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PAOLO SCANDALETTI

  • FRAKA, LA DOLCE VITA
    DI UN GRANDE INVIATO

    data: 16/09/2019 19.47

    Arnaldo Fraccaroli è chiamato al Corriere della sera nel 1909, dopo aver fatto il cronista nei giornali veneti. Nato in provincia di Verona nel 1882, cinque anni dopo è a Lonigo (VI) da dove comincia ad inviare corrispondenze di paese a L'Arena. Nel 1901 entra in redazione a La Provincia di Vicenza e due anni dopo passa a Padova per la stessa testata, ma come caporedattore. Nel 1907 pubblica la commedia Ostrega che sbrego ottenendo un successo clamoroso.
    A Milano ricomincia dalla cronaca cittadina, ma a soli due anni di distanza viene spedito in Libia per scrivere della nostra guerra. Ad un mondo senza tv che a malapena ascolta la radio, Fraka raccontai fatti e lagente in un modo che ad altri non era riuscito, suscitando gelosie perfino in Luigi Barzini e l'apprezzamento di Luigi Albertini. Che lo manda in Svezia e in Turchia, tra il '15 e il '18 a seguire la Grande Guerra.
    Diaz, che vuol recuperare il dialogo coi suoi soldati, favorisce proprio allora la nascita dei giornali di trincea. La Tradotta, per quelli della Terza Armata,viene affidata a Renato Simoni, stimata firma della cultura al Corriere, e all'editore mantovano Arnoldo Mondadori. Di Fraccaroli è la rubrica più letta: Lettere del soldato Baldoria (alla morosa). Mentre descrive di quelle battaglie, della ritirata da Caporetto e della resistenza sul Piave.
    Nel '19 lo mandano in Ungheria a seguire la rivoluzione bolscevica; poi va in Spagna, nel Medio Oriente e negli Stati Uniti, in Sudamerica e in Africa, in Cina e nel '37 in Giappone. I suoi innovativi reportage vengono raccolti in 10 volumi, 16 i libri di viaggi e altrettante le biografie, 34 fra romanzi e saggi, 32 commedie. Antonio Gramsci, critico teatrale a Torino, lo considerava un incapace. Anche per invidia, s'immagina: la commedia Siamo tutti milanesi ha avuto 300 repliche, La dolce vita altrettanto successo al teatro Valle di Roma (il titolo sarà ripreso da Fellini per il suo magico film). Di Puccini era grande amico.
    Ma il lato umano e personale di Fraccaroli è di altro segno. Innamorato, marito e padre poco presente, è sempre stato donnaiolo impenitente che inseguiva le grandi signore come le domestiche. Era invece legatissimo alla madre. Diventò amico dell'arcivescovo Montini e di Fogazzaro. Ha guadagnato molto e molto è stato prodigo, lasciando denaro ai tipografi del suo giornale, ai mutilatini di don Gnocchi, alla Pro Juventute per la polio.
    Nel giugno del 1956 il Corriere mandò Indro Montanelli a far la cronaca del suo funerale: c'era la folla di quelli usciti dalle botteghe e dagli uffici, dai conventi e dalle scuole, “il pubblico che noi giornalisti non conosciamo ma per il quale scriviamo”.
    La biografia di Arnaldo Fraccaroli grande cronista non poteva esser scritta che da un cronista autentico ed esperto come Giampietro Olivetto, autore de La dolce vita di Fraka, pubblicato da All Around con prefazione di Gian Antonio Stella. Vicentino, anche lui ha cominciato a scrivere sui giornali veneti, poi a lungo per Il Mattino di Napoli, caporedattore della Rai in Parlamento. Da sempre collaboratore del settimanale Oggi.
    Belle pagine, tratti della vita di Fraka inseriti nell'ampia antologia. Andavano scritte.
     
    LA DOLCE VITA DI FRAKA
    do Giampietro Olivetto

    All Around 

  • "NESSUN PASTO E' GRATIS"
    LO SANNO A PALAZZO CHIGI?

    data: 01/08/2019 23.18

    Non so se Salvini e Di Maio, magari senza farlo sapere, abbiano letto l'agile e limpido testo di Lorenzo Forni (Nessun pasto è gratis, il Mulino, pag.140, 14 euro)  sulla crisi italiana: sulle illusioni alimentate dalla politica senza tener conto dei dati macroeconomici, sulla vendita di fumo che immancabilmente fa pagare agli altri il conto più salato. Lo “stellone” su cui puntano politici improvvisati e furbastri, irritati con quegli economisti che rappresentano la realtà irriducibile dei fatti. Il dito e la luna.
    Forni insegna politica economica all'Università di Padova, dopo aver lavorato per quasi vent'anni fra Banca d'Italia a Roma e Fondo Monetario Internazionale a Washington. E' anche segretario generale di Prometeia, autorevole Centro studi bolognese nato nel 1974 da un'idea di Beniamino Andreatta e guidato in seguito da Romano Prodi, oggi società di consulenza che opera nel mondo con 800 addetti.
    Quando gli elettori chiedono l'impossibile, per non perderne il consenso i politici sono indotti quantomeno ad assecondarli: a parole, ma poi anche con programmi temerari e passi conseguenti. Gli studiosi di macroeconomia avvertono invece che i conti con la realtà puoi soltanto rinviarli, mascherarli, sottrarli all'attenzione. Ma alla fine, la spesa pubblica in disavanzo non ripagandosi da sola, si ripresenta nella sua brutale nitidezza, e a farne le spese è soprattutto la gente comune.
    Così Forni mette il dito sulla piaga macroeconomica della modernità, con linguaggio comprensibile da qualsiasi cittadino. E lo fa con molta efficacia, rendendo davvero utile, se non indispensabile, la lettura di queste sue pagine per noi cittadini non economisti.
    In positivo, l'Autore indica anche la possibile via d'uscita dalle difficoltà politiche legate alle ricorrenti crisi economiche. Non senza aver portato l'esempio - e le conseguenze nefaste collegate - di Paesi come Argentina, Grecia, Spagna, Bielorussia ed Egitto, quando hanno ignorato i vincoli di bilancio imboccando strade illusorie: crisi peggiorate e conti più salati a maggior danno dei più deboli. Al contrario, il recupero dello sviluppo arriva – dentro l'Europa - se si rinuncia all'aumento della spesa corrente, incrementando invece gli investimenti sull'istruzione, sul mercato del lavoro e le infrastrutture. Che daranno vero progresso, anche se in tempi più lunghi.
    E qui il bandolo torna in mano alla politica e ai politici, che anzitutto devono “raccontarla giusta” agli elettori: senza prospettare soluzioni facili ed illusorie, aiutarli innanzitutto a farsi il quadro esatto della situazione e le vie di uscita efficaci. Avendone così un vero consenso elettorale. In economia non può esserci il free lunch: E nemmeno in politica.

     

  • SGORLON, UN GRANDE
    EPPURE DIMENTICATO

    data: 19/07/2019 19.02

    E' stata una delle voci più alte della cultura italiana recente. Eppure Carlo Sgorlon, morto dieci anni fa, è letteralmente scomparso: ignorato, dimenticato. Era nato nel 1930 da gente modesta del Friuli, e cresciuto fra mille difficoltà. Ma, sapendo bene che cosa fare da grande, puntò subito al bersaglio grosso: a partire dalla Normale di Pisa, entrato per concorso e frequentata con borsa di studio, laureandosi a pieni voti. Compagni di corso Pietro Citati, Luciano Bianciardi, incontri con Carlo Levi, Italo Calvino e Mario Tobino.
    Volendo diventare uno scrittore e non potendo certo campare dei diritti d'autore, concorse per una cattedra d'Italiano dell'Istituto Agrario di Pozzuolo del Friuli. Assicurata così una dignitosa esistenza per sé e la sua famiglia, essendosi sposato nel frattempo, poteva dedicarsi con una certa serenità alla scrittura.
    Uomo tranquillo e modesto, si teneva lontano dalle dispute politiche come dai clan letterari, continuando invece la frequentazione e lo studio della più alta letteratura universale, ed alimentando una puntigliosa riflessione personale sui due fronti che lo affascinavano: la scienza dell'universo e la cultura contadina. “Così come impari e fare il fabbro, l'informatico, l'idraulico, così impari l'arte della scrittura, che contiene un aspetto artigianale affascinante”, affermava Sgorlon.
    Con tale assiduità riuscì a pubblicare una trentina di romanzi e alcuni saggi, superando i tre milioni di copie vendute e ottenendo il plauso di un critico eccelso come Carlo Bo. Iniziando da Il vento nel vigneto del 1970; tredici edizioni e divulgato nelle scuole. A seguire La luna color ametista che si ispira alla poetica di Leopardi e Fellini, Il velo di Maya, Il trono di legno (26 edizioni) La conchiglia di Anataj, L'armata dei fiumi perduti dedicato alla tragedia del popolo cosacco (premio Strega 1985), La Foiba grande.
    Carlo Sgorlon è anche l'autore di moltissimi articoli sull'attualità, assai apprezzati per l'acume delle riflessioni. Ho avuto il privilegio di portare la sua firma su Il Gazzettino, nella falsariga di quanto faceva Carlo Bo per il Corriere.

    (Per l'autobiografia: Carlo Sgorlon, artigiano della parola, a cura di M. D'Agostini e F. Fabbro – Edizioni Forum) 

  • E CON ALDO MANUZIO
    NACQUE L'EDITORIA

    data: 09/06/2019 18.33

    Calati in Italia Carlo VIII nel 1494 e Luigi XII sei anni dopo, esportando tra noi lo scontro fra i Valois e gli Asburgo, eliminavano del tutto l'indipendenza politica degli stati della Penisola. E per la prima volta, qui tra noi, avevano massicciamente impiegato le armi da fuoco. In quel “notturno d'Europa”, Erasmo da Rotterdam e altri umanisti combattevano invece la loro battaglia per la conoscenza e le humanae litterae. Come loro credendo “fermamente che far circolare idee e saperi universali equivalga a costruire argini alle armi”, Aldo Manuzio a Venezia dava l'avvio alla storia del libro e dell'editoria moderna.
    Notoriamente benemeriti per la pubblicazione a Firenze di libri d'alta cultura, gli editori Leo S. Olschki (di recente è scomparsa Costanza) presentano ora Aldo Manuzio e la nascita dell'editoria; a cura di Gianluca Montinaro, nella collana della milanese Biblioteca di via Senato. Una biografia a più e dotte mani, dalla quale emerge bene lo spessore culturale dell'uomo: nato a Bassiano Romano nel 1450, giovane istitutore di Pico della Mirandola, approda sulla Laguna – dove tante tipografie ne fanno già il maggior centro in Europa – per diventare l'editore dei libri più belli, ricercati e diffusi nel mondo d'allora.
    E vi approda come uno che conosce a fondo le criticità del tempo, studiando e scrivendo; e si afferma come uomo d'affari negli investimenti su autori e testi, con una stampa tutta innovativa per i caratteri (suo è il corsivo) e per il formato dei libri (suo il tascabile). L' Hypnerotomachia Polifili, col marchio dell'ancora avvolta dal pesce, è ancor oggi considerato uno dei libri più belli mai stampati. Lo consacrò l'arrivo in casa sua (per dieci mesi nel 1507) di Erasmo, che voleva rivedere i propri scritti sulla base delle vaste fonti greche e latine presenti a Venezia; e stampò presso di lui la raccolta di quegli Adagia che diventò unodei best-seller europeidel XVI secolo.
    PerfinoTommaso Moro, cancelliere d'Inghilterra, scriveva nell' Utopia come nella sua pur lontana isola gli unici libri che i concittadini colti possiedono e leggono sono le opere degli autori greci “nei caratteri minuscoli di Aldo”. Nel 1495, quando esce dai suoi torchi il primo volume degli Erotèmata di Costantino Lascaris (portatogli da Pietro Bembo da Messina), Manuzio nella prefazione rende esplicito l' intento di”Dedicare tutta la vita all'utile dell'umanità. Dio mi è testimone che nulla desidero di più che giovare agli uomini”.
    E' lui l'inventore della professione dell'editore moderno. Accantonata l'idea medioevale del libro manoscritto, adorno di miniature e in grande formato; lui presenta invece un testo rigoroso e maneggevole, con la numerazione delle pagine e con l'indice (altre sue invenzioni). Nella produzione veneziana del periodo di Manuzio, il censimento dell'Istituto Centrale per il Catalogo Unico segnala 1414 libri: le aldine sono soltanto 131, il 3,8%. Manuzio non puntava sulle quantità ma sulla qualità e l'innovazione.

    Nel celebre dipinto del 1475, Federico da Montefeltro è raffigurato davanti a un poderoso volume. Avendo invece lavorato a Venezia e toccato con mano il prodotto di Aldo Manuzio, Giorgione nel 1502 già pone un volume dipiccole dimensioni e raffinata legatura nel suo Ritratto di giovane con libro verde. 

  • PRIGIONIERI E CONDANNATI
    NELLA GRANDE GUERRA

    data: 18/05/2019 21.09

    Le più battute vie politiche e militari non raccontano bene i grandi conflitti, quantomeno sottovalutano le storie delle società che ne sono coinvolte, quasi sempre subendoli. Sull'esempio di Fernand Braudel, Alberto Monticone ne ha invece perseguito un'altra: la storia dei prigionieri e degli internati civili nella Grande Guerra 1914-1918, con le inedite missioni umanitarie di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, della Santa Sede e dell'ateneo di Friburgo, delle delegazioni religiose. Contiene anche la storia del giornale La Scintilla, redatto dai prigionieri italiani in Austria-Ungheria concentrati a Sigmundsherberg, il crocevia ferroviario fra Vienna e Praga. Che raggiungeva i 120 mila soldati e alcune migliaia di ufficiali.
    Dopo le cattedre di Messina e Perugia e l'approdo a Roma - scienze politiche, accanto ad Aldo Moro e Vittorio Bachelet - con le relative e sempre elevate pubblicazioni, Monticone offre ora alla nostra lettura La prigionia nella Grande Guerra pubblicato da Gaspari. E' il seguito de La croce e il filo spinato pubblicato con Rubbettino nel 2013. Ed esce anche, sempre da Gaspari, Il regime penale nella Grande Guerra; parte del volume, pubblicato da Laterza nel 1968 e scritto a quattro mani con Enzo Forcella, dal titolo Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale.
    Senza.arrivare alle efferatezze del secondo grande conflitto come Auschwitz, in quelle improvvisate “città di legno” milioni di persone,- prigionieri ed internati, appunto - patirono violenze e malattie (delle quali scrive Giovanna Monticone, la figlia medico), stenti e fame. La fotografia di pag. 245, coi prigionieri che vanno al bagno dopo i lavori al fronte, ne è la rappresentazione drammatica.. Eppure se n'è sempre saputo troppo poco.
    Per iniziativa dell'ex ambasciatore americano Bellamy Storer e di papa Benedetto XV, nato l'ufficio prigionieri del Vaticano con collaboratori dentro le nunziature e fra i cappellani militari, la Croce Rossa internazionale e la mente strategica interconfessionale nell'ateneo svizzero, si riuscì innanzitutto a disegnare la straripante mappa (in Africa oltre all'Europa) della prigionia, a conoscerne lo stato tanto dilagato quanto grave, a mettere in contatto i prigionieri con le loro famiglie, i modesti soccorsi. Un'attività che andò avanti per anni, non mesi; coinvolgendo alcuni milioni di persone. Le relazioni dei delegati della CRI e delle Crocerossine sulla vita nei lager e le violazioni dei diritti umani sono documenti spesso davvero terribili.
    L'altra pagina poco conosciuta riguarda la giustizia sui militari. Le regole erano quelle del codice penale militare (ereditato dall'ultima guerra del Risorgimento italiano!), i bandi del comando supremo e i controlli-istigazioni del medesimo sui singoli processi. Senza contare le esecuzioni sommarie. Gli errori e gli insuccessi che venivano attribuiti dai comandi ai militari sottoposti (in realtà applicavano gli ordini), fino a quel bollettino del 27 ottobre 1917 che il Governo pensò bene di bloccare. Anche da ciò la nomina di Diaz al posto di Cadorna.
    Dopo l'edizione del 1968 di Forcella e Monticone seguirono altri studi attenti ed autorevoli, di Giorgio Rochat e Mario Isnenghi, Giovanna Procacci e Bruna Bianchi, Antonio Gibellli e Paolo Gaspari; Irene Guerrini e Marco Pluviano che hanno portato alla luce il terribile rapporto sulle fucilazioni sommarie steso dall'avvocato generale militare Donato Antonio Tommasi nell'estate 1919. 300 giustiziati senza processo e 750 giudicati, non contando quelli estratti a sorte..nei battaglioni sconfitti.
    Il confronto fra l'amministrazione della giustizia militare italiana e quella di altri Paesi è stata particolarmente studiata dall'università di Innsbruk. Vi emergono, ben più che altrove, le gravi pressioni dei nostri alti comandi su tribunali e giudici, l'ampia libertà di repressione per gli ufficiali sui militari sottoposti. Il volume pubblica, a cura di Giorgio Milocco, anche il diario del col. Mocali, presidente del tribunale di guerra di Cervignano, sede del comando della 3a Armata e del duca d'Aosta. A distanza di tanto tempo, scavare nelle macerie ancora inesplorate della Grande Guerra vuol dire far luce su eventi mai trascurabili di una immane catastrofe storica, aggiungere una tessera ad un già tetro mosaico. 

  • QUEI 264 GIORNALISTI
    CADUTI NELLA
    GRANDE GUERRA

    data: 31/03/2019 21.55

    Nella storia della Grande Guerra, a cent'anni dalla sua conclusione, questo libro risponde ad un quesito e colma un vuoto significativo: quanti giornalisti vi sono morti? Riferendo che sono stati ben 264, con tanto di nomi e cognomi, buone o minute note biografiche. Giornalisti di varia qualifica, com'era all'epoca quel lavoro; spesso firme di giornali e giornaletti che poco o nulla hanno a che vedere con i quotidiani ed i settimanali di oggi, le radio e le televisioni. Pionieri di un mestiere che è diventato nel frattempo una professione.
    Il merito è degli autori: Pierluigi Roesler Franz ed Ernesto Serventi Longhi, giornalista di lungo corso il primo e giovane storico il secondo; che hanno lavorato con l'appoggio della Fondazione Murialdi e dell'Ordine dei giornalisti. Martiri di carta - i giornalisti caduti della Grande guerra è pubblicato da Gaspari, editore vero specialista in questo filone della storia italiana.
    Detto meglio: intellettuali in guerra, molti ventenni che avevano appena cominciato a scrivere su giornali e riviste, sovente con ambizioni culturali più che professionali-giornalistiche. E però talvolta con nomi poi affermati, come Stuparich, Serra, Battisti, Gallardi, Boccioni, Niccolai, Umerini. 264 storie di persone, i dati salienti,uomini in divisa e anche in trincea: ma pagine di storia inedita, ancor più utili agli storici di mestiere. Emergono bene le ragioni etico-politiche per le quali andarono in guerra, appoggiarono il conflitto.
    Erano segnali del desiderio, emergente in tutta Europa, di partecipare alla cosa pubblica. E quella guerra ne segnò lo spartiacque culturale. Pur appesantiti da assetti proprietari non originariamente editoriali, i grandi giornali italiani come il Corriere della sera, La Stampa e il Giornale d'Italia, diretti da Luigi Albertini, Alfredo Frassati e Alberto Bergamini, ne furono i testimoni più consistenti, con l'ampio impegno e la pluralità delle opinioni: Lì è cominciata la crescita in qualità del giornalismo e dei giornali. Specchio obbligato delle ragioni e modalità del conflitto, anche delle censure militari, ma avvio di un'informazione più addentro i fatti, più compiuta.
    Con Diaz cambia l'atteggiamento verso i soldati, nell'ufficio stampa entrano Ugo Ojetti e Lucio Lombardo Radice; nascono i giornali di trincea, li guidano e vi emergono i giovani Renato Simoni, Arnaldo Fraccaroli e Arnoldo Mondadori. Collaborano firme illustri come Gaetano Salvemini, Emilio Cecchi, Gioacchino Volpe, Ardengo Soffici, Giorgio De Chirico,Giuseppe Ungaretti, Curzio Malaparte, Salvator Gotta e Grazia Deledda.
    Franz ricostruisce le tappe spesso fortuite dell'elenco. Il 24 maggio 1934 al circolo della stampa di Roma (a palazzo Marignoli, tra san Silvestro e il Corso) Mussolini inaugura la lapide che li ricorda con 83 nomi. Lapide fortunosamente ritrovata l'11 maggio 2011. Di qui la spinta a cercare altro, con la collaborazione del prof. Luciano Zani - università di Roma. In sette anni di ricerche scovati altri 181 nomi e le loro biografie, i caduti delle varie testate, luoghi di nascita, decorazioni.
    Molto belle e preziose per comprendere questi uomini le immagini a corredo. Volti, gruppi, copertine disegnate per i grandi settimanali. 

  • TAMARO, L'AUTOBIOGRAFIA

    data: 09/03/2019 10.11

    Il dialogo col poeta Pierluigi Cappello in sedia a rotelle e scomparso da poco, rari incontri e lunghissime telefonate, esprime l' idea di chi vive della scrittura ed è esposto alla variabile accoglienza dei lettori, le criticità del mondo, le superficialità dei giornalisti e delle loro interviste. Nel libro leggero di Susanna Tamaro Il tuo sguardo illumina il mondo, ed. Solferino.
    Ma in queste pagine di vita affiora soprattutto quella di lei, nata in una malconcia famiglia triestina; l'adolescenza disorientata da genitori che s'aggiravano smarriti e “facevano i figli perché andavano fatti”. Il padre che “procurava guai e organizzava truffe. Eppure io l'ho amato lo stesso...mi sono presa cura di lui nella mia età adulta”. Mia madre lo pianta e va con un altro.
    Gli studi a Udine: Cappello all'industriale e Tamaro alle magistrali, per imparare presto dei mestieri. E poi lo sport: centometrista l'uno, giavellotto per l'altra. Alla fine dell'asilo la maestra le aveva pronosticato l'approdo “in un ospedale psichiatrico”. Da ragazza nessun interesse per minigonne, trucchi, chiacchiericci intriganti. Soffre della sindrome di Asperger, necessita di una compagnia che la guidi. Lei, che voleva studiare zoologia, spinta dalla nonna vince il concorso entrando invece al Centro Sperimentale di cinematografia. Respira l'aria di Roma, nel 1977 fa l'aiuto regista di Salvatore Samperi.
    “La mia grande aspirazione era vivere una vita normale, sposarmi ed avere sei figli, resi felici perché colmati d'amore. Aspirazioni non realizzate”. Si dà alla scrittura e scopre che “scrivere costa sempre e comunque un'enorme fatica fisica ed emotiva”, ma scrivere è anche “la valvola di sfogo per sopravvivere. La poesia è stata il mio nutrimento. I libri salvano la vita, alimentando la vita interiore”.
    Nel 1981 scrive il primo romanzo Illmitz, rifiutato dagli editori, che uscirà nel 2014. Marsilio pubblica nel 1989 La testa fra le nuvole. S'ammala ai polmoni e va per curarsi ad Orvieto dall'amica Roberta Mazzoni; più avanti comprerà il casale a Porano col baracchino - studiolo fra gli alberi. Qui scrive Và dove ti porta il cuore. E' il 1994, la criticamilitante l'accoglie male ma venderà nel mondo15 milioni di copie. E la Comencini ne farà un film. Ha scritto anche tanto sui giornali, pubblicato parecchi altri libri. Crede in Dio ma non è cattolica.

    Da ragazza era andata a Grado per incontrare Biagio Marin. Il poeta le aveva detto: “La sua vita è la poesia”. Questo libro è “l'ultima pietra che portavo nella mia gerla, la più pesante... Ho dovuto cercarla... nascosta tra le foglie”. Lì c'era la grande libertà interiore, un saggio uso della vita, la parola che si nutre nell'ombra. 

  • GALASSO, STORICO OPEROSO

    data: 12/02/2019 18.09

    Se n'è andato giusto un anno fa, a 88 anni. Pochi se lo rammentano. Eppure, Giuseppe Galasso era di certo una persona non comune: figlio di povera gente, fattosi con le sue mani, allievo della prestigiosa scuola storica napoletana di Benedetto Croce, insegnante assistente e poi ordinario di storia moderna alla Federico II. Strada facendo ha scritto molto sul Meridione, e dal 1979 ha diretto la monumentale Storia d'Italia della UTET, 33 volumi con le più belle firme degli storici italiani.
    L'ultimo insegnamento, da pensionato oramai, è stato per gli allievi del Suor Orsola Benincasa, università di casa Croce. Sovente la sera del mercoledì non tornava a Pozzuoli, preferendo dormire al Britannique e cenare coi colleghi amici che venivano da fuori ed erano ospiti dell'ateneo. Sempre vitale e gioviale, in quelle occasioni condivideva il frutto delle sue esperienze e manifestava più nette le sue opinioni. In particolare lamentava la crescente crisi della storia, l'emarginazione sociale.
    L'identità e le funzioni di questi studi, per l'attuale contesto culturale e civile, andavano perdendo valore, avevano sempre meno spazio come dimensione dell'uomo e del mondo, nell'identità europea, affermandosi invece oltremisura la sociologia. Ritenuta ininfluente per l'istruzione e la formazione dei giovani, la storia è confinata in un angolo sempre più ristretto dei programmi scolastici. Nonostante abbia dato man forte nella formazione della cultura sovranazionale e contribuito grandemente a delineare l'identità del cittadino d'Europa. Così degli storici andava in ombra il ruolo sociale. Tante di queste sue riflessioni finivano sulle pagine del Corriere della sera, per cui ha scritto a lungo.
    Galasso s'è impegnato anche nelle istituzioni, come consigliere ed assessore comunale, presidente della Biennale di Venezia, deputato e sottosegretario ai Beni culturali. Sua è la prima legge per la tutela dell'ambiente. Era nel partito repubblicano, ma non “faceva politica”. Da laico, aveva un suo spirito di servizio ammirevole. Suo figlio ha detto:”Mai visto papà inoperoso”. 

  • STORIA DI ANDREOTTI
    UN ESEMPLARE UNICO

    data: 29/01/2019 14.09

    Un personaggio da “maneggiare con cautela”, come aveva imparato Massimo Franco a Londra dalla frequentazione dell'International Insitute for Strategic Studies. Il più conosciuto, anche all'estero, fra quelli che contavano; mezzo secolo dentro il potere governativo in Italia e primo referente degli orientamenti vaticani; recordman delle preferenze elettorali e buon amico del miglior cinema romano. Apripista (al rapimento di Moro e col consenso del Pci) di quel compromesso storico che aveva sempre avversato come improponibile. Incalzato dai magistrati di sinistra eppure assolto nei due grandi processi intentatigli nel tempo. Giornalista fine e ironico, ben disposto sia coi colleghi a Montecitorio che in privato. Aggiungo: gli piaceva, incalzato, animare un dibattito anche malizioso alla presentazione dei suoi libri.

    Ciononostante la biografia di Giulio Andreotti, che Massimo Franco ci ripropone tanto bene aggiornata, è davvero un modello. Per aver scavato in ogni dove, fino al minimo dettaglio; mettendo tutto e perfino di più, in queste cinquecento pagine tanto dense di sostanza quanto leggere nel dipanarsi del racconto. C'è lo studente di modesta famiglia ciociara e il presidente della Fuci, l'amico di don Battista (Montini) e di Pio XII, il giovanissimo fidato braccio destro di De Gasperi, il principiante uomo di governo ed il paziente raccoglitore dei voti di preferenza che batte con sistematicità il basso Lazio. Il fidanzato e lo sposo di una signora colta e decisa quanto invisibile, il papà di quattro bravi figlioli. Così esposto sotto i riflettori della scena pubblica quanto capace di proteggere il suo privato.

    Anche il titolo - C'era una volta Andreotti  Ritratto di un uomo, di un'epoca e di un Paese editore. Solferino - è da maneggiare con cautela. “La biografia di una persona e di un'Italia che ormai appartengono al passato”, avverte l'autore. Mano a mano che Franco con inglese determinazione e leggerezza li racconta, suscita invece nel lettore l'interrogativo su quanto di quell'Italia più profonda, superficiale e plaudente, si sia dilatato. Fino a darci un governo che parla tanto ed opera poco; giusto a “beneficio” di quel Paese che era in cima ai pensieri di De Gasperi e di Einaudi, di Togliatti, Nenni (un po' meno) e Saragat, La Malfa e Malagodi, Fanfani e Moro. Andreotti, che era per tanti versi un uomo solo e non aveva mai cercato la segreteria democristiana, è cresciuto in mezzo a questi personaggi, diventando a sua volta rilevante uomo di governo. Con un di più, tutto personale, sul fronte internazionale. Gli piaceva fare il ministro degli esteri, aveva stretto solide relazioni con molti fra i grandi della Terra. Fu lui a far aprire le porte degli Stati Uniti d'America al comunista Giorgio Napolitano, e a farlo tanto apprezzare da essere invitato laggiù ai semestrali incontri più riservati.

    Franco è stato molto abile a raccontarci tutto questo: di più non era possibile, perché Andreotti non voleva che di sé più di tanto si conoscesse. E ne aveva ben diritto. Ma è proprio dentro la parte nota, così discussa allora ed ancor oggi, della politica andreottiana che non sempre si riesce a far luce abbastanza. I moventi e gli obiettivi rimangono non di rado celati, financo i risultati. E' la sua idea, pessimista più che cinica, della politica dispiegata nella pratica: si fa quel che si può; proporsi altisonanti mete è dir parole, non certo perseguire i risultati possibili. Lo disse e lo dimostrò a papa Pio XII come a Berlinguer, ai governi stranieri e ai colleghi ministri, ai suoi elettori di Alatri e della Ciociaria.

    Così essendo il personaggio, è ben difficile abbia avuto eredi, nemmeno emergeranno imitatori. Un “esemplare unico”, dice a ragione l'ottimo autore di questa pregevole biografia. E per un giudizio storico più compiuto sarà ragionevole guardare più avanti.

        

  • LA VERSIONE DI MICHELLE

    data: 06/01/2019 18.46

    Alle 107 donne, espressione di etnie e religioni ben differenti ora entrate nel Congresso americano, è stata Michelle ad aprire la via dieci anni fa. Essendo nata nel South Side di una grande città, fra gente modesta e tanti immigrati. Crescendo poi coi genitori Fraser e Marian Robinson, che le insegnano la schiettezza e il coraggio; e col fratello maggiore Craig, campione di basket. Coi vicini di casa, la gente in chiesa, il quartiere anonimo.
    La svolta - come racconta lei stessa in Becoming. La mia storia, Garzanti - avviene decidendo di studiare a Princeton, fra tutti bianchi e altolocati, per laurearsi in legge. Lei unica nera, di origine modesta. Diventando però ben presto avvocato d'affari in un grande studio di Chicago e guidando il dottor Barack Obama come suo tutor professionale. Scegliendo un marito nato nelle Hawaii, con evidenti e mantenute radici africane; amandolo teneramente e poi aiutandolo, primo americano di colore, a conquistare la Casa Bianca.
    Non avendogli nascosto i dubbi ed i timori che nutriva fin dall'entrata nell'agone politico: sulle possibili conseguenze per un amore autentico ed esplicito come il loro, sul futuro professionale d'entrambi, sulla famiglia che avevano deciso di costruirsi. Lei non la vedeva così bene, anche se lui già mostrava una spiccata capacità di lettura del sociale, di proposta e di guida, occupandosi di un'organizzazione cittadina.
    Alla fine decidono per il sì e Michelle lo appoggia subito, chiedendo alla madre di aiutarla nella cura delle figliolette Malia e Sasha. Rientrando immancabilmente a casa per cenare con le piccole, coccolarle e metterle a dormire. E aspettando il marito per andare a letto. Non prima di essersi fatta raccontare la giornata e via via convincendosi, anche sulla base delle informazioni che aveva dal suo scranno professionale, che Obama sapeva muoversi bene nell'agone politico. Mettendo infine anche lei un piede nell'area pubblica come direttore dell'agenzia che aiutava i giovani a costruirsi una carriera nel settore pubblico, poi all'ospedale dell'università di Chicago in qualità di responsabile dei rapporti coi cittadini.
    Quel candidato tutto nuovo alla competizione elettorale dimostrava fin da subito la qualità dei valori pubblici che lo animavano, le proposte reali, chiare e fors'anche realizzabili, che esponeva ai cittadini negli incontri e nei comizi. Senza dar peso più di tanto alle perfidie dei concorrenti. Fino a conquistare il consenso e il voto dei cittadini che lo portano nel parlamentino dello Stato. Dovendo abbandonare la professione legale per far politica a tempo pieno e vivere il potere dall'interno, nelle ombre e nelle luci. Nel 2004 entra nel Senato degli Stati Uniti, nel febbraio del 2007 annuncia la candidatura alla Presidenza.
    Michelle non manca di fare la sua parte, aiutata da uno staff professionale, scopre il fascino della campagna elettorale girando fra gli elettori dell'America; ma spesso si rifugia sfibrata tra le braccia del suo grande amore. A gennaio 2009 Barack giura come Presidente sulla Bibbia che Michelle sostiene, avendo accanto le bambine di dieci e sette anni. Conosce Joe Biden, che diventerà Vice Presidente, e le rispettive famiglie entreranno subito in sintonia. La Signora del Presidente assume pure un ruolo pubblico, viaggia nel mondo ed entra perfino nelle simpatie della regina Elisabetta d'Inghilterra.
    Alla Casa Bianca sta defilata, instaura ottimi rapporti col personale ed i servizi segreti che proteggono la famiglia presidenziale, porta le bambine a scuola, nel parco pianta un bell'orto curato con le figlie (per promuovere una sana alimentazione), si prendono due cani. Scappa una sera col marito a New York per uno spettacolo ed una cena a lume di candela, riconosciuti dai tavoli vicini ma salutati con un applauso soltanto all' uscita. 
    L'incontro con Nelson Mandela, un mito di entrambi, le dice che i cambiamenti profondi hanno bisogno di tempi lunghi. Scopre l'ottimismo e la forza d'animo dei militari americani di stanza nel mondo e delle loro famiglie, che cerca di sostenere. Lasciata la Casa Bianca, il potere più alto del globo, scelgono di rimanere a Washington, per far proseguire alle figlie la scuola e mantenere le amicizie.
    Questo libro (*), bello e perfino intimo, racconta bene la vita e le vicende dei due Obama. Ma rappresenta allo stesso tempo una straordinaria lettura della società e della democrazia americane, osservate e vissute dall'interno. Del suo radicamento su valori profondamente condivisi, di come girino le informazioni e le opinioni, delle scelte possibili in capo alle singole persone. Le basi autentiche della prima democrazia parlamentare repubblicana apparsa sulla nostra Terra.