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TERESA MADONIA

  • LA LEZIONE DI JAN PALACH

    data: 18/01/2019 19.05

    Praga 19 gennaio 1969, moriva in un letto d'ospedale Jan Palach. Le ustioni su tutto il corpo non gli permisero di sopravvivere e di vedere com'è diventata oggi la città. Passeggio per le sue vie e cerco di immaginarmi come poteva essere a quei tempi. Il cielo è plumbeo, i tram sfrecciano lungo le strade, i turisti alzano la polvere con il loro incessante vagabondare alla ricerca di nuove bellezze. Cinquant'anni fa il cielo era ugualmente plumbeo, i tram si muovevano con più lentezza sulle rotaie, ma la polvere? La polvere era quella alzata dai carri armati sovietici. Cosa ci può essere di più soffocante di un'invasione che porta con sé censure e limitazioni delle libertà personali.

    La fiamma si alzò in Piazza San Venceslao quel 16 di gennaio, nel primo pomeriggio, e ruppe la monotonia di quei giorni. Dede un colpo alla rassegnazione che spesso alberga nell'animo umano. Il filo di fumo probabilmente venne visto in buona parte della città. I sovietici tentarono di sminuire il gesto addirittura nascondendo il nome del ragazzo e indicando solo le iniziali sui giornali. Ma lui aveva lasciato delle lettere nel cappotto, quasi un testamento ideologico, e il suo nome si sparse veloce per tutta la città. "Jan, lo studente Jan Palach si è bruciato vivo". Un gesto estremo, forse, ma che riuscì a scuotere le coscienze. Mi sento di dire che oggi Praga non sarebbe la stessa senza quel gesto e forse nemmeno l'Europa lo sarebbe. Dopo di lui altri giovani si bruciarono, nonostante le autorità, ogni volta, tentassero di sminuire la portata dell'accaduto.

    Nel 2019 Palach avrebbe 71 anni, probabilmente sarebbe un affermato docente di filosofia del suo Paese e avrebbe una moglie e dei figli già adulti.  E invece no. Scelse di bruciarsi vivo davanti a tutti, davanti al mondo, per protestare, per riavere la libertà, per spingere a una riflessione profonda. Riflessione che deve superare le polemiche nate in questi giorni. La figura di Jan Palach non è politicizzabile. La sua memoria non va inficiata e il suo contributo alla difesa delle libertà va letto in chiave universale.

    Molte le commemorazioni in questi giorni, in patria, ma anche all'estero. La Fondazione Luigi Einaudi commemorerà Palach a Praga con una iniziativa in collaborazione con l'ambasciata italiana a Praga e l'istituto italiano di cultura. 
    E già nei giorni scorsi diverse manifestazioni si sono svolte in città; non a caso il memoriale di Piazza San Venceslao è già un tappeto di fiori. Appena vi sono arrivata, sono stata investita dal loro profumo e ho ripensato alle immagini del suo funerale. Una fiumana di gente...eh sì, caro Jan, sei riuscito nel tuo intento.
    Quale insegnamento dobbiamo trarre noi, giovani di oggi, dalla sua storia?
    Che non bisogna mai dare nulla per scontato. Non ci sono conquiste assodate, ma ci sono conquiste da difendere in nome di chi ha lottato per ottenerle. Le battaglie che si sono succedute nel corso dei secoli per il rispetto dell'individuo, della sua dignità e umanità, per il rispetto delle libertà dei popoli, devono essere sempre ferme nella nostra mente. Perché semmai a qualcuno venisse voglia di calpestare questi valori, dovrà portarsi sulla coscienza tutti coloro che sono morti per essi.

  • LIBRI: +EVENTI E -LETTORI

    data: 11/12/2018 22.17

    Si è appena conclusa l’edizione 2018 della Fiera della piccola e media editoria di Roma, Più libri più liberi. Presenza di pubblico in crescita e risultati soddisfacenti per gli espositori. Del resto in base ai dati Istat al momento disponibili, quelli pubblicati a fine 2017 e relativi al 2016, più della metà degli editori (51,2%) decide ogni anno di partecipare a saloni letterari in Italia e all’estero; e se questo accade vuol dire che, oltre a voler rimarcare la propria esistenza (soprattutto se si è piccoli), forse un ritorno economico c’è. A partecipare alle fiere sono tre grandi editori su quattro (77,5%), quasi due medi editori su tre (65,1%) e il 37% dei piccoli editori. Gli eventi quali fiere, festival, saloni della lettura sono al terzo posto tra i canali più efficaci di distribuzione, subito dopo librerie indipendenti, le librerie on-line e i siti e-commerce.
    Ma alla progressiva crescita degli eventi a tema libro, si registra lo stesso incremento della lettura? La risposta è no. Purtroppo.A partire dal 2010, e la tendenza continua negli ultimi anni, si è registrato un calo sensibile dei lettori. Si è passati dal 46,8 % del 2000 al 40,5% del 2016. Dato che sembra essersi stabilizzato anche nel 2017 e nel primo semestre 2018, secondo le statistiche dell’Ufficio Studi dell’AIE. Ma in base al rapporto diffuso dallo stesso ufficio ad aprile 2018, il mercato del libro ha chiuso il 2017 con 2.773 miliardi di euro di fatturato, con una percentuale di incremento nel 2017 pari al 2,8 %. Allora ci si chiede, perché cresce il fatturato ma non il numero dei lettori?
    Le risposte sono molteplici e vanno cercate nella crescita del numero delle case editrici attive – nel 2017 sono 4.902 quelle che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,5% rispetto al 2016) – ; nell’aumento del 10,1% della vendita dei diritti di edizione all’estero e nel calo del 2,5% nell’acquisto degli stessi; nel rialzo dei prezzi. A dire il vero quest’ultima motivazione è controversa. C’è chi sostiene, come l’AIE, che i prezzi medi di copertina (non ponderati e alla produzione) siano rimasti sostanzialmente stabili e rispetto al 2010 continuino a essere di quasi 3 euro inferiori (18,77 euro nel 2017; 21,60 euro nel 2010). Ma dal suo canto l’Istat sostiene che i libri pubblicati nel 2016 hanno un prezzo medio di copertina pari a 20,21 euro, contro i 18,91 dell’anno precedente, e questo trend non sembra essersi invertito negli ultimi due anni.
    Ora se un libro appena uscito costa così tanto, forse non c’è da stupirsi se in Italia i lettori diminuiscano invece che aumentare e, se a livello territoriale, la lettura risulti più diffusa nelle regioni del Nord-est e del Nord-ovest, rispetto al Sud e alle Isole, dove la situazione economica è più precaria e l’acquisto di un libro viene interpretato quasi come un lusso.
    E poi come non tenere in considerazione le nuove tendenze: non c’è più tempo per i libri, perché essi sono stati sostituiti da mezzi più immediati: i social su tutti, simulacri della morte sociale, nonostante il nome sembri indicare il contrario. Ed ecco che, a fronte della grande mole di produzione editoriale, quasi un quarto degli operatori dichiara di avere oltre la metà dei titoli pubblicati invenduti. Un peccato, se si pensa, come scriveva Pennac, che il “tempo per leggere…dilata il tempo vivere”.
    Quali le possibili soluzioni?
    Politiche mirate che prevedano sgravi fiscali per tutti gli stadi della filiera, dall’editore al distributore alla libreria e che consentano l’abbassamento dei prezzi; l’introduzione di una percentuale di detraibilità del costo dei libri per i lettori.
    Ma il problema è anche politico-culturale. Manca un investimento dello Stato sulla promozione del libro e della lettura. Se l’agenda dei governi non tratta i temi della cultura, se non si riescono a progettare e mettere in pratica piani di innovazione seri di tutto l’apparato culturale del Paese, non avremo mai la crescita sperata, in nessun ambito.
    Le scuole, ad esempio. Quante si possono permettere di avere una biblioteca, di acquistare libri, di organizzare eventi culturali per i propri alunni? Pochissime. La lettura, per tanti bambini/ragazzi le cui famiglie non hanno nemmeno un libro in casa, diventa sempre più lontana, sconosciuta. I libri? Solo quelli scolastici o poco più.
    Concentriamoci, allora, sulle scuole, sulle biblioteche, sui luoghi di aggregazione in cui si può iniziare a insegnare il piacere e il valore della lettura ai bambini, i futuri lettori forti di domani.
    «Mi piacerebbe mobilitare un esercito poderoso, che superi il numero dei bevitori di birra, di chi ha la testa per aria, dei fissati per la mostarda, un esercito di topi da biblioteca che si impegnino a spendere 10 sterline all’anno per i libri, e nei ranghi più elevati della Confraternita, a comprare un libro ogni settimana». Sono le parole di John Maynard Keynes, nel suo I libri costano troppo?.
    La lettura come «dovere sociale», novant’anni fa come adesso; quello dei lettori, sì, ma anche quello delle istituzioni, aggiungerei io. Recuperare la dimensione “social” e sociale del libro è missione ardua, ma non impossibile. 

  • ASSAGGIATRICE PER HITLER

    data: 04/12/2018 10.14

    «Che cosa permette agli esseri umani di vivere sotto a una dittatura?». Amara riflessione quella di Rosa Sauer, protagonista del romanzo Le assaggiatrici di Rosella Postorino, vincitore del Premio Campiello di quest’anno. Una domanda cui non è possibile rispondere perché in essa si nasconde il più recondito sentimento dell’animo umano: lo spirito di sopravvivenza per sé e i propri cari. Una domanda però che spinge a un’altra riflessione: quanto è stato ed è difficile resistere, opporsi alle logiche del potere?

    Il romanzo della Postorino è un mix esplosivo che tiene attaccato il lettore alle pagine: la storia di una donna costretta a lasciare Berlino a causa della guerra e che, rifugiatasi nella campagna di Gross – Partsch, dai suoceri, mentre il marito è al fronte, viene obbligata a servire il Führer, assaggiando assieme ad altre nove compagne, i pasti a lui destinati prima che gli vengano serviti. Un lavoro vero e proprio, retribuito con 200 marchi al mese… Ed ecco la paura, anzi due tipi di paura: quella di morire, ma anche la paura della ribellione. Sì, perché Rosa vorrebbe ribellarsi: Hitler in fondo è colui che ha mandato in guerra il suo Gregor. Lo rivedrà? E le altre donne rivedranno i loro uomini? E le leggi razziali...come giustificarle? Rosa, da vittima, improvvisamente si sente complice, carnefice, colpevole di assecondare il regime. Non si ribella nemmeno di fronte al Tenente Ziegler che la seduce. La sua coscienza è animata da pulsioni diverse sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista umano/spirituale. Chissà se anche Margot Wölk, la donna a cui l’autrice si è ispirata avrà provato gli stessi sentimenti? Non lo sapremo mai; ma se a 96 anni, prima di morire, ha voluto rivelare l’esistenza di quel “lavoro” svolto per il Führer ai tempi della guerra, forse l’ha fatto per chiudere un conto. Peccato che la Postorino non abbia fatto in tempo a raccogliere la sua testimonianza.
    Un romanzo meritevole di interesse, oltre che per la qualità della scrittura - il suo essere scorrevole e accattivante - anche per quello che rappresenta: gli effetti che può avere la guerra, un regime totalitario, una pazzia collettiva, sulla vita privata della gente.
    Il romanzo trasmetterà al lettore il sapore dell’amore, dell’amicizia tra donne, della trasgressione, dei sentimenti che rimangono vivi nel tempo, della solitudine e del ricordo; insegnerà l’importanza della memoria storica che deve fare da monito alle nuove generazioni. E poi? Infonderà una sicurezza in ogni uomo che ha un conto aperto con il proprio passato: quella che, alle volte, questo conto può essere saldato con un bacio, ultimo gesto di tenerezza tra due persone che si sono amate.