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RITA LOPEZ

  • LA MALEDIZIONE DI AELIA

    data: 12/04/2019 12.36

    E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
    Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
    Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
    Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
    Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia. 
    Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
    Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
    Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
    Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
    Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
    “Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
    Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
    Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
    Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
    Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
    E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
    Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

    https://lopezrita.files.wordpress.com/2016/11/14962664_567244180134319_3758419387544915759_n.jpg

     (Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).