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SAVERIO MONNO

  • TEATRO VS CATTIVO TEATRO

    data: 01/12/2018 18.19

    Ieri al “Teatro No’hma Teresa pomodoro” di Milano - la cui mission è nel suo sottotitolo “Le relazioni tra gli uomini. Di nuovo insieme nell’avventura della vita” e diretto da Livia Pomodoro -  abbiamo assistito alla rappresentazione dello spettacolo “Opera nazionale combattenti”. Ci era venuto il dubbio che ci fosse stato un disguido: si sa che il computer trasforma le parole in base al suo dizionario e corretto avrebbe dovrebbe essere “’Associazione Nazionale Combattenti”. Ma dopo le prima battuta in scena si capisce che per “Opera” si deve intendere l’opera teatrale. Infatti tutto lo spettacolo è imperniato sull’idea di “combattere contro il degrado delle “opere teatrali” ridotte a cabaret, spettacoli trash della tv (o, peggio, della mancanza di teatro in tv!), fiction, ecc, ecc.
    La compagnia “Principio Attivo Teatro” che ha prodotto lo spettacolo si impegna nel riportare il teatro alla sua funzione poetica, culturale, di un rapporto attivo con il pubblico, che ponga domande sulle vicende della vita. Cosa di più appropriato, allora, che mettere in scena un testo del grande Luigi Pirandello “I Giganti della montagna”? Nella “furbizia” e creatività di chi scrive e intende mettere in scena una drammaturgia provocatoria su un testo “sacro” del teatro e della letteratura come “I Giganti”, cosa c’è di meglio del terzo atto che Pirandello non riuscì a finire  a causa della sua morte? Infatti, già a partire dal figlio di Pirandello, Stefano, si sono susseguite centinaia di “quarto atto”(proprio per indicare che si tratta di una scrittura non copyright di Luigi Pirandello) scritti da vari drammaturghi.
    “Il Principio Attivo Teatro” si ispira all’opera pirandelliana e ne tenta una rappresentazione che va oltre, appunto, “un quarto atto”. La rappresentazione alla quale abbiamo assistito è in effetti un nuovo testo drammaturgico che, a partire dal riferimento pirandelliano all’opera “La favola del figlio cambiato” che un gruppo dei teatranti sta allestendo in una villa sgangherata, si dipana in una serie di dialoghi tra i vari ruoli : la contessa Ilse, il mago Crotone, il Conte, il caratterista Cromo, Diamante la … e il gruppo di viandanti approdato per caso alla villa. C’è qui un evidente riferimento alla drammaturgia di Pirandello del “teatro nel “teatro”.
    Ma c’è una consequenzialità dialogica tra la vicenda dei viandanti e quella dei teatranti? direi proprio di no. Siamo – senza comunque forzare questo richiamo – alla incoerenza dialogica e linguistica del teatro dell’assurdo. Comunque lo spettacolo ha delle “trovate” sceniche molto interessanti. Il palcoscenico viene diviso da una parte attraverso una simbolica parete di filo spinato e di fasce “Do not cross” che impedisce il contatto con il pubblico colto (saremmo noi!) e si difende da esso e dall’altra con un tendone in fondo al palcoscenico che fa da sipario che si alzerà per il pubblico popolare. Ma il pubblico incolto non accetterà la versione della compagnia che verrà accolta con urli e grida e lanci di verdure di fine stagione! Lo spettacolo quindi non si farà e il Mago propone ai teatranti di andare a proporlo ai Giganti sulla montagna (una sorta di sponsorizzazione ante litteram), ma questi, sentita la trama e i contenuti, si rifiutano di pagare le spese alla compagnia dei teatranti perché “…il teatro deve essere per il popolo!”.
    La piece si conclude con la morte della contessa Ilse che viene portata a spalle in una bara che, nel caso che abbiamo raccontato, attraversa tutta la sala del teatro lasciando a noi pubblico gli interrogativi su “il teatro morto?” e “dove va il teatro?”. 

  • DON CHISCIOTTE A MILANO

    data: 28/11/2018 19.09

    Ieri. Don Chisciotte al Teatro Leonardo di Milano, progetto regia e attore unico Corrado D'Elia. Replica unica. D'Elia è attore di grande mestiere e tiene il palcoscenico con grande professionalità e coinvolgimento del pubblico, anche se il testo dell'opera rimane sotto traccia (ovviamente già ultranoto) e prevale la sua performance attoriale, interessante ma un pò fredda e sovraeccitata (ma il teatro non è specchio che riflette ma lente che ingrandisce) senza togliere nulla alla bravura dell’attore.

    Lo spettacolo si articola su due livelli+1. Parlano Don Chisciotte e il suo scudiero come da testo letterario; parla Cervantes come accompagnatore "in tempo reale" del testo nel suo snodarsi; e poi, distinto anche scenograficamente attraverso un corner con tavole e sedie dipinte di rosso di tipo moderno, parla lui come può fare un regista o /e attore, o scrittore di teatro che si interroga sul ruolo del teatro oggi. Un ultimo scoop di scena è, a sipario già chiuso e applausi già dati dal pubblico, l'apparizione di D'Elia per un monologo sul teatro, la sue e le nostre illusioni, sul tempo che viviamo e sulla poetica e sugli ideali che mancano. Non un "grido di dolore" ma un "help us to love". 

  • “Fin de partie” di Beckett e Kurtag
    al Teatro alla Scala di Milano

    data: 28/11/2018 19.07

    Prima assoluta e produzione del Teatro alla Scala dell'opera “Fin de partie” di Samuel Beckett con musiche originali di Gyorgy Kurtag. Due "mostri sacri" della cultura del Novecento. Beckett etichettato nella corrente del Teatro dell'assurdo (Artaud, Jonesco, Genet…diversamente diversificatisi tra loro), Premio Nobel per la letteratura nel 1969 (moltitudini di persone avranno visto il suo "Aspettando Godot"). Beckett pone simmetrie e ripetizioni sotto un denominatore comune che definisce “principio dell’eco”: parole che si ripetono oppure suoni o silenzi che si raddoppiano. Illogicità e mancanza di consequenzialità nel dialogo (il testo originale prevedeva il sottotitolo “atto senza parole”). Rapporti interpersonali che si disintegrano. Kurtag è protagonista indiscusso delle avanguardie musicali del Novecento, pratica la modernità colloquiando con Schubert, Bartok, Stravinsky. La sua scrittura musicale è caratterizzata da brevi frammenti, lunghe pause e l’eco (richiamo beckettiano) – cioè un ritardo ottenuto digitalmente che incide sulla struttura stessa del ritmo (da vedere le partiture e gli schizzi e foto di amicizie nella mostra su Kurtag allestita nel Museo della Scala).
    Fra i numerosissimi premi ci piace ricordare il “John Cage Award” del 1993 con la motivazione “…per i riflessi dello spirito di John Cage nelle sue opere”. Anche Il Teatro alla Scala fa la sua parte assumendosi la produzione di questo spettacolo in coproduzione con l'Opera di Amsterdam (lo spettacolo è in francese) la cui gestazione è durata più di nove anni. Infine un cenno all’allestimento indicato dallo stesso Beckett (che viene ossessivamente ripetuto in quasi tutti gli allestimenti di quest’opera): una scatola grigia che allude ad una casa invalicabile per il protagonista Hamm bloccato su una sedia a rotelle e appannaggio del suo badante Clov che la usa come arma del suo potere, che si ingigantisce e si impicciolisce e fa da segnale al cambio di scena; una porta e una o due finestre che danno su un interno, sede della dispensa di cui mai vedremo il contenuto, che cambiano posizione e altezza al cambio delle 16 sequenze in cui è divisa la commedia – che però non hanno una successione  cronologico (ad acuire ancor di più lo spaesamento dello spettatore) –  che nasconde il nulla e il deserto di (ha detto qualcuno) un panorama apocalittico post atomico; una sedia rotelle, una scala, un quadro sghembo alla parete, un’asta con rampino, unico contatto possibile per Hamm con il mondo e segno del suo potere su Clov, un cagnolino o un gatto segno della animalità/umanità che sopravvive, due bidoni della spazzatura da cui appaiono e scompaiono protagonisti (i genitori di Hamm) mutilati, testimoni di un fallimento generazionale  ormai diventato globale.

    Grande successo della Prima scaligera.