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UMBERTO BINETTI

  • DUE IMBROGLIONI CARISMATICI

    data: 16/10/2019 22.56

    Chi l’la spuntata? Chi era in difficolta? Quale il momento in cui uno dei due sembrava cedere? Chi sembrava più sicuro? Chi il meno incisivo?
    Non vi sto dando delle informazioni sulla fine di un incontro di boxe, né della finale di un open di tennis. Ma se solamente sbirciate (vi prego non leggete vi rovinereste l’intera giornata) i rotocalchi o peggio ancora il rosario del XXI secolo (cell) e il suo Tempio (pc/tablet), questi sono gli interrogativi che trovereste scritti dai giornalai (noterete che stavolta non ho posto parentesi intorno alla “a”).
    Prima di parlarvi dei due LOSCHI FIGURI diamo subito la palma del vincitore dell’incontro (che non era né di boxe, né di tennis per chi non sa di cosa parli),
    Ha vinto Bruno Vespa, per lo share raggiunto. Abbastanza scontato devo dire, visto che gli italiani sono molto più sensibili a scontri di questo genere e non magari a trasmissioni serie sulla tragedia in Siria o sui ghiacciai che si sgretolano.
    Ma questo è un altro discorso che è meglio per tutti mettere da parte.E così ci siamo trovati di fronte i politici – a detta dei giornalai – con più carisma che possediamo in Italia. Carisma: “quanto occorre a determinare un ascendente o una influenza indiscutibile e generalizzata su altri (autorità, saggezza, dottrina, prestigio, fascino, ecc.)”. QUESTO DICE UN NORMALE VOCABOLARIO USUFRUIBILE DA PORTATORI DI NEURONI SANI NEL CERVELLO.
    Chi è in piena necrosi neuronale (giornalai) può serenamente rintracciare tali elementi “prestigiosi” nei due mattei (minuscolo).
    PER I NORMODOTATI… NO!!!
    Due stili, due modi di guardare, due ritmi di codice linguistico, due modi di sorridere, di muoversi, di scrivere, assolutamente diversi.
    Una cosa, invece, assolutamente identica: DUE IMBROGLIONI.
    Io ci aggiungerei: DUE IMBROGLIONI CARISMATICI.
    Del tutto evidente che nel confronto (anche su questo termine bisognerebbe fare una attenta analisi linguistica…) l’assente era il popolo italiano. Il lavoratore precario, il disoccupato, quello sofferente nelle periferie, l’operaio cassa integrato, ecc. Quelli che, probabilmente, erano appiccicati alla tv per sentirsi dire cose sul futuro, sulla speranza di un benessere redistribuito in modo “umano”.
    Per la cronaca, il sottoscritto era comodamente seduto in poltrona per umana curiosità e, ve lo giuro, per studio. SOLO PER STUDIO.
    Non mi soffermerò certo a parlarvi del loro “non parlato”, dell’assenza di un minimo di cultura politica. Marc Augè, famosissimo antropologo francese, coniò un termine per definire quei luoghi di passaggio come la hall di un aeroporto o le sale di attesa delle Stazioni. Le definì NON LUOGHI. Dove nessuna tipologia discorsiva, di dialogo è possibile. Luoghi di passaggio.
    Ecco, l’altro ieri lo studio di Vespa era un luogo di passaggio.
    Altro non ho da dire se non di una cosa di cui sono certissimo. Non so chi abbia vinto, secondo i canoni dei giornalai, ma so per certo chi ha perso.
    L’ITALIA E TUTTI GLI ITALIANI.
    E sono ben consapevole di essere, come tutti gli altri, corresponsabile e complice di questo risultato.

  • IL SOGNO, LE MASCHERE,
    LE METAFORE...

    data: 16/10/2019 22.55

    Credo che sappiate – parlo di chi mi onora di attenzione – che è da una vita che parlo di Grillo e ovviamente, negli ultimi tempi, posso anche essere apparso quasi vittima di una “fissazione”. Ma il nocciolo della questione è proprio lì. Non sto parlando del Movimento, bensì del Grillismo.
    Io credo che la manifestazione napoletana per i 10 anni del Movimento meriti attente letture. È il comico genovese che ora mi interessa su tutto. Perché ritengo che ciò che si sta vivendo, in Italia, in termini politici, ha un solo e unico protagonista: Beppe Grillo.
    Salvini? Sulla sua improvvisa scelta di “crisi politica” in stile Papeete mantengo i miei dubbi. Ingenuo? Non credo.
    Renzi? Solo un pallone sgonfiatosi autonomamente in periodi referendari. Ripeterà “la perdita d’aria” inevitabilmente. Troppo interessato a sé stesso e… a sé stesso… e a sé stesso… ad libitum.
    Il genovese, invece, lo seguo praticamente dal 2006. Per intenderci, dopo pochi mesi dalla nascita del suo Blog.
    Ma ritorniamo a Napoli. Intanto, perché Napoli e non Roma, Bari, Palermo o addirittura Foggia…???
    Perché credo che un piccolo riconoscimento di addio al giovane Di Maio fosse d’uopo.
    IL SOGNO. Grillo ha avuto un sogno nel cassetto. Da tempi lontanissimi. Io, una volta, l’ho identificato nella sua unica presenza di valore in ambito cinematografico.
    “Cercasi Gesù” di Luigi Comencini (1982) per cui fu premiato come miglior attore esordiente con il Donatello.
    Cambiare il mondo o quanto meno provarci. Credo che questa sia stata per moltissimo tempo la sua “fissa”. E ci ha provato con tutta la forza fino a farlo divenire un sogno irrealizzabile, percependo in modo chiaro, giorno dopo giorno, che in una società dove l’assenza quasi totale di elementi essenziali come la spiritualità dell’essere umano, il rispetto per la natura e l’ambiente, l’etica, l’onestà intellettuale non davano alla sua progettualità alcuna possibilità di successo. Così è divenuto un visionario o, quanto meno prova con tutto sé stesso a farcelo credere.
    LE MASCHERE. E così dal “misterioso” personaggio dei fumetti di Alan Moore e David Lloyd (V per vendetta) che combatte il Sistema con ogni mezzo, si è passati al Joker-Grillo (sottotitolo: Io sono il caos).
    A causa di violenze subite sin dalla tenera età, Joker- Grillo, ha deciso non di combatterlo il Sistema, ma di distruggerlo.
    A tutti i costi.
    Azzerando la sua creatura, innanzi tutto. Informando i partecipanti che “forse non ve ne siete accorti ma in dieci anni tutto è cambiato e siamo cambiati dentro”.
    Ed ovviamente portando dentro al caos programmato, quel Partito che gli aveva precluso perfino l’iscrizione un po’ di anni prima e l’amatissimo Renzi.
    LE METAFORE. Nei suoi ultimi comunicati, Beppe Grillo, mi ha portato in mente più volte l’amato Jep Gambardella de LA GRANDE BELLEZZA.
    In una frase che quasi dà inizio al capolavoro di Paolo Sorrentino.
    VOLEVO DIVENTARE IL RE DEI MONDANI. IO NON VOLEVO SOLO PARTECIPARE ALLE FESTE. VOLEVO AVERE IL POTERE DI FARLE FALLIRE.
     

  • LE COMICHE FINALI

    data: 14/10/2019 15.31

    Mentre la guerra imperversa a meno di cinquemila chilometri da noi (anche stavolta non dalla parte opposta del mondo), mentre si è ufficialmente acceso l’ennesimo focolaio non meno pericoloso di quello palestinese, mentre un po’ di soldatini - tagliatesta dell’ISIS - se ne tornano a casa ( a proposito di questi ultimi non sono ancora riuscito a capire chi li paga “davvero”), l’italiano medio è tutto infervorato per le nostre Comiche, che io invano spero siano quelle finali ma che i fatti, ogni giorno, mi dicono sempre essere “le penultime”.
    Ad esempio, pensavo che il raduno cinquestellare di Napoli fosse la chiusura!!! Ahimè non è così.
    Sul palco di questa splendida città che io amo e che dette i natali ai miei antenati si sono alternati i Potenti di QUESTOMOVIMENTOCHENONCEPIU.
    Lo ha dichiarato, finalmente, a piena voce il suo “inventore”. Il comico genovese – era ora!!! – ha dichiarato che “è inutile pensare che abbiamo la stessa identità di dieci anni fa, non è così, siamo diversi, diversi dentro e se ora vi lamentate, a fanculo vi ci mando io”. Il tutto davanti ad una folla festante…
    Festante di che?
    Sarebbe dovuto bastare per il de profundis dell’ex Movimento. Invece no. Il comico ha voluto mettere fino in fondo la lama nella piaga. Ha ricordato agli astanti che ora il PD ha finalmente una “narrazione” che Di Maio, Di Battista, Casaleggio e buon ultimo l’avv. Conte hanno regalato alla banda del buco (leggi PD+Renzi).
    Tant’è che quest’ultimo - intendo l’avvocato foggiano - prossimo alla formazione di qualche altra “Italia” (consiglio “l’Italia s’è rotta”) ha raccontato di questa nuova società nostrana fondata su quattro pilastri. Su questa ultima affermazione, le mie nobili dita si rifiutano di formare sulla tastiera qualsiasi concetto compiuto.
    Comiche finali, quindi, con tutti gli ingredienti per essere considerate tali?
    Macché!!!
    Preparatevi a martedì.
    Tutti sintonizzati su RAI1. Va in scena il confronto/scontro tra i due Matteo a “Porta a porta”
    Salvini v/s Renzi.
    “Lo scontro finale” non è stato inserito nel titolo. Perché? Ve lo dico nel mio dialetto ovviamente subito dopo tradotto. “De mò la pigghie!!!”. Traduzione: “Da ora la prendi!!!”. Traduzione della traduzione: “Non è affatto il finale”.
    Dubito che si parlerà di Governo, di programmi, di prospettive e di altro materiale similare.
    Prevedo, invece, che si prenderanno a sportellate sui furti non chiariti (Banche, soldi spariti, ricerca di rubli), di spie in quel di Roma, di costumi da bagno e divise militari, ecc. ecc..
    Tutti dinanzi alla tivvù martedì. Ci sarò anch’io, ovviamente, per quella che tutti pensano essere la “comica finale”.
    Quasi tutti. Perché io credo che ci sarà da ridere ancora.
    Lo sfascio è appena iniziato.
    Vi confido una cosa.
    Sono molto più curioso e in attesa di quello che accadrà il 19 ottobre in quel di Roma. Alla manifestazione della destra italiana, per intenderci.
    Mi interessa ovviamente, come tutti, in quanti saranno. Ma ciò che mi attizza di più è non quanti saranno ma CHI CI SARA’.
    Intendo dire le classi sociali, quali ceti, CHI, spero pacificamente, sfilerà per le strade di Roma.
    Forse potrebbe essere quella l’ultima comica?
    Spero davvero di no. Se dovesse essere così, vi garantisco che, a seguire, ci sarà solo da piangere.
    E ce lo saremo meritato a pieno titolo.
     

  • BARACCOPOLIS
    3) NUOVE GENERAZIONI?

    data: 07/10/2019 22.19

    Abbiamo iniziato questo racconto con tre personaggi che ho definito di spicco, nella vicenda che stavo analizzando: Di Pietro, Cusani, il Popolo Italiano. Dimenticando i politici (alcuni ancora in vita e perfettamente operanti di cui sappiamo pressoché tutto… o quasi), dei tre, da me segnalati come “di spicco”, di almeno due possiamo dire abbastanza.
    Di Pietro con alterne fortune visse le sue stagioni politiche, l’attuale settantenne Cusani pagò il suo conto con la Giustizia. Ci rimane ora solo il Popolo Italiano.
    Anch’esso, si suppone, cambiò. Nuove generazioni presero il posto delle precedenti. Avevamo lasciato un Popolo che ci era sembrato “complice” del Sistema. Tra non molto ci dovremo chiedere se anche lui, come Di Pietro e Cusani, subì cambiamenti o no.
    Ma torniamo al racconto. Siamo alla fine del 1994. Il Cavaliere di Arcore si insediò l’11 maggio dello stesso anno. L’11 dicembre venne raggiunto da un avviso di garanzia abbondantemente reso pubblico con tempi a dir poco sospetti e il 22 dicembre il novello primo ministro rassegnò le sue dimissioni.
    Il Popolo italiano, inteso come nuove generazioni, accolse quella vicenda – la mia è una semplice supposizione - con stupore.
    Per nuove generazioni - meglio chiarire - intendo quelli che avevano appena raggiunto la maggiore età negli anni di Tangentopoli a cui mi permetto di aggiungere la porzione di italiani della generazione precedente (dai 45 ai 60) che aveva vissuto con maggiore attenzione la vicenda giudiziaria.
    La prima considerazione è tassativa e conseguenziale. Tangentopoli non era affatto terminata. Bisognava attaccare ogni eventuale recrudescenza. Senza dubbio tale fu la considerazione dei magistrati.
    Ben diverse le considerazioni, ovviamente, del Cavaliere.
    Le conseguenze furono l’apparizione del primo governo “tecnico” nella persona di Lamberto Dini.
    E finalmente le forze progressiste del Paese, trovatesi per la seconda volta, in pista “sgombra” conquistarono il Potere.
    Il Popolo italiano, chiamato alle urne espresse il suo voto ed una macro coalizione garantì la governabilità.
    Siamo ancora nei periodi in cui, il “protagonista di spicco multiplo” (leggi Popolo) riteneva di poter esprimere una volontà traducibile, poi, attraverso la realizzazione di un Governo coeso.
    Tutto durò ben poco. Ma con una conseguenziale operazione che, per la prima volta, portò, dopo due anni di Prodi, un ex comunista alla poltrona di Primo Ministro: Massimo D’Alema.
    Giusto il tempo per arrivarci che un avvenimento sconvolse l’intera sinistra italiana. Siamo nel 1998 e, nell’anno a seguire, l’Italia, per la prima volta dal dopoguerra, partecipò a bombardamenti in territorio straniero.
    Ho sempre considerato il Kossovo l’inizio della fine di ogni forma possibile di sinistra ortodossa in Italia.
    È in questo periodo, per esperienza personale, che verificai, in prima persona, un estremo scollamento tra giovani generazioni e sinistra riformista.
    Il Popolo Italiano tra globalizzazione dilagante e abbandono di valori umanitari e pacifisti incominciò a perdere “la bussola” nel senso che si infilò in una confusione “ideologica” che oggi mi sembra dilagante.
    Cosa era, è e sarà di destra. Cosa era, è e sarà di sinistra.
    Sono i periodi del “dì qualcosa di sinistra” di morettiana memoria. Una consapevolezza che tutto stava finendo.
    Inevitabile il ritorno del Cavaliere, marcato a uomo dalla Magistratura sempre più politicizzata.
    Sono gli anni che stanno per farci conoscere il primo devastante fallimento della globalizzazione.
    È la finanza americana che ce lo propone con tutta la violenza possibile.
    Siamo nell’estate 2007 e il fallimento della Lehman Brothers ci preavvisò che sulla economia reale a livello mondiale, in pochissimo tempo, si sarebbe abbattuta una crisi economica senza pari.
    Solo un anno di Prodi II per tornare, nel 2008 nelle mani (per la terza volta) del Cavaliere.
    Tre indizi spesso portano ad una prova.
    L’Italia popolare (il tempo del Popolo italiano era ormai finito inevitabilmente) svoltò a destra.
    Una annotazione credo sia oltremodo necessaria. In concomitanza al fallimento della Lehman Brothers (esattamente un mese dopo), Beppe Grillo organizzò il primo V-day.
    Chi erano quelli che riempivano le piazze? Curiosi? Erano di destra o di sinistra?
    Di lui e di questo “dilemma amletico ne parleremo diffusamente.
    Intanto si avvicinava il fatidico 2011.

     

     

  • BARACCOPOLIS
    2) BOMBA AD OROLOGERIA?

    data: 02/10/2019 17.18

    Non amo particolarmente le tesi complottistiche. Perché in verità non mi appaiono veritiere. A meno che non si usi un altro termine: geopolitica.
    L’interrogativo rimane, comunque, intatto a distanza di quasi trent’anni.
    Un’altra domanda, invece, mi appare molto più interessante e a cui si può dare con un minimo di certezza una risposta credibile. Perché è mancata quella affermazione liberatoria del popolo italiano: “Ma lo sapevamo tutti”.
    Tutti complici?
    Tenete sempre in mente questo mio interrogativo. Usatelo come una sorta di sotto testo o un pensiero “ancestrale” nascosto nella parte più occulta del nostro cervello.
    Andiamo per gradi e continuiamo il racconto.
    Uomini di spicco in galera, suicidi eccellenti in cella, partiti decimati.
    Inevitabile voltare pagina. Decisione del tutto evidente e quanto mai necessaria.
    In tutta la vicenda, più o meno, raccontata con dovizia di particolari sui mass media, di fatto, l’intero arco costituzionale, era stato decapitato.
    Vigeva una strana concezione di presunzione di innocenza, a dir poco singolare, espressa dal giudice Davigo che affermava, quando il pool di Mani Pulite veniva accusato di essere giustizialista: “Non li mettevamo dentro per farli parlare, ma li mettevamo fuori dopo che avevano parlato”.
    Evito qualsiasi forma di giudizio.
    Resta un fatto incontrovertibile che, salvo l’ex PCI, tutti pagarono un pegno pesantissimo. Su motivazioni del tipo “non poteva non sapere” su cui scivolarono la maggior parte dei politici di spicco fecero da contro altare storie come quella di Primo Greganti, cassiere del PCI/PDS che non portò a nessun risultato accusatorio nei confronti delle alte sfere del suo partito in quanto “non si poteva risalire a chi fu consegnato il miliardo e spiccioli” frutto di una tangente.
    Sia chiaro che non sto affatto dicendo che c’era aria di complotto o che la giustizia del tempo fosse filocomunista.
    Ho preso il caso Greganti per il solo fatto che credo che tale personaggio sia diventato, ben presto, una sorta di incubo per un personaggio che a breve sarebbe divenuto protagonista assoluto del palcoscenico politico italiano.
    Amo la matematica e sono ben consapevole che due+due fa quattro. Non ci piove. Ma so anche che tre +uno fa quattro e pure uno+uno+due. Intendo dire che il risultato è lo stesso ma come arrivarci può essere diverso.
    Il risultato di tale situazione (cioè il quattro) si racchiuse in un nome: Silvio Berlusconi.
    Perché un rampante imprenditore, non ancora sessantenne, conosciuto molto di più dalla massa per aver portato una squadra di calcio appena risorta dalla Serie B a divenire la migliore in tutto il mondo con una marea di successi e non per le sue operazioni televisive ed edilizie diviene un autentico punto di riferimento?
    È lui, secondo me, che sogna tutte le notti Greganti e sente odore di “comunisti che mangiano i bambini” e che “non mettono dentro i cattivi per farli parlare, ma li mettono fuori dopo che hanno parlato”.
    “Forza Italia”, perfino il nome del nuovo partito evidenziò un certo nazionalismo e patriottismo. Eravamo tutti abituati a partiti che esprimevano una ideologia seguita dall’aggettivo “italiano”. Qui, invece compare il nome della nazione, ITALIA.
    E quel “forza” interpretabile in tanti modi (3+1 o 1+1+2).
    Propongo due possibilità.
    La prima: “Su italiani, ci sono io per far ritornare grande l’Italia”.
    La seconda: “Italiani non disperate. Voi ormai orfani del vostro modo di vivere e di gestire le cose (raccomandazioni, segnalazioni, scambi elettorali, concussioni varie, ecc. ecc.) ritroverete in me chi rimetterà in piedi il sistema.
    La risposta fu immediata dal giorno dopo il trionfo del Cavaliere.
    La magistratura oltraggiata perché una operazione di ripulitura appariva già invalidata e l’intera sinistra incredula che, pur avendo l’intero spazio per accaparrarsi il Potere veniva azzerata da un illustre sconosciuto (in termini politici) si mise immediatamente al lavoro.
    Il tutto a cavallo di due date FONDAMENTALI.
    1989, caduta del Muro di Berlino e decesso definitivo del comunismo mangia bambini.
    1994, Marrakech, la realizzazione del OMC (Organizzazione Mondiale per il Commercio).
    In pieno globalismo emergente e futuro vincitore su tutti i fronti.

  • BARACCOPOLIS
    1) 1992

    data: 30/09/2019 21.22

     “(…) Sin da quando mettevo i pantaloni alla zuava”. Questa frase/ricordo/immagine, pronunciata dal protagonista della vicenda del momento, mi è rimasta stampata nella testa. La affermò con risolutezza Bettino Craxi rispondendo ad una delle domande fatte dal P.M. Di Pietro nel processo Mani Pulite.
    Parlava dei finanziamenti illeciti ai partiti. Del sapere, lui e tutti gli italiani, che la macchina politica funzionava così. Che il propulsore per farla funzionare erano i proventi occulti di chi, poi, avrebbe richiesto, a fatto compiuto, il contributo maggiorato da interessi.
    Ero, in quei periodi, uno dei svariati milioni di italiani che seguiva con morboso interesse, la “caduta degli Dei”.Una ventata di “trasparenza”, termine che per la prima volta prese le prime pagine dei giornali e delle televisioni.
    I personaggi di spicco della vicenda, oltre ai politici incriminati erano tre, dal mio punto di vista.
    Su tutti questo giovane abruzzese/molisano di Montenero di Bisaccia. Ex operatore lucidatore e operaio in segheria in Germania, poi, dopo la laurea, nella Polizia giudiziaria ed infine vincitore del concorso di Uditore giudiziario.
    Con evidenti difficoltà ad utilizzare un italiano appena sufficiente, aveva un elemento di assoluto spicco forse figlio delle sue origini popolari: un atteggiamento e un comportamento tipico di chi deve confrontarsi con il classico “ladro di galline”.
    Era questo un elemento prorompente. L’estrema dicotomia tra lui e i personaggi politici di evidente spessore culturale che si avvicendavano su quella sedia, di fronte a lui e al pubblico assiepato, che, assumeva la fisionomia di un’autentica sedia elettrica. Giorno dopo giorno….
    L’altro personaggio di spicco, chiaramente era Sergio Cusani. Figlio di un importante industriale del rame. Consulente finanziario, con una laurea mancata e attivista della estrema sinistra durante il periodo universitario.
    Le tangenti ENIMONT, battezzate al tempo come “la madre di tutte le tangenti” lo vide come assoluto protagonista oltre che imputato.
    L’altro personaggio di spicco, quello che ritengo sia stato il più determinante, il più deflagrante, il più decisivo era un personaggio che definirei multiplo, corposo, scomodo.
    IL POPOLO ITALIANO.
    Fu lui, in ultima istanza, a decretare la fine di una certa Repubblica (definita come Prima).
    Ignari, tutti, nessuno escluso, che in quel momento moriva un periodo storico che, nel tempo non sarebbe stato capace di produrre una politica/altra.
    Alternativa, trasparente, pulita, espressione di un popolo desideroso, come ogni popolo di una giustizia sociale.
    “(…) Sin da quando mettevo i pantaloni alla zuava”. Così esternava Bettino Craxi, ed io avido come tutti, di seguire quella vicenda, al momento in cui proferì quelle parole che significavano “ho sempre saputo che il sistema funzionasse così” mi ritrovai a considerare quella dichiarazione assolutamente veritiera.
    Anche io, da quando portavo i pantaloni corti, nel mio paese nel quale seguivo attentamente le vicende politiche (ho avuto sempre un debole per tale “materia”) sapevo che il propulsore della macchina politica erano questi fondi illegittimi e fuori dalla legge.
    Perché tutto diventava pubblico e specialmente perché tutto il popolo italiano non aveva espresso in coro un liberatorio “Ma lo sapevamo tutti”?