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PASQUALE ROTUNNO

  • DEMOCRAZIA AVVELENATA

    data: 13/03/2019 20.41

    Democrazia è una parola simbolo. Forse l’unica parola autenticamente irrinunciabile nell’universo dell’agire politico. Eppure in Europa e nel mondo la democrazia pare in affanno. Ampliare la partecipazione dei cittadini richiede istituzioni più inclusive. Ma anche persone più formate, che abbiano capacità critica e autonomia di giudizio. I filosofi Dario Antiseri, Enzo Di Nuoscio e Flavio Felice lanciano un grido d’allarme nel libro Democrazia avvelenata (Rubbettino editore). 

    Non c’è democrazia – società aperta o Stato di diritto – senza discussione e la discussione è possibile solo se si è consapevoli della propria e dell’altrui fallibilità, sostiene Antiseri. Se la scienza è senza certezze, l’etica è senza verità. È questo il fondamento logico della libertà di coscienza di ognuno di noi. Siamo condannati a essere liberi, rimarca Sartre. L’esperienza del dialogo, della discussione, dell’argomentazione, il rifiuto della violenza sono posti a rischio dai mass media, dicono Hans-Georg Gadamer, Karl Popper e più di recente Martha Nussbaum.

    La democrazia ha bisogno di educazione, di capacità critica. Allora meglio la filologia di Google. La versione dal greco e dal latino è un esercizio di “comprensione di quei testi che sono i discorsi degli altri in modo da non essere ingannati”. C’è bisogno di cultura umanistica per creare un autentico spazio deliberativo. Non solo filologia, dunque, ma anche filosofia. Per Bertrand Russell, “l’uomo che non ha neanche un’infarinatura filosofica passa la vita chiuso nei pregiudizi dettati dal senso comune”.
     
    La filosofia, spiega Di Nuoscio, aiuta a combattere due principi dei sistemi totalitari: l’assolutismo gnoseologico e il fondazionismo etico. La conoscenza umana è fallibile e dai fatti non si possono derivare i valori. La democrazia favorisce lo scambio di saperi: è un antidoto contro la miseria e una garanzia di benessere. Resta uno scarto, osserva già Norberto Bobbio, tra ideali democratici e loro realizzazione storica. La conoscenza storica è un antidoto al paradosso delle aspettative, perché consente di tenere in equilibrio senso della realtà e senso della possibilità. Rivalutare il ruolo dei corpi intermedi consente di cogliere meglio i bisogni sociali: per evitare il populismo, restando popolari, argomenta Flavio Felice. Centrale diventa pertanto una politica generale per la crescita culturale. Formazione, informazione, scuola, università, ricerca, scienza diventano l’asse unificante di una seria proposta politica. 

  • E IL PENSIERO CRITICO?

    data: 11/12/2018 11.18

    L’immensa mole di conoscenze offerta dai media digitali richiede competenza per accedervi, saperla selezionare, crearla, trasmetterla. Ciò impone fatica, studio per tutta la vita. Chi non vuole fare fatica o pensa non sia necessario, si autoesclude. Molto facilmente arriva a un punto in cui non riesce più a distinguere informazione da disinformazione, l’esperto dal ciarlatano. Non sa più scegliere le fonti conoscitive corrette, non sa dove esse siano, non sa recuperare la conoscenza che gli serve.
    In rete prevalgono gli aspetti deteriori del comportamento individuale e collettivo: oblio di sé, incostanza, fatuità, incapacità di raccoglimento e concentrazione. I deliri individuali e le fake news create da gruppi di potere raggiungono con un clic il mondo intero. La disintermediazione doveva smascherare il falso: hanno invece prevalso i fomentatori d’odio. La posta in gioco non è (solo) il vero in sé: è la crisi del legame sociale fondato sulla fiducia nell’altro. È urgente un’educazione non scettica al pensiero critico.
    Il filosofo della scienza Giovanni Boniolo nel saggio Conoscere per vivere (Meltemi) ricorda che “la verità non è auto-evidente”. Va diffusa la conoscenza di ciò che rende valido un argomento. Esporre buone ragioni significa ammettere l’esistenza di altre ragioni possibili, magari contrarie. Presentare un’argomentazione significa constatare una differenza di punti di vista. Ciò consente di riconoscere le differenze come un valore, non un pericolo. Se, con i filosofi John Dewey e Charles S. Peirce, intendiamo la democrazia quale “comunità di ricerca”, tutti siamo impegnati a rivedere le nostre idee di fronte a nuovi argomenti e fatti. C’è bisogno di cittadini capaci di ragionamento, di osservazione, di pensiero sistematico; in grado di agire in modo autonomo, senza lasciarsi influenzare passivamente dall’opinione della maggioranza e dalla propaganda. Ad essi non è richiesta l’onniscienza, ma di saper riconoscere gli pseudo-esperti e i demagoghi che infestano tv e web. Come nella scienza, così in democrazia a chi parla si chiede onestà intellettuale: esibire tutti i fatti rilevanti, ascoltare le critiche. Quest’ideale è lontano. Pur costantemente connessi ci si nasconde l’uno all’altro, si elude la conversazione, quella autentica in cui ci concediamo di essere completamente presenti e vulnerabili con le nostre idee. Dalla Grecia antica il poeta Mimnermo ci interpella ancora: “La verità sia con te e con me,/ di tutte le cose è la più giusta”.