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SAVERIO MONNO

  • IL CENTENARIO DI BEUYS:
    PROVIAMO A CAPIRLO
    CON QUATTRO "SLOGAN"

    data: 20/05/2021 16:46

    Non poteva non essere celebrato a Bolognano (provincia di Pescara), il 12 e 13 maggio, il centenario della nascita di Joseph Beuys. E' qui infatti che il grande artista tedesco ha vissuto e operato per quindici anni, dopo aver lasciato, nel 1972, Dusseldorf. A Bolognano fu ospite dei coniugi Lucrezia De Domizio, scrittrice, giornalista, animatrice culturale e collezionista d’arte e Buby Durini (Merano 1924-Prasline/Maldive 1994), barone di Bolognano, discendente della dinastia Durini dal secolo XV, mecenate, fotografo e biologo. Il 13 maggio del 1984 più di un centinaio di intellettuali, studiosi, artisti e giornalisti provenienti da tutto il mondo si ritrovarono a Bolognano, per discutere di natura e, forse, di arte. Protagonista dell’evento era Beuys, che sarebbe morto due anni dopo a Dusseldorf. In quel lontano 1984 ci si riuniva intorno a Beuys per discutere del suo progetto “Difesa della natura”. Questo avvenimento si è ripetuto ogni due anni il 12 e 13 maggio, anche dopo la morte dell’artista.

    Il pensiero beuysiano può essere riassunto in quattro “slogan”.
    “Ogni uomo è un artista”, in riferimento alle qualità di cui ogni persona si avvale nell’esercizio di una professione o di un mestiere: l’atto della creatività è un atto di libertà; la creatività consiste nel contribuire al vivere sociale perché ogni atto in realtà plasma o è plasmato dal rapporto con gli altri.
    “La rivoluzione siamo noi”, nel senso che il nostro comportamento sta nella comprensione e partecipazione a quanto avviene nel sociale: questa è già evoluzione cioè cambiamento, da intendere non come un’utopia, ma come un gesto che trasforma l’utopia in atti concreti (utopia concreta). Si costruisce così la Scultura sociale (Living sculpture), cioè un processo continuo di legami sociali, politici, economici, storici e culturali che determinano l’apparato sociale.
    “Cultura=capitale”, in quanto la cultura è il capitale primario della società su cui intervenire, attraverso la destrutturazione di atavici princìpi che presiedono ad una istruzione legata ad una certa società, a certi rapporti di potere, a obiettivi di formazione unilaterale, con l’introduzione di nuovi metodi pedagogici basati sulla libertà e creatività dell’uomo e con l’esercizio di una economia sociale contrapposta ai meccanismi di pura accumulazione di potere, opposta ai bisogni dell’individuo.
    “Difesa della natura”, grande progetto nel quale la natura è intesa non solo sotto l’aspetto ecologico, ma in senso antropologico, di difesa dell’uomo, dell’individuo, dei valori umani e della creatività e della libertà.

    Lo scorso 12 e 13 maggio, ancora una volta a Bolognano, si sono riuniti vecchi e nuovi amici per celebrare il centenario della nascita dell’artista tedesco. Il fitto programma di iniziative si è concluso con l’istituzione del primo grande Paradise Museum of Joseph Beuys, collocato nell’Ipogeo (Centro congressi, conferenze, mostre) fatto costruire da Lucrezia De Domizio, a più di venti metri di profondità, nella piantagione dove Beuys ha vissuto nei ultimi quindici anni. Il Museo è frutto di donazioni della baronessa Durini e raccoglie opere, grafiche, multipli, gigantografie, video, filmati e opere storiche di artisti internazionali dell’Arte povera e della Transavanguardia. (Peraltro il progetto del Museo si inserisce nell’azione delle “vetrine d’artista” che la baronessa Durini ha incentivato acquisendo nel centro storico di Bolognano vecchie case abbandonate, ristrutturandole e donandole ad artisti). Anche in questo caso, pur con le difficoltà derivanti dal covid19, hanno partecipato in presenza o in collegamento streaming decine tra artisti, collezionisti, musicisti, filosofi, sociologi, economisti e giornalisti, con il coinvolgimento della popolazione locale. Una grande festa nel centro storico di Bolognano ha rinnovato la tradizione dei Forum beuysiani.

    Citiamo in conclusione la frase, a nostro avviso emblematica e profetica, pronunciata dalla baronessa Durini a conclusione del Forum: “Autonomia e coraggio, determinazione ed energia creativa sono parte del mio DNA. Ho l’immane responsabilità culturale e ho il dovere etico di tramandare il pensiero beuysiano alle nuove generazioni nella sua modernità, guardando al futuro. Ho lavorato con personaggi di diverse discipline e saperi in vari paesi del mondo, in solidale e libera collaborazione. Insieme abbiamo formato una catena sempre aperta al confronto, al rispetto e all’etica che ci hanno legati, nella diversità, a quel magico fil rouge del pensiero beuysiano”.

    E' interessante rileggersi una parte dell’intervento di Joseph Beuys di quel 13 maggio 1984 nella discussione sul progetto “DIFESA DELLA NATURA”.

    “Vorrei iniziare parlando di cose semplici per esempio dell’idea della creatività, L’intera idea della creatività è una questione che riguarda l’identità di ogni individuo, una questione dell’identità di ogni persona. Questo vuol dire che l’idea della creatività non può essere soltanto uno “slogan” o un pio desiderio; non basta dire che le persone “dovrebbero” essere creative o che “possono” essere creative.
    Quando parliamo di creatività e dunque della libertà parliamo del mondo in cui ogni persona è diversa. L’unica cosa che possiamo fare è di iniziare con lo studio dei poteri antropologici che appartengono a ciascuno di noi, come individuo, uomo o donna.
    Questo significa che ci avviciniamo al punto in cui ci è necessario assumere piena e totale responsabilità per tutto quello che facciamo. Dobbiamo confrontarci con il fatto che non è più possibile semplicemente seguire qualcuno che ci guida, un’ideologia politica, o un’autorità dello stato: dobbiamo ricominciare a fare pieno uso di quella che è la più importante di tutte le nostre facoltà, e cioè della creatività. La parte più importante della creatività, o la parte più reale dell’intero concetto della creatività, è la libertà.
    Abbiamo il dovere di mostrare quel che abbiamo prodotto con la nostra libertà.
    Quando abbiamo la coscienza di collaborare tutti insieme come individui liberi, siamo anche molto vicini all’aver creato una democrazia reale e concreta. La creatività è una questione della possibilità di pensare ed è anche una questione della creatività dei sentimenti.

    Il progetto che mi ha portato qui porta il titolo “Difesa della Natura”, e queste parole rappresentano molto di più d’un semplice slogan: si tratta d’un progetto concreto che ci porterà a piantare settemila alberi, a Bolognano e svilupperemo una specie di “PARADISO”.
    È chiaro che tutto dovrà dipendere dalle energie e dall’entusiasmo delle persone che vorranno effettuare questo lavoro qui in quest’angolo del mondo, ma rimango certo che lo vedremo portato a termine entro dodici anni. Ci è stato detto che tutte queste idee sono utopiche. Per certe persone la parola “utopico” descrive una visione del tutto irrazionale del mondo; tale visione dà alla parola “utopico” una qualche qualità poetica o artistica, ma continua a considerarla priva di ogni possibilità d’applicazione alle realtà della vita.
    L’idea della “utopia” è intesa come di qualche cosa del tutto negativo Altre persone sentono talvolta l’esigenza di parlare di “utopia concreta”, progetto a lunga scadenza per una realtà possibile, un vero piano futurologico per la liberazione reale del genere umano”.

     

  • RUSSILLO ERA UN GRANDE
    MAESTRO DI PEDAGOGIA

    data: 26/04/2021 18:16

    Gli anni Settanta del XX secolo furono fucina di grandi sconvolgimenti (non tutti realizzati e alcuni “deviati” da un esasperato confronto tra le parti sociali) che videro la partecipazione delle università sia sul piano della didattica che delle alleanze “fuori” dal recinto universitario. E’ d’obbligo ricordare la conquista della 150 ore (diritto allo studio) sia come formazione permanente sia come apertura dell’università alle problematiche dei lavoratori. Giuseppe Russillo - scomparso in questi giorni - abbracciò questa sfida (sempre con la pacatezza tipica del suo carattere) e aprì il suo insegnamento alla contemporaneità degli avvenimenti, la sua cattedra di Pedagogia (e dopo come direttore dell’istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero) in progetti di contaminazione tra l’Università e il mondo del lavoro. Infatti furono organizzati corsi di 150ore per i lavoratori, che videro coinvolti anche i colleghi e docenti di altre facoltà come i corsi di sociologia del corso di laurea in Scienze politiche. E i sindacati dei lavoratori, con i quali furono realizzati progetti di formazione sui nuovi ruoli dell’università. E come la Fondazione Pastore con la quale si avviò un progetto di Università e Formazione sulle nuove metodologie improntate sulla ricerca. Infine il progetto dei Centri sociali di educazione permanente poi confluiti nei Centri di Servizi culturali che rappresentano uno dei più grandi progetti di educazione degli adulti… come lavoratori non come “studenti in ritardo”. E il Movimento di Cooperazione educativa (MCE) che guardava ad una didattica montessoriana in Italia e quella di Celestin Freinet in Francia e in Europa. E non possiamo non ricordare le collaborazioni con Università extra nazionali come quella con les maisones de la culture in Francia.

    Giuseppe Russillo ha attraversato gli ultimi decenni del secolo scorso con lungimiranza e tenacia, senza esasperazioni, ma con la fermezza di chi crede nell’educazione e nell’università come fulcro nella formazione della dignità dei lavoratori. Gli anni 2000 lo hanno visto silenzioso portavoce di una università aperta e di una rinnovata didattica, insegnamenti per i futuri insegnanti di cui tutti - alunni, insegnanti e colleghi - gli siamo affettuosamente grati. 

  • DAVERIO, OVVERO L'ARTE
    COME "COSE"
    CHE ACCADONO

    data: 03/09/2020 15:51

    Divulgatore - ma con profonda cultura - di “cose d’arte”. Così voglio ricordare Philippe Daverio, con la sua concezione di arte come eventi, come cose accadute e che accadano, dentro un contesto, dentro una storia di persone e ambiente, paesaggi e prodotti, manufatti e rovine, miserie e nobiltà.
    Notissimo personaggio della Tv: da Passepartout a Striscia la notizia a Emporio Daverio. Animatore di eventi artistici. Gallerista atipico. Non era un grande organizzatore, ma una fucina di utopie concrete (ad altri l’organizzazione!). Amico di artisti/intellettuali in Europa e in America (ricordo la nostra comune visita al gallerista Leo Catelli a New York). Assessore non politico nella giunta leghista di Milano. Per Daverio, in quegli anni, essere assessore in una giunta leghista al Comune di Milano, non voleva dire “essere leghista”. Non era da lui. Me lo ricordo ancora che mi diceva (io allora ero direttore generale della Triennale): “Dài, continuiamo a fare quello che facciamo in privato, per espanderlo in tutta la città, serve che qualcuno lo faccia. Comunque!”. Poi si è presentato in una lista di sinistra. Poi ha fatto l’assessore bibliotecario in una giunta di Vittorio Sgarbi a Salemi.
    Non sottovaluto certamente la sua competenza in storia dell’arte, ma credo che vada ricordato in toto la sua produzione. Scrittore di arte “dai greci alla pop art”, di artisti come Giorgio de Chirico e Gino Severini e altri contemporanei, di musei, di design. Era professore ordinario di storia del design. Non ricordo se “per chiara fama”: non credo abbia fatto un concorso. Non era tipo da mettersi davanti a una commissione d’esami.
    Ma posso ricordare che abbiamo avuto cointestato un corso triennale di “movimenti e artistici e storia dell’arte” nel corso di laurea in “Beni e valorizzazione dei beni culturali” all’Università IULM di Milano.
    Poi ancora: monografie di artisti, di “ecologia culturale”, paesaggi, cultura del cibo (parlare d’arte all’ora di pranzo!)…
    E mi basta citare in ultimo “I Capolavori dell’arte”, collana (in corso) del Corriere della sera, visti da Daverio come storia di uomini e manufatti. Ci mancherà.
     

  • QUEI 438 PEZZI IN MOSTRA
    ALLA FONDAZIONE PRADA

    data: 04/11/2019 22:13

    La Fondazione Prada voluta da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli nasce nel 1993 con la finalità di organizzare mostre d'arte contemporanea, svolgendo stabilmente attività a Milano e Venezia e con eventi in tutto il mondo. Dal 2015 si è trasferita nell'immenso spazio di largo Isarco nel quartiere Vigentino di Milano, in una antica distilleria dei primi anni del secolo scorso rivisitata e ampliata dall'architetto Rem Koolhaas (che peraltro ha allestito tutti i negozi di Prada nel mondo) e con la super consulenza di uno dei maggiori curatori di mostre del mondo, il nostro Germano Celant.
    A partire dalla collezione privata dei coniugi Prada e da opere permanenti acquistate successivamente, la fondazione organizza mostre d'arte contemporanea che si susseguono negli spazi della ex distilleria: il Podium nuova ostruzione per le mostre temporanee, la casa dorata (oro industriale... ci viene precisato) o casa dei fantasmi e la cisterna, gli spazi all'aperto (enormi) sono ben conservati e adibiti al pubblico, e poi il "cinema" e la "torre" (anch'essi progettati da R.Koolhass) . Il complesso è impressionante per la sua grandezza, la sua gestione ordinata, per il rapporto con il pubblico adulto e per bambini (c'è anche "l'accademia dei bambini"), il bookshop e la biblioteca. La cd "torre" di nove piani si stalla prepotentemente nello skyline di Milano con una architettura tutta vetri e spazi enormi davvero entusiasmanti. Le opere in mostra permanente conservano lo spirito iniziale della collezione dei coniugi Prada di altissimo livello internazionale (ma citiamo almeno la presenza in tutto un piano di opere del pugliese Pino Pascali). Comunque la presenza della Fondazione Prada a Milano per i suoi contenuti, la sua architettura in parte post industriale in parte moderna, e la sua gestione ne fanno un vanto per la cultura italiana ed internazionale.
    Quest’oggi però la nostra curiosità è data dalla mostra temporanea (chiude il 13 gennaio 2020) “Il sarcofago di Spitzmauser”. Si tratta di una mostra sul “collezionismo”, ma rischiamo di banalizzare un progetto di ben altro respiro, considerato che vi sono esposti 438 oggetti databili a partire da 4,5 milioni di anni fa, provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna e in particolare dai suoi dipartimenti (nel colophon di presentazione ne abbiamo contati una ventina super blasonati per la loro scientificità) che conservano collezioni provenienti dalle prime acquisizioni dell’Arciduca Ferdinando II d’Asburgo (Principe del tirolo) e della moglie Philippine Welser (figlia di un ricchissimo banchiere di Augusta) anni 1570 circa.
    La visita alla mostra nel “Podium” (cuore dello spazio espositivo della Fondazione) è straniante per la assoluta astoricità del percorso espositivo per il fatto che il collezionismo privato è quasi sempre frutto di innamoramenti non necessariamente “coerenti” tra loro: ad escludendum per antipatie ed includendum per gusti anche passeggeri. E poi perché frutto di viaggi, scavi, ricerche, ritrovamenti fortuiti, acquisti illegali, in paesi colonizzati da cui (hainoi!) sono stati sottratti beni inestimabili per valore e per documentazione storica delle civiltà. Non è possibile qui citare una o l’altra opera e/o oggetto, perché davvero ci viene la “vertigine dello spettatore” da queste pur meravigliose “camere delle meraviglie”. Non possiamo però non aiutare il prossimo visitatore a barcamenarsi per tutte le sale alla ricerca del sarcofago e pur con la guida che riporta (con caratteri talmente piccoli da aver bisogno di una lente di ingrandimento!…boh!) tutte le didascalie non siamo riusciti a trovare il sarcofago che data l’intestazione della mostra avrebbe dovuto essere almeno gemello di Tutankhamon. In effetti si tratta di un sarcofago di toporagno del IV secolo a.c. dell’antico Egitto, Periodo tardoepoca tolemaica, legno dipinto.

  • MONK-CAGE, CONCERTO
    ALLO SPAZIO TERTULLIANO

    data: 23/10/2019 00:44

    Interessante concerto a Milano organizzato da “Città sonora. Sound-Festival permanente-art”: un attivissimo gruppo che organizza eventi musicali (ma che agisce sotto l’egida burocratica di circolo culturale), dedito alla scoperta e valorizzazione di giovani musicisti che si cimentano con i grandi del jazz e della musica contemporanea (da Satie a Stockhausen, John Cage, Philip Glass, Thelonious Mork,). Coerentemente il gruppo si orienta specie tra gli innovatori ed è attento alle contaminazioni tra generi, sempre dentro un progetto di ricerca.
    Il concerto si è basato su due grandi compositori Thelonious Mork e John Cage. La sala dello “spazio tertuliano”, dove si è tenuto l’evento è molto underground. E’ in un complesso architettonico degli anni ’20 molto vasto, abbandonato anni fa da piccoli artigiani “espulsi” dal sistema della produzione seriale e “conquistato” in maniera disordinata quanto creativa da aziende dei settori più disparati: dai trasporti agli studi di design, da discoteca a sala di formazione di danza, da accademie a studi di promozione e marketing, a laboratori teatrali, a set cinematografici e da un….panificio che lavora i suoi prodotti con il lievitomadre.
    La zona si sta rivitalizzando con il riuso dei grandi capannoni industriale (archeologia industriale) e con il trasferimento lì di laboratori teatrali, archivi dello spettacolo come è già avvenuto in altre zone di Milano (e altri progetti sono in corso) come gli ex capannoni “Caproni” (costruzione di elicotteri anni 20’) di via Mecenate a Milano, ora centro pulsante di iniziative e insediamenti culturali e spettacolari).
    Il concerto è stato tenuto da otto artisti: Armaroli alle percussioni, Francesca Gemmo al toypiano, Schiaffini ai fiati, elettronica, Prati violoncello, Masotti immagini e azioni (che ha letto in ottimo inglese scritti di Cage), Steve Piccolo e Claudio Chianura voce dalla platea, elettricità, il pianista di fama internazionale Umberto Petrin che ha suonato Monk di cui è estimatore cimentandosi in improvvisazioni che hanno entusiasmato il pubblico e suonando sue composizioni ispirate da poeti underground.
    Naturalmente i ruoli e le strumentazioni or ora scritte non sono assolutamente significative di come sono stati usati gli strumenti durante il concerto: il violoncello e la chitarra dopo poche note si è scoperto che erano (già) rotte e Prati ha continuato a suonarle accompagnandosi con campanellini, grattugge, suoni onomatopeici ricavati da utensili vari, pizzicando le stesse corde rotte della chitarra e del violoncello (nella tradizione delle performance di Cage. Al toypiano Gemmo ha suonato in maniera impeccabile uno spartito di Cage, “Silenzio”. Schiaffini ha suonato il trombone con una sola nota, così come Armaroli con il suo xilosofon con una sola nota ha dettato tutto il ritmo della musica (e non chiedeteci il rapporto “musicale” tra Schiaffini e l’elettronica e tra il duo Piccolo/Chianura con l’elettricità, se non che… nel teatro si fa di tutto!).
    NOTE SU THELONIOUS MORK E JOHN CAGE
    Thelonious Monk (1917-1987), letteralmente “monaco”, afroamericano, è stato un ideatore/precursore del be pop e nella sua scrittura musicale ha tratto spunti dal blues, dal ragtime, dallo swing, dai gospel, dalla musica afroamericana. Ha lavorato con Dizzy Gillespye, Charlie Parker e Miles Davis da cui si è poi distaccato per seguire un percorso tutto suo dell’improvvisazione e hanno suonato con lui calibri del tipo John Coltrane. Famosa è la sua composizione “Round Midnight” , tutt’oggi una specie di inno del jazz. La sua cifra stilistica è l’improvvisazione e la scomposizione e ricomposizione delle note in nuove sequenze, utilizzando le pause, allungandole o comprimendole secondo un ritmo derivante appunto dalla improvvisazione e dal suo virtuosismo. Pur se riconosciuto come un grande compositore e artista, Mork è vissuto senza partecipazione alla grande risonanza e ai riconoscimenti tributatigli da tutto il mondo del jazz, schivo e taciturno, anche con problemi di salute (mentale?).
    John Cage (1912-1992), letteralmente “gabbia”, nato in America, è stato un grande della musica contemporanea introducendo il metodo della performance e dell’happening nelle sue esibizioni, e nella dimostrazione della indeterminatezza (indeterminacy) della musica tra compositore esecutore e ascoltatore. Le sue performance e i suoi happening quale il concerto “4’33’’come dimostrazione del “Silenzio della musica”: un concerto silenzioso nel quale prevalgono i rumori di una foresta rivenienti dall’esterno dell’auditorium; il “pianoforte preparato”: con l’introduzione di vari oggetti direttamente sulle corde, da cui è derivata la performance il “treno preparato”, un viaggio in treno tra Bologna e Rimini…già preparato dall’orario ferroviario; la “suite for toypiano”; il “discomuto” nel juke box in cui, appunto, chi sceglieva il disco tra dal menù del juke box si trovava in un disco muto e, pertanto, la musica era data dal brusio e dal chiacchiericcio degli avventori del bar che così avrebbero potuto “parlarsi”, e tante altre. Tutto il repertorio di Cage può essere inteso come sono spiritose e provocatorie spesso irrise da un pubblico “incolto”. Ma Cage si divertiva come un bambino e giocava con quanto gli stava intorno proprio come farebbe… un bimbo.
     

  • IL MADE IN ITALY: MODA,
    DESIGN, ARCHITETTURA...

    data: 19/04/2019 14:32

    C’è un termine comune – anzi un marchio – che permette di trattare congiuntamente design, moda e architettura (ma che si potrebbe allargare anche ad altri comparti): cioè “il made in Italy”. Un’etichetta che solitamente contraddistingue il luogo del costruito o manufatto inserita nel risvolto interno del collo di una giacca o di un pantalone come d’abitudine in tutti i paesi produttori di beni di consumo, si trasforma, nel caso italiano, in un messaggio di qualità, di fantasia, di affidabilità: non è poco per un Paese che peraltro viene rappresentato come luogo di pizza, spaghetti e o’sole mio.
    Ma questo marchio – che è un vero e proprio brand – non è frutto di circostanze occasionali, ma esito di una storia sociale, una cultura, una capacità costruttiva, una organizzazione industriale, una operosità, una ricerca del nuovo, una voglia di nuove frontiere, una sfida, di un misto tra fantasia e razionalità, tra genialità e ricerca, tra l’arte di arrangiarsi e la messa a frutto del commercio. Sia chiaro: non sono, queste, caratteristiche di cui l’italiano ha il monopolio. Ogni paese è il prodotto delle condizioni in cui si è sviluppata la sua storia e ogni popolo è frutto delle condizioni sociali, politiche, culturali, economiche, geografiche che lo hanno caratterizzato nei secoli. Né è lecito esprimere un giudizio di valore sulle peculiarità di una nazione rispetto ad un’altra; come, ad esempio, tra paesi rivieraschi e paesi montani, tra paesi a forte contaminazione etnica e paesi chiusi, tra paesi a giovane sviluppo e paesi a forte tradizione economico-industriale, tra consolidate democrazie e forti totalitarismi, tra colonizzatori e colonizzati, tra occupanti e occupati. Dunque il caso italiano non va enfatizzato né universalizzato e va visto nel suo concreto essere sia come peculiarità che come specificità.
    Il genius loci
    E’ indubbio che la creatività italiana mista all’operosità trova le sue radici nella organizzazione del territorio: dai comuni rinascimentali ai distretti industriali di oggi. L’organizzazione in comuni del Rinascimento se da un lato corrispondeva alle lotte tra feudatari del medioevo, dall’altro rappresentò proprio il superamento del feudo. Come alla pioggia segue il sereno, così alla voglia di espansionismo seguì la voglia – o necessità – di guardarsi i fatti di casa propria (non che non ci furono guerre per accaparrarsi fette di territorio!) e di godere un po’ di … dolce vita.
    Lo sviluppo delle arti (Leonardo, Michelangelo), dell’architettura (Bernini, Filarete, Leon Battista Alberti), della scienza (ancora Leonardo), del bel vestire (le corporazioni dei sarti), del bel vivere (tra feste, amori e tradimenti) insieme al fiorire del commercio (si inventa la cambiale), dei traffici, dei viaggi avventurosi (si scopre l’America) sono frutto ma anche stimolo per una esplosione di creatività tutta locale che attraversò imperiosamente l’Italia dei comuni e si estese ai secoli successivi.
    E’ nel crogiuolo dell’età rinascimentale e dintorni che va cercata l’origine, il genius loci italiano.
    Facciamo un salto di cinquecento anni e chiediamoci se l’articolazione del territorio è un elemento di caratterizzazione della produzione italiana: la risposta è sì. Pensiamo ai distretti industriali. L’Italia produttiva è a macchie come una pelle di leopardo: tra zone sviluppate e zone sottosviluppate, se vogliamo; oppure tra zone agricole e industriali; tra aree a vocazione monoculturale e aree indifferenziate. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso è invalsa la tendenza a recuperare le specificità di alcune situazioni territoriali cercando di capirne e valorizzarne la diversità rispetto ad un modello omologante basato sul dualismo: sviluppato/sottosviluppato, nord/sud, agricolo/industrializzato.
    Proprio questo cambio di prospettiva ha permesso di riconoscere la valenza e la peculiarità di alcune aree del paese: pensiamo al distretto dell’automobile del Piemonte, del metallurgico nel bresciano-Lombardia, del mobile in brianza-Lombardia, del tessile e serico nel comasco-Lombardia, del vetro a Murano-Veneto, dell’oreficeria a Vicenza-Veneto, della sedia nel Friuli, del marmo a Carrara-Toscana, della calzatura nelle Marche, dell’imbottito in Puglia-Basilicata, (per non parlare dei distretti culturali, di quelli enogastronomici e di altri ancora). In effetti queste aree trovano la loro origine per lo più nella storia del loro territorio, nelle arti e mestieri, nelle tradizioni: quello che dapprima sembrava essere un limite è diventato una risorsa.
    Il design
    Un settore nel quale l’Italia eccelle è il design.
    Come si sa la traduzione del vocabolo dall’inglese non ci aiuta giacché disegno  non corrisponde alla realtà fenomenica del prodotto di cui parliamo e progettare implica un processo lungo che spesso non corrisponde alla realtà fattuale. Varie sono le interpretazioni tendenti a spiegare l’affermarsi del design in Italia e la sua diffusione nel mondo. Una prima interpretazione – che chiamiamo artistica – è che il design è il prodotto tra arte e artigianato e deriva dalla capacità artigianale tipica degli italiani che con il tempo e in circostanza specifiche si è trasformata in produzione seriale e cioè industriale. Se l’etimologia ci può aiutare, arte e artigianato hanno la stessa radice in ars: quindi il pezzo, il manufatto dell’artigiano pensato per una funzione pratica, se accoppiato ad una ricerca artistica produce quel valore aggiunto che fa di un oggetto pratico anche un oggetto bello. Se l’artigiano produce più pezzi attraverso uno stampo o comunque attraverso un processo di produzione in serie, questo diventa un oggetto di design.
    Un’altra interpretazione – che chiamiamo tecnica – è appunto quelle che un oggetto può definirsi di design, se pensato, disegnato, ingegnerizzato, sperimentato, prodotto attraverso un processo che va da dal’idea alla ricerca di materiali alla sua produzione attraverso un processo industriale: gli attori sono, quindi, gli ideatori (architetti, designers) che lavorano con i tecnici (ingegneri) con i produttori (imprenditori, operai).
    Una terza interpretazione – che chiamiamo tecnologica – prevede che l’oggetto è di design se ha in sé una forte componente di novità sia rispetto alla sua funzione che alla sua produzione; l’oggetto tecnologicamente avanzato è evoluto, ergonomico, ecologico, politically correct.
    La storia del design italiano è attraversata contemporaneamente dalle varie interpretazioni, in una sommatoria di tentativi ed esperienze, intuizioni e casualità, provocazioni e assurdità. Un fiasco di vino può definirsi di design? La sedia superleggera di Gio Ponti è design artistico, ingegneristico, tecnologico? La poltrona di Proust di Mendini è arte, tecnologia o provocazione? La libreria Charlton di Sottsass è funzionale? La sedia Mezzadro di Achille Castiglioni è un nuovo prodotto o un vecchio prodotto per una nuova funzione? Come si vede ci sono casi dubbi! Ma c’è forse un altro tassello da aggiungere alle varie interpretazioni: quello sociologico-semantico. Tentiamo una affermazione apodittica: design non è un sostantivo ma un aggettivo con il quale il sentire sociale connota un oggetto consono al suo gusto e al suo stile di vita. L’evoluzione tecnica e tecnologica dei processi produttivi è una costante del divenire; il passaggio dall’artigianato alla produzione industriale è connaturato alla diffusione dei mezzi di produzione di massa e da una richiesta di mercato (ancorché spesso indotto); il bello è una categoria mutante e ricorrente, soggettivo e – contraddittoriamente – di moda. Il design è una categoria che nella sua componente strutturale appartiene ai suoi produttori; per i suoi consumatori, invece, è un segnale, una appartenenza di status, una comunicazione tra pari ed erga omnes: l’oggetto è di design per il suo significante non per il suo significato. Ma c’è un risvolto della medaglia: l’allargamento del consumo di design ha prodotto un processo di generalizzazione e una perdita di significante. Il consumatore storico di design ha passato il confine, è alla ricerca di nuovi simboli, si è chiuso in una community di specialisti che rifiuta la generalizzazione (già il design radicale ha tentato di sciogliersi dall’abbraccio del consumismo). Il paradosso oggi è che il design più si diffonde e meno definisce la peculiarità dei suoi consumatori . E allora: quale ruolo per il design del XXI secolo?
    La moda
    La moda è il fiore all’occhiello della produzione italiana e può a ben ragione definirsi un icona italica come la Ferrari, Federico Fellini, Valentino Rossi, La Biennale di Venezia, Renzo Piano. Tra i distretti industriali di cui abbiamo parlato prima, ben 35 sono riferiti al tessile-abbigliamento-prodotto moda. In Lombardia, ad esempio, su 16 distretti industriali individuati dalla Regione ben 9 sono riferiti al tessile-abbigliamento-moda. In Campania 5 su 8, nel Veneto 4 su 8. E così più o meno nelle altre regioni. Questa diffusione sul territorio dell’industria tessile tout court, peraltro, è caratterizzata da imprese di medie dimensioni (anche se con fatturati di tutto rispetto), in linea con la peculiarità del sistema industriale italiano. La moda come si sa non ha origini specificatamente italiane: è della fine del ‘600 l’apparire in Francia della marchandes de modes; i tailleurs, le lingères e le couturéres sono le corporazioni dei sarti, delle venditrici di lino e canapa, delle cucitrici; il primo vero stilista fu nel 1850l’inglese Charles Worth trapiantato a Parigi che aprì il suo atelier e cominciò a produrre abiti prima ancora che glieli ordinassero. Tuttavia nel panorama mondiale della moda Milano, Firenze e Roma sono le capitali della moda non solo italiana e competono con Parigi, Londra, New York. L’ideazione, la confezione, il glamour della moda italiana è riconosciuto da tutti e da tutto il mondo convergono in Italia durante le sfilate. Ma anche qui bisogna individuare i meccanismi che hanno prodotto questa attenzione e questa fortuna della moda italiana. E’ indiscussa la creatività di fashion designers come Cappucci, Pucci, Gucci, Valentino, Armani, Versace, Fiorucci, Ferre, Krizia, Fendi, Prada, Trussardi, Cavalli, sino ai “giovani” Dolce&Gabbana: alcuni provenienti proprio dal mestiere di sarto/a, altri dal sistema di vendita, altri da scuole. Ma altrettante icone della moda possiamo trovare in Francia, in Inghilterra, in America, in Canada, in Giappone. La fortuna della moda italiana è legata – ad avviso di molti studiosi – al contesto artistico, all’humus creativo che caratterizza il nostro paese, ma anche al sistema di confezione, alla ricerca dei tessuti, all’invenzione delle forme e infine ma non ultimo, al sistema di promozione e di vendita. Forse un debito di riconoscenza dobbiamo ancora portarlo al conte Giorgini che a Palazzo Pitti a Firenze nel 1952 organizzò la prima sfilata di moda: fu una operazione di marketing ante litteram che ha fatto della esposizione di vestiti fino ad allora negli atelier per pochi intimi, in un grande fenomeno mass mediologico. Le sfilate milanesi, per dirne una, sono un insieme di eventi che uniscono spettacolo, arte, comunicazione, pubblicità, business, gossip, intrattenimento nei quali sono coinvolte migliaia di persone, ma dietro le quinte della mondanità c’è un mondo di lavoratori: creativi, sarti, stylist, pr, pubblicitari, marketing manager, amministrativi, operai e più o meno solide strutture finanziarie. Il made in Italy nel settore della moda è un marchio di “sistema” cioè di un complesso di soggetti caratterizzati da altra professionalità mista ad alta creatività.
    L’architettura

    C’è una immagine che ormai è diventata il logo del nostro paese: l’uomo di Vitruvio “l’homo ad circulum et ad quadratum” così come trattato nel “De architettura” di 2100 anni fa. Figura di uomo che Leonardo cinquecento anni fa riuscì ad introdurre nel cerchio ottenendo la sospirata “quadratura del cerchio”: disegno riprodotto ora sulla moneta da 1€. Lo “studio delle proporzioni dell’uomo” dell’architetto per antonomasia, il latino Marco Vitruvio Pollione, rappresenta il mondo dell’architettura italiana e, per estensione, dell’Italia tout court: un bel biglietto da visita per gli architetti! E da Vitruvio parte anche l’imperativo per l’architetto di attenersi all’ “ordinatio” e alla “symmetria”. (Anche se lo storico Bruno Zevi nella sua Controstoria dell’architettura si scaglia contro questa teoria della proporzione in quanto ostativa di ricerca di nuove forme e nuove volumetrie). Tutta l’architettura italiana dal classicismo in epoca romana alle chiese e ai castelli e al romanico del medioevo, alle città e ai palazzi signorili del rinascimento, al barocco seicentesco, al rigore illuministico, al neoclassicismo fino ad arrivare al futurismo, al modernismo e al postmoderno, è affollata di oscuri costruttori e da famose super star. Le opere più famose delle varie epoche – da un lato esaltate come genialità italica dall’altro denigrate come scenografie ambientali – ascrivibili ad architetti come Bernini, Bramante, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo, Leon Battista Alberti, Palladio, fanno parte ancora oggi dell’itinerario architettonico del bel paese. Ma dopo di loro il buio! Dobbiamo arrivare al Novecento per avere nuovi sprazzi di creatività: da Antonio Sant’Elia a Giuseppe Terragni (ambedue morti tragicamente, durante la 1^ guerra mondiale il primo; al ritorno dal fronte della 2^ guerra mondiale il secondo). Ma nel frattempo non mancano gli architetti che esaltano la superiorità del regime (Piacentini) che riempiono le città italiane di edifici monumentali. Una vera rinascita della cultura architettonica italiana si ha nel secondo dopoguerra, per le stesse ragioni che abbiamo citato per il design e per la moda (da qui la nostra costruzione della triade design-moda-architettura): il boom economico fa nascere una forte richiesta di modernizzazione, una classe sociale povera e rurale si inurba nelle città e acquisisce uno stile di vita “moderno”, la motorizzazione (dalla mitica vespa alla cinquecento) facilita e al tempo stesso impone una strutturazione della città e dell’abitare rivolta all’allargamento dello spazio urbano e ad una riconversione dei centri storici. La creatività italiana in architettura si manifesta con progetti fortemente dinamici e moderni come la Torre Velasca a Milano progettata dal famoso quartetto BBPR, il grattacielo Pirelli sempre a Milano progettato da Gio Ponti, la Chiesa sull’Autostrada del sole progettata da Giovanni Michelucci a Firenze. Viene avanti inoltre una nuova generazione di architetti : Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi, Gae Aulenti, Renzo Piano (quest’ultimo l’architetto italiano più famoso nel mondo, vincitore del Premio Pritzker nel 1998). E proprio negli ultimi dieci, quindici anni si viene a costituire nel mondo lo star system dell’architettura (i nomi non sono pochi) da cui è esclusa, almeno in Italia, la generazione dei quarantenni. Pure, un formicaio di architetti (circa 80.000 in Italia) lavora alla costruzione di case, piazze, edifici pubblici o di culto con tentativi di globalizzazione da un lato o di ricerca di identità socio-antropologiche dall’altro: spesso utopie fuori da qualsiasi contesto, spesso avveniristici totem della società massmediale, spesso cattedrali nel deserto; ma spesso anche e soprattutto lavoro certosino di costruzione, sul terreno accidentato di un territorio profanato da speculazione e ignoranza, di luoghi abitabili, di manufatti per il ben vivere e il ben essere.   

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  • HANGAR PIRELLI BICOCCA

    data: 27/02/2019 19:20

    Le origini del nome di quest’area a nord di Milano risalgono intorno al 1450, quando la famiglia nobile degli Arcimboldi fece erigere una dimora di campagna. Questa villa da allora è stata il fulcro della zona, e il termine “Bicocca” indica una “piccola rocca o castello sulla sommità di un monte”. In seguito la villa passò di proprietà ad altre famiglie nobili milanesi, per divenire poi sede dell’asilo degli operai della Pirelli fino a quando, nel 1953, Piero Portaluppi portò a termine un restauro ed essa divenne sede di rappresentanza del gruppo Pirelli.
    Nei primi anni del ‘900, la Bicocca iniziò ad ospitare un nucleo di stabilimenti che ha poi caratterizzato per decenni il territorio; da zona agricola divenne una città-fabbrica con quasi 36.000 abitanti di cui 32.000 addetti ai lavori. Le prime società ad insediarsi nel quartiere furono Pirelli, Breda e Wagon-Lits, a cui
    seguirono Osva, Marelli e l’aeroporto doganale di Cinisello. Nell’area Bicocca si stabilì la produzione di locomotive, costruzioni elettromeccaniche, macchine agricole, veicoli ferroviari, acciaieria.
    All’inizio del secolo la Pirelli e C., acquistò un’area di 170.000 mq insediandosi nella zona Bicocca. Nel 1916 acquistò un altro pezzo di territorio che includeva la Bicocca degli Arcimboldi e gli edifici annessi, raggiungendo i 220.000 mq. Tra il 1920 e il 1923 la Pirelli realizzò per i propri dipendenti un centro sportivo che comprendeva uno stadio, una palestra, alcuni campi da tennis, campi da bocce e relativi servizi. Inoltre aveva previsto case e villini per i propri dipendenti in un’area attigua allo stabilimento, facendo così sorgere il “Borgo Pirelli”.
    Durante gli anni ’30, ’40 e ’50 continuarono gli acquisti di terreni nelle zone adiacenti all’insediamento originario. A partire dagli anni ’70 si manifestò un fenomeno di delocalizzazione che investì Milano come molte altre città europee. Il problema colpì appunto anche gli stabilimenti Pirelli, che negli anni ’80 videro interi comparti completamente disattivi, riducendo le attività per la produzione al corpo centrale.
    Il progetto per il nuovo quartiere Bicocca nasce dalla necessità di riutilizzare le aree industriali dismesse degli stabilimenti Pirelli al fine di creare un polo di centralità per l’area nord di Milano. In questo modo le aree industriali dismesse rappresentano l’occasione per modificare l’organizzazione economica e spaziale della città con l’introduzione di attività tecnologicamente avanzate. Con il rinnovamento del tessuto produttivo si accompagna la riorganizzazione dell’assetto urbano. Con una dotazione di 10 miliardi di lire viene presentato il “Progetto Bicocca” che, con i suoi 960.000 metri quadrati, costituisce il più grande intervento di trasformazione urbanistica avvenuta in Italia. Il 7 luglio del 1988 Leopoldo Pirelli dichiara vincitore il progetto
    di Gregotti.
    Attualmente la Bicocca svolge in pieno la sua funzione di “quartiere suburbano” solo durante le ore diurne, mentre dopo “l’orario di ufficio”, la Bicocca si “spegne”, con un conseguente senso di alienazione della popolazione che vive nel quartiere stesso. Ancora oggi è presente il vecchio storico “borgo operaio”, ovviamente occupato anche da nuove generazioni. Questa zona è sempre rimasta in disparte e praticamente mai considerata negli sviluppi. HangarBicocca nasce come esercizio di comunicazione istituzionale e non di prodotto, da parte di Pirelli RE, ma poi si sviluppa libero da ogni aspetto promozionale che non fosse la cultura contemporanea della città stessa.
    Il 23 settembre 2004 fu organizzata la conferenza stampa per la presentazione della prima mostra realizzata in HangarBicocca, da parte dell’artista internazionale Anselm Kiefer. L’apertura al pubblico fu un enorme successo, e fu proprio durante la serata inaugurale che l’artista pronunciò per la prima volta il nome “Hangar” proprio per evidenziare le grandi dimensioni, la copertura in alluminio, la mancanza di elementi architettonici interni, che suggerivano l’idea di un enorme hangar per aeroplani.
    Le attività variano dalla danza, al teatro, alla musica unite al “fil rouge” rappresentato dai temi delle mostre, in modo da completare il messaggio che l’artista voleva proporre. HangarBicocca diventò così un centro di cultura contemporanea, un luogo dinamico di produzione, documentazione, esposizione, promozione e divulgazione dell’arte contemporanea, dall’esplorazione e la sperimentazione della multidisciplinarietà tra tutte le arti visive e performative e degli altri campi del sapere contemporaneo; optando principalmente per opere site-specific.

    HangarBicocca, dopo la ristrutturazione e il rinnovamento, è aperto al pubblico dalle ore 11 alle ore 23, per quattro giorni alla settimana; HB lab è uno spazio per gli studenti, vera area polifunzionale dotata di postazioni internet, libri, riviste, e audiovisivi dedicati all’arte contemporanea e attrezzata per ospitare workshop,  conferenze, rassegne video e film. È stato ristrutturato anche il bistrot, già presente nella struttura oggi chiamato DopoLavoro Bicocca e il nuovo ristorante. L’edificio è composto da due grandi blocchi, uno completamente ricoperto di metalli e alluminio, l’altro di vecchi mattoni, con finestroni chiusi da pannelli di metallo. 

  • TEATRO VS CATTIVO TEATRO

    data: 01/12/2018 18:19

    Ieri al “Teatro No’hma Teresa pomodoro” di Milano - la cui mission è nel suo sottotitolo “Le relazioni tra gli uomini. Di nuovo insieme nell’avventura della vita” e diretto da Livia Pomodoro -  abbiamo assistito alla rappresentazione dello spettacolo “Opera nazionale combattenti”. Ci era venuto il dubbio che ci fosse stato un disguido: si sa che il computer trasforma le parole in base al suo dizionario e corretto avrebbe dovrebbe essere “’Associazione Nazionale Combattenti”. Ma dopo le prima battuta in scena si capisce che per “Opera” si deve intendere l’opera teatrale. Infatti tutto lo spettacolo è imperniato sull’idea di “combattere contro il degrado delle “opere teatrali” ridotte a cabaret, spettacoli trash della tv (o, peggio, della mancanza di teatro in tv!), fiction, ecc, ecc.
    La compagnia “Principio Attivo Teatro” che ha prodotto lo spettacolo si impegna nel riportare il teatro alla sua funzione poetica, culturale, di un rapporto attivo con il pubblico, che ponga domande sulle vicende della vita. Cosa di più appropriato, allora, che mettere in scena un testo del grande Luigi Pirandello “I Giganti della montagna”? Nella “furbizia” e creatività di chi scrive e intende mettere in scena una drammaturgia provocatoria su un testo “sacro” del teatro e della letteratura come “I Giganti”, cosa c’è di meglio del terzo atto che Pirandello non riuscì a finire  a causa della sua morte? Infatti, già a partire dal figlio di Pirandello, Stefano, si sono susseguite centinaia di “quarto atto”(proprio per indicare che si tratta di una scrittura non copyright di Luigi Pirandello) scritti da vari drammaturghi.
    “Il Principio Attivo Teatro” si ispira all’opera pirandelliana e ne tenta una rappresentazione che va oltre, appunto, “un quarto atto”. La rappresentazione alla quale abbiamo assistito è in effetti un nuovo testo drammaturgico che, a partire dal riferimento pirandelliano all’opera “La favola del figlio cambiato” che un gruppo dei teatranti sta allestendo in una villa sgangherata, si dipana in una serie di dialoghi tra i vari ruoli : la contessa Ilse, il mago Crotone, il Conte, il caratterista Cromo, Diamante la … e il gruppo di viandanti approdato per caso alla villa. C’è qui un evidente riferimento alla drammaturgia di Pirandello del “teatro nel “teatro”.
    Ma c’è una consequenzialità dialogica tra la vicenda dei viandanti e quella dei teatranti? direi proprio di no. Siamo – senza comunque forzare questo richiamo – alla incoerenza dialogica e linguistica del teatro dell’assurdo. Comunque lo spettacolo ha delle “trovate” sceniche molto interessanti. Il palcoscenico viene diviso da una parte attraverso una simbolica parete di filo spinato e di fasce “Do not cross” che impedisce il contatto con il pubblico colto (saremmo noi!) e si difende da esso e dall’altra con un tendone in fondo al palcoscenico che fa da sipario che si alzerà per il pubblico popolare. Ma il pubblico incolto non accetterà la versione della compagnia che verrà accolta con urli e grida e lanci di verdure di fine stagione! Lo spettacolo quindi non si farà e il Mago propone ai teatranti di andare a proporlo ai Giganti sulla montagna (una sorta di sponsorizzazione ante litteram), ma questi, sentita la trama e i contenuti, si rifiutano di pagare le spese alla compagnia dei teatranti perché “…il teatro deve essere per il popolo!”.
    La piece si conclude con la morte della contessa Ilse che viene portata a spalle in una bara che, nel caso che abbiamo raccontato, attraversa tutta la sala del teatro lasciando a noi pubblico gli interrogativi su “il teatro morto?” e “dove va il teatro?”. 

  • DON CHISCIOTTE A MILANO

    data: 28/11/2018 19:09

    Ieri. Don Chisciotte al Teatro Leonardo di Milano, progetto regia e attore unico Corrado D'Elia. Replica unica. D'Elia è attore di grande mestiere e tiene il palcoscenico con grande professionalità e coinvolgimento del pubblico, anche se il testo dell'opera rimane sotto traccia (ovviamente già ultranoto) e prevale la sua performance attoriale, interessante ma un pò fredda e sovraeccitata (ma il teatro non è specchio che riflette ma lente che ingrandisce) senza togliere nulla alla bravura dell’attore.

    Lo spettacolo si articola su due livelli+1. Parlano Don Chisciotte e il suo scudiero come da testo letterario; parla Cervantes come accompagnatore "in tempo reale" del testo nel suo snodarsi; e poi, distinto anche scenograficamente attraverso un corner con tavole e sedie dipinte di rosso di tipo moderno, parla lui come può fare un regista o /e attore, o scrittore di teatro che si interroga sul ruolo del teatro oggi. Un ultimo scoop di scena è, a sipario già chiuso e applausi già dati dal pubblico, l'apparizione di D'Elia per un monologo sul teatro, la sue e le nostre illusioni, sul tempo che viviamo e sulla poetica e sugli ideali che mancano. Non un "grido di dolore" ma un "help us to love". 

  • “Fin de partie” di Beckett e Kurtag
    al Teatro alla Scala di Milano

    data: 28/11/2018 19:07

    Prima assoluta e produzione del Teatro alla Scala dell'opera “Fin de partie” di Samuel Beckett con musiche originali di Gyorgy Kurtag. Due "mostri sacri" della cultura del Novecento. Beckett etichettato nella corrente del Teatro dell'assurdo (Artaud, Jonesco, Genet…diversamente diversificatisi tra loro), Premio Nobel per la letteratura nel 1969 (moltitudini di persone avranno visto il suo "Aspettando Godot"). Beckett pone simmetrie e ripetizioni sotto un denominatore comune che definisce “principio dell’eco”: parole che si ripetono oppure suoni o silenzi che si raddoppiano. Illogicità e mancanza di consequenzialità nel dialogo (il testo originale prevedeva il sottotitolo “atto senza parole”). Rapporti interpersonali che si disintegrano. Kurtag è protagonista indiscusso delle avanguardie musicali del Novecento, pratica la modernità colloquiando con Schubert, Bartok, Stravinsky. La sua scrittura musicale è caratterizzata da brevi frammenti, lunghe pause e l’eco (richiamo beckettiano) – cioè un ritardo ottenuto digitalmente che incide sulla struttura stessa del ritmo (da vedere le partiture e gli schizzi e foto di amicizie nella mostra su Kurtag allestita nel Museo della Scala).
    Fra i numerosissimi premi ci piace ricordare il “John Cage Award” del 1993 con la motivazione “…per i riflessi dello spirito di John Cage nelle sue opere”. Anche Il Teatro alla Scala fa la sua parte assumendosi la produzione di questo spettacolo in coproduzione con l'Opera di Amsterdam (lo spettacolo è in francese) la cui gestazione è durata più di nove anni. Infine un cenno all’allestimento indicato dallo stesso Beckett (che viene ossessivamente ripetuto in quasi tutti gli allestimenti di quest’opera): una scatola grigia che allude ad una casa invalicabile per il protagonista Hamm bloccato su una sedia a rotelle e appannaggio del suo badante Clov che la usa come arma del suo potere, che si ingigantisce e si impicciolisce e fa da segnale al cambio di scena; una porta e una o due finestre che danno su un interno, sede della dispensa di cui mai vedremo il contenuto, che cambiano posizione e altezza al cambio delle 16 sequenze in cui è divisa la commedia – che però non hanno una successione  cronologico (ad acuire ancor di più lo spaesamento dello spettatore) –  che nasconde il nulla e il deserto di (ha detto qualcuno) un panorama apocalittico post atomico; una sedia rotelle, una scala, un quadro sghembo alla parete, un’asta con rampino, unico contatto possibile per Hamm con il mondo e segno del suo potere su Clov, un cagnolino o un gatto segno della animalità/umanità che sopravvive, due bidoni della spazzatura da cui appaiono e scompaiono protagonisti (i genitori di Hamm) mutilati, testimoni di un fallimento generazionale  ormai diventato globale.

    Grande successo della Prima scaligera.