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ILARIA COLOMBO

  • SCRIVERE PER VOCAZIONE

    data: 29/11/2018 20.03

    Annalena Benini, nel suo libro La scrittura o la vita, pubblicato da Rizzoli, intervista dieci scrittori italiani contemporanei per condividere il significato della vocazione di scrivere.
    Alice Munro - racconta l’Autrice - quando la figlia di due anni le andava incontro mentre era alla macchina da scrivere con una mano la scansava e con l’altra continuava a scrivere e si sentiva una giovane donna spietata, che obbediva al padrone della sua vita.
    L’idea di vocazione per Annalena Benini non è innocua, non è uno svago e non è una consolazione è un fuoco, una specie di follia, la scintilla che porta all’esaltazione o al tormento, che tiene sempre in piedi anche la possibilità del fallimento.
    La giornalista de Il Foglio ha scelto dieci scrittori italiani - Edoardo Albinati, Sandro Veronesi, Michele Mari, Melania Mazzucco, Patrizia Cavalli, Francesco Piccolo, Domenico Starnone, Valeria Perrella, Alessandro Piperno, Walter Siti – vicini alla sua idea di vocazione e anche disposti a spiegarla.
    Francesco Piccolo usa la metafora del cubetto di ghiaccio nel cuore che davanti ad ogni cosa e a ogni persona e a ogni situazione gli fa dire soprattutto: “Scrivi”. Racconta anche del senso d’inadeguatezza che da questa vocazione gli deriva: “Mi sento sempre insufficiente come marito, ho sempre l’impressione che si chiedano se ci sono veramente, se sono almeno un po’ affidabile, non so se sia un difetto professionale o un difetto esistenziale.”
    Per Alessandro Piperno “scrivere è semplicemente un’esigenza come mangiare e bere” e Annalena Benini è molto abile nel fargli raccontare l’ansia di scrivere un nuovo libro dopo il successo del primo romanzo Con le peggiori intenzioni; l’ironia che serve a rimanere con i piedi per terra nelle parole della sua compagna quando lui non smetteva di chiedersi che cosa avrebbe fatto Flaubert al posto suo: ”Ale, tu non sei Flaubert!”

    Patrizia Cavalli ci racconta, della sua mentore, Elsa Morante, della felicità per il riconoscimento, dopo aver letto le sue poesie. “Patrizia , sono felice: sei una poeta!”. E poi un giorno le telefona per dirle “Sono qui a correggere le bozze della Storia, ma ho guardato il tuo libro e penso che dovrebbe intitolarsi  Le mie poesie non cambieranno il mondo. La scrittura, le poesie hanno, per Patrizia Cavalli la forma dell’opus incertum “qualcosa che deve incastrarsi con un’altra ma senza prepotenza (…) non è la semplice volontà a crearle”.