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SABINA GIOVENALE

  • SI', IL PONTE DI PIANO RISPETTA GLI UCCELLI

    data: 12/08/2020 16:09

    Il nuovo ponte di Genova, inaugurato lunedì 3 agosto, è non solo bello ma anche amico degli uccelli. Durante la sua progettazione infatti la Lipu, la Lega italiana per la protezione degli uccelli, si è messa in contatto con l’architetto Renzo Piano, per renderlo partecipe e consapevole dell’importanza di una progettazione responsabile, che rispetti l’ambiente e la natura, con gli esseri viventi che ne fanno parte. La valle del Polcevera si trova infatti su un’importante rotta migratoria, percorsa ogni anno in volo da moltissime specie di uccelli, alcune delle quali rare e già esposte a diverse altre minacce.
    Renzo Piano, da persona intelligente quale è, si è dimostrato molto disponibile ed ha compreso il grave impatto che le barriere fonoisolanti trasparenti che fiancheggiano il ponte per tutta la sua lunghezza (mille e sessantasette metri), da entrambi i lati, avrebbero potuto avere su questi animali, che non vedendole potevano sbattervi contro, perdendo la vita o rimanendo gravemente feriti. Ha provveduto quindi, seguendo le indicazioni della stessa Lipu, a far inserire alcune marcature sulle barriere trasparenti, rendendole in tal modo visibili agli uccelli.
    Sui pannelli vetrati sono state inserite in stampa serigrafica delle linee orizzontali nere dello spessore di due millimetri, distanti tra di loro tre centimetri, seguendo le indicazioni fornite dal manuale "Costruire con vetro e luce rispettando gli uccelli", edito dalla Stazione ornitologica svizzera, un testo di riferimento alla cui realizza

    zione ha contribuito anche la stessa Lipu.
    Questo intervento è stato davvero molto importante e sarebbe stato bello e utile parlarne in televisione, cogliendo magari l’occasione rappresentata dall’inaugurazione del ponte, seguita da così tante persone! Io non l’ho sentito, ma forse mi è sfuggito, o almeno così spero. Ne ha però parlato Peppe Aquaro sul Corriere della Sera e magari altri che non so. Cerco di dare anch’io un piccolo contributo su queste pagine.
    Sembra un piccolo intervento, ma in realtà è importantissimo perché, come ricorda la Lipu:
    “secondo i dati di numerosi studi italiani, il numero annuo di uccelli che muoiono su ogni singolo chilometro di barriere trasparenti, nel nostro paese, può arrivare a 800. A livello mondiale l'impatto contro pannelli trasparenti, ma anche vetrate, elettrodotti e pale eoliche è una delle maggiori minacce alla sopravvivenza degli uccelli, ed è un fenomeno in costante aumento a causa dell'espansione urbanistica e del crescente uso del vetro in edilizia.”
    In molti paesi europei, soprattutto del nord, ma anche in Spagna, l’attenzione verso gli animali e le loro esigenze è decisamente più presente e radicata, sia a livello di sensibilità dei singoli cittadini che per quanto riguarda l’adozione di scelte e provvedimenti ad hoc da parte delle amministrazioni pubbliche (ma le due cose sono in effetti interdipendenti).
    Da noi questa sensibilità è poco diffusa, pur se localmente abbiamo anche qui degli esempi virtuosi, come ad esempio i volontari che, sulle strade del nord Italia (Veneto e Friuli, ma vado a memoria, non si offenda nessuno), si prodigano per salvare i rospi che, alla ricerca di zone umide in cui deporre le uova, durante il periodo riproduttivo si spostano in massa finendo facilmente schiacciati dalle automobili. Però a livello delle istituzioni questa sensibilità finora è mancata, se si fa eccezione per l’adozione di una Delibera “salvarondini” (per la protezione della nidificazione) da parte di circa 150 comuni, per lo più piccoli, ma non solo, sempre su input della Lipu.
    In molti paesi europei invece si trovano spesso lungo le autostrade sottopassaggi o viadotti realizzati appositamente per la fauna, che così non è costretta a rischiare la vita nel tentativo di attraversare. In questo modo si cerca anche di ridurre la frammentazione ambientale e di contrastare l’isolamento genetico delle popolazioni animali e, non ultimo, si scongiurano molti possibili incidenti stradali.
    In Italia siamo lontani anni luce da questo approccio, che presuppone una conoscenza della natura e dell’ecologia (nel senso scientifico del termine), che da noi purtroppo è carente a tutti i livelli, a partire dai programmi scolastici. Per questo mi associo alla Lipu che, riferendosi all’intervento sul ponte, si augura "che questa modalità di mitigazione possa essere adottata in tutte le opere di edilizia e infrastrutturali, dando così un contributo importante alla conservazione degli uccelli selvatici". E che possa costituire, aggiungo io, un primo passo verso un nuovo modo di relazionarsi con le altre specie che condividono con noi il territorio, che non sia più di dominio o, bene che vada, di indifferenza, ma di responsabilità e di cura. Ma, anche in questo caso, per costruire questa nuova sensibilità, occorrerebbe partire dalla scuola.

     

     

     

  • CAPITO CHE LA PANDEMIA
    E' CONSEGUENZA
    DELL'INVASIONE UMANA
    DI TUTTI GLI HABITAT?

    data: 05/08/2020 17:03

    Fanno un po’ rabbia tutti questi virologi, spuntati come funghi, che fanno a gara per spiegarci come e perché una pandemia come questa fosse chiaramente prevedibile… E’ facile dirlo ora: col senno di poi possiamo arrivarci tutti, ma voi perché diavolo, dall’alto della vostra scienza, non avete pensato di avvertirci in tempo?
    Magari avremmo potuto muoverci meglio e più rapidamente: avremmo potuto ad esempio rafforzare il sistema sanitario invece di affossarlo, per affrontare con mezzi e strumenti più adeguati l’emergenza. Anche se ci sono comunque tanti paesi che gli ospedali non ce li hanno proprio!
    In realtà però dubito che sarebbe servito a qualcosa: anche se la Cina avesse subito compreso, ammesso e comunicato al resto del mondo la gravità dell’epidemia, per fermarla o quantomeno tentare di arginarla si sarebbe dovuto bloccare tutto immediatamente, a partire dai voli, poi tutti i trasporti, gli scambi commerciali e tutto il resto, garantendo solo il funzionamento del settore sanitario, della filiera alimentare e dello smaltimento dei rifiuti, come si è fatto qui da noi da marzo. Ma per fare questo ci sarebbe voluta un’autorità mondiale, cosa neanche pensabile.
    Anche perché, in ogni caso, misure sacrosante come il distanziamento, l’igiene personale e l’uso della mascherina, che nel mondo diciamo ricco, non vengono rispettate dagli idioti irresponsabili dediti alle feste, alla movida e agli aperitivi, ma purtroppo anche dai politici negazionisti o semplicemente cretini, nella gran parte del mondo, dove le persone vivono perennemente ammassate in agglomerati urbani o favelas senza adeguati servizi igienici (e parliamo di una percentuale altissima di esseri umani), non potrebbero essere rispettate neanche mettendoci il massimo impegno.
    E così si è proceduto a tentoni, ognuno per conto suo e con i suoi parametri, non solo nel mondo ma anche qui nella cosiddetta Europa unita. E si è visto quanto è unita!
    Se si fosse chiuso davvero tutto, tutti insieme, almeno in Europa, per un periodo sufficiente (ma certamente più breve di quello che, non chiudendo davvero tutto e con tutti “gli irre e gli orre”, abbiamo vissuto), periodo durante il quale si potevano effettuare i tamponi a tutti, forse saremmo riusciti a contenere l’epidemia, con danni economici minori.
    Mi fanno ridere, anche se è un riso amaro, i conduttori dei tg che continuano a ricordarci che non dobbiamo abbassare la guardia perché “il virus circola”. E certo che circola, che dovrebbe fare? Il virus non è un essere senziente, non può decidere di darsi una calmata né di diventare più aggressivo: può solo replicarsi e finché troverà nuovi esseri umani (perché ormai siamo diventati noi la sua specie ospite) abbastanza vicini da essere infettati li infetterà.
    Possiamo solo sperare in un vaccino e in farmaci antivirali efficaci, a meno che il virus nel frattempo non muti e ci freghi tutti.
    Però prima o poi questa pandemia finirà lasciando macerie e distruzione, ma speriamo anche un po’ di umiltà e di consapevolezza, che finora sono decisamente mancate.
    Ma, a proposito di consapevolezza, sentite più qualcuno parlare di come sia venuto fuori questo virus e di come si sia potuto trasmettere all’uomo?
    Perché se ci pensiamo un attimo, che questa pandemia fosse prevedibile non era poi così scontato. Ha dovuto prodursi una complessa catena di eventi, ancora non tutti chiari, e che si verificassero tutti non era poi così probabile.
    Ma tentiamo di definire questa ancora in parte ipotetica catena di eventi.
    Il primo è l’occupazione da parte degli esseri umani degli ecosistemi naturali, con la foresta disboscata per far spazio ad allevamenti intensivi di bestiame, a coltivazioni (per lo più monocolture, che riducono la biodiversità, e la scarsa biodiversità favorisce la trasmissione dei virus) e ad insediamenti umani, che si trovano così a stretto contatto con quel che resta dell’ambiente naturale originario.
    Il secondo è che la fauna selvatica (probabilmente una o più specie di pipistrello, animali che ospitano un gran numero di virus), si sia trovata a stretto contatto con gli esseri umani e le loro attività e abbia visto di conseguenza il proprio habitat frazionato o distrutto e le proprie popolazioni decimate o frammentate.
    Il terzo è che a causa di ciò un virus presente naturalmente nei pipistrelli (specie serbatoio con la quale conviveva pacificamente) non sia più riuscito a passare facilmente da un individuo all’altro per replicarsi e si sia dovuto accontentare di un'altra specie (ospite intermedio). Ancora non è chiaro quale, ma si pensa al pangolino, che è oggetto di commercio da parte dell’uomo, come del resto diverse altre specie di fauna selvatica.
    Il quarto è che grazie al contatto diretto con l’uomo, avvenuto durante la manipolazione di questo ospite intermedio, o passando attraverso un’ulteriore specie selvatica o domestica, ancora non si sa, il virus sia passato all’uomo.
    Il quarto è che il virus si sia trovato bene perché riusciva a passare molto facilmente da un essere umano all’altro.
    Il quinto è che grazie al nostro stile di vita e a tutte le nostre attività, ma per dirlo con una sola parola, alla globalizzazione, il virus sia arrivato molto rapidamente in ogni parte del mondo.

    Il libro di David Quammen “Spillover, l’evoluzione delle pandemie”, pubblicato nel 2012, che spiega benissimo questi passaggi e molto altro, è in testa a tutte le classifiche dei libri più venduti dall’inizio della pandemia, ma quanti fra quelli che lo hanno comprato, lo hanno letto davvero? Una minima parte, credo purtroppo, perché un libro di quasi 600 pagine in un paese povero di lettori come il nostro penso faccia un po’ paura. Ma allora… è stato comprato perché “faceva fico”?
    Comunque sia è un peccato, perché è un libro che, malgrado l’argomento non possa dirsi leggero, è scritto così bene che si legge d’un fiato: ti tiene incollato fino alla fine come un buon giallo!
    Secondo me dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici, almeno al fianco dei "Promessi sposi". Non se ne abbia a male il Manzoni, ma credo che cominciare finalmente a studiare questi argomenti, a conoscere e comprendere le connessioni fra i fenomeni e quali siano le nostre responsabilità è diventato troppo urgente, non si può più aspettare!
    Eppure, c’è forse qualcuno che dica, parlando del rilancio dell’economia, che però vanno riviste molte cose per evitare molti errori fatti finora? Qualcuno ha capito che è proprio l’invasione di tutti gli habitat naturali da parte dell’uomo, il loro stravolgimento e sfruttamento alla ricerca del profitto, che ha causato lo spillover, e di conseguenza la pandemia? Qualcuno si rende conto che noi non siamo al di fuori e al di sopra, ma parte integrante degli ecosistemi che stiamo distruggendo?
    Sono molto pessimista al riguardo ed è per questo che non ho più scritto nulla per così tanto tempo. Non riesco a capire attraverso quali canali far arrivare il messaggio a chi ha i mezzi e il potere per cambiare le cose prendendo la strada giusta.
    Ma poi forse non è nemmeno questo il modo: siamo noi dal basso che dobbiamo muoverci per ottenere che si cambi strada. Dobbiamo smettere di essere “il popolo” come lo intende Salvini, pronto a bersi ogni stronzata come se fosse verità assoluta, se solo ciò gli possa fare minimamente e momentaneamente comodo.
    Dobbiamo invece ridiventare il popolo di “avanti popolo, alla riscossa!”: informato, consapevole e determinato.
    Non più un popolo di consumatori, ma di cittadini responsabili, capaci di “votare con il portafoglio”, come auspica l’economista Leonardo Becchetti nel suo “Bergoglionomics – la rivoluzione sobria di Papa Francesco”, compiendo delle scelte etiche, e quindi politiche, anche a partire dai nostri acquisti.
    Aiutatemi: datemi degli spunti, delle basi d’appoggio per poter recuperare un po’ di ottimismo, o almeno un po’ di energia positiva, ne ho davvero bisogno!
     

  • BIODIVERSITA'
    ECCO LA STRATEGIA
    EUROPEA 2020-2030

    data: 27/05/2020 16:56

    La settimana scorsa è stata la "Settimana della natura", un’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Ambiente per sensibilizzare tutti alla necessità di valorizzare il nostro territorio, attraverso diversi appuntamenti importanti.

    Il 20 maggio è stata la Giornata mondiale delle api, istituita nel 2017 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ricordarci l’estrema importanza che questi insetti rivestono per la nostra stessa sopravvivenza. Infatti insieme a diversi insetti impollinatori, come bombi, farfalle ed altri, le api contribuiscono all’impollinazione di gran parte della nostra produzione ortofrutticola. E’ stato infatti calcolato che la produzione agricola europea garantita dagli impollinatori vale 15 miliardi di euro all’anno. Ma dovrebbe anche ricordarci quanto poco noi esseri umani siamo riconoscenti a questi piccoli insetti, che oltre a fornirci prodotti di pregio come il miele e la cera, la propoli e la pappa reale, ci permettono di usufruire della straordinaria varietà di frutta e verdura che molti altri paesi ci invidiano. La sopravvivenza di questi insetti infatti è sempre più minacciata dall’uomo. Le principali cause della diminuzione delle api e degli altri impollinatori sono da ascriversi alla perdita di habitat, all’introduzione di specie aliene, all’uso di pesticidi e diserbanti di sintesi, all’inquinamento e ai cambiamenti climatici. La loro scomparsa metterebbe a rischio la riproduzione dell’84% delle specie coltivate nell’Unione Europea, ma anche del 78% delle specie di fiori selvatici e, a cascata, di numerosi insetti ed altri invertebrati e poi di uccelli, rettili e anfibi che se ne nutrono. Un danno incalcolabile per la biodiversità sulla Terra.

    Il 21 maggio è stata la Giornata europea della Rete Natura 2000, ed è stata l’occasione per pensare a quanto avrebbe potuto essere importante questo strumento, costituito da una rete di siti di interesse comunitario (SIC) e di zone di protezione speciale (ZPS) creata dall’Unione europea nel 1992 per la protezione degli habitat e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dai diversi stati membri. Questa rete era stata concepita per essere resa operativa, ampliata ed in continua evoluzione nel tempo, mentre in realtà in molti casi è rimasta quasi soltanto “sulla carta”.

    Il 22 maggio è stata la Giornata mondiale della biodiversità, proclamata nel 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per celebrare l’adozione della Convenzione sulla Diversità Biologica, per la difesa e la tutela della biodiversità. Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno in cui si sarebbero dovuti raggiungere gli obiettivi sulla conservazione della biodiversità fissati nel 2010, il primo anno dedicato alla biodiversità, ma purtroppo non è stato così. Il rapporto "Biodiversità a rischio" di Legambiente sottolinea che per buona parte degli obiettivi della strategia Ue i progressi possono definirsi modesti, per esempio negli ecosistemi agricoli e forestali la situazione della biodiversità è peggiorata dal 2010 a oggi, mentre solo una percentuale ridotta di specie (23%) e habitat protetti (16%) risulta in buono stato di conservazione. L’unico traguardo che probabilmente verrà raggiunto è la tutela di alcune aree marine e terrestri, ma questo non è assolutamente sufficiente.
    Il Covid-19 ci ha ricordato quanto sia importante tutelare la diversità biologica, anche direttamente e banalmente per la nostra salute, dato che il 31% delle epidemie di malattie emergenti, come Ebola e Zika e ora il SARS-CoV-2, tutte caratterizzate dal salto di specie (spillover) da un animale selvatico all’uomo, è generato in fin dei conti dall’invasione umana delle foreste pluviali tropicali. Eppure la biodiversità è sempre più a rischio in tutto il mondo. Secondo i dati dell’Ipbes, il panel di ricerca delle Nazioni Unite dedicato alla biodiversità, tre quarti delle terre emerse sono stati significativamente alterati dall’uomo. Tra le cause più impattanti sugli habitat ci sono l’agricoltura e l’allevamento a livello industriale. E non dimentichiamoci, per quanto riguarda gli ambienti marini, gli impatti devastanti dell’inquinamento, plastica compresa, della pesca industriale, nonché della diffusione di specie aliene, che alterano gli equilibri all’interno degli ecosistemi.

    Il 23 maggio è stata la Giornata mondiale delle tartarughe, che negli ultimi anni sono tornate a riprodursi sulle nostre coste, ma che sono sempre più in difficoltà, per diversi fattori, fra cui il by– catching, cioè la cattura accidentale che si verifica durante la pesca industriale, la distruzione degli habitat di riproduzione e non ultima la plastica dispersa in mare, che esse ingeriscono scambiandola per una delle loro prede preferite: le meduse.

    Domenica 24 è stata la Giornata europea dei Parchi, nel corso della quale è stato lanciato il portale dedicato alle Meraviglie dei Parchi. Questo sito andrà ad affiancare le vetrine informative già esistenti sul turismo e sui Sapori dei Parchi, portale che promuovere il legame tra prodotti tipici e patrimonio naturale.

    La strategia europea per la biodiversità 2020-2030
    Durante la giornata europea della Rete natura 2000 la Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) ha proposto sul suo sito una serie di filmati e conferenze in diretta su vari temi relativi alla salvaguardia della natura e della sua biodiversità. Particolarmente importante è stata l’intervista di Danilo Selvaggi, direttore generale della Lipu, al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il quale ha spiegato che "la Settimana della natura è un appuntamento che assume particolare valore, anche perché coincide con un periodo particolare della situazione che stiamo vivendo, la cosiddetta Fase 2, di uscita e ripartenza dall’epidemia del Covid-19. Un periodo in cui è importante riuscire a dare la visione di un ritorno alla normalità che sappia mettere al centro la valorizzazione dell’ambiente, con un’attenzione particolare all’enorme patrimonio di biodiversità che il nostro Paese possiede".
    Ma soprattutto ha parlato della presentazione, da parte della Commissione europea, di un documento importantissimo: La nuova Strategia europea per la biodiversità 2020-2030 con la quale, ha detto, “vogliamo riportare la natura nelle nostre vite”. Adesso questo documento verrà discusso dal Parlamento europeo e speriamo adottato al più presto.
    Tutelare la biodiversità e ripristinare gli ecosistemi danneggiati è necessario per prevenire future pandemie e cercare di minimizzare gli effetti dei cambiamenti climatici. Investire in tali attività potrà anche consentire all’economia europea, piegata dalla crisi legata al coronavirus, di riprendersi, evitando però di avere il precedente impatto negativo sull’ambiente.
    L’Unione europea ha già definito un piano per rendere sostenibile l’economia del Vecchio continente, il green new deal, ed è in quest’ottica che la Commissione europea ha proposto la nuova Strategia europea per la biodiversità, che si prefigge i seguenti obiettivi importanti e ambiziosi da raggiungere entro il 2030:

    Più aree protette
    L’attuale rete di aree protette si è dimostrata insufficiente per salvaguardare la biodiversità ed è previsto pertanto di ampliarla e di proteggere almeno il 30 per cento della superficie terrestre e il 30 per cento della superficie marina nell’Ue. Attualmente godono di tutela il 26 per cento della terra e l’11 per cento dei mari. Un terzo di queste superfici protette, particolarmente ricche di biodiversità o vulnerabili, dovrà inoltre essere soggetto a protezione rigorosa. Al momento, solo il 3 per cento della terra e meno dell’1 per cento delle aree marine sono rigorosamente protette nell’Ue. Tra le aree che necessitano di particolare tutela ci sono le foreste primarie e vetuste che ancora sopravvivono in Europa, che sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità e che contribuiscono maggiormente a sottrarre anidride carbonica all’atmosfera. Gli stati membri saranno responsabili della designazione delle nuove aree protette e avranno tempo fino al 2023 per individuare aree e corridoi ecologici per prevenire l’isolamento genetico delle popolazioni e agevolare la migrazione delle specie.

    Piantare 3 miliardi di alberi
    Oltre a proteggere le foreste superstiti, l’Ue ha esortato gli stati a piantare tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030. Questo obiettivo, oltre a supportare la biodiversità e a favorire il raggiungimento dei target climatici, creerà opportunità di lavoro legate alla piantumazione e alla cura degli alberi. Il rimboschimento è particolarmente utile nelle città, più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.

    Più agricoltura biologica e meno pesticidi
    L’agricoltura intensiva è tra le cause principali del declino di biodiversità ed è pertanto necessario sostenere e incentivare la transizione verso pratiche agricoli sostenibili. Il miglioramento delle condizioni e della diversità degli agroecosistemi aumenterà la resilienza del settore ai cambiamenti climatici e agli shock socioeconomici, creando al contempo nuovi posti di lavoro.
    Per raggiungere tali traguardi l’Ue chiede che il 25 per cento delle terre agricole dell’Ue venga coltivato in maniera biologica entro il 2030. Inoltre, per arrestare l’allarmante declino di uccelli e insetti impollinatori, da cui dipende in larga parte la salute degli ecosistemi e la nostra sicurezza alimentare, è prevista una riduzione del 50 per cento dei pesticidi chimici di sintesi.
    Il 10 per cento dei terreni agricoli sarà infine mantenuto intatto (o dovrà presentare comunque un’elevata diversità paesaggistica) per offrire spazio e riparo a piante e animali selvatici. Ciò significa mantenere o ripristinare siepi, fossi stagni, dislivelli naturali, muri a secco e tutto ciò che può contribuire ad arricchire e diversificare l’ambiente per creare habitat diversi per la fauna selvatica.

    Ripristinare gli ecosistemi d’acqua dolce
    I corsi d’acqua sono tra gli ambienti su cui l’uomo ha avuto il maggiore impatto: li ha inquinati, dragati e frazionati con dighe e barriere, ne ha cementificato e rettificato gli argini, alterandone profondamente la natura e la funzionalità. Queste azioni hanno avuto un impatto negativo sia sulla biodiversità che sugli stessi esseri umani, le loro abitazioni e le loro attività economiche, rendendoli maggiormente vulnerabili alle alluvioni.

    Ripristinare gli ecosistemi degradati che versano in condizioni precarie, riducen-do le pressioni sulla biodiversità. Nella pratica ciò richiederà l’elaborazione un nuovo quadro giuridico e di target vincolanti. In questo contesto la Commissione europea propone di:
    • migliorare lo stato di conservazione di almeno il 30% degli habitat e delle specie il cui stato non è oggi soddisfacente;
    • recuperare almeno 25.000 km di fiumi a scorrimento libero;
    • arrestare e invertire il declino degli uccelli e degli insetti presenti sui terreni agricoli, in particolare gli impollinatori;
    • ridurre l’uso e i rischi dei diserbanti di sintesi in genere, dimezzando quelli più pericolosi;
    • adibire almeno il 25% dei terreni coltivabili all’agricoltura biologica, migliorando la diffusione delle pratiche agro-ecologiche;
    • ridurre di almeno il 20% l’uso di fertilizzanti di sintesi;
    • piantare almeno 3 miliardi di alberi, nel pieno rispetto dei principi ecologici, e proteggere le foreste primarie e antiche ancora esistenti;
    • evitare le “catture accessorie” di specie protette o ridurle a un livello che consenta il pieno recupero delle popolazioni.

    “La natura è vitale per il nostro benessere fisico e mentale, filtra l’aria e l’acqua, regola il clima e impollina le nostre colture”, ha commenta-to Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo all’ambiente. “Ma ci stiamo comportando come se non avesse importanza e la stiamo perdendo a un ritmo sen-za precedenti. Questa nuova strategia sulla biodiversità si basa su ciò che ha funzionato in passato e aggiunge nuovi strumenti che ci porteranno su un percorso verso la vera sostenibilità, con vantaggi per tutti”.
    Non sarà facile tradurre in interventi concreti questi ambiziosi enunciati, ma la competenza e la passione dimostrate dal ministro Costa nell’illustrarli mi hanno fatto ben sperare.
    Questa nuova strategia mi sembra, insieme al Green new deal e al progetto Farm to fork, di cui parlerò in un prossimo articolo, una prima scalfittura al Pensiero unico rappresentato dal Sistema economico dominante: quel Neo liberismo che vede in ogni cosa e in ogni persona un oggetto da sfruttare per trarne il massimo profitto, passando sopra a tutto il resto, comprese la salute e la stessa vita umana, come ci stiamo accorgendo in questi tristi mesi di pandemia.

     

  • STORIA ISTRUTTIVA
    DI UN PICCOLO VIRUS...

    data: 08/05/2020 20:29

    Voglio ospitare questo raccontino scritto da un mio caro amico e collega, biologo come me, nel febbraio scorso, quando il coronavirus si era da poco affacciato nel nostro paese e di lui si sapeva ancora ben poco

    ANCHE I VIRUS, NEL LORO PICCOLO...
    di Benedetto Proietti Mercuri


    C’era una volta un virus. Egli viveva all’interno dell’organismo del suo ospite, un pipistrello e la convivenza era abbastanza soddisfacente per tutti e due. Sì, vabbe’, ogni tanto c’era da vedersela con i globuli bianchi del pipistrello, ma alle brutte vi era la possibilità di trovare tanti altri ospiti nelle vicinanze, dunque un equilibrio era stato trovato.
    Un giorno però, dovendo abbandonare in fretta e furia il corpo di un ospite per sfuggire alle sue difese immunitarie, il piccolo virus si accorse con sgomento che non c’erano più pipistrelli nelle vicinanze e sempre più sorpreso si accorse anche di essere allo scoperto sotto la luce del sole “e dove sono finiti tutti gli alberi, la bella e gigantesca foresta … e gli animali che la popolavano?”.
    Sempre più terrorizzato, il piccolo virus si guardò intorno e si accorse che lì vicino c’erano degli animali, almeno così sembravano, che non aveva mai visto prima; sembrava che questi sconosciuti vivessero, invece che liberi nella foresta, tutti insieme, stretti stretti in rifugi fatti a loro misura e poi mangiavano tutti la stessa cosa lì davanti a loro. Ma visto che non c’erano altre possibilità pensò di provare con questi, anche perché non poteva restare a lungo sotto la luce del sole, con i suoi raggi ultravioletti letali. Subito si accorse che non stava affatto bene e che doveva continuamente uscire e rientrare in un altro di quei nuovi ospiti per poter sopravvivere… Quanto rimpianse il suo amico pipistrello!
    “E questo chi è?” disse un giorno il povero virus quando vide un altro animale, che camminava addirittura con due gambe, “proviamo con questo, forse sarà più ospitale”. Non era come il suo amico pipistrello ma poteva andare, in attesa di qualcosa di meglio. Poi si accorse che questi esseri si spostavano molto rapidamente da una parte all’altra del mondo: quale migliore occasione per vedere altri posti e magari trovare situazioni più favorevoli?
    Un giorno poi si accorse che quegli stessi animali a due gambe stavano abbattendo degli alberi, forse gli stessi alberi e la stessa foresta dove un tempo viveva tranquillamente in simbiosi con il suo amico pipistrello...“Ah, è così? Ed ora sono affari vostri, vi faccio vedere io! Per questa volta vi mando a puttane gli affari ed i guadagni, ma guai a voi se continuate!”


    Ma è proprio conveniente continuare ad abbattere le foreste in nome di una crescita dei profitti ad ogni costo? Va bene che bisogna mangiare, ma, visto che c’è chi mangia tanto e chi continua a mangiare troppo poco, non sarebbe meglio dividere equamente le risorse disponibili?

  • LA NUOVA NORMALITA'?
    CONDIVIDERE GLI SPAZI
    SUDDIVIDERE I COSTI

    data: 01/05/2020 12:18

    Riparto da dove avevo lasciato nel precedente articolo: la necessità e la voglia di inventarsi una nuova normalità, che ci consenta anche di risanare situazioni di difficoltà economica, accentuatesi con il lock-down imposto dall’emergenza Covid 19 e ormai non più sormontabili con i sistemi fin qui adottati.
    Quelle che seguono sono solo idee, semi piantati in attesa di germogliare, che possono far nascere proposte da discutere, che magari crescendo potrebbero trasformarsi in progetti concretamente realizzabili. Non sono sicura e comunque non ricordo, sempre riferendomi all’articolo precedente, se fossero già idee di mio padre, ma potrebbero: sono nelle sue corde e nel suo stile.
    L’idea di fondo è quella della condivisione degli spazi per suddividere i costi, ovunque questo sia possibile, e magari di far emergere il sommerso, pagando il giusto ad una struttura pubblica che ti garantisca e ti protegga, piuttosto che il pizzo allo strozzino di turno o alle mafie.
    Penso ai tanti spazi abbandonati all’interno del tessuto urbano: ex cinema, supermercati, palestre… ce ne sono tanti, che rimangono per anni a degradarsi, per poi alla fine diventare nuove filiali di istituti bancari o nuovi supermercati. Ma ne abbiamo bisogno? Oppure penso ai tanti negozietti che chiudono e che, dopo un periodo di abbandono, magari risorgono, seguendo la moda del momento, come negozi di sigarette elettroniche o di prodotti per animali domestici o di decorazione per unghie o di tatuaggi. Attività effimere, destinate a durare pochi anni, se non addirittura mesi, senza neanche ammortizzare le spese. Nel mio quartiere, nei 33 anni da quando ci vivo, non si contano nemmeno più i negozi di ogni genere e i ristoranti che hanno aperto e poi richiuso nell’arco di pochi anni o anche meno, anche se apparentemente sembrava andassero bene.
    E tanto più adesso, con l’emergenza Covid 19, ci si chiede con preoccupazione quanti dei negozi che sono stati costretti a chiudere così a lungo, pur dovendo comunque pagare affitto e bollette, non riusciranno a ripartire e saranno costretti a mollare.
    Al di là dei possibili interventi da attuare nell’immediato in soccorso di queste realtà, come il blocco temporaneo del pagamento degli affitti e delle altre spese e l’erogazione di contributi a fondo perduto, nel tempo poi la chiave per farcela, a mio parere, è nella condivisione degli spazi, che possono essere utilizzati in tempi diversi suddividendo le spese, come in una sorta di co-working; ma anche nella capacità di differenziare l’offerta.
    C’è un locale nella mia via che ha seguito questa strada: ristorante vegetariano e di pesce, con cucina a vista. A pranzo durante la settimana buffet a prezzo fisso e cena alla carta, ma con prezzi accettabili. Il bar, con ottimi dolci preparati da loro, è aperto tutto il giorno, dalle 10 del mattino.
    Una o due serate mensili con musica dal vivo di generi ben scelti, diversi e particolari, e si paga solo la cena. Ogni tanto una cena etnica, ad esempio di cucina berbera, con musica e danza. Tutto in modo molto semplice, spostando appena i tavoli, senza disporre di uno spazio apposito, ma con una particolarità: un’acustica perfetta! Durante la mattina e nel pomeriggio yoga, ginnastica posturale, massaggio per neonati, seminari su vari argomenti, corsi di pasticceria, di pittura naturalistica e giochi e letture per bambini nella stanza piena di libri a loro dedicata. Chi propone queste attività, che sono a pagamento, paga a sua volta una quota al locale che le ospita. E’ tutto fatto seriamente, funziona molto bene ormai da diversi anni e l’offerta continua ad accrescersi e a differenziarsi. Spero che riescano a sopravvivere a questa lunga chiusura, perché se lo meritano. Mi sembra la formula giusta: immaginazione, creatività e professionalità.
    Ad esempio un cinema o un teatro potrebbero limitare la programmazione al fine settimana, dal venerdì alla domenica sera, lasciando libero il resto della settimana per chi, pagando, voglia svolgere altre attività in quegli spazi: corsi di teatro, cinema, danza, musica, oppure incontri, seminari, conferenze… Alcuni già cominciano a farlo: ho visto botteghe in cui un sarto e un calzolaio svolgono ciascuno la propria attività, o addirittura un commerciante di prodotti naturali e un’agenzia di viaggi, oppure sartorie che organizzano corsi di cucito. Le possibilità sono davvero infinite, la strada è questa!
    Ma non tutti hanno la capacità, l’immaginazione e i mezzi per realizzare un’impresa in grado di spiccare il volo e di crescere, resistendo e superando difficoltà ed ostacoli.
    E’ quindi comunque necessario che l’Ente pubblico non abdichi a quella che dovrebbe essere una sua funzione essenziale: la programmazione, la corretta distribuzione e la regolamentazione degli spazi e delle destinazioni d’uso, nonché dei prezzi degli affitti. In altre parole ad avere e mantenere nel tempo una visione d’insieme della città e delle sue funzioni.
    Il Comune potrebbe ad esempio farsi carico di rilevare (ma ce ne sono parecchi già di proprietà comunale), pagando un prezzo ragionevole, tutti gli spazi abbandonati, dismessi, o comunque inutilizzati, per poi concederli in affitto, a prezzo calmierato, a chi volesse intraprendere un’attività commerciale, di servizi o altro (palestre, scuole di musica, di arte in genere, officine …), privilegiando i soggetti che vogliono scegliere la strada del “coworking” (chiamiamolo così per brevità) o della differenziazione dell’offerta, sempre tenendo ben presente una giusta distribuzione delle diverse tipologie di attività sul territorio.
    I grandi spazi come ex supermercati, palestre, magazzini e altro potrebbero ospitare cooperative o associazioni che svolgano attività artigianali di vario tipo, anche, ma non solo, seguendo il criterio della condivisione e della suddivisione degli stessi spazi nell’arco della giornata, o della settimana, o in qualsiasi altra forma. Queste situazioni, che si potrebbero definire “officine dell’artigianato e delle attività manuali” potrebbero ospitare esperienze di scuola-lavoro e diventare poi vere e proprie scuole di formazione professionale per i giovani, come nel Rinascimento, quando si “andava a bottega”.
    A questo punto non può non tornarmi in mente il romanzo di Primo Levi “La chiave a stella”, che ha avuto una parte da leone nella mia formazione e che, insieme agli insegnamenti e all’esempio dei miei genitori, è stato fondamentale nell’aiutarmi a riconoscere uguale dignità a tutti i lavori, per quanto umili potessero apparire. E allora tiro fuori dal cilindro un altro chiodo fisso di mio padre: quello dell’utilità di passare tutti, sia maschi che femmine, attraverso uno o due anni di Servizio civile obbligatorio, da svolgersi dopo aver terminato la scuola, che permettano di sperimentare lavori diversi, che probabilmente, per estrazione sociale e formazione culturale, non si sarebbero intrapresi e neanche presi in considerazione. In particolare l’anno (questo sono io a dirlo) potrebbe essere diviso in tre o quattro periodi, durante ciascuno dei quali si sarebbe chiamati a compiere una corvée, così mi ricordo che la definiva mio padre. Magari la prima potrebbe essere a scelta e le altre assegnate d’ufficio. Questo aiuterebbe gli indecisi a trovare la propria strada e insegnerebbe a tutti a rispettare, dopo averlo sperimentato sulla propria pelle, il lavoro degli altri. Una cosa che forse non viene sempre naturale, ma che una volta imparata ti rimane dentro e ti rende capace, per il resto della vita, di riuscire a metterti sempre nei panni degli altri, di provare empatia.
    Questo del servizio civile è un chiodo fisso, oltre che di mio padre, anche di Michele Serra, che da quando non ho più lui è diventato uno dei miei mentori, dei miei punti di riferimento, così come lo sono, magari su fronti diversi ma comunque collegati, Carlin Petrini, Luca Mercalli, Andrea Segrè, Mario Tozzi, don Luigi Ciotti, l’economista Leonardo Becchetti e come lo era Don Andrea Gallo. Sono tutti uomini, me ne rendo conto ora, ma è andata così… io non sono per le quote rosa e poi sono sostituti di mio padre, in fondo.
     

  • LA CITTA' NEL DOPO-COVID?
    QUELLA IMMAGINATA
    DAGLI URBANISTI
    NEGLI ANNI '60/'70

    data: 15/04/2020 11:31

    Questa situazione sospesa che stiamo vivendo, di totale incertezza sul futuro, sta facendo venire al pettine parecchi nodi, che in realtà erano già presenti da tempo, ma purtroppo poco considerati. Ad esempio molte delle attività che sono state bloccate e perciò messe in crisi dal lockdown erano già in difficoltà da prima, strangolate da canoni di affitto troppo alti e non solo da quelli. Basti pensare alle piccole librerie, sempre più insidiate dal commercio on line, così come gli esercizi commerciali, che siano negozi di generi alimentari, o di casalinghi, o altro, già falcidiati dall’apertura negli anni di troppi supermercati, a pochissima distanza l’uno dall’altro, senza alcun tipo di pianificazione.

    Il lockdown, costringendoci in molti casi a spostarci a piedi, per non più di 200 metri, ci ha fatto riscoprire questi negozi, i pochi superstiti, perché in genere lì le file sono più abbordabili e non si rischia di caricarsi troppo, come quasi sempre succede quando si fa la spesa al supermercato.
    Parto dalla mia situazione, che penso possa corrispondere a quella di parecchi abitanti di Roma: quartieri nati nel dopoguerra, nel periodo del boom economico, quando le palazzine venivano su come funghi, ma le automobili in giro erano ancora molto poche, ragion per cui, con scarsa lungimiranza, spesso queste palazzine erano progettate senza garage o posti macchina. Faccio l’esempio della mia zona, giusto per provare a fare qualche conto: palazzine di quattro-cinque piani, due appartamenti per piano, diciamo due automobili a famiglia di media (noi ne abbiamo una, ma penso che siamo un’eccezione).
    Il conto è presto fatto: tra le 16 e le 20 macchine in uno spazio-marciapiede di 20-30 metri lineari, che diviso per una lunghezza media di 4 metri (per semplificare il conto) per macchina fa dalle 5 alle 7 automobili… E le altre? Questo risultato si traduce ogni giorno, in tempi normali, in un’estenuante ricerca di un parcheggio e nella frequente evenienza di trovarlo a 500-800 e più metri di distanza da casa, che carichi di spesa non sono uno scherzo! Tutto ciò aiuta a capire che abbandonare un parcheggio sotto casa o quasi se, come in questo periodo, in tempo di smart-working, non è indispensabile, è un azzardo che non ci si può permettere! Da qui la riscoperta, per parecchi che erano abituati ad andare a fare la spesa in macchina, magari tornando dal lavoro, dei negozi dove si può arrivare a piedi, dove troviamo tra l’altro qualcosa che, sembra niente, ma in tempo di distanziamento sociale ci sta mancando parecchio: il rapporto umano, il poter scambiare due parole con qualcuno che non sia tuo compagno di reclusione.
    Questo lungo preambolo, che fin qui forse non si capisce dove voglia andare a parare, mi sta conducendo a parlarvi della città che vorrei, che poi non è altro che quella che avrebbe voluto mio padre, Fabrizio Giovenale, che ne parlava e ne scriveva già negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Lui, classe 1918, era architetto ed urbanista, funzionario e poi dirigente tra Ministero dei Lavori pubblici ed enti pubblici come la GESCAL e l’ISES, ma una volta in pensione (presto perché aveva riscattato gli anni della guerra e della laurea), si era riciclato come ambientalista, partecipando, in realtà già da prima, alla nascita di Italia Nostra e poi a quella di Lega Ambiente, non dimenticando mai che le battaglie per l’ambiente vanno di pari passo con quelle per la giustizia sociale, anzi sono la stessa grande battaglia.
    Sono cresciuta immersa nelle sue idee, profondamente di sinistra, perché lui scriveva sia libri che articoli in rubriche sulla Nuova Ecologia, organo di Lega Ambiente, poi anche su Avvenimenti e Liberazione, ma anche saltuariamente su quotidiani, come Il Manifesto. Io leggevo le sue cose in anteprima e mi ero ritagliata il ruolo di correttore di bozze e recensore. Pur non avendo più purtroppo sotto mano niente di quello che ha scritto in tanti anni, a parte i suoi libri, perché poco dopo la sua morte, avvenuta alla fine del 2006, mia madre ha donato tutto il suo archivio alla biblioteca del parco di Aguzzano, qui a Roma, che è stata intitolata a lui, posso però permettermi di parlare in suo nome, perché sono idee che sento e sono anche mie.
    La città, secondo lui, avrebbe dovuto essere organizzata idealmente in tante “isole” (non ricordo con sicurezza se il termine da lui usato fosse questo, ma il concetto sì), ovviamente ben collegate fra loro dai trasporti pubblici, caratterizzate dal fatto di essere concepite in modo che possibilmente tutti i servizi essenziali, tra i quali rientravano anche gli spazi verdi, fossero raggiungibili a piedi.
    Questo ovviamente perché lui considerava l’uso dell’automobile privata, che si era affermata come quasi esclusivo mezzo per spostarsi in città, uno dei cancri della nostra civiltà, soprattutto per le emissioni di gas inquinanti e, come allora era tra i pochi a prevedere, clima-alteranti. Ma non solo per questo però, perché lui considerava lo spostarsi a piedi un valore in sé, che contribuiva a creare dei legami fra le persone, che non fossero solo quelli propri dell’ambito familiare e di quello lavorativo, oltre ad avere un indiscusso effetto positivo sulla salute.
    E allora in ogni “isola” avrebbero dovuto esserci tutti i negozi essenziali e poi almeno un mercato, un ufficio postale, un consultorio, un ambulatorio medico e uno veterinario, una banca, un cinema e magari un teatro, una biblioteca, magari anche una sala registrazione, una palestra, uno spazio verde di dimensioni adeguate e soprattutto una piazza con un giardino e panchine dove incontrarsi, con bar-pasticceria, rosticceria, edicola per i giornali, lavanderia e magari una chiesa e una farmacia.
    Mentre scrivo mi rendo conto che sto fotografando mentalmente la piazza di Monteverde Vecchio, il mio quartiere di allora, come era e come è rimasta fino a qualche anno fa (oggi purtroppo il bar pasticceria è chiuso, come anche diversi altri esercizi, tra i quali uno storico fornaio). Naturalmente ogni “isola” doveva avere le scuole, almeno materne, elementari e medie, perché poi i ragazzi è giusto che si spostino dal proprio quartiere e conoscano altre persone ed altre realtà. Ma i bambini delle elementari e i ragazzini delle medie era bello che potessero andare a scuola a piedi, incontrandosi con i compagni per fare la strada insieme e conoscersi meglio.
    Tutto ciò può apparire nostalgico, poetico e in definitiva poco concreto e realizzabile, ma mio padre era un urbanista, che negli anni ’60, quando era al Ministero, aveva contribuito alla definizione dei cosiddetti “standard urbanistici”(decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 ), per cui parlava con cognizione di causa.
    Io non so, per esempio, a quale “unità di popolazione” potesse corrispondere ciascuna delle “isole” di cui parlava, ma lui sicuramente lo aveva ben chiaro in mente; mi piacerebbe molto saperlo, ma sono convinta che dovesse molto lontana dalla media di popolazione degli attuali Municipi (190.667 abitanti per una densità media di 148,16 abitanti per Kilometro quadrato), più simile semmai alla dimensione dei più antichi Rioni del Centro storico, diciamo dai 2.000 ai 4.000 abitanti, per una densità di 10-15.000 abitanti per Km. quadrato.
    Ora che la triste vicenda del Covid 19 ha messo in crisi profonda moltissimi esercizi commerciali, che purtroppo in molti casi stenteranno a risollevarsi, se mai riusciranno a farlo, non possiamo pensare che questa crisi possa risolversi solo con aiuti economici, sgravi fiscali o incentivi di vario genere, sebbene nell’immediato siano assolutamente indispensabili: dobbiamo ripensare a quegli anni e a com’era la nostra vita per provare a concepire una nuova città, che parta dai bisogni reali dei suoi abitanti, non da quelli indotti da decenni di sfrenato consumismo… e soprattutto non solo dai bisogni materiali.
    Bisogna ripensare il nostro stile di vita, ormai forgiato dal modello economico neo-liberista, e questo a tutti i livelli, non solo nella struttura di un quartiere o dell’intera città.
    “Non dobbiamo tornare alla normalità, perché è la normalità il problema” è lo slogan che si è visto e sentito in questi giorni, prima a Madrid e poi in tutta Europa. E’ proprio così: dobbiamo cambiare tutto, inventarci una nuova normalità, che metta in primo piano la giustizia sociale e il rispetto per la nostra terra e per tutti i suoi abitanti, di qualsiasi specie essi siano.
    Ne vorrei riparlare: questa si può considerare una prima puntata, o forse solo un’introduzione.
     

  • PANDEMIA: CONSEGUENZA
    DELLE FERITE
    INFERTE ALL'AMBIENTE

    data: 06/04/2020 18:26

    Questa situazione mai vista e mai nemmeno immaginata, neanche nel più terrificante romanzo di fantascienza, ci è piombata addosso con una rapidità e una violenza tali da lasciarci attoniti, inebetiti dall’angoscia e dal dolore, a momenti increduli, quasi potessimo svegliarci da un momento all’altro e accorgerci che era solo un bruttissimo sogno.
    Purtroppo però un sogno non è e forse, se riuscissimo a raccogliere un po’ di freddezza e di lucidità, potremmo anche renderci conto che una cosa del genere, anche se magari non con queste proporzioni, poteva anche non essere così inaspettata. Sarebbe bastata un po’ di umiltà, ma questa non sembra proprio essere la qualità che caratterizza l’homo che si autodefinisce sapiens sapiens (un sapiens solo non bastava!). Sarebbe bastato cogliere i segnali, neanche tanto velati: epidemie del genere c’erano già state e ci sono tuttora (Sars, Mers, Ebola…), anche molto gravi, con una percentuale di morti superiore, ma erano sempre toccate agli altri…
    Sarebbe bastato ascoltare persone come Bill Gates, che già nel 2015 in una conferenza TED diceva che più che una terza guerra mondiale l’umanità avrebbe dovuto temere il diffondersi di una pandemia.
    O ancora di più dare retta ad un team di ricercatori della American Society for Microbiology, che addirittura già nell’ottobre del 2007 pubblicava un report sulla “SARS (infezione causata da un corona-virus) come un agente di infezioni emergenti e riemergenti”, spiegando che questo tipo di virus, che ha come ospite di elezione alcune specie di pipistrelli, è facilmente soggetto a mutazioni e ricombinazioni genetiche, da cui possono nascere nuove forme virali, che in determinate situazioni possono facilmente effettuare il salto di specie (Spillover). Tra queste situazioni veniva citata l’abitudine di cibarsi di mammiferi selvatici, tra cui i pipistrelli, in alcune regioni del sud della Cina, nei cui grandi mercati all’aperto diverse specie di animali, morti e vivi, vengono in contatto sia fra di loro che con gli esseri umani: condizione ideale per il verificarsi dello Spillover.
    E a questo proposito non si può non citare il libro di David Quammen del 2014 “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” edito da Adelphi, da cui cito: “Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”.
    Ma a dire il vero ancora oggi c’è qualcuno che prova a metterci in guardia, e non uno qualsiasi, ma qualcuno che per la sua autorevolezza e la sua posizione può farsi ascoltare dall’intera umanità. E’ Papa Francesco, che si sgola a dire ad una Piazza san Pietro deserta: “Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.
    Almeno lui lo ascolteremo, visto che non vogliamo ascoltare gli scienziati? Lo ascolteremo questa volta, visto che con la sua enciclica Laudato sì già cinque anni fa ci aveva messo in guardia contro i pericoli verso cui la nostra arroganza e la presunzione di considerare l’intero mondo, animato e inanimato, al nostro esclusivo servizio, senza mai valutare le possibili conseguenze delle nostre azioni, ci poteva condurre? Cito testualmente dalla Laudato sì, che comunque è tutta da rileggere, particolarmente in questi giorni: “Questa sorella (si riferisce alla Terra, riprendendo il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi,ndr) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. (…) Dimentichiamo che noi stessi siamo terra. Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.”
    Non sarebbe male terminare con queste accorate parole di Francesco, del quale, pur non essendo cattolica, condivido le posizioni sulle questioni ambientali e sociali, però c’è molto altro su cui riflettere, in relazione a queste tematiche, del resto strettamente intrecciate, ma non solo.
    Come dice Francesco abbiamo pensato di essere i soli padroni della Terra, i soli autorizzati a saccheggiarla, sfruttarla e modificarla a nostro piacimento, per il nostro profitto, per la nostra crescita economica che non poteva rallentare. Ed abbiamo continuato imperterriti, anche dopo Chernobyl, dopo Fukushima, dopo tutto il petrolio riversato in mare nei naufragi delle varie petroliere e dopo gli innumerevoli altri disastri ambientali che abbiamo provocato in questi anni, sempre parlando di disgrazie, di catastrofi ambientali, di emergenze, senza voler capire che non erano fatalità, ma la diretta e inevitabile conseguenza del nostro modello di sviluppo, dell’Economia neo-liberista che sottomette terra, acqua, aria ed esseri viventi, compresi quelli umani, alle proprie esigenze.
    Ma prima o poi quello che abbiamo per anni nascosto sotto il tappeto viene allo scoperto e mano a mano le mine innescate che avevamo seminato qua e là, senza mai pensare alle possibili conseguenze, cominciano ad esplodere e continueranno a farlo sempre più numerose.
    Penso ai fiumi imbrigliati o addirittura tombati ed ai loro argini cementificati, all’aria inquinata da gas tossici e polveri più o meno sottili, penso ai suoli contaminati dalle sostanze di sintesi usate in agricoltura e dai rifiuti seppelliti dalle mafie e non solo da loro, tutte sostanze che ne distruggono la biodiversità e poi finiscono nelle falde acquifere, nei fiumi ed infine nel mare; in un mare dove ormai si pesca più plastica che pesce! Penso alle condizioni di sovraffollamento degli allevamenti intensivi, che richiedono un uso spropositato di antibiotici, che poi finiscono nelle carni che mangiamo. Penso ai rifiuti che esportiamo, sia pagando per farlo, nelle altre regioni e nei vicini paesi europei, che illegalmente, dall’Africa fino alla lontana Indonesia. Come penso all’altra mina, sempre ricordata da Francesco, delle carceri, con il loro sovraffollamento e le condizioni disumane in cui vivono i detenuti; infatti questa è una delle mine che già iniziano ad esplodere, in questi tristi giorni di ulteriore reclusione. Ma penso anche alla mina, ancora non esplosa completamente, del bracciantato agricolo: una vera forma di schiavismo, tanto più vergognosa quanto più noi teniamo a considerarci un paese civile!
    Sarebbe veramente importante che almeno questa volta la tragedia che stiamo vivendo fosse interpretata per quello che è: una delle tante mine che esplodono come conseguenza delle ferite che abbiamo inferto all’ambiente, sia naturale che sociale. E sarebbe ora che la paura che abbiamo vissuto e stiamo vivendo ci portasse a capire che dobbiamo cambiare decisamente strada se vogliamo salvarci. Perché questa volta siamo stati toccati tutti, anche se le differenze ci sono comunque e anzi sono ancora più evidenti per chi le vuole vedere: anche davanti alla malattia e alla morte non siamo tutti uguali! Ma in ogni caso la “sciagura” è arrivata anche qui, questa volta non è toccata solo agli altri.
    E allora, quando tutto sarà finito (oppure ancora sospeso, questo ancora non possiamo saperlo), quando l’economia potrà ripartire, facciamo in modo che riparta nel modo giusto, più lentamente, con più attenzione alle conseguenze delle sue scelte, sia sull’ambiente che sulle persone, perché come dice Francesco “noi stessi siamo terra. Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”. E come spero abbiamo capito davvero tutti: o ci salviamo tutti, e il mondo insieme a noi, o non si salva nessuno e il mondo continuerà tranquillamente senza di noi, anzi rifiorirà, finalmente risanato.