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RITA LOPEZ

  • PARTENOPE

    data: 25/09/2019 11.28

    Che compito scellerato quello che gli dei affidarono a me e alle mie due sorelle! Leucosìa, la dea bianca, Lìgeia, colei che ha la voce chiara, ed io, Partenope, la virginale, abitavamo sull’isola di Antemoessa, circondata dalle onde spumeggianti del Mediterraneo.

    Che destino infame il nostro, che non dovevamo consentire il passaggio, attraverso le coste rocciose, di essere umani che restassero vivi, pena la nostra stessa morte. Provavo pena per quei marinai, costretti a passarci davanti e a essere ammaliati dal suono di miele che usciva dalle nostre bocche. Obbligati a impazzire, fino a gettarsi in mare. Fino a essere scaraventati contro gli scogli acuminati che avrebbero ridotto le loro carni in brandelli.

    Che sorte avversa la nostra, che ci voleva appostate con le nostre brutte zampe d’uccello su una rupe, le ali spiegate al vento, costrette a impedire la gioia del ritorno a casa. Eravamo prigioniere di una terra ricoperta di cadaveri in putrefazione periti a causa della nostra voce, che pure era soave come un giglio.

    La voce di morte delle Sirene “dolci fino a morire”.

    Il canto come perdizione.

    Il canto come traviamento.

    Peccato mortale.

    E poi è arrivato il più grande mentitore dell’antichità, Ulisse, l’infaticabile esploratore dell’ignoto. Tappò con la cera le orecchie dei compagni e si fece legare all’albero maestro della nave, pur di ascoltare il nostro canto.

    La sua nave passò indenne e noi fummo sconfitte.

    Non ci rimase altro da fare che gettarci dalla rupe e andarci a schiantare sulle rocce. I nostri corpi, il mio e quello delle mie due sorelle, furono trasportati dalle correnti in tre direzioni diverse. Le mie spoglie giunsero sulla spiaggia di Megaride, in Campania. Lì mi trovarono dei pescatori che mi venerarono come una dea. In mio onore eressero un altare e organizzarono giochi sulla spiaggia.

    Nel punto esatto in cui il mio corpo si dissolse, fu fondata la città di Partenope.

    Che beffa atroce per gli dei, quando vennero a sapere che in quella città il canto era diventato simbolo di gioia, e di amore, e di passione.

    Che smacco, per loro, quando si resero conto che a Partenope si canta. Si è sempre cantato. Si canterà sempre.

    Si canta quando si è innamorati.

    Si canta quando si soffre.

    Quando ci si ribella.

    Il canto della Sirena s’è trasformato da simbolo di morte a simbolo d’amore e vita.

     

    “Viento

    trase dint'e piazze

    rump'e fenestre

    e nun te fermà'.

    Viento viento

    puorteme 'e voci

    e’ chi vo' alluccà'”.

  • 4 SETTEMBRE, ARCO DI LUCE AL PANTHEON

    data: 04/09/2019 14.48

    Non esiste un monumento della Roma antica, soprattutto se di committenza imperiale, che sia stato costruito così, "ad minchiam". Prendete il Pantheon per esempio. Tutti voi che vi fate i selfies là davanti e poi li postate su Feisbuk, sapete sicuramente (o forse no) che il Pantheon, originariamente edificato da Agrippa e poi ricostruito dopo l’ennesimo incendio da Adriano nel 125 d.C., era il tempio dedicato a tutte le divinità. Quelle passate. Quelle presenti. E quelle future. Tutti voi, mangiatori di gelato appena comprato dal vicino Giolitti, sapete sicuramente (o forse no) che al suo interno il Pantheon ospita la più grande cupola in cemento NON ARMATO del pianeta (primato eguagliato poi, secoli e secoli dopo, soltanto dalla cupola di Brunelleschi a Firenze). Quello che non tutti voi sapete però (o forse sì), è che il Pantheon funziona come una vera e propria meridiana. L’oculo sulla sommità della cupola crea un disco di luce che si sposta gradualmente a seconda delle stagioni e va a colpire il portale di ingresso solo nei giorni che segnavano occasioni importanti, come il 21 aprile, Dies Natalis di Roma, quando il disco di luce illumina esattamente il portale e il portico antistante. Ma ci sono altri due fenomeni, nel corso dell’anno, in cui avviene un evento prodigioso.

    Questi giorni sono il 7 aprile e il 4 settembre. In questi giorni il sole crea una arco di luce che collima perfettamente con quello sopra il portale di ingresso. Ora voi mi chiederete: si vabbe', ma che si faceva in quei giorni a Roma? Ebbene, miei cari, in quei giorni a Roma si celebravano le feste rituali di due delle più importanti divinità del pantheon romano. Dal 7 al 10 aprile c’era la festa in onore della dea Cibele (identificata poi con Magna Mater) e tra il 2 e il 5 settembre quella in onore di Giove Ottimo Massimo. Ve l’immaginate voi l’imperatore e i sacerdoti che entravano nell’edificio durante le cerimonie rituali, circondati da quest’arco di luce solare, che conferiva loro un’aura quasi sacra, anzi divina? Ripeto: niente era fatto così, "ad minchiam".

    E quindi, miei cari che avete avuto la pazienza di leggere fino alla fine questa roba (o forse no), se avete la fortuna di trovarvi nei paraggi, oggi, 4 settembre, alle ore 13,00 precise, entrate nel Pantheon e vedrete. Prima però, finite di mangiare il gelato, pulitevi la bocca e ... vabbè, fateve 'sto benedetto selfie. 

  • MIA SORELLA TULLIA

    data: 22/08/2019 14.49

    Portarono Tullia al tempio che non aveva ancora compiuto 10 anni. Ero gelosa di mia sorella maggiore, scelta per diventare una Vestale, la sacerdotessa della Dea del fuoco perenne di Roma.
    Mi infastidivano gli elogi di mia madre, gli occhi lucidi e gonfi di lacrime ogni volta che a casa si parlava di lei.
    Morivo di invidia quando incontravo Tullia per strada, insieme alle altre sacerdotesse.
    Persino i magistrati si inchinavano e le lasciavano passare.
    Tullia era tra le più belle. Il velo bianco, che le copriva il capo, abbagliava come il marmo di Roma sotto il sole d’estate.
    Ci guardavamo un attimo.
    Mi sorrideva ogni volta.
    Ma io non ricambiavo il sorriso.
    Mai.
    Volevo essere al suo posto.
    Ecco cosa volevo.
    L’ho incontrata per le strade del Foro quando ero bambina, e poi adolescente, e poi ancora quando sono diventata la moglie del ricco patrizio che non ho mai amato.
    Tullia mi ha sempre cercato con lo sguardo e con lo sguardo mi ha sempre sorriso.
    Ma questa mattina Tullia non mi guarda.
    Questa mattina portano Tullia al Campus Scelleratus per essere sepolta viva: è così che puniscono una Vestale quando perde la sua verginità.
    Mia sorella è sdraiata su una lettiga, legata alle braccia e alle gambe con delle cinghie di cuoio.
    E’ come se fosse già morta.
    Mia sorella, la vergine impura, procede nel corteo funebre che la porta alla tomba.
    La folla è silenziosa e costernata.
    Giungiamo presso Porta Collina.
    Tullia verrà introdotta in un sepolcro sotterraneo, dove hanno preparato una tavola imbandita, una fiaccola accesa, pane, acqua in un vaso, latte ed olio, quasi a volersi discolpare della morte di un corpo fino a quel momento considerato sacro e solenne.
    Mi intrufolo tra la folla e mi avvicino più che posso alla lettiga, dove mia sorella è sdraiata. La raggiungo. Sono accanto a lei. La guardo. E’ ancora bellissima, nonostante indossi il suo abito funebre.
    Mi guarda. E’ sperduta. Le sorrido.
    Io sorrido a mia sorella Tullia.
    Fra un attimo il sepolcro verrà chiuso.
    La sua memoria cancellata per sempre.
    © RitaLopez
    (nella foto: Casa delle Vestali, Roma)
     

     

  • IL PUGILE

    data: 23/07/2019 12.34

    Pensi che mi importi qualcosa di queste ferite, Clodia? Pensi davvero che mi importi qualcosa? Non sono neanche in grado di sentirli, questi colpi che mi piombano sulla faccia. Ho nella bocca il sapore del sangue, riesco a malapena ad aprire gli occhi tumefatti, eppure non provo dolore. Sono qui a combattere, a sferrare con violenza i pugni sul mio avversario, ma al suo posto immagino di avere di fronte il vecchio patrizio che hai sposato.

    Penso alla sua bocca vicino alla tua, dopo che si è ingozzato di cibo, ai suoi occhi umidi di rospo che ti guardano mentre ti spogli e sono sicuro di non avere mai odiato così tanto. Il tuo sguardo puntato su di me, mentre sono qui sull’arena per farvi divertire, ecco, quello mi fa più male dei colpi. E la rabbia mi sale dal profondo, mi fa essere più violento, e mi induce a colpire la faccia e la testa del mio rivale, che ha assunto ai miei occhi le sembianze di tuo marito. Sento il rumore delle ossa del suo cranio che si rompono sotto i miei pugni d’acciaio. Si accascia per terra, tramortito. L’ho battuto.

    Un profondo boato emerge dalla folla assiepata nella cavea. Mi siedo esausto, ho le gambe tremanti. Mi giro a fatica per cercarti sugli spalti. Ti intravedo, hai gli occhi bassi. Lui, il vecchio patrizio, ti sta accanto. Esulta, agitando per aria le sue braccia flaccide e bianche. Aveva scommesso su di me. E ha vinto.

    (Nella foto: Il Pugile, IV sec. a.C., Roma, Museo Nazionale Romano). 

  • PER UN ATTIMO ACCECATO
    DALLA LUCE DEL SOLE...

    data: 01/07/2019 21.47

    (III sec. a.C.)
    Non so bene come andarono i fatti, perché io non ero ancora nato.
    Non ne avevo avuto ancora il tempo.
    So soltanto che mia madre quel giorno aveva iniziato ad avere le doglie: si preparava per farmi nascere.
    So soltanto che camminò tanto, alla ricerca di un posto tranquillo dove poter partorire in pace.
    Riuscivo a sentirla, comodamente adagiato dentro la sua pancia.
    All’improvviso ha avuto un sussulto, quello l’ho sentito bene. Forte e chiaro. Ho sussultato anch’io.
    Sicuramente ha visto qualcosa, o qualcuno, che l’ha spaventata. Si è messa a correre, più veloce che poteva. Ho sentito  il suo respiro farsi sempre più corto, sempre più corto. Quel qualcosa, o qualcuno, continuava a seguirla. Senza tregua.
    Avvertivo la sua paura, l’affanno, l’angoscia, mentre le doglie  continuavano, aumentavano implacabili, sempre più ravvicinate. Sempre più forti.
    So soltanto che quel qualcosa, o qualcuno, alla fine l’ha raggiunta. Le ha fracassato la testa, fratturandole il cranio.
    Mia madre è caduta sulla terra umida e odorosa.
    Ancora viva. Il suo cuore che ancora batteva.
    Giusto il tempo perché io nascessi e fossi per un attimo accecato dalla luce abbagliante del sole. Solo per un attimo.
    Poi, più niente.
     
    ***
    (Settembre 2001)
    Sensazionale scoperta. Stamattina un gruppo di archeologi ha trovato lo scheletro, osteologicamente ben rappresentato, di un giovane adulto di sesso femminile e i resti ossei di un feto a termine, adagiato tra i suoi femori.
    Alcune lesioni riscontrate  sul cranio della donna, fanno supporre a una morte per cause violente.
    Per ora è tutto. Il prossimo notiziario alle ore 13. Pubblicità. 

  • SO CHE ALL'ALBA
    TI PORTERANNO VIA

    data: 14/06/2019 16.58

    Ti hanno lavato, unto e vestito come se dovessi ripetere la tua cerimonia nuziale.
    Ti hanno chiuso gli occhi e la bocca. Ti hanno posto sulle labbra la moneta per Caronte. Ti hanno avvolto infine il corpo e il capo con bende di lino bianco.
    Nessuno fa caso a me, che ho preso tra le dita un tuo capello, lungo e lucido, nero come questa notte, e lo tengo stretto nel pugno.
    Ti hanno incoronato con ghirlande di alloro, per aver combattuto la tua sfida con la vita, e ti hanno posto su un letto con la testa poggiata su un cuscino e i piedi in direzione della porta.
    Per tutta la notte le donne cantano il lamento funebre, con le braccia sollevate, i capelli sciolti e spettinati, in segno di lutto.
    Nessuno fa caso a me, piccola come sono, che mi sollevo in punta di piedi e a malapena riesco a guardarti il volto.
    All’alba ti porteranno via, nel luogo dove arderà la pira di legna di quercia. Tutti rimarranno attorno al rogo, fino a quando le fiamme si abbasseranno. Solo allora spegneranno il fuoco col vino lucente.
    Nessuno farà caso a me che, nascosta dietro l’albero di alloro, aprirò piano la mano e aspetterò che Borea faccia volare oltre i rami il tuo lungo capello, lucido e nero come questa notte.
    Libero. Per sempre.
    (Nella foto: Anfora 804. Proveniente dalla necropoli del Dipylon. 760-750 a. C. Atene, Museo Archeologico Nazionale).


     

  • LA NINFA DEL TEVERE

    data: 29/05/2019 18.33

    Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, deponeva la propria bambola sull’ara della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato, sull’uscio della nuova casa, il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia, scongiurando in questo modo ogni segno nefasto.
    Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché il corpo freddo di Crepereia venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto di morte. Al momento della sepoltura portava sul capo una coroncina di foglie di mortella, trattenuta da piccoli fiori d’argento.
    Sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente in oro e perle, che a lei piacevano tanto, e una collana d’oro con pendagli, formati da piccoli cristalli di berillo. Le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.
    E infine, nel sarcofago, misero anche me, la bambola d’avorio creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri: Stenius.
    Crepereia mi adorava per via della mia mirabile fattura e per le mie articolazioni snodate, ma soprattutto perché mi aveva costruito Stenius.
    Stenius aveva intagliato la testa e il tronco in un unico pezzo. Aveva fissato i miei arti superiori e inferiori in appositi alloggiamenti incavati, grazie a un accurato sistema ad incastro, tenuto da piccoli perni perfettamente mimetizzati, così che io potessi muovere braccia e gambe nei loro movimenti naturali.
    Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.
    Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto, il naso dritto, la bocca carnosa, gli occhi intensi e assorti.
    Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.
    Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa, e chiusero il coperchio del sarcofago.
    Ci seppellirono entrambe in una buca profonda,  sulle sponde del Tevere.
    Ho vegliato su Crepereria per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.
    Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.
    Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.
    Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.
    Era diventata una ninfa.
    La ninfa del fiume Tevere. lLa ninfa dai lunghi e morbidi capelli.
     
    ***
    (Testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:
    “Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra dove era adagiata una gentile figurina di bambola.”)
    (nella foto: bambola di Crepereia, II sec. d.C., Roma Centrale Montemartini).

    © RitaLopez 

  • IL TORSO DEL BELVEDERE

    data: 15/05/2019 09.29

    Non so dire quanto venisse dal suo braccio, dalla sua capacità di usare lo scalpello con precisione, con maestria, con arte, e quanto venisse invece dal dio impetuoso che era dentro di sé.
    Non lo sapeva neanche lui.
    Quello che sapeva era che di fronte a un blocco di marmo le sue mani andavano da sole, mentre il dio dentro di sé, beffardo, lo scuoteva, lo agitava, fino a che non aveva finito.
    E anche questa volta accadde.
    C’era questo enorme blocco bianco.
    Iniziò a colpirlo con lo scalpello. Piano dapprima, ma poi con sempre più sicurezza. Con sempre più veemenza.
    Il dio dentro di sé fremeva mentre lui con la fronte febbricitante, tra la smania e l’orgasmo mistico, la sofferenza e la goduria più intensa e dolorosa, come un pazzo, completava la sua opera.
    Quando smise si sentì distrutto.
    Volse le spalle al gigante meraviglioso che aveva liberato dal marmo e s’incamminò barcollando per andare finalmente ad ubriacarsi, ma nel suo folle delirio vide apparire il genio che, secoli dopo, avrebbe ritrovato la sua statua. Il genio che avrebbe avuto, dentro di sé, quel suo stesso dio furioso.
    E allora tornò sui suoi passi.
    Con lo scalpello incise queste parole:
    “Apollonio, figlio di Nestore, l’Ateniese, fece”.
    “E adesso” implorò, “theòs moù, dio mio, lasciami libero. Lasciami in pace”.
    Più di 1500 anni dopo, in Italia, il più grande scultore di tutti i tempi vide la statua di Apollonio. Lesse l’epigrafe.
    Ed ebbe un fremito. Lui era Michelangelo.
    Il dio furioso che era dentro di sé, sorrise beffardo.

    (Nella foto: il torso del Belvedere, di Apollonio, V sec. a.C., Roma, Musei Vaticani). 

  • L'AFRODITE DI PRASSITELE

    data: 06/05/2019 12.11

    “Poserai nuda per me?” chiese lo scultore Prassitele alla cortigiana Frine, dopo che avevano passato la notte insieme.
    “E perché mai?” chiese la puttana più famosa e più richiesta di Atene, stiracchiando le braccia e mettendo in mostra i seni strepitosi.
    “Gli abitanti di Coo mi hanno chiesto una statua di Afrodite, per il loro nuovo tempio”, rispose Prassitele.
    “E vuoi me come modella? Una prostituta per rappresentare una dea?” rise Frine puntandosi l’indice sul petto.
    “Voglio te come modella” rispose lui, tornando avido a baciarla.
    Agli abitanti di Coo non piacque la statua di culto che avevano commissionato a Prassitele  per il nuovo santuario della dea Afrodite. Rimasero a bocca aperta nel vedere che la dea era rappresentata completamente nuda, una nudità che fino ad allora era stata riservata soltanto alle rappresentazioni maschili. Non se la sentirono davvero di accettare una simile novità e preferirono invece prendere un’altra statua di Afrodite, più tradizionale, che Prassitele aveva nel suo negozio.
    Di lì a poco giunsero ad Atene alcuni ambasciatori di Cnido.
    Si trovarono a passare dalla bottega del famoso Prassitele. Videro la statua della dea nuda e gli piacque moltissimo.
    L’acquistarono e la portarono al loro tempio di Afrodite, a Cnido, che  conquistò, da allora,  fama eterna.
    Per secoli schiere di pellegrini devoti venerarono l’immagine della dea, raffigurata in procinto di partecipare al bagno sacro, nelle sembianze della procace e peccaminosa Frine, la meravigliosa sgualdrina.
    La veste che mille volte era stata sfilata dalle braccia esperte della cortigiana, era posata delicatamente su un grande vaso, posto di fianco.
    Lo sfacciato esibizionismo che faceva impazzire politici, notabili, filosofi e poeti, tradotto in un’apparente insicurezza, appena rivelata dalla flessuosità del corpo.
    La seduzione irresistibile del ventre davanti a cui qualsiasi prezzo diventava lecito, pudicamente coperta dalla mano destra.
    Il capo dalla chioma sciolta e spettinata che ad ogni amplesso si sollevava lascivo, convertito  in una testa ordinata, dai riccioli sapientemente raccolti dietro la nuca.

    Prassitele, il genio, sapeva bene che ogni donna è la sintesi sublime tra la passione sfrontata e irriverente di una lussuriosa e la grazia pudica e composta di una dea. 

  • IX SECOLO A.C.

    data: 26/04/2019 08.29

    Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.
    Mio padre mi pose con cura nel grande dolio e mi stese piano le braccia e le gambe.
    Non avevo ancora 6 anni.
    “Non avere paura” mi sussurrò all’orecchio “questa Terra ti proteggerà. Ed un giorno qualcuno verrà a liberarti”.
    Mi adagiò piano con le sue forti braccia nella fossa e, aiutato dai parenti, iniziò a coprirmi.
    E la Madre Terra mantenne la sua promessa.
    Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido, mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno le madri con i loro piccoli.
    Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.
    E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie.
    Mi raccontava della fondazione di una città e di sette Re succedutisi nei secoli.
    Mi raccontava di come il posto dove io giacevo, fosse diventato un luogo sacro.
    Mi raccontava di grandi battaglie e grandi generali, di imperatori magnanimi e di altri spietati.
    Mi raccontava della grandezza e della potenza e della gloria di quella città, fino alla sua caduta, e poi del suo inesorabile oblio.
    Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali e poi di guerre sanguinose e dittature, di sangue e di morte, di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.
    Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come un bene prezioso in uno scrigno, fino a quando una mattina il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.
    Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un tempo infinitamente lontano, qualcuno mi ha liberato.
    La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa e mi ha lasciato andare.
    “Quale è il tuo nome Madre?” le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio.
    “Roma” mi ha risposto.
    Il tizio dallo strano copricapo giallo sulla testa che mi ha sollevato con cura non lo sa, ma io gli ho sorriso. 

     

  • LA MALEDIZIONE DI AELIA

    data: 12/04/2019 12.36

    E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
    Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
    Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
    Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
    Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia. 
    Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
    Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
    Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
    Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
    Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
    “Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
    Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
    Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
    Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
    Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
    E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
    Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

    https://lopezrita.files.wordpress.com/2016/11/14962664_567244180134319_3758419387544915759_n.jpg

     (Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).