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SABINA GIOVENALE

  • MEGLIO IL RITORNO
    DEI CASTORI CHE NUOVI
    INSEDIAMENTI UMANI

    data: 05/01/2021 16:51

    Ci sono alcuni animali che, scomparsi da molto tempo dal nostro paese perché perseguitati dall’uomo con la caccia o eliminati assieme ai loro habitat, stanno tornando in Italia. Per lo più questi ritorni sono il frutto di progetti di reintroduzione, studiati e portati avanti spesso in collaborazione con altri paesi. E’ ovvio che questi progetti possono essere realizzati soltanto in quelle porzioni di territorio (purché non troppo piccole) che hanno mantenuto, o sono tornate ad avere, quelle caratteristiche di cui le specie in questione necessitano per vivere. Le prime reintroduzioni, partite alla fine degli anni ‘80, hanno interessato l’avvoltoio grifone (Gyps fulvus), specie un tempo diffusa quasi ovunque in Italia, ma ancora presente soltanto in Sardegna, con una piccola colonia nella zona di Alghero. La specie è stata reintrodotta in Friuli (Riserva Naturale Regionale del Lago di Cornino), poi nell’Appennino centrale (Sirente-Velino) e in Sicilia (Nebrodi). Oltre all’Italia questi progetti hanno coinvolto la Francia meridionale e in tutti i casi gli uccelli provenivano dalla vicina Spagna, che ospita la popolazione di grifoni più grande di tutta Europa. Queste reintroduzioni hanno funzionato: i piccoli nuclei iniziali sono cresciuti ed hanno ampliato il loro areale, attraendo anche esemplari provenienti da altri paesi. Si sono verificati purtroppo degli episodi di avvelenamento, soprattutto nelle fasi iniziali, ma nell’insieme è andata bene.

    L’altro importante progetto di reintroduzione ha riguardato sempre un avvoltoio, il gipeto (Gypaetus barbatus), di cui l’ultimo esemplare era stato ucciso nel 1913 nelle Alpi. Vi hanno partecipato diverse fondazioni, assieme ai Parchi naturali, uniti per riportare il gipeto nella regione alpina, là dove si sono mantenute le caratteristiche ambientali idonee alla sua presenza. Il primo rilascio è stato effettuato nel 1986 in Austria, dopodiché se ne sono susseguiti altri lungo tutto l’arco alpino, dallo Stelvio alle Alpi occidentali. Dal 2017 i rilasci sono continuati in diversi siti nelle Alpi sud-occidentali e del Massiccio Centrale in Francia, con la speranza di ottenere un collegamento tra Alpi e Pirenei che permetta lo scambio genetico tra le due popolazioni, ora isolate. La reintroduzione è riuscita e il gipeto è tornato a volare sulle Alpi e a riprodursi. Meno bene è andata a questo splendido uccello in Sardegna, dove la reintroduzione era stata tentata intorno al 2008, ma era fallita perché gli uccelli appena rilasciati erano stati deliberatamente uccisi per mezzo di bocconi avvelenati.

    A questo proposito c’è da dire che quando si fa partire un progetto di reintroduzione non bisogna mai sottovalutare l’importanza del fattore comunicazione e cioè della corretta informazione scientifica nei confronti della popolazione umana interessata. Le reintroduzioni vanno studiate con molta attenzione, ma lo scopo è quello di restituire un elemento della biodiversità che era stato sottratto all’ecosistema e che in quell’ecosistema aveva e può avere ancora un suo ruolo. Solo informando correttamente si potrà ottenere il consenso necessario per la riuscita di un’operazione delicata e molto costosa in termini sia di tempo che di risorse umane ed economiche. Questo aspetto è fondamentale specialmente qui da noi, perché la “variante italiana” dell’Homo sapiens sapiens risulta essere particolarmente poco sapiens e quindi non bisogna mai dare niente per scontato.

    Altri animali invece stanno tornando spontaneamente in Italia, dopo essere stati praticamente ridotti a pochissimi esemplari, se non all’estinzione totale. Sto parlando dell’orso bruno eurasiatico (Ursus arctos arctos) e della lince europea (Lynx lynx). Si tratta ancora di pochissimi individui che però, almeno nel caso dell’orso, stanno già causando problemi di convivenza con l’uomo. Poi c’è il lupo, un tempo presente in tutta Italia, che dall’Appennino centrale dove, grazie alla protezione del Parco Nazionale d’Abruzzo (poi anche Lazio e Molise) e della legge 157/92, si era conservato, si sta ormai espandendo in tutta Italia, fino a sconfinare in Francia (a volte siamo noi ad esportare!).
    Un altro animale che non apparteneva storicamente alla nostra fauna, ma che espandendo il suo areale dai paesi balcanici verso occidente è arrivato da noi attraverso il confine sloveno è lo sciacallo (Canis aureus). Questo piccolo canide intelligente ed adattabile è probabilmente destinato ad entrare a far parte delle tante specie opportuniste che trovano conveniente la prossimità con l’uomo perché in grado di sfruttare le risorse trofiche facilmente reperibili ai margini dei centri abitati.

    Ma l’animale che più mi incuriosisce è appena apparso sulla scena italiana: un’osservazione lo scorso autunno in Alto Adige che segue quella di un paio d’anni fa in Friuli. Sto parlando del castoro europeo (Castor fiber), ricomparso dopo più di quattro secoli: l’ultimo avvistamento nel nostro paese (o più probabilmente cattura) risaliva infatti al 1594. Per il momento si tratta di un solo esemplare che è stato immortalato da una foto-trappola sistemata da un agente venatorio, il quale aveva notato alcuni alberi abbattuti e accatastati e i segnali caratteristici dell’azione di questa specie sulle cortecce, in una località della Val Pusteria che è stata giustamente mantenuta segreta. Questo castoro, sicuramente arrivato dall’Austria, è il secondo in Italia, dopo quello avvistato nel 2018 in Friuli, nel Tarvisiano, di provenienza molto presumibilmente slovena. Un po’ poco per ora, per parlare di un ritorno, ma in teoria anche dalla Svizzera potrebbero arrivare nuovi esemplari, perché a quanto pare le popolazioni europee ai nostri confini sono in espansione. I giovani castori infatti, dopo il secondo anno di vita in famiglia, si disperdono per cercare un proprio territorio e così facendo potrebbero capitare oltre il confine, che per loro non esiste, e stabilirsi in qualche nostro corso d’acqua.
    In Europa, il castoro veniva cacciato per le ghiandole che secernono una sostanza odorosa detta castoreo, anticamente molto usata (medicina, profumeria, aromi naturali, industria del tabacco), per la sua carne che era consentita anche durante la Quaresima, nonché per la coda che veniva considerata un cibo prelibato, ma soprattutto per la morbida e calda pelliccia. Inoltre è stato sicuramente danneggiato dalla riduzione delle zone umide. All'inizio del XX secolo era rimasto solo nel delta del Rodano in Francia, nell'Elba in Germania, nel bacino del Dnepr in Bielorussia ed in alcune zone umide nel sud della Norvegia.
    Da diversi anni si è avviata la reintroduzione del castoro in molti paesi europei, anche se in alcuni casi, soprattutto in Scandinavia, è stata utilizzata la specie nordamericana, morfologicamente molto simile ma con un patrimonio genetico decisamente differente, tant’è vero che le due specie non sono interfeconde e quella alloctona, come spesso accade in questi casi, compete con successo con quella autoctona. Nel 2006, i castori europei erano già circa 640.000, diffusi in 22 Stati d'Europa. Gli Stati con la maggior diffusione sono Russia, Polonia e Germania. Programmi di reintroduzione sono in corso in Scozia e in Galles. L’areale potenziale, che si sta rapidamente riconquistando, comprende quasi tutta l'Europa settentrionale, centrale ed orientale. È esclusa l'area mediterranea (Italia peninsulare, Grecia e Spagna), per via del clima troppo caldo.
    Ma perché dovremmo essere felici se il castoro tornasse anche da noi? Come spiega George Monbiot nel suo “Selvaggi - Il rewilding della terra, del mare e della specie umana”, di cui ha già scritto, benissimo come sempre, la nostra Rosa Rossi, il castoro è considerato una “specie chiave”, vale a dire una specie “che riesce ad esercitare sul suo ambiente un impatto maggiore di quanto il suo solo numero suggerisca. Questo impatto crea le condizioni che permettono ad altre specie di vivere in un dato ecosistema”. In pratica i castori, nel realizzare le loro tane fatte di rami intrecciati, modificano il loro ambiente e la natura stessa del fiume, rallentandone dove occorre il flusso grazie alla costruzione di dighe, per renderlo più profondo così da poter realizzare l’ingresso alla tana alla giusta profondità. Spostando i rami e i ciottoli che creano degli ingorghi rendono più scorrevole il flusso del fiume. Grazie al loro lavoro si vengono a creare habitat molto diversi, che possono risultare adatti a tante altre specie, aumentando in tal modo la biodiversità dell’ecosistema, la sua complessità e di conseguenza la sua resilienza, cioè la capacità di resistere agli eventi improvvisi e di attutirne gli effetti devastanti, per poi tornare allo stato iniziale senza troppi danni.

    Anche noi uomini forse siamo una “specie chiave”, perché anche noi abbiamo un impatto sull’ambiente sproporzionato rispetto al nostro numero. Peccato però che il nostro approccio sia ben diverso e che quindi lo siano anche le conseguenze. Noi l’ambiente lo semplifichiamo, impoverendolo e banalizzandolo, invece di renderlo più complesso. Così diminuisce la biodiversità e con essa la resilienza. Ma faccio degli esempi per spiegarmi meglio: prendiamo una monocoltura in agricoltura, composta di piante geneticamente identiche… cosa succede se arriva improvvisamente un agente patogeno? Prendiamo ancora un rimboschimento fatto con alberi della stessa età e della stessa specie, magari neanche adatti a quel luogo… cosa succede (ed è successo nel caso della tempesta Vaia) se si verifica un evento climatico estremo (tra l’altro non più così raro)? Ma con l’ultimo esempio voglio tornare su un fiume, forse simile a quello che sceglierebbero i castori: come lo trasformerebbe l’Homo sapiens sapiens? Beh, nove volte su dieci ne rettificherebbe il corso, rendendo il flusso dell’acqua più veloce e quindi più pericoloso; altrettante volte ne cementificherebbe il fondo e gli argini, impedendo all’acqua, in caso di aumento improvviso della portata, di espandersi lentamente nell’area golenale per poi alimentare le falde, cosa utilissima viste le siccità estive sempre più prolungate. Ma per stare più sicuro avrebbe già riempito quell’area golenale di abitazioni e fabbricati vari, per rendere la combinazione ancora più esplosiva. Per non dire poi dei tanti fiumi che provvederebbe addirittura a “tombare”, trasformandoli in vere e proprie bombe pronte ad esplodere alla prima occasione! Davvero molto sapiens, non c’è che dire!

     


     

  • AGITU, DONNA LIBERA
    PASTORA FELICE
    ICONA D'INTEGRAZIONE

    data: 01/01/2021 18:45

    Stavo raccogliendo materiale su un altro argomento di cui volevo parlare, ma non me la sono sentita di lasciar passare questa terribile notizia senza dire qualcosa, anche se è molto difficile e doloroso. Avevo conosciuto, se così si può dire, questa meravigliosa ragazza tempo fa, in una puntata della trasmissione Geo di Rai 3, che seguo sempre. L’avevo ammirata tanto e me la ricordavo molto bene, come anche mia figlia, che l’aveva vista insieme a me. Ho seguito con lei il telegiornale che dava la notizia dell’omicidio e della violenza, e ne siamo rimaste inorridite e sconvolte.
    Agitu Ideo Gudeta era una ragazza etiope, che aveva dovuto lasciare il suo paese dopo aver ricevuto minacce da parte del governo per la sua attività di contrasto al land grabbing, l’accaparramento dei terreni da parte delle multinazionali, un problema molto presente in Africa.
    Il padre, un professore, aveva trasferito la famiglia negli Stati Uniti quando la situazione politica nel Paese era diventata oppressiva, ma lei, dopo aver terminato gli studi all’Università di Trento, era tornata appositamente in Etiopia, dove abitava con la nonna, per lottare in difesa dei piccoli allevatori e contadini locali. In seguito alle gravi minacce subite era però poi tornata in Trentino e si era stabilita nella Valle dei Mòcheni, laterale della Valsugana, dove con un progetto di recupero aveva rilevato dei terreni abbandonati e dato vita ad un’azienda agricola biologica, che aveva chiamato “La Capra Felice”, partita con un piccolo allevamento di 15 capre di una razza molto rustica.
    Qui Agitu aveva trovato il luogo adatto in cui portare avanti il suo progetto: vivere in armonia con la natura salvando dall’estinzione la bella capra pezzata mochena, razza autoctona della valle. Posso immaginare le difficoltà che avrà avuto all’inizio questa ragazza di colore, da sola, in un piccolo paese di montagna dalla mentalità chiusa e diffidente! Ma poco a poco, grazie alla sua energia e positività, alla sua gentilezza e all’allegria contagiosa, era riuscita a farsi voler bene da tutti, o quasi (nell’agosto del 2018 aveva ricevuto minacce ed aggressioni a sfondo razziale). La chiamavano “La regina delle capre felici” e produceva formaggio, yogurt ed anche cosmetici con il latte delle sue capre. Negli anni, man mano che il numero di animali cresceva (era arrivata ormai a 180 capre di razza pezzata mochena e di camosciata alpina e aveva anche 50 galline ovaiole) aveva dato lavoro a tante persone, per lo più rifugiati come lei, provenienti da diversi paesi. Proprio la scorsa estate, in piena pandemia, era riuscita anche ad aprire un nuovo punto vendita a Trento: “La bottega della Capra Felice”, dopo quello già aperto a Bolzano; ma i suoi sogni non finivano mai, come aveva detto l’imprenditrice in un’intervista trasmessa in questi giorni al tg e infatti stava già organizzandosi per aprire un piccolo agriturismo. Agitu era sempre positiva ed ottimista, ed era fiera del suo percorso, che dalle lotte al fianco dei contadini e degli allevatori etiopi l’aveva portata al recupero dall’abbandono di terreni nelle montagne trentine. Raccontava volentieri la sua storia, perché proprio grazie alla passione e alle conoscenze apprese dai pastori al fianco dei quali aveva lottato in Etiopia, aveva potuto allevare personalmente le capre e trasformare il formaggio con metodi tradizionali. Il suo banco al Mercato dell’Economia solidale di Piazza Santa Maria Maggiore a Trento era ormai un’istituzione e le sue consegne a domicilio un appuntamento gradito per molti, fino a Bolzano e Rovereto. Formaggi, yogurt, uova, ma anche ortaggi e cosmetici bio: negli anni La Capra Felice era diventato un marchio famoso anche fuori dal Trentino. Agitu era una donna indipendente, socievole ed allegra, che non si scoraggiava mai ed aveva costruito attorno a sé una rete di amicizie e persone che la sostenevano, riuscendo a far crescere un’attività imprenditoriale di successo e in armonia con l’ambiente. Lo scorso 4 ottobre sul suo profilo Facebook aveva pubblicato una foto delle sue capre con questo messaggio: “Amore incondizionato, nulla conta di più di loro nella mia vita e nulla mi appaga come il loro amore puro e incondizionato, sono la mia forza e il mio rifugio, sono in grado di rigenerarmi, mi trasmettono serenità, tranquillità. Sono grata a loro, esisto perché ci sono loro e sono la mia vita”. Aveva anche imparato a proteggere le sue capre dagli orsi e così lo raccontava sul suo sito: “Quando vedo impronte o segnali della presenza di un orso mi chiudo in auto con dei petardi. Basta fare un po’ di rumore e il mio ‘vicino’ sa che è meglio andare da qualche altra parte”. Anche questo è un segno della grande armonia che aveva costruito con la natura e con l’ambiente che la ospitava.
    La scorsa estate Legambiente aveva riconosciuto il valore del progetto di Agitu assegnandole la Bandiera Verde. “Abbiamo premiato La Capra Felice con la Bandiera Verde per il suo doppio valore di recupero delle tradizioni pastorali ed esperienza imprenditoriale brillante. Ci sono diverse attività di questo tipo in provincia, ma l’unicità dell’esperienza di Gudeta – donna, attivista, rifugiata – ci ha spinto a scegliere lei come modello d’iniziativa capace di coniugare tradizione, qualità e sostenibilità economica, un’attività portata avanti con coraggio come imprenditrice” aveva commentato ad Huffington Post Andrea Pugliese, presidente di Legambiente Trento.
    Sulla sua morte atroce c’è da dire poco: l’ha uccisa un uomo, che sia ghanese o italiano non ha alcuna importanza. L’odio per le donne che riescono ad essere indipendenti e ad avere successo senza bisogno dell’appoggio di un compagno non conosce frontiere.
    Per me, che adoro le capre e le belle storie, resterà sempre la mia pastora felice, capace di spargere felicità ed ottimismo intorno a sé.
     

  • SALUTE O ECONOMIA?
    PERCHE' SCEGLIERE?
    POSSONO COESISTERE

    data: 17/12/2020 22:05

    Questa settimana sono due le notizie che mi hanno colpito, tanto da pensare di poterle utilizzare come base di partenza per costruire un articolo, che spero di riuscire a dipanare in modo che possa esprimere il mio pensiero in modo coerente e comprensibile. La prima notizia riguarda la bambina londinese di 9 anni morta nel febbraio del 2013 per una grave forma d’asma. Dopo diversi anni e a seguito di una serie di ricorsi portati avanti dalla madre, alla fine, per la prima volta nel Regno Unito, un medico legale ha riconosciuto ufficialmente che l’inquinamento atmosferico (in particolare da biossido di azoto, cioè da traffico veicolare) era stato la causa primaria della sua morte. In precedenza l’inquinamento era stato considerato al massimo una concausa. Per la prima volta! Eppure l’Inghilterra ha dato il via alla Rivoluzione Industriale già nella seconda metà del ‘700 e proprio gli inglesi hanno coniato il termine smog, combinazione di smoke (fumo) e fog (nebbia), riconoscendo così di fatto l’esistenza e rendendosi sicuramente conto degli effetti nocivi di questa combinazione micidiale. E tutti noi oggi non possiamo non vedere che è proprio nelle regioni della pianura Padana, che ospita la maggior parte delle industrie e degli allevamenti intensivi del nostro paese e la maggior concentrazione di traffico veicolare, il tutto complicato da una conformazione orografica che facilita il ristagno dell’aria inquinata mischiata alla nebbia, che il coronavirus ha colpito più duro. E’ in questa zona infatti che abbiamo avuto il maggior numero di morti, sia nella prima che in questa seconda ondata. Ma se si andassero a spulciare le statistiche sulla mortalità per malattie dell’apparato respiratorio e per tumore nelle diverse regioni italiane, sicuramente si troverebbe in queste regioni una mortalità ben superiore alla media nazionale già prima della comparsa del coronavirus. Il virus ha trovato sulla sua strada tante persone che avevano già un apparato respiratorio minato da anni di esposizione alle sostanze inquinanti, e più erano gli anni più gravi i danni che queste avevano provocato (da qui la morte di così tanti anziani). Ma noi continuiamo a chiamarla soltanto nebbia!

    Ma poi in fondo per il virus questa situazione non è stata favorevole, anzi si è rivelata un cul de sac, un vicolo cieco. Infatti lo scopo di un virus non è quello di uccidere il suo ospite, la cui morte, di fatto, equivale per il virus ad un suicidio. Un virus di successo deve replicarsi il più possibile, passando da un ospite all’altro, per mantenersi in vita; infatti, appena finito il lockdown e ripresi i traffici, le attività e gli spostamenti, il coronavirus è partito alla conquista di tutte le regioni italiane, che inizialmente erano state appena toccate. Alcune hanno resistito un po’ di più, ma alla fine è arrivato dappertutto.
    La seconda notizia cui voglio dar rilievo è l’infelice frase dell’industriale Domenico Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, uscitagli durante un incontro sul futuro della Moda. Ha detto, grosso modo: “…Credo che la gente sia un po’ stanca, bisogna ripartire, anche se qualcuno morirà pazienza”. Si è immediatamente sollevato un putiferio sul web e lui si è scusato e pentito, ma in realtà è stato sì un po’ incauto, ma in fondo ha detto quello che tanta altra gente pensa, vergognandosi però di dirlo apertamente. C’era stato già infatti chi aveva detto che in fondo gli anziani hanno poca importanza, perché sono improduttivi. E invece no, gli anziani sono il nostro patrimonio di memoria storica, conoscenza, saggezza ed esperienza, un grande patrimonio al quale dovremmo sempre ricordarci di attingere per aver sempre presenti quelle priorità e quei paletti che potranno guidarci nelle scelte.
    E così siamo arrivati al punto cruciale: la contrapposizione che è sempre sembrata inevitabile fra difesa dell’occupazione e salvaguardia della salute, cioè fra economia e vita umana. Dai tempi dell’Eternit di Casale Monferrato fino all’Ilva di Taranto, passando attraverso tante altre realtà sparse per l’Italia, il ricatto ignobile è sempre quello: “Se volete conservare il lavoro dovete accettare possibili (ma magari fossero solo possibili!) danni alla salute vostra e dell’ambiente”.
    Ma questo ricatto non è accettabile in un paese civile e queste due esigenze non devono mai più essere considerate inconciliabili. Le industrie che inquinano devono essere risanate, cioè non devono usare più combustibili fossili e non devono produrre più sostanze tossiche (penso ai pesticidi, ad esempio), non solamente evitare di eliminare scorie velenose. Il lavoro può essere salvaguardato nel breve termine, cioè durante la riconversione energetica, grazie agli ammortizzatori sociali, ma poi nel lungo termine andrà creato lavoro in tutti quei settori che dovranno portare ad una nuova economia sostenibile, in linea con il Green New Deal. Nello sviluppo del settore delle energie rinnovabili, in una produzione agricola e in un allevamento sostenibili, in linea con la Strategia Farm to Fork, nell’efficientamento energetico del patrimonio edilizio, nella rinaturalizzazione degli alvei fluviali, nella decementificazione dopo decenni di cementificazione selvaggia; in sintesi in una riqualificazione in chiave ecologica di tutto il nostro territorio devastato da anni e anni di industrializzazione senza freni.
    Si deve lavorare per creare una ricchezza che non sia soltanto crescita del Pil, ma crescita culturale, civile, di consapevolezza e conoscenza dell’ambiente e degli ecosistemi, per non ritrovarci tra qualche anno a combattere contro una nuova pandemia.
    Non si può pensare di risollevare l’economia soltanto promuovendo i consumi. Mi fa una gran rabbia tutta quest’enfasi sul Natale, che va salvaguardato perché considerato la panacea di tutti i mali, mentre alla fine si tradurrà soltanto in un passaggio di mano di un po’ di soldi e nella produzione di tonnellate di rifiuti.
    E ancora una volta mi trovo a dare ragione a Papa Francesco, che ha detto che dovremmo approfittare di questo Natale a scartamento ridotto per rivedere le nostre priorità e considerare questi sacrifici cui siamo costretti come una forma di penitenza per aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità, privilegiando il superfluo e perdendo di vista l’essenziale, senza mai ricordarci di chi non ha neppure il minimo necessario per vivere degnamente.

     

  • "ECONOMY OF FRANCESCO"
    EVENTO RIVOLUZIONARIO
    SOTTOVALUTATO DAI MEDIA

    data: 26/11/2020 10:02

    La scorsa settimana si è svolto un evento passato quasi sotto silenzio, trascurato e marginalizzato dai media, secondo me volutamente per la sua carica rivoluzionaria. Un evento che avrebbe dovuto svolgersi nel maggio scorso ad Assisi, con la presenza concreta di migliaia di persone, e che invece, a causa della prima ondata della pandemia, aveva dovuto essere sospeso. Ma questa sospensione gli ha consentito di maturare, di crescere, di divenire più profondo, di lievitare… E questa lievitazione ha dato i suoi frutti: la cabina di regia è stata sempre ad Assisi, ma l’incontro si è svolto on line, sfruttando ciò che di positivo questa diversa condizione consente: la possibilità di coinvolgere un numero enorme di persone in ogni parte del mondo. Sto parlando di The Economy of Francesco, la tre giorni di incontri voluti dal Papa con tanti grandi nomi, ma soprattutto con tantissimi giovani under 35 (2000 da 120 diversi Paesi): studenti, economisti, piccoli imprenditori, agricoltori e allevatori sensibili ai temi della sostenibilità ambientale e della giustizia sociale e accomunati dalla volontà di non arrendersi allo stato di fatto.
    Papa Francesco, infatti, intende avviare, con i giovani e un gruppo qualificato di esperti, un processo di cambiamento globale affinché l'economia di oggi e di domani sia più giusta, fraterna inclusiva e sostenibile, senza lasciare nessuno indietro. Il prossimo incontro, si terrà sempre nella città di San Francesco ed è previsto per l'autunno del 2021, quando le condizioni sanitarie, si spera, permetteranno di assicurare la partecipazione di tutti, ma questa volta in presenza.
    Tra gli esperti hanno partecipato, portando la loro esperienza e la loro preziosa testimonianza, personalità come Vandana Shiva, l’attivista indiana che da anni si batte contro le multinazionali dei pesticidi, degli OGM e dei brevetti dei semi, contro il Land grabbing, sempre al fianco dei contadini per salvaguardare il loro libero accesso alla terra, all’acqua, alla possibilità di riprodurre i loro semi, ad un cibo sano ed a una vita dignitosa. C’è stato l’economista e banchiere bengalese Muhammad Yunus, che ha ideato e realizzato il microcredito, un sistema di piccoli prestiti per quei piccoli imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai sistemi bancari tradizionali e per questo nel 2006 ha vinto il Nobel per la pace. Ma c’erano anche economisti italiani, come Leonardo Becchetti e Mariana Mazzucato, che da tempo hanno compreso l’inganno dell’economia neoliberista, che pone il profitto ad ogni costo davanti a tutto e ne hanno smascherato la falsa premessa, che si è rivelata una altrettanto falsa promessa, secondo cui la crescita generale della ricchezza si sarebbe “naturalmente, per capillarità” riversata su tutti. E’ ormai evidente invece che ad un arricchimento enorme di pochissimi corrisponde l’impoverimento sempre più drammatico di una platea sempre più vasta di esseri umani in ogni parte del mondo. Come ha detto anche Francesco nel suo messaggio finale ai giovani partecipanti : “…Non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita – no, non basta questo –, non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare. Neppure questo basta”. Non ci può essere crescita economica senza crescita umana… per tutti.
    Ma la cosa incredibile e veramente rivoluzionaria è che personalità di spicco e ragazzi sconosciuti si sono messi in gioco tutti insieme, sullo stesso piano, dialogando, confrontandosi, facendo e discutendo proposte, per perseguire gli interessi dell’intera comunità umana.
    Non ho purtroppo potuto seguire gli incontri, ma in quel poco che ho sentito e letto ho colto echi che riemergono dal profondo della mia formazione politica: di Karl Marx, Friedrich Engels, Che Guevara, Fidél Castro. Ad esempio in questo: “La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”.
    Vedremo se da questo incontro, o da quello del prossimo anno, verrà fuori un nuovo Manifesto che ci guiderà verso il sol dell’avvenir, ma in ogni caso i semi sono stati piantati, l’impasto di cuori e menti giovani e meno giovani sta lievitando e qualcosa di buono ne verrà fuori di sicuro. Neanche per Francesco la rivoluzione è un pranzo di gala, ma ci potrà essere da mangiare e da bere per tutti, quel tanto che basta.
     

  • IL SOGNO DEL CIBO BUONO?
    LA PAC AUTORIZZA ANCORA
    VELENI E INQUINAMENTI

    data: 02/11/2020 14:54

    Era stato un bel sogno, quello stesso di Carlo Petrini di un cibo buono, pulito e giusto, ma purtroppo il destino dei sogni è di svanire al risveglio… E ci siamo svegliati con la nuova PAC (Politica Agricola Comune) appena approvata, che sancisce ancora il diritto di pochi grandi industriali del cibo di continuare ad avvelenarci, a calpestare la dignità del lavoro, a torturare gli animali allevati e ad inquinare la terra, l’acqua e l’aria (gli allevamenti intensivi contribuiscono in maniera massiccia alla produzione dei gas climalteranti, che sono responsabili del riscaldamento globale). Con un colpo solo fa fuori la Farm to Fork, la Strategia europea per la Biodiversità e ferisce gravemente anche il tanto sbandierato Green New Deal: tanti buoni propositi buttati nel cesso, con la Bellanova, tutta soddisfatta, a tirare la catena. Proprio lei che dovrebbe difendere non solo le eccellenze italiane, ma la salute del suolo che le produce e magari anche la nostra.
    Il cetriolo stavolta è bello grosso e zeppo di pesticidi!
    Ma noi continuiamo ad illuderci di comprare e mangiare cibo bio e ad ammalarci comunque (chi sa perché?); continuiamo a votare per il meno peggio, accorgendoci però che via via è sempre meno distinguibile dal peggio e continuiamo a rimuovere il destino dei nostri figli e nipoti…anzi forse i nipoti si salveranno perché non ci saranno proprio, fintantoché i nostri figli troveranno, quando va bene, solo lavori precari, in nero e malpagati.
    Che amarezza… Certo non c’era bisogno del Covid per deprimerci, ma si sa, abbiamo il discutibile vizio di voler strafare!
     

  • SE L'EU PER LA PRIMA VOLTA
    AFFRONTA L'INTERA
    FILIERA ALIMENTARE

    data: 24/10/2020 19:40

    La strategia Farm to Fork (F2F) è il piano decennale messo a punto dalla Commissione europea per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Nasce con l’intento di trasformare il sistema alimentare europeo, rendendolo più sostenibile sotto diversi aspetti e riducendone anche l’impatto sui Paesi terzi. 

    È questa la prima volta che l’Unione europea decide di progettare una politica alimentare che proponga misure e obiettivi che coinvolgano l’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo, passando per l’etichettatura e la distribuzione. L’obiettivo è quello di rendere i sistemi alimentari europei più omogenei e più sostenibili di quanto lo siano oggi. Ogni Stato membro dell’Ue dovrà seguirla, adottando norme a livello nazionale che consentano di contribuire a raggiungere gli obiettivi stabiliti dell’Ue. I Paesi membri godranno di eventuali misure di sostegno aggiuntive nel corso della concretizzazione della strategia.
    La strategia F2F è in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e il suo intento è anche quello di innescare un miglioramento degli standard a livello globale, non solo nell’Ue dunque, attraverso la cooperazione internazionale e le politiche commerciali che coinvolgono i Paesi terzi. In questo modo si potrà avviare la transizione ecologica evitando che nel resto del mondo vengano messe in atto pratiche da noi considerate non sostenibili.
    I principali obiettivi della strategia sono:
    • Garantire una produzione alimentare sostenibile;
    • Garantire la sicurezza alimentare;
    • Favorire una filiera alimentare sostenibile dall’inizio alla fine: dalla lavorazione alla vendita (sia all’ingrosso sia al dettaglio), così come i servizi accessori, come l’ospitalità e la ristorazione;
    • Promuovere il consumo di cibi sostenibili e sostenere la transizione verso abitudini alimentari sane;
    • Ridurre gli sprechi alimentari:
    • Combattere le frodi alimentari lungo la filiera.

    Tra gli obiettivi fondamentali ce ne sono alcuni comuni anche alla Strategia per la biodiversità, di cui ho già trattato. Ad esempio:
    • ridurre del 50% dell’uso di pesticidi chimici entro il 2030;
    • dimezzare la perdita di nutrienti, garantendo al tempo stesso che la fertilità del suolo non si deteriori. In questo modo si ridurrà di almeno il 20% l’uso di fertilizzanti entro il 2030;
    • ridurre del 50% le vendite totali di antimicrobici ed antibiotici per gli animali d’allevamento e per l’acquacoltura entro il 2030;
    • trasformare il 25% dei terreni agricoli in aree destinate all’agricoltura biologica entro il 2030.
    Finora le politiche adottate su queste tematiche sono state non solo diverse nei diversi stati membri, ma anche troppo settoriali, cioè declinate separatamente su agricoltura, ambiente, salute e commercio, il ché ha fatto sì che in molti casi entrassero addirittura in contraddizione fra loro.
    A questo proposito sono anni che Slow Food preme e si adopera affinché venga adottato un approccio di tipo olistico, che affronti in modo coordinato non solo la produzione alimentare, l’agricoltura e il commercio, ma anche la qualità del cibo e dell’ambiente, la tutela della salute, del lavoro, la gestione delle risorse e del territorio, la protezione della biodiversità in tutti i suoi aspetti, oltre naturalmente alla salvaguardia dei valori sociali e culturali legati all’alimentazione. Finalmente, grazie ad una politica comune cui questa strategia prelude, questo approccio potrà essere possibile.
    La promessa di un cambiamento di prospettiva era balenata già nello scorso dicembre, quando la presidente Ursula von der Leyen aveva presentato il Green New Deal, e poi nel maggio scorso, nello stesso filone di pensiero, si è presentata questa nuova strategia per la produzione agricola e la protezione della biodiversità.
    Gli obiettivi che si pone partono dall’evidenza dell’impatto fortemente negativo che l’agricoltura e l’allevamento intensivi (possiamo tranquillamente definirli “industriali”), hanno sulla crisi climatica e ambientale in cui ormai siamo immersi. Non è sufficiente però darsi degli obiettivi, se questi non vengono poi sostenuti e resi concretamente perseguibili da politiche stringenti, che prevedano ad esempio di investire in innovazione e in formazione e rivedano il meccanismo di sostegno economico in direzione di una disincentivazione dell’agricoltura e dell’allevamento di tipo industriale, con tutto il suo carico di insetticidi, pesticidi, antimicotici, antibiotici e via discorrendo e di un concreto sostegno invece all’agricoltura e all’allevamento di tipo tradizionale che è in perfetto accordo con la visione olistica che la F2F propone. Quando l’azienda agricola era un tutt’uno con l’allevamento del bestiame non servivano pesticidi e diserbanti perché la biodiversità presente in un ambiente ricco di habitat diversi (altro che monocoltura) faceva la sua parte. Non c’era bisogno di mangimi industriali (ricordate la “mucca pazza”?) né di antibiotici: il foraggio era prodotto all’interno dell’azienda e i rifiuti non esistevano, perché rientravano nel ciclo produttivo come concimi; gli animali non si ammalavano perché venivano rispettati i loro ritmi naturali ed avevano a disposizione spazi adeguati. Con un sostegno concreto i piccoli produttori potrebbero dare vita ad una rete che li renderebbe più forti e più capaci di promuovere i loro prodotti e di distribuirli sul mercato, per garantire infine a noi consumatori prodotti più sani e buoni e un ambiente più sano. (1)
    La strategia sembra andare, se pur timidamente, in questa direzione, perché contiene proposte di modifica delle politiche attualmente in vigore: ad esempio la revisione della Direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi e del Regolamento sul benessere degli animali. Purtroppo infatti la strategia non è vincolante di per sé, ma i Paesi membri, nel momento in cui produrranno nuove norme e leggi, o quando dovranno allinearsi alle politiche comunitarie già esistenti, come la Politica Agricola Comune, saranno vincolati a rispettare gli obiettivi fissati dalla Farm to Fork.
    E in effetti proprio in questi giorni è in discussione la nuova Pac (Politica Agricola Comune), che dovrà poi essere tradotta nei piani strategici nazionali. E’ molto importante vigilare affinché non venga tradita in quella sede la filosofia che sottende alla Farm to Fork e ne vengano recepiti i principi cardine: il rispetto per l’ambiente (il suolo con la sua microfauna, l’acqua, i diversi habitat con gli animali che li abitano), per gli animali allevati e per la biodiversità, così come per i lavoratori (penso ai braccianti agricoli preda dell’”invisibilità” e del caporalato, ma anche dei prodotti di sintesi utilizzati nell’agricoltura intensiva, che li avvelenano).
    Entro il 2023 comunque la Commissione dovrà presentare una proposta legislativa che definisca un quadro di riferimento in materia di sistemi alimentari sostenibili: tale proposta contribuirà a rendere più coerenti ed omogenee le singole politiche nazionali, garantendo coesione a livello dell’Ue. Sarebbe molto bello se questa proposta legislativa prendesse in considerazione la possibilità di promuovere e sostenere anche la cosiddetta agricoltura sociale, facilitando la costituzione di cooperative di giovani con problemi di dipendenza o altro, di rifugiati e in genere di persone svantaggiate, visti i riconosciuti effetti terapeutici del lavoro agricolo e a contatto con gli animali.
    Speriamo…
    Ma mentre chiudevo questo pezzo, prima della rilettura finale, purtroppo mi sono capitate in rete
    notizie che attenuano parecchio questa speranza, infatti è già stato raggiunto un accordo di carattere politico sulla struttura della nuova Pac: cerchiamo di capirci qualcosa…
    Dall’Huffingtonpost del 22/10/2020 Elena Fattori (vicepresidente della commissione agricoltura del Senato) scrive che “il mantenimento di determinati capisaldi nella battaglia politica in sede istituzionale, sta riducendo gli spazi all’eccesso di liberismo che quantomeno è chiamato a conformarsi ai concetti di sostenibilità e biodiversità”…” Tutto quanto attiene all’agricoltura, inteso come intero comparto, di carattere intensivo va mitigato con azioni mirate, e non incentivato con evidente nocumento per il clima e per il verificarsi di posizioni di mercato a rischio distorsione. Altrettanto evidente è che la necessità di destinare percentuali maggiori verso la piccola e media impresa agricola cercando di invertire la tendenza usuale della Pac per cui tanti fondi vanno a pochi e creare sistemi di incentivazione al rispetto e al mantenimento puntuale della biodiversità sono temi centrali, ma bisogna riconoscere anche dei risultati non scontati”…“Per la prima volta il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che introduce la clausola sociale nella Pac che afferma la tutela dei diritti dei lavoratori braccianti e prevede sanzioni”…”I contributi di inizio attività per i giovani agricoltori e i seppur piccoli passi in direzione della gestione del rischio sono altri punti verso un cambiamento che è ancora incompleto”…” La riforma entrerà in vigore nel 2023, dopo il voto degli oltre mille emendamenti di questi giorni, la palla passa al trilogo tra Commissione, Consiglio e PE che dovrà concludersi entro il 2021, per cui si spera che ulteriori misure in direzione della sostenibilità e della biodiversità, nonché del cambiamento di un paradigma vecchio come quello basato sulla produzione in termini di quantità anziché di qualità, vengano inserite nel documento finale affinché gli elementi positivi non diventino semplice fumo negli occhi”…”la pressione sempre più forte per etichette trasparenti e tracciamento di provenienza delle materie prime, mantengono il Made in Italy e la sua qualità produttiva un asset fondamentale per lo Stato che fino a non poco tempo fa era a forte rischio”.
    E fin qui sembra che vada tutto abbastanza bene, ma vediamo cosa ne pensa Luisiana Gaita su Il Fatto quotidiano: “La riforma della Politica agricola comune che sta per essere votata a Bruxelles non accoglie praticamente nessuna delle istanze sostenute dai movimenti ecologisti e dai Verdi. Secondo Greenpeace così concepita la riforma significa una resa su clima e ambiente. Anche il commissario Ue Janusz Wojciechowski, esprime perplessità sulla compatibilità delle modifiche con le politiche ambientali europee. Soddisfatta invece la ministra Teresa Bellanova e le associazioni dei grandi coltivatori”… “Vincono l’agricoltura intensiva e la lobby dell’agrobusiness. Nessun tetto massimo alla densità di animali per ettaro negli allevamenti intensivi le cui sovvenzioni, almeno per ora, restano invariate. Nessun budget specifico per proteggere la biodiversità sui terreni delle aziende agricole con stagni, siepi e piccole zone umide e, per rimanere in tema, addio all’obbligo di almeno il 10% dei terreni agricoli dedicati alla biodiversità. E viene persino abolito il divieto di arare e convertire i prati permanenti nei siti della rete Natura 2000 (aree protette), dove gli agricoltori potranno ricevere sovvenzioni per trasformare in campi agricoli le zone umide tanto preziose per la fauna selvatica. Mentre l’Europa e il mondo intero sono distratti dalla pandemia, prende forma la riforma della Pac (Politica agricola comune) e, anche se si aspetta il voto finale che dovrebbe arrivare entro questa settimana, assomiglia sempre meno a quella disegnata dalla Commissione europea con la strategia ‘Farm to Fork’ e che doveva essere parte integrante del Green deal europeo”… “Mentre i media parlavano di ‘nomi di hot dog vegani’ – ha commentato l’attivista Greta Thunberg, citando un tweet di Greenpeace – il Parlamento europeo ha avallato 387 miliardi di euro per una nuova politica agricola che, in pratica, significa arrendersi su clima e ambiente”.
    Ma vediamo quali sono i punti più preoccupanti:
    • E’ stato approvato un gruppo di emendamenti con i quali vengono respinte le proposte della Commissione Ambiente del Parlamento Ue di tagliare i sussidi per il sistema degli allevamenti intensivi o di aumentare sostanzialmente i finanziamenti per le misure ambientali.
    • Si è stabilito invece che i budget nazionali dei pagamenti diretti dovrebbero essere riservati per il 60% al sostegno delle grandi aziende che promuovono l’agricoltura intensiva, mentre appena un 6% dovrebbe essere destinato alle aziende piccole e medie; la proposta mira anche a dirottare risorse verso pratiche ambientali che solo le grandi aziende possono permettersi.
    • Il maxi-emendamento di fatto non prevede un meccanismo che incentivi la diffusione di pratiche agricole attente alla biodiversità, perché l’accesso ai fondi non sarebbe legato a criteri ambientali, ma solo a criteri economici. Le risorse, in sintesi, non andranno a chi vuole avviare una nuova attività, ma a chi dimostra di avere già un’attività ad alto reddito.
    • Con gli emendamenti fin qui approvati, inoltre, si impedisce ai singoli paesi di adottare criteri più stringenti per distribuire la loro quota di risorse.
    • E’ stato eliminato il limite di densità di animali per ettaro negli allevamenti intensivi, lasciando così campo libero all’uso di antibiotici per contrastare le malattie facilitate dall’affollamento, e nel contempo non sono stati previsti incentivi e sostegno dei piccoli allevatori.
    La discussione comunque è ancora molto accesa e il Commissario europeo per l’agricoltura, Janusz Wojciechowski, ha affermato che l’accordo raggiunto dal Parlamento è incompatibile con il Green Deal. Ma anche con la strategia Farm to Fork, aggiungo io.

    (1) Leggete a questo proposito il libro di Piero Bevilacqua “Il CIBO E LA TERRA - Agricoltura, ambiente e salute negli scenari del nuovo millennio” da poco uscito con il Corriere della Sera nella collana Vivere sostenibile: è una fonte di informazioni fondamentale e illuminante su questi argomenti.


     

  • Il racconto
    TROPPI CINGHIALI E RATTI?
    GLI UMANI ABBANDONINO
    ROMA PER UN ANNO...

    data: 22/10/2020 11:25

    Sull’eco del trambusto, o scandalo, a seconda di come lo si voglia interpretare, causato dall’uccisione di una famiglia di cinghiali in un giardinetto pubblico di Roma alcuni giorni fa, ho pensato di tirar fuori dal cassetto e proporre in questa sede un racconto che ho scritto qualche anno fa.
    All’inizio del 2017 il mio ufficio del Dipartimento Tutela ambientale del Comune di Roma, che si occupava, e tuttora si occupa, di tutela della biodiversità, per cercare di dare una risposta adeguata a tutte le problematiche presentate dai cittadini relative alla presenza di elementi della fauna selvatica all’interno del tessuto cittadino, propose di istituire un tavolo tecnico su questo argomento, insieme alla Città metropolitana (ex Provincia) e alla Regione (a cui la legge 157 del ‘92 attribuisce la competenza sulla fauna selvatica omeoterma). Praticamente da subito però questo tavolo si concentrò unicamente sulla ricerca di una possibile soluzione ai problemi e ai pericoli rappresentati dalla presenza sempre più numerosa dei cinghiali in città. Dal lavoro di questo tavolo, che ha comportato più di due anni di riunioni cui presero parte anche l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituto zooprofilattico del Lazio e della Toscana, la Asl, Parchi e riserve naturali (Appia antica, Vejo e Roma Natura con le sue riserve), ma soprattutto l’I.s.p.r.a., che ne curò l’aspetto tecnico-scientifico, alla fine, grazie anche all’intervento della Prefettura, è scaturito il Protocollo d’azione per la gestione del cinghiale nel territorio di Roma Capitale, sottoscritto a fine anno 2019 dai tre enti promotori (Roma Capitale, Regione Lazio e Città metropolitana di Roma capitale). Sulla base di questo protocollo è stato deciso ed effettuato l’intervento della scorsa settimana.
    Pur seguendo fin dall’inizio i lavori del tavolo tecnico, seppure con un ruolo essenzialmente organizzativo, ero però decisamente scettica, perché mi accorgevo che non si dava il giusto peso, soprattutto da parte della mia Direzione, a quello che secondo me era il fulcro della questione: la cattiva gestione dei rifiuti.
    E così, in questo contesto è nato, durante un’insonnia notturna, il racconto che segue, piuttosto surreale, ma forse non quanto la dichiarazione di Vittoria Brambilla, che ha detto che si sarebbe presa lei in carico i cinghiali… E come? Purtroppo sembra che nessuno glielo abbia domandato… Peccato però che la fauna selvatica sia patrimonio indisponibile dello Stato ed è difficile che qualcuno possa prenderla in carico, qualunque cosa ciò possa significare.

    Le ali sulla città
    C’era una volta una grande città, che più di 2000 anni di storia avevano resa bellissima, amata e visitata da tutti nel mondo. Negli ultimi 75 anni, dopo essersi ripresa da una terribile guerra, la città era cresciuta ancora molto, però troppo in fretta e male. Farla funzionare era diventato sempre più difficile e gli abitanti non riuscivano più a godersela, ma la subivano. Chi poteva la abbandonava per stabilirsi in paesi piccoli, ancora a misura d’uomo; ma quel che è peggio, per una città che viveva di turismo, è che si stava verificando un fenomeno mai accaduto prima: i turisti che venivano a visitarla non tornavano più una seconda volta, nonostante avessero lanciato una monetina in una famosa fontana, che prometteva loro di farli tornare. La bellezza non bastava più a compensare il disagio di trovarsi immersi nel traffico, nei rumori e nella puzza.
    Chi cominciava a farsi rivedere, invece, era la natura, che negli anni era stata estromessa, a parte poche specie di animali e piante addomesticate, per lasciare spazio alle abitazioni, ai supermercati, ai centri commerciali, insomma al cemento, ma anche ai rumori, alle luci, ai veleni. E la natura era tornata, dapprima in punta di piedi, poi via via più spavalda, sfruttando i punti deboli della grande città, primo fra tutti la gestione dei rifiuti.
    “In questa città non esiste un’emergenza rifiuti” assicurava l’assessore comunale all’ambiente, eppure i cittadini da anni ormai quotidianamente scavalcavano o circumnavigavano cumuli di spazzatura e negli ultimi tempi la fotografavano per condividerla in rete con chi non aveva la loro stessa fortuna! Un momento però… ho detto “da anni ormai”? Ma allora l’assessore aveva ragione: non c’era alcuna emergenza, questa era diventata la normalità!
    Ma, appunto, c’era chi sapeva approfittare della situazione: tutti gli animali opportunisti e spazzini, come ratti, cinghiali, cornacchie, gabbiani, piccioni e scarafaggi, che diventavano sempre più invadenti ed aggressivi; si sentivano i padroni della città, come in un vecchio film di un regista famoso. I nidi degli uccelli erano dappertutto e i loro territori coincidevano ormai con le terrazze, le scuole, le strade che i cittadini percorrevano durante le loro attività quotidiane. Se gli uccelli proteggevano i loro piccoli non c’era massaia che si salvasse quando stendeva il bucato o annaffiava le piante, mentre i ragazzi non potevano sostenere gli esami perché non riuscivano ad entrare a scuola e i bambini dell’asilo non potevano più fare ricreazione all’aperto; ma anche chi semplicemente camminava per strada non poteva stare tranquillo… e intanto anche i cinghiali scorrazzavano per le strade, sempre più vicini al centro della città, spaventando la gente e provocando incidenti stradali.
    Si negava l’emergenza rifiuti ma si dichiarava l’emergenza cinghiali e ci si allarmava per i ratti, le cornacchie ed i gabbiani… Schizofrenia?
    Si aprivano tavoli tecnici per trovare soluzioni, senza peraltro coinvolgere l’azienda municipale per la nettezza urbana… Schizofrenia?
    Passarono i mesi, ma fu solo dopo l’umiliazione subita da parte dei militanti del partito al governo del Paese, che si mobilitarono in una bella domenica di maggio per ripulire la città al suo posto, che la Giunta comunale, dopo aver cercato invano un pifferaio magico, finalmente lanciò una proposta ai cittadini: un concorso di idee da presentare in rete, idee che poi i cittadini stessi avrebbero votato.
    Il concorso andò avanti e l’idea vincente, per quanto paradossale potesse apparire, risultò questa: evacuare la città per un periodo di almeno un anno, lasciandola a disposizione degli animali, che l’avrebbero restituita pulita (dalla spazzatura, non dai loro escrementi, ma quelli li avrebbe poi lavati la pioggia, siccità permettendo).
    E così siamo arrivati ai giorni nostri. Il progetto parte, ma dovranno essere presi comunque dei provvedimenti, in modo da non ritrovarsi nella stessa situazione dopo pochi mesi, quindi:
    prima di abbandonare la città viene costituita una task force composta da diverse figure professionali competenti nei diversi settori della “galassia rifiuti”, ma anche da scrittori, giornalisti scientifici specializzati in tematiche ambientali, artisti ed inventori, capaci di immaginare (o anche solo di copiare) soluzioni efficaci, economicamente vantaggiose e magari anche esteticamente gradevoli al problema dello smaltimento e del riciclo dei rifiuti. Lo sforzo maggiore verrà profuso sul fronte della riduzione alla fonte, eliminando gli sprechi, alimentari in primis.
    I progetti che scaturiranno dall’impegno di questa task force dovranno essere realizzati nel corso dell’anno in cui la città verrà consegnata agli animali, mentre gli esseri umani saranno trasferiti altrove.
    In questo “anno sabbatico” i cittadini, alloggiati in Unità Abitative Provvisorie con un minimo di attrezzatura, in campi con poche comodità, scarsi e molto spartani negozi, impareranno per forza di cose a vivere con lo stretto necessario, a non sprecare e a riutilizzare tutto quello che può essere riutilizzato, a coltivare l’orto, a fare in casa pane, biscotti e marmellate, ad autoprodurre saponi, detersivi e cosmetici; tornerà in voga il baratto e avranno un grande successo le “banche del tempo”, mentre si riscopriranno i vantaggi della collaborazione e della solidarietà. Ci si accorgerà ben presto che in questo modo i rifiuti quasi non esisteranno più e che invece, nonostante la frugalità della nuova vita, sarà notevolmente cresciuto il tasso di felicità.
    Dal momento in cui prenderanno in consegna la città, gli animali dovranno affrontare vicende alterne: da una prima fase stile “paese di bengodi”, in cui avranno a disposizione ogni ben di Dio, si troveranno poi via via in ristrettezze sempre maggiori. Potranno reagire con adattamenti di tipo fisiologico, come la diminuzione della natalità, ma anche modificando i loro comportamenti alimentari, cercando di tornare, se saranno ancora capaci di farlo, a quello di cui si nutrivano prima dell’era della pacchia.
    Ma alla fine saranno costretti a riconsegnare la città… Che ne dite, a questo punto gli umani saranno pronti? Secondo voi sapranno meritarsela?

     


     

  • QUARTIERI "SPECIALIZZATI":
    NO, GRAZIE. CI VOGLIONO
    CITTA' A "ISOLE"
    DA VIVERE A PIEDI

    data: 27/09/2020 15:15

    Mi ha fatto molto piacere trovare in un interessante articolo di Francesca Sironi sul settimanale D di Repubblica una sponda al mio di qualche mese fa che, riprendendo un’idea di mio padre urbanista, proponeva una città organizzata in “isole”, nelle quali tutti i principali servizi, e non solo, fossero raggiungibili a piedi.
    Nel ripensare la città con un approccio nuovo rispetto a quello prevalente finora, che ha sempre privilegiato l’efficienza, la velocità, la specializzazione delle zone e dei quartieri (popolare, residenziale, commerciale, degli uffici e così via) in Europa e non solo si vuole partire proprio, a quanto pare, da un modello di città che è stato definito ¼ h, dove tutto, dalla spesa, alla scuola, a una passeggiata nel verde, agli svaghi (cinema, teatro, musica), alle strutture sanitarie e sportive, fino agli uffici per le pratiche burocratiche e addirittura al lavoro, sia raggiungibile a piedi in un quarto d’ora.
    Giuseppe Sala lo propone per la sua Milano, dove a Villapizzone, quartiere della quasi-periferia Nord Ovest, indicato dalle proiezioni demografiche dell’ufficio statistico come uno di quelli a maggior crescita, vuole adottare proprio il modello della città di 15 minuti, capace di offrire a tutti gli abitanti sportelli pubblici decentrati, luoghi di cura, di educazione e divertimento nel raggio di un quarto d’ora a piedi da casa.
    Anche Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, ha puntato proprio su questo nel programma elettorale che l’ha portata ad essere eletta per la seconda volta nel giugno scorso. Il suo piano si propone di ripensare sia le strutture pubbliche che la mobilità cittadina, per ridurre l’inquinamento e rendere la città più accessibile per tutti. L’idea di base, bellissima già dal titolo, è la “paesizzazione dell’urbe”: portare in città proprio quei benefici che rendono la vita più semplice e piacevole nei piccoli paesi. È stata ispirata e guidata dal professor Carlos Moreno, che insegna impresa e innovazione alla Sorbona, il quale ha dichiarato: “Non abbiamo bisogno delle “smart city”, per quanto se ne sia parlato tanto. Non è nella tecnologia la risposta. Quello che serve è cambiare paradigma: riconquistare tempo per le persone. Il tempo è l’elemento più importante per portare qualità della vita nello spazio urbano”. Occorre “rompere con il concetto tradizionale della specializzazione delle aree, dei quartieri popolari da una parte, le zone diplomatiche dall’altra. Le strutture stesse dovrebbero essere polifunzionali: la scuola nel weekend può aprirsi ad altro e così il parco”. L’ideale sarebbe “arrivare a una città dove gli spazi per vivere, lavorare, fare spese, divertirsi e stare bene siano tutti raggiungibili a piedi o in bici”. Il piano di Anne Hidalgo prevede anche la nomina di responsabili di quartiere al servizio degli abitanti e di cinquemila poliziotti municipali in più “per far rispettare le regole della vita quotidiana”.
    Una difficoltà potrebbe presentarsi per il lavoro, ma si confida comunque in un consolidamento della pratica dello smart working, sperimentato per necessità durante il lockdown imposto dalla pandemia, che del resto non sembra intenzionata a risolversi in tempi brevi. Proprio le limitazioni che abbiamo tutti vissuto in questi mesi ci hanno fatto comprendere l’importanza della prossimità, delle relazioni personali vere e non virtuali, che si possono coltivare solo in un quartiere a misura d’uomo, che non ci costringa a molte ore della giornata chiusi in un’automobile, ciascuno solo con sé stesso.
    Ma non tutti hanno avuto bisogno di una pandemia per capire quale fosse la strada giusta per risolvere i deficit di sostenibilità e di coesione che in una grande città potrebbero apparire inevitabili. A Barcellona già dal 2016 si scommette sul modello delle Superilles (termine catalano che si può tradurre con superblocchi), cioè macro-isolati a vocazione prevalentemente pedonale. Ada Colau punta a limitare il più possibile il traffico su gomma, riducendo del 30% le emissioni di anidride carbonica. Per questo il Comune ha deciso di prendere in mano un progetto promosso da amministrazioni precedenti e riguardante niente meno che una nuova idea di città, con il pedone come protagonista.
    La proposta dei macro-isolati non è nuova a Barcellona: il primo fu istituito nel 1993 vicino alla Chiesa di Santa Maria del Mar, nel quartiere del Born, a cui seguirono altri due a Gràcia nel 2005; ma il primo progetto risale al 1987 ed è opera di Salvador Rueda, l’attuale direttore dell’Agenzia di ecologia urbana della città. Si trattava ancora però, in effetti, di semplici Isole pedonali, come ne esistono già da tempo in tante città.
    Ada Colau però di questo nuovo modello ne ha fatto una priorità: ha stanziato 10 milioni e la prima Superilla è stata inaugurata nel settembre 2016 nel quartiere Poblenou.
    Secondo la definizione che ne dà il Comune, il Programma Superilles “Riempiamo di vita le strade” è un progetto di città rivolto al miglioramento della vita delle persone grazie alla progettazione e realizzazione di nuovi spazi di convivenza, secondo un modello organizzativo del tessuto urbano pensato in primis per i residenti. Un’opportunità per favorire la mobilità sostenibile, la produttività, il verde e la biodiversità, così come gli spazi di incontro per i cittadini. L’idea di base consiste nel definire il perimetro d’un insieme di isolati che deve assorbire la maggior parte del traffico veicolare privato e pubblico, mentre l’interno viene destinato ad uso esclusivo di pedoni e biciclette.
    In pratica, l’attuale Superilla della capitale catalana è un modo differente di distribuire la mobilità, studiato ad hoc per la trama urbana definita nell’Ottocento da Ildefonso Cerdà: in un ambito formato da nove isolati, il traffico veicolare viene deviato verso le strade perimetrali del macro-isolato, in modo da evitare il transito all’interno della zona. Le auto circolano a 10 km all’ora su un’unica corsia, con l’obiettivo di ridurne al minimo i passaggi. Vengono eliminati i parcheggi negli incroci, che così si trasformano in nuove piazze di circa 2.000 mq, che restano ad uso praticamente esclusivo dei pedoni e possono poi diventare nuovi giardini di quartiere. Anche le strade interne alle Superilles si trasformano in luoghi più accessibili ai pedoni, oltre che meno rumorosi, più verdi e gradevoli.
    Josep Maria Montaner, “sottosindaco” del distretto di Sant Martì dove è stata inaugurata la prima Superilla, è tra i ferventi sostenitori del progetto: l’obiettivo è coinvolgere il 58% delle strade e aumentare di 380 ettari gli spazi verdi del quartiere. Secondo Montaner, il macro-isolato del Poblenou è da intendersi come un esperimento, un banco di prova per verificarne il funzionamento e le eventuali criticità, con un investimento tutto sommato modesto (55.000 euro).
    La consigliera per l’urbanistica della Municipalità, Janet Sanz, ha affermato che tutti i cambiamenti saranno realizzati gradualmente, mediante azioni di tipo reversibile, con l’imprescindibile partecipazione dei residenti, secondo un’idea di “democrazia aperta”. Anche l’uso dei nuovi spazi dovrà essere deciso in collaborazione con i residenti, attraverso diverse modalità di confronto.
    Decine di proposte e critiche sono già state raccolte in occasione della giornata aperta di valutazione del progetto, nei dibattiti cittadini tenutosi sul posto, nelle riunioni dell’Amministrazione con enti, imprese, scuole del quartiere, oltre a quelle raccolte in un’apposita cassetta. Anche circa 200 studenti delle Scuole di Architettura cittadine sono stati coinvolti per redigere proposte. I dati raccolti sono ora al vaglio dell’Amministrazione, che è disposta a modificare il modello iniziale laddove risultasse meno soddisfacente del previsto, ma che assicura che questa Superilla è solo la prima di una lunga serie.
    Il successo di questo modello in termini di vivibilità dei quartieri e di riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico è stato valutato molto positivamente da centri di ricerca e istituzioni internazionali, che hanno sottolineato gli effetti benefici non solo sulla salute generale, ma anche sul benessere psicologico dei residenti, grazie alla riduzione delle fonti di disturbo e di stress e alla possibilità di aumentare le occasioni e i luoghi di incontro.

    Forse però la vera fonte di ispirazione del professor Moreno è una città non europea dalla triste fama. Si tratta di Medellín, la megalopoli colombiana famosa per il cartello della droga di Pablo Escobar. Qui importanti investimenti sociali e infrastrutturali sono riusciti ad emancipare, almeno in parte, alcuni slum dal futuro di violenza e desolazione cui sembravano destinati.
    Appollaiato sulle colline scoscese che circoscrivono Medellín a Ovest, il famigerato quartiere Comuna 13 è stato per quasi tre decenni uno dei palcoscenici più caldi della lunga guerra civile - tra ribelli di sinistra, gruppi paramilitari di destra, organizzazioni criminali, il signore della droga Pablo Escobar e il governo nazionale - che ha devastato la Colombia a partire dagli anni Cinquanta e in cui hanno perso la vita più di 220.000 persone. Più di recente, però, Comuna 13 è diventato tra i maggiori protagonisti dell’incredibile trasformazione di Medellín, un processo di rigenerazione urbana che ha fatto di questo centro di 3,5 milioni di abitanti, per anni capitale mondiale degli omicidi, la città più innovativa dell’anno nel 2013. Medellín è stata premiata per aver messo al primo posto l’inclusione economica e sociale.
    Infrastrutture e creatività sono i due pilastri dello sforzo di rinnovamento portato avanti da successive amministrazioni comunali negli ultimi quindici anni e lanciato dal matematico Sergio Fajardo Valderrama, che è stato sindaco di Medellín dal 2004 al 2007.
    Questo approccio visionario è ben evidente proprio nella Comuna 13, dove, per meglio integrare i residenti di questo quartiere dalla geografia particolarmente ostica al resto della vallata, nel 2011 sono state inaugurate sei scale mobili all’aperto, coperte da una tettoia arancione, collegate fra loro e lunghe complessivamente 385 metri. Esse consentono di inerpicarsi per le ripide pareti della collina in circa cinque minuti, un’impresa che prima avrebbe richiesto trenta faticosi minuti a piedi, non certo alla portata di tutti. Il successo di questa struttura ha garantito a Comuna 13 molti fondi pubblici, grazie ai quali è stato possibile asfaltare le scalinate e il sentiero adiacenti, decorare con i murales di artisti locali e internazionali le pareti delle abitazioni che vi si affacciano, rimetterne a posto i tetti e abbellirle con piante e fiori; poi costruire scuole e realizzare un centro sociale che i residenti possono utilizzare gratuitamente per organizzare corsi e attività sportive e culturali e per ospitare eventi anche privati e ancora le Uvad (Unidades de Vida Articulada), spazi polifunzionali in un parco aperto al pubblico.
    La scala mobile è solo un esempio di tutto un sistema di infrastrutture alternative per il trasporto, ad esempio le teleferiche, pensate su misura per un centro urbano che si sviluppa su aspri pendii, che rendono quasi impossibile il passaggio di autobus e treni. A questi si sono aggiunti poi numerosi altri progetti, dal Giardino Botanico al Museo Interattivo della Scienza, a una rete di 10 biblioteche pubbliche costruite tra il 2008 e il 2011, con attenzione non solo ai libri, ma anche al design. Come ha scritto il New York Times nel 2012, “Medellín ha scelto di combattere crimine e violenza a colpi di architettura, urbanistica e ingegneria”.
    Naturalmente i problemi di Medellín non sono tutti risolti e il crimine continua ad essere una realtà con cui fare i conti. Gli omicidi sono diminuiti, ma povertà e diseguaglianze sono tutt’altro che scomparse e le condizioni di salute della città rimangono fragili. Ma non c’è dubbio che l’impegno delle autorità, degli imprenditori e dei cittadini di Medellín abbia dato frutti importanti, sempre più riconosciuti e premiati, anche nel resto del mondo. Nel settembre 2015 Medellín ha ospitato la prima Cities for Life, un incontro mondiale di sindaci ed esperti di urbanistica per discutere di città e innovazione.
    Senza azzardarmi a considerare questi interventi alla stregua di un colpo di bacchetta magica, mi sbilancio però ad affermare che la strada è quella giusta e mi auguro che, oltre a Giuseppe Sala, anche altri sindaci italiani prendano esempio da queste esperienze.

     

     

  • SI', IL PONTE DI PIANO RISPETTA GLI UCCELLI

    data: 12/08/2020 16:09

    Il nuovo ponte di Genova, inaugurato lunedì 3 agosto, è non solo bello ma anche amico degli uccelli. Durante la sua progettazione infatti la Lipu, la Lega italiana per la protezione degli uccelli, si è messa in contatto con l’architetto Renzo Piano, per renderlo partecipe e consapevole dell’importanza di una progettazione responsabile, che rispetti l’ambiente e la natura, con gli esseri viventi che ne fanno parte. La valle del Polcevera si trova infatti su un’importante rotta migratoria, percorsa ogni anno in volo da moltissime specie di uccelli, alcune delle quali rare e già esposte a diverse altre minacce.
    Renzo Piano, da persona intelligente quale è, si è dimostrato molto disponibile ed ha compreso il grave impatto che le barriere fonoisolanti trasparenti che fiancheggiano il ponte per tutta la sua lunghezza (mille e sessantasette metri), da entrambi i lati, avrebbero potuto avere su questi animali, che non vedendole potevano sbattervi contro, perdendo la vita o rimanendo gravemente feriti. Ha provveduto quindi, seguendo le indicazioni della stessa Lipu, a far inserire alcune marcature sulle barriere trasparenti, rendendole in tal modo visibili agli uccelli.
    Sui pannelli vetrati sono state inserite in stampa serigrafica delle linee orizzontali nere dello spessore di due millimetri, distanti tra di loro tre centimetri, seguendo le indicazioni fornite dal manuale "Costruire con vetro e luce rispettando gli uccelli", edito dalla Stazione ornitologica svizzera, un testo di riferimento alla cui realizza

    zione ha contribuito anche la stessa Lipu.
    Questo intervento è stato davvero molto importante e sarebbe stato bello e utile parlarne in televisione, cogliendo magari l’occasione rappresentata dall’inaugurazione del ponte, seguita da così tante persone! Io non l’ho sentito, ma forse mi è sfuggito, o almeno così spero. Ne ha però parlato Peppe Aquaro sul Corriere della Sera e magari altri che non so. Cerco di dare anch’io un piccolo contributo su queste pagine.
    Sembra un piccolo intervento, ma in realtà è importantissimo perché, come ricorda la Lipu:
    “secondo i dati di numerosi studi italiani, il numero annuo di uccelli che muoiono su ogni singolo chilometro di barriere trasparenti, nel nostro paese, può arrivare a 800. A livello mondiale l'impatto contro pannelli trasparenti, ma anche vetrate, elettrodotti e pale eoliche è una delle maggiori minacce alla sopravvivenza degli uccelli, ed è un fenomeno in costante aumento a causa dell'espansione urbanistica e del crescente uso del vetro in edilizia.”
    In molti paesi europei, soprattutto del nord, ma anche in Spagna, l’attenzione verso gli animali e le loro esigenze è decisamente più presente e radicata, sia a livello di sensibilità dei singoli cittadini che per quanto riguarda l’adozione di scelte e provvedimenti ad hoc da parte delle amministrazioni pubbliche (ma le due cose sono in effetti interdipendenti).
    Da noi questa sensibilità è poco diffusa, pur se localmente abbiamo anche qui degli esempi virtuosi, come ad esempio i volontari che, sulle strade del nord Italia (Veneto e Friuli, ma vado a memoria, non si offenda nessuno), si prodigano per salvare i rospi che, alla ricerca di zone umide in cui deporre le uova, durante il periodo riproduttivo si spostano in massa finendo facilmente schiacciati dalle automobili. Però a livello delle istituzioni questa sensibilità finora è mancata, se si fa eccezione per l’adozione di una Delibera “salvarondini” (per la protezione della nidificazione) da parte di circa 150 comuni, per lo più piccoli, ma non solo, sempre su input della Lipu.
    In molti paesi europei invece si trovano spesso lungo le autostrade sottopassaggi o viadotti realizzati appositamente per la fauna, che così non è costretta a rischiare la vita nel tentativo di attraversare. In questo modo si cerca anche di ridurre la frammentazione ambientale e di contrastare l’isolamento genetico delle popolazioni animali e, non ultimo, si scongiurano molti possibili incidenti stradali.
    In Italia siamo lontani anni luce da questo approccio, che presuppone una conoscenza della natura e dell’ecologia (nel senso scientifico del termine), che da noi purtroppo è carente a tutti i livelli, a partire dai programmi scolastici. Per questo mi associo alla Lipu che, riferendosi all’intervento sul ponte, si augura "che questa modalità di mitigazione possa essere adottata in tutte le opere di edilizia e infrastrutturali, dando così un contributo importante alla conservazione degli uccelli selvatici". E che possa costituire, aggiungo io, un primo passo verso un nuovo modo di relazionarsi con le altre specie che condividono con noi il territorio, che non sia più di dominio o, bene che vada, di indifferenza, ma di responsabilità e di cura. Ma, anche in questo caso, per costruire questa nuova sensibilità, occorrerebbe partire dalla scuola.

     

     

     

  • CAPITO CHE LA PANDEMIA
    E' CONSEGUENZA
    DELL'INVASIONE UMANA
    DI TUTTI GLI HABITAT?

    data: 05/08/2020 17:03

    Fanno un po’ rabbia tutti questi virologi, spuntati come funghi, che fanno a gara per spiegarci come e perché una pandemia come questa fosse chiaramente prevedibile… E’ facile dirlo ora: col senno di poi possiamo arrivarci tutti, ma voi perché diavolo, dall’alto della vostra scienza, non avete pensato di avvertirci in tempo?
    Magari avremmo potuto muoverci meglio e più rapidamente: avremmo potuto ad esempio rafforzare il sistema sanitario invece di affossarlo, per affrontare con mezzi e strumenti più adeguati l’emergenza. Anche se ci sono comunque tanti paesi che gli ospedali non ce li hanno proprio!
    In realtà però dubito che sarebbe servito a qualcosa: anche se la Cina avesse subito compreso, ammesso e comunicato al resto del mondo la gravità dell’epidemia, per fermarla o quantomeno tentare di arginarla si sarebbe dovuto bloccare tutto immediatamente, a partire dai voli, poi tutti i trasporti, gli scambi commerciali e tutto il resto, garantendo solo il funzionamento del settore sanitario, della filiera alimentare e dello smaltimento dei rifiuti, come si è fatto qui da noi da marzo. Ma per fare questo ci sarebbe voluta un’autorità mondiale, cosa neanche pensabile.
    Anche perché, in ogni caso, misure sacrosante come il distanziamento, l’igiene personale e l’uso della mascherina, che nel mondo diciamo ricco, non vengono rispettate dagli idioti irresponsabili dediti alle feste, alla movida e agli aperitivi, ma purtroppo anche dai politici negazionisti o semplicemente cretini, nella gran parte del mondo, dove le persone vivono perennemente ammassate in agglomerati urbani o favelas senza adeguati servizi igienici (e parliamo di una percentuale altissima di esseri umani), non potrebbero essere rispettate neanche mettendoci il massimo impegno.
    E così si è proceduto a tentoni, ognuno per conto suo e con i suoi parametri, non solo nel mondo ma anche qui nella cosiddetta Europa unita. E si è visto quanto è unita!
    Se si fosse chiuso davvero tutto, tutti insieme, almeno in Europa, per un periodo sufficiente (ma certamente più breve di quello che, non chiudendo davvero tutto e con tutti “gli irre e gli orre”, abbiamo vissuto), periodo durante il quale si potevano effettuare i tamponi a tutti, forse saremmo riusciti a contenere l’epidemia, con danni economici minori.
    Mi fanno ridere, anche se è un riso amaro, i conduttori dei tg che continuano a ricordarci che non dobbiamo abbassare la guardia perché “il virus circola”. E certo che circola, che dovrebbe fare? Il virus non è un essere senziente, non può decidere di darsi una calmata né di diventare più aggressivo: può solo replicarsi e finché troverà nuovi esseri umani (perché ormai siamo diventati noi la sua specie ospite) abbastanza vicini da essere infettati li infetterà.
    Possiamo solo sperare in un vaccino e in farmaci antivirali efficaci, a meno che il virus nel frattempo non muti e ci freghi tutti.
    Però prima o poi questa pandemia finirà lasciando macerie e distruzione, ma speriamo anche un po’ di umiltà e di consapevolezza, che finora sono decisamente mancate.
    Ma, a proposito di consapevolezza, sentite più qualcuno parlare di come sia venuto fuori questo virus e di come si sia potuto trasmettere all’uomo?
    Perché se ci pensiamo un attimo, che questa pandemia fosse prevedibile non era poi così scontato. Ha dovuto prodursi una complessa catena di eventi, ancora non tutti chiari, e che si verificassero tutti non era poi così probabile.
    Ma tentiamo di definire questa ancora in parte ipotetica catena di eventi.
    Il primo è l’occupazione da parte degli esseri umani degli ecosistemi naturali, con la foresta disboscata per far spazio ad allevamenti intensivi di bestiame, a coltivazioni (per lo più monocolture, che riducono la biodiversità, e la scarsa biodiversità favorisce la trasmissione dei virus) e ad insediamenti umani, che si trovano così a stretto contatto con quel che resta dell’ambiente naturale originario.
    Il secondo è che la fauna selvatica (probabilmente una o più specie di pipistrello, animali che ospitano un gran numero di virus), si sia trovata a stretto contatto con gli esseri umani e le loro attività e abbia visto di conseguenza il proprio habitat frazionato o distrutto e le proprie popolazioni decimate o frammentate.
    Il terzo è che a causa di ciò un virus presente naturalmente nei pipistrelli (specie serbatoio con la quale conviveva pacificamente) non sia più riuscito a passare facilmente da un individuo all’altro per replicarsi e si sia dovuto accontentare di un'altra specie (ospite intermedio). Ancora non è chiaro quale, ma si pensa al pangolino, che è oggetto di commercio da parte dell’uomo, come del resto diverse altre specie di fauna selvatica.
    Il quarto è che grazie al contatto diretto con l’uomo, avvenuto durante la manipolazione di questo ospite intermedio, o passando attraverso un’ulteriore specie selvatica o domestica, ancora non si sa, il virus sia passato all’uomo.
    Il quarto è che il virus si sia trovato bene perché riusciva a passare molto facilmente da un essere umano all’altro.
    Il quinto è che grazie al nostro stile di vita e a tutte le nostre attività, ma per dirlo con una sola parola, alla globalizzazione, il virus sia arrivato molto rapidamente in ogni parte del mondo.

    Il libro di David Quammen “Spillover, l’evoluzione delle pandemie”, pubblicato nel 2012, che spiega benissimo questi passaggi e molto altro, è in testa a tutte le classifiche dei libri più venduti dall’inizio della pandemia, ma quanti fra quelli che lo hanno comprato, lo hanno letto davvero? Una minima parte, credo purtroppo, perché un libro di quasi 600 pagine in un paese povero di lettori come il nostro penso faccia un po’ paura. Ma allora… è stato comprato perché “faceva fico”?
    Comunque sia è un peccato, perché è un libro che, malgrado l’argomento non possa dirsi leggero, è scritto così bene che si legge d’un fiato: ti tiene incollato fino alla fine come un buon giallo!
    Secondo me dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici, almeno al fianco dei "Promessi sposi". Non se ne abbia a male il Manzoni, ma credo che cominciare finalmente a studiare questi argomenti, a conoscere e comprendere le connessioni fra i fenomeni e quali siano le nostre responsabilità è diventato troppo urgente, non si può più aspettare!
    Eppure, c’è forse qualcuno che dica, parlando del rilancio dell’economia, che però vanno riviste molte cose per evitare molti errori fatti finora? Qualcuno ha capito che è proprio l’invasione di tutti gli habitat naturali da parte dell’uomo, il loro stravolgimento e sfruttamento alla ricerca del profitto, che ha causato lo spillover, e di conseguenza la pandemia? Qualcuno si rende conto che noi non siamo al di fuori e al di sopra, ma parte integrante degli ecosistemi che stiamo distruggendo?
    Sono molto pessimista al riguardo ed è per questo che non ho più scritto nulla per così tanto tempo. Non riesco a capire attraverso quali canali far arrivare il messaggio a chi ha i mezzi e il potere per cambiare le cose prendendo la strada giusta.
    Ma poi forse non è nemmeno questo il modo: siamo noi dal basso che dobbiamo muoverci per ottenere che si cambi strada. Dobbiamo smettere di essere “il popolo” come lo intende Salvini, pronto a bersi ogni stronzata come se fosse verità assoluta, se solo ciò gli possa fare minimamente e momentaneamente comodo.
    Dobbiamo invece ridiventare il popolo di “avanti popolo, alla riscossa!”: informato, consapevole e determinato.
    Non più un popolo di consumatori, ma di cittadini responsabili, capaci di “votare con il portafoglio”, come auspica l’economista Leonardo Becchetti nel suo “Bergoglionomics – la rivoluzione sobria di Papa Francesco”, compiendo delle scelte etiche, e quindi politiche, anche a partire dai nostri acquisti.
    Aiutatemi: datemi degli spunti, delle basi d’appoggio per poter recuperare un po’ di ottimismo, o almeno un po’ di energia positiva, ne ho davvero bisogno!
     

  • BIODIVERSITA'
    ECCO LA STRATEGIA
    EUROPEA 2020-2030

    data: 27/05/2020 16:56

    La settimana scorsa è stata la "Settimana della natura", un’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Ambiente per sensibilizzare tutti alla necessità di valorizzare il nostro territorio, attraverso diversi appuntamenti importanti.

    Il 20 maggio è stata la Giornata mondiale delle api, istituita nel 2017 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ricordarci l’estrema importanza che questi insetti rivestono per la nostra stessa sopravvivenza. Infatti insieme a diversi insetti impollinatori, come bombi, farfalle ed altri, le api contribuiscono all’impollinazione di gran parte della nostra produzione ortofrutticola. E’ stato infatti calcolato che la produzione agricola europea garantita dagli impollinatori vale 15 miliardi di euro all’anno. Ma dovrebbe anche ricordarci quanto poco noi esseri umani siamo riconoscenti a questi piccoli insetti, che oltre a fornirci prodotti di pregio come il miele e la cera, la propoli e la pappa reale, ci permettono di usufruire della straordinaria varietà di frutta e verdura che molti altri paesi ci invidiano. La sopravvivenza di questi insetti infatti è sempre più minacciata dall’uomo. Le principali cause della diminuzione delle api e degli altri impollinatori sono da ascriversi alla perdita di habitat, all’introduzione di specie aliene, all’uso di pesticidi e diserbanti di sintesi, all’inquinamento e ai cambiamenti climatici. La loro scomparsa metterebbe a rischio la riproduzione dell’84% delle specie coltivate nell’Unione Europea, ma anche del 78% delle specie di fiori selvatici e, a cascata, di numerosi insetti ed altri invertebrati e poi di uccelli, rettili e anfibi che se ne nutrono. Un danno incalcolabile per la biodiversità sulla Terra.

    Il 21 maggio è stata la Giornata europea della Rete Natura 2000, ed è stata l’occasione per pensare a quanto avrebbe potuto essere importante questo strumento, costituito da una rete di siti di interesse comunitario (SIC) e di zone di protezione speciale (ZPS) creata dall’Unione europea nel 1992 per la protezione degli habitat e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dai diversi stati membri. Questa rete era stata concepita per essere resa operativa, ampliata ed in continua evoluzione nel tempo, mentre in realtà in molti casi è rimasta quasi soltanto “sulla carta”.

    Il 22 maggio è stata la Giornata mondiale della biodiversità, proclamata nel 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per celebrare l’adozione della Convenzione sulla Diversità Biologica, per la difesa e la tutela della biodiversità. Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno in cui si sarebbero dovuti raggiungere gli obiettivi sulla conservazione della biodiversità fissati nel 2010, il primo anno dedicato alla biodiversità, ma purtroppo non è stato così. Il rapporto "Biodiversità a rischio" di Legambiente sottolinea che per buona parte degli obiettivi della strategia Ue i progressi possono definirsi modesti, per esempio negli ecosistemi agricoli e forestali la situazione della biodiversità è peggiorata dal 2010 a oggi, mentre solo una percentuale ridotta di specie (23%) e habitat protetti (16%) risulta in buono stato di conservazione. L’unico traguardo che probabilmente verrà raggiunto è la tutela di alcune aree marine e terrestri, ma questo non è assolutamente sufficiente.
    Il Covid-19 ci ha ricordato quanto sia importante tutelare la diversità biologica, anche direttamente e banalmente per la nostra salute, dato che il 31% delle epidemie di malattie emergenti, come Ebola e Zika e ora il SARS-CoV-2, tutte caratterizzate dal salto di specie (spillover) da un animale selvatico all’uomo, è generato in fin dei conti dall’invasione umana delle foreste pluviali tropicali. Eppure la biodiversità è sempre più a rischio in tutto il mondo. Secondo i dati dell’Ipbes, il panel di ricerca delle Nazioni Unite dedicato alla biodiversità, tre quarti delle terre emerse sono stati significativamente alterati dall’uomo. Tra le cause più impattanti sugli habitat ci sono l’agricoltura e l’allevamento a livello industriale. E non dimentichiamoci, per quanto riguarda gli ambienti marini, gli impatti devastanti dell’inquinamento, plastica compresa, della pesca industriale, nonché della diffusione di specie aliene, che alterano gli equilibri all’interno degli ecosistemi.

    Il 23 maggio è stata la Giornata mondiale delle tartarughe, che negli ultimi anni sono tornate a riprodursi sulle nostre coste, ma che sono sempre più in difficoltà, per diversi fattori, fra cui il by– catching, cioè la cattura accidentale che si verifica durante la pesca industriale, la distruzione degli habitat di riproduzione e non ultima la plastica dispersa in mare, che esse ingeriscono scambiandola per una delle loro prede preferite: le meduse.

    Domenica 24 è stata la Giornata europea dei Parchi, nel corso della quale è stato lanciato il portale dedicato alle Meraviglie dei Parchi. Questo sito andrà ad affiancare le vetrine informative già esistenti sul turismo e sui Sapori dei Parchi, portale che promuovere il legame tra prodotti tipici e patrimonio naturale.

    La strategia europea per la biodiversità 2020-2030
    Durante la giornata europea della Rete natura 2000 la Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) ha proposto sul suo sito una serie di filmati e conferenze in diretta su vari temi relativi alla salvaguardia della natura e della sua biodiversità. Particolarmente importante è stata l’intervista di Danilo Selvaggi, direttore generale della Lipu, al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il quale ha spiegato che "la Settimana della natura è un appuntamento che assume particolare valore, anche perché coincide con un periodo particolare della situazione che stiamo vivendo, la cosiddetta Fase 2, di uscita e ripartenza dall’epidemia del Covid-19. Un periodo in cui è importante riuscire a dare la visione di un ritorno alla normalità che sappia mettere al centro la valorizzazione dell’ambiente, con un’attenzione particolare all’enorme patrimonio di biodiversità che il nostro Paese possiede".
    Ma soprattutto ha parlato della presentazione, da parte della Commissione europea, di un documento importantissimo: La nuova Strategia europea per la biodiversità 2020-2030 con la quale, ha detto, “vogliamo riportare la natura nelle nostre vite”. Adesso questo documento verrà discusso dal Parlamento europeo e speriamo adottato al più presto.
    Tutelare la biodiversità e ripristinare gli ecosistemi danneggiati è necessario per prevenire future pandemie e cercare di minimizzare gli effetti dei cambiamenti climatici. Investire in tali attività potrà anche consentire all’economia europea, piegata dalla crisi legata al coronavirus, di riprendersi, evitando però di avere il precedente impatto negativo sull’ambiente.
    L’Unione europea ha già definito un piano per rendere sostenibile l’economia del Vecchio continente, il green new deal, ed è in quest’ottica che la Commissione europea ha proposto la nuova Strategia europea per la biodiversità, che si prefigge i seguenti obiettivi importanti e ambiziosi da raggiungere entro il 2030:

    Più aree protette
    L’attuale rete di aree protette si è dimostrata insufficiente per salvaguardare la biodiversità ed è previsto pertanto di ampliarla e di proteggere almeno il 30 per cento della superficie terrestre e il 30 per cento della superficie marina nell’Ue. Attualmente godono di tutela il 26 per cento della terra e l’11 per cento dei mari. Un terzo di queste superfici protette, particolarmente ricche di biodiversità o vulnerabili, dovrà inoltre essere soggetto a protezione rigorosa. Al momento, solo il 3 per cento della terra e meno dell’1 per cento delle aree marine sono rigorosamente protette nell’Ue. Tra le aree che necessitano di particolare tutela ci sono le foreste primarie e vetuste che ancora sopravvivono in Europa, che sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità e che contribuiscono maggiormente a sottrarre anidride carbonica all’atmosfera. Gli stati membri saranno responsabili della designazione delle nuove aree protette e avranno tempo fino al 2023 per individuare aree e corridoi ecologici per prevenire l’isolamento genetico delle popolazioni e agevolare la migrazione delle specie.

    Piantare 3 miliardi di alberi
    Oltre a proteggere le foreste superstiti, l’Ue ha esortato gli stati a piantare tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030. Questo obiettivo, oltre a supportare la biodiversità e a favorire il raggiungimento dei target climatici, creerà opportunità di lavoro legate alla piantumazione e alla cura degli alberi. Il rimboschimento è particolarmente utile nelle città, più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.

    Più agricoltura biologica e meno pesticidi
    L’agricoltura intensiva è tra le cause principali del declino di biodiversità ed è pertanto necessario sostenere e incentivare la transizione verso pratiche agricoli sostenibili. Il miglioramento delle condizioni e della diversità degli agroecosistemi aumenterà la resilienza del settore ai cambiamenti climatici e agli shock socioeconomici, creando al contempo nuovi posti di lavoro.
    Per raggiungere tali traguardi l’Ue chiede che il 25 per cento delle terre agricole dell’Ue venga coltivato in maniera biologica entro il 2030. Inoltre, per arrestare l’allarmante declino di uccelli e insetti impollinatori, da cui dipende in larga parte la salute degli ecosistemi e la nostra sicurezza alimentare, è prevista una riduzione del 50 per cento dei pesticidi chimici di sintesi.
    Il 10 per cento dei terreni agricoli sarà infine mantenuto intatto (o dovrà presentare comunque un’elevata diversità paesaggistica) per offrire spazio e riparo a piante e animali selvatici. Ciò significa mantenere o ripristinare siepi, fossi stagni, dislivelli naturali, muri a secco e tutto ciò che può contribuire ad arricchire e diversificare l’ambiente per creare habitat diversi per la fauna selvatica.

    Ripristinare gli ecosistemi d’acqua dolce
    I corsi d’acqua sono tra gli ambienti su cui l’uomo ha avuto il maggiore impatto: li ha inquinati, dragati e frazionati con dighe e barriere, ne ha cementificato e rettificato gli argini, alterandone profondamente la natura e la funzionalità. Queste azioni hanno avuto un impatto negativo sia sulla biodiversità che sugli stessi esseri umani, le loro abitazioni e le loro attività economiche, rendendoli maggiormente vulnerabili alle alluvioni.

    Ripristinare gli ecosistemi degradati che versano in condizioni precarie, riducen-do le pressioni sulla biodiversità. Nella pratica ciò richiederà l’elaborazione un nuovo quadro giuridico e di target vincolanti. In questo contesto la Commissione europea propone di:
    • migliorare lo stato di conservazione di almeno il 30% degli habitat e delle specie il cui stato non è oggi soddisfacente;
    • recuperare almeno 25.000 km di fiumi a scorrimento libero;
    • arrestare e invertire il declino degli uccelli e degli insetti presenti sui terreni agricoli, in particolare gli impollinatori;
    • ridurre l’uso e i rischi dei diserbanti di sintesi in genere, dimezzando quelli più pericolosi;
    • adibire almeno il 25% dei terreni coltivabili all’agricoltura biologica, migliorando la diffusione delle pratiche agro-ecologiche;
    • ridurre di almeno il 20% l’uso di fertilizzanti di sintesi;
    • piantare almeno 3 miliardi di alberi, nel pieno rispetto dei principi ecologici, e proteggere le foreste primarie e antiche ancora esistenti;
    • evitare le “catture accessorie” di specie protette o ridurle a un livello che consenta il pieno recupero delle popolazioni.

    “La natura è vitale per il nostro benessere fisico e mentale, filtra l’aria e l’acqua, regola il clima e impollina le nostre colture”, ha commenta-to Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo all’ambiente. “Ma ci stiamo comportando come se non avesse importanza e la stiamo perdendo a un ritmo sen-za precedenti. Questa nuova strategia sulla biodiversità si basa su ciò che ha funzionato in passato e aggiunge nuovi strumenti che ci porteranno su un percorso verso la vera sostenibilità, con vantaggi per tutti”.
    Non sarà facile tradurre in interventi concreti questi ambiziosi enunciati, ma la competenza e la passione dimostrate dal ministro Costa nell’illustrarli mi hanno fatto ben sperare.
    Questa nuova strategia mi sembra, insieme al Green new deal e al progetto Farm to fork, di cui parlerò in un prossimo articolo, una prima scalfittura al Pensiero unico rappresentato dal Sistema economico dominante: quel Neo liberismo che vede in ogni cosa e in ogni persona un oggetto da sfruttare per trarne il massimo profitto, passando sopra a tutto il resto, comprese la salute e la stessa vita umana, come ci stiamo accorgendo in questi tristi mesi di pandemia.

     

  • STORIA ISTRUTTIVA
    DI UN PICCOLO VIRUS...

    data: 08/05/2020 20:29

    Voglio ospitare questo raccontino scritto da un mio caro amico e collega, biologo come me, nel febbraio scorso, quando il coronavirus si era da poco affacciato nel nostro paese e di lui si sapeva ancora ben poco

    ANCHE I VIRUS, NEL LORO PICCOLO...
    di Benedetto Proietti Mercuri


    C’era una volta un virus. Egli viveva all’interno dell’organismo del suo ospite, un pipistrello e la convivenza era abbastanza soddisfacente per tutti e due. Sì, vabbe’, ogni tanto c’era da vedersela con i globuli bianchi del pipistrello, ma alle brutte vi era la possibilità di trovare tanti altri ospiti nelle vicinanze, dunque un equilibrio era stato trovato.
    Un giorno però, dovendo abbandonare in fretta e furia il corpo di un ospite per sfuggire alle sue difese immunitarie, il piccolo virus si accorse con sgomento che non c’erano più pipistrelli nelle vicinanze e sempre più sorpreso si accorse anche di essere allo scoperto sotto la luce del sole “e dove sono finiti tutti gli alberi, la bella e gigantesca foresta … e gli animali che la popolavano?”.
    Sempre più terrorizzato, il piccolo virus si guardò intorno e si accorse che lì vicino c’erano degli animali, almeno così sembravano, che non aveva mai visto prima; sembrava che questi sconosciuti vivessero, invece che liberi nella foresta, tutti insieme, stretti stretti in rifugi fatti a loro misura e poi mangiavano tutti la stessa cosa lì davanti a loro. Ma visto che non c’erano altre possibilità pensò di provare con questi, anche perché non poteva restare a lungo sotto la luce del sole, con i suoi raggi ultravioletti letali. Subito si accorse che non stava affatto bene e che doveva continuamente uscire e rientrare in un altro di quei nuovi ospiti per poter sopravvivere… Quanto rimpianse il suo amico pipistrello!
    “E questo chi è?” disse un giorno il povero virus quando vide un altro animale, che camminava addirittura con due gambe, “proviamo con questo, forse sarà più ospitale”. Non era come il suo amico pipistrello ma poteva andare, in attesa di qualcosa di meglio. Poi si accorse che questi esseri si spostavano molto rapidamente da una parte all’altra del mondo: quale migliore occasione per vedere altri posti e magari trovare situazioni più favorevoli?
    Un giorno poi si accorse che quegli stessi animali a due gambe stavano abbattendo degli alberi, forse gli stessi alberi e la stessa foresta dove un tempo viveva tranquillamente in simbiosi con il suo amico pipistrello...“Ah, è così? Ed ora sono affari vostri, vi faccio vedere io! Per questa volta vi mando a puttane gli affari ed i guadagni, ma guai a voi se continuate!”


    Ma è proprio conveniente continuare ad abbattere le foreste in nome di una crescita dei profitti ad ogni costo? Va bene che bisogna mangiare, ma, visto che c’è chi mangia tanto e chi continua a mangiare troppo poco, non sarebbe meglio dividere equamente le risorse disponibili?

  • LA NUOVA NORMALITA'?
    CONDIVIDERE GLI SPAZI
    SUDDIVIDERE I COSTI

    data: 01/05/2020 12:18

    Riparto da dove avevo lasciato nel precedente articolo: la necessità e la voglia di inventarsi una nuova normalità, che ci consenta anche di risanare situazioni di difficoltà economica, accentuatesi con il lock-down imposto dall’emergenza Covid 19 e ormai non più sormontabili con i sistemi fin qui adottati.
    Quelle che seguono sono solo idee, semi piantati in attesa di germogliare, che possono far nascere proposte da discutere, che magari crescendo potrebbero trasformarsi in progetti concretamente realizzabili. Non sono sicura e comunque non ricordo, sempre riferendomi all’articolo precedente, se fossero già idee di mio padre, ma potrebbero: sono nelle sue corde e nel suo stile.
    L’idea di fondo è quella della condivisione degli spazi per suddividere i costi, ovunque questo sia possibile, e magari di far emergere il sommerso, pagando il giusto ad una struttura pubblica che ti garantisca e ti protegga, piuttosto che il pizzo allo strozzino di turno o alle mafie.
    Penso ai tanti spazi abbandonati all’interno del tessuto urbano: ex cinema, supermercati, palestre… ce ne sono tanti, che rimangono per anni a degradarsi, per poi alla fine diventare nuove filiali di istituti bancari o nuovi supermercati. Ma ne abbiamo bisogno? Oppure penso ai tanti negozietti che chiudono e che, dopo un periodo di abbandono, magari risorgono, seguendo la moda del momento, come negozi di sigarette elettroniche o di prodotti per animali domestici o di decorazione per unghie o di tatuaggi. Attività effimere, destinate a durare pochi anni, se non addirittura mesi, senza neanche ammortizzare le spese. Nel mio quartiere, nei 33 anni da quando ci vivo, non si contano nemmeno più i negozi di ogni genere e i ristoranti che hanno aperto e poi richiuso nell’arco di pochi anni o anche meno, anche se apparentemente sembrava andassero bene.
    E tanto più adesso, con l’emergenza Covid 19, ci si chiede con preoccupazione quanti dei negozi che sono stati costretti a chiudere così a lungo, pur dovendo comunque pagare affitto e bollette, non riusciranno a ripartire e saranno costretti a mollare.
    Al di là dei possibili interventi da attuare nell’immediato in soccorso di queste realtà, come il blocco temporaneo del pagamento degli affitti e delle altre spese e l’erogazione di contributi a fondo perduto, nel tempo poi la chiave per farcela, a mio parere, è nella condivisione degli spazi, che possono essere utilizzati in tempi diversi suddividendo le spese, come in una sorta di co-working; ma anche nella capacità di differenziare l’offerta.
    C’è un locale nella mia via che ha seguito questa strada: ristorante vegetariano e di pesce, con cucina a vista. A pranzo durante la settimana buffet a prezzo fisso e cena alla carta, ma con prezzi accettabili. Il bar, con ottimi dolci preparati da loro, è aperto tutto il giorno, dalle 10 del mattino.
    Una o due serate mensili con musica dal vivo di generi ben scelti, diversi e particolari, e si paga solo la cena. Ogni tanto una cena etnica, ad esempio di cucina berbera, con musica e danza. Tutto in modo molto semplice, spostando appena i tavoli, senza disporre di uno spazio apposito, ma con una particolarità: un’acustica perfetta! Durante la mattina e nel pomeriggio yoga, ginnastica posturale, massaggio per neonati, seminari su vari argomenti, corsi di pasticceria, di pittura naturalistica e giochi e letture per bambini nella stanza piena di libri a loro dedicata. Chi propone queste attività, che sono a pagamento, paga a sua volta una quota al locale che le ospita. E’ tutto fatto seriamente, funziona molto bene ormai da diversi anni e l’offerta continua ad accrescersi e a differenziarsi. Spero che riescano a sopravvivere a questa lunga chiusura, perché se lo meritano. Mi sembra la formula giusta: immaginazione, creatività e professionalità.
    Ad esempio un cinema o un teatro potrebbero limitare la programmazione al fine settimana, dal venerdì alla domenica sera, lasciando libero il resto della settimana per chi, pagando, voglia svolgere altre attività in quegli spazi: corsi di teatro, cinema, danza, musica, oppure incontri, seminari, conferenze… Alcuni già cominciano a farlo: ho visto botteghe in cui un sarto e un calzolaio svolgono ciascuno la propria attività, o addirittura un commerciante di prodotti naturali e un’agenzia di viaggi, oppure sartorie che organizzano corsi di cucito. Le possibilità sono davvero infinite, la strada è questa!
    Ma non tutti hanno la capacità, l’immaginazione e i mezzi per realizzare un’impresa in grado di spiccare il volo e di crescere, resistendo e superando difficoltà ed ostacoli.
    E’ quindi comunque necessario che l’Ente pubblico non abdichi a quella che dovrebbe essere una sua funzione essenziale: la programmazione, la corretta distribuzione e la regolamentazione degli spazi e delle destinazioni d’uso, nonché dei prezzi degli affitti. In altre parole ad avere e mantenere nel tempo una visione d’insieme della città e delle sue funzioni.
    Il Comune potrebbe ad esempio farsi carico di rilevare (ma ce ne sono parecchi già di proprietà comunale), pagando un prezzo ragionevole, tutti gli spazi abbandonati, dismessi, o comunque inutilizzati, per poi concederli in affitto, a prezzo calmierato, a chi volesse intraprendere un’attività commerciale, di servizi o altro (palestre, scuole di musica, di arte in genere, officine …), privilegiando i soggetti che vogliono scegliere la strada del “coworking” (chiamiamolo così per brevità) o della differenziazione dell’offerta, sempre tenendo ben presente una giusta distribuzione delle diverse tipologie di attività sul territorio.
    I grandi spazi come ex supermercati, palestre, magazzini e altro potrebbero ospitare cooperative o associazioni che svolgano attività artigianali di vario tipo, anche, ma non solo, seguendo il criterio della condivisione e della suddivisione degli stessi spazi nell’arco della giornata, o della settimana, o in qualsiasi altra forma. Queste situazioni, che si potrebbero definire “officine dell’artigianato e delle attività manuali” potrebbero ospitare esperienze di scuola-lavoro e diventare poi vere e proprie scuole di formazione professionale per i giovani, come nel Rinascimento, quando si “andava a bottega”.
    A questo punto non può non tornarmi in mente il romanzo di Primo Levi “La chiave a stella”, che ha avuto una parte da leone nella mia formazione e che, insieme agli insegnamenti e all’esempio dei miei genitori, è stato fondamentale nell’aiutarmi a riconoscere uguale dignità a tutti i lavori, per quanto umili potessero apparire. E allora tiro fuori dal cilindro un altro chiodo fisso di mio padre: quello dell’utilità di passare tutti, sia maschi che femmine, attraverso uno o due anni di Servizio civile obbligatorio, da svolgersi dopo aver terminato la scuola, che permettano di sperimentare lavori diversi, che probabilmente, per estrazione sociale e formazione culturale, non si sarebbero intrapresi e neanche presi in considerazione. In particolare l’anno (questo sono io a dirlo) potrebbe essere diviso in tre o quattro periodi, durante ciascuno dei quali si sarebbe chiamati a compiere una corvée, così mi ricordo che la definiva mio padre. Magari la prima potrebbe essere a scelta e le altre assegnate d’ufficio. Questo aiuterebbe gli indecisi a trovare la propria strada e insegnerebbe a tutti a rispettare, dopo averlo sperimentato sulla propria pelle, il lavoro degli altri. Una cosa che forse non viene sempre naturale, ma che una volta imparata ti rimane dentro e ti rende capace, per il resto della vita, di riuscire a metterti sempre nei panni degli altri, di provare empatia.
    Questo del servizio civile è un chiodo fisso, oltre che di mio padre, anche di Michele Serra, che da quando non ho più lui è diventato uno dei miei mentori, dei miei punti di riferimento, così come lo sono, magari su fronti diversi ma comunque collegati, Carlin Petrini, Luca Mercalli, Andrea Segrè, Mario Tozzi, don Luigi Ciotti, l’economista Leonardo Becchetti e come lo era Don Andrea Gallo. Sono tutti uomini, me ne rendo conto ora, ma è andata così… io non sono per le quote rosa e poi sono sostituti di mio padre, in fondo.
     

  • LA CITTA' NEL DOPO-COVID?
    QUELLA IMMAGINATA
    DAGLI URBANISTI
    NEGLI ANNI '60/'70

    data: 15/04/2020 11:31

    Questa situazione sospesa che stiamo vivendo, di totale incertezza sul futuro, sta facendo venire al pettine parecchi nodi, che in realtà erano già presenti da tempo, ma purtroppo poco considerati. Ad esempio molte delle attività che sono state bloccate e perciò messe in crisi dal lockdown erano già in difficoltà da prima, strangolate da canoni di affitto troppo alti e non solo da quelli. Basti pensare alle piccole librerie, sempre più insidiate dal commercio on line, così come gli esercizi commerciali, che siano negozi di generi alimentari, o di casalinghi, o altro, già falcidiati dall’apertura negli anni di troppi supermercati, a pochissima distanza l’uno dall’altro, senza alcun tipo di pianificazione.

    Il lockdown, costringendoci in molti casi a spostarci a piedi, per non più di 200 metri, ci ha fatto riscoprire questi negozi, i pochi superstiti, perché in genere lì le file sono più abbordabili e non si rischia di caricarsi troppo, come quasi sempre succede quando si fa la spesa al supermercato.
    Parto dalla mia situazione, che penso possa corrispondere a quella di parecchi abitanti di Roma: quartieri nati nel dopoguerra, nel periodo del boom economico, quando le palazzine venivano su come funghi, ma le automobili in giro erano ancora molto poche, ragion per cui, con scarsa lungimiranza, spesso queste palazzine erano progettate senza garage o posti macchina. Faccio l’esempio della mia zona, giusto per provare a fare qualche conto: palazzine di quattro-cinque piani, due appartamenti per piano, diciamo due automobili a famiglia di media (noi ne abbiamo una, ma penso che siamo un’eccezione).
    Il conto è presto fatto: tra le 16 e le 20 macchine in uno spazio-marciapiede di 20-30 metri lineari, che diviso per una lunghezza media di 4 metri (per semplificare il conto) per macchina fa dalle 5 alle 7 automobili… E le altre? Questo risultato si traduce ogni giorno, in tempi normali, in un’estenuante ricerca di un parcheggio e nella frequente evenienza di trovarlo a 500-800 e più metri di distanza da casa, che carichi di spesa non sono uno scherzo! Tutto ciò aiuta a capire che abbandonare un parcheggio sotto casa o quasi se, come in questo periodo, in tempo di smart-working, non è indispensabile, è un azzardo che non ci si può permettere! Da qui la riscoperta, per parecchi che erano abituati ad andare a fare la spesa in macchina, magari tornando dal lavoro, dei negozi dove si può arrivare a piedi, dove troviamo tra l’altro qualcosa che, sembra niente, ma in tempo di distanziamento sociale ci sta mancando parecchio: il rapporto umano, il poter scambiare due parole con qualcuno che non sia tuo compagno di reclusione.
    Questo lungo preambolo, che fin qui forse non si capisce dove voglia andare a parare, mi sta conducendo a parlarvi della città che vorrei, che poi non è altro che quella che avrebbe voluto mio padre, Fabrizio Giovenale, che ne parlava e ne scriveva già negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Lui, classe 1918, era architetto ed urbanista, funzionario e poi dirigente tra Ministero dei Lavori pubblici ed enti pubblici come la GESCAL e l’ISES, ma una volta in pensione (presto perché aveva riscattato gli anni della guerra e della laurea), si era riciclato come ambientalista, partecipando, in realtà già da prima, alla nascita di Italia Nostra e poi a quella di Lega Ambiente, non dimenticando mai che le battaglie per l’ambiente vanno di pari passo con quelle per la giustizia sociale, anzi sono la stessa grande battaglia.
    Sono cresciuta immersa nelle sue idee, profondamente di sinistra, perché lui scriveva sia libri che articoli in rubriche sulla Nuova Ecologia, organo di Lega Ambiente, poi anche su Avvenimenti e Liberazione, ma anche saltuariamente su quotidiani, come Il Manifesto. Io leggevo le sue cose in anteprima e mi ero ritagliata il ruolo di correttore di bozze e recensore. Pur non avendo più purtroppo sotto mano niente di quello che ha scritto in tanti anni, a parte i suoi libri, perché poco dopo la sua morte, avvenuta alla fine del 2006, mia madre ha donato tutto il suo archivio alla biblioteca del parco di Aguzzano, qui a Roma, che è stata intitolata a lui, posso però permettermi di parlare in suo nome, perché sono idee che sento e sono anche mie.
    La città, secondo lui, avrebbe dovuto essere organizzata idealmente in tante “isole” (non ricordo con sicurezza se il termine da lui usato fosse questo, ma il concetto sì), ovviamente ben collegate fra loro dai trasporti pubblici, caratterizzate dal fatto di essere concepite in modo che possibilmente tutti i servizi essenziali, tra i quali rientravano anche gli spazi verdi, fossero raggiungibili a piedi.
    Questo ovviamente perché lui considerava l’uso dell’automobile privata, che si era affermata come quasi esclusivo mezzo per spostarsi in città, uno dei cancri della nostra civiltà, soprattutto per le emissioni di gas inquinanti e, come allora era tra i pochi a prevedere, clima-alteranti. Ma non solo per questo però, perché lui considerava lo spostarsi a piedi un valore in sé, che contribuiva a creare dei legami fra le persone, che non fossero solo quelli propri dell’ambito familiare e di quello lavorativo, oltre ad avere un indiscusso effetto positivo sulla salute.
    E allora in ogni “isola” avrebbero dovuto esserci tutti i negozi essenziali e poi almeno un mercato, un ufficio postale, un consultorio, un ambulatorio medico e uno veterinario, una banca, un cinema e magari un teatro, una biblioteca, magari anche una sala registrazione, una palestra, uno spazio verde di dimensioni adeguate e soprattutto una piazza con un giardino e panchine dove incontrarsi, con bar-pasticceria, rosticceria, edicola per i giornali, lavanderia e magari una chiesa e una farmacia.
    Mentre scrivo mi rendo conto che sto fotografando mentalmente la piazza di Monteverde Vecchio, il mio quartiere di allora, come era e come è rimasta fino a qualche anno fa (oggi purtroppo il bar pasticceria è chiuso, come anche diversi altri esercizi, tra i quali uno storico fornaio). Naturalmente ogni “isola” doveva avere le scuole, almeno materne, elementari e medie, perché poi i ragazzi è giusto che si spostino dal proprio quartiere e conoscano altre persone ed altre realtà. Ma i bambini delle elementari e i ragazzini delle medie era bello che potessero andare a scuola a piedi, incontrandosi con i compagni per fare la strada insieme e conoscersi meglio.
    Tutto ciò può apparire nostalgico, poetico e in definitiva poco concreto e realizzabile, ma mio padre era un urbanista, che negli anni ’60, quando era al Ministero, aveva contribuito alla definizione dei cosiddetti “standard urbanistici”(decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 ), per cui parlava con cognizione di causa.
    Io non so, per esempio, a quale “unità di popolazione” potesse corrispondere ciascuna delle “isole” di cui parlava, ma lui sicuramente lo aveva ben chiaro in mente; mi piacerebbe molto saperlo, ma sono convinta che dovesse molto lontana dalla media di popolazione degli attuali Municipi (190.667 abitanti per una densità media di 148,16 abitanti per Kilometro quadrato), più simile semmai alla dimensione dei più antichi Rioni del Centro storico, diciamo dai 2.000 ai 4.000 abitanti, per una densità di 10-15.000 abitanti per Km. quadrato.
    Ora che la triste vicenda del Covid 19 ha messo in crisi profonda moltissimi esercizi commerciali, che purtroppo in molti casi stenteranno a risollevarsi, se mai riusciranno a farlo, non possiamo pensare che questa crisi possa risolversi solo con aiuti economici, sgravi fiscali o incentivi di vario genere, sebbene nell’immediato siano assolutamente indispensabili: dobbiamo ripensare a quegli anni e a com’era la nostra vita per provare a concepire una nuova città, che parta dai bisogni reali dei suoi abitanti, non da quelli indotti da decenni di sfrenato consumismo… e soprattutto non solo dai bisogni materiali.
    Bisogna ripensare il nostro stile di vita, ormai forgiato dal modello economico neo-liberista, e questo a tutti i livelli, non solo nella struttura di un quartiere o dell’intera città.
    “Non dobbiamo tornare alla normalità, perché è la normalità il problema” è lo slogan che si è visto e sentito in questi giorni, prima a Madrid e poi in tutta Europa. E’ proprio così: dobbiamo cambiare tutto, inventarci una nuova normalità, che metta in primo piano la giustizia sociale e il rispetto per la nostra terra e per tutti i suoi abitanti, di qualsiasi specie essi siano.
    Ne vorrei riparlare: questa si può considerare una prima puntata, o forse solo un’introduzione.
     

  • PANDEMIA: CONSEGUENZA
    DELLE FERITE
    INFERTE ALL'AMBIENTE

    data: 06/04/2020 18:26

    Questa situazione mai vista e mai nemmeno immaginata, neanche nel più terrificante romanzo di fantascienza, ci è piombata addosso con una rapidità e una violenza tali da lasciarci attoniti, inebetiti dall’angoscia e dal dolore, a momenti increduli, quasi potessimo svegliarci da un momento all’altro e accorgerci che era solo un bruttissimo sogno.
    Purtroppo però un sogno non è e forse, se riuscissimo a raccogliere un po’ di freddezza e di lucidità, potremmo anche renderci conto che una cosa del genere, anche se magari non con queste proporzioni, poteva anche non essere così inaspettata. Sarebbe bastata un po’ di umiltà, ma questa non sembra proprio essere la qualità che caratterizza l’homo che si autodefinisce sapiens sapiens (un sapiens solo non bastava!). Sarebbe bastato cogliere i segnali, neanche tanto velati: epidemie del genere c’erano già state e ci sono tuttora (Sars, Mers, Ebola…), anche molto gravi, con una percentuale di morti superiore, ma erano sempre toccate agli altri…
    Sarebbe bastato ascoltare persone come Bill Gates, che già nel 2015 in una conferenza TED diceva che più che una terza guerra mondiale l’umanità avrebbe dovuto temere il diffondersi di una pandemia.
    O ancora di più dare retta ad un team di ricercatori della American Society for Microbiology, che addirittura già nell’ottobre del 2007 pubblicava un report sulla “SARS (infezione causata da un corona-virus) come un agente di infezioni emergenti e riemergenti”, spiegando che questo tipo di virus, che ha come ospite di elezione alcune specie di pipistrelli, è facilmente soggetto a mutazioni e ricombinazioni genetiche, da cui possono nascere nuove forme virali, che in determinate situazioni possono facilmente effettuare il salto di specie (Spillover). Tra queste situazioni veniva citata l’abitudine di cibarsi di mammiferi selvatici, tra cui i pipistrelli, in alcune regioni del sud della Cina, nei cui grandi mercati all’aperto diverse specie di animali, morti e vivi, vengono in contatto sia fra di loro che con gli esseri umani: condizione ideale per il verificarsi dello Spillover.
    E a questo proposito non si può non citare il libro di David Quammen del 2014 “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” edito da Adelphi, da cui cito: “Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”.
    Ma a dire il vero ancora oggi c’è qualcuno che prova a metterci in guardia, e non uno qualsiasi, ma qualcuno che per la sua autorevolezza e la sua posizione può farsi ascoltare dall’intera umanità. E’ Papa Francesco, che si sgola a dire ad una Piazza san Pietro deserta: “Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.
    Almeno lui lo ascolteremo, visto che non vogliamo ascoltare gli scienziati? Lo ascolteremo questa volta, visto che con la sua enciclica Laudato sì già cinque anni fa ci aveva messo in guardia contro i pericoli verso cui la nostra arroganza e la presunzione di considerare l’intero mondo, animato e inanimato, al nostro esclusivo servizio, senza mai valutare le possibili conseguenze delle nostre azioni, ci poteva condurre? Cito testualmente dalla Laudato sì, che comunque è tutta da rileggere, particolarmente in questi giorni: “Questa sorella (si riferisce alla Terra, riprendendo il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi,ndr) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. (…) Dimentichiamo che noi stessi siamo terra. Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.”
    Non sarebbe male terminare con queste accorate parole di Francesco, del quale, pur non essendo cattolica, condivido le posizioni sulle questioni ambientali e sociali, però c’è molto altro su cui riflettere, in relazione a queste tematiche, del resto strettamente intrecciate, ma non solo.
    Come dice Francesco abbiamo pensato di essere i soli padroni della Terra, i soli autorizzati a saccheggiarla, sfruttarla e modificarla a nostro piacimento, per il nostro profitto, per la nostra crescita economica che non poteva rallentare. Ed abbiamo continuato imperterriti, anche dopo Chernobyl, dopo Fukushima, dopo tutto il petrolio riversato in mare nei naufragi delle varie petroliere e dopo gli innumerevoli altri disastri ambientali che abbiamo provocato in questi anni, sempre parlando di disgrazie, di catastrofi ambientali, di emergenze, senza voler capire che non erano fatalità, ma la diretta e inevitabile conseguenza del nostro modello di sviluppo, dell’Economia neo-liberista che sottomette terra, acqua, aria ed esseri viventi, compresi quelli umani, alle proprie esigenze.
    Ma prima o poi quello che abbiamo per anni nascosto sotto il tappeto viene allo scoperto e mano a mano le mine innescate che avevamo seminato qua e là, senza mai pensare alle possibili conseguenze, cominciano ad esplodere e continueranno a farlo sempre più numerose.
    Penso ai fiumi imbrigliati o addirittura tombati ed ai loro argini cementificati, all’aria inquinata da gas tossici e polveri più o meno sottili, penso ai suoli contaminati dalle sostanze di sintesi usate in agricoltura e dai rifiuti seppelliti dalle mafie e non solo da loro, tutte sostanze che ne distruggono la biodiversità e poi finiscono nelle falde acquifere, nei fiumi ed infine nel mare; in un mare dove ormai si pesca più plastica che pesce! Penso alle condizioni di sovraffollamento degli allevamenti intensivi, che richiedono un uso spropositato di antibiotici, che poi finiscono nelle carni che mangiamo. Penso ai rifiuti che esportiamo, sia pagando per farlo, nelle altre regioni e nei vicini paesi europei, che illegalmente, dall’Africa fino alla lontana Indonesia. Come penso all’altra mina, sempre ricordata da Francesco, delle carceri, con il loro sovraffollamento e le condizioni disumane in cui vivono i detenuti; infatti questa è una delle mine che già iniziano ad esplodere, in questi tristi giorni di ulteriore reclusione. Ma penso anche alla mina, ancora non esplosa completamente, del bracciantato agricolo: una vera forma di schiavismo, tanto più vergognosa quanto più noi teniamo a considerarci un paese civile!
    Sarebbe veramente importante che almeno questa volta la tragedia che stiamo vivendo fosse interpretata per quello che è: una delle tante mine che esplodono come conseguenza delle ferite che abbiamo inferto all’ambiente, sia naturale che sociale. E sarebbe ora che la paura che abbiamo vissuto e stiamo vivendo ci portasse a capire che dobbiamo cambiare decisamente strada se vogliamo salvarci. Perché questa volta siamo stati toccati tutti, anche se le differenze ci sono comunque e anzi sono ancora più evidenti per chi le vuole vedere: anche davanti alla malattia e alla morte non siamo tutti uguali! Ma in ogni caso la “sciagura” è arrivata anche qui, questa volta non è toccata solo agli altri.
    E allora, quando tutto sarà finito (oppure ancora sospeso, questo ancora non possiamo saperlo), quando l’economia potrà ripartire, facciamo in modo che riparta nel modo giusto, più lentamente, con più attenzione alle conseguenze delle sue scelte, sia sull’ambiente che sulle persone, perché come dice Francesco “noi stessi siamo terra. Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”. E come spero abbiamo capito davvero tutti: o ci salviamo tutti, e il mondo insieme a noi, o non si salva nessuno e il mondo continuerà tranquillamente senza di noi, anzi rifiorirà, finalmente risanato.