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ROCCO TANCREDI

  • NAPOLEONE E I GIORNALI

    data: 19/01/2019 15.16

    Luigi Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri e capo politico del M5S, iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 2007, con i suoi attacchi ai giornalisti e alla stampa, quando critica l’informazione italiana dice di farlo in quanto cittadino, dimenticando che riveste un ruolo importante nelle istituzioni politiche e di governo. E come uomo di governo diventa sempre più evidente la sua voglia di mettere il bavaglio alla stampa e di chiudere i giornali che osano criticare lui e il governo di cui fa parte. E lo fa da uomo di governo. Come Napoleone Bonaparte (chissà se il Di Maio lo conosce) che, in una ricerca di due studiosi inglesi (Steven Skiena e Charles Ward), risulta la persona più famosa che sia mai esistita (dopo Gesù Cristo).

    Forse Di Maio vuole competere, a sua insaputa, con l’attività (a lui certamente sconosciuta) dell’imperatore dei francesi che è stato il primo uomo di governo a intuire la forza della stampa da asservire ai suoi voleri per raggiungere i suoi obiettivi militari e politici tanto da confessare: “Se lascio le briglie alla stampa, resterò al potere solo tre mesi”.

    Ho narrato le attività di Napoleone giornalista in un libro di qualche anno fa (Napoleone giornalista, lungimirante ma interessato, Lupetti editore, prefazione di Giovanni Valentini). Che illustra un aspetto poco conosciuto della sua poliedrica figura. La prima parte del libro illustra il ruolo, assunto dopo la Rivoluzione, dalla stampa francese, il cui potere condizionò anche i governi che si erano succeduti e che temevano il risorgere di un altro Jean - Paul Marat o Jacques Hébert. La seconda racconta come si sviluppava l’impegno di Napoleone nel fondare giornali, nominare direttori e redattori, soprattutto dopo essersi incoronato imperatore il 2 dicembre 1804.
    Prima della convocazione degli Stati generali, a Parigi si stampavano pochi periodici che pubblicavano, saltuariamente, annunci e notizie della Corte. Il solo giornale ufficiale, culturale più che strettamente politico, era il Journal de Paris. Nel periodo 14 luglio 1789 - 9 novembre 1799, in Francia si pubblicavano circa duemila organi di informazione di tipo diverso con una diffusione complessiva di trecentomila copie. Nei fatti, dal 1789 al 1792, l’informazione condizionò il dibattito pubblico, poiché la lettura dei giornali era considerata una nuova e consolidata forma di partecipazione attiva degli elettori alla vita politica del Paese.
    Si affermò così un nuovo potere: il giornalismo. Orientava le opinioni nel campo letterario e politico. Il giornale si rivelò il vero erede di quella che era la forza dei Salotti letterari del XVIII
    secolo, quei circoli cioè frequentati da intellettuali per discutere di letteratura, arte, poesia e buon
    gusto e che, dopo l’apertura ai filosofi, divennero centri di propaganda delle nuove idee. Fu molto
    facile per i giornalisti, durante la Rivoluzione, dare suggerimenti al vasto pubblico – meno avveduto
    e con scarsa attitudine alla lettura - per la scelta di un determinato libro, per divertirsi, per non
    passare per imbecilli.
    Napoleone fin da giovane era stato testimone, in epoca rivoluzionaria, dell’utilità della stampa. Aveva compreso l’influenza che esercitava sull’opinione pubblica, aveva verificato la forza dei giornali trasformati in “quarto potere”. Il timore di questo condizionamento lo convinse, dopo il colpo di Stato del 1799, a varare leggi liberticide sulla stampa. I giornali, li crede influenti; i giornalisti li disprezza. Da principio cerca dl creare un giornale ufficiale, ma gli man­cano gli uomini sicuri: al­lora si fa giornalista.
    Il suo impegno nel mondo dell’editoria nasce dalla constatazione del potere dei giornali durante la Rivoluzione. Non voleva  esporsi al condizionamento della stampa. Aveva conosciuto il grado di sviluppo e di diffusione dei giornali e aveva potuto verificarne il potere acquisito dopo il 5 maggio 1789, con l’avvio degli Stati Generali che, il 14 luglio, portarono alla presa della Bastiglia.
    Napoleone adottò quindi un sistema che si rivelò vincente per le sue ambizioni politiche: più cresceva il suo potere più restringeva la libertà di stampa. Un boccone amaro per l’opinione pubblica. Una nuova categoria, questa, il cui termine entra nell’uso comune proprio nel periodo rivoluzionario.
    Dire “Napoleone giornalista” potrebbe indurre a considerarlo mero autore di qualche articolo. Invece dedicava molto del suo tempo a scrivere, a fondare giornali, a chiudere redazioni, a vessare gli editori (con nuove imposte o bloccando i conti correnti postali degli abbonamenti), a  ratificare ordinanze e decreti per limitare la libertà di stampa. Il risultato dell’uso spregiudicato dei giornali, che si rivelò produttivo e funzionale alla sua causa, fu tanto chiaro, anche all’estero, da far dire a Metternich nel 1808 che “Les gazettes valent à Napoléon une armée de trois cent mille hommes” (Le gazzette di Napoleone valgono quanto un esercito di 300.000 uomini). Egli seguiva direttamente ciò che pubblicava la stampa e prestava grande attenzione a quella inglese e tedesca. Molto meno a quella francese. Quando Bourienne stava per  leggergli le pubblicazioni nazionali ripeteva: “Andate avanti. So cosa c’è. Dicono solo quel che voglio io!”. Contro i giornali stranieri, soprattutto inglesi, si sentiva impotente. Per superare questa difficoltà, Napoleone ricorreva alla controinformazione, finanziando giornali in lingua inglese favorevoli alla sua causa.
    Il suo percorso di giornalista inizia, e si intensifica, con le spedizioni militari in Italia e in Egitto.
    Uno dei primi impegni, durante le sue campagne militari all’estero, era la creazione di un giornale. Nel 1797 fondò Le Courrier d’Italie, Le Courrier de l’Armée d’Italie subito dopo La France vue de l’Armée d’Italie, e, con i soldi dei bottini di guerra, Le Journal de Napoléon et des hommes vertueux. L’anno dopo fondò Le Courrier d’Egypte e La Décade egyptienne.
    Napoleone usava spesso parlare di “miei  giornali”, anche se quello su cui poneva maggiore attenzione (e finanziamenti) era il Moniteur. Vittorie amplificate e sconfitte minimizzate esaltavano la sua figura di condottiero e il ruolo dell’esercito (la Grande Armée). Per magnificare le conquiste militari inviava i suoi  “bollettini” in Francia, pubblicati dai suoi giornali. All’arrivo dei Bulletins nei comuni, si dovevano suonare le campane e il banditore  invitava i cittadini a riunirsi in piazza dove il sindaco li leggeva. Non solo. Lo stesso primo cittadino doveva coordinarsi con il parroco che, a sua volta, era tenuto a leggerli durante la predica della domenica.
    Dopo aver reso obbligatoria la lettura del Moniteur, Napoleone non si limitava a utilizzare sindaci e preti quali divulgatori e portavoce delle sue imprese. Anche gli insegnanti dovevano servire la causa e diffondere le sue imprese nelle scuole.
    Napoleone aveva intuito la forza delle trasformazioni nella società, grazie ai giornali che agevolavano la formazione di un’opinione pubblica che disponeva di un’informazione ricca di commenti dopo il colpo di Stato del novembre 1799. Era una stampa insolente, a volte anche volgare e dispettosa verso le autorità costituite. 
    Interessante, per gli italiani, il naturale paragone con l’attuale situazione della stampa scritta e radiotelevisiva condizionata dal conflitto di interessi, equivalente a quello di Napoleone Bonaparte che esprimeva giudizi sui giornalisti, minacciava, chiedeva e otteneva la testa dei direttori, interveniva nell’impaginazione, faceva correggere frasi e articoli poco prima di mandare in stampa il giornale.
    In questo specifico percorso della vita del “giornalista“ Napoleone non mancano alcuni difettucci di editori e giornalisti che cambiavano casacca adeguandosi alle situazioni politiche. 
     
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    P. S. - Ma Di Maio e il M5S vorrebbero appagare la pretesa di Napoleone che scrisse al Direttorio il 15 luglio 1797 con una richiesta precisa: “Fate distruggere i torchi del Thè, del Mémorial e della Quotidienne; fate chiudere Il Club di Clichy e fate pubblicare cinque o sei buoni giornali costituzionali... “.

                                                     

  • E L'EURO COMPIE VENT'ANNI

    data: 01/01/2019 20.38

    Chiedete ai giovani di oggi, under venti, cosa sono i fiorini, i marchi, i franchi, la peseta, la lira. Non hanno conosciuto queste “vecchie” monete che circolavano in Europa prima che questi giovani nascessero. Oggi è da festeggiare questo anniversario. L'euro compie vent'anni, nonostante crisi e attacchi a cui è stato sottoposto. Creato formalmente il primo gennaio 1999, quando 11 Paesi Ue, tra cui l'Italia, hanno lanciato la moneta unica europea, oggi è adottato da 19 stati membri e fa parte della vita quotidiana di 340 milioni di europei. Circa 60 Paesi nel mondo hanno legato in un modo o nell'altro la loro valuta nazionale all'euro. 

    Il tutto cominciò a Milano, nel giugno 1995, durante il semestre di presidenza italiana nel corso del Consiglio europeo. Il capo del governo italiano Craxi, forzando il diniego di Margareth Thatcher e con l’intesa con Mitterand e Kohl, fece varare l’organizzazione della Conferenza Intergovernativa necessaria per riformare i trattati europei.  Da lì l’Atto unico europeo, in vigore dal 1° luglio 1987, che avrebbe condotto al completamento del mercato interno attraverso la libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi dal 1° gennaio 1993, con le conquiste dell’euro e Schengen.

    Il primo gennaio del 1999 quindi l’euro diventava la moneta ufficiale di 11 paesi e di 291 milioni di persone. Tre anni dopo, a gennaio 2002, arriveranno in corso legale 15 miliardi di banconote e circa 50 miliardi di monete e la vita degli europei non fu più la stessa con questa nuova moneta in tasca. Oggi un'intera generazione di giovani ha conosciuto solo l'euro.

    Tuttavia ora è necessaria una riprogettazione complessa e profonda anche della politica comune sociale, fiscale, e dell’istruzione. Alla Commissione, sostengono che la politica commerciale comune oggi rappresenta il bastione effettivo di una "Europa che protegge", a riprova che gli stati sono più forti quando si agisce insieme.

    In un momento in cui la spinta populista minaccia l'essenza stessa del Progetto europeo, questa revisione merita di essere al centro di riflessioni collettive, senza rancore o tabù. Ma bisognerebbe spiegarlo a Salvini e Di Maio. Per cui le elezioni europee del 26 maggio sono importanti poiché occorre bloccare questa ondata populista con un voto massiccio per sbarrare la strada ai cosiddetti sovranisti. Anche un uomo solo nel deserto può apparire più libero. Ma alla fine muore.