Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

MARCELA FILIPPI

  • I VERSI DI JAVIER LOSTALE'
    RIFLESSIVI E CELEBRATIVI

    data: 20/10/2021 15:20

    La poesia di Javier Lostalé (Madrid, 1942) - come si rileva dai versi che pubblichiamo, con la traduzione in italiano da me curata - è poesia riflessiva e celebrativa allo stesso tempo. È una meditazione permanente sulle grandi incertezze che incombono sull'uomo contemporaneo e sugli ambiti più sensibili dell'esperienza personale; intimità, amore, memoria, meditazione sulla poesia stessa, ricerca nel paesaggio di quegli spazi in cui il buio riempie di luce e illumina gli spazi meno conosciuti dell'anima, È anche un poeta molto amato dalle nuove generazioni, un poeta sempre in linea con la modernità e sempre pronto ad aiutare i poeti giovani. Da radioamatore, è stato in prima linea nei più importanti programmi RNE dedicati alla poesia (grazie a lui poesia e radio non sono antagoniste), El Ojo Critico e La Estación Azul. Il suo apporto è stato pubblicamente riconosciuto di gran valore culturale, per il quale gli è stato concesso il Premio Nazionale per la Promozione della Lettura.

    CONFESIÓN
    Escribo porque me salva, porque es lo único que me queda, porque fija un sonido, unas luces, el final de un acto de amor, el escenario de unas horas de deseo. Escribo porque están conmigo los que ya nunca estarán, porque bajo el mar desde la mesa donde apoyo la cuartilla y me quedo quieto en la memoria de un cuerpo, y prolongo unas voces hasta perder la noción del tiempo (días y años juntos, apretados en un instante que me deja sin defensa). Escribo porque al abrir el seno de una palabra encuentro la iluminación última del beso, porque pronuncio a solas mi única verdad: ésa que después desmiento con mi vida. Escribo porque hay un llanto íntimo que me purifica desde que comienzo a hacer signos en el papel, porque poseo las cosas desde su respiración humana y puedo habitar aquello de lo que fui desterrado. Escribo para ser joven y alimentar una esperanza radical, para tener lo que no tengo y escuchar lo que nunca me dijeron. Escribo porque nunca fue más bello el engaño.

    CONFESSIONE
    Scrivo perché mi salva, perché è l'unica cosa che mi resta, perché fissa un suono, delle luci, il finale di un atto d'amore, lo scenario di qualche ora di desiderio. Scrivo perché sono insieme a me quelli che non ci saranno mai, perché abbasso il mare dal tavolo dove appoggio il foglio e rimango quieto nel ricordo di un corpo, e prolungo alcune voci fino a perdere la cognizione del tempo (giorni e anni insieme, stretti in un istante che mi lascia indifeso). Scrivo perché quando nello schiudere il seno di una parola trovo l'illuminazione ultima del bacio, perché pronuncio da solo la mia unica verità: quella che poi smentisco con la mia vita. Scrivo perché c'è un pianto intimo che mi purifica dal momento in cui comincio a scrivere segni sul foglio, perché faccio mie le cose dal loro respiro umano e posso vivere ciò da cui sono stato esiliato. Scrivo per essere giovane e per nutrire una speranza radicale, per avere ciò che non ho e ascoltare ciò che non mi hanno mai detto. Scrivo perché l'inganno non è mai stato così bello.

    ---
    BAILA
    Baila, baila
    con esa sombra
    que acompañó tu vida
    y en la que no supiste renacer.

    Baila, baila
    hasta caer rendido
    en su paraíso
    que no te pertenece.
    Aprieta su cuerpo
    tan tuyoque no haces sino borrar
    con tus manos y tus ojos.

    Baila, baila
    con su idea
    que en ti se encarna
    como un corazón herido.

    Gira, gira tu beso
    alrededor de un sol apagado,
    mientras hay mareas en tu pecho
    que se repiten enfermas.
    Abre todas las puertas y ventanas
    para que te inunde la luz
    de quien no te espera,
    pero con el que no dejas de bailar
    hasta consumarte.

    BALLA
    Balla, balla
    con quell'ombra
    che ha accompagnato la tua vita
    e nella quale non hai saputo rinascere.

    Balla, balla
    finché non ti sarai arreso
    nel suo paradiso
    che non ti appartiene.
    Stringi il suo corpo
    così tuo
    che non fai che cancellare
    con le tue mani e con tuoi occhi.

    Balla, balla
    con la sua idea
    che in te si incarna
    come un cuore ferito.

    Gira, gira il tuo bacio
    intorno a un sole spento,
    mentre nel tuo petto ci sono maree
    che si ripetono malate.
    Apri tutte le porte e finestre
    affinché ti inondi la luce
    di chi non ti aspetta,
    ma col quale non smetti di ballare
    fino a consumarti.

    ---
    REGRESA
    La luz que envuelve hoy tu casa,
    mientras a ella regresas,
    es la misma que un día te borró
    en la dicha pasajera de saberte amado.
    Tanto es así que no eres tú
    el que ahora en soledad camina,
    sino aquél que nunca acabó de llegar
    extraviado en el único paisaje
    de la memoria encendida de otro ser.
    Por eso un momento te detienes
    para, separado del mundo,
    escuchar de nuevo la voz
    de quien ya no existe,
    pero que ahora te otorga
    el don inmortal
    de volver a nacer dentro de su olvido.

    RITORNI
    La luce che oggi avvolge la tua casa,
    mentre vi torni,
    è la stessa che un giorno ti ha cancellato
    nella gioia passeggera di saperti amato.
    Tanto è che non sei tu
    quello che ora in solitudine cammina,
    bensì colui che non ha mai smesso di arrivare
    smarrito nell'unico paesaggio
    della memoria accesa di un altro essere.
    Perciò ti fermi un momento
    in cui, separato dal mondo,
    sentire di nuovo la voce
    di chi non esiste più,
    ma che ora ti concede
    il dono immortale
    di tornare a nascere dentro al suo oblio.

    ---
    CEMENTERIO Y ROSA
    Entre el vapor dorado y punzante de la vieja cervecería
    (madera, espuma, hirviente círculo del posavasos)
    que prolongaba todas las mañanas el deseo de tu cuerpo
    y el pequeño cementerio con buganvillas
    apenas hay unos pasos,
    apenas hay un pasadizo de luz
    que explica ahora, no sé cuántos años después,
    las silenciosas órbitas que trazó en nuestra sangre el olvido
    mientras la insolación del tacto
    destruía en su alta terraza de piel
    cualquier signo o símbolo
    con el que pudiéramos vencer al tiempo.
    Solo, con la memoria de un extraño
    que no se reconoce en lo que amó,
    he traspasado el umbral del pequeño camposanto
    y en las cuencas vacías de todo lo que me calcinó
    he plantado una rosa
    para ver si todavía el perfume cuenta
    lo que ya no tiene voz.

    CIMITERO E ROSA
    Tra il vapore dorato e penetrante della vecchia birreria
    (legno, schiuma, cerchio bollente di sottobicchieri)
    che prolungava tutte le mattine il desiderio del tuo corpo
    e il piccolo cimitero con le bouganvilles
    ci sono appena pochi passi,
    c'è appena un passaggio di luce
    che spiega ora, non so quanti anni dopo,
    le silenziose orbite che ha tracciato nel nostro sangue l'oblio
    mentre l'insolazione del tatto
    distruggeva sulla sua alta terrazza di pelle
    qualsiasi segno o simbolo
    con cui avremmo potuto sconfiggere il tempo.
    Da solo, con la memoria di uno sconosciuto
    che non si riconosce in ciò che aveva amato,
    ho varcato la soglia del piccolo camposanto
    e nelle orbite vuote di tutto ciò che mi aveva calcinato
    ho piantato una rosa
    per vedere se il profumo racconta ancora
    ciò che non ha più voce.

    ---
    QUIEN AMA
    Quien ama
    cruza la frontera
    con un único paisaje dentro.

    Quien ama
    dobla la velocidad de su pensamiento
    para que alguien respire
    a través del pulmón de su memoria.

    Quien ama
    se queda sin pulso
    ante quien no viene hoy
    aunque su horizonte sea mañana.

    Quien ama
    se adelanta siempre
    con su mirar de ciego.

    Quien ama
    tirita de tanto no saber
    lo que es su única fe.

    Quien ama
    arde sin calendario
    en todas las estaciones.

    Quien ama
    asciende tan alto
    que ya no encuentra su lugar
    fuera de lo amado.

    Quien ama
    despierto entra en un sueño
    del que no quiere volver a despertar.

    Quien ama
    sin nunca haber sido amado
    escribe ahora este poema
    en el que se va borrando,
    mientras su escritura
    no deja de sangrar.

    CHI AMA
    Chi ama
    attraversa la frontiera
    con un unico paesaggio dentro.

    Chi ama
    raddoppia la velocità del suo pensiero
    affinché qualcuno respiri
    attraverso il polmone della sua memoria.

    Chi ama
    rimane privo di palpito
    dinanzi a chi non viene oggi
    sebbene il suo orizzonte sia domani.

    Chi ama
    è sempre avanti
    con il suo sguardo da cieco.

    Chi ama
    trema da così tanto non sapere
    quale sia la sua unica fede.

    Chi ama
    arde senza calendario
    in tutte le stagioni.

    Chi ama
    ascende così in alto
    che non trova più il suo posto
    fuori da quel che è amato.

    Chi ama
    sveglio entra in un sogno
    dal quale non vuole svegliarsi di nuovo.

    Chi ama
    senza mai essere stato amato
    scrive ora questa poesia
    nella quale si va cancellando,
    mentre la sua scrittura
    non cessa di sanguinare.

    ---
    ÁRBOL
    Ese árbol pequeño
    no busca amparo
    en ninguna mirada humana.
    Cada día se recibe a sí mismo
    hasta alcanzar sin memoria
    su honda plenitud,
    y así repartir su gracia
    sin escuchar otra respuesta
    que el vuelo quieto
    de su propia respiración.
    Ese árbol eres tú,
    solitario canto enamorado,
    en medio de un paisaje
    que mudo también te responde
    hasta amanecer
    en todo lo que no sabes
    pero que ya te inunda con su luz.

    ALBERO
    Quel piccolo albero
    non cerca rifugio
    in nessun sguardo umano.
    Ogni giorno accoglie sé stesso
    fino a raggiungere senza memoria
    la sua profonda pienezza,
    e così distribuire la sua grazia
    senza sentire altra risposta
    che il quieto volo
    del suo stesso respiro.
    Quell'albero sei tu
    solitario canto innamorato,
    nel mezzo di un paesaggio
    che anche muto ti risponde
    fino a far giorno
    in tutto ciò che non sai
    ma che già ti inonda con la sua luce.

    ---
    AÚN MIRAS
    Aún miras con amor
    a quien sin amor se aleja,
    por eso cada día eres creado
    en la insolación de su distancia.
    Aún sales al encuentro
    de lo que sin figura
    late su eternidad dentro de ti.
    Regresar luego no puedes
    a ningún lugar de tu vida,
    pues sólo perteneces
    a quien te nombra
    apagándose en su nombrar.
    Como en el mar,
    la línea de tu horizonte
    se confunde con el cielo
    de quien ya no está,
    y así tu amor sin destino
    doble soledad canta
    en su única inmensidad.

    ANCORA GUARDI
    Ancora guardi con amore
    a chi senza amore si allontana,
    perciò ogni giorno sei creato
    nell’insolazione della sua distanza.
    Ancora vai incontro
    a ciò che senza figura
    palpita la sua eternità dentro di te.
    Ritornare allora non puoi
    a nessun luogo della tua vita,
    poiché appartieni solo
    a chi ti nomina
    e si spegne al menzionarlo.
    Come nel mare,
    la linea del tuo orizzonte
    si confonde col cielo
    di chi non c’è più
    e così il tuo amore senza destino
    canta doppia solitudine
    nella sua unica immensità.

    ---
    NUBES
    No tienen memoria las nubes,
    su tránsito de espejo en vuelo
    se consuma en libertad de luz cambiante.
    Apenas necesitamos levantar los ojos
    para sentir el leve peso de sus formas,
    tan ignorantes de nuestro desvelo
    como de la soledad pequeña de unos pasos.
    Ángeles insomnes de claridades y tormentas
    queman las nubes el pecho adolescente
    con su sofoco tibio de pajar.
    Y si un viento de sombras las cruza
    tiemblan navíos fantasma en cada ventanal
    mientras al fondo manos maternas
    se posan en un silencio azul.
    Oro de sueños siempre en vilo
    depositan las nubes en el corazón más solitario,
    y el nadador cruza el río
    en su propia constelación cegado.
    A su paso las torres resumen
    la tensión íntima del paisaje,
    y entre valles el aire más alto
    irradia su secreto.
    En su luciente desvanecimiento
    las nubes nos ignoran,
    pero hay en ellas un fugitivo soplo carnal
    que nos anuda sin tiempo ni destino
    a la universal pulsación de lo aún no concebido.

    NUVOLE
    Non hanno memoria le nuvole,
    il loro transito è uno specchio in volo
    si consuma nella libertà di luce variabile.
    C’è bisogno appena di alzare gli occhi
    per sentire il lieve peso delle sue forme,
    così ignorante della nostra insonnia
    così come la piccola solitudine di alcuni passi.
    Angeli vigili di chiarori e tempeste
    bruciano le nuvole il petto adolescente
    col loro tiepido affanno di paglia.
    E se un vento di ombre le attraversa
    tremano navi fantasma in ogni finestra
    mentre in fondo mani materne
    si posano su un silenzio blu.
    Oro di sogni sempre sospeso
    depositano le nuvole nel cuore più solitario,
    e il nuotatore attraversa il fiume
    nella propria costellazione accecato.
    Al loro passaggio le torri riassumono
    l'intima tensione del paesaggio,
    e tra le valli l'aria più alta
    irradia il suo segreto.
    Nel loro lucente dissolversi
    le nuvole ci ignorano,
    ma c'è in loro un fuggitivo soffio carnale
    che ci annoda senza tempo né destino
    alla pulsazione universale di ciò che non è ancora concepito.

    ---
    SOLITARIO
    Tiene el solitario toda la luz dentro,
    por eso se convoca a noche perpetua
    sin dejar nunca de amanecer.
    Núbil vive en el astro quieto de su sueño,
    hundido su corazón en latitud sin orillas.
    Exiliado fiel a su propio destino
    mide lo infinito mediante latidos,
    y redime tanta ausencia
    con un adviento de sombras en calma.
    Abre surcos el pensamiento del solitario
    hasta tocar el embrión de lo iluminado,
    y cada uno de sus deseos
    se consuma en la vigilia con pulso
    de un hondo ser sin nadie.
    Desclavado de cualquier respiración
    sabe llenar su pecho de mareas silenciosas,
    y su meta está siempre en la partida.
    Sin firmamento se desnuda el solitario
    mientras es amado por lo que no existe.
    Su destino es renacer
    en la sorda transparencia del olvido.

    SOLITARIO
    Ha il solitario tutta la luce dentro,
    per questo convoca sé stesso a notte perpetua
    senza far mai finire d’albeggiare.
    Nubile vive nel quieto astro del suo sonno,
    piantato il suo cuore in latitudine senza sponde.
    Fedele esiliato al proprio destino
    misura ciò che è infinito attraverso i battiti,
    e redime tanta assenza
    con un avvento di ombre in quiete.
    Apre solchi il pensiero del solitario
    fino a toccar l'embrione dell’illuminato,
    e ciascun dei suoi desideri
    si consuma nella veglia con polso
    di un profondo essere senza nessuno.
    Affrancato da qualsiasi respiro
    sa riempirsi il petto di maree silenziose,
    e la sua meta è sempre nella partenza.
    Senza firmamento si denuda il solitario
    mentre è amato da ciò che non esiste.
    Il suo destino è rinascere
    nella sorda trasparenza dell'oblio.

    ---
    ¿DÓNDE ESTÁS?
    ¿Dónde estás, criatura sin amor de mi vida?
    Como un planeta silencioso me envuelve tu luz
    que tú no sabes y yo no alcanzo.
    Quieta caminas hacia mí
    dentro de tu ángel dormido
    que con su halo de sueño
    me despierta a tu lado,
    bella criatura sin nombre ni cuerpo
    a cuya sombra me entrego
    en tiempo y espacio anterior al deseo,
    pues allí donde existes
    una forma muda
    en soledad se recrea.
    Pura ausencia de mi vida,
    fe sin dios en que amanezco,
    concíbeme en tu profundo latido sin aire
    para que, juntos, nos olvidemos
    en el mismo amor desierto.

    DOVE SEI?
    Dove sei, creatura senza amore della mia vita?
    Come un pianeta silenzioso mi avvolge la tua luce
    che tu non conosci e io non raggiungo.
    Quieta cammini verso di me
    dentro al tuo angelo addormentato
    che con la sua aura di sogno
    mi sveglia al tuo fianco,
    bella creatura senza nome né corpo
    alla cui ombra mi abbandono
    nel tempo e nello spazio prima del desiderio,
    poiché lì dove esisti
    una forma muta
    in solitudine si ricrea.
    Pura assenza della mia vita,
    fede senza dio in cui mi sveglio,
    concepiscimi nel tuo profondo battito senz’aria
    affinché, insieme, ci dimentichiamo
    nello stesso amore deserto.

    ---
    CIELO COMPLETO
    De nada te arrepientas:
    tu existencia brilla ya
    en su cielo completo,
    allí donde vida y muerte
    son la misma tiniebla blanca.
    Que nada en tu biografía cicatrice
    para que sean sus heridas quienes la escriban.
    Que ningún otro tesoro busques
    más allá de lo perdido dentro de ti.
    Conciencia eres ya sólo
    rendida a la más bella desposesión,
    la que tú elegiste
    sin apagarse nunca el fuego
    de su primera turbación lunar.
    Abandonado y sin territorio
    no regreses de donde estás,
    pues no hay espacio más hondo
    que el de un alma habitándose en soledad.

    CIELO COMPLETO
    Non ti pentire di nulla:
    la tua esistenza brilla già
    nel suo cielo completo,
    lì dove vita e morte
    sono la stessa tenebra bianca.
    Che nulla nella tua biografia cicatrizzi
    affinché siano le sue ferite a scriverla.
    Non cercare nessun altro tesoro
    al di là di ciò che è perduto dentro di te.
    Sei ormai solo coscienza
    resa alla più bella espropriazione,
    quella che tu hai scelto
    senza spegnere mai il fuoco
    della sua prima perturbazione lunare.
    Abbandonato e senza territorio
    non tornare da dove sei,
    poiché non c'è spazio più profondo
    di quello di un'anima che dimora nella sua solitudine.
     

  • I VERSI DI RAMIREZ LOZANO
    TRA LEGGEREZZA E IRONIA

    data: 19/09/2021 19:51

    José Antonio Ramirez Lozano, nato a Nogales (Spagna) nel 1950, è uno scrittore, professore e poeta. Ha pubblicato romanzi, libri di racconti e di letteratura infantile e per giovani. In Lozano il linguaggio va oltre gli schemi convenzionali; plasma con leggerezza e ironia nuovi modelli narrativi e poetici. Egli afferma che tutto gira intorno alle parole, strumenti che gli consentono di sperimentare nuove prospettive creative di scrittura, sempre pensate da un punto di vista ludico e ironico. Questo è il principio su cui si basa e su cui si muove la penna di José A. Ramírez Lozano, di cui pubblichiamo una selezione di poesie fra le più significative, seguite dalla mia traduzione in italiano.

    SOMBRAS
    La tarde se santigua de lechuzas
    y el cielo se recoge, impuro por torcaz,
    en el recato de los palomares.

    Ya los cirios se abren
    paso en las sombras alumbrando
    las sombras mismas, esa oscura
    comitiva de lutos, esa fila
    de los deudos de Dios con el pabilo
    en mano de la fe, con la moneda
    del arrepentimiento con que saldan
    los mortales el pecio de su horror,
    el ábaco terrible de sus culpas.

    Da su hilera en la plaza
    y en la cal se recortan los perfiles chinescos
    de las calvas devotas, de las negras
    mantillas, mientras suena
    la música de Dios en la calleja y callan
    las fuentes en su salmo.

    OMBRE
    La sera si segna di civette
    e il cielo si raccoglie, impuro per lievità,
    nella modestia delle colombaie.

    I ceri ormai si aprono
    strada nelle ombre illuminando
    le ombre stesse, quell'oscura
    comitiva di lutti, quella fila
    di congiunti di Dio con lo stoppino
    della fede in mano, con la moneta
    del pentimento con cui i mortali
    saldano il relitto del loro orrore,
    il terribile abaco dei loro peccati.

    Protende la sua fila sulla piazza
    e sulla calce si ritagliano le ombre cinesi
    di calve devote, delle nere
    mantelle, mentre suona
    la musica di Dio nel vicolo e tacciono
    le fontane nel loro salmo.

    TODAVÍA
    Os juro que me iré
    como se fue mi padre, así, dejando
    encendida la luz de la cocina
    y su tazón de leche con galletas
    frente al televisor.

    Me lo he propuesto, amigos,
    -la cama por hacer, la radio puesta-
    para que no sospeche
    la muerte mi abandono y llegue tarde
    por una vez, y tenga
    que ir cerrando las puertas
    y apagando las luces
    una por una, así,
    burlada en su tardanza,
    torpe en su menester y todavía
    la vida de mi parte, ella a la zaga,
    los perros de la noche en las callejas
    ladrándole furtiva.

    ANCORA
    Vi giuro che me ne andrò
    come se ne andò mio padre, così, lasciando
    accesa la luce della cucina
    e il suo tazzone di latte con biscotti
    davanti al televisore.

    Me lo sono proposto, amici,
    -il letto da fare, la radio accesa-
    affinché non sospetti
    la morte il mio abbandono e giunga tardi
    per una volta, e debba
    chiudere le porte
    e spegnere le luci
    una per una, così,
    derisa nel suo ritardo,
    goffa nel suo mestiere e ancora
    vita dalla mia parte, lei indietro,
    i cani della notte nei vicoli
    abbaiandole contro furtivamente.

    CRUZ DE GUÍA
    Y de repente,allí, contra el desgarro
    turbio del lubricán, entre chumberas,
    por los negros calveros
    remotos del canchal, asoma
    ya la cruz.

    ¿De quién son esas voces
    tan agrias, la salmodia triste,
    destemplada, sin lumbre,
    que el ventarrón,a ráfagas,
    deshilacha hasta el grito?

    ¿De qué valle de lágrimas?
    ¿De qué región sin pastos peregrinan
    al huerto de qué miel? ¿Qué estrella guía
    su ciega trashumancia?

    Acudid al asombro.
    Bajan al mundo a tientas
    y en la espina lo buscan del rosal.
    Dios se da en el castigo, ellos lo saben,
    más que en el dulce goce de sus dones.

    CROCE PER GUIDA
    E all'improvviso, laggiù, contro lo strazio
    torbido del vespro, tra fichi d'india,
    tra le nere radure
    remote della pietraia, appare
    già la croce.

    Di chi sono quelle voci
    così stridule, la mesta salmodia,
    aspra, senza calore,
    che a raffiche, la burrasca,
    persino il grido sfilaccia?

    Da quale valle di lacrime?
    Da quale regione senza pascoli peregrinano
    verso l'orto di quale miele? Quale stella guida
    la loro cieca transumanza?

    Accorrete allo stupore.
    Scendono al mondo a tentoni
    e nella spina lo cercano dal rosaio.
    Dio si dà nel castigo, essi lo sanno,
    più che nel dolce piacere dei suoi doni.

    ROSA DEL LABERINTO
    En mitad de las sombras
    hay una rosa blanca en la que está
    cifrado el laberinto.

    Bajas al atrio aquel de los denarios,
    donde los publicanos,
    y te encuentras de pronto en el museo
    de los telegrafistas
    en el que dos clarisas ensartan con su aguja
    las minúsculas muertas de los abecedarios.

    Las monjas te señalan la puerta de salida
    y al abrirla te das
    con los desolladeros de Estrasburgo
    donde matan un buey para Mitrídates.

    Escapas entonces del horror
    por el ojo del buey que descuartizan
    y vienes a parar a la oficina
    de patentes de Roma en que registran
    un candado de hielo,
    las palabras de los agonizantes,
    la corambre del mártir san Anilio.

    Y el mártir te señala con el dedo
    el portón que da al Tíber, pero da
    a una alcoba de Praga
    donde un hombre de negro que aborrece sus élitros
    se suicida con un insecticida.

    Y al verlo desesperas y vuelves a intentarlo
    porque sabes que en mitad de las sombras
    hay una rosa blanca en la que está
    cifrado el laberinto y quien la corta
    regresará al origen
    deshojando sus pétalos, escalones arriba,
    hasta dar con el cáliz algún día,
    esa copa sagrada de las revelaciones.

    ROSA DEL LABIRINTO
    In mezzo alle ombre
    c'è una rosa bianca in cui è
    cifrato il labirinto.

    Scendi nell'atrio quello dei denari,
    là dove i pubblicani,
    e ti ritrovi all'improvviso nel museo
    dei telegrafisti
    dove due clarisse infilzano con l'ago
    le lettere minuscole morte degli abbecedari.

    Le monache ti segnalano la porta d'uscita
    e all'aprirla t'imbatti
    con i mattatoi di Strasburgo
    dove uccidono un bue per Mitridate.

    Scappi dunque dall'orrore
    attraverso l'occhio del bue che squartano
    e vai a parare all'ufficio
    di brevetti di Roma dove registrano
    un lucchetto di ghiaccio,
    le parole degli agonizzanti,
    la pelle del martire sant'Anilio.

    E il martire ti segnala col dito
    il portone che si affaccia sul Tevere, ma dà
    su un'alcova di Praga
    dove un uomo in nero che aborrisce le sue elitre
    si suicida con un insetticida.

    E vedendolo ti disperi e riprovi di nuovo
    perché sai che in mezzo alle ombre
    c'è una rosa bianca in cui è
    cifrato il labirinto e chi la taglia
    ritornerà all'origine
    strappandone i petali, scaloni in alto,
    fino a raggiungere un giorno il calice,
    quella coppa sacra delle rivelazioni.

    ESE RÍO
    Por Torales, mi pueblo,
    pasa un río sin nombre que crece con nombrarlo.
    Un río de sonidos, un caudal de rumores
    que está hecho de voces lavanderas
    y lejanos balidos y remotos aullidos
    y del grito terrible de los niños ahogados.

    Basta contar un cuento para que crezca el río.

    A veces, es tan alta la crecida
    que en las ermitas hubo que dejar de rezar
    y estuvieron prohibidos los pregones,
    las canciones de amor y hasta las nanas.

    El río de mi pueblo no tuvo nunca nombre.
    En cuanto se lo ponen,
    él lo arrastra al olvido, ese otro mar.

    QUEL FIUME
    Per Torales, il mio paese,
    passa un fiume senza nome che cresce al nominarlo.
    Un fiume di suoni, un flusso di rumori
    che è fatto di voci lavandaie
    e lontani belati e remoti ululati
    e il terribile grido dei bambini affogati.

    Basta raccontare una storia perché cresca il fiume.

    A volte, è così alta la portata
    che negli eremi si dovette smettere di pregare
    e furono proibite le invocazioni,
    le canzoni d'amore e persino le nenie.

    Il fiume del mio paese non ha mai avuto un nome.
    Appena glielo danno,
    esso lo trascina nell'oblio, quell'altro mare.

    VACA SOLA
    Hay una vaca enorme aquí en mi sueño
    que pasta entre las tumbas.
    Una vaca que ignora el himno de los mártires,
    el ciclo de las témporas
    y que apedrean los deudos cuando acuden
    con su hebra de luto y sus flores de plástico.
    Sobre su piel dibuja el mundo
    los negros continentes, los océanos blancos.
    Y ella ignora su peso, la deuda de los días,
    el signo que el destino ha escrito en su testuz
    y que sólo los hombres logran interpretar.

    Su mugido es oscuro, como el turbio
    acecho de la ira, la cuerna del hondero.
    Y convoca en agosto las tormentas de azufre,
    los tábanos de fuego que pregonan
    el lubricán del juicio, ese arrecife último
    de las generaciones.

    Ella ignora la promesa de Dios,
    pero se deja, mansa,
    ordeñar por el ángel de la desolación
    mientras camina lenta,
    arrastrando sus ubres, el hilo de su leche
    sobre las matas verdes de ortiga y achicoria,
    sobre las tumbas negras que aguardan todavía
    el vano despertar, el alba de la carne.
    N.B.: La vaca es una metáfora de España

    VACCA SOLA
    C'è un'enorme vacca qui nel mio sogno
    che pascola tra le tombe.
    Una vacca che ignora l'inno dei martiri,
    il ciclo delle tempora
    e che i congiunti quando arrivano lapidano
    con il loro filo di lutto e i loro fiori di plastica.

    Sulla sua pelle disegna il mondo
    i continenti neri, gli oceani bianchi.
    Ed essa ignora il suo peso, il debito dei giorni,
    il segno che il destino ha scritto sulla sua fronte
    e che solo gli uomini possono interpretare.

    Il suo muggito è scuro, come la torbida
    minaccia della rabbia, il corno del fromboliere.
    E convoca in agosto le tempeste di zolfo,
    i tafani di fuoco che proclamano
    il tramonto del giudizio, quello scoglio ultimo
    delle generazioni.

    Essa ignora la promessa di Dio
    ma, mite, si lascia
    mungere dall'angelo della desolazione
    mentre cammina lentamente,
    trascinando le sue mammelle, il filo del suo latte
    sui cespugli verdi di ortica e cicoria,
    sulle tombe nere che attendono ancora
    il vano risveglio, l'alba della carne.

    MIRLO COTIDIANO
    Para Rosalía, huésped de su jardín.

    Ajeno a las preguntas
    y a las revelaciones,
    el cielo tuyo y mío
    será el mismo del mirlo que escuchamos
    cantar cada mañana.

    Dame tu mano. Cierra
    bien los ojos al mundo y abandónate
    a la sabia lección
    de su fragilidad, al breve
    azar con que sortea los instantes
    que aún están por llegar
    y, sin embargo, adelanta su pico.
    Escucha como burla los sentidos
    con sólo celebrarlos.

    Y canta y se sostiene
    -mirlo divino, tímpano del día-
    eterno en su ignorancia.

    MERLO COTIDIANO
    Per Rosalia, ospite del suo giardino

    Estraneo alle domande
    e alle rivelazioni,
    il cielo tuo e mio
    sarà lo stesso del merlo che sentiamo
    cantare ogni mattina.

    Dammi la tua mano. Chiudi
    bene gli occhi al mondo e abbandonati
    alla saggia lezione
    della sua fragilità, al breve
    azzardo con cui elude gli istanti
    che ancora devono arrivare
    eppure, anticipa il becco.
    Ascolta come burla i sensi
    semplicemente celebrandoli.

    E canta e si sostiene
    -mirlo divino, timpano del giorno-
    eterno nella sua ignoranza.

    OSCURO ARCÁNGEL
    Ya no temo al diablo. Temo más
    -mucho más que a su horror de cuando niño-
    a su terrible ausencia, esa certeza
    de que sólo esté Dios y que no tenga
    para vivir más que virtud y cielo,
    sin comezón ni sal,
    sin el veneno tan ebrio de la carne.

    Jamás temí al arcángel del pecado.
    Tampoco a su belleza. Temo, sí,
    que me pase de largo por la vida
    y ni me tiente apenas, ni me mire,
    o que vaya a mirarme con piedad.

    ¡Oh, ven, Luzbel, a mí! Bórrame el sueño
    maldito de lo eterno y hazme sólo
    mortal entre las bestias. Tú, que has visto
    de cerca a Dios y renunciaste al Cielo
    por la lujuria de la sangre, bésame
    y que sea tu boca quien delate
    mi nombre a los esbirros de la Muerte.

    ARCANGELO OSCURO
    Non temo più il diavolo ormai. Temo di più
    -molto di più del suo orrore di quando ero bambino-
    la sua terribile assenza, quella certezza
    che ci sia solo questo Dio e di non avere
    per vivere altro che virtù e cielo,
    senza corrosione né sale,
    senza il veleno così ebbro della carne.

    Non ho mai temuto l'arcangelo del peccato.
    Nemmeno la sua bellezza. Temo, sì,
    che oltrepassi la mia vita
    e non mi tenti quasi, e nemmeno mi guardi,
    o che possa guardarmi con pietà.

    Oh vieni, Luzbel, da me! Cancella il mio sogno
    maledetto dell'eterno e rendimi soltanto
    mortale tra le bestie. Tu, che hai visto
    da vicino Dio e hai rinunciato al Cielo
    per la lussuria del sangue, baciami
    e che sia la tua bocca a tradire
    il mio nome agli sbirri della Morte.

    MARTIRIO DE SAN ICASIO
    Más allá de las viñas, donde Corambo deja
    su condición feraz para dar paso al yermo
    ruin de la Mandrágora, Icasio,el santo, ayuna
    disputándole el sitio al cuervo y al lagarto.
    Turbio de soledad, al mundo tan ajeno
    que apenas me conoce siendo su soberano.

    –Dime quién eres, dame –me inquiere con su dedo–
    tu nombre de una vez para que pueda amarte
    con mi voz, como aman a Dios sus criaturas.

    –No te daré mi nombre. Soy tu try, eso basta.
    Dios, si te ha dado el suyo, fue sólo porque vive
    de la misericordia de aquellos que lo invocan.
    Yo no tengo otra cosa que palabras. Corambo
    es mi obra. Yo vivo tan sólo de nombrar
    mientras, mudo, tu Dios aguarda que lo nombres.

    –¿Y cómo siendo tú tan soberbio no admites
    que te llame, si el nombre ha sido la raíz
    de ese vicio tan viejo con el que te coronas?

    –Ni la piedad consiendo ni la humildad tampoco.
    Que sepas bien, Icasio, que la palabra sólo
    se debe a la victoria y que yo nunca doy
    la mía porque nadie pueda así someterme.

    –¿Es Dios por eso acaso un hombre sometido?

    –Dios nunca se entregó. Dios vive de no estar
    donde lo buscan todos, repartido, innombrable
    de tan añicos, huésped siempre mudo en su himno
    que lo celebra y hace latir en vano el débil
    corazón de los fieles con su misericordia.
    Yo no diré mi nombre jamás a mi enemigo.
    Yo no quiero que un ángel rebelde me traicione
    y arrebate mi luz. Debes saber tan sólo
    las sílabas precisas de mi reino, Corambo.
    Repíyelas, Icasio, y habitarás su lumbre.

    –De ninguna manera. Yo no me debo a otro
    reino que el de Dios Padre y no espero otro amparo
    que aquel de su infinita piedad tan redentora.

    –Él no te nombrará. Él nunca te nombró
    como yo ahora te nombro, Icasio, para darte
    consistencia de vida, razón a tu impostura.
    Vivirás mientras digas y, a cambio, no tendrás
    que invocarme. He sellado mi nombre para siempre.
    He mandado también derribarles los templos
    a los desheredados para no darle así
    ocasión a esa indigna virtud de la piedad.
    Vivirás mientras digas. La palabra es el reino.

    –Dios está más allá de las palabras, vive
    de su ausencia y nos habla callando al corazón.

    –Desprecias la palabra, Icasio, porque es ella
    quien castiga la amarga soledad de este yermo.
    Tu renuncia del mundo no es más que la impotencia
    de tu odio por él. Sin embargo, tú sabes
    que sólo la palabra le da forma a la vida
    y de no ser por ella ni siquiera ese Dios
    sustantivo que amas se tendría se tendría en su esencia.
    Te arrojaré de ti si reniegas del nombre
    del que vives, herencia única en que te tienes.
    Eres porque te llamo y a mi sometimiento
    debes tú la gozosa sucesión de tus días.
    Te arrojaré de ti, te vaciaré del nombre
    que tanto te contuvo para darte a la nada.
    Un verso te concedo, un verso sólo, Icasio,
    para que te arrepientas y vuelvas sobre ti.
    Si no, será la nada terrible del papel
    en blanco quien acabe con la que fue tu vida.

    –No le temo a nada. Mátame ya de ausencia.

    –Tú lo quisiste, Icasio. Este último verso
    será el filo que rompa la vena tan oscura
    de tu caligrafía. Al fin y al cabo tú
    –¡oh pasión de la voz, edad de mi escritura!–
    no fuiste más que otra palabra del poema.

    MARTIRIO DI SAN ICASIO
    Al di là delle vigne, dove Corambo lascia
    la sua fertile condizione per far posto al deserto
    spregevole della Mandragora, Icasio, il santo, digiuna
    rivendicando il posto del corvo e della lucertola.
    Torbido di solitudine, il mondo tanto alienato
    che a malapena mi conosce essendo io il suo sovrano.

    –Dimmi chi sei, dammi –mi intima col suo dito–
    il tuo nome in definitiva affinché possa amarti
    con la mia voce, così come amano Dio le sue creature.

    –Non ti darò il mio nome. Sono il tuo re, ciò basta.
    Dio, se ti ha dato il suo, è stato solo perché vive
    della misericordia di chi lo invoca.
    Io non ho altro che parole. Corambo
    è la mia opera. Io vivo solo per nominare
    mentre, muto, il tuo Dio attende che tu lo nomini.

    –E come mai essendo tu così superbo non ammetti
    che ti chiami, se il nome è stato la radice
    di quel vizio tanto vecchio con cui ti incoroni?

    –La pietà non acconsento, né l'umiltà nemmeno.
    Sappi bene, Icasio, che la parola solo
    si deve alla vittoria e che io non do mai
    la mia affinché nessuno possa sottomettermi.

    - È forse per questo Dio un uomo sottomesso?

    –Dio non ha mai ceduto. Dio vive del non essere
    dove lo cercano tutti, distribuito, innominabile
    perché di tanti pezzi, ospite sempre silenzioso nel suo inno
    che lo celebra e fa palpitare in vano il debole
    cuore dei fedeli con la sua misericordia.
    Io non dirò mai il mio nome al mio nemico.
    Non voglio che un angelo ribelle mi tradisca
    e mi strappi la luce. Deve solo conoscere
    le sillabe precise del mio regno, Corambo.
    Ripetile, Icasio, e abiterai la sua luce.

    -In nessun modo. Io non mi lego ad altro
    regno che quello di Dio Padre e non aspetto altra protezione
    che quella della sua infinita pietà così redentrice.

    –Egli non ti nominerà. Egli non ti ha mai nominato
    come ora io ti nomino, Icasio, per darti
    consistenza di vita, ragione alla tua impostura.
    Vivrai finché dirai e, in cambio, non dovrai
    invocarmi. Ho sigillato il mio nome per sempre.
    Ho anche ordinato di distruggere i templi
    ai diseredati per così non offrire
    occasione a quella indegna virtù della pietà.
    Vivrai finché dirai. La parola è il regno.
    –Dio è al di là delle parole, vive
    della sua assenza e ci parla tacitando il cuore.

    –Disprezzi la parola, Icasio, perché è lei
    che punisce l'amara solitudine di questo deserto.
    La tua rinuncia al mondo non è altro che l'impotenza
    del tuo odio per esso. Tuttavia, tu sai
    che solo la parola dà forma alla vita
    e se non fosse per lei nemmeno quel Dio
    sostantivo che ami lo si avrebbe nella sua essenza.
    Ti espellerò da te se rinneghi il nome
    di cui vivi, eredità unica in cui ti reggi.
    Sei perché ti chiamo e alla mia sottomissione
    devi la gioiosa successione dei tuoi giorni.
    Ti espellerò da te, ti svuoterò dal nome
    che ti ha contenuto tanto per offrirti al nulla.
    Ti concedo un verso, un verso solo, Icasio,
    affinché tu ti penta e torni a te stesso.
    Altrimenti, sarà il terribile nulla del foglio
    in bianco che finirà con quella che fu la tua vita.

    -Non temo il nulla. Uccidimi già d'assenza.

    –Lo hai voluto tu, Icasio. Quest'ultimo verso
    sarà il filo che spezzerà la tanto oscura vena
    della tua calligrafia. In fin dei conti tu
    –Oh passione della voce, età della mia scrittura! -
    non sei stata che un'altra parola della poesia.
    Detalles para el lector:
    Corambo es el nombre inicial, la sucesión de los nombres, que va creando y abriendo el lugar del poema, ese ámbito privilegiado en el que vive el espíritu creativo en toda su plenitud y su libertad. Épica de la palabra creadora, de los asedios a los que se ve sometida y de absoluta necesidad para la conciencia humana en cualquier tiempo.
    Dettagli per il lettore:
    Corambo è il nome iniziale, la successione dei nomi, che crea e apre il luogo della poesia, quell'ambito privilegiato in cui vive lo spirito creativo in tutta la sua pienezza e libertà. Epica della parola creatrice, degli assedi a cui questa è sottoposta , e di assoluta necessità per la coscienza umana in ogni tempo.

    FURTIVA
    Como la nieve cae
    furtiva en la alta noche y va pisando
    descalza los baldíos
    sin que apenas las sombras
    sospechen la costumbre
    de su mansa blancura,
    así también tu mano,
    fría bajo las sábanas,
    busca mi cuerpo tibio y lo acaricia
    sin que la Muerte sepa
    la virtud de su acto, su certeza,
    el copo con que alivia
    mi oscuro desamparo.

    FURTIVA
    Così come cade la neve
    furtiva nella notte alta e scalza
    va calpestando la desolazione
    senza che quasi le ombre
    sospettino la consuetudine
    del suo mansueto candore,
    così anche la tua mano
    fredda sotto le lenzuola,
    cerca il mio corpo tiepido e lo accarezza
    senza che la Morte conosca
    la virtù del suo tatto, la sua certezza,
    il fiocco con cui lenisce
    il mio oscuro avvilimento.

    SAN TACIO Y LAS HORMIGAS
    Las hormigas recaudan
    para las catedrales
    pequeños cristalitos,
    almíbar de libélulas
    y arena de Salónica
    para los arbotantes.

    Las beatas maldicen
    su migaja de luto.

    Y las hormigas buscan
    ocultas cerraduras
    para sacar la herrumbre,
    el musgo del diablo,
    los corazones secos
    de las viejas polillas.

    San Tacio les predica
    un cielo de alacenas
    donde una mártir corta
    su pechito de azúcar
    venial para ellas.

    SAN TAZIO E LE FORMICHE
    Le formiche raccolgono
    per le cattedrali
    piccoli cristalli,
    sciroppo di libellula
    e sabbia di Salonicco
    per gli archi rampanti.

    Le beate maledicono
    la loro briciola di lutto.

    E le formiche cercano
    occulte serrature
    per togliere la ruggine,
    il muschio del diavolo,
    i cuori secchi
    delle vecchie tarme.
    San Tazio predica loro
    un cielo di credenze
    dove una martire taglia
    il loro piccolo petto di zucchero
    veniale per esse.

  • MARIA ANGELES
    PEREZ LOPEZ
    POESIE D'UNITA'
    E DI DIVERSITA'

    data: 28/07/2021 20:17

    Il corpo come canale di comunicazione con il mondo e con con lo spirito. E’ la via scelta da María Ángeles Pérez López (Valladolid, Spagna, 1967), poetessa e professoressa titolare di Letteratura Ispanoamericana all’Università di Salamanca. Le sue poesie, scrive Antonio Colinas, “sono, allo stesso tempo, unità e diversità, il cammino di chi crea che sa condurci ad altre strade. Unità nella diversità. Questo è il raro equilibrio della poesia: stare tra la realtà, e la realtà che trascende, tra il sentire (molto sensibile a volte) e il pensare (che è grave o che ferisce molto)”. Juan Carlos Mestre ha parlato di “fecondazione etica della poesia di fronte agli incidenti del pensiero rassegnato e alla banalità degli atti di forza [...] la parola che trafigge contorni e acuisce il disordine argomentativo dei significati, le nude maniere del parlare, introducendoci in meditazioni significative, nell'avvenire delle orme che vanno in direzione della conoscenza e delle risonanze dualistiche del mondo creati dalla parola”. Infine, per Jose Maria Balcells, “si potrebbe dire che uno dei vettori della scrittura di María Ángeles Pérez López potrebbe essere inteso come una poetica della donna in mezzo alle cose, che si immerge all'interno di esse. Tra le diverse questioni affrontate dalla poetessa di Valladolid, vorrei evidenziare una tra le più rappresentative, quella della scrittura del corpo, del corpo della donna, come se quella scrittura a volte germogliasse da quello stesso corpo”.

    IGUAL QUE UN CHOPO ENFERMO
    Igual que un chopo enfermo, la mujer
    pierde trozos de piel y de corteza,
    tapa con antibióticos su herida
    y se pregunta cómo sobrevive
    a esta pasión que quema lo que toca,
    este zumo de ortigas, esta ausencia
    que abrasa los pezones, la pelusa
    de la orejita mansa y proverbial
    que se incendió en el fuego de querer
    al hombre que no está, su olvidación
    como una herida larga e inexorable.

    Sobre el cuerpo abrasado, sobre el árbol
    que el hombre penetró con su cuchillo
    para grabarle letras inconclusas
    y dejar un silencio sin ventanas
    en que se estrellan rotas las alondras,
    la mujer se enfurece, se resiste,
    llora madera blanda, podredumbre
    de harina cercenada y sin tamiz.
    ¿Qué importan las palabras con que él hizo
    que creciera el deseo, la chopera?
    No hay nada que contarle al corazón
    si se quebraron pájaros y ramas,
    si su ausencia volvió toxicidad
    la descomposición de la madera,
    una nube de zinc irrespirable
    como un hongo que crece en la corriente.

    Igual que un chopo enfermo, la mujer
    pinta en su herida el nombre, se obsesiona,
    inventa maldiciones, se desgana,
    lamenta su atadura, su raíz
    y pierde la corteza y sus ahíncos.
    La pudrición del árbol sobre el cuerpo
    es una forma amarga del amor.

    COME UN PIOPPO INFERMO
    Come un pioppo infermo, la donna
    perde brandelli di pelle e di corteccia,
    copre con antibiotici la sua ferita
    e si chiede come sopravviva
    a questa passione che brucia ciò che tocca,
    questo succo di ortiche, quest'assenza
    che infiamma i capezzoli, la peluria
    del piccolo orecchio mite e proverbiale
    che si è incendiato nel fuoco di volere
    l'uomo che non c'è, il suo oblio
    come una ferita lunga e inesorabile.

    Sul corpo scottato, sull'albero
    che l'uomo ha penetrato col suo coltello
    per incidervi lettere inconcluse
    e lasciare un silenzio senza finestre
    su cui, rotte, si schiantano le allodole,
    la donna s'infuria, resiste,
    piange legno tenero, putredine
    di farina assottigliata e senza setaccio.
    Cosa importano le parole con cui egli fece
    crescere il desiderio, il pioppeto?
    Non c'è nulla da raccontare al cuore
    se uccelli e rami sono stati spezzati,
    se la sua assenza modificò in tossicità
    la decomposizione del legno,
    una nuvola di zinco irrespirabile
    come un fungo che cresce nella corrente.

    Come un pioppo infermo, la donna
    dipinge il nome sulla sua ferita, si ossessiona,
    inventa maledizioni, si stanca,
    lamenta il suo legame, la sua radice
    e perde la corteccia e le sue energie.
    Putredine dell'albero sul corpo
    è una forma amara dell'amore.

    ---
    HASTA EL POEMA LLEGAN, COMO ISLOTES
    Hasta el poema llegan, como islotes
    de óxido y de plancton celular,
    los restos silenciosos del naufragio
    en que quedan los barcos y los hombres
    tras el amor intenso, el oleaje
    que levanta su proa y la sumerge
    al fondo de la mar y sus caballos.
    Las caracolas guardan su rumor,
    la lentitud sombría en que los peces
    desnudos se acomodan a morir
    y vuelven cristalina su belleza
    de fósil, su armadura transparente,
    su vertical caída hasta el silencio
    en que el fondo del mar guarda la espuma
    que levantó el deseo y las mareas.
    En su abisal distancia deslenguada,
    amor y mar comparten varias letras
    y la raíz mojada por la sal
    empapa cada signo tras su empeño
    por la coloración y el frenesí.
    La boca humedecida, la entretela
    del cuerpo y sus humores ablandados,
    las veintisiete letras rezumadas
    por la líquida masa del amor
    después se vuelven piedra quebradiza,
    astilla y fósil blanco en su rescoldo,
    su agalla enrojecida en el vivir.

    GIUNGONO FINO ALLA POESIA, COME ISOLOTTI
    Giungono fino alla poesia, come isolotti
    di ossido e di plancton cellulare,
    i silenziosi resti del naufragio
    dove rimangono le navi e gli uomini
    dopo l'amore intenso, l'ondata
    che alza la prua e la sommerge
    in fondo al mare e ai suoi cavalli.
    Le conchiglie custodiscono il suo rumore,
    l'oscura lentezza con cui i pesci
    nudi si dispongono a morire
    e rendono cristallina la loro bellezza
    di fossile, la loro armatura trasparente,
    la loro caduta verticale fino al silenzio
    dove il fondo del mare conserva la schiuma
    che ha innalzato il desiderio e le maree.
    Nella loro spudorata distanza abissale,
    amore e mare condividono diverse lettere
    e la radice bagnata dal sale
    imbeve ogni segno alla luce dello sforzo
    della colorazione e della frenesia.
    La bocca inumidita, l'involucro
    del corpo e dei suoi umori addolciti,
    le ventisette lettere che trasudano
    dalla liquida massa dell'amore
    diventano poi fragile pietra,
    scheggia e fossile bianco nelle sue braci,
    le sue branchie arrossate nel vivere.

    ---
    SOBRE SU PECHO MUERTO, LA MUJER
    Sobre su pecho muerto, la mujer
    pinta una gran ventana para el aire.
    El corazón, en su áspera alegría,
    asoma al sur su sala octogonal
    por el hueco del seno que extirparon
    la enfermedad, la mano, el bisturí.
    Sobre su pecho muerto, la mujer
    raspa cualquier recuerdo doloroso
    y colorea el soplo y el zumbido
    del arrebato rojo de quedarse.
    El hospital se borra en su blancura,
    esa sala de espera es no lugar,
    la habitación sin lágrimas ni olivos
    es también no lugar, los lavatorios
    y ascensores que nunca se detienen,
    el pasillo alargado como el miedo
    de biopsia en biopsia es no lugar.
    La madre le cosió dos senos tibios
    con hilo destrenzado del cordón
    que la anudaba al tiempo y sus asomos.
    Ahora un médico serio, preocupado
    descose uno de ellos, lo retira
    en silencio, y la extensa cicatriz
    que corre por el tórax como el frío
    abrasa los paisajes de la tundra.
    Pero sobre su pecho, la mujer
    sombrea un árbol negro, transversal
    por la ira de perderse en el otoño.
    También nubes y niños anhelantes
    en su transpiración y su ajetreo
    para mojar la tarde y las palabras.
    El viento que entra en tromba la despeina
    y su risa es un pájaro veloz.

    SUL SUO PETTO MORTO, LA DONNA
    Sul suo petto morto, la donna
    dipinge una grande finestra per l'aria.
    Il cuore, nella sua aspra allegria,
    tende a sud la sua stanza ottagonale
    attraverso l'incavo del seno che la malattia,
    la mano, il bisturi hanno estirpato.
    Sul suo seno morto, la donna
    raschia qualsiasi ricordo doloroso
    e colora il soffio e il ronzio
    dall'impulso rosso di restare.
    L'ospedale svanisce nel suo biancore,
    quella sala d'attesa è un non luogo,
    la stanza senza lacrime né ulivi
    è anch'essa un non luogo, lavaggi
    e ascensori che non si fermano mai,
    il corridoio allungato come la paura
    da biopsia in biopsia è un non luogo.
    La madre le ha cucito due tiepidi seni
    con filo districato del cordone
    che la legava al tempo e alle sue rivelazioni.
    Ora un medico serio, preoccupato
    ne scuce uno, lo rimuove
    in silenzio, e l'ampia cicatrice
    che corre lungo il torace come il freddo
    brucia i paesaggi della tundra.
    Ma sul suo petto, la donna
    ombreggia un albero nero, attraversato
    dalla rabbia di perdersi nell'autunno.
    Anche nuvole e bambini anelanti
    nella loro traspirazione e tumulto
    per bagnare la sera e le parole.
    Il vento che entra impetuoso la scompiglia
    e la sua risata è un uccello veloce.

    ---
    CUANDO ESTOY ANTE LA HOJA DE PAPEL
    Cuando estoy ante la hoja de papel
    y pienso que la tinta la fecunda,
    la ensucia felizmente con su esperma
    oscuro y rumoroso como el agua,
    me siento tan inútil e incapaz
    mirando la fiereza del amor
    de otros versos escritos desde antes
    que apenas malamente si me sirven;
    tan solo es que conozco la teoría
    de una parte del libro que alimento
    pero a partir de ahí el camino está
    sin marcas ni cercado ni balido,
    la soledad es mía y solo mía,
    las letras más oscuras las anoto
    con el aire que expulsan mis pulmones
    y es mía la silbante desazón
    con que pronuncio sitios y personas
    si ya crecí y no puedo sostenerme
    y estoy mirando sola el alfabeto
    para ver cómo horada sobre el aire,
    sobre el cuerpo del tiempo en el que soy,
    estelas o señales demoradas.
    Por eso mi mirada no es ingenua
    o solo en ese resto de primaria
    y soleada picazón de la alegría,
    porque gané y me hice poseedora
    de la zona de sombra incuestionable
    con que las cosas miran a la muerte.
    También de la torpeza con que miran
    el sol y su calor en primavera
    si llegan los manzanos a traer
    el corcho del sabor ya restallado
    como un licor ardiendo en el empeño
    inútil e insensato de construir,
    de armar un edificio de cristal
    para atrapar la sombra de ceniza,
    rescoldo que dejamos en el aire.

    QUANDO SONO DAVANTI AL FOGLIO DI CARTA
    Quando sono davanti al foglio di carta
    e penso che l'inchiostro lo fecondi,
    lo sporchi felicemente col suo sperma
    scuro e rumoroso come l'acqua,
    mi sento così inutile e incapace
    guardando la fierezza dell'amore
    di altri versi scritti prima
    che con difficoltà appena mi servono;
    conosco soltanto la teoria
    di una parte del libro che alimento
    ma a partire da lì il cammino è
    senza segni né recinzione né belato,
    la solitudine è mia e solo mia,
    le lettere più scure le annoto
    con l'aria che i miei polmoni espellono
    ed è mia la stridula inquietudine
    con cui pronuncio luoghi e persone
    se sono già cresciuta e non posso sostenermi
    e sto guardando da sola l'alfabeto
    per vedere come perfora nell'aria,
    nel corpo del tempo nel quale sono,
    scie o segnali ritardati.
    Per questo il mio sguardo non è ingenuo
    o soltanto in quel resto di primario
    e soleggiato prurito di gioia,
    perché ho vinto e ho conquistato il possesso
    dell'indiscutibile zona d'ombra
    con cui le cose guardano la morte.
    Anche della goffaggine con cui guardano
    il sole e il suo calore in primavera
    se i meli giungono a portare
    il tappo del sapore già sprigionato
    come un liquore che arde nello sforzo
    inutile e insensato di costruire,
    di modellare un edificio di cristallo
    per catturare l'ombra di cenere,
    braci che lasciamo nell'aria.

    ---
    SUPONGO QUE CRECER DEBE SER ALGO DE ESTO
    Supongo que crecer debe ser algo de esto.

    Supongo que ha de ser el largo aprendizaje
    de mirar cada cosa tantas veces
    como para cubrir su superficie
    de rutina
    o costumbre
    que sabe de antemano el gesto, ese ritual
    del ojo, de la boca
    en su risa inicial, en la lejana.

    Supongo que ha de ser el largo aprendizaje
    de mirar desde atrás, desde debajo
    para dejar así manoseada
    la cosa que miramos, la persona,
    traspasada, capturada por el ojo
    que se aburre y se espanta, y no revive
    la fuerza insoportable de la herida,
    tijera,
    afilada tijera
    contra el cordón umbilical,
    la que establece nuestra propia autonomía
    celular, sentimental, respiratoria,
    nuestra capacidad estrictamente personal
    para el desastre,
    el estallido
    o la deflagración.

    La que me nombra dueña de mi baúl de sombras,
    de mis aperos, mi lápiz
    despuntado,
    del uno que quiere copular y sumarse
    pero se queda en sí y mira desde dentro
    la determinación de la materia.

    SUPPONGO CHE CRESCERE DEBBA ESSERE QUALCOSA DEL GENERE
    Suppongo che crescere debba essere qualcosa del genere.
    Suppongo che debba essere il lungo apprendimento
    di guardare ogni cosa tante volte
    come a voler coprire la sua superficie
    di quotidiano
    o di abitudine
    che il gesto sa in anticipo, quel rituale
    dell'occhio, della bocca
    nella sua risata iniziale, in quella lontana.

    Suppongo che debba essere il lungo apprendimento
    di guardare da dietro, da sotto
    per lasciare così palpeggiata
    la cosa che guardiamo, la persona,
    trafitta, catturata dall'occhio
    che si annoia e si spaventa e non rivive
    la forza insopportabile della ferita,
    forbice,
    affilata forbice
    contro il cordone ombelicale,
    quella che stabilisce la nostra propria autonomia
    cellulare, sentimentale, respiratoria,
    la nostra capacità strettamente personale
    per il disastro,
    lo scoppio
    o la deflagrazione.

    Quella che mi nomina padrona del mio baule di ombre,
    dei miei utensili, la mia matita
    spuntata,
    dell'uno che vuole copulare e sommarsi
    ma rimane in sé e guarda da dentro
    la determinazione della materia.

    ---
    CUANDO SALE EL ALIENTO DESBOCADO
    no
    las palabras
    no hacen el amor
    hacen la ausencia
    si digo agua ¿beberé?
    si digo pan ¿comeré?
    Alejandra Pizarnik

    Cuando sale el aliento desbocado,
    febril o presuroso en su caliente
    nube de aire que viaja y que regresa
    a mojar de rocío las ventanas,
    cada palabra es manto y alboroto,
    una forma insensata de querernos.
    Cada palabra trae su corazón,
    su almendra aprisionada por la lengua.
    Si digo pan tal vez no me alimente,
    el trigo guarda avaro su tesoro
    y no sube la masa a acometer
    el cielo de la boca, el paladar,
    la amarilla planicie del verano
    en que hombres y gorriones se desgastan.
    Pero si digo agua, viene a mares,
    trae su grito feliz hasta la puerta,
    arrasa la matriz de la memoria
    y sube hasta el recuerdo enrojecido.
    Cuando yo digo agua, no estoy diciendo pan
    sino comienzo,
    y viene desde lejos con su escarcha,
    su fiebre y su esplendor, su poderosa
    boca para llevarse los terrores.

    Si digo agua, inunda el dormitorio,
    escala las rodillas y su miedo,
    trae légamo y las piedras de las ruinas
    de tantos paraísos fracasados.
    Arranca la raíz que nos recibe,
    nos devuelve hasta el gesto primigenio
    de mirar sorprendidos la belleza,
    nos atraviesa y llena con su semen,
    fermenta en nuestro día en pan candeal,
    hogaza acariciada por el tiempo.

    QUANDO IL RESPIRO VIEN FUORI SREGOLATO

    no
    le parole
    non fanno l'amore
    fanno l'assenza
    se dico acqua, berrei?
    se dico pane, mangerei?
    Alejandra Pizarnik

    Quando il respiro vien fuori sregolato
    febbrile o frettoloso nella sua calda
    nuvola d'aria che viaggia e che ritorna
    a bagnare le finestre di rugiada,
    ogni parola è mantello e tumulto,
    un'insensata maniera di amarci.
    Ogni parola porta il suo cuore,
    la sua mandorla imprigionata dalla lingua.
    Se dico pane, forse non mi nutro,
    il grano custodisce avidamente il suo tesoro
    e la massa non lievita ad invadere
    il cielo della bocca, il palato,
    la gialla estensione dell'estate
    in cui uomini e passeri si logorano.
    Ma se dico acqua, arriva una marea,
    porta il suo grido felice fino alla porta,
    demolisce la matrice della memoria
    e sale fino al ricordo acceso.
    Quando dico acqua, non dico pane
    bensì inizio,
    e viene da lontano con la sua brina,
    la sua febbre e il suo splendore, la sua bocca
    poderosa per portare via i terrori.
    Se dico acqua, inonda la stanza,
    scala le ginocchia e la sua paura,
    porta melma e sassi dalle rovine
    di tanti paradisi falliti.
    Strappa la radice che ci accoglie,
    ci rende perfino il gesto primigenio
    di guardare sorpresi la bellezza,
    ci penetra e ci riempie col suo seme,
    fa fermentare il nostro giorno in pane tenero,
    nutrimento accarezzato dal tempo.

    ---
    LA AUSENTE
    Me declaro la ausente,
    la que deja su cuerpo en cualquier sitio
    como quien se abandona con cansancio
    y parece mirar cada grano de arena
    que cae pesadamente mientras mide
    la ruidosa llegada del futuro,
    pero en verdad escucha los quejidos
    que los otros esparcen en el viento
    como los sembradores de cizaña,
    el modo en que la savia recorre como sangre
    el cuerpo vegetal de las encinas
    cada vez más rojizas contra el sol,
    ese temblor apenas perceptible
    con que los saltamontes se estremecen
    en el salto encharcado por el hambre
    o la deflagración que hace estallar al hombre
    y lo lanza con rabia contra el suelo
    para el festín de lágrimas y pájaros
    en el territorio llamado país.
    Me declaro la ajena,
    la que apoya sus brazos y sus hombros
    contra un trozo infinito de pared
    mientras tropieza lenta en cada signo
    y busca ser visible-no visible,
    infame paradoja en la que estar
    peleando por mi trozo de dolor,
    mi pan envejecido de repente,
    pan ácimo y amargo en su alimento
    pero tan necesario como el día
    y el tiempo en el que gira el corazón.

    L'ASSENTE
    Mi dichiaro l'assente,
    colei che lascia il suo corpo ovunque
    come chi si abbandona con stanchezza
    e sembra che guardi ogni granello di sabbia
    cadere pesantemente mentre misura
    la rumorosa venuta del futuro,
    ma in realtà ascolta i gemiti
    che gli altri disperdono nel vento
    come seminatori di zizzania,
    il modo in cui la linfa percorre come il sangue
    il corpo vegetale delle querce
    sempre più rosseggianti contro il sole,
    quella scossa appena percettibile
    con cui le cavallette si agitano
    nel salto insudiciato dalla fame
    o la deflagrazione che fa esplodere l'uomo
    e lo lancia con rabbia a terra
    per il banchetto di lacrime e di uccelli
    nel territorio chiamato paese.
    Mi dichiaro aliena,
    colei che appoggia le sue braccia e le sue spalle
    contro uno scampolo infinito di parete
    mentre inciampa lentamente in ogni segno
    e cerca di essere visibile-non visibile,
    infame paradosso in cui trovarsi
    a litigare per la mia porzione di dolore,
    il mio pane invecchiato all'improvviso,
    pane azzimo e amaro nel suo alimento
    ma tanto necessario come il giorno
    e il tempo in cui gira il cuore.

    ---
    DE PRONTO
    De pronto una palabra nos asalta,
    se nos queda rondando impertinente,
    se sienta en el ombligo de la lengua
    y borra la memoria de las otras.
    Si es la palabra agravio, se nos queda instalada
    en el mueble central del paladar,
    y las siete minúsculas letras que la forman
    derrochan la profunda dimensión del sonido,
    consumen todo el aire indispensable
    para decir completo el alfabeto,
    para hacer una lista de las enciclopedias,
    para nombrar de forma infinita el amor.
    Y esos siete silbidos del vocablo
    me siguen como perros en las horas
    en que el rencor amuebla mis rincones
    y atrae a su cortejo la palabra desastre,
    la palabra fracaso, o bien la floración
    pero solo si viene junto a su rotura
    como el caso acaecido del verde vegetal
    de un geranio caído contra el suelo,
    más fuera ya de sí que de nosotros,
    a punto de la savia enternecida
    por lágrimas que son como de escarcha.

    El tronco vegetal del alfabeto,
    el de la vida rota algunas veces
    nombra entonces la misma desazón.

    ALL'IMPROVVISO
    All'improvviso una parola ci assale,
    ci ronza con impertinenza,
    si siede sull'ombelico della lingua
    e cancella la memoria delle altre.
    Se la parola è agravio, diventa un tarlo
    nel mobile centrale del palato,
    e le sette minuscole lettere che la formano
    sprecano la dimensione profonda del suono,
    consumano tutta l'aria indispensabile
    per dire l'alfabeto completo,
    per fare un elenco delle enciclopedie,
    per nominare in modo infinito l'amore.
    E quei sette sibili del vocabolo
    mi seguono come cani nelle ore
    in cui il rancore arreda le mie estremità
    e attira le sue attenzioni la parola disastro,
    la parola fallimento, oppure la germinazione
    ma solo se giunge insieme alla sua rottura
    come è avvenuto nel caso del verde vegetale
    di un geranio caduto a terra,
    già più fuori da sé che da noi,
    sul divenire della linfa intenerita
    da lacrime che sono come di brina.

    Il tronco vegetale dell'alfabeto,
    quello della vita spezzata a volte
    nomina dunque la stessa sofferenza.

    ---
    CAEN
    Caen las hojas con un fragor indescriptible
    escucho cómo tiemblan contra el suelo
    golpean las aceras
    salpican entre el barro de las calles

    escucho cómo conspiran en las ramas
    su estrategia de caída sus modos disciplinados de caer
    pueden rozar el agua y suspirarla
    pero se imponen nuevos métodos
    hermanas compañeras hijas del mismo aire que respiro

    escucho el ruido de los nervios exaltados
    excitación ante el combate
    las consignas reclamos ¡¡oh modos tan exactos de caer!!
    mirada de arcángeles soberbios
    el gesto de un ángel turbador
    desnuda su belleza
    y rescatada

    CADONO
    Cadono le foglie con un fragore indescrivibile
    sento come tremano contro il suolo
    urtano i marciapiedi
    schizzano nel fango delle strade

    sento come cospirano tra i rami
    la loro strategia di caduta i loro modi disciplinati di cadere
    possono sfiorare l'acqua e sospirarla
    ma s'impongono nuovi metodi
    sorelle compagne figlie della stessa aria che respiro

    sento il rumore di nervi esaltati
    eccitazione dinanzi al combattimento
    le parole d'ordine di richiamo, oh modi così precisi di cadere!!
    sguardo di arcangeli superbi
    il gesto di un angelo minaccioso
    denuda la loro bellezza
    e le soccorre

    ---
    AL FONDO DEL VERANO
    Al fondo del verano hay un caballo.
    Relincha, se impacienta y acontece.
    Sube inquieto, es espuma de los días.
    Habla una lengua insólita que no predecimos.
    Una lengua de viento y de vocales
    que desestima el léxico del miedo:
    ni látigo ni espuela ni talones
    que chocan entre sí ruidosamente
    cuando repliega, herido, las orejas,
    el delicado modo de abrevar
    en el agua enlutada de la sombra.

    Al fondo del verano hay un caballo.
    Le contaron que es hijo de los dioses
    y las largas praderas azuladas
    pero no le interesa nuestra mitología.
    El oxígeno exhorta en su pulmón
    el lenguaje veloz de lo invisible.
    Lo que él tampoco alcanza a conocer.
    Baja de las estatuas de los héroes
    y franquea el verano y las tormentas
    en su resuello eléctrico y salvaje.
    Se sacude los nombres que le dimos:
    ni tótem ni Pegaso ni abolengo.

    Al fondo de ti, siempre hay un caballo.
    Vocaliza palabras inauditas,
    caligramas sonoros de la luz
    que saltan de sus belfos y no mueren.
    También tú, que te aferras a su cuello
    y abrazas su dolor y su estatura
    cuando alguien lo apalee con crudeza,
    ruegas los caligramas de la luz.
    Temblando te levantas y aconteces.

    IN FONDO ALL'ESTATE
    In fondo all'estate c'è un cavallo.
    Nitrisce, si spazientisce e si rivela.
    Sale inquieto, è schiuma dei giorni.
    Parla una lingua insolita che non prediciamo.
    Una lingua di vento e di vocali
    che respinge il lessico della paura:
    né frusta né sperone né talloni
    scontrandosi l'un l'altro fragorosamente
    quando piega, ferito, le orecchie,
    il delicato modo di bere
    nell'acqua luttuosa dell'ombra.

    In fondo all'estate c'è un cavallo.
    Gli hanno raccontato che è il figlio degli dei
    e delle lunghe praterie azzurre
    ma non è interessato alla nostra mitologia.
    L'ossigeno esorta nel tuo polmone
    il linguaggio veloce di ciò che è invisibile.
    Ciò che nemmeno lui riesce a conoscere.
    Scende dalle statue degli eroi
    e varca l'estate e le tempeste
    nel suo respiro elettrico e selvaggio.
    Si scrolla i nomi che gli abbiamo dato:
    né totem né Pegaso né lignaggio.

    In fondo a te c'è sempre un cavallo.
    Vocalizza parole inaudite,
    calligrammi sonori della luce
    che saltano dal suo muso e non muoiono.
    Anche tu, che ti afferri al suo collo
    e abbracci il suo dolore e la sua statura
    quando qualcuno lo colpisca con crudezza,
    preghi i calligrammi della luce.
    Tremando ti alzi e ti riveli.

     

  • LA POTENZA VISIONARIA
    DI JOSE' MARIA JURADO

    data: 28/06/2021 19:45

    José María Jurado (Siviglia, 1974) è un ingegnere di telecomunicazioni, scrittore e poeta spagnolo. "Niente a che vedere con il culturalismo di cartapesta, quello che si riduce a mero ornamento o a fare da scenario", specifica Santos Domínguez Ramos, grande critico letterario e poeta anch'egli. "Con lui la cultura è in primo piano, fatta propria come realtà esistenziale, trasformata in vita, in esercizio di scrittura o in contemplazione dell'arte e della bellezza. Ascolta la musica, guarda il dipinto, suggeriva Hemingway con una semplicità che va bene per un narratore o per un giornalista. Ma il poeta deve andare oltre, fino ad ascoltare la pittura o vedere la musica. Fino a vivere in Emily Dickinson, leggere Budapest, parlare per Schubert o ascoltare Zurbarán. Senza quella capacità sinestetica, senza quella potenza visionaria, senza quel dono delle rivelazioni che JMJ ha ripetutamente e ammirevolmente corroborato, ogni poeta sarebbe un poeta minore e dimenticabile".

    SOBRE LA ODA A UNA URNA GRIEGA DE JOHN KEATS
    Este vaso no existe,
    ningún ánfora o crátera podría
    guardar tanta belleza sin quebrarse.

    Es en vano indagar en los mármoles de Elgin
    o estudiar asombrado la cerámica
    de Las antigüedades de Hamilton,
    la arqueología no registra
    estas escenas y paisajes
    en una sola pieza.

    Ni la ciudad remota junto al puerto
    con adelfas floridas que desciende
    hacia el vinoso mar y las naves de Homero,
    ni los jóvenes ágiles que juegan
    en los valles de Arcadia con doncellas,
    semejantes a dioses.
    Ninguna hidra escanciará este vino
    de pasión y de música silente,
    ninguna libación ni ceniza sagrada
    acogerán sus frágiles contornos
    vedados a los ojos de los hombres.

    II
    Apenas hay en Roma, donde yaces,
    un boceto del «Vaso de Sosibios»
    trazado por tu mano hecha de agua;
    inútil es buscar en sus figuras
    la presencia inmortal que profetizas.

    ¿Cuántas veces había leído yo tu oda
    atento solo a su final glorioso,
    «beauty is truth, truth beauty»,
    que había sido ajeno a su sentido?

    Tú cantabas la urna de tu alma,
    pues los dioses te habían escogido
    para servirse el néctar de tu copa.

    «Llorad por Adonais», dijo un poeta,
    que vio retroceder al tiempo,
    para ser fulminado por las furias
    en el oscuro mar impenetrable.

    ¿Por qué? ¿Por qué llorar si permaneces
    eternamente joven
    en tu carro de fuego junto al sol?

    Tu cuerpo era una urna fragilísima,
    ningún ánfora o crátera podría
    guardar tanta belleza sin quebrarse.


    ODE SU UN'URNA GRECA DI JOHN KEATS
    Questo vaso non esiste,
    nessun'anfora o cratere potrebbe
    contenere tanta bellezza senza rompersi.

    È vano indagare sui marmi di Elgin
    o studiare con stupore la ceramica
    di Le Antichità di Hamilton,
    l'archeologia non registra
    queste scene e paesaggi
    in un solo pezzo.

    Nemmeno la città remota vicino al porto
    con oleandri fioriti che discende
    verso il vinoso mare e le navi di Omero,
    né gli agili giovani che giocano
    nelle valli dell'Arcadia con donzelle,
    somiglianti a degli dei.

    Nessuna idra verserà questo vino
    di passione e di musica silente,
    nessuna libagione né cenere sacra
    accoglierà i suoi fragili contorni
    vietati agli occhi degli uomini.

    II
    A stento c'è a Roma, dove giaci,
    un bozzetto del «Vaso di Sosibios»
    tracciato dalla tua mano fatta di acqua;
    inutile è cercare nelle sue figure
    l'immortale presenza che profetizzi.

    Quante volte avevo letto la tua ode
    attento soltanto al suo finale glorioso,
    «beauty is truth, truth beauty»,
    tanto da essere estraneo al suo senso?

    Tu cantavi l'urna della tua anima,
    poiché gli dei ti avevano scelto
    per servirsi il nettare dall tuo calice.

    «Piangete per Adonais», disse un poeta,
    che ha visto retrocedere il tempo,
    per essere fulminato dalle furie
    nell'oscuro mare impenetrabile.

    Perché? Perché piangere se rimani
    eternamente giovane
    nel tuo carro di fuoco vicino al sole?

    Il tuo corpo era un'urna fragilissima,
    nessun'anfora o cratere potrebbe
    contenere tanta bellezza senza rompersi.

    ---
    TRAFALGAR
    Con Santos y Rosalía
    Aquel día hubo bruma, pero hoy yo puedo verlos
    gravitar sobre el agua como cuerpos celestes,
    como lentos castillos de maderas y nubes.

    Ante el hondo estruendo de dos siglos de pólvora
    enmudecen las aguas y los barcos emergen,
    espectrales y fríos, de la niebla y el sueño.

    En los acantilados truenan las andanadas
    y una larga humareda de salitre y azufre
    acompaña el viraje de estos monstruos marinos.

    De pie frente a la Historia miro pasar los buques
    las escuadras de cuerdas y violines podridos
    atacando un scherzo de madrépora y sangre.

    (Los muertos sin orilla arriban siempre a la playa
    con las cuencas vaciadas por gaviotas insomnes
    y un sudario de algas que espanta a los bañistas.)

    Se alejan las fragatas por el cabo del tiempo
    y otra vez vuelve el mar y otra vez vuelve el mar,
    en vano interrogarse por la gloria o la patria.

    Pero que cada hombre cumpla con su deber.*

    TRAFALGAR
    Quel giorno ci fu foschia, ma oggi io posso vederli
    gravitare sull'acqua come corpi celesti,
    come lenti castelli di legno e di nuvole.

    Dinanzi al frastuono di due secoli di polvere
    le acque tacciono e le navi emergono,
    spettrali e fredde, dalla nebbia e dal sogno.

    Sulle scogliere tuonano i colpi di cannone
    e una lunga nuvola di fumo di salnitro e zolfo
    accompagna la virata di questi mostri marini.

    In piedi di fronte alla Storia guardo passare le navi
    i quadrati di corde e dei violini marci
    attaccando uno scherzo di madrepora e sangue.

    (I morti senza riva arrivano sempre sulla spiaggia
    con le orbite svuotate da gabbiani insonni
    e un sudario di alghe che spaventa i bagnanti.)

    Si allontanando le fregate nel corso del tempo
    e di nuovo torna il mare e di nuovo torna il mare,
    invano interrogarsi sulla gloria o sulla patria.

    Ma che ogni uomo compia il suo dovere.*

    * England expects that every man will do his duty (Nelson)

    ---
    VOCES DEL VERANO
    Es la vida la hermana del dolor
    que a nuestro lado fluye como un río,
    todo emerge de ahí y en su corriente,
    en sus hondos remansos y en sus barrancos profundos,
    encuentra su sentido, su muerte y transfiguración.

    Pero ahora es verano,
    sobre los muros encalados crecen
    la sombra y la verdad, como crece la muerte
    en las sábanas blancas perfumadas de espliego.

    Abandonad los cuartos amarillos
    hacia la noche abierta colmada de deseo.

    Bajo el cielo estrellado del gran verano cósmico
    contemplad los abismos,
    escuchad el crujido de la rueda del tiempo,
    la rotación de las constelaciones
    que anuncian el cristal de la nueva conciencia.

    Antes de que regresen las auroras de otoño
    y retorne la angustia a los desfiladeros.

    VOCI DELL'ESTATE
    E' la vita la sorella del dolore
    che accanto a noi scorre come un fiume,
    tutto emerge da lì e nella sua corrente,
    nei suoi fondi ristagni e nei suoi profondi precipizi,
    trova il suo senso, la sua morte e trasfigurazione.

    Ma ora è estate,
    sui muri imbiancati crescono
    l'ombra e la verità, come cresce la morte
    sulle bianche lenzuola profumate di lavanda.

    Abbandonate le stanze gialle
    verso la notte aperta colma di desiderio.

    Sotto il cielo stellato della grande estate cosmica
    contemplate gli abissi,
    ascoltate lo scricchiolio della ruota del tempo,
    il movimento delle costellazioni
    che annunciano il cristallo della nuova coscienza.

    Prima che tornino le aurore d'autunno
    e ritorni l'angoscia nei ristretti passaggi.

    ---

    MAGNOLIA
    Para Santos y Rosalía
    en su jardín de rosas amarillas
    Hoy he cortado una magnolia triste.

    La miro envejecer, como envejece el oro,
    contemplo mansamente la belleza que expira
    y cifro mi destino en su destino.

    ¿Abrevarán en mí los raudos colibríes?

    ¿Las doradas abejas de la muerte?

    MAGNOLIA
    Oggi ho tagliato una magnolia triste.

    La guardo invecchiare, come invecchia l'oro,
    contemplo placidamente la bellezza che spira
    e cifro il mio destino nel suo destino.

    Si disseteranno in me gli svelti colibrì?

    Le api d'oro della morte?

    ---
    COMO PINTADAS POR TIÉPOLO
    Sobre un fondo de antenas y tejados
    una tarde de otoño tras la lluvia
    vimos pasar las aves migratorias
    y un claro gris y unas fugaces nubes
    como pintadas por Tiépolo.


    No pensé en la República de Oro
    en infinitos canales que gobierna la muerte,
    donde el claro salitre los azules desvae
    de la Scuola dei Carmini.

    Tampoco en el palacio Irreal de Madrid:
    la fiera apoteosis de la corona enferma
    que naufraga en las aguas abisales y altivas
    de los dioses y héroes.

    Solo pensé en el cielo,
    en las nubes rosadas y al mismo tiempo grises,
    en la bóveda azul tan frágil y tan plácida
    viajando lentamente hacia la noche
    que ya pintaba Rembrandt.

    COME DIPINTE DA TIEPOLO
    Su uno sfondo di antenne e tetti
    una sera d'autunno dopo la pioggia
    abbiamo visto passare gli uccelli migratori
    e un grigio chiaro e delle fugaci nuvole
    come dipinte da Tiepolo.

    Non ho pensato alla Repubblica d'Oro
    in infiniti canali che la morte governa,
    dove la chiara salsedine sbiadisce gli azzurri
    della Scuola dei Carmini.

    Neanche nel palazzo Irreale di Madrid:
    la fiera apoteosi della Corona malata
    che naufraga nelle acque abissali e altezzose
    degli dei e degli eroi.

    Ho solo pensato nel cielo,
    nelle nuvole rosa e al medesimo tempo grigie,
    nella volta azzurra così fragile e così placida
    viaggiando lentamente verso la notte
    che Rembrandt stava già dipingendo.

    ---
    MAÑANA DE PASCUA
    (Caspar David Friedrich)
    Las mujeres, calladas, contemplan el camino
    que se pierde en el páramo espectral y brumoso.

    Esqueleto del alma, los árboles desnudos,
    como dos urnas negras enmarcan el paisaje.

    Y aunque las ramas tienen algunos brotes tiernos
    no pueden impedir la profusión de espinas.

    Bajo la luz dudosa del recuerdo de un sueño
    se esfuman a lo lejos ciertas sombras extrañas.

    Todo es simple y solemne como el astro radiante
    que enciende en el espacio una pálida hoguera.

    Por su altura en el cielo debe de ser la luna,
    parece, sin embargo, un sol recién nacido.

    Pero no canta el gallo y aún dormitan las bestias.
    ¿Amanece? ¿anochece? algo está sucediendo.

    La muerte esta mañana es débil e imprecisa.
    El frío está pintado de forma minuciosa.

    MATTINO DI PASQUA
    Le donne, in silenzio, contemplano il cammino
    che si perde nel paramo spettrale e brumoso.

    Scheletro dell'anima, gli alberi spogli,
    come due urne nere incorniciano il paesaggio.

    E anche se i rami hanno alcuni teneri germogli
    non possono impedire la profusione di spine.

    Nella dubbia luce del ricordo di un sogno
    svaniscono in lontananza certe strane ombre.

    Tutto è semplice e solenne come il radioso astro
    che accende nello spazio un pallido fuoco.

    Dalla sua altezza nel cielo deve essere la luna,
    sembra, tuttavia, un sole appena nato.

    Ma il gallo non canta e le bestie ancora dormicchiano.
    Albeggia? Fa notte? Qualcosa sta succedendo.

    La morte questa mattina è debole e imprecisa.
    Il freddo è dipinto in forma minuziosa.

    ---
    ENTRE DOS FOTOGRAFÍAS
    José María Jurado Prieto in memoriam
    Aquel almendro en flor ya lo sabía
    y quiso bendecirte con sus rosas,
    nadie debe morir en primavera.

    Ahora tú eres ceniza y yo una sombra
    que persigue tu luz en los retratos
    bajo la ausencia en sepia del recuerdo:

    nunca hubiera podido levantarte
    con el amora con el que tú me alzabas
    en el verano del setenta y cuatro.

    Son sagrados los restos de la vida
    y aunque nada hay de ti en esta urna,
    pues gozas de la gloria de los justos.

    yo la levanto al sol y digo padre,
    padre mío que estás en los cielos
    ahora y en la hora de mi muerte.

    TRA DUE FOTOGRAFIE
    Quel mandorlo in fiore lo sapeva già
    e ha voluto benedirti con le sue rose,
    nessuno dovrebbe morire in primavera.

    Ora tu sei cenere e io un'ombra
    che rincorre la tua luce nei ritratti
    sotto l'assenza in seppia del ricordo:

    Non avrei mai potuto sollevarti
    con l'amore con cui tu mi sollevavi
    nell'estate del settantaquattro.

    Sono sacri i resti della vita
    e sebbene non ci sia nulla di te in quest'urna,
    godi della gloria dei giusti tuttavia,

    la sollevo al sole e dico padre,
    padre mio che sei nei cieli
    ora e nell'ora della mia morte.

    ---
    LUNA LLENA EN PLAZA NAVONA
    Bajo la sombra grave de la noche
    y decrépitas calles que oficiaban
    un tributo macabro a la belleza,
    llegamos a la plaza y a la luna
    como quien llega al mar, aquí, la muerte.

    En esta elipse orbita
    la perfección del barroco.

    Sobre el antiguo estadio de Domiciano
    los palacios y fuentes se suceden,
    se suceden los pórticos, las cúpulas,
    y la Iglesia Triunfante glorifica
    la sangre de los mártires.

    No hay muchos escenarios así sobre la tierra,
    pero si apartas el telón verás los huesos
    apilados tras siglos de dolor.

    Aún rugen en las gradas las masas poseídas
    por una sed de sangre no saciada
    y entre aquellas hogueras la pureza
    subía hacia los cielos como un cántico.

    Mirad la luna llena,
    hecha del mismo mármol que los siglos
    alumbrando los ojos de los muertos,
    viene a pasar revista a sus legiones.

    ¿Por qué estamos aquí?

    LUNA PIENA IN PIAZZA NAVONA
    Sotto la grave ombra della notte
    e decrepite strade che officiavano
    un tributo macabro alla bellezza,
    siamo arrivati alla piazza e alla luna
    come chi giunge al mare, qui, la morte.

    In questa ellisse orbita
    la perfezione del barocco.

    Sopra l'antico stadio di Domiziano
    i palazzi e le fontane si susseguono,
    si susseguono i portici, le cupole,
    e la Chiesa trionfante glorifica
    il sangue dei martiri.

    Non ci sono molti scenari siffatti sulla terra,
    ma se sposti il sipario vedrai le ossa
    ammassate da secoli di dolore.

    Ancora ruggiscono sui gradini le masse possedute
    da una sete di sangue non saziata
    e tra quei roghi la purezza
    saliva in cielo come un cantico.

    Guardate la luna piena
    fatta con lo stesso marmo dei secoli
    illuminando gli occhi dei morti,
    viene a esercitare il controllo sulle sue legioni.

    Perché siamo qui?

    ---
    ÁGUILAS, 14
    [Sevilla]
    «So many, I had not thought death had undone so many»*
    T.S. Eliot, La tierra baldía
    Llueve sobre la casa de mi madre.
    El agua descuartiza las paredes.
    De pie, bajo la lluvia, ante el umbral contemplo
    cómo pasan las sombras,
    cómo pasan las sombras de las sombras,
    a través de los siglos y los siglos.

    Este solar,
    que alguna vez fue huerta, cuadra,
    horno de pan, taller de alfarería,
    vio desfilar las águilas de Roma
    y ya llevaba mil años habitado.
    Desde aquel remotísimo fenicio
    que atravesó la niebla y los pantanos
    y cobijó sus sueños tras un muro
    en el siglo, ¿cuál?, antes del tiempo.

    En su recinto
    hubo alegría y duelo;
    en primavera, flores y, en el invierno, lumbre.
    Engendrados y muertos en la casa
    se sucedieron hombres y mujeres
    bajo los alminares y los galeones
    como las hojas de los árboles.

    Acaso pudo dar refugio
    a un soldado de Urbina
    o alojar a una escuadra de dragones franceses,
    y escuchó –esto es seguro-
    Las radiadas arengas de Queipo de Llano
    («y nadie se atrevía a asomarse a las ventanas»).

    Sentados a la mesa cuatro niños
    atienden a sus juegos.
    Mi madre borda y canta,
    junto al balcón su padre lee
    y una luz cereal ilumina la estancia.
    Es una tarde clara de verano.
    La última.

    Pasajeros terrestres de la casa.

    ÁGUILAS, 14
    [Sevilla]
    «So many, I had not thought death had undone so many»*
    T.S. Eliot, La tierra baldía

    Piove sulla casa di mia madre.
    L'acqua distrugge le pareti.
    In piedi sotto la pioggia, dinanzi alla soglia contemplo
    come passano le ombre,
    come passano le ombre delle ombre,
    attraverso i secoli e i secoli.

    Questa abitazione,
    che una volta fu frutteto, borgo,
    forno per il pane, laboratorio di ceramica,
    ha visto sfilare le aquile di Roma
    ed era abitata già da mille anni.
    Da quel remotissimo fenicio
    che attraversò la nebbia e le paludi
    e protesse i suoi sogni dietro un muro
    nel secolo, quale?, prima del tempo.

    Nel suo recinto
    vi fu allegria e lutto;
    in primavera, fiori e, in inverno, fuoco.
    Generati e morti in casa
    si sono succeduti uomini e donne
    sotto i minareti e i galeoni
    come le foglie degli alberi.

    Forse poté dare rifugio
    a un soldato di Urbina
    o alloggiare un'unità di draghi francesi,
    e sentì -questo è certo-
    le arringhe via radio di Queipo de Llano
    ("e nessuno osava affacciarsi alle finestre").

    Seduti a tavola quattro bambini
    si occupano dei loro giochi.
    Mia madre ricama e canta,
    accanto al balcone suo padre legge
    e una luce di cereale illumina la stanza.
    È un luminoso pomeriggio d'estate.
    L'ultimo.

    Passeggeri terrestri della casa.

    *«Tantos, nunca creí que la muerte hubiera deshecho a tantos»

    «Mai avrei creduto che morte, tanta ne avesse disfatta»

    N.B.: Águilas, 14 è una strada di Siviglia

    ---
    DREAM A LITTLE DREAM OF ME

    No conozco la flor del sicomoro,
    pero he vivido muchos años
    en el país azul de la tristeza,
    allí aprendí a escuchar el canto de los pájaros.

    No sé soñar despierto, solo sé soñar;
    para que tú las cobijes he arrojado a tu sueño
    un puñado de estrellas irisadas.

    Si alguna vez despertamos brillarán a lo lejos
    como en una bahía o una vieja canción.

    DREAM A LITTLE DREAM OF ME
    Non conosco il fiore del sicomoro,
    ma ho vissuto molti anni
    nel paese blu della tristezza,
    lì ho imparato il canto degli uccelli.

    Non so sognare ad occhi aperti, so solo sognare;
    affinché tu le protegga ho scagliato nel tuo sogno
    una manciata di stelle iridescenti.

    Se mai ci sveglieremo brilleranno lontano
    come in una baia o in una vecchia canzone.


     

  • CUENCA, IL GRAN POETA
    CHE FONDE CULTURA E VITA
    E ARMONIZZA GLI OPPOSTI

    data: 22/06/2021 13:28

    Luis Alberto de Cuenca (Madrid, 29 dicembre 1950) è un ellenista spagnolo, filologo, poeta, traduttore, saggista, editorialista, critico ed editore letterario. È membro a pieno titolo dell'Accademia Reale di Storia, membro dell'Accademia di Belle Lettere di Granada, membro del Consiglio Reale di Fondazione del Museo del Prado e membro della giuria per il Premio Principessa delle Asturie per la Letteratura. Santos Domínguez Ramos, prestigioso critico letterario spagnolo, definisce la poesia di Cuenca come "una voce lirica plurale che coniuga tradizione e modernità non solo nel campo espressivo, ma anche nel repertorio tematico, aprendo canali di comunicazione tra cultura classica e di massa, tra il mondo greco-latino e universo pop, tra l'epopea medioevale e il comico, tra cinema e letteratura. Una delle chiavi fondamentali dell'opera di Luis Alberto de Cuenca è la capacità di assumere nel suo sguardo un mondo bifronte e di trasmetterlo nella sua poesia in un ammirevole esercizio di integrazione. È una poetica che completa, che armonizza gli opposti e fonde cultura e vita, distanza ironica e passione sentimentale, comunicazione e conoscenza, linguaggio letterario e linguaggio quotidiano, malessere e celebrazione. Tali elementi eterogenei contribuiscono a generare una poesia figurativa che ha i suoi riferimenti tematici in materie come l'amore, la memoria o l'amicizia, la sua cornice spaziale negli ambienti urbani e i suoi modelli formali nella narratività, nell'iperrealismo e nella linea chiara. Ogni poesia ha una vocazione narrativa che potrebbe essere il seme di una storia in cui realtà e desiderio, memoria e presente, linguaggio colloquiale e allusioni colte, vita e arte, esperienza e letteratura danno le chiavi di lettura a una poetica della fusione che rende compatibili, nella voce del poeta, la disinvoltura mondana e la classicità."

    COLLIGE, VIRGO, ROSAS
    Niña, arranca las rosas, no esperes a mañana.
    Córtalas a destajo, desaforadamente,
    sin pararte a pensar si son malas o buenas.
    Que no quede ni una. Púlete los rosales
    que encuentres a tu paso y deja las espinas
    para tus compañeras de colegio. Disfruta
    de la luz y del oro mientras puedas y rinde
    tu belleza a ese dios rechoncho y melancólico
    que va por los jardines instilando veneno.
    Goza labios y lengua, machácate de gusto
    con quien se deje y no permitas que el otoño
    te pille con la piel reseca y sin un hombre
    (por lo menos) comiéndote las hechuras del alma.
    Y que la negra muerte te quite lo bailado.

    COLLIGE, VIRGO, ROSAS
    Fanciulla, strappa le rose, non aspettare domani.
    Tagliale a brandelli, forsennatamente,
    senza fermarti a pensare se sono buone o guaste.
    Che non ne resti nemmeno una. Distruggi i rosai
    che troverai sul tuo cammino e lascia le spine
    per i tuoi compagni di scuola. Godi
    della luce dell'oro finché puoi e rendi
    la tua bellezza a quel dio paffuto e malinconico
    che va per i giardini instillando veleno.
    Godi di labbra e lingua, frantumati di piacere
    con chi lo concede e non permettere che l'autunno
    ti colga con la pelle inaridita e senza un uomo
    (almeno) divorandoti i lineamenti dell'anima.
    E che la nera morte ti sottragga di quanto ti ha deliziato.


    ---
    POLITICAL INCORRECTNESS

    para Alicia
    Sé buena, dime cosas incorrectas
    desde el punto de vista político. Un ejemplo:
    que eres rubia. Otro ejemplo: que Occidente
    no te parece un monstruo de barbarie
    dedicado a la sórdida tarea
    de cargarse el planeta. Otro: que el multi-
    culturalismo es un nuevo fascismo,
    solo que más hortera, o que disfrutas
    pegando a un pedagogo o a un psicólogo,
    o que el Mediterráneo te horroriza.
    Dime cosas que lleven a la hoguera
    directamente, dime atrocidades
    que cuestionen verdades absolutas
    como: «No creo en la igualdad». O dime
    cosas terribles como que me quieres
    a pesar de que no soy de tu sexo,
    que me quieres del todo, con locura,
    para siempre, como querían antes
    las hembras de la Tierra.

    POLITICAL INCORRECTNESS
    Sii buona, dimmi cose scorrette
    dal punto di vista politico. Un esempio:
    che sei bionda. Un altro esempio: che l'Occidente
    non ti sembra un mostro di barbarie
    dedito al sordido compito
    di distruggere il pianeta. Un altro: che il multi-
    culturalismo è un nuovo fascismo,
    soltanto più grossolano, o che ti diverti
    nel picchiare un pedagogo o uno psicologo,
    o che il Mediterraneo ti fa orrore.
    Dimmi cose che portino direttamente
    alle fiamme, dimmi atrocità
    che contestino verità assolute
    come: "Non credo nell'uguaglianza". O dimmi
    cose terribili come che mi ami
    anche se non sono del tuo sesso,
    che mi ami completamente, alla follia,
    per sempre, come amavano prima
    le femmine della Terra.

    ---
    VARIACIÓN SOBRE UN TEMA DE MIMNERMO
    Fuera de los regalos que dispensa Afrodita,
    lejos de los placeres de la carne, ¿qué queda
    que pueda resultar medianamente grato,
    cuando lo principal nos dejó para siempre?
    No es solo fealdad lo que trae la vejez,
    sino también ruindad. De viejos, contemplamos
    el mundo con rencor. Nos parece imposible
    que haya acabado todo tan pronto, y se nos frunce
    el ceño, y comenzamos a detestar palabras
    como ‘joven’, ‘frescor’, ‘lozanía’, ‘verano’,
    y nos hacemos turbios, con posos permanentes
    en el alma, envidiosos de cuanto nos rodea.
    Esos cuerpos triunfantes, esas miradas limpias
    e ingenuas, esos pechos erguidos, esos muslos
    compactos continúan tentando nuestra carne
    fofa, inútil, añosa. Siguen soliviantándonos
    como antes. Pero antes no éramos invisibles
    para ellos, y ahora somos apenas sombras
    que salen a su paso, regiones devastadas
    por la edad, repulsivas reliquias de otro tiempo.

    VARIAZIONE SU UN TEMA DI MIMNERMO
    Oltre ai doni che dispensa Afrodite,
    lontano dai piaceri della carne, cosa resta
    che possa risultare moderatamente piacevole,
    quando la cosa principale ci ha lasciato per sempre?
    Non è solo bruttezza ciò che porta la vecchiaia,
    ma anche meschinità. Da vecchi, contempliamo
    il mondo con rancore. Ci sembra impossibile
    che tutto sia finito così presto, e aggrottiamo
    le sopracciglia, e cominciato a detestare parole
    come "giovane", "freschezza", "floridezza", "estate",
    e diventiamo torbidi, con accumuli permanenti
    nell'anima, invidiosi di quanto ci circonda.
    Quei corpi trionfanti, quegli sguardi puliti
    e ingenui, quei seni eretti, quelle cosce
    compatte continuano a tentare la nostra carne
    flaccida, inutile, annosa. Continuano ad istigarci
    come prima. Ma prima non eravamo invisibili
    per essi, e ora siamo a malapena ombre
    che escono sulla loro scia, regioni devastate
    dall'età, ripugnanti reliquie d'altri tempi.

    ---
    ABRE TODAS LAS PUERTAS
    Abre todas las puertas: la que conduce al oro,
    la que lleva al poder, la que esconde el misterio
    del amor, la que oculta el secreto insondable
    de la felicidad, la que te da la vida
    para siempre en el gozo de una visión sublime.
    Abre todas las puertas sin mostrarte curioso
    ni prestar importancia a las manchas de sangre
    que salpican los muros de las habitaciones
    prohibidas, ni a las joyas que revisten los techos,
    ni a los labios que buscan los tuyos en la sombra,
    ni a la palabra santa que acecha en los umbrales.
    Desesperadamente, civilizadamente,
    conteniendo la risa, secándote las lágrimas,
    en el borde del mundo, al final del camino,
    oyendo cómo silban las balas enemigas
    alrededor y cómo cantan los ruiseñores,
    no lo dudes, hermano: abre todas las puertas.
    Aunque nada haya dentro.

    APRI TUTTE LE PORTE
    Apri tutte le porte: quella che conduce all'oro,
    quella che porta al potere, quella che nasconde il mistero
    dell'amore, quella che occulta il segreto insondabile
    della felicità, quella che ti dà la vita
    per sempre nella gioia di una visione sublime.
    Apri tutte le porte senza mostrarti curioso
    senza prestare importanza alle macchie di sangue
    che schizzano i muri delle stanze
    proibite, nemmeno ai gioielli che rivestono i tetti,
    né alle labbra che cercano le tue nell'ombra,
    né alla parola santa che scruta nelle soglie.
    Disperatamente, civilmente,
    trattenendo il riso, asciugandoti le lacrime,
    sul bordo del mondo, alla fine della strada,
    sentendo come sibilano le pallottole nemiche
    intorno e come cantano gli usignoli,
    non dubitare, fratello: apri tutte le porte.
    Anche se non ci sia niente dentro.

    ---
    LA MALCASADA

    a Jon Juaristi

    Me dices que Juan Luis no te comprende,
    que sólo piensa en sus computadoras
    y que no te hace caso por las noches.
    Me dices que tus hijos no te sirven,
    que sólo dan problemas, que se aburren
    de todo y que estás harta de aguantarlos.
    Me dices que tus padres están viejos,
    que se han vuelto tacaños y egoístas
    y ya no eres su reina como antes.
    Me dices que has cumprido los cuarenta
    y que no es fácil empezar de nuevo,
    que los únicos hombres con que tratas
    son colegas de Juan en IBM
    y no te gustan los ejecutivos.
    Y yo, ¿qué es lo que pinto en esta historia?
    ¿Qué quieres que haga yo? ¿Que mate a alguien?
    ¿Que dé un golpe de estado libertario?
    Te quise como un loco. No lo niego.
    Pero eso fue hace mucho, cuando el mundo
    era una reluciente madrugada
    que no quisiste compartir conmigo.
    La nostalgia es un burdo pasatiempo.
    Vuelve a ser la que fuiste. Ve a un gimnasio,
    píntate más, alisa tus arrugas
    y ponte ropa sexy, no seas tonta,
    que a lo mejor Juan Luis vuelve a mimarte,
    y tus hijos se van a un campamento,
    y tus padres se mueren.

    LA MALMARITATA
    Mi dici che Juan Luis non ti comprende,
    che pensa solo ai suoi computer
    e che non ti presta attenzione nelle notti.
    Mi dici che i tuoi figli non ti servono,
    che danno solo problemi, che si annoiano
    di tutto e che sei stanca di sopportarli.
    Mi dici che i tuoi genitori sono vecchi,
    che sono diventati taccagni ed egoisti
    e tu non sei più la loro regina come prima.
    Mi dici che hai compiuto i quaranta
    e che non è facile ricominciare,
    che gli unici uomini con cui hai a che fare
    sono i colleghi di Juan all'IBM
    e non ti piacciono i dirigenti.
    E io, cos'è che dipingo in questa storia?
    Cosa vuoi che io faccia? Che uccida qualcuno?
    Che faccia un colpo di stato libertario?
    Ti ho amato come un pazzo. Non lo nego.
    Ma è stato molto tempo fa, quando il mondo
    era una luminosa alba
    che non hai voluto condividere con me.
    La nostalgia è uno spregevole passatempo.
    Torna ad essere quella che eri. Vai in palestra
    truccati di più, stira le rughe
    e mettiti vestiti sexy, non essere sciocca,
    che forse Juan Luis torna a vezzeggiarti,
    e i tuoi figli vadano in campeggio,
    e i tuoi genitori muoiano.

    ---
    PRONTO OLVIDARÁS TODO
    Pronto olvidarás todo.
    Pronto te olvidarán.
    Nuestra materia prima es el olvido.
    Dónde está aquel pasaje del Nibelungenlied,
    dónde aquella mirada de fuego inextinguible,
    dónde aquella visión de tu desnudo
    entre las sombras de la biblioteca,
    dónde aquellas palabras que resonaron, crueles,
    durante tantos años,
    en mi alma.
    Dónde están.
    Qué se hicieron.
    El bien y el mal, lo hermoso y lo terrible
    de tu ínfima existencia pasaron, de la misma
    manera que pasaron los imperios, las rosas,
    los tebeos del sábado,
    las lágrimas de miedo y de impotencia
    que traía la noche con su muerte diaria.

    Tu memoria está a punto de irse para siempre
    y de dejarte solo, sin recuerdos.

    Pronto olvidarás todo.
    Pronto te olvidarán.

    PRESTO DIMENTICHERAI TUTTO
    Presto dimenticherai tutto.
    Presto ti dimenticheranno.
    La nostra materia prima è l'oblio.
    Dov'è quel passaggio del Nibelungenlied,
    dove quello sguardo di fuoco inestinguibile,
    dove quella visione del tuo nudo
    tra le ombre della biblioteca,
    dove quelle parole che risuonarono, crudeli,
    per tanti anni,
    nella mia anima?
    Dove sono?
    Dove sono finite?
    Il bene il male, il bello e quanto terribile
    della tua infima esistenza è passato, nella stessa
    maniera in cui son passati gli imperi e le rose,
    i fumetti del sabato,
    le lacrime di paura e d'impotenza
    che la notte con la sua morte quotidiana portava.

    La tua memoria è sul punto di andarsene per sempre
    e di lasciarti da solo, senza ricordi.

    Presto dimenticherai tutto.
    Presto ti dimenticheranno.

    ---
    VERANO ETERNO
    Hay quien nos dice: «Amigos, esta historia
    ya no va a durar mucho. El invierno se acerca».
    Y le decimos: «Somos caballeros
    del verano. El invierno no llegará a alcanzarnos.
    Mientras el cuerpo aguante,
    cantaremos canciones para olvidar el frío.
    En las canciones es verano siempre».

    ESTATE ETERNA
    C'è chi ci dice: «Amici, questa storia
    non durerà molto. L'inverno si avvicina».
    E gli diciamo: «Siamo signori
    dell'estate. L'inverno non giungerà da noi.
    Finché il corpo resista,
    canteremo canzoni per dimenticare il freddo.
    Nelle canzoni è sempre estate».

    ---
    MEMORIA DE TUS OJOS AL DESPERTAR
    Quítame la guirnalda de tu risa
    de encima de la tumba, róbame
    el póstumo recuerdo de tus besos,
    entrégame a la noche del olvido
    total, que es finalmente lo que toca
    en esta coyuntura de la muerte,
    pero hay algo que nunca lograréis
    ni tú ni la tiniebla que me cubre,
    y es que me muera sin hacer memoria,
    aunque sea un segundo, de la cara
    que me ponías al abrir los ojos
    cada mañana, de esa cara llena
    de vida, de esos ojos iniciándose
    en la fiesta del mundo, en la alegría
    de existir, y que ahora, al otro lado
    del espejo, de alguna forma mágica,
    guían mis pasos en la oscuridad.

    MEMORIA DEI TUOI OCCHI AL RISVEGLIO
    Toglimi la ghirlanda della tua risata
    da sopra la tomba, rubami
    il postumo ricordo dei tuoi baci,
    consegnami alla notte dell'oblio
    totale, che è finalmente quel che tocca
    in questa congiuntura della morte,
    ma c'è qualcosa che mai otterrete
    né tu né la tenebra che mi copre,
    ed è che io muoia senza ricordare,
    anche fosse per un secondo, il viso
    che mi porgevi nell'aprire gli occhi
    ogni mattina, quel viso pieno
    di vita, quegli occhi iniziandosi
    nella festa del mondo, nella gioia
    di esistere, e che ora, dall'altra parte
    dello specchio, in qualche magica forma,
    guidano i miei passi nell'oscurità.

    ---
    JULIA
    Mientras haya ciudades, iglesias y mercados,
    y traidores, y leyes injustas, y banderas;
    mientras los ríos sigan vertiendo su basura
    en el mar y los vientos soplen en las montañas;
    mientras caiga la nieve y los pájaros vuelen,
    y el Sol salga y se ponga, y los hombres se maten;
    mientras alguien regrese, derrotado, a su cuarto
    y dibuje en el aire la V de la victoria;
    mientras vivan el odio, la amistad y el asombro,
    y se rompa la tierra para que crezca el trigo;
    mientras tú y yo busquemos el medio de encontrarnos
    y nuestro encuentro sea poco más que silencio,
    yo te estaré queriendo, vida mía, en la sombra,
    mientras mi pecho aliente, mientras mi voz alcance
    la estela de tu fuga, mientras la despedida
    de este amor se prolongue por las calles del tiempo.

    JULIA
    Finché ci saranno città, chiese e mercati,
    e traditori, e leggi ingiuste e bandiere;
    finché i fiumi continueranno a gettare la loro sporcizia
    nel mare e i venti soffieranno sulle montagne;
    finché cadrà la neve e voleranno gli uccelli,
    e il sole sorgerà e tramonterà, e gli uomini si uccideranno;
    finché qualcuno tornerà, distrutto, nella sua stanza
    e disegnerà nell'aria la V della vittoria;
    finché vivranno l'odio, l'amicizia e lo stupore,
    e si romperà la terra per far crescere il grano;
    finché tu ed io cercheremo il modo d'incontrarci
    e il nostro incontro sarà poco più che il silenzio,
    io ti starò amando, vita mia, nell'ombra,
    finché il mio petto respirerà, finché la mia voce raggiungerà
    la scia della tua fuga, finché il congedo
    di questo amore si prolungherà lungo le strade del tempo.

    ---
    AMOUR FOU
    Los reyes se enamoran de sus hijas más jóvenes.
    Lo deciden un día, mientras los cortesanos
    discuten sobre el rito de alguna ceremonia
    que se olvidó y que debe regresar del olvido.
    Los reyes se enamoran de sus hijas, las aman
    con látigos de hielo, posesivos, feroces,
    obscenos y terribles, agonizantes, locos.
    Para que nadie pueda desposarlas, plantean
    enigmas insolubles a cuantos pretendientes
    aspiran a la mano de las princesas. Nunca
    se vieron tantos príncipes degollados en vano.

    Los reyes se aniquilan con sus hijas más jóvenes,
    se rompen, se destrozan cada noche en la cama.
    De día, ellas se alejan en las naves del sueño
    y ellos dictan las leyes, solemnes y sombríos.

    AMOUR FOU
    I re s'innamorano delle loro figlie più giovani.
    Lo decidono un giorno, mentre i cortigiani
    discutono sul rito di qualche cerimonia
    dimenticata e che deve tornare dall'oblio.
    I re si innamorano delle loro figlie, le amano
    con fruste di ghiaccio, possessivi, feroci,
    osceni e terribili, agonizzanti, folli.
    Affinché nessuno possa sposarle, pongono
    enigmi insolubili a quanti pretendenti
    aspirino alla mano di principesse. Mai
    si sono visti tanti principi sgozzati invano.

    I re si annichiliscono con le loro figlie più giovani,
    si sconquassano, si dilaniano ogni notte nel letto.
    Di giorno, esse si allontanano sulle navi del sogno
    ed essi dettano le leggi, solenni e adombrati.
     

  • LE POESIE DI J. C. MESTRE
    PER RESTITUIRE
    SIGNIFICATO ALLE PAROLE

    data: 12/06/2021 17:37

    “La poesia, che è parola nel tempo, è la particella elementare della lingua dei popoli. Parla alla folla che non esiste". Restituire il significato alle parole. Questa è la missione della poesia per il poeta Juan Carlos Mestre (da una sua intervista a El País): è necessario che le parole riacquistino il loro significato. Ripopolino spiritualmente il mondo. Mestre (Villafranca del Bierzo, León, Spagna, 15 aprile 1957) è poeta, artista visivo saggista e musicista. Premio Castilla y León per la Letteratura nel 2018 per la sua opera complessiva, ha ricevuto altri importanti riconoscimenti come il Premio Nazionale di Poesia (2009) per il suo libro La casa roja; vincitore del Premio Adonáis (1982) per Antífona del otoño en el valle del Bierzo, premio Gil de Biezma (1992)...

    SELEZIONE DI POESIE

    EL VALLE
    Nada es la belleza. Mirad el sol,
    su lluvia luminosa de pedernal caliente
    que humildes hace ser sobre la tierra
    los serenos labios y bellos de lo joven.

    Ahora sabrás por qué bajo la voz de la noche
    mi país se oscurece, campo de tirsos
    donde verdea el musgo triste de lo anciano.

    No hay consolación, sobre esta piedra
    se pudren los ojos del conde Luna
    lamidos por la sombra gris del abandono.

    Como la nieve que cae sobre los cedros,
    como la noche lenta en que reside
    y se hace blanca hacia nosotros
    su condición tan leve de ceniza.

    Toda la noche llamó la noche a los caballos,
    toda la noche por un mar de estrellas apagadas
    cruzaron mi corazón sus ojos puros.

    Como astros sin luz bajo las piedras,
    como espejos cansados que no fulgen,
    como arenas del mar bajo la nieve.

    Pasaron con su corazón tronchando ramas
    cruzaron lentos relinchando la espesura
    por los calveros súbitos del bosque.

    Poderosa es la luz, el tacto de la lluvia
    que cae sobre los valles del Seo y de Valcarce,
    sobre las aldeas y la alta obsidiana de los montes
    y los bosques de encinos y de rojos alerces.

    Llueve, llueve en mi corazón y en los oteros de Cela,
    llueve sin misericordia sobre los pastizales tiernos
    donde plácidos rebaños pacen sumergidos
    la hierba nueva del invierno.

    Para la contemplación ha nacido la luz su deseo,
    para la inmóvil tristeza de la paciencia extendida
    que ha dictado la aurora sobre los fríos parajes.

    Así la primavera, la tallada pasión de lo que crece
    como un ala de dolor sobre los campos se ha dormido,
    fuente abandonada que cae sobre los pilos longevos de piedra.

    Admítete conmigo, hemos nacido aquí, no moriremos
    rebrotará el corazón del légamo sus címbalos
    y el agua de apacible bondad al manantial sereno.

    Oh flor de la gavanza, oloroso aire del romero
    que al paso de las corzas aromas el camino.

    Yo te desconozco, castaño donde hoy brujan los hielos
    y el cálido soplo de la vida no ha existido.

    Mi pueblo, el padre de mi padre,
    el triste, el pueblo,
    como una dulce bestia ha entrado en el otoño.

    LA VALLE
    Nulla è la bellezza. Guardate il sole
    la sua pioggia luminosa di selce incandescente
    quanto umile rende sulla terra
    le belle e serene labbra di ciò che è giovane.

    Ora saprai perché sotto la voce della notte
    il mio paese imbrunisce, campo di tirsi
    dove verdeggia il muschio triste di ciò che è anziano.

    Non c'è consolazione, su questa pietra
    imputridiscono gli occhi del conte di Luna
    lambiti dall'ombra grigia dell'abbandono.

    Come la neve che cade sui cedri,
    come la notte lenta in cui risiede
    e si fa bianca verso di noi
    la sua condizione così lieve di cenere.

    Tutta la notte la notte ha chiamato i cavalli,
    tutta la notte lungo un mare di stelle spente
    i suoi occhi puri attraversarono il mio cuore.
    Come astro senza luce sotto le pietre,
    come specchi stanchi che non rifulgono,
    come sabbie del mare sotto la neve.

    Sono passati con il loro cuore troncando rami,
    attraversarono lentamente nitrendo lungo
    le improvvise radure fitte del bosco.

    Potente è la luce, il tatto della pioggia
    che cade sulle valli del Seo e di Valcarce,
    sui i villaggi e l'alta ossidiana dei monti
    e sui boschi di querce e di rossi larici.

    Piove, piove nel mio cuore e sui colli di Cela,
    Piove senza misericordia sui teneri pascoli
    dove placidi greggi pascono sommersi
    l'erba nuova dell'inverno.

    Per la contemplazione la luce fa nascere il suo desiderio,
    per l'immobile tristezza della prolungata pazienza
    che ha dettato l'aurora sui luoghi freddi.

    Così la primavera, l'intagliata passione di ciò che cresce
    come un'ala di dolore sui campi si è addormentata,
    fonte abbandonata che cade sui longevi pilastri di pietra.

    Ammetti con me, siamo nati qui, non moriremo
    germoglierà di nuovo il cuore del limo i suoi cembali
    e l'acqua di mite bontà nella serena sorgente.

    Oh, fiore della rosa selvatica, profumata aria di rosmarino
    che al passaggio dei caprioli aromatizzi il sentiero.
    Ti disconosco, castagno dove oggi stregano i ghiacci
    e dove il calido alito della vita non è esistito.

    Il mio paese, il padre di mio padre,
    il triste, il paese,
    come una dolce bestia è entrato nell'autunno.

    ---
    LA TUMBA DE KEATS
    (fragmento)
    Llueve, llueve sobre las cúpulas bruñidas por el beneficio,
    sobre los estandartes empapados por la usura del comercio llueve,
    llueve sobre los muros del Pontificado y los altares de lo Absoluto,
    todo el día llueve bronce sobre las campanas, sangre sobre las espuelas,
    llueven monedas de oro sobre el árbol de los abstinentes,
    llueve saliva de óxido sobre la teogonía de los metales,
    sobre las estatuas fundidas con la brevedad de los hombres,
    llueve sobre las llagas barrocas de la fe y sobre la corona de espinas,
    sobre San Sebastián según un modelo de Bernini atravesado por el acero,
    llueve la polilla del psicoanálisis sobre las negras sotanas,
    llueve en las afueras del hombre y en las cercanías del otro hombre que va en él,
    llueve sobre una mujer, la lluvia deja de ser lluvia, la mujer deja de ser mujer,
    llueve sobre lugares húmedos y el agua de los estanques favorable a la peste,
    llueve sobre los puentes y sobre el jardín en la casa de las prostitutas,
    llueve sobre los muchachos amenazados por el resplandor de la velocidad
    y el reclinatorio de los que van a morir a la edad de los príncipes.
    Aquí hay otra escritura, aquí amor y pájaros góticos contra la solemnidad del eco,
    aquí las viejas semillas, la madera de cruz plantada por la mano del romano,
    el burgo erigido hace ahora dos mil bajo las estrellas que inventó Copérnico,
    el mausoleo en cuya avaricia vive predestinada Roma, desvalida y esclava,
    el déspota que huye hacia otra ciudad que no existe en un caballo de hierro.
    Este es el lugar donde el escéptico le da la mano al inmoral
    y llamo inmoral a aquél que carece de la virtud de reconocerse en el otro,
    el insumergible en su mina de talco, el que ejerce la jerarquía como innato derecho
    y construye su tormento sobre la escoria de otros,
    el obsesivo en la negación de los actos ajenos,
    el impostor que muta, el himno con el que se alaba lo que se desprecia,
    la cautela ante el gozo.
    Hablad voces de la decrepitud, hablad bajo los párrafos inciertos
    del que padece memoria,
    lo que bajo las costillas del puente dedicado a la memoria de Umberto Primero
    es escritura de la gran cloaca romana,
    allí donde la deformación de la belleza conduce el pensamiento
    del hombre a la embriaguez,
    donde la persistencia de la hermosura abre su ojo de cíclope y extravía a los adúlteros
    por un paisaje con niebla.
    Toda la vida se parece a mi vida.
    la cabeza de Minerva y la de San Juan Bautista.
    el tributo con que paga el hijo la cripta de su padre.
    el agua del Nilo con que hace su pan el herrero,
    la pasta de polvo con que imita el albañil las piedras,
    la destilación de la música en los pasadizos, la lengua del Tíber abriendo
    las aldabas de la noche,
    toda la vida se parece a mi vida.
    el ojo del insubordinado se parece a mi ojo,
    la boca del inexistente se parece a mi boca,
    el gusano pasta la yema del jaguar, la metafísica hace su aparición en la anestesia,
    el convicto ha cancelado su pacto con la respiración, el papiro ha cerrado
    su acuerdo con las lianas secretas,
    la incinerada vocal de la náusea es inminente.

    LA TOMBA DI KEATS
    (frammento)
    Piove, piove sulle cupole brunite dal beneficio,
    sugli stendardi zuppi dall'usura del commercio piove
    piove sui muri del Pontificato e sugli altari dell'Assoluto,
    tutto il giorno piove bronzo sulle campane, sangue sugli speroni,
    piovono monete d'oro sull'albero degli astinenti,
    piove saliva di ossido sopra la teogonia dei metalli,
    sulle statue fuse con la brevità degli uomini,
    piove sulle piaghe barocche della fede e sulla corona di spine,
    su San Sebastiano secondo un modello di Bernini trafitto dall'acciaio,
    piove il tarlo della psicoanalisi sulle tonache nere,
    piove nei dintorni dell'uomo e nelle adiacenze dell'altro uomo che c'è in lui,
    piove su una donna, la pioggia cessa di essere pioggia, la donna cessa di essere donna,
    piove su luoghi umidi e sull'acqua degli stagni favorevoli alla peste,
    piove sui ponti e sul giardino nella casa delle prostitute,
    piove sui ragazzi minacciati dal bagliore della velocità
    e sull'inginocchiatoio di coloro che moriranno all'età dei principi.
    Qui c'è un'altra scrittura, qui amore e uccelli gotici contro la solennità dell'eco,
    qui i vecchi semi, il legno di croce piantato dalla mano del romano,
    il borgo eretto duemila anni fa sotto le stelle inventate da Copernico,
    il mausoleo nella cui avidità vive predestinata Roma, indifesa e schiava,
    il despota che fugge verso un'altra città che non esiste, su un cavallo di ferro.
    Questo è il luogo dove lo scettico stringe la mano all'immorale
    e definisco immorale colui che manca della virtù di riconoscersi nell'altro,
    l'inaffondabile nella sua miniera di talco, colui che esercita la gerarchia come diritto innato
    e costruisce il suo tormento sulle scorie di altri,
    l'ossessivo nella negazione degli atti altrui,
    l'impostore che muta, l'inno con cui si loda ciò che si disprezza,
    la cautela dinanzi al piacere.
    Parlate voci della decrepitezza, parlate sotto i paragrafi incerti
    di chi patisce memoria,
    ciò che sotto le costole del ponte dedicato alla memoria di Umberto Primo
    è scrittura della grande cloaca romana,
    là dove la deformazione della bellezza conduce il pensiero
    dell'uomo all'ubriachezza,
    dove la persistenza della bellezza apre il suo occhio da ciclope e travia gli adulteri
    lungo un paesaggio con nebbia.
    Tutta la vita somiglia alla mia vita.
    la testa di Minerva e quella di San Giovanni Battista.
    il tributo con cui il figlio paga la cripta di suo padre.
    L'acqua del Nilo con cui il fabbro fa il suo pane,
    la pasta di polvere con cui il muratore imita le pietre,
    la distillazione della musica nei corridoi, la lingua del Tevere aprendo
    i battenti della notte,
    tutta la vita somiglia alla mia vita.
    L'occhio dell'insubordinato somiglia al mio occhio,
    la bocca dell'inesistente somiglia alla mia bocca,
    il verme pascola il midollo del giaguaro, la metafisica fa la sua apparizione nell'anestesia,
    il condannato ha annullato il suo patto con la respirazione,
    il papiro ha chiuso il suo accordo con le liane segrete,
    l'incenerita vocale della nausea è imminente.

    ---
    EL ADEPTO
    He leído durante toda la noche el Discurso sobre la dignidad del hombre de Pico de la Mirándola,
    de él se deduce que el 14 de mayo de 1486 no existe,
    que la primavera y la juventud son hijas de Marsilio Ficino,
    que la belleza es por derecho mitológico esposa del trípode y el camaleón.

    Acepto haber leído el destino en un vaso de agua seis mil años antes de la muerte de Platón,
    acepto haber alimentado a un animal de uñas curvas,
    acepto la influencia de los magos persas.
    No tengo hijos, ¿acaso he cometido un crimen?
    Tampoco tengo energías para la épica.
    Confieso adorar descalzo el triángulo de la piedad que otros llaman cubo de Zoroastro,
    confieso mi creencia en la teología del número 7 y la gestación de los donantes de calor,
    confieso mi fe en Timeo de Locros astrónomo de lo diverso.

    He leído durante toda la noche el árbol de la conjetura,
    de sus frutos he traído a mi casa la escalera circular junto a la que Jacob tuvo un sueño
    y el testimonio sobre la naturaleza celeste de todas las piedras.

    Asumo haber prestado atención a lo que impide,
    asumo la visitación del pródigo y la música de las esferas,
    asumo no haber dejado escrito nada que no me haya sucedido en el futuro.

    He leído durante toda la noche el Discurso sobre la dignidad del hombre,
    de él se deduce la aritmética del mar y la Ley bajo la corteza de la encina,
    de él se deduce el río de la ciencia y la golondrina de los caldeos,
    de él se deduce la inexistencia de la muerte y la fecundidad de lo discutible.

    L'ADEPTO
    Ho letto durante tutta la notte il Discorso sulla dignità dell'uomo di Pico della Mirandola,
    dal quale si deduce che il 14 maggio 1486 non esiste,
    che la primavera e la gioventù sono figlie di Marsilio Ficino,
    che la bellezza è per diritto mitologico sposa del tripode e del camaleonte

    Ammetto di aver letto il destino in un bicchiere d'acqua seimila anni prima della morte di Platone,
    ammetto di aver nutrito un animale dalle unghie ricurve,
    ammetto l'influenza dei maghi persiani.
    Non ho figli, ho forse commesso un crimine?
    Inoltre, non ho energie per l'epica.
    Confesso di adorare scalzo il triangolo della pietà che altri chiamano il cubo di Zoroastro,
    confesso la mia fede nella teologia del numero 7 e nella gestazione dei donatori di calore,
    confesso la mia fede in Timeo di Locri astronomo del diverso.

    Ho letto durante tutta la notte l'albero della congettura,
    dai suoi frutti ho portato a casa mia la scala circolare accanto alla quale Giacobbe ebbe un sogno
    e la testimonianza sulla natura celeste di tutte le pietre.

    Assumo di aver prestato attenzione a ciò che proibisce,
    assumo la visita del prodigo e della musica delle sfere,
    assumo di non aver scritto nulla che non mi sia accaduto in futuro.

    Ho letto durante tutta la notte il Discorso sulla dignità dell'uomo,
    dal quale si deduce l'aritmetica del mare e la Legge sotto la corteccia della quercia,
    da esso si deduce il fiume della scienza e la rondine dei caldei,
    da esso si deduce l'inesistenza della morte e la fecondità di quanto è discutibile.

    ---

    PUEBLO
    Absolutamente destruidos el destino del sueño y el palomar del príncipe
    Los amantes los pies de las nubes la edad de las estrellas en el telescopio
    Cuando las monedas del trueno los yunques amados los imanes natales
    Arrastran los juegos inevitables las tierras miradas por los otoños atentos
    Tan sencillas como ruiseñores bordados en la corbata llegan sus hojas
    Las nieves claras los chales nocturnos sobre las rubias botellas del árbol vacío
    Los sonidos quebrados las campanas pisoteadas por la vendimia
    Sentado junto al límite donde el viento arroja sus ojos de niño cansado
    El sincero sol las nieblas que heredan el espejo popular de los ríos
    Solitario como un naipe perdido el valle la dudosa rosa sobreviviente
    El enigma de todos los mundos que les ha otorgado dominio
    Y los transparentes padres las lámparas de la ruina son un pueblo de amor
    Cenan bajo las bombillas de lana observados por la sonrisa de los suyos
    Se levantan como viajeros que hubieran llegado al centro de la noche
    La gran soledad que se despoja de sus párpados y entra en las horas
    Los cielos serrados los trabajos invernales sobre quienes aún siguen viviendo
    Y todo como un aro como un sendero de caballos que nunca hubiera existido
    Y todo como una casa donde pernoctase oculta la médula de la adivinación.

    PAESELLO
    Assolutamente distrutti il destino del sogno e della torre colombaia del principe
    Gli amanti i piedi delle nuvole l'età delle stelle nel telescopio
    Quando le monete del tuono le amate incudini i magneti nativi
    Trascinano i giochi inevitabili le terre osservate dagli autunni vigili
    Così semplici come gli usignoli ricamati nella cravatta giungono le sue foglie
    Le limpide nevi gli scialli notturni sulle bionde bottiglie dell'albero vuoto
    I suoni spezzati le campane calpestate dalla vendemmia
    Seduto vicino al limite dove il vento getta i suoi occhi da bambino stanco
    Il sole sincero le nebbie che ereditano lo specchio popolare dei fiumi
    Solitario come una carta perduta la valle la dubbiosa rosa sopravvissuta
    L'enigma di tutti i mondi che elargito loro dominio
    E i genitori trasparenti le lampade della rovina sono un popolo d'amore
    Cenano sotto i lumicini di lana osservati dal sorriso dei congiunti
    Si alzano come viaggiatori che hanno raggiunto il centro della notte
    La grande solitudine che si leva dalle loro palpebre ed entra nelle ore
    I cieli coperti i lavori invernali su coloro che ancora continuano a vivere
    E tutto come un cerchio come un sentiero di cavalli che mai sarebbe esistito
    E tutto come una casa dove pernotterebbe il midollo della divinazione.

    ---
    EL PODER DEL VIENTO
    El viento de otoño el viento que arrastra restos de espino y lágrimas desnudas hasta detrás
    de los vagones donde los machos manosean prostitutas jóvenes mientras las madrinas
    cosen botones sin saber qué astro ha caído del cielo y a nadie le corresponde el encargo de
    embellecer la tierra y considerarse en algo semejante a los pájaros. El viento que toca con
    dedos de bakelita las cosas que dejaron de ser santas que dejan de preguntarse para qué
    sirven y tras la amputación y la farsa y todo eso del reparto las entregas al coleccionista. Es
    el viento el que vuelve histéricos a los ángeles y a las hermanas que recogen bajo la
    banqueta el carbón quemado de sus hijas. El viento malintencionado con su olor a jarabe y
    a vergüenza cuando golpea las cancelas y los malandros regresan a la propiedad con los
    puños ensangrentados. Es el viento sin nombre sobre las colchas negras y la médula de los
    carneros el viento de otoño sobre las agriculturas de la muerte.

    IL POTERE DEL VENTO
    Il vento d'autunno, il vento che trascina resti di spino e lacrime nude fino a dietro
    i vagoni dove i maschi palpeggiano giovani prostitute mentre le madrine
    cuciono bottoni senza sapere quale astro sia caduto dal cielo e a nessuno corrisponde l'incarico
    di abbellire la terra e di considerarsi simile agli uccelli in qualcosa. Il vento che soffia con
    dita di bachelite le cose che hanno cessato di essere sante che smettono di chiedersi a cosa
    servono e dopo l'amputazione e la farsa e quanto della distribuzione le consegni al collezionista. È
    il vento che rende isterici gli angeli e le sorelle che raccolgono sotto la
    panchetta il carbone bruciato delle loro figlie. Il vento malintenzionato con il suo odore di sciroppo e
    di vergogna quando colpisce i cancelli e i malviventi tornano nella proprietà con i
    pugni insanguinati. E' il vento senza nome sulle coltre nere e il midollo dei
    montoni il vento d'autunno sulle agricolture della morte.

    ---
    CAVALO MORTO
    Cavalo Morto es un lugar que existe en un poema de Lêdo Ivo. Un poema de Lêdo Ivo es una luciérnaga que busca una moneda perdida. Cada moneda perdida es una golondrina de espaldas,posada sobre la luz de un pararrayos. Dentro de un pararrayos hay un bullicio de abejas prehistóricas alrededor de una sandía. En Cavalo Morto las sandías son mujeres semidormidas que tienen en medio del corazón el ruido de un manojo de llaves.
    Cavalo Morto es un lugar que existe en un poema de Lêdo Ivo. Lêdo Ivo es un hombre viejo que viveen Brasil y sale en las antologías con cara de loco. En Cavalo Morto los locos tienen alas de mosca yvuelven a guardar en su caja las cerillas quemadas como si fuesen palabras rozadas por el resplandorde otro mundo. Otro mundo es el fondo de un vaso, un lugar donde lo recto tiene forma de herradura yhay una sola calle forrada con tela de gabardina.
    Cavalo Morto es un lugar que existe en un poema de Lêdo Ivo. Un lugar que existe en un poema deLêdo Ivo es un río que madruga para ir a fabricar el agua de las lágrimas, pequeñas mentiras de lluviaheridas por una púa de acacia. En Cavalo Morto los aviones atan con cintas de vapor el cielo como silas nubes fuesen un regalo de Navidad y los felices y los infelices suben directamente a loshipódromos eternos por la escalerilla del anillador de gaviotas.
    Cavalo Morto es un lugar que existe en un poema de Lêdo Ivo. Un poema de Lêdo Ivo es el amante deun reloj de sol que abandona de puntillas los hostales de la mañana siguiente. La mañana siguiente eslo que iban a decirse aquellos que nunca llegaron a encontrarse, los que aun así se amaron y salen delbrazo con la brisa del anochecer a celebrar el cumpleaños de los árboles y escriben partituras para eltimbre de las bicicletas.
    Cavalo Morto es un lugar que existe en un poema de Lêdo Ivo. Lêdo Ivo es una escuela llena depinzones y un timonel que canta en el platillo de leche. Lêdo Ivo es un enfermero que venda las olas yenciende con su beso las bombillas de los barcos. En Cavalo Morto todas las cosas perfectaspertenecen a otro, como pertenece la tuerca de las estrellas marinas al saqueador de las cabezassonámbulas y el cartero de las rosas del domingo a la coronita de luz de las empleadas domésticas.
    Cavalo Morto es un lugar que existe en un poema de Lêdo Ivo. En Cavalo Morto cuando muere uncaballo se llama a Lêdo Ivo para que lo resucite, cuando muere un evangelista se llama a Lêdo Ivopara que lo resucite, cuando muere Lêdo Ivo llaman al sastre de las mariposas para que lo resucite.Háganme caso, los recuerdos hermosos son fugaces como las ardillas, cada amor que termina es uncementerio de abrazos y Cavalo Morto es un lugar que no existe.

    CAVALO MORTO
    Cavalo Morto è un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo. Una poesia di Lêdo Ivo è una lucciola che cerca una moneta smarrita. Ogni moneta perduta è una rondine di spalle, posata sulla luce di un parafulmine. All'interno di un parafulmine c'è un ronzio di api preistoriche attorno a un'anguria. In Cavalo Morto le angurie sono donne sonnolente che hanno in mezzo al cuore il suono di un mazzo di chiavi.
    Cavalo Morto è un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo. Lêdo Ivo è un uomo vecchio che vive in Brasile e appare nelle antologie con una faccia da pazzo. In Cavalo Morto i pazzi hanno ali da mosca e mettono di nuovo nella loro scatola i cerini bruciati come se fossero parole sfiorate dal bagliore di un altro mondo. Un altro mondo è il fondo di un bicchiere, un luogo dove il rettilineo ha la forma di un ferro di cavallo e c'è un'unica strada rivestita di gabardine.
    Cavalo Morto è un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo. Un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo è un fiume che si leva presto per andare a fabbricare l'acqua delle lacrime, piccole bugie di pioggia ferite da un aculeo di acacia. In Cavalo Morto gli aerei legano con nastri di vapore il cielo come se le nuvole fossero un regalo di Natale e i felici e gli infelici salgono direttamente agli ippodromi eterni lungo la scaletta dell'inanellatore di gabbiani.
    Cavalo Morto è un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo. Una poesia di Lêdo Ivo è l'amante di un orologio solare che abbandona in punta di piedi gli ostelli del mattino seguente. Il mattino seguente è ciò che si sarebbero detti quelli che non sono riusciti mai ad incontrarsi, quelli che malgrado ciò si sono amati ed escono a braccetto con la brezza della sera per festeggiare il compleanno degli alberi e scrivono partiture per il campanello delle biciclette.
    Cavalo Morto è un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo. Lêdo Ivo è una scuola gremita di fringuelli e un timoniere che canta nel piattino di latte. Lêdo Ivo è un infermiere che benda le onde e accende col suo bacio le lampare delle barche. In Cavalo Morto tutte le cose perfette appartengono a qualcun altro, così come il dado delle stelle marine appartiene al saccheggiatore delle teste sonnambule e il postino delle rose della domenica alla coroncina di luce delle domestiche.
    Cavalo Morto è un luogo che esiste in una poesia di Lêdo Ivo. In Cavalo Morto, quando muore un cavallo, Lêdo Ivo viene chiamato affinché lo resusciti, quando muore un evangelista, Lêdo Ivo viene chiamato affinché lo resusciti, quando muore Lêdo Ivo, chiamano il sarto di farfalle affinché lo resusciti. Prestatemi ascolto, i bei ricordi sono fugaci come gli scoiattoli, ogni amore che finisce è un cimitero di abbracci e Cavalo Morto è un luogo che non esiste.

    ---
    BALTHUS
    Es imposible encerrarse con el Marido de la Noche
    cuando la música de los pasatiempos abandona el cuento de Balthus
    y el enfermero se encoge de hombros.
    Difícilmente sentiré vergüenza:
    He puesto mis manos sobre el consejo
    y la amenaza de su justicia se ha convertido en mi compañera.
    Un hombre venerable es un escarmiento que no se debería repetir.
    Según los sacerdotes, herederos del somier y la medicina de la sal,
    los rudimentos del jabalí evolucionan libremente
    siguiendo un plan trazado por el infortunio del herrero
    y el empañado cerebro de la golondrina marina.
    La felicidad será el día siguiente:
    El coche con un domador espera a la puerta.
    Y mi noble amor habla con lo que empieza a dormirse.

    Huele a espejo en lo que empieza a dormirse:
    Un púber, sinónimo de adolescente,
    también pueden elegir entre núbil, joven o mozo,
    que enfermo de malaria orina zafiro sobre un cuadro de Balthus,
    ese lugar donde los fanfarrones sacan sus pies por debajo de la infancia
    para congraciarse con los profesionales del contratiempo.
    Y mi noble amor habla con lo que empieza a dormirse.

    Suponiendo que lo que vemos en Balthus no sea el propio paisaje de Balthus,
    sino una rodilla con forma de montaña a la que se acerca el animalito burgués,
    cualquiera de las excusas de un gato que abandona el platillo de leche
    para lamer las cerezas de la condesa Klossowska de Rola,
    conocida como Setsuko entre los alpinistas que merodean el chalet,
    ha de ser considerada una estratagema del carnicero de armiños
    con destino al baile de los populares abrigos surrealistas.
    Aunque de lo dicho se podrían deducir dos hipótesis,
    una relacionada con las gardenias japonesas,
    otra con el silencio anulado por la música de Mozart,
    ninguna de las dos va más allá que un cangrejo con ojos azules.
    Y mi noble amor habla con lo que empieza a dormirse.
    La ambigüedad de los exhaustos arriesga en cada visión
    una vida destinada a las carnestolendas de los museos,
    gente como Sharon Stone o el barón Philippe de Rothschild
    jugando sobre las alfombras de genciana con el perro del collar rojo.
    Un hombre impecablemente vestido entra en la casa de Giacometti,
    lleva un tablón blanco y las mujercitas familiarizadas con la mortaja,
    los ojos abiertos como medicinales kimonos,
    cruzarán las piernas digamos que para rezar.

    Y mi noble amor habla con lo que empieza a dormirse.

    Nada se sabe y conviene no saberlo de cuánto ha de durar la vida,
    los corazones rubios suben los peldaños de dos en dos,
    las baronesas cargan los fusiles con mayonesa para defenderse de la guillotina
    y mi noble amor habla con lo que empieza a dormirse.

    BALTHUS
    È impossibile rinchiudersi col Marito della Notte
    quando la musica dei passatempi abbandona il racconto di Balthus
    e l'infermiere alza le spalle.
    Difficilmente proverò vergogna:
    ho messo le mie mani sul consiglio
    e la minaccia della sua giustizia è diventata la mia compagna.
    Un uomo vulnerabile è una punizione che non dovrebbe ripetersi.
    Secondo i sacerdoti, eredi del giaciglio e della medicina del sale,
    i rudimenti del cinghiale evolvono liberamente
    seguendo un piano tracciato dall'infortunio del ferraio
    e dall'appannato cervello della rondine di mare.
    La felicità sarà il giorno seguente:
    l'auto con un domatore attende alla porta.
    E il mio nobile amore parla con ciò che inizia ad addormentarsi.

    Sa di specchio ciò in cui inizia ad addormentarsi:
    un pubescente, sinonimo di adolescente,
    possono anche scegliere tra nubile, giovane o fanciullo,
    che malato di malaria urina zaffiro su un dipinto di Balthus,
    quel luogo dove i fanfaroni mettono avanti i piedi al di sotto dell'infanzia
    per ingraziarsi i professionisti del contrattempo.
    E il mio nobile amore parla con ciò che inizia ad addormentarsi.

    Supponendo che ciò che vediamo in Balthus non sia il paesaggio di Balthus,
    ma un ginocchio a forma di montagna a cui si avvicina l'animaletto borghese,
    qualsiasi delle scuse di un gatto che abbandona il piattino del latte
    per leccare le ciliegie della contessa Klossowska de Rola,
    nota come Setsuko tra gli alpinisti che si aggirano per lo chalet,
    deve essere considerato uno stratagemma del macellaio di ermellini
    diretto al ballo dei popolari soprabiti surrealisti.
    Sebbene da quanto detto si possano dedurre due ipotesi,
    una relazionata con le gardenie giapponesi,
    un'altra con il silenzio annullato dalla musica di Mozart,
    nessuna delle due va al di là di un granchio con gli occhi azzurri.
    E il mio nobile amore parla con ciò che inizia ad addormentarsi.

    L'ambiguità degli esausti rischia in ogni visione
    una vita destinata alle carnevalate dei musei,
    gente come Sharon Stone o il barone Philippe de Rothschild
    giocando sui tappeti di genziana con il cane dal collare rosso.
    Un uomo impeccabilmente vestito entra nella casa di Giacometti,
    porta una tavola bianca e le donnine che hanno familiarità col sudario,
    gli occhi aperti come kimoni medicinali,
    incroceranno le gambe diciamo per pregare.

    E il mio nobile amore parla con ciò che inizia ad addormentarsi.

    Nulla si sa ed è conveniente non saperlo su quanto durerà la vita,
    i cuori biondi salgono i gradini due alla volta,
    le baronesse caricano i fucili con maionese per difendersi dalla ghigliottina
    e il mio nobile amore parla con ciò che inizia ad addormentarsi.

    ---
    ECLIPSE CON RIMBAUD
    A Guadalupe Grande
    He pasado la mitad de mi vida en la oscuridad.
    He descargado camiones de oscuridad.
    He bebido toda la oscuridad.
    He dormido con la oscuridad.
    He amado la oscuridad y me he acostado con ella.
    He tocado las piedras de la oscuridad hasta herirme las manos.
    He repetido tu nombre en la oscuridad.

    Los pescadores cantan en la niebla de la oscuridad.
    Los jóvenes sin vida están despiertos en la oscuridad.
    Los músicos y las rameras guardan su corazón en la oscuridad.

    He soñado con la oscuridad la mitad de mi vida.
    He hospedado mi juventud en el cáñamo de la oscuridad.
    He desnudado a la oscuridad y gozado con ella.
    He acariciado con dedos de pastor el sexo de la oscuridad.

    La oscuridad es la oración de los acordeones nublados.
    La oscuridad vive en las palabras que descifran la muerte.
    La oscuridad habita los suburbios de la belleza.

    Dad de ladrar al perro de la oscuridad.
    Oíd la lepra sagrada de la oscuridad.

    ECLISSE CON RIMBAUD
    Ho passato metà della mia vita nell'oscurità.
    Ho scaricato camion di oscurità.
    Ho bevuto tutta l'oscurità.
    Ho dormito con l'oscurità.
    Ho amato l'oscurità e ho dormito con lei.
    Ho toccato le pietre dell'oscurità fino a ferirmi le mani.
    Ho ripetuto il tuo nome nell'oscurità.

    I pescatori cantano nella nebbia dell'oscurità.
    I giovani senza vita sono svegli nell'oscurità.
    I musicisti e le prostitute custodiscono i loro cuori nell'oscurità.

    Ho sognato l'oscurità per metà della mia vita.
    Ho ospitato la mia giovinezza nella canapa dell'oscurità.
    Ho denudato l'oscurità e con lei ho goduto.
    Ho accarezzato con dita da pastore il sesso dell'oscurità.

    L'oscurità è la preghiera delle fisarmoniche nuvolose.
    L'oscurità vive nelle parole che decifrano la morte.
    L'oscurità abita i sobborghi della bellezza.

    Date da abbaiare al cane dell'oscurità.
    Udite la sacra lebbra dell'oscurità.

    ---
    EL ARCA DE LOS DONES
    Mi alma es esa casa de madera que arrastra el vendaval.
    A veces en la noche yo siento acercarse a un huésped invisible y oigo girar su llave y escucho avanzar sus pasos.
    Entonces la poesía, cada pluma arrancada a las alas de un ángel, es la semejanza de una casa en el aire,el portal luminoso, las ventanas abiertas, el que empuja la puerta y el que entra seguro y se acerca hasta el arca y reparte los dones.
    Doy al amanecer, cuando la sangre de los delfines se derrama lentamente sobre el serrín de las cervecerías, un cuchillo blanco.
    Al que bajo el hielo negro de la noche caminó conmigo y sufrió conmigo la dócil alianza del fracaso,dejo la herida.
    A la columna de silencio de esa muchacha que rozada por el tacto de la obediencia guarda en su pensamiento la perfección de la muerte, una copa de viento y de raíces.
    Al río de mi infancia donde bebió Demócrito de Siracusa la niebla del espíritu, la claridad que ya no tendrán mis ojos.
    A la ciudad que cercada por la elipse del envejecimiento enterró su memoria junto a las norias de la desposesión, una tumba vacía.
    Al muchacho judío que ante un espejo empañado contempla el rubí de su alma atravesado por la espina de la crucifixión, una caja de música.
    A la sombra de mi padre contemplando la Luna, una cabaña en el bosque.
    Al que en los atrios de la conformidad padeció la pobreza mas no será nombrado en las tablas de la justicia, la balanza con los alimentos.
    A la orilla del mar, un caballo con cabeza de tortuga romana.
    A la mujer que me amó con la fidelidad del astrónomo, dejo el resplandor, el halo de una estrella cuyo astro no existe.
    Al ibis, la analogía de las agujas.
    Para el que estrechamente vigilado por la locura hizo vibrar el ángulo recto de las constelaciones, el acordeón y las palomas verdes de la plaza.
    Para ti, amor mío, el río eterno de los dioses y sus gatos sagrados.
    Al insobornable enemigo cuya víctima fue feliz como un imán vertiginoso ante los filamentos de la melancolía, una silla de enea.
    A la muerte, una puerta abierta.
    Al ajusticiado en el abismo de su propia escritura que solo tuvo oídos para el ángel y amó la semejanza y la inutilidad de las cosas, una jaula con peces de madera.
    Al otoño, la lejana memoria de las ballenas del cabo.
    A la sabiduría de los profetas, un candil de silencio.
    A la lápida de Leonardo Mestre, los sueños que no tuvo y que ya nunca sabrá.
    Al que con su linterna de fósforo ayudó a resistir y guió la navegación de los torturados, el faro de la utopía.

    A la dulce mujer que se acercó a mi sombra como madre, el azul de mayo y el zumbido de las abejas en la primavera.
    Al jardín de los monasterios, la alondra del alba y la rosa cortada del rabino.
    Al tetrarca y al que está detrás de su lengua como un tábano, la urna rota del centauro ante la que un lacayo da voces.
    A la tristeza que iba cruzando el puente aquella tarde de invierno, un revólver cerrado por un nudo.
    Para el leñador que derribó el gran ciprés de los hermeneutas, el meteoro silvestre de las ciervas ingrávidas.
    A la estatua de Francesco Orsini duque de Bomarzo, el vértigo transparente de la materia que huye.
    A los versos que no escribí, un collar de frutos y semillas.
    A la grieta del eremita, la pantera del anochecer.
    A la memoria, la lluvia, el lirio de las estaciones abandonadas por las que pasa el ferrocarril sin detenerse.
    A los amantes que descifran su desnudez en la oscuridad, un hilo de saliva.
    A la pirámide del conocimiento, la amatista mojada del escarabajo y los élitros celestes del jeroglífico.
    A La Habana de mis antepasados allá por mil novecientos veinte, la nieve.
    Para Rousseau el Aduanero, los ágiles antílopes que cruzan el agua encarnada de los sueños.
    Dad este libro a los animales, al búho y al alce, al armadillo y al erizo silvestre.
    Arrancadle una a una sus páginas y dádselas a los animales. Dadle al hurón la oscuridad de la palabra búfalo y al búfalo la inmaculada pradera del billar de los bares.
    Y de entre todos los dones y de entre todos los sueños, dadle a mi corazón una casa en el aire.

    L'ARCA DEI DONI
    La mia anima è quella casa di legno trascinata dalla burrasca.
    A volte di notte sento un ospite invisibile avvicinarsi e sento la sua chiave girare e sento i suoi passi avanzare.
    Quindi la poesia, ogni piuma strappata alle ali di un angelo, è la somiglianza di una casa nell'aria, il portale luminoso, le finestre aperte, colui che spinge la porta e colui che entra sicuro e si avvicina all'arca e distribuisce i doni.
    Do all'alba, quando il sangue dei delfini si sparge lentamente sulla segatura delle birrerie, un coltello bianco.
    A chi ha camminato con me sotto il gelo nero della notte e ha sofferto insieme a me la docile alleanza del fallimento, lascio la ferita.
    Alla colonna di silenzio di quella ragazza che, sfiorata dal tocco dell'obbedienza, conserva nel suo pensiero la perfezione della morte, un calice di vento e radici.
    Al fiume della mia infanzia dove Democrito di Siracusa bevve la nebbia dello spirito, la luminosità che i miei occhi non avranno più.
    Alla città che circondata dall'ellisse dell'invecchiamento seppellì la sua memoria accanto alle norie degli smarrimenti, una tomba vuota.
    Al ragazzo ebreo che davanti a uno specchio appannato contempla il rubino della sua anima trafitto dalla spina della crocifissione, una scatola musicale.
    All'ombra di mio padre che contempla la luna, una capanna nel bosco.
    A colui che negli atri della conformità ha sofferto la povertà ma non sarà citato nelle tavole della giustizia, la bilancia con gli alimenti.
    In riva al mare, un cavallo con la testa di tartaruga romana.
    Alla donna che mi ha amato con la fedeltà dell'astronomo, lascio lo splendore, l'aura di una stella il cui astro non esiste.
    All'ibis, l'analogia degli aghi.
    A chi, strettamente sorvegliato dalla follia, ha fatto vibrare l'angolo retto delle costellazioni, la fisarmonica e le colombe verdi della piazza.
    Per te, amore mio, il fiume eterno degli dei e dei loro gatti sacri.
    All'incorruttibile nemico la cui vittima fu felice come una calamita vertiginosa davanti ai filamenti della malinconia, una sedia di tifa.
    Alla morte, una porta aperta.
    Al giustiziato nell'abisso della sua stessa scrittura che ha avuto orecchie solo per l'angelo e ha amato la somiglianza e l'inutilità delle cose, una gabbia con pesci di legno.
    All'autunno, la lontana memoria delle balene del capo.
    Alla saggezza dei profeti, un lume del silenzio.
    Alla lapide di Leonardo Mestre, i sogni che non ha avuto e che mai conoscerà.
    A colui che con la sua torcia al fosforo ha aiutato a resistere e ha guidato la navigazione dei torturati, il faro dell'utopia.
    Alla dolce donna che si è avvicinata come madre alla mia ombra, l'azzurro di maggio e il ronzio delle api in primavera.
    Al giardino dei monasteri, l'allodola dell'alba e la rosa recisa del rabbino.
    Al tetrarca e a chi sta dietro la lingua come un tafano, l'urna rotta del centauro davanti alla quale un servitore lancia grida.
    Alla tristezza che stava attraversando il ponte quella sera d'inverno, una rivoltella bloccata da un nodo.
    Per il taglialegna che ha abbattuto il grande cipresso degli ermeneuti, la meteora silvestre delle agili cerve.
    Alla statua di Francesco Orsini Duca di Bomarzo, la vertigine trasparente della materia in fuga.
    Ai versi che non ho scritto, una collana di frutti e di semi.
    Alla fessura dell'eremita, la pantera del calar della notte.
    Alla memoria, la pioggia, il giglio delle stazioni abbandonate dove passa il treno senza fermarsi.
    Agli amanti che nel buio decifrano la loro nudità, un filo di saliva.
    Alla piramide della conoscenza, l'ametista bagnata dello scarabeo e le elitre celesti del geroglifico.
    All'Avana dei miei antenati intorno al 1920, la neve.
    Per Rousseau il Doganiere, le svelte antilopi che attraversano l'acqua rubra dei sogni.
    Date questo libro agli animali, al gufo e all'alce, all'armadillo e al riccio selvatico.
    Strappate le sue pagine una ad una e datele agli animali. Date alla donnola l'oscurità della parola bufalo e al bufalo l'immacolata prateria del biliardo dei bar.
    E tra tutti i doni e tra tutti i sogni, date al mio cuore una casa nell'aria.

     

     

     

     

  • "DEDICATORIA" DI GATELL
    A CHI HA PERSO
    LA VITA IN BATTAGLIA

    data: 25/04/2021 18:20

    Per l'anniversario della Liberazione voglio proporre la poesia "Dedicatoria" di Angelina Gatell - con la mia traduzione in italiano - tratta da Poema del soldado (riedizione Bartleby Editores, 2020). Con questo libro Gatell (Barcellona, 1926 - Madrid, 2017) vinse nel 1954 il prestigioso Premio Valencia di poesia. La grande poetessa spagnola vi erige un monumento in versi alla memoria di chi ha perso la vita nei campi di battaglia. Versi che, a distanza di settant'anni, non cessano di essere attuali.

    DEDICATORIA

    Escucha, hijo mío, soldado:
    aunque un hombre no puede importarle a un poeta
    cuando el mundo naufraga;
    aunque un hombre es tan sólo una chispa ligera
    que apaga una ráfaga;
    aunque un hombre, hijo mío,
    no es nada,
    cuando tantos millones de hombres,
    perdida su fe y su esperanza,
    caminan sin rumbo, cansados,
    buscando un incierto mañana,
    yo quiero cantarte, hijo mío,
    soldado en la tierra quemada,
    soldado en las tierras vencidas del mundo,
    vejadas, amargas;
    a ti sólo, soldado, hijo mío,
    (la voz no me alcanza
    para hablar a los hombres del mundo,
    a los hombres en masa,
    que tampoco escuchan la voz del poeta
    que siempre desgarra…)

    A ti sólo, uno a uno, dirijo mi canto
    como algo muy leve que toca y que cala
    y tal vez, como lluvia ligera
    se quede en tu alma.

    A ti sólo, soldado, hijo mío,
    soldado de tierras distintas, lejanas,
    soldado en las tierras del mundo,
    un poeta te canta..


    DEDICA
    Ascolta, figlio mio, soldato:
    sebbene un uomo non importi a un poeta
    quando il mondo naufraga;
    sebbene un uomo sia solo una scintilla leggera
    che spegne un bagliore;
    sebbene un uomo, figlio mio,
    non sia nulla,
    quando tanti milioni di uomini,
    perduta la loro fede e la loro speranza,
    camminano senza meta, stanchi,
    cercando un domani incerto,
    io voglio cantarti, figlio mio,
    soldato nella terra bruciata,
    soldato nelle terre sconfitte del mondo,
    ferite, amare;
    a te solo, soldato, figlio mio,
    (la voce non mi basta
    per parlare agli uomini del mondo,
    agli uomini in massa,
    che nemmeno ascoltano la voce del poeta
    che sempre lacera...)

    A te solo, uno ad uno, rivolgo il mio canto
    come qualcosa di molto leve che tocca e che cala
    e forse, come pioggia leggera
    rimanga nella tua anima.

    A te solo, soldato, figlio mio,
    soldato di terre diverse, lontane,
    soldato nelle terre del mondo,
    un poeta ti canta ...

     

     

  • VISIONI E MITI ITALIANI
    NELLE INTENSE POESIE DI
    SANTOS DOMINGUEZ RAMOS

    data: 23/04/2021 16:21

    Santos Domínguez Ramos (Cáceres, 1955), in questa breve selezione di poesie da me scelte e tradotte, ci porta per mano lungo un itinerario italiano (da nord a sud), di personaggi e luoghi attraverso i secoli. Egli compone con la precisione chirurgica della sua parola - radice e frutto della sua scrittura - immagini, suoni ed emozioni che ci giungono dal suo ricchissimo mondo, interiore e linguistico. Il poeta spagnolo ci parla delle visioni del Caravaggio, di Piranesi, di Casanova, di Dante, di Leopardi, di Roma, di De Chirico, di Anquise, di Pompei, degli affreschi della villa dei misteri a Pompei nella sua splendida poesia Lo sguardo dell'angelo, e delle magnifiche immagini che "disegna" con suggestivi versi di un dettaglio della Tomba del tuffatore nella poesia intitolata La tomba di Paestum. Come si evince da questa selezione, certamente non esaustiva, l'Italia è molto presente nell'opera del poeta Domínguez. Vorrei, infine, invitare i lettori a considerare quanta bellezza e intensità c'è nello sguardo poetico di Santos Domínguez Ramos: un vero dono! Per lui, e per chi lo legge.

    MATERIAL INFLAMABLE
    (Visión de Caravaggio)

    Alguien sostiene un foco de luz caliente y roja
    sobre los figurantes. Al fondo flota un lienzo
    y pende el terciopelo sobre la sangre helada
    que enciende el paño blanco de lino incandescente.

    Con desprecio de estatuas y atención a los hombres,
    en las criptas secretas he visto arder la vida,
    el bronce, el filtro, el pulso
    venéreo de los falos
    y un enigma de fuentes y de frutas incisas.

    Ni invención ni decoro. En las horas azules
    frecuenté las tabernas ácidas del deseo,
    el lupanar infecto donde la carne afirma
    su furia inoculada en las bocas frutales,
    en las uvas lascivas, en las ingles plebeyas.

    La dura luz se enfría en el cielo de estaño
    y es un teatro de sombras, es el final del pulso
    que vacila en las lámparas de una cámara oscura
    donde un telón amansa su geometría tajante.

    Porque nace del tiempo y vuelve a la certeza
    indigente de un cuerpo ganado en un relámpago
    y hay gestos contenidos, amagos incipientes
    y muecas sorprendidas del dolor pordiosero.

    Bajo la pertinencia de una luz clandestina
    se amansa el sedimento del bermellón o el vino.
    La ebriedad de la calle envenena al geómetra
    y en su trasiego de órbitas renacerá el sarmiento,
    la cólera, el color, las colgaduras.

    Desnudo el escenario, desnudo el personaje,
    desnudas las pasiones que un estertor denuncia,
    su sangre persuadida, sus cigarras de fuego,
    la innoble quemadura de su áspera argamasa.

    En el perfil incierto del día que se avecina
    los músicos callados preparan la trompeta
    de los últimos tiempos.

    Los muchachos nefandos, los jóvenes perversos
    con fogoso artificio, los plebeyos estragos
    de la decrepitud sobre la carne enferma.

    Es transparente el lienzo y el otoño es ahora
    esta mesa con frutos de colores intensos.
    Al fondo de la sala, coronado de hiedra,
    un ángel descarado toca un violín lascivo.

    En la consolación del canto arrecian ya los últimos
    reductos de la tarde. En la muerte del ángulo
    su tregua calla y dura. ¡Oh, cómplice del tedio!

    Es el ángel penúltimo que viene a recordarnos
    que nada nos asiste sino un tiempo pautado,
    como la partitura precaria que interpreta.

    MATERIALE INFIAMMABILE
    (visione del Caravaggio)

    Qualcuno sorregge un faro di luce calda e rossa
    sui figuranti. Sullo sfondo fluttua una tela
    e pende il velluto sopra il sangue freddo
    che accende il panno di lino bianco incandescente.

    Con disprezzo per le statue e attenzione agli uomini,
    nelle cripte segrete ho visto ardere la vita
    il bronzo, il filtro, il battito
    venereo dei falli
    e un enigma di fonti e frutti incisi.

    Né invenzione né decoro. Nelle ore blu
    ho frequentato le acide taverne del desiderio,
    il lupanare infetto dove la carne afferma
    la sua furia inoculata nelle bocche fruttate,
    nelle lascive uve, negli inguini plebei.

    La dura luce diventa fredda nel cielo di stagno
    ed è un teatro di ombre, è la fine del palpito
    che vacilla nelle lampade di una camera oscura
    dove una tenda doma la sua geometria sferzante.

    Perché nasce dal tempo e torna alla certezza
    indigente di un corpo assoggettato in un lampo
    e ci sono gesti contenuti, amari incipienti
    e smorfie sorprese dal dolore mendico.

    Sotto la pertinenza di una luce clandestina
    il sedimento del vermiglio o del vino si ammansisce.
    L'ebbrezza della strada avvelena il geometra
    e nel suo moto di orbite rinascerà il tralcio,
    la rabbia, il colore, le sospensioni.

    Nudo lo scenario, nudo il personaggio
    nude le passioni che uno stertore denuncia,
    il suo sangue persuaso, le sue cicale di fuoco,
    l'ignobile bruciatura della sua ruvida malta.

    Nel profilo incerto del giorno che si avvicina
    i musicisti in silenzio preparano la tromba
    degli ultimi tempi.

    I ragazzi nefandi, i giovani perversi
    con ardente artificio, le ferite plebee
    di decrepitezza sulla carne malata.

    La tela è trasparente e l'autunno è ora
    questo tavolo con frutti dai colori intensi
    In fondo alla stanza, coronato di edera,
    un angelo spudorato suona un violino lascivo.

    Nella consolazione del canto, già divampano gli ultimi
    avamposti della sera. Nella morte dell'angolo
    la sua tregua tace e dura. Oh, complice del tedio!

    È il penultimo angelo che viene a ricordarci
    che nulla ci assiste se non un tempo scritto,
    come la partitura precaria che interpreta.

    --

    PIRANESI EN SUS CÁRCELES

    Carceri d’invenzione.
    Giambatista Piranesi

    Viene la luz del suelo, de lo profundo sube
    para engendrar la sombra y un silencio de ruinas
    que baja de otras noches, sin horizonte apenas.

    La absorben las esquinas y las piedras,
    las columnas postradas en lo que antes fue un bosque
    y ahora es el decorado del teatro del tiempo.
    Sobre una pasarela, por un bosque de piedras
    que acosa la erosiva mirada de los astros,
    da en altos corredores, en barandillas lentas,
    plataformas y bóvedas, laberintos sin rejas
    y escaleras que tienen cortada la salida.

    Sin pájaros ni hierba, ni un animal confuso,
    un delirio o la angustia excavada en la nube
    y en el vacío sin luz de un laberinto.

    Con la ebriedad del sueño,
    un torrente de sombras baja por la escalera
    hacia una arquitectura inconcebible.

    Sube aquí un universo lineal de pesadilla,
    y una luz subterránea, por las criptas secretas
    que estaban donde estaba la hiel del corazón.

    Visiones de aguafuerte, metáforas del mundo
    que aquel cerebro negro
    vio en bóvedas sin fondo y en arcos sucesivos:
    la pesadilla, el hueso, la arena que seremos.

    PIRANESI NELLE SUE CARCERI

    La luce viene dal suolo, sale dal profondo
    per generare l'ombra e un silenzio di rovine
    che scende da altre notti, quasi senza orizzonte.

    L'assorbono gli angoli e le pietre,
    le colonne prostrate in ciò che una volta era un bosco
    e ora è l'orpello del teatro del tempo.

    Sopra una passerella, lungo un bosco di pietre
    che importuna l'erosivo sguardo degli astri,
    volge verso alti corridoi, in precarie balaustre,
    piattaforme e volte, labirinti senza sbarre
    e scale che hanno la salita interrotta.

    Senza uccelli né erba, nessun animale confuso,
    un delirio o l'angoscia scavate nella nuvola
    e nel vuoto senza luce di un labirinto.

    Con l'ebbrezza del sogno,
    un torrente di ombre scende dalle scale
    verso un'architettura inconcepibile.

    Qui sale un universo lineare da incubo
    e una luce sotterranea, attraverso le cripte segrete
    che si trovavano dove si trovava il fiele del cuore.

    Visioni d'acquaforte, metafore del mondo
    che quel cervello nero
    vide in volte senza fondo e archi successivi:
    l'incubo, l'osso, la sabbia che saremo.

    --

    CREPÚSCULO ESPAÑOL DE CASANOVA

    Hay tanto adiós delante de tu rostro
    (G. Schehadé)

    Cae la tarde amarilla, se va precipitando
    la sombra tras las copas espesas de los pinos.
    Y estos paisajes hondos, este otoño de viñas
    me hablan muy lentamente del final de la hoguera,
    de estas brasas que huelen a una dulce tristeza.

    Me consuela la calma que tiene el campo ahora.
    Me miro en el silencio interior del crepúsculo
    y en el agua del río,
    en el agua que corre somera y transitoria
    oigo hablar a los muertos que fueron mis amigos.

    El final de la tarde, con esta luz serena,
    con esta mansedumbre de las convalecencias,
    me entrega su piedad a la hora del espanto.

    A esta edad la Fortuna ya no mira a los hombres:
    mi equipaje es un hueco, un baúl de extravío,
    lo que saldan las horas, un bagaje de humo
    que pesa más ahora que cuando estaba lleno.

    Mira otra vez. Quizá
    solo es esto la vida:
    Un túmulo de arena al sur de la ventisca,
    la estatua indiferente en donde posa un pájaro
    su frágil tiempo de aire,
    la sombra del caballo contra un muro de agua.

    Sí. Quizá los minutos, como las caracolas,
    son huellas de cristal sobre la nube,
    el péndulo marino que duerme en las campanas.

    Tal vez la vida sea más un lugar que un tiempo.
    Un lugar que confunde la máscara y la piedra,
    la vigilia y la lluvia, los días y los nombres
    en la hora de la esfinge y las inundaciones.

    Tal vez la vida es esto:
    la voluntad de nieve que hay en las pesadillas,
    el espíritu áspero de una emulsión de lodo,
    un incendio que sube por el acantilado,
    cenizas y pavesas sobre las olas verdes,
    la confusa blancura de las constelaciones.

    Quizá sólo sea eso lo que la vida quiere:
    fluir y atravesarte
    como un inconsistente apócrifo del viento.
    Mis ojos sólo miran el lugar de su ausencia.

    CREPUSCOLO SPAGNOLO DI CASANOVA
    C’è così tanto addio davanti al tuo volto
    (G. Schehadé)

    Cade la sera gialla, precipita
    l’ombra dietro le fitte chiome dei pini.
    E questi paesaggi profondi, questo autunno di vigne
    mi parlano molto lentamente dello estinguersi del fuoco,
    di queste braci che sanno di una dolce tristezza.

    Mi consola la calma che ha ora la campagna.
    Mi guardo nel silenzio interiore del crepuscolo
    e nell’acqua del fiume,
    nell’acqua che scorre in superficie e transitoria,
    sento parlare i morti che furono i miei amici.

    La fine della sera, con questa luce serena,
    con questa mitezza delle convalescenze,
    mi porge la sua pietà, nel momento dello spavento.

    A questa età la Fortuna ormai non guarda più gli uomini:
    il mio bagaglio è una cavità, un baule di smarrimento,
    ciò che retribuiscono le ore, un carico di fumo
    che pesa di più ora di quando era pieno.

    Guarda di nuovo. Forse
    è solo questo la vita:
    un tumulo di sabbia a sud della bufera,
    la statua indifferente dove posa un uccello
    il suo fragile tempo d'aria,
    l’ombra del cavallo su un muro d’acqua.

    Sì. Forse i minuti, come le conchiglie,
    sono tracce di cristallo sulla nuvola,
    il pendolo marino che dorme nelle campane.

    Forse la vita è più un luogo che un tempo.
    Un luogo che confonde la maschera e la pietra,
    la vigilia e la pioggia, i giorni e i nomi
    nell’ora della sfinge e delle inondazioni.

    Forse la vita è questo:
    la volontà di neve che c’è negl’incubi,
    lo spirito aspro di un’emulsione di fango,
    un incendio che sale dalla scogliera,
    ceneri e scintille sulle onde verdi,
    il confuso biancore delle costellazioni.

    Chissà sia solo quello ciò che vuole la vita:
    fluire e attraversarti
    come un inconsistente apocrifo del vento.
    I miei occhi guardano solo il luogo della sua assenza.

    --

    INFERNO
    ¡Papé Satán, papé Satán, aleppe!
    (Dante)

    Hace un frío mojado de légamos espesos.
    Sobre el agua de hielo de la laguna Estigia
    vuela una garza de humo. Tirita la montaña.

    Son muchos y no gimen. Llevan la vista baja.
    Con lámparas humildes acuden temblorosos
    a la orilla en la ciega noche de las hogueras.
    Arrastran las cadenas de sus pasos confusos
    por el suelo dudoso de aquella selva turbia.

    Perséfone la oscura desata la tiniebla
    con sus perros de sombra
    en torpe confusión de lenguas y de caras
    por el mar invernal de los ahogados.

    Alguien que ya se ha ido ha dejado su parvo
    patrimonio de hierva, su testamento negro
    de lodo y quemaduras.

    Lejos brilla la sangre del relámpago, lejos
    la tormenta levanta su fronda de ecos mudos.
    Los leopardos pasean su vigilia de espantos
    por el agazapado confín del horizonte.

    Mientras sube una torpe colina incadescente,
    una secta desnuda de esclavos del silencio
    arrastra la blasfemia circular de la noche
    eterna del infierno.

    INFERNO

    Fa un freddo umido di fanghi densi.
    Sull'acqua ghiacciata della laguna Estigia
    vola un airone di fumo. Trema la montagna.

    Sono molti e non gemono. Hanno lo sguardo basso.
    Con umili lampade arrivano tremebondi
    alla riva nella cieca notte dei roghi.
    Trascinano le catene dei loro passi confusi
    sul terreno incerto di quella torbida selva.

    Persefone l’oscura libera le tenebre
    con i suoi cani d’ombra
    in goffa confusione di lingue e volti
    attraverso il mare invernale degli annegati.

    Qualcuno che se ne è già andato ha lasciato il suo parvo
    patrimonio d’erba, il suo nero testamento
    di fango e arsure.

    Lontano brilla il sangue del lampo, lontano
    la tormenta solleva la sua fronda di echi muti.
    I leopardi passeggiano lungo la loro veglia di paura
    lungo il rannicchiato confine dell'orizzonte.

    Mentre sale un’impacciata collina incandescente,
    una setta nuda di schiavi del silenzio
    trascina la blasfemia circolare della notte
    eterna dell'inferno.

    --

    DAVID (Florencia)

    No vuelve el corazón, pero la piedra
    pone en tus manos cálidas y en tus dos ojos fuertes
    las tardes más intensas, las mañanas más claras.

    ¿De dónde vienes tú, que no preguntas
    -nunca más hombre alguno miró tan lentamente-
    las noches que limitan nuestra altura?

    ¿De dónde tú, que en suave curvatura
    pisas el corazón de las tinieblas
    y sostienes seguro, con tus tres dedos jóvenes,
    el valor, la belleza, la dignidad del hombre?

    DAVID (Firenze)

    Non torna il cuore, ma la pietra
    mette nelle tue calide mani e nei tuoi forti occhi
    le sere più intense, le mattine più limpide.

    Da dove vieni tu, che non chiedi
    -mai più uomo alcuno ha guardato così lentamente-
    sulle notti che limitano la nostra altezza?

    Da dove tu, che con leggera curvatura
    calchi il cuore delle tenebre
    e sostieni sicuro, con le tue tre giovani dita,
    il valore, la bellezza, la dignità dell'uomo?

    --

    PASTORAL DE OTOÑO
    (Con Leopardi)

    “ed erra l’armonia per questa valle"
    (G. Leopardi)

    Sentado en una piedra
    he aprendido a mirar la tarde con los años,
    más allá del paisaje, más allá de los hombres.
    La luz dominical de una campana blanca
    suena alegre y lejana y viene de la infancia.

    Me he asomado al abismo
    donde el cuervo levanta la urgencia de su vuelo
    con el raudo dibujo de un presagio sin hora.
    Con plenitud de mieses
    está maduro el grano, en sazón la provincia
    boreal de la fruta.

    Segado está ya el trigo y lista la serpiente
    al espasmo ondulante del ciclo riguroso.
    Ya amarillea el hinojo su cruz invertebrada
    contra la tarde leve y sus altos silencios
    de pájaros azules.

    En la base del monte una nube levanta
    su columna barroca densa de agua y de luz.

    Y están solos los ojos en el final estrecho
    de esta tarde de plomo,
    de helado plomo bajo y azul sobre las sierras.

    El águila abandona su extensa envergadura
    a las curvas caudales del viento largo y verde.

    Con el canto del cuco
    algo dice la tarde que el ojo no comprende
    sobre la pesadumbre azul de la genciana,
    sobre la persistente fragilidad del lirio,
    escuetamente blanco contra la piedra gris,
    bajo un ciprés sin nombre.

    Y está cautivo el tiempo en los montes que asalta,
    jadeante, una aspereza de jaras y cantuesos.
    Cautiva la mirada del cielo de otras tardes,
    desarmada y cautiva de la luz cereal
    en donde ardió la infancia.

    Yo no sé si esta tarde regresará otra tarde
    con sus canciones verdes y su luz de campana.

    Yo la fijo en su frágil vuelo y en la subida
    agreste de retamas, en la ruina del arco
    acosado de ortigas,
    con el viento y la arena que desordena el tiempo.

    PASTORALE DI AUTUNNO

    Seduto su una pietra
    ho imparato con gli anni a guardare la sera,
    al di là del paesaggio, al di là degli uomini.
    La luce domenicale di una campana bianca
    suona allegra e lontana e viene dall’infanzia.

    Mi sono affacciato all’abisso
    dove il corvo alza l’urgenza del suo volo
    con il ratto disegno di un presagio senza ora.

    Nella pienezza delle colture
    il grano è pronto, in maturazione la provincia
    boreale della frutta.

    Segato è il frumento e pronto il serpente
    allo spasmo ondulante del ciclo rigoroso.
    Il finocchio ingiallisce già la sua croce invertebrata
    contro la lieve sera e i suoi alti silenzi
    di uccelli blu.

    Nella base del monte una nuvola alza
    la sua colonna barocca densa di acqua e di luce.
    E ci sono solo gli occhi nel finale stretto
    di questa sera di piombo,
    di freddo piombo sotto e blu sulle sierre.

    L’aquila abbandona la sua estesa apertura alare
    alle curve feconde del vento lungo e verde.

    Con il canto del cuculo
    qualcosa dice la sera che l’occhio non comprende
    sulla pesantezza blu della genziana,
    sulla persistente fragilità del giglio,
    schiettamente bianco contro la pietra grigia,
    sotto un cipresso senza nome.

    Ed è prigioniero il tempo nei monti che assale,
    ansimante, un’asprezza di cisto e stecade.
    Cattura lo sguardo del cielo di altre sere,
    disarmato e prigioniero dalla luce cereale
    dove arse l’infanzia.

    Non so se questa sera rifonderà un’altra sera
    con le sue canzoni verdi e la sua luce di campana.
    Io la fisso nel suo fragile volo e nell’agreste
    salita di ginestre, nello sconquasso dell’arco
    vessato da ortiche,
    con il vento e la sabbia che scombina il tempo.

    --

    PLATA MUDA
    (De Chirico)

    ¿Y habrá estatuas de sal del otro lado?
    Olga Orozco

    Por las cúpulas frías del desierto de un sueño,
    donde posa la luna
    su antigua soledad inhabitable en el reloj de un arco,
    viene la plata helada.

    Viene la plata sola por las olas que insisten
    en socavar la arena
    y en dispersar los pecios y enterrar las columnas
    bajo las herraduras de un galope en la orilla.

    Por la música blanca que baja de las violas
    hasta el ojo del hombre y el alfiler del grito
    que sube al corazón desde la sangre,
    por el mármol en sombra que cae en los acueductos
    viene la plata helada y sola de una rosa
    sin sueño y sin memoria.
    Hay máscaras sin nadie que vuelven con la noche
    a posar su vacío en la arena desierta.

    La ceguera de mármol de la estatua.
    Sobre las alamedas sus párpados de yeso
    en las noches con luna.

    Su plata sola y muda
    se posa indiferente
    sobre la incertidumbre del pintor o el poeta.

    ARGENTO MUTO

    E ci saranno statue di sale dall'altro lato?
    Olga Orozco

    Dalle fredde cupole del deserto di un sogno,
    dove la luna posa
    la sua antica solitudine inabitabile nell'orologio di un arco,
    arriva l'argento freddo.

    Viene solo l’argento tra le onde che insistono
    nello scavare la sabbia
    nel disperdere i relitti e nel sotterrare le colonne
    sotto gli zoccoli di un galoppo sulla riva.

    Dalla musica bianca che scende dalle viole
    fino all'occhio dell'uomo e lo spillo del grido
    che sale al cuore dal sangue,
    dal marmo in ombra che cade sugli acquedotti
    arriva l’argento freddo e solo di una rosa
    senza sogno e senza memoria.

    Ci sono maschere senza nessuno che tornano con la notte
    a posare il loro vuoto sulla sabbia deserta.

    La cecità di marmo della statua.
    Nei viali le sue palpebre di gesso
    nelle notti con luna.

    Il suo argento solo e muto
    si posa indifferente
    sull'incertezza del pittore o del poeta.

    --

    ROMA

    Cómo morir aquí, donde la higuera
    trenza el galope en bronce de los siglos
    y extiende su aspereza como si una paloma
    abriese en plena noche la curva de estas tardes.

    ROMA

    Come morire qui, dove l'albero di fico
    intreccia il galoppo in bronzo dei secoli
    ed espande la sua severità come se una colomba
    aprisse nel cuore della notte le anse di queste sere.

    --

    HIJO DE ANQUISES

    Anquises recibe con alegrìa la visita de su hijo
    (Virgilio. Eneida VI, 687)

    Hijo triste de Anquises,
    tú que te preguntabas,
    ante los altos muros de la ausencia
    que proyectan su sombra vacía por los bosques,
    en qué deshabitada habitación de niebla
    se ampara su presencia o su memoria.

    Si volvieras a verlo, si después de cruzar
    el desierto de Libia y sus noches de escarcha
    pudieras rescatarlo
    del reino de tinieblas donde muere...

    Si torpemente hundieras tu mirada,
    tus metódicos ojos que fundaron ciudades
    sobre sus ojos ciegos y sus cuencas vacías,
    verías sólo una sombra.

    No esperes ya su peso
    dulce sobre tus hombros después de la batalla:
    verías sólo el recuerdo de lo que fue su forma,
    un espejismo de aire.

    Te asaltará una pena
    que pesará en tu pecho más que su cuerpo antiguo,
    más que el aire que abrazas
    bajo esta noche oscura de la muerte.

    Será la conmemoración de los despojos
    que noviembre ha dejado con sus flores heladas
    sobre una luz tan fría que recuerda al acero.

    ¿Persiste su recuerdo
    o es sólo ese residuo de rotación y tránsito
    que en el borde cansado de la tarde,
    flota sobre el arroyo y vaga por el soto,
    por la reminiscencia de las regiones póstumas?

    Qué lugar tiene a Anquises, preguntabas,
    en qué hondas vecindades sigilosas
    vive su silenciosa mansedumbre.

    Y ahora lo has comprendido, cuando después de verlo,
    después de hablar con él
    del álgebra implacable de los días,
    te ha abierto las dos hojas de las puertas del sueño:

    Cualquier isla es su tumba cuando llueve,
    cuando la lluvia pone su máscara piadosa
    en la grisalla dura del invierno en el mar.

    FIGLIO DI ANCHISE

    Anquises riceve con gioia la visita di suo figlio
    (Virgilio, Eneida VI, 687)

    Triste figlio di Anchise,
    tu che ti chiedevi,
    dinanzi alle alte mura dell'assenza
    che proiettano la sua ombra vuota nei boschi,
    in quale disabitata abitazione di nebbia
    si ripari la sua presenza o la sua memoria .

    Se lo vedessi di nuovo, se dopo aver attraversato
    il deserto della Libia e le sue notti gelide
    potessi sottrarlo
    al regno delle tenebre dove muore ...

    Se goffamente lasciassi cadere il tuo sguardo,
    i tuoi metodici occhi che hanno fondato città
    in quelli suoi ciechi e nelle sue orbite vuote,
    vedresti solo un'ombra.

    Non attendere più il suo peso
    dolce sulle tue spalle dopo la battaglia:
    vedresti solo il ricordo di ciò che la sua ombra fu,
    un miraggio d'aria.

    Sarai assalito da una pena
    che peserà sul tuo petto più del suo corpo antico,
    più dell'aria che abbracci
    sotto questa notte oscura della morte.

    Sarà la commemorazione delle spoglie
    che novembre ha lasciato con i suoi fiori gelati
    su una luce così fredda che ricorda l'acciaio.

    Persiste il suo ricordo
    o è solo quel rumore di rotazione e transito
    che nel fianco stanco della sera,
    galleggia sul torrente e vaga nella boscaglia,
    lungo la reminiscenza delle regioni postume?

    Quale luogo imprigiona Anchise, domandavi,
    in quale profondo silente spazio circostante
    vive la sua silenziosa mansuetudine.

    E ora lo hai compreso, quando dopo averlo visto,
    dopo aver parlato con lui
    dell'implacabile algebra dei giorni,
    ti ha aperto le due foglie delle porte del sogno:
    qualsiasi isola è la sua tomba quando piove,
    quando la pioggia mette sulla sua maschera pietosa
    nella pesante cupezza dell'inverno nel mare.

    --

    LA MIRADA DEL ÁNGEL

    Sobre un fondo de almagres de Pompeya,
    sobre el incandescente color de los incendios
    que aquí, en los frescos, arde,
    anticipa esta luz sus propias destrucciones.

    Sobre ese fondo almagre han empezado a alzarse
    los días eruptivos del volcán,
    con su lluvia de fuego y su lengua de lava.

    El mundo queda atrás,
    en los misterios órficos y en sus apartamientos
    en la luz transparente de la villa iniciática,
    en el aliento frío que la pared desprende
    al fondo de estos cuerpos calientes y secretos.

    Ardiente y lentamente, va arrasando su cauce
    los cuerpos en escorzo, la sucesión de vértebras
    y aquellos corazones abiertos al misterio
    donde encendió sus piras la liturgia
    o levantó las alas un pájaro de hielo.

    Corona, mirto y túnica, sin que lo viera nadie,
    reptaba sucesivo el frío de la serpiente
    desde la oscura selva que tutelaba un fauno.

    Por esa herida abierta en la que el tiempo pone
    la lepra contagiosa de sus manos,
    los huevos insidiosos de sus declinaciones,
    huye con una lámpara
    el ángel femenino de las sombras.

    Los contempla sereno un Cupido que apoya
    la barbilla infantil en su mano de sombra,
    mientras en la otra mano está en reposo un arco.

    Es el ángel hermético
    la máscara terrible de las calcinaciones,
    es el tiempo impasible
    que le cubrió de fuego la cabeza.

    Ya sólo ese Cupido les observa
    con mirada aburrida, flexionada una pierna
    sobre la rama verde del laurel de los mitos.

    Desde otra selva oscura
    ¿qué ángeles invisibles nos estarán mirando
    igual de indiferentes, igual de imperturbables?

    LO SGUARDO DELL'ANGELO

    Sullo sfondo di almagri* di Pompei,
    sull’incandescente colore degli incendi
    che qui, negli affreschi, arde,
    anticipa questa luce le sue proprie distruzioni.

    Su quello sfondo almagre* hanno cominciato ad alzarsi
    i giorni eruttivi del vulcano,
    con la sua pioggia di fuoco e la sua lingua di lava.

    Il mondo resta indietro
    nei misteri orfici e nelle loro segretezze
    nella luce trasparente della villa iniziatica,
    nel freddo respiro che la parete sprigiona
    in fondo a questi corpi caldi e segreti.

    Ardente e lentamente, va distruggendo il loro canale
    i corpi ripiegati, la successione di vertebre
    e quei cuori aperti al mistero
    dove la liturgia accese le sue pire
    o alzò le ali un uccello di ghiaccio.

    Corona, mirto e tunica, senza che nessuno lo vedesse,
    strisciava successivamente il freddo del serpente
    dall’oscura selva che sorvegliava un fauno.

    Lungo quella ferita aperta in cui il tempo mette
    la contagiosa lebbra delle sue mani,
    le uova insidiose delle sue declinazioni,
    fugge con una lampada
    l'angelo femminile delle ombre.

    Li contempla sereno un Cupido che appoggia
    il mento infantile nella sua mano d’ombra,
    mentre nell’altra mano è a riposo un arco.

    È l'angelo ermetico
    la terribile maschera delle calcinazioni,
    è il tempo impassibile
    che gli coprì di fuoco la testa.

    Ormai solo quel Cupido li osserva
    con sguardo annoiato, una gamba flessa
    sul verde ramo dell'alloro dei miti.

    Da un'altra selva oscura
    quali angeli invisibili ci staranno osservando
    altrettanto indifferenti, altrettanto imperturbabili?

    --

    POMPEYA, 25 DE AGOSTO, AÑO 79

    Otros habían salido de la ciudad volcánica
    algunas horas antes.
    Habían ido dejando las puertas bien cerradas,
    pensaban regresar cuando pasara aquello.

    Se llevaron las llaves de hierro de sus casas,
    anillos de oro y plata, medallones, sestercios,
    estatuillas de bronce de la diosa Fortuna
    o talismanes fálicos
    de probada eficacia en asuntos de amor.

    Algunos se quedaron. Como aquella pareja.

    Con el amanecer, la lluvia de lapilli parecía amainar.
    Y aquellos dos amantes, tras una noche ardiente,
    cogieron al salir tan sólo una lucerna
    que llenaron de aceite para ver en lo oscuro.
    Tenía la forma humana de una cabeza bruna.

    En las puertas del sur –no llegaron más lejos-
    el sacerdote de Isis sólo pudo atrapar
    los gestos impotentes de su huida.
    Retuvo en su mirada un reptil encendido
    que ardía bajo las llamas;
    la luz incandescente de un tiempo sin orillas
    y el silencio inclemente de la piedra fundida.

    POMPEI, 25 AGOSTO, ANNO 79
    Altri avevano lasciato la città vulcanica
    alcune ore prima.
    Avevano lasciato le porte ben chiuse,
    pensavano di ritornare una volta finito tutto.

    Portarono via le chiavi di ferro delle loro case,
    anelli d'oro e d'argento, medaglioni, sesterzi,
    statuette in bronzo della dea Fortuna
    o talismani fallici
    di provata efficacia in questioni d'amore.

    Alcuni sono rimasti. Come quella coppia.

    Con l'alba la pioggia di lapilli sembrava svigorirsi.
    E quei due amanti, dopo una notte ardente,
    presero uscendo solo una lucerna
    che riempirono d'olio per vedere al buio.
    Aveva la forma umana di una testa bruna.

    Nelle porte meridionali - non arrivarono più lontano -
    il sacerdote di Iside poté solo catturare
    i gesti impotenti della loro fuga.
    Trattenne nello sguardo un rettile acceso
    che bruciava sotto le fiamme;
    la luce incandescente di un tempo senza sponde
    e il silenzio inclemente della pietra fusa.

    --

    LA MIRADA DEL ÁNGEL

    Sobre un fondo de almagres de Pompeya,
    sobre el incandescente color de los incendios
    que aquí, en los frescos, arde,
    anticipa esta luz sus propias destrucciones.

    Sobre ese fondo almagre han empezado a alzarse
    los días eruptivos del volcán,
    con su lluvia de fuego y su lengua de lava.

    El mundo queda atrás,
    en los misterios órficos y en sus apartamientos
    en la luz transparente de la villa iniciática,
    en el aliento frío que la pared desprende
    al fondo de estos cuerpos calientes y secretos.

    Ardiente y lentamente, va arrasando su cauce
    los cuerpos en escorzo, la sucesión de vértebras
    y aquellos corazones abiertos al misterio
    donde encendió sus piras la liturgia
    o levantó las alas un pájaro de hielo.

    Corona, mirto y túnica, sin que lo viera nadie,
    reptaba sucesivo el frío de la serpiente
    desde la oscura selva que tutelaba un fauno.

    Por esa herida abierta en la que el tiempo pone
    la lepra contagiosa de sus manos,
    los huevos insidiosos de sus declinaciones,
    huye con una lámpara
    el ángel femenino de las sombras.

    Los contempla sereno un Cupido que apoya
    la barbilla infantil en su mano de sombra,
    mientras en la otra mano está en reposo un arco.

    Es el ángel hermético
    la máscara terrible de las calcinaciones,
    es el tiempo impasible
    que le cubrió de fuego la cabeza.

    Ya sólo ese Cupido les observa
    con mirada aburrida, flexionada una pierna
    sobre la rama verde del laurel de los mitos.

    Desde otra selva oscura
    ¿qué ángeles invisibles nos estarán mirando
    igual de indiferentes, igual de imperturbables?

    LO SGUARDO DELL'ANGELO

    Sullo sfondo di almagri* di Pompei,
    sull’incandescente colore degli incendi
    che qui, negli affreschi, arde,
    anticipa questa luce le sue proprie distruzioni.

    Su quello sfondo almagre* hanno cominciato ad alzarsi
    i giorni eruttivi del vulcano,
    con la sua pioggia di fuoco e la sua lingua di lava.

    Il mondo resta indietro
    nei misteri orfici e nelle loro segretezze
    nella luce trasparente della villa iniziatica,
    nel freddo respiro che la parete sprigiona
    in fondo a questi corpi caldi e segreti.

    Ardente e lentamente, va distruggendo il loro canale
    i corpi ripiegati, la successione di vertebre
    e quei cuori aperti al mistero
    dove la liturgia accese le sue pire
    o alzò le ali un uccello di ghiaccio.

    Corona, mirto e tunica, senza che nessuno lo vedesse,
    strisciava successivamente il freddo del serpente
    dall’oscura selva che sorvegliava un fauno.

    Lungo quella ferita aperta in cui il tempo mette
    la contagiosa lebbra delle sue mani,
    le uova insidiose delle sue declinazioni,
    fugge con una lampada
    l'angelo femminile delle ombre.

    Li contempla sereno un Cupido che appoggia
    il mento infantile nella sua mano d’ombra,
    mentre nell’altra mano è a riposo un arco.

    È l'angelo ermetico
    la terribile maschera delle calcinazioni,
    è il tempo impassibile
    che gli coprì di fuoco la testa.

    Ormai solo quel Cupido li osserva
    con sguardo annoiato, una gamba flessa
    sul verde ramo dell'alloro dei miti.

    Da un'altra selva oscura
    quali angeli invisibili ci staranno osservando
    altrettanto indifferenti, altrettanto imperturbabili?

    --

    TUMBA EN PAESTUM

    Igual que el tiempo, el aire
    abre en la arena a veces surcos indescifrables.

    Vibra lejos la tarde y en un rincón oscuro
    se apaga mudo el tiempo, pero arde la memoria
    y la luz flota entonces igual que el nadador,
    sin peso y sin minutos.

    Como último profeta de un tiempo que ya ha muerto
    en la materia oscura de un corazón sin fondo,
    el nadador sublime se detiene en su salto
    y flota en el vacío, en su eterna caída.

    Cae derecho a su tumba, a las aguas que van
    al reino de los muertos,
    abre el profundo espacio
    de la tarde sin fin, de la noche sin fondo.

    Y permanece inmóvil en el aire intermedio
    de la vida a la muerte parada de las olas,
    en el aire sin tiempo circular que transcurre
    de una tierra de nadie a una tumba sin nombre.

    Es el día sin tamaño, el paisaje sin ecos
    que flota envuelto en niebla,
    contra la espalda lenta de la tarde.

    Y cae sobre la arena
    el martillo incansable de la lluvia.

    TOMBA A PAESTUM

    Come il tempo, l'aria
    apre nella sabbia a volte solchi indecifrabili.

    Vibra lontano la sera e in un angolo buio
    si spegne muto il tempo, ma arde la memoria
    e dunque la luce galleggia come il nuotatore,
    senza peso e senza minuti.

    Come ultimo profeta di un tempo che è già morto
    nella materia oscura di un cuore senza fondo,
    il sublime nuotatore si sospende nel suo salto,
    e galleggia nel vuoto, nella sua eterna caduta.

    Cade dritto nella sua tomba, nelle acque che vanno
    nel regno dei morti
    apre il profondo spazio
    della sera senza fine, della notte senza fondo.

    E rimane immobile nell'aria intermedia
    dalla vita alla morte sospese dalle onde,
    nell'aria senza tempo circolare che trascorre
    da una terra di nessuno a una tomba senza nome.

    E' il giorno senza dimensione, il paesaggio senza echi
    che galleggia avvolto nella nebbia,
    contro la lenta schiena della sera.

    E cade sulla sabbia
    il martello instancabile della pioggia.

    --

    LA LLUVIA EN AGRIGENTO

    Los colores son pájaros paralelos.
    (Roberto Juarroz)

    Cae la lluvia templada y azul sobre el pastor,
    en las flores moradas del final del invierno
    y sobre los ganados en calma de febrero.

    Llueve verde el otoño mientras rezuma lenta
    la tarde sobre el valle que se disuelve al fondo,
    igual que una acuarela.

    Con paciencia arterial arde en los laberintos
    nocturnos del verano.

    Negra lluvia de agosto
    conjuga oscuramente con su diástole líquida
    el material cifrado de los sueños,
    los animales negros de la noche
    y el oleaje opaco del mar de los ahogados.

    Es gris en la mañana con niebla de diciembre
    el color de la lluvia secreta en Agrigento,
    pero cierras el libro y al otro lado oscuro
    del cristal llueve y llueve.

    Sigue lloviendo y tiemblan
    las gotas como pájaros
    de agua sobre las piedras pulidas del camino.

    LA PIOGGIA AD AGRIGENTO
    I colori sono uccelli paralleli.
    (Roberto Juarroz)

    Cade la blu e mite pioggia sul pastore,
    sui fiori viola della fine dell'inverno
    e sul bestiame di febbraio in calma.
    Piove verde l’autunno mentre trasuda lentamente

    la sera sulla valle che si dissolve sullo sfondo,
    come fosse un acquerello.
    Con pazienza arteriale arde nei labirinti
    notturni dell’estate.

    Nera pioggia di agosto
    coniuga cupamente con la sua diastole liquida
    il materiale cifrato dei sogni,
    gli animali neri della notte
    e l’opaca ondosità del mare degli annegati.

    È grigio al mattino con nebbia di dicembre
    il colore della pioggia segreta ad Agrigento,
    ma chiudi il libro e dall'altro lato buio
    del cristallo piove e piove.

    Piove ancora e tremano
    le gocce come uccelli
    di acqua sulle pietre levigate della strada.

    --

    MAÑANA CENARÁS EN SIRACUSA
    Mañana cenarás en Siracusa
    (Cicerón)

    Fue cuando más ardía la isla sobre los pinos
    y discurría un rumor espiral de serpientes
    mientras caía la tarde más allá de las olas,
    debajo de las aguas encendidas del tiempo.

    Aún flotaba en el viento un artificio
    de memoria y olvido,
    el espacio del vértigo del interior de un sueño.

    Y en lo oculto, en lo hondo,
    en donde crece el verde silencio de las cañas,
    crece también el cuenco profundo de la noche,
    germina la secreta sintaxis de los sueños,
    con números oscuros y templos en penumbra.

    Desde los laberintos del bosque de la vida
    viajas al arrabal de los recuerdos,
    a un tiempo sin espacio,
    a una casa sin puertas tras un círculo blanco.

    A la casa del sueño, a un sueño donde eras
    no sólo el personaje, también el escenario,
    el perro oracular que protege la casa
    y conduce al que sueña al reino de los muertos.

    Eras en ese sueño el tiempo sin minutos,
    los lugares, los nombres borrosos del que sueña y del soñado,
    quien pronuncia y escucha
    lo que duerme en los pozos,
    las opacas metáforas de una sibila oscura
    que vive en tu futuro, como tú en su pasado.

    Mañana cenarás en Siracusa,
    oirás en ese sueño.
    Pero no sabrás dónde, si en cárcel o palacio,
    si acompañado o solo.

    Mañana cenarás en Siracusa.
    ¿Y en dónde está el que sueña?

    DOMANI CENERAI A SIRACUSA
    Domani cenerai a Siracusa (Cicerone)

    Fu quando l'isola ardeva di più sui pini
    e scorreva un rumore spirale di serpenti
    mentre calava la sera al di là delle onde,
    sotto le acque accese del tempo.

    Galleggiava ancora nel vento un artificio
    di memoria e oblio,
    lo spazio della vertigine nell’interno di un sogno.

    E nell’occulto, nel profondo,
    dove cresce il verde silenzio delle canne,
    cresce anche il concavo profondo della notte,
    germina la sintassi segreta dei sogni,
    con numeri scuri e templi in penombra.

    Dai labirinti dei boschi della vita
    viaggi verso l’adiacenza dei ricordi,
    a un tempo senza spazio,
    a una casa senza porte dietro un cerchio bianco.

    Alla casa del sogno, a un sogno in cui eri
    non solo il personaggio, ma anche lo scenario,
    il cane oracolare che protegge la casa
    e conduce colui che sogna al regno dei morti.

    Eri in quel sogno il tempo senza minuti,
    i luoghi, i nomi
    sfocati di chi sogna e del sognato,
    chi pronuncia e ascolta
    ciò che dorme nei pozzi,
    le opache metafore di una sibilla oscura
    che vive nel tuo futuro, come tu nel suo passato.

    Domani cenerai a Siracusa,
    Udirai in quel sogno.
    Ma non saprai dove, se in carcere o in palazzo,
    se accompagnato o da solo.
    Domani cenerai a Siracusa.
    E dov'è chi sogna?

  • Il racconto. NELLA MIA VITA
    HO AVUTO SETTE PADRI

    data: 23/03/2021 18:43

    Juan Carlos Méndez Guédez (Barquisimeto, Venezuela, 1967), è dottore in Letteratura Ispanoamericana presso l'Universita di Salamanca. I suoi romanzi pubblicati sono: La ola detenida; El baile de Madame Kalalú; Los maletines; Una tarde con campanas y Arena negra (Premio del libro dell'anno in Venezuela nel 2013). Come racconti ha pubblicato i seguenti titoli: La diosa de agua; La noche y yo; Ideogramas; Hasta luego, Mister Salinger.

    BREVE BIOGRAFÍA DE RAMÓN MÉNDEZ, ALIAS “MI PADRE”

    di Juan Carlos Méndez Guédez
    (trad. Marcela Filippi)

    En la infancia tuve siete padres y todos se llamaban Ramón Méndez.
    Desde muy pequeño, cuando me preguntaban por él, contaba su vida con abundancia de detalles.
    Comprendí luego que los datos no siempre coincidían; algunos eran ciertos, otros eran intuiciones, la mayor parte de ellos derivaban de las palabras que yo tuviese a mano en cada momento.
    Nuestra historia común era demasiado breve como para aspirar a la coherencia. Me abandonó cuando yo era un bebé de pocos meses y sólo coincidimos en un breve acto legal que no es importante para esta narración.
    De él, conservaba apenas un par de fotos; una con su uniforme de gala; blanco, con cordones dorados; otra de civil, con un traje marrón y una corbata mal anudada. Tal vez debido a esas fotos uno de mis siete padres era un sub-oficial del ejército. Y cierto es que la figura de ese militar resultaba la más próxima a la verdad (con el detalle de que según mi versión había sido condecorado por enfrentar a las guerrillas de los años sesenta), pues en otras ocasiones mi padre era marinero y vivía moviéndose en barco por el mundo transportando mercancías. En una tercera historia yo señalaba que había sido un piloto de avión que intentó evitar el bombardeo de La Moneda cuando el golpe contra Allende. Y también en ciertos momentos fue boxeador; un hábil peso welter que solía combatir en Nueva York y que tarde o temprano tendría una oportunidad para luchar por el campeonato contra Sugar Ray Leonard. Hacia la adolescencia, Ramón Méndez se transformó en un agente de inteligencia del CESID español; en un cantante de rancheras que vivía en Guadalajara dando conciertos para un selecto público; y finalmente, en un acaudalado hacendado en Apure que poseía miles de cabezas de ganado y paseaba a caballo por sus miles de hectáreas.
    Ahora que lo pienso, cada una de esas mutaciones no hablaban de él. El modo en que yo lo construía supongo corresponde a momentos de mi vida que olvidé y que ya no importan. Mutaba, mutábamos. Pero había una fijeza: su nombre. Podía describirlo de mil maneras diferentes pero siempre le coloqué su nombre real como un único indicio,
    como la escasa coherencia que él podía otorgarme.
    Por eso, cuando hace semanas yo caminaba por la calle Jugo de Maracaibo y trataba de localizar un lugar donde beberme una limonada, no supe muy bien qué hacer con esa figura renqueante que pasó a mi lado gritando versículos de la Biblia.
    Dudé. La luz. El calor. El sol zumbando en mis sienes. La sed clavada en la garganta como un pico de botella.
    Lo seguí unos metros. Adiviné su espalda; las manos inmensas, los pies pequeños; luego caminé delante de él, distinguí su frente, sus lentes de miope. Al llegar a una esquina lo dejé pasar: una sombra de aire encerrado y loción de afeitar cubierta por ropas ajadas. Apoyé la espalda en una pared. Me había pasado en muchos lugares del mundo; creía reconocerlo y luego descubría que se trataba de otra persona. Supuse que se trataba de una nueva confusión hasta que en una plaza vi que dos hombres lo saludaron a gritos pronunciando su nombre.
    Regresé al hotel Kristoff. Me eché en la cama y puse el aire acondicionado a una temperatura tan baja que me tembló la mandíbula. Quise dormir, pero al final tomé notas de trabajo en mi cuaderno. Había venido a la ciudad para impregnarme del ambiente con que se iniciaría la serie de televisión que tres prestigiosos guionistas estaban preparando para una productora. Una historia de fronteras, narcos, guerrillas, cuyas acciones saltarían entre Maracaibo, Medellín, Ciudad Juárez y Miami. Nada que no se hubiese escrito o grabado antes, pero que por eso mismo contenía grandes posibilidades de éxito.
    Con los años yo me había resignado a mi talento. Un talento muy concreto. Nadie era mejor que yo escribiendo un programa piloto. Los mejores guionistas en español o en inglés me contrataban para que escribiese ese capítulo inicial. Luego ellos continuaban el trabajo. Al parecer, mi habilidad se fatigaba al extenderse. El cansancio, y la abulia me tomaban cuando me tocaba escribir seis, doce, diez, treinta capítulos. Eso era lo que se afirmaba en el medio, y por eso desde años atrás nadie me pedía formar parte estable de un equipo. Yo era el mejor abriendo una historia, pero allí debía abandonarla en mejores manos.
    Ganaba buen dinero por ello. Yo era el encargado de abrir mundos que jamás cerraría. No albergaba quejas, ni aspiraciones. Y además esta vez, la nueva serie me permitió darme un salto a Venezuela, el lugar de dónde me había marchado hacía muchísimo tiempo.
    Mentiría si dijese que esperaba tropezar con mi padre. Cuarenta años habían pasado desde la última vez que nos vimos. Mentiría si dijese que no esperaba que una coincidencia nos acercase. Pero en los breves momentos en que imaginaba ese encuentro el escenario siempre era Caracas, la ciudad donde crecí, donde vivía mi padre cuando conoció a mamá y la llenó de falsas promesas hasta dejarla tirada con un bebé de pocos meses.
    Abrí mi ordenador. Pedí que me subieran una limonada muy fría a la habitación y durante unos instantes pensé si sería posible escribir una historia sobre mi padre; una historia personal, íntima, algo para mí, algo que no fuese un piloto pagado en dólares por unos ejecutivos de México o de Los Ángeles.
    “Ramón Méndez nació en un pueblo del estado Mérida en 1932. Sub oficial del ejército, en algún momento de los años sesenta recibió la oferta de incorporarse a la Academia militar para graduarse como oficial pero prefirió realizar estudios de nutrición en la universidad, y como decía con patético orgullo, fue el primer dietista hombre de América Latina.
    Sus tareas en las fuerzas armadas se ciñeron a vigilar la correcta alimentación de la tropa. En los años ochenta, cuando había alcanzado el rango de Maestro Técnico de Primera, no pudo justificar cierto desvío de dinero en las cuentas de la cocina del cuartel por lo que sus superiores le exigieron solicitase la baja del ejército”.
    Miré mucho rato la pantalla y comprendí que no había mucho más que contar. Al menos yo no tenía mucho más para contar después de años de infructuosas búsquedas. Ya no valían las insólitas vidas que yo le había inventado en el colegio o en el Instituto para sorpresa de esos compañeros míos que siempre tuvieron la gentileza de no advertir las contradicciones de mis historias.
    Me eché en la cama y estuve un rato chateando con Ninoska, una de mis mejores amigas. Le conté lo sucedido. Pareció intrigada, pero luego me confesó que su propio padre se encontraba enfermo en un hospital de Lima. Le di ánimos y envié saludos a aquel hombre al que había conocido en mis tiempos universitarios: un corpachón sonriente que solía invitar a los amigos de Ninoska a maravillosas parrillas en el patio de su casa.
    Cerré los ojos para dormir.
    Lo mejor era apretar mis sesiones de trabajo y largarme de inmediato de Venezuela. Quizá a Perú, para ver a mi amiga, quizá a México para reunirme con los guionistas que me habían contratado. Largarme pronto. Ya.
    Al día siguiente me coloqué en el mismo punto de la calle Jugo. Frente a mis ojos una casa resplandecía con un penetrante color uva; desde las otras fachadas brotaban resplandores amarillos, violetas, magentas, verdes. Durante unos instantes me sentí como una gota de aceite en la que estallaban tonalidades cálidas, colores de fuego y agua.
    Lo vi acercarse de nuevo; llevaba la misma ropa del día anterior, pero esta vez no daba gritos sino que apretaba entre sus manos una Biblia mugrienta. Se detuvo a tomar aire. Por su cojera, comprendí que tenía algún problema en la cadera o en las rodillas. Sonreí. Sería tan fácil darle un empujón y dejarlo tirado en la calle como una de esas cucarachas que permanecen boca arriba, impotentes, desesperadas.
    El sol pareció arder sobre las nubes. Una llamarada gélida recorrió mi espalda cuando Ramón Méndez se detuvo a mi lado y me miró. No soporté la opacidad, la niebla cansada de esos ojos pequeños. Estuve a punto de correr, pero él sonrió unos instantes y luego retomó su camino. Las piernas me temblaban.
    Regresé al hotel y tomé un montón de notas para el programa piloto. Trabajé horas y horas. Sólo me detuve para beber un par de limonadas y ducharme. Esa noche, cuando se fue apagando el cielo, sentía que acababa de subir y bajar una inmensa montaña.
    Hablé con Ninoska para saber sobre la salud de su padre. Dijo que continuaba estable en su gravedad. Le conté luego lo que había sucedido en la calle Jugo; me advirtió que a lo mejor Ramón Méndez me había reconocido. Salté al pensar en esa posibilidad. Después mi amiga susurró que debería abordarlo y hablar con él; por lo que describía sobre sus ropas quizá necesitaría dinero y como un gesto de reconciliación yo podía dárselo. Reí. Podía ser cierto, pero según me contó mamá, Ramón Méndez solía guardar billetes en un calcetín viejo. Gastaba muy poco y jamás echaba mano de esos ahorros aunque la situación de casa lo requiriese con urgencia.
    Cuando se marchó, no dejó ni un bolívar en casa. Tampoco realizó un solo giro o hizo llegar algún regalo. Años después, un abogado y un juez lo obligaron a pasar una mensualidad miserable que llegó de forma discontinua y que desapareció por entero el mes que me hice mayor de edad.
    No. Lo juro. No estaba en mis planes responder a su miseria con generosidad.
    Esa noche puse un bromazepan bajo mi lengua; me quedé dormido mirando series en la tele.
    Dormí la mañana entera y al mediodía contraté un taxi para que me llevase a Punta de Piedra; un pueblo desde el que podía contemplarse el puente sobre el lago de Maracaibo y la silueta de la ciudad. Era un sitio perfecto para algunas escenas en la que los protagonistas podían conversar sobre sus planes. Comí chivo en coco; bebí algunas cervezas y tomé muchas notas.
    Estuve mucho rato mirando el puente: sus líneas perfectas, esa solidez en la que parecía flotar sobre las aguas. Luego contemplé el lago. Me dijeron que estaba muy contaminado pero eso no podía adivinarse al mirar el parpadeo de sus pequeñas olas, de sus corrientes: atmósferas de zafiro y cuarzo, metales derretidos, cremosidad de tierra batida y espuma. Durante instantes, el tiempo desapareció y solo estuve detenido en la persistencia del agua. El lago respiró dentro de mí: sus colores, su rumor, su extensión que parecía crecer hacia el cielo.
    Recordé la leyenda de los indios Arawak. Allí se afirmaba que antes del lago existía en ese punto una frondosa selva, hasta que un día, indignado porque su hija había dejado de cuidarlo y se había marchado con un cazador a recitar versos, el dios del lugar abrió la tierra con tal fuerza que los ríos y el mar entraron con inmenso poderío y sepultaron a todos los seres que poblaban esa tierra. Por eso motivo, ahora el lago tiene una sonoridad propia que no es la del mar ni la de las corrientes fluviales; una sonoridad susurrante que recuerda las voces de la hija del dios y de su amante.
    Regresé a la calle Jugo. Perduraba en mí la visión del agua, sus voces húmedas, solares. Era como si todos esos dioses que alguna vez vivieron dentro del lago hubiesen dejado en mí una pequeña señal de silencio. Quería vaciarme de palabras. No pensar; no decir. Quizá por eso mi mirada se adhirió a la figura de Ramón Méndez cuando apareció en la calle. Esta vez caminaba con mayor lentitud, como si el dolor de los huesos lo estuviese atormentando más que nunca. Por segundos, pensé en contarle que alguna vez fue un hacendado, un piloto de avión, un boxeador de peso welter, un marinero, un espía, un cantante de rancheras, un militar heroico. Decirle sólo eso y largarme. Dejarlo con la perplejidad de descubrir que dentro de su mezquino cuerpo convivieron las muchas personas que su ausencia trazó dentro de mis palabras. Deseaba asomarlo al terror de ser también la hechura de mis historias; el agujero rellenado con frases sueltas que le fui colocando capa tras capa. Imaginé que si le hablaba y le contaba eso, las siguientes noches no dormiría pensando que todos esos fantasmas vivían dentro de él, reclamando un espacio, devorándolo.
    Pero cuando pasó a mi lado, Ramón Méndez se detuvo, me tomó por los dos brazos y dijo con voz asmática: “Hijo mío, hijo mío…Cristo, te ama. No lo olvides, Cristo te ama”.
    Lo vi marcharse. Quise respirar hondo, pero el aire palpitaba como fuego.
    No hubo tiempo para confusiones o dudas porque en la siguiente esquina tropezó con una mujer que llevaba una minifalda azul y una camiseta blanca y también le gritó: “hija mía, hija mía, Cristo te ama”.
    Esa noche hablé un buen rato con Ninoska. No le conté nada de lo sucedido. Ella parecía ausente. Me refería con palabras lentas los comentarios de los médicos. Malas noticias; pésimas previsiones. Su padre se consumía en una cama, lejano, ausente, recorrido tan sólo por quejidos que de tanto en tanto brotaban de su boca como una señal de rendición y derrota.
    - ¿Sabes qué hizo cuando muy pequeña tuve una neumonía?- acotó-, me llevó a su
    cuarto y me acostó al lado de mi madre, y él se sentó en una silla para vigilar toda
    la noche, cada noche. No durmió durante días. Yo lo veía con los ojos enrojecidos
    y el rostro demacrado, acariciando con cansancio el termómetro y las medicinas.
    Bajé al restaurante del hotel y continué tomando notas. Comí un sándwich y bebí una gaseosa. A mi lado, una pareja de canadienses hablaba entre ellos. Escuché que la mujer le contaba al marido la historia de la Virgen de Chiquinquirá. Al parecer, en el siglo XVIII una lavandera encontró una tablita en el lago y al llevarla a casa descubrió la milagrosa imagen de la virgen, por lo que ahora Maracaibo la adoraba en la principal iglesia de la ciudad.
    “El lago, el lago”, pensé, y pude contemplar esa superficie de agua como una palpitación enferma que acompañaba a la ciudad, que la reflejaba y la volvía un temblor húmedo. Desde allí, antes, ahora, surgían los dioses que acompañaban el lugar.
    Esa misma noche soñé que mi padre y yo caminábamos en el fondo del lago; envueltos en burbujas, en petróleo, en arena. Al despertar, corrí al baño y escupí varias veces: un amargo sabor de sal me llenaba la boca.
    Caminé por las calles que frecuentaba Ramón Méndez pero a horas distintas a las que él solían transitarlas. Hablé con algunas personas; logré sacarl algunos datos. El anciano vivía con una prima y se había convertido en evangélico desde hacía un par de años. A partir de ese momento recorría las plazas para predicar la palabra y amenazar a las personas con los infinitos males que caerían sobre la ciudad si ellos no se redimían. Sonreí. Mi padre había conocido la salvación; lástima que yo nunca entré en ella.
    En la tarde visité el Hotel Baralt. Un lugar en ruinas; lleno de habitaciones oscuras, colchones llenos de orine, semen, heces. En un pasillo encontré una máquina de escribir. La acaricié con la yema de mi dedo. A un lado, las ventanas se encontraban cubiertas por cartones agujereados.
    La luz en ese lugar se transformaba en textura de vidrio sucio, de tela polvorienta. Era un sitio perfecto para ubicar allí un crimen que diese pie a buena parte del programa piloto.
    Le pedí al taxista que diese una vuelta por la ciudad. Íbamos con el aire acondicionado al máximo, pero un zumbido recorría mi cabeza de punta a punta. Pensé en mi padre; pensé en el Hotel Baralt. Soné mí nariz con un pañuelo. Un olor a encierro, agua empozada y loción de afeitar inundó el carro.
    Cuando llegué a mi habitación en el Kristoff encendí otra vez el ordenador. Creía tener una buena idea para un cuento. Una mañana, el empleado del Hotel Baralt descubría que durante la noche se habían suicidado siete personas en distintas habitaciones. Un militar retirado, un boxeador, un espía, un ganadero, un piloto, un cantante de rancheras, un marinero. Quedé un buen rato frente a la pantalla. Sólo alcancé a escribir: “Al amanecer, el sol pareció hundirse en las aguas del lago…”.
    Hablé otra vez con Ninoska. Me costó descifrar sus frases entrecortadas. Mezclaba tiempos, historias. Su padre empeoraba. Tan sólo comprendí que un sacerdote había pasado esa mañana para visitarlo.
    La mañana siguiente volví a Punta de Piedra.
    Caminé un trecho hasta que la proximidad del lago me detuvo junto a dos árboles. Apoyé mis manos en los troncos. Miré a los lados, miré a mis espaldas. El sol rechinaba sobre la tierra. No vi ni un alma. Un aire cálido arañó mi rostro. Contemplé el lago y me arrodillé.
    “Si necesitan llevarse a alguien; si es necesario que el tiempo se cumpla otra vez en una persona, les ofrezco a Ramón Méndez. Él y sus siete vidas inútiles ya pueden marcharse; llévenselo a él y dejen en paz al padre de Ninoska”.
    Lo que dije fue mucho más largo. Estuve un rato balbuceando palabras, como si estuviese tirando de un hilo que se resistía. Varias veces me detuve a tomar aire; la atmósfera: pesada, viscosa, burbujeaba en mis pulmones. Rezar para mí era difícil. No tenía fe; jamás la tuve. Por eso pensaba que mi gesto podía ser aún más valioso. Para los creyentes el rezo es una comunicación natural; para mí era un acto impropio; rezaba contra mí mismo; a pesar de mí mismo, como si esas palabras fuesen una botella lanzada al agua con un mensaje que buscaba una remota respuesta.
    Apreté los párpados. Mis manos unidas hicieron fuerza hasta que me hice daño en los dedos. El lago, apacible, brillaba en sus orillas con espumas plateadas.
    - ¿Vos sabéis dónde está Rafito?
    La mujer se detuvo junto a mí, acomodó el montón de bolsas que llevaba en la mano y siguió conversando por el móvil. Durante varios segundos continuó preguntando por una persona. Resoplaba furiosa, iracunda. Me miró de reojo. Continuó caminando y escuché con nitidez el ruido de sus tacones alejándose.
    Apoyé mis manos en la pared color uva. Sentí el calor recorriendo mis dedos. Miré la hora. Volví a mirarla. Necesitaba una limonada en los próximos minutos pero era necesario esperar. Una bandada de guacamayas atravesó el cielo: pensé en letras coloridas flotando sobre una página, moviéndose como frases oleosas, escurridizas.
    Lo vi. Una vez más.
    Ramón Méndez giró en la esquina. Me observó y cruzó la calle para no pasar a mi lado. Al otro lado de la acera alzó la Biblia y gritó: “Cristo te ama, Cristo te ama”. Parecía tener menos dolores en el cuerpo porque su paso fue rápido y me recordó a un potrillo. Lo miré mucho rato. Se fue haciendo pequeño hasta que el sol reverberante lo envolvió en una luz blanca y ya no pude distinguir su silueta.
    Regresé a mi hotel. Pregunté a los botones si era posible mirar el lago desde alguna de sus ventanas y me advirtieron que no. Pedí que me subieran una limonada con mucho hielo. En la habitación me quité la ropa y la lancé sobre un sofá. Permanecí en la orilla de la cama mucho rato. Sin moverme.
    Una llamada sonó en mi móvil. Ninoska. Supe lo que iba a contarme. Lo dejé sonar y sonar. Llamó tres veces más pero no respondí. Luego entré a Internet y compré un billete para México DF. Un botones tocó mi puerta y me entregó la limonada. La coloqué en una mesa. La dejé allí, sin probarla, hasta que sus hielos se derritieron y se convirtió en una sopa ácida.
    Hundí los dedos en el vaso. Miré mis ropas deshechas, tiradas en desorden.
    Imaginé el lago: agua hueca, agua sin fondo, agua sorda. Un abismo en el que ahora sólo vivían burbujas.

    -------
    BREVE BIOGRAFIA DI RAMÓN MÉNDEZ, ALIAS "MIO PADRE"

    Nella mia infanzia ho avuto sette padri e tutti si chiamavano Ramón Méndez.
    Fin da molto piccolo, quando mi chiedevano di lui, raccontavo la sua vita con abbondanza di dettagli.
    In seguito compresi che i dati non sempre coincidevano; alcuni erano veri, altri erano intuizioni, la maggior parte dei quali derivavano dalle parole che avevo a portata di mano in ogni momento.
    La nostra storia comune era troppo breve per poter aspirare ad essere coerente. Mi ha abbandonato quando ero un bambino di pochi mesi e abbiamo coinciso solo in un breve atto legale che non è importante per questa narrazione.
    Di lui, conservavo appena un paio di fotografie; una con la sua uniforme di gala; bianca, con cordoni dorati; un'altra in borghese, in abito marrone e una cravatta annodata male. Forse a causa di quelle foto uno dei miei sette padri era un sottufficiale dell'esercito. Certo è che la figura di quel militare risultava essere la più vicina alla verità (con il particolare che, secondo la mia versione, era stato decorato per aver affrontato le guerriglie degli anni Sessanta). In una terza storia, segnalavo che era stato un pilota di aerei che tentò di evitare il bombardamento de La Moneda durante il colpo di stato contro Allende. E in certi momenti fu anche pugile; un abile welter che combatteva a New York e che prima o poi avrebbe sfidato per il titolo Sugar Ray Leonard. Verso l'adolescenza, Ramón Méndez divenne un agente dei servizi segreti spagnoli del CESID; un cantante di rancheras* che viveva a Guadalajara dando concerti per un pubblico selezionato; e infine, un ricco proprietario terriero di Apure che possedeva migliaia di capi di bestiame e girava a cavallo lungo le sue migliaia di ettari.
    Ora che ci penso, ognuna di quelle mutazioni non parlava di lui. Il modo in cui lo costruivo credo corrispondesse a momenti della mia vita che ho dimenticato e che ormai non contano più. Mutava, mutavamo. Ma c'era un punto fermo: il suo nome. Potevo descriverlo in mille modi diversi, ma gli ho sempre messo il suo vero nome come unico indizio, proprio come la scarsa coerenza che egli poteva darmi.

    Perciò, quando settimane fa camminavo per la via Jugo di Maracaibo cercando di trovare un posto dove poter bere una limonata, non ho saputo cosa fare con quella figura zoppicante che mi è passata accanto urlando versi della Bibbia.

    Esitai. La luce. Il caldo. Il sole che batteva sulle mie tempie. La sete mi si è conficcata in gola come il becco di una bottiglia.
    Lo seguì per pochi metri. Intuì la sua schiena; le mani enormi, i piedi piccoli; poi gli camminai davanti, distinsi la sua fronte, i suoi occhiali da miope. Giunto a un angolo, l'ho lasciai passare: un'ombra d'aria intrappolata e lozione da barba ricoperta da abiti logori. Appoggiai la schiena contro un muro. Mi era accaduto in molti posti del mondo; credevo di riconoscerlo e poi scoprivo che si trattava di un'altra persona. Pensai che fosse un'altra delle tante confusioni, fino a quando in una piazza ho visto che due uomini gridando lo salutavano e pronunciavano il suo nome.
    Tornai all'Hotel Kristoff. Mi buttai sul letto e azionai l'aria condizionata a una temperatura così bassa che la mia mascella sussultò. Volevo dormire, ma alla fine presi appunti di lavoro sul mio taccuino. Ero venuto in città per immergermi nell'atmosfera con cui sarebbe iniziata la serie televisiva, che tre prestigiosi sceneggiatori stavano preparando per una società di produzione. Una storia di confini, trafficanti di droga, guerriglie, le cui azioni si sarebbero svolte tra Maracaibo, Medellín, Ciudad Juárez e Miami. Nulla che non fosse stato scritto o registrato prima, ma proprio per questo aveva grandi possibilità di successo.
    Con gli anni mi ero rassegnato al mio talento. Un talento molto concreto. Nessuno era meglio di me nella scrittura di programmi pilota. I migliori sceneggiatori in spagnolo o in inglese mi hanno assunto per scrivere quel capitolo di apertura. Poi, loro continuavano il lavoro. Apparentemente la mia capacità subiva un calo se la durata si allungava. La stanchezza e l'apatia mi avvolgevano quando dovevo scrivere sei, dodici, dieci, trenta capitoli. Era quanto si affermava al centro, ed è per questo che da anni nessuno mi chiedeva di fare parte stabile di una squadra. Ero il migliore ad inaugurare una storia, ma poi, dovevo lasciarla in mani migliori.
    Guadagnavo bei soldi per questo. Ero l'incaricato di aprire mondi che non avrei mai chiuso. Non esprimevo lamentele, né aspirazioni. E inoltre questa volta, la nuova serie mi ha permesso di fare un salto in Venezuela, il luogo da cui me ne ero andato da molto tempo.
    Mentirei se dicessi che mi aspettavo di incontrare mio padre. Erano trascorsi quarant'anni dall'ultima volta che ci eravamo visti. Mentirei se dicessi che non mi aspettavo che una coincidenza ci avvicinasse. Ma nei brevi momenti in cui immaginavo quell'incontro, lo scenario era sempre Caracas, la città in cui sono cresciuto, dove viveva mio padre quando ha incontrato mamma e l'ha riempita di false promesse finché non l'ha abbandonata con un bambino di pochi mesi.
    Accesi il mio computer. Chiesi che mi portassero una limonata molto fredda in camera, e per alcuni istanti mi domandai se sarebbe stato possibile scrivere una storia su mio padre; una storia personale, intima, qualcosa per me, qualcosa di diverso da un pilota, pagato in dollari da alcuni dirigenti del Messico o di Los Angeles.
    “Ramón Méndez nacque in un paesino nello stato di Mérida nel 1932. Sottufficiale dell'esercito, a un certo punto negli anni Sessanta ricevette l'offerta di entrare nell'Accademia militare per diplomarsi come ufficiale, ma preferì studiare nutrizione all'università e, come disse con patetico orgoglio, fu il primo nutrizionista uomo dell'America Latina.
    I suoi compiti nelle forze armate si limitavano al monitoraggio della corretta alimentazione delle truppe. Negli anni Ottanta, quando aveva raggiunto il grado di Primo Maestro Tecnico, non potendo giustificare una certa distrazione di denaro dai conti della cucina della caserma, i suoi superiori chiesero il suo congedo dall'esercito."
    Ho guardato a lungo lo schermo e ho capito che non c'era molto altro da raccontare. Almeno io non avevo molto altro da raccontare, dopo anni di ricerche infruttuose. Non erano più valide le insolite vite che avevo inventato su di lui a scuola o all'istituto, per la meraviglia di quei miei compagni che avevano sempre avuto la gentilezza di non avvertire le contraddizioni delle mie storie.
    Mi buttai sul letto e chattai con Ninoska, una delle mie migliori amiche. Le raccontai l'accaduto. Sembrava incuriosita, ma poi mi confessò che suo padre era malato in un ospedale di Lima. La incoraggiai e inviai i miei saluti a quell'uomo che avevo conosciuto ai tempi dell'università: un omone sorridente che era solito invitare a meravigliose grigliate nel loro cortile, gli amici di Ninoska.
    Chiusi gli occhi per dormire.
    La cosa migliore era stringere le mie sessioni di lavoro e andarmene immediatamente in Venezuela. Forse in Perù, per vedere la mia amica, forse in Messico per incontrare gli sceneggiatori che mi avevano assunto. Andarmene presto. Subito.
    Il giorno dopo andai allo stesso punto di via Jugo. Davanti ai miei occhi una casa brillava con un penetrante color uva; bagliori gialli, viola, magenta, verdi spuntavano dalle altre facciate. Per alcuni istanti mi sono sentito come una goccia d'olio su cui esplodevano calde tonalità, colori di fuoco e d'acqua.
    Lo vidi avvicinarsi di nuovo; indossava gli stessi abiti del giorno prima, ma questa volta non lanciava urla, bensì stringeva tra le mani una Bibbia sudicia. Si fermò per prendere aria. Dal suo zoppicare, ho capito che aveva un problema all'anca o alle ginocchia. Sorrisi. Sarebbe stato così facile dargli una spinta e lasciarlo steso per strada al contrario come uno di quegli scarafaggi, indifesi, disperati.
    Il sole sembrava ardere sulle nuvole. Una fiammata gelida mi percorse la schiena quando Ramón Méndez si fermò accanto a me e mi guardò. Non sopportavo l'opacità, la nebbia stanca di quegli occhi piccoli. Fui sul punto di fuggire, ma lui sorrise per un istante e poi riprese la sua strada. Mi tremavano le gambe.
    Ritornai in albergo e presi molti appunti per il programma pilota. Lavorai ore e ore. Mi fermai soltanto per bere un paio di limonate e per fare una doccia. Quella notte, mentre il cielo si spegneva, sentivo di essere andato su e giù per un'enorme montagna.
    Parlai con Ninoska per sapere sullo stato di salute di suo padre. Disse che era stabile nella sua gravità. Poi le raccontai cosa era successo in via Jugo; mi disse che forse Ramón Méndez mi aveva riconosciuto. Trasalì al pensiero di quella possibilità. In seguito, la mia amica sussurrò che avrei dovuto avvicinarmi e parlargli; da quanto descritto sui suoi vestiti, forse aveva bisogno di soldi e come gesto di riconciliazione avrei potuto darglieli. Sorrisi. Potrebbe essere vero. Ma secondo mia madre, Ramón Méndez teneva le banconote in un vecchio calzino. Spendeva pochissimo e mai metteva mano su quei risparmi, anche se la situazione in casa lo richiedeva con urgenza.
    Quando se ne andò, non lasciò neanche un bolivar* in casa. E tantomeno ne inviò in seguito o fece mai arrivare un regalo. Anni dopo, un avvocato e un giudice lo costrinsero a passare una misera mensilità, che arrivava in modo discontinuo e che scomparve del tutto il mese in cui divenni maggiorenne.
    No, lo giuro. Non era nei miei piani rispondere alla sua miseria con generosità.
    Quella notte ho messo un bromazepan sotto la lingua; mi addormentai guardando le serie in tv
    Dormii tutta la mattina e a mezzogiorno noleggiai un taxi per farmi portare a Punta de Piedra; un paesino da cui si poteva contemplare il ponte sul lago di Maracaibo e la sagoma della città. Era un luogo perfetto per alcune scene in cui i protagonisti potevano parlare dei loro progetti. Mangiai capra al cocco; bevetti molte birre e presi molti appunti.
    Guardai a lungo il ponte: le sue linee perfette, quella solidità in cui sembrava galleggiare sull'acqua. Poi contemplai il lago. Mi dissero che era molto inquinato, ma ciò non si poteva intuire dallo sfarfallio delle sue piccole onde, e delle sue correnti: atmosfere di zaffiro e quarzo, metalli sciolti, pastosità di terra mescolata e di schiuma. Per alcuni istanti il tempo scomparve e rimasi fermo sulla persistenza dell'acqua. Il lago respirò dentro di me: i suoi colori, il suo rumore, la sua estensione che sembrava crescere in direzione del cielo.
    Ricordai la leggenda degli indiani Arawak. Lì si affermava che prima del lago esistesse, in quel punto, una selva rigogliosa, finché un giorno -indignato perché sua figlia aveva smesso di prendersi cura di lui e se ne era andata con un cacciatore a recitare versi- il dio del luogo aprì la terra con tale forza che i fiumi e il mare entrarono con immensa potenza e seppellirono tutti gli esseri che popolavano quella terra. Per questo motivo, ora, il lago ha un suo proprio suono che non è quello del mare né delle correnti fluviali; un suono sussurrante che ricorda la voce della figlia del dio e del suo amante.
    Sono tornato a via Jugo. La visione dell'acqua perdurava in me, le sue voci umide, solari. Era come se tutti quegli dei che un tempo avevano abitato dentro il lago avessero lasciato in me un piccolo segno di silenzio. Volevo svuotarmi dalle parole. Non pensare; non dire. Forse per questo il mio sguardo si è afferrato alla figura di Ramón Méndez quando apparse sulla strada. Questa volta camminava più lentamente, come se il dolore alle ossa lo tormentasse più che mai. Per alcuni secondi, pensai di dirgli che una volta era stato un allevatore, un pilota di aerei, un pugile welter, un marinaio, una spia, un cantante di rancheras*, un militare eroico. Dirgli solo questo e andarmene. Lasciarlo con la perplessità di scoprire che nel suo corpo meschino avevano coesistito le molte persone che la sua assenza aveva tracciato nelle mie parole. Volevo avvicinarlo al terrore di essere anche la creazione delle mie storie; la lacuna riempita con frasi disgiunte che man mano gli destinavo, strato dopo strato. Immaginai che se gli avessi parlato e gli avessi detto ciò, nelle notti successive non avrebbe dormito pensando che tutti quei fantasmi vivessero dentro di lui, rivendicando uno spazio, divorandolo.
    Ma quando passò accanto a me, Ramón Méndez si fermò, mi prese entrambe le braccia e disse con voce asmatica: “Figlio mio, figlio mio… Cristo, ti ama. Non lo dimenticare, Cristo ti ama”.
    Lo vidi andare via. Avrei voluto fare un respiro profondo, ma l'aria pulsava come il fuoco.
    Non ci fu tempo per la confusione o per i dubbi, perché all'angolo successivo si imbatté su una donna che indossava una minigonna blu e una maglietta bianca, e anche a lei gridò: "figlia mia, figlia mia, Cristo ti ama".
    Quella sera parlai a lungo con Ninoska. Non le dissi nulla dell'accaduto. Lei sembrava assente. Mi riferiva con parole lente le dichiarazioni dei medici. Cattive notizie; previsioni pessime. Suo padre deperiva in un letto, lontano, assente, percorso solo da gemiti che di tanto in tanto gli uscivano dalla bocca come un segnale di abbandono e di sconfitta.
    - Sai cosa fece quando ero molto piccola ed ebbi la polmonite? - precisò-, mi portò in camera sua
    e mi adagiò accanto a mia madre, e lui si sedette su una sedia a vegliare tutta
    la notte, ogni notte. Non dormì per giorni. Lo vedevo con gli occhi rossi
    e il viso scarno, mentre accarezzava con stanchezza il termometro e le medicine.
    Scesi al ristorante dell'hotel e continuai a prendere appunti. Mangiai un panino e bevetti una soda. Accanto a me, una coppia di canadesi stava parlando. Ascoltai che la donna raccontava a suo marito la storia della Vergine di Chiquinquirá. Pare che nel XVIII secolo una lavandaia trovò una piccola tavoletta nel lago e quando la portò a casa scoprì la miracolosa immagine della Vergine, ragion per cui, ora, la città di Maracaibo la adorava nella sua chiesa principale.
    "Il lago, il lago" pensai, e riuscì a contemplare quella superficie d'acqua come una palpitazione inferma che accompagnava la città, che la rifletteva e la trasformava in un fremito umido. Da lì, prima, oggi, sorgevano gli dei che accompagnavano il luogo.
    Quella stessa notte sognai che mio padre ed io camminavamo sul fondo del lago; avvolti nelle bolle, nel petrolio, nella sabbia. Quando mi svegliai, corsi in bagno e sputai più volte: un sapore amaro di sale mi riempiva la bocca.
    Camminai per le strade frequentate da Ramón Méndez, ma in ore diverse da quelle che lui era solito transitare. Parlai con alcune persone; riuscì a ricavarne alcuni dati. Il vecchio viveva con una cugina ed era diventato evangelico da un paio d'anni. Da quel momento percorreva le piazze per predicare la parola e per minacciare le persone con gli infiniti mali che sarebbero piombati sulla città se non si fossero riscattati. Sorrisi. Mio padre aveva conosciuto la salvezza; peccato che io non vi ci sia mai entrato.
    Nel pomeriggio visitai l'Hotel Baralt. Un luogo in rovina; pieno di stanze buie, materassi pieni di urina, sperma, feci. In un corridoio trovai una macchina da scrivere. L'accarezzai con la punta del dito. Da un lato, le finestre erano coperte da cartoni perforati.
    La luce in quel luogo si trasformava in una trama di vetro sporco, di stoffa polverosa. Era un posto perfetto per ambientarvi un crimine che desse spazio a gran parte del programma pilota.
    Chiesi al tassista di fare un giro per la città. Avevamo l'aria condizionata al massimo, ma un ronzio mi trafiggeva la testa da un capo all'altro. Pensai a mio padre; pensai all'hotel Baralt. Mi soffiai il naso con un fazzoletto. Un odore di chiuso, acqua stagnante e lozione da barba inondò la macchina.
    Quando arrivai nella mia stanza al Kristoff , accesi di nuovo il computer. Pensavo di avere una buona idea per una storia. Una mattina, l'impiegato dell'hotel Baralt scopriva che sette persone si erano suicidate in stanze diverse durante la notte. Un militare in pensione, un pugile, una spia, un allevatore, un pilota, un cantante di rancheras, un marinaio. Rimasi a lungo davanti allo schermo. Riuscì solo a scrivere: "All'alba, il sole sembrava sprofondare nelle acque del lago ...".
    Parlai di nuovo con Ninoska. Feci fatica a decifrare le sue frasi spezzate. Mescolava tempi e storie. Suo padre peggiorava. Intesi soltanto che un prete era passato quella mattina a fargli visita.
    La mattina seguente tornai a Punta de Piedra.
    Camminai per un po' fino a quando la prossimità del lago mi costrinse a fermarmi vicino a due alberi. Appoggiai le mani sui tronchi. Guardai ai lati, e alle mie spalle. Il sole imperversava sulla terra. Non vidi neanche un'anima. L'aria calda graffiò il mio viso. Contemplai il lago e mi inginocchiai.
    “Se avete bisogno di prendere qualcuno; se è necessario che il tempo si compia di nuovo in una persona, vi offro Ramón Méndez. Lui e le sue sette inutili vite possono andare via; portate via lui e lasciate in pace il padre di Ninoska. "
    Dissi molto di più. Balbettai parole per un po', come se stessi tirando un filo che faceva resistenza. Diverse volte mi fermai per prendere aria; l'atmosfera: pesante, viscida, ribolliva nei miei polmoni. Pregare per me era difficile. Non avevo fede; non l'ho mai avuta. Ecco perché pensai che il mio gesto potesse essere ancora più prezioso. Per i credenti, la preghiera è una comunicazione naturale; per me era un atto improprio; pregavo contro me stesso; mio malgrado, come se quelle parole fossero una bottiglia gettata in acqua con un messaggio in cerca di una remota risposta.
    Serrai le palpebre. Le mie mani unite esercitarono forza fino a farmi male alle dita. I lembi del lago, quieto, brillavano di schiuma argentea.
    - Sapete dove si trova Rafito?-
    La donna si fermò vicino a me, sistemò le molte buste che teneva in mano e continuò a parlare al cellulare. Per un po' continuò a chiedere di una persona. Sbuffava, furiosa, iraconda. Mi guardò di traverso. Continuò a camminare e sentì con chiarezza il rumore dei suoi tacchi che si allontanavano.
    Appoggiai le mie mani sulla parete color uva. Sentì il calore scorrere tra le mie dita. Guardai l'ora. La guardai di nuovo. Avevo bisogno di una limonata nei prossimi minuti, ma era necessario aspettare. Uno stormo di are attraversò il cielo: pensai a lettere colorate che fluttuavano su una pagina, muovendosi come frasi oleose e sfuggenti.
    Lo vidi. Un'altra volta.
    Ramón Méndez voltò all'angolo. Mi guardò e attraversò la strada per non passare vicino a me. Dall'altra parte del marciapiede alzò la Bibbia e gridò: "Cristo ti ama, Cristo ti ama". Sembrava avere meno dolori nel corpo perché il suo passo era veloce e mi mi fece pensare a un puledro. Lo guardai a lungo. Si fece sempre più piccolo finché il riverbero del sole lo avvolse in una luce bianca e non fui più in grado di distinguerne la sua sagoma.
    Ritornai al mio albergo. Chiesi ai facchini se era possibile guardare il lago da una delle sue finestre. Mi dissero di no. Chiesi che mi portassero in camera una limonata con molto ghiaccio. Mi tolsi i vestiti e li buttati su un divano. Rimasi a lungo sul bordo del letto. Senza muovermi.
    Squillò il mio cellulare. Ninoska. Sapevo cosa mi avrebbe detto. Lo lasciai squillare e squillare. Telefonò altre tre volte ma non risposi. Poi mi collegai a internet e comprai un biglietto per Città del Messico. Un facchino bussò alla mia porta e mi porse la limonata. La misi su un tavolo. La lasciai lì, senza assaggiarla, finché il ghiaccio si sciolse e divenne una zuppa acida.
    Affondai le dita nel bicchiere. Guardai i miei vestiti scomposti, lanciati disordinatamente.
    Immaginai il lago: acqua vuota, acqua senza fondo, acqua sorda. Un abisso in cui, ora, vivevano oramai solo bolle.

    ---
    Ranchera: è un genere musicale popolare della musica messicana
    Bolivar: è la moneta del Venezuela
     

  • "MIO NONNO", TESTO
    AUTOBIOGRAFICO
    DI CASTILLO CASTELLANOS

    data: 22/03/2021 16:58

    Oggi il prof. Freddy Castillo Castellanos, scomparso nello scorso dicembre, avrebbe compiuto 71 anni. Dedico la traduzione di questo suo testo autobiografico - "Con el abuelo", con il nonno - alla memoria di chi è stato per me un amico-maestro, al quale devo tanto, nel giorno in cui avrebbe compiuto 71 anni. I suoi consigli sono stati così importanti che hanno contribuito ad arricchire e a migliorare la mia espressione nella traduzione. Era solito dirmi: "Approfondisci e verifica le fonti, studia sempre, leggi e rileggi, a voce alta. Tieniti lontana dal narcisismo, dalla vanità e dall'ego, solo così potrai concentrarti al meglio nella tua professione. Dubita anche delle certezze, leggi sempre di più...!". Il suo affetto e la sua fiducia, che per me sono stati un dono prezioso, lo hanno spinto a consegnarmi testi autobiografici, come questo, insieme a poesie e altro. Poiché sono consapevole che chi dedica tutta la sua vita alla scrittura la considera una sorta di culto religioso, la cura e la tratta con sacralità, mi sento maggiormente onorata per aver ricevuto questo lascito. Il lettore, quindi, dovrebbe sapere che nella scrittura risiede la profondità dello spirito, quella parte che si offre solo a chi è in grado di capirne l'importanza. Ovunque tu sia, caro Freddy, tanti auguri. Oggi avresti compiuto 71 anni. A te tutta la mia gratitudine per avermi aperto le porte del tuo meraviglioso mondo e del tuo grande cuore!

    CON EL ABUELO

    En caravana los recuerdos pasan, como el tango. Pasan esta vez de la mano de mi abuelo, el único que llegué a conocer: el materno. Ocurrió que anoche vino a mi memoria una práctica suya en los últimos años de su vida, cuando tuve la fortuna de que permaneciera por varios meses en mi casa de la 17, bajo el cuidado de mi madre.

    Además de leer durante casi todo la mañana la edición completa (o casi) del diario El Impulso, se devoraba antes un pequeño matutino que había comenzado a circular por los años finales de los sesenta. Un querido amigo y vecino, que se venía de Caracas, al igual que yo, a pasar vacaciones en Barquisimeto afirmó desde entonces que mi abuelo era “el único lector de El Informador que había en la ciudad”. Y añadió este pedimento: “Como no se limita a los titulares ni a las principales noticias y lo lee todo, merece que le regalen la suscripción”.

    La imagen de mi abuelo con el diario en la mano, así como la frase exagerada de Ramón Guillermo Aveledo, aparecieron anoche ante una pregunta que me hice: “¿Hablé alguna vez con mi abuelo de política?”. Creo que no.

    Mi abuelo se llamaba José Rafael Castellanos Colmenares y era natural de El Tocuyo, donde vivió hasta 1950. Ese año se vino a Barquisimeto como damnificado del terremoto y de sus terribles heridas culturales abiertas todavía. Había nacido en la penúltima década del siglo XIX y durante buena parte de su vida ejerció como tenedor de libros comerciales. De joven tuvo algunas veleidades escriturales que compartió con un amigo. Éste firmaba con el nombre de “Torres Blanca”, mientras él lo hacía con las iniciales de sus nombres de pila, antepuestas al apellido Castilla. Así, fue “J. R. Castillla” en las modestas publicaciones tocuyanas que hizo junto con su compañero Torrealba. Alternaba los versos con la guitarra. Amaba a Rubén Darío y leía a su paisano Bartolomé Losada, padre de los poetas Hedilio y Alcides. Que yo sepa, no se conserva texto alguno de esos entretenimientos literarios, que sólo supe por él y por Óscar, el más memorioso de todos mis tíos.

    ¿Pero, escuché alguna vez a mi abuelo hablar de política? Creo que no. Y no es que el tema le fuese indiferente. En la época de la dictadura de Gómez le dio apoyo y protección a su hermano menor, el poeta Antonio Castellanos, quien sí fue un político activo y figura destacada en las luchas que en Barquisimeto se libraron en pro de la democracia, a partir de la muerte del tirano. En 1946 debió votar con fraternal (o paternal) orgullo para escoger a su hermano Toño como diputado larense ante la legendaria Asamblea Constituyente que presidió el poeta Andrés Eloy Blanco y que produjo la Constitución que sirvió de marco a nuestras primeras elecciones presidenciales directas y universales, que Venezuela aprovechó para darse el lustre de elegir a su máximo novelista: Rómulo Gallegos, quien nueve meses después fue violentamente sacada de la presidencia por unos militares. Como ha recordado el poeta Rafael Cadenas, esos militares “derrocaron a Rómulo Gallegos sin avergonzarse”. Estoy seguro de que mi abuelo, que votó por Gallegos, lamentó con su serenidad de siempre ese duro golpe a la naciente democracia. Once años después, votaría por Betancourt. Pero de esto nunca hablamos. Lo sé por mi madre y por mi tío Óscar, cronistas como fueron de los silenciosos gestos de mi abuelo.

    Mis conversaciones seguidas con él, en los tiempos en que era “el único lector de El Informador” (único lector de todas sus páginas, seguro), se limitaban a las anécdotas o a los comentarios acerca de algunos nombres que aparecían en el periódico. Recuerdo que le agradaba leer el nombre de una periodista de origen tocuyano, vinculada a la familia de comerciantes para quien él trabajó como contabilista mucho tiempo. Por esos años mi abuelo ya era un sordo consumado, pero un sordo que nos dispensaba la permanente cortesía de hablar pasito. Nos acercábamos a su oído menos dañado y se iniciaba un diálogo amable y lleno de humor, con anécdotas en las que nadie era zaherido ni maltratado. Una especie de alegría de la memoria lo acompañaba siempre. Lo acompañó hasta el último momento. Tuve la suerte de despedirme de él. Me acerqué a su lecho de enfermo, a finales de agosto de 1973. Me reconoció y me dijo, lúcido: “Estoy yéndome”. Le di un abrazo y me sonrió. Murió a los tres días: el 2 de septiembre.

    Otra imagen suya que retomé hace unas horas, fue la que un amigo captó en el año 1971, durante una Semana Santa. Marianito Álvarez estaba pasando esos días en mi casa. Después de su infaltable (“inmancable” diría mi abuelo) jugo de naranja, Mariano salió conmigo a comprar cigarros. Cuando regresamos, vio a un anciano elegante, de traje oscuro, encorbatado, que salía de mi casa, erguido y firme.

    -“¿A dónde va, abuelo?

    -“Voy a orar” fue la respuesta.

    Mariano estuvo repitiendo la escena por varios días en Caracas.

    Hoy, en medio de esta catástrofe que vivimos, le pido a mi abuelo que siga orando por nosotros. Su hermosa sonrisa volverá un día de estos.
    --
    Pido se me dispense esta bagatela. Me gustaría darle a la palabra "bagatela" el sentido musical que le habrían otorgado J.R. Castilla y Torres Blanca. Se lo doy. Tal vez la merezca.

     


    CON IL NONNO

    Passano in carovana i ricordi, come il tango. Passano questa volta per mano di mio nonno, l'unico che sono riuscito a conoscere: quello materno. È accaduto che la notte scorsa mi è venuta in mente una sua pratica negli ultimi anni della sua vita, quando ho avuto la fortuna che rimanesse per diversi mesi a casa mia presso la 17*, sotto le cure di mia madre.

    Oltre a leggere di mattina l'edizione completa (o quasi) del quotidiano El Impulso, divorava prima un piccolo giornale mattutino che aveva cominciato a circolare alla fine degli anni sessanta. Un caro amico e vicino, che veniva da Caracas, come me, per trascorrere le vacanze a Barquisimeto, affermò da allora che mio nonno era "l'unico lettore che c'era in città, di El Informador". E aggiunse questa richiesta: "Poiché non si limita ai titoli o alle principali notizie e legge tutto, merita che gli sia dato in regalo l'abbonamento".

    L'immagine di mio nonno con il giornale in mano, così come la frase esagerata di Ramón Guillermo Aveledo, sono apparse ieri sera quando mi sono chiesto: "Ho mai parlato con mio nonno di politica?". Credo di no.

    Mio nonno si chiamava José Rafael Castellanos Colmenares ed era originario di El Tocuyo, dove visse fino al 1950. Quell'anno arrivò a Barquisimeto in quanto vittima del terremoto e delle sue terribili ferite culturali, ancora aperte. Era nato nel penultimo decennio del XIX secolo e per gran parte della sua vita aveva lavorato come contabile commerciale. Da giovane aveva avuto alcune velleità scritturali che condivideva con un amico. Quest'ultimo firmava con il nome di "Torres Blanca", mentre lui lo faceva con le iniziali dei suoi nomi di battesimo, anteposte al cognome Castilla. Quindi, fu "J. R. Castillla” nelle modeste pubblicazioni di Tocuyan che realizzò insieme al suo compagno Torrealba. Alternava i versi con la chitarra. Amava Rubén Darío e leggeva al suo paesano Bartolomé Losada, padre dei poeti Hedilio e Alcides. Che io sappia, non si conserva nessun testo di quegli intrattenimenti letterari, dei quali ho appreso soltanto da lui e da Oscar, il più memorioso di tutti i miei zii.

    Ma ho mai sentito mio nonno parlare di politica? Credo di no. E non era che l'argomento gli fosse indifferente. Al tempo della dittatura di Gómez, diede sostegno e protezione al fratello minore, il poeta Antonio Castellanos, il quale, sì, fu un politico attivo e una figura di primo piano nelle lotte che si combattevano a Barquisimeto per la democrazia, a partire dalla morte del tiranno. Nel 1946 deve aver votato con orgoglio fraterno (o paterno) per scegliere suo fratello Toño come deputato Larense (dello stato di Lara) dinanzi alla leggendaria Assemblea Costituente presieduta dal poeta Andrés Eloy Blanco, che produsse la Costituzione che servì da cornice per le nostre prime elezioni presidenziali dirette e universali, in cui il Venezuela colse l'occasione per darsi il lustro di eleggere il suo più importante romanziere: Rómulo Gallegos, che nove mesi dopo fu violentemente rimosso dalla presidenza da alcuni militari. Come ha ricordato il poeta Rafael Cadenas, quei soldati "rovesciarono Rómulo Gallegos senza vergognarsene". Sono sicuro che mio nonno, che votò per Gallegos, lamentò con la sua solita serenità quel duro colpo alla nascente democrazia. Undici anni dopo, avrebbe votato per Betancourt. Ma di questo non ne abbiamo mai parlato. Lo so da mia madre e da mio zio Oscar, che furono i cronisti dei silenziosi gesti di mio nonno.

    Le mie usuali conversazioni con lui, ai tempi in cui era "l'unico lettore di El Informador" (l'unico lettore di tutte le sue pagine, di sicuro), si limitavano agli aneddoti o ai commenti riguardo alcuni nomi che apparivano sul giornale. Ricordo che gli piaceva leggere il nome di un giornalista di origine di El Tocuyo, legato alla famiglia di mercanti per i quali egli aveva lavorato a lungo come contabile. In quegli anni mio nonno era già un sordo consumato, ma un sordo che ci elargiva la permanente cortesia di parlare piano piano. Ci avvicinavamo al suo orecchio meno danneggiato e si iniziava un dialogo amichevole e pieno di umore, con aneddoti in cui nessuno veniva offeso o maltrattato. Lo accompagnava sempre una sorta di allegria della memoria. Lo accompagnò fino all'ultimo momento. Ho avuto la fortuna di salutarlo. Mi avvicinai al suo letto di malato, alla fine di agosto del 1973. Mi riconobbe e mi disse, lucido: "Me ne sto andando". Gli diedi un abbraccio e mi sorrise. Morì dopo tre giorni: il 2 settembre.

    Un'altra immagine di lui che ho recuperato poche ore fa, è quella che un amico aveva catturato nel 1971, durante una Pasqua. Marianito Álvarez stava trascorrendo quei giorni a casa mia. Dopo il suo inevitabile ("immancabile" direbbe mio nonno) succo d'arancia, Mariano uscì con me a comprare le sigarette. Quando siamo tornati, vide un anziano elegante, in abito scuro, con la cravatta, che usciva da casa mia, dritto e saldo.

    - “Dove stai andando, nonno?

    - "Vado a pregare" è stata la risposta.

    Mariano ripeté la scena per diversi giorni a Caracas.

    Oggi, in mezzo a questa catastrofe che stiamo vivendo, chiedo a mio nonno di continuare a pregare per noi. Il suo bel sorriso tornerà uno di questi giorni.

    ----
    Chiedo venia per questa bagatella familiare. Mi piacerebbe dare alla parola "bagatella" il significato musicale che J.R. Castilla e Torres Blanca gli avrebbero dato. Glielo do io. Talvolta lo meriti..

    ----
    *17 è una strada di Barquisimeto
     

  • PENSIERO E SENTIMENTO
    NELLE POESIE DI CEREIJO

    data: 19/03/2021 13:09

    Questa volta voglio segnalare la grande poesia di José Cereijo. Anzi, 29 sue splendide composizioni, da me tradotte in italiano. Vorrei servirmi delle parole di Javier Lostalé (lettore esperto e prestigioso poeta spagnolo) per descrivere la poesia di Cereijo: "Nutre sia il pensiero che il sentimento, e dà alle cose più quotidiane un nuovo posto e profondità. Al trascorrere del tempo mette il termometro, la memoria e genera malinconia. Il silenzio è il pentagramma dove si trasmettono le note più profonde dell'atto di esistere, dove si sente la promessa di una misteriosa redenzione; silenzio che propizia due esseri a stare insieme, anche senza essersi mai incontrati. La poesia di Cereijo è scritta da un io con tanta verità; fecondazione di esistenza e temperatura etica, che crea consapevolezza nel lettore". Cereijo, oeta e traduttore, è nato a Redondela (Pontevedra) nel 1957 e vive a Madrid.

    INVIERNO EN EL PARQUE

    Paseo por el parque esta mañana

    helada y transparente.

    Los árboles escuetos se dibujan

    contra el silencio gris.

    Ahora es posible ver a cada uno

    en su forma precisa.

    Erguidos o achacosos, nada esconden:

    sólo son lo que son.

    Pensativo, yo paso entre sus formas

    esbeltas y elocuentes,

    silencioso y desnudo, como ellos;

    pero sin esperanza.

    INVERNO NEL PARCO

    Passeggio nel parco in questa mattina

    gelida e trasparente.

    Gli alberi spogli si disegnano

    contro il silenzio grigio.

    Ora è possibile vederli tutti

    nella sua forma precisa.

    Eretti o sofferenti, nulla nascondono:

    sono solo quel che sono.

    Assorto, passo tra le loro forme

    slanciate ed eloquenti,

    silenzioso e nudo, come loro;

    ma senza speranza.

    ---

    TESTAMENTO

    Este profundo azul del cielo en primavera,

    el canto de los pájaros, el rumor de los sueños,

    el amor de los libros, siempre correspondido,

    el silencio del alba,

    el de mi corazón, algunas veces,

    las horas que hacen dulce, secreta la memoria:

    es todo para ella.

    Todo para la muerte, que me ha querido tanto.

    TESTAMENTO

    Questo profondo blu del cielo in primavera

    il canto degli uccelli, il rumore dei sogni,

    l'amore per i libri, sempre corrisposto,

    il silenzio dell'alba,

    quello del mio cuore, alcune volte,

    le ore che rendono dolce, segreta la memoria:

    è tutto per lei.

    Tutto per la morte, che mi ha tanto amato.

    ---

    VEHÍCULO

    No pienses que tu vida es un vehículo

    que te lleva a la muerte

    y nunca se detiene

    y, a veces, acelera.

    Ya sabes que es verdad, pero de qué te sirve.

    VEICOLO

    Non pensare che la tua vita sia un veicolo

    che ti porti alla morte

    e non si fermi mai

    e, a volte, acceleri.

    Sai già che è vero, ma a cosa ti serve?

    ---
    LA MIRADA

    Siempre he querido, siempre,

    escribir un poema.

    Alguna vez mirando

    los árboles, las casas,

    los hombres y sus sombras,

    me parecían a punto

    de resolverse en ser, de ser reales,

    de volver transparentes las palabras

    que lo hicieran posible.

    Pero ha pasado el tiempo,

    y siento, sé, que nada he conseguido,

    excepto esto, que tal vez no es poco:

    hacer, de ese silencio

    -de la oscura inminencia, tal vez imaginaria-

    una forma de vida.

    LO SGUARDO

    Ho sempre voluto, sempre,

    scrivere una poesia.

    Qualche volta, guardando

    gli alberi, le case,

    gli uomini e le loro ombre,

    mi sembravano sul punto

    di tramutarsi in essere, di essere reali,

    di fare trasparenti le parole

    che lo rendessero possibile.

    Ma il tempo è trascorso

    e sento, so, di non aver ottenuto nulla,

    tranne questo, che forse non è poco:

    fare, di quel silenzio

    -dell'oscura imminenza, forse immaginaria-

    una forma di vita.

    ---
    CONTEMPLAS

    Contemplas

    La tarde en la ventana,

    su pura perfección.

    Algo dentro de ti debiera arrodillarse,

    reconocer, gozar

    ese hondo magisterio para el alma.

    CONTEMPLI

    Contempli

    La sera alla finestra,

    la sua pura perfezione.

    Qualcosa dentro di te dovrebbe inginocchiarsi,

    riconoscere, godere

    di quel profondo magistero per l'anima.

    ---

    ARMÓNICO MURMULLO

    Armónico murmullo de las hojas

    en el aire tranquilo de la tarde,

    agudo y leve canto de los pájaros,

    pequeñas, palpitantes flechas vivas;

    aroma silencioso de las flores,

    hondura transparente del crepúsculo.

    Escucha, siente, mira, goza, aprende:

    todo esto tiene que morir, y canta.

    ARMONICO MORMORIO

    Armonico mormorio delle foglie

    nell’aria tranquilla della sera,

    acuto e lieve canto degli uccelli,

    piccole e palpitanti frecce vive;

    aroma silenzioso dei fiori,

    profondità trasparente del crepuscolo.

    Ascolta, senti, guarda, godi, impara:

    tutto questo deve morire, e canta.

    ---

    PAISAJE

    La imagen de las casas lavadas por la lluvia.
    Las nubes poderosas a las que barre el viento.

    Esta luna inicial, y frágil, y amarilla.

    Las primeras estrellas, los espejos del agua, el olor de la

    tierra.

    Para ti voy diciendo estas pequeñas cosas

    que ha perdido tu muerte.

    PAESAGGIO

    L'immagine delle case lavate dalla pioggia.

    Le poderose nuvole che il vento spazza.

    Questa luna iniziale, fragile e gialla.

    Le prime stelle, gli specchi dell'acqua, l'odore della

    terra.

    Per te vado dicendo queste piccole cose

    che la tua morte ha perso.

    ---

    DAÑO

    Quisiera no saber esto que sé: que el amor hace daño,

    que es un veneno lento.

    Una bestia feroz que muerde y que desgarra, y tortura

    constante su aciaga compañía; y que sólo su

    ausencia

    Es más insoportable.


    DANNO

    Vorrei non sapere quello che so: che l'amore fa male,

    che è un veleno lento.

    Una bestia feroce che morde e lacera, e tortura

    costante la sua sciagurata compagnia; e che solo la sua

    assenza

    È ancor più insopportabile.

    ---

    TRISTE ROSA

    La triste rosa ha abierto esta mañana sus pétalos al beso (para ella mortal) del aire y de la luz.
    Al borde de un abismo prodiga su belleza, esa defensa inútil,
    Como si, al revés que nosotros, no buscara con ser la salvación (y aun la desdeñase ocultamente),
    Sino una justificación más honda, y de otro orden. ¿Morirá porque debe? –No, no es verdad, no la
    [defiende su belleza,
    Que sólo hace más triste su final. Es en otro lugar donde es invulnerable (pero, ¿cómo entenderlo?):
    Allí, en aquello que hace de su muerte, de su vida tan breve, un destino en sí mismo.

    TRISTE ROSA

    La triste rosa ha aperto questa mattina i suoi petali al bacio, per essa mortale, dell'aria e della luce.
    Sull'orlo di un abisso prodiga la sua bellezza, quella difesa inutile,
    come se, a differenza nostra, non cercasse di essere la salvezza, (ma la disdegnasse ocultamente),
    bensì una giustificazione più profonda, e di altro ordine. Morirà perché deve? -No, non è vero, non la
    [difende la sua bellezza,
    che rende solo più triste la sua fine. E' in un altro luogo dov'è invulnerabile (ma, come capirlo?):
    lì, in ciò che fa della sua morte, della sua vita così breve, un destino, di per sé.

    ---
    EL AMANTE RECUERDA

    No todo lo he perdido. Queda
    tu nombre. Queda la hondura del silencio después de pronunciarlo.
    Queda lo que no pasa, ni puede pasar nunca:
    lo que nunca ha pasado.

    L'AMANTE RICORDA

    Non ho perso tutto. Rimane
    il tuo nome: Rimane la profondità del silenzio dopo averlo pronunciato.
    Rimane ciò che non accade, né può accadere mai:
    quel che mai è accaduto.

    ---
    ULISES

    Besarte todavía, mientras en los cristales
    una luz indecisa
    anuncia la llegada de un día no previsto
    en el que vivir juntos, pero esta vez a solas.

    Prometerte en voz baja que ya nunca
    me volveré a marchar -y que esta vez sea cierto,
    porque ya no hay caminos
    o perdí su recuerdo.

    Saber, hermosamente,
    que ya todo es mentira, y que no importa,
    porque, después de la verdad, hay vida,
    o, más allá de una verdad, hay otra.

    Y aprender el amor que cabe en tanta ausencia.

    ULISSE

    Baciarti ancora, mentre nei vetri
    una luce indecisa
    annuncia l'arrivo di un giorno non previsto
    in cui vivere insieme, ma questa volta da soli.

    Prometterti a voce bassa che mai più
    partirò di nuovo -e che questa volta sia vero,
    perché non ci sono più strade
    o, ne ho perso il ricordo.

    Sapere, magnificamente,
    che ormai tutto è menzogna, e che non ha importanza,
    perché, dopo la verità, c'è vita,
    o, al di là di una verità, ce n'é un'altra.

    E imparare l'amore che vi è in tanta assenza.

    ---
    NUNCA

    Nunca dormí en tus brazos.
    Nunca me desperté de madrugada y vi el armario, la ventana, los libros,
    o escuché el ruido de las cañerías, los pasos solitarios en la calle,
    y pensé, incrédulo, que, puesto que todo aquello era real,
    tú también debías serlo.
    No supe a qué sabían tus labios, o tu risa.
    No te vi desnudarte.
    No supe ni sabré jamás cómo tus ojos, en el acto del amor, incendiaban la noche.
    Esa ausencia es, lo sé bien, una mutilación irremediable;
    es un triste muñón, que llevaré conmigo hasta la muerte.
    También es, a su modo, forma y prueba de amor; de lúcido y humillado amor;
    de devastado y verdadero amor, que ofrezco a tu recuerdo.


    MAI

    Mai ho dormito tra le tue braccia.
    Mai mi sono svegliato all'alba e ho visto l'armadio, la finestra, i libri
    o sentito i rumori dei tubi, i passi solitari in strada,
    e ho pensato, incredulo, che, poiché tutto ciò era reale,
    anche tu dovevi esserlo.
    Non ho saputo a cosa sapevano le tue labbra, o la tua risata.
    Non ti ho vista denudarti.
    Non ho saputo né saprò mai come i tuoi occhi, nell'atto dell'amore, incendiavano la notte.
    Quell'assenza è, lo so bene, una mutilazione irrimediabile;
    e un triste moncone, che porterò con me fino alla morte.
    E' anche, a modo suo, forma e prova d'amore, di lucido e umiliato amore,
    di devastato e vero amore, che offro al tuo ricordo.

    ---
    CONFESIÓN DE UN AMANTE

    Déjame
    Confiarte un secreto que no he contado a nadie:
    cuando tu enfermedad burlaba la pericia y el saber
    de los médicos,
    También yo, el racionalista, el no apegado a las
    supersticiones,
    Amé los amuletos, sacrifiqué a fantasmas, busqué el
    alivio de la dudosa ciencia
    De astrólogos y magos, suplicando -igual que la mujer
    más ignorante, y con la misma fe desesperada-, tu
    vuelta a la salud.
    Alguna vez, ahora, sonrío amargamente al recordar. Y
    sin embargo,
    Con la misma certeza con que sé que es absurdo, creo
    que volvería a implorar a las sombras,
    Desde la entraña misma de este despavorido corazón,
    demasiado nutrido en el silencio:
    Tanto iguala a los hombres el dolor de lo amado.

    CONFESSIONE DI UN AMANTE

    Lascia
    Che ti confidi un segreto che non ho raccontato a nessuno:
    quando la tua malattia si burlava della perizia e la conoscenza
    dei medici,
    Anche io, il razionalista, quello non attaccato alle
    superstizioni,
    Ho amato gli amuleti, ho sacrificato i fantasmi, ho cercato il
    sollievo dalla dubbiosa scienza
    Di astrologi e maghi, supplicando, proprio come la donna
    più ignorante e con la stessa disperata fede, il tuo
    ritorno alla salute.
    Qualche volta, ora, sorrido amaramente al ricordo. E
    tuttavia,
    Con la stessa certezza con cui so che è assurdo, credo
    che implorerei di nuovo le ombre,
    Dal profondo di questo cuore terrorizzato,
    troppo nutrito nel silenzio:
    Tanto rende uguali gli uomini il dolore di ciò che si ama.

    ---
    ÚLTIMO VERSO DE VIRGILIO

    La historia es conocida:
    ya a punto de morir, pidió Virgilio
    que le dieran su Eneida, para arrojarla al fuego.
    Esas palabras son, a su manera,
    como el último verso de Virgilio,
    el más íntimo y fiel, el más amargo.

    Quién sabe si el más bello.

    ULTIMO VERSO DI VIRGILIO

    La storia è nota:
    ormai sul punto di morire, Virgilio chiese
    che gli fosse data la sua Eneide, per gettarla nel fuoco.
    Quelle parole sono, a modo loro,
    come l'ultimo verso di Virgilio,
    il più intimo e fedele, il più amaro.

    Chissà se il più bello.

    ---
    SEMILLA

    Aquí depositamos, en el oscuro y hondo
    regazo de la tierra,
    estos pálidos restos:una leve semilla
    que no veremos transformarse en árbol.

    Florezca, si es posible en el silencio
    de nuestros corazones,
    como en ese vacío sin nombre y sin medida
    al que llamamos Dios; y que tal vez lo sea.

    SEME

    Qui depositiamo, nello scuro e profondo
    grembo della terra,
    questi pallidi resti: un delicato seme
    che non vedremo trasformarsi in albero.

    Fiorisca, se è possibile, nel silenzio
    dei nostri cuori,
    come in quel vuoto senza nome e senza misura
    che chiamiamo Dio; e che forse lo è.

    ---
    LUZ DE MARZO

    En esta luz de marzo,
    en esta luz estremecida y pura
    que un dios benevolente trajo hoy a tu ventana
    y que hace avergonzarse a tu silencio,
    además de su inmensa, callada compañía,
    hay una lección honda que debes aprender:
    no pueden tus palabras retenerla;
    no pueden mejorarla.

    Acata esa belleza, tan superior a ti, y déjala perderse.
    Y que el silencio sea tu forma de homenaje.

    LUCE DI MARZO

    In questa luce di marzo
    in questa luce struggente e pura
    che un dio benevolo ha portato oggi alla tua finestra
    e che fa vergognare il tuo silenzio,
    oltre alla sua immensa e calma compagnia,
    c'è una profonda lezione che devi imparare:
    le tue parole non possono trattenerla;
    non possono migliorarla.

    Ossequia quella bellezza, così superiore a te, e lascia che si perda.
    Sia il silenzio la tua forma di renderle omaggio.

    ---
    TE MIRARÉ DESPACIO

    Te miré despacio,
    me perderé en tus ojos,
    igual que un viajero
    que se pierde en un bosque
    en el que vive aún
    alguna antigua magia.
    Conoceré el silencio,
    la angustia y la belleza
    que existen en las cosas
    más grandes que nosotros.
    Y luego, al retirar
    mis ojos de los tuyos,
    llenos de tanta vida,
    habrá pasado un siglo.
    Que así el amor construye
    su eternidad, tan breve.

    TI GUARDERÒ LENTAMENTE

    Ti guarderò lentamente
    mi perderò nei tuoi occhi,
    come un viaggiatore
    che si perde in un bosco
    dove vive ancora
    qualche antica magia.
    Conoscerò il silenzio
    l'angoscia e la bellezza
    che esistono nelle cose
    più grandi di noi.
    Poi, ritirando
    i miei occhi dai tuoi,
    pieni di tanta vita,
    sarà trascorso un secolo.
    È così che l'amore costruisce
    la sua eternità, tanto breve.

    ---
    NO POR AMOR, AHORA

    Diste a mi vida luz; después, sabiduría; finalmente,
    amargura:
    Pobres dones del tiempo, que al fin todos reciben.
    Y no obstante fue grato adquirirlos así, en la hondura
    preciosa de tu cuerpo.
    Esto no es un poema de amor; y, sin embargo...

    NON PER AMORE, ORA

    Hai dato luce alla mia vita; poi saggezza; infine,
    amarezza:
    Poveri doni del tempo, che alla fine tutti ricevono.
    Ciò nondimeno è stato piacevole acquisirli così, nella profondità
    preziosa del tuo corpo.
    Questa non è una poesia d'amore; ma, tuttavia ...

    ---
    EL ESPEJO

    No acierto a ser feliz. Todas las cosas
    que busco, que poseo, que me aguardan,
    íntimamente están en otra parte
    a que no sé llegar. Y aunque las mire,
    en ese espejo que es también un sueño,
    callan, y no sé el modo
    de pasar, como Alicia, al otro lado.
    Yo quisiera aprender que también es bastante
    vivir en este cuarto
    de costumbre, poblado de cosas conocidas
    –pero también, aunque en secreto, mágicas–,
    y alzar, de vez en cuando,
    los ojos a su vaga superficie,
    a su extraña certeza imaginaria,
    e inventar algún cuento
    de imágenes hermosas (también eso es la vida:
    lúcido entretenerse),
    en tanto se demora, cortésmente,
    la prevista llegada de la noche.

    LO SPECCHIO

    Non punto ad essere felice. Tutte le cose
    che cerco, che possiedo, che mi attendono,
    intimamente stanno in un altro luogo
    al quale non so arrivare. E anche se le guardo,
    in quello specchio che è anche un sogno,
    tacciono, e io non conosco il modo
    di passare, come Alice, dall'altra parte.
    Vorrei imparare che è anche abbastanza
    vivere in questa camera
    d'abitudine, popolata da cose conosciute
    –ma anche, sebbene in segreto, magiche–,
    e sollevare, ogni tanto,
    gli occhi verso la sua vaga superficie,
    verso la sua strana certezza immaginaria,
    e inventare qualche storia
    di belle immagini (anche questo è la vita:
    un lucido intrattenersi),
    intanto tarda, cortesemente,
    il previsto arrivo della notte.

    ---
    LA ALONDRA

    JULIETA.-¿Quieres marcharte ya? Aún no ha despuntado el día. Era el ruiseñor, y no la alondra, lo que hirió el fondo temeroso de tu oído. Todas las noches canta en aquel granado... ¡Créeme, amor mío, era el ruiseñor!
    ROMEO.- Era la alondra, la mensajera de la mañana, no el ruiseñor... William Shakespeare

    Amar, amar la vida
    sin esperanza alguna,
    sabiéndola tan frágil, y tan corta.

    Saber bien que la alondra
    muy pronto va a cantar
    -que, en realidad, está cantando siempre-,
    y amarla todavía, negándose al engaño
    de que es el ruiseñor, y largo el tiempo.

    Y despedirla luego, cuando raye
    en la colina el día
    que ya no será nuestro,
    con un último beso, más dulce que los otros.

    Saber que es para siempre, que ya nada es posible,
    y apretar aún la mano final que se nos tiende
    con un amor que es casi gratitud,

    y pensar que fue hermoso:

    un don digno de un dios, que aunque no exista
    bien hubiera podido, solamente por eso,
    llegar a ser verdad.

    L'ALLODOLA

    GIULIETTA.-
    Vuoi andare già via? Ancora è lontano il giorno: Era l'usignolo, e
    non
    l'allodola
    che trafisse il tuo orecchio timoroso.
    Canta tutte le notti
    laggiù dal melograno...
    credimi, amore, era l’usignolo!
    ROMEO. -Era l’allodola, messaggera dell’alba,
    non l’usignolo.
    William Shakespeare

    Amare, amare la vita
    senza speranza alcuna,
    sapendola così fragile e così breve.

    Sapere bene che l'allodola
    molto presto canterà
    -che, in realtà, canta sempre-,
    e amarla ancora, sottraendosi all'inganno
    che sia l'usignolo, e molto il tempo.

    E salutarla poi, quando incida
    sulla collina il giorno
    che non sarà più nostro,
    con un ultimo bacio, più dolce degli altri.

    Sapendo che è per sempre, che niente è più possibile,
    e stringere ancora l'ultima mano che ci viene tesa
    con un amore che è quasi gratitudine,

    e pensare che è stato bello:

    un dono degno di un dio, che sebbene non esista
    avrebbe potuto benissimo, solo per quello,
    diventare vero.

    ---
    LA CASA

    Quisiera yo tener un lugar apartado
    en el que vivir, dueño de mi propio destino,
    escuchando la voz honda que sólo toma
    su forma en el silencio.

    Una pequeña casa entre campos y bosques,
    la amistad de las horas, la amistad de los libros,
    algún afecto leve y dulce, que no agravase
    con su peso la vida.

    A veces, en mitad de las horas estériles,
    de los días inciertos, de las noches vacías,
    como un brusco jirón de recuerdo imposible,
    yo siento que me llama.

    Y es consuelo saber que se yergue fielmente;
    que dolor y esperanza, maestros de la vida,
    poco a poco levantan esos frágiles muros
    -¿dónde, sino en mi corazón?

    LA CASA

    Vorrei avere un luogo appartato
    in cui vivere, padrone del mio destino,
    ascoltando la voce profonda che prende forma
    solo nel silenzio.

    Una piccola casa tra campi e boschi,
    l'amicizia delle ore, l'amicizia dei libri,
    qualche affetto mite e dolce, che non aggravi
    col suo peso la vita.

    A volte, nel mezzo delle sterili ore,
    di giorni incerti, delle notti vuote,
    come un brusco brandello di ricordo impossibile,
    sento che mi chiama.

    Ed è confortante sapere che si erge fedelmente;
    che dolore e speranza, maestri di vita,
    a poco a poco sollevano quelle fragili mura
    -dove, se non nel mio cuore?

    ---
    EL SECRETO

    Mis amigos suponen que soy un hombre frío,
    como si todo en mí guardase las distancias
    y no existiera nada capaz de conmoverme.
    Yo sonrío y me callo, celando mi secreto.
    Aunque parezca solo, estoy siempre contigo.
    Y me avergonzaría no ser dueño de mí,
    delante de esos ojos.

    IL SEGRETO

    I miei amici pensano che io sia un uomo freddo,
    come se tutto in me prendesse le distanze
    e non esistesse nulla in grado di commuovermi.
    Sorrido e taccio, celando il mio segreto.
    Anche se sembro solo, sono sempre con te.
    E mi vergognerei di non essere padrone di me stesso,
    davanti a quegli occhi.

    ---

    LITERATURA

    Una tarde de julio
    igual a tantas otras.
    La charla de los pájaros
    en el aire dormido.
    Un perro que camina
    y no sabe hacia dónde.
    Las voces de la gente.
    Una primera estrella.
    Es lo que estás mirando,
    es lo que estás sintiendo:
    es la pura verdad.

    Pura literatura.

    LETTERATURA

    Una sera di luglio
    uguale a tante altre.
    Le ciarle degli uccelli
    nell'aria assopita.
    Un cane che cammina
    e non sa verso dove.
    Le voci della gente.
    Una prima stella.
    È ciò che stai guardando
    è ciò che stai sentendo:
    è la pura verità.

    Pura letteratura.

    ---
    INSTANTE
    Qué instante irrevocable
    anoche en tu jardín! En el estanque,
    la luna, estremecida, nos miraba mirarnos.
    El Tiempo, no atreviéndose
    a reanudar su acostumbrado oficio,
    distante y silencioso vagaba entre las sombras.
    Yo sería el más grande poeta
    si lograse encontrar palabras que dijeran
    lo que no nos dijimos.
    (Así, algunas veces,
    Alá, el Inescrutable, da a quienes le son fieles
    un anticipo mínimo,
    una sombra fugaz del Paraíso).

    Nosotros cambiaremos,
    nos tragará el olvido, el insaciable. Ese instante es más firme:
    vale más que nosotros.

    ISTANTE

    Che irrevocabile istante
    la scorsa notte nel tuo giardino! Nello stagno,
    la luna, tremante, ci guardava guardarci.
    Il Tempo, non osando
    riprendere la sua abituale attività,
    distante e silenzioso vagava tra le ombre.
    Sarei il più grande poeta
    se riuscissi a trovare parole che dicessero
    quanto non ci siamo detti.
    (E' così, che alcune volte,
    Allah, l'Imperscrutabile, dà a coloro che gli sono fedeli
    un minimo anticipo,
    un'ombra fugace del Paradiso).

    Noi cambieremo
    ci inghiottirà l'oblio, l'insaziabile. Quel momento è più solido:
    vale più di noi.

    ---

    ULISES
    Besarte todavía, mientras en los cristales
    una luz indecisa
    anuncia la llegada de un día no previsto
    en el que vivir juntos, pero esta vez a solas.

    Prometerte en voz baja que ya nunca
    me volveré a marchar -y que esta vez sea cierto,
    porque ya no hay caminos
    o perdí su recuerdo.

    Saber, hermosamente,
    que ya todo es mentira, y que no importa,
    porque, después de la verdad, hay vida,
    o, más allá de una verdad, hay otra.

    Y aprender el amor que cabe en tanta ausencia.

    ULISSE

    Baciarti ancora, mentre sui vetri
    una luce indecisa
    annuncia l'arrivo di un giorno non previsto
    in cui vivere insieme, ma questa volta da soli.

    Prometterti a bassa voce che mai più
    partirò di nuovo - e che questa volta sia vero,
    perché non ci sono strade ormai
    ovvero ne ho perso il ricordo.

    Sapere, magnificamente,
    che tutto è ormai una menzogna, e che non importa,
    perché, dopo la verità, c'è vita,
    o, al di là di una verità, ce n'è un'altra.

    E imparare l'amore che vi è in tanta assenza.

    ---
    LOS DONES DEL OTOÑO

    Los dones del otoño
    van estando contigo: la tierna luz cansada,
    la silenciosa gloria del paisaje,
    la familiar torpeza, la
    intimidad con lo que muere. Son una compañía
    más reservada, es cierto, acaso más difícil,
    pero también más fiel: capaz de ser tú mismo
    en una medida en que no lo sería
    la petulancia, el apresuramiento
    del verano. Una riqueza menos obvia,
    pero más permanente.

    I DONI DELL'AUTUNNO

    I doni dell'autunno
    sono con te: la tenera luce stanca,
    la silenziosa gloria del paesaggio,
    la familiare inettitudine, la
    intimità con ciò che muore. Sono una compagnia
    più riservata, è vero, forse più difficile,
    ma anche più fedele: capace di essere te stesso
    nella misura in cui non lo sarebbe
    la petulanza, la premura
    dell'estate. Una ricchezza meno ovvia,
    ma più permanente.

    ---
    QUE LA VEJEZ TE TRAIGA

    Que la vejez te traiga, si te fuera
    concedido llegar a su dominio,
    la mirada tranquila de los viejos
    que ahora toman el sol
    un poco más allá de tu ventana.
    Que también para ti sea entonces la luz,
    la realidad entera, como un pequeño cuarto
    familiar, en que esperar en calma
    a que llegue la noche. Y la tierra,
    la alcoba conocida donde tenderse en paz
    cuando lo pida la hora,
    y el cansancio.

    POSSA LA VECCHIAIA PORTARTI

    Possa la vecchiaia portarti, se ti fosse
    concesso di arrivare al suo dominio,
    lo sguardo tranquillo dei vecchi
    che ora prendono il sole
    poco oltre la tua finestra.
    Possa dunque essere anche per te luce,
    l'intera realtà, come una piccola stanza
    familiare, dove aspettare con calma
    che la notte giunga. E la terra,
    l'alcova conosciuta dove stendersi in pace
    quando lo chiederà l'ora,
    e la stanchezza.

    ---
    MIRA ESA FLOR

    Mira
    esa flor en el vaso
    que dulcemente muere,
    y piensa que no deja
    detrás de sí otra cosa
    sino belleza silenciosa, y calma.

    GUARDA QUEL FIORE

    Guarda
    quel fiore nel bicchiere
    che dolcemente muore,
    e pensa che non lascia
    dietro di sé altro
    che silenziosa bellezza, e calma.

    ---
    IMAGÍNATE A BACH

    Imagínate a Bach, inclinado
    sobre un papel de música, escribiendo
    algo que sólo él, y tal vez el silencio,
    escuchan; algo que acaso sólo vaya a oírse
    una vez, una distraída vez,
    o acaso nunca,
    pero que ha de ser digno del oyente supremo,
    del que no se distrae,
    de aquél que sabe oír, y sabe
    entender, y sabe amar.

    Imagínatelo, para tu vergüenza.

    IMMAGINA BACH

    Immagina Bach, piegato
    su un foglio da musica, scrivendo
    qualcosa che solo lui, e forse il silenzio,
    sentono; qualcosa che possa essere ascoltata
    una volta, una distratta volta,
    o forse mai,
    ma che deve essere degna dell'ascoltatore supremo,
    di chi non si distrae,
    di colui che sa ascoltare, e sa
    intendere, e sa amare.

    Immaginalo, per la tua vergogna.

    (dal libro Árbol desnudo, Renacimiento 2017)

     

  • DA PIU' UN SECOLO
    I VERSI DI RUBEN DARIO
    CI PARLANO
    DEI NOSTRI TORMENTI

    data: 10/03/2021 19:16

    Poeta, giornalista e diplomatico, Rubén Darío è considerato il massimo rappresentante del modernismo letterario in lingua spagnola. In queste tre poesie intitolate "Nocturno/Notturno" Darío (Metapa, Repubblica del Nicaragua, 18 gennaio 1867 - León, Repubblica del Nicaragua, 6 febbraio 1916). affronta il tema dell'insonnia e dell'angoscia esistenziale di fronte alla morte. Vengono delineate analogie tra la vita e il sonno molto interessanti. Queste tre poesie - da me tradotte in italiano - sono caratterizzate da uno stato d'animo meditativo, contemplativo e malinconico in cui i versi sono impreziositi da immagini suggestive con evidenti allusioni ad elementi esotici, tipici dell'estetica modernista. In essi la notte diventa il palcoscenico propizio per esprimere le ansie e i tormenti più profondi che affliggono la nostra esistenza.

    NOCTURNO I

    Quiero expresar mi angustia en versos que abolida
    dirán mi juventud de rosas y de ensueños,
    y la desfloración amarga de mi vida
    por un vasto dolor y cuidados pequeños.
    Y el viaje a un vago Oriente por entrevistos barcos,
    y el grano de oraciones que floreció en blasfemia,
    y los azoramientos del cisne entre los charcos
    y el falso azul nocturno de inquerida bohemia.
    Lejano clavicordio que en silencio y olvido
    no diste nunca al sueño la sublime sonata,
    huérfano esquife, árbol insigne, obscuro nido
    que suavizó la noche de dulzura de plata...
    Esperanza olorosa a hierbas frescas, trino
    del ruiseñor primaveral y matinal,
    azucena tronchada por un fatal destino,
    rebusca de la dicha, persecuciòn del mal...
    El ánfora funesta del divino veneno
    que ha de hacer por la vida la tortura interior,
    la conciencia espantable de nuestro humano cieno
    y el horror de sentirse pasajero, el horror
    de ir a tientas, en intermitentes espantos,
    hacia lo inevitable, desconocido, y la
    pesadilla brutal de este dormir de llantos
    ¡de la cual no hay más que Ella que nos despertará!

    NOTTURNO I

    Vorrei esprimere la mia angoscia in questi versi che abolita
    diranno la mia gioventù di rose e di sogni,
    e lo sfiorire amaro della mia vita
    per un grande dolore e scarse cure.
    E il viaggio verso verso un vago Oriente da barche intraviste,
    e il grano di preghiere che fiorì in blasfemia,
    e gli scuotimenti del cigno tra le pozze
    e il falso blu notturno d’inquisita sregolatezza.
    Lontano clavicornio che il silenzio e l’oblio
    non ha dato mai al sonno la sublime sonata,
    orfana imbarcazione, albero insigne, oscuro nido
    che ingentilì la notte con dolcezza d’argento...
    Speranza profumata d’erbe fresche, canto
    dell’usignolo primaverile e mattinale
    giglio reciso da un fatale destino,
    ricercando la gioia, la persecuzione del male...
    L’anfora funesta del divino veleno
    che infonde nella vita la tortura interiore,
    la temibile coscienza del nostro umano fango
    e l’orrore di sentirsi passeggero, l’orrore
    di andare a tentoni, fra intermittenti paure,
    verso l’inevitabile, l’ignoto, e il
    brutale incubo di questo dormire nei pianti
    di cui soltanto Lei ci sveglierà!

    NOCTURNO II

    A Mariano de Cavia

    Los que auscultasteis el corazón de la noche,
    los que por el insomnio tenaz habéis oído
    el cerrar de una puerta, el resonar de un coche
    lejano, un eco vago, un ligero ruido...


    En los instantes del silencio misterioso,
    cuando surgen de su prisión los olvidados,
    en la hora de los muertos, en la hora del reposo,
    ¡sabréis leer estos versos de amargor impregnados!...

    Como en un vaso vierto en ellos mis dolores
    de lejanos recuerdos y desgracias funestas,
    y las tristes nostalgias de mi alma, ebria de flores,
    y el duelo de mi corazón, triste de fiestas.

    Y el pesar de no ser lo que yo hubiera sido,
    la pérdida del reino) que estaba para mí,
    el pensar que un instante pude no haber nacido,
    ¡y el sueño que es mi vida desde que yo nací!

    Todo esto viene en medio del silencio profundo
    en que la noche envuelve la terrena ilusión,
    y siento como un eco del corazón del mundo
    que penetra y conmueve mi propio corazón.

    NOTTURNO II

    Voi che auscultaste il cuore della notte,
    voi che per l’insonnia tenace avete udito
    la chiusura di una porta, il risuonare di un cocchio
    lontano, un’eco vaga, un leggero rumore...

    Negli istanti del silenzio, misterioso,
    quando escono dalla loro prigione i dimenticati,
    nell’ora dei morti, nell’ora del riposo,
    saprete leggere questi versi di amarezza impregnati...

    Come in un bicchiere, riverso su di loro i miei dolori
    di lontani ricordi e disgrazie funeste,
    e le tristi nostalgie della mia anima, ebbra di fiori,
    e il lutto del mio cuore, triste di feste.

    E il rimpianto di non essere quello che sarei stato,
    la perdita del regno che c’era per me,
    il pensare che per un istante, avrei potuto non nascere,
    e il sogno, che è la mia vita, da quando sono nato!

    Tutto ciò giunge in mezzo al silenzio profondo
    in cui la notte avvolge la terrena illusione
    e sento come un’eco del cuore del mondo
    che penetra e commuove il mio proprio cuore.

    NOCTURNO III

    Silencio de la noche, doloroso silencio
    nocturno… ¿Por qué el alma tiembla de tal manera?

    Oigo el zumbido de mi sangre,
    dentro de mi cráneo pasa una suave tormenta.
    ¡Insomnio! No poder dormir y, sin embargo,
    soñar. Ser la auto-pieza
    de disección espiritual, ¡el auto-Hamlet!
    Diluir mi tristeza
    en un vino de noche
    en el maravilloso cristal de las tinieblas…
    Y me digo: ¿a qué hora vendrá el alba?
    Se ha cerrado una puerta…
    Ha pasado un transeúnte…
    Ha dado el reloj tres horas… ¡Si será ella!…

    NOTTURNO III

    Silenzio della notte, doloroso silenzio
    notturno...Perché l’anima trema in tal maniera?
    Sento il pulsare del mio sangue,
    dentro del mio cranio passa una leggera tempesta.
    Insonnia! non potere dormire e, tuttavia,
    sognare. Essere la propria parte
    di dissezione spirituale, l’auto-Amleto!
    Diluire la mia tristezza
    in un vino di notte
    in un meraviglioso cristallo delle tenebre...
    E dico a me stesso: a che ora arriverà l’alba?
    Si è chiusa una porta...
    Un passante è passato...
    L’orologio ha indicato tre ore...Se sarà lei!...

    (da Cantos de vida y esperanza, 1905)
     

  • POESIE DI RAFAEL CADENAS
    (ANALISI DI CASTELLANOS
    E TRADUZIONE IN ITALIANO)

    data: 03/03/2021 17:48

    Rafael Cadenas, Barquisimeto, Venezuela 1930.
    Introduzione e analisi del Prof. Freddy Castillo Castellanos (Barquisimeto 27/03/1950-12/12/2020)

    “Sola./insicura,/perentoria parola,/casa senza inganni.//Per lei vorrei/la forza/degli alberi“. Quella breve poesia di Un’isola (1958) potrebbe servirci per collocare in Rafael Cadenas un primo legame con quella che più tardi sarebbe stata una sua costante: la limpidezza della scrittura.
    Da Intemperie e Memoriale, editi lo stesso anno (1977), la poesia di Cadenas, dopo un silenzio editoriale di un decennio, inizia a transitare un cammino diverso. Fu, in realtà, l’ingresso del poeta in quella casa senza inganni che aveva denominato in Un’isola. Dietro rimaneva la torrenziale eloquenza de I quaderni dell’esilio (1960), ma non l’insegnamento di quel viaggio e, tantomeno, l’acuta e lucida introspezione delle sue False manovre (1966), del tutto estranea alle egocentriche ostentazioni di certa poesia che era solita stancare le pubblicazioni, così come fa oggi con le reti sociali. Si trattava di un cambiamento, sì, ma anche di una perseveranza etica. Non molto tempo fa, in un’intervista, Cadenas ha detto che la sua poesia proveniva dalla poesia stessa, per poi andare in direzione della temperanza.
    Ana Nuño, nel magnifico prologo che scrisse per la prima antologia di Rafael Cadenas pubblicata in Spagna (Antologia, Visor, 2000), affermava che ne “I quaderni dell’esilio il poeta rimarcava meno la sua notorietà per bonificare un terreno previamente segnato da altre voci“, e ci invita a leggere quel leggendario libro di Cadenas come “il minuzioso, dettagliato rapporto di un viaggiatore che, prima di salpare e intraprendere un lungo viaggio fa una revisione di ciò che fino ad allora erano stati i suoi averi. “I quaderni” è da quel punto di vista, la messa in pratica del disegno eliotiano: “set my lands in order”
    Seguendo il filo di Ana, potremmo dire che la voce poetica di Cadenas è stata anche una “terra conquistata all’aridità” (Memoriale). Da Intemperie, come dice nella poesia con la quale conclude il libro, il poeta cerca che ogni parola “rechi ciò che dice./ Che sia come la scossa che la sostiene“. Penso che ciò che appare nei versi di Un’isola, citati all’inizio di questa nota si è reso evidente nel testo precisato di Intemperie (Ars poetica) incluso nella breve selezione che leggerete qui.
    Affermare che Rafael Cadenas è uno dei poeti viventi più importanti del Venezuela è ormai un luogo comune. E non per questa ragione smetterò di ripeterlo, soprattutto quando importanti premi internazionali, oltre a confermare ciò, ne estendono la validità di quella frase ad altre regioni del mondo. Così posso anche emendare l’enfasi (contraria, certamente, allo spirito del poeta) e dire, con orgoglio barquisimetano, che Cadenas è tra i più importanti poeti viventi della lingua spagnola.
    A partire dal 2009, col Premio di Letteratura in Lingue Romanze, che assegna la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara (FIL, il principale appuntamento editoriale del mondo ispano), si ha dato inizio a quei meritati riconoscimenti che il “Lorca”, nel 2015, e il “Reina Sofia” nel (2018) non hanno fatto altro che ratificare. A questo dobbiamo aggiungere i vari studi e articoli che un numero crescente di critici e lettori hanno dedicato all’opera del venezuelano, in Spagna, in Messico e in altri paesi. Quindi, ora, è possibile leggere da Maria Fernanda Palacios, la nostra più grande saggista, le parole che condivido:
    “Prima era più semplice scrivere su Rafael Cadenas. Pochi sapevano, fuori dal Venezuela, chi fosse. Pochi conoscevano i suoi libri, e lo avevano ascoltato. Gira ancora la leggenda che il poeta non parli. Non è vera. Qui alcuni vorrebbero che fosse verità, o che parlasse di meno, perché oggi a Cadenas lo si legge e lo si ascolta anche fuori dai nostri confini…” e ciò che egli dice “fa contrasto” (M. F. Palacios, Cuadernos Hispanoamericanos Nro.780, giugno 2015).
    Con la precedente citazione, non solo possiamo sottolineare quanto detto a proposito del meritato interesse che l’opera di Cadenas suscita fuori dal Venezuela, ma anche del carattere libero e civile di quella voce che contrasta con lo stridore e la sottomissione. Proviene da una coscienza pulita e da una profonda indagine intellettuale. Da non dimenticare che il poeta è anche un uomo di pensiero, così come lo rivela la poesia, i suoi saggi, i suoi aforismi, i suoi detti e annotazioni. Certamente tutta la sua opera (Messico, 2000 e Spagna, 2007) suggerisce una lettura di Cadenas, nella quale dialogano armoniosamente la sua poesia e la sua prosa, come se la seconda sorgesse dalla prima. O viceversa.
    Nato a Barquisimeto nel 1930, Cadenas ha pubblicato le sue prime poesie quando aveva appena sedici anni. Raccolta sotto lo stesso titolo Canti iniziali (1946); quei testi ora sono una rarità. Oltre a non essere stati più rieditati, di solito, non appaiono nemmeno nella bibliografia nota dell’autore. La ristretta selezione che qui leggerete include un testo di quel libro quasi segreto. Crediamo che si tratti di un piccolo gioiello giovanile. Lo seguono Tu che cammini (Un’isola), Nomi e Fallimento (False manovre), Ars poetica (Intemperie) e finalmente, La ricerca (Busta aperta, 2012).
    Nell’ultima poesia della selezione, l’autore ci dice che, “…concluso il viaggio/abbiamo sentito che in noi/ (…) era nata/un’altra tempra“. Già in Memoriale (1977), in un testo dal titolo Nel giardino dopo le devastazioni, l’alba aveva dato alla città del poeta quell’ “altra tempra“. Fortunatamente per i suoi lettori, con essa, Cadenas continua a scrivere la sua luminosa poesia. L’impeccabile traduzione di Marcela Filippi Plaza ci permette ora di apprezzarla in italiano.

                                                                                *****
    “Sola,/insegura,/ apremiante palabra,/ casa sin atavíos.// Para ella desearía/ la fuerza/ de los árboles”. Ese breve poema de Una isla (1958) podría servirnos para situar en Rafael Cadenas una temprana conexión con lo que habría de ser más tarde una constante suya: la limpidez de la escritura.
    A partir de Intemperie y Memorial, editados el mismo año (1977), la poesía de Cadenas, tras un silencio editorial de una década, comienza a transitar un camino distinto. Fue, en verdad, la entrada del poeta a esa casa sin atavíos que había nombrado en Una isla. Atrás quedaba la torrencial elocuencia de Los cuadernos del destierro (1960), pero no la enseñanza de ese viaje, menos aún, la aguda y lúcida introspección de sus Falsas maniobras (1966), ajena del todo a los egocéntricos alardes de cierta poesía que acostumbraba fatigar las imprentas como lo hace ahora con las redes. Se trataba de un cambio, sí, pero también de una perseverancia ética. No hace mucho, en una entrevista, Cadenas dijo que su poesía había venido de la poesía misma, para dirigirse después hacia la contención.
    Ana Nuño, en el magnífico prólogo que escribió para la primera antología de Rafael Cadenas publicada en España (Antología, Visor, 2000), afirma que en Los cuadernos del destierro “el poeta busca menos ‘declarar su nombradía’ que desbrozar un terreno previamente acotado por otras voces” y nos invita a leer ese legendario libro de Cadenas como “el minucioso, pormenorizado informe de un viajero que, antes de zarpar y emprender una larga travesía, hiciera un repaso a lo que hasta ese entonces han sido sus pertenencias. Los cuadernos es, desde este punto de vista, la puesta en práctica del designio eliotiano: set my lands in order”.
    Siguiendo el hilo de Ana, podríamos decir que la voz poética de Cadenas fue también una “tierra ganada a las sequedades” (Memorial). Desde Intemperie, como lo dice en el poema con el que cierra el libro, el poeta busca que cada palabra “lleve lo que dice./ Que sea como el temblor que la sostiene”. Pienso que lo asomado en los versos de Una isla, citados al inicio de esta nota, se hizo evidente en el aludido texto de Intemperie (Ars poetica), incluido en la breve selección que leerán acá.
    Afirmar que Rafael Cadenas es uno de los poetas vivos más importantes de Venezuela es ya un lugar común. No por eso voy a dejar de repetirlo, máxime cuando importantes premios internacionales, además de confirmarla, extienden la validez de la frase hacia otros territorios. Así, puedo retocar el énfasis (contrario al espíritu del poeta, por cierto) y decir, con orgullo barquisimetano, que Cadenas es uno los poetas vivos más importantes de la lengua española.
    A partir del 2009, con el Premio de Literatura en Lenguas Romances que otorga la Feria Internacional del Libro de Guadalajara (FIL, la principal cita editorial del mundo hispano), se dio inicio a esos merecidos reconocimientos, que el “Lorca”, en el 2015, y el “Reina Sofía” en el año (2018), no han hecho más que ratificar. A ello debemos añadir los diversos estudios y artículos que un número cada vez mayor de críticos y lectores han dedicado a la obra del venezolano, en España, México y en otros países. De ese modo, ahora es posible escuchar de María Fernanda Palacios, nuestra mayor ensayista, estas palabras que comparto:
    “Antes era más fácil escribir sobre Rafael Cadenas. Pocos sabían, fuera de Venezuela, quién era. Pocos conocían sus libros o lo habían escuchado. Corre aún la leyenda de que el poeta no habla. No es cierta. Aquí algunos querrían que esto fuera verdad, o que hablara menos, porque hoy a Cadenas se le lee y se le escucha incluso fuera de nuestras fronteras…” y lo que dice «hace contraste» (M.F. Palacios, Cuadernos Hispanoamericanos Nro. 780, junio de 2015).
    Con la cita anterior no sólo podemos subrayar lo dicho acerca del creciente y merecido interés que la obra de Cadenas suscita actualmente fuera de Venezuela, sino también el carácter libre y civil de esa voz que contrasta con la estridencia y la sumisión. Proviene de una conciencia limpia y de una honda indagación intelectual. No olvidemos que el poeta es también un hombre de pensamiento, como lo revelan, además de su poesía, sus ensayos, sus aforismos, sus dichos y sus anotaciones. Por cierto, su Obra entera (México, 2000 y España, 2007) sugiere una lectura de Cadenas en la que dialogan armoniosamente su poesía y su prosa, como si la segunda surgiese de la primera. O viceversa.
    Nacido en Barquisimeto en 1930, Cadenas publicó sus primeros poemas cuando tenía apenas dieciséis años. Reunidos bajo el título Cantos iniciales (1946), esos textos son ahora una rareza. Aparte de no haber sido nunca reeditados, no suelen figurar dentro de la bibliografía conocida del autor. La apretada selección que leerán acá incluye un texto de ese libro casi secreto. Creemos que se trata de una pequeña joya juvenil. Le siguen Tú que caminas (Una isla), Nombres y Fracaso (Falsas maniobras), Ars poetica (Intemperie) y finalmente, La búsqueda (Sobre abierto, 2012).
    En el último poema de la selección, el autor nos dice que, “…concluido el viaje/ sentimos que en nosotros/ (…)/ había nacido/ otro temple”. Ya en Memorial (1977), en un texto titulado En el jardín después de los estragos, el amanecer le había entregado a la ciudad del poeta ese “otro temple”. Para fortuna de sus lectores, con él, Cadenas sigue haciendo su luminosa poesía. La impecable traducción de Marcela Filippi Plaza nos permite ahora apreciarla en italiano.

    Barquisimeto, 30 de julio de 2018
    Freddy Castillo Castellanos
    (Venezuela)
    versione italiana di Marcela Filippi Plaza

    ***
    La mia casa è sola
    La mia casa è sola
    un giorno l’abbiamo lasciata tra penosi addii di madre
    abbiamo suonato e nessuno risponde,
    la mia casa è sola, la nostra casa fratello, è sola
    e nemmeno so cosa vi sarà rimasto dentro.
    (Canti iniziali, 1946)
    Mi casa está sola
    Mi casa está sola
    la dejamos un día entre lastimosas despedidas de madre
    tocamos y nadie contesta,
    mi casa está sola, nuestra casa hermano, está sola
    y ni sé qué habrá quedado allá adentro.
    (Cantos iniciales, 1946)

    ***
    Tu che cammini…
    Tu che cammini in questa notte nella solitudine della strada, vai piena di baci che non hai dato.
    Dell’amore ignori la scrittura prodigiosa.
    Sebbene tu non mi conosca, nel mio corpo trema lo stesso mare che danza nelle tue vene.
    Accogli i miei occhi millenari, il mio corpo ripetuto, il sussurro della mia sabbia.
    (Un’isola, 1958)

    Tú que caminas…
    Tú que caminas esta noche en la soledad de la calle, vas llenas de besos que no has dado.
    Del amor ignoras la escritura prodigiosa.
    Aunque no me conoces, en mi cuerpo tiembla el mismo mar que en tus venas danza.
    Recibe mis ojos milenarios, mi cuerpo repetido, el susurro de mi arena.
    (Una isla, 1958)

    ***
    Nomi
    Ti chiami foglia umida, notte di appartamento solo, vicissitudine,
    campana, levigatezza, e lascivia, ingenuità, morbidezza della pelle, luna piena,
    crisi
    oh mia grotta , mio anello di Saturno, mio loto da mille petali
    Eufrate e Tigri, riccio di mare, ghirlanda, Jano, recipiente, tortora, S. e
    trifoglio
    ovipara
    uva, vello e pietrificazione
    potresti chiamarti…
    ma il tuo nome è
    letto, lavandino, dentifricio, caffè, prima sigaretta,
    poi sole da taxi, acacia, ti chiami anche acacia e six pi
    em -em- o half past six o seven,
    birra e Shakespeare
    e ti chiami di nuovo foglia umida, notte d’appartamento solo
    giorno dopo giorno,
    sì, hai tanti nomi
    e non posso chiamarti
    tutto così assurdo come quelle mattine senza amore che lo specchio
    dei bagni raccoglie e protegge
    tutto così desolatamente inavvicinabile
    tutto così causa persa.
    (False manovre, 1967)

    Nombres
    Te llamas hoja húmeda, noche de apartamento solo, vicisitud,
    campana, tersura y lascivia, ingenuidad, lisura de la piel, luna llena, crisis
    oh mi cueva, mi anillo de Saturno, mi loto de mil pétalos
    Éufrates y Tigris, erizo de mar, guirnalda, Jano, vasija, tórtola, S. y trébol
    ovípara
    uva, vellocino y petrificación
    podrías llamarte…
    pero tu nombre es
    lecho, lavamanos, dentífrico, café, primer cigarrillo,
    luego sol de taxis, acacia, también te llamas acacia y six pi em
    –em- o half past six o seven,
    cerveza y Shakespeare
    y vuelves a llamarte hoja húmeda, noche de apartamento solo
    día tras día,
    sí, tienes tantos nombres
    y no te puedo llamar
    todo tan absurdo como esas mañanas sin amor que el espejo de los
    baños recoge y protege
    todo tan desoladamente inabordable
    todo tan causa perdida
    (Falsas maniobras, 1967)

    ***

    Fallimento
    Quanto ho preso per vittoria è solo fumo.
    Fallimento, linguaggio di sottofondo, varco di uno spazio più
    esigente, difficile da decifrare è la tua scrittura.
    Quando mettevi il tuo marchio sulla mia fronte, non ho mai pensato
    nel messaggio che portavi, più prezioso di tutti i trionfi.
    Il tuo fiammeo volto mi ha perseguitato ed io non sapevo allora
    che fosse per salvarmi.
    Per il mio bene mi hai lasciato agli angoli, mi hai negato
    facili successi, mi hai privato delle vie di fuga.
    Era me che volevi difendere non conferendomi luce.
    Per puro amore per me hai governato il vuoto che in tante
    notti mi ha fatto parlare febrilmente a un’assente.
    Per proteggermi hai ceduto il passo ad altri, hai permesso
    che una donna preferisse qualcuno più deciso, mi hai distolto
    da licenze suicide.
    Tu sei sempre intervenuto per prestare aiuto.
    Sì, il tuo corpo piagato, sputato, odioso, mi ha accolto
    nella mia forma più pura per consegnarmi all’essenzialità del
    deserto.
    Per pazzia ti ho maledetto, ti ho maltrattato, ti ho bestemmiato.
    Tu non esisti.
    Sei stato inventato da una delirante superbia.
    Quanto ti devo!
    Mi hai elevato a un nuovo rango pulendomi con una spugna
    ruvida, gettandomi al mio vero campo di battaglia, cedendomi
    le armi che il trionfo abbandona.
    Mi hai condotto per mano verso l’unica acqua che possa riflettermi.
    Grazie a te non conosco l’angoscia di recitare un ruolo, di reggermi
    per forza a un gradino, salire con sforzi propri, litigare per
    gerarchie, gonfiarmi fino a scoppiare.
    Mi hai reso umile, silenzioso e ribelle.
    Non ti canto per ciò che sei, ma per ciò che non mi hai lasciato essere.
    Per non darmi un’altra vita. Per avermi tenuto stretto.
    Mi hai offerto solo semplicità.
    Certamente mi hai educato con durezza, e tu stesso portavi
    il cauterio! E mi hai anche dato la gioia di non
    temerti.
    Grazie per togliermi volume in cambio di una scrittura piena.
    Grazie a te mi hai privato di boria.
    Grazie per la ricchezza a cui mi hai costretto.
    Grazie per costruire con fango la mia dimora.
    Grazie per appartarmi.
    Grazie.
    (False manovre, 1967)

    Fracaso
    Cuanto he tomado por victoria es sólo humo.
    Fracaso, lenguaje del fondo, pista de otro espacio más exigente, difícil de entreleer es tu
    letra.
    Cuando ponías tu marca en mi frente, jamás pensé en el mensaje que traías, más precioso
    que todos los triunfos.
    Tu llameante rostro me ha perseguido y yo no supe que era para salvarme.
    Por mi bien me has relegado a los rincones, me negaste fáciles éxitos, me has quitado
    salidas.
    Era a mí a quien querías defender no otorgándome brillo.
    De puro amor por mí has manejado el vacío que tantas noches me ha hecho hablar
    afiebrado a una ausente.
    Por protegerme cediste el paso a otros, has hecho que una mujer prefiera a alguien más
    resuelto, me desplazaste de oficios suicidas.
    Tú siempre has venido al quite.
    Sí, tu cuerpo llagado, escupido, odioso, me ha recibido en mi más pura forma para
    entregarme a la nitidez del desierto.
    Por locura te maldije, te he maltratado, blasfemé contra ti.
    Tú no existes.
    Has sido inventado por la delirante soberbia.
    ¡Cuánto de debo!
    Me levantaste a un nuevo rango, limpiándome con una esponja áspera, lanzándome a mi
    verdadero campo de batalla, cediéndome las armas que el triunfo abandona.
    Me has conducido de la mano a la única agua que me refleja.
    Por ti yo no conozco la angustia de representar un papel, mantenerme a la fuerza en un
    escalón, trepar con esfuerzos propios, reñir por jerarquías, inflarme hasta reventar.
    Me has hecho humilde, silencioso y rebelde.
    Yo no te canto por lo que eres, sino por lo que no me has dejado ser. Por no darme
    otra vida. Por haberme ceñido.
    Me has brindado sólo desnudez.
    Cierto que me enseñaste con dureza ¡y tú mismo traías el cauterio!, pero también me diste
    la alegría de no temerte.
    Gracias por quitarme espesor a cambio de una letra gruesa.
    Gracias a ti que me has privado de hinchazones.
    Gracias por la riqueza a me has obligado.
    Gracias por construir con barro mi morada.
    Gracias por apartarme.
    Gracias.
    (Falsas maniobras, 1967)

    ***
    Ars poetica
    Che ogni parola rechi ciò che dice.
    Che sia come la scossa che la sostiene.
    Che rimanga come una palpitazione.
    Non devo proferire falsità né mettere inchiostro dubbioso né
    aggiungere lustro a ciò che è.
    Questo mi obbliga ad ascoltarmi. Ma siamo qui per dire verità.
    Siamo reali.
    Voglio esattezze terrorizzanti.
    Tremo quando credo di falsificare me stesso. Devo soppesare le mie
    parole. Mi posseggono come io posseggo loro.
    Se non vedo bene, dimmi tu, tu che mi conosci, mia bugia, indicami
    l’impostura, strigliami la truffa.
    Ti ringrazierò, davvero.
    Impazzisco per corrispondermi.
    Sii il mio occhio, aspettami di notte e scorgimi, scrutami, scuotimi.
    (Intemperie, 1977)

    Ars poética
    Que cada palabra lleve lo que dice.
    Que sea como el temblor que la sostiene.
    Que se mantenga como un latido.
    No he de proferir adornada falsedad ni poner tinta dudosa ni añadir
    brillos a lo que es.
    Esto me obliga a oírme. Pero estamos aquí para decir verdad.
    Seamos reales.
    Quiero exactitudes aterradoras.
    Tiemblo cuando creo que me falsifico. Debo llevar en peso mis
    palabras. Me poseen tanto como yo a ellas.
    Si no veo bien, dime tú, tú que me conoces, mi mentira, señálame
    la impostura, restriégame la estafa.
    Te lo agradeceré, en serio.
    Enloquezco por corresponderme.
    Sé mi ojo, espérame en la noche y divísame, escrútame, sacúdeme.
    (Intemperie, 1977)

    ***
    La ricerca
    Mai troveremo il Graal.
    I racconti non erano veridici.
    Solo la fatica delle strade accompagnava
    chi si avventurava,
    ma ci si aspettava delle storie,
    cosa sarebbe il nostro vivere
    senza queste?
    Nulla si è risolto,
    saremmo potuti rimanere a casa.
    E’ che siamo così irrequieti.
    Tuttavia, concluso il viaggio
    abbiamo sentito che in noi
    -non più ostaggi
    della speranza-
    era nata
    un’altra tempra.
    (Busta aperta, 2012)

    La búsqueda
    Nunca encontramos el Grial.
    Los relatos no eran verídicos.
    Sólo la fatiga de los caminos acompañó
    a los que se aventuraron,
    pero se esperaban historias,
    ¿qué sería nuestro vivir
    sin ellas?
    Nada se resolvió,
    hubiéramos podido quedarnos en casa.
    Es que somos tan inquietos.
    Sin embargo, concluido el viaje
    sentimos que en nosotros
    -ya no rehenes
    de la esperanza-
    había nacido
    otro temple.
    (Sobre abierto, 2012)

    ----
    Rafael Cadenas
    traduzione a cura di Marcela Filippi Plaza

     

  • OTTO POESIE
    DI MARIA A. PEREZ LOPEZ
    IN ORIGINALE E IN ITALIANO

    data: 23/02/2021 15:42

    Pubblichiamo questa volta otto poesie di María Ángeles Pérez López, in originale e con mie traduzioni dallo spagnolo. Nata a Valladolid, Pérez López è poetessa e docente titolare di letteratura ispano-americana all'Università di Salamanca. Ha pubblicato diversi libri, tra i quali Diecisiete alfiles e Interferencias, entrambi del 2019. Il suo ultimo progetto è stato il libro d'artista Mapas de la imaginación del pájaro. Antologie della sua opera sono state pubblicate a Caracas, Città del Messico, Quito, New York, Monterrey e Bogotá. Inoltre, in edizioni bilingue, in Italia e Portogallo. Il suo ultimo libro, Fiebre y compasión de los metales, è stato finalista del prestigioso Premio Nazionale della Critica nel suo paese.

    ALCUNI DETTAGLI SULLA TRADUZIONE: Lo strumento principale della poesia è, come ben sappiamo, la parola, che ha una struttura formale che va sempre rispettata, ma nel processo di traduzione, a volte, si impone - per non cadere nella gabbia della letteralità - l'uso di altre parole. Questo concetto di equivalenza è solitamente definito, traduzione per estensione. Nel caso specifico di questa poesia ho lasciato la parola agravio, nella versione italiana, così come è scritta in spagnolo per non allontanarmi dal senso della poesia: è stato ciò che mi ha consentito di mantenere bellezza e suono.

    CAEN

    Caen las hojas con un fragor indescriptible
    escucho cómo tiemblan contra el suelo
    golpean las aceras
    salpican entre el barro de las calles

    escucho cómo conspiran en las ramas
    su estrategia de caída sus modos disciplinados de caer
    pueden rozar el agua y suspirarla
    pero se imponen nuevos métodos
    hermanas compañeras hijas del mismo aire que respiro

    escucho el ruido de los nervios exaltados
    excitación ante el combate
    las consignas reclamos ¡¡oh modos tan exactos de caer!!
    mirada de arcángeles soberbios
    el gesto de un ángel turbador
    desnuda su belleza
    y rescatada

    CADONO
    Cadono le foglie con un fragore indescrivibile
    sento come tremano contro il suolo
    urtano i marciapiedi
    schizzano nel fango delle strade

    sento come cospirano tra i rami
    la loro strategia di caduta i loro modi disciplinati di cadere
    possono sfiorare l'acqua e sospirarla
    ma s'impongono nuovi metodi
    sorelle compagne figlie della stessa aria che respiro

    sento il rumore di nervi esaltati
    eccitazione dinanzi al combattimento
    le parole d'ordine di richiamo, oh modi così precisi di cadere!
    sguardo di arcangeli superbi
    il gesto di un angelo minaccioso
    denuda la loro bellezza
    e le soccorre

    CONOZCO
    Conozco mi culpa.

    Aprendizaje lento e insobornable.
    No hay quien dé más por menos,
    ni manera
    de asumir esta flor que hiere el agua.

    CONOSCO
    Conosco la mia colpa

    Apprendimento lento e incorruttibile.
    Non c'è nessuno che dia di più per meno,
    né maniera
    di assumere questo fiore che ferisce l'acqua.

    HABLA EL MAR

    Habla
    el mar
    una
    lengua
    ya extinguida.
    Una
    lengua
    salvaje,
    sin retorno,
    que se impone
    ante el mundo
    y
    lo inunda
    de nubes,
    caballos,
    tupidos bosques de manglar
    y peces
    que desovan
    en tu boca.
    Con
    su
    vaivén
    perpetuo
    nos
    salpica
    y
    reímos
    felices
    y
    aturdidos.

    PARLA IL MARE

    Parla
    il mare
    una
    lingua
    già estinta.
    Una
    lingua
    selvaggia,
    senza ritorno,
    che s'impone
    dinanzi al mondo
    e
    lo inonda
    di nuvole,
    cavalli,
    fitte foreste di mangrovie
    e pesci
    che fecondano
    nella tua bocca.
    Con
    il suo
    viavai
    perpetuo
    ci
    schizza
    e
    ridiamo
    felici
    e
    storditi.

    LO AMPUTADO

    con César Vallejo

    Animal amputado que no muere,
    vegetal amputado que no muere,
    palabras amputadas que no mueren.

    Contra el dolor que tala la hermosura
    —el brazo gangrenado y su exigencia,
    el dedo que la máquina anuló
    y su uña que se aferra a lo invisible
    como tenaz s aferra a cada árbol
    la yema en la que inscribe su deseo,
    porción y cobertura seminal—
    siguen creciendo el tiempo, las ramitas.

    Sigue empujando el río en su desove,
    la larva en lo precario, el estornino
    en el amor salvaje a las distancias,
    la almendra en su epitelio y su ternura.
    Sigue empujando el sol toda la luz.

    Quien amputa sonidos, no percibe
    que en la palabra bosque, late el árbol
    y en la palabra rama, la madera.
    Que está el viento dormido en el violín
    y la piedra en la tierra y su traspié
    como están en la casa el pan y el hambre,
    las vocales abiertas de la boca.
    Que aunque estén cercenadas las palabras
    cada letra confirma su energía,
    su entrega y movimiento, su caudal.
    Prolifera la vida en sus acopios.

    CIÒ CHE È AMPUTATO

    con César Vallejo

    Animale amputato che non muore,
    vegetale amputato che non muore,
    parole amputate che non muoiono.

    Contro il dolore che recide la bellezza
    —Il braccio cancrenoso e la sua esigenza,
    il dito che la macchina ha annullato
    e la sua unghia che si afferra all'invisibile
    quanto tenace si afferra a ogni albero
    il polpastrello su cui inscrive il suo desiderio,
    porzione e copertura seminale—
    continuano a far crescere il tempo, i ramoscelli.

    Continua il fiume a spingere nel suo adagiare,
    la larva nel precario, lo storno
    nell'amore selvaggio nelle distanze,
    la mandorla nel suo epitelio e nella sua tenerezza.
    Continua il sole a spingere tutta la luce.

    Chi amputa i suoni, non percepisce
    che nella parola boschi, palpiti l'albero
    e nella parola ramo, il legno.
    Che il violino dorma nel vento
    e la pietra nel suolo e nella sua viscosità
    così come il pane e la fame sono in casa,
    le vocali aperte della bocca.
    E anche se le parole sono troncate
    ogni lettera conferma la loro energia,
    la loro dedizione e il loro movimento, il loro flusso.
    Prolifera la vita nei suoi approvvigionamenti.

    AL FONDO DEL VERANO

    Al fondo del verano hay un caballo.
    Relincha, se impacienta y acontece.
    Sube inquieto, es espuma de los días.
    Habla una lengua insólita que no predecimos.
    Una lengua de viento y de vocales
    que desestima el léxico del miedo:
    ni látigo ni espuela ni talones
    que chocan entre sí ruidosamente
    cuando repliega, herido, las orejas,
    el delicado modo de abrevar
    en el agua enlutada de la sombra.

    Al fondo del verano hay un caballo.
    Le contaron que es hijo de los dioses
    y las largas praderas azuladas
    pero no le interesa nuestra mitología.
    El oxígeno exhorta en su pulmón
    el lenguaje veloz de lo invisible.
    Lo que él tampoco alcanza a conocer.
    Baja de las estatuas de los héroes
    y franquea el verano y las tormentas
    43en su resuello eléctrico y salvaje.
    Se sacude los nombres que le dimos:
    ni tótem ni Pegaso ni abolengo.

    Al fondo de ti, siempre hay un caballo.
    Vocaliza palabras inauditas,
    caligramas sonoros de la luz
    que saltan de sus belfos y no mueren.
    También tú, que te aferras a su cuello
    y abrazas su dolor y su estatura
    cuando alguien lo apalee con crudeza,
    ruegas los caligramas de la luz.
    Temblando te levantas y aconteces.

    IN FONDO ALL'ESTATE
    In fondo all'estate c'è un cavallo.
    Nitrisce, si spazientisce e si rivela.
    Sale inquieto, è schiuma dei giorni.
    Parla una lingua insolita che non prediciamo.
    Una lingua di vento e di vocali
    che respinge il lessico della paura:
    né frusta né sperone né talloni
    scontrandosi l'un l'altro fragorosamente
    quando piega, ferito, le orecchie,
    il delicato modo di bere
    nell'acqua luttuosa dell'ombra.

    In fondo all'estate c'è un cavallo.
    Gli hanno raccontato che è il figlio degli dei
    e delle lunghe praterie azzurre
    ma non è interessato alla nostra mitologia.
    L'ossigeno esorta nel suo polmone
    il linguaggio veloce di ciò che è invisibile.
    Ciò che nemmeno lui riesce a conoscere.
    Scende dalle statue degli eroi
    e varca l'estate e le tempeste
    nel suo respiro elettrico e selvaggio.
    Si scrolla i nomi che gli abbiamo dato:
    né totem né Pegaso né lignaggio.

    In fondo a te c'è sempre un cavallo.
    Vocalizza parole inaudite,
    calligrammi sonori della luce
    che saltano dal suo muso e non muoiono.
    Anche tu, che ti afferri al suo collo
    e abbracci il suo dolore e la sua statura
    quando qualcuno lo colpisca con crudezza,
    preghi i calligrammi della luce.

    Tremando ti alzi e ti riveli.

    ---
    EL ACENTO IMPOSIBLE

    El acento imposible en cada nota,

    ese temblor del aire cuando vibra
    porque viene la música de lejos,
    de dentro de la piedra penetrante,
    de su oculto deseo por el agua...

    El pálpito del aire cuando crece
    una nota de luz desde la piedra,
    el resplandor que atrapa los contornos
    y hace inmenso el sonido, inaccesible.

    Pero no por todo esto se acaban los mendigos,
    la floración de especies condenadas
    a su nulo sustento, autonomía
    de la escasez quebrada por el aire.
    La piedra soñolienta, soñadora,
    repleta de sí misma, de quebranto
    y arenisca, belleza, más quebranto,
    se queda sin aliento, se estremece
    porque no hay forma humana de entender la pobreza,
    el crecimiento vegetal de manos como ramas,
    como brazos creciendo
    como troncos,
    atados de raíz
    a la carencia,
    extraños y desnudos,
    doloridos.

    L'ACCENTO IMPOSSIBILE

    L'impossibile accento in ogni nota
    quel tremolio dell'aria quando vibra
    perché la musica giunge da lontano,
    dall'interno della pietra penetrante,
    dal suo occulto desiderio per l'acqua ...

    Il palpito dell'aria quando cresce
    una nota di luce dalla pietra,
    il bagliore che cattura i contorni
    e rende il suono immenso, inaccessibile.

    Ma i mendicanti non finiscono per tutto questo,
    la fioritura di specie condannate
    al loro nullo sostentamento, autonomia
    della scarsità spezzata dall'aria.
    La pietra insonnolita e sognatrice,
    colma di se stessa, di lesione
    e arenaria, bellezza, altra lesione,
    rimane senza respiro, rabbrividisce
    perché non esiste ragione umano per comprendere la povertà,
    la crescita vegetale di mani come rami,
    come braccia crescendo
    come tronchi,
    legati dalla radice
    alla carenza,
    strani e nudi,
    sofferenti.
    ---

    DUERME EL HACHA

    con Antonio Colinas

    Duerme el hacha su sueño de madera.
    Caminan en silencio las cigarras
    para no despertar el filo hiriente,
    la herida de metal que repercute
    en el temor esquivo de los pinos.
    Caminan en silencio las rapaces,
    las liebres, los insectos, los helechos.

    El bosque entero avanza lentamente
    en la cordialidad de las ardillas,
    en el canto gastado de las piedras
    y en la respiración de los lagartos
    que cuentan muy despacio sus escamas
    y el temblor que oscurece los abetos.

    Los algarrobos mueven a los grillos
    y en cada traslación y rotación
    el bosque se desplaza a su raíz,
    su brío y clorofila, sus rastrojos
    que evitan despertar a los metales,
    la ira insidiosa con que el hierro muerde.

    Árboles y animales disimulan
    el resplandor intenso de vivir
    y marcan, sigilosos, el terreno.
    Cuando despierta el hacha solo quedan
    ariscas superficies de hormigón
    y un rastro de maleza florecida.

    DORME L'ASCIA
    con Antonio Colinas
    Dorme l'ascia il suo sonno di legno.
    Camminano in silenzio le cicale
    per non svegliare il filo che ferisce,
    la ferita metallica che incide
    nel timore schivo dei pini.
    Camminano in silenzio i rapaci,
    le lepri, gli insetti, le felci.

    L'intero bosco avanza lentamente
    nella cordialità degli scoiattoli,
    nel canto consumato delle pietre
    e nel respiro delle lucertole
    che contano lentamente le loro squame
    e il tremito che oscura gli abeti.

    I carrubi muovono i grilli
    e in ogni traslazione e rotazione
    il bosco si sposta verso la sua radice,
    la sua vitalità e clorofilla, le sue stoppie
    che evitano di svegliare i metalli,
    l'ira insidiosa con cui morde il ferro.

    Alberi e animali dissimulano
    il bagliore intenso del vivere
    e marcano, silenziosamente, il terreno.
    Quando si sveglia l'ascia ci sono solo
    ruvide superfici di cemento
    e un sentiero di erbacce fiorite.
    ---

    DE PRONTO

    De pronto una palabra nos asalta,
    se nos queda rondando impertinente,
    se sienta en el ombligo de la lengua
    y borra la memoria de las otras.
    Si es la palabra agravio, se nos queda instalada
    en el mueble central del paladar,
    y las siete minúsculas letras que la forman
    derrochan la profunda dimensión del sonido,
    consumen todo el aire indispensable
    para decir completo el alfabeto,
    para hacer una lista de las enciclopedias,
    para nombrar de forma infinita el amor.
    Y esos siete silbidos del vocablo
    me siguen como perros en las horas
    en que el rencor amuebla mis rincones
    y atrae a su cortejo la palabra desastre,
    la palabra fracaso, o bien la floración
    pero solo si viene junto a su rotura
    como el caso acaecido del verde vegetal
    de un geranio caído contra el suelo,
    más fuera ya de sí que de nosotros,
    a punto de la savia enternecida
    por lágrimas que son como de escarcha.

    El tronco vegetal del alfabeto,
    el de la vida rota algunas veces
    nombra entonces la misma desazón.

    ALL'IMPROVVISO

    All'improvviso una parola ci assale,
    ci ronza con impertinenza,
    si siede sull'ombelico della lingua
    e cancella la memoria delle altre.
    Se la parola è agravio*, diventa un tarlo
    nel mobile centrale del palato,
    e le sette minuscole lettere che la formano
    sprecano la dimensione profonda del suono,
    consumano tutta l'aria indispensabile
    per dire l'alfabeto completo,
    per fare un elenco delle enciclopedie,
    per nominare in modo infinito l'amore.
    E quei sette sibili del vocabolo
    mi seguono come cani nelle ore
    in cui il rancore arreda le mie estremità
    e attira le sue attenzioni la parola disastro,
    la parola fallimento, oppure la germinazione
    ma solo se giunge insieme alla sua rottura
    come è avvenuto nel caso del verde vegetale
    di un geranio caduto a terra,
    già più fuori da sé che da noi,
    sul divenire della linfa intenerita
    da lacrime che sono come di brina.
    Il tronco vegetale dell'alfabeto,
    quello della vita spezzata a volte
    nomina dunque la stessa sofferenza.

    (de Verbos para el bosque. Colección Lima Lee. Municipalidad de Lima, 2020)

     


     

     

     

  • LE POESIE EUROPEE
    DELL'ARAGONESE
    YUSTA PEREZ

    data: 10/02/2021 19:11

    Pubblichiamo quindici poesie di Miguel Ángel Yusta Pérez, scrittore di Saragozza, con le mie traduzioni in italiano. Yusta Pérez ha una lunga storia legata alla letteratura e ai media. Ha studiato presso l'Università della sua città. Collabora dal 1970 al quotidiano Heraldo de Aragón, dove partecipa alle sezioni Opinione, Musica (Opera) Arti e Lettere. Ha scritto centinaia di collaborazioni su vari media. È responsabile della sezione El rincón de la copla del medesimo giornale. Ha pubblicato su vari media, tra cui il quotidiano El País, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti. Ha pubblicato una ventina di libri di poesie. La sua poesia è citata e rappresentata in varie antologie come Los cisnes aragoneses. Gestisce i blog di poesia http://www.mayusta.blogspot.com e www.rincondecoplas.blogspot.com


    NOCHE
    Náufrago de tu nombre / llego a tus playas, Roma.

    Ella agotó ya todos mis nombres.
    Caen las sílabas en lagos de silencio
    hacia un olvido cierto de piel y de distancia.
    La noche se hace próxima
    y la ausencia estremece las aceras grises.
    Sólo la luz amarilla de la última pizzería
    aparece como un faro al que llego sin fuerza.
    En la estación Termini aún duermen los mendigos
    las postreras horas del otoño
    y apresuran sus pasos los últimos viajeros.
    Intento revivir en mi cerveza helada
    bajo la frialdad de los neones
    el movimiento de su cuerpo ebrio de luz.
    Y mis dedos pretenden dibujar
    el imposible nombre de sus labios.
    Al final de la noche, náufrago de su aliento,
    me pierdo en la tormenta de mis sábanas
    en un hotel dormido y solitario
    cuando ya ni los perros habitan las esquinas.

    NOTTE

    Naufrago del tuo nome / giungo sulle tue spiagge, Roma

     Lei ha esaurito tutti i miei nomi.
    Cadono le sillabe in laghi di silenzio
    verso un vero oblio di pelle e di distanza.
    La notte è prossima
    e l'assenza scuote i grigi marciapiedi.
    Solo la luce gialla dell'ultima pizzeria
    appare come un faro che raggiungo senza forze.
    Dormono ancora alla stazione Termini i mendicanti
    le ultime ore dell'autunno
    e gli ultimi viaggiatori affrettano i loro passi.
    Cerco di rivivere nella mia birra ghiacciata
    sotto la freddezza dei neon
    il movimento del suo corpo ebbro di luce.
    E le mie dita pretendono di disegnare
    l'impossibile nome delle sue labbra.
    Alla fine della notte, naufrago del suo respiro,
    mi smarrisco nella tormenta delle mie lenzuola
    in un albergo spento e solitario
    quando ormai nemmeno i cani abitano gli angoli delle strade.

    PANTEÓN

    Todos los dioses reposan apacibles
    bajo la inmensa cúpula, dorada con esmero
    en tiempos de concordia y tolerancia.
    Todos los dioses siguen allí entronizados
    con la dignidad de su sabiduría
    y prevalecen a la bárbara huella...
    En la noche desierta, vigilan la plaza
    esbeltos centinelas alineados
    y el rumor de la fuente enmascara el silencio.
    Testigos son estas romanas piedras
    del sueño integrador de aquel Adriano,
    hijo de Itálica y ungido por el sur.
    No pudieron violar tanta belleza
    los bárbaros antiguos, ni sus hijos
    prostituir más los sagrados espacios.
    Pervive la esencia del prodigio.

    Allí está vigilante la cúpula sublime,
    desafiante, desnuda y armoniosa.
    Y cada noche, en Roma,
    cuando los hombres duermen,
    las viejas piedras cantan, aun heridas,
    himnos de libertad y resistencia.

    PANTHEON

    Tutti gli dei riposano placidamente
    sotto l'immensa cupola, diligentemente dorata
    in tempi di concordia e tolleranza.
    Tutti gli dei sono ancora lì intronizzati
    con la dignità della loro saggezza
    e s'impongono sulla barbarica impronta...
    Nella deserta notte, sorvegliano la piazza
    sentinelle slanciate allineate
    e il rumore della fontana maschera il silenzio.
    Testimoni sono queste romane pietre
    del sogno conciliatorio di quell'Adriano,
    figlio di Itálica e consacrato dal sud.
    Non riuscirono a violare tanta bellezza
    gli antichi barbari, né i loro figli
    prostituire oltre gli spazi sacri.
    Perdura l'essenza del prodigio.

    Lì è vigile la cupola sublime,
    minacciosa, nuda e armoniosa.
    E ogni notte, a Roma,
    quando gli uomini dormono,
    le vecchie pietre cantano, ancora ferite,
    inni di libertà e di resistenza.

    COLISEO

    Las piedras del viejo Colosseo hablaron en la noche.

    Se mecía la noche entre las viejas piedras
    y les prestaba un manto de muda eternidad.

    Las calles dormían húmedas, frías,
    desiertas y llenas de presagios.
    Se ocultaba la vida en cómodos salones,
    pero yo caminaba por la nocturnidad alevosa,
    buscando en las esquinas del recuerdo
    un instante de gloria.
    Los frenos de un coche lejano
    rompían el silencio
    y la tibia luz de alguna ventana
    testificaba apenas la presencia del hombre.
    Yo pensaba en aquellos que habían sido grandes,
    me preguntaba por la razón de sus vidas,
    por su grandeza crucificada...

    Sólo el silencio acudía a la cita
    y entre las ruinas del viejo Coliseo
    la sombra de un imperio se alzaba vacilante.

    COLOSSEO
    Le pietre del vecchio Colosseo hanno parlato nella notte.

    La notte si cullava tra le vecchie pietre
    e prestava loro un manto di nuda eternità.

    Le strade dormivano umide, fredde,
    deserte e piene di presagi.
    La vita si occultava in comodi salotti,
    ma io camminavo nella notte insidiosa,
    cercando negli angoli della memoria
    un istante di gloria.
    I freni di un'auto lontana
    rompevano il silenzio
    e la tiepida luce di qualche finestra
    testimoniava appena la presenza dell'uomo.
    Pensavo a quelli che erano stati grandi,
    mi domandavo sulla ragione delle loro vite,
    sulla loro grandezza crocifissa ...

    Solo il silenzio si presentava all'appuntamento
    e tra le rovine del vecchio Colosseo
    l'ombra di un impero si alzava vacillante.

    FONTANA DI TREVI
    Lucía su esplendor el agua luminosa...

    Canta la fuente sola, en medio del silencio
    de la tibia y dormida noche romana.
    Me aproximo a sus aguas, casi furtivamente.
    Lavo mis manos allí de toda culpa
    asombrado aún de la belleza,
    escondida entre calles imposibles,
    que ha estallado llenando mis sentidos.
    Busco la calma en el círculo del agua
    y musito una oración incomprensible
    mientras recuerdo las tormentas
    que sin piedad azotan mi camino.
    Varias veces lancé ya las monedas
    y volveré, sin duda,
    con la nostalgia de los años grises,
    cuando Anita, voluptuosa, nos arrojaba en brazos
    de sueños imposibles en tardes de domingo
    en las salas de cines malolientes
    donde, a oscuras, viajábamos con miedo
    de la inocencia hasta la incertidumbre.
    Es casi madrugada y Neptuno me mira majestuoso,
    indiferente y frío.

    Mientras en un rincón, entre el rumor del agua,
    dos amantes acarician bellos sueños.

    FONTANA DI TREVI 2

    Se callaban las horas.
    Solamente el rumor de aquellas aguas
    inundaba de gozo
    un solo corazón, la misma piel.
    Y la noche fluía mansamente.
    No existía otro mundo
    que aquél donde habitaba nuestro amor.

    FONTANA DI TREVI
    Sfoggiava il suo splendore l'acqua luminosa...

    Canta la fontana da sola, in mezzo al silenzio
    della tiepida e assopita notte romana.
    Mi avvicino alle sue acque, quasi furtivamente.
    Lì lavo le mie mani da ogni colpa
    ancora stupito dalla bellezza,
    nascosta tra strade impossibili,
    che è esplosa inondando i miei sensi.
    Cerco la calma nel cerchio dell'acqua
    e bisbiglio una preghiera incomprensibile
    mentre ricordo le tempeste
    che spietatamente si abbattono sulla mia via.
    Diverse volte ho già lanciato le monete
    e tornerò, senza dubbio,
    con la nostalgia degli anni grigi,
    quando Anita, voluttuosa, ci gettava sulle braccia
    di sogni impossibili nelle sere di domeniche
    nelle sale di cinema maleodoranti
    dove, al buio, viaggiavamo con paura
    dall'innocenza all'incertezza.
    È quasi l'alba e Nettuno mi guarda maestoso,
    indifferente e freddo.

    Mentre ad un angolo, in mezzo al rumore dell'acqua,
    due amanti accarezzano bei sogni.

    FONTANA DI TREVI 2

    Tacevano le ore.
    Solo il rumore di quelle acque
    inondava di gioia
    soltanto un cuore, la stessa pelle.
    E la notte fluiva soavemente.
    Non esisteva altro mondo
    che quello dove viveva il nostro amore.

    EL SENA

    De Saint-Denis a Ivry el Sena hace un gigantesco signo de interrogación.
    Me pregunto si tal vez tiene pereza por dejar París
    y, también, qué hace allí encorvado sobre el afán de los hombres.
    Por la noche, el Sena parece un inmenso gusano dormido.
    Es la cloaca de París
    sólo redimida por miles de poetas impertinentes,
    por millones de seres que lo sueñan bello.
    Vía láctea del universo metropolitano
    comida por los agujeros negros de nuestras frustraciones.
    Pero hay algo grandioso en este Sena dormido
    cuando refleja en Orsay los colores de Claude Monet
    o la sonrisa de La Gioconda al pasar por el Louvre...
    Puede ser que todo eso le haya hecho girar sobre sí mismo tantas veces
    y no quiera marcharse de París.

    LA SENNA

    Da Saint-Denis a Ivry la Senna fa un gigantesco punto interrogativo.
    Mi chiedo se forse senta pigrizia di lasciare Parigi
    e, anche, cosa faccia lì incurvata sulla smania degli uomini.
    Di notte, la Senna sembra un enorme verme addormentato.
    È la cloaca di Parigi
    riscattata soltanto da migliaia di poeti impertinenti,
    da milioni di esseri che la sognano bella.
    Via lattea dell'universo metropolitano
    divorata dai buchi neri delle nostre frustrazioni.
    Ma c'è qualcosa di grandioso in questa Senna addormentata
    quando riflette nell'Orsay i colori di Claude Monet
    o il sorriso della Gioconda passando per il Louvre ...
    Può essere che tutto ciò l'abbia fatto girare su se stessa così tante volte
    che non voglia lasciare Parigi.

    GARE D'AUSTERLITZ

    Ya no desfilan las viejas maletas de madera de nuestros padres.
    Menos aún las de los turcos que llegaron antes.
    El hall inmenso se vistió de modernidad con el sudor de ellos.
    De ellas.
    De todos nosotros.
    El Bulevar del Hospital acogía los sueños,
    cuando la noche engullía la pobreza heredada.
    Las viejas maletas se contaban historias de castillos y fantasmas
    mientras guardaban secretos en sus vientres con olor a romero,
    a olivo, a tomillo y a lana tejida por manos arrugadas.
    Y añoraban cielos abiertos y soles cálidos.
    La Gare de Austerlitz es el monumento a los que pudieron llegar
    y a los que se quedaron en el camino.

    GARE D'AUSTERLITZ
    Le vecchie valigie di legno dei nostri genitori non sfilano più,
    ancor meno quelle dei turchi che sono venuti prima.
    L'immenso atrio si è vestito di modernità con il loro sudore.
    Di esse.
    Di tutti noi.
    Il Boulevard de l'Hôpital accoglieva i sogni,
    quando la notte ingoiava la povertà ereditata.
    Le vecchie valigie si raccontavano storie di castelli e di fantasmi
    mentre custodivano segreti nel loro ventre profumato dall'odore di rosmarino,
    di olivo, di timo e di lana lavorata da mani rugose.
    E desideravano cieli aperti e caldi soli.
    La Gare de Austerlitz è il monumento a quelli che sono riusciti ad arrivare
    e a quelli che sono rimasti per strada.

    MUSEO DE ORSAY

    Hoy he deseado ser muchos hombres en uno solo
    y poder tomar un muy largo café con todos ellos.
    Hablarles de mis pequeñas cosas y que me digan cómo fueron feliceso infelices.
    Y cómo pudieron prevalecer.
    Son mis pintores del Museo de Orsay.
    Quiero ver una salida del sol con Monet y mirar sus ojos enrojecidos,
    pasear con él por inmensos mares de amapolas,
    desvestir sus recatadas mujeres.
    Emborracharme con Lautrec hasta el amanecer
    y consolar su soledad buscada.
    Remar en una barca con Van Gogh
    por campos encendidos de amarillos inmensos.
    Acariciar con brisa los pétalos del pubis indefenso de Olympia.
    Penetrar insensato el Origen del Mundo
    y bañar después mis pies en un irreal Sena cristalino.
    A todos os llevo en mis ojos sedientos de luz.

    MUSEO DI ORSAY

    Oggi ho desiderato essere tanti uomini in uno
    e poter prendere un lunghissimo caffè con essi tutti.
    Parlare loro delle mie piccole cose e mi dicano quanto sono stati felici
    o infelici.
    E come sono riusciti a prevalere.
    Sono i miei pittori del Museo di Orsay.
    Voglio vedere un'alba con Monet e guardare i suoi occhi tinti di rosso,
    passeggiare con lui attraverso immensi mari di papaveri,
    spogliare le sue pudiche donne.
    Ubriacarmi con Lautrec fino allo spuntare del giorno
    e consolare la sua solitudine ricercata.
    Remare su una barca insieme a Van Gogh
    attraverso campi illuminati da sconfinati gialli.
    Accarezzare con un soffio i petali del pube indifeso di Olympia.
    Penetrare scioccamente l'origine del mondo
    e poi bagnare i miei piedi in un'irreale Senna cristallina.

    Tutti li porto negli occhi assetati di luce.

    GRECIA III

    Como émulos de Ulises
    en la noche cerrada
    navegamos a ciegas
    por la profundidad de las tinieblas.
    Todo se aclarará cuando las horas,
    abran paso a la aurora deseada
    con sus cristales blancos sobre el aire.
    Pero la noche es dueña todavía,
    y cubre poderosa al hombre atenazado.
    Sin embargo, allá en el horizonte
    hay ya brotes de luz, rumor de alondras.
    Y el hombre esperanzado
    se dirige a los pájaros del alba.

    GRECIA III

    Come emuli di Ulisse
    nella notte chiusa
    navighiamo alla cieca
    attraverso la profondità delle tenebre.
    Tutto diventerà chiaro quando le ore,
    aprano il passo alla desiderata aurora
    con i suoi cristalli bianchi nell'aria.
    Ma la notte è ancora padrona
    e potente copre l'uomo attanagliato.
    Tuttavia, là all'orizzonte
    ci sono già germogli di luce, rumore d'allodole.
    E l'uomo fiducioso
    si rivolge agli uccelli dell'alba.

    INITIUM VI

    ¿Por qué me asalta siempre ese recuerdo
    de los días de negra incertidumbre
    cuando el viaje se acerca a su final?
    ¿Por qué el color incierto del olvido
    no ha cubierto de sombras ese tiempo?
    Tal vez no haya una pausa
    donde el sosiego se materialice.
    El destino y su sombra se divierten
    y concentran las horas del desánimo.
    Va siendo tarde y tal vez deba ya
    finalizar en negro mi jornada.

    INITIUM VI

    Perché mi assale sempre quel ricordo
    dei giorni di nera incertezza
    quando il viaggio si avvicina alla sua fine?
    Perché il colore incerto dell'oblio
    non ha coperto di ombre quel tempo?
    Forse non c'è una pausa
    dove la quiete si materializzi.
    Il destino e la sua ombra si divertono
    e concentrano le ore dello scoraggiamento.
    Si sta facendo tardi e forse dovrei già
    terminare la mia giornata in nero.

    INITIUM VIII

    A veces, las palabras
    son ráfagas de viento enajenado.
    Heladas y vacías
    nos hieren en el último suspiro
    de la apagada esfera de la noche.
    Después, en el silencio,
    bebemos los licores del olvido
    y rompemos las copas.
    No vemos primaveras, ni colores,
    ni señales que indiquen si este viaje
    acaso ha terminado.
    Y estamos ya desnudos
    sin las palabras válidas
    que nos salven definitivamente.

    INITIUM VIII

    A volte le parole
    sono raffiche di vento ostile.
    Fredde e vuote
    ci feriscono nell'ultimo respiro
    della spenta sfera della notte.
    Dopo, nel silenzio,
    beviamo i liquori dell'oblio
    e rompiamo i bicchieri.
    Non vediamo primavere, né colori,
    né segnali che indichino se questo viaggio
    sia, forse, terminato.
    E siamo già nudi
    senza le parole valide
    che ci salvino definitivamente.

    (de Pasajero de otoño. Huerga y Fierro editores. Madrid 2018)


    TRAS EL CRISTAL

    la lluvia se estremece

    (transparente silencio,

    imaginadas formas).

    Una gota traza un suave camino,

    sin contacto posible, hacia mi mano.

    Mis dedos han dejado

    que se convierta en luz.

    DIETRO IL VETRO

    la pioggia sussulta

    (silenzio trasparente,

    forme immaginate).

    Una goccia traccia una leggera via,

    senza possibile contatto, verso la mia mano.

    Le mie dita permettono

    che diventi luce.

     

    QUIERO encontrar mi vida entre tus ojos
    limpios de adolescente,
    perfumada por pensamientos tibios
    como soles de aquellas primaveras
    perdidas hace tiempo.

    Quiero reconocerme como un náufrago
    que te busca anhelante
    y ofrecerte mi adiós
    antes de navegar hacia el crepúsculo.

    Sé que al pensar en ti
    será mi muerte digna compañera
    y tú te quedarás, adolescente,
    sentada en el camino
    dueña de mis recuerdos.

    La última mirada,
    el postrero suspiro,
    será la despedida de quien te quiso tanto.

    VOGLIO trovare la mia vita nei tuoi occhi
    limpidi da adolescente,
    profumata da tiepidi pensieri
    come il sole di quelle primavere
    perdute da tempo.

    Voglio riconoscermi come un naufrago
    che ti cerca con desiderio
    e offrirti il mio addio
    prima di navigare verso il crepuscolo.

    So che pensando a te
    la mia morte sarà una degna compagna
    e tu resterai, adolescente,
    seduta sulla via
    padrona dei miei ricordi.
    L'ultimo sguardo
    sospiro finale,
    sarà il commiato di chi ti ha tanto amato.

    ESTA NOCHE

    Te quería decir en esta noche,
    cuando ya nadie habita en la distancia
    y dormidos los pájaros
    es el silencio dueño de las vidas.
    Te quería decir, y te lo digo
    —aunque a veces me corte las palabras
    el saber que tu oído las escucha
    y tus ojos las miran–
    que esta tarde cuando volvía a casa,
    tan silencioso y solo,
    mientras sobrevolaba el pensamiento
    utópicos lugares,
    de pronto, te me has aparecido
    con tus ojos profundos
    y tus manos repletas de caricias,
    abierta la sonrisa,
    piernas de adolescente, apresuradas
    por llegar a mis brazos
    y rodearme fuerte con los tuyos.
    Tu cabello jugando con el viento,
    extendidas las manos en el aire,
    presentidas caricias.
    Venías, llegabas y te quedabas...
    Entonces he sentido que la tarde
    se llenaba de luces
    y que toda la gente sonreía.
    Que aún era hermoso el mundo
    y los taxis, las casas, los semáforos.
    Que las tiendas, las calles, las aceras
    se llenaban de luces de repente
    e íbamos del brazo, felices como niños.
    Pero esta tarde no has aparecido.
    Por eso te lo digo,
    que te he echado de menos en las horas
    que otro día mataban poco a poco.
    Y aunque al subir a casa
    ha sonado el teléfono y me has dicho te quiero
    por un momento, amor, por un momento,
    las luces se apagaron en mi alma...
    Por eso te repito,
    pero tal vez callarme debería,
    que cada tarde, amor, que cada tarde,
    me dejes que la acabe entre tus brazos.

    QUESTA NOTTE

    Volevo dirti in questa notte
    in cui nessuno dimora in lontananza,
    addormentatisi gli uccelli,
    è il silenzio padrone delle vite.
    Volevo dirti e te lo dico
    -anche se a volte mi spezzi le parole
    il sapere che il tuo orecchio le ascolti
    e che i tuoi occhi le guardino -
    che questa sera quando tornavo a casa,
    così silenzioso e solo,
    mentre il pensiero sorvolava
    utopici luoghi,
    all'improvviso, mi sei apparsa
    con i tuoi occhi profondi
    e le tue mani cariche di carezze,
    il sorriso aperto,
    gambe da adolescente, affrettate
    di raggiungere le mie braccia
    e circondarmi forte con le tue.
    I tuoi capelli che giocano col vento
    tese le mani in aria,
    intuite carezze.
    Venivi, arrivavi e restavi ...
    Quindi sentivo che la sera
    si riempiva di luci
    e che tutta la gente sorrideva.
    Che il mondo era ancora bello
    e anche i taxi, le case, i semafori.
    Che i negozi, le strade, i marciapiedi
    si illuminavano all'improvviso
    e andavamo a braccetto, felici come bambini.
    Ma questa sera non sei apparsa.
    Per questo ti dico,
    che mi sei mancata nelle ore
    che ammazzano poco a poco un altro giorno.
    E anche se salendo a casa
    il telefono ha squillato e mi hai detto ti amo
    per un momento, amore, per un momento,
    le luci si sono spente nella mia anima...
    Ecco perché ti ripeto
    Ma forse dovrei tacere,
    che ogni sera, amore, che ogni sera,
    tu mi consenta di concluderla tra le tue braccia.

    VUELO de mis recuerdos al presente:
    reconozco derrotas.
    Pero también los triunfos
    que trazaron caminos
    a mis perdidos ángeles.

    VOLO dei miei ricordi al presente:
    riconosco sconfitte.
    Ma anche i trionfi
    che hanno tracciato sentieri
    ai miei angeli smarriti.

    (de El camino hacia tu nombre. Editorial Quadrivium. Girona 2011)

     

     

     

     

  • OTTO POESIE INEDITE
    DI ANTONIO SPAGNUOLO

    data: 06/02/2021 18:56

    Pubblichiamo otto poesie inedite di un importante poeta italiano. Anzi, napoletano. Antonio Spagnuolo, classe 1931, ha pubblicato - dagli anni Cinquanta ad oggi - una cinquantina di volumi di poesie. E’ stato tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo, rumeno, arabo e turco. Ha fondato e diretto riviste letterarie. Di lui si sono occupati i maggiori critici letterari italiani. Attualmente dirige la collana "Le parole della Sybilla" per Kairòs editore e la rassegna ”Poetrydream” in Internet (http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com).

     

    IL GIOCO DELLE MELE

    Quello che adesso stringi fra le coltri
    è soltanto il ricordo di follie
    che rincorresti al tempo delle mele:
    fantasmi
    che ti ripetono gesti allucinanti.
    Null’altro che illusioni aggrappate ad un sogno
    rimasto indiscreto .
    Lo spazio che le dita riuscivano a comporre
    sgualciva l’orlo dei quaderni segreti.
    Nel lampo che lo sguardo franava al passo
    e ricamava le fantasie dell’orizzonte
    tu eri la carne da mordere,
    colorata per vaneggiamenti tutto svaniva inesorabilmente
    tra le carte ed il video, in abbadono,
    trattenendo le mani sul bordo delle vene
    che scorrevano tra i minuti dell’ignoto .
    Ecco i miei sogni radunati alla sera
    pronti a sconvolgere il vuoto dei muscoli.
    Pronti a rigare i margini del cielo
    con le vocali di fuoco che disgregano il senso.
    A volte torna, a volte riprende le parole
    ed una luce forsennata
    come il pensiero di colpa o di fuga
    rinverdisce la pelle, nel passo liquefatto.
    Non ha più senso la bocca inaridita
    dove parlava il petalo a confondere
    lo sciogliersi dell’onda.
    All’improvviso ti svegli e chiedi una carezza
    crogiolo di future inesattezze
    punto e daccapo nel rombo di un naufragio.

    ACCADE

    E’ sempre la prima volta quando rincorro il tuo labbro
    tra le nebbie del sogno , come per colpire, e punire
    un incontro clandestino nelle spire del vento.
    Incastonato buio recito il monologo
    sfidando gli specchi e a goccia a goccia
    confondo il sudore incandescente nelle parole incise alle pareti.
    Il dubbio è nella storia ormai disfatta,
    frammentata da scaglie ed irrequieta nel rivolo
    di un arcobaleno indiscreto,
    quasi lo spazio aperto a declinare nuove illusioni
    nella tenue ragnatela che ti avvolge.
    L’intarsio custode di esplosioni ritorna vertigine.

    ANCORA TU

    Ancora tu riduci all’impotenza
    vertiginosamente dilagando
    tra le fauci affamate dell’inferno.
    Dove c’è dato aprire una parola?
    Dove portare il corpo che si estranea
    nel lucore di morte, se non conosce sussulti?
    Potesse adagiarsi l’illusione candida
    fra gli alberi e gli uccelli, fra le strade deserte,
    il respiro del vento sospingerebbe
    il cervello che dorme nel torpore
    a nuovi insulti, a leghe inaspettate
    in cerca di vecchie musiche tra i versi.
    Ora possiedi le metropoli stranite
    a rinnovar l’infamia dell’insulto,
    le lacrime che ripetono paure,
    lo stupore di segrete solitudini,
    trascinando galassie nei viali.
    Impenetrabile alle stelle stringi
    sanguinanti dita a radunare suoni
    tra le incredibili lesioni della mente.
    E’ l’alchimia della clessidra
    che riduce frantumi del mio inconscio.

    SABATO

    Di nuovo si ribella la barriera delle ore,
    che inseguimmo sino a ricadere nell’oro fuso,
    cantando angoli di strade in penombra
    mentre rispondeva il clamore della sera.
    Ogni tessuto cede alle foglie ingiallite
    per rinnovare il sogno nato dalla terra,
    sostanza ed energia nel raggio breve
    chiamato angoscia.
    Percorro le tue minuscole letizie
    per sottili cammini di sangue,
    e cerco il suono limpido delle dita
    per il fugace sentiero delle palpebre,
    oggi che la tua bocca ha silenzio infinito.

    IL CAPRICCIO

    Da morto a morto, scambiate le armature,
    bestemmiammo alla guerra,
    futilità di minuzie in attesa di speranze.
    Delitti immaginati per scoprire
    quali fossero i veri nemici della poesia
    in questa rovente prepotenza di anarchia.
    Ai margini della solitudine si sfianca l’oro del cielo
    e affogo senza pietà nella tua vigna
    umida e attaccaticcia di secreti.
    Nel suggere la chiocciola
    ho ancora sulla lingua l’acre selezione
    della tua scheggia, e negli orecchi
    il capriccio verbale che ti piacque scandire.
    Un rullio di ricordi comprime le incertezze
    del buio.

    INCANTAMENTO

    Balze della memoria si rincorrono
    per un sottile incandescente filo
    che riporta fantasmi a nuovo incanto.
    Si riaccende ogni gesto
    e nell’anfratto annido l’incerto mormorio
    del nulla, che circonda od infrange
    nell’alienarmi tra le coronarie,
    per incidere variopinte angosce.
    Annullo e ti rincorro perché ogni traccia
    nel cemento ormai incalza,
    circùito inaspettato al tuo negare,
    quando il tempo arrossava nelle sere
    ripetendo quest’oggi il senso dell’ignoto.
    Mi disperdo abbagliato nell’inconscio,
    scrivendo vaporose premesse
    in questi giorni d’agosto senza tregua
    invermigliato tra le bizzarrie in fuga
    delle ore che battono all’arteria.
    Perdura il tratto breve tra le radici e pietre
    qui nella sera per rinverdire i ricordi
    come un adagio a consenso di una fugacità
    inespressa.

    TRAMONTO E NATURA

    Nel vortice dei colori che il tramonto
    propone ogni sera, quasi indispettito
    per la spuma di onde imbizzarrite,
    cerco ancora il tuo ciglio a dispetti improvvisi.
    Sconvolge il pensiero la tua voce
    che annunzia la risacca , che si arrende
    alla scena dell’ eterna profondità, trafitta
    blu ardesia, come radice
    che rincorre la luce, ove tutto sarà diverso,
    anche un rifugio tranquillo, alle pareti
    corrose dal tempo e dagli specchi.
    Ma in questi ultimi giorni
    cesellata scrittura alla deriva
    una ghirlanda è il tepore del sussurro,
    attraverso lo stretto fluire del sublime
    che ricama memorie, che traluce
    nel riscontro di ottave, a riscontro del cielo,
    che rifulge per accecare l’urlo mio indispettito .
    Oggi affondo nel turbine indiscreto,
    che l’universo offre accadimento di usure,
    iracondo silenzio per questo rivolgimento
    delle scorie di una natura contaminata e tradita.
    Alla fine è smarrita la graziosa emozione
    della scelta,
    senza risposta l’infamia della terra.

    CARNE

    Era una danza improbabile ed un salto
    tra le ossa e la carne ormai avvizzita
    quando al tempo nel bosco la strega
    cominciò urla confitta nel torace.
    Una strana novella inarcata nell’acqua
    distingueva il giorno dalla luna
    in contrasto del demone straniero
    per il simbolo che s’ammuta alla mente
    superstite all’incidente, con le braccia
    paralizzate dalla paura, dimenticando
    quello che si desiderava per il futuro,
    mentre il cielo diventa verde e scoppia
    per ricadere sanguinare, soffocata
    da una lastra di marmo, falsata dal tempo
    polvere che ritornerà alle origini
    soarsa nel vento, oltre la vita,
    oltre lo spazio, oltre i confini del niente!

     

  • VALENTIN MARTIN
    POETA UMANISTA
    E GIORNALISTA

    data: 02/02/2021 22:57

    Pubblichiamo sei poesie di Valentín Martín (con mia traduzione in italiano). Martìn ha svolto studi umanistici e scienze della formazione presso l'Università di Salamanca. Ha studiato giornalismo a Madrid. E' scrittore, saggista e poeta. Ha insegnato. Ha scritto migliaia di articoli sui giornali e le riviste più importanti del paese, oltre a una trentina di libri. Vive della sua scrittura.

    PATMOS

    Y al regresar las lunas
    de su largo viaje
    abrazarán las noches
    con el beso oculto
    de la dulce muerte.
    No sabrás nunca
    que la traición hiberna
    en los labios del ansia
    de todas las mentiras.
    Heredarás el tajo
    de guadañas antiguas
    y en tus manos está
    su posibilidad de pluma
    donde nacer un libro
    que nos redima a todos
    más allá del miedo
    donde pace el pasado
    con todas sus vidas.

    PATMOS
    E quando ritorneranno le lune
    dal loro lungo viaggio
    abbracceranno le notti
    con il bacio occulto
    della dolce morte.
    Non saprai mai
    che il tradimento iberna
    sulle labbra dell’ansia
    di tutte le bugie.
    Erediterai il taglio
    di antiche falci
    e nelle tue mani cè
    la sua possibilità di penna
    dove far nascere un libro
    che ci redima tutti
    al di là della paura
    dove il passato pascoli
    con tutte le sue vite.

    MARÍTIMA ANA

    Es el mar el que se va si tú te vas.
    Queda el salitre de los arrecifes
    que tocaron tu piel como los novios
    y una arena que querría ser araña
    guardando tus pies hasta que vuelvas.
    Ni una sola roca consiguió ser zarza
    al apagarse la vigilia de tus dientes
    porque quizás también se mueren
    las cosas que consuman tu paisaje.
    Resulta inevitable que le nazcan
    nostalgias de aguas a las que cubren
    viudedades de peces encendidos
    y le falta la euforia de tus pleamares.
    Para qué sirve una lámpara, un sol
    si tú no habitas ya archipiélagos
    y la vida entonces casi sobra
    cuando la luz se enciende para nadie.
    Ningún mar canta a las estatuas, todos
    sienten el dolor de la mudez y recuendan
    los semblantes que estuvieron en su vida
    para luego marcharse adonde las plazas.
    Quizás hoy el agua tiene sospechas
    de que fue solamente un preámbulo.
    No se conforma, cómo va a conformarse
    con tan poca cosa si lo que quiere
    es que formes parte de su esencia
    donde está la fragua eterna del sueño.
    Nadie sabe lo que piensa el mar
    al quedarse solo con sus soledades.

    MARITTIMA ANNA
    È il mare che se ne va se tu vai via.
    Rimane la salsedine degli scogli
    che hanno toccato la tua pelle come i fidanzati
    e una sabbia che vorrebbe essere ragno
    coprendo i tuoi piedi finché non torni.
    Nemmeno una roccia è riuscita ad essere arbusto
    quando si spense la vigilia dei tuoi denti
    perché forse muoiono anche
    le cose che hanno consumato il tuo paesaggio.
    È inevitabile che vi nascano
    nostalgie di acque che vengono coperte
    da vedovanze di pesci accesi
    e gli manchi l'euforia delle tue alte maree.
    A cosa serve una lampada, un sole
    se non abiti più arcipelaghi
    e la vita dunque è quasi d'avanzo
    quando la luce si accende per nessuno.
    Nessun mare canta alle statue, tutti
    sentono il dolore del mutismo e ricordano
    i volti che ci sono stati nella loro vita
    per poi andare nelle piazze.
    Forse oggi l'acqua ha dei sospetti
    che sia stato solo un preambolo.
    Non è felice, come può sentirsi felice
    con così poco, se ciò che vuole
    è che tu faccia parte della sua essenza
    dove si trova l'eterna fucina del sogno.
    Nessuno sa cosa pensa il mare
    quando rimane da solo con le sue solitudini.


    EL PESO DE LA YERBA

    Le estoy cogiendo gusto a esto de ser viejo

    sumar más dudas de año en año,

    ver cómo se esfuma alguna certeza que quedaba,

    a que tantos amigos de antes sean ahora tan pocos.

     

    Se van las devociones que me prometieron

    amor eterno y resultó que era solo un contrato

    con mi rentabilidad y su ambición tan noble.

     

    No les condenéis, hay que entenderlos,

    para ellos la vida tampoco es fácil

    y nadie en sus cabales pondría la suya

    a mi nombre tan barato que por no tener

    no cuenta ningún futuro en las heredades.

     

    Ya todos se nombran unos a otros

    con letras que sugieren porvenires de aristocracia

    porque con el apellido no pueden los funcionarios

    aquellos que te prohibían llamar Libertad a una hija

    o Tronsky a un perro, o a un gato Comandante.

     

    Debéis abrir la mente a los nuevos matarifes.

     

    Por qué mentar un compromiso si nadie sabe

    para qué sirve, lo mismo que los contubernios

    ya no alcanzan a fumigar a un triste Fray Escoba

    y otras menudencias para escribir un currículo

    con posibilidades universitarias de Carrefour,

    o con suerte un puesto de organista eclesiástico

    y de cantautor en bares con alegres muchachas

    que no exijan el derecho de admisión a los abstemios.

     

    Tened paciencia,

    que es algo que con las prisas se pierde mucho.

     

    Miradme a mí, observad mi poca estatura

    en una sociedad tan exigente con los ciudadanos.

    Por mucho corega que le ponga a mis dientes

    postizos, y me cambie de ropa interior por las tardes,

    no me atrevería tampoco a besar a Anthony Hopkins.

     

    Que los besos de los viejos dan mucha risa

    y algún asquito, para qué engañarnos,

    está en el guión de la propia vida que se va

    por donde vino y nunca supimos si fue estela

    en la mar o el camino que se deshace al desandar.


    IL PESO DELL'ERBA

    Ci sto prendendo gusto ad essere vecchio

    sommare più dubbi di anno in anno,

    vedere come sfuma qualche certezza rimasta,

    che i tanti amici di prima ora siano così pochi.

     

    Spariscono le devozioni che mi avevano promesso

    amore eterno e si è scoperto essere solo un contratto

    con la mia redditività e la sua ambizione così nobile.

     

    Non condannateli, bisogna capirli,

    anche per loro la vita non è facile

    e nessuno sano di mente darebbe la propria

    per il mio nome così economico e che per non avere

    non ha alcun futuro nelle eredità.

     

    Ormai tutti si nominano a vicenda

    con lettere che suggeriscono un domani d'aristocrazia

    perché non possono usare il cognome i funzionari

    quelli che ti proibivano chiamare una figlia Libertà

    o Tronsky un cane, o un gatto Comandante.

     

    Dovete aprire la mente ai nuovi macellai.

     

    Perché proferire un impegno se nessuno sa

    a cosa serva? così come le prepotenze che non possono

    più avvolgere nel fumo nemmeno un triste Fray Escoba*

    e altre sciocchezze per scrivere un curriculum

    con possibilità universitarie da Carrefour,

    o con fortuna un posto da organista ecclesiastico

    e come cantautore nei bar con allegre ragazze

    che non esigano il diritto di ammissione agli astemi.

     

    Abbiate pazienza,

    che è qualcosa che nella fretta si perde molto.

     

    Guardatemi, osservate la mia scarsa statura

    in una società così esigente con i cittadini.

    Per quanta colla metta ai miei denti

    posticci, e cambi la mia biancheria intima tutte le sere,

    non oserei baciare nemmeno Anthony Hopkins.

     

    I baci dei vecchi fanno molto ridere

    e un po' schifo, perché ingannarci?

    è nel copione della vita stessa che se ne va

    da dove è venuta e, mai abbiamo saputo se sia stata scia

    nel mare o il cammino che si dissolve ripercorrendolo.


    * Frate scopa. Si fa riferimento all'umile Martín de Porres o Martin de la Carité (Lima, 9 dicembre 1579 - Lima, 3 novembre 1639) il cui unico compito era quello di spazzare il convento.


    COMPAÑERA

    Un año más la vida se desmocha
    y no se cumplen las advertencias
    de la serpiente, porque aquella
    calle del Desengaño era mentira
    como tantas que acompañaron
    el tragaluz de los púlpitos fofos.

    Si tú escaseas
    queda una cerita inmóvil
    que no encenderá ya nadie.

    Quemada por las balas
    yo he visto tus heridas
    la noche que murió la muerte
    -doce días duró el sueño-
    del primogénito aquel 89.

    He vivido tu corazón obrero
    tu pecho una torcaz almohada
    para que descansara el hambre
    de tantos que pedían pámpanos.

    He sido testigo a la hora
    de agotar tu tinaja de dulces
    para girar el sueño de un niño
    abolir zarzas, ortigas, ruinas
    construir un castillo de lucernas
    hacer de ese hogar una vigilia
    para el respirar de un poeta
    que fue tras de tus pasos un día
    y ahora que murieron veranos
    es feliz porque le dejaste estar
    y estuvo donde tú quisiste.

     

    Con la voz, con las manos
    sin bajar tus banderas nunca
    porque tu sangre no se vende
    así te he visto vivir tu vida
    junto a la mía encendida de ti.

    COMPAGNA

    Un altro anno la vita cade a pezzi
    e non si realizzano gli avvertimenti
    del serpente, perché quella
    via del Desengaño era una menzogna
    come tante che accompagnarono
    l'abbaino dai pulpiti fasulli.

    Se tu non ci sei
    rimane un lumino immobile
    che nessuno accenderà più.

    Bruciata dai proiettili
    ho visto le tue ferite
    la notte in cui morì la morte
    -dodici giorni è durato il sogno-
    del primogenito quel 89.

    Ho vissuto il tuo cuore operaio
    il tuo petto un cuscino palombo
    per far riposare la fame
    di tanti che chiedevano frutti.

    Sono stato testimone all'ora
    di esaurire il tuo barattolo di dolci,
    trasformare il sogno di un bambino
    abolire rovi, ortiche, rovine
    costruire un castello di luci
    fare di quel focolare una veglia
    per il respiro di un poeta
    che un giorno andò dietro ai tuoi passi
    e ora dopo estati morte
    è felice perché lo hai fatto rimanere
    ed è stato dove tu hai voluto.

     

    Con la voce, con le mani
    senza mai abbassare le tue bandiere
    perché il tuo sangue non è in vendita
    così ti ho visto vivere la tua vita
    accanto alla mia illuminata da te.

    Per comprendere meglio la poesia:
    Poesia dedicata alle ragazze spagnole che non potevano andare all'università. A 14 anni andavano nelle fabbriche e contribuirono a risollevare l'economia della Spagna, come la compagna di vita del poeta. C'è anche un avvertimento alle "intellettuali", di non profanare l'onestà operaia.

    La Via del Desengaño ("delusione" in italiano), è una strada che si trova nel cuore di Madrid (dietro la Gran Vía), ma è anche una metafora, perché quella è una strada dove le "perdenti" si raccolgono in cerca di un po' d'amore. In seguito, il poeta, cerca di dire che i fallimenti non esistono e che ciò che conta è la via da seguire.
    E' molto bella la metafora in cui Valentin Martin associa il petto, che accoglie il libero riposo, il sogno, il nutrimento dei sogni, a un cuscino palombo, espressione più esatta della libertà.
    Per trasformare il sogno di un bambino e costruire una casa piena di luce, bisogna pulire il cammino da rovi, ortiche e rovine. Infine c'è il riconoscimento alla sua compagna. Il poeta, ovviamente, è stato testimone di quanto narra in questa cruda, intensa e bellissima poesia.

     

    FRUTOS SILVESTRES

    El mundo está lleno
    de pornografías humanitarias
    y tú y yo vamos tirando
    con vermut y leche de teta.
    ¿Nos basta con eso?
    Tiene que ser suficiente
    para la sinfonía de la estilística
    para pronunciar las palabras mudas
    para vivir sin hacer trampas
    para tu tenacidad incansable
    y mi terquedad irreductible.

    Antes un niño podía elegir
    entre oncólogo o futbolista,
    ahora la fragilidad de los sueños
    de tanto deshojarse en ayeres
    nos lleva a ninguna parte.

    No sé si tu casa vacía
    es la casa del primer llanto
    o están clavadas dos cruces
    por tantas soledades ninfómanas
    como si fuera natural estar solo.

    Si tú sigues siendo tú
    y yo no me muevo de mí
    seremos forzosamente el mismo
    con sus justas tonalidades
    la simetría de sus decepciones
    el oficio de compartir el pan
    que es siempre de ida y vuelta
    y nunca dejar al hermano con hambre
    y un despliegue de calor en las manos
    que dé de beber a todos
    después de saciar una sed
    que se alza sobre tu miedo al tiempo.

    Aquí no sirve
    gritar con las puertas cerradas
    para que en realidad nadie te sepa
    construir muros contra sicarios
    hacer del ombligo un único mundo
    exento de proletarios amantes.

    Vivir es mancharse las manos.

     

    FRUTTI SELVATICI

    Il mondo è pieno
    di pornografie umanitarie
    e tu ed io tiriamo a campare
    con vermut y leche de teta.*
    È abbastanza per noi?
    Dev'essere sufficiente
    per la sinfonia della stilistica
    per pronunciare le parole mute
    per vivere senza imbrogliare
    per la tua tenacia instancabile
    e per la mia irriducibile testardaggine.

    Una volta un bambino poteva scegliere
    tra l'oncologo o il calciatore,
    ora la fragilità dei sogni
    dal tanto esaurirsi negli ieri
    non ci porta da nessuna parte.

    Non so se la tua casa vuota
    sia la casa del primo pianto
    o sono inchiodate due croci
    dalle tante ninfomani solitudini
    come se fosse naturale stare soli.

    Se tu continui ad essere te
    ed io non mi muovo da me stesso
    saremo gli stessi inevitabilmente
    con le loro tonalità
    la simmetria delle loro delusioni
    il compito di condividere il pane
    che è sempre un andare e venire
    e mai lasciare il fratello affamato
    e un dispiegare di calore tra le mani
    che dia da bere a tutti
    dopo aver saziato una sete
    che si erge sulla tua paura per il tempo.

    Qui non serve
    gridare con le porte chiuse
    di modo che nessuno ti conosca davvero
    costruire muri contro i sicari
    fare dell'ombelico un unico mondo
    esente di amanti proletari.

    Vivere è sporcarsi le mani.

     

    *Vermut y leche de teta è un libro di narrativa del 2017 (Edizioni Lastura) che ha avuto molto successo.

     

     

     

  • OTTO POESIE
    DEL POETA CALABRESE
    PASQUALE ALLEGRO

    data: 21/01/2021 12:20

    Questa volta segnalo un poeta italiano. Calabrese. Pasquale Allegro è nato nel 1976 a Lamezia Terme. Si è laureato in filosofia con una tesi sulla scrittura di Elie Wiesel. Insegnante di liceo, collabora come editor con diverse case editrici e scrive di cultura, di libri in particolare, per alcuni giornali, riviste e blog. Ha pubblicato la raccolta poetica "Baco da sera" (Controluna, 2018) e il romanzo "La portata dei sogni" (Il seme bianco, 2019). Ha ricevuto riconoscimenti dalla critica e diversi premi letterari.

    PARIGI

    Di Parigi ricordo il silenzio
    di biciclette per strada
    quando il nero della sera
    si faceva di cartapesta.

    Scrutare le nubi
    dietro i comignoli di Parigi
    impregnati nel nero della sera
    era un gioco di sbuffi e di tregue.

    E ancora immersa dentro al silenzio
    una donna raccontava di lucciole
    che rubavano spazio al nero della sera
    da una ringhiera di mondo che solo a Parigi.

    VOCE DI DONNA

    Vorrei parlare con te
    – parli solo quando dormi, con chi? –
    continuare a cercare,
    guardarsi attorno
    – sogni solo quando
    vaghi con lo sguardo –
    ordinare un caffè e leggerti
    negli occhi la nostalgia dei giorni
    a cui non appartengo più.

    Vorrei sentirti cedere
    – alla curiosità di rispondermi.

    Ma non dici niente,
    scrivi in fretta
    una parola: vado.
    Tante poi
    ne scrive il silenzio.

    IL GIORNO PIU' TRISTE

    Il giorno in cui
    abbiamo pianto
    di nuvole
    è venuto giù
    il cielo.

    CONTINUA LONTANO

    Continua lontano
    quell’azzurro quel grigio
    che si rotola ancora
    oltre lo strappo del mare
    dopo la linea
    più non temere
    la nave continua lontano.

    SOLO TU RIMANI INTERA

    A volte si ritira il cielo
    e il vento cattura tutto
    pure il tuo sorriso
    e resti sospesa tra la finestra
    e il temporale
    e non vinci mai.

    Eppure solo tu rimani intera
    a guardare il cielo sgattaiolare via
    di vetro in vetro
    in milioni di goccioline in marcia.

    SOFFIONI

    Ti ricordi quando esprimevi sogni
    e svolazzavano i soffioni.
    Dove se ne sono andati i soffioni
    e dove i sogni.

    LA PARTE BIANCA CHE MI DEVI

    Foglio sporco tu ridi di me.
    La luce blu delle macchie d’inchiostro
    – lo spazio vuoto tra le nostre facce –
    è un sussurro, un attimo solo
    della notte prima.

    Le storie poggiate sulle pagine
    – c’è quasi quasi sempre una macchia nera –
    raccontano una buona parte di te,
    del tempo della crisalide e della farfalla.

    Foglio sporco, ridi pure di me.
    Ma in tutte le cose che so fare
    – spostare un sasso,
    rimanere orfano di questa voce –
    non sono più solo;
    in fondo mi basta un fruscio
    per adombrare il silenzio.

    Ma che uso ne faccio del sole
    – la nebbia che si vede al mattino
    presto scompare –
    se nell’ombra di un piede sinistro
    rinchiudo insetti e lucertole per sentirmi vivo,
    se non faccio in tempo a contare
    i miei passi là fuori
    i sospiri del mare in una conchiglia.

    Foglio sporco,
    sopra di noi la luna
    è la parte bianca che mi devi,
    prima che le colline piangano senza canto,
    e i pesci cambino respiro
    – senza branchie né poesia.

    VOGLIO SOLO CHE PARLIAMO E CHE MI ASCOLTI

    Voglio solo che parliamo e che mi ascolti,
    riconoscere nuovamente le parole nostre,
    fino a casa, riconoscere nuovamente le cose,
    i bordi consumati degli angoli di ogni stanza.

    Fuori insiste ancora la pioggia, e i tuoi stivali
    neri aspettano ai piedi del letto, l’addio di
    quell’ultimo abbraccio mi ha braccato come in
    una brezza. D’estate io ancora ti stringo a me.

     

  • LE POESIE DI LOPEZ VILAR
    GRECHE, LATINE,
    PORTOGHESI, CATALANE...

    data: 11/01/2021 17:10

    Marta López Vilar è poetessa, filologa, traduttrice di portoghese, catalano e greco contemporaneo. Nata a Madrid nel 1978, insegna presso l'università Complutense della capitale spagnola. Vorrei presentarla con le parole che le ha dedicato, nell'introduzione del libro En las aguas de octubre (Bartleby Editores, 2016), il poeta Antonio Crespo Massieu: "La poesia di Marta è un'attenta e paziente attesa della parola, e un dialogo costante con la tradizione: l'antichità greco-latina, la poesia portoghese e catalana, le grandi voci della poesia moderna europea". Nella seguente selezione – con traduzioni in italiano da me curate - ho cercato di costruire un mosaico poetico rappresentativo della grande ricchezza di pensiero, di sentimenti e di eleganza di Marta López Vilar.

    LA LLEGADA
    Hay un Bosque. Este Bosque. Llegué a él un verano y pronto anochecía. Busqué los animales, sus huellas, su ligero movimiento entre las hojas. Entré en él, en este Bosque, como quien se abandona. Sentía mis pasos crujiendo, el débil quejido de las ramas. Así era vivir en el Gran Bosque. Los animales, su sombra, sus pequeños alimentos, su rastro. No. Llegué aquí un verano y pronto anochecía. No supe qué buscar.

    L'ARRIVO
    C'è un Bosco. Questo Bosco. Vi arrivai un'estate e presto si è fece buio. Cercai gli animali, le loro tracce, il loro leggero movimento tra le foglie. Vi entra, in questo Bosco, come chi si abbandona. Sentivo i miei passi scricchiolare, il debole gemito dei rami. Così era vivere nel Gran Bosco. Gli animali, la loro ombra, il loro piccolo cibo, le loro orme. No. Arrivai qui un'estate e presto si fece buio. Non sapevo cosa cercare.

    EL HAMBRE
    Pero sí conocí mi hambre, el dolor en mis labios por el hambre. Sus grietas. Comencé a escarbar en la tierra. Los dedos cavando. Las uñas cavando. Tenía las manos frías, húmedas. Temblaban. Pero no. No había alimento. Tan sólo había alimento para los insectos y las hojas. Comencé a lamer las hojas. Comencé a masticarlas. Comencé a comer insectos húmedos. Los helechos. Yo no podía decir. Eso era el silencio. Mientras, el Gran Bosque miraba.

    LA FAME
    Ma sì, ho conosciuto la mia fame, il dolore sulle mie labbra per la fame. Le sue crepe. Iniziai a rovistare nella terra. Le dita scavano. Le unghie scavando. Avevo le mani fredde, umide. Tremavano. Ma no. Non c'era cibo. C'era solo cibo per insetti e le foglie. Iniziai a leccare le foglie. Iniziai a masticarle. Iniziai a mangiare insetti umidi. Le felci. Non saprei dirlo. Quello era il silenzio. Nel frattempo, il Gran Bosco guardava.

    Y ERA DE NOCHE
    Y olvidé mi hambre. Ya no necesitaba el hambre. Sonreí al recordar que alguna vez quise alimentarme. Caminé por el sendero y mis ojos florecían en la noche. Había una lechuza sobre un árbol. Blanca. Pequeño fantasma y animal. La miré fijamente. Yo: pequeño fantasma y animal mirando el Bosque.

    ED ERA DI NOTTE
    E dimenticai la mia fame. Non avevo più bisogno della fame. Sorrisi nel ricordare che una volta volli alimentarmi. Camminai lungo il sentiero e i miei occhi germogliavano nella notte. C'era una civetta su un albero. Bianca. Piccolo fantasma e animale. La fissai. Io: piccolo fantasma e animale che guarda il Bosco.

    AMANECER
    Espero a que amanezca. En esa espera está, tal vez, la primera luz del día, su asedio y su nombre. No sé cómo despedir a este tiempo que huye, no sé cómo despedirme con él. Decirme adiós. Me imagino con un papel en blanco entre las manos. Me imagino nadando a lo lejos. Me imagino cerrando una puerta para que no entre la nieve. Amanece en este Bosque extranjero. No hay pájaros. Sin embargo, vuelvo a ver las hojas. Caídas.

    ALBEGGIARE
    Aspetto che faccia giorno. In quell'attesa, forse, c’è la prima luce del giorno, il suo assedio e il suo nome. Non so come congedare questo tempo che fugge, non so come accomiatarmi da lui. Dirmi addio. Immagino con un foglio bianco tra le mani. Immagino nuotando in lontananza. Immagino chiudendo una porta affinché non entri la neve . Albeggia in questo Bosco straniero. Non ci sono uccelli. Tuttavia, vedo di nuovo le foglie. Cadute.

    EL CORAZÓN
    Y había un corazón latiendo en medio de la muerte del Bosque.
    No sé si era el mío.

    IL CUORE
    E c'era un cuore palpitando in mezzo alla morte del Bosco.
    Non so se fosse il mio.

    EL PEQUEÑO PÁJARO
    Era primavera. Miraba los árboles devorando el sol, después de la tormenta. Abría mis ojos para ser esa luz perdida, para recordar que muy lejos las flores eran pronunciadas. Muy lejos. Por un instante. Y por un instante un pequeño pájaro cayó a mis pies. Cayó de su nido. Temblaba y no podía volar. Creo que aún no sabía. Lo cogí entre mis manos. Le di calor. Le pregunté si venía del lugar donde las flores se pronuncian. Lo acerqué a mi cara. Pequeño cuerpo como el mimbre y la lluvia. Le dije que ese sol que yo miraba podría curarlo. Aquel temblor fue igual que la ternura. Por un instante.

    IL PICCOLO UCCELLO
    Era primavera. Guardavo gli alberi divorando il sole, dopo la tempesta. Aprivo i miei occhi per essere quella luce perduta, per ricordare che molto lontano i fiori venivano pronunciati. Molto lontano. Per un istante. E per un istante un uccellino cadde ai miei piedi. Cadde dal suo nido. Tremava e non poteva volare. Credo che ancora non sapesse. Lo presi tra le mie mani. Gli diedi calore. Gli chiesi se venisse dal luogo dove i fiori venivano pronunciati. Lo avvicinai al mio volto. Piccolo corpo come il vimini e la pioggia. Gli dissi che quel sole che stavo guardando poteva guarirlo. Quel tremore fu come la tenerezza. Per un istante.

    El ÁRBOL
    Miro el árbol bañado por el sol. Miro sus ramas, sus hojas, cómo sus raíces salen de la tierra. Amanece y nada parece acabar nunca. Todo desde su principio: el viento, el pájaro pequeño que me mira desde el árbol, la hierba que crece alrededor. Acerco mi mano hacia la luz del sol entre las ramas. Es como si pudiera acariciarlo. Me quedo detenida bajo el árbol. Todo cabe en esa luz atravesando las hojas. Todo cabe en mis dedos. Mi nombre, de repente. Mi corazón, de repente. Hermoso árbol que no conoce la noche, cuida de mí.

    L'ALBERO
    Guardo l'albero bagnato dal sole. Guardo i suoi rami, le sue foglie, come le sue radici spuntano dalla terra. Fa giorno e nulla sembra finire mai. Tutto dal suo principio: il vento, il piccolo uccello che mi guarda dall'albero, l'erba che cresce intorno. Avvicino la mia mano verso la luce del sole tra i rami. È come se potessi accarezzarlo. Rimango ferma sotto l'albero. Ci sta tutto in quella luce che attraversa le foglie. Ci sta tutto. Ci sta tutto nelle mie dita. Il mio nome, all'improvviso. Il mio cuore, all'improvviso. Bellissimo albero che non conosce la notte, e ha cura di me.

    EXILIO
    Cuando llegó mi exilio, tú ya habías muerto. Años atrás. Miré el lugar, su lenguaje olvidado, todo lo que ante mí se ofrecía. No tuve ni un poco de agua que entregarle a tu recuerdo. Pero había memoria, pastos extensos de ti, días nuevos donde hacerte. Y así hice:imaginé tu sangre en los senderos. Otra vez tu sangre. Eras el dios que yacía en la mirada de los ciervos.

    ESILIO
    Quando giunse il mio esilio, tu eri già morto. Anni addietro. Guardai il luogo, il suo linguaggio dimenticato, tutto ciò che davanti a me si offriva. Non avevo neanche un po' d'acqua da dare al tuo ricordo. Ma c'era memoria, vasti pascoli di te, giorni nuovi per crearti. E così feci: immaginai il tuo sangue nei sentieri. Di nuovo il tuo sangue. Eri il dio che giaceva nello sguardo dei cervi.

    NAGYALFÖLD*
    Atravieso la llanura. La nieve infinita. El tren no partió de ningún sitio y, sin embargo, recorre esta llanura, su cuerpo helado y sin raíces. Imagino el color del suelo en primavera, si alguna vez el sol. Si alguna vez. Digo. Palabra. Entonces. Se detiene el tren y todo el mundo calla o tal vez duerme. Miro al otro lado, a través de la ventana, hacia esa nieve infinita en su reposo. Un caballo oscuro se acerca. Él tampoco partió de ningún sitio. Su oscura belleza tan viva, a la espera. Su temblor y el hielo. Así es la escritura del invierno, impronunciable. Después, sólo marcharse.

    NAGYALFÖLD*
    Attraverso la pianura. La neve infinita. Il treno non è partito da nessuna luogo e, tuttavia, percorre questa pianura, il suo corpo gelato e senza radici. Immagino il colore della terra in primavera, se mai il sole. Se mai. Dico. Parola. Allora. Il treno si ferma e tutto tace o forse dorme. Guardo dall'altra parte, attraverso la finestra, verso quella neve infinita nel suo riposo. Si avvicina un cavallo scuro. Neanche lui è partito da nessun luogo. La sua scura bellezza così viva, in attesa. Il suo tremore e il gelo. Così è la scrittura dell'inverno, impronunciabile. Dopo, soltanto andar via.
    *En castellano, Gran Llanura. Siempre la atravesaba en tren desde la Ciudad hasta Budapest. Un lugar que se cruza en la ceguera, infinito.

    *In italiano, Gran pianura. La attraversavo sempre in treno dalla città fino a Budapest. Un luogo che si attraversa in cecità, infinito.

    MAÑANA
    Esperé a que pasara el tiempo. Pero no me daba cuenta de que era él lo que me atravesaba. Infinitamente. Me decía: mañana contaré las grietas de la pared de enfrente, imaginaba que mañana recibiría una carta. Y me decía: mañana leeré una carta cuando sea de noche y me tomaré un té. Sin embargo, no supe que dejar pasar el tiempo era mañana, ver abrirse el instante y desangrarse. Y echar semillas en el Bosque, un domingo, cuando todos morían.

    DOMANI
    Ho aspettato che passasse il tempo. Ma non mi rendevo conto che era esso che mi attraversava. Infinitamente. Mi dicevo: domani conterò le crepe della parete di fronte, immaginavo che domani avrei ricevuto una lettera. E lui mi dicevo: domani leggerò una lettera quando sarà notte e prenderò un tè. Tuttavia, non sapevo che lasciar passare il tempo sarebbe stato domani, vedere aprirsi l'istante e sanguinare. E gettare semi nel Bosco, una domenica, quando tutti stavano morendo.

    LAS EFÍMERAS
    Salir al Bosque. Encontrar palabras-minerales. Una hoja. Una nube. Un ciempiés. Encontrar el río. Sumergidos. No sentir el frío. De nuevo. Palabras-minerales. Vivir. Como las efímeras.

    LE EFFIMERE
    Uscire al Bosco. Trovare parole- minerali. Una foglia. Una nuvola. Un centopiedi. Trovare il fiume. Immergerci. Non sentire il freddo. Di nuovo. Parole-minerali. Vivere. Come le effimere.

    LA TORMENTA
    Llovía y temblaba la última luz de la tarde. El paisaje iba a quebrarse. Una gota más: tranvía roto, la Sinagoga, el Bosque destruido. Sonaba el cielo y dejaba sombra. Olvidar los pájaros. No poder salvarlos. Recoger al día siguiente los rastros, lo que ya no está, como un naufragio. Volver a construir el tranvía, la Sinagoga, el Bosque de los pájaros. Y descansar.

    LA TORMENTA
    Pioveva e tremolava l'ultima luce della sera. Il paesaggio si sarebbe spezzato. Un'altra goccia: tram rotto, la Sinagoga, il Bosco distrutto. Suonava il cielo e lasciava ombra. Dimenticare gli uccelli. Non poter salvarli. Raccogliere il giorno dopo le tracce, ciò che non c’è più, come un naufragio. Ricostruire il tram, la Sinagoga, il Bosco degli uccelli. E riposare.

    EL SUEÑO
    Me escondo entre las flores. No sé cuánto tiempo podré quedarme aquí. No sé si estoy esperando algo, pero es hermoso. Alzo la vista y hay un azul como el azul de tu palabra. Los pétalos son ternura. Eso dijiste. Oigo tus pasos y me dices, a lo lejos, que ya no llegará la tormenta nunca más. Los pájaros echaron a volar, infinitos. Te veo siendo niño, trayendo un vencejo entre las manos. Estoy escondida entre las flores, te digo. Y comenzó a nevar.

    IL SOGNO
    Mi nascondo tra i fiori. Non so per quanto tempo potrò rimanere qui. Non so se sto aspettando qualcosa, ma è bellissimo. Alzo lo sguardo e c'è un blu come il blu della tua parola. I petali sono tenerezza. Hai detto ciò. Sento i tuoi passi e mi dici, in lontananza, che la tempesta non arriverà mai più. Gli uccelli hanno fatto volare, infiniti. Ti vedo da bambino, che porti un rondone in mano. Sono nascosta tra i fiori, ti dico. E cominciò a nevicare.

    NORMAFA*
    Cruzamos el Danubio. Éste era otro Bosque en el que pude adormecerme. Era un intervalo de pájaros y voces. Se oían las hojas decir. Simplemente. Era muy pequeño todo aquello. Pero hasta hoy resuena.

    NORMAFA*
    Attraversammo il Danubio. Questo era un'altro Bosco in cui potevo addormentarmi. Era un intervallo di uccelli e voci. Si sentivano le foglie dire. Semplicemente. Tutto ciò era molto piccolo. Ma anche oggi riecheggia.

    * Lugar en las colinas de Buda. A veces hay luciérnagas. A veces hay sueño
    * Luogo sulle colline di Buda. A volte ci sono lucciole. A volte c'è il sogno

    BAJCSY-ZSILINSZKY UTCA, 3-5
    Es pequeña mi casa. Apenas se recorre con la misma rapidez con la que el frío se queda atrapado en los cristales. La luz es cálida aquí dentro. Parece no saber nada. Entre nosotras hay un silencio protector. Me descalzo antes de entrar, para que no se entere de la nieve en mis zapatos. Mi casa ignora el hielo. Creo que no conoce que ahí mueren los insectos. Que ese mismo hielo puede helar la fuente de la plaza. Que por eso no tiene agua en los inviernos. Eso dicen.Sólo abro sus ventanas en mayo, cuando entra un tibio aire de tormenta. Sólo entonces oye las campanas de la Gran Iglesia. Cada mayo las oye. Cada mayo conoce los números del tiempo. Una vez le traje una flor roja que nació en el patio. La dejé en el mueble. Era hermosa. Fue aquel día tardío que recibí una carta en blanco de alguna parte que ya no pude recordar.

    BAJCSY-ZSILINSZKY UTCA, 3-5
    La mia casa è piccola. A malapena la si percorre con la stessa rapidità con cui il freddo rimane intrappolato sui cristalli. La luce è calida qui dentro. Sembra non sapere nulla. Tra di noi c'è un silenzio protettivo. Mi scalzo prima di entrare, affinché non sappia della neve nelle mie scarpe. La mia casa ignora il ghiaccio. Penso che non sappia che lì muoiano gli insetti. Che lo stesso ghiaccio può congelare la fontana nella piazza. Ecco perché non ha acqua negli inverni. Così dicono.

    Apro le sue finestre solo a maggio, quando entra un’aria tiepida di tempesta. Solo allora sente le campane della Grande Chiesa. Ogni maggio le sente. Ogni maggio conosce i numeri del tempo. Una volta le ho portato un fiore rosso che era nato nel cortile. L'ho lasciato sul mobile. Era bellissimo. Fu quel giorno tardivo in cui ricevetti una lettera in bianco da qualche luogo che non ho potuto più ricordare.

    *Calle BAJCSY-ZSILINSZKY, en la ciudad. El lugar donde estaba mi casa
    * Calle BAJCSY-ZSILINSZKY, nella città. Il luogo dove si trovava la mia casa

    NAVIDAD
    La plaza huele a dulces. La gente se acerca a los puestos a comprar mezéskalács* y beigli*. Todos sonríen. Toman vino caliente. Sé que hablan. No los oigo bien y no soy capaz de conocer su alegría. Pero hablan porque sale humo de sus bocas. Parece que invocan a las cosas vivas, un mundo hermoso que ellos sí conocen. Un niño se aproxima y me regala su figurita con forma de reno, llena de colores. Sus pequeñas manos me la ofrecen y me recuerdan la primera vez que tuve un pez entre las mías. Si se cae, se muere, pensaba entonces. Si se cae, se rompe, me decían los ojos del niño. Caer y morir. Caer y romperse. Era lo mismo. Y, sin embargo, supe qué cuidar.

    NATALE
    La piazza odora di dolci. La gente si avvicina alle bancarelle per comprare mezéskalács* e beigli*. Sorridono tutti. Bevono vino caldo. So che parlano. Non li sento bene e non riesco a conoscere la loro allegria. Ma parlano perché esce fumo dalle loro bocche. Sembra che invochino le cose vive, un bellissimo mondo che loro, sì, conoscono. Un bambino si avvicina e mi regala una figurina a forma di renna, piena di colori. Le sue piccole mani me la offrono e mi fanno ricordare la prima volta che ho avuto un pesce tra le mie. Se cade, muore, pensai allora. Se cade, si rompe, mi dicevano gli occhi del bambino. Cadere e morire. Cadere e rompersi. Era lo stesso. E, cionondimeno, seppi di cosa aver cura.

    Notas/Note:
    mezéskalács: Dulce típico navideño en Hungría. Suele tener formas diferentes: árbol de Navidad, reno…
    beigli: También, dulce típico de Navidad. Suele estar relleno de diferentes ingredientes.
    mezéskalács: Tipico dolce natalizio in Ungheria. Di solito ha diverse forme: albero di Natale, renna ...
    beigli: Anche questo, tipico dolce natalizio. Di solito è riempieno con ingredienti diversi.

    SE ACERCA EL ÚLTIMO DÍA
    También de aquí te marcharás. Pero también todo esto fue tuyo: la desolación primera, la tormenta que nunca terminaba de llegar, el lenguaje amputado. Dejarás todo eso en el mismo lugar donde lo encontraste, como un idioma lejano. Pero no sabrás volver donde partiste. Ya no. Tu corazón y el Bosque. Tu corazón o el Bosque.

    SI AVVICINA L'ULTIMO GIORNO
    Te ne andrai anche da qui. Però anche tutto questo è stato tuo: la prima desolazione, la tempesta che non finiva mai di arrivare, il linguaggio amputato. Lascerai tutto ciò nello stesso luogo dove l'hai trovato, come un idioma lontano. Ma non saprai tornare da dove sei partita. Non più. Il tuo cuore e il Bosco. Il tuo cuore o il Bosco.

    (del libro El Gran Bosque, II Premio Internacional de Poesía Margarita Hierro Fundación Centro de poesía José Hierro, Pre-Textos Poesía, 2019)

    ---

    RITO
    Iguales siempre sus noches,
    iguales sus días bajo la luz del sol…
    Píndaro
    Canta la muerte y es distinta su música.
    Teje el aire como una araña solitaria
    que se entrega tiernamente a su condena.
    Igual que tú, que ahora escuchas su canto
    sumergido, ya sin lágrimas,
    entre las aguas de octubre.

    RITO
    La luce del sole,
    in notti sempre uguali e in giorni sempre uguali
    Pindaro
    Canta la morte e la sua musica è diversa.
    Tesse l'aria come un ragno solitario
    che si arrende teneramente alla sua condanna.
    Come te, che ora ascolti il suo canto
    immerso, senza più lacrime,
    tra le acque di ottobre.

    OVIDIO LLEGA A TOMOS
    ¿Qué diré acerca de cómo los ríos encadenados
    por el frío se congelan y cómo se extraen del lago las frágiles aguas?
    Ovidio, Tristes

    Es eterna esta nieve, igual que mi destierro.
    Ahora los días no me pertenecen,
    no recuerdan ya su origen.
    Ni tan siquiera los ríos guardan memoria
    de su curso.
    Nada me queda aquí del tiempo.
    Sólo silencio, lo blanco,
    y no saber a quién escribo,
    ni por qué.

    OVIDIO ARRIVA A TOMI
    Che dire di come i fiumi incatenati
    dal freddo si congelano e di come vengono attinte dal lago le fragili acque.
    Ovidio, Tristia
    Questa neve è eterna, proprio come il mio esilio. Ora i giorni non mi appartengono non ricordano più la loro origine. Nemmeno i fiumi serbano memoria del loro corso. Nulla mi rimane del tempo qui. Solo silenzio, il bianco, e non sapere a chi scrivo, né perché.

    ELEUSIS
    Huye de aquí la luz,
    la acerco a mis labios como a una ofrenda antigua
    para que me devuelva el mundo
    y su tibia impiedad.
    Es una libación que a ningún dios
    se ofrecerá hermosa
    ni secreta. No sabrá dulce a la tierra,
    tampoco a sus raíces.
    El silencio trae en sus manos
    el rancio licor de lo que muere
    y unge mis labios de un vacío impuro.
    Es lo que queda de un dios
    a lo que sabe mi boca.

    ELEUSI
    Da qui fugge la luce,
    l'avvicino alle labbra come un'antica offerta
    affinché mi restituisca il mondo
    e alla sua tiepida empietà.
    È una libagione che a nessun dio
    si offrirà bella
    né segreta. Non avrà il sapore dolce della terra
    né delle sue radici.
    Il silenzio porta nelle sue mani
    il liquore rancido di ciò che muore
    e unge le mie labbra di un vuoto impuro.
    È ciò che rimane di un dio
    il sapore che la mia bocca ha.

    ORFEO
    Entre el vacío y el sueño caminé:
    allí donde esperaban un rastro de luz
    y un amor perdido que no existe.
    Después, sólo fui sangre,
    canto eterno,
    mudo rostro.

    ORFEO
    Ho camminato tra il vuoto e il sogno:
    lì dove era in attesa un varco di luce
    e un amore perduto che non esiste.
    In seguito, fui solo sangue,
    canto eterno,
    volto muto.

    TRANSFORMACIÓN
    avec toutes ses eaux mortes.
    Martine Broda

    Ninguna huella queda ya entre la nieve.
    Tampoco quedará su frío cuando el sol la toque
    para convertirla en agua que, de tan pura, dolerá en los labios.
    Y yo la beberé.
    La luz matará esta memoria blanca.
    No será el mar ni el plomo oscuro de la noche,
    sino el cuerpo desnudo de la aurora,
    cada día.
    No quedarán ni las sombras
    y todo se irá lentamente por el río,
    se limpiará de nombres y de barro,
    y no sabré quién soy
    cuando anochezca.

    TRASFORMAZIONE
    Ormai nessuna traccia rimane nella neve.
    Neanche il suo freddo resterà quando il sole la toccherà
    per trasformarla in acqua che, per quanto pura, dorrà sulle labbra.
    E la berrò.
    La luce ucciderà questa memoria bianca.
    Non sarà il mare né il piombo scuro della notte,
    bensì il nudo corpo dell'aurora,
    ogni giorno.
    Nemmeno le ombre resteranno
    e tutto se ne andrà lentamente lungo il fiume,
    verrà pulito da nomi e da fango,
    e non saprò chi sono
    quando calerà la notte.

    ÚLTIMA MEDITACIÓN DE MARCO AURELIO
    No importará la luz,
    tampoco el calor que duerme en los campos
    y estalla en mi boca como un manantial
    de sol cayendo entre las flores.
    Sólo el tiempo sabe, conoce este olor
    a musgo vivo que ahora siento,
    su limpio final amando
    los restos hermosos de los bosques
    después de las batallas.
    Tanta vida, ahora, no presagia
    que todo será último,
    que también esta belleza será semilla estéril
    para el agua y esta voz que aún la invocan.

    ULTIMA MEDITAZIONE DI MARCO AURELIO
    Non importerà la luce,
    nemmeno il caldo che dorme nei campi
    ed erompe nella mia bocca come una sorgente
    di sole che cade tra i fiori.
    Solo il tempo sa, conosce questo odore
    a muschio vivo che ora sento,
    amando il suo finale limpido
    i bellissimi resti dei boschi
    dopo le battaglie.
    Tanta vita, ora, non presagisce
    che tutto sarà ultimo
    che anche questa bellezza sarà seme sterile
    per l'acqua e per questa voce che la invocano ancora.

    LA MUERTE DE DIDO
    […] al tiempo todo
    calor desaparece, y en los vientos se perdió su vida.
    Virgilio, Eneida

    He cruzado el desierto.
    Pero nunca pasó el tiempo en mi rostro,
    porque aún conservo el tibio candor
    de la belleza que alguna vez me prometieran.
    Nadie entenderá mi muerte justo ahora
    que he visto las ciudades más hermosas,
    cómo se demoraba la luz en cada flor
    que nacía en los palacios de Cartago.
    Pero he cruzado el desierto,
    y quien ve su propia imagen durante esa travesía,
    aunque sea una noche, sabe que poco importa ya
    que la arena pueda convertirse en tiempo
    o en camino.
    Cada día sé que tengo el mismo destino que esa tierra:
    esparcirme en mil pedazos y no llegar a parte alguna.

    LA MORTE DI DIDO
    […] al tempo stesso tutto
    il calore scompare, e nel vento la sua vita è persa.
    Virgilio, Eneide

    Ho attraversato il deserto.
    Ma il tempo non è mai passato sul mio volto
    perché ancora conservo il tiepido candore
    della bellezza che una volta mi fu promisa.
    Nessuno capirà la mia morte proprio ora
    che ho visto le città più belle,
    come la luce indugiava su ogni fiore
    che nasceva nei palazzi di Cartagine.
    Ma ho attraversato il deserto
    e chi vede la propria immagine durante quel percorso,
    anche fosse una notte, sa che non ha più importanza
    che la sabbia possa trasformarsi in tempo
    o in cammino.
    Ogni giorno so di avere lo stesso destino di quella terra:
    spargermi in mille pezzi e non giungere a luogo alcuno.

    CARACOL
    Miro tu lentitud,
    la traza de luz que abandonas a tu paso
    como la savia derramada de los árboles.
    Eres el pequeño dios de la sed
    que atraviesa las hojas y la noche
    en su infinito reposo.
    Te observo sin heridas
    y miro mis manos: sombras de nieve
    que tocaron la muerte con tu mismo sigilo.

    LUMACA
    Guardo la tua lentezza
    la traccia di luce che lasci al tuo passaggio
    come la linfa sparsa dagli alberi.
    Sei il piccolo dio della sete
    che attraversi le foglie e la notte
    nel suo infinito riposo.
    Ti osservo senza ferite
    e guardo le mie mani: ombre di neve
    che hanno toccato la morte col tuo stesso riguardo.

    PERSÉFONE
    Mas él, atrayéndola a sí, le dio a comer dolosamente un dulce grano de granada, para que no
    se quedase por siempre allá, al lado de su venerada Deméter, la de peplo púrpura oscuro.
    Himno Homérico a Deméter.

    Acerco a mis labios el oscuro néctar que mana de esta ofrenda.
    Imagino que va a poder curarme, que esa sangre púrpura
    es lo que queda de la tarde más hermosa: la que no veo,
    la que nunca veré extendida en mis ojos.
    Entrego lo que tengo de mi frágil juventud
    a este instante que tiembla.
    Entrego mi cuerpo como el mimbre a esta sed y este vacío.
    Es la prueba que me queda de estar viva.
    Alguien me habla fuera,
    alguien pide mis manos de nieve, su pureza.
    Pero nada toco en este instante que me exige
    la más limpia claridad de quien soñó con regresar
    al mundo de los vivos.
    Este cuerpo joven no será para siempre de la vida,
    comí de la granada de la noche,
    su engaño de luz y de esperanza.
    Y en la tierra morirá lentamente aquel lirio tan puro
    que me trajo a las sombras.
    Y mi madre me llorará cada día, como si hubiera muerto.

    PERSEFONE
    Ma egli, attirandola a sé, le diede da mangiare furtivamente il seme del melograno, dolce come il miele,
    affinché ella non rimanesse per sempre lassù, con la veneranda Demetra dallo scuro peplo.
    Inno Omerico a Demetra.
    Avvicino alle mie labbra lo scuro nettare che sgorga da questa offerta.
    Immagino che potrà curarmi, che quel sangue porpora
    è ciò che rimane della sera più bella: quella che non vedo,
    quella che mai vedrò diffusa nei miei occhi.
    Affido ciò che ho della mia fragile giovinezza
    a questo istante che trema.
    Affido il mio corpo come il vimini a questa sete e a questo vuoto.
    È la prova che sono viva.
    Qualcuno mi parla fuori,
    qualcuno chiede le mie mani di neve, la loro purezza.
    Ma nulla tocco in questo istante che mi esige
    la più limpida nitidezza di chi ha sognato col ritornare
    al mondo dei vivi.
    Questo giovane corpo non sarà per sempre della vita,
    ho mangiato il melograno della notte,
    il suo inganno di luce e di speranza.
    E sulla terra morirà lentamente quel giglio così puro
    che mi ha portato alle ombre.
    E mia madre mi piangerà ogni giorno, come se fossi morta.

    TORMENTA
    …la lenta pluja
    no va a cap banda.
    Salvador Espriu

    Duele en mi rostro la lluvia.
    Su caricia feroz se vuelve herida,
    como si ya mi piel
    sólo supiera respirar en el desierto.
    Cae tan lenta la lluvia
    o está tan lejos mi casa
    que imagino estar cruzando un país de olvido,
    inacabable, donde no dormir nunca.

    TEMPESTA
    Mi duole la pioggia sul volto.
    La sua feroce carezza diventa ferita,
    come se la mia pelle ormai
    sapesse solo respirare nel deserto.
    La pioggia cade così lentamente
    o è così lontana casa mia
    che immagino di attraversare un paese d'oblio,
    interminabile,
    dove non dormire mai.

    NÍOBE
    [...] mármol en lugar de mujer que
    profiere un algo quejumbroso.
    Calímaco, Himno a Apolo (II 22-4)

    No oiré nunca más las voces de mis hijos.
    Ahora vago hacia el monte con tu pequeño cuerpo.
    Tú eras la última en la que vi
    brillar el sol en sus pupilas, despidiéndose.
    Todo es penumbra ahora,
    velo frío sobre mis ojos.
    No hay lugar amable para darte descanso,
    hija mía.
    Temo que todo te asuste cuando falte
    y no pueda alcanzar tus manos bajo el sueño.
    Yo estaré rodeada de animales oscuros
    que beberán de mí cada noche.
    Lentamente dejo de sentir el calor tierno
    de tu cuerpo junto al mío.
    Es más cruel la piedra que la muerte.
    Ahora comienza y arde mi castigo:
    llevarte en este corazón
    que ya no siento.

    NIOBE
    [...] marmo che un tempo fu donna
    e al dolore schiuse le labbra.
    Callimaco, Inno ad Apollo (II 22-4)

    Non udirò mai più le voci dei miei figli.
    Ora vago verso il monte con il tuo piccolo corpo.
    Tu eri l'ultima in cui ho visto
    brillare il sole nelle sue pupille, dicendo addio.
    Tutto è penombra ora,
    velo freddo nei miei occhi.
    Non c'è luogo amabile per darti riposo
    figlia mia.
    Temo che tutto ti spaventi quando non ci sarò
    e non riesca a raggiungere le tue mani sotto il sogno.
    Io sarò circondata da animali oscuri
    che berranno da me ogni notte.
    Lentamente non sento più il tenero calore
    del tuo corpo accanto al mio.
    E' più crudele la pietra della morte.
    Ora inizia e arde il mio castigo:
    averti in questo cuore
    che non sento più.

    LA ISLA DEL ÚLTIMO ADIÓS
    “Ve, extranjero, con bien: cuando estés en los campos paternos
    no te olvides de mí, pues primero que a nadie me debes tu rescate”
    Palabras de Nausica a Odiseo. Homero, Odisea

    Extranjero,
    era el mar tu viaje, cruzar su agua oscura
    preso del sueño y del olvido,
    y no recordar nada más que tu regreso.
    Poco le importa a este mar que cada instante
    sea reflejo de otro instante,
    cielo vacío que aprende a anochecer y a ser su aurora.
    Pero yo no sé a qué dios suplicar tu mismo sueño,
    el presagio de nieve que ahora cae
    en tu pálida memoria que no regresará.
    Este mar, su transparencia de hielo, no deja
    que mis ojos en él contemplen tu camino.
    Extraviados y puros, así los conociste,
    te despiden como una ceremonia.
    Extranjero,
    ve con bien
    y atraviesa el ciego abismo que ahora veo,
    mira cómo las olas tienen la misma blancura limpia
    de mis manos, el mismo azul de las noches de Feacia.
    Era el mar tu viaje, lo mismo que tu ausencia, ahora,
    resuena igual que una caracola de ceniza
    en medio de un naufragio.

    L'ISOLA DELL'ULTIMO ADDIO
    "Salute a te, ospite! Quando sarai tornato in patria,
    ricordati di me: a me per prima tu devi la vita!"
    Parole di Nausicaa ad Odisseo. Omero, Odissea

    Straniero,
    il mare era il tuo viaggio, attraversare le sue acque scure
    prigioniero del sogno e dell'oblio,
    e non ricordare null'altro che il tuo ritorno.
    Poco importa a questo mare che ogni istante
    sia riflesso di un altro istante,
    cielo vuoto che impara ad imbrunire e ad essere la sua aurora.
    Ma io non so a quale dio supplicare il tuo sogno,
    il presagio di neve che ora cade
    nella tua pallida memoria che non ritornerà.
    Questo mare, la sua trasparenza di gelo, non lascia
    che i miei occhi contemplino il tuo cammino.
    Smarriti e puri, così li hai conosciuti
    ti accomiatano come una cerimonia.
    Straniero,
    vai col bene
    e attraversa il cieco abisso che ora vedo
    guarda come le onde hanno il medesimo limpido candore
    delle mie mani, lo stesso azzurro delle notti di Feacia.
    Il mare era il tuo viaggio, così come la tua assenza che, ora,
    echeggia come una conchiglia di cenere
    in mezzo a un naufragio.

    SUNION
    Súbitamente la costa se ilumina, atardecida y limpia.
    En ella nace un rumor lento
    de barcos alejándose.
    Barcos donde los pájaros se posaron una vez, imaginando la ciudad a la que debieron regresar
    y no pudieron.
    Flotaban en el aire y así era su vuelo,
    inmutable y oculto,
    ciego e implacable.
    Cruzaban el mar, hecho de niebla,
    y luego se deshacían en un abismo blanco
    -fraguado con sigilo-
    hasta convertirse en esa misma niebla.
    Ahora camino lentamente,
    algo se despide de mí como una flor
    que pide su ceguera para no ver
    que también la luz pudo herirla sin saberlo.
    Agosto se levanta esta vez
    sin esa amarga transparencia del vacío.
    Parece que nunca antes existiera
    octubre, su frío, su vigilia,
    sobre este mármol tibio.
    Hay restos de luz aquí, de origen, de palabra.
    También de mí,
    que soy regreso.

    SUNIO
    Subitamente la costa si illumina, crepuscolare e limpida.
    In essa nasce un suono lento
    di navi che si allontanano.
    Navi dove un giorno gli uccelli si posavano,
    immaginando la città in cui dovevano tornare
    e non vi sono riusciti.
    Fluttuavano nell'aria e così era il loro volo,
    immutabile e occulto,
    cieco e implacabile.
    Attraversavano il mare, fatto di nebbia,
    e poi si disperdevano in un abisso bianco
    -silenziosamente forgiato-
    fino a divenire la stessa nebbia.
    Ora cammino lentamente,
    qualcosa si congeda da me come un fiore
    che chiede la sua cecità per non vedere
    che anche la luce avrebbe potuto ferirla senza saperlo.
    Agosto questa volta sorge
    senza quell'amara trasparenza del vuoto.
    Sembra che prima non sia mai esistito
    ottobre, il suo freddo, la sua veglia,
    su questo marmo tiepido.
    Ci sono residui di luce qui, di origine, di parola.
    Anche di me
    che sono ritorno.

    DESPUÉS
    Puse sobre el mundo la clara luz de tu alegría.
    Iluminaba como la voz de un niño
    sintiendo la inocencia del verano.
    Estaba tu cuerpo oscurecido por el sol.
    Había playas blancas que no acababan nunca
    y un barco encallado en sus orillas,
    una caracola.
    Nada tocó esa pureza,
    solo el presente.

    DOPO
    Ho messo sul mondo la chiara luce della tua gioia.
    Illuminava come la voce di un bambino
    che sentiva l’innocenza dell’estate.
    Era imbrunito dal sole il tuo corpo.
    C'erano spiagge bianche che non finivano mai
    e sulle loro rive una nave incagliata,
    una conchiglia.
    Nulla toccò quella purezza,
    solo il presente.

    LAS HUELLAS

    No le reprocho a la primavera que llegue de nuevo.
    Wislawa Szymborska

    Dejo mi palabra hundida en esta primavera.
    De ella crecerán las hojas que cubrirán
    la puerta de mi casa,
    -esta casa, cualquier casa-,
    los nombres
    que no desaparecen, pero tampoco nombran.

    Escribir es despedirse,
    sellar con hielo el corazón de un muerto.

    LE ORME

    Non biasimo la primavera
    per essere tornata.
    Wislawa Szymborska

    Lascio sprofondata in questa primavera la mia parola.
    Da essa cresceranno le foglie che copriranno
    la porta di casa mia,
    -questa casa, qualsiasi casa-,
    i nomi
    che non scompaiono, ma nemmeno nominano.
    Scrivere è congedarsi
    sigillare col ghiaccio il cuore di un morto.

    INDEMNE
    Descanso tendida a la orilla del mar.
    La luz parece no cambiar nunca, atraviesa el viento
    apenas sin moverse. Su mano ligera, descarnada,
    se agarra al frío erizado de mi piel.
    Nace en mi cuerpo la vida, y permanece.
    Miro, sin embargo, lo que queda al retirarse cada ola:
    pequeñas conchas rotas, algas frágiles,
    un trozo de junco partido y seco.
    Presencias de que algo ha terminado.
    Alguna vez seré simplemente eso, me digo.
    Cierro los ojos: alguna vez seré simplemente eso.

    INDENNE
    Riposo distesa in riva al mare.
    La luce sembra non cambiare mai, attraversa il vento
    quasi senza muoversi. La sua mano leggera, scarna,
    si aggrappa al freddo rizzato della mia pelle.
    Nasce nel mio corpo la vita, e vi rimane.
    Guardo, tuttavia, ciò che resta al ritirarsi di ogni onda:
    piccole conchiglie rotte, alghe fragili,
    un pezzo di giunco secco e spezzato.
    Presenze di qualcosa che è finito.
    Un giorno sarò semplicemente ciò, mi dico.
    Chiudo gli occhi: un giorno sarò semplicemente ciò .

    ANÁMNESIS
    A veces, es tan leve el dolor
    que el cielo se me ofrece
    como un recuerdo tibio de los dioses.
    Es cuando busco mi nombre,
    su frágil consistencia, su silencio.

    ANAMNESI
    A volte, il dolore è così lieve
    che il cielo si offre a me
    come un tiepido ricordo degli dei.
    È quando cerco il mio nome
    la sua fragile consistenza, il suo silenzio.

    EURÍDICE
    Quédate así un instante,
    que esta luz que ahora me cubre
    la memoria –ese paraje inhóspito y helado-
    nunca convertirá en final lo que ahora brilla
    como una lluvia débil cayendo de los árboles.
    Es la prueba más hermosa
    de estar vivos para siempre.
    La única, tal vez.

    EURIDICE
    Rimani così un istante,
    che questa luce che ora mi copre
    la memoria - quel luogo inospitale e gelato -
    non trasformerà mai in finale ciò che ora brilla
    come una debole pioggia che cade giù dagli alberi.
    È la prova più bella
    di essere vivi per sempre.
    L'unica, forse.

    MIRADOURO DE SOPHIA
    (LISBOA)
    Vuelvo a escuchar la lenta voz del agua.
    He regresado sedienta del país de los muertos
    y ya mis manos detienen este instante, su memoria.
    Acaso soy eso.
    Nunca pensé que el tiempo fuera esta fotografía,
    este viento que se cuela en mis ojos
    y mi piel no reconoce, pero ama.
    Es verano. Aún conservo el sol en esta luz que cae
    como la arena sobre un reloj vacío.
    Que nada detenga esta calma
    -le pido a la vida-:
    tierra limpia prometida a las aves.

    BELVEDERE SOPHIA
    (LISBONA)
    Sento di nuovo la lenta voce dell'acqua.
    Sono tornata assetata dal paese dei morti
    e le mie mani trattengono già questo istante, il suo ricordo.
    Forse sono ciò.
    Non avrei mai pensato che il tempo fosse questa fotografia,
    questo vento che si insinua nei miei occhi
    che la mia pelle non riconosce, ma ama.
    È estate. Conservo ancora il sole in questa luce che cade
    come la sabbia su un orologio vuoto.
    Che nulla fermi questa calma
    - lo chiedo alla vita -:
    limpida terra promessa agli uccelli.

    (del libro En las aguas de octubre. Bartleby Editores, 2016)

    ---

    EN EL COMIENZO DEL NOMBRE
    En el comienzo del nombre, este temblor,
    la vida que se acerca
    y no detiene el agua entre mis manos.
    Cegada por el nombre, tiemblo de luz
    y soy reflejo de tu voz,
    huida hacia el aire,
    la palabra que llega y que te nombra.

    ALL'INIZIO DEL NOME
    All'inizio del nome, questo fremito,
    la vita che si avvicina
    e non trattiene l'acqua tra le mie mani.
    Accecata dal nome, tremo di luce
    e sono riflesso della tua voce,
    fuga verso l'aria,
    la parola che arriva e che ti nomina.

    MELANCOLÍA DE UNA ESTATUA
    Cansada, reclinas la cabeza buscando tu memoria
    entre esa pesadumbre.
    Cierras los ojos en busca de ese mar
    que a otros cuerpos se llevó de tu lado,
    vuelto en ceniza y vejez, siendo calor
    prematuro de la muerte.
    Reclinas la cabeza y no sientes la mano
    frágil que sostiene tu cansancio,
    esa oscuridad que albergan tus ojos
    en pleno amanecer.
    Nada tienes salvo la soledad esculpida
    en todo lo guardado, el oleaje minucioso
    del dolor horadando el tiempo
    hasta borrarte.
    Cansada, te preguntas dónde se hará
    el cántico hermoso de la noche,
    en qué lugar recogerás tu luz y tu presencia,
    y hacia qué lugar se marcharon las palabras
    de todo lo perdido.

    MALINCONIA DI UNA STATUA
    Stanca, reclini la testa cercando la tua memoria
    tra lo sconforto.
    Chiudi gli occhi alla ricerca di quel mare
    che portò via altri corpi che ti erano accanto,
    divenuto cenere e vecchiaia, essendo calore
    prematuro della morte.
    Reclini la testa e non senti la mano
    fragile che sostiene la tua stanchezza,
    quell'oscurità che albergano i tuoi occhi
    al culmine dell'alba.
    Non hai altro che la solitudine scolpita
    in tutto ciò che è custodito, il minuzioso moto ondoso
    del dolore che perfora il tempo
    fino a cancellarti.
    Stanca, ti chiedi dove si svolgerà
    il bel cantico della notte,
    in quale luogo raccoglierai la tua luce e la tua presenza,
    e in quale direzione sono andate le parole
    di tutto ciò che è andato smarrito.

    DESPUÉS DE UN SUEÑO
    De muy lejos vengo, como el viento claro
    que abandoné en tu voz
    para protegerte de la muerte.
    No me despedí de ti.
    Por eso ven a mí
    y sálvame como tantas otras noches
    de mis sueños.

    DOPO UN SOGNO
    Da molto lontano vengo, come il vento chiaro
    che ho abbandonato nella tua voce
    per proteggerti dalla morte.
    Non ti ho salutato.
    Perciò vieni da me
    e salvami come tante altre notti
    dai miei sogni.

    PORTO DE MÁGOAS
    Elegí los puertos que más se parecieran a tu voz.
    Elegí los barcos, las olas, los peces
    que tuvieron que morir entre cenizas…
    Elegí los puentes desde donde mirar la noche.
    Pero nada importa.
    Elegí la vida y tus palabras nunca regresaron.

    PORTO DI MÁGOAS
    Ho scelto i porti che più somigliassero alla tua voce.
    Ho scelto le barche, le onde, i pesci
    che hanno dovuto morire tra le ceneri ...
    Ho scelto i ponti da dove guardare la notte.
    Ma nulla importa .
    Ho scelto la vita e le tue parole non sono mai ritornate.

    SÓLO LA LLUVIA
    Sólo la lluvia recuerda lo que sueña tu cuerpo
    cada noche,
    los pasos que cruzan lentamente la mañana
    para llegar a mí
    como un caballo triste y malherido.

    SOLO LA PIOGGIA
    Solo la pioggia ricorda ciò che il tuo corpo sogna
    ogni notte,
    i passi che lentamente attraversano il mattino
    per giungere a me
    come un cavallo triste e straziato.

    ADRIANO HABLA AL CUERPO MUERTO DE ANTÍNOO
    Ya nada persigo, nada se presenta ante mi puerta.
    Ninguna juventud sentí sino la tuya,
    ninguna ciudad, ningún otoño desbordó
    por mis manos el cabello de la luz,
    los misterios del aire.
    Duermen contigo aquella sangre derramada
    en sueños, la noche sin refugio
    con redes de oro, el perfume
    cuajado de amapolas en tus labios
    mientras yo contemplo la patria destruida de tu cuerpo
    recién abandonado.
    Contemplo al dios que me arrojó a la vida
    yaciendo en la sombra inmensa
    de lo que ya no tendré…
    La muerte ha llegado al mundo, mi dios,
    y nada ya podrá espantar mi frío.

    ADRIANO PARLA AL CORPO MORTO DI ANTINOO
    Ormai nulla perseguo, nulla si presenta davanti alla mia porta.
    Nessuna gioventù ho sentito eccetto la tua,
    nessuna città, nessun autunno riversò
    sulle mie mani la chioma della luce,
    i misteri dell’aria.
    Dormono con te quel sangue versato
    nei sogni, la notte senza rifugio
    con reti d’oro, il profumo
    addensato di papaveri sulle tue labbra
    mentre io contemplo la patria distrutta del tuo corpo,
    appena abbandonato.
    Contemplo quel dio che mi catapultò nella vita
    giacendo nell’ombra immensa
    di quel che non avrò più...
    La morte è giunta al mondo, mio dio,
    e ormai nulla potrà spaventare il mio freddo.

    DÍA DE LOS REGRESOS

    A Jristos
    Cada mañana esperaba tu regreso,
    ver las aves invisibles que te anunciaran a mí
    desde el puerto silencioso que tiene la memoria.
    El día de tu regreso era un lugar hueco de luz,
    una palabra dormida en la sombra
    que te esperaba sin nombre.
    Pero nunca vi llegar los barcos ni las aves.
    Sólo sentí el tacto ceniciento de la espera
    descender las horas,
    abrazar el cuerpo,
    exiliar la vida, lentamente,
    en cada ola donde se confiesan los que han muerto.

    GIORNI DEI RITORNI
    Ogni mattina aspettavo il tuo ritorno,
    vedere gli uccelli invisibili che mi annunciassero te
    dal porto silenzioso che ha la memoria.
    Il giorno del tuo ritorno era un luogo vuoto di luce,
    una parola addormentata nell'ombra
    che ti stava aspettando senza nome.
    Ma non ho mai visto arrivare le barche né gli uccelli.
    Ho sentito soltanto il tocco cinereo dell'attesa
    calare le ore,
    abbracciare il corpo,
    esiliare la vita, lentamente,
    in qualunque onda dove si confessa chi è morto.

    PETICIÓN
    –Dame una palabra...
    –Ninguna es suficiente para este terror.
    Todas duermen. No las despertemos
    o algo nos matará.

    PETIZIONE
    –Dammi una parola ...
    –Nessuna è abbastanza per questo terrore.
    Tutte dormono. Non le svegliamo
    o qualcosa ci ucciderà.

    CAFÉ KAFKA
    A José Ángel, desde cada ciudad
    Con qué delicadeza de pájaro
    se posa tu voz en estas mesas…
    Eres la materia del viento,
    el cuerpo regresado
    del largo viaje de la espera.
    Digo tu nombre,
    nocturno y terrestre como el asombro,
    hermoso y cruel
    como el último canto de los muertos.

    Tu voz, delicadeza de pájaro invisible
    y un café vacío
    en el abrazo azul de la tristeza.

    CAFFÈ KAFKA
    A José Ángel, da ogni città

    Con quale delicatezza di uccello
    si posa la tua voce su questi tavoli ...
    Sei la materia del vento
    il corpo tornato
    dal lungo viaggio dell'attesa.
    Dico il tuo nome
    notturno e terrestre come lo stupore,
    bello e crudele
    come l'ultimo canto dei morti.
    La tua voce, delicatezza di uccello invisibile
    e un caffè vuoto
    nell'abbraccio blu della tristezza.

    CIRCE
    Habito en esta isla.
    Aquí la noche es una flor oscura
    que se abre en secreto tras la lluvia.
    He preparado durante años
    tu llegada, tu memoria de escarcha,
    el asombro de la luz.
    Aquí el vino está hecho para tus labios,
    los peces para este mar
    y el aire para tu cuerpo.
    Si recuerdas esta isla
    encontrarás el lugar que no conoce horizonte
    y no se extraña, demorado en tus ojos,
    de la terrible soledad del tiempo.

    CIRCE
    Vivo su quest'isola.
    Qui la notte è un fiore scuro
    che si apre segretamente dopo la pioggia.
    Ho preparato per anni
    il tuo arrivo, la tua memoria di brina,
    lo stupore della luce.
    Qui il vino è fatto per le tue labbra,
    i pesci per questo mare
    e l'aria per il tuo corpo.
    Se ricordi quest'isola
    troverai il luogo che non conosce orizzonte
    e non si sorprende, ritardato nei tuoi occhi,
    della terribile solitudine del tempo.

    NAVEGACIÓN
    No divisaré la tierra después de esta desnuda soledad.
    Sin luz y sin imagen, el vacío
    me inventa y me consume
    igual que este sueño cruel que ya no es mío.
    No recordaré mis ojos, mi voz ni mi secreto.
    Curvaré los vientos para borrar mi forma
    y dormiré mi cuerpo en la dulzura terrible del olvido.
    No divisaré la tierra ni este mar recordará que existe.
    Ninguna soledad recuerda su regreso
    si de ella parte y ella es su único destino.

    NAVIGAZIONE
    Non ravviserò la terra dopo questa nuda solitudine.
    Senza luce e senza immagine, il vuoto
    mi inventa e mi consuma
    come questo sogno crudele che non è più mio.
    Non ricorderò i miei occhi, la mia voce né il mio segreto.
    Piegherò i venti per cancellare la mia forma
    e addormenterò il mio corpo nella dolcezza terribile dell'oblio.
    Non ravviserò la terra né questo mare ricorderà che esiste.
    Nessuna solitudine ricorda il suo ritorno
    se da essa parte ed essa è la sua unica destinazione.

    TU FELICIDAD
    Aprenderé a ser el bello verano que no conoce la nieve,
    la espuma tibia del sueño dormido entre las manos
    o la ternura que lleva a los bosques de sauces cada noche.
    Aprenderé a ser tu nombre en la distancia cruel de las orillas
    que no te rozará,
    la calle mojada que no responde ya a mis preguntas
    porque te has vuelto herida feliz, palabra abierta,
    de cada uno de mis días.

    LA TUA FELICITÀ
    Imparerò ad essere la bella estate che non conosce la neve,
    la tiepida schiuma del sogno addormentato tra le mani
    o la tenerezza che ogni notte conduce ai boschi di salici.
    Imparerò ad essere il tuo nome nella crudele distanza delle sponde
    che non ti sfiorerà,
    la strada bagnata che non risponde più alle mie domande
    perché sei divenuto ferita felice, parola aperta,
    di ognuno dei miei giorni.

    TU PARTIDA
    Es la hora de partir. Lo dice tanto mar
    y tanta calma. El recuerdo en la arena
    de los días enteros tejiendo y destejiendo
    las excusas del olvido y el amor.

    LA TUA PARTENZA
    È l'ora di partire. Lo dice tanto mare
    e tanta calma, il ricordo sulla sabbia
    d'interi giorni a tessere e disfare
    le scuse dell'oblio e dell'amore.

    FLORES BLANCAS
    Sólo tiempo de huirnos
    y encontrarnos…
    Ana Gorría

    Cuando tu ausencia teja su aliento helado
    entre mis dedos
    y sólo quede vivo
    este secreto hermoso de tu espera,
    el tiempo será lo que divide estas dos flores:
    una luz incierta posada en las cosas
    o el rostro inmóvil de una estatua en el mar
    que invoca su memoria
    para saber que existe.

    FIORI BIANCHI
    Giusto il tempo per fuggire
    e incontrarci...
    Ana Gorría

    Quando la tua assenza tessa il suo respiro gelido
    tra le mie dita
    e rimanga vivo solo
    questo bel segreto della tua attesa,
    sarà il tempo a dividere questi due fiori:
    una luce incerta posata sulle cose
    o il volto immobile di una statua nel mare
    che invoca la sua memoria
    per sapere che esiste.

    REENCUENTRO
    No entenderá este día tu memoria,
    la luz desierta que dibuja tu cuerpo
    llegando de la muerte, ciego,
    desprendido del mar.
    No recuerdo tus brazos, el calor
    de tu pecho sobre el mío, el bello sacrificio
    que te trajo hasta mí desde tan lejos.
    Reconocerme y suplicar a tus ojos
    que no sean este exilio que me cerca,
    esta lluvia terrible que respira
    mientras llegas a esta patria oscura
    -que te abraza perdida
    y besas- en medio de la gente.

    INCONTRO
    La tua memoria non capirà questo giorno
    la luce deserta che disegna il tuo corpo
    proveniente dalla morte, cieco,
    staccato dal mare.
    Non ricordo le tue braccia, il calore
    del tuo petto sul mio, il bel sacrificio
    che ti ha portato a me da così lontano.
    Riconoscermi e supplicare ai tuoi occhi
    di non essere questo esilio che mi accerchia,
    questa terribile pioggia che respira
    mentre arrivi a questa patria oscura
    -che ti abbraccia smarrita
    e che baci - in mezzo alla gente.

    NOCHE DE SÁBADO
    Pienso, en esta noche, que el silencio cae
    como un velo de niebla
    sobre el tiempo.
    Nadie hay afuera y se perfila la sombra
    en el idioma mudo
    de la lluvia.
    Cuando llegue la voz, cuando amanezca,
    cuando el ruido bese la piel exhausta
    y escamada de la noche
    acaso alguien llegará, se acercará a este silencio
    y se dará la vuelta, con sigilo,
    para que no me entere.

    NOTTE DI SABATO
    Penso, a questa sera, in cui il silenzio cade
    come un velo di nebbia
    sul tempo.
    Non c'è nessuno fuori e si profila l'ombra
    nell’idioma muto
    della pioggia.
    Quando giunga la voce, quando sorga il giorno,
    quando il rumore baci la pelle esausta
    e squamata della notte
    forse qualcuno arriverà, si avvicinerà a questo silenzio
    e si volterà, di soppiatto,
    affinché non me ne accorga.

    TU ASIENTO VACÍO
    Hablaré a tu sombra, a tu hermosa sombra
    negra que se sienta frente a mí para escucharme.
    Serán palabras muertas, el recuerdo fiel de la ceniza,
    todo lo que oirás.
    Hablo a tu asiento vacío y es lo que me queda:
    un soliloquio cruel temblando de frío y abandono,
    perdido entre los cuerpos.

    IL TUO POSTO VUOTO
    Parlerò alla tua ombra, alla tua bellissima ombra
    nera che si siede di fronte a me per ascoltarmi.
    Saranno parole morte, il fedele ricordo della cenere,
    tutto ciò che ascolterai.
    Parlo al tuo posto vuoto ed è ciò che mi resta:
    un soliloquio crudele che trema di freddo e di abbandono,
    smarrito tra i corpi.

    BLANCO
    Te marchas para siempre
    y ya no sé dónde se abre el mundo,
    dónde está mi corazón y tantas flores.
    Me vuelvo tierra profunda y desierta,
    cuerpo joven, sin rostro, enraizado a la muerte

    BIANCO
    Te ne vai per sempre
    e non so più dove si apre il mondo,
    dov'è il mio cuore e tanti fiori.
    Divento terra profonda e deserta,
    corpo giovane, senza volto, radicato nella morte.

    (del libro La palabra esperada, poesía Hiperión. Madrid 2007)

    ---

    REGRESOS
    Yo sé que no tengo retorno,
    que poco a poco se irán agotando las ganas
    de volver a un lugar,
    que nunca fue mío ni de nadie.

    RITORNI
    Io so che non ho ritorno,
    che poco a poco si andrà esaurendo il desiderio
    di tornare a un luogo,
    che non è mai stato mio né di nessuno.

    LA FALSA CIUDAD
    Te encontré en la ciudad que nunca conociste,
    en la falsa ciudad de mi memoria,
    en sus falsas avenidas donde transita la gente
    que ama el invierno
    y, por encima de todo,
    tenerte para atrapar las palomas
    de tu cuerpo cada noche.

    LA FALSA CITTÀ
    Ti ho incontrato nella città che non hai mai conosciuto
    nella falsa città della mia memoria,
    nei suoi falsi viali dove transita la gente
    che ama l'inverno
    e, soprattutto,
    averti per prendere ogni notte
    le colombe del tuo corpo .

    EL SUEÑO O HAMPSTEAD
    Bastaría extender mi cuerpo en este mar,
    esperar el alba
    con sus tres mil ángeles desnudos
    y saber que la próxima noche
    quien buscará la parusía
    seré yo,
    mientras todos lo demás arde en el olvido
    y sólo añora la ceniza.


    IL SOGNO O HAMPSTEAD
    Basterebbe distendere il mio corpo in questo mare,
    attendere l'alba
    con i suoi tremila angeli nudi
    e sapere che la prossima notte
    chi cercherà la parusia
    sarò io,
    mentre tutto il resto brucia nell'oblio
    e desidera solo la cenere.

    VARIACIÓN SOBRE UN POEMA DE CARLES RIBA
    Que jo no sigui més…
    Carles Riba
    A José Cereijo

    Que yo no sea más ese error insalvable, el pájaro lento,
    la ciudad de la sangre y el vino olvidado.
    Que yo no sea más…
    el rostro joven, el viaje largo bajo el sol de agosto
    que cae en un coche vacío,
    la palabra inundada de bosques
    que echa su red en los ojos del hielo.
    Que yo no sea más…
    aquel septiembre de sombreros azules en nuestras cabezas,
    las manos llenas de delfines
    cambiando de sitio la luz
    y el desorden,
    el corazón de la isla donde las gaviotas
    devoran el tiempo sin necesidad de minutos.
    Que yo no sea más…
    ni tú ni yo,
    el otro lado de nuestros propios recuerdos.
    Que yo no sea más aquella que envejece
    frente a ti al otro lado del puente,
    la que espera la tormenta
    allá donde late el oscuro corazón de la memoria.
    Que yo no sea más…
    nadie,
    ni tan siquiera este amor ni la alegría.

    VARIAZIONE SU UNA POESIA DI CARLES RIBA
    Quel jo non ha seguito più ...
    Carles riba
    A José Cereijo

    Che io non sia più quell'errore irrimediabile, il lento uccello,
    la città del sangue e del vino dimenticato.
    Che io non sia più ...
    il volto giovane, il lungo viaggio sotto il sole d'agosto
    che cade dentro una macchina vuota,
    la parola inondata da boschi
    che getta la sua rete negli occhi del gelo.
    Che io non sia più ...
    quel settembre di cappelli azzurri sulle nostre teste,
    le mani piene di delfini
    che spostano la luce
    e il disordine,
    il cuore dell'isola dove i gabbiani
    divorano il tempo senza il bisogno di minuti.
    Che io non sia più ...
    né tu né io,
    l'altro lato dei nostri propri ricordi.
    Che io non sia più colei che invecchia
    di fronte a te dall'altra parte del ponte,
    colei che aspetta la tempesta
    là dove palpita l'oscuro cuore della memoria.
    Che io non sia più ...
    nessuno,
    nemmeno questo amore né l'allegria.

    PRIMERA LUZ
    Amanecemos sin cuerpo ni palabra
    y existen largas treguas
    para nuestro descanso.

    PRIMA LUCE
    Ci svegliamo senza corpo né parola
    e ci sono lunghe tregue
    per il nostro riposo.

    LO EXACTO
    Esta vez comienza la noche
    a olvidar la exacta medida del olvido.
    Basta el silencio, una palabra florecida en la memoria
    para que regreses.

    L'INECCEPIBILE
    Questa volta comincia la notte
    a dimenticare l'esatta misura dell'oblio.
    Basta il silenzio, una parola fiorita nella memoria
    per farti tornare.

    LA LLEGADA
    Se avecina el deseo
    y sé que no hay olvido
    en la leve región
    desnuda de tu ausencia.

    L'ARRIVO
    Si avvicina il desiderio
    e so che non c'è oblio
    nella mite regione nuda della tua assenza.

    LA HABITACIÓN
    Puede que vuelvas hoy para deshabitar
    la luz de nuevo.
    No te confundirás de lugar.
    Nunca hay vacío equivocado.

    L'ABITAZIONE
    Forse oggi tornerai ad abbandonare
    la luce di nuovo.
    Non confonderai il luogo.
    Non c'è mai un vuoto sbagliato.

    INSOMNIO CON MONTALE
    Como siempre, se acostumbra la luz
    hasta muy tarde.
    También yo, que espero tu voz
    con el dolor cumplido
    y un poema de Montale
    -Nel fumo-
    a punto de decirme dónde estás.

    INSONNIA CON MONTALE
    Come sempre, la luce si abitua
    fino a molto tardi.
    Anche io, che aspetto la tua voce
    con il dolore compiuto
    e una poesia di Montale
    -Nel fumo-
    sul punto di dirmi dove sei.

    DE SOMBRAS Y SOMBREROS
    Aprenderé tus sombras para que no se me olviden
    y cuidaré de ti en días como estos
    en los que nuestras huellas
    sólo son de sombras y sombreros olvidados.
    Son los días del olvido.
    Nadie puede ser más afortunado que nosotros.
    Amémonos si es preciso.

    DI OMBRE E DI CAPPELLI
    Imparerò le tue ombre per non dimenticarle
    e avrò cura di te in giorni come questi
    in cui le nostre orme
    sono solo di ombre e di cappelli dimenticati.
    Sono i giorni dell'oblio.
    Nessuno può essere più fortunato di noi.
    Amiamoci se è necessario.

    (Del libro De sombras y sombreros olvidados.
    Amargord Ediciones, Madrid 2007
     

  • SANTOS DOMINGUEZ RAMOS
    E LE SUE PROFONDE POESIE

    data: 03/01/2021 14:58

    Con la raccolta di poesie Regulación del sueño, il prestigioso poeta spagnolo Santos Domínguez Ramos si è aggiudicato il Premio di Poesia Flor de Jara (Diputación de Cáceres 2020). La silloge è stata definita dalla giuria come "rotonda, colta, profonda, meravigliosamente ben scritta, con poesie concise, più vicine all'epigramma che all'elegia, in cui le descrizioni della natura sono molto precise e sono legate a una densa riflessione che corrisponde alla visione del mondo dell'autore". Qui viene proposta una selezione di alcune poesie con la versione italiana firmata da Marcela Filippi.

    COMO UN HECHIZO ANTIGUO

    Como un hechizo antiguo,
    vuelve el paisaje ahora a la memoria,
    al silencio habitado del bosque de las almas
    y al frío incandescente de las noches de enero
    que reverbera azul en su alta transparencia.

    Atravesaba el día la misma luz de sal,
    sobre el aire flotaba la misma casa de agua.

    Limitaba sus muros
    el silencio parado de un río sin orillas,
    su transcurso callado
    en la sangre nevada del invierno.

    COME UN ANTICO INCANTESIMO

    Come un antico incantesimo
    torna ora il paesaggio alla memoria,
    al silenzio abitato del bosco delle anime
    e al freddo incandescente delle notti di gennaio
    che riverbera blu nella sua alta trasparenza.

    Il giorno attraversava la stessa luce di sale
    nell'aria fluttuava la stessa casa d'acqua.

    Limitava le sue mura
    il silenzio fermo di un fiume senza sponde,
    il suo corso silenzioso
    nell'innevato sangue dell'inverno.

    DESDE EL VACÍO SIN VOZ DE LOS ESPEJOS

    He envejecido dentro de tus ojos (Antonio Gamoneda)

    Cuando volvía del sueño miraba como miran
    quienes vuelven un día desde muy lejos, desde
    los viejos ojos de alguien que murió hace ocho años.

    Es la magia del tiempo circular que regresa
    y ahora vuelve a posar al fondo del espejo
    su mirada en la tuya.

    La lluvia hablaba sola:
    sobre los solitarios tejados del invierno
    repetía su monodia vertical desde el sueño,
    desde el dialecto gutural del tiempo,
    desde el vacío sin voz de los espejos.

    DAL VUOTO SENZA VOCE DEGLI SPECCHI
    Sono invecchiato dentro i tuoi occhi (Antonio Gamoneda)

    Quando tornava dal sogno guardava come guardano
    quelli che un giorno tornano da molto lontano, dai
    vecchi occhi di qualcuno che è morto da otto anni.

    È la magia del tempo circolare che ritorna
    e ora posa nuovamente sul fondo dello specchio
    il suo sguardo sul tuo.

    La pioggia parlava da sola:
    sui solitari tetti dell'inverno
    ripeteva la sua monodia verticale dal sogno,
    dal dialetto gutturale del tempo,
    dal vuoto senza voce degli specchi.

    GALOPE EN SOMBRA

    Como un dios desterrado, la noche va arrastrando
    su equipaje de sombras y de ausencias con lluvia.

    Y hay temblores secretos y jadeos vegetales
    de tropeles ocultos que descifra en lo oscuro
    la mirada redonda del caballo
    desde las arduas brumas de los bosques.

    Como un dios desolado, se amotina la noche,
    la monodia del tiempo donde estalla la sangre,
    en un lugar secreto del corazón que calla.

    Oye girar los astros sobre el cielo profundo:
    la canción que susurra la vieja voz del tiempo
    asedia las paredes
    con el sonido lento de todo lo que duele.

    Como un latido que arde donde las quemaduras,
    oye girar los astros bajo la luz opaca del silencio,
    sobre un cielo profundo de ceniza,
    como un galope en sombra al fondo de la noche.

    GALOPPO ALL’OMBRA

    Come un dio esiliato, la notte va trascinando
    il suo bagaglio di ombre e di assenze con pioggia.

    E ci sono tremori segreti e affanni vegetali
    e folle occulte che decifra nell'oscurità
    lo sguardo rotondo del cavallo
    dalle ardue brume dei boschi.

    Come un dio desolato, insorge la notte,
    la monodia del tempo dove il sangue erompe,
    in un luogo segreto del cuore che tace.

    Sente girare gli astri nel cielo profondo:
    la canzone che sussurra la vecchia voce del tempo
    assedia le pareti
    con il suono lento di tutto ciò che fa male.

    Come un battito che arde laddove le bruciature,
    sente girare gli astri sotto la luce opaca del silenzio,
    su un cielo profondo di cenere,
    come un galoppo all'ombra in fondo alla notte.

    LUZ NO USADA

    Nadie supo su nombre. Llegó en la bajamar
    donde fermenta el tiempo, y el espacio
    va abriendo sus caminos
    mientras vibra una luz que no viene de fuera.

    Hablaba en él el mudo jardín de la memoria
    y había en sus cicatrices la luz verde de otoño,
    la niebla silenciosa que asedia los olivos
    con la hojarasca helada que alimenta
    las fogatas espesas del otoño.

    Brillaba como brillan los sueños que no existen
    como arde en el recuerdo, sobre una rosa de agua,
    la luz que nunca vimos,
    la sustancia volátil de los sueños.

    Yo nunca estuve allí. Ni escuché en la tormenta
    su nombre impronunciable.

    LUCE NON USATA

    Nessuno ha saputo il suo nome. Giunse con la bassa marea
    dove il tempo fermenta, e lo spazio
    va aprendo le sue strade
    mentre vibra una luce che non viene da fuori.

    Parlava in lui il muto giardino della memoria
    e c'era nelle sue cicatrici la luce verde dell'autunno,
    la nebbia silenziosa che assedia gli ulivi
    con il fogliame congelato che alimenta
    i fitti fuochi dell'autunno.

    Brillava come brillano i sogni che non esistono
    come arde nel ricordo, su una rosa d'acqua,
    la luce che non abbiamo mai visto,
    la sostanza volatile dei sogni.

    Io non sono mai stato lì. Né ho sentito nella tormenta
    il suo nome impronunciabile.

    UNA LUZ QUE NO EXISTE

    Era la noche en calma
    un arco en ruinas contra el horizonte
    y las brasas secretas que arden bajo las piedras
    dormidas de la noche.

    Bajo el fuego lejano de los astros
    trazaban las palabras los límites del mundo,
    las fronteras del sueño
    sobre el remanso azul de la memoria.

    Son espejos de sombra que proyecta el recuerdo
    al fondo de la noche,
    el azogue de niebla donde habitan los sueños.

    Y una luz que no existe, la luz que imaginamos.

    UNA LUCE CHE NON ESISTE

    Era la notte calma
    un arco in rovina all'orizzonte
    e le braci segrete che ardono sotto le pietre
    addormentate della notte.

    Sotto il fuoco lontano degli astri
    tracciavano le parole i limiti del mondo,
    le frontiere del sogno
    sul ristagno blu della memoria.

    Sono specchi d'ombra che progetta la memoria
    nel fondo della notte,
    il mercurio di nebbia dove abitano i sogni.

    E una luce che non esiste, la luce che immaginiamo.

    DE LO OSCURO A LO OSCURO

    Como todo lo que mece la noche (Paul Celan)

    En un bosque talado, eres el extranjero
    frente a un espejo opaco.

    En la grieta del hielo, la sombra de una sombra,
    una isla sin memoria, un lugar del invierno
    y un río en donde nieva.

    De lo oscuro a lo oscuro,
    con una llama viva y una urna de ceniza
    en la almendra vacía de la noche del mundo.

    Y el ojo del poeta,
    frente a la nada eterna que sopla en el poema
    igual que sopla el viento, sin letra y sin sentido.

    DAL BUIO AL BUIO
    Come tutto ciò che la notte culla (Paul Celan)

    In un bosco tagliato, sei lo straniero
    davanti a uno specchio opaco.

    Nella fessura del ghiaccio, l'ombra di un'ombra,
    un'isola senza memoria, un luogo dell'inverno
    e un fiume dove nevica.

    Dal buio al buio
    con una fiamma viva e un'urna di cenere
    nella vuota mandorla della notte del mondo.

    E l'occhio del poeta,
    di fronte al nulla eterno che soffia nella poesia
    così come soffia il vento, senza testo e senza significato.

    POMPEYA, 25 DE AGOSTO, AÑO 79

    Otros habían salido de la ciudad volcánica
    algunas horas antes.
    Habían ido dejando las puertas bien cerradas,
    pensaban regresar cuando pasara aquello.

    Se llevaron las llaves de hierro de sus casas,
    anillos de oro y plata, medallones, sestercios,
    estatuillas de bronce de la diosa Fortuna
    o talismanes fálicos
    de probada eficacia en asuntos de amor.

    Algunos se quedaron. Como aquella pareja.

    Con el amanecer, la lluvia de lapilli parecía amainar.
    Y aquellos dos amantes, tras una noche ardiente,
    cogieron al salir tan sólo una lucerna
    que llenaron de aceite para ver en lo oscuro.
    Tenía la forma humana de una cabeza bruna.

    En las puertas del sur –no llegaron más lejos-
    el sacerdote de Isis sólo pudo atrapar
    los gestos impotentes de su huida.
    Retuvo en su mirada un reptil encendido
    que ardía bajo las llamas;
    la luz incandescente de un tiempo sin orillas
    y el silencio inclemente de la piedra fundida.

    POMPEI, 25 AGOSTO, ANNO 79

    Altri avevano lasciato la città vulcanica
    alcune ore prima.
    Avevano lasciato le porte ben chiuse,
    pensavano di ritornare una volta finito tutto.

    Portarono via le chiavi di ferro delle loro case,
    anelli d'oro e d'argento, medaglioni, sesterzi,
    statuette in bronzo della dea Fortuna
    o talismani fallici
    di provata efficacia in questioni d'amore.

    Alcuni sono rimasti. Come quella coppia.

    Con l'alba la pioggia di lapilli sembrava svigorirsi.
    E quei due amanti, dopo una notte ardente,
    presero uscendo solo una lucerna
    che riempirono d'olio per vedere al buio.
    Aveva la forma umana di una testa bruna.

    Nelle porte meridionali - non arrivarono più lontano -
    il sacerdote di Iside poté solo catturare
    i gesti impotenti della loro fuga.
    Trattenne nello sguardo un rettile acceso
    che bruciava sotto le fiamme;
    la luce incandescente di un tempo senza sponde
    e il silenzio inclemente della pietra fusa.

    LA LENGUA DE LAS PIEDRAS

    Je me sens devenir un peu de la nature des pierres (Roger Caillois)

    El azar y la oscura sucesión de los siglos
    han trazado en la piedra estos rostros, las formas
    de una ciudad en ruinas
    o el perfil vegetal de la sombra de un árbol.

    De mármol o arenisca,
    esas piedras inertes son la mancha en el muro:
    el ojo que las mira ve el origen del mundo,
    lo quieto en el abismo.

    Lo profundo, el silencio,
    su idioma impenetrable.

    LA LINGUA DELLE PIETRE
    Je me sens devenir un peu de la nature des pierres (Roger Caillois)

    Il caso e l'oscura successione dei secoli
    hanno tracciato sulla pietra questi volti, le forme
    di una città in rovina
    o il profilo vegetale dell'ombra di un albero.

    Di marmo o arenaria,
    quelle pietre inerti sono la macchia sul muro:
    l'occhio che le guarda vede l'origine del mondo,
    ciò che è quieto nell'abisso.

    Il profondo, il silenzio,
    il loro idioma impenetrabile.

    CANCIÓN DE CUARZO OSCURO

    Entra en el bosque tú y escucha la canción
    de fuego y cuarzo oscuro.

    Es la antigua canción ensimismada
    en la que arde sin llama y sin cenizas
    la sombra solitaria de una rosa instantánea.

    En la mañana larga del otoño
    sube del sotobosque
    a la noche profunda de los astros
    el humo de la luz de los veranos.

    Entra en el bosque tú. Apoya la cabeza
    y duerme sobre el sueño.

    CANZONE DI QUARZO SCURO

    Entra tu nel bosco e ascolta la canzone
    di fuoco e di quarzo scuro.

    È l'antica canzone assorta
    in cui arde senza fiamma e senza cenere
    l'ombra solitaria di una rosa istantanea.

    Nella lunga mattina dell'autunno
    sale dal sottobosco
    alla notte profonda degli astri
    il fumo della luce delle estati.

    Entra tu nel bosco. Appoggia la testa
    e dormi sul sogno.

    CUESTIÓN DE SOMBRAS

    Somos las abejas de lo invisible (Rilke)

    Atraviesas el bosque
    en busca de las huellas de la fuente.

    Cima del riesgo, viva razón de la presencia
    en el centro del círculo:
    el viento, el soplo herido que canta en lo nocturno.

    Hay vísperas de hogueras
    en el soplo que silba sobre el fondo del bosque.

    Y un límite infinito, pura cuestión de sombras:
    el recinto espacioso del lenguaje,
    la arquitectura frágil que inventa la memoria.

    QUESTIONE DI OMBRE

    Siamo le api dell'invisibile (Rilke)

    Attraversi il bosco
    alla ricerca delle tracce della sorgente.

    Cima del rischio, viva ragione della presenza
    al centro del cerchio:
    il vento, il soffio ferito che canta nel notturno.

    Ci sono vigilie dei fuochi
    nel soffio che sibila sul fondo del bosco.

    E un limite infinito, pura questione di ombre:
    lo spazioso recinto del linguaggio,
    l'architettura fragile che inventa la memoria.

    CON LA ÚLTIMA CAMPANA

    Hice un fuego, lo azul me había abandonado (Paul Eluard)

    En medio de la noche, en el centro del bosque
    has prendido una hoguera
    frente al frío silencioso de la nada,
    frente al signo vacío y los días ausentes.

    Se alimenta del tiempo que fija la memoria,
    del recuerdo del fuego que alguien robó otra noche
    del recinto sagrado donde arden las palabras.

    Cartógrafo del tiempo
    que ordena la memoria y las epifanías,
    separa tú los sueños de los hilos de oro
    que escalan en silencio
    la lenta luz sin voz de la mañana
    con la última campana que da al amanecer.

    En el aire más alto, la palabra en lo oculto,
    hacia dentro, en lo hondo, en el limo insondable,
    en la limpia sintaxis de las pérdidas.

    Sobre el centro del bosque,
    la llama inagotable que ilumina la noche
    en el espacio oscuro del poema.

    CON L'ULTIMA CAMPANA
    Feci un fuoco, l'azzurro mi aveva abbandonato (Paul Eluard)

    In mezzo alla notte, al centro del bosco
    hai acceso un fuoco
    davanti al freddo silenzioso del nulla,
    davanti al segno vuoto e ai giorni assenti.

    Si alimenta del tempo che fissa la memoria,
    del ricordo del fuoco che qualcuno rubò un'altra notte
    del recinto sacro dove ardono le parole.

    Cartografo del tempo
    che ordina la memoria e le epifanie,
    separa tu i sogni dai fili d'oro
    che scalano in silenzio
    la lenta luce senza voce del mattino
    con l'ultima campana che porta all'alba.

    Nell'aria più alta, la parola nell'occulto,
    verso dentro, nel profondo, nel limo insondabile,
    nella limpida sintassi delle perdite.

    Nel mezzo del bosco
    la fiamma inesauribile che illumina la notte
    nel buio spazio della poesia.

    NOCTURNO DEL LABERINTO

    De este silencio en que me embarco descenderán las águilas (Julio Cortázar)

    I) ASTERIÓN

    Yo también tengo miedo.
    Alejado del mundo, distante de los hombres,
    ya no aspiro a la luz ni busco la salida:
    recorro el laberinto, como recorre el día
    su elipse y sus minutos,
    los lentos pasadizos del día de la venganza.

    A menudo recuerdo un paisaje de barcas,
    de palomas heridas y caballos oscuros.

    Calcinado de sombras, un silencio de mármol
    pesa sobre estos muros de adobes sin salida.
    Por espejos opacos se difumina el eco
    de unos pasos secretos que vienen a buscarme.

    En la noche sin sueño, sosegado, en acecho,
    me quedo en un rincón, junto a un fuego que late
    mientras ronda la muerte las piedras de este encierro,
    y espero tras el filo hiriente de las puertas.

    En la noche bicorne,
    la savia se detiene en un temblor de ramas
    que sobresalta un pájaro de bronce.

    Yo también tengo miedo, fuera me espera el monstruo.
    Fuera está el laberinto.

    II) TESEO

    He olvidado su cara.

    Y el resto de su cuerpo lo desordena el sueño.
    Reposa ya en un tiempo que han borrado los días.

    Nadie miró el contorno oscuro de su sangre
    ni hubo un perro dispuesto a lamer sus heridas.

    No preguntéis su nombre: ya no sé si lo supe.


    NOTTURNO DEL LABIRINTO

    Da questo silenzio in cui mi imbarco discenderanno le aquile (Julio Cortázar)

    I) ASTERIONE

    Anche io ho paura.
    Allontanato dal mondo, distante dagli uomini,
    non aspiro più alla luce né cerco l'uscita:
    percorro il labirinto, così come il giorno percorre
    la sua ellisse e i suoi minuti,
    i lenti passaggi del giorno della vendetta.

    Spesso ricordo un paesaggio di barche,
    colombe ferite e cavalli scuri.

    Calcinato da ombre, un silenzio di marmo
    pesa su questi muri di mattoni senza uscita.
    Attraverso specchi opachi svanisce l'eco
    di alcuni passi segreti che vengono a cercarmi.

    Nella notte senza sonno, quieto, allerta
    resto in un angolo, accanto a un fuoco che palpita
    mentre ronda la morte le pietre di questa prigionia,
    e attendo dietro il filo che ferisce delle porte.

    Nella notte bicorne,
    la linfa si ferma sul fremito di rami
    che fa trasalire un uccello di bronzo.

    Anche io ho paura, fuori mi aspetta il mostro.
    Fuori c'è il labirinto.

    II) TESEO

    Ho dimenticato il suo volto.

    E il resto del suo corpo lo scombina il sogno.
    Riposa ormai in un tempo che i giorni hanno cancellato.

    Nessuno guardò il contorno scuro del suo sangue
    né ci fu un cane disposto a leccare le sue ferite.

    Non chiedete il suo nome: non so più se lo conoscevo.


    EL TEMPLO VACÍO

    Fue hace cuatro milenios. Se conoce su nombre:
    se llamaba Adduduri y habitaba un palacio.

    Escribió el primer sueño que conoce la historia:
    hablaba de una diosa robada, de una noche
    y de un templo vacío.

    Soñó lo que faltaba en el hueco del mundo,
    lo que segrega el tedio, lo inútil de la fiebre.

    Y lo puso en arcilla para que persistiera
    también en la memoria en la vigilia.

    Aún vibra en sus palabras un temblor invisible,
    las máscaras vacías de los dioses ausentes.


    IL TEMPIO VUOTO

    Fu quattro millenni fa. Si conosce il suo nome:
    si chiamava Adduduri e viveva in un palazzo.

    Scrisse il primo sogno che la storia conosca:
    parlava di una dea rubata, di una notte
    e di un tempio vuoto.

    Sognò che mancava nel buco del mondo,
    ciò che segrega il tedio, l'inutilità della febbre.

    E lo mise nell'argilla affinché persistesse
    anche nella memoria nella veglia.

    Vibra ancora nelle sue parole un tremito invisibile,
    le maschere vuote degli dei assenti.

    MEMORIA DE LA HERIDA

    No existe más memoria que la de las heridas (Czeslaw Milosz)

    Como estatuas de sal,
    se han quedado los días detenidos
    con su silencio azul sobre el borde del tiempo.

    Al otro lado en sombra de la tarde,
    el agua, lentamente,
    pregunta por el humo que se aleja.

    Árboles repetidos al borde azul del viento
    que azota las orillas calladas de la tarde.

    Un viento en el que habitan la rosa y las cenizas,
    por alamedas verdes en las que cae la noche
    profunda del olvido.

    Como un puñal de nieve, con su viento afilado
    entra la noche aguda de diciembre
    para segar la luz dura que silba
    su huida en el jardín.

    Un pájaro de hielo lo acompaña en un soplo.

    MEMORIA DELLA FERITA
    Non c'è maggior memoria di quella delle ferite (Czeslaw Milosz)

    Come statue di sale,
    sono rimasti fermi i giorni
    con il loro silenzio blu sull'orlo del tempo.

    Dall'altra parte nell'ombra della sera,
    l'acqua, lentamente,
    chiede del fumo che si allontana.

    Alberi ripetuti sull'orlo blu del vento
    che percuote i bordi silenziosi della sera.

    Un vento abitato dalla rosa e dalle ceneri,
    lungo viali verdi in cui cade la notte
    profonda dell'oblio.

    Come un pugnale di neve, con il suo vento tagliente
    entra l'acuta notte di dicembre
    per falciare la luce dura che sibila
    la sua fuga in giardino.

    Un uccello di ghiaccio lo accompagna in un soffio.

     

     


     

  • VICTOR OLIVEIRA MATEUS
    QUATTRO POESIE
    DI GRANDE FINEZZA

    data: 16/12/2020 14:53

    Pubblichiamo quattro poesie di Victor Oliveira Mateus (Lisbona, 1952), professore di filosofia, traduttore, saggista, poeta di grande sensibilità e finezza.

    Le traduzioni in spagnolo e in italiano sono di Marcela Filippi Plaza

    SE UM DIA ALCANÇARES

    Se um dia alcançares o interior desta casa,
    o cimo desta colina onde o verde se desdobra
    em socalcos até ao rio,
    se um dia alcançares a vastidão deste olhar
    sem que janelas, nem a longínqua cordilheira,
    possam impedir o pulsar dos veios da memória,
    lembra-te ao menos desse tempo em que tudo era puro
    e nítido, dessa inocência repleta de luzes,
    que permanecem ainda, embora ocultas,
    em barcas e ilhas
    que nem à morte entregaremos.

    Se um dia alcançares o rumor que permanece
    nestas paredes, onde outrora desenhámos
    cidades que pensávamos justas e belas,
    se por um desses estranhos mistérios do estar vivo
    alcançares este terraço
    em que apascento lembranças como quem dispersa
    dobrões e relíquias por inventariar,
    lembra-te, por um momento que seja,
    do tempo dos bares do porto com os nossos rostos
    estampados nos tampos gordurosos das mesas,
    na bacidez dos copos esquecidos por entre as mãos
    e nesse desejo de infinito, que, loucos,
    íamos matando dia após dia.

    SI UN DÍA ALCANZARAS

    Si un día alcanzaras el interior de esta casa,
    la cima de esta colina donde el verde se despliega
    en aterrazados hasta el río,
    si un día alcanzaras la vastedad de esta mirada
    sin que ventanas, ni la lejana cordillera,
    pudieran impedir el pulsar de las venas de la memoria,
    recuerda al menos de aquel tiempo en que todo era puro
    y nítido, de esa inocencia llena de luces,
    que aún permanecen, aunque ocultas,
    en barcos e islas
    que ni siquiera entregaremos a la muerte.

    Si un día alcanzaras el rumor que queda
    en estas paredes, donde una vez dibujamos
    ciudades que un día creímos justas y bellas,
    si por uno de esos extraños misterios de estar vivo
    llegaras a esta terraza
    donde pasto los recuerdos como quien dispersa
    doblones y reliquias para inventariar,
    recuerda, aunque sea por un momento,
    del tiempo de los bares del puerto con nuestros rostros
    estampados en las tapas grasientas de las mesas,
    en la acidez de los vasos olvidados entre las manos
    y ese deseo de infinito que, locos,
    íbamos matando día tras día.

     

    SE UN GIORNO RAGGIUNGESSI

    Se un giorno raggiungessi l'intimo di questa casa,
    la sommità di questa collina dove il verde si disgiunge
    in terrazzamenti fino al fiume,
    se un giorno raggiungessi la vastità di questo sguardo
    senza che finestre, né la lontana cordigliera,
    possano impedire il pulsare delle vene della memoria,
    ricorda almeno quel tempo in cui tutto era puro
    e nitido, di quella innocenza piena di luci,
    che ancora permangono, benché occulte,
    in barche e isole
    che nemmeno alla morte consegneremo.

    Se un giorno raggiungessi il rumore che rimane
    in queste pareti, dove una volta abbiamo disegnato
    città che credevamo giuste e belle,
    se per uno di quegli strani misteri di essere vivo
    giungessi a questo terrazzo
    dove pascolo ricordi come chi disperde
    dobloni e reliquie da inventariare,
    ricorda, anche fosse per un momento,
    il periodo dei bar del porto con i nostri volti
    stampati su piani unti dei tavoli,
    l'acidità dei bicchieri dimenticati tra le mani
    e quel desiderio di infinito, che, folli,
    uccidevamo giorno dopo giorno.

     

    -----

    A CRIAÇÃO DO MUNDO

    Escrevo-te de manhã no turbilhão do café
    por entre o cheiro da comida e do ruído
    de gentes em busca de coisa nenhuma.

    Escrevo-te no silêncio com que me faço,
    com que me demarco: viajante à procura
    nas abissais paisagens que se levantam.

    Escrevo-te nas margens dos livros,
    nas notas que tomo e perco,
    como perdi o que antes houve
    e de outro modo insiste.

    Escrevo-te ao cair da noite:
    brilho de um sol antigo,
    sopro que me alimenta, fecundo…

    Escrevo-te em dádiva de mim:
    enleio de tudo, criação do mundo.

    LA CREACIÓN DEL MUNDO

    Te escribo de mañana en el torbellino del café
    a través del olor a comida y ruido
    de gente en busca de nada.

    Te escribo en el silencio con que me hago,
    con el que me defino: viajero que busca
    en los paisajes abisales que se elevan.

    Te escribo al margen de los libros,
    en las notas que tomo y pierdo,
    como perdí lo que había antes
    e insiste de otra manera.

    Te escribo al anochecer:
    brillo de un sol antiguo,
    aliento que me alimenta, fecundo ...

    Te escribo como un regalo mío:
    nexo de todo, creación del mundo.

    LA CREAZIONE DEL MONDO

    Ti scrivo di mattina nel turbinio del caffè
    attraverso l'odore di cibo del rumore
    di gente alla ricerca di niente.

    Ti scrivo nel silenzio con cui mi formo,
    con cui mi definisco: viaggiatore che cerca
    nei paesaggi abissali che si elevano.

    Ti scrivo al margine dei libri,
    nelle note che prendo e perdo,
    come ho perso ciò che c'era prima
    e in un altro modo insiste.

    Ti scrivo al calar della notte:
    splendore di un sole antico,
    respiro che mi alimenta, fecondo...

    Ti scrivo come mio dono:
    nesso di tutto, creazione del mondo.

     

    -----

    PAISAGEM

    As janelas arruinadas pintadas com desleixo.
    As varandas, já pele e osso,
    viradas para coisa nenhuma.
    As galinhas debicando por entre as pedras:
    ervas rasteiras, sementes, pedacinhos de musgo.

    Enquanto o poema, virando costas ao modernismo,
    abre-se à parede fronteira:
    tijolos já sem cor, fundações ameaçadas,
    pombais calafetados para as noites dos mendigos.
    As janelas arruinadas e pintadas com desleixo
    Denunciam as portadas sem linguetas nem fecho.

    As janelas e as portas violadas
    - como insisto aqui no poema –
    traduzem a morrinha da paisagem, mudam-na,
    e num dos cantos do quadro, na vastidão de um azul seco,
    brilham teus cabelos de oiro
    como âncora de sol na ponta do beco.

    PAISAJE

    Las ventanas en ruinas pintadas con descuido.
    Los balcones, ya piel y hueso,
    se asoman hacia nada.
    Las gallinas picoteando entre las piedras:
    hierbas rastreras, semillas, trocitos de musgo.

    Entretanto el poema, dando espaldas al modernismo,
    se abre a la pared medianera:
    ladrillos descoloridos, cimientos amenazados,
    palomares protegidos para las noches de los mendigos.
    Las ventanas en ruinas y pintadas con descuido
    denuncian las contraventanas sin listones ni cerrojos.

    Las ventanas y puertas violadas
    -como insisto aquí en el poema-
    traducen la agonía del paisaje, lo cambian,
    y en una esquina del cuadro, en la vastedad de un azul seco,
    brillan tus cabellos de oro
    como ancla de sol en la cima de la callejuela.

    PAESAGGIO

    Le finestre in rovina dipinte con noncuranza.
    I balconi, già pelle e ossa,
    non si affacciano su nulla.
    Le galline beccando tra le pietre:
    erbe striscianti, semi, pezzetti di muschio.

    Intanto la poesia, dando le spalle al modernismo,
    si apre al muro divisorio:
    mattoni ormai scoloriti, fondamenta minacciate,
    colombaie riparate per le notti dei mendicanti.
    Le finestre in rovina e dipinte con noncuranza
    denunciano le imposte senza stecche né chiavistelli.

    Le finestre e le porte violate
    -come insisto qui nella poesia-
    traducono l'agonia del paesaggio, lo cambiano
    e in un angolo del dipinto, nella vastità di un blu secco
    brillano i tuoi capelli d'oro
    come ancora di sole in cima al vicolo.

    -----

    RITUAL

    Pouso a maçã sobre a mesa.
    Uma mesa minúscula
    entre o lambril e um monte de livros.

    Desço a veneziana quase até abaixo,
    para que a penumbra
    se coadune com o silêncio.

    Uma lâmpada de halogéneo
    assoma por detrás
    de uma das estantes
    perto da janela.

    Do interior da casa
    nem o ruído dos canos,
    nem o estalido dos móveis.

    Tudo está no seu lugar devido
    e o mundo está bem feito.

    Deito-me, então,
    no sofá do fundo
    e começo a pensar em ti.

    RITUAL

    Dejo la manzana sobre la mesa.
    Una mesa minúscula
    entre la pared y un montón de libros.

    Bajo la veneciana casi hasta el fondo,
    para que la penumbra
    se una con el silencio.

    Una lámpara halógena
    se asoma detrás
    de uno de los estantes
    cerca de la ventana.

    Desde el interior de la casa
    ni el ruido de los tubos,
    ni el crujido de los muebles.

    Todo está en su debido lugar
    y el mundo está bien hecho.

    Me acuesto, entonces,
    sobre el sofá de al fondo
    y comienzo a pensar en ti.

     

    RITUALE

    Poso la mela sul tavolo.
    Un tavolo minuscolo
    tra la parete e una montagna di libri.

    Abbasso la veneziana quasi fino in fondo
    affinché la penombra
    si unisca col silenzio.

    Una lampada alogena
    appare dietro
    uno degli scaffali
    vicino alla finestra.

    Dall'interno della casa
    né il rumore dei tubi,
    né lo scricchiolio dei mobili.

    Tutto è al proprio posto
    e il mondo è ben fatto.

    Mi sdraio, quindi
    sul divano in fondo
    e comincio a pensare a te.

    (de Aquilo que não tem nome, Coisas de Ler Edições, 2018)


     

  • TREDICI POESIE
    DI SANCHEZ-OSTIZ
    CON TRADUZIONE

    data: 09/12/2020 17:22

    Miguel Sánchez-Ostiz (Pamplona,1950), prestigioso poeta, romanziere, saggista e articolista dal 1977, autore di una ricca bibliografia. E' il massimo esperto di Pío Baroja, uno degli scrittori spagnoli più importanti della Generazione del 1898.

    VIVO COMO QUIERO VIVIR

    Envidié a quienes amaron –es una vieja historia–
    y supieron o tal vez tuvieron el valor
    de vivir la vida como desearon vivirla,
    e hicieron -o hacen- de cada día una celebración,
    un arte, a pesar de saber que la vida,
    eso que llamaron con enfermiza insistencia
    o con tenacidad de visionarios, vida,
    en las más de las veces algo mediocre,
    triste, sucio, gastado y violento.
    Envidié a quienes eligieron como divisa de sus días
    «El corazón me manda», desterraron la indiferencia
    y no desdeñaron otra cosa que las pasiones tristes:
    el menoscabo de sus vidas.
    Y en una época más sombría que cualquier otra
    pusieron pasión en el pasar de cada día.

    VIVO COME VOGLIO VIVERE

    Ho invidiato coloro che hanno amato: –è una vecchia storia–
    e hanno saputo o forse hanno avuto il coraggio
    di vivere la vita come hanno desiderato viverla,
    e hanno fatto - o fanno - di ogni giorno una celebrazione,
    un'arte, pur sapendo che la vita,
    ciò che chiamiamo con ossessiva insistenza
    o con tenacità da visionari, la vita,
    è il più delle volte qualcosa di mediocre,
    triste, sporco, logoro e violento.
    Ho invidiato coloro hanno scelto come distinzione dei loro giorni
    «Il cuore mi comanda», hanno bandito l'indifferenza
    e non hanno disdegnato altro che le passioni tristi:
    la svalutazione delle loro vite.
    E in un'epoca più buia di qualsiasi altra
    hanno messo passione al trascorrere di ogni giorno.

    ---
    I

    Crece el rumor de hielos en tus ojos
    perdidos ya en un paisaje circular.
    A qué territorio conduces mi sueño.
    Cuál es el reino arrasado que me ofreces.
    Quiénes son los que deben quedarse en esta orilla
    y asomarse a los impenetrables estanques de la noche
    donde dicen que un pez señala los límites.

    I

    Cresce il rumore di ghiaccio nei tuoi occhi
    smarriti in un paesaggio circolare.
    In quale territorio conduci il mio sogno?
    Qual è il regno distrutto che mi offri?
    Chi sono quelli che devono rimanere su questa sponda
    e affacciarsi sugli stagni impenetrabili della notte
    dove si dice che un pesce segnala i limiti?
    ---

    MANUAL DE INSTRUCCIONES

    Un poeta debe hacerte ver sus visiones,
    suscitar tu perplejidad,
    contagiarte su inquietud,
    su incurable melancolía,
    su humor sombrío y vagabundo.
    Un poeta.
    Un poeta debe también vivir en otro mundo,
    con otras leyes y otras reglas
    que las de la conveniencia
    y las elegantes y al cabo turbias convenciones,
    lejos del provecho inmediato
    y del arrimo de la cuadrilla.
    Un poeta debe ser visionario más que tendero,
    testigo de cargo cuando se tercie,
    memorialista del dolor y la desdicha
    si su corazón le manda,
    descreído de todo y apasionado.
    Un poeta debe aprovechar sus armas
    y su ventaja: la de no ser nadie,
    la de no contar mucho, la de no contar nada
    en este alegre carromato de los vivos.
    No puede ser un probo funcionario
    en el ministerio de la ventaja.
    Debería ser, si pudiera, si pusiera empeño,
    alguien que dijera lo que los demás callan
    y que a la vez hablara de lo que nadie ve,
    que diera consejos de sabiduría a contrapelo,
    que fuera cuando los demás vuelven,
    que del miedo del camino hiciera leña
    y de la dorada mediocridad escupiera.

    MANUALE DI ISTRUZIONI

    Un poeta deve farti vedere le sue visioni,
    suscitare la tua perplessità,
    contagiarti la sua inquietudine,
    la sua incurabile malinconia,
    il suo umore cupo e vagabondo.
    Un poeta.
    Un poeta deve anche vivere in un altro mondo,
    con altre leggi e altre regole
    rispetto a quelle della convenienza
    e delle eleganti e alla fine torbide convenzioni,
    lontano dal profitto immediato
    e dall'attaccamento al branco.
    Un poeta deve essere un visionario più che venditore,
    testimone d'accusa quando si tratta,
    memorialista del dolore e dell’infelicità
    se il suo cuore glielo comanda,
    incredulo di tutto e appassionato.
    Un poeta deve approfittare delle sue armi
    e del suo vantaggio: quello di non essere nessuno,
    quello di non contare molto, quello di non contare niente
    in questo allegro carrozzone dei vivi.
    Non può essere un probo funzionario
    nel ministero del vantaggio.
    Dovrebbe essere, se potesse, se ci mettesse impegno,
    qualcuno che dicesse ciò che gli altri tacciono
    e che allo stesso tempo parlasse di ciò che nessuno vede,
    che desse consigli di saggezza in senso contrario,
    che vada quando gli altri tornano,
    che della paura del cammino facesse legna
    e dalla dorata mediocrità sputasse.

    ---
    “AETERNE PUNGIT, CITO VOLAT ET OCCIDIT”

    Duerme el caballero su sueño de fortuna
    y es risueño el ángel que, más que velarle,
    le avisa de esas flechas del miedo
    que vuelan no ya a mediodía,
    sino a cualquier hora,
    las que eternamente hieren,
    veloces vuelan y matan...
    Y en la mesa, los talismanes, las vanidades,
    la cacharrería del alma, el nido de la urraca,
    reliquias de gozos y dones irrenunciables,
    el botín de la vida,
    las cosas que a tu ruego te van a decir
    que has sido algo, que has vivido
    lo suficiente y como has podido,
    las cosas, esas que callan cuando te alejas.

    “AETERNE PUNGIT, CITO VOLAT ET OCCIDIT”

    Dorme il cavaliere il suo sonno di fortuna
    ed è sorridente l'angelo che, più che vegliarlo,
    lo avvisa di quelle frecce della paura
    che volano non più a mezzogiorno,
    ma a qualsiasi ora,
    quelle che eternamente feriscono,
    veloci volano e uccidono ...
    E sul tavolo, i talismani, le vanità,
    la bottega di porcellabe dell'anima, il nido della gazza,
    reliquie di piaceri e doni irrinunciabili,
    il bottino della vita,
    le cose che a tua richiesta ti diranno
    che sei stato qualcuno, che hai vissuto
    abbastanza e come hai potuto,
    le cose, quelle che tacciono quando ti allontani.

    ---
    FANTASMAS

    La tierra donde no hay fantasmas
    porque nadie se atreve a verlos...
    No, no, responde, rápido:
    Donde nadie se atreve a confesar
    que los ha visto, que los ve a diario,
    que comercia con ellos,
    que con ellos convive, duerme y vela.

    FANTASMI

    La terra dove non ci sono fantasmi
    perché nessuno ha il coraggio di vederli ...
    No, no, rispondi, presto:
    dove nessuno osa confessare
    che li ha visti, che li vede ogni giorno,
    che commercia con essi,
    che con essi convive, dorme e veglia.

    ---
    ENCOMIO DE DESPOJADOS

    Van a necesitar mucha policía.
    De hecho, para ellos toda es poca.
    Lo cierto es que nos quieren muertos,
    callados y muertos, estamos de sobra.
    Nos quieren idos, maleta en mano
    o mejor, sin nada, expoliados,
    como hace años, como entonces,
    no vaya a ser que nos llevemos algo de valor,
    algo que no nos hayan podido arrebatar
    antes de emprender la huida
    y vernos obligados a dar las gracias, encima.

    ---

    ENCOMIO DI DEPREDATI

    Avranno bisogno di molta polizia.
    In effetti, per loro tutta è poca.
    La verità è che ci vogliono morti,
    zitti e morti, siamo d’avanzo.
    Ci vogliono via, valigia in mano
    o meglio, senza nulla, spoliati,
    come anni fa, come allora
    non sia mai che ci portiamo via qualcosa di valore,
    qualcosa che non abbiano potuto strapparci
    prima di intraprendere la fuga
    e vederci costretti a dire grazie, oltretutto.

    ---
    EL SABOR MÁS INTENSO

    Con los ojos cerrados regresan
    el sabor del queso, y del aceite del trujal de casa,
    el del vino y las ciruelas del verano,
    el membrillo y las uvas en las viñas lejanas del otoño
    Las mujeres, Txibindoba se llamaban, me acuerdo,
    el polvo del camino y los huesos blancos de los muertos,
    blancos de lluvia antigua, verdes en la noche.
    En la casa que habito a ojos cerrados
    anidan las historias de los suicidas y los ejecutados,
    para siempre en el fondo, en el temor a la vida, el peligro
    un reverbero, un zumbido, el otro lado.
    Busco en la memoria un sabor dulce,
    busco la puerta del regreso,
    para poder despedirme, para irme.

    IL SAPORE PIÙ INTENSO

    Con gli occhi chiusi ritorna
    il sapore del formaggio, dell'olio del torchio domestico,
    del vino e delle prugne estive,
    della mela cotogna e delle uve nelle lontane vigne dell'autunno
    -Le donne o Txibindoba si chiamavano, ricordo-,
    la polvere della strada e le ossa bianche dei morti,
    bianche di pioggia antica, verdi di notte.
    Nella casa in cui vivo ad occhi chiusi
    nidificano le storie dei suicidi e dei giustiziati,
    per sempre sullo sfondo, nel timore alla vita, il pericolo
    un riverbero, un ronzio, l'altro lato.
    Cerco nella memoria un sapore dolce,
    cerco la porta del ritorno,
    per poter salutare, per andarmene.

    ---
    NIEBLA

    Imaginas laberintos geométricos,
    jardines, ferias y escenarios de ensueño,
    soles, lunas, olas, puertas, pozos,
    pájaros parlantes, demonios
    encerrados en una botella de siglos,
    pero es de la niebla de lo que deberías hablar,
    de la del pasado y de la del presente,
    si supieras, si supieras de qué está hecha,
    que no sabes porque no quieres,
    prefieres la ocultación, el trampantojo.

    NEBBIA

    Immagini labirinti geometrici,
    giardini, fiere e scenari da sogno,
    soli, lune, onde, porte, pozzi,
    uccelli parlanti, demoni
    rinchiusi in una bottiglia da secoli,
    ma è della nebbia di cui dovresti parlare,
    di quella del passato e del presente,
    se sapessi, se sapessi di cosa è fatta,
    che non lo sai perché non lo vuoi,
    preferisci l'occultamento, l’inganno.

    ---

    CEMENTERIO DE AZKONA, LECCIÓN (1909)

    Varias y grandes son las monstruosidades que se van
    descubriendo de nuevo cada día en la arriesgada
    peregrinación de la vida humana. Entre todas, la más
    portentosa es el estar el Engaño en la entrada del
    mundo y el Desengaño a la salida, inconveniente tan
    perjudicial que basta a echar a perder todo el vivir.
    Baltasar Gracián, El Criticón

    Dices que se te duermen los dedos,
    que no reconoces tu escritura,
    que se te cierran los párpados...
    Calafateo un negro barco hacia el olvido,
    un velero sin velas ni remos,
    con ir a la deriva,
    a merced de la corriente, basta.
    Jinete derribado en el sarcófago de Alejandro,
    busco genealogías sombrías de muertos de respeto,
    plata perdida en embalsamadores y panteones.
    Tanto creer en la resurrección de los muertos,
    tanta monserga beata y trapacera,
    tanto sermón acerca del valor de la familia,
    tanto aplomo en la patraña de feriantes,
    tanta obra pía emboscando negocios sucios
    y tanto blasón de antepasados brumosos,
    para ir a dar al chirrión más oscuro,
    allí arrojados, impertérritos.
    Dónde están, a dónde se fueron o los llevaron,
    ni los nombres dejaron, humo tal vez,
    el ciprés, en cambio, les sobrevive lozano...
    sic transit gloria de burlados.

    CIMITERO DI ASKONA, LEZIONE (1909)

    Molte e grandi sono le mostruosità che si vanno
    scoprendo di nuovo ogni giorno nella rischiosa
    peregrinazione della vita umana. Tra tutte, la più
    portentosa è lo stare l'Inganno all'ingresso del
    mondo e la Delusione all'uscita, inconveniente così
    dannoso che basta per rovinare tutta la vita.
    Baltasar Gracián, Il Criticone

    Dici che ti si addormentano le dita,
    che non riconosci la tua scrittura,
    che ti si chiudono le palpebre...
    Calafato una nave nera verso l'oblio,
    un veliero senza vele né remi,
    andare alla deriva
    in balia della corrente, basta.
    Cavaliere abbattuto sul sarcofago di Alessandro,
    cerco buie genealogie di morti di rispetto,
    denaro buttato in imbalsamatori e pantheon.
    Tanto credere nella resurrezione dei morti,
    tanto vaniloquio beato e menzognero,
    tanto sermone sul valore della famiglia
    tanta disinvoltura nella falsità dei mercanti,
    tanta opera pia imboscando affari sporchi
    e tanto blasone di antenati nebbiosi,
    per andare a finire al carro più scuro
    lì gettati, imperterriti.
    Dove sono, dove sono andati o sono stati portati?
    Nemmeno i nomi hanno lasciato, fumo forse,
    il cipresso, in cambio, li sopravvive rigoglioso...
    sic transit gloria dei beffati.

    ---

    LA QUINTA DEL AMERICANO

    I
    Ese lugar donde es fácil perderse
    y donde, según dicen, cualquier crimen es perfecto,
    pues allí no hay espejos que retengan las sombras,
    sólo zarzas, sólo el silencio cómplice de la ruina,
    y nadie llega a escuchar el ruido de los pasos
    de aquel que tiene más interés en ver
    que en ser visto.
    La curiosidad que empuja a quienes emprenden
    la búsqueda de este lugar,
    se ve a menudo defraudada
    por el aire demasiado quieto, malsano,
    que allí se respira
    y que les hace escapar y perderse
    como si una repentina noche cayera sobre ellos.
    II
    La habitación donde un caballo de gran alzada
    galopa sin desmayo,
    está en una casa rodeada por la nieve
    en la que de tarde en tarde resuena un disparo.

    Quien hasta allí audaz se aventure
    encontrará una cama deshecha,
    un frasco de perfume vacío
    y una fina copa de cristal
    que alguna vez estuvo mediada de un licor oscuro.

    LA TENUTA DELL'AMERICANO

    I
    Quel luogo dove è facile perdersi
    e dove, secondo quanto dicono, qualsiasi crimine è perfetto,
    perché lì non ci sono specchi che trattengano le ombre,
    solo rovi, solo il silenzio complice della rovina,
    e nessuno riesce a sentire il rumore dei passi
    di chi ha più interesse di vedere
    che di essere visto.
    La curiosità che spinge quelli che intraprendono
    la ricerca di questo luogo,
    viene spesso disattesa
    per l'aria troppo quieta, malsana,
    che lì si respira
    e che li fa scappare e perdersi
    come se una repentina notte piombasse su di loro.

    II

    La stanza dove un cavallo di grande altezza
    galoppa senza sfinimento,
    si trova in una casa circondata dalla neve
    dove di tanto in tanto risuona uno sparo.
    Chi audace s'avventura fino a lì
    troverà un letto sfatto,
    una boccetta di profumo vuota
    e un raffinato calice di cristallo
    in cui una volta vi era per metà un liquore scuro.

    --
    PAISAJE DE MERCURIO

    Qué decir de ese paseante solitario
    que obstinado insiste en la búsqueda
    de las cosas y de las gentes
    que iluminaron sus días.
    No ignora que raras veces se regresa
    al punto de partida.
    Pero entonces, por qué recorre
    una y otra vez ese escenario polvoriento,
    iluminado por una luz cenital
    en el que resuenan sordos
    los pasos del fugitivos del día.
    Qué busca tras los cierres definitivos,
    en las sombrías vitrinas
    de ese callejón de los olvidados,
    los insanos y los locos.
    Aquí, desde el tiempo de la vergüenza,
    la vitrina de un vendedor de mariposas,
    más allá otra con refinadas pipas de espuma de mar,
    y luego los látigos para la montería,
    los raros perfumes de un tiempo abolido,
    y tras el recodo, el sastre chino
    afanado en sus trajes grises,
    y el vendedor de condecoraciones para falsarios,
    y un librero de viejo que dormita,
    y una tabaquería cerrada.
    En ellas quisiera atrapar el paseante
    los rostros de los testigos, las pruebas menores
    para su alegato contra el siglo del miedo.

    PAESAGGIO DI MERCURIO

    Cosa dire di quel passeggiatore solitario
    che ostinato insiste nella ricerca
    delle cose e della gente
    che hanno illuminato i suoi giorni.
    Non ignora che rare volte si ritorna
    al punto di partenza.
    Ma allora, perché percorre
    una e più volte quello scenario polveroso,
    illuminato da una luce zenitale
    in cui echeggiano sordi
    i passi dei fuggitivi del giorno.
    Cosa cerca dietro le chiusure definitive,
    nelle buie vetrine
    di quel vicolo di suicidi e scomparsi ,
    di cartomanti e gioiellieri-ricettatori,
    quel vicolo di dimenticati,
    gli insani e i pazzi.
    Qui, fin dai tempi della vergogna
    la vetrina di un venditore di farfalle,
    più in là un’altra con raffinate pipe di schiuma di mare,
    e poi le fruste per la caccia grossa,
    i profumi rari di un tempo abolito,
    e dietro l’angolo, il sarto cinese
    impegnato nei suoi abiti grigi,
    e il venditore di decorazioni per falsari,
    e un libraio dell'usato che sonnecchia,
    e una tabaccheria chiusa.
    In esse il passeggiatore vorrebbe catturare
    i volti dei testimoni, le prove minori
    per il suo dibattito contro il secolo della paura.

    ---
    CALLE DE LA LUNA

    ADORMECEDOR el ruido del agua
    que cae a borbotones
    en la fuente musgosa.
    Puede oírse undébil trino de pericos.
    A ráfagas, un agrio olor a fogones
    apagados, a bodegas, a oficios desaparecidos.
    En el cielo el vuelo de los vencejos.
    Al cabo de la calle, un solitario paseante
    vuelve la vista atrás
    esperando acaso atrapar su sombra
    o la borrosa y lejana silueta de un perseguidor.

    VIA DELLA LUNA

    SOPORIFERO il rumore dell'acqua
    che cade a scroscio
    nella fontana muscosa.
    Si può sentire un debole trillo di parrocchetti.
    A raffiche, un acre odore di fuochi
    spenti, di botteghe, di mestieri scomparsi.
    In cielo il volo dei rondoni.
    Alla fine della strada, un passeggiatore solitario
    guarda indietro
    sperando forse di agguantare la sua ombra
    o la sfocata e lontana sagoma di un inseguitore.

    ---
    CERCO DE ILUSIÓN

    La vida es hermosa si no desfallece,
    cierto, y si es vivida con el mismo coraje
    del navegante solitario.
    Tomo el lápiz y subrayo para olvidar,
    lo demás pamplinas.
    Lo demás, decirse: "Mejor no tirar la toalla,
    mejor no pasar como un ejercito en retirada,
    mejor plantar cara, a la chita callando".

    CORNICE D'ILLUSIONE

    La vita è bella se non sdilinquisce,
    vero, e se è vissuta con lo stesso coraggio
    del navigatore solitario.
    Prendo la matita e sottolineo per dimenticare,
    il resto, scempiaggini.
    Il resto, dirsi: "Meglio non gettare la spugna,
    meglio non passare come esercito in ritirata,
    meglio tener testa, di soppiatto."

     


     

  • COSI' HO TRADOTTO
    IN SPAGNOLO
    LE POESIE DI MAGRELLI

    data: 01/12/2020 19:25

    Valerio Magrelli, (Roma, 10 gennaio 1957), è poeta, scrittore, traduttore, critico letterario e accademico italiano.

    1) L’ARRIVO DEL SONNO
    L'arrivo del sonno,
    muto e alto
    quando il nuvolato si allarga
    e la sua luce diventa profonda.
    Questo letto è una tavola astronomica
    su cui il corpo disegna
    l'occidua costellazione del riposo.

    LA LLEGADA DEL SUEÑO
    La llegada del sueño
    mudo y alto
    cuando lo nublado se expande
    y su luz se vuelve profunda.
    Esta cama es una tabla astronómica
    en la que el cuerpo dibuja
    la occidua constelación del reposo.

    2) SOTTO LA LUCE APERTA
    Sotto la luce aperta
    il cuore del paesaggio trema
    nelle sue linee,
    fa scintille,
    palpitante e vibratile,
    mobile come uno sciame
    di insetti che componesse forme
    nella fibrillazione del suo volo.

    DEBAJO DE LA LUZ ABIERTA
    Debajo de la luz abierta
    el corazón del paisaje tiembla
    en sus líneas,
    produce destellos,
    palpitante y vibrátil
    móvil como un enjambre
    de insectos que compusiera formas
    en la fibrilación de su vuelo.

    3) QUESTA PAGINA E' UNA STANZA DISABITATA
    Questa pagina è una stanza disabitata.
    Ogni tanto porto una seggiola rotta
    o un pacco di giornali, e li abbandono
    in un angolo: nient'altro.
    Quello che avanza si dispone qui
    e nella tregua dell'uso si deposita.
    E' l'ultima sosta degli oggetti
    prima d'uscire dall'orizzonte della casa,
    nella luce chiara del loro tramonto.

    ESTA PÁGINA ES UNA HABITACIÓN DESHABITADA
    Esta página es una habitación deshabitada.
    A veces traigo una silla rota
    o un manojo de diarios, y los abandono
    en un rincón: nada más.
    Lo que sobra se dispone aquí
    y en la tregua del uso se posa.
    Es la última pausa de los objetos
    antes de salir del horizonte de la casa,
    en la clara luz de su atardecer.

    4) LA PENNA NON DOVREBBE MAI LASCIARE
    La penna non dovrebbe mai lasciare
    la mano di chi scrive.
    Ormai ne è un osso, un dito.
    Come un dito gratta, afferra ed indica.
    E’ un ramo del pensiero
    e dà i suoi frutti:
    offre riparo ed ombra.

    LA PLUMA NO DEBERÍA DEJAR JAMÁS
    La pluma no debería dejar jamás
    la mano de quien escribe.
    Ya es su hueso, un dedo .
    Como un dedo rasca, aferra e indica.
    Es una rama del pensamiento
    y da sus frutos:
    ofrece amparo y sombra.

    5) S’INTRODUCE A VOLTE NEL PENSIERO
    S’introduce a volte nel pensiero
    come nell’acqua, un riflesso
    che l’attraversa e ne misura il fondale.
    È un occhio che si apre
    dentro le lucide onde e vi affonda.
    La linea si distende e la luce
    discendendo si quieta.
    La mente torna allora a chiudersi
    nello sforzo verticale e profondo
    della ferita e del gorgo.

    SE INTRODUCE A VECES EN EL PENSAMIENTO
    Se introduce a veces en el pensamiento
    como en el agua, un reflejo
    que lo atraviesa y mide el fondo.
    Es un ojo que se abre
    dentro de las brillantes olas y se hunde.
    La línea se distiende y la luz
    al descender se aquieta.
    La mente vuelve entonces a cerrarse
    en el esfuerzo vertical y profundo
    de la herida y del remolino.

    6) CAVE CAVIE!
    O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,
    per qualche esperimento concepite,
    che tuttavia non so.
    Non so perché si formano,
    eppure mi affeziono e le chiamo per nome,
    topolini vivissimi, allarmati
    da che?

    ¡CAVE CAVIAS!
    Tal vez son cavias , estos poemas que escribo,
    para algún experimento concebidos,
    que sin embargo no sé.
    No sé por qué se forman,
    no obstante me encariño y los llamo por su nombre,
    ratoncitos vivísimos, ¿alarmados
    de qué?

    7) ORA LE MEMBRA TORNANO
    Ora le membra tornano
    obliquamente al silenzio
    di questa muta malinconia biologica.
    Si tratta di compiere un gesto
    che completi la carne
    e l'allontani da sé.
    Io guardo il pensiero
    tramontare dietro il pensiero.

    AHORA LOS MIEMBROS VUELVEN
    Ahora los miembros vuelven
    oblicuamente al silencio
    de esta muda melancolía biológica.
    Se trata de hacer un gesto
    que complete la carne
    y la aleje de sí misma.
    Miro el pensamiento
    atardecer detrás del pensamiento.

    8) SENTIRSI MALE SEMBRA VOLER DIRE
    Sentirsi male sembra voler dire
    che il dolore impedisce
    l'ascolto di se stessi.
    La malattia conduce
    il suo corpo lontano,
    troppo distante per essere udito.

    SENTIRSE MAL PARECE SIGNIFICAR
    Sentirse mal parece significar
    que el dolor impide
    el escucharse a sí mismo.
    La enfermedad conduce
    su cuerpo lejos,
    demasiado lejos para ser escuchado.

    9) E SE QUESTI GIRI DI SERRATURA
    E se questi giri di serratura
    non finissero più?
    E se dovessi restare tutta la vita
    qui fuori, a girare la chiave?
    E se perdessi la chiave?
    Faccio la copia delle mie chiavi
    faccio la copia delle mie copie
    quello che spendo per moltiplicarle
    serve a togliere a ognuna il suo valore
    il mio Valerio. Nel profilo dei versi
    io riproduco la sagoma
    dentellata delle chiavi.
    Y SI ESTAS VUELTAS DE CERRADURA
    ¿Y si estas vueltas de cerraduras
    no acabaran nunca?
    ¿Y si tuviera que quedarme toda la vida
    aquí afuera, girando la llave?
    ¿Y si perdiera la llave?
    Hago una copia de mis llaves
    hago la copia de mis copias
    lo que gasto para multiplicarlas
    sirve para quitarle a cada una su valor
    mi Valerio. En el perfil de los versos
    reproduzco el contorno
    dentado de las llaves.

    10) NEI BAGNI PUBBLICI
    Le scritte nei bagni pubblici
    mi dicono il dolore
    del giovane che scrive,
    solo, nei bagni pubblici.

    Solo, con la scrittura
    di chi l'ha preceduto,
    in un colloquio muto,
    fitto, nei bagni pubblici.

    Anch'io una volta ho scritto,
    solo, nei bagni pubblici,
    affidando il dolore
    agli insulti peggiori.

    Qui si scrive soltanto
    di odio, nei bagni pubblici,
    ma di un odio che gira
    come una sigaretta fra compagni.

    EN LOS BAÑOS PÚBLICOS
    Las escrituras en los baños públicos
    me cuentan el dolor
    del joven que escribe,
    solo, en los baños públicos.

    Solo, con la escritura
    de quien lo precedió,
    en una conversación muda,
    tupida, en los baños públicos.

    Una vez, yo también escribí
    solo, en los baños públicos,
    confiando el dolor
    a los peores insultos.

    Aquí solo se escribe
    de odio, en los baños públicos,
    pero de un odio que circula
    como un cigarrillo entre compañeros.

    11) ESISTONO PAROLE CHE COSTEGGIANO
    Esistono parole che costeggiano
    il pensiero o lo attraversano
    dolcemente oblique come lacrime.
    Come ospiti dimenticati si aggirano
    segrete per le stanze,
    ogni cosa toccando.
    Il loro andare sembra l'offerta lenta
    di un frutto della terra.

    EXISTEN PALABRAS QUE BORDEAN
    Existen palabras que bordean
    el pensamiento o lo cruzan
    dulcemente oblicuas como lágrimas.
    Como invitados olvidados circulan
    secretas por las habitaciones,
    tocando cada cosa.
    Su andar parece la lenta oferta
    de un fruto de la tierra.

    12) ORMAI LE IDEE SI PERDONO
    Ormai le idee si perdono
    cadono come foglie
    ed è difficile
    trattenerle al pensiero.
    Una muta espunzione
    ne regola
    la sera vegetale.

    LAS IDEAS YA SE PIERDEN
    Las ideas ya se pierden
    caen como hojas
    y es difícil
    retenerlas en el pensamiento.
    Una muda supresión
    regula
    la noche vegetal.

    13) PREFERISCO VENIRE DAL SILENZIO
    Preferisco venire dal silenzio
    per parlare. Preparare la parola
    con cura, perché arrivi alla sua sponda
    scivolando sommessa come una barca,
    mentre la scia del pensiero
    ne disegna la curva.
    La scrittura è una morte serena:
    il mondo diventato luminoso si allarga
    e brucia per sempre un suo angolo.

    PREFIERO VENIR DEL SILENZIO
    Prefiero venir del silencio
    para hablar. Preparar la palabra
    con cuidado, para que llegue a su orilla
    deslizándose apaciblemente como una barca,
    mientras la estela del pensamiento
    dibuja la curva.
    Escribir es una muerte serena:
    el mundo que ha devenido luminoso se agranda
    y quema un ángulo suyo para siempre.

    14) IO SONO CIÒ CHE MANCA
    Io sono ciò che manca
    dal mondo in cui vivo,
    colui che tra tutti
    non incontrerò mai.
    Ruotando su me stesso ora coincido
    con ciò che mi è sottratto.
    Io sono la mia eclissi
    la contumacia e la malinconia
    l’oggetto geometrico
    di cui sempre dovrò fare a meno.

    YO SOY LO QUE FALTA
    Yo soy lo que falta
    del mundo en que vivo,
    el que entre todos
    jamás encontraré.
    Girando sobre mí mismo ahora coincido
    con lo que me es sustraído.
    Yo soy mi eclipse
    la contumacia y la melancolía
    el objeto geométrico
    del que nunca podré prescindir.

    15) IL MEMORIOSO
    Ingegnoso, mio figlio si chiude nella doccia
    incolla un foglio al vetro, dall'esterno,
    e per un'ora, immerso nel vapore,
    impara a memoria Ugolino.
    Scendono l'acqua e i versi, lui sussurra,
    mi costa una fortuna, ma alla fine
    esce lavato, profumato, pieno
    zeppo di endecasillabi.

    EL MEMORIOSO
    Ingenioso, mi hijo se encierra en la ducha
    pega una hoja sobre el vidrio, desde el exterior,
    y por una hora, inmerso en el vapor,
    aprende de memoria Ugolino.

    Cayendo el agua y los versos, él susurra,
    me cuesta una fortuna, pero al final
    sale limpio, perfumado, lleno
    atiborrado de endecasílabos.

    16) IL MALE DELLA PIETRA
    Il male della pietra
    ha fatto del mio corpo una miniera.
    Nella curva del dorso ha preso forma
    il cristallo doloroso grande
    quanto una sillaba.
    Questo fruttificare di sassi
    è il miracolo del sangue
    che si fa gemma e rosa del deserto.
    Come per una lenta
    resurrezione minerale
    l'uomo giunge per gradi
    fino a comporre
    dentro di sé la terra.

    EL MAL DE LA PIEDRA
    El mal de la piedra
    ha hecho de mi cuerpo una mina.
    En la curva del dorso tomó forma
    el cristal doloroso grande
    como una sílaba.
    Este fructificar de piedras
    es el milagro de la sangre
    que se convierte en gema y rosa del desierto
    como por una lenta
    resurrección mineral
    el hombre llega por grados
    hasta componer
    dentro de sí la tierra.

    17) L'INDIFFERENZA
    Trovando appena un angolino libero nella
    loro coscienza
    F. R. De Chateaubriand

    Sono arrivato ad una conclusione:
    il Male ha bisogno di spazio,
    non si può fare tutto dentro casa.
    Serve una dépendance, un alias, un sosia
    almeno una meta-me
    (la mamma-mummia in Psyco).
    Serve la lepre, la bestia da delega,
    un capro espiatorio portatile
    che possa tollerare il peso del reato.
    E' soltanto un problema di capienza:
    trovare spazio per l'indifferenza.

    INDIFERENCIA
    Encontrando apenas un rincón libre en
    su conciencia
    F. R. De Chateaubriand

    He llegado a una conclusión:
    el Mal necesita espacio,
    no se puede hacer todo dentro de la casa.
    Sirve una dépendance, un alias, un sosia
    al menos un meta-yo
    (la mamá-momia en Psicosis).
    Sirve la liebre, la bestia por delegación,
    un chivo expiatorio portátil
    que pueda tolerar la carga del crimen.
    Es solo un problema de capacidad:
    encontrar espacio para la indiferencia.


    18) ORRORE
    Ecco l'errore:
    immaginare che la soluzione risieda
    nel mistero della verticalità,
    nel cuore delle acque su cui rimbalza il sasso.
    Invece non c'è nulla nel profondo,
    non esiste una terza dimensione:
    tutto si gioca sullo stesso piano,
    anzi, nella medesima figura!
    Basta solo guardarla in un modo diverso.
    Flatlandia.
    Io parlerei di inconscio complanare,
    che nel mio caso fu un complanare orrore.

    HORROR
    Aquí está el error:
    imaginar que la solución reside
    en el misterio de la verticalidad,
    en el corazón de las aguas donde rebota la piedra.
    En cambio, no hay nada en el fondo,
    no existe una tercera dimensión:
    todo se juega en el mismo nivel,
    más bien, ¡en la misma figura!
    Basta solo mirarla de un modo diferente.
    Flatlandia.
    Yo hablaría de subconsciente coplanario,
    que en mi caso fue un coplanario horror.

    19) INFANZIA DEL LAVORO
    Guarda questa bambina
    che sta imparando a leggere:
    tende le labbra, si concentra,
    tira su una parola dopo l’altra,
    pesca, e la voce fa da canna,
    fila, si flette, strappa
    guizzanti queste lettere
    ora alte nell’aria
    luccicanti
    al sole della pronuncia.

    INFANCIA DEL TRABAJO
    Mira esta niña
    que está aprendiendo a leer:
    extiende los labios, se concentra,
    saca una palabra tras otra,
    pesca, y la voz le hace de caña,
    hila, se flexiona, arranca
    raudas estas letras
    altas ahora en el aire
    relucientes
    bajo el sol de la dicción.

    20) OGNI SERA CHINO SUL CHIARO
    Ogni sera chino sul chiaro
    orto delle pagine,
    colgo i frutti del giorno
    e li raduno. Allineati
    su filari paralleli corrono i pensieri,
    tracce di accorti innesti.
    La mia vita è legata
    al frugale raccolto,
    il suo consumo è quotidiano, dimesso.
    Nessuna logica è nel prendere
    i fiori o i frutti secchi. L’unica,
    e può bastare, è in questa secrezione
    spontanea e vegetale dell’idea.
    Lenta commozione della terra
    che turbata la concepisce. O la cucina
    per il suo disadorno commensale.

    CADA NOCHE AGAZAPADO DETRÁS DEL CLARO
    Cada noche agazapado sobre el claro
    huerto de las páginas,
    cojo los frutos del día
    y los reuno. Alineados
    en hileras paralelas corren los pensamientos,
    trazas de cuidados injertos.
    Mi vida está ligada
    a la frugal cosecha
    su consumo es cotidiano, modesto.
    Ninguna lógica en coger
    las flores o los frutos secos. La única,
    y puede bastar, está en esta secreción
    espontánea y vegetal de la idea.
    Lenta conmoción de la tierra
    que turbada la concibe. O la cocina
    para su desornamentado comensal.

    21) E' SPECIALMENTE NEL PIANTO
    E’ specialmente nel pianto
    che l’anima manifesta
    la sua presenza
    e per una segreta compressione
    tramuta in acqua il dolore.
    La prima gemmazione dello spirito
    è dunque nella lacrima,
    parola trasparente e lenta.
    Secondo questa elementare alchimia
    veramente il pensiero si fa sostanza
    come una pietra o un braccio.
    E non c’è turbamento nel liquido,
    ma solo minerale
    sconforto della materia.

    ES ESPECIALMENTE EN EL LLANTO
    Es especialmente en el llanto
    que el alma manifiesta
    su presencia
    y por una secreta compresión
    convierte el agua en dolor.
    El primer brote del espíritu
    está por lo tanto en la lágrima,
    palabra transparente y lenta.
    Según esta elemental alquimia
    verdaderamente el pensamiento se vuelve sustancia
    como una piedra o un brazo.
    Y no hay perturbación en el líquido,
    mas sólo mineral
    desánimo de la materia.

    22) HO LA MENTE COLTIVATA
    Ho la mente coltivata
    come una piantagione.
    A seconda del seme
    il suolo si colora
    e come nella lingua
    ogni zona ha un sapore.
    Il mio pensiero è una terrazza
    aperta su me stesso.
    O forse è solamente l'impressione
    dei sensi che confonde
    come fanno le dita accavallate
    una cosa con due.

    TENGO LA MENTE CULTIVADA
    Tengo la mente cultivada
    como una plantación.
    Conforme a la semilla
    el suelo se colorea
    y como en la lengua
    cada área tiene un sabor.
    Mi pensamiento tiene una terraza
    abierta hacia mí mismo.
    O tal vez sea solo la impresión
    de los sentidos que confunde
    así como hacen los dedos cruzados
    una cosa con dos.

    23) LA VARIAZIONE DELLA PAROLA
    La variazione della parola
    fa scivolare il pensiero
    lungo la pagina.
    Come uno spettro luminoso
    il verbo lentamente muta
    e trascolora.
    Sono innesti graduali,
    ogni segno conosce
    un’alba ed una sera.
    A volte muoiono
    popoli di vocaboli
    secondo le carestie
    silenziose della mente.
    Capita anche che giungano sul foglio
    nomi improvvisi, nomadi
    che vagano qualche tempo
    prima di ripartire.
    Io osservo tutto questo
    perché sono il custode del quaderno
    e prima della notte faccio il giro
    per chiuderne le porte.

    LA VARIACIÓN DE LA PALABRA
    La variación de la palabra
    deja deslizar el pensamiento
    sobre la página.
    Como un espectro luminoso
    el verbo muda lentamente
    y se destiñe.
    Son injertos graduales,
    cada señal conoce
    un alba y una noche.
    A veces mueren
    pueblos de vocablos
    según las carestías
    silenciosas de la mente.
    Ocurre también que lleguen sobre la hoja
    nombres improvisos, nómadas
    que vagan algún tiempo
    antes de marcharse.
    Yo observo todo esto
    porque soy el guardián del cuaderno
    y antes de la noche hago la ronda
    para cerrar las puertas.

    24) ORMAI LE IDEE SI PERDONO
    Ormai le idee si perdono
    cadono come foglie
    ed è difficile
    trattenerle al pensiero.
    Una muta espunzione
    ne regola
    la sera vegetale.

    LAS IDEAS YA SE PIERDEN
    Las ideas ya se pierden
    caen como hojas
    y es difícil
    retenerlas en el pensamiento.
    Una muda supresión
    regula
    la noche vegetal.

    25) SCRIVERE COME SE QUESTO
    Scrivere come se questo
    fosse opera di traduzione,
    di qualcosa già scritto in altra lingua.
    La parola si carica ed esita,
    continua ancora a vibrare
    come sulla tastiera le note tenute
    soppravvivono allo staccato
    e lo percorrono fino al suo tacere.

    ESCRIBIR COMO SI ESTO
    Escribir como si esto
    fuese obra de traducción,
    de algo ya escrito en otra lengua.
    La palabra se carga, vacila,
    aún continúa a vibrar
    como en el teclado las notas sostenidas
    sobreviven al staccato
    y lo recorren hasta su silencio.

    (da Le cavie, Einaudi, 2018)
     

     

  • DOLCEZZA E ARMONIA
    NELLE POESIE
    DI MANUEL LOPEZ AZORIN

    data: 28/11/2020 17:04

    Manuel López Azorín (Moratalla, Murcia, 1946) risiede a San Sebastian de los Reyes (Madrid).
    In generale non amo commentare la poesia dei poeti che traduco, perché credo che il lettore abbia un codice proprio e molto intimo di comprensione. Tale codice si va costruendo attraverso le esperienze di vita; forma un po' alla volta un sistema non convenzionale di emozioni attraverso le quali si colgono determinati particolari nella lettura. Su questo poeta spagnolo, che ho avuto occasione di conoscere personalmente - durante la presentazione a Madrid del libro Un canto straniero (Link Edizioni , 2019) del prestigioso poeta e critico letterario spagnolo Santos Domínguez Ramos - vorrei evidenziare una qualità che me lo reso molto caro: la squisita delicatezza dell'uso della parola. Per questo motivo l'ho definito il poeta della dolcezza e dell'armonia.

    NOS HABLA, NOS ESCRIBE

    Camina por el tiempo,
    escondido en sus pliegues, lo no dicho.

    Sin palabras nos nutre
    una voz que, de pronto, es alimento.
    Enmudecida voz que vive al aire
    del misterio y la magia.

    Los poemas esconden en sus pausas
    un silencio preciso, que dice sin decir,
    y en la palabra abraza el universo.

    Es el tiempo sin tiempo del poema
    que nos habla por dentro.

    Nos escribe
    en el instante justo que precisa su voz.

    CI PARLA, CI SCRIVE

    Cammina lungo il tempo,
    nascosto nelle sue pieghe, il non detto.

    Senza parole ci nutre
    una voce, d'un tratto, è alimento.
    Voce muta che vive nell'aria
    del mistero e della magia.

    Le poesie nascondono nelle loro pause
    un silenzio preciso, che dice senza dire,
    e nella parola abbraccia l'universo.

    È il tempo senza tempo della poesia
    che ci parla da dentro.
    Ci scrive
    nell'istante esatto in cui pronuncia la sua voce .

    ---
    ¿ESTO ES LA POESÍA?

    Atrapar un instante del tiempo.
    Perpetuar la vida con palabras que cantan
    realidades y sueños.

    (La viva claridad emocionada del aliento.)

    Eternizar instantes
    con la magia del ritmo, con la música,
    diciendo mucho más de lo que cantan
    entre la bruma de los significados,
    la claridad de los significantes.

    Ayer, ahora, luego...
    Todo cabe
    unido, entrelazado,
    en planos superpuestos ya sin tiempo.

    La realidad y el sueño
    mostrándose en palabras que emocionan
    porque llegan y tocan los sentidos.

    ¿Esto es la poesía?


    QUESTO E’ LA POESIA?

    Catturare un istante del tempo.
    Perpetuare la vita con parole che cantano
    realtà e sogni.

    (La viva chiarezza emozionata del respiro.)

    Rendere eterni istanti
    con la magia del ritmo, con la musica,
    dicendo molto di più di ciò che cantano
    in mezzo alla bruma dei significati,
    la chiarezza dei significanti.

    Ieri, ora, poi ...
    Ci sta tutto
    unito, intrecciato,
    in piani sovrapposti, ormai senza tempo.

    La realtà e il sogno
    mostrandosi con parole che emozionano
    perché giungono e toccano i sensi.

    Questo è la poesia?

    ---
    FIEBRE DE MIEL

    Cuando en la soledad de lo más hondo
    llega mi voz a mí para contarme
    lo que no sabe nadie
    (ni yo mismo)
    escucho los idiomas,
    unas lenguas con códigos secretos que descifro
    (¡y apenas sé la mía!)
    y una fiebre de miel me florece palabras
    desde el núcleo más íntimo.

    Permanezco asombrado
    (y temeroso)
    porque entiendo lenguajes que no sé
    y lo que desconozco
    llega con luminosa claridad para alumbrarme...
    de corazón, de pensamiento.
    (un lenguaje especial
    que recorre mi sangre y mis sentidos
    y sólo en ocasiones me desvelas.)


    FEBBRE DI MIELE

    Quando nella solitudine del più profondo
    giunge la mia voce per raccontarmi
    ciò che nessuno sa
    (neanche io stesso)
    sento gli idiomi,
    alcune lingue con codici segreti che decifro
    (e appena conosco la mia!)
    e una febbre di miele fa fiorire parole
    dal nucleo più intimo.

    Rimango stupito
    (e timoroso)
    perché capisco linguaggi che non conosco
    e quel che non so
    giunge con splendida chiarezza per illuminarmi ...
    e mi tesse nelle sue reti...
    di cuore, di pensiero.
    (un linguaggio speciale
    che scorre attraverso il mio sangue e i miei sensi
    e solo a volte mi tiene sveglio.)

    ---

    DISTANCIA

    Tengo miedo del tiempo que separa a llamaradas ciegas,
    que aniquila las luces y, en la sombra,
    todo lo distorsiona:
    el pensamiento, el corazón, los actos...

    Tengo miedo del tiempo de la furia
    y me abandono al tiempo
    para poner distancia a estos instantes
    de sangre y llamaradas.

    DISTANZA
    Ho paura del tempo che separa con ciechi bagliori,
    che annienta le luci e, nell'ombra,
    tutto distorce:

    il pensiero, il cuore, le azioni ...

    Ho paura del tempo della furia
    e mi abbandono al tempo
    per mettere distanza a questi istanti
    di sangue e bagliori.

    ---

    A VECES ME PREGUNTO

    A veces me pregunto:
    ¿Qué animal es el hombre que amamanta
    el instinto animal en los despachos de la sangre?

    A veces me pregunto si las hienas
    tienen madres que gritan su desgracia a la noche.

    A veces me pregunto
    si no son los pacíficos los dueños de la vida
    a pesar de las garras de los depredadores.

    A veces me pregunto y, sin respuesta,
    se suceden los días y las noches.


    A VOLTE MI CHIEDO

    A volte mi chiedo:
    Che animale è l'uomo che allatta
    l'istinto animale nei dispacci del sangue?

    A volte mi chiedo se le iene
    abbiano madri che gridano la loro disgrazia alla notte.

    A volte mi chiedo
    se non siano i pacifici i padroni della vita
    nonostante le grinfie dei predatori.

    A volte mi chiedo e, senza risposta,
    si succedono i giorni e le notti.

    ---

    ¿EL TIEMPO ES UN MILAGRO CHE PERDONA?

    No penséis que os incluya en estas páginas
    con nombres y apellidos,
    que fije aquí, entre versos de mañana,
    unos cuerpos vacíos que caminan sin vida,
    oscuros, torpes, necios...
    para que todos sepan quiénes sois.

    (Que cada cual os juzgue si os conoce.)

    No penséis que os nombre,
    para mí sois tan sólo un dolor sucedido:

    herida, desengaño, decepción...

    la cicatriz de un tiempo, ya lejano,
    y que recuerdo con misericordia,
    ahora, en la distancia.

    La memoria no quiere abrazar el olvido,
    recuerda sin dolor, pero recuerda.
    El tiempo es el milagro que perdona.

    IL TEMPO E' UN MIRACOLO CHE PERDONA?

    Non pensiate che vi includa in queste pagine
    con nomi e cognomi,
    che fissi qui, tra versi di mattino,
    dei corpi vuoti che camminano senza vita,
    oscuri, goffi, sciocchi ...
    affinché tutti sappiano chi siete.

    (Che ognuno vi giudichi se vi conosce.)

    Non pensiate che vi nominerò,
    per me siete solo un dolore passato:

    ferita, disillusione, delusione ...

    la cicatrice di un tempo, ormai lontano,
    e che ricordo con misericordia,
    ora, in lontananza.

    La memoria non vuole abbracciare l'oblio,
    ricorda senza dolore, ma ricorda.
    Il tempo è un miracolo che perdona.

    ---

    EL FUEGO DE LA IRA

    El fuego de la ira seca de las lágrimas.
    Losas hay en los ojos secos.
    Trata
    de hacer brotar el río,
    de anegar con el llanto tanto fuego.

    IL FUOCO DELL'IRA

    Il fuoco dell’ira secca le lacrime.
    Macigni, ci sono negli occhi secchi.
    Cerca
    di far sorgere il fiume,
    di annegare col pianto cotanto fuoco.

    ---

    JULIO 5
    Hoy me falta la voz en la palabra

    y la intuyo abrazada en lejanía.
    En la sierra hay tristeza, todo calla.

    Hay un tono dorado en el ocaso
    de la tarde que, silenciosa, escapa
    y una resignación en el silencio
    de la noche que llega y no me abraza.
    El nombre, protector, de mi desvelo,
    me ha dejado vacío en la página.

    LUGLIO 5

    Oggi mi manca la voce nella parola
    e la intuisco abbracciata in lontananza.
    Nella sierra c'è tristezza, tutto tace.

    C'è un tono dorato nel tramonto
    della sera che, silenziosa, fugge
    e una rassegnazione nel silenzio
    della notte che arriva e non mi abbraccia.
    Il nome, protettore, della mia veglia,
    mi ha lasciato vuoto sulla pagina.

    ---

    AGOSTO 1

    He querido soñarte a ver si te acercabas
    a prestarme tu voz por ver si me libera
    de la espera y el frío.
    Previenen de la ola de calor
    que dicen se avecina;
    pero en el campo-sierra la mañana
    se viste de aire fresco y claridad
    en esta hora temprana en que los pájaros
    picotean y saltan por el suelo
    igual que los gorriones en Madrid
    por las terrazas de los bares.
    Qué larga es esta espera,
    saber que han de llamar,
    comunicar el día...

    La mañana, imperturbable, me ofrece
    la grata compañía de los pájaros,
    la claridad del sol y la impaciencia.

    He querido soñarte por ver si te acercabas,
    pero tú no has llegado
    a prestarme palabras que liberen
    el frío de la espera,
    no este calor que dicen será mucho.
    Y sin ti este poema
    no sé si expresará el frío que siento.

    AGOSTO 1

    Ho voluto sognarti per vedere se ti avvicinavi
    a prestarmi la tua voce e vedere se mi libera
    dall’attesa e dal freddo.
    Prevengono dall'ondata di calore
    che dicono si stia avvicinando;
    ma nel campo-serra la mattina
    si veste d’aria fresca e di chiarore
    in questa prima ora in cui gli uccelli
    beccano e saltellano per terra
    come i passeri a Madrid
    nelle terrazze dei bar.
    Quanto è lunga quest’attesa,
    sapere che devono chiamare,
    comunicare il giorno ...

    La mattina, imperturbabile, mi offre
    la gradevole compagnia degli uccelli,
    il bagliore del sole e l'impazienza.

    Ho voluto sognarti per vedere se ti avvicinavi,
    ma tu non sei arrivata
    a prestarmi parole che liberino
    il freddo dell'attesa,
    non questo calore, che dicono, sarà molto.
    E senza di te questa poesia
    non so se esprimerà il freddo che sento.

     

     

     

     

     


     

  • TREDICI POESIE
    DI GARCIA CABALLERO
    (CON TRADUZIONE)

    data: 31/10/2020 18:03

    Spagnolo di Valencia, José Ángel García Caballero è laureato in economia, insegnante di istruzione secondaria e poeta. Ha pubblicato i libri di poesie Llaves olvidadas (Ed. Renacimiento, 2010; XIII Premio Surcos de Poesía), Buhardilla (Ed. Valparaíso, 2014), El Jarrón roto (Hiperión, 2019. Premio València). Sue poesie sono apparse in diverse antologie. Qui ne proponiamo tredici, tradotte in italiano da Marcela Filippi Plaza.

    REGRESO DESDE EL PIREO

    De vuelta, en el metro,
    alguien que pudo haber sido pescador, los años se cuelan
    en su piel y en su frente, se sienta junto a la ventana y mira
    el desgaste de las fachadas que, seguramente, conoce
    desde hace muchos viajes. Ahora con sus dedos
    da cuenta del trasiego de la luz
    sobre las casas con movimientos rituales
    que recorren su viejo kombolói.
    Pasan las estaciones como pasan pequeñas
    iglesias a lo largo del trayecto,
    lo observo santiguarse cada vez que las ve:
    un movimiento rápido, discreto que baja la mirada y promete la paz
    con la memoria. Viene del exilio
    de sus manos de niño, las llagas anudadas
    a favor de los vientos,
    y así entiende la ruina, la fatiga del héroe.

    RITORNO DAL PIREO
    Di ritorno, in metro,
    qualcuno che potrebbe essere stato pescatore, gli anni s’infilano
    nella sua pelle e nella sua fronte, si siede accanto alla finestra e guarda
    il logorio delle facciate che, sicuramente, conosce
    dai molti viaggi. Ora con le sue dita
    finisce lo spostamento della luce
    sulle case con movimenti rituali
    che ripercorrono il suo vecchio komboloi.
    Passano le stazioni così come passano piccole
    chiese lungo il tragitto,
    l’osservo farsi il segno della croce ogni volta che le vede:
    un movimento rapido, discreto, che abbassa lo sguardo e promette la pace
    con la memoria. Viene dall’esilio
    delle sue mani di bambino, le piaghe annodate
    a favore dei venti,
    e così comprende la rovina, la fatica dell’eroe.

    NACIMIENTO

    Escribo estos renglones
    recordando a Vallejo, porque pienso en los cambios
    como ese golpe fuerte repentino
    del viento racheado sobre los maceteros del balcón,
    es lluvia prometida
    hacia el asfalto que fue tierra, que contuvo
    raíces y que, por ello, será grieta.
    El pájaro que canta por todas las antenas
    de la ciudad verá los charcos salpicados
    de gotas y rendijas de luz en cada calle,
    hay palabras que nunca dijimos y que estiran
    del brazo balbuciendo, yo no sé,
    pero esta mirada no se empoza de culpa,
    sólo celebra muda bajo techos y lámparas
    cómo son sacudidas las copas de los árboles,
    cómo los meses corren para dar voz y tacto
    a la prolongación del agua, que ya es río.

    NASCITA
    Scrivo queste righe
    ricordando Vallejo, perché penso nei mutamenti
    come quel colpo forte e repentino
    del vento a raffiche sui vasi del balcone,
    è pioggia promessa
    sull’asfalto che fu terra, che contenne
    radici e che, per ciò, sarà crepa.
    L’uccello che canta sopra tutte le antenne
    della città vedrà le pozzanghere schizzate
    di gocce e fessure di luce in ogni strada,
    ci sono parole che non abbiamo mai detto e che si allungano
    dal braccio balbettando, non so,
    ma questo sguardo non ristagna di colpa,
    solo celebra muto sotto tetti e lampade
    come sono scosse le fronde degli alberi!
    Come corrono i mesi per dare voce e tatto
    al prolungamento dell’acqua, che è già fiume!

    FRONTERA

    Este cielo es más alto.
    Me extraña su gramática de luces
    sobre los quitamiedos.
    Respiro detenido,
    incapaz del silencio en esta lengua
    que ya no me pregunta cuánto tiempo.
    Porque en el fondo te hablo de otra guerra,
    de sus nuevas canciones
    que se gastan igual en mitad de los valles,
    de otro Portbou tras una luna táctil
    de llamadas perdidas.
    Qué rara la intemperie
    de estas calles que apenas son paisaje.
    Es otra guerra, sí. Triste como la infancia
    en un traje invisible,
    días que me repiten los vagones de un tren televisado,
    esta blanca metáfora de invierno
    y la piel sonrosada de tu mano,
    como en aquel anuncio.

    FRONTIERA
    Questo cielo è più alto.
    Mi stupisce la sua grammatica di luci
    sulle barriere.
    Respiro trattenuto,
    incapace del silenzio in questa lingua
    che non mi chiede più quanto tempo.

    Perché in fondo ti parlo di un'altra guerra,
    delle sue nuove canzoni
    che si consumano lo stesso nel mezzo delle valli,
    di un altro Portbou (*) dietro una luna tattile
    di chiamate perse.

    Che strana l’intemperie
    di queste strade che sono appena paesaggio.

    È un'altra guerra, sì. Triste come l'infanzia
    in un abito invisibile,
    giorni che i vagoni di un treno teletrasmesso mi ripetono,
    questa bianca metafora d’inverno
    e la pelle rosea della tua mano,
    come in quell’annuncio.

    (*) Portbou, comune spagnolo situato nella comunità autonoma della Catalogna

    ALFAMA

    Ciertas calles que suben a las fotografías
    por peldaños estrechos
    siguen callando cuando hablan de ti.

    No logras percibirlas:

    sólo tacones lentos
    y piedras desprendidas
    hacia lo inevitable.

    ALFAMA
    Certe strade che salgono alle fotografie
    lungo stretti gradini
    continuano a tacere quando parlano di te.

    Non puoi percepirle:

    solo lenti tacchi alti
    e pietre staccate
    verso l'inevitabile.

    PRIMAVERA

    El confeti anticipa
    el cambio de estación,
    una música nueva,
    otra forma de intuir las formas del dolor
    y la belleza madre del ciclo de las hojas.

    PRIMAVERA
    I coriandoli anticipano
    il cambio di stagione,
    una nuova musica,
    un’altra forma di intuire le forme del dolore
    e la bellezza madre
    del ciclo delle foglie.

    VIAJE

    Los azulejos rotos de Lisboa,
    la calle paulatina
    que insiste en su retorno,
    parecen un poema repetido en el tiempo,
    que pide ser leído todavía
    por recordar sus pausas,
    el silabeo tímido
    de una oración secreta.

    VIAGGIO
    Gli azulejos rotti di Lisbona,
    la strada graduale
    che insiste nel suo ritorno,
    sembrano un poema ripetuto nel tempo,
    che chiede di essere letto ancora
    per ricordare le sue pause,
    la sillabazione timida
    di una preghiera segreta.

    GOOGLE

    Esta ciudad no tiene estatuas, se equilibra
    con símbolos binarios:
    imposible el otoño
    si no cabe lo neutro,
    imposible la vida
    si no duele noviembre.

    Una ciudad sin rostro
    a las seis de la tarde
    imagina sus máscaras, también sus recovecos,
    las plazas donde esperan los amantes
    un beso que suspenda
    las luces de escritorio.

    Ciudad que tergiversa
    sus calles tecleadas,
    no conoce la historia, sino el tiempo
    que gravita en las manos
    esculpiendo promesas, tenaces por eternas
    como diosas de mármol.

    GOOGLE
    Questa città non ha statue, si equilibra
    con simboli binari:
    impossibile l’autunno
    se non ci sta il neutro ,
    impossibile la vita
    se novembre non fa male.

    Una città senza volto
    alle sei di sera
    immagina le sue maschere, anche i suoi angoli,
    le piazze dove gli amanti aspettano
    un bacio che sospenda
    le luci da scrivania.

    Città che tergiversa
    le sue strade digitate,
    non conosce la storia, ma il tempo
    che gravita nelle mani
    scolpendo promesse, tenaci per eterne
    come dee di marmo.

    MATIZ

    Claro que no supimos dónde,
    fue como si lo hubiésemos leído:
    algunos parques fingen.

    A veces coincidimos
    en eso, como quien sueña un instante
    que realmente vive:
    la rama rota que tenías en la mano
    no era una palabra.

    Pero había crujido
    con el mismo color
    de tu voz pronunciándola.

    SFUMATURA
    Chiaro è che non abbiamo saputo dove,
    fu come se l'avessimo letto:
    alcuni parchi fingono.

    A volte coincidiamo
    in ciò, come chi sogna l’istante
    che davvero vive:
    il ramo spezzato che avevi in mano
    non era una parola.

    Ma aveva scricchiolato
    con lo stesso colore
    della tua voce mentre la pronunciava.

    NAUSÍCAA

    No supo perdonarme el mar
    entonces mi destino de isla,
    recorrí con aceite
    esa cortina de humo que confundió las cumbres
    de mi cárcel. No quise pensarlo, restallaba
    la tierra bajo el paso previsto del extraño.

    Acaricié sus ropas, toqué el oro
    que marchaba hacia Ítaca, cerré los ojos antes
    de llegar a la noche para siempre:

    el mar era tan claro.

    NAUSICAA
    Non seppe il mare perdonare
    il mio destino di isola allora,
    percorsi con olio
    quella cortina di fumo che confuse le sommità
    del mio carcere. Non volli pensarci, scricchiolava
    la terra sotto il passo previsto dello straniero.

    Accarezzai le sue vesti, toccai l'oro
    in marcia verso Itaca, chiusi gli occhi prima
    di giungere alla notte per sempre:

    Il mare era così chiaro.

    BUZUKI

    Trae luz esta música
    de las mesas a oscuras,
    hablas con esos gestos
    que vienen de la infancia
    y el ruido es interior.
    Nos miramos entonces
    mientras el mar se arpegia,
    olas que llegan hasta el tacto de madera
    de las uñas. La orilla inesperada
    frunce el verbo, desviste
    la garganta y resuena.

    BOUZOUKI
    Porta luce questa musica
    dai tavoli al buio,
    parli con quei gesti
    che vengono dall'infanzia
    e il rumore è interiore.
    Ci guardiamo allora
    mentre il mare si arpeggia,
    onde che arrivano fino al tocco del legno
    dalle unghie. La riva inaspettata
    contrae il verbo, spoglia
    la gola e risuona.

    ROMA

    El agua es un capricho de los dioses,
    también ahora, siglos después de que los templos
    empezasen a ser piedra caída, ofrenda
    fortuita a la ciudad. Así, importa tu mano
    al rozar las edades este sábado,
    cuando los puentes nos explican
    el milenio de un río y las ventanas
    piden la luz primera
    que sostiene el abrazo con los ojos pausados.
    Se ve desde el avión
    esa nube nocturna, su promesa de historia.

    ROMA
    L'acqua è un capriccio degli dei,
    anche adesso, secoli dopo che i templi
    iniziassero ad essere pietra caduta, offerta
    fortuita alla città. Così, incide la tua mano
    quando sfiora le età questo sabato,
    quando i ponti ci spiegano
    il millennio di un fiume e le finestre
    chiedono la prima luce
    che sostiene l'abbraccio con gli occhi rilassati.

    Si vede dall'aereo
    quella nuvola notturna, la sua promessa di storia.

    AGUA POR LA MAÑANA

    Antes de la luz, brilla la metáfora.
    A veces, la prefiero
    porque no tiene edad,
    ni certezas de patios que agotan su penumbra.
    Pero no ahora, cuando esta fotografía
    de rotondas nocturnas
    deja la habitación
    y en tus manos dan vueltas anillos de madera.

    ACQUA AL MATTINO
    Prima della luce, brilla la metafora.
    A volte, la preferisco
    perché non ha età,
    né certezze di cortili che esauriscono la loro penombra.
    Ma non ora, quando questa fotografia
    di rotonde notturne
    lascia la stanza
    e nelle tue mani girano anelli di legno.

    ATENAS

    Es un calor distinto. Se mezcla con el ruido
    de las calles sin orden,
    con la voz de una lengua temblando entre olores
    de cuero, enredadera y paredes gastadas.
    Agua fresca a cincuenta céntimos, pero es sed
    de mármol la que acucia,
    y el sudor es el gesto de mantener la vista alzada, nada más
    que una inercia de cielo.

    ATENE
    È un caldo diverso. Si mescola al rumore
    delle strade senza ordine,
    alla voce di una lingua che trema tra gli odori
    di cuoio, rampicanti e pareti consumate.
    Acqua fresca a cinquanta centesimi, ma la sete
    che assilla è di marmo,
    e il sudore è il gesto di tenere alzata la vista, niente di più
    che un’inerzia di cielo.


     

  • TRE POESIE (E TRADUZIONE)
    DEL POETA VENEZUELANO
    ALEJANDRO OLIVEROS

    data: 24/10/2020 19:08

    Alejandro Oliveros (1948) attualmente è uno dei più importanti poeti venezuelani. Professore di letteratura inglese e statunitense presso l'Università Centrale del Venezuela. Traduttore dal francese, inglese e italiano. Proponiamo una breve selezione di poesie, che faranno parte di una prossima pubblicazione bilingue (spagnolo-italiano), con prologo del Prof. Freddy Castillo Castellanos e traduzione di Marcela Filippi Plaza.

    MUERTE DE ORIÓN

    ERAN los días y noches del ardiente agosto
    detenido en la morada circular del cielo.

    El solsticio eterno que penetra los ojos
    y entorpece la marcha entre los guijarros.

    El verano es estación propicia para el engaño,
    la claridad se llena de manchas como la piel enferma.

    Sin cuidados y sin avisos se desplazaba
    el gigantesco Orión hacia la isla rumorosa,

    la encantada Ortigia de vientos amansados
    y crepúsculos que hacen rabiar a la aurora.

    Buscaba el hijo de Poseidón en la rosada arena
    las blancas vocales del cuerpo amado,

    sus ojos de miel entre las estrellas
    silenciosas, la rosa de su boca flotando,

    rodeada de nenúfares y dulces lotos,
    la espuma de sus senos iluminando la playa.

    A la espera de la noche, sigiloso, después
    de años, se arrastraba el escorpión artero.

    Su disminuida figura, su naturaleza sentida
    y su ponzoña reservada para el solitario.

    Todos los días, traicionado por amor, se hunde
    el gigantesco Orión en el mar onduloso.

    He visto su pesado naufragio, sus miembros dispersos
    y el envenenado hundimiento de su cuerpo.

    He escuchado su cantado lamento en la tarde
    abrupta y calurosa del mar de Cumboto.

    MORTE DI ORIONE

    Erano i giorni e le notti dell’infuocato agosto
    recluso nella dimora circolare del cielo.

    Il solstizio eterno che penetra gli occhi
    e intorpidisce la marcia tra i ciottoli.

    L'estate è una stagione propizia per l'inganno,
    la chiarezza si riempie di macchie come la pelle malata.

    Senza cura e senza preavvisi si spostava
    il gigantesco Orione verso l'isola rumorosa,

    l'incantata Ortigia dai venti ammansiti
    e crepuscoli che fanno arrabbiare l'aurora.

    Cercava il figlio di Poseidone nella sabbia rosa
    le bianche vocali del corpo amato,

    i suoi occhi di miele tra le stelle
    silenziose, la rosa della sua bocca fluttuando,

    circondata da ninfee e dolci fiori di loto,
    la schiuma dei suoi seni illuminando la spiaggia.

    In attesa della notte, circospetto, dopo
    anni, strisciava l’infido scorpione.

    La sua diminuita figura, la sua natura sentita
    e il suo veleno riservato al solitario.

    Tutti i giorni, tradito per amore, affonda
    il gigantesco Orione nel mare ondulato.

    Ho visto il suo pesante naufragio, le sue membra disperse
    e l'avvelenato affondamento del suo corpo.

    Ho sentito il suo cantato lamento nella sera
    subitanea e calda del mare di Cumboto.

    (de Magna Grecia, 1999)

    ---

    PRIMERA VISITA A ROMA
    I
    Más de lo que en sueños pude imaginar, encontré
    aquella tarde de mayo en Roma. Los placeres
    de Domus Aurea no se ofrecen ya al riesgoso
    amor del esposo de Popea. Pero ahí estaba
    tu cielo, el más alto y suntuoso, el alto
    cielo del imperio, un horizonte vertical, un vasto
    mar sobre mi cabeza, una invitación a volar
    y observar desde lo alto tus dispersas colinas.
    Desde Roma-Termini, en el fijo eje del mundo,
    hasta las sombras discretas de Cosma e Damiano,
    nada falta aquí, las manos de los mercaderes,
    el sudor agrio de gli immigranti, el paso pesado
    de los turistas, nada falta, geografía
    devastada, terca presencia, obstinado sueño.
    Ah, Roma, eres el compendio del cosmos, un cuerpo
    de mujer amada lacerante y alucinado.
    II
    Cuando la noche desciende sobre Roma se oyen
    las voces de César en las ruinas del teatro
    de Pompeo. Se aspira el olor achicharrado
    de Bruno en Campo dei Fiori. Cuando la oscuridad
    se aproxima a las oscuras corrientes del Tíber,
    las luces se hunden en los laberintos del gheto,
    y las sombras se levantan en la ínsula enferma
    La noche se disuelve en las esquinas de Roma.
    Via Appia, di por favor, cuál de todas es esa puerta
    que amargamente se lamentaba de peleas
    nocturnas, y de ser golpeada por manos
    indignas, ya de ser adornada con obscenas
    guirnaldas. Más cruel alguna vez que la cruel Cintia,
    que reposaba adentro en el pecho afortunado
    de otro, cuando las vagas estrellas y el Céfiro
    se apiadaban del rechazado amante, di, ¿cuál es?
    III
    En Roma la luz viaja desde Porta Maggiore
    hasta el agua donde abreva el caballo de Pólux.
    La claridad se desplaza sobre las basílicas,
    penetra y alumbra el alto dorado de los templos,
    asciende las columnas, descansa en los jardines,
    antes de entregarse a las anchas escalinatas
    victoriosas. Nada por el mundo es comparable:
    En el amanecer, Roma es tan hermosa como
    tus ojos de plata. Las casas y los palacios
    flotan sobre las torres, las ruinas se despiertan,
    las fuentes llegan suspendidas por el viento
    y la memoria gira en el centro de las plazas:
    la luz rosada de la aurora se acerca y acaricia
    los cuerpos de los amantes. En el amanecer
    Roma es tan hermosa como tus ojos de plata.

    PRIMA VISITA A ROMA
    I
    Più di quanto avrei potuto immaginare nei sogni, trovai
    quella sera di maggio a Roma. I piaceri
    della Domus Aurea ormai non si offrono più al rischioso
    amore dello sposo di Poppea. Ma lì era
    il tuo cielo, il più alto e sontuoso, l'alto
    cielo dell'impero, un orizzonte verticale, un vasto
    mare sul mio capo, un invito a volare
    e a osservare dall'alto le tue sparse colline.
    Da Roma-Termini, nel fisso asse del mondo,
    fino alle ombre discrete di Cosma e Damiano,
    nulla manca qui, le mani dei mercanti,
    il sudore acre degli immigranti, il pesante passo
    dei turisti, nulla manca, geografia
    devastata, testarda presenza, sogno ostinato.
    Oh, Roma, sei il compendio del cosmo, un corpo
    da donna amata lacerata e allucinato.
    II
    Quando la notte discende su Roma si sentono
    le voci di Cesare tra le rovine del teatro
    di Pompeo. Si aspira l'odore arrostito
    di Bruno a Campo de' Fiori. Quando l'oscurità
    si avvicina alle oscure correnti del Tevere,
    le luci sprofondano nei labirinti del ghetto
    e le ombre si alzano sull'isola inferma.
    La notte si dissolve negli angoli di Roma.
    Via Appia, dì per favore, quale fra tutte è quella porta
    che amaramente si lamentava di lotte
    notturne, e di essere colpita da mani
    indegne, e di essere adornata con ghirlande
    oscene. Più crudele alcune volte della crudele Cinzia
    che giaceva nel petto fortunato
    di un altro, quando, le vaghe stelle e lo zefiro
    s'impietosivano dell'amante respinto, dì, qual è?
    III
    A Roma la luce viaggia da Porta Maggiore
    fino all'acqua dove si abbevera il cavallo di Polluce.
    La luminosità si muove sulle basiliche,
    penetra e illumina l'alto dorato dei templi,
    sale sulle colonne, riposa nei giardini,
    prima di abbandonarsi alle ampie scalinate
    vittoriose. Nulla al mondo è comparabile:
    La luce di Roma, il miglior dono degli dei.
    All'alba, Roma è così bella come
    i tuoi occhi d'argento. Le case e i palazzi
    fluttuano sulle torri, le rovine si svegliano,
    le fontane arrivano sospese dal vento
    e la memoria gira al centro delle piazze:
    la luce rosa dell'aurora si avvicina e accarezza
    i corpi degli amanti. All'alba
    Roma è così bella come i tuoi occhi d'argento.

    ---
    HELENA
    Mañana se cumplen diez años de mi llegada
    a esta ciudad sin destino. Los señores griegos
    no han podido con las torres sin fin y murallas
    de la patria de Príamo. Los conozco a todos,
    los he atendido en mi casa de Lacedemonia.
    Ese es Agamenón, mi poderoso cuñado,
    imprudente monarca y matador de hijas,
    el más engañado de los aqueos, causará
    la ruina de su familia cuando regrese a Argos.

    Aquel es Odiseo, el hijo astuto de Laertes,
    experto en trampas y el primero de los burgueses,
    no imagina lo que le falta, lo que le espera
    antes de regresar a Itaca y abrazar a su padre.
    El obstinado Aquiles, delicado y efímero,
    me da lástima, el único entre ellos que conoce
    su destino: no volverá a cruzar el vinoso
    ponto que lo condujo a esta tierra de teucros.

    Así, unos más, otros menos, se han hospedado
    en mi palacio. Para no hablar de Ayax y Diomedes.
    Nunca pensaron que se iban a demorar tanto,
    juraban estar de regreso para diciembre,
    adornar el árbol con el tesoro de Príamo,
    cada uno con su esclava, que es como llaman
    a las concubinas que nos traen a las casas.

    Pero el fin está cerca. Héctor se despidió
    de su pobre esposa. Al consentido de Aquileo,
    Patroclo, le cortaron ya el aire y las venas,
    Paris pule el afilado dardo que hiere de lejos,
    su muerte envenenada se le nota en los ojos,
    no me arrepiento de haber sido su amante,
    hemos pasado juntos buenos días y noches,
    lo volvería a hacer pero sin tanto escándalo.

    Ahora el fin está cerca. Casandra llora y predice
    pero nadie le hace caso. Los cielos de Troya
    huelen a muerte y sangre coagulada. Puedo ver
    las llamas asomándose al lecho de los niños,
    ese olor acre a carne quemada en las chimeneas.

    Troya VII se prepara a vivir bajo tierra
    durante miles de años, el polvo sobre el polvo.
    Volveré a Grecia al lado del rubio Menelao
    y de nuevo habré de ser seducida y raptada,
    no sé por quién ni cuándo, pero sé que será así,
    por todos los siglos de los siglos. Amén.

    ELENA
    Domani saranno dieci anni dal mio arrivo
    in questa città senza destino. I signori greci
    non ce l'han fatta con le torri senza fine né con le mura
    della patria di Priamo. Li conosco tutti,
    li ho accolti nella mia casa a Lacedemonia.
    Quello è Agamennone, il mio potente cognato,
    imprudente monarca e uccisore di figlie,
    il più ingannato degli Achei, causerà
    la rovina della sua famiglia quando tornerà ad Argos.

    Questo è Odisseo, il figlio astuto di Laerte,
    esperto in trappole e il primo dei borghesi,
    non immagina cosa gli manca, e ciò che lo attende
    prima di ritornare a Itaca e abbracciare suo padre.
    L'ostinato Achille, delicato ed effimero,
    mi fa pena, l'unico tra loro che conosca
    il suo destino: non attraverserà di nuovo il vinoso
    ponto che lo ha condotto in questa terra di teucri.

    Così, alcuni di più, altri di meno, sono stati ospitati
    nel mio palazzo. Per non parlare di Aiace e Diomede.
    Non avrebbero mai pensato di metterci così tanto tempo,
    hanno giurato di essere di ritorno a dicembre,
    decorare l'albero con il tesoro di Priamo,
    ognuno con la sua schiava, così come chiamano
    le concubine che ci portano nelle case.

    Ma la fine è vicina. Ettore ha salutato
    la sua povera sposa. Al viziato di Achilleo,
    Patroclo, gli han già tagliato l'aria e le vene,
    Paride lucida l'affilato dardo che ferisce da lontano,
    la sua morte avvelenata gli si vede negli occhi,
    non mi pento di essere stata la sua amante,
    abbiamo trascorso insieme dei bei giorni e notti,
    lo rifarei ma senza tanto scandalo.

    Ora la fine è vicina. Cassandra piange e predice
    ma nessuno le dà retta. I cieli di Troia
    hanno odor di morte e sangue coagulato. Posso vedere
    le fiamme spuntare dal letto dei bambini,
    quell'odore acre di carne bruciata nei camini.

    Troia VII si prepara a vivere sottoterra
    per migliaia di anni, polvere sulla polvere.
    Tornerò in Grecia accanto al biondo Menelao
    e di nuovo sarò sedotta e rapita,
    non so da chi né quando, ma so che sarà così,
    per tutti i secoli dei secoli. Amen.
     

     

     

     

     

  • SEGRETERIA DELLE URGENZE
    DI JORGE MUZAN

    data: 21/10/2020 14:13

    Ecco un testo molto originale di Jorge Muzam, lo scrittore cileno, nato a San Fabián de Alico nel 1972, di cui abbiamo già pubblicato qualcosa in questa sede. Un autore, davvero molto interessante, che non risponde ai soliti cliché di molti scrittori della sua generazione.

    SECRETARÍA DE LAS URGENCIAS

    Nunca me he dado el tiempo para llorar todo lo que debo llorar. Mis errores, pérdidas, alejamientos, ausencias. Los funerales de cada uno de mis yoes que han ido muriendo de tristeza. Mis muertos sanguíneos. Los que algo contribuyeron con un desayuno o un plato de lentejas en inviernos fríos. Mis muertos creadores. Los hermanos de todas las épocas de quienes más aprendí.

    No he podido llorar. Darme el tiempo. El estallido de mi garganta, de mis sienes, de mis manos a todos los cielos e infiernos. No me es posible llorar junto a las piedras de un estero que cada día trae menos agua. No puedo hacerlo. Siempre hay funcionarios de la vida husmeando, apurando, poniendo el pause a toda congoja, porque la secretaría de las urgencias advierten terminantes, que no hay tiempo para boludeces.


    SEGRETERIA DELLE URGENZE

    Non mi sono mai dato la pena di piangere per tutto ciò che devo piangere. I miei errori, perdite, allontanamenti, assenze. I funerali di ognuno dei miei io, che un po' alla volta sono morti di tristezza. I miei morti consanguinei. Quelli che hanno contribuito con qualcosa, una colazione o un piatto di lenticchie nei freddi inverni. I miei morti creatori. I fratelli di tutte le epoche dai quali ho più imparato.

    Non ho potuto piangere. Prendermi il tempo. L'esplosione della mia gola, delle mie tempie, delle mie mani, rivolto a tutti i cieli e inferni. Non mi è possibile piangere accanto alle pietre di un ruscello, che ogni giorno porta meno acqua. Non posso farlo. Ci sono sempre funzionari della vita che annusano, affrettano, mettono pausa a ogni angoscia, perché la segreteria delle emergenze avverte tassativamente, che non c'è tempo per le scempiaggini.
     

  • LE PAROLE DANZANO
    NEI TESTI POETICI
    DI JESUS ENRIQUE BARRIOS

    data: 01/09/2020 18:54

    Questo 7 settembre sarà il primo anniversario della scomparsa dello scrittore venezuelano Jesús Enrique Barrios (1936-2019). Lo vogliamo ricordare con una selezione di testi suoi, tradotti in italiano da Marcela Filippi Plaza e una breve nota di presentazione del Professor Freddy Castillo Castellanos)

    Presentazione di Freddy Castillo Castellanos
    Per il suo incorruttibile amore per la poesia, Jesús Enrique Barrios fu da questa felicemente retribuito. Sovente gli si presentava senza veli per ricevere dal suo spirito una veste di uccello o di rosa, di pesce o di nuvola, sempre per mezzo di una parola inaspettata e accesa. Da un anno stanno insieme per sempre o, forse, aspettano nuove migrazioni. Dio saprà, "anche se non tanto", come direbbe lo stesso Poeta.
    Le brevi linee precedenti non sono altro che un tentativo (probabilmente fallito) di avvicinarmi a uno degli inconfondibili toni di Jesús Enrique, nel cui discorso, pronunciato o scritto, le parole danzano e inventano nuovi passi, come dimostrato dalla figlia Isabel ogni volta che si presenta su uno scenario per ballare la poesia di suo padre. Non vado ora a imitare i toni, né la rassegna delle caratteristiche principali che apprezzo nella sua scrittura. Voglio semplicemente ricordare alcuni tratti della sua persona e del suo lavoro che considero ineludibili.
    Il poeta Barrios, senza arie da maestro, fu, in verità, sottilmente e gentilmente un uomo che distribuiva conoscenza. Diverse generazioni di studenti universitari lo ricordano con ammirazione e gratitudine. Ma non solo loro. Anche i suoi amici, ai quali in piacevoli conversazioni elargiva l'universo di numerose letture, possono - possiamo - evocare la fortuna di averlo avuto come guida generosa e opportuna. Non smise mai di rispondere a una domanda, se al momento non disponeva delle informazioni precise per la risposta; ci regalava sempre una saggia riflessione che risultava sufficiente.
    Letteratura e filosofia furono un corpo unico nelle sue ricerche intellettuali, è da lì che la sua poesia corre a metà strada tra la lira e il pensiero. Se qualche tema teologico lo occupava, si appellava a una sentenza irriverente per risolverlo, senza mai perdere la logica impeccabile della sua ragione poetica. Tuttavia, a volte ci sorprendeva con una metafora che fuggiva dal suo riferimento originale e ci conduceva a nuove zone del mistero. Perché, appunto, il poeta Barrios voleva preservare misteri, non provare conclusioni che sapeva essere provvisorie. Cercava di aggiungere nuove domande e arricchire quelle vecchie, come aveva imparato da Borges e da Kafka, le cui opere non smise mai di frequentare.
    Le sue poesie in prosa e in versi, i suoi aforismi, i suoi racconti e i suoi saggi, sono la testimonianza di una vita consegnata senza sosta alla parola. Questa selezione proviene da vari libri pubblicati del poeta. Comprende anche alcuni testi inediti. Ci auguriamo che sia una cernita rappresentativa delle costanti espressive dell'autore.

    --
    POESIE DI JESÚS ENRIQUE BARRIOS
    IL SILENZIO RIVENDICA I MIEI PRESAGI
    Il silenzio rivendica i miei presagi. Le uscite sono controllate. Non ho avuto voglia di trionfare. Non ho avuto voglia di restare. Quando la luce mi ha decretato guerra, conosceva già la sufficienza delle mie tenebre. Non ho aspirato ad altri tradimenti: mi bastano i miei. Da ogni dove estraggono il castigo e me lo fanno leggere sul menù del giorno. Me lo strizzano quasi sul volto. In questi casi il pane va verso il carbone e la terra esala la sua letale vendetta.
    (Cualquier itinerario, 1992)

    DOV’È PEPE BARROETA?
    Lo hanno visto quando faceva innamorare i riflessi della luna. Lo hanno visto nella tempesta mentre parlava con un angelo.
    Ad ogni caduta si innamorava di nuovo. Smise di pensare per seguire il volo degli uccelli. Si arrese alla condanna come chi nutre le api. In lui si accumulavano i misteri e la nostalgia delle nebbie. Camminava da solo, spiga innamorata tra le follie della notte e in mezzo alle trappole del cammino, senza alterare la giornata. Da solo, all'origine delle distanze proibite.
    Fino al limite delle lingue invitava a risolvere le differenze. Portava il dolore di un albero abbattuto e tuttavia lo videro resuscitare gesta al ricevimento dei maghi. Portava la sostanza dei momenti più tristi. Staccava verbi dalla roccia e con una lacrima scavava nella profondità della vita. Immagazzinava incanti proibiti. Girava da solo e rideva persino negli occhi dell'uccello.
    Nella sua lingua di metà giornata diceva della vita sempre più vita ... parlava anche di un nido accanto ai sassi e di una nuvola gravida dei loro canti.
    Era pane e chitarra innamorato del ventre delle donne.
    Era il ritmo dei desideri tra le onde del mare.
    E alla fine dell'incontro, accendeva una lanterna e svegliava i contenuti del mattino.
    (Usada poesía, 1994. Questa poesia è stata scritta nel 1964)
    -
    QUASI NIENTE
    Quasi niente:
    l'universo e te.
    Quasi sempre:
    la tua assenza e me.
    (Por rastros y raudales. 1995)

    LE TUE SCARPE
    Le tue scarpe, sulle impronte della strada,
    i tuoi indumenti, nel fondo dei mari,
    i tuoi vestiti, al vento del deserto.
    Nei tuoi seni un acquazzone immenso
    e nel fiore del tuo universo
    un vortice di abissi impossibili
    affinché la musica di Dio
    mi restituisca gli originali
    di questo sogno.
    (Por rastros y raudales, 1995)

    DENTRO DI ME ESISTONO ALBERI
    Dentro di me esistono alberi. Dentro l'albero c'è vita di metalli. Nel metallo c'è vita di animali. Dentro l'animale convive l'affine. E simile all'uomo sono gli angeli. Dentro l'angelo ci sono degli dei: volo azzurro di estasi umano. Dentro Dio ci sono le illusioni. Nell'illusione c'è anche una bestia e quando tutti si mettono in gioco i propri destini, appare questo male e questo bene con cui vivo scommettendo sul nulla e il suo universo.
    (Ahogo y desahogo.1997)

    MORÌ IN FRETTA
    Morì in fretta, come se da sempre avesse conosciuto l'eternità. Intonò un inno antico e sparì tra il fuoco di un vulcano e le acque del mare. Sintetizzò la sua vita in un battito d'ali di un effimero volo intorno all'amore e nel tono magico di un colore che non aveva spazio nella realtà e neanche nelle possibilità dell'aldilà. Per questo la sua vocazione al silenzio. Le foglie cadute e le cime innevate permisero che rubasse un'onda e oltre le nuvole si sedesse a scrivere tutti i suoi lamenti. Da ciò quella distanza nei suoi occhi, quel rumore nelle sue orecchie e quell'addio col sorriso di una rosa nella sua voce ... E così l'eternità delle sue orme.
    (Otras contradicciones, 2000)

    NON CONOSCO LA DEFINIZIONE DELLA POESIA
    Non conosco la definizione della poesia. Ma questa sera, di fronte al mare, un gabbiano mi dà una forma, che di volta in volta completa la sua armonia e va oltre i vaticini, si arrampica su un'onda e si addentra nella sabbia della spiaggia. Piena di gioia disegna un applauso e annida nel suo proprio volo, per risvegliare il fascino di un concerto di J. S. Bach nelle orecchie del silenzio. Questa sottile oreficeria di sensibilità sprofonda nel mio respiro. Con delicata crudeltà, copia del rituale della nascita, slaccia il mio petto e lo riempie d'amore ... Quindi corrobora la mia adesione al verso. E con il peso del suo volo nella mia coscienza cado sempre verso ..., dove, precisamente, la poesia fonda la propria eternità.
    (Con mis errores, 2005)

    ARMONIA È L'UCCELLO
    L'armonia è l'uccello
    nel suo volo e nel suo canto,
    ma il suo silenzio non è inferiore
    di quando canta e vola,
    perché la massima armonia
    è l'uccello in silenzio.
    (Choque de versos, 2010)

    VOGLIO UN PORTO ERRANTE
    Voglio un porto errante con un'onda senza sponde. Voglio il dattero dell'incontro. Voglio la gioia della tua bocca. Voglio la tua dimora di stupori, dove pascoli i miei ricordi. Voglio girare il vento per raccogliere la tua voce nelle mie ancestrali emozioni. Voglio che mi guidi in questo labirinto. Voglio un lungo addio della tua giovinezza nella mia vecchiaia e la meraviglia di non conoscere la mia morte ora e la tua vita sempre.
    (La insaciable fantasía. Inedito)

    LA MORTE È UN ISTANTE
    La morte è un istante e niente di più. E' carente di rotta e durata. Cade nel nulla e non la muove nessuno. Non conosce limiti ed è letalmente innamorata di tutto ciò che nasce e vive. Per ciò, quando mi rendo conto della sua presenza, la celebro e metto a sua disposizione ognuna delle mie mattine, sere e notti. Sicuramente la morte ci vizia tutti.
    (inedito)

    NELLA STRADA WHITMAN
    Al nro 33 della strada Whitman, c'è la Biblioteca "Dio". Entro e mi incontro col suo direttore, il signor Arpur; Lo interrogo e lui, gentilmente, mi dice: “In questo settore di sinistra ci sono più di 390.000 libri che negano l'esistenza di Dio. E nel settore a destra ci sono 510.000 libri che affermano l'esistenza di Dio "

    -Molto bene- rispondo. Umanamente e statisticamente, Dio esiste. Per questo sono venuto da così lontano , calcoli lei, da Urica, un piccolo paesino del Venezuela. Molte grazie.
    (Inedito)

    --
    LA POESIA DE JESÚS ENRIQUE BARRIOS
    Jesús Enrique Barrios (Venezuela, 1936-2019)
    (Con motivo de cumplirse el próximo 7 de septiembre un año de la muerte del escritor venezolano Jesús Enrique Barrios, lo recordamos hoy en esta página con una selección de textos suyos, traducidos al italiano por Marcela Filippi Plaza y con una breve nota de presentación del profesor Freddy Castillo Castellanos)


    Presentación
    Por su insobornable amor a la poesía, Jesús Enrique Barrios fue gratamente retribuido por ella. Solía presentársele desnuda para recibir de su alma alguna vestidura de ave o de rosa, de pez o de nube, siempre mediante una palabra inesperada y encendida. Desde hace un año están juntos para siempre o tal vez esperando nuevas migraciones. Dios sabrá, “aunque no tanto”, como diría el propio Poeta.
    Las breves líneas precedentes no son más que un intento (probablemente fallido) de acercarme a uno de los inconfundibles tonos del Jesús Enrique, en cuyo discurso, hablado o escrito, las palabras danzan e inventan nuevos pasos, como lo demuestra su hija Isabel cada vez que sale a un escenario para bailar la poesía de su padre. Bien. No voy a irme ahora por la imitación de tonos, ni tampoco por la reseña de los principales rasgos que aprecio en su escritura. Simplemente, voy a recordar algunos rasgos de su persona y de su obra que estimo ineludibles.
    El poeta Barrios, sin aires de maestro, fue, en verdad, sutil y amablemente un hombre que repartía conocimientos. Varias generaciones de estudiantes universitarios lo recuerdan con admiración y gratitud. Pero no sólo ellos. También, sus amigos, a quienes en amenas charlas fue prodigándoles el universo de sus muchas lecturas, pueden –podemos- evocar la fortuna de haberlo tenido como guía generoso y oportuno. Nunca dejaba de responder una pregunta. Si no tenía en el momento el dato preciso para la respuesta, siempre nos regalaba una sabia reflexión que resultaba suficiente.
    Literatura y filosofía fueron un solo cuerpo en sus búsquedas intelectuales, de allí que su poesía discurre a medio camino entre la lira y el pensamiento. Si algún tema teológico lo ocupaba, apelaba a una sentencia irreverente para resolverlo, sin perder nunca la lógica impecable de su razón poética. Sin embargo, a veces nos sorprendía con una metáfora que huía de su referente original y nos llevaba hacia nuevas zonas del misterio. Porque, precisamente, el poeta Barrios quería preservar misterios, no ensayar conclusiones que sabía provisorias. Procuraba añadir nuevas preguntas y enriquecer las viejas, como había aprendido de Borges y de Kafka, cuyas obras nunca dejó de frecuentar.
    Sus poemas en prosa y en verso, sus aforismos, sus relatos y sus ensayos, son el testimonio de una vida entregada sin pausa a la palabra. Esta selección proviene de diversos libros publicados del poeta. Incluye también algunos textos inéditos. Esperamos que sea una muestra representativa de las constantes expresivas del autor.
    Freddy Castillo Castellanos
    --
    POEMAS DE JESÚS ENRIQUE BARRIOS
    EL SILENCIO VINDICA MIS PRESAGIOS
    El silencio vindica mis presagios. Las salidas están controladas. No he sentido ganas de triunfar. No he sentido ganas de quedarme. Cuando la luz me decretó la guerra, ya sabía de la suficiencia de mis tinieblas. No he aspirado a otras traiciones: me basta con las mías. De todas partes sacan el castigo y me lo hacen leer en el menú diario. Casi me lo estrujan en el rostro. En tales casos el pan pasa de largo hacia el carbón y la tierra exhala su letal venganza.
    (Cualquier itinerario, 1992)

    ¿DÓNDE ESTÁ PEPE BARROETA?
    Lo vieron cuando enamoraba los reflejos de la luna. Lo vieron en la tormenta mientras conversaba con un ángel.
    A cada golpe volvía a enamorarse. Dejó de pensar para seguir el vuelo de las aves. Se entregó a la condena como quien alimenta a las abejas. En él se amontonaban los misterios y la nostalgia de las nieblas. Andaba solo, espiga enamorada en las locuras de la noche y en las tretas del camino, sin alterar la jornada. Solo, en el origen de las distancias prohibidas.
    Hasta el final de los idiomas invitaba a resolver las diferencias. Llevaba el dolor de un árbol derribado y sin embargo lo vieron resucitando hazañas en el convite de los magos. Llevaba la sustancia de los momentos más tristes. Despegaba verbos de las rocas y con una lágrima escarbaba en las profundidades de la vida. Almacenaba encantos prohibidos. Andaba solo y llegó a reírse en los ojos del pájaro.
    En su lenguaje de mediodía decía de la vida siempre más vida… también decía de un nido al lado de las piedras y de una nube preñada de sus cantos.
    Era pan y guitarra enamorado del vientre de las mujeres.
    Era el ritmo de los deseos en los oleajes del mar.
    Y al término del encuentro encendía el farol y despertaba los contenidos de la mañana.
    (Usada poesía, 1994. Este poema fue escrito en 1964)

    CASI NADA
    Casi nada:
    el universo y tú.
    Casi siempre:
    tu ausencia y yo.
    (Por rastros y raudales. 1995)

    TUS ZAPATOS
    Tus zapatos, a las huellas del camino,
    tus prendas, al fondo de los mares,
    tus vestidos, al viento del desierto.
    En tus senos un aguacero inmenso
    y en la flor de tu universo
    un vértigo de abismos imposibles
    para que la música de Dios
    me devuelva los originales
    de este sueño.
    (Por rastros y raudales, 1995)

    DENTRO DE MÍ EXISTEN ÁRBOLES
    Dentro de mí existen árboles. Dentro del árbol hay vida de metales. En el metal hay vida de animales. Dentro del animal convive el semejante. Y semejante al hombre son los ángeles. Dentro del ángel hay dioses: vuelo azul del éxtasis humano. Dentro de Dios están las ilusiones. En la ilusión también hay una bestia y cuando todos se ponen a jugar sus destinos aparece este mal y este bien con que vivo apostando a la nada y su universo.
    (Ahogo y desahogo. 1997)

    SE MURIÓ DE PRISA
    Se murió de prisa, como si desde siempre conociera la eternidad. Entonó un himno antiguo y desapareció entre el fuego de un volcán y las aguas del mar. Resumió su vida en el aleteo de un efímero vuelo alrededor del amor y en el tono mágico de un color que no tenía cabida ni en la realidad ni en las posibilidades del más allá. Por eso su vocación por el silencio, las hojas caídas y las alturas nevadas permitieron que se robara una ola y más allá de las nubes se sentara a escribir todos sus lamentos. De ahí esa lejanía en sus ojos, ese rumor remoto en sus oídos y ese adiós con la risa de una rosa en su voz… Y así la eternidad en sus huellas.
    (Otras contradicciones, 2000)

    DESCONOZCO LA DEFINICIÓN DE LA POESÍA
    Desconozco la definición de la poesía. Pero esta tarde, frente al mar una gaviota me da una forma, que a cada rato completa su armonía y salta por encima de los vaticinios, se encarama en una ola y profundiza en las arenas de la playa. Llena de alegría dibuja un aplauso y anida en su propio vuelo, para despertar los encantos de un concierto de J. S. Bach en los oídos del silencio. Esta sutil orfebrería de la sensibilidad se hunde en mi respiración. Con delicado ensañamiento copia del ritual del nacimiento, desabrocha mi pecho y lo llena de amor… Entonces corrobora mi adhesión al verso. Y con el peso de su vuelo en mi conciencia caigo hacia siempre…, donde, precisamente, la poesía funda su propia eternidad.
    (Con mis errores, 2005)

    ARMONÍA ES EL PÁJARO
    Armonía es el pájaro
    en su vuelo y en su canto,
    pero su silencio no es menor
    que cuando canta y vuela,
    porque la máxima armonía
    es el pájaro en silencio.
    (Choque de versos, 2010)

    QUIERO UN PUERTO ERRANTE
    Quiero un puerto errante con una ola sin orillas. Quiero el dátil del encuentro. Quiero el regocijo de tu boca. Quiero tu morada de asombros, donde pastoreas a mis recuerdos. Quiero voltear el viento para cosechar tu voz en mis ancestrales emociones. Quiero que me guíes en este laberinto. Quiero una larga despedida de tu juventud en mi vejez y la maravilla de no saber mi muerte ahora y tu vida siempre.
    (La insaciable fantasía. Inédito)

    LA MUERTE ES UN INSTANTE
    La muerte es un instante y nada más. Carece de rumbo y duración. Cae en la nada y no la mueve nadie. No conoce límite y está letalmente enamorada de todo lo que nace y vive. Por eso, cuando me doy cuenta de su presencia, la celebro y le pongo a la orden cualquiera de mis mañanas, tardes y noches. Definitivamente la muerte nos consiente a todos.
    (Inédito)

    EN LA CALLE WHITMAN
    En la calle Whitman No. 33, queda la Biblioteca “Dios”. Entro y me entrevisto con su director, Sr. Arpur; lo interrogo y él, afablemente, me dice: “En este sector de la izquierda hay más de 390.000 libros que niegan la existencia de Dios. Y en el sector de la derecha, hay 510.000 libros que afirman la existencia de Dios”
    -Muy bien –le respondo. Humana y estadísticamente, Dios existe. A esto he venido de tan lejos, calcule usted, de Urica, un pueblito de Venezuela. Muchas gracias.
    (Inédito)

     

  • SETTE FACCONTI BREVI
    ANZI BREVISSIMI
    DI JORGE MUZAM

    data: 14/08/2020 17:46

    Pubblichiamo sette "racconti brevi" di Jorge Muzam, scrittore cileno, nato a San Fabian di Alico nel 1972. Traduzioni di Marcela Filippi Plaza.

    Narràndome
    Más que contar, me cuento. Es mi inclinación afortunada o nefasta, dependiendo del ánimo o la distancia con que se observe. El resto es adherencia, contexto, conjetura. Los colores van por cuenta de Nabokov. Es decir, a él le debo la importancia de ese aspecto narrativo. Y a Rulfo la inmensidad de un mundo hostil e inevitable. A Bukowski cierto cinismo, cierta orfandad de pugilista arrinconado. De Philip Roth intento adquirir su experticia para bucear en el alma compleja. Allí donde la moral o la religión son meras excusas de superficie para sobrevivir o doblegar a otros. De Joseph Roth, el santo bebedor, su ternura para retratar personajes que no encuentran su sitio. De Henry Miller, su chisporroteo nihilista. De Céline su poesía. De Foster Wallace su meticulosidad extravagante. De Joyce, su humor. A Kenzaburo Oé le debo la niebla que palpa los cerros, cierta perplejidad resignada ante el horror y no poca humildad. A Bashevis Singer, la escafandra ciega para respirar en un mundo tan injustamente usual.

    Narrandomi
    Più che raccontare, mi racconto. E’ la mia inclinazione fortunata o nefasta, a seconda dell’animo o della distanza da cui si osservi. Il resto è adesione, contesto, congettura. I colori sono grazie a Nabokov. Vale a dire, è a lui che debbo l’importanza di quell’aspetto narrativo. E a Rulfo, l’immensità di un mondo ostile e inevitabile. A Bukowski un certo cinismo, certa orfanilità da pugile messo all’angolo. Da Philip Roth cerco di acquisire la sua perizia per fare immersioni nell’anima complessa. Lì dove la moralità o la religione sono semplici scuse di superficie per sopravvivere o per piegare gli altri. Da Joseph Roth, il santo bevitore, la sua tenerezza nel ritrarre personaggi che non trovano il loro posto. Da Henry Miller, il suo prorompente nichilismo. Da Céline, la sua poesia. Da Foster Wallace la sua stravagante meticolosità. Da Joyce, il suo umorismo. A Kenzaburo Oé gli debbo la nebbia che palpa le colline, una certa perplessità rassegnata di fronte all’orrore e, non poca umiltà. A Bashevis Singer, il cieco scafandro per respirare in un mondo così ingiustamente usuale.

    ---
    LUCHA DE CLASES CANINA
    Pillín, Cholo, Boby y Terry son los nombres habituales de los perros quiltros nacidos en Chile. Son los llamados mestizos. Sobrevivientes de mil peleas callejeras, acostumbrados al frío, al hambre y al vagabundeo. Suelen deambular por las calles, miran con ojos de pena a los niñitos que salen de los McDonalds, esperan la luz verde de los semáforos y supervisan los desfiles públicos. Cuando alguien se siente perturbado por su presencia, simplemente les espeta: ¡anda a echarte mierda! Llamarse Cholo es como llamarse Juan en humano, Pillín equivale a Pedro, Boby a Luis y Terry a José.
    Pero tal como entre los humanos, entre los perros también hay estrictas divisiones sociales. Los quiltros son la clase baja, la indigente, la despojada, el pueblo explotado que sobrevive lamiendo huesitos roídos.
    La clase media son los perros guardianes, los enormes rotwaillers, los pitbull, los bulldog, los pastores alemanes y los doberman. Ellos prestan un servicio de seguridad a los aspiracionistas que compran enormes viviendas que casi no tienen patio, y a los delincuentes que deben disuadir a los otros delincuentes de las quitadas de droga. Cuando el aspiracionista pierde el trabajo o cae en desgracia, simplemente se deshace del perro dejándolo tirado en caminos rurales. Los delincuentes se los comen asados.
    La aristocracia perruna corresponde a los afganos, chow chow, poodles, beagles y hasta los chihuahua. Suelen llamarse Edgard, Sophie o Elizabeth, y tienen privilegios incluso superiores a los de un parlamentario (lo cual parece imposible) La aristocracia perruna ha ido creciendo a la par que los nuevos ricos. En Chile se les llama "perros de raza" y confieren estatus a quien los ostente en los parques. Decir “de raza” basta para henchir el corazón y el culo de sus dueños. Poseer un perro de raza implica generar condiciones ambientales y alimenticias para el óptimo desenvolvimiento de los músculos e intestinos del can.
    De esta forma, semanalmente tienen horas reservadas para baño, peinado, masaje, limaje de uñas y psicólogo en exclusivos centros de belleza canina. Conjuntamente, se le compran accesorios deportivos para que el señor perro haga deporte en casa, bien manufacturadas vestimentas para cubrir sus lomos, huesos artificiales sin grasa para sus dientes, juguetes para que no se aburra y comida especial para que su mierda no huela a mierda.
    Por lo demás, el árbol genealógico del perro (inventado o legítimo) debe demostrar con rotunda claridad que en algún momento tuvo antepasados nobles que ladraban en inglés. Por esto, resulta natural que el perro se siente cuando le dicen ¡Sit down!

    LOTTA DI CLASSE CANINA
    Pillín, Cholo, Boby e Terry sono i soliti nomi dei cani bastardi nati in Cile. Sono i cosiddetti meticci. Sopravvissuti a mille litigi di strada, abituati al freddo, alla fame e al vagabondaggio. Sono soliti deambulare per le strade, guardando con occhi di pena i bambini che escono dai McDonalds, aspettano la luce verde dei semafori e vigilano le sfilate pubbliche. Quando qualcuno si sente disturbato dalla loro presenza, semplicemente li infilza: vattene via stronzo! Chiamarsi Cholo è come chiamarsi Giovanni in chiave umana, Pillín equivale a Pietro, Boby a Luigi e Terry a Giuseppe.
    Ma, come tra gli esseri umani, anche tra i cani ci sono rigorose divisioni sociali. I bastardi sono la classe bassa, quella indigente, quella diseredata, il popolo sfruttato che sopravvive leccando piccoli ossi rosicchiati.
    La classe media sono i cani da guardia, gli enormi rotwaillers, i pitbull, i bulldog, i pastori tedeschi e i dobermann. Essi prestano un servizio di sicurezza gli aspiranti che comprano enormi case che non hanno quasi cortile, e ai delinquenti che devono dissuadere altri delinquenti dai furti di droga. Quando il concorrente perde il lavoro o cade in disgrazia, semplicemente si libera del cane abbandonandolo sulle strade rurali. I delinquenti se li mangiano arrosto.
    L'aristocrazia canina corrisponde agli afgani, chow chow, barboncini, beagles e perfino i chihuahua. Si chiamano solitamente Edgard, Sophie o Elizabeth, e hanno privilegi anche superiori a quelli di un parlamentare (che sembra impossibile). L'aristocrazia canina è cresciuta alla pari dei nuovi ricchi. In Cile li si definisce "cani di razza" e conferiscono status a chi li ostenta nei parchi. Dire "razza" è sufficiente per gonfiare il cuore e il culo dei suoi rispettivi padroni. Possedere un cane di razza comporta la creazione di condizioni ambientali e nutrizionali per lo sviluppo ottimale dei muscoli e intestini del cane.
    Inoltre, hanno ore settimanali riservate per il bagno, pettinatura, massaggio, limatura di unghie e psicologo, in centri esclusivi di bellezza canina. Congiuntamente, gli si compra accessori sportivi perché il signor cane faccia sport in casa, vestimenta ben rifinite per coprire i suoi lombi, ossi artificiali senza grasso per i suoi denti, giocattoli perché non si annoi e cibo speciale per evitare che la sua merda puzzi di merda.
    Inoltre, l’albero genealogico del cane di razza (inventato o legittimo) deve dimostrare con evidente chiarezza che una volta aveva antenati nobili che abbaiavano in inglese. Pertanto, risulta naturale che il cane si sieda quando gli dicono, sit down!

    ----
    PADRES E HIJOS

    Pienso en la vida cotidiana de los Madrazo. Tantos pintores geniales en una sola familia. José, y sus hijos Federico, Pedro y Luis, y luego, años más tarde, un nieto, Mariano. Todos creando fraternalmente al amparo de un mismo apellido, en un mismo hogar, junto al mismo fogón, compartiendo pinceles, acuarelas, hallazgos estéticos y los alientos de un palmoteo orgulloso. 

    Pienso en Dumas padre y Dumas hijo, ambos escribiendo bajo una vela, bebiendo el mismo vino, creando mano a mano las historias que se harán inmortales.
    Tuve un profesor en la universidad, Cristián Guerrero Yoacham. Dictaba la cátedra de Historia de América. En algún momento confluyó con su hijo, de igual nombre y también académico, aunque especialista en Historia de Chile. El hijo había llegado a ser Doctor en Historia antes que el padre. Los veía en el estrado, dos luminarias hablando sobre teorías de la historia, y a ratos, el papá, sin poder aguantarse su orgullo ni su condición de padre, le hablaba a su hijo como a un pequeño travieso sorprendido en falta.
    La madre del Ché Guevara era sobreprotectora como la mayoría de las madres. A Ernesto lo veía enfermizo, incapaz de enfrentar los desafíos de la vida. Si hubiese sido por ella lo habría cuidado con esmero todo el tiempo posible. Pero su padre, el padre del Ché, ya veía en él los trazos de la grandeza, podía escarbar en su mirada, adivinar gestos, actitudes, percibir habilidades y el carácter suficiente para imponer su sueño. Los años demostraron que el padre tenía razón.
    Veo el caso del Julian Lennon. Claudio Rodríguez escribió sobre eso. Su padre no lo tomó mucho en cuenta, y Julian anduvo a la deriva, mendigando atención, abrazos de amigos de su padre, de desconocidos, porque el gran John no tenía tiempo, y luego vino Yoko, y el círculo se cerró sin Julian.
    Thomas y Klaus Mann, padre e hijo, ambos escritores, tuvieron una relación difícil. Klaus no podía deshacerse de la poderosa sombra de su padre, escribía de forma compulsiva, y al padre no le gustaba lo que escribía, no lo valoraba. Klaus sufría ante este desdén paterno. Duró poco. Se mató un día cualquiera, muy temprano. Pasaron aún muchos años antes que se empezara a reparar en sus obras, y muchos más para que los lectores y críticos del mundo entendieran que no era inferior a su padre, sólo distinto.
    Tengo dos hijos que son mis soles, mi aliento de vida, la primavera eterna en la mirada. Cuando vivía con ellos soñábamos juntos y nos reíamos muchísimo. Leíamos libros divertidos, y también historias que adelantaban la complejidad de la vida adulta. Llegué a soñar que entre los tres iniciaríamos una larga tradición de intelectuales rebeldes. Yo veía el genio en sus ojos, la viveza de sus miradas, las habilidades a flor de piel. Tenían todo para alcanzar las estrellas más lejanas, y esto seguro de que lo lograrán, a su manera, como universos autónomos.
    No provengo de una familia de intelectuales. Junto a mi madre solíamos leer lo que llegaba a nuestras manos. Papeles de envoltorio, revistas viejas. No teníamos libros. Apenas algo de comida y muebles roñosos. En casa de mi abuelastro sí había libros, y en abundancia. El era un policía autodidacta, su ambición de conocimiento provenía de él mismo. Compraba libros compulsivamente, ediciones caras, sin atención a su presupuesto de funcionario público. Y así, mes a mes, y año tras año, fue armando una biblioteca de miles de libros, lo mejor del conocimiento, desde medicina hasta arquitectura, desde literatura hasta astronomía. Gracias a esa biblioteca pude leer con avidez y desorden lo que fui encontrando. También con cierta arrogancia, porque lo que leía adquiría pleno sentido para mí, y lo relacionaba con otras lecturas, con lo que veía a diario, comparaba épocas, personas, concepciones morales. Nadie estaba junto a mí para guiarme, a nadie le importaba, nadie reparaba en que una de las miradas de la familia empezaba a despegar, y aunque seguía en el mismo sitio, ya había traído el resto del universo a nuestro patio.
    Lo demás era sobrevivir, dar y recibir patadas. La vida en comunidad suele encauzarse por un sendero de egoísmo y envidia. Al que es diferente o quiere ser diferente, y sobretodo si viene desde abajo, se le aplasta. Ni siquiera entre cercanos, ni en mi propia parentela. Yo era para ellos el raro, el perdedor, el problemático, el inadaptado, el dolor de cabeza. Los demás estaban en lo correcto, no yo. Y esa percepción dura hasta el día de hoy. Me omiten, hacen como que no me leen, como si yo no existiera, como para bajarme los humos o qué se yo. Mis amigos y lectores, que es la familia que me he encontrado en el camino, y que me ha valorado por mi talento, por mis obras, que ha visto mis huellas, que se ha detenido a escuchar mis palabras, pues ellos siempre han estado en otros lugares, en otros países, en otros continentes.
    Recuerdo el día que empecé a escribir en The Huffington Post. No pude evitar sentirme orgulloso, era un medio importantísimo a nivel mundial. Compré una botella de vino para celebrar y quise compartir mi alegría enviando la noticia por email a todos mis familiares. Ni uno solo me respondió. Ni siquiera un saludo. Menos una felicitación. Y siempre fue así. ¿Soy un resentido por eso? Pues claro que lo soy, resentido y rencoroso por ese tema y por miles de otros temas, soy un portaaviones cargado de rencores, pero al menos no los escondo.
    De mi padre biológico solo he recibido una carta en 44 años. Nada augura un cambio en el horizonte. Por eso voy solo por el mundo. Sin antes ni después. Sólo quedan estas letras, que son una especie de reloj explosivo con su alarma hace tiempo activada.

    PADRI E FIGLI
    Penso alla vita quotidiana dei Madrazo. Tanti pittori geniali in una sola famiglia. José, e i suoi figli Federico, Pedro e Luis, e poi, anni dopo, un nipote, Mariano. Tutti creando fraternamente sotto la protezione di uno stesso cognome, nella stessa casa, accanto allo stesso camino, condividendo pennelli, acquerelli, scoperte estetiche e gli incoraggiamenti orgogliosi con dei battimano.
    Penso a Dumas padre e a Dumas figlio, entrambi scrivendo sotto una candela, bevendo lo stesso vino, creando man mano le storie che diventeranno immortali.
    Ho avuto un professore all’università, Cristián Guerrero Yoacham. Dettava la cattedra di storia dell’America. A un certo punto confluì con suo figlio, omonimo e anch’egli accademico, anche se specializzato nella storia del Cile. Il figlio era diventato dottore in storia prima del padre. Li vedevo sul palco, due luminari che parlavano di teorie della storia, e in certi momenti, il padre, senza riuscire a contenere il suo orgoglio né la sua condizione di padre, parlava a suo figlio come a un piccolo monello sorpreso in errore.
    La madre del Che Guevara era iperprotettiva come la maggior parte delle madri. A Ernesto lo vedeva cagionevole, incapace di affrontare le sfide della vita. Se fosse dipeso da lei, lo avrebbe curato con attenzione tutto il tempo possibile. Ma suo padre, il padre del Che, già vedeva in lui i tratti della grandezza, poteva scavare nel suo sguardo, intravedere gesti, atteggiamenti, percepire abilità e il carattere sufficiente per imporre il suo sogno. Gli anni hanno dimostrato che il padre aveva ragione.
    Vedo il caso di Giuliano Lennon. Claudio Rodríguez ha scritto su questo. Suo padre non lo prese molto in considerazione, e Giuliano andava alla deriva, mendicando attenzione, abbracci da amici di suo padre, da sconosciuti, perché il gran John non aveva tempo, poi venne Yoko, e il cerchio si chiuse senza Giuliano.
    Thomas y Klaus Mann, padre e figlio, entrambi scrittori, ebbero un rapporto difficile. Klaus non poteva liberarsi dalla potente ombra di suo padre, scriveva compulsivamente, e al padre non piaceva ciò che scriveva, non lo apprezzava. Klaus soffriva per questo sdegno paterno. Ebbe breve durata. Si uccise un giorno qualsiasi, molto presto. Trascorsero molti anni prima che si cominciasse a porre riparo alle sue opere, e molti di più, perché i suoi lettori e critici del mondo capissero che non era inferiore a suo padre, ma solo diverso.
    Ho due figli che sono i miei soli, il mio respiro di vita, la primavera eterna nello sguardo. Quando vivevo con loro sognavamo insieme e ridevamo moltissimo. Leggevamo libri divertenti, e anche storie che anticipavano la complessità della vita adulta. Ho persino sognato che noi tre avremmo iniziato una lunga tradizione di intellettuali ribelli. Io vedevo il genio nei loro occhi, la vivacità del loro sguardo, le abilità a fior di pelle. Avevano tutto per raggiungere le stelle più lontane, e questo, sicuramente, lo otterranno, al loro modo, come universi autonomi.
    Non provengo da una famiglia di intellettuali. Insieme a mia madre eravamo soliti leggere ciò che arrivava nelle nostre mani. Carte da involucro, vecchie riviste. Non avevamo libri. Appena qualcosa da mangiare e mobili fatiscenti. A casa dei miei nonni, sì che c’erano libri, e in abbondanza. Lui era un poliziotto autodidatta, la sua ambizione di conoscenza proveniva da sé stesso. Comprava libri compulsivamente, edizioni rare, senza alcuna attenzione per il suo bilancio di funzionario pubblico. E così, mese dopo mese, e anno dopo anno, diede vita a una biblioteca di migliaia di libri, il meglio del sapere, dalla medicina all’architettura, dalla letteratura all’astronomia. Grazie a quella biblioteca ho potuto leggere con avidità e disordine quanto trovavo. Anche con certa arroganza, perché quel che leggevo acquisiva senso per me, lo ricollegavo con altre letture, e con ciò che leggevo quotidianamente, confrontavo epoche, persone, concezioni morali. Nessuno era accanto a me per guidarmi; a nessuno interessava, nessuno si accorse che uno degli sguardi della famiglia iniziava a prendere il volo, e sebbene fossi ancora nello stesso posto, avevo già portato il resto dell’universo al nostro giardino.
    Il resto era sopravvivere, dare e ricevere calci. La vita in comunità viene solitamente convogliata lungo un sentiero di egoismi e invidia. Colui che è diverso o vuole essere diverso e, soprattutto se viene dal basso, lo si schiaccia. Io ero per loro lo strano, il perdente, il problematico, l’emarginato, il mal di testa. Gli altri erano nel giusto, io no. E quella percezione dura fino ad oggi. Mi ignorano, fingono di non leggermi, come se io non esistessi, come a volere farmi abbassare la cresta, o non so. I miei amici e lettori, che sono la famiglia che ho trovato lungo la strada, e che mi hanno valorizzato per il mio talento, per le mie opere, che hanno visto le mie orme, che si sono fermati ad ascoltare le mie parole; ebbene loro sono sempre stati in altri posti, in altri paesi, in altri continenti.
    Ricordo il giorno in cui ho iniziato a scrivere per The Huffington Post. Non ho potuto fare a meno di sentirmi orgoglioso, era un media importantissimo a livello mondiale. Comprai una bottiglia di vino per festeggiare, e ho voluto condividere la mia allegria inviando la notizia via mail a tutti i miei parenti. Nemmeno uno rispose. Neanche un saluto. Ancor meno i complimenti. Ed è stato sempre così. Sono un risentito per questo? Certo che lo sono, risentito e rancoroso per quella cosa e migliaia di altre cose, sono una portaerei carica di rancori, ma almeno non li nascondo.
    Da mio padre biologico ho ricevuto soltanto una lettera in 44 anni. Nulla prevede un cambiamento all’orizzonte. Per questo vado da solo per il mondo. Senza un prima né un dopo. Restano solo queste parole, che sono una specie di orologio esplosivo con il suo allarme, ormai da tempo attivato.

    ---
    LA ETERNIDAD DE LA PALABRA

    Aún no sabemos lo que es la eternidad de la palabra. Ha transcurrido tan poco tiempo. Intuimos que resistirá, que portará el mensaje, cualquier mensaje, hacia un futuro inverosímil. La palabra es infancia y senectud, tarde de bolitas con hoyos de conejo y cuevas de milodón para que el juego nunca acabe. La palabra es pez resbaladizo y moneda de cambio de un espíritu impresionado, escultura fonética de la memoria, alegría y tristeza solventada en la nada.

    L'ETERNITA' DELLA PAROLA

    Ancora non sappiamo cosa sia l'eternità della parola. E’ trascorso così poco tempo. Intuiamo che resisterà, che porterà il messaggio, qualsiasi messaggio, verso un futuro inverosimile. La parola è infanzia e senilità, sera di biglie, con buche di coniglio e grotte di milodonte, affinché il gioco non finisca mai. La parola è pesce sgusciante e moneta di scambio di uno spirito impressionato, scultura fonetica della memoria, allegria, e tristezza risolte nel nulla.

    ---

    APORÍAS DE UN BORRACHO

    El sol de enero amarillenta el musgo alrededor del estanque. Los patos se ventilan con las alas abiertas. Las vacas se apelotonan bajo la sombra de un aromo negro.

    El domingo parece un día apropiado para pensar. Los otros días son para arañarse, machacar piedras, ajedrecear convenciones, sonrisas de esqueleto. Pero el pensar entristece, ensimisma. La manada se aleja. Algunos se voltean y te miran con reprobación.

    Distraigo mis horas en voyeurismos librescos, chismes de la historia, circunstancias anómalas, imprevistos como norma, recreos de la mente, drogas inútiles. Los circuitos de la lógica se entrecruzan y echan chispas.

    Me desgajo en aporías como un borracho que se lanza desde un acantilado sin alas certificadas. No hay soluciones a la vista, solo exploraciones sin catalejo ni mapas chapuceros ni exactitudes satelitales. Voy donde las dimensiones se diluyen, donde pasaron los beat de parranda sin siquiera percatarse. No hay sendero, ni duendes escurridizos, ni siquiera una soga para suicidarse.

    La nada no me alegra, la esperanza es vaho matinal de estiércol. El paraíso de un intelectual es frío y solitario, como el risco de un carnero que mastica nieve antes de fenecer.


    APORIE DI UN UBRIACO

    Il sole di gennaio ingiallisce il muschio intorno allo stagno. Le anatre si rinfrescano con le ali aperte. Le mucche si ammassano sotto l’ombra di un’acacia nera.

    La domenica sembra un giorno appropriato per pensare. Gli altri giorni sono per graffiarsi, triturare pietre, schivare convenzioni, sorrisi da scheletro. Ma pensare immalinconisce, assorbe. La frotta si allontana. Alcuni si girano e ti guardano con riprovazione.

    Distraggo le mie ore in voyeurismi libreschi, pettegolezzi della storia, circostanze anomale, imprevisti come norma, sollazzi della mente, droghe inutili. I circuiti della logica si intrecciano e fanno scintille.

    Mi strappo in aporie come un ubriaco che si getta da una scogliera senza ali certificate. Non ci sono soluzioni in vista, solo esplorazioni senza cannocchiale, né mappe raffazzonate né imprecisioni satellitari. Vado dove le dimensioni si diluiscono, dove sono passati i beat facendo baldoria senza nemmeno rendersene conto. Non c’è sentiero, né spiriti sfuggenti, neanche una corda per suicidarsi.

    Il nulla non mi rallegra, la speranza è vapore mattutino di sterco. Il paradiso di un intellettuale è freddo e solitario, come la rupe di un ariete che mastica neve prima di perire.
    ---
    REVOLUCIÓN DE LA BRISA

     

    Dos tencas ladronas han vuelto a bajar del manzano a robarle galletitas a los perros. A ellos no parece importarles mucho. Echados sobre la hierba, se preocupan más bien de seguir la rutina humana con la mirada. Escarbo entre viejos cuadernos de notas en busca de textos nunca publicados, frases sueltas, imágenes literarias que nunca utilicé, autores que apunté en un bar con letra borracha. No todo lo escrito me parece hoy relevante. Muchas letras sólo fueron constancias de cicatrices del alma. Mi habitación da a un jardín poco transitado donde crecen sin mayor cuidado encinos jóvenes, camelias ancianas y manzanos en flor. No hace mucho una solitaria gallina se quedó a vivir allí. Digamos que se autoexilió del resto. Nadie se explicó la razón. Durante el día escarbaba entre las flores buscando su sustento. En la noche dormía sobre un taca-taca abandonado, hasta que le expliqué que eso no me parecía lo más adecuado y la expulsé. Entonces ella se fue a dormir bajo unas rosas dentro del mismo jardín. Con el tiempo formó su nido, empolló, sacó sus crías y hoy deambula como oronda emperatriz por ese territorio que ella considera completamente suyo. Nadie osa acercarse pues su fiereza no desmerece ante un mastín. Antes de salir de mi habitación observo todo lo que tengo y no ocupo. Una tele que jamás enciendo, un dvd en el que nunca veo películas, una radio que jamás he sintonizado, un reloj al que nunca he dado cuerda y cientos de libros que nunca han salido de su estantería. Digamos que son meros juguetes de un niño-hombre que ya no juega a nada. Vuelvo al mesón bajo el parrón y ya no recuerdo lo que iba a hacer. Sólo me siento en la silleta y me quedo contemplando la espesa bruma que difumina las montañas. Los altares de mi entusiasmo se suelen llenar de telarañas tras su inauguración. Los ánimos se ametrallan mutuamente dejando un final sin protagonistas. Recuerdo haber escrito una carta donde intentaba explicar ciertas circunstancias dolorosas que contribuyeron a disolver mi antigua familia. No buscaba exculpación, al fin y al cabo a un hijo de puta como yo bien poco le importa que lo crucifiquen con desamor y rumores falsos. Pensaba más bien dejarlo como testimonio de mi huracanado paso por este mundo, clarificar los enredos, los malentendidos, las incomprensiones, y a través de esa precisión narrativa contribuir a que otros aclararan su papel en este teatro de la crueldad humana. Iba bien encaminado, al menos hasta la décima línea. Luego me dije, qué diablos, y concluí sin siquiera un punto aparte. Pero no quería escribir sobre eso. Más bien quería confesar que tengo pensamientos siniestros, hasta asesinos, con los servidores de internet. Hijos de perra que se apropian del aire y te envían mensualmente una factura por 50 dólares por algo que ni siquiera funciona. Creo que necesitamos una pronta y sanguinaria revolución para recuperar la brisa que trae y lleva los mensajes amigos.

    RIVOLUZIONE DELLA BREZZA

    Due tencas ladre sono scese di nuovo dal melo per rubare biscottini ai cani. Questi non sembrano curarsene molto. Stravaccati sull'erba, si preoccupano piuttosto di seguire il tran tran umano con lo sguardo. Frugo tra vecchi quaderni di note in cerca di testi mai pubblicati, frasi sparse, immagini letterarie che non ho mai utilizzato, autori segnati in un bar con lettera ubriaca. Non tutto quel che è scritto mi sembra rilevante oggi. Molte cose sono state testimonianze di cicatrici dell’anima. La mia stanza si affaccia su un giardino poco transitato, dove crescono senza molta cura querce giovani, vecchie camelie e meli in fiore. Non molto tempo fa una gallina solitaria rimase a vivere lì. Diciamo che si è autoesiliata da tutto il resto. Nessuno ha saputo mai spiegarselo. Durante il giorno scavava tra i fiori in cerca del suo sostentamento. Di notte dormiva su un biliardino abbandonato, fino a quando le ho spiegato che ciò non sembrava appropriato e, la cacciai via. Poi andò a dormire sotto alcune rose nello stesso giardino. Col passare del tempo fece il suo nido, covò, portò in giro la sua figliata, e oggi deambula come un’imperatrice trionfa, in quel territorio che considera pienamente suo. Nessuno osa avvicinarsi, perché la sua ferocia non è inferiore a quella di un mastino. Prima di lasciare la mia stanza osservo tutto ciò che ho e che non uso. Un televisore che non accendo mai, un DVD in cui non vedo mai film, una radio che non ho mai sintonizzato, un orologio che non ho mai caricato e centinaia di libri che non hanno mai lasciato i loro scaffali. Diciamo che sono meri giocattoli di un bambino-uomo che, ormai, non gioca più a nulla. Ritorno al banco d’uva sotto il pergolato e non ricordo più quello che stavo per fare. Mi siedo soltanto sulla seggiola e rimango a contemplare la spessa bruma che sfuma le montagne. Gli altari del mio entusiasmo, spesso, si riempiono dopo la loro inaugurazione. Gli animi si mitragliano a vicenda lasciando un finale senza protagonisti. Ricordo di aver scritto una lettera cercando di spiegare certe circostanze dolorose che hanno contribuito a dissolvere la mia vecchia famiglia. Non cerco discolpe, in fin dei conti a un figlio di puttana come me, molto poco importa che lo crocifiggano con indifferenza e false dicerie. Pensavo piuttosto di lasciare ciò come una testimonianza del mio passaggio burrascoso in questo mondo, chiarire intrecci, equivoci, incomprensioni e, attraverso quella precisione narrativa, contribuire perché altri chiariscano il loro ruolo in questo teatro della crudeltà umana. Ero ben orientato, almeno fino alla decima riga. Poi, mi sono detto, che diamine, e ho concluso senza neanche un punto a capo. Ma io non volevo scrivere su questo. Piuttosto, volevo confessare che ho pensieri sinistri, perfino assassini, con i server di Internet. Figli di cagna che si impossessano dell'aria e ti mandano una fattura mensile di 50 dollari per qualcosa che nemmeno funziona. Penso che abbiamo bisogno di una rivoluzione rapida e sanguinaria per recuperare la brezza che porta e recapita i messaggi amichevoli.
    Tenca: uccello che vive solo in Cile

    ---
    LIBREPENSADOR

    La libertad de pensamiento y acción tiene sus incordios, como la soledad, el arrepentimiento, la culpa, la nostalgia. Gran parte del camino lo eliges tú mismo, aunque sea por omisión, por no hacer lo que se esperaba que hicieras o por hacer exactamente lo contrario, como una venganza inútil, una hinchadura de pelotas insustancial, exabruptos de la guerrilla cotidiana, el aguantarnos apenas, los días difíciles que desgajan la existencia, que ensombrecen la luz solar, que envenenan la buena intención, el sueño, la expectativa, que te transforman en un perro callejero arrinconado ante una jauría de dogos, un pequeño Truman, experto en zancadillas, adulteraciones, relojerías bombásticas, capaz de hiroshimar el planeta, atrincherado en una caverna llena de agujeros, con ojos procaces que husmean, que sentencian, y tú con tu lanzallamas de maldiciones presto a ser disparado, presto a herir, a avasallar, a caer, a levantarte, a caer... Algo así es la suma de los días de los que han intentado pensar libremente.

    LIBERO PENSATORE
    La libertà di pensiero e di azione ha i suoi inconvenienti, come la solitudine, il rimpianto, la colpa, la nostalgia. Gran parte della strada la scegli tu stesso, anche quando è per omissione, per non fare ciò che ci si aspettava che facessi, o per aver fatto esattamente il contrario, come fosse una vendetta inutile, una rottura di scatole inconsistente , villanie di guerriglia quotidiana, il sopportarci appena, i giorni difficili che lacerano l’esistenza, che mettono in ombra la luce solare, che avvelenano la buona intenzione, il sonno, l'aspettativa, che ti trasformano in un cane randagio messo con le spalle al muro contro un branco di bulldogs, un piccolo Truman, esperto in sgambetti, adulterazioni, orologerie deflagranti, capace di hiroshimare il pianeta, trincerato in una caverna piena di buchi, con occhi spudorati che fiutano, sentenziano, e tu col tuo lanciafiamme di maledizioni, pronto ad essere colpito, pronto a ferire, a calpestare, a cadere, ad alzarti, a cadere ... Qualcosa di simile è la somma dei giorni di chi ha tentato di pensare liberamente.

    ---
    YA ES BASTANTE INVIERNO
    Por aquí ya es bastante invierno, le digo por mensaje a Pablo Cingolani. Llueve con murmullo persistente. Ha nevado en las cumbres. Las escampadas tienen rumor de viento norte. El musgo se apodera de las piedras, de los estanques, de los troncos viejos. El río Ñuble vuelve a adquirir la prestancia y el rugido de un río sureño. Despierto temprano, incluso en día domingo, es una conducta propiamente campesina que suele acompañar toda la vida. Café para espabilar mirando por la ventana el Malalcura, comprobar que sigue en su sitio. Que la historia previa no fue una ilusión ni menos un sueño de Monterroso. Mis ingredientes para vivir suelen ser imaginarios. Posibilidades y recuerdos que interactúan en una novela inédita, incongruente, circense por defecto. La soledad fantasmagórica de la cordillera exalta mis quijotismos. Si tan solo Doré pudiera dibujarme. Mi cabeza es un Saturno anillado de esqueletos, cañones sin pólvora, generales rusos dubitativos.

    E' GIA' ABBASTANZA INVERNO
    Qui è già abbastanza inverno, lo dico via messaggio a Pablo Cingolani. Piove con mormorio persistente. Ha nevicato sulle cime. Le schiarite hanno rumore di tramontana. Il muschio s’impossessa delle pietre, degli stagni, dei vecchi tronchi. Il fiume Ñuble riacquista la prestanza e il ruggito di un fiume del sud. Mi sveglio presto, compreso la domenica; è una consuetudine propriamente contadina che accompagna per tutta la vita. Caffè per destarsi guardando dalla finestra il Malalcura, verificare che sia sempre al suo posto. Che la storia precedente non fu un’illusione e tantomeno un sogno di Monterroso. I miei ingredienti per vivere di solito sono immaginari. Possibilità e ricordi che interagiscono in un romanzo inedito, incongruente, circense per difetto. La solitudine fantasmagorica della cordigliera esalta i miei chisciottismi. Se solo Doré potesse disegnarmi. La mia testa è un Saturno inanellato di scheletri, cannoni senza polvere, generali russi dubbiosi.

  • TRE POESIE DELLA MESSICANA
    MARA ROMERO
    (CON TRADUZIONE)

    data: 31/07/2020 13:12

    RAJADURA
    Había llegado su hora.
    Sabía lo que le esperaba.
    Dijo:
    le pondremos
    una trampa al diablo.
    Entonces,
    hizo una rajadura en su corazón,
    para que por ahí entrara la luz.

    LACERAZIONE
    Era giunta la sua ora.
    Sapeva ciò che l'aspettava.
    Disse:
    tenderemo
    una trappola al diavolo.
    Quindi,
    lacerò il suo cuore,
    affinché da lì entrasse la luce.

    ---
    QUÉDATE
    Hasta donde sea posible
    fingiré ser una mujer normal.
    Rediseñaré lo que siento por ti;
    voy a partir tu cuerpo en cien pedazos
    y a mezclar en la licuadora
    cada una de sus piezas;
    agregaré cerveza
    para que aún tenga tu aroma.
    Con tu sangre,
    prometo pintar un cuadro,
    hacerte tinta para escribir un poema.
    Pero, por favor, quédate,
    aunque sólo sea en mi memoria.

    RIMANI
    Fin dove sarà possibile
    fingerò di essere una donna normale.
    Ridisegnerò ciò che provo per te;
    taglierò il tuo corpo in cento pezzi
    e mescolerò nel frullatore
    ogni suo pezzo;
    aggiungerò birra
    affinché abbia ancora il tuo aroma.
    Col tuo sangue,
    prometto di dipingere un quadro,
    farò di te inchiostro per scrivere una poesia.
    Ma, per favore, rimani,
    anche fosse solo nella mia memoria.

    ---
    RECUESTO MI RAZÓN
    Recuesto mi razón
    en la morada
    que alucina por la espera:
    nunca conocí bien a los hombres...
    por eso oculté mis sueños
    en grutas infieles al sol y su certeza.
    Pero la muerte ronda cerca;
    alguien que nunca amé en otro tiempo
    hace añicos mi memoria;
    las palabras asaltan:
    anunciación e infierno de sus ojos:
    abolengo de dolor,
    profusión de incertidumbre...
    Los ángeles molestan
    con sus rezos

    METTO A GIACERE LA MIA RAGIONE
    Metto a giacere la mia ragione
    nella dimora
    allucinata dall'attesa:
    non ho mai conosciuto bene gli uomini,
    perciò ho nascosto i miei sogni
    in grotte infedeli al sole e alla sua certezza.
    Ma la morte si aggira vicina;
    qualcuno che non ho mai amato in un altro tempo
    fa a pezzi la mia memoria;
    le parole aggrediscono:
    annunciazione e inferno dei suoi occhi:
    progenie di dolore,
    profusione di incertezza...
    Gli angeli disturbano
    con le loro preghiere.

  • EL TIEMPO DE LOS GITANOS
    (IL TEMPO DEI GITANI)

    data: 25/07/2020 21:48

    di Claudio Ferrufino-Coqueugniot
    (Cochabamba, Bolivia 1960)

    Los rom, roma, romaní, zíngaros, gitanos, casi el diablo, por los siglos de los siglos. Con un drama tanto o más pesado que el de los judíos, con una tragedia similar. Pero los rom trashuman por el mundo, lo suyo no es diáspora sino costumbre. La casa, la tierra y la heredad toda. Ni dioses ni elegidos, libres.

    Hurto a Kusturica el título de aquel su memorable filme. Por la poética y su fascinación, por la alegría en medio del pesar, la burla de la muerte, la música como la perennidad buscada y encontrada. No le importará. Quedan para siempre en el cine, junto a la fílmica de Tony Gatlif en un estilo diferente, inmortales. Sus carromatos pasean la historia ajenos a ella. No existe cronología aunque sí ancestros, por paradójico que parezca. Ellos siguen cruzando Giza, a la vista de las pirámides, sin siquiera pensar si el faraón todavía está allí, y menos saber que lo exhiben, momificado detrás de vitrinas impenetrables. ¿Qué es la gloria para un gitano, qué la eternidad?

    Pregunto a mi hija Emily acerca de los travellers, comunidades que en las islas británicas se ocupan de ancianos altercados entre familias y que los dirimen a golpes de puño limpio, bien apostados que de algo hay que vivir. Se lo pregunto por un documental (Knuckle/Ian Palmer, 2011) -me lo aconsejó Daniel Abud- que los describe. Apenas se esboza en el filme el origen de los individuos que se golpean brutalmente, sin importar edad ni condición física. Hasta la aclaración de mi hija, no caigo en cuenta que se trata de gitanos irlandeses, a quienes se obligó al sedentarismo proveyéndoles de casas prefabricadas e ingresos a cuenta del gobierno. Pero los travellers, los viajeros, de todos modos, agarran carros, enseres y prole y parten en procesión a presenciar el combate singular de sus hombres por honor y por moneda.

    Hace poco Francia volvió a recurrir a medidas racistas contra los rom. No es nuevo. Aquello que hoy resurge se acentuó durante el régimen de Vichy. Nada más peligroso para los ocupadores nazis y sus contertulios de la derecha francesa que esta población itinerante. Trasladarse de un lado a otro sin permiso destroza las bases y prolegómenos del estado totalitario. Había que atacar. Exterminar. Y lo hicieron.

    Un mapa etnográfico del Financial Times señala que los rom son una población no desdeñable, siendo Turquía, Hungría, Rumania, España y Francia regiones bien pobladas. Hasta la sola mención de fronteras y de nombres nacionales contrasta con esta gente, que a pesar de veintiún siglos nuevos no se ha cansado de caminar. Lujuria no exenta de gloria todavía el hacerlo, como si viviesen en un mundo paralelo. No en vano Werner Herzog, en Nosferatu, fantasma de la noche, mediante un personaje que aconseja al viajero que lleva papeles de propiedad a un tal conde Drácula, más allá del paso Borgo, dice que de los gitanos muchos “han estado al otro lado”. Lo siguen estando; atraviesan ese agujero de tiempo y espacio cuando lo desean. Por eso no se los quiere, porque no nos pertenecen.

    El campo de la muerte de Belzec fue inaugurado con gitanos. Se los ve indolentes, echados sobre la hierba, evidentemente famélicos, posando para la posteridad del horror. Pero así como perseguidos también persiguieron, y si mal no recuerdo fue en Shklovski donde me enteré que durante el genocidio armenio se dedicaban a cazar sobrevivientes. Cazadores de cabezas de principios del siglo XX, en una historia donde azeris, kurdos, turcos, armenios, asirios, persas, chechenos y rusos, todos, cargan espeluznantes culpas.

    Recuerdo de mis lecturas de niño dos sujetos grabados e imborrables: un grupo de judíos marchando hacia la fosa común, sabiendo que era la voluntad de dios. Otro, gitano, en Treblinka, hastiado de labor, que escupe displicente cuando el guardia germano los insta a trabajar. Prefieren morir a seguir así. Hechos circunstanciales que no retratan en definitiva a un pueblo u otro, pero escenas que se quedaron en una mente, la mía, quizá no preparada aún para digerirlo.

    Gatlif, a quien ya mencioné, filmó otra película de su larga serie gitana, extendida por Rumania, España y ahora Francia. Es el tiempo de Vichy, y el colorido ropaje de los rom contrasta con el gris que se cernía sobre las Galias. Rojos vestidos que cantan a la vida, mientras las ruedas de los vehículos acercan a la muerte. A ellos, los hermanos del mayor guitarrista que Francia dio al mundo: Django Reinhardt, el de la mano momificada.

    No ha mucho, en Grecia, se dio el caso de una preciosa y blonda niña a cuyos padres acusaron de haberla raptado. Pruebas van y vienen, y la constancia de ser ella una rom de Bulgaria, fotografiada junto a sus hermanos, a cual más rubio y pelirrojo. Si cuando salíamos de la primaria y doblábamos a la izquierda en la Libertador Bolívar, en Cochabamba, los encontrábamos de largas faldas y botas de montar, rubios como soles: gitanos chilenos, no se acerquen, decían las viejas brujas. Raptan niños cristianos, se los comen…

    TRADUZIONE (di Marcela Filippi Plaza)

    I rom, romanì, tzigano, zingari, gitani, quasi il diavolo, nei secoli dei secoli. Con un dramma quanto, se non più pesante, di quello dei giudei, con una tragedia simile. Ma i rom transumano per il mondo, la loro non è diaspora, bensì abitudine. La casa, la terra e i possedimenti, tutto. Né dei né eletti, liberi.

    Sottraggo a Kusturica il titolo di quel suo memorabile film. Per la poetica e il suo fascino, per l’allegria in mezzo ai dispiaceri, la burla della morte, la musica come la perennità cercata e trovata. Non gli importerà. Resteranno nel cinema per sempre, insieme alla filmografia di Tony Gatlif in un diverso stile, immortali. I loro carri portano a passeggio la storia, che a loro è aliena. Non vi è alcuna cronologia, ma, sì, antenati, per quanto paradossale possa sembrare. Essi continuano ad attraversare Giza, alla vista delle piramidi, senza nemmeno pensare se il faraone è ancora lì, e ancor meno sapere che viene esibito mummificato dietro vetrine impenetrabili. Cos’è la gloria per uno zingaro, cos’è l'eternità?

    Chiedo a mia figlia Emily riguardo ai travellers, comunità che nelle isole britanniche si occupano di vecchi conflitti tra le famiglie che vengono risolti a suon di pugni, ben scommettendo che di qualcosa bisogna pur vivere. Glielo chiedo per un documentario (Knuckle / Ian Palmer, 2011) - me lo ha consigliato Daniel Abud- che li descrive. Nel film si abbozza appena l’origine degli individui che si colpiscono brutalmente, indipendentemente dall'età o condizione fisica. Fino al chiarimento di mia figlia, non mi rendevo conto che si trattasse di zingari irlandesi, i quali furono costretti alla vita sedentaria, dando loro in dotazione case prefabbricate e sostegni economici a carico del governo. Ma i travellers, i viaggiatori, in ogni caso, prendono roulottes, averi e prole, e partono in processione per presenziare al singolare combattimento in onore dei propri uomini e, per moneta.

    Recentemente la Francia ha adottato, nuovamente misure razziste contro i rom. Non è una novità. Ciò che oggi riemerge si era accentuato durante il regime di Vichy. Nulla di più pericoloso, per gli occupanti nazisti e i loro colleghi della destra francese, di questa popolazione itinerante. Trasferirsi da un luogo all'altro senza permesso distrugge le basi e preliminari dello stato totalitario. Era necessario attaccare. Sterminare. E lo hanno fatto.

    Una mappa etnografica del Financial Times segnala che i rom sono una popolazione non trascurabile, essendo Turchia, Ungheria, Romania, Spagna e Francia regioni assai popolate. Anche la semplice menzione di confini e di nomi nazionali contrasta con questa gente, che nonostante, ventuno nuovi secoli non si è stancata di camminare. Abbondanza non esime dalla gloria, di continuare a farlo ancora come se vivessero in un mondo parallelo. Non in vano Werner Herzog, in Nosferatu, fantasma della notte, tramite un personaggio che consiglia al viaggiatore che porta documenti di proprietà a un certo Conte Dracula, al di là del passo Borgo, dice che gli zingari, molti "sono stati dall'altra parte ". Continuano a starci; attraverso quel buco di tempo e spazio quando lo desiderano. È per questo che non li si vuole, perché non ci appartengono.

    Il campo di sterminio di Belzec fu inaugurato con zingari. Li si vede indolenti, sdraiati sull'erba, evidentemente famelici, in posa per la posterità dell’orrore. Ma così come furono perseguitati, perseguitarono anche loro, e se non ricordo male fu in Sklovskij, dove ho appreso che durante il genocidio armeno si dedicavano a cacciare i sopravvissuti. Cacciatori di teste del ventesimo secolo, in una storia in cui gli azeri, curdi, turchi, armeni, assiri, persiani, ceceni e russi, portano tutti colpe raccapriccianti.

    Ricordo dalle mie letture di bambino, due soggetti ben impressi e incancellabili: un gruppo di giudei in marcia verso la fossa comune, sapendo che era la volontà di Dio. Un altro, zingaro, disgustato dal lavoro a Treblinka, che sputa scontroso quando la guardia tedesca li spinge a lavorare. Preferiscono morire piuttosto che continuare così. Fatti circostanziali che in ultima analisi, non ritraggono un popolo o un altro, ma scene che sono rimaste in una mente, la mia, che forse non era ancora preparata per digerirle.

    Gatlif, che ho già menzionato, fece un altro film della sua lunga serie zingara, estesa alla Romania, Spagna e ora la Francia. E’ il tempo di Vichy, e i colorati indumenti dei rom contrasta con il grigio che minaccia sulla Gallia. Abiti rossi che cantano alla vita, mentre le ruote dei veicoli avvicinano alla morte. A loro, i fratelli del più grande chitarrista che la Francia ha dato al mondo: Django Reinhardt, quello dalla mano mummificata.

    Non molto tempo fa, in Grecia, ci fu un caso di una bellissima bambina bionda, i cui genitori furono accusati di averla rapita. Le prove vanno e vengono, e la certezza che si tratti di una rom della Bulgaria, fotografata con i suoi fratelli, dai capelli ancor più biondi e rossi. Quando uscivano dalle elementari e giravamo a sinistra nel viale Libertador Bolivar a Cochabamba, li trovavamo con lunghe gonne e stivali da equitazione, biondi come il sole: zingari cileni, non vi avvicinate, dicevano le vecchie streghe. Rapiscono bambini cristiani, se li mangiano ...

     

  • TREDICI POESIE
    DI DOMENICO CARA

    data: 20/05/2020 19:57

    Abbiamo l'onore di pubblicare tredici poesie di Domenico Cara. Un grande uomo e un grande intellettuale che ha superato i novanta. Pare ne abbia novantatré. E' nato a Grotteria, forse il comune più povero della regione più povera d'Italia. Ma da settant'anni vive e opera a Milano. Saggista, studioso d’arte e di letteratura, poeta, editore, giornalista pubblicista, è outsider, prefatore d’innumerevoli opere di poesia, di narrativa e presentatore in catalogo e monografie di artisti contemporanei. Ha frequentato Sartre, Quasimodo, Gatto, Ungaretti…

     

    LE SILENZIOSE FILE
    Sulla polvere dei marciapiedi
    le formiche portano il terrore
    e loro frenetiche energie;
    sempre più in là, tra la pula
    di un granaio e ghiaie grigie,
    inevitabili, di un mare sospiroso;
    alimentano tra sole e ombra
    - nel crepuscolo- l’invasione leggera
    sull’anonimia delle loro fatiche
    in silenziose file; per più spole
    il nero segno della passione
    trucca intense felicità, su una
    vicenda ancora mai sbiadita,
    una solerte continuità d’insieme

    QUIETE ZEN
    In quell’Oriente gaudioso,
    il disperso mio Occidente
    spezza in due il suo Atlante,
    il passato miope, i baratri
    non allegorici, le lotte strette
    alla storia che travolge…
    Là trova una gialla irrealtà
    sull’istintivo ritrarsi in una
    quiete zen: magica estasi
    per sognare con monologhi
    ed occhi, più miti gestazioni

    UN VOLO NEL FUTURO
    E intanto è stata vetro e onda
    la migliore intenzione, un modo
    d’inventare una prospettiva,
    anzi un volo nel futuro, una luna
    che i profeti hanno chiamato
    eternità, dopo una festa con ali
    di cenere, un entusiasmo clonato
    di lingue incantevoli o soft
    E, infatti, dopo i corrugamenti,
    la chiarezza ha scelto i medi toni
    di una musica audace, racconti,
    sorprese e armonie prima inattese,
    o colte in forme non percepibili,
    quando l’eco risuona in più luoghi
    e tra gli umidi resti del viadotto

    APERTO MISTERO
    Dal cielo delle parole: piogge
    stanche, azzurrità trafitte,
    angeli come uccelli arditi fra
    i riverberi del sole, come l’amore
    nel movimento sofferto di ciò
    che esplode, aperto mistero
    quando li accoglie, paradiso
    vago tra inessenziali stelle
    senza alfabeti né amene reliquie

    FISCHI DEL MAESTRALE
    In più vincoli e lanci rissosi,
    le faville ascoltano incaute
    i fischi congelati del maestrale,
    nel niente che le sfreccia,
    prima di scomparire oltre
    il Tempo: outsider dell’aria
    e, dal braciere antico, nasce
    una convergenza con il destino
    amico degli adagi d’infanzia
    Così io stesso ritrovo il paese,
    la sua anima abbandonata, vuote
    suppellettili al bordo di muri
    d’acqua, sfregi territoriali
    difesi dai sintomi d’un ricordo
    angoscioso: prima amore, poi ira…

    IL VOLTO BIANCO
    Il silenzio tuttavia ha tra noi
    il volto bianco, una consunta
    ironia per la provocazione
    dei rumori, i cartelli piegati
    contro la velocità nel largo
    monito di divieti, la luce madre
    inesorabile nel gelo di rugiade:
    favole elette tra inquietudini
    e pietre, grevi e ignote dimore
    Indubbiamente i contrasti ancora
    seguono un rigore di rapporti,
    eliminano la serenità a cui la rosa
    non rinuncia, protetta da brevità
    naturale, se non proprio dall’odore
    e da un sorriso a labbra ardenti

    DAI VARI ASPETTI DEL SONNO
    Talvolta le esperte rimozioni
    evitano un’enfasi sinuosa
    che si svolge notturna, tesa
    nella fretta lenta dei ladri,
    perché cercano nel disordine
    cose da rubare ai vari aspetti
    del sonno, e guadagnare le scale
    in una fuga e, in una fase quieta
    della città che ascolta il suo
    nulla in un riposo provvisorio,
    privo di fascino o esangue

    NEL CROLLO VARIOPINTO
    A proposito di colori, la cupità
    ormai non lascia solchi là dove
    evita fuochi di qualsiasi vita
    pubblica, in sibili o equidistanze,
    funzioni ed esiti sonori e calmi
    Ma in più trapassi l’attesa, credo
    si faccia trama di effetti mentali,
    non evasioni, né tonali differenze
    in casi di eventi forti, nere croci
    di afasia in espressioni, vortici
    labili e casuali, agglutinamenti
    di dubbio, a cui si sorride – quasi
    per ipotesi- nel crollo variopinto

    INCANDESCENZA

    Un viaggio esalta l’intelligenza, scrive
    a più inchiostri un implicito diario
    del visto o intravisto, e segna intanto
    definizioni, asseconda le foto con un
    titolo che s’increspa nella memoria
    lusingata; i souvenir sono ordigni esigui
    d’osso comprati davanti alla cattedrale pop
    e, senza dimenticare il volto arso del Kenia,
    o quel cospicuo memento folcloristico
    che dettava al cielo graffi di traccia
    insondabile, fantasticamente come senno
    Un viaggio riaccosta al mito e dispone
    di una continua apologia dello stupore,
    del tremito di un possibile ritorno
    prima che l’anno muoia, e in ogni altrove
    l’esotico ritrova la sua incandescenza

    ORMA DI ASTI

    So che la sera, la fragile compagna, scopre
    supplizi sul suo corpo, similmente a quelli
    dell’anno zero che, negli ascolti TV
    riattivano oscurità e vizi di forma sadica,
    accuse; precipitano in quegli atroci,
    obliqui sarcasmi e polemici fragori;
    regnano nella sua infida orma di asti
    taglienti, irsute arpionerìe spocchiose
    Il tallone della democrazia si serve
    di un incontro audace per farsi ragione,
    mentre i partecipanti al fasto abituale
    (o comune sconforto?) subiscono un assalto

    NEL SUPPOSTO RIEN VA
    Nel disprezzo scompare ogni tenace
    malinconia, si fa beffardo il cuore
    su tutto il supposto rien va, quasi
    calpesti la pietà dei fiori brevi
    di età e di cromia, pronti alla fine,
    già strappati al vento generoso
    per i profumi ammanniti, svelti, puri,
    tra le scoscese valli del mattino:
    avarie, forza d’amore, ultimo pretesto,
    maschera abituale della bellezza
    nelle cui inezie vive, grazie alle seduzioni

    LEVITÀ DI SOGNI

    La tenerezza estrema o soave (così
    scrivo) non teme contrasti, visti ancora
    la naturalità, i selvaggi poteri
    del privilegio di avvicinarsi tuttavia
    ai bambini che sognano un fato-
    giochi, corrispondente ai loro anni
    freschi: cerimoniale continuo, deciso
    e giocondo: festa iridata, morbida forma
    Per l’assidua levità dei diversi sogni,
    le parole promuovono tutte le voci
    in un canto diseguale, immisurabile;
    poi si stringono liete al girotondo
    del tempo, scortate da nuvole divertite
    nel libero desiderio di dormire…

    VARCHI DELL’ALBA
    D’impeto, scarno evento, lichene
    quello dell’alba; spingono
    la brezza dolce alla pigra
    carezza degli oleandri malati
    tra i fatti che l’annunciano,
    e spogliano l’intera notte
    della sua misura, e velluti
    di piccoli varchi, delle altre
    morti e incontri rapidi, gusci
    di sensazione, penombre
    senza storia né conflitti vividi,
    mentre il bacio conta per noi
    tutti i suoi arcipelaghi feraci,
    gli adagi delineati in musiche
    e nebbie, delitti misteriosi,
    treni con radure, cieli disorientati,
    discese di rischio, confusi arenili,
    insoddisfatte insonnie, sghembi
    clamori della dispersione per guizzi
    (non poi tanto segreti o velati,
    e ultimi, dolorosi testimoni)

    L’ALTRA FIDES
    Ancora bussa alla porta
    il laico religioso che invita
    tutti i condomini di nome
    e sconosciuti alla sua fede:
    pena gli abissi, le ustioni
    che circonderanno il peccato
    in caso di tardiva immediatezza,
    quindi loro intimissima morte…

    I PENSIERI FERITI
    Ci tormenta quella rabbia
    dentro cui –l’irrisolto che soffre-
    ha riattivato le tante nude
    speranze, nell’aria ferita
    dei pensieri, o si ostina
    proprio come eresia di evi
    traumatici, sembianze curve
    nell’oppio denso di una forse
    allucinata perpetuità, a filtri
    d’intuizione ambigua o tenue
    finale di partita, ma non a scopo
    informativo, anzi all’orlo di
    un aldilà che sfoglia l’alba
    Ma il giorno dopo si riavvia
    per definire le sue volontà e
    le relazioni con vene caduche,
    dinanzi all’immortalità del mare

    H
    Di là c’è un’acca che aspetta chissà chi:
    è muta, quasi un’ombra, scrive versi…
    ed è odiata da tutte le kappa (K) a cui
    somiglia: sorelle come triglie, vischiose
    seppie. Un tempo ha provato ad essere
    voce di un gallo che all’alba esaltava
    un nuovo giorno, poi lasciata a se stessa:
    teso ascolto…valenze senza ritorno.

    - - - - - - -

    BIOGRAFIA DI DOMENICO CARA
    Nel 1965, durante l’affermazione dei gruppi artistici cinetici e programmatici Domenico Cara fondò “Dialettica delle Tendenze”, costituito tra Venezia e Milano, e composto da Sara Campesan, Marilla Battilana, Franco Costalonga e Romano Perusini, Guido Baldessari. Tre furono sostanzialmente gli eventi che videro esposte le opere di questi artisti. Il primo fu realizzato nel 1965 in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, in un locale posto accanto alla vecchia sede della Libreria del Poligrafico della Zecca, entrando da Piazza Duomo, una decina di metri a sinistra. La seconda mostra, sempre a Milano, fu allestita dal 5 al 14 ottobre 1965 presso la Galleria Arte Centro di Fiorella La Lumia di via San Maurilio. La Galleria poi si trasferì in via Brera, quindi in via Dell’Annunciata. La terza a Macerata, alla Pinacoteca Comunale, dal 10 al 20 Febbraio 1966, dove venne inaugurata con il titolo “Dialettica delle tendenze” presentando i lavori degli artisti Baldessari, Bigolin, Costalonga, Dordit, Guarnieri, Marilla, Marino, Perusini, Sartorello.
    Ha fondato inoltre diverse piccole case editrici: Laboratorio delle Arti, Criteron, Kerouac, Istituto Bibliografico Lombardo, Edizioni Fin de Siècle, Edizioni del Drago di Seta, Edizioni del Quarto Oceano, Edizioni del Punto più Alto e diretto i periodici e le riviste: La Ginestra, Uomo e immagini, Italia Moderna Produce, Aperti in squarci, Anterem, Tracce, L’involucro, Post-scriptum, Le dimore dell’occhio. Ha curato alcune collane di scritture creative e critiche: ”Integrazioni”, ”La curva catenaria”, “In Parola e altre vicende testuali”, “Le esperienze riflesse”, “Illuminazioni” e ha organizzato per venti edizioni il premio “Laboratorio delle Arti” per la poesia, la narrativa e la saggistica.
    Ha collaborato e collabora a innumerevoli riviste: Il Ponte, Der Bogen, Phantomas, Prospettive culturali, Contrappunto, Zeta, L’ozio letterario, Calabria Sconosciuta, Calabria, Il filo rosso, Arenaria, Alias, Punto d’Incontro, Quinta generazione, Stazione di Posta, Il Convivio, I fiori del male, Capoverso, Alì, Inonija, Nuove lettere, La battana, Kiliagono, Fermenti, Incroci, Vernice, La Clessidra e altre.
    E’ stato incluso in varie antologie della poesia del Novecento e i suoi scritti tradotti in alcune lingue straniere. In relazione al Convegno su “Poesia e Realtà”, di Abano Terme del 1970, ha partecipato con Franco Fortini, Luciano Erba, Maria Luisa Spaziani, Margherita Guidacci, Andrea Zanzotto, Sebastiano Vassalli, Giorgio Bàrberi Squarotti, Gianni Toti, Eugenio Miccini e altri. Ha fatto parte delle giurie di diversi Premi “Reggiolo”, “Pavese”, “Dino Campana”, “Elsa Morante”, “Fermenti”, presiedendo alcune edizioni dei premi letterari “Romagna” e “Sathiagrà” di Riccione, e innumerevoli premi d’arte italiani, oltre al più noto Premio Internazionale per il disegno “Juan Mirò” a Barcellona.
    Innumerevoli i riconoscimenti, tra cui tre Premi della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e i primi premi a “Bergamo e Provincia”, “Isola d’Oro”, “Casalecchio del Reno”, “Don Bellissimo”, “Serravalle Sesia”, “L’ Esagono”, “Villaroel”, “Marineo”, “Anassilaos”, “Brianza”, “Catanzaro”, “Ziré d’Oro”, “Orient - Express” e “Glenn” alla carriera.
    Domenico Cara ancora oggi attivo soprattutto nell’ambito della poesia e della saggistica, tra anni Sessanta e Ottanta, curò diverse monografie d’arte, presentando artisti e redigendo alcune interessanti saggi e pubblicazioni su temi artistici legati alla critica e al mercato, fondando e dirigendo nel campo dell’arte le riviste Italia Moderna Produce e Mercato d’Arte.
    Sono da ricordare: Personaggi del Concilio. 16 litografie di Aldo Borgonzoni (Macerata, Foglio Editrice / Collezione "Grafica D'Oggi", 1963), L'impiego dell'immagine. Documenti di grafica contemporanea (Milano, Laboratorio delle Arti, 1967), Due momenti dell’opera grafica di Chagall, 100 acqueforti per le Favole di La Fontaine , Ciranna 1967, la corposa antologia dei maggiori artisti italiani e stranieri degli anni Sessanta corredata da quotazioni del mercato dell’epoca, intitolata La comunicazione emotiva. Prospetti d'arte d'oggi (Milano, Laboratorio delle Arti, 1969), repertorio di 540 pagine con schede e valutazioni di centinaia di artisti, intitolata Strutture grafiche e segni. L'estetica del segno nella grafica e nell'immagine dell'arte oggi (Milano, Laboratorio delle Arti, 1974), Esercizi di Ir/riflessione (Milano, Laboratorio delle Arti, 1979), Dix / Incantesimi di raggio (Milano, Laboratorio delle Arti, 1980), Qualcosa come la tersa innocenza. Sculture e grafica di Mario De Santis (Milano, Arti Grafiche Biondani, 1981), l’acuta indagine critica di un’epoca sociale ed artistica dal titolo Imperfetto e metafora (Forum, Forlì, 1982), La derisione nucleare (Milano, Kerouac Edizioni, 1983), Antonio Furlan: la geometria come sogno e come storia (Milano, Laboratorio delle Arti, 1990), Storia di linee (Milano, Laboratorio delle Arti, 1995), Walter Selva (Cortina Arte Edizioni, 2004).
    Sul suo lavoro culturale sono state dedicate monografie nel 1987, 1992, 2003, 2006 e 2018.

     

  • SETTE POESIE
    (CON TRADUZIONE)
    DI IRMA VEROLIN

    data: 12/05/2020 15:04

    IRMA VEROLÍN è nata l'8 dicembre 1953 a Buenos Aires, in Argentina. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali: il primo premio comunale «Eduardo Mallea», il primo premio internazionale «Horacio Silvestre Quiroga», il primo premio internazionale della Fondazione Luis Palés Matos di Porto Rico; primo premio della Fondazione Victoria Ocampo; Premio Emecé; Primo premio comunale della città di Buenos Aires; primo premio internazionale del romanzo di Mercosur. Ha pubblicato tre libri di poesia, quattro di racconti e due romanzi. E' autrice di libri di letteratura per bambini e ragazzi, e di questi ne sono stati pubblicati cinque. Alcuni dei suoi testi sono stati tradotti in inglese, tedesco, italiano, russo e portoghese.

    Ecco sette poesie di Irma Verolìn, con traduzione di Marcela Filippi Plaza.

    PRIMA
    Mia madre ha ripetuto il suo nome in me
    non per mancanza d’immaginazione ma per amore agli specchi
    dove lei trova il suo corpo
    in un equilibrio che pensava d’aver dimenticato.
    Quando mi chiama
    la sua voce trasforma la mia persona in un'eco
    in una ripetizione cantilenante
    una serie infinita di specchi
    riproduce la mia sagoma fino all'indicibile
    svuotandomi
    polverizzandomi.
    Quando mia madre mi chiama
    sta chiamando se stessa
    e alla fine nessuno sa chi è chi in questa casa.

    ANTES
    Mi madre ha repetido su nombre en mí
    no por falta de imaginación sino por amor a los espejos
    donde ella encuentra su cuerpo
    en un equilibrio que creyó olvidar.
    Al llamarme
    su voz convierte a mi persona en un eco
    en una repetición en sonsonete
    una serie infinita de espejos
    reproduce mi silueta hasta lo indecible
    vaciándome
    pulverizándome.
    Cuando mi madre me llama
    se está llamando a ella
    y al final nadie sabe quién es quién en esta casa.

    Dalla raccolta De madrugada (2014)

    I SUOI OCCHI
    Non c'era nulla dietro i suoi occhi
    solo un mare senza movimento,
    un mare
    di acque scure
    con pesci nuotando al rallentatore
    e sirene sminuzzate
    in un fondo senza fondo
    tra montagne schiacciate
    che una volta furono
    remotamente
    animali che il tempo estinse.
    I suoi occhi
    nonostante tutto
    cercano
    in me
    un altro mare
    simile e distante
    per accarezzarlo con il suo sguardo.

    SUS OJOS
    No había nada detrás de sus ojos
    sólo un mar sin movimiento,
    un mar
    de aguas oscuras
    con peces nadando en cámara lenta
    y sirenas desmenuzadas
    en un fondo sin fondo
    entre montañas hundidas
    que alguna vez fueron
    remotamente
    animales que el tiempo extinguió.
    Sus ojos
    a pesar de todo
    buscan en mí
    otro mar
    parecido y distante
    para acariciarlo con su mirada.

    CANE CHE ABBAIA
    C'è un cane nell'edificio di fronte
    rinchiuso
    dietro la ringhiera di un balcone
    che non fa altro che abbaiare
    dalla mattina alla sera.
    Nel frattempo
    il mondo passa nella sua vertiginosa disarmonia
    abbaia al cane
    e il cane sempre risponde.
    Il dialogo non ha fine
    è diventato inverosimile,
    non si capiscono
    non si capiranno mai.
    La mattina si espande
    dai suoi propri limiti
    scivolosi
    naufraga e riprende i suoi impulsi
    e naufraga di nuovo.
    A questo punto
    nessuno in questo quartiere
    vuole sentire ancora
    il beato cane che abbaia
    e abbaia.
    Che il mondo si faccia capire
    una buona volta
    che quell'animale ritorni in sé
    una volta per tutte
    e capisca che nulla gli appartiene.
    È un cane squallido
    brutto
    dagli occhi sporgenti
    l'ho visto sbadigliare, mangiare e
    grattarsi le pulci,
    molti vorremmo avvelenarlo
    ma non potremmo:
    il balcone è alto
    e il mondo non smette di passare
    continuamente
    con la sua cantilena che alimenta
    latrati e chissà quante altre cose
    in questa strada
    dove si trova la mia casa.

    PERRO QUE LADRA
    Hay un perro en el edificio de enfrente
    encerrado
    detrás de la baranda de un balcón
    que no hace otra cosa que ladrar
    de la mañana a la noche.
    Mientras tanto
    el mundo pasa en su vertiginosa desarmonía
    le ladra al perro
    y el perro siempre contesta.
    El diálogo no tiene fin
    se ha vuelto inverosímil,
    no se entienden
    nunca se entenderán.
    La mañana se explaya
    desde sus propios límites
    resbaladizos
    naufraga y retoma sus ímpetus
    y naufraga otra vez.
    A esta altura
    ya nadie en este vecindario
    quiere oír más
    al dichoso perro que ladra
    y ladra.
    Que el mundo se haga entender
    de una buena vez
    que ese animal entre en razones
    de una vez por todas
    y entienda que nada le pertenece.
    Es un perro escuálido
    feo
    de ojos saltones
    lo he visto bostezar y comer y
    rascarse las pulgas,
    muchos quisiéramos envenenarlo
    pero no podríamos:
    el balcón es alto
    y el mundo no deja de pasar
    continuamente
    con su cantilena que alimenta
    ladridos y quién sabe cuántas cosas más
    por esta calle
    en la que está mi casa.

    GATTO DAVANTI ALLA FINESTRA
    Il mio gatto crede che nella finestra ci sia molto da guardare.
    La finestra con quel mondo ristretto che porta dentro
    rimane in silenzio.
    Il vetro
    tuttavia
    riflette il corpo del mio gatto
    che guarda e guarda,
    so che pensa che se il mondo fosse così grande
    come la gente suol credere
    non ci entrerebbe in quel miserabile rettangolo.
    La luce è buona
    per il gatto e per il mondo,
    li riflette entrambi.
    Senza il vetro nulla di tutto questo sarebbe possibile.

    GATO FRENTE A LA VENTANA
    Mi gato cree que en la ventana hay mucho para mirar.
    La ventana con ese mundo apretado que lleva dentro
    permanece en silencio.
    El vidrio
    sin embargo
    refleja el cuerpo de mi gato
    que mira y mira,
    sé que piensa que si el mundo fuera tan grande
    como la gente suele creer
    no entraría en ese miserable rectángulo.
    La luz es buena
    para el gato y para el mundo,
    los refleja a los dos.
    Sin el vidrio nada de esto sería posible.

    COME QUESTA POVERA GENTE
    Come questa povera gente che
    ripetutamente
    ritorna
    alla loro casa allagata,
    ritorno a guardarmi allo specchio:
    i miei occhi,
    che non vogliono vedere, vedono
    l’ampiezza del mio viso
    il coraggioso gesto della vita
    che cade lungo il bordo delle mie sopracciglia;
    causa ed effetti si inanellano
    con totale impunità:
    la vita è un tulle che lascia vedere
    le tracce di un transito in vertigini infinite.

    COMO ESTA POBRE GENTE
    Como esta pobre gente que
    una y otra vez
    regresa
    a su casa inundada,
    vuelvo a mirarme en el espejo:
    mis ojos,
    que no quieren ver, ven
    la amplitud de mi cara
    el esforzado gesto de la vida
    cayendo por el borde de mis cejas;
    causas y efectos se enhebran
    con total impunidad:
    la vida es un tul que deja ver
    las huellas de un tránsito en infinito vértigo

    VENTI D’AUTUNNO
    Cominciano ad arrivare
    i venti dell’autunno,
    giungono prima dell’autunno
    come deve essere, quei venti
    scuotono le pareti
    di questa mia casa
    che li attende
    ancor prima che si facciano sentire
    tremare borbottare tremolare,
    pareti e tetti rimangono avvolti nei loro scuotimenti.
    Il futuro ha spiegato le sue ali al presente
    mentre il passato si è reclinato nell’appoggiò
    di ciò che mai si ripeterà.
    Il vento mi racconta che l'autunno verrà a sdraiarsi
    sul tetto di casa mia
    come un gatto.
    Tutto va bene ora
    che il futuro ha spinto i suoi venti fin qui.

    VIENTOS DE OTOÑO
    Comienzan a llegar
    los vientos del otoño,
    se adelantan al otoño
    como debe ser, esos vientos
    estremecen las paredes
    de esta casa mía
    que los espera
    aún antes de que se hagan oír
    temblar refunfuñar tremolar,
    paredes y techos quedan envueltos en sus sacudimientos.
    El futuro ha desplegado sus alas hacia el presente
    mientras el pasado se reclinó en el respaldo
    de lo que nunca se repetirá.
    El viento me cuenta que el otoño vendrá a recostarse
    sobre el techo de mi casa
    como un gato.
    Todo está bien ahora
    que el futuro empujó el viento hasta aquí.

    Dalla raccolta Los días (2014)

    CONGEDO
    Mettesti la mia mano sul tuo petto
    e chiudesti gli occhi:
    La mia mano rimase dentro il tuo petto.
    Dall'altro lato dei tuoi occhi
    la mia mano accarezzò la tua memoria
    parsimoniosamente
    la mia mano affogò nella tua liscia memoria
    poi qualcuno fischiò nel corridoio
    la sera levigò i suoi margini,
    dire addio è facile
    quando il silenzio avvolge la vita
    senza limiti
    il silenzio è un piccolo dio
    che rende il nostro congedo un luogo di arrivo 
    ora posso guardare 
    la mia propria morte nei tuoi occhi
    la vedo inerpicarsi sul bordo del mio nome
    e ci protegge entrambi.

    DESPEDIDA
    Pusiste mi mano sobre tu pecho
    y cerraste los ojos:
    mi mano quedó dentro de tu pecho.
    Del otro lado de tus ojos
    mi mano acarició tu memoria
    parsimoniosamente
    mi mano se ahogó en tu lisa memoria
    después alguien silbó en el pasillo
    la tarde pulió sus aristas,
    despedirse es fácil
    cuando el silencio envuelve a la vida
    sin límites
    el silencio es un pequeño dios
    que convierte nuestra despedida en sitio de llegada
    puedo mirar ahora
    mi propia muerte en tus ojos
    la veo trepándose sobre el borde de mi nombre
    y nos cobija a los dos.

    Dalla raccolta Invierno (inediti)

  • EL AMIGO DE BORGES
    (RACCONTO E POESIA)

    data: 27/04/2020 17:21

    di José Cereijo (trad. Marcela Filippi)

    Esto es, simplemente, el relato de un sueño, tal como lo recuerdo. Lo más curioso es que mi propia persona no aparece en él; dejo a quien tenga aficiones sicoanalíticas la tarea de interpretar si,en realidad, se oculta bajo los rasgos de alguno de los actores. (Puedo ver a mi propio subconsciente como una advertencia, incluso como un espejo, pero no me hago necesariamente responsable de sus invenciones).
    El verdadero protagonista del sueño es Jorge Luis Borges. Estaba sentado a una mesa de un café de Buenos Aires (ciudad que no conozco), un café de aspecto vulgar y un tanto sombrío.Estaba solo. En cierto momento se le acercaba un señor de unos setenta años, vestido con traje y corbata, quizá de luto. Se dirigía a él con timidez, evidentemente impresionado por la presencia del gran escritor. Tras presentarse en pocas palabras, informaba a su interlocutor de que él era el hermano del señor Abraham Pérez Lozano (el nombre es inventado, pero fiel a mi vago recuerdo de los datos del sueño; sé que era judío, y los apellidos, corrientes), que había sido íntimo amigo de Borges en su juventud, aunque no hubieran vuelto a verse hacía ya muchos años. D. Abraham se había marchado de Buenos Aires siendo aún joven, para establecerse en una provincia lejana donde había pasado el resto de su vida y donde, unos meses atrás, había muerto. Su hermano creía cumplir un deber de cortesía y amistad al informar a Borges de esa muerte, y de la estima y admiración que el fallecido había guardado siempre por su ahora famoso amigo. Borges le agradecía aquella muestra de deferencia con palabras corteses, se informaba de la vida de D. Abraham en los años que habían pasado sin saber el uno del otro, y daba el pésame a su hermano, antes de despedirlo y volver a quedarse solo.
    Pero la verdad del caso es que a Borges, aunque hubiera disimulado por amabilidad ante su visitante, el nombre de D. Abraham no le decía nada. Su memoria era buena, y estaba seguro de que, de haber existido entre ellos el grado de amistad del que su hermano, evidentemente, no dudaba, se hubiera acordado de él. Incluso, de haberse tratado de una relación superficial pero prolongada en el tiempo, tenía la certeza de que la recordaría, máxime después de los datos que su hermano le había dado acerca de su imaginaria amistad, recogidos evidentemente del propio interesado. Era indudable que el muerto, o no le había conocido de otro modo que a través de una presentación fugaz, o ni siquiera había llegado a conocerle, y que se había inventado aquella detallada amistad como un modo de darse prestigio ante sus familiares y amigos, allá en su provincia. Borges pensaba en todo esto, y, acordándose de que el hermano se había atrevido a sugerirle, aunque tímidamente, que acaso le fuera grato el escribir un poema en su memoria, se decidía efectivamente a hacerlo, aunque revelando en él los hechos reales. El recuerdo que conservo del poema es muy vago; con todo, en la reconstrucción que sigue, me he esforzado en serle tan fiel como me ha sido posible.

    ABRAHAM PÉREZ LOZANO

    Allá, en tu lejana provincia, para distraer el tedio,
    o simplemente para adornarte ante los ojos de tus
    amistades con el prestigio de un nombre conocido,
    decías a todo el mundo que habíamos sido amigos, en los
    años perdidos de tu juventud,
    y quizá te conmovías tú mismo al imaginar las escenas
    que luego les contabas
    de ese lejano tiempo compartido.
    Yo, aquí, muchos años después, cuando ya soy el que te
    sobrevive,
    he pensado también, al escuchar el relato de esos años en
    que no estuvimos juntos,
    en la lejana, delicada amistad que tú de esa manera
    quisiste consagrarme,
    y en que de veras me habría gustado compartirla contigo.
    Y, como si realmente te hubiera conocido, escribo estas
    palabras para recordarte y para agradecértela,
    y te tiendo la mano con la secreta esperanza de que, allá
    donde estés, puedas ver este gesto
    que confirma todo lo que contabas, y que en realidad
    fuimos amigos, aunque yo no lo supiera nunca,
    hasta hacerme sentir hoy la nostalgia de todos esos años en
    que, sin yo saberlo, te acordabas de mí.
    Esa pura amistad, diferente de todas, es un don que
    agradezco,
    y quiero que estas líneas que escribo en tu memoria digan
    que si algún día, cuando yo también haya llegado a
    donde tú ya estás, podemos encontrarnos,
    me alegrará saber de ti, evocar viejos tiempos y darte las
    gracias porque, durante tantos años,
    hayas guardado por los dos esa antigua memoria.

    L’AMICO DI BORGES
    Para Esther Nuño
    Questo è, semplicemente, il racconto di un sogno, così come lo ricordo. La cosa più curiosa è che la mia persona non vi appare; lascio a chiunque abbia interessi psicoanalitici il compito di interpretare se, in realtà, questa, si nasconda sotto i tratti di uno dei protagonisti. (Posso vedere il mio proprio subconscio come un avvertimento, anche come uno specchio, ma non mi rendo necessariamente responsabile delle sue invenzioni.)
    Il vero protagonista del sogno è Jorge Luis Borges. Era seduto a un tavolo di un caffé di Buenos Aires (città che non conosco), un caffè dall'aspetto volgare e un po' cupo. Era da solo. A un certo punto gli si avvicinò un uomo sulla settantina, vestito in giacca e cravatta, forse in lutto. Gli si rivolgeva timidamente, evidentemente colpito dalla presenza del grande scrittore. Dopo essersi presentato con poche parole, informava l’interlocutore di essere il fratello del signor Abraham Pérez Lozano (il nome è inventato, ma fedele al mio vago ricordo dei dati del sogno; so che era ebreo, e i cognomi, attuali), che era stato intimo amico di Borges in gioventù, anche se non si vedevano da molti anni. Don Abraham se ne era andato via da Buenos Aires quando era ancora giovane, per stabilirsi in una provincia lontana dove aveva trascorso il resto della sua vita e dove, pochi mesi prima, era morto. Suo fratello credeva di adempiere a un dovere di cortesia e di amicizia informando Borges di quella morte, e della stima e dell'ammirazione che il defunto aveva sempre conservato per il suo ormai famoso amico. Borges lo ringraziò per quella dimostrazione di deferenza con parole cortesi, si informò della vita di Don Abraham negli anni che erano passati senza sapere l’uno dell’altro, e porgeva le sue condoglianze al fratello, prima di congedarlo e rimanere nuovamente da solo.
    Ma in verità , anche se Borges avesse dissimulato per gentilezza davanti al suo visitante, il nome di Don Abraham non significava nulla per lui. La sua memoria era buona, ed era sicuro che, se ci fosse stato tra di loro il grado di amicizia di cui suo fratello, evidentemente, non dubitava, se ne sarebbe ricordato. E anche se fosse stata una relazione superficiale di lungo termine, era certo che se lo sarebbe ricordato, soprattutto dopo i dettagli che suo fratello gli aveva fornito circa la sua amicizia immaginaria, dettagli raccolti evidentemente dal diretto interessato. Non c'era dubbio che il morto, o non lo aveva conosciuto in altro modo se non attraverso una fugace presentazione, o non lo aveva conosciuto affatto, e che quella dettagliata amicizia era stata inventata come un modo per avere prestigio davanti alla sua famiglia e ai suoi amici, là nella sua provincia. Borges pensava a tutto questo e, ricordando che il fratello aveva azzardato suggerirgli, sebbene timidamente, che forse avrebbe gradito di scrivere una poesia in sua memoria, decise di farlo, ma rivelandovi i fatti reali. Il ricordo che conservo della poesia è molto vago; tuttavia, nella ricostruzione che segue, mi sono sforzato di essere il più fedele possibile.

    ABRAHAM PÉREZ LOZANO
    Là, nella tua lontana provincia, per distrarre il tedio
    o semplicemente per ornarti davanti agli occhi delle tue
    amicizie con il prestigio di un nome noto,
    dicevi a tutto il mondo che eravamo stati amici, negli
    anni perduti della tua giovinezza,
    e forse ti commuovevi tu stesso immaginando le scene
    che poi raccontavi loro
    di quel lontano tempo condiviso.
    Io, qui, molti anni dopo, quando ormai sono colui che ti
    sopravvive,
    ho anche pensato, ascoltando il racconto di quegli anni in
    cui non eravamo insieme,
    nella lontana, delicata amicizia che tu in quel modo,
    hai voluto consacrarmi,
    e che mi avrebbe fatto davvero piacere condividerla con te.
    E, come se ti avessi davvero conosciuto, scrivo queste
    parole per ricordarti e ringraziarti,
    e ti tendo la mano con la segreta speranza che, là,
    ovunque tu sia, possa vedere questo gesto
    che conferma tutto ciò che raccontavi, e che in realtà siamo stati amici,
    anche se io non l'ho mai saputo,
    fino a farmi provare la nostalgia per tutti quegli anni in
    cui, senza io saperlo, ti ricordavi di me.
    Quella pura amicizia, diversa da tutte, è un dono di cui
    sono grato,
    e voglio che queste righe che scrivo in tua memoria dicano
    che se un giorno, quando anche io sarò giunto
    dove già sei tu, possiamo incontrarci,
    mi rallegrerà sapere di te, evocare vecchi tempi e
    ringraziarti perché, per così tanti anni,
    hai conservato quel vecchio ricordo per entrambi.

    (de Apariencias.Editorial Renacimiento, 2017)

     

  • ELOGIOS DE LOS GATOS
    DI DOMìNGUEZ RAMOS

    data: 10/02/2020 16:06

    En otro tiempo estás. Eres el dueño
    de un ámbito cerrado como un sueño. (J.L.Borges)

    Tomo otra vez como punto de partida una fotografía. Es de Borges, de un Borges anciano y seriamente enfermo. Tenía ya un avanzado cáncer de hígado. Pacientemente soportaba que se le llevara y se le trajera por el mundo como a una atracción de feria. En la fotografía está acariciando con su mano ciega a una gata. A Borges lo perseguían los gatos cuando ultimaba con Bioy Casares un conjunto de relatos sobre don Isidro Parodi. A Borges lo perseguían, a Bioy no. Bioy es un escritor de perros, como Borges lo es de gatos. Por eso nunca escribió una sola línea sobre un perro y sin embargo fue prolífico no sólo en sus referencias a los tigres, sino también a los gatos, esos felinos menores que pasean con dignidad su melancolía agreste de haber sido feroces. Invito al lector a que repase mentalmente la presencia literaria de los gatos en la literatura. Sin mucho esfuerzo, comprobará que es numerosa. De Baudelaire a Borges, de Lorca a Umbral, de Rubén a Drummond de Andrade, hay toda una literatura brillante sobre el gato. Si intenta el mismo ejercicio con los perros no tardará en darse cuenta de qué aunque lo pueda parecer, no es una broma fácil ni una pinturería superficial. Con rigor suficiente, con el mismo rigor taxonómico que se otorga a otras propuestas, sugiero la siguiente: se pueden distinguir dos tipos de escritores, los escritores de perro y los escritores de gato. Son dos tipologías bien definidas: tenaces, activos, peleones los primeros. Mejor dotados, por tanto, para la constancia que exige el ejercicio narrativo. Balzac y Galdós eran escritores de perro, Julio Llamazares también. Conozco pocos casos de poetas con perro, al menos con perro grande. La excepción aparece en la antología Abierto al aire. Allí un poeta posa con un perro. No sé si verde. Podría ser. Con razón Manuel Carrapiso ironizaba en “De nieblas interiores” sobre los poetas que se dedican a pasear al perro. El pasado épico del Coliseo romano no admitía gatos, sino leones o tigres; su presente ruinoso es habitación propicia a los gatos y al lamento lírico de la ruina y del tiempo. El gato no consiente que lo saquen de paseo. Cuando quiere salir no le pide permiso a nadie. Hay en los gatos, como en los poetas, un origen sagrado, una raíz profundamente telúrica e inquietante. Ambos están del otro lado de los sueños y contemplan el mundo desde la altura impenetrable de su mirada de esfinge. Son independientes, altivos e inconstantes. Unos y otros. Indolentes y contemplativos, sedentarios y seductores, mantienen una intensidad de corto recorrido. Flexibles como un endecasílabo, los gatos son astutos y certeros como una imagen. Serenos como un soneto, meticulosamente limpios como una sinestesia, los gatos son también, igual que los poetas, eléctricos y nocturnos. Animales líricos en suma, que miran desde su distante altivez de príncipes de Siam y sólo en muy contadas noches de invierno se permiten la debilidad impúdica del lamento. Con evidente hipérbole, decía Osvaldo Soriano que un escritor sin gato es como un ciego sin lazarillo. Carlos Drummond de Andrade lo define como guardián y símbolo de la vida intelectual. Quizá no sea para tanto, pero es verdad que esa tempestad silenciosa que hay siempre escondida dentro de un gato de mirada impenetrable se emparenta con el secreto de la creación literaria. Tal vez por eso decía un Lorca joven que Verlaine era casi un gato. En una ocasión me comentaba Luis Mateo Díez que no hay nada más empachoso que un gato empachoso. Es cierto. Me lo decía en tono un poco zumbón, pero no hacía más que darme un argumento. También con algunos poetas pasa lo mismo. El gato, sutil y reservado, provoca en muchas personas un rechazo insalvable e irracional. Y hay escritores de indisimulable cara de bulldog que nunca se harán querer de un gato. Lo más que les sugiere es un cantazo seguido de una risotada por la hazaña. Son narradores, claro. No hace falta decir que soy escritor de gato. Ahora mismo se pasea entre mis papeles, se enrosca junto al teclado y me observa con displicencia. Desde la distancia de su mirada azul y perezosa, se obstina en negarme cada noche el secreto de las imágenes afiladas y urgentes que oculta la profundidad transparente de sus ojos. Unos ojos que, como los poetas, no son de este mundo. Borges no lo sabía, pero la gata que está acariciando en la fotografía tiene exactamente el mismo color de pelo que María Kodama.

    ----------

    ELOGIO DEI GATTI  di SANTOS DOMìNGUEZ RAMOS (trad. Marcela Filippi)

    Ti trovi in un altro tempo. Sei il detentore / di un ambito chiuso come un sogno. (J.L.Borges)

    Prendo di nuovo come punto di partenza una fotografia. E’ di Borges, di un Borges anziano e seriamente malato. Aveva già un cancro avanzato al fegato. Sopportava pazientemente di essere portato in giro per il mondo come attrazione da fiera. Nella fotografia accarezza con la sua mano cieca una gatta. Borges era inseguito dai gatti quando stava ultimando insieme a Bioy Casares una serie di racconti su Don Isidro Parodi. A Borges lo inseguivano, a Bioy no. Bioy è uno scrittore di cani, così come Borges lo è di gatti. Ecco perché non scrisse mai una sola riga su un cane, comunque fu prolifico non solo nei suoi riferimenti alle tigri, ma anche ai gatti, quei felini minori che passeggiano con dignità nella loro malinconia agreste perché stati feroci. Invito il lettore a rivedere mentalmente la presenza letteraria di gatti nella letteratura. Senza molto sforzo, troverà che è numerosa. Da Baudelaire a Borges, da Lorca a Umbral, da Rubén a Drummond de Andrade, c'è un'intera e brillante letteratura sul gatto. Se prova a fare lo stesso esercizio con i cani, si accorgerà presto, anche se può sembrarlo, che non è un gioco facile né tantomeno una facezia. Con sufficiente rigore, con lo stesso rigore tassonomico rivolto ad altre proposte, suggerisco quanto segue: si possono distinguere due tipi di scrittori, gli scrittori di cani e gli scrittori di gatti. Sono due tipologie ben definite: tenaci, attivi, combattenti i primi. Meglio dotati, quindi, nella costanza che esige l'esercizio narrativo. Balzac e Galdós erano scrittori di cani, anche Julio Llamazares. Conosco pochi casi di poeti con cani, almeno con cani di grossa taglia. L'eccezione appare nell'antologia “Abierto al aire”. Lì un poeta posa con un cane. Non so se verde. Potrebbe essere. Ragion per cui, Manuel Carrapiso ironizzava in “De nieblas interiores” sui poeti che si dedicano a portare a spasso il cane. Il passato epico del Colosseo romano non ammetteva gatti, bensì leoni o tigri; Il suo presente rovinoso è abitazione favorevole ai gatti e al lamento lirico della rovina e del tempo. Il gatto non acconsente di essere portato a spasso. Quando vuole uscire, non chiede il permesso a nessuno. C'è nei gatti, come nei poeti, un'origine sacra, una radice profondamente tellurica e inquietante. Entrambi stanno dall'altra parte dei sogni e contemplano il mondo dall'altezza impenetrabile del loro sguardo da sfinge. Sono indipendenti, altezzosi e incostanti. Gli uni e gli altri. Indolenti e contemplativi, sedentari e seducenti, mantengono un'intensità ravvicinata. Flessibili come un endecasillabo, i gatti sono astuti e precisi come un'immagine. Sereni come un sonetto, meticolosamente puliti come una sinestesia, i gatti sono anche, come i poeti, elettrici e notturni. In sintesi, animali lirici, che guardano dalla distante alterigia come principi del Siam e solo in pochissime notti d’inverno, si permettono l'impudica debolezza del lamento. Con evidente iperbole, Osvaldo Soriano diceva che uno scrittore senza gatto è come un cieco senza la sua guida. Carlos Drummond de Andrade lo definisce guardiano e simbolo della vita intellettuale. Forse potrebbe risultare eccessivo, ma è vero che quella tempesta silenziosa, che è sempre nascosta dentro un gatto dallo sguardo impenetrabile è legata al segreto della creazione letteraria. Forse è per questo che un giovane Lorca diceva che Verlaine era quasi un gatto. Una volta Luis Mateo Díez mi commentava che non c'è niente di più imbarazzante di un gatto imbarazzato. È vero. Me lo diceva con un tono un po’ beffardo, e così facendo mi offriva un argomento. Anche con alcuni poeti accade la stessa cosa. Il gatto, sottile, riservato, provoca in molte persone un rifiuto insormontabile e irrazionale. E ci sono scrittori dall'inconfondibile faccia da bulldog che mai si faranno amare da un gatto. Ciò che più ispira loro è una sassata seguita da una gran risata per l'impresa. Sono narratori, ovviamente. Inutile dire che sono uno scrittore da gatto. Proprio ora passeggia tra i miei fogli, si aggomitola sulla tastiera e mi osserva con indifferenza. Dalla distanza del suo sguardo azzurro e pigro, mi rifiuta ostinatamente ogni notte il segreto delle immagini nitide e urgenti che la profondità trasparente dei suoi occhi nasconde. Occhi che, come i poeti, non sono di questo mondo. Borges non lo sapeva, ma il gatto che accarezza nella fotografia ha esattamente lo stesso colore di capelli di Maria Kodama.

    (Memorial de un testigo. Editora Regional de Extremadura. Mérida, 2002)

     

  • POESIE DI AQUILES NAZOA
    IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELLA NASCITA

    data: 19/01/2020 14:17

    Quest'anno i venezuelani celebrano il centenario della nascita di Aquiles Nazoa, uno dei loro poeti più amati. Ci uniamo a quella celebrazione letteraria con la pubblicazione di questa breve selezione di suoi testi
    Freddy Castillo Castellanos: "In questo piccolo saggio dell'opera del poeta venezuelano Aquiles Nazoa, sono presenti alcune delle sue magistrali qualità. Una, quella del delicato cultore della bellezza, come espressamente rivelato nel suo formidabile "Credo"; un’altra, quella del lirico che sa arrivare con eleganza al cuore dei suoi lettori e commuoverci con l'immagine esatta "delle piccole cose della terra", per usare una frase della sua bellissima "Ballata di Hans e Jenny". E anche la saggia tenerezza di parlare a bambini e adulti, con la grazia ineguagliabile di metafore che sono, in se stesse, l'umorismo e l'amore della sua nobiltà letteraria. Perché, cos'altro si potrebbe dire di quel piccolo capolavoro intitolato "Buongiorno, tartarughina"?".

    Buongiorno, Aquiles, maestro del verso e filosofo dell'acqua.
    --

    (Este año los venezolanos celebran el centenario del nacimiento de Aquiles Nazoa, uno de sus poetas más queridos. Nos sumamos a ese festejo literario con la publicación de esta breve selección de textos suyos).

    En esta pequeña muestra de la obra del poeta venezolano Aquiles Nazoa están presentes algunas de sus cualidades magistrales. Una, la del delicado cultor de la belleza, como expresamente lo revela en su formidable “Credo”; otra, la del lírico que sabe llegar con elegancia al corazón de sus lectores y conmovernos con la imagen exacta “de las cosas menudas de la tierra”, para usar una frase de su bellísima “Balada de Hans y Jenny”. Y también, la sabia ternura para hablarle a niños y mayores, con la gracia inigualable de metáforas que son, en sí mismas, el humor y el amor de su nobleza literaria. Porque, ¿qué otra cosa podría decirse de esa pequeña obra maestra titulada “Buen día, tortuguita”?

    Buen día, Aquiles, maestro del verso y filósofo del agua.
    --

    Aquiles Nazoa. Venezuela. 1920-1976. Il suo lavoro poetico include un'importante vena umoristica che gode di un vasto pubblico, che fa di Nazoa uno dei grandi "poeti popolari" del suo paese. Scrisse una bellissima poesia lirica, sia in versi tradizionali che in prosa. Coltivò il saggio, il giornalismo e la cronaca. Per molti anni ha condotto un programma televisivo in cui parlava delle "cose più semplici". Una curiosità: una frase della sua poesia "Credo" è stata inclusa nel preambolo dell'attuale Costituzione venezuelana: "i poteri creatori del popolo". Alcune delle sue opere: Aniversario del color, El transeúnte sonreído, Poesía para colorear, Los poemas, Humor y amor de Aquiles Nazoa. Morì pochi giorni prima del suo cinquantaseiesimo compleanno, in un incidente d'auto.


    Aquiles Nazoa. Venezuela. 1920-1976. Su obra poética incluye una importante veta humorística que goza de enorme audiencia, haciendo de Nazoa uno de los grandes “poetas populares” de su país. Escribió también una hermosa poesía lírica, tanto en versos tradicionales como en prosa. Cultivó el ensayo, el periodismo y la crónica. Durante varios años mantuvo un programa de televisión en el que hablaba de “las cosas más sencillas”. Un dato curioso: una frase de su poema “Credo” fue incluido en el preámbulo de la actual Constitución venezolana: “los poderes creadores del pueblo”. Algunas de sus obras: Aniversario del color, El transeúnte sonreído, Poesía para colorear, Los poemas, Humor y amor de Aquiles Nazoa. Murió pocos días antes de cumplir cincuenta y seis años, en un accidente automovílistico.
    --

    Selezione di poesie di Aquiles Nazoa
    (versione italiana di Marcela Filippi Plaza)

    PREGO IL CREDO O CREDO DI AQUILES NAZOA

    Credo in Pablo Picasso, onnipotente, creatore del cielo e della terra; credo in Charlie Chaplin, figlio delle violette e dei topi, che fu crocifisso, morto e sepolto dal tempo, ma che risuscita ogni giorno nel cuore degli uomini; credo nell'amore e nell'arte come via verso la gioia della vita duratura; credo nei grilli che popolano la notte di cristalli magici; credo nella smerigliatrice che vive facendo stelle d'oro con la sua ruota meravigliosa; credo nella qualità aerea dell'essere umano configurata nel ricordo di Isadora Duncan lasciandosi cadere come una colomba purissima ferita sotto il cielo del Mediterraneo; credo nelle monete di cioccolato che metto da parte in segreto sotto il cuscino della mia infanzia; credo nella favola di Orfeo; credo nel sortilegio della musica, io che nelle ore della mia angustia, ho visto l'incantesimo dalla Pavana di Fauré, uscire libera e radiosa la dolce Euridice dall'inferno della mia anima; credo in Rainer Maria Rilke, eroe della lotta dell'uomo per la bellezza, che sacrificò la sua vita nell'atto di tagliare una rosa per una donna; credo nei fiori che sono spuntati dal cadavere adolescente di Ofelia; credo nel pianto silenzioso di Achille di fronte al mare, credo in una nave svelta e molto distante che è partita un secolo fa per incontrare l'aurora; il suo capitano Lord Byron, nella cintura la spada degli arcangeli, e nelle sue tempie uno scintillio di stelle; credo nel cane di Ulisse; nel ghignagatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, nel pappagallo di Robinson Crusoe, nei topolini che tiravano la carrozza di Cenerentola, e in Beralfiro il cavallo di Rolando, e nelle api che scolpivano il loro alveare dentro il cuore di Martín Tinajero ; credo nell'amicizia come l'invenzione più bella dell’uomo; credo nei poteri creatori del popolo; credo nella poesia e, infine, credo in me stesso, poiché so che c'è qualcuno che mi ama.


    REZO EL CREDO O CREDO DE AQUILES NAZOA

    Creo en Pablo Picasso, todopoderoso, creador del cielo y de la tierra; creo en Charlie Chaplin, hijo de las violetas y de los ratones, que fue crucificado, muerto y sepultado por el tiempo, pero que cada día resucita en el corazón de los hombres; creo en el amor y en el arte como vías hacia el disfrute de la vida perdurable; creo en los grillos que pueblan la noche de mágicos cristales; creo en el amolador que vive de fabricar estrellas de oro con su rueda maravillosa; creo en la cualidad aérea del ser humano configurada en el recuerdo de Isadora Duncan abatiéndose como una purísima paloma bajo el cielo del Mediterráneo; creo en las monedas de chocolate que atesoro secretamente debajo de la almohada de mi niña; creo en la fábula de Orfeo; creo en el sortilegio de la música, yo que en las horas de mi angustia, vi el conjuro de la Pavana de Fauré, salir liberada y radiante a la dulce Eurídice del infierno de mi alma; creo en Rainer Maria Rilke, héroe de la lucha del hombre por la belleza, que sacrificó su vida al acto de cortar una rosa para una mujer; creo en las flores que brotaron del cadáver adolescente de Ofelia; creo en el llanto silencioso de Aquiles frente al mar, creo en un barco esbelto y distintísimo que salió hace un siglo al encuentro de la aurora; su capitán Lord Byron, al cinto la espada de los arcángeles, y junto sus sienes un resplandor de estrellas; creo en el perro de Ulises; en el gato risueño de Alicia en el País de las Maravillas, en el loro de Robinson Crusoe, en los ratoncitos que tiraron del coche de la Cenicienta, en Baralfino caballo de Rolando y en las abejas que labraron su colmena dentro del corazón de Martín Tinajero; creo en la amistad como el invento más bello; creo en los poderes creadores del pueblo; creo en la poesía y en fin, creo en mi mismo, puesto que sé que hay alguien que me ama.
    --


    BUONGIORNO, TARTARUGHINA

    Buongiorno, tartarughina
    parrocchetto dell'acqua
    che al balconcino del tuo guscio
    stai sempre affacciata
    con la triste espressione di una vecchietta
    che sta masticando l'acqua
    e mentre prende il sole rimane mezza
    addormentata alla finestra.

    Buongiorno, tartarughina,
    nonnina dell'acqua
    che per vedere il giorno
    allunghi il colletto
    mostrando delle rughe
    dando l'impressione d’indossare un asciugamano
    arrotolato al collo
    o una vecchia sciarpa molto consumata.

    Buongiorno, tartarughina,
    pagliaccetto dell'acqua
    che sembri più ridicola e goffa
    con le tue calze avvoltolate
    e l’enorme paltò dalle spalle cadenti
    che porti con te come fosse un peso
    e con cui cammini a capitomboli,
    muovendo ora un piede e un altro domani
    come un’ubriachina,
    come una sconfitta
    come un pagliaccio vecchio
    che guarda con fastidio i gradini.

    Buongiorno, tartarughina,
    ubriachino dell'acqua ...
    Da dove vieni, dì, con quegli occhi
    che ti si chiudono da soli, e quella faccia
    di chi non ha dormito tutta la notte,
    e quella vecchia casacca
    che si vede che non è tua,
    perché quasi ci passi sopra quando cammini?

    Buongiorno, tartarughina,
    filosofo dell’acqua
    che passi la vita a parlare da sola,
    perché se non parli da sola, a chi parli?
    Chi, a meno che non sia uno sciocco ascolterebbe
    le tue sciocche parole?
    Nemmeno chi ti prende sul serio con quel
    faccino di persona incatarrita
    e quell'espressione da vecchietta compiaciuta
    che esce a prendere il sole ogni mattina
    e che rimane ore e ore mezza
    addormentata alla finestra?

    Buongiorno, tartarughina,
    parrocchetto dell'acqua,
    nonnina dell'acqua,
    pagliaccetto dell'acqua,
    ubriachino dell'acqua,
    filosofo dell'acqua ...


    BUEN DÍA, TORTUGUITA

    Buen día, tortuguita,
    periquito del agua
    que al balcón diminuto de tu concha
    estás siempre asomada
    con la triste expresión de una viejita
    que está mascando el agua
    y que tomando el sol se queda medio
    dormida en la ventana.

    Buen día, tortuguita,
    abuelita del agua
    que para ver el día
    el pescuecito alargas
    mostrando unas arrugas
    con que das la impresión de que llevaras
    enrollada una toalla en el pescuezo
    o una vieja andaluza muy gastada.

    Buen día, tortuguita,
    payasito del agua
    que te ves más ridícula y más torpe
    con tus medias rodadas
    y el enorme paltó de hombros caídos
    que llevas sobre ti como una carga
    y con el que caminas dando tumbos,
    moviendo ahora un pie y otro mañana
    como una borrachita,
    como una derrotada,
    como un payaso viejo
    que mira con fastidio hacia las gradas.

    Buen día, tortuguita,
    borrachito del agua…
    ¿De dónde vienes, di, con esos ojos
    que se te cierran solos, y esa cara
    de que en toda la noche no has dormido,
    y esa vieja casaca
    que se ve que no es tuya,
    pues casi te la pisas cuando andas?

    Buen día, tortuguita,
    filósofo del agua
    que te pasas la vida hablando sola,
    porque si no hablas sola, ¿a quién le hablas?
    ¿Quién, a no ser un tonto atendería
    a tus tontas palabras?
    ¿Ni quién te toma en serio a ti con esa
    carita de persona acatarrada
    y esa expresión de viejita chocha
    que a tomar sale el sol cada mañana
    y que se queda horas y horas medio
    dormida en la ventana?

    Buen día, tortuguita,
    periquito del agua,
    abuelita del agua,
    payasito del agua,
    borrachito del agua,
    filósofo del agua…
    --

    BALLATA DI HANS E JENNY

    Veramente, l'amore non è mai stato così chiaro come quando Hans Christian Andersen amò Jenny Lind, l'usignolo di Svezia.
    Hans e Jenny erano sognatori e bellissimi, e il loro amore condividevano come due collegiali condividono le loro mandorle.
    Amare Jenny era come mangiare una mela sotto la pioggia. Era stare in campagna e scoprire che oggi sono spuntate le ciliegie mature.
    Hans era solito cantarle storie fantastiche dell'epoca in cui i blocchi di ghiaccio erano i grandi orsi del mare. E quando la primavera stava arrivando, lui le copriva le trecce con tossilaggine silvestre.
    Lo sguardo di Jenny popolava di colori domenicali il paesaggio. Avrebbe potuto benissimo Jenny Lind essere nata in una scatola di acquerelli.
    Hans aveva una scatola di musica nel cuore, e una pipa di schiuma di mare, che Jenny gli diede.
    A volte i due viaggiavano in direzioni diverse. Ma continuavano ad amarsi nell'incontro delle minute cose della terra.
    Per esempio, Hans riconosceva e amava Jenny nella trasparenza delle fontane, nello sguardo dei bambini e nelle foglie secche.
    Jenny riconosceva e amava Hans nelle barbe dei mendicanti, e nel profumo del pane tenero e nelle monete più umili.
    Perché l'amore di Hans e Jenny era intimo e dolce come il primo giorno d'inverno a scuola.
    Jenny cantava le antiche ballate nordiche con infinita tristezza.Una volta la udirono degli studenti americani e di notte tutti piansero teneramente su una mappa della Svezia.
    Ed è che, quando Jenny cantava, era l'amore di Hans che cantava in lei.
    Hans una volta fece un lungo viaggio e dopo cinque anni ritornò.
    E andò a vedere la sua Jenny e la trovò seduta, le mani raccolte, nell'attitudine tranquilla di una ragazza cieca.
    Jenny era sposata e aveva due bambini semplicemente bellissimi come lei.
    Ma Hans continuò ad amarla fino alla morte, nella sua pipa di schiuma e con l'arrivo dell'autunno e nel colore dei lamponi.
    E Jenny continuò ad amare Hans negli occhi dei mendicanti e nelle monete più umili.
    Perché, davvero, l'amore non è mai stato così chiaro come quando Hans Christian Andersen amò Jenny Lind, l'usignolo di Svezia.

    BALADA DE HANS Y JENNY

    Verdaderamente, nunca fue tan claro el amor como cuando Hans Christian Andersen amó a Jenny Lind, el Ruiseñor de Suecia.
    Hans y Jenny eran soñadores y hermosos, y su amor compartían como dos colegiales comparten sus almendras.
    Amar a Jenny era como ir comiéndose una manzana bajo la lluvia. Era estar en el Campo y descubrir que hoy amanecieron maduras las cerezas.
    Hans solía cantarle fantásticas historias del tiempo en que los témpanos eran los grandes osos del mar. Y cuando venía la primavera, él le cubría con silvestres tusilagos las trenzas.

    La mirada de Jenny poblaba de dominicales colores el paisaje. Bien pudo Jenny Lind haber nacido en una caja de acuarelas.
    Hans tenía una caja de música en el corazón, y una pipa de espuma de mar, que Jenny le diera.
    A veces los dos salían de viaje por rumbos distintos. Pero seguían amándose en el encuentro de las cosas menudas de la tierra.
    Por ejemplo, Hans reconocía y amaba a Jenny en la transparencia de las fuentes y en la mirada de los niños y en las hojas secas.
    Jenny reconocía y amaba a Hans en las barbas de los mendigos, y en el perfume de pan tierno y en las más humildes monedas.
    Porque el amor de Hans y Jenny era íntimo y dulce como el primer día de invierno en la escuela.
    Jenny cantaba las antiguas baladas nórdicas con infinita tristeza.
    Una vez la escucharon unos estudiantes americanos, y por la noche todos lloraron de ternura sobre un mapa de Suecia.
    Y es que, cuando Jenny cantaba, era el amor de Hans lo que cantaba en ella.
    Una vez hizo Hans un largo viaje y a los cinco años estuvo de vuelta.
    Y fue a ver a su Jenny y la encontró sentada, juntas las manos, en la actitud tranquila de una muchacha ciega.
    Jenny estaba casada y tenía dos niños sencillamente hermosos como ella.
    Pero Hans siguió amándola hasta la muerte, en su pipa de espuma y en la llegada del otoño y en el color de las frambuesas.
    Y siguió Jenny amando a Hans en los ojos de los mendigos y en las más humildes monedas.
    Porque, verdaderamente, nunca fue tan claro el amor como cuando Hans Christian Andersen amó a Jenny Lind, el Ruiseñor de Suecia.
    --

    ELEGIA PER AQUILES NAZOA

    Oggi è il mio ultimo giorno di scuola;
    la scuola si è svegliata piovigginando;
    la maestra mi manda a tagliare dei fiori;
    mi metto i guanti da giardino.

    Per andare al funerale della mia infanzia
    arrivano alcune formiche piangendo;
    apro, per sapere come si chiama questa ragazza,
    il mio quaderno di scrittura inglese;
    le bellissime lettere escono e volano verso i fiori.

    E intanto, trascinandosi nel tempo
    si consumano le scarpe delle foglie,
    e sull’angelica spalla della sera
    le nuvole fanno svanire la loro favola.

    Colori della mia infanzia così delicati.
    Ricordo che mi sono dipinto con pastelli
    una casetta sul petto quella sera;
    aveva una finestra dalla quale alcune volte mia madre si affacciava
    e una porta attraverso la quale io uscivo per andare a scuola.
    Che gran peccato che mi si sia cancellata:
    se l'avessi mi ci metterei a pingere dentro.


    ELEGÍA A AQUILES NAZOA

    Hoy es mi último día de colegio;
    la escuela ha amanecido lloviznando;
    la maestra me manda a cortar unas flores;
    yo me pongo los guantes del jardín.

    Para ir al entierro de mi niñez
    vienen algunas hormigas llorando;
    abro, para saber cómo se llama esta muchacha,
    mi cuaderno de escritura inglesa;
    las bonitas letras salen volando hacia las flores.

    Entretanto, arrastrándose en el tiempo
    se gastan los zapatos de las hojas,
    y en la angélica espalda de la tarde
    desvanecen su fábula las nubes.

    Colores de mi niñez tan delicados.
    Recuerdo que en el pecho una casita
    me pinté con creyones aquella tarde;
    tenía una ventana por la que algunas veces se asomaba mi madre
    y una puerta por la que yo salía para irme a la escuela.
    Lástima grande que se me haya borrado:
    si la tuviera me metería a llorar dentro de ella.
    --

    STORIA NATURALE RACCONTATA DA CARLOTA

    La piccola farfalla ha vocazione di carretta,
    sebbene la sua attuale occupazione sia la saldatura autogena.
    La mantide religiosa si consuma di sofferenza per il figlio,
    ma non lo perdona.

    Alcune farfalle hanno appena lasciato la messa delle cinque.
    Il rospo non ha finito di vestirsi.
    E ci sono formiche che si stanno precipitosamente chiedendo:
    - Sarà qui? Sarà qui? Sarà qui?

    La rana è il cuore dell'acqua.
    E chi dice che lo scorpione non sia un'invenzione bellica di Leonardo?
    Il bombo è fochista di una locomotiva.
    E la libellula dubita se studiare chimica o sposarsi.

    L'ape raccomanda per l’influenza l'uso del maglione
    e prossimamente le si sposerà
    una figlia, che presto diventerà come lei.

    I ragni hanno la mano sulla guancia.
    Quante cose non entrano in quella borsa da signora
    che portano sotto il braccio le galline?

    I piccoli di colombe in maglietta:
    hanno avuto una bruttissima notte e pensano se radersi o meno.
    I tacchini si sono messi un sacco vuoto sopra la testa
    e le gallinelle un vestito attillato di maniche lunghe.
    (Oh, siamo in lutto -dicono- ma questo non ci impedisce
    che ci piaccia ancora parlare della vita degli altri.)

    I conigli non smettono di chiedersi cosa succede cosa succede,
    né i gufi di tenere le mani in tasca.
    L'ippopotamo entra in acqua
    e dopo un po' esce per essere toccato e vedere se è già
    morbidino.

    Tutte queste follie
    me le dice Carlotta.
    Una carbonaria per non annoiarsi,
    si distrae scrivendo le sue memorie.

    Ogni mattina esce in campagna,
    come un vecchietto, per salutare le cose;
    orienta le formiche smarrite,
    legge alcune notizie sulle foglie
    e dopo aver indagato se il gufo
    ha ancora l’ingrossamento delle parotidi
    e se il bruco può già
    camminare senza stampelle, guarda l'ora,
    ci pensa, ci ripensa, e alla fine
    si ritira di nuovo nel suo guscio.

    Ha un libro di Samain lì e ha
    un tavolino zoppo,
    davanti al quale, in maniche di camicia,
    e con i suoi occhialini, si accomoda
    e, a lume di candela,
    di tutto ciò che ha visto prende nota.

    E un giorno, forse tra cento anni,
    Il libro di Carlota verrà alla luce.
    Carlota per allora sarà morta
    e ad un altro forse verrà attribuita la sua opera,
    ma ogni volta che un bambino
    riderà nel leggere cose così belle,
    ci sarà una rumore di farfalle bianche
    nel lirico tunnel del suo guscio.


    HISTORIA NATURAL CONTADA POR CARLOTA

    La tara tiene vocación de carreta,
    aunque su actual ocupación es la soldadura autógena.
    La cerbatana se consume de sufrimiento por el hijo,
    pero no lo perdona.

    Ciertas maripositas acaban de salir de misa de cinco.
    El sapo no se ha acabado de vestir.
    Y hay hormigas que andan preguntándose atolondradamente:
    -¿Será por aquí? ¿Será por aquí? ¿Será por aquí?

    La rana es el corazón del agua.
    ¿Y quién dice que el alacrán no es un invento bélico de Leonardo?
    El cigarrón es fogonero de una locomotora.
    Y la libélula duda entre si estudia química o se casa.

    La abeja recomienda para la gripe el uso del sweater
    y próximamente se le
    va a casar una hija que en seguida se pondrá como ella.

    Las arañas tienen la mano en la mejilla.
    ¿Cuántas cosas no caben en ese bolso de señora
    que llevan debajo del brazo las gallinas?

    Los pichones de paloma en camiseta:
    pasaron muy mala noche y piensan si se afeitan o no.
    Los pavos se pusieron un saco vacío por la cabeza
    y las gallinetas un ajustado vestidito de mangas largas.
    (Ay, estamos de luto –dicen-, pero eso no nos impide
    que nos siga gustando hablar de la vida ajena.)

    Los conejos no cesan de preguntarse qué pasa qué pasa,
    ni las lechuzas de tener las manos en el bolsillo.
    El hipopótamo se mete en el agua
    y al cabo rato sale para que lo toquen a ver si ya está
    blandito.

    Todas estas locuras
    me las dice Carlota,
    un morrocoy que para no aburrirse,
    se distrae escribiendo sus memorias.
    Cada mañana sale por el campo,
    como un viejito, a saludar las cosas;
    orienta a las hormigas extraviadas,
    lee algunas noticias en las hojas
    y después de indagar si la lechuza
    sigue con las parótidas
    y si el gusano medidor ya puede
    caminar sin muletas, ve la hora,
    lo piensa, lo repiensa, y al fin vuelve
    a meterse en su concha.

    Tiene allí un libro de Samain y tiene
    una mesita coja,
    ante la cual, en mangas de camisa,
    y con sus anteojitos, se acomoda
    y, a la luz de una vela,
    de todo lo que ha visto toma nota.
    Y algún día, tal vez de aquí a cien años,
    saldrá a la luz el libro de Carlota.
    Carlota para entonces se habrá muerto
    y a otro quizá se atribuirá su obra,
    mas cada vez que un niño
    se ría de leer tan lindas cosas,
    habrá un rumor de mariposas blancas
    en el lírico túnel de su concha.
    --
     

  • JOSÉ CARLOS CATAÑO
    OBRA POÉTICA (1975-2007).
    PRE-TEXTOS 2019

    data: 09/10/2019 18:32

    CONCÉDENOS, oh señor, la medida de nuestro infierno

    O, si no, una lucidez para vivir tranquilos.
    No esta desazón de la barca sin mar
    Ni puerto que la ampare-
    Que el amor también ha muerto.
    Haz de nosotros
    Tu pasto de sabiduría. Sángranos hasta amasar
    La alegría de la sangre con lo que del dolor nos queda.
    Configura nuestro cuerpo único
    A la medida de nuestra muerte única.

    Con esos versos en los que resuena el eco de la voz de Rilke comienza la quinta sección de Disparos en el paraíso, el primer libro de José Carlos Cataño y uno de los seis que recoge el espléndido volumen que reúne su Obra poética (1975-2007) en Pre-Textos.
    Lo abre un prólogo en el que Ana Arzoumanian caracteriza la poesía de Cataño con estas líneas iniciales:
    “El estallido de la palabra, el vértigo del tiempo, la voz épica reanudando la trama del mundo, no a través de un proyecto que legitime una filiación, un derecho, sino en la diáspora de una tierra naufragando toda apropiación.
    La fuerza poética de José Carlos Cataño (La Laguna, Islas Canarias, 1954) se imprime mediante una natividad que es un frotamiento de la lengua en el agua. De modo que escribir no será plegarse a la ley de un territorio, sino turbarse en el estallido del volcán.”
    Desde Disparos en el paraíso hasta Lugares que fueron tu rostro, la poesía de José Carlos Cataño ha ido creciendo a través del proceso de elaboración de una obra en marcha sometida a una constante revisión que busca lo nuclear, la almendra de la emoción o lo medular del pensamiento.
    Y en esa búsqueda es fundamental la intensidad verbal, la concentración expresiva y la desnudez como fruto de la decantación de la palabra poética, a la que se somete a una tensión de la que se extrae su mayor potencial significante.
    Ese proceso de abstracción, de elusión de la anécdota y de renuncia a la narratividad fructifica en una poesía de lectura exigente en la que se proyecta la exigencia del autor con su propia obra.
    De esa actitud habla Cataño en este texto, uno de los poemas en prosa de El cónsul del mar del Norte
    Pude haber optado por un tipo de experiencia más presentable, donde la audacia hubiese sido también más inteligible.
    Cuna y madera, talento y principios no me faltaron. Pero prescindí, ay, de maestros, y a nadie tomé para dedicatoria, paráfrasis u homenaje, pues los pocos que despertaron mis simpatías, o estaban muertos o andaban escondidos. Y otro tanto sucedió con los temas en que me las vi. Siempre pertenecían a la otra mirada, la que despierta la sospecha de un desliz en la ciega, armoniosa enormidad del mundo que amenaza con vaciarse en el temblor de una respuesta aplazada.
    La otra mirada es la mirada de los perdedores —fieles vasallos del sinsentido—, cuyo empeño queda rebasado por la ley que unos llaman dios y otros motivo de literatura, de la misma manera que la senda en el valle o la casa en el desierto son finalmente recobrados por la broza y la desolación.
    Y la gente no está para lo difícil. Aplauden el estilo limpio, la intachable conducta, y eso que llaman rigor y lucidez. Aplauden la vida, el método, el triunfo.
    La reflexividad, la hondura lírica, el despojamiento o la búsqueda de la transparencia esencial del ser y la palabra recorren esta poesía, atravesada por temas centrales como el tiempo frágil de la existencia, la memoria, el amor y la muerte, la insularidad y las pérdidas.
    Búsqueda del centro que vertebra una poesía que asume riesgos y se plantea como forma de conocimiento, como aventura ontológica que encuentra su sentido como reflexión sobre el ser y el tiempo al elevarse sobre el desarraigo y el vacío, al explorar lo contingente y los límites del lenguaje.
    En ese camino de desolación es fundamental la noción de éxodo, la imagen del poeta como un extranjero y la preocupación por el lenguaje como lugar habitable, por la escritura como refugio ante la fugacidad.
    Palabra y fugacidad unidas ejemplarmente en versos como estos, de Para enterrar a los muertos en las palabras:

    Al margen de la duda y bajo el sol
    Muere lo que dejo por nombrar
    Que no pensado,
    Pues lento como el río
    Que aspira a mediodía
    Se me muere la vida no en la carne,
    Se me muere la vida en las palabras.

    Ese libro lo cierra esta reflexión sobre la escritura que reúne los temas esenciales de la poesía de José Carlos Cataño:

    Escribir es volver, volver
    A la escritura donde
    Quien vuelve muere
    Y pasa inadvertido
    Al mirar de otro
    Que no mira, escribir
    Es una espera que dibuja
    Y borra por la noche la labor,
    Deshaciendo la noche la labor
    De bordar con letras pintadas
    La noche, la escritura
    Enhebra estrellas en el paño
    Oscuro de un vestido que pasea
    Encima de un puente o en la mirada
    Que sigue la ida y vuelta de una cara
    Indiferente,
    Así somos el que regresa
    Y el que espera esa vuelta,
    El ser saqueado que a la orilla vuelve
    Y la orilla ignota y saqueante,
    Lo uno y lo otro,
    Separados por el clavo de la conjunción,
    Esto y aquello, el rostro que se apaga
    Y lo que al fin nos dice y nos desliza
    En el olvido,
    Quebrando las costillas de la barca,
    Las costillas del cielo y de la mente,
    Definitivamente la ilusión
    En el estallido final de la claridad.

    Santos Domínguez
    POEMAS:

    CONCÉDENOS, OH SEÑOR
    I
    Concédenos, oh señor, la medida de nuestro infierno
    O, si no, una lucidez para vivir tranquilos.
    No esta desazón de la barca sin mar
    Ni puerto que la ampare-
    Que el amor también ha muerto.
    Haz de nosotros
    Tu pasto de sabiduría. Sángranos hasta amasar
    La alegría de la sangre con lo que del dolor nos queda.
    Configura nuestro cuerpo único
    A la medida de nuestra muerte única.
    II
    En la seca prisión del viento
    Que comulga la unión extática
    Con ausencia de realidad -que es el mal, nuestro infierno
    frondoso de conciencia desterrada,
    Escúchanos, oh señor, en la morada de tu apego,
    Desprende tus fundidos labios
    Y que el sol nutra el gesto,
    Del camino que se oculta, del destino que comienza.
    III
    Concédenos, oh señor, la medida de lo que cae
    Y penetra por la marca de nuestro exilio,
    Donde baila, palmotea
    Una alegría extraña, fruto del fondo,
    Amparo de lo que arriba se desgarra
    Y consume entre las redes
    De una vida martirizada.
    Que éstos son nuestros pocos actos,
    Que sostienen reiteradas debilidades.
    Su constelación redime, helado soplo
    Como la Vía Láctea
    En una frase comprometedora.
    IV
    Señor, en esa luna que arrastran los escombros en la playa
    No alcanza el océano de la serenidad,
    Y nuestra labor es estéril pero ayuda
    A una desesperación más próxima
    Entre llanto y coraje, cuando expulsamos
    Los cadáveres de un estado de imperfecta unión.
    La luna que desgarra la marea,
    Los guijarros que dudan si romperla,
    No gozan de su medio, y la cabeza
    No recobrará su interior vacío.
    Pues la orilla que gime es el grito de la luna
    Y de otros cuerpos invisibles, apedreados;
    Espíritus en tortura como un vino de buen color
    Y amargo y áspero para quien lo bebe.
    Porque quien nombró la luna y mi espíritu
    Entre los cuerpos invisibles
    No les dio su sentido exacto.
    V
    Y el grito logrado no será más que los otros,
    Colgados del espacio junto a las voces,
    Los susurros y quejidos del guerrero
    Que combate contra los sí-mismos.
    Mantennos, oh señor, en latitud invisible;
    Remuévenos, de vez en cuando,
    En el cieno de la terrible, concreta, primera tierra,
    Nuestro único compañero,
    Nuestro puro y único guardián,
    En donde nace el doble que nos sustenta.
    VI
    Concédenos, oh señor, el derecho, pues acaso
    ¿No es justo que cacemos a nuestros jueces?
    Es justo, necesario y justificable
    Por el camino del sendero indirecto
    Luchar porque te justifiquen en un postrer gesto-
    En las postrimerías de la necesidad.

    LOS RÍOS DE LA MEMORIA
    El otro día se derritió lava en el Mwenzi. Una placa oceánica se incrustó bajo el continente, refundió el magma de la Montaña Que Brilla y provocó un alud de lodo y piedras.
    La imagen de los sobrevivientes hacía pensar en los jóvenes que, durante el rito de iniciación, se untan el cuerpo con arcilla blanca para despedir a las tinieblas de la infancia.
    El cerebro también tiene sus placas oceánicas, que se desploman y florecen en la lengua de los poetas. Y los ríos de la memoria -ramas, cadáveres y cenizas- transcurren hacia las blancas tinieblas de la infancia.

    AMORES ILUSTRES
    Yo también podría decir algo acerca de eso. Guardaos vuestras estrellas polares, vuestras interminables noches de amor, vuestras damas exquisitas, vuestras hembras calientes como una mañana por Nyangabulé. Tanto me da.
    Acaso el amor sea el instante en que tiemblan dos cuerpos demorando derramarse el uno en el otro, los ojos en los ojos, la lengua en el secreto previo al desfallecimiento.
    Su rostro no era hermoso y era persona de pocas palabras. Tenía desde noviembre no sé qué semilla en agua, y ayer, como quien dice, se convirtió en un tallo finísimo, imparable, en la alegría de la casa.
    Tanto me río de lo que sobrevive al verano, que ya sé lo que es suficiente.

    LE CROCODILE ET MALLARMÉ
    Eugène Mallarmé, ilustre profesor del Colegio de Francia, publica en 1899 su monumental Histoire Naturelle du Crocodile Africain. Un año más tarde tiene ocasión de pisar el continente negro.
    Ahora se encuentra en Rwonga, ante su primer ejemplar vivo de la especie. La sangre, de pronto, se le hiela, el cocodrilo avanza y Eugène Mallarmé se sube a un banano.
    Erguido sobre los cuartos traseros, el monstruo repta y se encarama.
    Las últimas palabras del sabio, según los desconsolados testigos, fueron estas:
    -Mais non! Mais non! Les crocodiles ne montent pas aux arbres!

    FUISTEIS BUENOS CONMIGO
    Odia con todo el rencor, con todo el resentimiento que aún llevas en las entrañas. Y no temas, porque hasta la crueldad más abyecta revienta por sí sola como baya madura.
    Odia, no por cada golpe recibido - eso es lo más fácil-, sino por aquello que ya nunca recordarás. Que lo único que podrá iluminar tu vida será el odio.
    Y por innobles que hayan sido tus actos, no olvides dar las gracias a todos y por todo cuando llegues al fin.

    DISPAROS EN EL PARAÍSO

    VI
    Solo

    Al caer octubre
    Otra vez los árboles
    Remueven los pesares
    Y la luz duda
    Tanteando cuerpos escurridizos.
    La voz y la mirada se despeñan
    En el mismo abrazo.
    abro los ojos y no hay nadie.

    SI YO NUNCA
    Vienen los días, acaban las frases,
    En esta nave abandonada que llamo dios,
    Como si fuera la primera vez, el motivo
    De no sabe qué anunciación.
    El sereno trazado de los astros
    Sobre alguna parte resplandecía.

    Grave laguna, ¿son tus ojos
    O son castigo
    Las llagas que mecen mis brazos?
    En las viejas casas cerradas,
    Palomares enfermos,
    No ha vuelto a oírse la luz del día,
    Ni la sangre ya corre
    Por las avenidas del viento.
    Bebiendo
    El transcurso indolente de las horas,
    Las sombras abatidas
    De la herida en el alma.
    Habré muerto, pues vuelvo
    A las calles aquellas y dicen conocerme.

     

    Opera poetica (1975-2007) Pre-Textos 2019

    CONCEDICI, oh signore, la misura del nostro inferno
    O, in caso contrario, una lucidità per vivere tranquilli.
    Non questa desolazione della barca senza mare
    Né di un porto che la protegga
    Che anche l’amore è morto.
    Fai di noi
    Il tuo pascolo di saggezza. Facci sanguinare per impastare
    La gioia del sangue con ciò che del dolore ci resta.
    Configura il nostro corpo unico
    Sulla misura della nostra morte unica.

    Con quei versi in cui risuona l'eco della voce di Rilke, inizia la quinta sezione di Disparos en el paraíso , il primo libro di José Carlos Cataño e uno dei sei che raccoglie lo splendido volume che riunisce la sua Opera poetica (1975-2007 ) in Pre-Textos.
    Lo apre un prologo in cui Ana Arzoumanian caratterizza la poesia di Cataño con queste linee iniziali:
    “L'esplosione della parola, la vertigine del tempo, la voce epica che riprende la trama del mondo, non attraverso un progetto che legittimi una filiazione, un diritto, bensì nella diaspora di una terra che inabissa ogni appropriazione.
    La forza poetica di José Carlos Cataño (La Laguna, Isole Canarie, 1954-2019) si imprime mediante una nascita che è uno strofinamento della lingua nell'acqua. Per cui la scrittura non sarà un piegarsi alla legge di un territorio, bensì turbarsi nell'eruzione del vulcano. "
    Da Disparos en el paraíso a Lugares que fueron tu rostro, la poesia di José Carlos Cataño è cresciuta attraverso il processo di elaborazione di un'opera in marcia, sottoposta a una revisione costante che cerca il nucleo, il frutto dell'emozione o il midollo del pensiero.
    E in questa ricerca è fondamentale l'intensità verbale, la concentrazione espressiva come frutto della decantazione della parola poetica, che è soggetta a una tensione da cui viene estratto il suo più grande potenziale significativo.
    Quel processo di astrazione, di elusione dall'aneddoto e di rinuncia alla narratività redditizia in una poesia dalla lettura impegnativa nella quale si proietta l'esigenza dell'autore con la propria opera.
    Di questo atteggiamento parla Cataño in questo testo, in una delle poesie in prosa di El cónsul del mar del Norte:
    Avrei potuto optare per un tipo di esperienza più presentabile, in cui l'audacia sarebbe stata anche più intellegibile.
    Culla e robustezza, talento e principi non mi mancavano. Ma, purtroppo, non ho tenuto conto, dei maestri, e non ho considerato nessuno per dediche, parafrasi oppure omaggi, poiché i pochi che hanno risvegliato le mie simpatie, erano morti o si erano nascosti. E lo stesso è accaduto nelle vicende in cui mi ci sono trovato. Appartenevano sempre all'altro sguardo, quello che suscita il sospetto di una caduta nella cieca, armoniosa enormità del mondo, mentre questo minaccia di svuotarsi nel tremore di una risposta .
    L'altro aspetto è lo sguardo dei perdenti - fedeli vassalli di ciò che è privo di senso - il cui impegno viene superato dalla legge che alcuni chiamano dio e altri motivo della letteratura, allo stesso modo in cui il sentiero nella valle o la casa nel deserto sono finalmente recuperati dal sottobosco e dalla desolazione.
    E la gente non approva le cose difficili. Applaudono lo stile pulito, la condotta impeccabile, e ciò che chiamano rigore e lucidità. Applaudono la vita, il metodo, il trionfo.
    La flessibilità, la profondità lirica, lo spogliarsi o la ricerca della trasparenza essenziale dell'essere e la parola , percorrono questa poesia attraversata da temi centrali come il fragile tempo dell'esistenza, la memoria, l'amore e la morte, l'insularità e le perdite.
    Ricerca del centro che dota di struttura una poesia che assume rischi e si propone come forma di conoscenza, come avventura ontologica che trova il suo senso come riflessione sull'essere e sul tempo, mentre si eleva sullo sradicamento e sul vuoto, quando esplora il contingente e i limiti del linguaggio.
    In quel cammino di desolazione è fondamentale la nozione di esodo, l'immagine del poeta come straniero e la preoccupazione per la lingua come luogo abitabile, per la scrittura come rifugio dinanzi alla fugacità.

    Parola e fugacità unite in modo esemplare in versi come questi, di Para enterrar a los muertos:

    A margine del dubbio e sotto il sole
    Muore ciò non nomino più
    Che non pensato,
    Dunque lento come il fiume
    Che aspira a mezzogiorno
    Mi muore la vita non nella carne,
    Mi muore la vita nelle parole.

    Quel libro lo chiude una riflessione sulla scrittura che riunisce i temi essenziali della poesia di José Carlos Cataño:

    Escribir es volver, volver
    Alla scrittura dove
    Chi torna muore
    E passa inavvertito
    Nel guardare di un altro
    Che non guarda, scrivere
    E' un'attesa che disegna
    E cancella di notte il lavoro,
    Disfacendo la notte il lavoro
    Del ricamare con lettere dipinte
    La notte, la scrittura
    Inanella le stelle nel panno
    Scuro di un vestito che passeggia
    Su un ponte o nello sguardo
    Che segue l'andata e il ritorno di un volto
    Indifferente,
    Quindi siamo noi che torniamo
    E che aspettiamo quel ritorno,
    L'essere saccheggiato che alla riva torna
    E la riva ignota che saccheggia,
    L'uno e l'altro,
    separati dal chiodo della congiunzione,
    Questo e quello, il volto che si spegne
    E ciò che alla fine ci dice e ci fa scivolare
    Nell'oblio,
    Rompendo le costole della barca,
    Le costole del cielo e della mente
    Definitivamente l'illusione
    Nell'ultima esplosione della chiarezza.
    Santos Domínguez

    POESIE:

    CONCEDICI, OH SIGNORE
    I
    Concedici, oh signore, la misura del nostro inferno
    O, in caso contrario, una lucidità per vivere tranquilli.
    Non questa desolazione della barca senza mare
    Né di un porto che la protegga-
    Che anche l’amore è morto.
    Fai di noi
    Il tuo pascolo di saggezza. Facci sanguinare per impastare
    La gioia del sangue con ciò che del dolore ci resta.
    Configura il nostro corpo unico
    Sulla misura della nostra morte unica.
    II
    Nella secca prigione del vento
    Che unisce unione estatica
    Con assenza di realtà - che è il male, il nostro inferno
    frondoso di coscienza bandita,
    Ascoltaci, oh signore, nella dimora del tuo legame,
    Stacca le tue labbra fuse
    E possa il sole nutrire il gesto,
    Del sentiero nascosto, del destino che comincia.
    III
    Concedici, oh signore, la misura di ciò che cade
    E penetra attraverso il segno del nostro esilio,
    Dove balla, applaude
    Una strana gioia, frutto dello sfondo,
    Protezione di ciò che sopra si strappa
    E consuma tra le reti
    Di una vita martirizzata.
    Che questi sono i nostri pochi atti,
    Che sostengono reiterate debolezze.
    La sua costellazione redime, gelido soffio
    Come la Via Lattea
    In una frase compromettente.
    IV
    Signore, quella luna che i detriti trascinano sulla spiaggia
    Non arriva all'oceano della serenità,
    E il nostro lavoro è sterile ma aiuta
    Una disperazione più prossima
    Tra pianto e rabbia, quando espelliamo
    I cadaveri da uno stato d’imperfetta unione.
    La luna che strappa la marea,
    I sassi che dubitano se spezzarla,
    Non godono della loro condizione e la testa
    Non recupererà il suo interiore vuoto.
    Ebbene la riva che geme è il grido della luna
    E di altri corpi invisibili, lapidati;
    Spiriti in tortura come un vino dal bel colore
    E amaro e aspro per chi lo beve.
    Perché chi ha menzionato la luna e il mio spirito
    Tra i corpi invisibili
    Non ha dato loro il senso esatto.
    V
    E il grido raggiunto non è altro che gli altri,
    Appesi allo spazio insieme alle voci,
    I sussurri e lamenti del guerriero
    Che combatte contro tutti i sé-stessi.
    Mantienici, oh signore, in latitudine invisibile;
    Rimuovici, di tanto in tanto,
    Nel fango della terribile, concreta, prima terra,
    Il nostro unico compagno,
    Il nostro puro e unico guardiano,
    Dove nasce il doppio che ci sostiene.
    VI
    Concedici, oh signore, il diritto, o forse
    Non è giusto cacciare i nostri giudici?
    È giusto, necessario e giustificabile
    Lungo il percorso del sentiero indiretto
    Lottare affinché ti giustifichino in un gesto posteriore-
    Nelle estremità del bisogno.

    I FIUMI DELLA MEMORIA
    L’altro giorno la lava si è fusa nel Mwenzi. Una placca oceanica si è incrostata sotto il continente, ha rifuso il magma della Montagna Che Brilla e ha provocato una valanga di fango e pietre.
    L'immagine dei sopravvissuti faceva pensare ai giovani che, durante il rito d’iniziazione, si ungono il corpo con argilla bianca per congedarsi dalle tenebre dell'infanzia.
    Anche il cervello ha le sue placche oceaniche, che collassano e fioriscono nella lingua dei poeti. E i fiumi della memoria - rami, cadaveri e cenere - scorrono verso le bianche tenebre dell'infanzia.

    AMORI ILLUSTRI
    Anch’io potrei dire qualcosa al riguardo. Custodite le vostre stelle polari, le vostre interminabili notti d'amore, le vostre squisite dame, le vostre femmine calde come una mattina per Nyangabulé. Per me fa lo stesso.
    Forse l'amore è l’istante in cui due corpi tremano, ritardando l’effondersi l'uno nell'altro, gli occhi negli occhi, la lingua nel segreto previo allo svenimento.
    Il suo volto non era bello ed era persona di poche parole. Aveva fin da novembre non so quale seme in acqua, e ieri, come si suol dire, si è trasformato in un sottilissimo gambo, incontenibile, nella gioia della casa.
    Rido così tanto di ciò che sopravvive all’estate, che so già cos’è sufficiente.

    LE CROCODILE ET MALLARMÉ
    Eugène Mallarmé, illustre professore del Collegio di Francia, pubblica nel 1899 la sua monumentale Histoire Naturelle du Crocodile Africain. Un anno dopo ha l'opportunità di mettere piede nel continente nero.
    Ora si trova a Rwonga, davanti al suo primo esemplare vivo della specie. Il sangue, all’improvviso, gli si gela, il coccodrillo avanza e Eugène Mallarmé sale su un banano.
    Eretto sui quarti posteriori, il mostro striscia e si arrampica.
    Le ultime parole del saggio, secondo gli sconsolati testimoni, furono queste:
    -Mais non! Mais non! Les crocodiles ne montent pas aux arbres!

    SIETE STATI BUONI CON ME
    Odia con tutto il tuo rancore, con tutto il risentimento che porti ancora nelle viscere. E non temere, perché perfino la crudeltà più abietta scoppia da sé come una bacca matura.
    Odia, non per ogni colpo ricevuto - questa è la cosa più semplice - ma per tutto ciò che mai più ricorderai. Che l'unica cosa che potrà illuminare la tua vita sarà l'odio.
    E per quanto ignobili siano state le tue azioni, non dimenticare di ringraziare tutti e per tutto quando giungerai alla fine.

    SPARI IN PARADISO
    Solo
    Quando cade ottobre
    Gli alberi di nuovo
    Rimuovono i dispiaceri
    E la luce dubita
    Tastando corpi inafferrabili.
    La luce e lo sguardo si gettano
    Nello stesso abbraccio.
    Apro gli occhi e non c’é nessuno.

    SE IO MAI
    Arrivano i giorni, finiscono le frasi,
    Su questa nave abbandonata che chiamo dio,
    Come se fosse la prima volta, il motivo
    Di non si sa quale annuncio.
    Il sereno tracciato degli astri
    Da qualche parte risplendeva.

    LUOGO DI NASCITA
    Grave laguna, sono i tuoi occhi
    O sono castigo
    Le piaghe che cullano le mie braccia?
    Nelle vecchie case chiuse,
    Colombaie sofferenti,
    Non si è sentita di nuovo la luce del giorno,
    Nemmeno il sangue scorre più
    Nei viali del vento.
    Bebendo
    Il trascorrere indolente delle ore,
    Le ombre abbattute
    Della ferita nell'anima.
    Sarò morto, dunque, tornerò
    In quelle strade e dicono di conoscermi.

  • LA BREVITA' POETICA
    DI ANA MARIA DEL RE

    data: 02/10/2019 18:16

           La poesia della venezuelana Ana María Del Re raccolta finora in tre splendidi libri (Trazos, Nocturnos e La noche todavía) è un magnifico esempio di concisione espressiva. La brevità, che in alcuni dei suoi cultori non ha smesso di essere una semplice forma, acquista in lei la difficile profondità di una poetica.
    Quell’apparenza dei suoi testi, più che una retorica, è un dialogo con l’istante. A partire dalle poesie di Trazos la sua opera esplora una luminosa concentrazione della parola. Lo fa perché le interessa di più l’emozione vissuta in essa (“la sua nostalgia/la sua intima penuria”) che lo sfoggio verbale che potrebbe riprodurla. Più vicino alla trasparenza che alla maschera - per dirlo con parole a lei molto care - Ana María Del Re vive e indaga anche di notte: una notte in cui il sole resta alle finestre, con la sua rosa bianca, sola, “fino all’arrivo dell’alba”.
    Traduttrice e studiosa della poesia in diverse lingue, Ana María Del Re ha lasciato, per le sue poesie, lo spazio della limpidezza, sebbene ci sia cultura - e ce n’è - nella sua vita. E di ciò i lettori le sono grati.
    E questi nella presente selezione apprezzeranno, oltre al paesaggio della notte, alcune pagine che sono corpo. Per essere più preciso, poesie che sono un palpito. Come si sa, i palpiti non durano a lungo. Hanno, nel dire di San Tommaso, “l’abbondanza giusta”. Io stesso ora, leggendo Ana María Del Re, sento che nel silenzio “canta un uccello” sulla pagina, e io rispondo.
    Si riempie la notte e qui rimango.

    ---------

    La poesía de la venezolana Ana María Del Re, reunida hasta ahora en tres espléndidos libros (Trazos, Nocturnos y La noche todavía) es un magnífico ejemplo de concisión expresiva. La brevedad, que en algunos de sus cultores no ha pasado de ser una simple forma, adquiere en ella la difícil hondura de una poética.
    Esa primera apariencia de sus textos (51 palabras tienen los dos poemas más largos de esta selección), antes que una retórica, es un diálogo con el instante. Desde los poemas de Trazos su obra explora una luminosa concentración de la palabra. Lo hace porque le importa más la emoción vivida en ella (“su nostalgia/ su íntima penuria”) que el despliegue verbal que podría reproducirla. Más cerca de la transparencia que de la máscara -para decirlo con vocablos de su afecto-, Ana María Del Re también vive e indaga en la noche: una noche en la que el sol permanece en las ventanas, con su rosa blanca, sola, “hasta que llegue el alba”.
    Traductora y estudiosa de la poesía en varios idiomas, Ana María Del Re ha dejado para sus poemas el espacio de la limpidez, por más cultura literaria que haya –la hay- en su vida. Y eso se lo agradecemos los lectores.
    En esta selección apreciarán, además del paisaje de la noche, unas páginas que son cuerpo. Mejor dicho, unos poemas que son un latido. Como se sabe, los latidos no duran mucho. Tienen, al decir de Santo Tomás, “la abundancia justa”. Yo mismo ahora, leyendo a Ana María Del Re, siento que en medio del silencio “canta un pájaro” en la página, y que yo le respondo.
    Se llena la noche y aquí me quedo.

    Freddy Castillo Castellanos
    versione italiana di Marcela Filippi Plaza

    ---------

    Non scrivi la poesia
    ma la sua nostalgia
    la sua intima penuria
    *
    Parola scissa
    il tuo nome
    segno appena
    *
    Una nuvola dorata
    piccolissima
    illumina il cielo
    Dura solo un instante
    il prolungato
    istante
    in cui la guardo
    *
    Un trifoglio di sette foglie
    cresce nel giardino contiguo
    Nessuno ha osato guardarlo
    *
    E’ aprile
    sulle rive del Gran Lago
    e vediamo fiorire i tulipani
    Di nuovo il tuo volto
    attraversato dal raggio
    la mano che accarezza
    la rotondità perfetta dell’istante
    Arrivano sussurri
    arrivano raffiche
    Tutta la notte il sole
    alle finestre
    Il non ancora detto
    l’imminente
    il suo fermo splendore
    *
    Come parlare di tramonti
    e di alte maree?
    Arsero tanti soli
    quell’estate
    Forse il mare
    è l’indizio
    di un mormorio
    più profondo
    Tra desideri
    e nostalgie
    la vita passa
    come la poesia

    (dal libro Trazos)

    No escribes el poema
    sino su nostalgia
    su íntima penuria

    *
    Palabra escindida
    tu nombre
    trazo apenas
    *
    Una nube dorada
    pequeñísima
    alumbra el cielo
    Dura sólo un instante
    el prolongado
    instante
    en que la miro
    *
    Un trébol de siete hojas
    crece en el jardín contiguo
    Nadie ha osado mirarlo
    *
    Es abril
    a orillas del Gran Lago
    y vemos florecer los tulipanes
    Es de nuevo tu rostro
    cruzado
    por el rayo
    la mano que acaricia
    la redondez perfecta del instante
    Llegan susurros
    llegan ráfagas
    Toda la noche el sol
    en las ventanas
    Lo todavía no dicho
    lo inminente
    su firme resplandor
    *
    ¿Cómo hablar de atardeceres
    y pleamares?
    Ardieron tantos soles
    aquel verano
    Quizás el mar
    sea el indicio
    de un murmullo
    más hondo
    Entre deseos
    y nostalgias
    se nos pasa la vida
    como el poema


    (del libro Trazos)

    ***
    Imperversa un vento gelido
    sul ramo della quercia
    Un uomo solitario
    attraversa il bosco
    con una bussola rotta
    Sento il crepitare
    di cristalli
    un grido che dice il mio nome
    *
    Riposa
    anima mia
    Lasciati sedurre dal silenzio
    Non è ancora finita
    la notte
    *
    La rosa bianca
    è sola
    in mezzo alla notte
    Non ha paura
    conosce il suo destino:
    essere rosa bianca
    fino all’arrivo dell’alba
    *
    La dama balla nuda
    illuminata
    nella gran sala
    dai tendaggi rossi
    Le sue mani lunghe
    e ondulanti
    tracciano segni incrociati
    in aria
    Spunta il giorno nella città di bronzo
    un orologio di sabbia si ferma
    un candelabro cade
    Il cavaliere dalla spada
    scruta in un angolo
    e impugna l’arma

    (dal libro Nocturnos)

    Arrecia un viento helado
    en la rama
    del roble
    Un hombre solitario
    cruza el bosque
    con una brújula rota
    Escucho un crujir
    de cristales
    Un grito que me nombra
    *
    Descansa
    alma mía
    Déjate seducir por el silencio
    Aún no ha cesado
    la noche
    *
    La rosa blanca
    está sola
    en medio de la noche
    No siente miedo
    conoce su destino:
    ser rosa blanca
    hasta que llegue el alba
    *
    La dama baila desnuda
    iluminada
    en la gran sala
    de cortinajes rojos
    Sus manos largas
    y ondulantes
    trazan signos cruzados
    en el aire
    Amanece en la ciudad de bronce
    Un reloj de arena se detiene
    Un candelabro cae
    El caballero de la espada
    acecha en un rincón
    y empuña el arma

    (del libro Nocturnos)

    ***
    La mansuetudine
    dell’acqua
    nel canale oscuro
    Un airone bianco
    immobile
    sulla pietra
    Filiera di alte luci
    che ancora non illuminano
    Case addormentate vicino al canale
    tutte uguali
    a esse stesse
    Dove conduce
    questa quiete?
    *
    I soli bianchi
    del deserto
    il tatto delle dune
    La tua mano scivolando
    sulla tiepida pelle
    della pagina
    Il poema
    una palpitazione
    nel buio
    *
    Bisogno
    di averti accanto a me
    nella penombra
    di una stanza
    intatta
    L’uno nell’altro
    L’uno sognandosi
    nell’altro
    mentre scorre
    la notte
    *
    La notte ancora
    e tu così lontano
    Forse ti sveglieranno
    altre albe
    altre voci
    Qui le acque
    han portato via tutto
    tranne il tuo nome
    *
    Canta un uccello
    un altro gli risponde
    Bastano due voci
    per riempire la notte
    *
    Coloro che camminano
    di notte
    a volte
    non sono passeggianti
    sono quelli
    che ritornano
    alla ricerca
    della loro ombra
    *
    Il canto
    degli uccelli
    nella mattina
    limpida
    Noi ascoltandolo
    *
    Il poeta
    recita antichi versi
    che solo ascolta
    il vento
    *
    In tempi di oscurità
    concedici Signore
    la parola accesa

    (dal libro La noche todavía)

    La mansedumbre
    del agua
    en el canal oscuro
    Una garza blanca
    inmóvil
    sobre la piedra
    Hilera de altas luces
    que aún
    no alumbran
    Casas dormidas junto al canal
    todas iguales
    a sí mismas
    ¿Hacia dónde conduce
    esta quietud?
    *
    Los soles blancos
    del desierto
    el tacto
    de las dunas
    Tu mano deslizándose
    por la piel tibia
    de la página
    El poema
    un latido
    en lo oscuro
    *
    Necesidad
    de tenerte a mi lado
    en la penumbra
    de una habitación
    intacta
    Uno en el otro
    uno soñándose
    en el otro
    mientras sigue
    la noche
    *
    La noche todavía
    y tú tan lejos
    Acaso te despierten
    otros amaneceres
    otras voces
    Aquí las aguas
    se lo han llevado todo
    menos tu nombre
    *
    Canta un pájaro
    otro le responde
    Bastan dos voces
    para llenar la noche
    *
    Los que caminan
    de noche
    a veces
    no son paseantes
    Son aquellos
    que regresan
    en busca
    de su sombra
    *
    El canto
    de los pájaros
    en la mañana
    limpia
    Nosotros escuchándolo
    *
    El poeta
    recita antiguos versos
    que sólo escucha
    el viento
    *
    En tiempos de oscuridad
    concédenos Señor
    la palabra encendida

    (del libro La noche todavía)

    ***
    Cresce una rosa
    Tra i vecchi muri
    Qualcuno la guarda
    *
    Cade la notte
    Sulle torri bianche
    Tutto è silenzio
    *
    Giunge l’inverno
    il cipresso è solo
    sulla collina
    *
    In autunno
    la solitaria notte
    custodisce un segreto

    (da un libro inedito di haiku)

    Crece una rosa
    Entre los viejos muros
    Alguien la mira.
    *
    Cae la noche
    Sobre las torres blancas
    Todo es silencio.
    *
    Llega el invierno
    el ciprés está solo
    en la colina.
    *
    En el otoño
    la solitaria noche
    guarda un secreto.
    (de un libro inédito de haikús)
    ***
    Mi rendi
    quel sapore di ciliegie
    il sentiero sulla collina
    la cappella solitaria
    Mi rendi
    il tempo
    sul filo
    di una spada

    (Inedito)

    Me devuelves
    aquel sabor a cerezas
    el sendero en la colina
    la capilla solitaria
    Me devuelves
    el tiempo
    en el filo
    de una espada.

    (Inédito)
    Ana María Del Re
    versione italiana di Marcela Filippi

    ***
    Ana María Del Re (Caracas 1944-2019) . Poeta e traduttrice. Laureata in lettere e in francese presso l’Università Centrale del Venezuela. Ha conseguito un Master in Letteratura ispanoamericana presso l’Università Simón Bolívar dove è stata docente dal 1975 fino al 2000 ed è stata una delle coordinatrici dell’Atelier Letterario “Anagrama”. Ha fequentato corsi di specializzazione per il dottorato in letteratura presso l’Università La Sorbonne (Parigi).
    Ha tradotto i poeti italiani Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Mario Luzi, Roberto Mussapi; J. R. Wilcock; il poeta francese Eugene Guillevic. Ha tradotto in italiano il libro Amante del poeta Rafael Cadenas.
    Ha pubblicato i libri di poesia Trazos (Barcellona, Spagna, 1990), Nocturnos, Nocturnes(Soumagne, Belgio, 1998, edizione bilingue) e La noche todavía (Caracas, Bid & Co. Editore, 2007), La nuit encore (Agneaux, France, Eds. du Frisson Esthétique, 2014. Edizione bilingue).
    E ‘stata responsabile della selezione, prologo, cronologia e bibliografia dell’opera poetica del cileno Humberto Díaz-Casanueva (Biblioteca Ayacucho, Caracas, 1988).
    Traduzioni in spagnolo e in italiano:
    •Juan Rodolfo Wilcock, Poesie. Prólogo, selezione e traduzione. Caracas, Editorial Fundarte, Col. Breves, N. 31, 1985. 52 pagg.
    •Umberto Saba, Il canzoniere. Antologia poetica e lettere scelte. Introduzione, selezione, traduzione, cronologia e note. Caracas, Monte Avila editores, 1990. 176 pagg.
    •Eugene Guillevic, Del reino. Presentazione, traduzione e intervista . Caracas, Monte Avila editores y Equinoccio, edizioni dell’Università Simón Bolívar, 1997. 193 pagg.
    •Roberto Mussapi, El polvo y el fuego. La polvere e il fuoco. Antologia poetica. Traduzione e note. Caracas, coedizione della Casa della Poesía J.A. Pérez Bonalde con l’Istituto Italiano di Cultura. 1999. 91 pagg.
    •Eugene Guillevic, Magnificat (Include tre libri di poesia: Magnificat, Ella, Del silencio). Presentazione, traduzione e note. Caracas, Fondo editorial Pequeña Venecia, N.96, 2002. 119 pagg. Edizione patrocinata dall’Ambasciata di Francia in Venezuela.
    •Eugenio Montale, Selezione di poesie, in Mostra della poesia. Gli italiani/ Los italianos. Los venezolanos/ I venezuelani. Edizione bilingue italiano-spagnolo. Caracas, Bid & Co. editore, Collana Poesis, 2008. Edizione patrocinata dall’Università Centrale del Venezuela, Edizioni della Biblioteca, EBUC.
    •Rafael Cadenas, Amante. Edizione bilingue spagnolo-italiano. Caracas, Bid & Co. editore, Collana Poesis, 2011. Edizione patrocinata da Trefymaca C.A.
    •Carlo Collodi, Las aventuras de Pinocho. Historia de un muñeco/Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Caracas, Fundavag, 2017.
    •Giuseppe Ungaretti, Selezione di poesie e saggi. Di prossima pubblicazione.

    *
    Ana María Del Re nació en Caracas. Poeta y traductora. Licenciada en Letras y en Francés Superior en la Universidad Central de Venezuela. Realizó estudios para la Maestría en Literatura Hispanoamericana en la Universidad Simón Bolívar, donde ejerció la docencia desde 1975 hasta el 2000 y fue una de las coordinadoras del Taller Literario “Anagrama”. Siguió cursos de especialización para el Doctorado en Literatura en la Universidad de La Sorbona (París).
    Ha traducido a los poetas italianos Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Mario Luzi, Roberto Mussapi; a J. R. Wilcock; al poeta francés Eugene Guillevic. Realizó la traducción al italiano del libro Amante del poeta Rafael Cadenas.
    Ha publicado los poemarios Trazos (Barcelona, España, 1990), Nocturnos, Nocturnes (Soumagne, Bélgica, 1998, edición bilingüe) y La noche todavía (Caracas, Bid & Co. Editor, 2007), La nuit encore (Agneaux, France, Eds. du Frisson Esthétique, 2014. Edición bilingüe).
    Tuvo a su cargo la selección, el prólogo, la cronología y la bibliografía de la Obra Poética del chileno Humberto Díaz-Casanueva (Biblioteca Ayacucho, Caracas, 1988).
    Traducciones al español y al italiano:
    •Juan Rodolfo Wilcock, Poemas. Prólogo, selección y traducción. Caracas, Editorial Fundarte, Col. Breves, N. 31, 1985. 52 págs.
    •Umberto Saba, El cancionero. Antología poética y cartas escogidas. Introducción, selección, traducción, cronología y notas. Caracas, Monte Avila editores, 1990. 176 págs.
    •Eugene Guillevic, Del reino. Presentación, traducción y entrevista. Caracas, Monte Avila editores y Equinoccio, ediciones de la Universidad Simón Bolívar, 1997. 193 págs.
    •Roberto Mussapi, El polvo y el fuego. La polvere e il fuoco. Antología poética. Traducción y notas. Caracas, coedición de la Casa de la Poesía J.A. Pérez Bonalde con el Istituto Italiano di Cultura. 1999. 91 págs.
    •Eugene Guillevic, Magnificat (Incluye tres poemarios: Magnificat, Ella, Del silencio). Presentación, traducción y notas. Caracas, Fondo editorial Pequeña Venecia, N.96, 2002. 119 págs. Edición patrocinada por la Embajada de Francia en Venezuela.
    •Eugenio Montale, Selección de poemas, en Mostra della poesia. Gli italiani/ Los italianos. Los venezolanos/ I venezuelani. Edición bilingüe italiano-español. Caracas, Bid & Co. editor, Colección Poesis, 2008. Edición patrocinada por la Universidad Central de Venezuela, Ediciones de la Biblioteca, EBUC.
    •Rafael Cadenas, Amante. Edición bilingüe español-italiano. Caracas, Bid & Co. editor, Colección Poesis, 2011. Edición patrocinada por Trefymaca C.A.
    •Carlo Collodi, Las aventuras de Pinocho. Historia de un muñeco/Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Caracas, Fundavag, 2017.
    •Giuseppe Ungaretti, Selección de poemas y ensayos. De próxima aparición.
    a cura di Freddy Castillo Castellanos e Marcela Filippi

  • 5 POESIE DI FREDDY CASTILLO CASTELLANOS

    data: 27/09/2019 12:04

    Cinque poesie dello scrittore venezuelano Freddy Castillo Castellanos, fra l'altro fondatore dell’Università Nazionale Sperimentale di Yaracuy, da me tradotte in italiano. 

    CETRERÍA

    Amaba la alquimia y los poemas
    Era letrado triste y ardoroso
    Le compuso a Constanza algunos versos
    que llegaron a sonar purísimos
    en la noche siciliana
    Pero su fuerte eran el trono y la caza
    Disponía de halconeros y de pajes
    con esa rara complacencia
    que suelen tener los sabios cuando aman
    Nada le hicieron a su alma dos excomuniones
    anodinas y torpes como todas

    Era primo de Tomás de Aquino

    Era poderoso pero también poeta
    rareza que la Historia y Platón
    no comprendieron nunca
    menos la vida turbia
    de los pobres ejércitos del Papa

    Se llamaba bellamente Federico II de Suabia

    FALCONERIA

    Amava l’alchimia e le poesie
    Era letterato triste e ardente
    Compose alcuni versi per Costanza
    che suonarono purissimi
    nella notte siciliana
    Ma il suo forte era il trono e la caccia
    Disponeva di falconi e di paggi
    con quella rara compiacenza
    che sono soliti avere i saggi quando amano
    Nulla fecero alla sua anima due scomuniche
    anodine e ottuse come tutte

    Era cugino di Tommaso d’Aquino

    Era potente ma anche poeta
    rarità che la storia e Platone
    non compresero mai
    ancor meno la vita torbida
    dei poveri eserciti del Papa

    Si chiamava bellamente Federico II di Svevia

    ----------

    MNEMÓSINE

    La memoria y el azar poseen hilos secretos que se cruzan en su lugar predilecto: el laberinto.
    La memoria tiene pasadizos ocultos, pero no se pierde. Tú te pierdes en ella.
    Perder la memoria, en realidad, es perderse en la memoria. Es perder su hilo.
    La memoria también es un bosque. Sus árboles, a veces, no te dejan verla. Procura siempre alcanzar un claro en su interior y trata de leer desde allí a María Zambrano, como quien celebra un ritual arcaico.
    La memoria tiene vida propia. Tú no la tienes. Ella te tiene a ti.
    La memoria tiene más futuro que pasado, aunque contenga todos los pasados.
    La memoria puede ser silenciosa e invisible, pero está ahí, más viva que nunca, acechándote.
    Cuando la memoria habla, tú callas. Cuando la memoria calla, tú ni hablas ni escribes. Te dejas llevar por su rumor.
    La memoria no escribe hoy porque lo escribió todo mañana.
    La memoria atesora personajes que parecen perdidos para siempre. Un día, que puede ser hoy, uno de esos personajes aparece y te dice lo que nunca se atrevió a decirte hace décadas. Son las viejas celadas de Mnemósine, madre de todas las musas.
    La memoria se detiene algunas veces y rememora. Después vuelve con más bríos y te inunda.
    La memoria es una mañana en el mar porque dos amantes escuchan el aria de las Bachianas brasileiras Nro. 5 de Villalobos.
    La memoria es un territorio infinito, un légamo que no termina.
    Pero la memoria suele dislocar su brújula y se va al pasado, por irse al futuro.
    Se equivocó la memoria. Se equivocaba.

    MNEMOSINE

    La memoria e il caso posseggono fili segreti che si incrociano nel loro luogo prediletto: il labirinto.
    La memoria ha passaggi occulti, ma non si perde. Tu ti perdi in essa.
    Perdere la memoria, in realtà, è perdersi nella memoria. E’ perdere il suo filo.
    La memoria è anche un bosco. I suoi alberi, a volte, non ti permettono di vederla.
    Procura sempre di raggiungere una radura al suo interno e cerca di leggere da lì
    Maria Zambrano, come chi celebra un rituale arcaico.
    La memoria ha vita propria. Tu non ce l'hai. Lei ha te.
    La memoria ha più futuro che passato, sebbene contenga tutti i passati.
    La memoria può essere silenziosa e invisibile, ma è lì, più che mai a braccarti.
    Quando la memoria parla, tu taci. Quando la memoria tace, tu non parli né scrivi. Ti lasci trasportare dai suoi rumori.
    La memoria non scrive oggi perché ha scritto tutto domani.
    La memoria raccoglie personaggi che sembrano perduti per sempre. Un giorno, che può essere oggi, uno di quei personaggi appare e ti dice ciò che non ha mai osato dirti da decadi. Sono le vecchie insidie di Mnemosine, madre di tutte le muse.
    La memoria qualche volta si ferma e rimembra. Dopo torna con più brio e ti inonda.
    La memoria è una mattina al mare perché due amanti ascoltano l'aria delle Brachianas Brasileiras nro 5 di Villa-Lobos.
    La memoria è un territorio infinito, un limo che non finisce.
    Ma la memoria di solito disloca la sua bussola e se ne va al passato, per andare al futuro.
    Si è sbagliata la memoria. Si sbagliava.

    ----------

    ROTHKO

    Han salido del convento.
    Él la toma de la mano y miran el cielo de Florencia.
    Por la dulzura de su Anunciación
    y por el espacio armonioso de sus frescos,
    invocan, agradecidos,
    el nombre de Fra Angelico.
    Hace poco, en Roma, supieron
    que ella dará a luz el próximo diciembre.
    Un dulce asombro los conmueve.

    ROTHKO

    Sono usciti dal convento.
    Lui la prende per mano e guardano il cielo di Firenze.
    Per la dolcezza della sua Annunciazione
    e per lo spazio armonioso dei suoi affreschi,
    invocano, grati,
    il nome di Fra Angelico.
    Recentemente, a Roma, hanno saputo
    che lei darà alla luce il prossimo dicembre.
    Un dolce stupore li commuove.

    --------

    EL PAISAJE SOY YO

    El paisaje invisible.
    El hombre ante el paisaje invisible, es el paisaje.
    Ante el paisaje total,
    el hombre siempre se hace invisible.

    IL PAESAGGIO SONO IO

    Il paesaggio invisibile.
    L’uomo davanti al paesaggio invisibile, è il paesaggio.
    Davanti al paesaggio totale,
    l’uomo sempre diventa invisibile.

    -------

    DOS PAVESIANAS Y UN GATO

    I
    Porque la siento en el aire,
    lo que me gusta de Roma
    es su manera de perder el tiempo.
    Si bebo una copa,
    no es como en Turín.
    Allá bebo de rabia…
    En cambio, en Roma,
    siento que el vino
    entra y me recrea por dentro.
    Y sueño que el mundo es un camino infinito,
    como Roma.

    II
    No sé si vengo de la colina o del valle,
    de los bosques o de una casa con balcones.
    Este pueblo, donde no he nacido,
    durante mucho tiempo fue para mí el universo.
    En él se cultiva la uva que se vende en Canelli.
    También, se recogen las trufas
    y se llevan a Alba.
    Tengo para mí que las colinitas de Canelli
    son la puerta del mundo.


    DUE PAVESIANE E UN GATTO

    I
    Perché la sento nell’aria,
    ciò che mi piace di Roma
    è la sua maniera di perdere tempo.
    Se bevo un bicchiere,
    non è come a Torino.
    Là bevo per rabbia...
    Invece, a Roma,
    sento che il vino
    entra e mi ricrea dentro.
    E sogno che il mondo sia un cammino infinito,
    come Roma.

    II
    Non so se vengo dalla collina o dalla valle,
    dai boschi o da una casa con balconi.
    Questo paese, dove non sono nato
    durante molto tempo fu per me l’universo.
    In esso si coltiva l’uva che si vende a Canelli.
    Parimenti, si raccolgono i tartufi
    e si portano ad Alba.
    Tengo per me che le collinette di Canelli
    siano la porta del mondo.

     

    (1) Freddy Castillo Castellanos (1959). Avvocato, scrittore e docente nato a Barquisimeto (Venezuela), dove risiede. Rettore-Fondatore dell’Università Nazionale Sperimentale di Yaracuy (1999-2011). Direttore e professore di seminari e di laboratori di poesia presso la Casa de las Letras “Antonio Arráiz”. È stato membro del consiglio direttivo della casa editrice Biblioteca Ayacucho ed è stato membro del consiglio dei lettori della casa editrice Monte Ávila, Caracas. Autore dei seguenti libri di saggi letterari: Incisioni; Sucre, il più sereno degli eroismi, La scienza della cavalleria andante; La gastronomia come patrimonio immateriale. Ha fondato e diretto le riviste letterarie Letra Continua e Papel Abierto.

     

  • LE POESIE STRANIERE
    DI DOMINGUEZ RAMOS

    data: 14/07/2019 20:09

    “Un canto straniero”. E’ il titolo di un volume di poesie di Santo Dominguez Ramos, poeta e critico letterario spagnolo, che vedrà la luce nel prossimo autunno. Introduzione di Freddy Castillo Castellanos. Traduzioni e cura di Marcela Filippi Plaza. Anticipiamo l’introduzione di Castillo Castellanos e alcune poesie di Domínguez Ramos.
     
    Quando il poeta Félix Grande, nel presentare uno dei suoi libri, disse: “Santos Domínguez cammina e cammina con la forza indistruttibile di chi porta in spalla il suo sacco di dolore, la sua emozione di esistere e le sue consolanti parole genesiache”, stava affermando una presenza irriducibile: quella della parola come centro matrice della sua creazione. Senza di essa, né il dolore né l'emozione di esistente sarebbero tali. Lo sono, perché il poeta è stato in grado di dare loro vita nelle sue pagine.
    Nel ricco panorama della poesia spagnola degli ultimi decenni, si sottolinea il nome di Santos Domínguez Ramos (Cáceres, Spagna, 1955), autore, anche di gli altri libri eccellenti: Las provincias del fríoEn un bosque extranjeroLas sílabas del tiempoLuna y ciencia nocturnaEl viento sobre el agua y Principio de Incertidumbre.
    Lo si riconosce da una cadenza di echi o di vocaboli che si succedono per fornire il profilo preciso di un'immagine, sia esso un testo dall'impronta metafisica o dall'affettuosa ricreazione di un personaggio. Penso che in quest'opera  c sia una sorta di "marchio Domínguez" a servizio della luce. Meglio detto:della sua ricerca. Una luce che illumina strade vecchie o sconosciute e recupera territori ed esseri dimenticati.
    I suoi testi invocano letture, paesaggi e ombre protettive, che si rivelano di volta in volta in una delicata esplorazione  della memoria. Anzi: diventano poco a poco memoria. Una sorta di immaginario, non nel modo "culturalistico" come alcuni un tempo erano soliti fare; appare come un grande telone, perché il poeta è anche memoria, e lo è perché gli autori e i personaggi che ha  letto (o visto o sentito) sono parte importante della sua vita. Domínguez dice, in un verso che ha risuonato in me borgesianamente."Siamo la nostra memoria  in un paesaggio" (Persistenza del fumo). E siamo qualcos'altro, afferma: "Siamo ciò che dimentichiamo". Bisognerebbe aggiungere insieme a Borges e alla sua ontologia negativa, che quest'ultima potrebbe essere provvisoria, perché "Solo una cosa non c'è: è l'oblio".
    Il poeta si volge  al passato, verso una tradizione che lo sostiene e la rende presente: Perché guardiamo sempre / indietro, come l'angelo, / o come la donna dal nome silenzioso / che lasciando Sodoma piangeva il suo passato... / nelle chiare piane del ricordo (...) E’ la luce del passato, la luce più luminosa / e ha, come l'angelo, sulle spalle gli occhi. (Angelus Novus)
    Quell'angelo di Benjamin, quello della tradizione talmudica a cui Paul Klee ha dato gesti e sguardo, trova il giorno torbido. Viene da "le chiare pianure del ricordo", dove il passato rimane come spazio, non come tempo, Se fosse tempo, sarebbe un presente occulto che si porge verso la poesia e la guida: Il ricordo non è tempo: il ricordo è spazio. / Il suo luogo è l'assenza di paesaggi perduti
    In Pastorale d'autunno ci dice: Seduto su una pietra / ho imparato con gli anni a guardare la sera, / al di là del paesaggio, al di là degli uomini.
    Il poeta è anche il lettore, un lettore che davanti ai suoi occhi non ha solo libri. Ha anche -e molto- paesaggi, paesaggi che iniziamo a vedere con i suoi occhi e che finiamo per ricreare davanti allo specchio delle finestre, vedendo noi stessi -commossi-, così come l'autore vede se stesso: Il lettore si alza per guardare la fatica vegetale del paesaggio, / triste come i lunedì nei giardini zoologici. (...) il lettore si alza per guardare se stesso
    sul vetro. / E ora / i suoi occhi non guardano più. / La sera gli restituisce / la sua immagine sul freddo incendio del crepuscolo / in un bosco straniero che non dice il suo nome. / E il lettore non sa più / se la dubbiosa lacrima che cade dal vetro
    è sua o del paesaggio. (Il lettore, un paesaggio)
    Il lettore, col suo dubbio, comincia a capire che, oltre alla memoria, è anche paesaggio. In esso potrà diventare invisibile, ma il suo sguardo saprà sempre dove si nasconde.
    Sebbene denso, il linguaggio sembra leggero nella pagina. Si lascia trasportare dall'orecchio. I versi hanno il volo dell'uccello, un uccello che, come dice il poeta nel primo testo di questo libro, vola come tentativo di ottenere il suono dell'istante e lasciarlo intatto nella pagina.
    Se c'è qualcosa che Santos Domínguez ha, è orecchio, un orecchio che gli permette di non abbandonare mai la sua melodia, anche se di "musica insondabile" si tratti, come quella che accompagna l'ombra del gelo "quando cade nel deserto" (Ieri non ti ho visto in Babilonia).
    La parola come approssimazione dell'esperienza; meglio detto, come unica esperienza: la grande esperienza di una vita dedicata alla poesia e alle sue segrete assonanze. Perché "nella poesia vive una simulazione,/
    il segreto artificio/ verbale della memoria" (Vento di stella). Il poeta cerca di scoprirlo "sotto la luce della sera, sotto il primo quarto/della luna sull'isola", fino a quando la notte giunge nelle note di un oboe  (Scrivere di sera)
    Scoprire fuori dalla Spagna l'eccellente poesia di Santos Domínguez  Ramos è scoprire che la migliore tradizione della sua bella lingua, non è stata abbandonata. Al contrario, è stata arricchita.
    FREDDY CASTILLO CASTELLANOS
    (versione italiana di Marcela Filippi Plaza)
     
    -----
     
    ROSA DE LA MEMORIA
    Tú, rosa de silencio, tú, luz de la memoria                                                                                    
    (Luis Cernuda)           
     
    Mi memoria es a veces la memoria de un río,
    la gramática cóncava de la fiebre en la herida
    profunda del paisaje,
    el intervalo oscuro de la sangre.
     
    Como llaga erosiva y minuciosa,
    ¿nace o muere la luz en el recuerdo?
    ¿Sale o se pone el sol
    en el ardor sin llama de la ruina?
     
    Otros días mi memoria se remonta hacia arriba,
    sucinta y transitoria, sin puntos cardinales
    por el cauce de un río que yo no he visto nunca.
     
    Tenaz, inapetente,
    en sus orillas pasta un animal tranquilo.
    Sus ojos no me ven.
    Indiferentes, turbios,
    son los ojos del tiempo.
     
    ROSA DELLA MEMORIA
     
    La mia memoria è a volte la memoria di un fiume,
    la grammatica concava della febbre nella ferita
    profonda del paesaggio,
    l'oscuro intervallo del sangue.
     
    Quale ferita erosiva e minuziosa,
    nasce o muore la luce nel ricordo?
    Sorge o tramonta
    nel rogo senza fiamma della rovina?
     
    Altri giorni la mia memoria risale,
    concisa e transitoria, senza punti cardinali
    dall’alveo di un fiume che non ho visto mai.
     
    Tenace, inappetente,
    sulle sue sponde pascola un animale tranquillo.
     
    I suoi occhi non mi vedono.
    Indifferenti, torbidi,
    sono gli occhi del tempo.
     
    -----
     
    EL ÁRBOL DE LA PACIENCIA
    “Y el Árbol de la Paciencia llevará su fruto”
    Omar Faruk)
     
    He visto lo que vuelve: la lluvia de la tarde,
    los pájaros del tiempo en las almenas,
    su temblor amarillo,
    la simiente de lava en los volcanes.
     
    Secuencia de raíces o signos en el aire,
    un relámpago quieto vibra en el horizonte:
    es la música y llueve sobre el árbol en llamas,
    de raíces amargas y frutos delicados.
     
    Llueve sobre los muertos que no saben que llueve
    y hay ángeles que tiñen de negro con sus alas
    la claridad redonda de la luna.
     
    Enfrían con su luto la luz del equinoccio,
    el fulgor cenital de la pascua de marzo.
     
    Igual que los eclipses,
    destemplan los acordes naturales del mundo,
    alteran la destreza rutinaria del tiempo.
     
    Su canto de ceniza viaja por la secuela
    azul de las galaxias,
    corta como la nieve que afila los tejados
    y arrasa los cimientos
    y quema las pupilas del insomne.
     
    L'ALBERO DELLA PAZIENZA
     
    Ho visto ciò che torna: la pioggia della sera,
    gli uccelli del tempo sui bastioni,
    il loro tremore giallo,
    il seme di lava nei vulcani.
     
    Sequenza di radici o segni nell'aria,
    un lampo immobile vibra all'orizzonte:
    è la musica e piove sull'albero in fiamme,
    di radici amare e frutti delicati.
     
    Piove sui morti che non sanno che piove
    e ci sono angeli che tingono di nero con le loro ali
    il chiarore rotondo della luna.
     
    Raffreddano con il loro lutto la luce dell'equinozio,
    il bagliore zenitale della pasqua di marzo.
     
    Così come le eclissi,
    disarmonizzano gli accordi naturali del mondo,
    alterano la destrezza rutinaria del tempo.
     
    Il loro canto di cenere viaggia attraverso la lesione
    blu delle galassie,
    taglia come la neve che affila i tetti
    e rade al suolo le fondamenta
    e brucia le pupille dell'insonne.
     
    -----
     
    LA NOCHE DEL COBARDE
    “Y cae la noche, la noche –la hora de la jungla”
    (Robert Lowell)
     
    Su lugar es la noche. Si les ladran los perros,
    si el canto atormentado de un pájaro nocturno
    llega hasta sus orejas de cobarde madera,
    ellos siguen andando por su sombra de peces
    ajenos a las fuentes y a los ríos caudales.
     
    Donde la noche firma sus traiciones
    como los envoltorios, como desechos turbios
    confusamente vienen de donde sopla el viento
    con la astucia del tigre y el miedo de los bueyes.
    Viven en los insomnios del cartón, allí donde el naufragio
    del vidrio y su memoria
    abolida en la muerte civil de la palabras.
     
    Pero entonces la noche lo habrá deshabitado
    con la tristeza negra
    que tienen los armarios de un muerto por sorpresa.
     
     
    LA NOTTE DEL CODARDO
     
    Il suo luogo è la notte. Se gli abbaiano i cani,
    se il canto tormentato di un uccello notturno
    giunge fino alle sue orecchie di legno codardo,
    essi continuano a camminare nella loro ombra di pesci
    estranei alle fonti e ai fiumi copiosi.
     
    Dove la notte firma i suoi tradimenti
    come gli involucri, come torbidi rifiuti
    confusamente vengono da dove soffia il vento
    con l'astuzia della tigre e la paura dei buoi.
     
    Vivono nelle insonnie del cartone, là dove il naufragio
    di vetro e della sua memoria
    abolita nella morte civile delle parole.
     
    Ma allora la notte lo avrà disabitato
    con la tristezza nera
    che hanno gli armadi di un uomo morto di sorpresa.
     
    -----
     
    ANGELUS NOVUS 
    (Paul Klee)
     
    ¿Por qué miramos siempre
    hacia atrás, como el ángel,
    o como la mujer de silencioso nombre
    que al salir de Sodoma lloraba su pasado
    en las claras planicies del recuerdo,
    en aquella ciudad de la llanura
    donde dejaba en sombra
    la casa abandonada con sus pecados íntimos,
    con sus secretos vicios que envidiaban los dioses?
     
    Antes de hacerse sal
    pudo ver el contorno de una nube de azufre,
    su densidad de fuego,
    la cabeza cortada del caballo,
    la lluvia genital sobre el país del yermo.
     
    En la hora amarilla del viento y del espanto
    tuvo tiempo de ver la confusión de tribus,
    las cansadas trincheras de la furia,
    los últimos cuarteles de un campo de Agramante.
     
    La venganza, la torpe secuela de la envidia
    la convirtió en estatua.
     
    Es la luz del pasado, la luz más luminosa
    y tiene, como el ángel, en la espalda los ojos.
     
    Porque nada hay más turbio que el día que le esperaba
    a Lot bajo las viñas amargas del incesto.
     
    Porque nada hay más turbio
    que el día que nos espera.
     
     
    ANGELUS NOVUS
     
    Perché guardiamo sempre
    indietro, come l'angelo,
    o come la donna dal nome silenzioso
    che lasciando Sodoma piangeva il suo passato
    nelle chiare piane del ricordo,
    in quella città della pianura
    dove lasciava in ombra
    la casa abbandonata con i suoi peccati intimi,
    con i suoi vizi segreti che gli dei invidiavano?
     
    Prima di divenire sale
    poté vedere il contorno di una nuvola di zolfo,
    la sua densità di fuoco,
    la testa mozzata del cavallo,
    la pioggia genitale sul paese dell’ermo.
     
    Nell'ora gialla del vento e della paura
    ebbe il tempo di vedere la confusione di tribù,
    le stanche trincee della furia,
    gli ultimi acquartieramenti di un campo di Agramante.
     
    La vendetta, l’inetta sequela dell'invidia
    la trasformò in statua.
     
    E’ la luce del passato, la luce più luminosa
    e ha, come l'angelo, sulle spalle gli occhi.
     
    Perché nulla è più torbido del giorno che attendeva
    Lot sotto le amare vigne dell'incesto.
     
    Perché nulla è più torbido

    del giorno che ci aspetta.  

  • DESPUÉS DE LAS BATALLAS/DOPO LE BATTAGLIE

    data: 07/03/2019 18:15

    de/di Santos Domínguez Ramos (trad. Marcela Filippi)

    La luz que ordena el mundo después de las batallas
    nace en los manantiales,
    viene al jardín del sueño, al fondo de la casa,
    de un íntimo universo.
     
    De las hierbas amargas que bordean el camino
    y asedian la penumbra silenciosa
    del interior del bosque con la voz encendida
    de los cuentos de invierno, donde la luz se enfría
    sobre el rito mecánico de un animal doméstico
    que hiere de misterio con sus ojos azules.
     
    Un caballo de sombras
    sube desde la alberca de un tiempo de cristal,
    del goteo de las horas
    sobre la fragua negra de la noche.
     
    Sube desde la alberca
    y va a la transparencia del aire y la campana,
    al valle en donde crecen
    los árboles sagrados que limitan el bosque.
     
    Se para en la frontera del barro y de las sílabas,
    en la raíz del mapa que traza la memoria
    con luna y con arena.
     
    Y al borde de la copa donde giran los astros 
    con su preciso ritmo esférico y sus números,
    como el ángel barroco de la niebla
    cruzará la llanura, la sembrará de plata,
    de hierba y de palabras que dirán la materia
    oscura que ahora somos.
     
    Bajo la noche cóncava respirará la angustia
    con pulsación secreta, con ritmo de oleaje.
    Ceniza o confusiones que trae la luz de enero
    después de las batallas.
     
    Y respira en silencio un pájaro de nieve.
     
    La luce che ordina il mondo dopo le battaglie
    nasce nelle sorgenti,
    viene al giardino del sogno, sul retro della casa,
    di un intimo universo.
     
    Dalle erbe amare che fiancheggiano la strada
    e assediano la penombra silenziosa
    dell'interno del bosco con la voce accesa
    dei racconti d'inverno, dove la luce si raffredda
    sul rito meccanico di un animale domestico
    che di mistero ferisce con i suoi occhi blu.
     
    Un cavallo di ombre
    sale dalla vasca di un tempo di cristallo,
    dal fluire delle ore
    sulla fucina nera della notte.
     
    Sale dalla piscina
    e va verso la trasparenza dell'aria e della campana,
    alla valle dove crescono
    gli alberi sacri che limitano il bosco.
     
    Si ferma nella frontiera del fango e delle sillabe,
    nella radice della mappa che traccia la memoria
    con luna e con sabbia.
     
    E sul bordo del calice dove ruotano gli astri
    con il loro preciso ritmo sferico e i loro numeri,
    come l'angelo barocco della nebbia
    attraverserà la pianura, la seminerà d'argento,
    d’erba e di parole che diranno la materia
    oscura che ora siamo.
     
    Sotto la notte concava respirerà l'angustia
    con palpitazione segreta, con ritmo ondoso.
    Cenere o confusioni che porta la luce di gennaio
    dopo le battaglie.
     
    E respira in silenzio un uccello di neve.
     
     
    (del libro “Las sílabas del tiempo”)

  • MI DESTINO SUDAMERICANO: EL ÍNTIMO CUCHILLO EN LA GARGANTA

    data: 20/01/2019 10:17

    IL MIO DESTINO SUDAMERICANO:L’INTIMO COLTELLO IN GOLA

    del Prof. Freddy Castillo Castellanos
    (traduzione Marcela Filippi)
     
    Al fin me encuentro/con mi destino sudamericano, dijo famosamente el doctor Francisco Laprida, en un célebre poema de Borges.De los numerosos estudios y ensayos que ese poema ha provocado,tengo para mí al de Juan Liscano como el más vivo y entrañable. Una vez, en la costa vasca francesa, nuestro poeta tuvo un sueño que le causó tanta impresión, que decidió transcribirlo de inmediato. Esa semana había recibido de la prestigiosa revista Cahiers de l’Herne, la invitación a colaborar en el número que esa importante publicación francesa le dedicaría a Borges. Cuando intentó iniciar el artículo, no pudo avanzar, y optó entonces por leer de nuevo el Poema conjetural. Al concluir la lectura,tuvo una revelación: su sueño había sido ese poema. Recordó las imágenes de un tal Laprade (no Laprida), francés, que cabalgaba un dromedario con rumbo a una pirámide, probablemente egipcia. Laprade y su cabalgadura caen en una fosa que se convierte en un río crecido. De pronto el sueño cambia de escena y aparece una gran mesa en la que se da un banquete. Los comensales son cuadros. En uno de ellos hay una fosa. Liscano, el soñador, se acerca y mira un medallón en el que está escrito Laprade. Levanta su mirada y le pregunta a un mesonero si allí murió Laprade. El hombre le responde que sí, con la cabeza. Liscano se despierta.
    No voy a glosar el magnífico ensayo del autor de Nuevo Mundo Orinoco, sino a decir, simplemente, que el Poema conjetural de Borges, soñado y releído por Liscano, le permitió asociar diversos ejemplos históricos del terrible encuentro entre la cultura y la barbarie. Tampoco voy a referirme a la presencia de Dante en un verso del texto borgeano. Sólo quiero decir que copiaré acá el poema de Borges, porque sigue vivo, resonando duramente en nosotros, venezolanos,frente a nuestro destino:
     
    Poema conjetural
    El doctor Francisco Laprida, asesinado el día 22 de setiembre de 1829 por los montoneros de Aldao, piensa antes de morir:
     
    Zumban las balas en la tarde última.
    Hay viento y hay cenizas en el viento,
    se dispersan el día y la batalla
    deforme, y la victoria es de los otros.
    Vencen los bárbaros, los gauchos vencen.
    Yo, que estudié las leyes y los cánones,
    yo, Francisco Narciso de Laprida,
    cuya voz declaró la independencia
    de estas crueles provincias, derrotado,
    de sangre y de sudor manchado el rostro,
    sin esperanza ni temor, perdido,
    huyo hacia el Sur por arrabales últimos.
    Como aquel capitán del Purgatorio
    que, huyendo a pie y ensangrentando el llano,
    fue cegado y tumbado por la muerte
    donde un oscuro río pierde el nombre,
    así habré de caer. Hoy es el término.
    La noche lateral de los pantanos
    me acecha y me demora. Oigo los cascos
    de mi caliente muerte que me busca
    con jinetes, con belfos y con lanzas.
    Yo que anhelé ser otro, ser un hombre
    de sentencias, de libros, de dictámenes
    a cielo abierto yaceré entre ciénagas;
    pero me endiosa el pecho inexplicable
    un júbilo secreto. Al fin me encuentro
    con mi destino sudamericano.
    A esta ruinosa tarde me llevaba
    el laberinto múltiple de pasos
    que mis días tejieron desde un día
    de la niñez. Al fin he descubierto
    la recóndita clave de mis años,
    la suerte de Francisco de Laprida,
    la letra que faltaba, la perfecta
    forma que supo Dios desde el principio.
    En el espejo de esta noche alcanzo
    mi insospechado rostro eterno. El círculo
    se va a cerrar. Yo aguardo que así sea.
    Pisan mis pies la sombra de las lanzas
    que me buscan. Las befas de mi muerte,
    los jinetes, las crines, los caballos,
    se ciernen sobre mí... Ya el primer golpe,
    ya el duro hierro que me raja el pecho,
    el íntimo cuchillo en la garganta.
     
    “Alla fine mi trovo/col mio destino sudamericano”, disse notoriamente il dottore Francisco Laprida, in un celebre poema di Borges. Dei numerosi studi e saggi che questo poema ha ispirato, tengo per me quello di Juan Liscano, perché è il più acuto e accattivante. Una volta, nella costa basca francese, il nostro poeta fece un sogno che lo impressionò molto e decise di trascriverlo immediatamente. Quella settimana aveva ricevuto dalla prestigiosa rivista Cahiers de l’Herne, l’invito a collaborare al numero che quell’importante pubblicazione francese avrebbe dedicato a Borges. Quando cercò di iniziare l’articolo, non poté andare avanti, e decise di leggere di nuovo il Poema congetturale. Conclusa la lettura, ebbe una rivelazione: il suo sogno era stato quel poema. Ricordò le immagini di un certo Laprade (non Laprida), francese che cavalcava un dromedario verso una piramide, probabilmente egizia. Laprade e la sua cavalcatura caddero in una fossa che si trasformava in un fiume in piena. All’improvviso il sogno cambiò scena e apparve un grande tavolo, dove si svolgeva un banchetto. I commensali, erano quadri. In uno di questi c’èra una fossa. Liscano, il sognatore, si avvicinò e guardò un medaglione in cui c’era scritto Laprade. Alzò lo sguardo e chiese a un cameriere se lì fosse morto Laprade. L’uomo rispose di sì, con la testa. Liscano si svegliò.
     
    Non glosserò il magnifico saggio dell’autore di Nuovo Mondo Orinoco, ma dirò soltanto che il Poema congetturale di Borges, sognato e riletto da Liscano, gli permise di associare vari esempi storici del terribile incontro tra la cultura e la barbarie. Nemmeno farò riferimento alla presenza di Dante in un verso del testo di Borges. Voglio solo dire che qui copierò il poema di Borges, perché è ancora attuale, e riecheggia in noi, venezuelani, duramente, di fronte al nostro destino:
     
    Poema congetturale
    Il dottor Francisco Laprida, assassinato il 22 settembre 1829 dai montoneros di Aldao, pensa prima di morire:
     
    Ronzano le pallottole nella sera ultima.
    C'è vento e c'è cenere nel vento,
    si disperde il giorno e la battaglia
    deforme, e la vittoria è degli altri.
    Vincono i barbari, i gauchos vincono.
    Io, che ho studiato le leggi e i canoni,
    io, Francisco Narciso de Laprida,
    la cui voce proclamò l'indipendenza
    di queste crudeli province, sconfitto,
    di sangue e di sudore macchiato il volto,
    senza speranza né timore, perduto,
    fuggo a sud verso gli ultimi lembi.
    Come quel condottiero del Purgatorio
    che, fuggendo a piede e sanguinando il piano;
    fu accecato e abbattuto dalla morte
    dove un oscuro fiume perde il nome,
    così dovrò cadere. Oggi è la fine.
    La notte laterale delle paludi
    mi accerchia e mi rallenta. Sento lo scalpitio
    della mia calda morte che mi cerca
    con cavalieri, con armature e con le lance.
    Io che anelavo di essere un altro, essere un uomo
    di legge, di libri, di giudizio
    a cielo aperto giacerò tra paludi;
    nondimeno mi divinizza il petto inspiegabile
    un giubilo segreto. Alla fine mi trovo
    con il mio destino sudamericano.
    A questa rovinosa sera mi conduceva
    il labirinto multiplo di passi
    che i miei giorni tessevano da un dì
    dell'infanzia. Alla fine ho scoperto
    la recondita chiave dei miei anni,
    la sorte di Francisco de Laprida,
    la lettera mancante, la perfetta
    forma che Dio conosceva fin dal principio.
    Nello specchio di questa notte mi perviene
    il mio insospettato volto eterno. Il cerchio
    si chiuderà. Spero che così sia.
    I miei piedi calpestano l’ombra delle lance
    che mi cercano. Le beffe della mia morte,
    i cavalieri, le criniere, i cavalli,
    aleggiano su di me ... Ecco il primo colpo,
    ecco il duro ferro che mi squarcia il petto,
    l’intimo coltello in gola.

  • IL SORRISO DEL POETA

    data: 17/12/2018 10:32

    Da quando l’ho conosciuto, nel 2012, non posso leggere la poesia di Domenico Cara senza associarla allo splendido sorriso da bambino che ancora conserva ai suoi 91 anni. Il poeta continua a farsi sorprendere dalla vita, e a illuminare con la sua parola le ombre silenziose. In una poesia del suo libro "Ciò che si scorge nella diversa macchia", tutti inediti che ho tradotto per Commisso Editore (2014), dice:"Il mio sorridere è allegria non finta". Non è solo il sorriso della sua allegria autentica, incarnata in quella magnifica opera che ha scritto, ma anche la sua amabile leggerezza, in cui l'unica regola codificata sono le buone maniere linguistiche con le quali affronta il mondo e le sue miserie, la sua grandezza e i suoi enigmi, rendendo verbo affascinante i suoi libri.

    Lontano dalle luci, con profondità priva di silopsismo, Domenico Cara ha scolpito una poesia simile alle nuvole che riferisce nella poesia già citata (In un paesaggio d'echi):

    "...nubi in riavvio/soffici e sospese in più parvenze terrestri".

    Tra ciò che è materiale e sacro, senza mai essere un semplice realista che descrive cose, né un devoto di essenze spirituali, Domenico Cara "si alza/per riscoprire l'equilibrio perso fra/oggetti e minutaglie di carne..." Credo che l'essersi collocato in un punto di conciliazione con la vita, ha permesso a Domenico Cara, di condividere il suo piccolo territorio di illusioni sotto il sole. La poesia che è anche corpo, è la sua vita scritta, e chi la frequenta ha il piacere di leggere una voce inconfondibile che ha questionato tutto, lasciando sul foglio il sapore di una saggezza antica molto rassicurante, insegnandoci anche il senso della misura, oggi così trascurato.
    Scrivo questo alla soglia di un viaggio, e lo faccio più dall'emozione che da una distanza letteraria e riflessiva. Lo faccio per onorare la sua opera e la sua amicizia, per me inestimabili. "Imparare ad essere libero è imparare a sorridere", ce lo ha ricordato in più di un'occasione Octavio Paz parlando di Cervantes. A Domenico Cara, custode di quella grazia, ringrazio la nobile lezione del suo sorriso da bambino e da poeta.
     
    Un mundo de 91 años
     
    Desde que lo conocí, en el 2012, no puedo leer la poesía de Domenico Cara sin asociarla a la espléndida sonrisa de niño que mantiene todavía a sus 93 años. El poeta sigue asombrándose de la vida e iluminando con su palabra las sombras silenciosas. En un poema de su libro Ciò che si scorge nella diversa macchia, publicado por Commisso Editore (2014), nos dijo: “Il mio sorridere è allegria non finta”. Y no sólo es la sonrisa de su alegría auténtica, encarnada en la magnífica obra que ha escrito, sino también una amable levedad cuya única regla codificada son los buenos modales lingüísticos con los que se enfrenta al mundo y sus miserias, su grandeza y sus enigmas, haciendo fascinante el verbo de sus libros.
    Alejado de las candilejas, con hondura pero sin solipsismo alguno, Domenico Cara ha labrado una poesía parecida a las nubes que refiere en el poema ya citado (In un passaggio d’echi):
    “…nubi in riavvio/ soffici o sospese in più parvenze terrestri”.
    Entre lo material y lo sagrado, sin volverse un simple realista que describe cosas ni un devoto de esencias espirituales, el poeta “si alza/ per riscoprire l’equilibrio perso fra/ oggetti e minutaglie di carne…”.
    Creo que haberse situado en un punto de conciliación con la vida, le ha permitido a Domenico Cara compartir su pequeño territorio de ilusiones bajo el sol. El poema, que es también cuerpo, es su vida escrita, y quien la frecuenta tiene el placer de leer una voz inconfundible que lo ha cuestionado todo, dejando sobre la hoja el sabor de una sabiduría antigua que tranquiliza, y enseñándonos también el sentido de la mesura, hoy tan descuidada.
    Anoto esto en el umbral de un viaje y lo hago más desde la emoción que desde una distancia literaria o reflexiva. Lo hago para celebrar su obra y su amistad invalorables. “Aprender a ser libre es aprender a sonreír”, nos recordó Octavio Paz alguna vez, hablando de Cervantes. A Domenico Cara, poseedor de esa gracia, le agradezco la noble lección de su sonrisa de niño y de poeta.
     
    La ventana del poeta/La finestra del poeta
    Para/Per il poeta Domenico Cara
     
    Así en esta inmensidad se anega el pensamiento mío:
    Y el naufragar en este mar me es dulce.
    Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:
    E il naufragar m’è dolce in questo mare.
    (Giacomo Leopardi)
     
    Tu ventana tiene la vastedad del universo.
     
    Te imaginas libre
    en las infinitas cosas que pueblan tus ojos
    y tu memoria.
     
    Tu ventana
    acoge los primeros fríos
    los nuevos colores de las flores
    la nostalgia de los árboles
    el fuego sin llamas que violenta lo que vive.
     
    Te envuelves en tu mundo
    para comprender el nuestro.
     
    Que nunca te falte la alegría
    Que nunca te falte la tristeza
    Que nunca te falte la libertad de pensar.
     
    No es tiempo de callar aun
    dice tu ventana.
     
    Como notas musicales
    que salen de un piano
    tus versos jamás serán polvo.
     
    Detrás de tu ventana
    eres como un dios
    que no promete ni amenaza
    y llevas en la mirada
    el secreto de las rocas marinas
    que una vez fueron baba de volcán.
     
    Sentado ante tu ventana
    imaginas, como Leopardi
    espacios infinitos
    y el silencio de la eternidad.
     
     
    La tua finestra ha la vastità dell’universo.
     
    T’immagini libero
    nelle infinite cose che popolano i tuoi occhi
    e la tua memoria.
     
    La tua finestra
    accoglie i primi freddi
    i nuovi colori dei fiori
    la nostalgia degli alberi
    il fuoco senza fiamme che violenta ciò che vive.
     
    Ti avvolgi nel tuo mondo
    per comprendere il nostro.
     
    Che mai ti manchi l’allegria.
    Che mai ti manchi la tristezza.
    Che mai ti manchi la libertà di pensare.
     
    Non è tempo di tacere ancora
    dice la tua finestra.
     
    Come note musicali
    che escono da un piano
    i tuoi versi mai saranno polvere.
     
    Dietro la tua finestra sei come un dio
    che non promette né minaccia
    e porti nello sguardo
    il segreto delle rocce marine
    che una volta furono bava di vulcano.
     
    Seduto davanti alla tua finestra
    immagini, come Leopardi
    spazi infiniti
    ed il silenzio dell’eternità.
    ---------------------------------------------------
    Questo l'ho scritto il 27 settembre 2017 in cossasione del 91° compleanno di Domenico Cara.
    Io, per quanto piccolo tu mi veda, sono quel che sono grazie a lei, né sarei mai arrivato a tale notorietà e gloria -ammesso che esista- se lei non avesse coltivato con il suo nobilissimo sentire quel minuscolo seme di virtù che la natura aveva messo in questo mio petto.
                                                       (Francesco Petrarca-Secretum)

     Nella sua lingua poetica, i versi trovano una casa naturale, le emozioni hanno una sonorità delicata, evocano un mondo antico e sono, anche, perfettamente compatibili con i tempi di oggi. Nelle sue poesie il tempo si dissolve! Domenico Cara è per me un maestro di vita, e lo dico con affetto, con ammirazione, e con la convinzione che è difficile incontrare persone come lui; lui che vive il mondo fuori dal mondo, ma è anche così dentro al mondo. Il suo pensiero è per me un tempio di valori sempre in crescita, sempre in movimento, dove mi sono sentita accolta fin da subito. In lui le riflessioni sulla sofferenza sono sempre filtrate dal suo intelletto che le rende lievi, e il suo sguardo di mille occhi parla con una voce delicata e leggera. Quest’omino piccolo, dolce, sorridente, intelligente, sensibile (con lui i superlativi, in senso positivo, non sono mai superflui) è il più bell’universo che io abbia mai incontrato, e vorrei, oggi, nel giorno del suo novantesimo compleanno, abbracciarlo con parole di affetto, e fargli gli auguri, ma soprattutto, ringraziarlo per avermi accolto nella sua bellissima casa che si chiama poesia...A lui, una carezza come un delicato soffio di vento!

    N.B: la citazione tratta dal Secretum di Petrarca, la dedico ad Adriana, moglie di Domenico Cara, donna straordinaria, che ha cura di lui, e lavora perché la sua opera si mantenga viva. Anche a lei un saluto affettuoso!
     
    http://www.letterefilosofia.com/riscritture-cio-che-si-scorge-nella-diversa-macchia-domenico-cara/amp/