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ALBERTO LORI

  • IL CERVELLO DEL CUORE

    data: 10/01/2019 22.17

    Non ci sono dubbi: le emozioni sono il sale della vita, ma ti sei mai domandato da dove nascono le emozioni? Qualcuno potrebbe rispondere: dal cervello. Qualcun altro: dal cuore. Prima di scoprire chi ha ragione, c’è un’altra domanda che preme: che cosa sono le emozioni?
    Cervello e cuore sono due organi con funzioni fisiologiche diverse. Il cervello è definito dagli esperti un organo freddo che inizia il suo sviluppo anatomico nel feto, ma è dopo la nascita che, grazie alle informazioni ricevute dagli organi sensoriali e assimilate dall’ambiente esterno, si evolve completamente. Tra i suoi compiti, il cervello umano ha quello di analizzare ed elaborare una miriade d’informazioni provenienti dall’esterno, filtrandole, catalogandole, riordinandole. Non solo, qualunque evento ci capiti in vita deve essere messo a confronto con le esperienze del passato per capire se la nuova situazione sia positiva o negativa o addirittura pericolosa per la sopravvivenza. Ecco perché una scena può essere vissuta in modo comico da una persona o essere fonte di rabbia per un’altra o di disperazione per una terza.
    Il cuore, da parte sua, è un muscolo potente e instancabile. È il primo organo che si forma nel feto e, al momento della nascita, è già completo e in grado di svolgere le proprie funzioni. Anche il cuore, come la neocorteccia, è costituito di due parti. La parte destra, più sottile, ha il compito di ricevere il sangue povero di ossigeno e ricco di anidride carbonica, proveniente da tutti gli organi del corpo e di inviarlo all’arteria polmonare per consentirgli di purificarsi dalle tossine e rinnovarsi di ossigeno. La parte sinistra del cuore è più robusta dell’altra perché ha il compito di ricevere dall’arteria polmonare il sangue ossigenato e inviarlo attraverso l’aorta alle zone periferiche dell’organismo. Se il cervello è considerato un organo freddo, distante, isolato, il cuore è invece potente e caldo perché vi scorre il sangue. Non solo, produce un campo elettromagnetico come il cervello, soltanto che è 5 mila volte più potente dell’altro.
    Allora, dove nascono le emozioni? Dal cuore o dal cervello? Domanda sbagliata. La neuro scienziata Candace Pert, da pochi anni scomparsa, ha scoperto che i pensieri e i sentimenti sono mediati dalle sostanze chimiche cerebrali che regolano le difese immunitarie. Altrettanto incredibile è stato scoprire che queste sostanze chimiche non sono prodotte in esclusiva dall’ipotalamo, la centrale chimica del cervello, ma sono prodotte anche dal cuore, il quale possiede qualcosa come 40 mila neuroni, e persino da quei neuroni che si trovano nell’intestino.
    Come dire che il nostro corpo possiede in realtà tre cervelli funzionanti. In altre parole, la mente ha un substrato fisico costituito da cervello e corpo, una rete psicosomatica, insomma, e un substrato immateriale costituito dal flusso di sostanze informazionali che viaggiano lungo questa rete. I neurotrasmettitori rappresentano la base biochimica delle emozioni, le quali non si trovano soltanto nella zona cerebrale ma in tutto il corpo.
    A questo punto la conclusione è che le emozioni sono molecole vere e proprie e hanno una grande importanza nella vita di ogni essere umano. Tuttavia, resta sempre aperto il problema di come gestirle. Dagli anni ’80 del secolo scorso ha preso piede la medicina quantistica che fa riferimento alle leggi della fisica dei quanti per spiegare i miracoli della malattia e della guarigione. Grazie ad essa si è scoperto che pensieri ed emozioni non sono soltanto sostanze biochimiche ma vibrazioni elettromagnetiche.
    A questo punto ritorna in gioco il cuore con la sua parte neurale. Prove sperimentali hanno dimostrato che il cuore e il cervello s’influenzano vicendevolmente dal punto di vista degli stimoli nervosi, ma che il cuore manda più stimoli al cervello di quanti in realtà ne riceva. Sentimenti quali paura, rabbia, depressione, sono in grado di alterare il nostro stato vibrazionale, producendo un campo elettromagnetico caotico e disordinato; al contrario, sentimenti come la gratitudine, la compassione, l’amore, creano un campo vibrazionale ordinato e coerente. Quando il cuore si trova in perfetto equilibrio, ossia nello stato cosiddetto di coerenza, riesce ad agganciare il cervello, armonizzando i due emisferi cerebrali e portandoli in uno stato particolare in cui si acuiscono le capacità intuitive, la creatività, il benessere.

    Ne consegue che, se noi, esseri umani, impareremo a gestire il nostro potenziale, non vivremo più le nostre emozioni, ma saremo le nostre emozioni. Mi spiego meglio: oggi è più facile reagire alle emozioni, ma se impareremo a gestirle consapevolmente, saremo anche capaci di cambiare la nostra realtà, anche fisica, focalizzandoci sulla salute anziché sulla malattia. Lasciamoci guidare dal cuore più che dal cervello e scopriremo che la medicina dell’anima si chiama “amore”. 

  • CONCILIARE GLI OPPOSTI

    data: 30/12/2018 09.23

    Viviamo in mezzo ai contrasti, bene e male, positivo e negativo, luce e tenebra, buono e cattivo; non c’è una cosa che non abbia il suo contrario. Qualcuno potrebbe dire che proprio in questo sta la ricchezza della realtà. Il taoismo, per esempio, ci incoraggia a considerare meravigliosi gli opposti, insegnandoci che la contrapposizione di concetti a prima vista antitetici si rivela in realtà feconda nella descrizione del mondo. La via indicata dal Tao ci suggerisce che l’unità e l’interconnessione del mondo derivano dalla contrapposizione di due forze complementari, lo Ying e lo Yang. Il pensiero taoista si regge su una logica dell’ambivalenza, in cui un termine rimanda al suo contrario, tesi e antitesi vanno considerate dal punto di vista dell’opposizione dinamica e nel contempo di una complementarità inscritta in un’unica Totalità.
    In questo modo fenomeni che sembrano l’opposto l’uno dell’altro – vittoria e sconfitta, vita e morte, bene e male – vanno considerati come manifestazioni opposte e complementari dei due poli della stessa realtà. In questo senso, il taoismo giudica virtuoso non già chi si sforza di sradicare tutto il male per preservare solo il bene, impresa impossibile, bensì chi tenta di mantenere un equilibrio dinamico tra il bene e il male, obiettivo molto più accessibile. In fondo è lo stesso principio di equilibrio induista per il quale il devoto presenta le sue offerte quotidiane in alto alle divinità positive e in basso, sulla nuda terra, agli spiriti negativi.
    La conciliazione degli opposti appartiene anche alla visione buddhista. Secondo il buddhismo esistono due verità, quella relativa che l’uomo percepisce con i sensi e quella che descrive la reale natura del mondo. Mi spiego meglio: tutti sappiamo che cosa sia un grappolo d’uva, ciascuno di noi lo percepisce come tale e sappiamo che cos’è un albero, non lo confondiamo con una montagna. Sono tutti elementi che non percepiamo come interconnessi ma separati l’uno dall’altro. Il buddhismo, però, ci dice che questo è soltanto un modello mentale di comprensione dei fenomeni costruito dal cervello per semplificare una realtà molto più complessa.
    Prendiamo una mela, ad esempio. Ne osserviamo il colore, la grandezza, il peso, la forma, ma la mela è soltanto questo? Se andiamo nel dettaglio, dovremmo considerare anche il melo che ha prodotto il frutto, il sole, la pioggia, il contadino che ha piantato l’albero, il fornaio e l’ortolano che hanno nutrito il contadino di pane e di ortaggi e così via. Ecco quindi che il fenomeno mela è intrecciato a tanti altri fenomeni, infiniti. Nell’ottica buddhista l’interdipendenza è essenziale al manifestarsi dei fenomeni. Tra la verità assoluta e quella relativa, a prima vista diametralmente opposte, il buddhismo adotta la “via di mezzo”: un oggetto non esiste in quanto tale ed è ciò che gli consente d’interagire con altri e funzionare secondo le leggi della causalità. 
    Anche la meccanica quantistica si è vista costretta a conciliare fenomeni a prima vista inconciliabili. Una delle sue scoperte più sconcertanti è la duplice natura, corpuscolare e ondulatoria, della luce, della materia, e dei loro costituenti più minuscoli – fotoni, protoni, elettroni. Ma c’è un fatto ancora più bizzarro: la comparsa di una particella dipende da un osservatore. Se non guardo, le particelle sono onde, se guardo, ritornano a essere particelle. Come onda può propagarsi e occupare lo spazio intero, come quando tiriamo un sasso in uno stagno e le onde si propagano in senso radiale in tutto lo specchio d’acqua. Quest’onda, ci dice Erwin Schrödinger, è un’onda di probabilità. La meccanica quantistica afferma che, se non lo osservo, non potrò mai predire dove sarà il fotone in un dato istante: al massimo potrò valutare la probabilità di trovarlo in un punto piuttosto che in un altro. Come le onde del mare, l’onda del fotone ha un’enorme ampiezza nelle creste e un’ampiezza molto minore negli avvallamenti. Ciò significa che ho molte più probabilità d’imbattermi nel fotone nelle creste che negli avvallamenti, ma neppure nelle creste sarò mai sicuro che esso si presenterà all’appuntamento. La certezza è bandita nel mondo dei quanti.
    La duplice natura della luce e della materia ha costretto la meccanica quantistica a superare, come il taoismo e il buddhismo, concetti apparentemente opposti e a coniugarli in una relazione dinamica all’interno di un campo infinito unificato.
    Secondo l’interpretazione data dalla Scuola di Copenaghen di Niels Bohr, in genere la più accettata, gli aspetti di onda e di particella non sono inconciliabili ma complementari, nel senso che ci troviamo di fronte alla conseguenza dell’inevitabile interazione tra il fenomeno e l’osservatore. Non è quindi la realtà a essere duplice, ma i risultati delle osservazioni sperimentali. In dipendenza di ciò, ad Einstein che contestava la singolarità delle implicazioni quantistiche in aperto contrasto con il principio di causalità dicendo che Dio non gioca a dadi! Niels Bohr replicò che “Non era compito degli scienziati dire a Dio come funzionava il mondo, ma solo di scoprirlo!”

  • LA CENTESIMA SCIMMIA

    data: 20/12/2018 22.33

    Tutti gli esseri viventi vivono in stato d’interconnessione, immersi in un campo unificato e informato, che Platone chiamò Etere, Jung inconscio collettivo, gli esoteristi, piano akashico, mentre le tradizioni orientali lo definiscono come Prana o Tao. Lo afferma l’antropologa americana Margaret Mead portando a dimostrazione di ciò “l’effetto della centesima scimmia”. Questo esperimento vuol dimostrare come pochi individui possano influenzare l’intero pianeta attraverso lo spazio e il tempo che, come disse Einstein, “sono condizioni mentali e non di vita”.
    Oggi si parla di Campo quantico o di energia del Punto Zero: un oceano di vibrazioni microscopiche che, in tutto l’universo, riempiono lo spazio esistente tra tutto ciò che è costituito di materia e che prima era ritenuto vuoto. È la vera base del nostro universo, un mare di energia pulsante in cui ogni elemento (quindi anche l’uomo) è connesso con qualsiasi altro attraverso una fitta ragnatela invisibile, una sorta di web cosmico. La separazione, dice la Mead, è solo un’illusione in quest’ologramma che chiamiamo vita.
    Dell’effetto centesima scimmia parla il biologo Lyall Watson nel suo libro, ‘Lifetide’ (La Marea della Vita) in cui racconta di come i primatologi giapponesi abbiano studiato per 30 anni i macachi di un certo numero di colonie selvagge arrivando a testimoniare un fenomeno sorprendente.
    Una di queste colonie viveva isolata sull’isola di Koshima quando i ricercatori decisero di fornire alle scimmie delle patate dolci gettate sulla sabbia. Le scimmie apprezzarono il gusto delle patate dolci crude, ma trovarono la sabbia sgradevole. A un certo punto un esemplare femmina di 18 mesi di nome Imo scoprì che poteva risolvere il problema lavando le patate in un ruscello vicino. Invertendo la normale tendenza, ha insegnato poi questo trucco a sua madre. I suoi compagni di gioco fecero altrettanto insegnando la stessa cosa alle loro madri. In breve tutte le giovani scimmie impararono a lavare le patate dolci dalla sabbia per renderle più appetibili. Solo gli adulti che imitarono i loro piccoli avevano imparato questo miglioramento sociale. Gli altri adulti avevano continuato a mangiare le patate dolci sporche di sabbia.
    Poi successe qualcosa di straordinario: nell’autunno successivo un numero imprecisato di scimmie di Koshima lavava le patate dolci nel mare, perché Imo aveva fatto la scoperta che l’acqua salata non soltanto lavava il cibo, ma gli dava un interessante nuovo sapore.
    Era un martedì quando gli etologi osservarono il fenomeno successivo: un certo numero di scimmie, diciamo 99 per rendere l’evento più chiaro, era sulla riva alle undici di quella mattina, quella stessa sera tutte le scimmie dell’isola avevano iniziato a lavare le patate! Raggiunta una certa massa critica, una centesima scimmia si è aggregata al gruppo che lavava le patate provocando un drammatico cambio di comportamento nell’intera comunità. Non solo. Il comportamento aveva superato le barriere naturali ed era comparso spontaneamente in colonie su altre isole e pure sulla terraferma, in un gruppo a Takasakiyama.
    Tale evento dette la dimostrazione che quando un certo numero critico raggiunge una consapevolezza, questa nuova informazione cosciente può essere trasferita da mente a mente. Benché il numero esatto possa variare, questo fenomeno della centesima scimmia mostra che quando un numero limitato di persone apprende un nuovo modo, questo può diventare una loro acquisizione consapevole, ma c’è un momento in cui, se soltanto una persona in più si sintonizza su questa nuova consapevolezza, il campo si rafforza in modo che questa consapevolezza appartenga a tutti!

    L’azione di ogni singolo individuo ha una potenzialità ben più vasta e significativa di quel che immagina. Cambiando in meglio noi stessi possiamo, per sincronicità, portare rivoluzionari cambiamenti all’intero pianeta. Un bello spunto di riflessione, no?