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ALBERTO LORI

  • CHE COSA C'E' DOPO?

    data: 02/04/2019 19.18

    Abbiamo cominciato ad ampliare la finestra sul mondo, da essa entrano più informazioni per definire meglio che cos’è la realtà. Nessuno, oggi, arriva a definire l’intera porzione di realtà perché il modello è soltanto una rappresentazione parziale della realtà. Se si riuscisse a cogliere l’intero, il modello sarebbe la realtà. Nessuno è in grado di farlo. Il cervello si chiede sempre che cosa c’è fuori, che cosa mi aspetta fuori. Fuori può esserci il predatore, la radice da raccogliere. Possono esserci sia il pericolo sia il nutrimento.
    Il “che cosa c’è fuori?” è una domanda che il cervello si pone di continuo. Il problema qual è? Il cervello si chiede anche che cosa c’è fuori della vita stessa. È una domanda estrema, ma che, di fatto, è la medesima di che cosa c’è fuori della porta, dietro l’angolo. Lo sconosciuto per definizione è la morte. Che cosa c’è dopo? La risposta a cosa c’è dopo è relativa a tutta una serie di filoni culturali, filosofici, religiosi che vogliono spiegarci che cosa c’è fuori. Trovo paradossale il tentativo di spiegare il tutto, intanto perché non è possibile per me spiegare la nascita dell’universo con il creazionismo o tutto il male del mondo con l’aver dato un morso a una mela. Ecco perché il cervello non può dare una risposta alla definizione di qualcosa di sconosciuto. Ti dà quel qualcosa che ti serve per riempire il vuoto.
    Il cervello non ama i vuoti, quindi, se ho risposto al che cosa c’è oltre la vita col “non lo so”, cosa faccio? La riempio con la cosa più probabile secondo me. Alle domande ancestrali noi una risposta l’abbiamo data in ogni caso in base alla cultura condivisa di quel momento del gruppo d’appartenenza, ma di certo non era la risposta. Il nostro sistema di credenze, il modello, ci dice che siamo limitati. Qualsiasi risposta, per quanto sbagliata, nel corso degli anni diventa verità. Scambiamo la percezione o l’immaginazione per verità. Il passaggio è qui dentro la nostra testa. Siccome il cervello vuole risposte e non tutte le risposte sono state scientifiche per ovvi motivi — anche oggi non siamo in grado di rispondere a tutto — le risposte date finora stanno mettendo in discussione le risposte precedenti.
    La difficoltà dove sta? Che le risposte tramandate per anni sostituiscono concettualmente la verità, anche se non la rappresentano. La nostra idea di essere limitati, di essere finiti, di essere creature, di essere impotenti nel creare la nostra realtà, viene non da un dato reale, ma da un dato culturale, anche se sbagliato. Oggi abbiamo capito che, se il dato è qui nella nostra testa, i neuroni scambiano il modello per realtà.
    Segui il mio ragionamento: tutto ciò che arriva ai neuroni come informazione, giacché il cervello vive recluso in una scatola e non ha modo di sapere quello che succede fuori, è ritenuta un’informazione diretta sul mondo esterno, cosicché, per il cervello e di conseguenza per ciascuno di noi, la realtà è rappresentata unicamente dalle informazioni che riceviamo e sono parte del modello. Siccome quest’ultimo viene scambiato per realtà, diciamo che il modello è limitato. Se uso un modello limitato, finisco anch’io per essere limitato. Se espando il modello, cosa cambia? La mia realtà. Le informazioni che possiedo fanno sì che abbia più conoscenze sulla realtà e in questo modo più sono in grado di manipolarla.

    Il modello non potrà mai essere scambiato per realtà. È impossibile che un modello tendenzialmente finito, limitato, possa contenere l’infinito. Non può un’informazione locale comprendere l’infinito che è non locale. Come può un contenitore finito contenere l’infinito? Devo uscire da quel contenitore. Solo con i modelli matematici ipotizzo che cosa c’è fuori della scatola cranica. La matematica mi dà una lettura reale di che cosa c’è fuori dei sensi, oltre i sensi. Allora perché si muore? Perché si nasce. 

  • IL MIRACOLO: COME ACCADE

    data: 15/02/2019 14.54

    2016. Una domenica di ottobre. Durante le celebrazioni della Madonna di Medjugorjie, una giovane donna coreana si alza da sola dalla sedia a rotelle e inizia a lodare il Signore, saltando e cantando mentre tutti i presenti, intorno a lei piangono di emozione ringraziando la Madonna. Anche Lourdes è considerata un luogo sacro della cristianità. Dal 1848, anno in cui la Madonna apparve a Bernadette Soubirous, sono stati una settantina i miracolati riconosciuti dalla Chiesa, persone ormai condannate dalla medicina sono tornate alla vita completamente guarite.
    Mi chiedo: sono migliaia i pellegrini che frequentano i santuari soprattutto per ottenere la remissione delle proprie malattie, perché soltanto alcuni ottengono il miracolo? Altro elemento da prendere in considerazione: non soltanto nei luoghi sacri alla cristianità avvengono i miracoli, anche in altri posti considerati sacri da altre religioni come Amarnath nel Kashmir, Shikoku in Giappone, la moschea sciita Jamkaran in Iran. Che cosa li rende tanto carichi di energia da essere d’ausilio per collassare quell’onda di possibilità che conduce alla guarigione?
    L’ipotesi è che proprio questi luoghi affollati da una moltitudine di pellegrini manifestino un’energia del tutto particolare, in grado di avere un’influenza di campo capace di esercitare effetti di guarigione profonda sulla componente corporea, mentale e spirituale dei fedeli. Reliquie di santi, apparizioni, fonti d’acqua benedetta e preghiere recitate con ardore collettivo infiammano la fede del devoto e diventano la chiave capace di far urlare al miracolo.
    Che cosa accade in questi luoghi così singolari, si chiede Carmen di Muro, psicologa clinica e ipnoterapeuta, in un suo bell’articolo della rivista Scienza e Conoscenza? E qual è la ragione per la quale la preghiera produce effetti tanto prodigiosi? Fino a qualche decennio fa, questi interrogativi trovavano un’eco soltanto nell’ambito di una riflessione teologica. Oggi, invece, la scienza di frontiera e la saggezza spirituale si stanno riconciliando. Oggi vediamo l’intero Universo come un campo unificato e informato, interconnesso, al di là della materia, dello spazio e del tempo che informa il presente con il passato e prepara il terreno per il futuro. Esso rappresenta il livello d’informazione fondamentale della realtà, in cui sono contenute tutte le possibilità di manifestazione e da cui prendono origine tutti i fenomeni secondo un livello crescente di complessità, le cui relazioni non sono né lineari, né casuali ma sincroniche.
    La nostra coscienza, quella con la quale siamo abituati a convivere ogni giorno, è soltanto uno degli stati ordinari di coscienza. C’è uno stato non ordinario nel quale ci interfacciamo con una Coscienza superiore, cosmica, non locale, il cui campo d’azione non va concepito entro i confini del nostro stesso corpo fisico ma, al contrario, esteso all’infinito. Benché, attualmente, esista una vasta mole di evidenze, scrive Carmen Di Muro, ciò che al momento appare poco chiaro è come noi esseri umani possiamo avere accesso a questo potenziale di informazioni altamente coerenti per cui l’energia prodotta subisca un’accensione improvvisa su un livello superiore, capace di rimettere in asse le frequenze basse e incoerenti, tipiche della malattia, nell’istante in cui si riallinea al campo unificato d’informazione. Ed è qui che la pratica religiosa si fa potenza, giacché diviene uno strumento, alla portata di tutti, che consente di aprire un varco di creazione nel magico campo dei miracoli in cui tutto può accadere. La preghiera unita alla fede che fa da catalizzatore, è in grado di andare ad attingere all’energia del subatomico, tanto da attivare possibilità di creazione mobilitando possenti energie.
    Non a caso Alexis Carrel, chirurgo francese (premio Nobel per la medicina del 1912) definì la preghiera come la più potente forma di energia esistente. Lo è ancora di più quando essa è mossa dalla fiducia incondizionata trasmessa dalla fede. Tuttavia, non basta pregare meccanicamente per sortire gli effetti desiderati. Le formule prestabilite possono avere valore se le facciamo nostre, se le sentiamo intimamente e le viviamo. Senza la partecipazione del cuore non si ha preghiera, ma soltanto parole prive d’intenzione, poiché le labbra si muovono, ma lo spirito è lontano. È l’anima che prega non il corpo. L’intelletto riscaldato dal sentire positivo del cuore è ciò che permette alla preghiera di vivificarsi e di sortire i suoi effetti prodigiosi. Non è male rammentare le parole del Vangelo. Gesù stesso dice: “Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà”.
    Siamo in piena quantistica, non vi pare? 

  • IL CERVELLO DEL CUORE

    data: 10/01/2019 22.17

    Non ci sono dubbi: le emozioni sono il sale della vita, ma ti sei mai domandato da dove nascono le emozioni? Qualcuno potrebbe rispondere: dal cervello. Qualcun altro: dal cuore. Prima di scoprire chi ha ragione, c’è un’altra domanda che preme: che cosa sono le emozioni?
    Cervello e cuore sono due organi con funzioni fisiologiche diverse. Il cervello è definito dagli esperti un organo freddo che inizia il suo sviluppo anatomico nel feto, ma è dopo la nascita che, grazie alle informazioni ricevute dagli organi sensoriali e assimilate dall’ambiente esterno, si evolve completamente. Tra i suoi compiti, il cervello umano ha quello di analizzare ed elaborare una miriade d’informazioni provenienti dall’esterno, filtrandole, catalogandole, riordinandole. Non solo, qualunque evento ci capiti in vita deve essere messo a confronto con le esperienze del passato per capire se la nuova situazione sia positiva o negativa o addirittura pericolosa per la sopravvivenza. Ecco perché una scena può essere vissuta in modo comico da una persona o essere fonte di rabbia per un’altra o di disperazione per una terza.
    Il cuore, da parte sua, è un muscolo potente e instancabile. È il primo organo che si forma nel feto e, al momento della nascita, è già completo e in grado di svolgere le proprie funzioni. Anche il cuore, come la neocorteccia, è costituito di due parti. La parte destra, più sottile, ha il compito di ricevere il sangue povero di ossigeno e ricco di anidride carbonica, proveniente da tutti gli organi del corpo e di inviarlo all’arteria polmonare per consentirgli di purificarsi dalle tossine e rinnovarsi di ossigeno. La parte sinistra del cuore è più robusta dell’altra perché ha il compito di ricevere dall’arteria polmonare il sangue ossigenato e inviarlo attraverso l’aorta alle zone periferiche dell’organismo. Se il cervello è considerato un organo freddo, distante, isolato, il cuore è invece potente e caldo perché vi scorre il sangue. Non solo, produce un campo elettromagnetico come il cervello, soltanto che è 5 mila volte più potente dell’altro.
    Allora, dove nascono le emozioni? Dal cuore o dal cervello? Domanda sbagliata. La neuro scienziata Candace Pert, da pochi anni scomparsa, ha scoperto che i pensieri e i sentimenti sono mediati dalle sostanze chimiche cerebrali che regolano le difese immunitarie. Altrettanto incredibile è stato scoprire che queste sostanze chimiche non sono prodotte in esclusiva dall’ipotalamo, la centrale chimica del cervello, ma sono prodotte anche dal cuore, il quale possiede qualcosa come 40 mila neuroni, e persino da quei neuroni che si trovano nell’intestino.
    Come dire che il nostro corpo possiede in realtà tre cervelli funzionanti. In altre parole, la mente ha un substrato fisico costituito da cervello e corpo, una rete psicosomatica, insomma, e un substrato immateriale costituito dal flusso di sostanze informazionali che viaggiano lungo questa rete. I neurotrasmettitori rappresentano la base biochimica delle emozioni, le quali non si trovano soltanto nella zona cerebrale ma in tutto il corpo.
    A questo punto la conclusione è che le emozioni sono molecole vere e proprie e hanno una grande importanza nella vita di ogni essere umano. Tuttavia, resta sempre aperto il problema di come gestirle. Dagli anni ’80 del secolo scorso ha preso piede la medicina quantistica che fa riferimento alle leggi della fisica dei quanti per spiegare i miracoli della malattia e della guarigione. Grazie ad essa si è scoperto che pensieri ed emozioni non sono soltanto sostanze biochimiche ma vibrazioni elettromagnetiche.
    A questo punto ritorna in gioco il cuore con la sua parte neurale. Prove sperimentali hanno dimostrato che il cuore e il cervello s’influenzano vicendevolmente dal punto di vista degli stimoli nervosi, ma che il cuore manda più stimoli al cervello di quanti in realtà ne riceva. Sentimenti quali paura, rabbia, depressione, sono in grado di alterare il nostro stato vibrazionale, producendo un campo elettromagnetico caotico e disordinato; al contrario, sentimenti come la gratitudine, la compassione, l’amore, creano un campo vibrazionale ordinato e coerente. Quando il cuore si trova in perfetto equilibrio, ossia nello stato cosiddetto di coerenza, riesce ad agganciare il cervello, armonizzando i due emisferi cerebrali e portandoli in uno stato particolare in cui si acuiscono le capacità intuitive, la creatività, il benessere.

    Ne consegue che, se noi, esseri umani, impareremo a gestire il nostro potenziale, non vivremo più le nostre emozioni, ma saremo le nostre emozioni. Mi spiego meglio: oggi è più facile reagire alle emozioni, ma se impareremo a gestirle consapevolmente, saremo anche capaci di cambiare la nostra realtà, anche fisica, focalizzandoci sulla salute anziché sulla malattia. Lasciamoci guidare dal cuore più che dal cervello e scopriremo che la medicina dell’anima si chiama “amore”. 

  • CONCILIARE GLI OPPOSTI

    data: 30/12/2018 09.23

    Viviamo in mezzo ai contrasti, bene e male, positivo e negativo, luce e tenebra, buono e cattivo; non c’è una cosa che non abbia il suo contrario. Qualcuno potrebbe dire che proprio in questo sta la ricchezza della realtà. Il taoismo, per esempio, ci incoraggia a considerare meravigliosi gli opposti, insegnandoci che la contrapposizione di concetti a prima vista antitetici si rivela in realtà feconda nella descrizione del mondo. La via indicata dal Tao ci suggerisce che l’unità e l’interconnessione del mondo derivano dalla contrapposizione di due forze complementari, lo Ying e lo Yang. Il pensiero taoista si regge su una logica dell’ambivalenza, in cui un termine rimanda al suo contrario, tesi e antitesi vanno considerate dal punto di vista dell’opposizione dinamica e nel contempo di una complementarità inscritta in un’unica Totalità.
    In questo modo fenomeni che sembrano l’opposto l’uno dell’altro – vittoria e sconfitta, vita e morte, bene e male – vanno considerati come manifestazioni opposte e complementari dei due poli della stessa realtà. In questo senso, il taoismo giudica virtuoso non già chi si sforza di sradicare tutto il male per preservare solo il bene, impresa impossibile, bensì chi tenta di mantenere un equilibrio dinamico tra il bene e il male, obiettivo molto più accessibile. In fondo è lo stesso principio di equilibrio induista per il quale il devoto presenta le sue offerte quotidiane in alto alle divinità positive e in basso, sulla nuda terra, agli spiriti negativi.
    La conciliazione degli opposti appartiene anche alla visione buddhista. Secondo il buddhismo esistono due verità, quella relativa che l’uomo percepisce con i sensi e quella che descrive la reale natura del mondo. Mi spiego meglio: tutti sappiamo che cosa sia un grappolo d’uva, ciascuno di noi lo percepisce come tale e sappiamo che cos’è un albero, non lo confondiamo con una montagna. Sono tutti elementi che non percepiamo come interconnessi ma separati l’uno dall’altro. Il buddhismo, però, ci dice che questo è soltanto un modello mentale di comprensione dei fenomeni costruito dal cervello per semplificare una realtà molto più complessa.
    Prendiamo una mela, ad esempio. Ne osserviamo il colore, la grandezza, il peso, la forma, ma la mela è soltanto questo? Se andiamo nel dettaglio, dovremmo considerare anche il melo che ha prodotto il frutto, il sole, la pioggia, il contadino che ha piantato l’albero, il fornaio e l’ortolano che hanno nutrito il contadino di pane e di ortaggi e così via. Ecco quindi che il fenomeno mela è intrecciato a tanti altri fenomeni, infiniti. Nell’ottica buddhista l’interdipendenza è essenziale al manifestarsi dei fenomeni. Tra la verità assoluta e quella relativa, a prima vista diametralmente opposte, il buddhismo adotta la “via di mezzo”: un oggetto non esiste in quanto tale ed è ciò che gli consente d’interagire con altri e funzionare secondo le leggi della causalità. 
    Anche la meccanica quantistica si è vista costretta a conciliare fenomeni a prima vista inconciliabili. Una delle sue scoperte più sconcertanti è la duplice natura, corpuscolare e ondulatoria, della luce, della materia, e dei loro costituenti più minuscoli – fotoni, protoni, elettroni. Ma c’è un fatto ancora più bizzarro: la comparsa di una particella dipende da un osservatore. Se non guardo, le particelle sono onde, se guardo, ritornano a essere particelle. Come onda può propagarsi e occupare lo spazio intero, come quando tiriamo un sasso in uno stagno e le onde si propagano in senso radiale in tutto lo specchio d’acqua. Quest’onda, ci dice Erwin Schrödinger, è un’onda di probabilità. La meccanica quantistica afferma che, se non lo osservo, non potrò mai predire dove sarà il fotone in un dato istante: al massimo potrò valutare la probabilità di trovarlo in un punto piuttosto che in un altro. Come le onde del mare, l’onda del fotone ha un’enorme ampiezza nelle creste e un’ampiezza molto minore negli avvallamenti. Ciò significa che ho molte più probabilità d’imbattermi nel fotone nelle creste che negli avvallamenti, ma neppure nelle creste sarò mai sicuro che esso si presenterà all’appuntamento. La certezza è bandita nel mondo dei quanti.
    La duplice natura della luce e della materia ha costretto la meccanica quantistica a superare, come il taoismo e il buddhismo, concetti apparentemente opposti e a coniugarli in una relazione dinamica all’interno di un campo infinito unificato.
    Secondo l’interpretazione data dalla Scuola di Copenaghen di Niels Bohr, in genere la più accettata, gli aspetti di onda e di particella non sono inconciliabili ma complementari, nel senso che ci troviamo di fronte alla conseguenza dell’inevitabile interazione tra il fenomeno e l’osservatore. Non è quindi la realtà a essere duplice, ma i risultati delle osservazioni sperimentali. In dipendenza di ciò, ad Einstein che contestava la singolarità delle implicazioni quantistiche in aperto contrasto con il principio di causalità dicendo che Dio non gioca a dadi! Niels Bohr replicò che “Non era compito degli scienziati dire a Dio come funzionava il mondo, ma solo di scoprirlo!”

  • LA CENTESIMA SCIMMIA

    data: 20/12/2018 22.33

    Tutti gli esseri viventi vivono in stato d’interconnessione, immersi in un campo unificato e informato, che Platone chiamò Etere, Jung inconscio collettivo, gli esoteristi, piano akashico, mentre le tradizioni orientali lo definiscono come Prana o Tao. Lo afferma l’antropologa americana Margaret Mead portando a dimostrazione di ciò “l’effetto della centesima scimmia”. Questo esperimento vuol dimostrare come pochi individui possano influenzare l’intero pianeta attraverso lo spazio e il tempo che, come disse Einstein, “sono condizioni mentali e non di vita”.
    Oggi si parla di Campo quantico o di energia del Punto Zero: un oceano di vibrazioni microscopiche che, in tutto l’universo, riempiono lo spazio esistente tra tutto ciò che è costituito di materia e che prima era ritenuto vuoto. È la vera base del nostro universo, un mare di energia pulsante in cui ogni elemento (quindi anche l’uomo) è connesso con qualsiasi altro attraverso una fitta ragnatela invisibile, una sorta di web cosmico. La separazione, dice la Mead, è solo un’illusione in quest’ologramma che chiamiamo vita.
    Dell’effetto centesima scimmia parla il biologo Lyall Watson nel suo libro, ‘Lifetide’ (La Marea della Vita) in cui racconta di come i primatologi giapponesi abbiano studiato per 30 anni i macachi di un certo numero di colonie selvagge arrivando a testimoniare un fenomeno sorprendente.
    Una di queste colonie viveva isolata sull’isola di Koshima quando i ricercatori decisero di fornire alle scimmie delle patate dolci gettate sulla sabbia. Le scimmie apprezzarono il gusto delle patate dolci crude, ma trovarono la sabbia sgradevole. A un certo punto un esemplare femmina di 18 mesi di nome Imo scoprì che poteva risolvere il problema lavando le patate in un ruscello vicino. Invertendo la normale tendenza, ha insegnato poi questo trucco a sua madre. I suoi compagni di gioco fecero altrettanto insegnando la stessa cosa alle loro madri. In breve tutte le giovani scimmie impararono a lavare le patate dolci dalla sabbia per renderle più appetibili. Solo gli adulti che imitarono i loro piccoli avevano imparato questo miglioramento sociale. Gli altri adulti avevano continuato a mangiare le patate dolci sporche di sabbia.
    Poi successe qualcosa di straordinario: nell’autunno successivo un numero imprecisato di scimmie di Koshima lavava le patate dolci nel mare, perché Imo aveva fatto la scoperta che l’acqua salata non soltanto lavava il cibo, ma gli dava un interessante nuovo sapore.
    Era un martedì quando gli etologi osservarono il fenomeno successivo: un certo numero di scimmie, diciamo 99 per rendere l’evento più chiaro, era sulla riva alle undici di quella mattina, quella stessa sera tutte le scimmie dell’isola avevano iniziato a lavare le patate! Raggiunta una certa massa critica, una centesima scimmia si è aggregata al gruppo che lavava le patate provocando un drammatico cambio di comportamento nell’intera comunità. Non solo. Il comportamento aveva superato le barriere naturali ed era comparso spontaneamente in colonie su altre isole e pure sulla terraferma, in un gruppo a Takasakiyama.
    Tale evento dette la dimostrazione che quando un certo numero critico raggiunge una consapevolezza, questa nuova informazione cosciente può essere trasferita da mente a mente. Benché il numero esatto possa variare, questo fenomeno della centesima scimmia mostra che quando un numero limitato di persone apprende un nuovo modo, questo può diventare una loro acquisizione consapevole, ma c’è un momento in cui, se soltanto una persona in più si sintonizza su questa nuova consapevolezza, il campo si rafforza in modo che questa consapevolezza appartenga a tutti!

    L’azione di ogni singolo individuo ha una potenzialità ben più vasta e significativa di quel che immagina. Cambiando in meglio noi stessi possiamo, per sincronicità, portare rivoluzionari cambiamenti all’intero pianeta. Un bello spunto di riflessione, no?