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ROCCO TANCREDI

  • SALVINI, DAL SUPERGRUPPO
    AL DUE DI BRISCOLA

    data: 15/06/2019 17.28

    CVD cioè Come Voleasi Dimostrare. Alle bugie e caz**te di Salvini, aspirante premier italiano, che sono riuscite a convogliare un sacco di voti (non dei 60 milioni di italiani) alle recenti elezioni per il Paramento Europeo, possiamo aggiungere l’ultima notizia, fresca fresca. Non abbiamo, finora, ancora letto nulla sui giornali italiani e soprattutto nessun servizio dei corrispondenti (che sono anche preparati e queste cose le sanno) del a RAI, giallo-verde, da Bruxelles. Probabilmente i direttori radiotelevisivi italiani hanno diramato tassativi ordini di servizio per oscurare la notizia. Eccola.

    Marine Le Pen (Rassemblement National) e Matteo Salvini (Lega) avevano promesso, durante la campagna elettorale per le europee, di "sconvolgere il panorama europeo". Ma non sono riusciti a coinvolgere molti alleati fra i nuovi gruppi parlamentari costituiti a Bruxelles. E peseranno molto poco contro la grande coalizione delle forze pro-UE.

    "Stiamo cambiando il panorama europeo!”. “Per la prima volta nella storia del Parlamento europeo, l'alternanza è possibile ", dichiarò Marine Le Pen nel raduno dell'estrema destra a Milano una settimana prima delle elezioni europee.
    E la leader del “RN - Rassemblement National” aveva aggiunto, euforica: "Costruiremo quello che diventerà il supergruppo del Parlamento europeo.
    Davvero? Il gruppo, ufficializzato giovedì 13 giugno a Bruxelles da Marine Le Pen e i suoi alleati dell’estrema destra nazionalista, sembra molto più modesto. Ha 73 eurodeputati, principalmente i 28 italiani di Matteo Salvini e i 22 francesi del RN (in attesa della Brexit), contro 36 eletti uscenti.
    Da supergruppo a quinto gruppo del PE. Infatti, sono preceduti, in termini numerici, dai Popolari (179), i Socialisti (153), i Liberali (106) e i Verdi (74).
    Il nuovo gruppo si chiamerà “Identità e Democrazia” ed è presieduto dal leghista Marco Zanni, responsabile esteri del partito, eletto per la prima volta nel 2014 con il Movimento 5 Stelle e poi, come tutti i trasfertisti di partito, è passato nel partito di Salvini.
    Questi numeri non permettono a questo gruppo di diventare "la prima forza di sovranità del Parlamento europeo", come vantava Marine Le Pen. Il "super gruppo" è rimasto nei sogni di Salvini e Le Pen.
    Mentre Marine Le Pen sperava di diventare la terza forza del Parlamento europeo, dovrà accontentarsi del quinto gruppo più fornito, secondo le cifre attuali. Nel complesso, "Identità e Democrazia" ha delegazioni di nove paesi, tra cui l'AFD tedesco, l'FPÖ austriaco e il belga Vlaams Belang.
    Ma i suoi leader non sono riusciti a raccogliere tutti gli euroscettici. Matteo Salvini ha flirtato con i polacchi del partito “Law and Justice o Fidesz” dell'ungherese Vitkor Orban, che ha inviato importanti delegazioni a Bruxelles, ma si è rifiutato di fare il grande passo con Salvini e Le Pen. Non sono riusciti a reclutare neppure gli spagnoli di “Vox” e del “Brexit Party” di Nigel Farage, che ha vinto nel Regno Unito, ma i deputati britannici lasceranno Bruxelles il giorno (incerto) in cui scatterà la Brexit.
    Quindi come nelle previsioni.
    I nazionalisti dell’estrema destra europea restano divisi nell’Assemblea di Strasburgo, in attesa di possibili "convergenze" promesse da Marine Le Pen. In ogni caso, avranno un'influenza limitata, dal momento che i quattro maggiori gruppi, tutti pro-Unione europea, hanno già avviato negoziati per concordare un programma comune.
    La destra del Partito popolare europeo (PPE), dei socialdemocratici (PSE), dei centristi liberali (ALDE) - con cui i deputati di Emmanuel Macron siederanno - e i Verdi si stanno muovendo verso una grande coalizione. Le truppe di Salvini e Le Pen conteranno come il due di coppe a briscola, fermo restando la possibilità di fare un po’ di casino nelle commissioni e nell’assemblea. 

  • L'ASCESA DI SALVINI
    E QUELLA DI ARTURO UI

    data: 05/03/2019 11.38

     La vittoria di Nicola Zingaretti alla guida del PD è stata condivisa non solo, naturalmente, da chi l’ha sostenuto ma anche da coloro che, pur votando sempre a sinistra, hanno marcato visita alle primarie, in attesa di verificare le prime mosse del neo segretario. 
    Questi si è presentato su una linea di sinistra e questo già lo distinguerà da Renzi che ha tentato (malamente) di mettere una zeppa nella corsa di Zingaretti alla segreteria di un partito che il fiorentino ha considerevolmente reso ininfluente nel Parlamento e nella società. Matteo ha utilizzato come ascari sia Martina sia l’ineffabile Giacchetta (sostenuti dai suoi ex uomini renziani di stretta osservanza) per boicottare la vittoria di Zingaretti con il voto nei gazebo. Il ruolo dei due renziani doveva servire solo a condizionare Zingaretti nell’Assemblea del partito che sarebbe stata chiamata a eleggere il leader del partito se il neo segretario non avesse superato il 50% con le primarie.
    Ma ora la storia si è chiusa nel modo che molti auspicavano in Italia. Ora se ne apre un’altra. E si scorgono i primi segni che hanno provocato un sussulto della società civile e della sinistra contro il governo giallo-verde. La strada è ancora lunga e il nuovo leader (non il capo) del PD dovrà affrontare un primo grosso impegno: le elezioni europee. 
    Ma il voto del 3 marzo fa intravvedere un qualcosa che in Italia comincia a muoversi per combattere le follie xenofobe e populiste-sovraniste che i sondaggi (che raramente azzeccano le previsioni) lanciano e ci affliggono sulla resistibile ascesa di tal Salvini.
    Proprio Matteo Salvini che potremmo identificare nel personaggio dell’opera di Bertolt Brecht “L’irresistibile ascesa di Arturo Ui”, che descrive l’ascesa di Hitler e del nazismo in Germania. Lo scrittore tedesco invece di mettere in scena personaggi che incarnino i veri protagonisti della storia, trasferisce i personaggi teatrali in un contesto irreale.
    In sostanza in questa pièce brechtiana, si racconta l’ascesa di Hitler attraverso la storia di una banda di criminali, capeggiati da Arturo Ui che simboleggia il dittatore tedesco, dedita a estorcere il “pizzo” ai commercianti della città. 
    Dopo le continue proteste delle vittime, nella sede dell’associazione di categoria, Arturo Ui tiene un comizio per offrire la protezione ai commercianti di cavoli facendo leva sulle loro paure (provocate dalla sua banda). Per convincere i commercianti della necessità della sua protezione Ui fa riempire di benzina un vicino magazzino che i suoi mettono a ferro e fuoco. Ma alcuni commercianti hanno visto che ad appiccare l’incendio, sono stati proprio gli uomini di colui che voleva offrire protezione. 
    Si sa che il teatro di Brecht è concepito con funzioni educative e d’insegnamento per trasmettere un messaggio ideologico non neutrale. 
    Infatti, dopo questa scena Brecht fa scendere sul palco questo cartello: ““Nel febbraio del 1933 il palazzo del Reichstag (il Parlamento tedesco, N.d.A.) fu divorato dalle fiamme. Hitler accusò i suoi nemici di averlo incendiato e diede il via alla “Notte dei lunghi coltelli””. Con questo cartello Brecht illustra l’episodio famoso dell’ascesa al potere di Hitler.
    Che c’entra Salvini con quest’opera di Brecht? Le paure che trasmette sui migranti, sulla sicurezza nelle case, su “Prima gli italiani”, potrebbero assuefare gli italiani ai quali chiedere pieni poteri per conseguire il suo finto ma ostentato mantra: il bene degli italiani.

  • DA TARANTO A SKY TG24

    data: 22/01/2019 20.06

    Ieri sera la conduttrice di Sky TG24 era Roberta Poggi, una ragazza che nel 2006 era iscritta al corso di laurea in Scienze della Comunicazione, un corso di laurea istituito a Taranto e dopo eliminato e trasferito a Bari. Fui invitato a un incontro con gli studenti per parlare dalla professione giornalistica e delle prospettive che essa riservava ai giovani tarantini. In serata mi arrivò una mail di Roberta Poggi. Oggi posso rivelare il suo nome perché, quando questa storia l'ho raccontata su FB, non ero autorizzato a farlo.

    1 agosto 2018.- LETTERA DI UNA STUDENTESSA DI DODICI ANNI FA
    SENZA SPERANZA DI VIVERE A TARANTO
    Il 26 aprile 2006 quanto ero direttore del quotidiano “Taranto Sera” ricevetti una mail con allegata una lettera di una studentessa del corso di laurea in Scienze della Comunicazione, da poco attivato a Taranto e attualmente trasferito a Bari dopo tre anni di attività nella nostra città.
    Una lettera ritrovata dopo dodici anni che ancora oggi fa riflettere sul futuro dei giovani. Al di là delle espressioni relative alla mia presenza a quel seminario, nella lettera vi sono concetti che ancora oggi assillano i nostri giovani che abbandonano la nostra città. 
    Per la privacy, non essendo autorizzato a pubblicare il nome dell’autrice, uso le sue iniziali R.P. ma mi piacerebbe sapere se la stessa è tornata a Taranto, dopo il trasferimento per studi a Roma, e se ha trovato lavoro dopo la laurea.
    Comunque la lettera ci dà, anzi dovrebbe dare ai nostri politicanti, lo spunto per alcune riflessioni sul futuro dei giovani in questa città dopo i fallimenti del progetto del porto hub di Taranto, dopo quello della realizzazione del Distripark e di Agromed che avrebbero consentito l’ingresso nel mondo del lavoro a migliaia di giovani, dopo le fantasticherie locali sul futuro del turismo a Taranto (dove i recuperati siti archeologici (via Marche, via Umbria, via Crispi, ecc.) sono chiusi e senza chiare indicazioni storiche.
    Una riflessione che deve coinvolgere tutti coloro che ancora credono in un futuro migliore per questa città in mano a mestieranti della politica, a nullafacenti che occupano le istituzioni locali. Cioè quelli che si trastullano ancora sull’Ilva che rappresenta l’1% del PIL dell’Italia (io, personalmente, credo che sarebbe opportuno chiuderla subito) e che vorrebbero regalare all’indiano padrone delle ferriere.
    Non voglio dilungarmi. Vi propongo solo LA LETTURA DI QUESTA LETTERA sperando che possa aprirsi un serio dibattito sulle considerazioni di questa ex studentessa che oggi certamente potrebbe essere una buona professionista inserita nel mondo del lavoro.
     
    Egregio Direttore Tancredi,
    sono una studentessa di Taranto, iscritta al primo anno del Corso di Studi in Scienze della Comunicazione. Il 26 aprile abbiamo ricevuto la Sua visita in occasione dei seminari organizzati dall'Università. Vorrei innanzitutto ringraziarLa, a nome di tutti, per la disponibilità. E vorrei dirLe grazie soprattutto per l'estrema franchezza e sincerità con la quale ci ha parlato, senza nascondere la realtà, ahimè amara, in cui viviamo. Diversamente da altri "professionisti della comunicazione" presenti sul nostro territorio, che hanno soltanto saputo parlare bene delle loro attività, dei loro interessi, senza per nulla considerare che si stava parlando ad un uditorio fatto da studenti universitari, giovani e adulti, che nella stragrande maggioranza dei casi hanno davanti a loro un futuro. Quasi sempre incerto, soprattutto a Taranto. E colgo l'occasione per chiederLe scusa, a nome di tutti, se al suo arrivo è stato accolto nel mezzo di una bufera, forse spiazzato dai toni leggermente aggressivi che abbiamo usato. Ma eravamo davvero nel mezzo di una bufera, una viva discussione sulla scarsa qualità dei seminari che settimanalmente frequentiamo. 
    La ringrazio ancora perché ha saputo parlarci con la semplice chiarezza che la delicata e penosa questione della nostra città esige. Perché ha saputo dirci apertamente che a Taranto non c'è posto per nessuno, se a sciogliersi non sono i forti e stretti nodi che esistono dietro le poltrone del potere. Ma ha saputo anche incoraggiarci e non demordere, non demoralizzarci. Anzi lottare, farsi avanti, rimboccarsi le maniche. "Perché nessuno ti regala niente". Aprire gli orizzonti, non restare "provinciali", ma allargare la vista, voltare la testa e vedere l'Europa, non solo l'Italia. Con l'atroce difficoltà, per molti, di imparare almeno una lingua straniera. Avvicinarsi alla politica, non scappare, non fuggire, non allontanarsi da essa. Starle addosso come una palla al piede, pesantissima, terribilmente presente, sempre, ovunque. Non è per niente facile, lo sappiamo: da una parte ci sono i giovani desiderosi di fare rinascere la propria terra, dall'altra i giovani menefreghisti (forse i più), privi di iniziativa, di vigore, di quell'impeto che dovrebbe essere caratteristico almeno della giovinezza. Dall'altra ancora la società, la politica, tutto il mondo che sembra essere sempre così ostile, così difficile da capire, da avvicinare. Eppure è quello stesso in cui viviamo, che noi stessi governiamo, che ci siamo scelti (solo per certi versi, naturalmente). Non voglio dilungarmi, anche se andrei volentieri oltre. Mi fermo qui, ringraziandoLa ancora una volta. A malincuore, Le dico che le speranze che avevo lo scorso anno di restare a Taranto e fondare qui le basi per il mio futuro professionale le ho viste perdersi per strada in questo anno. Ho deciso di andare a studiare a Roma, con la sincera speranza di poter ritornare tra qualche anno nella mia amata città.
    Roberta Poggi 

  • NAPOLEONE E I GIORNALI

    data: 19/01/2019 15.16

    Luigi Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri e capo politico del M5S, iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 2007, con i suoi attacchi ai giornalisti e alla stampa, quando critica l’informazione italiana dice di farlo in quanto cittadino, dimenticando che riveste un ruolo importante nelle istituzioni politiche e di governo. E come uomo di governo diventa sempre più evidente la sua voglia di mettere il bavaglio alla stampa e di chiudere i giornali che osano criticare lui e il governo di cui fa parte. E lo fa da uomo di governo. Come Napoleone Bonaparte (chissà se il Di Maio lo conosce) che, in una ricerca di due studiosi inglesi (Steven Skiena e Charles Ward), risulta la persona più famosa che sia mai esistita (dopo Gesù Cristo).

    Forse Di Maio vuole competere, a sua insaputa, con l’attività (a lui certamente sconosciuta) dell’imperatore dei francesi che è stato il primo uomo di governo a intuire la forza della stampa da asservire ai suoi voleri per raggiungere i suoi obiettivi militari e politici tanto da confessare: “Se lascio le briglie alla stampa, resterò al potere solo tre mesi”.

    Ho narrato le attività di Napoleone giornalista in un libro di qualche anno fa (Napoleone giornalista, lungimirante ma interessato, Lupetti editore, prefazione di Giovanni Valentini). Che illustra un aspetto poco conosciuto della sua poliedrica figura. La prima parte del libro illustra il ruolo, assunto dopo la Rivoluzione, dalla stampa francese, il cui potere condizionò anche i governi che si erano succeduti e che temevano il risorgere di un altro Jean - Paul Marat o Jacques Hébert. La seconda racconta come si sviluppava l’impegno di Napoleone nel fondare giornali, nominare direttori e redattori, soprattutto dopo essersi incoronato imperatore il 2 dicembre 1804.
    Prima della convocazione degli Stati generali, a Parigi si stampavano pochi periodici che pubblicavano, saltuariamente, annunci e notizie della Corte. Il solo giornale ufficiale, culturale più che strettamente politico, era il Journal de Paris. Nel periodo 14 luglio 1789 - 9 novembre 1799, in Francia si pubblicavano circa duemila organi di informazione di tipo diverso con una diffusione complessiva di trecentomila copie. Nei fatti, dal 1789 al 1792, l’informazione condizionò il dibattito pubblico, poiché la lettura dei giornali era considerata una nuova e consolidata forma di partecipazione attiva degli elettori alla vita politica del Paese.
    Si affermò così un nuovo potere: il giornalismo. Orientava le opinioni nel campo letterario e politico. Il giornale si rivelò il vero erede di quella che era la forza dei Salotti letterari del XVIII
    secolo, quei circoli cioè frequentati da intellettuali per discutere di letteratura, arte, poesia e buon
    gusto e che, dopo l’apertura ai filosofi, divennero centri di propaganda delle nuove idee. Fu molto
    facile per i giornalisti, durante la Rivoluzione, dare suggerimenti al vasto pubblico – meno avveduto
    e con scarsa attitudine alla lettura - per la scelta di un determinato libro, per divertirsi, per non
    passare per imbecilli.
    Napoleone fin da giovane era stato testimone, in epoca rivoluzionaria, dell’utilità della stampa. Aveva compreso l’influenza che esercitava sull’opinione pubblica, aveva verificato la forza dei giornali trasformati in “quarto potere”. Il timore di questo condizionamento lo convinse, dopo il colpo di Stato del 1799, a varare leggi liberticide sulla stampa. I giornali, li crede influenti; i giornalisti li disprezza. Da principio cerca dl creare un giornale ufficiale, ma gli man­cano gli uomini sicuri: al­lora si fa giornalista.
    Il suo impegno nel mondo dell’editoria nasce dalla constatazione del potere dei giornali durante la Rivoluzione. Non voleva  esporsi al condizionamento della stampa. Aveva conosciuto il grado di sviluppo e di diffusione dei giornali e aveva potuto verificarne il potere acquisito dopo il 5 maggio 1789, con l’avvio degli Stati Generali che, il 14 luglio, portarono alla presa della Bastiglia.
    Napoleone adottò quindi un sistema che si rivelò vincente per le sue ambizioni politiche: più cresceva il suo potere più restringeva la libertà di stampa. Un boccone amaro per l’opinione pubblica. Una nuova categoria, questa, il cui termine entra nell’uso comune proprio nel periodo rivoluzionario.
    Dire “Napoleone giornalista” potrebbe indurre a considerarlo mero autore di qualche articolo. Invece dedicava molto del suo tempo a scrivere, a fondare giornali, a chiudere redazioni, a vessare gli editori (con nuove imposte o bloccando i conti correnti postali degli abbonamenti), a  ratificare ordinanze e decreti per limitare la libertà di stampa. Il risultato dell’uso spregiudicato dei giornali, che si rivelò produttivo e funzionale alla sua causa, fu tanto chiaro, anche all’estero, da far dire a Metternich nel 1808 che “Les gazettes valent à Napoléon une armée de trois cent mille hommes” (Le gazzette di Napoleone valgono quanto un esercito di 300.000 uomini). Egli seguiva direttamente ciò che pubblicava la stampa e prestava grande attenzione a quella inglese e tedesca. Molto meno a quella francese. Quando Bourienne stava per  leggergli le pubblicazioni nazionali ripeteva: “Andate avanti. So cosa c’è. Dicono solo quel che voglio io!”. Contro i giornali stranieri, soprattutto inglesi, si sentiva impotente. Per superare questa difficoltà, Napoleone ricorreva alla controinformazione, finanziando giornali in lingua inglese favorevoli alla sua causa.
    Il suo percorso di giornalista inizia, e si intensifica, con le spedizioni militari in Italia e in Egitto.
    Uno dei primi impegni, durante le sue campagne militari all’estero, era la creazione di un giornale. Nel 1797 fondò Le Courrier d’Italie, Le Courrier de l’Armée d’Italie subito dopo La France vue de l’Armée d’Italie, e, con i soldi dei bottini di guerra, Le Journal de Napoléon et des hommes vertueux. L’anno dopo fondò Le Courrier d’Egypte e La Décade egyptienne.
    Napoleone usava spesso parlare di “miei  giornali”, anche se quello su cui poneva maggiore attenzione (e finanziamenti) era il Moniteur. Vittorie amplificate e sconfitte minimizzate esaltavano la sua figura di condottiero e il ruolo dell’esercito (la Grande Armée). Per magnificare le conquiste militari inviava i suoi  “bollettini” in Francia, pubblicati dai suoi giornali. All’arrivo dei Bulletins nei comuni, si dovevano suonare le campane e il banditore  invitava i cittadini a riunirsi in piazza dove il sindaco li leggeva. Non solo. Lo stesso primo cittadino doveva coordinarsi con il parroco che, a sua volta, era tenuto a leggerli durante la predica della domenica.
    Dopo aver reso obbligatoria la lettura del Moniteur, Napoleone non si limitava a utilizzare sindaci e preti quali divulgatori e portavoce delle sue imprese. Anche gli insegnanti dovevano servire la causa e diffondere le sue imprese nelle scuole.
    Napoleone aveva intuito la forza delle trasformazioni nella società, grazie ai giornali che agevolavano la formazione di un’opinione pubblica che disponeva di un’informazione ricca di commenti dopo il colpo di Stato del novembre 1799. Era una stampa insolente, a volte anche volgare e dispettosa verso le autorità costituite. 
    Interessante, per gli italiani, il naturale paragone con l’attuale situazione della stampa scritta e radiotelevisiva condizionata dal conflitto di interessi, equivalente a quello di Napoleone Bonaparte che esprimeva giudizi sui giornalisti, minacciava, chiedeva e otteneva la testa dei direttori, interveniva nell’impaginazione, faceva correggere frasi e articoli poco prima di mandare in stampa il giornale.
    In questo specifico percorso della vita del “giornalista“ Napoleone non mancano alcuni difettucci di editori e giornalisti che cambiavano casacca adeguandosi alle situazioni politiche. 
     
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    P. S. - Ma Di Maio e il M5S vorrebbero appagare la pretesa di Napoleone che scrisse al Direttorio il 15 luglio 1797 con una richiesta precisa: “Fate distruggere i torchi del Thè, del Mémorial e della Quotidienne; fate chiudere Il Club di Clichy e fate pubblicare cinque o sei buoni giornali costituzionali... “.

                                                     

  • E L'EURO COMPIE VENT'ANNI

    data: 01/01/2019 20.38

    Chiedete ai giovani di oggi, under venti, cosa sono i fiorini, i marchi, i franchi, la peseta, la lira. Non hanno conosciuto queste “vecchie” monete che circolavano in Europa prima che questi giovani nascessero. Oggi è da festeggiare questo anniversario. L'euro compie vent'anni, nonostante crisi e attacchi a cui è stato sottoposto. Creato formalmente il primo gennaio 1999, quando 11 Paesi Ue, tra cui l'Italia, hanno lanciato la moneta unica europea, oggi è adottato da 19 stati membri e fa parte della vita quotidiana di 340 milioni di europei. Circa 60 Paesi nel mondo hanno legato in un modo o nell'altro la loro valuta nazionale all'euro. 

    Il tutto cominciò a Milano, nel giugno 1995, durante il semestre di presidenza italiana nel corso del Consiglio europeo. Il capo del governo italiano Craxi, forzando il diniego di Margareth Thatcher e con l’intesa con Mitterand e Kohl, fece varare l’organizzazione della Conferenza Intergovernativa necessaria per riformare i trattati europei.  Da lì l’Atto unico europeo, in vigore dal 1° luglio 1987, che avrebbe condotto al completamento del mercato interno attraverso la libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi dal 1° gennaio 1993, con le conquiste dell’euro e Schengen.

    Il primo gennaio del 1999 quindi l’euro diventava la moneta ufficiale di 11 paesi e di 291 milioni di persone. Tre anni dopo, a gennaio 2002, arriveranno in corso legale 15 miliardi di banconote e circa 50 miliardi di monete e la vita degli europei non fu più la stessa con questa nuova moneta in tasca. Oggi un'intera generazione di giovani ha conosciuto solo l'euro.

    Tuttavia ora è necessaria una riprogettazione complessa e profonda anche della politica comune sociale, fiscale, e dell’istruzione. Alla Commissione, sostengono che la politica commerciale comune oggi rappresenta il bastione effettivo di una "Europa che protegge", a riprova che gli stati sono più forti quando si agisce insieme.

    In un momento in cui la spinta populista minaccia l'essenza stessa del Progetto europeo, questa revisione merita di essere al centro di riflessioni collettive, senza rancore o tabù. Ma bisognerebbe spiegarlo a Salvini e Di Maio. Per cui le elezioni europee del 26 maggio sono importanti poiché occorre bloccare questa ondata populista con un voto massiccio per sbarrare la strada ai cosiddetti sovranisti. Anche un uomo solo nel deserto può apparire più libero. Ma alla fine muore.