanti all’alternativa tra il confino e l’esilio: scelto l’esilio, soggiornò in varie città europee, stabilendosi infine a Marsiglia, dove nel luglio dello stesso anno fondò la Giovine Italia, con lo scopo di «restituire l’Italia in Nazione di liberi ed eguali, UnaIndipendenteSovrana» (Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia, 1831, ora in Scritti editi ed inediti, 2° vol., 1907, p. 45). La nuova associazione, alla quale Mazzini volle dare una forte impronta propagandistica, dal gennaio 1832 dispose anche di una rivista omonima, della quale fino al giugno 1834 uscirono sei fascicoli, diffusi clandestinamente.
    Dopo il fallimento della spedizione in Savoia nel febbraio 1834, Mazzini fondò in aprile a Berna la Giovine Europa, con lo scopo di riunire i patrioti delle nazioni oppresse. Nel corso del 1836, le sterili polemiche sorte in tale organismo non aiutarono l’esule genovese in questo difficile periodo della sua vita, che vide gli insuccessi dei tentativi insurrezionali e la diffusione di un sentimento di sfiducia tra i militanti. Il rischio di essere espulso dalla Svizzera lo convinse a stabilirsi a Londra, città nella quale giunse nel gennaio 1837.
    Dopo tre anni di inattività politica, nel marzo 1840 costituì l’Unione degli operai italiani, che ebbe come organo ufficiale l’«Apostolato popolare», pubblicato dal 10 novembre dello stesso anno al 30 settembre 1843 con lo scopo di elevare il sentimento patriottico dei suoi soci. Accanto a questa attività, svolta soprattutto in funzione antiaustriaca, egli costituì anche una scuola elementare per i bambini italiani che, inaugurata nel novembre 1841, rimase operativa fino al 1848 grazie al sostegno finanziario di alcuni esponenti cartisti e radicali come William Linton e William Lovett. L’impegno educativo verso gli operai e l’attività di alfabetizzazione a favore dei bambini non impedirono a Mazzini di collaborare ai periodici «Westminster review», «The northern star» e «The people’s journal» con recensioni e articoli rivolti alla propaganda patriottica e all’esposizione del suo pensiero politico.
    Dopo l’esperienza della Repubblica romana (1849), Mazzini ritornò a Londra, dove nel gennaio 1851 contribuì alla costituzione della Società degli amici d’Italia (Morelli 1965, p. 112) per sensibilizzare l’opinione pubblica britannica alla causa italiana, e in luglio sottoscrisse un manifesto del Comitato centrale della democrazia europea indirizzato ai patrioti delle nazioni oppresse. Fino al 1868, ultimo anno di soggiorno nella capitale britannica, egli svolse un’intensa propaganda repubblicana: fondò il periodico «Pensiero e azione» (pubblicato dal 1° settembre 1858 al 22 maggio 1860) e il 21 febbraio 1859 sottoscrisse una dichiarazione di protesta contro la guerra all’Austria. Nel 1860 uscì il volumetto Doveri dell’uomo (raccolta di scritti già in parte pubblicati a partire dal 1841 sui periodici «Apostolato popolare», «Pensiero e azione» e «L’unità italiana»), destinato a una grande fortuna editoriale (Monsagrati 2009, p. 598). Dopo aver accettato l’ospitalità di Giannetta Nathan Rosselli, si stabilì a Pisa, dove morì il 10 marzo 1872.
     
    Le fonti del pensiero politico
    Il pensiero politico di Mazzini si coniuga con un programma di riforma della società italiana e di cambiamento della forma istituzionale dello Stato, ma non costituisce un blocco monolitico e omogeneo di idee che, formatesi negli anni giovanili, si siano mantenute inalterate durante la sua lunga e intensa attività rivoluzionaria. Infatti, dalle prime esperienze letterarie (1827) fino alla costituzione di un’Italia unita e indipendente (1861), il suo pensiero presenta un’evoluzione strettamente connessa allo studio degli scrittori politici e alla meditazione degli eventi a lui coevi.
    Negli articoli pubblicati sui giornali «Indicatore genovese» (1828) e «Indicatore livornese» (1829-1830), Mazzini enuncia una visione letteraria laica, democratica e ispirata a una comune civiltà europea, da cui scaturisce il programma politico, che sin dalla costituzione della Giovine Italia (1831) pone l’ideale democratico come premessa per la liberazione dell’Italia dallo straniero, l’abbattimento della monarchia e la realizzazione della Repubblica. Questa sua fede inaugura così «una tradizione democratica sostanzialmente nuova», volta a superare il giacobinismo italiano e a proporre con forza un nuovo modello di organizzazione della società (Galasso 1974, p. 20). Democrazia parlamentare e principio di nazionalità costituiscono gli aspetti fondamentali del pensiero politico di Mazzini, la cui fede è animata da una forte tensione religiosa e alimentata da una decisa avversione verso la monarchia.
    L’esaltazione dello Stato repubblicano e il rifiuto della monarchia come negazione della libertà sono – secondo Mazzini – dettati da una necessità storica, connessa con il progresso civile della società europea. Con il concetto di progresso, sviluppato grazie all’influsso delle teorie di Marie-Jean-Antoine-Nicolas Caritat, marchese di Condorcet (1743-1794), e di Démosthène Ollivier (1799-1884), Mazzini definisce meglio il progetto graduale di palingenesi sociale «per spiegare la sua scelta repubblicana» (S. Mastellone, Introduzione a G. Mazzini, Pensieri sulla democrazia in Europa, 1997, p. 7). La nozione di repubblica, considerata l’unica forma costituzionale idonea a garantire i principi di uguaglianza e di libertà, è arricchita da alcune formulazioni dottrinali derivate dalle idee di Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825), e connesse ad aspetti specifici come l’assetto della proprietà, la trasmissione ereditaria dei privilegi, la funzione dei banchieri nella società presente e futura, l’indissolubilità tra spirito e materia, la libera concorrenza nel capitalismo e l’elevazione dell’associazione a fondamentale principio per il superamento di quest’ultimo.
    Nella già citata Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine italia(1831), Mazzini elabora un programma che arricchisce di feconde ispirazioni culturali e nuovi spunti dottrinali maturati durante l’esilio in Francia. Oltre che dalle citate idee di Saint-Simon, tenute vive dai discepoli Saint-Amand Bazard (1791-1832) e Barthélemy-Prosper Enfantin (1796-1864), Mazzini rimane influenzato dalla lettura della «Revue encyclopédique» e del «Globe», i cui collaboratori pongono l’accento sulla sovranità popolare ed esortano i lettori a un impegno più diretto nella questione sociale.
    L’influsso iniziale del pensiero di Filippo Buonarroti (1761-1837) e di Carlo Angelo Bianco, conte di Saint-Jorioz (1795-1843), l’uno promotore dell’ideologia rivoluzionaria giacobina e l’altro dell’insurrezione per bande, è da Mazzini meglio definito e trasformato in una più precisa «intuizione», dettata da una visione unitaria della questione politica, culturale e sociale (Galasso 1974, pp. 100 e 101). Dell’influsso di Buonarroti rimangono ferme la scelta repubblicana e l’avversione per il federalismo, considerato da Mazzini transitorio e deleterio per le sorti future dell’Italia. Infatti, sull’esempio di Buonarroti, che aveva espresso un giudizio negativo sul federalismo di tipo statunitense nell’opuscolo Riflessi sul governo federativo applicato all’Italia (1831), Mazzini assume un’analoga posizione critica nell’articolo Dell’Unità italiana («La Giovine Italia», 1833, 6, ora in Scritti editi ed inediti, 3° vol., 1907, pp. 259-302).
    La presenza in Italia di due vizi intrinseci, quali la debolezza esterna nei confronti dei Paesi confinanti e quella interna nei confronti dell’aristocrazia, è ricondotta da Mazzini a una vicenda storica diversa da quella degli Stati Uniti, e collegata ad altri elementi, come la religione, il clima e la forma di governo. Il rifiuto del modello statunitense gli deriverebbe, secondo alcuni, da una memoria dell’inglese Henry Peter, barone di Brougham and Vaugh (1778-1868), pubblicata nel 1832 sul periodico «Westminster review» e conosciuta da Mazzini nella traduzione italiana dello stesso anno, Condizione politica ed economica degli Stati Uniti d’America. Convincono Mazzini che il sistema federale non è idoneo per l’Italia, inoltre, la lettura del saggio Notice sur l’Amérique («Revue encyclopédique», 1827) di Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi (1773-1842), e dell’opera Storia dell’America (28 voll., 1820-1822) di Giuseppe Compagnoni (1754-1833), e le considerazioni di alcuni fautori del modello politico statunitense come Luigi Angeloni (1759-1842) e Saverio Salfi (1759-1832).
    Il pensiero di Mazzini si sviluppa a contatto con la cultura francese degli anni Trenta, ma pone al centro della sua riflessione politica la questione della rivoluzione nazionale nel contesto delle esperienze più recenti della storia italiana. Per Mazzini, i movimenti rivoluzionari del 1820-21 e del 1831 si erano spenti per l’inerzia delle masse e la mancanza di dirigenti politici, privi di coraggio,
    di scienza politica [e di fiducia] nelle moltitudini che reggevano, nella santa bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito logico, e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa (D’alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia, «La Giovine Italia», 1832, 2 e 3, ora in Scritti politici, a cura di T. Grandi, A. Comba, 1972, p. 236).
    Dopo gli eventi del febbraio 1834, Mazzini imprime un carattere religioso più evidente al suo pensiero politico, soprattutto per l’influenza del francese Félicité-Robert de Lamennais (1782-1854), che aveva invitato la Chiesa a fare propria la causa dei poveri, e del polacco Adam Mickiewicz (1798-1855), che considerava la Polonia come «nazione martire».
    Come Lamennais, Mazzini invoca un rinnovamento della Chiesa gerarchica, e scorge tra le proprie idee e quelle del francese una coincidenza in merito alla visione etica della società, ai valori della tradizione religiosa e al culto per la democrazia quale forma di rappresentanza politica improntata a un forte senso morale e a un’elevata funzione pedagogica. Una comunione di ideali a cui aveva già accennato nella prefazione scritta per la versione italiana (1832) del saggio di Charles-Emmanuel-Nicolas Didier (1805-1864) Les trois principes. Rome, Vienne, Paris («Revue encyclopédique», 1832, pp. 59-61).
    Di Mickiewicz, Mazzini accoglie l’idea di «nazione martire», che estende all’Italia, imprimendole un impulso fideistico e aggiungendovi un messaggio politico che dovrà tradursi nel «Vangelo della nazionalità» (Sarti 2000, p. 101). Questo principio, inteso come una realtà spirituale, dovrà essere diffuso dagli «Apostoli del popolo», che testimonieranno la loro fede con prontezza di sacrificio e con un conforme comportamento:
    Il Popolo non è mai per coloro che stima deboli e da poco. Esso ama e segue i forti, e con i forti combatte. E i forti sono quelli che, in ogni circostanza, ad ogni momento, son presti a far testimonio, colla parola e colle opere, di tutta intera la fede dell’anima loro (Il popolo e i patrioti, 1835, ora in Scritti editi ed inediti, 4° vol., 1908, pp. 321-22, e in Sarti 2000, p. 101).
    Nel periodo dell’esilio in Svizzera, il pensiero di Mazzini evolve verso forme più mature di elaborazione politica, che arricchiscono il concetto di governo repubblicano e lo collocano in una dimensione più vasta, sfociata nel 1834 nella costituzione della Giovine Europa. La decisione di costituire la nuova associazione è dettata da una serie di ragioni, tra le quali spiccano il dissidio con la Carboneria e la necessità di tenere vivo l’ideale repubblicano e di creare una santa alleanza dei popoli contro quella dei sovrani. Il patto costitutivo, redatto da Mazzini e denominato Atto di fratellanza della Giovine Europa, è firmato da diciassette membri, rappresentanti dell’esulato italiano, polacco e tedesco. Dei tre gruppi federati, il più attivo è quello della Giovine Germania, per la massiccia presenza di lavoratori tedeschi in territorio elvetico. Al centro della visione europeista mazziniana, tuttavia, c’è sempre la convinzione che non esiste alcuna gerarchia tra le nazioni e che tutte hanno un eguale valore morale. Alla stregua delle riflessioni di Johann Gottfried von Herder (1744-1803), Mazzini è convinto del contributo unico e insostituibile di ogni nazione verso l’umanità, ma del filosofo tedesco respinge l’enfasi posta su fattori prepolitici come la razza o le tradizioni di un popolo.
     
    Il concetto di democrazia
    Tra il 1840 e il 1846, Mazzini, anche per la frequentazione di scrittori politici inglesi come Thomas Carlyle (1795-1881) e John Stuart Mill (1806-1873), rivolge particolare attenzione al concetto di democracy. Lo spunto gli è dato dal saggio Chartism (1840) di Carlyle, che collega la nascita del movimento cartista all’incapacità del governo di garantire i diritti sociali. Come risposta, Mazzini pubblica nel giugno 1840 l’articolo Chartism, it is a revolt or a revolution? («Tait’s Edimburgh magazine»), in cui rileva come l’azione sociale dei dirigenti cartisti si muova nell’ambito delle rivendicazioni economiche piuttosto che in quello della richiesta di partecipazione politica: una carenza imputabile alla struttura del Parlamento inglese, dove hanno la preminenza i rappresentanti della casta aristocratica, borghese e militare, arroccati su posizioni conservatrici e incapaci di guidare il progresso della società.
    In otto articoli, pubblicati su «The people’s journal» tra l’agosto 1846 e il giugno 1847 sotto il titolo collettivo Thoughts upon democracy in Europe – riproposti nel volume antologico Scritti scelti (a cura di C. Cantimori, 1915, pp. 282-338) e in seguito tradotti in italiano con il titolo Pensieri sulla democrazia in Europa (a cura di S. Mastellone, 1997, 20052) –, Mazzini conclude il suo discorso sulla democrazia, pervenendo a una concezione della rappresentanza politica che resterà invariata negli anni successivi. Il rifiuto dell’utilitarismo di Jeremy Bentham (1748-1832) dev’essere connesso con il «moto ascendente delle moltitudini vogliose d’entrare partecipi nella vita politica» (I sistemi e la democrazia, 1867, ora in Scritti editi ed inediti, 34° vol., 1922, p. 92), ma finalizzato a una responsabilità etica dell’uomo. Sulla scia delle riflessioni espresse da Mill nell’articolo Pledges («The examiner», 15 luglio 1832, pp. 417-18) e nel libro The rationale of political representation (1835), Mazzini identifica l’essenza della democrazia con la sovranità popolare, ma a condizione che la rappresentanza politica sia scelta nell’ambito di persone oneste e qualificate dal punto di vista morale e intellettuale.
    Il concetto mazziniano di democrazia (che presenta una dimensione etica e pedagogica, al contrario di quella strettamente giuridica di Brougham) si definisce come un movimento proiettato «verso l’emancipazione, il miglioramento, la cooperazione di tutti» (Pensieri sulla democrazia in Europa, cit., p. 95), nella convinzione che il suffragio universale sia l’opzione più idonea per designare le capacità dei cittadini chiamati alla gestione dell’amministrazione pubblica. La partecipazione democratica deve raggiungere un triplice scopo: sottrarre il potere politico «a una cerchia di privilegiati» (p. 82), costituire un «governo rappresentativo» e porre la sua direzione «sotto la guida dei migliori e dei più saggi» (p. 85). Nella scelta dei loro rappresentanti, i cittadini devono essere indirizzati a «un programma educativo» (p. 88), che valorizzi la circolazione delle idee, favorisca il sorgere dell’eguaglianza e diventi patrimonio comune del «partito democratico» (p. 85) e poi dell’intera società. Una concezione della storia limitata all’aspetto economico e allo sviluppo degli interessi materiali tra gli uomini dev’essere sostituita da un ideale più alto, una democrazia etica, l’unica in grado di fornire le idee fondamentali necessarie per l’avvenire dell’Europa e di tutti i popoli. Questo messaggio di liberazione, improntato a venature religiose che fanno riferimento allo spirito più genuino dell’insegnamento evangelico, deve sfociare in una democrazia rappresentativa garante dei diritti sociali, dei valori etici e del merito personale.
    L’ideale repubblicano come leitmotiv del pensiero mazziniano assume un connotato specificatamente democratico durante l’esperienza della Repubblica romana (1849), per il rifiuto del comunismo come regime oppressivo e per l’appello a una Costituente italiana «come unica soluzione della questione nazionale» e «unico simbolo dell’Unità» (Programma, 1849, ora in Scritti editi ed inediti, 39° vol., 1924, pp. 95 e 96).
    Su questi due aspetti fondamentali del suo pensiero politico, Mazzini sviluppa il discorso sull’associazione come nucleo costitutivo della società e sul sistema rappresentativo strutturato in comuni e regioni. Nel manifesto del Comitato nazionale italiano (1849) egli presenta il regionalismo come principio costitutivo del futuro sistema politico italiano, che è meglio svolto l’anno successivo nel programma dell’Associazione nazionale, laddove auspica che l’unità politica dell’Italia raggiunga il suo compimento
    coll’esistenza di Regioni circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di grandi e forti Comuni, partecipanti quanto è più possibile coll’elezione al Potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l’intento dell’Associazione (in Scritti editi ed inediti, 43° vol., 1926, pp. 185-86).
    Il sistema dell’ordinamento dello Stato, su cui egli ritorna con frequenza tra il 1851 e il 1861, è svolto con indicazioni precise sulle attribuzioni delle funzioni e con un progetto istituzionale contrario a un’eccessiva centralizzazione.
     
    La questione sociale
    In Mazzini il pensiero politico è strettamente connesso con l’interesse per la questione sociale. Nei primi anni di attività, dal 1831 al 1835 circa, egli non effettua una sistemazione compiuta delle sue riflessioni teoriche, che raggiungono piena maturità solo a contatto con la cultura inglese. Tuttavia, fin dal suo esordio politico, il motivo conduttore è costituito dall’accento posto sulla distinzione di interessi tra le classi popolari e i ceti economicamente e socialmente più abbienti: come soggetto autonomo di bisogni, il popolo assume così nella sua visione etico-religiosa un ruolo privilegiato nella futura rivoluzione nazionale. Infatti, affinché il popolo diventi nuovo protagonista storico, la Giovine Italia deve tendere
    a ravvicinare le classi, costituire il Popolo, ottenere lo sviluppo maggiore possibile delle facoltà individuali; a ottenere un sistema di legislazione accomodato ai bisogni; a promuovere illimitatamente l’educazione nazionale (Delucidazioni morali allo Statuto della Giovine Italia, 1833, ora in Scritti editi ed inediti, 2° vol., 1907, pp. 299-300).
    Ancorato a un’impostazione ‘sociale’ della questione nazionale, Mazzini nel succitato testo del 1833 cerca di coinvolgere l’intero popolo in un’iniziativa rivoluzionaria volta a un «miglioramento delle classi più numerose e più povere» (p. 299), spronandolo all’azione e chiarendo i diritti e i vantaggi che esso potrebbe trarre dal nuovo assetto sociale. L’analisi delle prospettive rivoluzionarie spinge Mazzini a sensibilizzare il popolo verso una lotta che faccia leva sui suoi bisogni materiali, impostando la lotta nazionale contro lo straniero fuori dagli schemi consueti dei moti tradizionali, basati solo sull’amor patrio. A questa convinzione perviene per il fatto che
    tutte le rivoluzioni sono nella loro essenza sociali, che l’ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non s’ha diritto di chiamare i milioni al sagrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione (Necessità dell’ordinamento speciale degli operai italiani, 1842, ora in Scritti politici, cit., p. 546).
    In quest’ambito, Mazzini si batte per l’aumento dei salari e per la riduzione della giornata lavorativa, avanzando l’idea di istituire forme speciali di credito per gli operai, affinché siano facilitati nel loro accesso alla proprietà dei mezzi di produzione. I fenomeni negativi dell’economia europea sono indicati nelle ricorrenti crisi produttive, le quali si ripercuotono nelle retribuzioni salariali e determinano il progressivo peggioramento della vita dei lavoratori. La crescente integrazione dei mercati europei, piuttosto che contribuire al progresso economico dei vari Paesi, aggrava le condizioni di vita degli abitanti, impedendo la realizzazione di una più equa distribuzione della ricchezza e rivelando l’aspetto menzognero del libero scambio.
    Nel suo duplice rifiuto del liberalismo e del comunismo, Mazzini è animato da una fede che sottomette gli interessi materiali ai principi, gli unici in grado di porre le basi di una nuova società. Gli interessi, siano essi individuali o collettivi, non possono provocare alcun mutamento sociale. Rispetto al liberalismo, volto solo a proporre libertà formali, Mazzini auspica una libertà reale che trasformi la dottrina dei diritti nella capacità di sviluppare le facoltà di ogni singolo individuo. Nei confronti del comunismo egli assume un atteggiamento ostile, respingendo la proposta, avanzata dai seguaci di questa corrente di pensiero, di abolire la proprietà privata e di porre l’economia sotto il controllo statale. Piuttosto che procedere verso l’abolizione della proprietà, che – qualora si realizzasse – soffocherebbe la libertà personale, vanificherebbe lo stimolo al lavoro e renderebbe inoperoso l’individuo, occorre creare le condizioni perché la maggioranza dei cittadini possa acquistarla: al pari della famiglia o della nazione, infatti, la proprietà è un istituto connaturato alla persona umana e, come tale, destinato a durare in eterno. Su questo aspetto fondamentale dell’uomo s’innestano tre distinte affermazioni, che sono colte da Giuseppe Galasso (1974, p. 70) nel
    diritto-dovere [dell’uomo] di organizzare da sé la sua vita materiale, [nella] perfetta parificazione del lavoro manuale con quello intellettuale e con ogni altra manifestazione della vita spirituale, [nel lavoro inteso] come unica fonte legittima della proprietà.
    L’unica forma di proprietà accettata da Mazzini è dunque quella che proviene dal lavoro, e per la cui tutela egli si batte affinché sia resa accessibile al maggior numero di cittadini: «Non bisogna abolire la proprietà, perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla» (Doveri dell’uomo, cit., p. 120). Ciò non esclude per lui l’imposizione di un’imposta progressiva in base all’entità del reddito, per evitare il formarsi di un eccessivo accumulo di ricchezze in cerchie ristrette. Da ciò Mazzini deriva la proposta di una riforma tributaria ispirata alla tassazione del superfluo, tramite l’intervento legislativo dello Stato, in grado di assicurare «ricompense» proporzionate al lavoro e di garantire l’occupazione anche con una politica di lavori pubblici (I collaboratori della ‘Giovine Italia’ ai loro concittadini, 1832, ora in Scritti editi ed inediti, 3° vol., 1907, pp. 63 e 67).
    Gli anni compresi tra il 1850 e il 1860 si caratterizzano per una ripresa dell’attenzione di Mazzini alla questione sociale considerata come parte imprescindibile della rivoluzione nazionale, in un processo di liberazione in cui le disparità economiche devono essere superate dalla formula del «capitale e lavoro nelle stesse mani» (Doveri dell’uomo, cit., p. 125). Il pensiero sociale di Mazzini trova la conclusione pratica di uno sforzo ormai trentennale nei Doveri dell’uomo e nella parte finale del citato articolo del 1833 Dell’Unità italiana, allora rimasto incompiuto e arricchito nel 1861 da altre considerazioni politiche (ora in Scritti editi ed inediti, 3° vol., 1907, pp. 302-35). In un interessante passaggio dei Doveri, Mazzini afferma:
    Ogni mutamento, ogni rivoluzione […] che non faccia corrispondere al progresso politico un progresso sociale, che non promova d’un grado il miglioramento materiale delle classi più povere […] si riduce a una guerra di fazioni contro fazioni in cerca di una dominazione illegittima, è una menzogna ed un male (p. 111).
    Nel decennio postunitario, successivamente alle enunciazioni espresse nei Doveri, Mazzini invoca un rivolgimento politico, che deve sfociare nell’avvento di uno Stato repubblicano capace di confiscare i beni della Chiesa, della Corona e, in qualche caso, dei Comuni per emancipare i lavoratori dalla tirannide del capitale. Nella sua visione solidaristica, Mazzini attribuisce l’unica garanzia di progresso all’associazione, che deve ricevere sostegno dallo Stato con agevolazioni di vario genere come la costituzione di un fondo nazionale e la concessione di crediti a basso tasso d’interesse (Dell’Erba 2010, p. 30). La soluzione più efficace per la questione sociale può derivare soltanto dal fermento rinnovatore rappresentato dall’associazione e dalla sua definizione in senso cooperativistico. In questa direzione assume grande rilievo l’impegno politico verso le «classi operose», che deve tradursi in uno sforzo organizzativo per la creazione di società di mutuo soccorso e per la loro politicizzazione in senso democratico. Su questa base Mazzini svolge un ruolo di primaria importanza, in polemica con Karl Marx e i marxisti, quando a Londra nel 1864 avviene la fondazione della Prima Internazionale operaia.
    Su scala italiana, tra l’XI congresso delle società operaie (Napoli, ottobre 1864) e quello successivo (Roma, novembre 1871), Mazzini tenta di mettere in atto i principi fondamentali del suo pensiero politico, che – oltre a essere indirizzati a migliorare le condizioni dei ceti meno abbienti – devono ostacolare il sorgere del positivismo in Italia e il diffondersi delle tendenze materialistiche, per cui egli si trova anche in opposizione a Michail Bakunin.
     
    Opere
    Doveri dell’uomo, Londra [ma Lugano] 1860.
    Scritti editi ed inediti, Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Mazzini, prima serie, 100 voll., Imola 1906-1943.
    Antologia degli scritti politici, a cura di G. Galasso, Bologna 1961.
    Scritti politici, a cura di T. Grandi, A. Comba, Torino 1972, 20052.
    Pensieri sulla democrazia in Europa, introduzione e cura di S. Mastellone, Milano 1997, 20052.
    Lettere slave e altri scritti, a cura di G. Brancaccio, Milano 2007.
    Cosmopolitismo e nazione. Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali, a cura di S. Recchia, N. Urbinati, Roma 2011.
     
    Bibliografia
    N. Rosselli, Mazzini e Bakounine: 12 anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Torino 1927, Firenze 19382.
    S. Mastellone, Mazzini e la ‘Giovine Italia’ (1831-1834), 2 voll., Pisa 1960.
    E. Morelli, L’Inghilterra di Mazzini, Roma 1965.
    F. Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il ‘partito d’azione’, 1830-1845, Milano 1974.
    G. Galasso, Da Mazzini a Salvemini: il pensiero democratico nell’Italia moderna, Roma 1974.
    G. Pirodda, Mazzini e gli scrittori democratici, 45° vol. di Letteratura italiana Laterza, sotto la direzione di C. Muscetta, Roma-Bari 1976, 19902.
    A. Galante Garrone, Salvemini e Mazzini, Messina-Firenze 1981.
    D. Mack Smith, Mazzini, New Haven (Conn.)-London 1993 (trad. it. Milano 1993).
    S. Mastellone, Il progetto politico di Mazzini: Italia-Europa, Firenze 1994.
    G. Monsagrati, Giuseppe Mazzini, Firenze 1994.
    S. Mastellone, La democrazia etica di Mazzini (1837-1847), Roma 2000.
    R. Sarti, Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile, Roma-Bari 2000.
    Mazzini e gli scrittori politici europei (1837-1857), a cura di S. Mastellone, 2 voll., Firenze 2005.
    L. La Puma, Giuseppe Mazzini democratico e riformista europeo, Firenze 2008.
    G. Monsagrati, Mazzini Giuseppe, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 72° vol., Roma 2009, ad vocem.
    G. Belardelli, Mazzini, Bologna 2010.
    N. Dell’Erba, Giuseppe Mazzini. Unità nazionale e critica storica, Padova 2010.
     

  • IL PITTORE DEL SOLE

    data: 30/12/2018 09:38

    Nelle sale italiane è in corso la proiezione del film Capri-Revolution di Mario Martone, già noto per altre opere cinematografiche di forte impatto culturale. Nel 2010 è uscito Noi credevamo ispirato all’omonimo romanzo di Anna Banti e nel 2014 Il giovane favoloso sulla vita di Giacomo Leopardi. Ora il regista napoletano ci offre l’ultima sua fatica che trae ispirazione dalla vicenda esistenziale del pittore tedesco Karl Wilhem Diefenbach (Hadamar, 21 febbraio 1851 - Capri, 15 dicembre 1913).
    Autore di numerosi dipinti, trecento dei quali esposti nella Certosa di San Giacomo a Capri, Diefenbach fu un personaggio eccentrico tra i numerosi stranieri che popolarono l’isola tra la fine del XIX e il XX secolo. Ma egli non fu solo un prolifico pittore volto a cercare un’unità tra arte e vita, ma anche un teosofo e un personaggio eclettico che propose un modello di vita alternativo a quello presente in tutte le società esistite ed esistenti.
    Dopo aver subito l’influsso di Lorenz, suo lontano parente e sacerdote cattolico, Diefenbach si avvicinò alla Teosofia e professò un senso mistico della vita improntata al libero amore, al naturismo e ad altri ideali come la dieta vegetariana, l’antimilitarismo e l’avversione ad ogni forma di autoritarismo. Per questa sua weltanschauung, animata anche da un’aspra critica al governo tedesco per la sua politica bellicista, subì una serie di traversie che lo condussero a spostamenti continui durante la sua vita tedesca. 
    Perseguitato dalle autorità governative e accusato di essere un «pervertitore e corruttore dei giovani», «sobillatore e pazzo», Diefenbach si stabilì in una cava abbandonata della valle dell’Isaar dove fondò la sua prima comune, insieme ad un gruppo sparuto di adepti dediti al naturismo e al culto del sole: subì per questo il primo «processo nudista» della storia tedesca. Così nel 1892 fu costretto a trasferirsi a Vienna dove cercò di finanziare la sua comune con mostre di pitture, tra le quali la più famosa fu quella allestita con undici murales, che ebbe un successo strepitoso per la visita di molti turisti. La comune, composta da 24 persone e denominata «Humanitas», praticò la comunione dei beni e sperimentò una forma di vita improntata al naturismo, al vegetarismo e al culto della natura.
    Nonostante il contributo di Magnus Schwantje (1877-1959) e di Hugo Höppener (1868-1948), entrambi vegetariani e ambientalisti, la Comune non ebbe vita facile per il carattere dispotico di Diefenbach e per la penuria di mezzi, finché si sciolse per la sua decisione di partire per l’India. Ma non raggiunse l’agognata meta, per cui si ritrovò a Capri insieme ad alcuni suoi adepti fedeli. I tredici anni trascorsi nell’isola furono fecondi e si tradussero in opere di alto valore pittorico che – secondo il giudizio equilibrato di Antonella Basilico, forse la maggiore studiosa del pittore tedesco – esprimevano un vivo sentimento religioso e la ricerca di un infinito come espressione del misero e dell’ignoto, proiettati nella ricerca tra sacro e realizzazione dell’appagamento sessuale.
    Sbaglia quindi Vladimore Bottone che, in suo articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» del 27 dicembre, presenta il pittore tedesco come «un artista mancato o, almeno, incompiuto» dedito solo a forgiare la propria arte sull’umanità presente solo nella sua mente. Per questo motivo è necessario separare la vita scapestrata di Diefenbach e il desiderio di palingenesi sociale dalla sua vicenda artistica che trae ispirazione dalla bellezza di Capri inteso come luogo idoneo a realizzare più le sue aspirazioni artistiche che quelle esistenziali.
    La trama del film si colloca infatti nell’ambiente retrivo di Capri dove la giovane capraia Lucia è incuriosita da questi «strani» individui, che praticano il nudismo e la comunione dei beni. A dispetto del giovane medico socialista, che esalta la scienza, essi attribuiscono alle erbe virtù taumaturgiche ed aspirano alla realizzazione di un mondo «solare» basato su un ritorno rousseauiano alla natura. L’incontro tra la giovane e Seybu, capo della Comune, solleva stridenti contraddizioni tra le spinte rivoluzionarie del gruppo e l’ambiente chiuso della società dell’isola. Tra l’indifferenza dei popolani e lo sprezzante giudizio dell’intellettualità napoletana, la Comune sopravvive tra molte difficoltà fino alla scomparsa di Diefenbach, che morirà per un attacco di peritonite il 13 dicembre 1913.

     

  • LA MORTE DELL'EDITING

    data: 21/12/2018 22:17

    Per il vocabolario della lingua italiana, uscito proprio vent’anni fa su iniziativa dell’Istituto Treccani, il termine editing indica la «messa a punto redazionale di un testo originale» prima che si proceda alla composizione (p. 509). La procedura, in corso di smarrimento nei meandri del mercato, investe anche libri di grande successo ove ripetizioni e incongruenze si uniscono a persino a strafalcioni storici. Si tratta di una situazione sempre più diffusa e presente in molte case editrici che sorvolano sugli errori storici e inesattezze, mirando soprattutto alla vendita del prodotto per trarne un profitto immediato.
    Il caso più eclatante riguarda il volume M Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018) di Antonio Scurati, sottoposto ad una aspra critica sul «Corriere della Sera» (14 ottobre) da Ernesto Galli della Loggia, che ha segnalato errori gravi come la confusione tra Pascoli e Carducci, a cui attribuisce il famoso discorso tenuto a Barga «per i nostri morti e feriti», pubblicato sul giornale «La Tribuna» del 27 novembre 1911 e poi nello stesso anno dall’editore Zanichelli con il titolo La Grande Proletaria si è mossa. Lo scrittore non è nuovo a questi errori storici che, insieme a stravaganze stilistiche, ne fanno un esempio emblematico, di cui l’incipit si ritrova nel romanzo Il bambino che sognava la fine del mondo (2009), ristampato quest’anno, con il riferimento al cadavere «ritrovato privo di vita».
    Nel libro In terra consacrata (2009) un altro scrittore Ugo Barbàra narra il rapimento di Emanuela Orlandi, ma riferisce di un uomo d’affari, la cui eccessiva spregiudicatezza gli «era costata una catasta di protesti». Nel romanzo Seta (1996), più volte ristampato fino alla recente edizione della Feltrinelli (2017), Alessandro Baricco lascia «sfarfallare» i bachi, cosa che non deve avvenire in quanto il bozzolo si squarcia e non se ne può ricavare il filo. Nel terzo volume della Storia europea della letteratura italiana (2009) A. Asor Rosa scrive Curzio Maltese invece di Curzio Malaparte, mentre nel manuale L’età contemporanea. Dalla Grande Guerra ad oggi (2009) più volte ristampato A. Mario Banti scrive che Gramsci fu «condannato a vent’anni di carcere, dove ancora si trova al momento della sua morte»: in realtà il comunista sardo morì nella clinica Quisisana il 27 aprile 1937.
    In materia storica la situazione non muta neppure nella scuola, dove – secondo una ricerca compiuta nel 2017 e presentata nel sito di «Libreriamo» – il 37% dei maturandi non conosce gli eventi storici accaduti dopo la Seconda guerra mondiale. Il 22% conosce poco e male l’esito del conflitto mondiale, credendo che Churchill sia stato il primo ministro americano durante la guerra. Solo il 48 % conosce la data dell’Unità d’Italia, mentre un 23% la fissa nel 1850 e un 22% dichiara che essa sia avvenuta nel 1930. Il 24% degli studenti crede che l’Italia sia una monarchia, mentre un’altra percentuale (39%) è convinta che l’Italia sia uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale.
    Nella mia esperienza professionale come membro di commissioni di esami per Storia contemporanea ho ascoltato errori (orrori) peggiori come quella studentessa che, alla domanda sulle leggi razziali, sostenne che gli Ebrei ne furono colpiti in quanto extracomunitari; oppure di quello studente che attribuì a Francesco Crispi il merito di avere costituito i Fasci siciliani, poi diventati Fasci di combattimento.  

  • VIGNETTISTA E SOCIALISTA

    data: 15/12/2018 19:16

    Il 5 dicembre scorso è stata inaugurata a Milano la mostra su Giuseppe Scalarini (Mantova, 23 gennaio 1873 - Milano 30 dicembre 1948), che resterà aperta fino al 6 gennaio prossimo. L’iniziativa, che prende avvio dal settantesimo anniversario del vignettista mantovano, è ospitata in tre sedi della città lombarda: una parte della mostra, organizzata dall’Unione Femminile Nazionale e dalla Fondazione Anna Kuliscioff, si tiene a Palazzo Moriggia presso il Museo del Risorgimento (via Borgonuovo 23); una seconda è esposta nella sede dell’Unione Femminile (corso di Porta Nuova 32) e una terza a Palazzo Morando (via Sant’Andrea 6).

    La varietà della mostra è dettata dall’ampio ventaglio di interessi di Scalarini, che nel corso della sua vita svolse diversi mestieri finché riuscì a trasformare la sua vera passione di caricaturista e di disegnatore satirico in una fonte di sostentamento. Già nel 1896 egli fondò il Merlin Cocai, un settimanale di indirizzo radicale che commentò con poco successo gli anni delle lotte popolari contro il carovita, sfociate due anni dopo nella repressione del generale Bava Beccaris con la morte di circa cento morti e più di cinquecento feriti.

    Proprio nel 1898 Scalarini fu schedato a Mantova come iscritto al partito socialista e militante dei “partiti sovversivi”, subendo una condanna per i suoi disegni antimilitaristi e antigovernativi. Accusato di reato contro le istituzioni statali, egli riparò all’estero prima in Austria e poi in Germania, dove collaborò ai prestigiosi giornali satirici Fliegende Blätter di Monaco e al Lustige Blätter di Berlino. Dopo varie peripezie in diversi Paesi europei, solo con l’amnistia concessa da Vittorio Emanuele III poté ritornare a Mantova dove riprese la collaborazione al nuovo Merlin Cocai per poi seguire di nuovo la sua vita avventurosa e girovaga, ma sempre fedele nell’invio di vignette satiriche ai giornali tedeschi.

    Stabilitosi a Milano, Scalarini esordì il 22 ottobre 1911 sull’Avanti! con una vignetta contro la guerra di Libia, a cui ne aggiunse oltre 3700 fino alla soppressione del quotidiano socialista a causa delle cosiddette “leggi fascistissime”. Nelle sue edizioni pubblicò i suoi primi testi antimilitaristi che, intitolati La guerra nella caricatura (1912) e Il processo della guerra (1913), riscossero largo successo, trasformando il giornale socialista in uno dei più venduti.

    Le vignette di Scalarini, più che prendere di mira i singoli personaggi politici, ebbero come bersagli la monarchia, la guerra, l’ingordigia del capitalismo, lo sfruttamento della classe lavoratrice e poi lo squadrismo fascista. Una serie di disegni che, oltre a procurargli vari processi tra il 1911 e il 1922, gli provocarono l’aggressione degli squadristi fascisti nel paese in cui aveva scelto la residenza. Nel 1920 fu infatti aggredito a Gavirate (Varese) e costretto a ingerire l’olio di ricino con lo scopo ben preciso di convincerlo ad interrompere la sua devastante critica alla marea montante del fascismo.

     Scalarini, per nulla intimorito, proseguì la sua attività di disegnatore satirico, collaborando a molti periodici antifascisti, tra i quali la nuova edizione del periodico L’Asino. Una situazione che inasprì l’odio contro il vignettista socialista, aggredito con violenza nel novembre 1926 tanto da provocargli la frattura della mandibola e una commozione cerebrale. L’introduzione delle leggi eccezionali contro gli oppositori del regime coinvolse anche Scalarini: il primo dicembre dello stesso anno fu infatti condannato al confino per cinque anni prima a Lampedusa e poi a Ustica, dove rimase fino al novembre 1929. Durante il confino scrisse un diario, pubblicato postumo solo molti anni dopo con il titolo Le mie isole (Franco Angeli, Milano 1992, pp. 156, con 29 illustrazioni).

    Trasferitosi a Milano, Scalarini fu sottoposto ad una rigida sorveglianza che cercò di alleviare con il ricorso alla scrittura per l’infanzia: pubblicò a firma della figlia Virginia Chiabov il romanzo Le avventure di Miglio (Vallardi, Milano 1933, pp. 182) con 477 illustrazioni. La figlia ci lasciò un interessante ritratto dell’attività del padre, del suo pensiero e della sua capacità di caricaturista, sottolineando come in vita fosse stato sempre contrario ad ogni forma di anticlericalismo becero e favorevole invece al «rispetto e alla tolleranza» dei credenti. Di carattere mite e pacifico, Scalarini nutrì un sentimento religioso «in interiore hominis» come una delle possibili scelte dell’uomo, facendo riferimento nelle sue vignette ad «espressioni tolte dal Vangelo, oppure all’immagine del Cristo» (cfr. Virginia Scalarini Chiabov, Giuseppe Scalarini, in «Asce News», gennaio-febbraio 1980, p. 48).

    Ridotto quasi in povertà, Scalarini trovò un rifugio alla sua grama esistenza, allorché nel 1932 cominciò a collaborare al Corriere dei Piccoli e alla Domenica del Corriere, finché il 15 luglio 1940 fu di nuovo arrestato a Gaviarate e internato nel campo di concentramento di Istonio (oggi Vasto) e poi in quello di Bucchianico (Chieti). Trascorsi i mesi di internamento, ritornò alla vita civile, sfuggendo nel 1943 all’arresto della polizia di Salò.

    Alla conclusione della guerra Scalarini riprese a collaborare all’Avanti! e poi all’Umanità, organo del nuovo Partito socialista sorto dalla scissione di Palazzo Barberini. Tra il marzo e l’ottobre del 1947 egli - come è stato ampiamente documentato da Michele Donno nella sua pagina universitaria - pubblicò ben 53 vignette, collegate ai problemi più scottanti che affliggevano l’Italia postbellica dalla disoccupazione al carovita e al diffuso malcontento popolare.

    Morì a Milano il 30 dicembre 1948, lasciando una notevole produzione satirica, apprezzata in molteplici mostre, nonostante che uno storico consideri «rozze» le sue vignette (cfr. R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, vol. I, Bologna 1991, p. 102).

  • ANNIVERSARIO SOLZENICYN

    data: 10/12/2018 13:21

    Il centenario della nascita (Kislovodsk, 11 dicembre 1918) e il decennale della morte (Troice-Lykovo Mosca, 3 agosto 2008) hanno riproposto all’attenzione l’opera letteraria di Alexkandr Isaevič Solženicyn. Essa, per alcuni anni dimenticata, è ritornata in auge per la mostra fotografica che si è tenuta dal 7 al 17 novembre presso l’Università Statale di Milano. La mostra ha ripercorso il suo itinerario letterario, che cominciò con il suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič, proseguì con il suo Arcipelago Gulag e si concluse con altri romanzi come L’uomo nuovo. Tre racconti.
    In questi giorni, presso la Maire du Vème Arrondissement 21 Place du Panthéon, si tiene un’altra mostra che ripropone l’opera letteraria di Solženicyn con l’esposizione di manoscritti, di fotografie, di edizioni rare, raccolti nel catalogo intitolato Un écrivain en lutte avec son siécle (Èditions des Syrtes, Paris 2018, p. 300) e curato da Georges Nivat, traduttore e profondo conoscitore della letteratura russa.
    Il catalogo offre uno spaccato esistenziale di Solženicyn che trascorse otto anni in diversi campi di concentramento. Il dissidente sovietico fu arrestato nel febbraio 1945 per avere criticato a Stalin in una lettera privata (intercettata) ad un suo amico. Solo nel 1953, scontata la pena detentiva, fu inviato per tre anni al confino nel villaggio di Kol Terek nel Kazakistan, dove gli fu concesso di lavorare come insegnante. Proprio nella steppa kazaka ebbe le prime idee di narrare il suo vissuto personale in un romanzo.
    Nel 1954 Solženicyn fu colpito da un tumore e ricoverato a Taskent, dove riordinò i suoi pensieri sugli orrori dei lager con una «scrittura a memoria» che trascrisse su carta solo dopo la liberazione in condizioni difficili
    Nel novembre 1962 Solženicyn pubblicò sulla rivista «Novyi Mir» (organo degli scrittori sovietici) Una giornata di Ivan Denisovič, in cui raccontò la giornata tipica di un deportato e denunciò i misfatti del sistema oppressivo di Stalin. Nel gennaio 1963 il saggio, pubblicato da Einaudi e da Garzanti, cominciò a circolare anche in Italia, dove contribuì a far conoscere l’orrore dei campi di concentramento, trascurato nel processo di destalinizzazione avviato da Nikita Chruščëv.
    Dopo il romanzo Divisione cancro (1968) e Reparto C (1969), Solženicyn pubblicò Arcipelago Gulag (Paris 1973), che gli provocò l’arresto e poi l’espulsione dall’Unione Sovietica. Nel 1970 l’attribuzione del premio Nobel per la letteratura, che non poté ritirare, acuì i rapporti difficili con le autorità sovietiche per il suo invito all’abolizione della censura: inviò un discorso denso di riflessioni interessanti sul rapporto tra arte e opera letteraria, nonché sul ruolo che questa può esercitare da una generazione all’altra. Nel 1974 il romanzo Arcipelago Gulag apparve anche in Italia, ma non ebbe un’accoglienza favorevole da parte dell’intellettualità marxista e da scrittori come Umberto Eco ed Alberto Moravia.
    Privato della cittadinanza sovietica, Solženicyn fu espulso dall’Urss e, dopo un soggiorno in Svizzera, di stabilì negli Stati Uniti, dove proseguì il suo lavoro letterario, ripubblicando alcuni suoi testi e collaborando ad una miriade di riviste: del 1975 è il volume di memorie La quercia e il vitello, dove muove una critica serrata al comunismo sovietico.
    L’8 giugno 1978 Solženicyn pronunciò ad Harvard un profetico discorso, con cui deplorò «il declino del coraggio nell’Occidente», che – oltre a colpire i governi dei singoli Paesi – ha investito la classe dirigente, la burocrazia, i partiti politici, il ceto intellettuale e persino l’organizzazione delle Nazioni Unite, aggiungendo: « I funzionari politici e intellettuali manifestano questo declino, questa fiacchezza, questa irrisolutezza nei loro atti, nei loro discorsi e soprattutto nelle considerazioni teoriche che si premurano di esibire dimostrandovi che questo modo d’agire, che basa la politica di uno Stato sulla vigliaccheria e il servilismo, è pragmatico, razionale e giustificato da qualsiasi elevato punto di vista intellettuale e perfino morale». 

    Dopo il crollo del comunismo, Solženicyn ritornò nel 1994 in Russia dove pubblicò otto brevi racconti, poesie in prosa e la storia delle relazioni tra Ebrei e Russi. Un’analisi che mette in rilievo il legame popolare tra la comunità ebraica e la rivoluzione bolscevica, considerata come il prodotto di un movimento autonomo e non come cospirazione dei suoi membri più autorevoli. Morì a causa di un infarto all’età di 89 anni la sera del 3 agosto 2008. 

  • CAZZULLO, FISIME STORICHE
    SU MUSSOLINI-SARFATTI

    data: 08/12/2018 16:51

    Sul «Corriere della Sera» Aldo Cazzullo è intervenuto il 24 novembre e il 7 dicembre sul «tentativo di Margherita Sarfatti di separare Mussolini da Hitler», sostenendo che ella abbia scongiurato l’ex amante «di non mettersi contro gli Stati Uniti e di non legarsi alla Germania nazista». Strano che un giornalista così perspicace come Cazzullo ritorni spesso su un argomento che non ha alcun valore storico. Sua unica fonte informativa è il libro Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista (Mondadori, Milano 2015) di Rachele Ferrario, da cui il giornalista trae le poche notizie che propina ai lettori dalla sua rubrica quotidiana (si legga la pagina 5, laddove l’autrice attribuisce il merito alla Sarfatti di avere tentano «invano di convincere il duce a non rompere con gli Stati Uniti» e di avere tramato «per allontanarlo da Hitler»).
     Nella risposta al lettore Luigi Agosti, Cazzullo ignora che il libro M Il figlio del secolo (Milano 2018) non parla dell’argomento (si ferma al 1924) e riprende pari pari il colloquio tra Renato Trevisani e Margherita Sarfatti, che nell’imminenza della guerra di Etiopia sbotta nella frase conclusiva che l’Italia vincerà, mentre Mussolini «perderà la testa» (R. Ferrario, cit., pp. 11 e 295). Il colloquio era già conosciuto da decenni per essere riportato nella biografia più esaustiva su Margherita Sarfatti. L’altra donna del duce (Mondadori, Milano 1993, pp. 536 e 731). Esso, secondo gli autori, si ritrova nell’intervista pubblicata su «Gente» con il titolo Parla la figlia di Margherita Sarfatti. Il grande amore del duce (24 settembre 1982, III, 38, pp. 55 o 58), cioè quasi mezzo secolo dopo il famoso discorso che Mussolini pronunciò il 2 ottobre 1935 «fra le 18.45' e le 19.10' dal balcone di Palazzo Venezia» a Roma (cfr. B. Mussolini, Il discorso della mobilitazione, in Id., Scritti e discorsi. Dal gennaio 1934 al 4 novembre 1935, Hoepli, Milano 1935, p. 217).
    Il commento di Margherita Sarfatti sulla decisione di Mussolini è il prodotto di un risentimento più che «di un presentimento» della conquista dell’Etiopia e della fine ingloriosa di Mussolini. Esso non ha alcun valore storico, perché si tratta di una rievocazione poco attendibile e dettata da amore filiale verso un astio recondito dell’ex amante. È difficile stabilire l'anno preciso, ma sembra che il loro idillio sia tramontato nel 1932 o 1933, quando Mussolini conobbe la giovane e avvenente Clara Petacci: «All’orizzonte è già comparsa una donna molto più giovane e meno impegnativa», scrive la Ferrario a pagina 297. Questa tesi è ignorata da Cazzullo, che in modo erroneo attribuisce all’ex amante un ruolo eccessivo nella formazione della decisione del duce riguardo all’alleanza con la Germania nazista.
    Sulla rivista «Gerarchia» (ottobre 1932) Margherita Sarfatti assunse un atteggiamento ostile al nazismo, con il vivo plauso a Dino Grandi. L’elogio non piacque a Mussolini, che tre mesi prima lo aveva destituito come ministro degli Affari Esteri per la simpatia verso l’America e la sua politica d’intesa con la Francia e l’Inghilterra. L’ascesa al potere di Hitler e la sua avversione verso il nazismo risvegliò l’ammirazione della Sarfatti verso l’America, anzi ne accentuò il suo desiderio di una possibile visita, incoraggiata peraltro da Mussolini, desideroso di allontanare una donna diventata un ostacolo alla sua relazione amorosa con la Petacci.  Forse il duce si ricordò della confidenza rivolta a Leda Rafanelli che per conquistarla disse della sua rivale: «Mi perseguita col suo amore, ma io non potrò mai amarla. La sua spilorceria mi disgusta. È ricca e abita in un grande palazzo di corso Venezia. Ebbene, quando viene pubblicato un suo articolo, manda all’“Avanti!” la sua cameriera per prenderne tre copie gratis, per risparmiare tre soldi. E ha l’edicola a pochi passi» (A. Spinosa, Mussolini il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano 1989, p. 47).
    La fine del relazione tra Mussolini e la Sarfatti trapelò velocemente nella casta politica del regime e persino nell'ambiente letterario della capitale, dove Alfredo Panzini diede alle stampe verso la metà dell'anno il romanzo La sventurata Irminda (1932), la cui eroina rispecchiava la personalità della Sarfatti: una conclusione amorosa che portò all’estromissione della Sarfatti dal «Popolo d'Italia» e da «Gerarchia». Come confidò ad un suo collaboratore, Mussolini tenne a precisare: «Ho preso delle misure per liberarmi di lei. L’ho fatta licenziare dal “Popolo d’Italia e l’ho rimossa dalla direzione di “Gerarchia”. Ovviamente le ho corrisposto la liquidazione» (cit. in D. Ducret, Le donne dei dittatori, Garzanti, Milano 2011, p. 59).    

    Al ritorno dall’America, dove rimase dal 28 marzo fino al 2 giugno 1934, la Sarfatti non esercitava più alcun ascendente intellettuale e sessuale sul duce, che aveva informatori più capaci e preferiva inoltre – stando alla testimonianza del suo cameriere personale – alle «spasimanti stagionate» una giovane bella e avvenente come la Petacci: aveva nel 1935 ventitré anni (si veda G. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini, Milano 1946, p. 200).                                      

  • STORIA DI UN UOMO GIUSTO

    data: 04/12/2018 18:17

    Nella mia frequentazione settimanale del Baloon di Torino, un tempo «mercato dei cenci e delle pulci», ho trovato un opuscolo su Carlo Angela Un uomo giusto (a cura di Franco Brunetta, Anna Segre e Gianfranco Torri, Assessorato alla Cultura della Provincia, Torino 2002, pp. 30). Incuriosito dal titolo, sfoglio l’opuscolo e l’acquisto per sapere se vi sia un legame di parentela con il noto divulgatore scientifico e conduttore televisivo Piero Angela. Scopro con mia sorpresa che si tratta del Padre, su cui per molti anni era scesa una coltre di silenzio per il carattere schivo del Personaggio.
    Nato il 9 gennaio 1875 ad Olcenengo, piccolo centro agricolo nei pressi di Vercelli, Angela si iscrisse all’università di Torino, dove si laureò in medicina e chirurgia nel 1899. Compì le sue prime esperienze come medico nelle foreste del Congo, al seguito dell’esercito belga per poi frequentare l’ospedale della Pietà di Parigi. Fu proprio nella capitale francese che conobbe il celebre psichiatra Joseph J. Babinski, la cui opera medica è ricordata soprattutto per la descrizione dell’estensione dorsale dell’alluce con una lesione del tratto corticospinale.
    Ritornato a Torino, Angela fece prima il medico condotto per essere poi chiamato come direttore della struttura sanitaria di Bognanco, località di cura e di villeggiatura del Verbano-Cusio-Ossola, su cui lasciò un interessante opuscolo intitolato La cura di Bognanco. Indicazioni pratiche per la cura delle acque (Gozzano s.d.).
    Ma le sue ricerche scientifiche proseguirono con altre pubblicazioni: nel 1912 pubblicò lo studio A proposito della mielite cronica e del tremore intenzionale (Firenze 1912); l’anno successivo diede alle stampe Paraplegia flacida ed esaltazione dei riflessi tendinei nella mielite traversa (Firenze 1913) e Il riso ed il pianto spasmodico nelle lesioni cerebrali d’origine vascolare (Torino 1913).
    Durante la Grande Guerra, Angela fu ufficiale medico della Croce Rossa Italiana presso l’Ospedale Vittorio Emanuele di Torino. Nel 1921 aderì al partito «Democrazia radicale», una coalizione politica sorta dalla ceneri del Partito radicale. Ma con l’ascesa al potere di Mussolini, egli si distaccò da essa per il sostegno dato al governo, da cui prese le distanze.  
    Tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924 Angela si avvicinò alle posizioni riformiste di Ivanoe Bonomi, presentandosi alle elezioni del 6 aprile 1924: fu capolista nella circoscrizione piemontese per la lista «Opposizione costituzionale», ma non venne eletto per il mancato raggiungimento del «quorum». Alcuni giorni dopo il rapimento e l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924, Angela accentuò le sue critiche e accusò sul settimanale Tempi Nuovi il fascismo «per il nefando delitto che ha macchiato indelebilmente l’onore nazionale». La reazione non si fece attendere e nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1924 gli uffici della redazione del settimanale furono saccheggiati e incendiati. Così si rinchiuse nella sua professione e per oltre venticinque anni svolse un’intensa attività come medico e direttore sanitario della clinica psichiatrica «Ville Turina Amione» di San Maurizio Canavese.
    Negli anni successivi alla promulgazione delle leggi razziali, Angela nascose nella clinica psichiatrica l’imprenditore socialista Donato Bachi, il docente Nino Valobra, Oscar Levi, Guido Cavaglion, Aldo Treves, Lydia Ghiron Ottolenghi e i coniugi Nella Morelli e Renzo Segre, che riuscirono a salvarsi dalla deportazione grazie alla sua sollecitudine: segnalò alle autorità i suoi ospiti, compilando false cartelle cliniche e attribuendo loro gravi patologie. Sospettato di prestare aiuto ai pazienti di origine ebraica, Angela – come ha ricordato più volte il figlio – fu interrogato nel febbraio 1944, rischiando di essere fucilato. Si salvò a stento grazie all’intervento del conte di Robilant presso il federale di Torino Giuseppe Solaro, comandante della milizia fascista repubblicana.
    Morì il 3 giugno 1949 a Torino. Alla sua scomparsa la moglie ricevette molte lettere di cordoglio, tra le quali quella di Renzo Segre, riconoscente per averlo sottratto alla barbarie nazifascista. Solo vent’anni dopo la morte di Segre, avvenuta nel 1973, la figlia Anna scoprì il diario del padre, che venne pubblicato con il titolo Venti mesi (Sellerio, Palermo 1995, pp. 132), portando a conoscenza l’operato segreto di Carlo Angela e l’aiuto prestato a molti ebrei. Nel 2001 l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme riconobbe il contributo che Carlo Angela diede all’umanità, attribuendogli l’attestato di benemerenza e la medaglia dei “Giusti tra le nazioni”.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
                                    


     

  • STELLA: PENDE E GRAMSCI...

    data: 30/11/2018 18:48

    Sul supplemento settimanale 7 del «Corriere della Sera» (29 novembre 2018, n. 48, p. 19), Gian Antonio Stella prende spunto dalla pubblicazione 1938, l’Italia razzista. I documenti della persecuzione contro gli ebrei (il Mulino, Bologna 2018, pp. 275) di Fabio Isman per muovere un’aspra critica ad una notizia reperita nel volume. Esiste a Noicàttaro, un paese di oltre 26 mila abitanti in provincia di Bari, un istituto scolastico intestato ai nomi di Gramsci - Pende che è il risultato dell’unificazione di due scuole. «L’insana convivenza», ricorda l’illustre giornalista ancora presentato come «Autore del bestseller La Casta», è il prodotto di «un abbinamento insensato che pare indicare agli studenti due mondi ai quali indifferentemente ispirarsi».
    Al di là di questa anodina valutazione, l’articolo chiarisce poco quale sia la distanza politica che intercorre tra Nicola Pende (Noicàttaro, 21 aprile 1880 - Roma, 8 giugno 1970) e Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937), l’uno medico endocrinologo ricordato per il «Manifesto degli scienziati razzisti» del luglio 1938 e l’altro pensatore comunista di grande acume culturale. Così il giornalista cita il saggio Gramsci e il razzismo (Aa.Vv., Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, a cura di Sonia Gentili e Simona Foà, Carocci, Roma 2010, pp. 137-156) di Raul Mordenti, da cui trae una frase di Gramsci.
    Nella citazione tratta dal saggio di Mordenti, l’insigne giornalista incorre in un errore grossolano e sovrappone la frase di Gramsci al commento dell’Autore, là dove questi afferma che «egli legge il concetto di “natura umana” non come un dato, da definire e da difendere e da imporre, ma, al contrario, come l’obiettivo concreto di un grande processo storico di unificazione reale del genere umano, di tutti gli uomini del mondo: “quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi” (A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini, Einaudi, Torino 1965, p. 965» (corsivo mio).
    Meraviglia che una lettera così famosa sia citata malamente, quando essa si ritrova in centinaia di siti e persino in libri molti comuni: si può leggere nel secondo volumetto A. Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice l’Unità, Roma 1988, p. 267. Nella lettera, non datata ma inviata al figlio Delio poco prima di morire, Gramsci scrive tra l’altro: «Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi».
    Medesimo criterio di superficialismo giornalistico si ritrova nelle due lunghe citazioni di Nicola Pende, più riempitive che esplicative. Se la prima non ha alcuna attinenza con il libro 1938, l’Italia razzista. I documenti della persecuzione conto gli ebrei di Fabio Isman, la seconda non si ritrova nei libri: Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia (Bollati Boringhieri, Torino 2006; La «Difesa della razza». Politica, ideologia e immagini del razzismo fascista, Einaudi, Torino 2008) di Francesco Cassata. In realtà le due citazioni dell’endocrinologo fascista, a cui è dedicato l’istituto del suo paese natale, si ritrovano in un articolo del giovane storico (Nicola Pende scienziato razzista, «la Repubblica», 14 settembre 2006), che unisce i due brani sulla condanna del meticciato e della commistione tra ebrei e la «progenie romano- italica».
    Rimane il dubbbio se i due brani siano il risultato di scavo del giovane storico oppure si ritrovino nella sua recensione-articolo del libro I dieci. Chi erano gli scienziati che firmarono il Manifesto della razza (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005 (o 2006), pp. 273) di Franco Cuomo. Fatto sta che non è Fabio Isman ad avere «scoperto esterrefatto... il luogo» intestato a Gramsci e a Pende, ma al compianto Franco Cuomo, che già nel 2005 sottolineava come al razzista di Noicàttaro fosse intitolata una scuola e persino due premi in biomedicina e endocrinologia. Se allora vi fu la protesta dell’amministrazione cittadina di Centrosinistra per difendere la «memoria dell’illustre scienziato», oggi quella gestita dal sindaco pentastellato ha superato la decenza con l’accostamento a Pende del nome di Antonio Gramsci. 

  • IL TRAM DEGLI ANTIFASCISTI

    data: 23/11/2018 11:58

    Ieri sera è stato proiettato al cinema teatro Gioiello di Torino il documentario «Storia di 1 Tram», redatto da alcuni storici torinesi e preparato dai registi Elis Karakaci e Alessandro Genitori. I due giovani registi (l’uno albanese e l’altro siciliano) hanno raccontato la storia del Tram numero 1, luogo d’incontro e vivaio di un antifascismo democratico. Il percorso del Centro storico assumeva così le sembianze di un luogo rilevante come scambio di opinioni tra i passeggeri, alcuni dei quali dotati di grande cultura umanistica e scientifica.

    Il progetto, realizzato grazie ad un contributo del Consiglio Regionale del Piemonte, prese avvio quattro anni fa con l’intervista a Massimo Ottolenghi, scomparso ultracentenario il 18 gennaio 2016. I due registi sono stati ispirati nella preparazione del documentario dal racconto di Ottolenghi, che ha rievocato o suoi ricordi di gioventù e gli incontri fatti nel Tram n. 1 a partire dagli anni Venti del Novecento.

    La vettura torinese, prima rosso crema e poi color verde su ordine di Benito Mussolini – al duce «il rosso non piaceva granché» – contribuì a tener desto il sentimento democratico durante il regime fascista in una città fortemente monarchica e conservatrice. Le testimonianze dei pochi superstiti rendono onore ad un «luogo della memoria» e ad una pagina negletta nella storia dell’antifascismo, ma animata da grandi intellettuali che utilizzavano quel mezzo di trasporto pubblico.

    L’avvocato antifascista Bruno Segre (nato il 4 settembre 1918), anch’egli ultracentenario, ricorda il filosofo del diritto Gioele Solari (1872-1952), che intratteneva «discussioni filosofiche anche con il tranviere»; il critico musicale Massimo Mila (1910-1988) e il futuro editore Giulio Einaudi (1912-1999), che usavano il Tram per recarsi al Liceo classico Massimo d’Azeglio. Così quel famoso liceo, frequentato anche dal letterato Leone Ginzburg (1909-1944) e dal filosofo Norberto Bobbio (1909-2004), assurge metafora filmica come fermata per avviare un discorso sulla cultura democratica della città subalpina.

    La fermata di via Valperga Caluso diventa il simbolo della cultura scientifica per la presenza nel Tram di Giuseppe Levi, che, forse caso unico al mondo, aveva insegnato a tre giovani futuri Premi Nobel: Rita Levi Montalcini (1909-2012), Salvatore Luria (1912- 1991) e Renato Dulbecco (1914-2012). La fermata al Teatro Regio, prima dell’incendio del 1936, vedeva scendere personaggi illustri che vi si recavano per assistere alle rappresentazioni teatrali oppure per ascoltare concerti di musica classica. Il tram era anche utilizzato dagli studenti e dai professori delle varie facoltà universitarie, dove il dibattito politico era sempre in fermento, nonostante la rigida sorveglianza della prefettura e degli organi incaricati di reprimere ogni sentimento antifascista.

    Il decennio compreso tra la marcia su Roma e la seconda visita di Mussolini (1932) vide un largo successo del fascismo sabaudo grazie alla direttive imposte dal duce sulla stampa cittadina: impose infatti l’uscita di Alfredo Frassati da «La Stampa» e costrinse Giovanni Agnelli a nominare un direttore non ostile al fascismo. Dal 1929 al 1931 l’organo torinese fu diretto da Curzio Malaparte, fascista ma destinato ben presto a cadere in disgrazia presso il duce. Anche la direzione della «Gazzetta del Popolo» fu imposta dal duce, che nominò Ermanno Amicucci grazie al capitale messo a disposizione dalla Sip

    Gli anni Trenta furono ancora caratterizzati a Torino da un largo consenso e da un entusiasmo che via via diminuì e cessò sette anni dopo con il ritorno del duce allo stabilimento di Mirafiori, dove gli operai lo accolsero freddamente, forse per l’imminente ingresso dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale.

     

  • GLI SVARIONI DI SCURATI

    data: 19/11/2018 19:13

    Sull’«Avanti!» del 29 ottobre è uscito un mio articolo sul nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841) di Antonio Scurati. Esso ha concentrato l’attenzione sugli eventi storici del cosiddetto «biennio rosso», che ha creato le condizioni della scissione al Congresso di Livorno (1921) considerato da Pietro Nenni come l’inizio della «tragedia del proletariato italiano» (cfr. Storia di quattro anni, Einaudi, Roma 1946, p. 123). Il giudizio è riportato da Scurati alla pagina 313 con riferimento alla prima edizione uscita nel 1926, ma senza altra indicazione di editore e di pagina tanto che sorge il dubbio se l’Autore abbia mai consultato il volume.
    In realtà il volume di Nenni, che deve contenere il sottotitolo La crisi socialista dal 1919 al 1922 (Libreria del «Quarto Stato»), non può essere inserito «nelle consuete e poco legittime classificazioni politiche e ideologiche» in quanto si tratta di un’opera critica rivolta soprattutto al «“diciannovismo” come fenomeno di immaturità popolare e velleità rivoluzionaria» (E. Santarelli, Pietro Nenni, Utet, Torino 1988, p. 108). Eppure Scurati cita a casaccio il giudizio di Nenni, che si rivela incomprensibile nell’esposizione del dibattito politico svoltosi nel Congresso di Livorno. Se l’Autore avesse consultato il Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano Livorno 15-10 gennaio 1921 (Edizioni Avanti! 1962, citato d’ora in poi “Resoconto stenografico”), pubblicato per la prima volta nel 1921, avrebbe evitato diversi strafalcioni storici e avrebbe dato un quadro più chiaro della scissione di Livorno.
    Persino la citazione del brano di Amadeo Bordiga appare insignificante e che – estrapolata dal contesto dell’intervento del leader comunista – rende più oscura la comprensione delle diverse posizioni politiche. Quale sia stata la scelta di riportare il giudizio del comunista napoletano diventa così incomprensibile, se esso non sia inquadrato nel lungo discorso di Bordiga (“Resoconto stenografico”, pp. 271-296; Scurati, p. 313) che l’Autore non cita neppure una volta nella narrazione storica del Congresso livornese. Per comprendere il pensiero di Bordiga bisognava citare la frase per intero, là dove egli dice: «Noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella marxista che nel Partito socialista con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell’insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l’onore del vostro passato, o compagni!» (“Resoconto stenografico, p. 294; Scurati, p. 313 solo per la parte in corsivo).
    La narrazione del 1921 si apre con la descrizione del XVII Congresso del Partito socialista italiano, che ebbe inizio a Livorno alle 15,30 del 15 gennaio («e non alle ore 14.00 del 5 gennaio», (Scurati, p. 307). La composizione delle varie correnti non è quella presentata dall’Autore, secondo cui erano presenti «i delegati dei 58.000 elettori della frazione comunista», i «“centristi” forti di 100.000 mandati» e «i riformisti che portano 15.000 voti» (Scurati, p. 307). Nel Congresso di Livorno si scontrarono cinque correnti, cioè «quella dei concentrazionisti formata dagli antichi riformisti […], la vecchia frazione intransigente rivoluzionaria […], la frazione dei “comunisti unitari” […], la frazione dei comunisti puri e quella che si proponeva quale obiettivo di impedire la rottura fra le altre due frazioni comuniste» (cfr. Il Partito Socialista Italiano nei suoi Congressi, vol. III: 1917-1926, a cura di F. Pedone, Edizioni Avanti!, Milano 1963, p. 121).
       La presenza di queste varie frazioni è commentata da Scurati in modo semplicistico: nulla è detto di Paul Levi, delegato del Partito comunista tedesco e dei messaggi firmati da Gregorij Evseevič, Zinov’ev improntati ad una serrata critica dei riformisti socialisti capeggiati da Filippo Turati e da Giuseppe Emanuele Modigliani. Nulla è detto del discorso di Antonio Graziadei, che privilegiava la dipendenza dalla centrale moscovita all’unità del socialismo italiano, la cui fedeltà al «valore storico» del Psi si esprimeva nell’adesione alla III Internazionale, «scandita – come sostiene Scurati con linguaggio estroso – in 21 tesi perentorie come chiodi conficcati sulla bara dell’unità proletaria» (“Resoconto stenografico”, p. 29, Scurati, 307).
    Di Giacomo Matteotti e della sua presenza al Congresso di Livorno, Scurati non chiarisce il motivo per cui il deputato socialista abbandonò l’assise socialista (p. 310), credendo che abbia «dovuto rinunciare a parlare al congresso per accorrere» nel suo collegio elettorale. L’autore si limita così a dire che «per due giorni Matteotti ha ascoltato decine di interventi di uomini di lotta provenienti da tutta Italia e da mezza Europa» (Scurati, pp. 310-311) prima della sua partenza per Ferrara. Come sia possibile che Matteotti abbia ascoltato «decine di interventi» nei due giorni di presenza al Congresso, se la seduta pomeridiana del 15 gennaio fu occupata dalla nomina delle presidenza, dalla adesione dei vari partiti europei e dai saluti della «Direzione del partito», del Sindaco di Livorno e della Federazione Giovanile.
    L’unico discorso del 15 gennaio fu quello di Antonio Graziadei, mentre l’assise del giorno successivo fu occupata solo dai discorsi del comunista bulgaro Christo Kabakčiev e di Adelchi Baratono, l’uno volto a ribadire la linea stabilita dalla centrale moscovita e l’altro a sostenere le posizioni dei comunisti unitari (“Resoconto stenografico”, pp. 100-132). A questa inesattezza storica Scurati aggiunge l’altra sul discorso di Vincenzo Vacirca, che intervenne non nella «giornata del 17» gennaio (p. 308), ma nella «seduta pomeridiana del giorno 18» presieduta da Argentina Altobelli (cfr “Resoconto stenografico”, pp. 231-251). Del socialista siciliano (era nato a Chiaramonte Gulfi il 26 novembre 1886), l’Autore dice che si tratti di un «sindacalista … che a sedici anni ha organizzato la lega contadina di Ragusa ed è giù scampato più volte ad attentati sia in Italia che negli Stati Uniti d’America» (p. 308). È vero che Vacirca organizzò nel 1902 una lega dei contadini e che visse per alcuni negli Usa, ma si trattò di esperienze lontane dagli anni che lo videro impegnato nel dibattito precongressuale di Livorno. Egli fu direttore di periodici, organizzatore politico e attivo propagandista dei principi socialisti, oltre ad essere deputato nel legislatura e delegato del Psi «nella Russia sovietica». Così la parte su Vacirca dà notizie che hanno scarsa attinenza con il ruolo svolto nel Congresso di Livorno, dove si schierò per la corrente intransigente e individuò nello sciopero generale l’arma più idonea per arrestare la marea reazionari del fascismo. Come afferma Giuseppe Miccichè, profondo conoscitore del socialismo siciliano e autore della interessante voce sul personaggio (Cfr. «Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943», V, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 160-163», Vacirca «si collocò fra i massimalisti unitari e i riformisti», rifiutò la cosiddetta «violenza rivoluzionaria» e denunciò il senso di malessere della classe lavoratrice «per la lunga e vana attesa dello scontro finale con la borghesia» (cfr. G. Miccichè, Dopoguerra e fascismo in Sicilia 1919-1927, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 85).
    Così Scurati non coglie minimamente la posizione politica di Vacirca, che nel suo discorso non affermò l’identità tra socialismo e comunismo (p. 309). Come rappresentante della «più piccola frazione» del Congresso, egli precisò di essere lontano «dai compagni di estrema sinistra» (“Resoconto stenografico”, p. 231 e p. 232) ed auspicò un ritorno alla politica classista, diversa da quella sostenuta dai comunisti puri come Umberto Terracini ed Adelchi Baratono. Dai due comunisti, ma anche da Amadeo Bordiga, vi era una discordanza di vedute sulla rivoluzione russa, sull’uso della violenza e sulla funzione dei consigli di fabbrica (“Resoconto stenografico”, pp. 233-237).
    In questo contesto, e non nel quadro generale presentato dall’Autore, si inserisce l’episodio sullo scontro tra Vacirca e Nicola Bombacci e la critica che il socialista siciliano rivolse al comunista romagnolo, responsabile di fomentare la reazione borghese con il suo rivoluzionarismo parolaio e con il suo appello ad una «violenza assoluta come metodo normale di lotta» politica e «idea forza» disgregatrice del «mondo borghese» (“Resoconto stenografico”, p. 235). Lo scontro tra Vacirca e Bombacci, il caso del «temperino» dell’uno e il ricorso alla pistola dell’altro, sono ripresi dal volume Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco (Scurati, pp. 309-310). La descrizione delle sembianze fisiche («mani femminee», già ribadite in altre pagine (Scurati, p. 77, Petacco, p. 11), e persino alcune frasi (come per esempio «Prendi questa. Fagli vedere di cosa sei capace» non presentano alcuna originalità (Petacco, p. 51 e Scurati, p. 309).
    Eppure l’episodio increscioso, riportato nel “Resoconto stenografico” (pp. 238-239), ha una vasta presentazione con la conclusione di Riccardo Roberto, che deplorò l’accaduto e convalidò l’espulsione di Bombacci, su cui Scurati esprime più volte giudizi ripetitivi, tralasciando personaggi ed eventi di più grande rilevanza storica. Dopo descrizioni inutili e un susseguirsi di «svarioni», l’Autore ritorna su Giacomo Matteotti e sulla sua attività politica di cui traccia un profilo semplicistico dopo la partenza da Livorno e durante i pochi giorni trascorsi a Ferrara. Perché non dire che il segretario della Camera del lavoro ferrarese è Gaetano Zirardini (1857-1931), implicato nei fatti del Castello Estense (20 dicembre 1920) e arrestato al momento della sua partenza per Livorno? Perché non dire che l’altro arrestato era Edoardo Temistocle Bogianckino (1876-1953), primo sindaco socialista di Ferrara imparentato per via materna con Gabriele d’Annunzio?
    Di fronte a queste omissioni c’è da chiedersi il motivo per cui Scurati citi invece il nome del prefetto (Pugliese), a cui Matteotti si rivolse per non avere «la sorveglianza degli agenti di pubblica sicurezza» e fare affidamento solo sui «suoi compagni armati di bastone» (p. 311). Strana richiesta quella di Matteotti, se si pensa che si allontanò dall’assise socialista per sfuggire al clima di intolleranza e alla violenza verbale di comunisti come Bordiga e Terracini. Egli si recò a Ferrara non per un atto di eroismo, come vuol far credere Scurati (p. 312), ma per guidare le manifestazioni di piazza contro i fascisti della città Estense.