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PAOLO SCANDALETTI

  • MONTANELLI, LIBERO
    E ANARCO-CONSERVATORE

    data: 03/09/2021 15:45

    Nel ventesimo anno dalla sua scomparsa, questo libro a più mani di tanti illustri colleghi ricorda Indro Montanelli facendone un ritratto a tutto tondo, per il retro e per il verso. Una biografia “scavata” quanto affascinante dell'uomo e del giornalista, che si legge d'un fiato. A cura di Pier Luigi Vercesi, porta le firme di Ferruccio De Bortoli, Paolo Mieli, Sergio Romano, Antonio Carioti, Gian Antonio Stella, Isabella Bossi Fedrigotti, Fernando Mezzetti, Dino Messina, Luigi Offeddu, Beppe Severgnini, Aldo Cazzullo, Donata Righetti e Giangiacomo Schiavi. (Il secolo lungo di Montanelli, Ed. Solferino, 200 pagine, 16 euro)

    Di sé diceva di essere un anarco-conservatore, quando in realtà è stato uno degli uomini più liberi dell'ultimo secolo. Fin da giovanissimo sapeva di voler scrivere, fare il giornalista, raccontare a modo suo il mondo, gli uomini e gli eventi. Negli anni Trenta era in Spagna – proprio in contemporanea con Hemingway – a riferire sulla Guerra civile per conto del Messaggero e la vittoria di Francisco Franco.
    Sarebbe passato poi in Africa, al seguito della sventurata spedizione italica, dove finì per sposare una ragazzina di colore: una cosa che a stento riuscirà a perdonarsi. Così come il coinvolgimento nelle vicende del regime, proprio lui che preferiva definirsi anarchico. In quel periodo cominciano a tormentarlo i primi attacchi di panico. Aveva collezionato due lauree, - in giurisprudenza e scienze politiche – con relativo perfezionamento alla Sorbona, l'esordio sul Frontespizio di Piero Bargellini, i reportage dal Canada per Paris-Soir e poi per l'United Press.
    Giuseppe Bottai lo mandò in Estonia per l'Istituto Italiano di Cultura, e di là poté viaggiare anche in Finlandia, Svezia e Islanda. Del '38 è l'approdo al Corriere di Bonelli, terza pagina; ma già l'anno seguente è inviato a Berlino e poi in Polonia, ad osservare da vicino il Fuhrer in guerra. Sempre raccontando gli eventi con luci e ombre, spesso scontentando i direttori. Al suo ritorno in Italia contatterà i membri di Giustizia e Libertà, i partigiani e Maria José, entrando in clandestinità insieme al altri amici milanesi e frequentando gli ambienti più improbabili. Per finire a San Vittore e uscirne grazie all'intervento discreto del card. Schuster.
    Al Corriere del dopoguerra col direttore Emmanuel dividerà la stanza assieme a Eugenio Montale e Guido Piovene. E da inviato in mezzo mondo scriverà reportage davvero esemplari per completezza e professionalità, senza risparmiare quel tocco ora ironico ora caustico caratteristico del suo stile. Per non dire della collaborazione – anonima – a Il Borghese di Leo Longanesi.
    Racconterà da testimone anche la rivolta anticomunista dell'Ungheria: era a Vienna e si precipitò a Budapest. Di là parlò di studenti e di operai in rivolta contro lo stalinismo. In quel periodo faceva coppia con Colette Rosselli, - con la quale divideva l'attico di piazza Navona – che avrebbe sposato un quarto di secolo più tardi. Mise mano allora anche alla sua Storia d'Italia, per La Domenica del Corriere diretta da Dino Buzzati, esemplare per sintesi e guizzi di genialità nella lettura di eventi e personaggi.
    Fu poi contro il centro–sinistra e questo gli comporterà la cacciata dal Corriere di Piero Ottone; nel frattempo aveva intrapreso l'autentica battaglia per salvare Venezia dall'acqua alta. E lì, come un cronista esordiente, girava per calli e campielli con tanto di notes e penne per farsi raccontare da residenti e bottegai i problemi della città. Articoli e reportage memorabili, senza riguardi per nessuno.
    A Paolo Mieli è affidato il racconto del rientro al Corriere della sera. Memore del licenziamento così brusco, a vent'anni di distanza si era adoperato per farlo tornare: nel frattempo l'esperienza al Giornale con Berlusconi sceso in politica era finita male, così con La Voce. A pranzo anche con Gaetano Afeltra, gli viene offerta la direzione del Corriere e poi la pagina del dialogo coi lettori. A qualche giorno di distanza Montanelli accetterà, proponendo di chiamarla La Stanza di Montanelli e chiedendo il rientro di alcuni colleghi. Eccolo dunque al Corriere, accolto dalla stima e dall'entusiasmo di tutti, per firmare la sua Stanza fino agli ultimi giorni, con l'aiuto di Lamberto Sechi.
    Della persona scrive con tratti affettuosi Ferruccio de Bortoli, in apertura di questo bel libro di testimonianze. Mancano le memorie di Marisa, che l'amò fino alla fine, le lettere ad Afeltra e a De Bortoli (distrutte?). Montanelli è venuto a mancare il 22 luglio del 2001, avendo stilato di suo pugno anche il necrologio. L'originale dei suoi testi porta tante cancellature e rifacimenti, tolte soprattutto le parole inutili. La sua amata Lettera 22 l'aveva destinata al Sindaco Albertini. Il papa polacco, che l'aveva voluto incontrare, non accettò che ne scrivesse; mentre dal predecessore Roncalli aveva ottenuto l'intervista nel '59. Era stato lui invece a rifiutare la nomina a Senatore a vita da parte del Presidente Cossiga.
    Nei terribili periodi di depressione di cui soffriva respingeva ogni contatto, anche in vacanza. Una volta, passeggiando a Cortina nei pressi dell'aeroporto, incontro Sechi che mi dice: Indro è in crisi, seduto a bordo strada e di là non intende muoversi. Con mia moglie torniamo indietro ed eccolo, rannicchiato nel suo cappotto – era d'agosto, il cappello calcato sulla testa. Marta lo chiama “Maestro... maestro!” e lui forse riconosce la voce, perché ci guarda con un sorriso e ci saluta. Un'occasione fortunata...
     

  • UN BELLO SCHERZO
    NELLA BELLANO DI VITALI

    data: 06/08/2021 20:06

    Per Antonio D'Orrico, l'autorevole critico del Corriere della Sera, dopo Camilleri “il re della letteratura italiana” è Andrea Vitali, che ha fatto di Bellano “la Vigàta lacustre”. E la permanenza dei suoi titoli nell'alta classifica lo sta a confermare, insieme al peregrinare dell'Autore nelle varie regioni d'Italia, per gli incontri almeno bisettimanali con lo stuolo degli ormai fedelissimi lettori.
    Sono l'occasione per vederlo in faccia - lui e la sorridente signora che quasi sempre lo accompagna – e per capire di che pasta sia fatto e di come nascano le sue disarmanti quanto suggestive storie di paese. E quanto lavoro per ridurre il linguaggio all'essenziale, con tocchi impressionistici che sembrano riprodurre il linguaggio quotidiano dei vicini di casa o dei frequentatori del bar, con relativo scambio di voci e perfino maldicenze.
    Chi, come me, ha avuto il privilegio di seguire tanti di questi incontri nel corso degli anni, lo può testimoniare: insieme allo sguardo di sorridente benevolenza con cui Vitali guarda all'Italietta un po' sprovveduta e ignorante dei primi decenni del '900. Lo stesso sguardo che riserva ai protagonisti delle sue storie, personaggi di paese di cui conosce il dritto e il rovescio, divenuti familiari anche al grande pubblico, capaci di coinvolgerlo dentro le vicende di Bellano come fossero vicende di casa propria. Fino a saper riconoscere certe increspature del lago o la direzione del vento.
    Ogni volta l'obiettivo è puntato su personaggi e vicende particolari. In questo caso (Un bello scherzo, editore Garzanti) sul povero maestro, fiero corrispondente del giornale di Como, messo nei guai da uno scritto che il regime ha considerato offensivo, tanto da essere prelevato dalla milizia e finire in carcere. Col solito contorno di capetti locali in orbace e fez che si considerano dei padreterni, l'incredulità della gente sulla reale colpevolezza del poveretto e l'intervento finale degli immancabili carabinieri che rimettono le cose al loro posto. Rendendo la libertà all'accusato ingiustamente.
    Ti sei rivisto il monsignore supponente, le tre sorelle pettegole, quella che soddisfa i bisogni sessuali dei paesani, le mogli rompipalle, il postino che vede tutto, il sindaco impettito, il lago sonnolento. E il lettore arriva a pagina trecento, attendendo la prossima storia a Bellano. Di Vitali.

    - - - 

    Un bello scherzo

    di Andrea Vitali
    ed. Garzanti

    pag 3000 18,60 euro

     

  • UN LIBRO CHE INSEGNA
    A OPERARE CON L'AFRICA
    NON PER L'AFRICA...

    data: 30/06/2021 17:09

    “La più grande organizzazione italiana per la promozione e la tutela delle popolazioni africane”, per farle “uscire dalle tenebre della sofferenza e lottare contro l'infamia del dolore”, scrive Claudio Magris nell'accorata presentazione di Quello che possiamo imparare in Africa di Dante Carraro con Paolo Di Paolo (Editori Laterza, 150 pagine, 18 euro). Da 70 anni impegnati in 41 Paesi con medici, infermieri ed ostetriche, quelli del CUAMM “non sono soltanto soccorritori, ma anche levatrici di un grande e tragico parto storico, l'Africa che si affaccia al mondo”.

    Tutto parte da Francesco Canova di Schio che, rimasto orfano a nove anni, venne fatto studiare dalla Lanerossi a Padova e una volta laureatosi lavorò come medico in Giordania per parecchio tempo: dal 1935 al '47, maturando l'idea del missionario laico. Al ritorno ne parlò al vescovo cappuccino mons. Girolamo Bortignon e insieme diedero vita nel 1950 al Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari: il CUAMM, per l'appunto. Affidandolo al giovanissimo prete Luigi Mazzucato, che lo guidò per mezzo secolo con l'appoggio, in Africa, di due professori vicentini: Anacleto Dal Lago e Giovanni Baruffa.
    La strategia dell'approccio diventa col tempo netta e definitiva: operare con l'Africa, e non per l'Africa; una distinzione non secondaria, cui ancora non sono approdate tante organizzazioni internazionali, che fanno piovere i loro interventi dall'alto: spesso concordandoli con le autorità se non beneficiando dei loro privilegi. “Con” l'Africa significa attrarre nel Collegio patavino aggregato alla storica Università tanti promettenti ragazzi africani, dare una vivace nota di colore alla comunità studentesca degli iscritti a Medicina. (Indimenticabili le partite di tressette del sabato sera con i ragazzi Kikuyu risalenti ormai a mezzo secolo fa).
    Dal 2008 a dirigere il CUAMM è Dante Carraro, medico dal 1987 e prete dal '91, dopo 14 anni di esperienza come vice di Mazzucato. Del quale ricorda, fra le tante iniziative, la spinta propulsiva alla legge italiana del 1971 che riconosce il servizio dei volontari e promuove la collaborazione con i Paesi in via di sviluppo, a partire dal settore molto precario della sanità africana. E cominciando dagli ambulatori territoriali e dall'assistenza alle donne gravide, abituate spesso a partorire nei campi. Ora ci sono ospedali, scuole per infermieri e ostetriche, l'avvio di facoltà locali di Medicina. Sempre senza proclami e con i piedi saldamente piantati a terra. E il 40% delle spese viene sostenuto dalle donazioni dei privati.
    Il don/doc. Dante Carraro non ama tanto sostare nel suo ufficio di Padova, ma ha trovato il tempo di raccontare questa straordinaria avventura del CUAMM per Laterza, con la collaborazione di Paolo di Paolo. Un preziosissimo libro che toglie il fiato a leggerlo: in un mondo spesso miope ed egoista, un esempio di lungimirante e lucido altruismo.


     

  • UNA RIVISTA DI CULTURA
    CHE ESCE DAL MONASTERO

    data: 07/06/2021 22:10

    E' uno dei monasteri più ambiti e longevi, con trenta e più monache di ogni parte d'Italia. Quasi tutte laureate, ingegnere compreso, hanno scelto la clausura in età ben adulta. Alcune dopo aver esercitato libere professioni o amministrato aziende di famiglia. Si mantengono con l'autogestione della casa e svolgendo per l'esterno lavori soprattutto informatici (non più cucito e ricamo per famiglie facoltose).
    Obbedienza alla Madre Badessa, eletta dalla comunità per tre anni, che poi torna ai servizi anche più umili, sulle orme di Santa Chiara. Di tanto in tanto la loro Federazione chiede qualche 'trasferta' per rimettere ordine nei monasteri in crisi di vocazioni o con età media troppo avanzata, per fondere comunità diventate esigue.
    Leggono i giornali e guardano i tg, hanno una consistente biblioteca, escono per votare o farsi curare all'ospedale o dal medico quando occorra. La loro chiesa è aperta al pubblico e la domenica alle 8 vi si celebra la Messa parrocchiale, animata dal loro canto soave. Ricevono in parlatorio parenti e amici, anche persone in crisi di fede, provate da guai personali o di famiglia. Coi loro volti sereni e sorridenti.
    Il Monastero francescano, fondato da Santa Chiara un anno prima che morisse nel 1252, ha avuto come tanti altri una storia travagliata: monache povere separate e con ruoli diversi da quelle di famiglia agiata (che spesso finivano in clausura per lasciare indiviso il patrimonio familiare), lotte tra le famiglie nobili per ottenere alla loro esponente il ruolo di badessa, per la gestione delle 80 fattorie agricole, il vessatorio periodo napoleonico, vescovi e clero tendenti a dettare ordini fino in casa loro...
    A otto secoli dalla fondazione, tuttavia, questo Monastero è diventato un'attrazione per donne forti e libere, consapevoli e determinate nella loro scelta di vita, proprio come Chiara. Se ne ha la netta percezione alla pronuncia dei voti solenni, la felicità con cui rispondono all'interrogatorio del loro Vescovo, ora del cardinale Bassetti.
    Da questa Casa di Città della Pieve, per molti versi rappresentativa dei monasteri italiani femminili, esce la rivista della loro Federazione, sulla quale scrivono vescovi e religiosi, sorelle di tutti gli Ordini e provenienze, studiosi, letterati e storici, destinata a raggiungere tutto il mondo. Con 64 pagine ogni due mesi si presenta Forma Sororum, copertina sempre uguale con “lo sguardo di Chiara d'Assisi oggi”. L'interno, splendido nelle illustrazioni, esprime una cultura alta della vita contemporanea, letta con il filtro della loro spiritualità, arricchita di citazioni poetiche e letterarie di ogni provenienza.
     

  • UNA STORIA DELL'EDITORIA
    ITALIANA: ADESSO C'E'

    data: 26/05/2021 18:30

    Sorprendente constatare che una storia del genere ancora non ci fosse: ci ha pensato una studiosa della contemporaneità che insegna a Milano, Irene Piazzoni, con un lavoro che dev'esserle costato qualche anno di lavoro soltanto per le ricerche (Il Novecento dei Libri. Una storia dell'editoria in Italia, Carocci editore). E che completa la fisionomia del Paese sul versante intellettuale, della creatività, e della produzione libraria. Lì dove si sono espressi imprenditorialità e inventiva di autori ed editori, gruppi culturali, riviste e partiti di casa nostra.
    A cominciare da Laterza a Bari nel 1901 e dalle riviste fiorentine di Papini e Prezzolini. La militanza culturale dell'Einaudi a Torino. In un Paese arretrato e a bassa scolarizzazione, con la conseguente scarsa abitudine alla lettura, il germogliare di un mercato coraggioso ma più che debole. In cui si affacciano in seguito anche Mondadori, Rizzoli e Feltrinelli. Mentre nel resto dell'Europa gli intellettuali si facevano ceto, fuori delle Accademie, nel dibattito pubblico e nei nuovi giornali. Secondo Ernesto Ferrero, animatore del Salone del Libro di Torino, quell'editoria “di cultura” e “di progetto” è stata la vera università degli Italiani. In seguito sarebbe arrivata quella “di profitto” finendo col prevalere. Ma intanto una parte nobile dell'intellettualità italiana si era pur fatta. Quando ancor oggi il 40% dei nostri connazionali non tocca un libro una volta chiusi quelli scolastici.
    Questa bella storia parte dal “laboratorio” del primo Novecento e della Belle Epoque per precipitare nella Grande Guerra. I libri degli anni seguenti accompagnano i primi passi della democrazia politica e dei neonati partiti, in un rigoglioso fiorire di personaggi, idee e programmi. Assai promettenti per un Paese che finirà invece irretito nelle trame di Mussolini, sedotto da scritti e slogan del fascismo.
    Dopo l'ultima Guerra l'aria buona torna a soffiare sulla cultura e nell'editoria repubblicana, la saggistica di pregio si fa valere e la narrativa allarga i confini anche con ottime traduzioni; il libro si fa strumento dell'industria culturale – dai tascabili alle edizioni di prestigio – per merito di grandi e piccoli ma preziosi imprenditori.
    Anche il Sessantotto trova ampia eco nell'editoria, che dà spazio e amplifica le voci più dissonanti, ma stimola il dibattito attraverso una saggistica spesso pregevole, guadagnando credito e lettori. Con produzioni supereconomiche e specialistiche, punta davvero a trasformare in lettore assiduo ogni italiano. E il traguardo migliore viene centrato dall'editoria per ragazzi, che hanno risposto a dovere e promettono ancor meglio per il futuro.
    Un bel lavoro, questo “Novecento dei libri”, molto utile per la storia d'Italia. Con una stesura un po' meno sofisticata (e che magari spiegasse i fenomeni letterari come “Va' dove di porta il cuore” di Tamaro o “L'Amica geniale” di Ferrante”) avrebbe anche maggiore gradimento fra non addetti ai lavori e la gente comune.

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    Il Novecento dei Libri. Una storia dell'editoria in Italia

    di Irene Piazzoni 

    Carocci ed.

    512 pag., 37 euro
     

  • QUI C’E' L’ALTRO VITALI
    QUELLO TUTTO VERO

    data: 30/04/2021 17:24

    Le storie del maresciallo Maccadò, che tanto successo hanno procurato al loro Autore, sappiamo bene quanto siano ottimamente congegnate. Questa storia Vivida mon amour, invece, esce dal vissuto di Andrea Vitali (e sarei perfino tentato di chiedere alla signora quanto vi sia di biografico..). Non a caso questi brevi e succosi racconti sono stati dirottati su Einaudi, a scanso di equivoci: non creiamo scompiglio nelle schiere degli affezionati lettori, avranno detto alla Garzanti..
    Leggendo le gustosissime pagine il lettore riconoscerà qualche parte di sé, dei primi ed impacciati approcci amorosi, le incertezze ed i contrattempi, i rientri a casa sovraccarichi di interrogativi, che impediscono di ritrovare il sonno dopo tante attese andate regolarmente deluse. Peggio ancora nel confronto con la disinvolta sicurezza di lei, fioraia di mestiere ma in grado di farti “sballare” alla sola vista delle sue caviglie... Il dottorino agli esordi si trova a balbettare avventurandosi su quei sentieri sconosciuti, scoprendosi imbranato e soccorso soltanto dai consigli del camionista che l'ha raccolto pietosamente e gli insegna l'abc del corteggiamento.
    Un racconto talmente perfetto nelle sfumature e nei dettagli che è impossibile non attribuirlo alle esperienze giovanili dell'Autore. E questo costituisce una “presa narrativa” in più, perfino per la sua consueta scrittura nitida e pulita, la pennellata impressionista che tutti conosciamo. Oltre, appunto, al processo di identificazione che porta il lettore a chiedersi come andrà a finire. Tifando per lui: vai, chè ce la fai... (e del resto così sarà).
    Tutt'intorno il lago che Andrea Vitali ci ha reso ormai familiare, con le strade, i paesini, i locali dove sostare... Raccontato sempre con quella leggerezza che Italo Calvino raccomandava a chiunque si mettesse in testa di scrivere. E molto più attuale.
    Vivida poi (anzi: Viviana – Vivina – Vivida ) fra i tanti nomi originali e fantasmagorici del Nostro autore, è praticamente inarrivabile: battendo persino la maestra Venirà.

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    Andrea Vitali

    VIVIDA MON AMOUR

    130 pag. - 15 euro

    Einaudi editore

     


     

  • LA STORIA DI VENEZIA
    E DELLA SIG.NA CROVATO

    data: 29/03/2021 12:21

    L'altra faccia della storia recente di Venezia, allo scadere dei 1600 anni dalla sua origine. Raccontata da un 'coro' di voci locali, narra vicende quotidiane della gente anonima che gremisce calli e campielli, frequentando le botteghe di artigiani e commercianti. Quando ancora è usuale scambiarsi un saluto incontrandosi per strada, importante osservare le buone maniere, mantenere le tradizioni e darsi una mano fra vicini nei momenti di difficoltà. E quando ancora non c'è la ressa dei turisti, il passaggio nel Canal Grande delle navi che guardano San Marco dall'alto in basso. E nemmeno i più bei palazzi diventati proprietà dei ricchi del mondo, che li aprono per le grandi occasioni.
    Il filo conduttore è quello biografico: la vita di una ragazza veneziana, che trascorre dimessa e quieta fino ai diciotto anni, quando viene assunta alla Biennale. In mezzo la Seconda Guerra Mondiale con i bombardamenti, il fascismo e i suoi miti, la Resistenza e i suoi valori, lo sfollamento in campagna nel padovano e una vita insolita presso i contadini cui viene affidata. Là dove dovrà occuparsi di galline, anatre e tacchini.
    Progenitori ebrei e fiumani, un padre clarinettista che per campare fa l'addetto alla proiezione nel cinema e perde la vista quando la macchina prende fuoco. Costringendo la madre dapprima a sobbarcarsi ogni tipo di lavori e infine ad emigrare in Libano, dove potrà fare il pianista e mandar soldi a casa. Lasciando i nonni, austeri e brontoloni, a sostituirla nel crescere la figlia.
    Eppure, dentro una tale storia travagliata, in quella Venezia 'minore' assistiamo alla maturazione di una ragazza equilibrata, dolce e bella, consapevole dell'amore che ispira ai nonni e ai disastrati genitori. Diventa anche amabile amica dei compagni di scuola, li aiuta e ne raccoglie le confidenze, frequenta i corsi di avviamento per mettersi subito al lavoro, imparando la stenodattilografia nei corsi serali per guadagnare qualcosa di più nel ruolo di impiegata. Alla Biennale, per l'appunto, dove in seguito passa alla Rivista guidata da Elio Zorzi. Negli anni Cinquanta la signorina Crovato diventa giornalista e passa ad occuparsi della moda per Il Gazzettino.
    Ne diventa una firma apprezzata, scrive saggi e gira il mondo. Sposa Virgilio Boccardi, inviato RAI; hanno un figlio, ora docente di filosofia all'Università di San Paolo del Brasile. Lei ormai vive da sola, in una Venezia tutta diversa. Ma qui racconta quella di allora, aprendoci davvero uno spiraglio sulla Storia. E il libro è apprezzato, tanto che l'editore si aspetta il seguito. Con un po' di civetteria, l'Autrice afferma di essere stanca, alla soglia dei 90... Sarà: ma dalla sua voce al telefono non si direbbe proprio. Suvvia, Luciana: una compiuta Storia di Venezia attende il tuo racconto..

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    LA SIGNORINA CROVATO

    di Luciana Boccardi

    Fazi Ed. - 330 pagg – 18 Euro

     

  • I SILENZI E IL FRAGORE
    DEL PICCONATORE COSSIGA

    data: 10/03/2021 19:01

    Questo è un libro che spazia fra storia e politica, notizie e opinioni, ma volto alla figura del Cossiga privato e per alcuni versi inedito. Una “personalità complessa”, che ha svolto in Italia una “lunga e spesso tormentata attività”, come dice Mario Segni nella prefazione di Tre minuti trentuno secondi. Francesco Cossiga: i silenzi e il fragore di Giampiero Guadagni.
    Giovanissimo professore di diritto costituzionale a Sassari, nel 1966 diventa il più giovane sottosegretario nel Governo a Roma, nel '76 il più giovane ministro dell'Interno, nel 1983 il più giovane Presidente della Repubblica. “Aveva un bagaglio culturale immenso” dice di lui Giuliano Amato. E tuttavia c'è un vistoso rovescio della medaglia. La famiglia - moglie e figli - con cui veniva regolarmente alla Messa domenicale nella parrocchia romana di Stella Mattutina, alta sul Monte Mario, all'improvviso si disgrega, senza che si riesca a saperne abbastanza. Era un gradevole commensale, che amava la buona cucina, come ho potuto vedere alla tavola di casa nostra. Così come i buoni conversari, l'ironia e il buonumore. Ma è stato anche il fornitore inesauribile di retroscena per Dagospia, il sito web di D'Agostino; e si può aggiungere il contatto costante con l'amico Pippo Marra, proprietario – direttore dell'agenzia ADN – Kronos. Un inedito modo di fare politica, utilizzando anche il versante della maldicenza. O della provocazione, alla maniera di Vittorio Sgarbi.
    Annota ancora Mario Segni: “Il vero limite all'azione picconatrice fu di non aver accompagnato alla critica serrata un'altrettanto nitida ed efficace proposta politica di tipo diverso e di riforma: di essersi limitato a delegittimare la vecchia strada senza tracciare la nuova”. Tutto il suo lungo e qualificato percorso si è svolto all'interno della Democrazia Cristiana, con riferimento ad Aldo Moro. Tessendo poi solidi rapporti con Enrico Berlinguer, suo cugino, e soprattutto con Bettino Craxi. Ma la decisione di installare gli Euromissili in Italia come risposta a quelli sovietici è stata sua. In tal modo anche rafforzando la NATO e accelerando la caduta del Muro di Berlino.
    L'Autore di questo utile libro è stato a suo tempo definito da Cossiga “graffiante ma obiettivo”, come piaceva a lui. Un elogio meritato, che possiamo sottoscrivere alla fine della lettura di questo testo – ritratto, pubblicato a dieci anni dalla scomparsa e riproposto nella dimensione umana e politica. Oltre che religiosa, compresi i rapporti con il papa polacco (ben 59 gli incontri) e quello tedesco. E la particolare devozione alle due eminenti figure inglesi di John Henry Newman e di Thomas More, canonizzati di recente.
    _________________
    Giampiero Guadagni
    Tre minuti trentuno secondi. Francesco Cossiga: i silenzi e il fragore
    174 pagg, 16 euro
    Venezia, Studium-Marcianum editore

     

  • "I SISTEMI DELLA COMUNICAZIONE"
    UNA BUONA OCCASIONE
    PER GLI ADDETTI AI LAVORI

    data: 25/02/2021 17:50

    I giornalisti e i comunicatori in attività sono soliti passare, leggendo e ascoltando, valanghe di informazioni, per ricavarne l'essenziale da trasmettere ai fruitori. Nel mare mediatico è come affrontare, su tavole in equilibrio precario, ondate che si susseguono fino alla tarda serata, per riprenderle l'indomani. Le pause per una lettura più formativa, dirottando sulla saggistica e la letteratura, sono spesso ridotte a pii desideri. Si conferma così obiettivamente difficile consultare dei buoni libri o tenersi aggiornati sulle riviste professionali.
    Oggi abbiamo in mano un libro che offre una rara occasione. Fermarsi per una pausa in mezzo a questo flusso, proponendo la riflessione proprio sull'identità dell'informazione e della comunicazione, sul loro ruolo nella società e sulla cultura che le anima. Non è la prima volta, ovviamente: basti pensare ai saggi e ai testi di quei giornalisti che spesso affiancano alla pratica del mestiere l'insegnamento nelle scuole professionali o nelle facoltà universitarie.
    L'editore fiorentino Olschky, secondo lo stile alto e rigoroso della casa, propone ora addirittura una collana che si occupa di questo tema nelle sue varie declinazioni: dalla formazione all'organizzazione al marketing. E che lega ricerca e applicazione, bisogni e risposte degli esperti: Scientia e Usus. A dirigerla Claudio Baraldi, che insegna a Modena e Reggio Emilia e che firma questo volume dal titolo I sistemi della comunicazione.
    Le 260 pagine raccontano la comunicazione nella sua cultura e storia, le forme e le interazioni con le società, i profili personali e professionali, quella mediatica e l'interculturale, la linguistica e la conflittuale, l'imprevedibile e la dialogica. Un impianto scientificamente rigoroso. Per gli operatori, una buona occasione appunto per riandare alle proprie “puntate precedenti”. In un quadro culturale più ricco e organico.
    Peccato soltanto che un autore così competente soffra un po' troppo di autoreferenzialità linguistica: il che pregiudica proprio la comunicazione con i primi destinatari, gli addetti ai lavori, oltre alla tiratura...
     

  • E A SESSANT'ANNI OBAMA
    FA IL PUNTO IN 800 PAGINE
    SULLA SUA VITA

    data: 19/01/2021 19:12

    É una finestra spalancata sul vissuto della politica negli U.S.A. Che permette di affacciarvisi attraverso l'esperienza singolare di Barak Obama: da giovane uomo cresciuto senza una vera famiglia ma con la notevole 'supplenza' della nonna, a metà fra il gaudente e l'orientato verso un futuro intriso di valori pubblici, fino al coordinatore di comunità e agli esordi come avvocato di cui Michelle è l'esigente tutor.
    Incontro decisivo e felice, quello con Michelle, che diventa sua compagna di vita e madre di due figlie molto amate e seguite. Condividono ogni scelta, sia quando diventa giovane senatore dell'Illinois sia quando accetta la candidatura alla Presidenza: fra i più giovani e primo uomo “di colore” alla Casa Bianca. E infine anche per il secondo mandato. Premio Nobel nel 2009, oggi Obama è alle soglie dei sessant'anni, l'età giusta per guardare al percorso fatto fin qui, al mondo come l'ha trovato e poi lasciato.
    Le ottocento pagine di questa prima parte – la seconda nel prossimo volume – obbligano a selezionare il meglio che un lettore possa trarne. Per quanto mi riguarda, è la sua idea della politica, il fascino della massima ”Yes, we can” che ha adottato, e la determinazione a proseguire sulla sua strada anche quando lo scontro con il potere consolidato e una realtà ostica sembrava insuperabile. Dei quindicimila in piazza per salutare la sua candidatura molti erano come lui: non wasp, socialmente svantaggiati, studi pochi e dollari ancora meno, ideali e diritti politici in secondo piano, eppure determinati nel voler essere americani “come i padri”. E attraverso di lui potevano realizzare il loro riscatto. Molti saltavano e gridavano di gioia, altri piangevano strappandogli qualche lacrima.
    Con quella formidabile spinta, insieme all'appoggio dei Kennedy e dei Clinton, alla piena collaborazione dello stimato ed esperto democratico Joe Biden, ad uno staff di giovani capaci ed entusiasti, entrava trionfalmente alla Casa Bianca succedendo a George Bush Jr. E questo sempre con il sostegno e l'appoggio di Michelle, nonostante lei detestasse la politica e sulle prime fosse contraria alla 'corsa'. Ad un certo punto lo aveva preso perfino la paura di vincere, di doverlo fare per davvero il presidente: l'uomo in grado di influenzare le sorti del mondo. Panico superato puntando proprio su quel “Yes, we can” che sarà la sua bussola. Anche quando dovrà vedersela col potere non tanto sotterraneo delle lobby, dei militari, la Wall Street della grande finanza, e perfino con qualche democratico più sensibile agli interessi personali. Ai valori del far politica e alle ragioni dei ceti più emarginati non ha mai rinunciato, nemmeno quando ha dovuto per forza di cose proseguire sulle linee tracciate dai predecessori.
    Mettendo in ogni momento “meno intellettualismo e più cuore” conquistava soprattutto gli elettori poco interessati ai luoghi comuni ma a valutare la sua affidabilità. Quell'America cercata e immaginata che alla fine dei suoi comizi scandiva in coro: “Yes, we can”. E che gli aveva affidato l'incarico di guidarla nel cambiamento delle prospettive. Tanto che da Presidente potrà dire: "Non esiste un'America bianca e un'America nera, un'America ispanica e un'America asiatica. Esistono gli Stati Uniti d'America”. Quell'aspirazione a far crescere i valori pubblici al di sopra degli interessi di parte aveva imboccato la via giusta. Un progresso democratico che si era rivelato possibile, e proprio lui, l'afroamericano, l'ha guidato per otto anni. Qui lo racconta per filo e per segno.
    Un libro che è stato tradotto in 25 lingue, 900 mila le copie vendute il primo giorno di uscita nelle librerie americane e canadesi. Vedremo più avanti il seguito nella seconda parte. Nel frattempo è già in libreria quello sull'America di Biden e il 28 gennaio lo seguirà l'autobiografia di Kamala Harris. Del resto, ad aprire la strada è stata proprio Michelle Obama con un libro altrettanto affascinante di quello del marito.
     

  • ILARIA CAPUA CI SPIEGA
    COSA FARE DOPO IL COVID

    data: 20/11/2020 13:29

    É uno dei più autorevoli e noti scienziati italiani, ha diretto le ricerche all'Istituto sieroterapico delle Venezie dove ha messo a punto il vaccino contro l'influenza aviaria rendendolo disponibile a tutti anziché cederne i diritti a qualche industria farmaceutica. Incredibilmente, nessuna università italiana l'ha chiamata. Eletta in Parlamento e poi accusata di brogli (accusa rivelatasi del tutto infondata) ha 'piantato' l'Italia per trasferirsi in Florida dove dirige il Centro di ricerca di quella università.
    Oggi la intervistano sul Covid i nostri telegiornali e ne scrive sul Corriere della Sera. Sempre sicura e sorridente, ama dialogare con tutti: le vicende spiacevoli non hanno scalfito la sua amabilità, è rimasta la stessa che ho potuto conoscere una decina di anni fa a Grado quando presentai il suo primo libro dal titolo profetico: “I virus non aspettano” per i tipi di Marsilio. Ribadiva con orgoglio (soprattutto per i molti studenti accorsi a sentirla), di essere un dipendente pubblico, che faceva ricerca di alto livello come medico veterinario.
    Nel libro IL DOPO. Il virus che ci ha costretto a cambiare la mappa mentale, edizioni Mondadori - riprende le vicende dell'attuale pandemia. L'anno scorso un evento biologico di eccezionale gravità: un virus animale arriva all'uomo.. Dalla città cinese di Wuhan invade 200 Paesi: è la pandemia SARS-CoV-2, che preoccupa tutti e sempre di più. Da virologa di lungo corso, Capua ne indaga le cause e la diffusione, analizza e sostiene i rimedi. Ma la parte più originale e inedita del testo è nei tre brevi capitoli finali dal titolo: Tutti per uno, uno per tutti – Ripensare le salute pubblica – Nessuna tragedia è tutta nera.
    Il “dopo” è affrontato a viso aperto, affermando che dall'individualismo dovremo passare alla responsabilità collettiva, dal generico al preciso, che la salute dell'uomo è quella del pianeta e viceversa. “Abbiamo sfruttato terra, mare e organismi viventi in modo indiscriminato, abbiamo innescato il cambiamento climatico, abbiamo inquinato gli oceani e l'atmosfera. “E' essenziale che l'Europa si doti di un'unica cabina di regia e di una catena di comando chiara, che fornisca linee-guida condivise”. E a livello individuale “la prevenzione primaria, la vaccinazione per tutti”. “Il rinnovato senso di appartenenza alla specie umana è una ricchezza straordinaria, che ci unisce come specie, al di là dei confini e dei mari”.
     

  • LIBERTA' DI STAMPA
    DOPO CINQUE SECOLI
    OGGI ANCORA INSIDIATA

    data: 01/10/2020 11:45

    É la storia di quella libertà che qualifica le democrazie e prima ancora le distingue dai regimi autoritari che non la tollerano. Nasce coi pamphlet, strumenti di lotta politica e religiosa in Francia e Olanda, poco oltre la metà del XVI secolo. Esce dal corpo delle prime manifestazioni popolari inglesi il secolo dopo. E' una nuova forma di libertà generata nella società civile, fra le prediche, le processioni e i cortei sindacali, quella dei quindicimila opuscoli e i settemila giornali conservati nella British Library. Riflette e stimola a sua volta culturalmente la democrazia americana che tanto affascinò De Tocqueville. E' La libertà di stampa (di Pierluigi Allotti, ed. Il Mulino, 246 pag.,15 euro)
    Dal canto suo anche la censura - strumento abituale in mano ai papi e ai re per mettere a tacere le voci dei dissidenti – è emersa sulla carta dopo Gutenberg. Vide la fine in Inghilterra nel 1695 e in Francia un secolo dopo, quando negli Stati Uniti la libertà d'informazione veniva riconosciuta dalla Costituzione come linfa della loro democrazia. In Italia, in forma mitigata, fece capolino nello Statuto Albertino; ma subito Cavour, per conquistare il potere, fece nascere La Gazzetta Piemontese come strumento autocelebrativo, presto imitato a Firenze dalla Nazione di Ricasoli. Il “grande” Cadorna, a scanso di equivoci, mise la censura su tutto. Ma capitombolò. Come dovrà fare Mussolini quando vorrà imitare Hitler. Così come Stalin o i capi arabi di adesso. Nel 1948 la libertà di espressione è stata introdotta dall'ONU fra i diritti fondamentali dell'uomo.
    Non potendo abolirla apertamente, i poteri moderni più intolleranti cercano di addomesticare la stampa e la sua funzione/dovere di analisi critica. Ricattando o corrompendo gli editori sul versante imprenditoriale, perché raramente si tratta di editori “puri”: non nati e vocati a quel preciso ruolo sociale ma avendolo come obiettivo secondario, di cui si servono per “minacciare” i governi che non li favoriscono. Così che ormai gli editori “puri” sono per l'appunto sempre meno. Questo libro dispiega bene la storia che ha nel titolo, con un sapore antologico di cui un po' fa le spese il rilievo dei valori pubblici sottesi. E un po' mette in ombra anche il sacrificio dei quasi duemila giornalisti uccisi negli ultimi trent'anni.
    La prossima edizione, se ci sarà, potrà inserire la svolta editoriale del New York Times, nato ed operante con la redazione ed una struttura apposita al servizio dei lettori. Mark Thomson, lasciando il ruolo di amministratore delegato, ha detto orgoglioso: vendiamo soltanto 900 mila copie cartacee, ma abbiamo raggiunto 5,7 milioni di abbonati digitali. E se li raddoppiassimo non avremmo più bisogno della pubblicità: un paradosso, e sarà un peccato non vedere più, la domenica mattina passeggiando sui marciapiedi del centro semideserto, le pile del NYT alle porte delle case con i corposi supplementi domenicali.

    LA LIBERTA' DI STAMPA
    di Pierluigi Allotti
    ed. Il Mulino 246 pag. 15 euro

     

  • E ANDREA VITALI
    TORNA A SCRIVERE
    PER LA GENTE COMUNE

    data: 08/06/2020 12:41

    É una scelta netta, e vincente, quella compiuta trent'anni fada Andrea Vitali: scrivere di e per la gente comune. Portare il libro e i suoi contenuti in mano a tutti, anche a chi abitualmente legge poco e di rado si avvicina al romanzo. Facendo il medico 'condotto' nella cittadina sul lago di Como in cui è nato e quindi conoscendo assai bene pazienti e possibili lettori. Oltre alle storie delle varie famiglie, di cui sentiva parlare fin da bambino, e dei personaggi spesso singolari che popolano ogni comunità.
    Una sfida per lui e i suoi lettori: raccontare proprio quelle vicende che già tutti probabilmente conoscono, di persone coi mestieri più comuni svolti in una quotidianità solo apparentemente dimessa. Che si dipana tra la piazza e l'imbarcadero, la posta e la caserma dei carabinieri, il bar del porto, i vari negozi del centro. Si fanno due chiacchiere o una partita a carte, si beve un bicchiere, si legge il giornale. C'è il sindaco, il monsignore, il dottore e la levatrice, il portalettere e il battelliere, la bottegaia procace: accomunati da improbabili nomi propri, collezionati in chissà quale catalogo secondo il filo dell'ironia. E poi ci sono i carabinieri: molto spesso è proprio il maresciallo nella parte del protagonista a tenere il filo conduttore del racconto.
    Per il medico Vitali aspirante narratore si apriva la miniera delle storie stratificate in una città di provincia; così, finito l'ambulatorio e nei giorni di pausa, ha iniziato a scrivere della sua gente. La prima a leggerlo, ma seguita in breve tempo dalle altre comunità sul lago di Como e di tutta Italia, che sicuramente si sono riconosciute nel “piccolo mondo” più o meno 'antico' descritto da Vitali. Così si sono moltiplicati i racconti e i lettori sono diventati milioni. Compresi i tanti che leggono per mestiere e ne scrivono sui giornali, forse sulle prime diffidenti nei riguardi di un fenomeno così eclatante e portati a dimensionarlo. Invece sono arrivati tutti i premi più importanti: dallo Strega al Campiello, dal Grinzane al Bancarella. L'Autore in compenso è rimasto sempre lo stesso, candido e disarmante, generoso nell'offrirsi ai lettori; come ho avuto modo di verificare in più occasioni, davanti ad un pubblico sempre folto e plaudente.
    Tutto confermato con quest'ultimo Un uomo in mutande. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò (Garzanti) affiancato per l'occasione dal collaboratore appuntato Misfatti. Ennesima storia di paese, in cui il postino si trova alle prese con un singolare soggetto che si aggira nottetempo per le strade in abiti succinti. Il contesto, come spesso nei suoi libri, è quello dell'Italietta fascista che Vitali dipinge con maestria. Popolato di spose gelose e signorine a caccia di marito, perpetue curiose e suore infermiere competenti, visitatori più o meno occasionali che scendono dai battelli..
    Gente in cui non è difficile riconoscersi, lettori conquistati ormai tanti anni fa e tenuti ancora una volta ben stretti.

     

  • IL PROGETTO DI RAFFAELLO
    DI METTERE IN DISEGNO
    LA ROMA ANTICA

    data: 20/04/2020 14:51

    Mentre badava alla Fabbrica di San Pietro, avuta in eredità dal suo maestro Bramante, e a ritrarre le personalità del suo tempo come solo lui sapeva, Raffaello andava preparando un grande progetto per il sistematico rilievo della Roma antica. La cultura di tale approccio, espressione nuova ed alta del Rinascimento, presto evaporata con la sua prematura scomparsa, sarebbe riemersa solo a distanza di secoli con la pianificazione di tutela dei beni storici e artistici che ora va per la maggiore.
    L'incarico per questo immane lavoro gli era stato affidato dal papa Leone X nel 1515, allarmato per i disastri che si andavano perpetrando nelle strade della città antica. Ancora giovane cardinale, Giovanni Medici aveva percorso mezza Europa, ammirando i rari ma eclatanti resti della civiltà romana sparsi un po' ovunque. Una volta di ritorno, alla vista dei poderosi resti del Colosseo come di altri monumenti, archi e strade, si sarà convinto dell'urgenza della loro salvaguardia, in primis dall'incoscienza dei fortunati abitanti di Roma. Ecco allora che chiama Raffaello e gli affida l'incarico.
    Premesso che l'Urbinate aveva già il suo bel daffare, non potendo che condividere l'obiettivo, comincia ad elaborare un nuovo ed ambizioso progetto a partire dal “mettere in disegno Roma antica”. Una pianta dettagliata di strade e palazzi che non si limiti all'iconografia, ma stenda nero su bianco prospetti e sezioni con relativi ornamenti, ricostruendoli com'erano all'origine. Raffaello con tale proposito esprime la vastità di una cultura umanistica e interdisciplinare del tutto nuova. E nel 1519 presenta il suo progetto al pontefice committente nella Lettera a Leone X trascritta in bella copia dall'amico letterato Baldassarre Castiglione. Che oggi viene pubblicata per i tipi di Olschki (80 pagg. 23 euro) con le pagine del manoscritto in copia, corredate dalle aggiunte, dalle correzioni e da alcune tavole: il tutto illustrato dal saggio di Francesco Paolo di Teodoro, docente di Storia dell'Architettura al Politecnico di Torino, che racconta l'intera preziosa vicenda.
    Un libro tanto agile e godibile quanto denso, magico per l'argomento ed il contesto. Ricostruisce anche il percorso culturale di Raffaello, compresa la precedente Lettera su Villa Madama e la traduzione dei testi di Vitruvio grazie all'aiuto dell'amico Fabio Calvo, non avendo il Nostro una grande familiarità col latino. Questa Lettera al papa, subito eclissata e riapparsa per poco nel '700, dovrà attendere il 1910 per rifare capolino e il 1994 per essere pubblicata dal prof. Di Teodoro. Oggi ricompare, in occasione della Mostra al Quirinale, come anticipazione di un più ampio volume di Scritti di e per Raffaello che Olschki pubblicherà a breve.
    Ma tutto si deve a Marcantonio Michiel, veneziano di famiglia ducale, che si reca a Roma nel 1518, ospite del cardinale Francesco Pisani, diventa amico di Pietro Bembo, entra nella corte pontificia. L'11 aprile del 1520 riferisce all'amico Antonio Marsilio sulla morte di Raffaello, sul suo progetto e la lettera al Papa sul recupero di Roma antica. Dice: una cultura nuova, che ha fatto presa sui letterati; meno su quegli architetti, diretti ma inadeguati concorrenti...
     

  • L'ITALIA E LE SUE AZIENDE
    IMPARINO A COMUNICARE

    data: 20/03/2020 16:13

    La comunicazione non è più un mestiere specialistico esercitato da pochi, con un linguaggio da iniziati, sospettati spesso di tramare alle nostre spalle. Quel mestiere è salito di ruolo, diventando una professione articolata per ambienti, culture ed espressioni, socialmente assai diffusa. Che permette anche di guadagnare adeguatamente a chi la sappia fare.
    Sulla pista aperta da Zygmunt Bauman, il cambiamento contrassegna la nostra contemporaneità, la comunicazione è diventata una componente rilevante di tutte le culture professionali. Decisiva, in particolare, per quanti operino nell'economia, finanziaria e aziendale; per chi faccia affari. E ai vertici delle aziende davvero modernizzate ci sono oggi i comunicatori-manager.
    Perciò una compiuta cultura della comunicazione è già entrata nei piani delle facoltà più aggiornate al tempo presente e più lungimiranti: quelle affacciate sull'orizzonte soprattutto economico e quindi capaci di adeguarsi aggiornandosi alle svelte. La LUISS – progredita assai rispetto agli anni del mio insegnamento a Scienze politiche, quando col prof. Baldini inserimmo questa materia, pure realizzando una bella ricerca a livello europeo – oggi dispone di una Business School diretta da Paolo Boccardelli, titolare della cattedra di strategie d'impresa. Che apre con la sua prefazione il volume collettaneo dal titolo: Comunicazione integrata e reputation management, pubblicato da LUISS University Press e curato da Gianluca Comin, docente di Strategie di comunicazione e tecniche pubblicitarie nella facoltà di Economia e management.
    Del resto, questo cambiamento epocale è rappresentato dallo stesso percorso professionale del prof. Comin. Partito come giornalista di economia al Gazzettino, proseguendo per una dozzina d'anni all'ENEL come direttore delle Relazioni esterne, nel 2014 fonda la Comin & partners, società di consulenza per le strategie di comunicazioni d'impresa. Ha anche presieduto la FERPI, vivace ed ampia associazione dei professionisti del settore. Ed ora esce curando questo corposo volume di 600 pagine, firmato da valenti colleghi di professione e di insegnamento e da chi lavora con lui ai migliori progetti.
    Robert Schiller, che tira i fili di grandi aziende dove sposa finanza e psicologia, afferma che l'Italia ha bisogno di “una rinfrescata”. Famosa ed affermata per cibo, vino e arte, non attrae più di tanto perché non risulta “nuova”. “Avete bisogno di migliori pubbliche relazioni, di imparare a raccontarvi”. Ecco quindi
    giungere prezioso il libro di Comin. Coi titoli interni: l'approccio integrato e strategico, la disintermediazione della comunicazione politica, la convergenza fra marketing e comunicazione, la comunicazione economico-finanziaria, la comunicazione interna, public affairs e lobbyng, la comunicazione di crisi e quella politica, la responsabilità sociale d'impresa, comunicare il non profit; e a seguire tutti gli strumenti operativi e di ricerca.
     

  • ECCO COME
    SALVARE VENEZIA

    data: 21/02/2020 16:22

    Paolo Costa, economista di rango, già rettore di Ca' Foscari, sindaco di Venezia, ministro dei Lavori Pubblici con Prodi, presidente del Porto, oggi è alla guida della Fondazione di Venezia, impegnata in una corposa ricerca sulla Civitas Metropolitana e il possibile sviluppo del Nordest italiano nel quadro delle 84 aree consimili europee. Mi sembra anche sull'onda lunga dell'insegnamento di politica economica del milanese Innocenzo Gasperini: a Padova nel '54, Venezia nel '55 e in Bocconi dal '65; dal '60 al '65 presidente del Comitato per la programmazione economica del Veneto ed autore dei Primi lineamenti di un piano di sviluppo del Veneto 1963. Del quale Costa è stato giovanissimo collaboratore.
    Il grande pregio di questo libro – Quattro Venezie per un Nordest – Rapporto su Venezia Civitas Metropolitana 2019, editore Marsilio – è di obbligarci a guardare Venezia ben oltre l'acqua alta e il Carnevale, le masse di turisti e le grandi navi in bacino San Marco. Alla fusione funzionale con Padova – grande Università e mega Zona industriale e terziaria – e la ricca economia trevigiana, in un focus europeo da Lione fino a Monaco e Lubiana. Con l'alto Adriatico come terminale marittimo per l'Asia.
    Questa è la vera strada anche per salvaguardare la magia storica ed artistica della città di San Marco. Del resto, il Rapporto su Venezia dell'Unesco del 1969 – focus sull'industria pesante di Marghera – auspicava per la città proprio l'allargamento della prospettiva ad una visione molto più ampia. Per comprendere i luoghi occorre capire i flussi e le reti che li coinvolgono.
    Eccolo dunque l'aggregato metropolitano in fieri, da costruire con grande lungimiranza e lucida determinazione, nell'ambito del Nordest proiettato nella competizione globale. La Venezia preziosa e fragile consegnataci dalla sua grande storia, salvaguardata nello sviluppo dei servizi direzionali e terziari superiori metropolitani (domanda europea); nei servizi portuali, logistici e manifatturieri (per quella globale).
    Questo libro (con il seguito delle ricerche e proposte) sollecita molto puntualmente una curiosità colta ed avveduta; e di sicuro se ne parlerà sui giornali più attenti. Sarebbe augurabile che attirasse anche l'attenzione dei politici, a cominciare dall'etereo Salvini… “Miracolo a Venezia”? Nel Rinascimento non si temeva davvero di ragionare così…

     

  • LE RAGAZZE VIOLENTATE

    data: 07/02/2020 17:52

    Philip Roth ci aveva rivelato che, per irrobustire le sue capacità narrative, tutti gli anni veniva in Europa per incontrare gli scrittori che ammirava di più. Che le sue preferenze andavano ad una coetanea irlandese che si era rintanata a scrivere in una piccola casa londinese di Chelsea: Edna O'Brien, ottantotto anni, diciannove romanzi pubblicati con ottime tirature. (Tra poco uscirà anche da noi il suo ultimo lavoro – Girl – per i tipi di Einaudi). E aveva Philip Roth come autore preferito.
    Come lui aveva indagato e scavato nelle pieghe delle pulsioni sessuali dei suoi conterranei – autoerotismo compreso – suscitando le ire dei benpensanti soprattutto degli ebrei 'coidentitari', così la O'Brien si era temerariamente avventurata nei territori analoghi delle donne irlandesi. Nella sua patria, fortemente impregnata di cattolicesimo, aveva suscitato scandalo a sua volta, reprimende dei preti dal pulpito, censure. Le sue protagoniste avevano una gran voglia di divertirsi e lo manifestavano con gioia, senza ombre di sensi di colpa.
    In proprio, trasferitasi a Dublino per studiare farmacia, si era innamorata di un uomo grande il doppio della sua età e già padre di famiglia. Da lui ebbe anche due figli. Alle sue grandi feste accorrevano anche celebrità del cinema come Marlon Brando, Richard Burton, Robert Mitchum. Col quale, lei racconta, “ballando ballando siamo finiti in camera da letto..timidi e impacciati”. Al pari di Roth che se la faceva con Barbara Streisand.
    Per restare in tema, di recente si è recata anche in Nigeria per toccare con mano la situazione femminile di laggiù: la sorte delle ragazze rapite, violentate e oppresse dai maschi. Lo spunto le è stato dato dalla storia di una giovane donna di Sembisa, trovata nella foresta mentre vagava in stato di semincoscienza con un neonato in braccio. Lì poté intervistare anche le studentesse rapite dai guerriglieri di Boko Haram: le loro storie tremende, gli orrori subiti. “Sono una perfezionista, voglio vedere e toccare con mano” riportando a casa scatoloni di documenti e di appunti. “Voglio essere ricordata per aver detto la verità”. Dopo aver privilegiato il mondo interiore della condizione femminile, passava all'esterno, mettendo il dito su una vergognosa piaga dell'umanità. Con un testo che susciterà altrettanto clamore.
    Nelle pause dal lavoro, Edna si diverte seguendo in tv le partite di calcio, e quello inglese lo merita, per qualità e compostezza. E di andare col pensiero alla trascendenza: “Provo il bisogno di credere che esiste un Dio, ma non il Dio che mi è stato propinato fin dalla nascita... un Dio compassionevole”. Forse quello di papa Francesco?
     

  • "RITORNO A BIRKENAU"
    DI GINETTE KOLINKA

    data: 19/01/2020 12:44

    Pagine che tolgono il fiato. Il diario tragico di una giovane donna che è salita su uno di quei treni fatali che i nazisti allestivano con tanto zelo. Il suo era diretto al campo di Birkenau. La diciannovenne Ginette viaggiò col padre, il fratello e un nipote finiti tutti nella camera a gas. Lei, unica sopravvissuta ma 'indurita e muta' incapace di raccontare, come è successo a molti. Fino a ieri, a novantaquattro anni, quando riesce a redigere queste ottantaquattro paginette, storicamente preziose quanto terribili da affrontare, edite da Ponte alle Grazie e presentate a Roma nei giorni scorsi alla Casa della memoria.
    Allo sterminio riescono a sfuggire quelle che possono lavorare al campo, pur patendo fame, violenza, ed ogni possibile forma di brutalità. Chi sopravvive si disumanizza, va avanti giorno per giorno, ora per ora senza pensare al domani, si addormenta odiando le donne in divisa. Lei tornerà a vent'anni che peserà ventisei chili. Riferisce i dettagli soltanto adesso, con semplicità disarmante, dopo averlo raccontato ai ragazzi delle scuole, accompagnati ad Auschwitz – Birkenau. Merito anche di Steven Spielberg e della sua ricerca degli ultimi sopravvissuti.
    Ci si chiede se oggi vedono, sentano e tocchino le cose come allora, com'è capitato e come le ha vissute lei. Perché ora tutto è stato messo in ordine con la precisione di un museo, cancellando l'orrore di quella realtà, la possibilità di comprendere e toccare con mano il meccanismo che ha fatto scomparire sei milioni di persone. La via di accesso del campo, ad un chilometro dall'arrivo, incrociava una strada dove il treno si doveva fermare: quel punto si chiamava Judenrampe. Oggi in quell'area sorge un ridente complesso di villette, provviste di giardini, verande, scivoli e altalene.
    Alla fine del testo, raccontando tutto questo, Ginette si chiede “come abbiamo potuto permetterlo”. Superficialità? Incoscienza? Ignoranza di quanto è accaduto poco più in là? Non voler vedere né ricordare, illudendosi in questo modo di attenuare l'umana vergogna...
    Grazie, Signora Ginette.
     

  • PERCHE' SCRIVEVA
    PHILIP ROTH...

    data: 30/12/2019 19:23

    Nato nel 1933 vicino New York, ha studiato nelle migliori università lì vicine, dove a lungo ha anche insegnato. Veniva sistematicamente in Europa per incontrare e discutere di scrittori e di letteratura: con Milan Kundera, Edna O'Brian, Mary McCarty, Ivan Klima, Aaron Apperfeld e Primo Levi. E scrivendo di Malamud, Guston e Saul Bellow. S'era ritirato a vivere da solo in campagna, per dedicarsi alla stesura dei ventisette romanzi. Ha avuto i premi più prestigiosi: due dalle mani dei presidenti Clinton e Obama.
    In questa pregevole e accattivante autobiografia Perchè scrivo? parla apertamente di sé e delle sue scelte, del vivere privato e dell'appassionante polemica con i capi dell'ebraismo che lo accusavano per le sue critiche alla comunità: di cui peraltro faceva parte, per le origini famigliari e per cultura. Delle ambizioni letterarie, coltivate fin dagli anni giovanili. Delle sue scelte di scrittura, su temi, protagonisti e modalità: comparate soprattutto a quelle delle firme più illustri. Fino all'ultima, quella di smettere a 79 anni: sei anni prima di andarsene, nel 2018. E lasciando tutti noi, lettori e autori, senza un tale elevato punto di riscontro.
    Di questo corposo volume, edito da Einaudi e poi dal Corriere della Sera, la prima parte riguarda il “leggere me stesso e gli altri”, in un ipotetico dialogo con l'insegnante Kafka, una serie di riflessioni sull'ebraismo, tracciando bilanci letterari con Joyce, smentendo ipotesi di autobiografie sottese nel Lamento di Portnoy – il suo libro di maggiore successo – o nella figura di Zuckerman.
    La seconda parte: “chiacchiere di bottega” raccoglie dialoghi, veri o ipotetici, con i più grandi fra i suoi “colleghi”, da lettore appassionato e intervistatore puntiglioso. La romanziera olandese O'Brian, da lui stimatissima, sostiene che “ad influenzarlo più di qualunque altro sono stati i suoi genitori: il padre Herman, l'operoso ebreo che lavorava in un colosso delle assicurazioni gestito da Gentili, e la madre, con la sua oculata gestione domestica”. E lui aggiunge di suo: “Eccomi qui, senza i travestimenti, le invenzioni e gli artifici del romanzo. Eccomi qui, privo degli stratagemmi e spogliato delle maschere che mi hanno consentito quel tanto di libertà nell'immaginazione che sono riuscito ad avere come scrittore di narrativa”.
    La terza parte è inedita. “Spiegazioni” che escono dall'età matura, saggia, lucida e ironica. Le correzioni a Wikipedia, l'origine dei suoi famosi incipit. Infine, dopo l'abbandono della scrittura e l'ingresso nella vecchiaia, le due calde interviste sul suo passato, l'emozione di una carriera letteraria che è stata tutta la sua vita.
    “Lo scrittore americano a metà del ventesimo secolo incontra grandi difficoltà a comprendere, descrivere e poi rendere credibile la realtà americana. E' una realtà che sconcerta, disgusta, manda in bestia, ed è motivo di imbarazzo per la nostra scarsa immaginazione.. Poi ci sono i quotidiani a riempirci di meraviglia ed ammirato stupore (Com'è possibile? E' davvero così?) nonché di disgusto e disperazione. La corruzione, gli scandali, la follia, l'imbecillità, la santinomia, le bugie, il chiasso.. Il sospetto che in questi tempi si annida in noi è che eventi ed individui siano irreali, e che la facoltà di far cambiare rotta alla nostra epoca, alla mia vita e alla nostra via, sia andata perduta”: Roth richiama le figure di Eisenhower e Kennedy per metterle a confronto con Nixon.. Non ha fatto in tempo a vedere Trump alla Casa Bianca...
    Con quali idee sullo stile e la narrazione, il tono e il linguaggio? Non c'è la cronologia, ma “blocchi di coscienza”, agglomerati di materiali in forme e dimensioni diverse, “inpilati”. Una prosa “ben radicata sulla pagina, gravida dell'ironia, precisione e ambiguità”. Quanto alla franchezza sulla sessualità intima, con il linguaggio perfino osceno, fa presente che lo facevano già Joyce, Miller e Lawrence. Nel Lamento di Portnoy “l'oscenità è la questione al centro del libro” perché “è l'uomo che dà sfogo ad un'ossessione di cui è schiavo”, masturbazione compresa. Uno sfogo per il conflitto di coscienza, forse anche alla ricerca della salvezza. Qui Roth, con ironia, viola il tabù per liberarsene.
    Una gestazione difficile, quella del Lamento: Roth ha lavorato a quattro progetti, con notevole impegno, dal '62 al '67. Scartandoli infine perché concepiti come un tutto, quando invece erano solo delle parti. Confluite in quel testo che rimane il saggio più alto della sua identità di grande letterato. (Che ha pure vissuto, si dice, una stagione torrida di passione per Barbra Streisand.) Averle tollerate sarà stato il motivo di attrazione per milioni di lettori? A maggior ragione trattandosi di un ebreo?
     

  • IL PUNGENTE IL RITORNO
    DI PADRE SORGE

    data: 03/11/2019 23:28

    Ha festeggiato i suoi 90 anni, p.Bartolomeo Sorge s.j., facendo uscire dall'infermeria di Gallarate due piccoli ma splendidi libri. “Esperto in questioni sociali e politiche” lo definisce l'enciclopedia Treccani, in primis nella dottrina sociale della Chiesa.
    Nato all'Elba e cresciuto in Veneto anche come allievo dei Gesuiti, poi ordinato in Spagna, è stato per un quarto di secolo alla Civiltà Cattolica, gli ultimi dodici anni da direttore (1973-1985); altrettanti ne ha trascorsi in seguito a Palermo, a combattere la mafia attraverso la formazione dei cattolici e l'animazione politica; infine per vent'anni ha diretto a Milano Aggiornamenti Sociali.
    Intimo di papa Montini, per averne appoggiato le scelte conciliari al successivo cambio di linea del papa polacco e della CEI ha perduto la direzione della rivista, così come il Patriarcato di Venezia cui lo aveva scelto papa Luciani. Un'intelligenza fuori del comune e una profonda spiritualità, ma anche il “difetto” di chiamare persone e cose col loro vero nome lo hanno portato a “battagliare” per sessant'anni. E adesso, tornata in pista la linea conciliare nella Chiesa di papa Francesco, ha pubblicato queste due “autobiografie”; oltre al magico articolo sulla Civiltà Cattolica che mette sul tavolo le pesanti criticità dei vescovi italiani, indicando un Sinodo come mezzo per uscirne. L'articolo non l'ha scritto di sua iniziativa. Né è casuale il richiamo al convegno su “Evangelizzazione e promozione umana” promosso dalla Chiesa italiana nel 1976 e alla sua più che significativa Relazione conclusiva.
    Oggi Sorge ripete spesso: “Noi siamo una generazione scomoda e chiamati ad una sintesi difficile, perché sta tramontando un mondo e nascendo un mondo nuovo”. Preso atto delle situazioni concrete e delle solidarietà nutrite da ciascuno, secondo l'insegnamento conciliare che riconosce legittimità alla varietà delle opinioni. Con la conseguente fine dell'unità politica dei cattolici nella DC e insieme la necessità di dare un'anima ideale ed etica all'intera vita sociale. A Palermo – per esempio – formando le coscienze e affermando la cultura della legalità per contrastare la mentalità mafiosa e clientelare, oltre a stimolare l'iniziativa di cittadini e istituzioni per elaborare nella trasparenza un nuovo progetto di città.
    Nella Chiesa si chiude la fase della centralizzazione del potere a scapito della comunità ecclesiale e della funzione apostolica dei vescovi, delle Chiese locali e dei laici: è finito il tempo in cui tutto dipende dalla Gerarchia (ancor oggi solo il 40% dei vescovi è in cura d'anime) Avanza, sia pure a fatica, l'aggiornamento teologico e pastorale, il dialogo col mondo e le Chiese sorelle, le religioni e le culture. Dalla Chiesa “perfetta” al “popolo di Dio” in cammino.
    Un'autoriforma resa difficile dalla piaga della pedofilia tra i preti e dalle opposizioni interne a papa Francesco (il clericalismo rilanciato con l'intervista del Corriere a Ruini). Ma ancor più pericolosa per i cattolici è la diffusione crescente del populismo. Qui riaffiora in Sorge l'acume del notista politico, lucido e propositivo. Che ravvisa nella strumentalizzazione della religione a fini elettorali, ma ancor più nella mancanza del senso dello Stato e del bene comune l'essenza del populismo. La qual cosa fa male al popolo, diffondendo atteggiamenti contrari alla legalità, impedendo l'ascolto e il dialogo, ostacolando la solidarietà. Fino all'imbarbarimento culturale – financo verbale - che produce odio, egoismo, scetticismo, discriminazione, razzismo. Tradotti purtroppo in consenso elettorale.
    Sorge vive a Gallarate, pensionato con qualche acciacco, ma legge e vede ben più dentro di tanti commentatori, meritando tutta l'attenzione della cultura e dell'analisi politica. Sia dei cattolici che dei laici, come si è visto nelle puntuale intervista televisiva della Gruber, in cui tornava a galla tutta la pazienza saggia del riformista. Laica, non confessionale; e certo non interessata alle poltrone, ma alla soluzione dei problemi.

    I SOGNI E I SEGNI DI UN CAMMINO
    di Bartolomeo Sorge con Concetta De Magistris

    PERCHE' IL POPULISMO FA MALE AL POPOLO
    di Bartolomeo Sorge con Chiara Tintori
     

  • FRAKA, LA DOLCE VITA
    DI UN GRANDE INVIATO

    data: 16/09/2019 19:47

    Arnaldo Fraccaroli è chiamato al Corriere della sera nel 1909, dopo aver fatto il cronista nei giornali veneti. Nato in provincia di Verona nel 1882, cinque anni dopo è a Lonigo (VI) da dove comincia ad inviare corrispondenze di paese a L'Arena. Nel 1901 entra in redazione a La Provincia di Vicenza e due anni dopo passa a Padova per la stessa testata, ma come caporedattore. Nel 1907 pubblica la commedia Ostrega che sbrego ottenendo un successo clamoroso.
    A Milano ricomincia dalla cronaca cittadina, ma a soli due anni di distanza viene spedito in Libia per scrivere della nostra guerra. Ad un mondo senza tv che a malapena ascolta la radio, Fraka raccontai fatti e lagente in un modo che ad altri non era riuscito, suscitando gelosie perfino in Luigi Barzini e l'apprezzamento di Luigi Albertini. Che lo manda in Svezia e in Turchia, tra il '15 e il '18 a seguire la Grande Guerra.
    Diaz, che vuol recuperare il dialogo coi suoi soldati, favorisce proprio allora la nascita dei giornali di trincea. La Tradotta, per quelli della Terza Armata,viene affidata a Renato Simoni, stimata firma della cultura al Corriere, e all'editore mantovano Arnoldo Mondadori. Di Fraccaroli è la rubrica più letta: Lettere del soldato Baldoria (alla morosa). Mentre descrive di quelle battaglie, della ritirata da Caporetto e della resistenza sul Piave.
    Nel '19 lo mandano in Ungheria a seguire la rivoluzione bolscevica; poi va in Spagna, nel Medio Oriente e negli Stati Uniti, in Sudamerica e in Africa, in Cina e nel '37 in Giappone. I suoi innovativi reportage vengono raccolti in 10 volumi, 16 i libri di viaggi e altrettante le biografie, 34 fra romanzi e saggi, 32 commedie. Antonio Gramsci, critico teatrale a Torino, lo considerava un incapace. Anche per invidia, s'immagina: la commedia Siamo tutti milanesi ha avuto 300 repliche, La dolce vita altrettanto successo al teatro Valle di Roma (il titolo sarà ripreso da Fellini per il suo magico film). Di Puccini era grande amico.
    Ma il lato umano e personale di Fraccaroli è di altro segno. Innamorato, marito e padre poco presente, è sempre stato donnaiolo impenitente che inseguiva le grandi signore come le domestiche. Era invece legatissimo alla madre. Diventò amico dell'arcivescovo Montini e di Fogazzaro. Ha guadagnato molto e molto è stato prodigo, lasciando denaro ai tipografi del suo giornale, ai mutilatini di don Gnocchi, alla Pro Juventute per la polio.
    Nel giugno del 1956 il Corriere mandò Indro Montanelli a far la cronaca del suo funerale: c'era la folla di quelli usciti dalle botteghe e dagli uffici, dai conventi e dalle scuole, “il pubblico che noi giornalisti non conosciamo ma per il quale scriviamo”.
    La biografia di Arnaldo Fraccaroli grande cronista non poteva esser scritta che da un cronista autentico ed esperto come Giampietro Olivetto, autore de La dolce vita di Fraka, pubblicato da All Around con prefazione di Gian Antonio Stella. Vicentino, anche lui ha cominciato a scrivere sui giornali veneti, poi a lungo per Il Mattino di Napoli, caporedattore della Rai in Parlamento. Da sempre collaboratore del settimanale Oggi.
    Belle pagine, tratti della vita di Fraka inseriti nell'ampia antologia. Andavano scritte.
     
    LA DOLCE VITA DI FRAKA
    do Giampietro Olivetto

    All Around 

  • "NESSUN PASTO E' GRATIS"
    LO SANNO A PALAZZO CHIGI?

    data: 01/08/2019 23:18

    Non so se Salvini e Di Maio, magari senza farlo sapere, abbiano letto l'agile e limpido testo di Lorenzo Forni (Nessun pasto è gratis, il Mulino, pag.140, 14 euro)  sulla crisi italiana: sulle illusioni alimentate dalla politica senza tener conto dei dati macroeconomici, sulla vendita di fumo che immancabilmente fa pagare agli altri il conto più salato. Lo “stellone” su cui puntano politici improvvisati e furbastri, irritati con quegli economisti che rappresentano la realtà irriducibile dei fatti. Il dito e la luna.
    Forni insegna politica economica all'Università di Padova, dopo aver lavorato per quasi vent'anni fra Banca d'Italia a Roma e Fondo Monetario Internazionale a Washington. E' anche segretario generale di Prometeia, autorevole Centro studi bolognese nato nel 1974 da un'idea di Beniamino Andreatta e guidato in seguito da Romano Prodi, oggi società di consulenza che opera nel mondo con 800 addetti.
    Quando gli elettori chiedono l'impossibile, per non perderne il consenso i politici sono indotti quantomeno ad assecondarli: a parole, ma poi anche con programmi temerari e passi conseguenti. Gli studiosi di macroeconomia avvertono invece che i conti con la realtà puoi soltanto rinviarli, mascherarli, sottrarli all'attenzione. Ma alla fine, la spesa pubblica in disavanzo non ripagandosi da sola, si ripresenta nella sua brutale nitidezza, e a farne le spese è soprattutto la gente comune.
    Così Forni mette il dito sulla piaga macroeconomica della modernità, con linguaggio comprensibile da qualsiasi cittadino. E lo fa con molta efficacia, rendendo davvero utile, se non indispensabile, la lettura di queste sue pagine per noi cittadini non economisti.
    In positivo, l'Autore indica anche la possibile via d'uscita dalle difficoltà politiche legate alle ricorrenti crisi economiche. Non senza aver portato l'esempio - e le conseguenze nefaste collegate - di Paesi come Argentina, Grecia, Spagna, Bielorussia ed Egitto, quando hanno ignorato i vincoli di bilancio imboccando strade illusorie: crisi peggiorate e conti più salati a maggior danno dei più deboli. Al contrario, il recupero dello sviluppo arriva – dentro l'Europa - se si rinuncia all'aumento della spesa corrente, incrementando invece gli investimenti sull'istruzione, sul mercato del lavoro e le infrastrutture. Che daranno vero progresso, anche se in tempi più lunghi.
    E qui il bandolo torna in mano alla politica e ai politici, che anzitutto devono “raccontarla giusta” agli elettori: senza prospettare soluzioni facili ed illusorie, aiutarli innanzitutto a farsi il quadro esatto della situazione e le vie di uscita efficaci. Avendone così un vero consenso elettorale. In economia non può esserci il free lunch: E nemmeno in politica.

     

  • SGORLON, UN GRANDE
    EPPURE DIMENTICATO

    data: 19/07/2019 19:02

    E' stata una delle voci più alte della cultura italiana recente. Eppure Carlo Sgorlon, morto dieci anni fa, è letteralmente scomparso: ignorato, dimenticato. Era nato nel 1930 da gente modesta del Friuli, e cresciuto fra mille difficoltà. Ma, sapendo bene che cosa fare da grande, puntò subito al bersaglio grosso: a partire dalla Normale di Pisa, entrato per concorso e frequentata con borsa di studio, laureandosi a pieni voti. Compagni di corso Pietro Citati, Luciano Bianciardi, incontri con Carlo Levi, Italo Calvino e Mario Tobino.
    Volendo diventare uno scrittore e non potendo certo campare dei diritti d'autore, concorse per una cattedra d'Italiano dell'Istituto Agrario di Pozzuolo del Friuli. Assicurata così una dignitosa esistenza per sé e la sua famiglia, essendosi sposato nel frattempo, poteva dedicarsi con una certa serenità alla scrittura.
    Uomo tranquillo e modesto, si teneva lontano dalle dispute politiche come dai clan letterari, continuando invece la frequentazione e lo studio della più alta letteratura universale, ed alimentando una puntigliosa riflessione personale sui due fronti che lo affascinavano: la scienza dell'universo e la cultura contadina. “Così come impari e fare il fabbro, l'informatico, l'idraulico, così impari l'arte della scrittura, che contiene un aspetto artigianale affascinante”, affermava Sgorlon.
    Con tale assiduità riuscì a pubblicare una trentina di romanzi e alcuni saggi, superando i tre milioni di copie vendute e ottenendo il plauso di un critico eccelso come Carlo Bo. Iniziando da Il vento nel vigneto del 1970; tredici edizioni e divulgato nelle scuole. A seguire La luna color ametista che si ispira alla poetica di Leopardi e Fellini, Il velo di Maya, Il trono di legno (26 edizioni) La conchiglia di Anataj, L'armata dei fiumi perduti dedicato alla tragedia del popolo cosacco (premio Strega 1985), La Foiba grande.
    Carlo Sgorlon è anche l'autore di moltissimi articoli sull'attualità, assai apprezzati per l'acume delle riflessioni. Ho avuto il privilegio di portare la sua firma su Il Gazzettino, nella falsariga di quanto faceva Carlo Bo per il Corriere.

    (Per l'autobiografia: Carlo Sgorlon, artigiano della parola, a cura di M. D'Agostini e F. Fabbro – Edizioni Forum) 

  • E CON ALDO MANUZIO
    NACQUE L'EDITORIA

    data: 09/06/2019 18:33

    Calati in Italia Carlo VIII nel 1494 e Luigi XII sei anni dopo, esportando tra noi lo scontro fra i Valois e gli Asburgo, eliminavano del tutto l'indipendenza politica degli stati della Penisola. E per la prima volta, qui tra noi, avevano massicciamente impiegato le armi da fuoco. In quel “notturno d'Europa”, Erasmo da Rotterdam e altri umanisti combattevano invece la loro battaglia per la conoscenza e le humanae litterae. Come loro credendo “fermamente che far circolare idee e saperi universali equivalga a costruire argini alle armi”, Aldo Manuzio a Venezia dava l'avvio alla storia del libro e dell'editoria moderna.
    Notoriamente benemeriti per la pubblicazione a Firenze di libri d'alta cultura, gli editori Leo S. Olschki (di recente è scomparsa Costanza) presentano ora Aldo Manuzio e la nascita dell'editoria; a cura di Gianluca Montinaro, nella collana della milanese Biblioteca di via Senato. Una biografia a più e dotte mani, dalla quale emerge bene lo spessore culturale dell'uomo: nato a Bassiano Romano nel 1450, giovane istitutore di Pico della Mirandola, approda sulla Laguna – dove tante tipografie ne fanno già il maggior centro in Europa – per diventare l'editore dei libri più belli, ricercati e diffusi nel mondo d'allora.
    E vi approda come uno che conosce a fondo le criticità del tempo, studiando e scrivendo; e si afferma come uomo d'affari negli investimenti su autori e testi, con una stampa tutta innovativa per i caratteri (suo è il corsivo) e per il formato dei libri (suo il tascabile). L' Hypnerotomachia Polifili, col marchio dell'ancora avvolta dal pesce, è ancor oggi considerato uno dei libri più belli mai stampati. Lo consacrò l'arrivo in casa sua (per dieci mesi nel 1507) di Erasmo, che voleva rivedere i propri scritti sulla base delle vaste fonti greche e latine presenti a Venezia; e stampò presso di lui la raccolta di quegli Adagia che diventò unodei best-seller europeidel XVI secolo.
    PerfinoTommaso Moro, cancelliere d'Inghilterra, scriveva nell' Utopia come nella sua pur lontana isola gli unici libri che i concittadini colti possiedono e leggono sono le opere degli autori greci “nei caratteri minuscoli di Aldo”. Nel 1495, quando esce dai suoi torchi il primo volume degli Erotèmata di Costantino Lascaris (portatogli da Pietro Bembo da Messina), Manuzio nella prefazione rende esplicito l' intento di”Dedicare tutta la vita all'utile dell'umanità. Dio mi è testimone che nulla desidero di più che giovare agli uomini”.
    E' lui l'inventore della professione dell'editore moderno. Accantonata l'idea medioevale del libro manoscritto, adorno di miniature e in grande formato; lui presenta invece un testo rigoroso e maneggevole, con la numerazione delle pagine e con l'indice (altre sue invenzioni). Nella produzione veneziana del periodo di Manuzio, il censimento dell'Istituto Centrale per il Catalogo Unico segnala 1414 libri: le aldine sono soltanto 131, il 3,8%. Manuzio non puntava sulle quantità ma sulla qualità e l'innovazione.

    Nel celebre dipinto del 1475, Federico da Montefeltro è raffigurato davanti a un poderoso volume. Avendo invece lavorato a Venezia e toccato con mano il prodotto di Aldo Manuzio, Giorgione nel 1502 già pone un volume dipiccole dimensioni e raffinata legatura nel suo Ritratto di giovane con libro verde. 

  • PRIGIONIERI E CONDANNATI
    NELLA GRANDE GUERRA

    data: 18/05/2019 21:09

    Le più battute vie politiche e militari non raccontano bene i grandi conflitti, quantomeno sottovalutano le storie delle società che ne sono coinvolte, quasi sempre subendoli. Sull'esempio di Fernand Braudel, Alberto Monticone ne ha invece perseguito un'altra: la storia dei prigionieri e degli internati civili nella Grande Guerra 1914-1918, con le inedite missioni umanitarie di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, della Santa Sede e dell'ateneo di Friburgo, delle delegazioni religiose. Contiene anche la storia del giornale La Scintilla, redatto dai prigionieri italiani in Austria-Ungheria concentrati a Sigmundsherberg, il crocevia ferroviario fra Vienna e Praga. Che raggiungeva i 120 mila soldati e alcune migliaia di ufficiali.
    Dopo le cattedre di Messina e Perugia e l'approdo a Roma - scienze politiche, accanto ad Aldo Moro e Vittorio Bachelet - con le relative e sempre elevate pubblicazioni, Monticone offre ora alla nostra lettura La prigionia nella Grande Guerra pubblicato da Gaspari. E' il seguito de La croce e il filo spinato pubblicato con Rubbettino nel 2013. Ed esce anche, sempre da Gaspari, Il regime penale nella Grande Guerra; parte del volume, pubblicato da Laterza nel 1968 e scritto a quattro mani con Enzo Forcella, dal titolo Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale.
    Senza.arrivare alle efferatezze del secondo grande conflitto come Auschwitz, in quelle improvvisate “città di legno” milioni di persone,- prigionieri ed internati, appunto - patirono violenze e malattie (delle quali scrive Giovanna Monticone, la figlia medico), stenti e fame. La fotografia di pag. 245, coi prigionieri che vanno al bagno dopo i lavori al fronte, ne è la rappresentazione drammatica.. Eppure se n'è sempre saputo troppo poco.
    Per iniziativa dell'ex ambasciatore americano Bellamy Storer e di papa Benedetto XV, nato l'ufficio prigionieri del Vaticano con collaboratori dentro le nunziature e fra i cappellani militari, la Croce Rossa internazionale e la mente strategica interconfessionale nell'ateneo svizzero, si riuscì innanzitutto a disegnare la straripante mappa (in Africa oltre all'Europa) della prigionia, a conoscerne lo stato tanto dilagato quanto grave, a mettere in contatto i prigionieri con le loro famiglie, i modesti soccorsi. Un'attività che andò avanti per anni, non mesi; coinvolgendo alcuni milioni di persone. Le relazioni dei delegati della CRI e delle Crocerossine sulla vita nei lager e le violazioni dei diritti umani sono documenti spesso davvero terribili.
    L'altra pagina poco conosciuta riguarda la giustizia sui militari. Le regole erano quelle del codice penale militare (ereditato dall'ultima guerra del Risorgimento italiano!), i bandi del comando supremo e i controlli-istigazioni del medesimo sui singoli processi. Senza contare le esecuzioni sommarie. Gli errori e gli insuccessi che venivano attribuiti dai comandi ai militari sottoposti (in realtà applicavano gli ordini), fino a quel bollettino del 27 ottobre 1917 che il Governo pensò bene di bloccare. Anche da ciò la nomina di Diaz al posto di Cadorna.
    Dopo l'edizione del 1968 di Forcella e Monticone seguirono altri studi attenti ed autorevoli, di Giorgio Rochat e Mario Isnenghi, Giovanna Procacci e Bruna Bianchi, Antonio Gibellli e Paolo Gaspari; Irene Guerrini e Marco Pluviano che hanno portato alla luce il terribile rapporto sulle fucilazioni sommarie steso dall'avvocato generale militare Donato Antonio Tommasi nell'estate 1919. 300 giustiziati senza processo e 750 giudicati, non contando quelli estratti a sorte..nei battaglioni sconfitti.
    Il confronto fra l'amministrazione della giustizia militare italiana e quella di altri Paesi è stata particolarmente studiata dall'università di Innsbruk. Vi emergono, ben più che altrove, le gravi pressioni dei nostri alti comandi su tribunali e giudici, l'ampia libertà di repressione per gli ufficiali sui militari sottoposti. Il volume pubblica, a cura di Giorgio Milocco, anche il diario del col. Mocali, presidente del tribunale di guerra di Cervignano, sede del comando della 3a Armata e del duca d'Aosta. A distanza di tanto tempo, scavare nelle macerie ancora inesplorate della Grande Guerra vuol dire far luce su eventi mai trascurabili di una immane catastrofe storica, aggiungere una tessera ad un già tetro mosaico. 

  • QUEI 264 GIORNALISTI
    CADUTI NELLA
    GRANDE GUERRA

    data: 31/03/2019 21:55

    Nella storia della Grande Guerra, a cent'anni dalla sua conclusione, questo libro risponde ad un quesito e colma un vuoto significativo: quanti giornalisti vi sono morti? Riferendo che sono stati ben 264, con tanto di nomi e cognomi, buone o minute note biografiche. Giornalisti di varia qualifica, com'era all'epoca quel lavoro; spesso firme di giornali e giornaletti che poco o nulla hanno a che vedere con i quotidiani ed i settimanali di oggi, le radio e le televisioni. Pionieri di un mestiere che è diventato nel frattempo una professione.
    Il merito è degli autori: Pierluigi Roesler Franz ed Ernesto Serventi Longhi, giornalista di lungo corso il primo e giovane storico il secondo; che hanno lavorato con l'appoggio della Fondazione Murialdi e dell'Ordine dei giornalisti. Martiri di carta - i giornalisti caduti della Grande guerra è pubblicato da Gaspari, editore vero specialista in questo filone della storia italiana.
    Detto meglio: intellettuali in guerra, molti ventenni che avevano appena cominciato a scrivere su giornali e riviste, sovente con ambizioni culturali più che professionali-giornalistiche. E però talvolta con nomi poi affermati, come Stuparich, Serra, Battisti, Gallardi, Boccioni, Niccolai, Umerini. 264 storie di persone, i dati salienti,uomini in divisa e anche in trincea: ma pagine di storia inedita, ancor più utili agli storici di mestiere. Emergono bene le ragioni etico-politiche per le quali andarono in guerra, appoggiarono il conflitto.
    Erano segnali del desiderio, emergente in tutta Europa, di partecipare alla cosa pubblica. E quella guerra ne segnò lo spartiacque culturale. Pur appesantiti da assetti proprietari non originariamente editoriali, i grandi giornali italiani come il Corriere della sera, La Stampa e il Giornale d'Italia, diretti da Luigi Albertini, Alfredo Frassati e Alberto Bergamini, ne furono i testimoni più consistenti, con l'ampio impegno e la pluralità delle opinioni: Lì è cominciata la crescita in qualità del giornalismo e dei giornali. Specchio obbligato delle ragioni e modalità del conflitto, anche delle censure militari, ma avvio di un'informazione più addentro i fatti, più compiuta.
    Con Diaz cambia l'atteggiamento verso i soldati, nell'ufficio stampa entrano Ugo Ojetti e Lucio Lombardo Radice; nascono i giornali di trincea, li guidano e vi emergono i giovani Renato Simoni, Arnaldo Fraccaroli e Arnoldo Mondadori. Collaborano firme illustri come Gaetano Salvemini, Emilio Cecchi, Gioacchino Volpe, Ardengo Soffici, Giorgio De Chirico,Giuseppe Ungaretti, Curzio Malaparte, Salvator Gotta e Grazia Deledda.
    Franz ricostruisce le tappe spesso fortuite dell'elenco. Il 24 maggio 1934 al circolo della stampa di Roma (a palazzo Marignoli, tra san Silvestro e il Corso) Mussolini inaugura la lapide che li ricorda con 83 nomi. Lapide fortunosamente ritrovata l'11 maggio 2011. Di qui la spinta a cercare altro, con la collaborazione del prof. Luciano Zani - università di Roma. In sette anni di ricerche scovati altri 181 nomi e le loro biografie, i caduti delle varie testate, luoghi di nascita, decorazioni.
    Molto belle e preziose per comprendere questi uomini le immagini a corredo. Volti, gruppi, copertine disegnate per i grandi settimanali. 

  • TAMARO, L'AUTOBIOGRAFIA

    data: 09/03/2019 10:11

    Il dialogo col poeta Pierluigi Cappello in sedia a rotelle e scomparso da poco, rari incontri e lunghissime telefonate, esprime l' idea di chi vive della scrittura ed è esposto alla variabile accoglienza dei lettori, le criticità del mondo, le superficialità dei giornalisti e delle loro interviste. Nel libro leggero di Susanna Tamaro Il tuo sguardo illumina il mondo, ed. Solferino.
    Ma in queste pagine di vita affiora soprattutto quella di lei, nata in una malconcia famiglia triestina; l'adolescenza disorientata da genitori che s'aggiravano smarriti e “facevano i figli perché andavano fatti”. Il padre che “procurava guai e organizzava truffe. Eppure io l'ho amato lo stesso...mi sono presa cura di lui nella mia età adulta”. Mia madre lo pianta e va con un altro.
    Gli studi a Udine: Cappello all'industriale e Tamaro alle magistrali, per imparare presto dei mestieri. E poi lo sport: centometrista l'uno, giavellotto per l'altra. Alla fine dell'asilo la maestra le aveva pronosticato l'approdo “in un ospedale psichiatrico”. Da ragazza nessun interesse per minigonne, trucchi, chiacchiericci intriganti. Soffre della sindrome di Asperger, necessita di una compagnia che la guidi. Lei, che voleva studiare zoologia, spinta dalla nonna vince il concorso entrando invece al Centro Sperimentale di cinematografia. Respira l'aria di Roma, nel 1977 fa l'aiuto regista di Salvatore Samperi.
    “La mia grande aspirazione era vivere una vita normale, sposarmi ed avere sei figli, resi felici perché colmati d'amore. Aspirazioni non realizzate”. Si dà alla scrittura e scopre che “scrivere costa sempre e comunque un'enorme fatica fisica ed emotiva”, ma scrivere è anche “la valvola di sfogo per sopravvivere. La poesia è stata il mio nutrimento. I libri salvano la vita, alimentando la vita interiore”.
    Nel 1981 scrive il primo romanzo Illmitz, rifiutato dagli editori, che uscirà nel 2014. Marsilio pubblica nel 1989 La testa fra le nuvole. S'ammala ai polmoni e va per curarsi ad Orvieto dall'amica Roberta Mazzoni; più avanti comprerà il casale a Porano col baracchino - studiolo fra gli alberi. Qui scrive Và dove ti porta il cuore. E' il 1994, la criticamilitante l'accoglie male ma venderà nel mondo15 milioni di copie. E la Comencini ne farà un film. Ha scritto anche tanto sui giornali, pubblicato parecchi altri libri. Crede in Dio ma non è cattolica.

    Da ragazza era andata a Grado per incontrare Biagio Marin. Il poeta le aveva detto: “La sua vita è la poesia”. Questo libro è “l'ultima pietra che portavo nella mia gerla, la più pesante... Ho dovuto cercarla... nascosta tra le foglie”. Lì c'era la grande libertà interiore, un saggio uso della vita, la parola che si nutre nell'ombra. 

  • GALASSO, STORICO OPEROSO

    data: 12/02/2019 18:09

    Se n'è andato giusto un anno fa, a 88 anni. Pochi se lo rammentano. Eppure, Giuseppe Galasso era di certo una persona non comune: figlio di povera gente, fattosi con le sue mani, allievo della prestigiosa scuola storica napoletana di Benedetto Croce, insegnante assistente e poi ordinario di storia moderna alla Federico II. Strada facendo ha scritto molto sul Meridione, e dal 1979 ha diretto la monumentale Storia d'Italia della UTET, 33 volumi con le più belle firme degli storici italiani.
    L'ultimo insegnamento, da pensionato oramai, è stato per gli allievi del Suor Orsola Benincasa, università di casa Croce. Sovente la sera del mercoledì non tornava a Pozzuoli, preferendo dormire al Britannique e cenare coi colleghi amici che venivano da fuori ed erano ospiti dell'ateneo. Sempre vitale e gioviale, in quelle occasioni condivideva il frutto delle sue esperienze e manifestava più nette le sue opinioni. In particolare lamentava la crescente crisi della storia, l'emarginazione sociale.
    L'identità e le funzioni di questi studi, per l'attuale contesto culturale e civile, andavano perdendo valore, avevano sempre meno spazio come dimensione dell'uomo e del mondo, nell'identità europea, affermandosi invece oltremisura la sociologia. Ritenuta ininfluente per l'istruzione e la formazione dei giovani, la storia è confinata in un angolo sempre più ristretto dei programmi scolastici. Nonostante abbia dato man forte nella formazione della cultura sovranazionale e contribuito grandemente a delineare l'identità del cittadino d'Europa. Così degli storici andava in ombra il ruolo sociale. Tante di queste sue riflessioni finivano sulle pagine del Corriere della sera, per cui ha scritto a lungo.
    Galasso s'è impegnato anche nelle istituzioni, come consigliere ed assessore comunale, presidente della Biennale di Venezia, deputato e sottosegretario ai Beni culturali. Sua è la prima legge per la tutela dell'ambiente. Era nel partito repubblicano, ma non “faceva politica”. Da laico, aveva un suo spirito di servizio ammirevole. Suo figlio ha detto:”Mai visto papà inoperoso”. 

  • STORIA DI ANDREOTTI
    UN ESEMPLARE UNICO

    data: 29/01/2019 14:09

    Un personaggio da “maneggiare con cautela”, come aveva imparato Massimo Franco a Londra dalla frequentazione dell'International Insitute for Strategic Studies. Il più conosciuto, anche all'estero, fra quelli che contavano; mezzo secolo dentro il potere governativo in Italia e primo referente degli orientamenti vaticani; recordman delle preferenze elettorali e buon amico del miglior cinema romano. Apripista (al rapimento di Moro e col consenso del Pci) di quel compromesso storico che aveva sempre avversato come improponibile. Incalzato dai magistrati di sinistra eppure assolto nei due grandi processi intentatigli nel tempo. Giornalista fine e ironico, ben disposto sia coi colleghi a Montecitorio che in privato. Aggiungo: gli piaceva, incalzato, animare un dibattito anche malizioso alla presentazione dei suoi libri.

    Ciononostante la biografia di Giulio Andreotti, che Massimo Franco ci ripropone tanto bene aggiornata, è davvero un modello. Per aver scavato in ogni dove, fino al minimo dettaglio; mettendo tutto e perfino di più, in queste cinquecento pagine tanto dense di sostanza quanto leggere nel dipanarsi del racconto. C'è lo studente di modesta famiglia ciociara e il presidente della Fuci, l'amico di don Battista (Montini) e di Pio XII, il giovanissimo fidato braccio destro di De Gasperi, il principiante uomo di governo ed il paziente raccoglitore dei voti di preferenza che batte con sistematicità il basso Lazio. Il fidanzato e lo sposo di una signora colta e decisa quanto invisibile, il papà di quattro bravi figlioli. Così esposto sotto i riflettori della scena pubblica quanto capace di proteggere il suo privato.

    Anche il titolo - C'era una volta Andreotti  Ritratto di un uomo, di un'epoca e di un Paese editore. Solferino - è da maneggiare con cautela. “La biografia di una persona e di un'Italia che ormai appartengono al passato”, avverte l'autore. Mano a mano che Franco con inglese determinazione e leggerezza li racconta, suscita invece nel lettore l'interrogativo su quanto di quell'Italia più profonda, superficiale e plaudente, si sia dilatato. Fino a darci un governo che parla tanto ed opera poco; giusto a “beneficio” di quel Paese che era in cima ai pensieri di De Gasperi e di Einaudi, di Togliatti, Nenni (un po' meno) e Saragat, La Malfa e Malagodi, Fanfani e Moro. Andreotti, che era per tanti versi un uomo solo e non aveva mai cercato la segreteria democristiana, è cresciuto in mezzo a questi personaggi, diventando a sua volta rilevante uomo di governo. Con un di più, tutto personale, sul fronte internazionale. Gli piaceva fare il ministro degli esteri, aveva stretto solide relazioni con molti fra i grandi della Terra. Fu lui a far aprire le porte degli Stati Uniti d'America al comunista Giorgio Napolitano, e a farlo tanto apprezzare da essere invitato laggiù ai semestrali incontri più riservati.

    Franco è stato molto abile a raccontarci tutto questo: di più non era possibile, perché Andreotti non voleva che di sé più di tanto si conoscesse. E ne aveva ben diritto. Ma è proprio dentro la parte nota, così discussa allora ed ancor oggi, della politica andreottiana che non sempre si riesce a far luce abbastanza. I moventi e gli obiettivi rimangono non di rado celati, financo i risultati. E' la sua idea, pessimista più che cinica, della politica dispiegata nella pratica: si fa quel che si può; proporsi altisonanti mete è dir parole, non certo perseguire i risultati possibili. Lo disse e lo dimostrò a papa Pio XII come a Berlinguer, ai governi stranieri e ai colleghi ministri, ai suoi elettori di Alatri e della Ciociaria.

    Così essendo il personaggio, è ben difficile abbia avuto eredi, nemmeno emergeranno imitatori. Un “esemplare unico”, dice a ragione l'ottimo autore di questa pregevole biografia. E per un giudizio storico più compiuto sarà ragionevole guardare più avanti.

        

  • LA VERSIONE DI MICHELLE

    data: 06/01/2019 18:46

    Alle 107 donne, espressione di etnie e religioni ben differenti ora entrate nel Congresso americano, è stata Michelle ad aprire la via dieci anni fa. Essendo nata nel South Side di una grande città, fra gente modesta e tanti immigrati. Crescendo poi coi genitori Fraser e Marian Robinson, che le insegnano la schiettezza e il coraggio; e col fratello maggiore Craig, campione di basket. Coi vicini di casa, la gente in chiesa, il quartiere anonimo.
    La svolta - come racconta lei stessa in Becoming. La mia storia, Garzanti - avviene decidendo di studiare a Princeton, fra tutti bianchi e altolocati, per laurearsi in legge. Lei unica nera, di origine modesta. Diventando però ben presto avvocato d'affari in un grande studio di Chicago e guidando il dottor Barack Obama come suo tutor professionale. Scegliendo un marito nato nelle Hawaii, con evidenti e mantenute radici africane; amandolo teneramente e poi aiutandolo, primo americano di colore, a conquistare la Casa Bianca.
    Non avendogli nascosto i dubbi ed i timori che nutriva fin dall'entrata nell'agone politico: sulle possibili conseguenze per un amore autentico ed esplicito come il loro, sul futuro professionale d'entrambi, sulla famiglia che avevano deciso di costruirsi. Lei non la vedeva così bene, anche se lui già mostrava una spiccata capacità di lettura del sociale, di proposta e di guida, occupandosi di un'organizzazione cittadina.
    Alla fine decidono per il sì e Michelle lo appoggia subito, chiedendo alla madre di aiutarla nella cura delle figliolette Malia e Sasha. Rientrando immancabilmente a casa per cenare con le piccole, coccolarle e metterle a dormire. E aspettando il marito per andare a letto. Non prima di essersi fatta raccontare la giornata e via via convincendosi, anche sulla base delle informazioni che aveva dal suo scranno professionale, che Obama sapeva muoversi bene nell'agone politico. Mettendo infine anche lei un piede nell'area pubblica come direttore dell'agenzia che aiutava i giovani a costruirsi una carriera nel settore pubblico, poi all'ospedale dell'università di Chicago in qualità di responsabile dei rapporti coi cittadini.
    Quel candidato tutto nuovo alla competizione elettorale dimostrava fin da subito la qualità dei valori pubblici che lo animavano, le proposte reali, chiare e fors'anche realizzabili, che esponeva ai cittadini negli incontri e nei comizi. Senza dar peso più di tanto alle perfidie dei concorrenti. Fino a conquistare il consenso e il voto dei cittadini che lo portano nel parlamentino dello Stato. Dovendo abbandonare la professione legale per far politica a tempo pieno e vivere il potere dall'interno, nelle ombre e nelle luci. Nel 2004 entra nel Senato degli Stati Uniti, nel febbraio del 2007 annuncia la candidatura alla Presidenza.
    Michelle non manca di fare la sua parte, aiutata da uno staff professionale, scopre il fascino della campagna elettorale girando fra gli elettori dell'America; ma spesso si rifugia sfibrata tra le braccia del suo grande amore. A gennaio 2009 Barack giura come Presidente sulla Bibbia che Michelle sostiene, avendo accanto le bambine di dieci e sette anni. Conosce Joe Biden, che diventerà Vice Presidente, e le rispettive famiglie entreranno subito in sintonia. La Signora del Presidente assume pure un ruolo pubblico, viaggia nel mondo ed entra perfino nelle simpatie della regina Elisabetta d'Inghilterra.
    Alla Casa Bianca sta defilata, instaura ottimi rapporti col personale ed i servizi segreti che proteggono la famiglia presidenziale, porta le bambine a scuola, nel parco pianta un bell'orto curato con le figlie (per promuovere una sana alimentazione), si prendono due cani. Scappa una sera col marito a New York per uno spettacolo ed una cena a lume di candela, riconosciuti dai tavoli vicini ma salutati con un applauso soltanto all' uscita. 
    L'incontro con Nelson Mandela, un mito di entrambi, le dice che i cambiamenti profondi hanno bisogno di tempi lunghi. Scopre l'ottimismo e la forza d'animo dei militari americani di stanza nel mondo e delle loro famiglie, che cerca di sostenere. Lasciata la Casa Bianca, il potere più alto del globo, scelgono di rimanere a Washington, per far proseguire alle figlie la scuola e mantenere le amicizie.
    Questo libro (*), bello e perfino intimo, racconta bene la vita e le vicende dei due Obama. Ma rappresenta allo stesso tempo una straordinaria lettura della società e della democrazia americane, osservate e vissute dall'interno. Del suo radicamento su valori profondamente condivisi, di come girino le informazioni e le opinioni, delle scelte possibili in capo alle singole persone. Le basi autentiche della prima democrazia parlamentare repubblicana apparsa sulla nostra Terra.