Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione questo sito utilizza dei cookie. In particolare il sito utilizza cookie tecnici e cookie di terze parti che consentono a queste ultime di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Per maggiori informazioni consulta l'informativa estesa ai sensi dell'art. 13 del Codice della privacy. L'utente consapevole che, proseguendo nella navigazione del sito web, accetta l'utilizzo dei cookie.

Vai al blog di Beppe Lopez su il Fatto quotidiano
macchina da scrivere

Blog

MARCELA FILIPPI PLAZA

  • LE POESIE STRANIERE
    DI DOMINGUEZ RAMOS

    data: 14/07/2019 20.09

    “Un canto straniero”. E’ il titolo di un volume di poesie di Santo Dominguez Ramos, poeta e critico letterario spagnolo, che vedrà la luce nel prossimo autunno. Introduzione di Freddy Castillo Castellanos. Traduzioni e cura di Marcela Filippi Plaza. Anticipiamo l’introduzione di Castillo Castellanos e alcune poesie di Domínguez Ramos.
     
    Quando il poeta Félix Grande, nel presentare uno dei suoi libri, disse: “Santos Domínguez cammina e cammina con la forza indistruttibile di chi porta in spalla il suo sacco di dolore, la sua emozione di esistere e le sue consolanti parole genesiache”, stava affermando una presenza irriducibile: quella della parola come centro matrice della sua creazione. Senza di essa, né il dolore né l'emozione di esistente sarebbero tali. Lo sono, perché il poeta è stato in grado di dare loro vita nelle sue pagine.
    Nel ricco panorama della poesia spagnola degli ultimi decenni, si sottolinea il nome di Santos Domínguez Ramos (Cáceres, Spagna, 1955), autore, anche di gli altri libri eccellenti: Las provincias del fríoEn un bosque extranjeroLas sílabas del tiempoLuna y ciencia nocturnaEl viento sobre el agua y Principio de Incertidumbre.
    Lo si riconosce da una cadenza di echi o di vocaboli che si succedono per fornire il profilo preciso di un'immagine, sia esso un testo dall'impronta metafisica o dall'affettuosa ricreazione di un personaggio. Penso che in quest'opera  c sia una sorta di "marchio Domínguez" a servizio della luce. Meglio detto:della sua ricerca. Una luce che illumina strade vecchie o sconosciute e recupera territori ed esseri dimenticati.
    I suoi testi invocano letture, paesaggi e ombre protettive, che si rivelano di volta in volta in una delicata esplorazione  della memoria. Anzi: diventano poco a poco memoria. Una sorta di immaginario, non nel modo "culturalistico" come alcuni un tempo erano soliti fare; appare come un grande telone, perché il poeta è anche memoria, e lo è perché gli autori e i personaggi che ha  letto (o visto o sentito) sono parte importante della sua vita. Domínguez dice, in un verso che ha risuonato in me borgesianamente."Siamo la nostra memoria  in un paesaggio" (Persistenza del fumo). E siamo qualcos'altro, afferma: "Siamo ciò che dimentichiamo". Bisognerebbe aggiungere insieme a Borges e alla sua ontologia negativa, che quest'ultima potrebbe essere provvisoria, perché "Solo una cosa non c'è: è l'oblio".
    Il poeta si volge  al passato, verso una tradizione che lo sostiene e la rende presente: Perché guardiamo sempre / indietro, come l'angelo, / o come la donna dal nome silenzioso / che lasciando Sodoma piangeva il suo passato... / nelle chiare piane del ricordo (...) E’ la luce del passato, la luce più luminosa / e ha, come l'angelo, sulle spalle gli occhi. (Angelus Novus)
    Quell'angelo di Benjamin, quello della tradizione talmudica a cui Paul Klee ha dato gesti e sguardo, trova il giorno torbido. Viene da "le chiare pianure del ricordo", dove il passato rimane come spazio, non come tempo, Se fosse tempo, sarebbe un presente occulto che si porge verso la poesia e la guida: Il ricordo non è tempo: il ricordo è spazio. / Il suo luogo è l'assenza di paesaggi perduti
    In Pastorale d'autunno ci dice: Seduto su una pietra / ho imparato con gli anni a guardare la sera, / al di là del paesaggio, al di là degli uomini.
    Il poeta è anche il lettore, un lettore che davanti ai suoi occhi non ha solo libri. Ha anche -e molto- paesaggi, paesaggi che iniziamo a vedere con i suoi occhi e che finiamo per ricreare davanti allo specchio delle finestre, vedendo noi stessi -commossi-, così come l'autore vede se stesso: Il lettore si alza per guardare la fatica vegetale del paesaggio, / triste come i lunedì nei giardini zoologici. (...) il lettore si alza per guardare se stesso
    sul vetro. / E ora / i suoi occhi non guardano più. / La sera gli restituisce / la sua immagine sul freddo incendio del crepuscolo / in un bosco straniero che non dice il suo nome. / E il lettore non sa più / se la dubbiosa lacrima che cade dal vetro
    è sua o del paesaggio. (Il lettore, un paesaggio)
    Il lettore, col suo dubbio, comincia a capire che, oltre alla memoria, è anche paesaggio. In esso potrà diventare invisibile, ma il suo sguardo saprà sempre dove si nasconde.
    Sebbene denso, il linguaggio sembra leggero nella pagina. Si lascia trasportare dall'orecchio. I versi hanno il volo dell'uccello, un uccello che, come dice il poeta nel primo testo di questo libro, vola come tentativo di ottenere il suono dell'istante e lasciarlo intatto nella pagina.
    Se c'è qualcosa che Santos Domínguez ha, è orecchio, un orecchio che gli permette di non abbandonare mai la sua melodia, anche se di "musica insondabile" si tratti, come quella che accompagna l'ombra del gelo "quando cade nel deserto" (Ieri non ti ho visto in Babilonia).
    La parola come approssimazione dell'esperienza; meglio detto, come unica esperienza: la grande esperienza di una vita dedicata alla poesia e alle sue segrete assonanze. Perché "nella poesia vive una simulazione,/
    il segreto artificio/ verbale della memoria" (Vento di stella). Il poeta cerca di scoprirlo "sotto la luce della sera, sotto il primo quarto/della luna sull'isola", fino a quando la notte giunge nelle note di un oboe  (Scrivere di sera)
    Scoprire fuori dalla Spagna l'eccellente poesia di Santos Domínguez  Ramos è scoprire che la migliore tradizione della sua bella lingua, non è stata abbandonata. Al contrario, è stata arricchita.
    FREDDY CASTILLO CASTELLANOS
    (versione italiana di Marcela Filippi Plaza)
     
    -----
     
    ROSA DE LA MEMORIA
    Tú, rosa de silencio, tú, luz de la memoria                                                                                    
    (Luis Cernuda)           
     
    Mi memoria es a veces la memoria de un río,
    la gramática cóncava de la fiebre en la herida
    profunda del paisaje,
    el intervalo oscuro de la sangre.
     
    Como llaga erosiva y minuciosa,
    ¿nace o muere la luz en el recuerdo?
    ¿Sale o se pone el sol
    en el ardor sin llama de la ruina?
     
    Otros días mi memoria se remonta hacia arriba,
    sucinta y transitoria, sin puntos cardinales
    por el cauce de un río que yo no he visto nunca.
     
    Tenaz, inapetente,
    en sus orillas pasta un animal tranquilo.
    Sus ojos no me ven.
    Indiferentes, turbios,
    son los ojos del tiempo.
     
    ROSA DELLA MEMORIA
     
    La mia memoria è a volte la memoria di un fiume,
    la grammatica concava della febbre nella ferita
    profonda del paesaggio,
    l'oscuro intervallo del sangue.
     
    Quale ferita erosiva e minuziosa,
    nasce o muore la luce nel ricordo?
    Sorge o tramonta
    nel rogo senza fiamma della rovina?
     
    Altri giorni la mia memoria risale,
    concisa e transitoria, senza punti cardinali
    dall’alveo di un fiume che non ho visto mai.
     
    Tenace, inappetente,
    sulle sue sponde pascola un animale tranquillo.
     
    I suoi occhi non mi vedono.
    Indifferenti, torbidi,
    sono gli occhi del tempo.
     
    -----
     
    EL ÁRBOL DE LA PACIENCIA
    “Y el Árbol de la Paciencia llevará su fruto”
    Omar Faruk)
     
    He visto lo que vuelve: la lluvia de la tarde,
    los pájaros del tiempo en las almenas,
    su temblor amarillo,
    la simiente de lava en los volcanes.
     
    Secuencia de raíces o signos en el aire,
    un relámpago quieto vibra en el horizonte:
    es la música y llueve sobre el árbol en llamas,
    de raíces amargas y frutos delicados.
     
    Llueve sobre los muertos que no saben que llueve
    y hay ángeles que tiñen de negro con sus alas
    la claridad redonda de la luna.
     
    Enfrían con su luto la luz del equinoccio,
    el fulgor cenital de la pascua de marzo.
     
    Igual que los eclipses,
    destemplan los acordes naturales del mundo,
    alteran la destreza rutinaria del tiempo.
     
    Su canto de ceniza viaja por la secuela
    azul de las galaxias,
    corta como la nieve que afila los tejados
    y arrasa los cimientos
    y quema las pupilas del insomne.
     
    L'ALBERO DELLA PAZIENZA
     
    Ho visto ciò che torna: la pioggia della sera,
    gli uccelli del tempo sui bastioni,
    il loro tremore giallo,
    il seme di lava nei vulcani.
     
    Sequenza di radici o segni nell'aria,
    un lampo immobile vibra all'orizzonte:
    è la musica e piove sull'albero in fiamme,
    di radici amare e frutti delicati.
     
    Piove sui morti che non sanno che piove
    e ci sono angeli che tingono di nero con le loro ali
    il chiarore rotondo della luna.
     
    Raffreddano con il loro lutto la luce dell'equinozio,
    il bagliore zenitale della pasqua di marzo.
     
    Così come le eclissi,
    disarmonizzano gli accordi naturali del mondo,
    alterano la destrezza rutinaria del tempo.
     
    Il loro canto di cenere viaggia attraverso la lesione
    blu delle galassie,
    taglia come la neve che affila i tetti
    e rade al suolo le fondamenta
    e brucia le pupille dell'insonne.
     
    -----
     
    LA NOCHE DEL COBARDE
    “Y cae la noche, la noche –la hora de la jungla”
    (Robert Lowell)
     
    Su lugar es la noche. Si les ladran los perros,
    si el canto atormentado de un pájaro nocturno
    llega hasta sus orejas de cobarde madera,
    ellos siguen andando por su sombra de peces
    ajenos a las fuentes y a los ríos caudales.
     
    Donde la noche firma sus traiciones
    como los envoltorios, como desechos turbios
    confusamente vienen de donde sopla el viento
    con la astucia del tigre y el miedo de los bueyes.
    Viven en los insomnios del cartón, allí donde el naufragio
    del vidrio y su memoria
    abolida en la muerte civil de la palabras.
     
    Pero entonces la noche lo habrá deshabitado
    con la tristeza negra
    que tienen los armarios de un muerto por sorpresa.
     
     
    LA NOTTE DEL CODARDO
     
    Il suo luogo è la notte. Se gli abbaiano i cani,
    se il canto tormentato di un uccello notturno
    giunge fino alle sue orecchie di legno codardo,
    essi continuano a camminare nella loro ombra di pesci
    estranei alle fonti e ai fiumi copiosi.
     
    Dove la notte firma i suoi tradimenti
    come gli involucri, come torbidi rifiuti
    confusamente vengono da dove soffia il vento
    con l'astuzia della tigre e la paura dei buoi.
     
    Vivono nelle insonnie del cartone, là dove il naufragio
    di vetro e della sua memoria
    abolita nella morte civile delle parole.
     
    Ma allora la notte lo avrà disabitato
    con la tristezza nera
    che hanno gli armadi di un uomo morto di sorpresa.
     
    -----
     
    ANGELUS NOVUS 
    (Paul Klee)
     
    ¿Por qué miramos siempre
    hacia atrás, como el ángel,
    o como la mujer de silencioso nombre
    que al salir de Sodoma lloraba su pasado
    en las claras planicies del recuerdo,
    en aquella ciudad de la llanura
    donde dejaba en sombra
    la casa abandonada con sus pecados íntimos,
    con sus secretos vicios que envidiaban los dioses?
     
    Antes de hacerse sal
    pudo ver el contorno de una nube de azufre,
    su densidad de fuego,
    la cabeza cortada del caballo,
    la lluvia genital sobre el país del yermo.
     
    En la hora amarilla del viento y del espanto
    tuvo tiempo de ver la confusión de tribus,
    las cansadas trincheras de la furia,
    los últimos cuarteles de un campo de Agramante.
     
    La venganza, la torpe secuela de la envidia
    la convirtió en estatua.
     
    Es la luz del pasado, la luz más luminosa
    y tiene, como el ángel, en la espalda los ojos.
     
    Porque nada hay más turbio que el día que le esperaba
    a Lot bajo las viñas amargas del incesto.
     
    Porque nada hay más turbio
    que el día que nos espera.
     
     
    ANGELUS NOVUS
     
    Perché guardiamo sempre
    indietro, come l'angelo,
    o come la donna dal nome silenzioso
    che lasciando Sodoma piangeva il suo passato
    nelle chiare piane del ricordo,
    in quella città della pianura
    dove lasciava in ombra
    la casa abbandonata con i suoi peccati intimi,
    con i suoi vizi segreti che gli dei invidiavano?
     
    Prima di divenire sale
    poté vedere il contorno di una nuvola di zolfo,
    la sua densità di fuoco,
    la testa mozzata del cavallo,
    la pioggia genitale sul paese dell’ermo.
     
    Nell'ora gialla del vento e della paura
    ebbe il tempo di vedere la confusione di tribù,
    le stanche trincee della furia,
    gli ultimi acquartieramenti di un campo di Agramante.
     
    La vendetta, l’inetta sequela dell'invidia
    la trasformò in statua.
     
    E’ la luce del passato, la luce più luminosa
    e ha, come l'angelo, sulle spalle gli occhi.
     
    Perché nulla è più torbido del giorno che attendeva
    Lot sotto le amare vigne dell'incesto.
     
    Perché nulla è più torbido

    del giorno che ci aspetta.  

  • DESPUÉS DE LAS BATALLAS/DOPO LE BATTAGLIE

    data: 07/03/2019 18.15

    de/di Santos Domínguez Ramos (trad. Marcela Filippi)

    La luz que ordena el mundo después de las batallas
    nace en los manantiales,
    viene al jardín del sueño, al fondo de la casa,
    de un íntimo universo.
     
    De las hierbas amargas que bordean el camino
    y asedian la penumbra silenciosa
    del interior del bosque con la voz encendida
    de los cuentos de invierno, donde la luz se enfría
    sobre el rito mecánico de un animal doméstico
    que hiere de misterio con sus ojos azules.
     
    Un caballo de sombras
    sube desde la alberca de un tiempo de cristal,
    del goteo de las horas
    sobre la fragua negra de la noche.
     
    Sube desde la alberca
    y va a la transparencia del aire y la campana,
    al valle en donde crecen
    los árboles sagrados que limitan el bosque.
     
    Se para en la frontera del barro y de las sílabas,
    en la raíz del mapa que traza la memoria
    con luna y con arena.
     
    Y al borde de la copa donde giran los astros 
    con su preciso ritmo esférico y sus números,
    como el ángel barroco de la niebla
    cruzará la llanura, la sembrará de plata,
    de hierba y de palabras que dirán la materia
    oscura que ahora somos.
     
    Bajo la noche cóncava respirará la angustia
    con pulsación secreta, con ritmo de oleaje.
    Ceniza o confusiones que trae la luz de enero
    después de las batallas.
     
    Y respira en silencio un pájaro de nieve.
     
    La luce che ordina il mondo dopo le battaglie
    nasce nelle sorgenti,
    viene al giardino del sogno, sul retro della casa,
    di un intimo universo.
     
    Dalle erbe amare che fiancheggiano la strada
    e assediano la penombra silenziosa
    dell'interno del bosco con la voce accesa
    dei racconti d'inverno, dove la luce si raffredda
    sul rito meccanico di un animale domestico
    che di mistero ferisce con i suoi occhi blu.
     
    Un cavallo di ombre
    sale dalla vasca di un tempo di cristallo,
    dal fluire delle ore
    sulla fucina nera della notte.
     
    Sale dalla piscina
    e va verso la trasparenza dell'aria e della campana,
    alla valle dove crescono
    gli alberi sacri che limitano il bosco.
     
    Si ferma nella frontiera del fango e delle sillabe,
    nella radice della mappa che traccia la memoria
    con luna e con sabbia.
     
    E sul bordo del calice dove ruotano gli astri
    con il loro preciso ritmo sferico e i loro numeri,
    come l'angelo barocco della nebbia
    attraverserà la pianura, la seminerà d'argento,
    d’erba e di parole che diranno la materia
    oscura che ora siamo.
     
    Sotto la notte concava respirerà l'angustia
    con palpitazione segreta, con ritmo ondoso.
    Cenere o confusioni che porta la luce di gennaio
    dopo le battaglie.
     
    E respira in silenzio un uccello di neve.
     
     
    (del libro “Las sílabas del tiempo”)

  • MI DESTINO SUDAMERICANO: EL ÍNTIMO CUCHILLO EN LA GARGANTA

    data: 20/01/2019 10.17

    IL MIO DESTINO SUDAMERICANO:L’INTIMO COLTELLO IN GOLA

    del Prof. Freddy Castillo Castellanos
    (traduzione Marcela Filippi)
     
    Al fin me encuentro/con mi destino sudamericano, dijo famosamente el doctor Francisco Laprida, en un célebre poema de Borges.De los numerosos estudios y ensayos que ese poema ha provocado,tengo para mí al de Juan Liscano como el más vivo y entrañable. Una vez, en la costa vasca francesa, nuestro poeta tuvo un sueño que le causó tanta impresión, que decidió transcribirlo de inmediato. Esa semana había recibido de la prestigiosa revista Cahiers de l’Herne, la invitación a colaborar en el número que esa importante publicación francesa le dedicaría a Borges. Cuando intentó iniciar el artículo, no pudo avanzar, y optó entonces por leer de nuevo el Poema conjetural. Al concluir la lectura,tuvo una revelación: su sueño había sido ese poema. Recordó las imágenes de un tal Laprade (no Laprida), francés, que cabalgaba un dromedario con rumbo a una pirámide, probablemente egipcia. Laprade y su cabalgadura caen en una fosa que se convierte en un río crecido. De pronto el sueño cambia de escena y aparece una gran mesa en la que se da un banquete. Los comensales son cuadros. En uno de ellos hay una fosa. Liscano, el soñador, se acerca y mira un medallón en el que está escrito Laprade. Levanta su mirada y le pregunta a un mesonero si allí murió Laprade. El hombre le responde que sí, con la cabeza. Liscano se despierta.
    No voy a glosar el magnífico ensayo del autor de Nuevo Mundo Orinoco, sino a decir, simplemente, que el Poema conjetural de Borges, soñado y releído por Liscano, le permitió asociar diversos ejemplos históricos del terrible encuentro entre la cultura y la barbarie. Tampoco voy a referirme a la presencia de Dante en un verso del texto borgeano. Sólo quiero decir que copiaré acá el poema de Borges, porque sigue vivo, resonando duramente en nosotros, venezolanos,frente a nuestro destino:
     
    Poema conjetural
    El doctor Francisco Laprida, asesinado el día 22 de setiembre de 1829 por los montoneros de Aldao, piensa antes de morir:
     
    Zumban las balas en la tarde última.
    Hay viento y hay cenizas en el viento,
    se dispersan el día y la batalla
    deforme, y la victoria es de los otros.
    Vencen los bárbaros, los gauchos vencen.
    Yo, que estudié las leyes y los cánones,
    yo, Francisco Narciso de Laprida,
    cuya voz declaró la independencia
    de estas crueles provincias, derrotado,
    de sangre y de sudor manchado el rostro,
    sin esperanza ni temor, perdido,
    huyo hacia el Sur por arrabales últimos.
    Como aquel capitán del Purgatorio
    que, huyendo a pie y ensangrentando el llano,
    fue cegado y tumbado por la muerte
    donde un oscuro río pierde el nombre,
    así habré de caer. Hoy es el término.
    La noche lateral de los pantanos
    me acecha y me demora. Oigo los cascos
    de mi caliente muerte que me busca
    con jinetes, con belfos y con lanzas.
    Yo que anhelé ser otro, ser un hombre
    de sentencias, de libros, de dictámenes
    a cielo abierto yaceré entre ciénagas;
    pero me endiosa el pecho inexplicable
    un júbilo secreto. Al fin me encuentro
    con mi destino sudamericano.
    A esta ruinosa tarde me llevaba
    el laberinto múltiple de pasos
    que mis días tejieron desde un día
    de la niñez. Al fin he descubierto
    la recóndita clave de mis años,
    la suerte de Francisco de Laprida,
    la letra que faltaba, la perfecta
    forma que supo Dios desde el principio.
    En el espejo de esta noche alcanzo
    mi insospechado rostro eterno. El círculo
    se va a cerrar. Yo aguardo que así sea.
    Pisan mis pies la sombra de las lanzas
    que me buscan. Las befas de mi muerte,
    los jinetes, las crines, los caballos,
    se ciernen sobre mí... Ya el primer golpe,
    ya el duro hierro que me raja el pecho,
    el íntimo cuchillo en la garganta.
     
    “Alla fine mi trovo/col mio destino sudamericano”, disse notoriamente il dottore Francisco Laprida, in un celebre poema di Borges. Dei numerosi studi e saggi che questo poema ha ispirato, tengo per me quello di Juan Liscano, perché è il più acuto e accattivante. Una volta, nella costa basca francese, il nostro poeta fece un sogno che lo impressionò molto e decise di trascriverlo immediatamente. Quella settimana aveva ricevuto dalla prestigiosa rivista Cahiers de l’Herne, l’invito a collaborare al numero che quell’importante pubblicazione francese avrebbe dedicato a Borges. Quando cercò di iniziare l’articolo, non poté andare avanti, e decise di leggere di nuovo il Poema congetturale. Conclusa la lettura, ebbe una rivelazione: il suo sogno era stato quel poema. Ricordò le immagini di un certo Laprade (non Laprida), francese che cavalcava un dromedario verso una piramide, probabilmente egizia. Laprade e la sua cavalcatura caddero in una fossa che si trasformava in un fiume in piena. All’improvviso il sogno cambiò scena e apparve un grande tavolo, dove si svolgeva un banchetto. I commensali, erano quadri. In uno di questi c’èra una fossa. Liscano, il sognatore, si avvicinò e guardò un medaglione in cui c’era scritto Laprade. Alzò lo sguardo e chiese a un cameriere se lì fosse morto Laprade. L’uomo rispose di sì, con la testa. Liscano si svegliò.
     
    Non glosserò il magnifico saggio dell’autore di Nuovo Mondo Orinoco, ma dirò soltanto che il Poema congetturale di Borges, sognato e riletto da Liscano, gli permise di associare vari esempi storici del terribile incontro tra la cultura e la barbarie. Nemmeno farò riferimento alla presenza di Dante in un verso del testo di Borges. Voglio solo dire che qui copierò il poema di Borges, perché è ancora attuale, e riecheggia in noi, venezuelani, duramente, di fronte al nostro destino:
     
    Poema congetturale
    Il dottor Francisco Laprida, assassinato il 22 settembre 1829 dai montoneros di Aldao, pensa prima di morire:
     
    Ronzano le pallottole nella sera ultima.
    C'è vento e c'è cenere nel vento,
    si disperde il giorno e la battaglia
    deforme, e la vittoria è degli altri.
    Vincono i barbari, i gauchos vincono.
    Io, che ho studiato le leggi e i canoni,
    io, Francisco Narciso de Laprida,
    la cui voce proclamò l'indipendenza
    di queste crudeli province, sconfitto,
    di sangue e di sudore macchiato il volto,
    senza speranza né timore, perduto,
    fuggo a sud verso gli ultimi lembi.
    Come quel condottiero del Purgatorio
    che, fuggendo a piede e sanguinando il piano;
    fu accecato e abbattuto dalla morte
    dove un oscuro fiume perde il nome,
    così dovrò cadere. Oggi è la fine.
    La notte laterale delle paludi
    mi accerchia e mi rallenta. Sento lo scalpitio
    della mia calda morte che mi cerca
    con cavalieri, con armature e con le lance.
    Io che anelavo di essere un altro, essere un uomo
    di legge, di libri, di giudizio
    a cielo aperto giacerò tra paludi;
    nondimeno mi divinizza il petto inspiegabile
    un giubilo segreto. Alla fine mi trovo
    con il mio destino sudamericano.
    A questa rovinosa sera mi conduceva
    il labirinto multiplo di passi
    che i miei giorni tessevano da un dì
    dell'infanzia. Alla fine ho scoperto
    la recondita chiave dei miei anni,
    la sorte di Francisco de Laprida,
    la lettera mancante, la perfetta
    forma che Dio conosceva fin dal principio.
    Nello specchio di questa notte mi perviene
    il mio insospettato volto eterno. Il cerchio
    si chiuderà. Spero che così sia.
    I miei piedi calpestano l’ombra delle lance
    che mi cercano. Le beffe della mia morte,
    i cavalieri, le criniere, i cavalli,
    aleggiano su di me ... Ecco il primo colpo,
    ecco il duro ferro che mi squarcia il petto,
    l’intimo coltello in gola.

  • IL SORRISO DEL POETA

    data: 17/12/2018 10.32

    Da quando l’ho conosciuto, nel 2012, non posso leggere la poesia di Domenico Cara senza associarla allo splendido sorriso da bambino che ancora conserva ai suoi 91 anni. Il poeta continua a farsi sorprendere dalla vita, e a illuminare con la sua parola le ombre silenziose. In una poesia del suo libro "Ciò che si scorge nella diversa macchia", tutti inediti che ho tradotto per Commisso Editore (2014), dice:"Il mio sorridere è allegria non finta". Non è solo il sorriso della sua allegria autentica, incarnata in quella magnifica opera che ha scritto, ma anche la sua amabile leggerezza, in cui l'unica regola codificata sono le buone maniere linguistiche con le quali affronta il mondo e le sue miserie, la sua grandezza e i suoi enigmi, rendendo verbo affascinante i suoi libri.

    Lontano dalle luci, con profondità priva di silopsismo, Domenico Cara ha scolpito una poesia simile alle nuvole che riferisce nella poesia già citata (In un paesaggio d'echi):

    "...nubi in riavvio/soffici e sospese in più parvenze terrestri".

    Tra ciò che è materiale e sacro, senza mai essere un semplice realista che descrive cose, né un devoto di essenze spirituali, Domenico Cara "si alza/per riscoprire l'equilibrio perso fra/oggetti e minutaglie di carne..." Credo che l'essersi collocato in un punto di conciliazione con la vita, ha permesso a Domenico Cara, di condividere il suo piccolo territorio di illusioni sotto il sole. La poesia che è anche corpo, è la sua vita scritta, e chi la frequenta ha il piacere di leggere una voce inconfondibile che ha questionato tutto, lasciando sul foglio il sapore di una saggezza antica molto rassicurante, insegnandoci anche il senso della misura, oggi così trascurato.
    Scrivo questo alla soglia di un viaggio, e lo faccio più dall'emozione che da una distanza letteraria e riflessiva. Lo faccio per onorare la sua opera e la sua amicizia, per me inestimabili. "Imparare ad essere libero è imparare a sorridere", ce lo ha ricordato in più di un'occasione Octavio Paz parlando di Cervantes. A Domenico Cara, custode di quella grazia, ringrazio la nobile lezione del suo sorriso da bambino e da poeta.
     
    Un mundo de 91 años
     
    Desde que lo conocí, en el 2012, no puedo leer la poesía de Domenico Cara sin asociarla a la espléndida sonrisa de niño que mantiene todavía a sus 93 años. El poeta sigue asombrándose de la vida e iluminando con su palabra las sombras silenciosas. En un poema de su libro Ciò che si scorge nella diversa macchia, publicado por Commisso Editore (2014), nos dijo: “Il mio sorridere è allegria non finta”. Y no sólo es la sonrisa de su alegría auténtica, encarnada en la magnífica obra que ha escrito, sino también una amable levedad cuya única regla codificada son los buenos modales lingüísticos con los que se enfrenta al mundo y sus miserias, su grandeza y sus enigmas, haciendo fascinante el verbo de sus libros.
    Alejado de las candilejas, con hondura pero sin solipsismo alguno, Domenico Cara ha labrado una poesía parecida a las nubes que refiere en el poema ya citado (In un passaggio d’echi):
    “…nubi in riavvio/ soffici o sospese in più parvenze terrestri”.
    Entre lo material y lo sagrado, sin volverse un simple realista que describe cosas ni un devoto de esencias espirituales, el poeta “si alza/ per riscoprire l’equilibrio perso fra/ oggetti e minutaglie di carne…”.
    Creo que haberse situado en un punto de conciliación con la vida, le ha permitido a Domenico Cara compartir su pequeño territorio de ilusiones bajo el sol. El poema, que es también cuerpo, es su vida escrita, y quien la frecuenta tiene el placer de leer una voz inconfundible que lo ha cuestionado todo, dejando sobre la hoja el sabor de una sabiduría antigua que tranquiliza, y enseñándonos también el sentido de la mesura, hoy tan descuidada.
    Anoto esto en el umbral de un viaje y lo hago más desde la emoción que desde una distancia literaria o reflexiva. Lo hago para celebrar su obra y su amistad invalorables. “Aprender a ser libre es aprender a sonreír”, nos recordó Octavio Paz alguna vez, hablando de Cervantes. A Domenico Cara, poseedor de esa gracia, le agradezco la noble lección de su sonrisa de niño y de poeta.
     
    La ventana del poeta/La finestra del poeta
    Para/Per il poeta Domenico Cara
     
    Así en esta inmensidad se anega el pensamiento mío:
    Y el naufragar en este mar me es dulce.
    Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:
    E il naufragar m’è dolce in questo mare.
    (Giacomo Leopardi)
     
    Tu ventana tiene la vastedad del universo.
     
    Te imaginas libre
    en las infinitas cosas que pueblan tus ojos
    y tu memoria.
     
    Tu ventana
    acoge los primeros fríos
    los nuevos colores de las flores
    la nostalgia de los árboles
    el fuego sin llamas que violenta lo que vive.
     
    Te envuelves en tu mundo
    para comprender el nuestro.
     
    Que nunca te falte la alegría
    Que nunca te falte la tristeza
    Que nunca te falte la libertad de pensar.
     
    No es tiempo de callar aun
    dice tu ventana.
     
    Como notas musicales
    que salen de un piano
    tus versos jamás serán polvo.
     
    Detrás de tu ventana
    eres como un dios
    que no promete ni amenaza
    y llevas en la mirada
    el secreto de las rocas marinas
    que una vez fueron baba de volcán.
     
    Sentado ante tu ventana
    imaginas, como Leopardi
    espacios infinitos
    y el silencio de la eternidad.
     
     
    La tua finestra ha la vastità dell’universo.
     
    T’immagini libero
    nelle infinite cose che popolano i tuoi occhi
    e la tua memoria.
     
    La tua finestra
    accoglie i primi freddi
    i nuovi colori dei fiori
    la nostalgia degli alberi
    il fuoco senza fiamme che violenta ciò che vive.
     
    Ti avvolgi nel tuo mondo
    per comprendere il nostro.
     
    Che mai ti manchi l’allegria.
    Che mai ti manchi la tristezza.
    Che mai ti manchi la libertà di pensare.
     
    Non è tempo di tacere ancora
    dice la tua finestra.
     
    Come note musicali
    che escono da un piano
    i tuoi versi mai saranno polvere.
     
    Dietro la tua finestra sei come un dio
    che non promette né minaccia
    e porti nello sguardo
    il segreto delle rocce marine
    che una volta furono bava di vulcano.
     
    Seduto davanti alla tua finestra
    immagini, come Leopardi
    spazi infiniti
    ed il silenzio dell’eternità.
    ---------------------------------------------------
    Questo l'ho scritto il 27 settembre 2017 in cossasione del 91° compleanno di Domenico Cara.
    Io, per quanto piccolo tu mi veda, sono quel che sono grazie a lei, né sarei mai arrivato a tale notorietà e gloria -ammesso che esista- se lei non avesse coltivato con il suo nobilissimo sentire quel minuscolo seme di virtù che la natura aveva messo in questo mio petto.
                                                       (Francesco Petrarca-Secretum)

     Nella sua lingua poetica, i versi trovano una casa naturale, le emozioni hanno una sonorità delicata, evocano un mondo antico e sono, anche, perfettamente compatibili con i tempi di oggi. Nelle sue poesie il tempo si dissolve! Domenico Cara è per me un maestro di vita, e lo dico con affetto, con ammirazione, e con la convinzione che è difficile incontrare persone come lui; lui che vive il mondo fuori dal mondo, ma è anche così dentro al mondo. Il suo pensiero è per me un tempio di valori sempre in crescita, sempre in movimento, dove mi sono sentita accolta fin da subito. In lui le riflessioni sulla sofferenza sono sempre filtrate dal suo intelletto che le rende lievi, e il suo sguardo di mille occhi parla con una voce delicata e leggera. Quest’omino piccolo, dolce, sorridente, intelligente, sensibile (con lui i superlativi, in senso positivo, non sono mai superflui) è il più bell’universo che io abbia mai incontrato, e vorrei, oggi, nel giorno del suo novantesimo compleanno, abbracciarlo con parole di affetto, e fargli gli auguri, ma soprattutto, ringraziarlo per avermi accolto nella sua bellissima casa che si chiama poesia...A lui, una carezza come un delicato soffio di vento!

    N.B: la citazione tratta dal Secretum di Petrarca, la dedico ad Adriana, moglie di Domenico Cara, donna straordinaria, che ha cura di lui, e lavora perché la sua opera si mantenga viva. Anche a lei un saluto affettuoso!
     
    http://www.letterefilosofia.com/riscritture-cio-che-si-scorge-nella-diversa-macchia-domenico-cara/amp/