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RITA LOPEZ

  • SO CHE ALL'ALBA
    TI PORTERANNO VIA

    data: 14/06/2019 16.58

    Ti hanno lavato, unto e vestito come se dovessi ripetere la tua cerimonia nuziale.
    Ti hanno chiuso gli occhi e la bocca. Ti hanno posto sulle labbra la moneta per Caronte. Ti hanno avvolto infine il corpo e il capo con bende di lino bianco.
    Nessuno fa caso a me, che ho preso tra le dita un tuo capello, lungo e lucido, nero come questa notte, e lo tengo stretto nel pugno.
    Ti hanno incoronato con ghirlande di alloro, per aver combattuto la tua sfida con la vita, e ti hanno posto su un letto con la testa poggiata su un cuscino e i piedi in direzione della porta.
    Per tutta la notte le donne cantano il lamento funebre, con le braccia sollevate, i capelli sciolti e spettinati, in segno di lutto.
    Nessuno fa caso a me, piccola come sono, che mi sollevo in punta di piedi e a malapena riesco a guardarti il volto.
    All’alba ti porteranno via, nel luogo dove arderà la pira di legna di quercia. Tutti rimarranno attorno al rogo, fino a quando le fiamme si abbasseranno. Solo allora spegneranno il fuoco col vino lucente.
    Nessuno farà caso a me che, nascosta dietro l’albero di alloro, aprirò piano la mano e aspetterò che Borea faccia volare oltre i rami il tuo lungo capello, lucido e nero come questa notte.
    Libero. Per sempre.
    (Nella foto: Anfora 804. Proveniente dalla necropoli del Dipylon. 760-750 a. C. Atene, Museo Archeologico Nazionale).


     

  • LA NINFA DEL TEVERE

    data: 29/05/2019 18.33

    Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, deponeva la propria bambola sull’ara della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato, sull’uscio della nuova casa, il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia, scongiurando in questo modo ogni segno nefasto.
    Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché il corpo freddo di Crepereia venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto di morte. Al momento della sepoltura portava sul capo una coroncina di foglie di mortella, trattenuta da piccoli fiori d’argento.
    Sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente in oro e perle, che a lei piacevano tanto, e una collana d’oro con pendagli, formati da piccoli cristalli di berillo. Le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.
    E infine, nel sarcofago, misero anche me, la bambola d’avorio creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri: Stenius.
    Crepereia mi adorava per via della mia mirabile fattura e per le mie articolazioni snodate, ma soprattutto perché mi aveva costruito Stenius.
    Stenius aveva intagliato la testa e il tronco in un unico pezzo. Aveva fissato i miei arti superiori e inferiori in appositi alloggiamenti incavati, grazie a un accurato sistema ad incastro, tenuto da piccoli perni perfettamente mimetizzati, così che io potessi muovere braccia e gambe nei loro movimenti naturali.
    Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.
    Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto, il naso dritto, la bocca carnosa, gli occhi intensi e assorti.
    Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.
    Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa, e chiusero il coperchio del sarcofago.
    Ci seppellirono entrambe in una buca profonda,  sulle sponde del Tevere.
    Ho vegliato su Crepereria per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.
    Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.
    Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.
    Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.
    Era diventata una ninfa.
    La ninfa del fiume Tevere. lLa ninfa dai lunghi e morbidi capelli.
     
    ***
    (Testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:
    “Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra dove era adagiata una gentile figurina di bambola.”)
    (nella foto: bambola di Crepereia, II sec. d.C., Roma Centrale Montemartini).

    © RitaLopez 

  • IL TORSO DEL BELVEDERE

    data: 15/05/2019 09.29

    Non so dire quanto venisse dal suo braccio, dalla sua capacità di usare lo scalpello con precisione, con maestria, con arte, e quanto venisse invece dal dio impetuoso che era dentro di sé.
    Non lo sapeva neanche lui.
    Quello che sapeva era che di fronte a un blocco di marmo le sue mani andavano da sole, mentre il dio dentro di sé, beffardo, lo scuoteva, lo agitava, fino a che non aveva finito.
    E anche questa volta accadde.
    C’era questo enorme blocco bianco.
    Iniziò a colpirlo con lo scalpello. Piano dapprima, ma poi con sempre più sicurezza. Con sempre più veemenza.
    Il dio dentro di sé fremeva mentre lui con la fronte febbricitante, tra la smania e l’orgasmo mistico, la sofferenza e la goduria più intensa e dolorosa, come un pazzo, completava la sua opera.
    Quando smise si sentì distrutto.
    Volse le spalle al gigante meraviglioso che aveva liberato dal marmo e s’incamminò barcollando per andare finalmente ad ubriacarsi, ma nel suo folle delirio vide apparire il genio che, secoli dopo, avrebbe ritrovato la sua statua. Il genio che avrebbe avuto, dentro di sé, quel suo stesso dio furioso.
    E allora tornò sui suoi passi.
    Con lo scalpello incise queste parole:
    “Apollonio, figlio di Nestore, l’Ateniese, fece”.
    “E adesso” implorò, “theòs moù, dio mio, lasciami libero. Lasciami in pace”.
    Più di 1500 anni dopo, in Italia, il più grande scultore di tutti i tempi vide la statua di Apollonio. Lesse l’epigrafe.
    Ed ebbe un fremito. Lui era Michelangelo.
    Il dio furioso che era dentro di sé, sorrise beffardo.

    (Nella foto: il torso del Belvedere, di Apollonio, V sec. a.C., Roma, Musei Vaticani). 

  • L'AFRODITE DI PRASSITELE

    data: 06/05/2019 12.11

    “Poserai nuda per me?” chiese lo scultore Prassitele alla cortigiana Frine, dopo che avevano passato la notte insieme.
    “E perché mai?” chiese la puttana più famosa e più richiesta di Atene, stiracchiando le braccia e mettendo in mostra i seni strepitosi.
    “Gli abitanti di Coo mi hanno chiesto una statua di Afrodite, per il loro nuovo tempio”, rispose Prassitele.
    “E vuoi me come modella? Una prostituta per rappresentare una dea?” rise Frine puntandosi l’indice sul petto.
    “Voglio te come modella” rispose lui, tornando avido a baciarla.
    Agli abitanti di Coo non piacque la statua di culto che avevano commissionato a Prassitele  per il nuovo santuario della dea Afrodite. Rimasero a bocca aperta nel vedere che la dea era rappresentata completamente nuda, una nudità che fino ad allora era stata riservata soltanto alle rappresentazioni maschili. Non se la sentirono davvero di accettare una simile novità e preferirono invece prendere un’altra statua di Afrodite, più tradizionale, che Prassitele aveva nel suo negozio.
    Di lì a poco giunsero ad Atene alcuni ambasciatori di Cnido.
    Si trovarono a passare dalla bottega del famoso Prassitele. Videro la statua della dea nuda e gli piacque moltissimo.
    L’acquistarono e la portarono al loro tempio di Afrodite, a Cnido, che  conquistò, da allora,  fama eterna.
    Per secoli schiere di pellegrini devoti venerarono l’immagine della dea, raffigurata in procinto di partecipare al bagno sacro, nelle sembianze della procace e peccaminosa Frine, la meravigliosa sgualdrina.
    La veste che mille volte era stata sfilata dalle braccia esperte della cortigiana, era posata delicatamente su un grande vaso, posto di fianco.
    Lo sfacciato esibizionismo che faceva impazzire politici, notabili, filosofi e poeti, tradotto in un’apparente insicurezza, appena rivelata dalla flessuosità del corpo.
    La seduzione irresistibile del ventre davanti a cui qualsiasi prezzo diventava lecito, pudicamente coperta dalla mano destra.
    Il capo dalla chioma sciolta e spettinata che ad ogni amplesso si sollevava lascivo, convertito  in una testa ordinata, dai riccioli sapientemente raccolti dietro la nuca.

    Prassitele, il genio, sapeva bene che ogni donna è la sintesi sublime tra la passione sfrontata e irriverente di una lussuriosa e la grazia pudica e composta di una dea. 

  • IX SECOLO A.C.

    data: 26/04/2019 08.29

    Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.
    Mio padre mi pose con cura nel grande dolio e mi stese piano le braccia e le gambe.
    Non avevo ancora 6 anni.
    “Non avere paura” mi sussurrò all’orecchio “questa Terra ti proteggerà. Ed un giorno qualcuno verrà a liberarti”.
    Mi adagiò piano con le sue forti braccia nella fossa e, aiutato dai parenti, iniziò a coprirmi.
    E la Madre Terra mantenne la sua promessa.
    Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido, mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno le madri con i loro piccoli.
    Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.
    E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie.
    Mi raccontava della fondazione di una città e di sette Re succedutisi nei secoli.
    Mi raccontava di come il posto dove io giacevo, fosse diventato un luogo sacro.
    Mi raccontava di grandi battaglie e grandi generali, di imperatori magnanimi e di altri spietati.
    Mi raccontava della grandezza e della potenza e della gloria di quella città, fino alla sua caduta, e poi del suo inesorabile oblio.
    Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali e poi di guerre sanguinose e dittature, di sangue e di morte, di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.
    Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come un bene prezioso in uno scrigno, fino a quando una mattina il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.
    Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un tempo infinitamente lontano, qualcuno mi ha liberato.
    La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa e mi ha lasciato andare.
    “Quale è il tuo nome Madre?” le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio.
    “Roma” mi ha risposto.
    Il tizio dallo strano copricapo giallo sulla testa che mi ha sollevato con cura non lo sa, ma io gli ho sorriso. 

     

  • LA MALEDIZIONE DI AELIA

    data: 12/04/2019 12.36

    E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
    Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
    Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
    Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
    Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia. 
    Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
    Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
    Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
    Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
    Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
    “Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
    Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
    Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
    Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
    Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
    E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
    Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

    https://lopezrita.files.wordpress.com/2016/11/14962664_567244180134319_3758419387544915759_n.jpg

     (Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).