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ROSA ROSSI

  • USI E COSTUMI 1820-1920
    DI QUANDO GLI ITALIANI
    CHIAMAVANO PANE IL PANE

    data: 10/09/2020 16:12

    Ci sono libri datati che risultano superati nei fatti. Ciò nonostante leggerli può rivelarsi estremamente interessante. Quello di cui parlano non è ‘nuovo’. Ma, proprio perché è superato, può contribuire a una lettura critica del nostro presente. Soprattutto perché il nuovo ha portato con sé il diffondersi di una generale superficialità nel rapportarsi alla società in cui siamo immersi e, con essa, all’incapacità piuttosto diffusa di elaborare un pensiero critico sulle cose. Un libro datato costringe a fermarsi, a riflettere, a interrogarsi.
    Così, quando mi capita tra le mani un libro di questo tipo lo tratto come un piccolo tesoro da custodire. Solitamente, quando il libro in questione tratta, direttamente o indirettamente, questioni antropologiche e sociali, diviene un terreno di indagine privilegiato per comprendere come e quanto è cambiato il mondo in circa cento anni, con una accelerazione che non ha avuto precedenti e una ricaduta che può rivelarsi devastante per l’intera umanità nei prossimi decenni.
    La prima cosa che mi colpisce è la frase di un entomologo e naturalista francese, Jean Henry Fabre (1) (1823 - 1915), utilizzata come epigrafe, ad apertura del volume: “La storia celebra i campi di battaglia dove incontriamo la morte, ma sdegna di parlare dei campi arati dei quali viviamo, sa i nomi dei bastardi dei Re ma non può dirci l’origine del grano. Queste sono le vie dell’umana pazzia”.
    Mi sembra una buona chiave di accesso alla lettura.
    Il libro si intitola Chiamavano pane il pane ed è stato pubblicato nel 1979 per i tipi della casa editrice Edagricole, specializzata in testi su questioni di agricoltura.
    Sull’autore, Armide Broccoli, trovo poche notizie in un sito che raccoglie fatti e personaggi di Bologna e provincia: è nato nel 1926 a Castenaso, ha ottenuto la licenza elementare, è stato partigiano dal 15 aprile 1944 al 21 aprile 1945, ha lavorato la terra. Non ho trovato altro e non so se sia ancora in vita. Forse sì, perché ho trovato solo la data di nascita.
    Di cosa parla il libro? Di lavoratori della terra, di coltivazioni, metodi e strumenti di lavoro, di strutture sociali e lavori contadini; parla della famiglia contadina e dei lavori artigianali connessi alle attività agricole.
    Per certi aspetti è una sorta di summa dedicata alle attività contadine e al come e perché tali attività si siano trasformate nel tempo, in concomitanza con il diffondersi della meccanizzazione, dei prodotti chimici e dell’agricoltura intensiva. Una particolare attenzione è posta sulla questione della mezzadria, il contratto agrario diffuso fino a metà e oltre del secolo scorso nelle campagne italiane. Nel 1964 una legge ha vietato di stipulare nuovi contratti, anche se continuarono a rimanere in vigore, salvo essere sostituiti da un contratto di affitto con una legge del 1982.
    Per moltissimi aspetti è un testo ampiamente superato. Ma, proprio per gli effetti delle trasformazioni che hanno interessato l’agricoltura, dovrebbe essere riletto e riconsiderato. I cambiamenti infatti sono stati tali e tanti da averci fatto perdere il contatto con la realtà della terra fino perdere cognizione della provenienza dei prodotti agricoli, limitandoci alla scelta della confezione sul banco del supermercato. Spesso senza che si sappia in quale stagione matura un frutto o una particolare verdura. Insomma, questioni tanto importanti da meritare tutta la nostra attenzione (e la rilettura di un libro come questo, se ci capita tra le mani).
    Naturalmente, non ha molto senso scrivere la recensione di un libro che, se ancora si trova, è disponibile forse in pochissimi esemplari, in qualche libreria antiquaria o in polverose biblioteche di famiglia.
    Non è detto, però, che non sia interessante proporne qualche brano, come spunto su cui riflettere.
    E allora mi piace partire da un’attività collaterale a quella agricola, appannaggio della donna, come altri lavori nell’economia domestica, improntata all’autoproduzione di tutto ciò che serviva per il fabbisogno familiare: la tessitura (per la quale si utilizzavano le fibre derivate dalle piante che si coltivavano, la canapa in particolare, o la lana delle pecore che si allevavano). Il primo riferimento alla tessitura si trova a p. 15, a proposito dell’abito:

    “A fare il contadino c’era questo di positivo; un vestito durava tutta la vita, perché le occasioni per metterlo erano limitate al Natale, alla Pasqua e poco più. Quattro-cinque volte all’anno in tutto. Erano dei forti consumatori di abiti da lavoro, di lana per l’inverno e di rigatino in estate, frutti entrambi di un artigianato domestico razionale ed efficiente. Lei ne sapeva qualcosa in proposito; filare tessere cucire e cucire, tessere e filare senza sosta ad un ritmo incalzante. Già quando il pastore portava la lana di pecora doveva iniziare col lavarla, poi cardarla e filarla prima di passare dall’ordito e alla tessitura. Ne otteneva delle pezze spesse e resistenti come il cuoio con le quali il sarto confezionava giacche e pantaloni. Gli uomini indossavano quegli indumenti ai primi di novembre e li smettevano in aprile per ripararsi dai rigori invernali quando stavano nei campi a potare o fare altri lavori. Ciascuno ne aveva due capi, uno da adoperare tutti i giorni e l’altro da mettere quando andava via. Quelli estivi invece erano di cotone, più leggeri quindi e li chiamavano rigatino, perché tessuti a righe bianche e turchine. Bisognava acquistare matasse di cotone, colorarne una parte poi, durante la tessitura, fare attenzione ad alternare i colori”.
    Ritorna poi a pagina 60, per parlare di biancheria (ma anche di ortaggi ed erbe):
    “L’aspetto più sorprendente della reggitrice casalinga [arzdòura (2)] era il suo carattere, quel suo modo disinvolto e paziente, tutto campagnolo, di affrontare i problemi, l’amore e l’impegno che metteva in ogni lavoro. Nella casa, ad esempio, non doveva curare solo l’alimentazione, ma teneva anche la chiave dell’armadio della biancheria che apriva quando c’era il cambio nei letti per il bucato. Controllava il logorio di lenzuola, federe, asciugamani, asciugapiatti, dei tessuti di lana e di rigatino – tutta roba che si consuma con un nulla - diceva sospirando – e faceva le previsioni sia per le sostituzioni sia per le doti dei figli. Non c’erano alternative i rifornimenti familiari richiedevano duecento braccia di tela all’anno e si riusciva a raggiungere quel traguardo filando e tessendo anche la notte. La donna doveva andare nel campo a raccogliere gli ortaggi, piselli, patate, zucchine, radicchi, e nei periodi adatti tagliava le erbe medicinali che poi seccava al sole su dei graticci. Appena pronte le metteva in sacchetti di tela bianca sistemati su una scansia del granaio. La camomilla e le altre erbe emanavano un profumo intenso, penetrante, che si diffondeva nelle camere, lasciando scie buone che deliziavano l’olfatto”.
    Giunta all’ultimo capitolo di Chiamavano pane il pane di Armide Broccoli, posso azzardare qualche parola per definire di che tipo di testo si tratti. Non è facile inserirlo in una categoria.
    Sicuramente è un’opera di narrativa. Racconta infatti la storia di una famiglia contadina, tra il 1901 e il 1918. Ma la storia di famiglia recupera la storia degli antenati, risalendo fino al 1820, ossia all’inizio delle trasformazioni nel mondo dell’agricoltura grazie all’apparizione delle prime macchine. Diventa quindi una narrazione corale attraverso il tempo.
    La coralità caratterizza anche la narrazione relativa al periodo centrale (1901/1918). C’è infatti la famiglia. Ma attorno alla famiglia e al suo mondo c’è tutto un brulichio di altre persone che ruotano attorno ai lavori dei campi, fino a spingersi incittà. Anzi la novità, a partire dal 1911, è proprio rappresentata dal contatto tra città e campagna: la nuova moda della ‘scampagnata’ per i cittadini, la domenica alla scoperta della città per i giovani delle campagne.
    C’è ancora molto altro nel racconto. La narrazione diviene infatti occasione per spiegare tutto ciò che ha a che fare con il mondo contadino: le piante, gli animali, le coltivazioni e le tecniche, gli attrezzi e i lavori artigianali, i lavori stagionali, le tradizioni e le novità, le ricette, la vita quotidiana, le stagioni e il paesaggio. Narrazione, parti descrittive e spiegazioni si intrecciano continuamente ed è frequente il ritorno sugli stessi argomenti – quasi un ritorno ciclico – come quello delle stagioni!
    Per molti aspetti è una narrazione epica con tratti di un’enciclopedia del mondo contadino. Esattamente come l’epica di Omero (non quella eroica dell’Iliade, ma quella dedicata all’avventura del ritorno, l’Odissea), filtrata dal poema ‘agricolo’ di Esiodo.
    Le ripetizioni non guastano. La narrazione deve (doveva/dovrebbe) avere una valenza formativa.
    Così non sorprende che il cuore dell’ultimo capitolo contenga una sorta di ‘storia al femminile’ in cui l’autore ripercorre la vita di una donna, dalla nascita alla vita adulta. Si intitola Cataclismi. Si apre con lo scoppio di una guerra che travolge tutto e tutti. Si chiude con la morte di due figli, un garzone e una ragazza divenuta quasi figlia adottiva per l’epidemia di ‘spagnola’. Era il tempo delle suffragette. Le donne delle campagne italiane non ne sapevano nulla. Per la verità, neppure gli uomini.
    Il risultato è una storia al femminile molto datata di cui peraltro vale la pena parlare, se non altro perché da quelle donne ci separano poco più di cento anni (mediamente, quattro generazioni!).
    Il contenuto è superato ma fondamentale. Può essere il punto di partenza per riflettere sui cambiamenti, sulla loro velocità e, soprattutto, sulle conseguenze che hanno avuto a livello di produzione e di effetti sulla vita, sul lavoro, sull’ambiente. Può essere un’occasione per rallentare e riflettere sul mondo che abbiamo voluto. Non si tratta di nostalgia: non c’è spazio per la nostalgia nella narrazione. Si tratta di consapevolezza.

    (1) Di Jean Henry Fabre è recentemente uscito per i tipi Adelphi, il primo volume di Ricordi di un entomologo, originariamente apparsi tra il 1879 e il 1907 e pubblicati per la prima volta in italiano nella collana I millenni (Einaudi) nel 1972.
    (2) La lingua usata da Armide Broccoli è un italiano fortemente caratterizzato da termini dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’artigianato, spesso alternati alla variante dialettale di area bolognese. L’“arzdòura” è uno di questi termini, quello che percorre tutto il testo ed è, forse, il più significativo. Se ne trova la spiegazione, originaria e attualizzata, in un articolo di Serena Bersani in Tessere.org https://tessere.org/arzdoura/.


     

  • UNA BAMBINA RACCONTA:
    1960, DALL'ABRUZZO
    IN AUSTRALIA. E RITORNO

    data: 24/08/2020 15:08

    Vasto (CH), inizio di ottobre, anno 1960. Una mamma con le sue due figlie prende la corriera diretta a Brindisi. A Brindisi si imbarcano sulla nave che le porta in Australia. Il marito è partito a febbraio. Le aspetta a Sydney. Nell’ultima lettera che ha scritto alla moglie si è raccomandato di acquistare i cappelli per le bambine perché “in Australia bambine e ragazze indossano i cappelli. Questa è la moda!”. Stanno lasciando, definitivamente, un mondo difficile. Il lavoro del padre – un agricoltore che lavora a mezzadria nei dintorni di Vasto – dà troppo poco per sostenere la famiglia. 

    Le persone che decidono di emigrare sono tante, dal dopoguerra, e nel 1951 si è costituita l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’Italia fa parte dei paesi fondatori. I compiti dell’organizzazione sono, oggi come allora (cfr. https://italy.iom.int/it/chi-siamo/missione), gli stessi: favorire lo sviluppo economico e sociale attraverso la migrazione; difendere la dignità e il benessere dei migranti; sostenere la solidarietà internazionale attraverso l'assistenza umanitaria agli individui in condizioni di bisogno; migliorare la comprensione delle questioni legate all'immigrazione; facilitare il dialogo internazionale sulle tematiche migratorie; offrire consulenze operazionali nel campo della gestione delle migrazioni.
    Sono seduta accanto alla più grande delle bambine di allora, Anna, al tavolo del suo soggiorno in paese. Ci incontriamo regolarmente. Ad Anna fa piacere parlare nella sua seconda lingua, l’inglese. A me serve per capire i miei nipoti (ai quali, peraltro, sono tenuta a parlare solo in perfetto italiano per far sì che mantengano la lingua della mamma).
    Ogni settimana troviamo argomenti sui quali imbastire le nostre conversazioni. Il racconto del viaggio transoceanico è troppo importante per continuare nel mio inglese incerto. Ben presto, ci ritroviamo immerse nel viaggio parlando in italiano.
    I ricordi si affollano nella mente di Anna. Sul suo volto vedo la felicità di quei giorni. La nave è enorme. A bordo ci sono tanti bambini. Il personale mette a disposizione veri giocattoli. La maggior parte di loro non ha mai visto veri giocattoli. C’è la piscina sulla nave. E i bambini si divertono un mondo. Fanno presto a fare amicizia i bambini (1).
    Si fa colazione, si pranza e si cena, a bordo. Si fanno tappe intermedie. La prima dopo aver superato il Canale di Suez, in territorio africano, dove si avvicinano alla nave piccole barche guidate da uomini scuri – non hanno mai visto uomini così scuri nel loro paese le bambine - per vendere i loro prodotti, banane e tessuti colorati. La mamma acquista due tessuti a fiori, uno giallo e uno verde. Una volta giunti in Australia diventeranno due bellissime gonnelline per le sue bambine. Da indossare rigorosamente con i cappellini nuovi (2).
    Si fa festa sulla nave. La più importante viene organizzata in corrispondenza dell’Equatore. Una bellissima festa, con musica e tante cose da mangiare. Si festeggiano anche i compleanni dei bambini sulla nave. E Anna compie dieci anni proprio durante il viaggio che, in tutto, dura quaranta giorni.

    Mentre Anna racconta, mi sforzo di ricordare dove ero in quell’ottobre 1960. Cerco di ricostruire: non è facile. La mia è stata un’infanzia segnata da continui trasferimenti per motivi di lavoro. Più fortunata, sicuramente, ma i ricordi delle scuole, dei compagni, degli insegnanti si sono confusi in un magma indistinto. Quando ci penso, ancora mi domando come sia riuscita a imparare qualcosa. Evidentemente avevo abbastanza anticorpi per sostenere quel continuo andirivieni per luoghi diversi e distanti della penisola. Dunque, nell’ottobre del 1960 avevo iniziato la quarta elementare in una scuola romana, dopo avere trascorso l’estate dai nonni, in campagna. Senza giocattoli ma con un intero mondo a disposizione.

    Negli occhi di Anna, intanto, scorrono le immagini del mare: non è il mare di Vasto questo, sembra non finire mai. È pieno di animali e la notte il cielo si riempie di stelle e, piano piano, le stelle cambiano. Poi arriva la prima tappa australiana, a Perth. La nave fa scalo il tempo necessario per consentire di scendere. Così le due bambine con la mamma hanno tempo di pranzare a casa di zii che non ha mai conosciuto e che, probabilmente, non vedranno mai più.
    Prima di arrivare a Sydney, la nave fa altri scali. Anna non li ricorda esattamente ma, ricostruendo, si tratta di Adelaide e Melbourne.
    A Sidney inizia la sua nuova vita, con la famiglia riunita, e inizia la scuola in una lingua diversa, indossando il cappello con i vestiti nuovi. Alla fine del percorso di studi viene prontamente assunta da una banca, come ragioniera. Passa poco tempo prima di incontrare il marito. Erano tempi in cui l’unica possibilità per incontrarsi era un breve fidanzamento e il matrimonio.
    La conclusione è presto detta: il marito è originario di Navelli (AQ) e, a un certo punto della propria vita, non si è sentito di lasciare i genitori soli in paese, con tanti figli, tutti dispersi per il mondo – tra Australia e Canada.
    Così sono tornati. Uno strano caso, quello di Anna: partita da un paese della costa abruzzese e tornata in un paese dell’Abruzzo montano, serbando nel cuore e nella mente il paese di adozione, Sydney, New South Galles, Australia, dove ha lasciato la sua famiglia di origine.
    Di quel paese, serba gelosamente alcuni ricordi. Tra gli altri, una collezione di School Magazine, ossia libri di lettura del The new South Wales Department of Education che risalgono al 1965 dai quali traiamo spunto per le nostre conversazioni (3).
    Se siamo qui a ricostruire questa piccola storia individuale, vissuta con l’inconsapevolezza di una bambina che partiva felice per raggiungere il papà, godendosi tutte le novità del viaggio e del nuovo paese, e che durante quel viaggio ha ‘sfiorato’ la Storia, è grazie alla sua “rientranza” (4) e alla mia “arrivanza” nel medesimo luogo.
    Quando le chiedo, “Per caso, ricordi come si chiamava la nave?”. “Toscana”, mi risponde senza nessuna incertezza. Con un nome e una connessione a disposizione, ricostruirne la storia è un attimo. Il transatlantico Toscana è nato tedesco, con un nome tedesco (Saarbruken). Ed è stato costruito nel 1923 dalla compagnia di navigazione tedesca Norddeutsher Lloyd (North German Lloyd) attiva dal 1857. È stato adibito a nave passeggeri, a nave per il trasporto delle truppe, a nave ospedale per la Regia Marina, tra il 1941 e il 1945. Alla fine della seconda guerra (nel 1947) venne adibito al trasporto dei profughi dall’Istria in Italia e, infine, dal 1948, è stato adibito ai viaggi transoceanici in direzione dell’Australia, attraverso il Canale di Suez, per il trasporto degli emigranti, rimanendo in servizio fino al 1960. Sicuramente, era partito dal porto di Trieste, facendo la prima o forse la seconda tappa a Brindisi dove erano salite a bordo la mamma con le sue due bambine. Il viaggio di Anna fu dunque l’ultimo per il transatlantico (che era stato rinominato Toscana nel 1935). Nel 1962 venne demolito nei cantieri di Trieste.
    Fu anche l’unico viaggio di Anna in nave. Quando tornò in visita ai suoceri, negli anni Settanta, il viaggio si faceva ormai in aereo. In quaranta anni i fatti della Storia avevano cambiato il mondo. Anna ha incrociato questi fatti nella cabina, sul ponte, nella sala mensa del transatlantico. Non immaginava che sarebbe tornata in Abruzzo, a Navelli. Anche questo è un caso di “restanza”.

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    (1) I ricordi di Anna, sommati a quelli della sorella Maria, interpellata in videochiamata, fanno un contrasto tanto forte con le immagini delle navi pieni di migranti di oggi e con il trattamento loro riservato che viene da domandarsi se mai chi si trova nei posti addetti a dare disposizioni abbia consapevolezza della nostra storia recente. E, di conseguenza, come sia possibile che i cittadini chiamati a votare queste figure abbiano rimosso i nostri emigranti dalle loro menti e abbiano "dimenticato" di trasmettere queste memorie ai giovani di oggi perché arrivino con consapevolezza al momento del voto. Eppure non erano tempi facili. A ottobre 1960 il primo ministro era Amintore Fanfani, succeduto a Fernando Tambroni (marzo/luglio 1960). È quasi incredibile che allora, in un momento storicamente difficile, a pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, i governi, anche molto distanti, abbiano trovato un accordo per gestire i flussi migratori. Ed è ancora più incredibile che oggi nel nostro paese tanti si scaglino contro i nuovi migranti senza il supporto dei fatti, senza umanità e, troppo spesso, con atteggiamenti di vero e proprio razzismo. Basta la lettura attenta di un veloce testo di Don Luigi Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, Edizioni Gruppo Abele 2019), per smontare alla radice tutte le motivazioni di questi atteggiamenti.
    (2) Nella mente, l’immagine delle due bambine con i loro cappellini si sovrappone a quella dei personaggi femminili di Pamela L. Travers che indossano sempre il cappello. Non solo quelli di Mary Poppins ma anche quelli dei suoi racconti, in particolare, Zia Sass (Zia Sass, 1941, Sellerio 2015).
    (3) I vecchi libri di scuola sono vere e proprie miniere per ricostruire come e cosa si studiava e la visione del mondo che la scuola trasmetteva. Nel fascicolo del luglio 1965, c’è un brevissimo articolo (meglio, una riflessione) dedicato alla Giornata nazionale degli Aborigeni (National Aborigines and Islanders Day Observance Committee, NAIDOC, cfr. https://www.naidoc.org.au/about/history ): “Nel National Aborigines Day, il 9 luglio di quest’anno, pensiamo in modo speciale ai nostri aborigeni. Le strade invisibili che un tempo seguivano da una pozza d’acqua all’altra, in molti distretti sono state arate o edificate. La strada che seguono oggi è quella della piena cittadinanza. Puoi aiutare un amico aborigeno a seguire questa strada?”. È un buon punto di partenza per riflettere sul come si sia realizzata la colonizzazione del suolo australiano da parte della Gran Bretagna a partire dal 26 gennaio 1788, quando una nave carica di deportati, indesiderati in patria, approda nella Botany Bay, nei pressi dell’attuale Sydney, per costruire in quella terra "disabitata" una prigione lontana dalla madrepatria. Una volta elaborato il marchio della loro origine (in almeno 150 anni), divenuti rispettabili cittadini della Corona e distrutti i riferimenti territoriali delle popolazioni nomadi (che abitavano l’Australia da trentamila anni e più), la scuola invita i loro figli a "guidare" un "amico" aborigeno a adottare il punto di vista del colonizzatore (cfr. Robert Hughes, La riva fatale, I ed. 1986, Adelphi 1990).
    (4) Nell’accezione usata da Savino Monterisi nel suo Cronache della restanza (cfr. Fra restanti e arrivanti in terra d'Abruzzo).

     

     

     

     

    “On National Aborigines' Day 9th of July this year, we think especially of our aboriginal people. The invisible roads they once followed from waterhole to waterhole are, in many districts, ploughed under or built over. The road they follow now is the road to full citizenship. Can you help an aboriginal friend to follow this road?”

     

     

     

  • FRA RESTANTI E ARRIVANTI
    IN TERRA D'ABRUZZO

    data: 18/08/2020 15:46

    1 agosto 2020. A San Benedetto in Perillis (1) si apre “Libri nell’Entroterra, San Benedetto in Perillis Book Festival” ideato da Paolo Fiorucci, titolare di una libreria, Il Libraio di Notte (a Popoli, PE) e realizzato in collaborazione con l’Associazione culturale Perill’arte, costituitasi nel 2014 per iniziativa dei giovani di San Benedetto (una decina, forse, su una popolazione di poche decine di persone. Nel 1931 erano circa 900). Il protagonista del primo incontro è Savino Monterisi con il suo Cronache della restanza (2), Riccardo Condò Ed. Interviene il sindaco Gianfranco Sirolli (in carica dal 2015).
    L’evento si tiene all’aperto, nel campo sportivo, davanti a un pubblico (una quarantina di persone) distribuito a doverosa distanza nelle gradinate. I relatori introducono l’autore e il libro, addentrandosi nelle questioni e accompagnandole con la lettura di alcuni passi.
    Il libro, Cronache della restanza, è stato pubblicato da una piccola casa editrice con sede a Pineto (Teramo), Riccardo Condò Editore, che si propone di recuperare una realtà calabrese, fondata da Consolato Condò (1833-1919), avvocato, giornalista ed editore, pubblicando opere di saggistica e narrativa.
    L’autore, Savino Monterisi, è un giovane di Bagnaturo (Sulmona) che, come tanti, si è trasferito a Roma per gli studi universitari di Scienze Politiche (le mete universitari dei giovani di Sulmona e dintorni sono Pescara, Bologna, Roma e, a volte, l’Università dell’Aquila. Anche in queste scelte si annidano questioni profonde). Poi è tornato, con all’attivo qualche articolo su Il Manifesto e sulla rivista Gli Asini, diretta da Goffredo Fofi, e una collaborazione con Il Germe, rivista online sulmontina diretta da Patrizio Iavarone.
    Molti giovani, terminati gli studi universitari non tornano nel paese di origine abruzzese.
    Savino Monterisi ha compiuto una scelta controcorrente: è tornato. Qualche articolo, seppure su pubblicazioni prestigiose, e l’impegno come attivista politico non bastano, quando si tratta di creare il proprio futuro. Così, diventa guida per l’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (AIGAE), in collaborazione con Terre Colte d’Abruzzo. Come ogni guida, ogni escursionista e viaggiatore ama fare, racconta i luoghi, i paesaggi e le esperienze di viaggio nel suo blog (www.cronachedellarestanza.it).
    I contenuti del libro? Cronache, ricordi, persone, luoghi, montagne, paesi semiabbandonati, eremi, paesaggi, percorsi tratturali e chiese lungo i cammini dei tratturi. In molti casi, le riflessioni si distendono per alcune pagine. Ogni cronaca, anche la più breve, pur partendo da un’occasione specifica (un sentiero, il ricordo di un’escursione, una persona) affronta questioni di importanza centrale per l’Abruzzo montano che corrisponde, oggi, alla provincia dell’Aquila - la più estesa delle province su tutto il territorio nazionale - e, nella ricostruzione storica di epoca preromana e romana, al territorio di alcune popolazioni italiche (in particolare i Peligni e i loro confinanti Pentri, Carricini, Marrucini, Vestini, Marsi). Lo stesso territorio, dalla fine dell’impero romano, ha vissuto le successive trasformazioni di epoca tardo antica, medievale, rinascimentale, fino al tormentato periodo napoleonico e risorgimentale, cambiando padrone, signore, amministrazione e, conseguentemente, confini.
    Nei decenni successivi all’Unità è iniziato lo spopolamento verso paesi lontani (Nord Europa, Americhe, Australia), proseguito, ininterrotto, con alcuni picchi significativi, fino agli anni Settanta. Oggi è teatro dello stillicidio dei giovani che si allontanano per studiare o per cercare lavoro, stabilendosi nella maggior parte dei casi altrove.
    Nei paesi rimangono gli anziani, gli adulti che diventano presto anziani; le campane suonano prevalentemente a morto, raramente a festa (e a volte sono morti e nascite che avvengono lontano, di cui arriva solo la notizia). I pochi rimasti, di cui le pagine e le riflessioni di Savino sono popolate, sono custodi delle tradizioni, dei ricordi, della memoria di chi non c’è più. Sono custodi pervicaci, ostinati e gelosi, nella mente e nel cuore, e se trovano chi è disposto ad ascoltarli li esprimono nel loro dialetto (diverso da paese a paese, da paese a frazione e, a volte, da contrada a contrada).
    I paesi e le case si sono adeguate, in modo episodico, provvisorio e, spesso, senza un preciso piano di intervento armonico, contribuendo a una crescita non sempre rispettosa delle architetture in pietra realizzate nei secoli. Le case rimaste deserte tendono a un inevitabile deterioramento, fino a diventare ruderi. Le comunità, ridotte all’osso, hanno ereditato e ripropongono gelosamente le antiche diatribe tra paesi confinanti, rimanendo chiuse in se stesse e poco disposte ad accogliere estranei. Dove si inseriscono ‘arrivanti’ (spesso stranieri attratti dal fascino ‘esotico’ dei luoghi), più che essere inclusi possono sperare al massimo di essere accettati con benevolenza. Non saranno mai parte integrante della residua comunità originaria.
    In questa situazione lo sviluppo del turismo non è facile. Lo sviluppo del turismo è legato alle strutture. La realizzazione delle strutture dipende dalle capacità imprenditoriali, penalizzate da una storia prevalentemente agricola e pastorale. La realtà agricola e pastorale, a sua volta, è stata affossata dallo sviluppo industriale, tipico delle zone costiere e della pianura. La politica, anche in queste contrade, pensa prima di tutto a difendere i propri spazi e a replicare se stessa piuttosto che lavorare al servizio delle comunità. Chi arriva ai vertici locali della politica non sempre è chi ha più competenze e più capacità da spendere per lo sviluppo del territorio ma chi è più abile a proporsi e a mettere insieme quella manciata di voti che gli assicura la prima, la seconda, spesso la terza rielezione a sindaco.
    C’è tutto questo e molto altro nelle pagine di Savino Monterisi. E sono pagine che dovrebbero interessare tutti i cittadini della penisola, troppo spesso ignari delle zone appenniniche ricchissime di risorse in termini di ambiente, di paesaggi, di umanità sospettosa ma, al tempo stesso, ospitale (l’incontro con un paesano è spesso segnato da una domanda fatidica: “ma tu, di chi sei figlio?”, nelle varianti dialettali).
    11 agosto 2020. La presentazione di Cronache della restanza è fissata a Gagliano Aterno. Decido di seguire il percorso da Navelli (dove abito da quindici anni, condizione che mi conferisce il privilegio di leggere le riflessioni di Savino da un’altra prospettiva, ossia quella dell’ “arrivante” o, come qualcuno mi definisce in paese, del “forestiero”), passando per San Benedetto in Perillis da dove mi affaccio sulla valle subequana, guardando il monte Sirente e, superato Acciano, attraverso Molina Aterno, Castelvecchio Subequo (l’antica Superaequum, uno dei centri abitati dei Peligni) e, lasciato sulla destra il bivio per Secinaro (1900 abitanti circa nel 1931, 380 circa nel 2011), Gagliano Aterno. Sulla via del ritorno, percorro lentamente la SS 5 Tiburtina attraversando le Gole di San Venanzio in direzione di Raiano e ragionando sulla ‘relatività’ delle distanze (ossia, l’incredibile differenza tra il percorso Roma – Pescara via Tiburtina e lo stesso percorso via Autostrada). Sono solo alcuni dei luoghi di cui c’è menzione nelle cronache di Savino Monterisi. Sono solo alcuni luoghi tra le centinaia che percorrono la dorsale appenninica. Tutti meritano di essere visitati lentamente, a piedi, alla scoperta della natura e delle solitudini paesane. Ogni tanto, qualcuno, come l’autore, diventerà “restante” con la consapevolezza di tutte le difficoltà – politiche, sociali, economiche - del restare. Ogni tanto qualcuno diventerà “arrivante” e scoprirà a proprie spese quanto sia difficile entrare a fare parte di una comunità, arroccata sui monti, con una storia di millenni alle spalle e un secolo, il XX, che è quasi riuscito a demolire quel che rimaneva dei millenni precedenti.

    1. A San Benedetto in Perillis (AQ), sede di un Monastero benedettino e di un’Abbazia (VIII – XII sec.), c’è un Museo Civico realizzato dall’ex sindaco Giancaterino Gualtieri, in cui sono raccolti ed esposti reperti e oggetti di provenienza locale, di interesse geologico, antropologico, agricolo e artigianale. Di lui possiedo uno scritto interessantissimo (L’anno agrario, civile e religioso. La vita di ogni giorno ovvero: quando ciascuno “teneva” la fratta personale), uno di quelli destinati a mai diventare libri ma che possono incontrare l’interesse di uno studioso di antropologia culturale, se mai avesse il desiderio di accedere al testo.
    2. Il termine restanza, nell’accezione utilizzata da Savino Monterisi è una proposta di Vito Teti in un articolo, Il senso della restanza, reperibile nel sito dell’Enciclopedia Treccani. (http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Il_senso_della_restanza.html)

     

     

  • UNA VECCHIA QUESTIONE
    SEMPRE NUOVA:
    LA TRADUZIONE
    E IL "SECONDO" AUTORE

    data: 21/07/2020 11:04

    A proposito di Fuga di morte (Sheng Keyi, Fuga di morte, trad. Eugenia Tizzano, Fazi Editore 2019)

    La passione per la lettura è nata con me, credo. Poi, con il tempo si è arricchita di motivazioni e strumenti. Leggere testi letterari è stata la base indispensabile della mia attività professionale. Per questo, quando affronto questioni relative alle forme letterarie, tendo a tenere presenti gli archetipi. A questo proposito, le prime questioni da affrontare nell’approccio alla letteratura latina riguardano, nell’ordine, la contemporaneità, sulla carta (ossia, nei programmi), tra letteratura greca e latina, e il particolare approccio dei primi letterati latini con i testi prodotti nella Grecia, ormai conquistata. Di fatto, i primi letterati latini sono stati traduttori. Gradualmente, si sono resi autonomi dal testo greco, emulandolo in modo progressivamente più indipendente fino a produrre qualcosa di sostanzialmente diverso. Peraltro, non hanno mai abbandonato la cultura greca come punto di riferimento imprescindibile con cui confrontarsi, da cui attingere e da rielaborare.
    La traduzione è quindi un aspetto fondamentale della produzione letteraria, ogni volta che si decida di trasferire un testo dalla lingua in cui è nato a un'altra lingua. Tale trasferimento è un’attività di grande complessità, in ogni caso. Tanto più se il trasferimento avviene tra lingue profondamente diverse in tutti gli aspetti – grafia, fonetica, struttura e sistema culturale di riferimento.
    Peraltro, è una prassi tanto connaturata nell’attività letteraria che, nella maggior parte dei casi, il lettore neppure pensa a questo aspetto (dice, semplicemente, ‘ho letto l’ultimo romanzo di …’, senza aggiungere, come sarebbe doveroso, ‘tradotto da …’). Capita anche a me. Anche se, per la verità, ho sempre avuto il cruccio di non riuscire a leggere l’originale (arrivando, in alcun casi, ad acquistare un testo sia nell’originale sia in traduzione). Laddove posso farlo, come nel caso della letteratura brasiliana, leggo senz’altro l’originale, anche se non sempre è facile (un esempio per tutti, e non casuale, in questo contesto, è Grande sertão di João Guimarães Rosa).
    La questione mi si pone con una urgenza del tutto nuova e, per certi aspetti, inaspettata quando una studentessa dell’ultimo corso che ho accompagnato agli esami finali, Eugenia Tizzano, mi dice di avere messo da parte per me il romanzo di una autrice cinese contemporanea che ha tradotto per la casa editrice Fazi: Fuga di morte di Sheng Keyi. Non resisto, a dieci anni dall’ultima volta in cui ci siamo viste, decidiamo di incontrarci, a debita distanza e con le dovute precauzioni, davanti al liceo.
    Forte solo delle poche notizie fornite nell’aletta di prima e in quella di quarta di copertina, mi rendo conto dalle prime pagine che sto per immergermi in un mondo. Mi appunto i nomi per districarmi nel sistema dei personaggi, i luoghi – quelli reali e quelli ideali – cercando riferimenti geografici precisi. Mi appunto le date (ne trovo soltanto due: 2019, 2039). Tuttavia – per capire l’intreccio dei piani temporali, riconsidero la dedica  iniziale ("Ai cinesi nati negli Anni Sessanta’) e gli indizi disseminati nel testo, già dall’incipit (gli eventi tumultuosi, la lotta, la piazza, ecc.).

    Per i lettori occidentali nati negli Anni Sessanta (o prima) non dovrebbe essere difficile recuperare nella memoria le immagini che giungevano da Piazza Tienanmen (Pechino), tra aprile e giugno del 1989. Ma la data, 1989, nel testo non c’è. Per la verità, non c’è neppure il nome della Piazza e nessun altro riferimento diretto a quegli avvenimenti. Tra  i cinesi nati negli Anni Sessanta cui l’autrice dedica il romanzo, peraltro, ci sono tutti coloro che hanno manifestato in Piazza Tienanmen e tutti quelli, tra i manifestanti, che sono morti in nome della lotta per un sistema più giusto; ma anche tutti quelli – come il protagonista (Yuan Mengliu) – che hanno preferito defilarsi, salvo vivere nell’ombra e nei rimorsi per tutta la vita. Faccio mentalmente i conti per capire quanti anni potevano avere i protagonisti. Ipotizzo che ne avessero circa 25 all’epoca in cui i carri armati hanno avuto l’ordine di avanzare contro i manifestanti. Dunque, nel 2019, ne hanno 55 o giù di lì. Nel 2039 ne avrebbero 75. Ma ho il dubbio che quest’ultima data sia una incongruenza, come capita inevitabilmente in opere di grande respiro. Mi rendo conto che la narrazione è tutta giocata sul parlare di quei fatti, senza fare riferimento puntuale ed esplicito a quegli stessi fatti e che, evidentemente, l’autrice vuole richiamarli alla mente, a dispetto dell’obblio imposto dall’alto, con un’incredibile serie di strumenti che dicono senza dire. E capisco perché, nonostante le strategie adottate, il romanzo, in patria, è stato censurato. Cerco disperatamente di recuperare nella mia memoria le immagini di quello che accadde a Pechino tra il 15 aprile e il 4 giugno del 1989, senza accontentarmi delle ombre presenti nella mente ma cercando una documentazione più precisa.
    Mi appunto i riferimenti letterari presenti nel testo, o, almeno, quelli che riconosco, da Aleksandr Solzenicyn (Arcipelago Gulag, in particolare) ad Anna Achmatova di cui ricordo le edizioni nella collana Collezione di poesia Einaudi, da Gabriel García Márquez (in particolare, L’amore ai tempi del colera, altro titolo non casuale) al Jin Ping Mei, classico erotico cinese, la cui prima edizione appare nel 1617. Non sono le sole citazioni, altre sono solo accennate, dedicate al lettore più attento. Poi c’è il titolo. Fuga di morte. Todesfuge, nell’originale tedesco. Il titolo del romanzo è lo stesso della poesia che Paul Celan - ebreo, rumeno, scrittore di lingua tedesca - ha dedicato al dramma dei campi di concentramento nazisti. Già il titolo, quindi, è una chiave di lettura.
    Procedo nella lettura sottolineando sul testo e appuntando sul quaderno gli innumerevoli passi in cui il descrittivismo assume un ruolo di primo piano, soffermandosi su elenchi di piante, presenze animali, oggetti di porcellana bianca e blu, paesaggi con alberi, con boschi, con nebbia, con acqua, ecc. Mentre sottolineo, mi passano per la mente le descrizioni di oggetti in Omero, il racconto della porcellana di Edmund De Waal (La strada bianca. Storia di una passione, Bollati Boringhieri, 2016) e mi rendo conto che, descrizione dopo descrizione, nella mia mente si va componendo un intero mondo, di cui, nei fatti, so poco o nulla.
    Le descrizioni spesso si ampliano in metafore; le metafore includono descrizioni.
    La metafora è presente, in tutte le sue declinazioni, dalla semplice similitudine fino al suo sviluppo più estremo, come strumento privilegiato dell’immagine poetica. La metafora è lo strumento conoscitivo, linguistico, culturale preferito da Sheng Keyi in modo tale che la prosa si evolve in forme poetiche. Non poteva essere diversamente.
    L’intera vicenda è percorsa – dall’inizio alla fine – da una grande metafora.
    Il giovani del 1989, protagonisti in modo diverso delle giornate di Tienanmen, si affidano alla poesia per comunicare gli ideali, ascoltano poesia come viatico per continuare la lotta, muoiono nel nome della poesia. Il protagonista – uno de I tre moschettieri, ossia dei tre poeti riconosciuti come espressione di quelle giornate – non riesce ad affrontare i rischi, si tira indietro. La sua fidanzata, Qi Zi, diviene uno dei leader della lotta. La perde di vista. Viene data per morta durante la repressione armata. Yuan Mengliu rinuncia alla poesia. Si allontana e continua la sua vita, da medico. Ha altre donne, numerose. Ma continua a essere convinto che Qi Zi sia viva. Incapace di dimenticare e sopraffatto dal rimorso per aver abbandonato i compagni, lascia la normalità della vita da medico, per andare in cerca di Qi Zi. Incappa in un mondo ‘ideale’, La Valle dei Cigni. Si ferma. Ma il tarlo dei ricordi continua a operare nella sua mente. Apparentemente, gli abitanti della Valle vivono solo nel presente, un presente senza turbamenti, perfettamente organizzato e predisposto per occuparsi solo della mente, dello spirito, di questioni filosofiche. Con il tarlo dei ricordi in mente, cerca di capire questo mondo: chi lo manovra gli chiede insistentemente di tornare alla poesia. Gli indizi che lo porteranno a svelare l’inganno sotteso a questo mondo ideale, gli impediscono qualsiasi forma di poesia. La poesia può essere solo espressione di libertà. Cedere alla richiesta di poesia encomiastica significherebbe sommare un secondo tradimento a quello di avere abbandonato nel 1989 la lotta (e la poesia). 

    La seconda parte del romanzo, più veloce, corre in modo rapido verso la conclusione, inaspettata ma, per certi versi, prevedibile.
    Il romanzo nel suo insieme è una grande metafora sulla complessa relazione tra un ideale e la sua realizzazione, sull'impossibilità di realizzare un ideale, sul fallimento di un ideale e sulle sue conseguenze, sull’ideale che nasce sulle ceneri del precedente e sul suo fallimento.
    In ultima analisi, è un romanzo sull’impossibilità di portare l’idea sul piano della concretezza. Un ideale implica un’idea di perfezione. Ma la perfezione è impossibile da realizzare senza un controllo assoluto sull’individuo. L’ideale ripiomba nella concretezza che si risolve in controllo dell’individuo, di ogni sua minima azione, nella pianificazione di ogni singola vita, nell’eliminazione di chi non serve più, di chi disturba, di chi serba, nonostante tutto, la memoria. Emblematico a tal proposito è il fatto che nella Valle dei Cigni proprio coloro che conservano la memoria del passato - gli anziani - siano relegati in case di cura che si rivelano centri di eliminazione massiccia di uomini e donne ormai privi di valore in una società che per certi versi ricorda molto quella cinese contemporanea, in cui lo slogan è “guardare avanti” e non volgersi mai indietro a ricordare il passato. Non c’è spazio per la poesia nella realizzazione di questo mondo ideale dove in nome del bene comune è annullata ogni azione individuale.
    Il testo è anche un grande romanzo sulla poesia, in tutte le sue forme. E se la poesia è libertà (la stessa libertà vagheggiata dall’ideale) non può essere poesia che inneggia alla realizzazione concreta dell’ideale di una società libera, in cui il cittadino non sia sottoposto al controllo e in cui il leader non diventi il controllore (al punto da essere assimilato ad un automa = robot /Alien).
    La prima opposizione fondante dell’intero romanzo è, di conseguenza, quella tra POESIA / SILENZIO (la fine scelta dal protagonista è la metafora delle metafore).
    La seconda opposizione fondante è quella REALTÀ / UTOPIA, con la consapevolezza che l’utopia, da Omero in poi, è destinata a rimanere tale. Anche in questo caso, è indispensabile riconoscere che difficilmente il lettore è in grado di cogliere il senso del fallimento della concreta realizzazione di un ideale (= utopia) con riferimenti appropriati alla cultura cinese. Per farlo deve ricorrere agli innumerevoli mondi utopici che scandiscono le letterature occidentali, con un picco significativo nel periodo rinascimentale, Tommaso Moro, in particolare, al quale l’autrice ha fatto esplicito riferimento.
    La complessità del romanzo porta con sé, come inevitabile conseguenza, una pluralità di livelli di lettura, tutti parimenti legittimi.
    Il lettore potrebbe non cogliere i riferimenti ai fatti storici che scatenano l’intera vicenda ma comunque apprezzare la narrazione per il piacere della lettura, per l’intreccio delle vicende, per il crescendo della seconda parte, per l’accumularsi delle immagini. In una parola per il ‘semplice’ piacere della lettura.
    Il lettore potrebbe essere incuriosito dalla presentazione – molto essenziale – che appare nell’aletta di copertina e seguire la narrazione cogliendo il riferimento – seppure generico - ai fatti. Il livello di coinvolgimento sarà diverso anche in relazione all’età del lettore. L’intera narrazione potrebbe diventare più chiara per un lettore nato negli anni sessanta del secolo scorso – ossia un lettore che abbia la stessa età del protagonista – che ricordi le immagini degli eventi di Piazza Tienanmen.
    Il lettore potrebbe essere in possesso di tutti gli elementi – di diverso grado, in relazione alla conoscenza di una letteratura ‘altra’ come quella cinese – - per decodificare le immagini, i piani temporali, l’intrecciarsi di passato e presente, di ricordi e realtà, di detto e non detto. Con una certa probabilità, potrà cogliere le sfumature, gli indizi, le chiavi di lettura presenti nella narrazione, evitando il rischio di semplificazioni e fraintendimenti. Potrà, in misura differente, cogliere la trama di riferimenti letterari presenti nel testo.
    La scelta editoriale di non includere nel volume una prefazione, una postfazione e, in generale, un apparato di note, una bibliografia e alcune schede di approfondimento (storico/geografiche e linguistiche, in particolare) non agevola il raggiungimento di una lettura informata e competente. Ed è un peccato, soprattutto per un romanzo che si colloca a buon diritto nel numero delle opere che Franco Moretti ha definito ‘opere mondo’ (Opere mondo, saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Einaudi 2003).
    L’autrice lo ha definito, in un articolo, ‘un museo commemorativo, dove santi e despoti, martiri e assassini, compassionevoli e indifferenti tornano ognuno al loro posto, grazie alla capacità della finzione di aprire un varco laddove non vi è strada, di creare speranza dove c’è solo disperazione’ (da Il romanzo guarisce dalla storia di Sheng Keyi in La stampa, 30 novembre 2019).
    Il privilegio di conoscere il ‘secondo autore’, Eugenia Tizzano, che ha ‘riscritto’ il romanzo in lingua italiana, trovandosi nella necessità di addentrarsi nel testo e di uscirne con un testo ‘altro’, capace di veicolare tutti gli strumenti linguistici, espressivi, culturali utilizzati da Sheng Keyi, mi mette in condizione di anticipare la possibilità di affrontare questioni qui solo sfiorate in una prossima intervista. La mediazione linguistica è sempre complessa. La sua complessità è estrema se i mondi da mettere in contatto sono distanti, a dispetto della velocità dei viaggi che non modificano preconcetti, preclusioni, superficialità di approccio. Vale la pena approfondire la questione con un mediatore culturale di professione, ossia il ‘secondo’ autore.

     

  • A COSA È DOVUTA QUESTA DIFFUSA IGNORANZA DELLA LINGUA ITALIANA?

    data: 11/07/2020 19:14

    A volte ho la netta sensazione che lo scrivere di libri sia un’attività assolutamente inutile.

    Sicuramente risponde a un’esigenza personale. E, alla fine, non fa male a nessuno. Chi legge quello che scrivo, può apprezzare o meno, può commentare o passare oltre. E tutto finisce lì.

    Non è vera la stessa cosa per la fase della lettura. Leggere è, in prima battuta, un atto individuale che arricchisce prima di tutto chi legge. Peraltro, complice la mia vita professionale, leggere è stato sempre un momento di formazione. Senza formazione – possibilmente non statica – non si può essere formatori.

    Entrambe queste attività – lettura e scrittura – sono frutto di pratica, di crescita, di verifica, di correzioni e autocorrezioni. Per lo meno, questa è la mia convinzione. So, per esperienza, lo stato d’animo che si prova a essere corretti, da bambini alle prime prove, da alunni, da insegnanti (può capitare di fare errori nel correggere, per quanta attenzione si faccia), e da autori, quando si ha a che fare con una redazione. Ho vissuto in prima persona tutte queste fasi. Un misto di delusione, di stizza, di disappunto che costringono a riflettere. Se la correzione è giusta, superato il primo momento di contrarietà, si interviene e si fa tesoro dell’errore. Se la correzione è arbitraria (capita anche questo!), si fa tesoro dell’accaduto e si memorizza, per non cadere nello stesso errore con altri. C’è anche il caso che non si raggiunga mai la forma migliore. A me, a volte, capita con i titoli.

    La sensazione di partenza, peraltro, si affaccia ogni volta che incappo in testi scritti male, anzi malissimo. Soprattutto se ciò non accade in un compito in classe (che, alla fine, ha un diffusione circoscritta) ma in testi resi pubblici senza la benché minima preoccupazione, da parte dello scrivente, della forma in cui sono redatti. E, nella maggior parte di questi casi, risulta evidente che gli errori non sono frutto di casualità (fretta o sbadataggine) ma di ignoranza delle strutture più elementari della sintassi, dell’uso delle forme verbali così come dell’uso della punteggiatura.

    Così, se trovo un frase come quella che segue, in un testo scritto da un bambino appena uscito dalle elementari:

    “Oggi la mamma mi ha portato dalla nonna visto che doveva andare a lavoro”

    guido l’autore (poco più che decenne) a renderla più fluida, con esempi e indicazioni, fino a renderlo autonomo.

    Se il testo scritto male è una mail che arriva a un professore universitario (Facoltà di ingegneria, ma potrebbe essere qualsiasi altra Facoltà), la situazione si fa più complicata.

    Il testo in questione è il seguente:

    Gentile Professore, volevo comunicarle che, essendo che faccio parte del gruppo di venerdì 10 ore 8.30, ed essendo che abito abbastanza lontano da (…) e che per rispettare l’orario dovrei partire la mattina molto presto, è possibile che faccia un po' di ritardo (per via di eventuali problemi che possono manifestarsi durante il viaggio). Alla luce di questo le vorrei chiedere se sarebbe un problema presentarsi in ritardo rispetto all’orario stabilito. Grazie

    (la firma non è omessa per questioni di riserbo sullo scrivente. Manca perché lo scrivente non ha firmato!)

    Non è questo il luogo per analizzare e correggere il testo (impresa ardua, peraltro: i due periodi che lo compongono, sarebbero da ‘smontare’ e ‘rimontare’ completamente, per dare loro una veste per lo meno accettabile). Sicuramente è il luogo per una riflessione sul come sia possibile che uno studente arrivi al primo anno di università con una formazione linguistica di livello inaccettabile anche per un alunno di quinta elementare e, soprattutto, per il suo futuro.

    La forma della mail denuncia una stratificazione di mala scrittura accumulatasi nel corso di tredici anni di scolarità (cinque + tre + cinque). A cosa è dovuta questa ignoranza della lingua italiana? Certamente, lo scrivente in questione non ha tra le sue aspirazioni quella di divenire un letterato o comunque quella di esercitare un’attività che richieda la pratica costante della scrittura. Ciò non significa che la scuola non debba metterlo in condizione di scrivere in modo corretto. Potrebbe anche darsi che non abbia particolare capacità neppure nell’esposizione orale. Ma neanche questo è un buon motivo perché la scuola non intervenga a modificare atteggiamenti o rifiuti in tal senso. Mi si potrebbe obiettare che lo scrivente ha scelto una facoltà scientifica. E’ evidente che neppure questa può essere una giustificazione accettabile. Da quando chi si dedica alle discipline scientifiche non deve scrivere? Anzi, chi lavora nel campo tecnico scientifico scrive sia testi di tipo specialistico sia testi di tipo divulgativo. La lingua è lo strumento che permette di capire cosa si legge, di studiare, di fare ricerca, di lavorare, di esprimersi e di comunicare per tutti, esattamente come lo è per chi aspira a essere letterato, nel senso lato del termine. Non solo, soprattutto nelle discipline scientifiche, si deve padroneggiare agevolmente e senza incertezze non solo la lingua madre ma anche la lingua inglese, usata in modo pressoché generalizzato per le pubblicazioni scientifiche.

    La verità è che la stratificazione di errori nel testo in questione denuncia i mali di un sistema scolastico accumulatisi per decenni, di governo in governo, senza grandi distinzioni tra uno e l’altro. Ogni successivo governo modifica, interviene, aggiunge. Accorpa ministeri, li separa di nuovo. Cerca soluzioni a questioni di rilevante importanza come fossero quisquilie. Modifica prove ed esami, fino a renderli inefficienti se non controproducenti. Sceglie il ministro della pubblica istruzione senza alcuna consapevolezza dell’importanza della sua funzione. Affronta i problemi della scuola elementare come fossero quelli dell’università e viceversa. Licenzia studenti meno che mediocri, dal punto di vista linguistico e culturale, fornendo loro la convinzione che il diploma sia un obiettivo raggiunto una volta per tutte. In altri termini, li inganna, derubandoli degli anni della formazione primaria e secondaria, difficilmente recuperabili.

    Soprattutto, nessun governo ha mai affrontato, in modo serio, consapevole e definitivo, la questione della formazione della classe docente. Attenzione, della classe docente nella sua interezza perché l’insegnamento della lingua è trasversale: interessa e deve interessare tutte le discipline, da italiano a educazione fisica (ivi compresa l’ora di religione o della materia alternativa alla religione). Non solo, ogni riforma, negli ultimi decenni, è stata dettata esclusivamente dall’esigenza di ridurre i costi (in primo luogo con l’abolizione, nella pratica, di ogni tipo di verifica esterna).

    La scuola, dal livello più basso a quello più alto (nella successione temporale, perché tutti i livelli hanno e devono avere pari dignità!), ha il dovere di dare a tutti gli strumenti linguistici per affrontare il mondo del lavoro o il mondo universitario, secondo gli interessi dei singoli, e la vita, in genere. La lingua deve essere appannaggio di tutti. Uno Stato democratico ha l’obbligo di dare a tutti gli stessi strumenti per affrontare la vita, in qualsiasi campo.

    Se lo Stato non è in grado di darsi gli strumenti per formare docenti, non può che essere giudicato fallimentare. E, in tal senso, tradisce i principi costituzionali.

    Forse proprio qui si annida il motivo per cui pochi leggono libri, pochi leggono articoli e, ahimè, pochi leggono anche solo i titoli. E, di conseguenza, il motivo per cui molti parlano senza sapere bene come e di cosa parlano.

    Il vero problema? Tale status quo tende ad allargarsi a macchia d’olio. Andrebbe arginato. Ma è ormai arrivato a quelli che dovrebbero essere i vertici politici dello Stato.

    Il mio cruccio? Non so a chi appellarmi perché si faccia qualcosa in una direzione più costruttiva.

    Post scriptum: con il bambino decenne autore della frase citata sopra, ho letto recentemente (rigorosamente online) Bandiera, lo scritto che Mario Lodi ha ricavato dai racconti dei bambini della scuola dove insegnava. Nel racconto, capitolo dopo capitolo, si svolge un anno di vita di una foglia - Bandiera – dalla nascita alla morte, affrontando molti argomenti del programma di scienze in una forma letteraria delicata, poetica, ricca di metafore di ogni tipo. È la testimonianza che fin dai primi anni di scuola si può imparare a scrivere bene, a esprimersi con concretezza o in forma allegorica. La ricetta di Mario Lodi era la cooperazione. Dove, quando e perché abbiamo perso l’occasione per creare una scuola realmente formativa?

     

     

     

     

  • PROGRESSO E MALATTIA
    (LEGGENDO "SPILLOVER")

    data: 04/07/2020 15:34

    I testi classici rappresentano una sorta di chiave per leggere il mondo. Sono superati, certo, ma contengono riflessioni che anticipano questioni sempre attuali. Sono frutto del pensiero di persone vissute ormai due millenni e mezzo fa, o poco meno, che, in qualche modo, hanno posto le basi del mondo in cui viviamo. Partire dai classici significa avere la possibilità di una più ampia consapevolezza sul presente, anche e soprattutto perché l’uomo ha studiato, analizzato e modificato in profondità l’ambiente in cui vive.
    Conoscere il passato e il cammino intercorso tra quei tempi lontani e il presente accelerato che viviamo è un buon esercizio di riflessione. È anche un modo per prendere consapevolezza di quello che l’uomo ha fatto, nel bene e nel male, soprattutto attribuendosi – motu proprio – una supremazia presunta sul mondo animale, vegetale e sulla natura tutta.
    In molti campi del vivere e del sapere umano, i classici forniscono notizie inutilizzabili dal punto di vista pratico. Possono, e devono, essere utilizzati come preziose testimonianze storiche.
    Se ci trasferiamo dal piano della pratica a quello della teoria, le intuizioni di alcuni testimoni del passato hanno una validità che travalica i secoli e i millenni. Per questo nel mio primo contributo in questo blog, ho riservato un posto privilegiato ad alcuni versi di una tragedia di Sofocle (vedi Un libro tira l'altro accompagnandoti per tutta la vita). Non li riporto, ma vale la pena tenerli a mente: sono una sorta di monito sull’ambigua grandezza dell’uomo, combattuto tra male e bene, volto a sfruttare le risorse del mondo circostante, con la speranza di vincere la malattia ma nella certezza di non poter evitare la morte. C’è racchiuso il destino dell’uomo, in questi versi. Indipendentemente dal livello del progresso raggiunto nelle diverse epoche. Adattato alla situazione, parlano anche a noi, nel nostro presente alle prese con una pandemia.
    Del resto, quando Lucrezio (I sec. A.C,) ha intrapreso la trasposizione in versi della dottrina filosofica di Epicuro, sapeva di presentare una teoria materialistica che poteva risultare scomoda. L’ha proposta in versi, quasi ad addolcire il messaggio, in forma di poema didascalico (De rerum natura). Un messaggio senza implicazioni e credenze ultraterrene, affidato alla sola materia. La materia peraltro è soggetta a mutamenti, a malattie, alla morte. E dopo la morte non c’è nulla. Dunque non si deve temere. Ciò che rimane è rappresentato dai progressi che l’uomo raggiunge in tutti i campi, nella consapevolezza che potrà goderne solo per un breve periodo. Dopo di lui, a goderne, saranno le generazioni successive. A ognuna, si presenterà la stessa questione. A sottolineare il destino delimitato dell’uomo, il VI libro del De rerum natura si chiude con la terribile descrizione della peste di Atene, già rappresentata dallo storico ateniese Tucidide (V sec.).
    Il messaggio che si ricava da questi testi è chiaro: l’uomo ha innescato il progresso, ogni uomo ne godrà per il periodo della vita mortale, poi ne godranno altri uomini, generazione dopo generazione. L’uomo può sconfiggere una malattia ma non potrà sconfiggere ogni malattia e, in ogni caso, non potrà sconfiggere la morte.
    Leggerli oggi, in tempo di pandemia, assumono un significato, se possibile, ancora più importante. La crescita del progresso, in tutti i campi e in modo particolare in campo medico, è stata inarrestabile negli ultimi duecento anni. Solo in questi ultimi due secoli sono state sconfitte e debellate malattie infettive incurabili (vedi L'eterna lotta alle malattie infettive e due libri scoperti in un negozio dell'usato). Ma, per quante malattie siano state sconfitte, altre se ne presentano, in particolare all’insegna di quello che viene chiamato, con un efficace termine inglese, spillover (‘traboccamento’ è la traduzione che fornisce Google), ossia il ‘passaggio’ o ‘salto’ di agenti patogeni da una specie a un’altra cui fa seguito la diffusione di malattie (zoonosi) infettive che si diffondono in forma epidemica o pandemica. Il termine inglese, come spesso capita, è tanto più efficace che la casa editrice Adelphi, nel proporre la traduzione dello scritto di David Quammen, ha preferito lasciare la prima parte del titolo in lingua originale, Spillover (1), appunto. Ed è questa l’unica parte del titolo che appare in copertina. Il sottotitolo è diventato L’evoluzione delle pandemie. La traduzione, concentrando in un’unica espressione quello originale (Animal Infections and the Next Human Pandemic) è riduttiva.
    Il testo, nel suo insieme, è di una ricchezza incredibile. Le 537 pagine (608 se si considerano gli apparati di note) si leggono agevolmente e, direi, d’un fiato. Anche laddove, timidamente, mi è venuta l’idea di sorvolare su uno dei nove capitoli (solo per accelerare i tempi di lettura, visti i testi in attesa), l’ho rapidamente abbandonata dopo le prime due pagine. Si trattava dell’ottavo capitolo, interamente dedicato all’AIDS (provocato dal virus HIV-1 gruppo M), uno dei più lunghi. Dentro di me, ho pensato: “Mi ricordo abbastanza, forse. Magari, ci ritorno in un secondo momento!”. Poi, ho cominciato a leggere. Pagina dopo pagina mi sono resa conto di avere un’informazione piuttosto superficiale, limitata a certi periodi, non priva di una visione eurocentrica o occidentale, in senso lato. Non solo, l’abilità di Quammen nel ricostruire e raccontare le ricerche su una malattia, oltre a scendere in profondità con il ricorso alla letteratura scientifica, al viaggio accanto agli scienziati durante esperimenti e ricerche e all’intervista sul posto, arriva al punto di ricostruire in forma di narrazione tutti i risultati a disposizione degli scienziati. Ed è una narrazione con una forte componente geografica: i luoghi in cui la malattia ha avuto origine (vari paesi dell’Africa centrale, meridionale, orientale), e quelli in cui si è diffusa, Haiti, Stati Uniti, Argentina, Colombia, Paesi bassi, Francia, Regno unito e Germania, e così via fino a diventare globalizzata. Non solo, la ricostruzione si svolge in un arco temporale di un centinaio di anni (dal 1907 fino al 2011, data di pubblicazione dell’ultimo articolo cui l’autore ha avuto accesso, prima della prima pubblicazione in lingua originaria del testo nel 2012).
    Altra caratteristica fondamentale del testo è l’attenzione dell’autore alle questioni sociali, politiche ed economiche che caratterizzano i paesi in cui la ricerca scientifica si svolge, traducendosi in una visione a tutto tondo su questioni attinenti colonizzazione e decolonizzazione, da un punto di vista spesso inconsueto. Buona parte del testo assume così la forma del reportage.
    Fin dal primo capitolo, inoltre, risulta immediatamente chiara la responsabilità dell’uomo nel primo diffondersi delle malattie. E le responsabilità vanno ricercate nel crescente impatto ambientale delle attività umane sugli ambienti naturali ma anche nella contaminazione di ambienti ancora intatti grazie a forme di turismo estremo e, di fatto, nell’essersi l’uomo appropriato di tutti gli ambienti, entrando in contatto, anche solo per curiosità, con animali selvatici. Senza dimenticare, naturalmente, i rischi connessi con l’allevamento intensivo. Ciascuno dei nove capitoli si occupa di una malattia o di un gruppo di malattie, accomunate dal fatto di essere provocate dal passaggio di un virus o di altri agenti patogeni da un animale all’uomo (ma può accadere anche il contrario), di essersi manifestate per la prima volta in un luogo diverso, di essere infettive, provocando, di conseguenza, epidemie o vere e proprie pandemie. L’ultimo capitolo (“Dipende …”) è dedicato alle future emergenze (Attenzione: l’autore ha lavorato per sei anni al libro, fino alla sua pubblicazione nel 2012), ossia a quello che gli addetti ai lavori chiamano Next Big One (NBO). In altre parole, l’ultimo capitolo è una sorta di anticipazione di quello che stiamo vivendo, basato su dati scientifici, precisi, documentati, incontrovertibili. Solo per questo è un libro che vale la pena leggere. In ritardo, ma in tempo per capire quello che sta succedendo. E dunque per capire come andare avanti. Perché modificare alcuni comportamenti può rivelarsi la scelta vincente per l’ambiente e, dunque, per gli uomini e le future generazioni.

    1. Probabilmente a molti miei coetanei, o giù di lì, viene in mente il parlato, ormai storico, di Francesco Guccini che apre l’Album concerto del 1967, prima di Statale 17: “Sulla strada di Kerouac era molto bello letto in italiano ma con i nomi americani: "Quella sera partimmo John, Dean ed io sulla vecchia Pontiac del ’55 del padre di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson"... porco cane! E poi lo traduci in italiano e in italiano dici "Quella sera partimmo sulla vecchia Fiat 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago". Non è la stessa cosa! Gli americani ci fregano con la lingua”.
     

  • L'ETERNA LOTTA
    ALLE MALATTIE INFETTIVE
    E DUE LIBRI SCOPERTI
    IN UN NEGOZIO DELL'USATO

    data: 21/06/2020 15:57

    “Quanto al medico, sembra a me che la cosa migliore sia che egli pratichi la previsione; perché con una conoscenza e previsione preventive, di fronte ai malati, dei loro casi presenti, passati e di quelli che dovranno presentarsi in futuro, e con una puntuale esposizione di quanto gli infermi tralasciano di dire, egli sarebbe maggiormente accreditato di conoscere le condizioni dei malati, così da risolversi, gli uomini, ad affidar se stessi al medico”, Ippocrate, Prognostico (460 -370 a. C. circa), trad. A. Lami.

    La citazione da Ippocrate è d’obbligo. Si tratta dell’incipit del Prognostico - oggi diremmo
    ‘prognosi’ ossia ‘previsione sull’ulteriore decorso e soprattutto sull’esito di un determinato quadro morboso in esame’ (cit. Treccani) -, un breve testo in cui Ippocrate spiega come sia importante avere il quadro delle condizioni del malato per formulare una previsione sull’esito della malattia, con la consapevolezza che la morte può sopraggiungere in ogni caso, a dispetto del medico e delle sue osservazioni.
    Sono passati 24 secoli circa da questo scritto. I testi di Ippocrate o, meglio, della scuola ippocratica, rivelano lo sforzo di registrare e organizzare dati, per formulare teorie. Non c’era molto altro che il medico potesse fare. Per la verità, non c’è stato molto altro che i medici potessero fare per molti e molti secoli successivi a quello in cui la scuola ippocratica compose i testi giunti fino a noi (gli stessi testi che entrano solo ‘di sguincio’ nei programmi della scuola, perché – si sa – chi redige i programmi tende a prediligere il testo puramente letterario).
    La lettura di Ippocrate (meglio, ma non necessariamente, in greco) è un buon punto di partenza per un insegnamento che non si limiti al dato puramente letterario per indagare, partendo dai testi in lingua originale, questioni di fondamentale importanza nella storia della cultura.
    I due termini – storia e cultura – vanno intesi nel senso più ampio, in modo da includere questioni che attingono a discipline diverse, cooperanti e imprescindibilmente connesse.
    Esplorando una selezione ampia di testi – che includa i ‘classici’ tradizionalmente intesi ma anche i testi scientifici, per quanto agli occhi del pubblico attuale (gli studenti ma non solo loro) abbiano poco di scientifico – si percorre un cammino che apre gli occhi su questioni rilevanti che ci riguardano, tutti, direttamente o indirettamente. Come pazienti e come medici, come scienziati e come uomini comuni, come specialisti e come semplici cittadini. E questo in considerazione del fatto che gli studenti (cui in prima battuta spetta il compito di apprendere i testi antichi) diventeranno anche medici o scienziati, oltre che ‘semplici’ cittadini, che è forse il compito più arduo, nella Grecia di Pericle, nella Roma di Cicerone, nell’attualità complessa che viviamo.
    Dunque, forte dei miei studi ‘classici’ e di una inestinguibile passione per i libri, anche quelli datati, qualche mese fa ho recuperato, fortunosamente, in un negozio dell’usato alcuni testi di argomento scientifico. Su ogni libro un timbro - l’ex libris - con nome, cognome e indirizzo del proprietario. Evidentemente la sua biblioteca non aveva alcun interesse per i suoi eredi che se ne sono disfatti. Impossibile perdere quell’occasione preziosa. Ne ho comprati più di uno. Poi, come faccio solitamente in questi casi, li ho messi in ordine di interesse per leggerli. Ero reduce da alcune letture di argomento entomologico e botanico – fra tutte, Dave Goulson, Il ritorno della regina. Le mie avventure con le api selvatiche, Hoepli 2019 (dove si parla di bombi, ossia di un genere di imenotteri appartenente alla famiglia Apidae) – e forse per questo, nel decidere la successione in cui leggere i testi appena acquistati, non ho avuto dubbi. La scelta è caduta su questioni di argomento medico:  Joseph Löbel, Salvatori di vite, Bompiani 1942 III ed. (Collana: Avventure del pensiero, No. 13), titolo originale Lebensretter, 1ed. 1935; Milton Silverman, Magia in bottiglia, Garzanti 1953 (Collana: Piccola scientifica) titolo originale: Magic in a bottle, 1 ed. 1941.
    Impensabile proporne una recensione. Si tratta di testi datati, mai ripubblicati e praticamente introvabili. Ma fanno parte della storia dell’editoria italiana. Da entrambi si risale agli
    altri titoli delle rispettive collane (non meno interessanti), che mi appunto scrupolosamente in vista di ulteriori scoperte casuali.
    In seconda di copertina di Salvatori di vite è riportata la recensione che gli dedicò il Giornale di Sicilia, illuminante. Affronto la lettura in ordine cronologico.
    A lettura finita mi trovo con pagine di appunti, un ventaglio di informazioni su malattie debellate solo nel corso degli ultimi due secoli e mezzo (prendendo le mosse dalla metà del XVIII sec.) e, in particolare, nel corso dell’ultimo secolo, e un elenco di considerazioni da sviluppare.

    La prima considerazione riguarda autori e testi, diversi, gli uni e gli altri.
    Joseph Löbel (Braṣov 1882 - Praga 1942) è stato un medico e uno scrittore. Brașov, il luogo dove è nato, si trova in Romania ma ha anche un nome tedesco (Kronstadt) e un nome ungherese (Brassó). È morto (avvelenato) poco dopo la deportazione della moglie. E’ sepolto a Praga, nel cimitero ebraico (senza nome, la sua sepoltura è indicata con il numero 32/11/4). Solo nome, luogo di nascita e di morte potrebbero essere il punto di partenza per ricostruire un ‘frammento’ di storia europea. Esercitò la professione medica sulle navi e presso alcune stazioni termali. I suoi scritti hanno come soggetto la divulgazione scientifica realizzata in forme narrative. Salvatori di vite contiene tre sezioni, dedicate, rispettivamente, alle ricerche sul diabete, sulla sifilide e sulla tubercolosi raccontate in forma di romanzo breve. Lo zucchero è dedicato all’individuazione della causa del diabete e al ritrovamento della sua soluzione (l’insulina) tra 1889 e il 1923. “Il Pallido” è dedicato al Treponema pallidum ossia al batterio responsabile della sifilide, individuato nel 1905. Un dilettante nella guerra contro i batteri, infine, è un romanzo epistolare tra un padre e il figlio che studia presso l’Istituto Pasteur, a Parigi, fondato nel 1887 e destinato allo studio dei microorganismi, delle malattie e dei vaccini. La narrazione si concentra sulle ricerche dedicate al bacillo che attacca i polmoni, Mycobacterium tuberculosis, identificato e descritto nel 1882 da Robert Kock. Naturalmente le notizie che contengono sono parziali. Gli studi e le ricerche sono proseguite successivamente alla pubblicazione del testo. Le malattie esistono, soprattutto in alcune parti del mondo; gli strumenti per combatterle sono migliorati, anche se non sono applicati in modo omogeneo.
    Del secondo autore, Milton Silverman trovo solo quello che compare nell’aletta posteriore della copertina. Si è laureato a Stanford nel 1930 ed è stato un divulgatore scientifico statunitense, per molti anni redattore scientifico del San Francisco Chronicle (fondato nel 1865, è ancora attivo). L’intero libro è percorso da commenti e da formule chimiche aggiunte a penna dal proprietario del libro che doveva essere un chimico o un biologo. Naturalmente, non sono in grado di valutarle. Ma i contenuti sono di grade interesse anche per un profano. Si tratta infatti di brevi monografie dedicate alla scoperta e alla sperimentazione di sostanze medicinali ricavate dal mondo vegetale o provenienti da procedimenti chimici di sintesi. Ogni storia è unica e ricostruisce il quadro della situazione all’inizio degli anni Quaranta, a proposito di morfina, chinino, penicillina, sulfamidici e molto altro.
    Quel poco che trovo sugli autori, porta a riflettere sull’importanza della divulgazione scientifica. Il fatto che una persona specializzata si dedichi, in tutto o in parte, all’informazione, trasferendo le proprie conoscenze in un campo specifico del sapere in testi di vario genere che raccontino ciò che avviene nei laboratori, negli ospedali e dovunque il medico entri in contatto con il paziente rappresenta un terreno di mediazione tra specializzazione e conoscenze generali. Se la specializzazione rimane confinata nel laboratorio e viene messa a disposizione soltanto del mondo degli addetti ai lavori tramite articoli scientifici, il ‘grande’ pubblico – ossia tutti coloro che non sanno di medicina, di chimica, di farmacologia e di tutte le altre discipline coinvolte nel processo di individuazione delle cause e dei rimedi per le malattie cui l’uomo è soggetto – rimane all’oscuro o, peggio, acquisisce nozioni generiche che sconfinano facilmente nell’errore.
    L’avanzamento della specializzazione tende a separare, al suo livello più alto, le conoscenze, creando una inevitabile frattura con i beneficiari di quelle stesse conoscenze. In realtà, tende anche a separare il medico che opera sul territorio dallo scienziato e dai risultati della ricerca. Per questo la divulgazione scientifica a opera di persone con una specifica competenza è fondamentale. Costituisce il ponte tra il territorio della scienza e il comune cittadino. Se il cittadino può attingere all’informazione divulgata ma corretta e puntuale non cade in false credenze, antiscientifiche e pericolose.
    La storia della cultura scientifica occidentale è la storia del passaggio da un’originaria unità del sapere filosofico e scientifico alla progressiva specializzazione del sapere. Nel corso di circa due millenni e mezzo si è passati dalla molteplicità di interessi in una sola scuola (quella aristotelica) alla separazione tra discipline e, con il progresso delle conoscenze, alla nascita di nuove discipline. La divulgazione scientifica può svolgere il compito, fondamentale, di mettere in luce la cooperazione tra discipline diverse. Botanica, zoologia, biologia, chimica, farmacia, medicina sono interconnesse. Gli studi di un campo confluiscono in un altro e viceversa, in una continua interrelazione tra conoscenze che contribuiscono alla crescita. Capire le trasformazioni e le implicazioni del progresso nei diversi campi è fondamentale. Comprendere le implicazioni, nei diversi campi, del passaggio dalla chimica naturale alla chimica di sintesi, anche. Specialmente oggi, in un panorama scientifico diversificato e specializzato, con implicazioni in tutti i campi del vivere (dalla medicina all’economia, ad esempio). Soprattutto perché è fondamentale rendersi conto che, rispetto ai due millenni precedenti, il progresso nella lotta alle malattie che hanno decimato milioni di persone nel corso di epidemie di peste, di vaiolo, ecc., senza che si potesse intervenire in alcun modo, è avvenuto negli ultimi due secoli. In molti casi si è verificato studiando i principi attivi contenuti nelle piante che, ancora nel Settecento, venivano soltanto descritte e classificate. Per questa via, si è giunti a usare anestetici per effettuare interventi chirurgici (a metà dell’Ottocento), tra l’altro.
    Di altre questioni ancora è bene avere piena consapevolezza. Di come l’uso medicale dei principi attivi delle piante ha portato oltre a indubbi benefici anche conseguenze nefaste (visto il passaggio - sempre fluido – tra medicamento, benefico, e droga, dannosa). Quando ciò è avvenuto e quando ai principi attivi ricavati dalle piante si sono sommati i ritrovati frutto della chimica di sintesi, la situazione si è ulteriormente complicata. La ricerca sulle piante era (ed è) anche frutto dei viaggi e delle passioni degli esploratori/botanici. I risultati della ricerca chimica e della chimica di sintesi possono scavalcare il campo della scienza per approdare in quello del malaffare (nelle sue forme clandestine ma anche in quelle ufficiali). Capire come e perché è fondamentale. Anche in questo la divulgazione scientifica fatta da ‘addetti’ è indispensabile.
    Una questione altrettanto nodale è costituita dalla consapevolezza dello spessore temporale. Sapere che molte malattie sono state debellate solo nel corso del secolo scorso e che, ancora solo cento anni fa, l’unica sostanza utilizzata per curare la malaria era il chinino (con proprietà antipiretiche, antimalariche e analgesiche), ricavato dalla corteccia di piante del genere Chincona, è importante. Per passare sul piano pratico. La mia generazione ha sperimentato il chinino come antipiretico. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, sono febbricitante, in casa dei nonni. Erano gli anni dell’ “asiatica”. il nonno, medico, mi prescrive il chinino. La nonna interviene prontamente con una scatolina dove sono ‘religiosamente’ custodite delle ostie. Ne adagia una, inumidita con un po’ d’acqua, su un cucchiaio. Il nonno misura la dose di chinino e la depone sull’ostia, richiudendola opportunamente. La sottile cialda non basta a mascherare il terribile sapore amaro del chinino. La scena mi si affaccia nitida alla mente. Ho ancora il sapore in bocca.
    Oggi si comprano antidolorifici di ogni tipo in bella mostra anche sugli scaffali dei supermercati e senza ricetta. Gli antidolorifici sono diventati un prodotto di mercato, esattamente come le merendine che hanno sostituito la fetta di pane con un filo d’olio per merenda.
    Ecco a tutto questo fanno riflettere i due libri scovati nel negozio dell’usato.
    Ne userei sicuramente qualche pagina, accanto a un passo di Ippocrate. È un modo per riflettere e fare riflettere sul presente. Siamo immersi in un mondo talmente accelerato in avanti che stiamo perdendo la consapevolezza di cosa era il mondo appena settanta anni fa (nel secondo dopoguerra). E, cosa più grave, non abbiamo la capacità di dare questa consapevolezza alle nuove generazioni.
    È anche un modo per scegliere le prossime letture. Ho acquistato e letto Spillover di David Quammen (Adelphi 2012). Lascio la riflessione su questo testo (già datato, per certi aspetti, e tornato in auge in questa fase di pandemia) alla prossima puntata.

    Post scriptum: nel testo di Milton Silverman l’indicazione del traduttore – Bruno Tasso – è accompagnata da una nota redatta a penna dal proprietario del libro: ‘Traduzione pessima!’. Non resisto e vado in cerca di notizie sul traduttore, figura di fondamentale importanza per avere accesso nella propria lingua a testi scritti originariamente in altre lingue. Bruno Tasso (1914-1962) è stato giornalista e traduttore. Ha tradotto testi letterari notevoli nel panorama letterario in lingua inglese come collaboratore di Garzanti e di altre case editrici. C’è chi ipotizza che il suicidio sia stato determinato dallo stress per un lavoro che impone di riscrivere ciò che altri hanno scritto. Immagino che il giudizio negativo del primo proprietario del libro in mio possesso dipenda dalla necessità di usare un linguaggio prevalentemente tecnico. La questione merita un approfondimento.


     

  • CELEBRAZIONI: CALENDARIO
    E PRATICA QUOTIDIANA

    data: 06/06/2020 10:30

    Non so quanti abbiano raccolto, il 23 maggio, l’invito di Maria Falcone, sorella del magistrato vittima dell’attentato del maggio 1992, a dedicare la Giornata nazionale della legalità a quanti sono impegnati ad affrontare l’emergenza sanitaria. L’ANCI lo ha fatto suo proponendo di attaccare un drappo bianco alle finestre di casa.
    Io l’ho fatto. Un lenzuolo bianco ha sventolato tutto il giorno dal balcone che si affaccia su una valle abruzzese. Un altro ha sventolato dalle finestre del Comune. L’ho fatto ripensando alla storia siciliana raccontata da Edoardo Borgomeo (cfr. ORO BLU, Nove storie di acque e di terre) dove, tra l’altro, l’autore ricorda la “Giornata mondiale dell’acqua” (World Water Day) la cui celebrazione, a partire dalla sua istituzione nel 1992, ricorre il 22 marzo. Il riferimento alla celebrazione della giornata cadeva a proposito, nel cuore della narrazione di una vicenda legata agli interessi della mafia nella gestione delle acque. A quella vicenda Mario Francese, ai tempi in cui era ancora pratica comune il giornalismo d’inchiesta, aveva dedicato una serie di articoli circostanziati (1977). A due anni di distanza, Mario Francese fu ucciso da alcuni colpi d’arma da fuoco, il 26 gennaio 1979 (Francesca Barra ricostruisce la storia ne Il quarto comandamento, Rizzoli 2011).
    Mi sembra fondamentale risalire a quando e come è stata istituita questa Giornata nazionale della legalità. Nel sito del Senato trovo il Disegno di legge presentato dai senatori Moronese, Cappelletti, Morra, Endrizzi, Giarrusso e Buccarella, il 24 marzo 2015 ossia a ben ventitré anni di distanza dagli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino.
    Ne riporto l’incipit:
    “Sono trascorsi, ormai, più di venti anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio e, per poter combattere la cultura mafiosa e le sue manifestazioni più o meno estreme, è necessario innanzitutto avere contezza della storia e delle sue radici, e soprattutto farle conoscere ai giovani. Se la memoria è fra i pochi valori capaci di nobilitare e salvare dalla quotidianità della vita, troppo spesso tuttavia dimentichiamo di rievocare e onorare quelle figure esemplari che hanno segnato in modo indelebile la storia del nostro Paese, figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, accumunate dal tragico destino di vittime della mafia cui si erano fieramente contrapposti, hanno rappresentato entrambi un’icona indiscussa di legalità, onestà e coraggio”.
    La data proposta per l’iniziativa è il 23 maggio – periodo in cui le scuole, in condizioni di normalità, sono aperte – e la scelta è motivata dall’impossibilità di collocarla nel giorno in cui si verificò la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992). Peraltro, nel testo del disegno di legge non compare il riferimento esplicito al fatto che la data prescelta corrisponde alla strage di Capaci (23 maggio 1992).
    Se dovessi valutare il testo del disegno con i criteri di un compito di italiano, non potrei non notare l’eccesso di retorica: il coacervo di termini giustapposti uno all’altro dicono tanto senza dire niente, ossia senza arrivare al succo della questione. E mi sentirei in dovere di spezzare i periodi, tanto lunghi da essere quasi inintelligibili. Questi aspetti, unitamente al colpevole ritardo con cui è arrivato il disegno di legge, già di per sé ne inficiano il reale valore di denuncia.
    Il ritardo istituzionale con cui arriva è fatto proprio, con una sorta di autoironia, dalla proposta stessa che recita, tra l’altro:
    “Da qualche anno numerosi istituti scolastici, di propria iniziativa, hanno sviluppato percorsi di educazione alla legalità, volta per volta inquadrandoli nel più ampio alveo concernente «Cittadinanza e Costituzione», collaborando sul territorio con istituzioni e associazioni (fra tutte Libera di Don Ciotti), promuovendo incontri, raccogliendo testimonianze e visitando campi di lavoro sorti su beni confiscati alla mafia: in tutte queste attività studentesse e studenti hanno potuto confrontarsi con le tematiche della legalità e crescere criticamente in termini di impegno personale e sociale”.
    Il testo di legge proposto conferma la sua caratteristica di provvedimento di facciata. Nulla muta realmente nell’andazzo quotidiano di questa nostra Repubblica che poco o niente insegna alle nuove generazioni sulla nascita e sui valori della Costituzione.
    Peraltro, non riesco a trovare l’iter di approvazione della proposta, ossia la sua conversione in legge.
    Riesco invece a risalire all’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia”, che si celebra il 21 marzo ed è stata approvata alla Camera il 1 marzo 2017 (Atto 3683, XVII Legislatura).
    Dal sito del Senato (senato.it) si riesce a ricostruire l’iter di questa legge, i parlamentari coinvolti nel dibattito, le date salienti del dibattito stesso.
    Ora, credo sia legittimo interrogarsi - ogni cittadino è legittimato a farlo:
    - sul destino del disegno di legge per l’istituzione della Giornata del 23 maggio (che è stata celebrata, nei limiti e nei modi consentiti dall’attuale emergenza sanitaria, anche con un intervento del Presidente della Repubblica);
    - sul perché si ritenga opportuno replicare giornate celebrative per fatti dello stesso tipo (ricordo delle vittime della mafia, invito alla legalità, rifiuto di modalità mafiose nella gestione degli affari pubblici);
    - sulla ridondanza nella formulazione di proposte di legge che amplia a dismisura i concetti, rendendoli sostanzialmente fumosi,
    - sulla genericità delle indicazioni rivolte al mondo della scuola che, spesso, si sovrappongono in modo inappropriato al regolare svolgimento del curriculum che prevede di per sé la trattazione di argomenti di educazione civica.
    La trattazione di un argomento tanto importante e grave - le stragi attuate per colpire magistrati che indagavano su attività mafiose e sui rapporti tra Mafia e Stato (forse, abbandonati dallo Stato) - dovrebbe essere parte integrante di una disciplina, l’Educazione civica.
    Questa disciplina, di fatto, è ritornata nel curriculum scolastico con la legge No 92 del 20 agosto 2019 (con entrata in vigore il 5 settembre 2019), con un programma e una classificazione oraria riservata (33 ore all’anno) dopo essere stata sostituita, con la legge No. 169 del 30/10/ 2008 (ossia, durante il Governo Berlusconi), da una generica indicazione trasversale alle discipline con il nome di Cittadinanza e Costituzione.
    Le incongruenze, la formulazione retorica, le lungaggini, il ritornare su provvedimenti e decisioni, introducendo continui cambiamenti appaiono il segno di una classe politica senza idee e senza capacità di governo, che indugia nel moltiplicare cerimonie e modificare programmi scolastici. In questo modo, il messaggio rivolto ai cittadini diviene fumoso se non incomprensibile, spesso anche per gli addetti ai lavori. Una sola giornata di celebrazione, preparata e promossa a dovere, sarebbe più incisiva. Un programma di educazione civica, basato sul fornire agli studenti, fin dai primi anni di scuola, la conoscenza diretta della nostra Costituzione e la capacità di aggiornarsi sulle norme e sui relativi aggiornamenti delle norme, contribuirebbe a formare il cittadino e a renderlo partecipe della vita pubblica.
    Solo in questo modo la celebrazione potrebbe passare da post-it sul calendario a pratica quotidiana.

     

     

     

     

  • LEGGERE GARCIA MARQUEZ
    AI TEMPI DEL COLERA.
    ANZI, DELLA PANDEMIA

    data: 28/05/2020 18:09

    C’è un tempo per tutto. Quello dedicato a determinate letture passa e ne subentrano altre. C’è stato un tempo in cui ho divorato i romanzi sudamericani. Spesso, senza mai capirli fino in fondo. Ma apprezzandoli per la ricchezza delle immagini e delle situazioni. Forse anche per quel pizzico di gusto per l’esotico che è presente in ciascuno di noi.
    La conoscenza diretta di almeno un paese del Sudamerica o, meglio, di una sua parte, – il Brasile – ha eliminato quel residuo di gusto per l’esotico che albergava in me (quando le cose si conoscono direttamente, per un periodo superiore a quello solitamente dedicato ai giorni di una vacanza in qualche luogo ovattato, il punto di vista sulle cose stesse cambia, inevitabilmente) e ha confermato la mia preferenza per la scrittura saggistica.
    Ciononostante, ritengo che leggere i romanzi sia importante.
    E ci sono momenti in cui è importante riscoprirli. Come in questo caso.
    Il romanzo in questione è L’amore ai tempi del colera, di Gabriel GarcÍa Márquez. Pubblicato successivamente all’assegnazione del Premio Nobel all’autore (1985), fu oggetto di numerose critiche.
    A suo tempo lo lessi. Poi l’ho custodito in un angolo della memoria insieme a tanti altri. In quel periodo cominciavo a scoprire gli autori brasiliani.
    Ieri l’amica a cui devo in buona parte la conoscenza della lingua portoghese, me ne ha inviato uno stralcio. Mentre lo leggevo, ho recuperato da quell’angolo di memoria la crociera sul battello lungo il Rio Magdalena (Colombia) dove si svolge la storia d’amore dei due protagonisti, realizzata in tardissima età. Ho cercato il libro dovunque, in casa, senza riuscire a trovarlo. C’è, ne sono sicura. Ma dire dove si trovi è molto difficile. Ci rinuncio. E decido di condividere il passo, che l’amica mi ha inviato in portoghese, in una traduzione ‘di servizio’, sicuramente non all’altezza di quella dell’edizione Mondadori del 1986.
    Per quanto possa sembrare incredibile, si adatta perfettamente a questi tempi di pandemia:

    - Capitano, il ragazzo è molto preoccupato e in ansia a causa della quarantena che il porto ci ha imposto!
    - Cosa ti preoccupa, ragazzo? Non hai abbastanza cibo? Non dormi abbastanza?
    - Non è questo, Capitano. Non sopporto di non poter scendere a terra per abbracciare la mia famiglia.
    - E se ti lasciassero scendere dalla nave e fossi contaminato, potresti sopportare la responsabilità di infettare qualcuno che non è in grado di reagire alla malattia?
    - Non mi perdonerei mai. Ma, secondo me, hanno inventato questa piaga.
    - Può essere. Ma se non fosse stata inventata?
    - Capisco cosa intendi, ma mi sento privato della mia libertà, Capitano. Mi hanno privato di qualcosa.
    - E tu privati di qualcos’altro.
    - Mi sta prendendo in giro?
    - Assolutamente no. Se ti privi di qualcosa senza reagire correttamente, avrai perso.
    - Quindi intendi dire che se qualcosa mi viene tolto, per vincere devo privarmi di qualcos'altro?
    - Esattamente. Sono stato in quarantena 7 anni fa.
    - E di cosa hai dovuto privarti?
    - Ho dovuto aspettare più di 20 giorni sulla nave. Erano mesi che desideravo arrivare in porto e godermi la primavera a terra. Ci fu un'epidemia. A Porto Abril ci fu proibito di sbarcare. I primi giorni sono stati difficili. Mi sentivo come te. Presto ho iniziato a confrontarmi con le imposizioni usando la logica. Sapevo che dopo 21 giorni di questo comportamento si sarebbe creata un'abitudine, e invece di lamentarmi e tenere atteggiamenti distruttivi, ho iniziato a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Ho iniziato dal cibo. Ho deciso di mangiare la metà di quanto mangiavo abitualmente. Poi ho iniziato a selezionare gli alimenti più digeribili, per non appesantire il corpo. Quindi ho scelto di nutrirmi di cibi che, per tradizione, hanno mantenuto l'uomo in salute.
    Il passo successivo è stato aggiungere al nuovo regime alimentare la purificazione dai pensieri malsani volgendomi a pensieri più elevati e nobili. Ho iniziato a leggere almeno una pagina ogni giorno di un argomento che non conoscevo. Ho iniziato a fare esercizi sul ponte della nave. Un vecchio indù mi aveva detto anni prima che il corpo si migliora trattenendo il respiro. Ho iniziato a fare respiri profondi ogni mattina. Credo che i miei polmoni non avessero mai raggiunto tale capacità e forza. Il pomeriggio iniziava l'ora della preghiera, il momento di ringraziare un'entità, quale che fosse, per non avermi dato in destino privazioni gravi per tutta la vita.
    L'indù mi aveva anche consigliato di prendere l'abitudine di immaginare la luce che entrava dentro di me rendendomi più forte. Poteva funzionare anche per le persone care che erano lontane. Così ho anche inserito questa pratica nella mia routine quotidiana sulla nave.
    Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensavo a cosa avrei fatto una volta sulla terraferma. Ho visualizzato le scene di ogni giorno, le ha vissute intensamente e me le sono gustate nell'attesa. Tutto quello che possiamo ottenere dopo non è interessante. Mai. L'attesa è indispensabile per sublimare il desiderio e renderlo più potente. Mi sono privato di cibi prelibati, di bottiglie di rum e di altre ghiottonerie. Avevo eliminato le carte da gioco, il sonno prolungato, l’ozio, il pensiero fisso su ciò di cui ero stato privato.
    - Come è finita, Capitano?
    - Ho acquisito tutte abitudini nuove. Mi hanno lasciato scendere dalla barca molto più tardi del previsto.
    - Ti hanno privato della primavera, allora?
    - Sì, quell'anno mi hanno privato della primavera e di molto altro. Ma anche così sono rifiorito, ho fatto mia la primavera e nessuno potrà mai togliermela.

    Post scriptum: il libro da leggere - per capire, per riflettere, per evitare di dire stupidaggini (se ne leggono e se ne sono lette un’infinità in questi ultimi mesi) e di diffonderle senza filtro sui social contribuendo ad atteggiamenti insensati, controproducenti e pericolosi - è Spillover. L’evoluzione delle pandemie di David Quammen (1a Ed. 2012; Adelphi, 2014). È un saggio, riccamente documentato, al di sopra di ogni sospetto: non è nato dal nulla in questo periodo di emergenza ma è il risultato di una documentazione durata sei anni, sull’attività di scienziati al lavoro su un tema di scottante attualità in diverse parti del mondo.


     

  • ORO BLU, NOVE STORIE
    DI ACQUE E DI TERRE

    data: 22/05/2020 17:06

    Mentre sono intenta alla lettura di un volume piuttosto ponderoso, mi capitano due piccoli fatti – casualmente concomitanti – che mi inducono a lasciare in pausa quella lettura per deviare l’attenzione su un altro testo.
    Il primo fatto è legato alla raccomandazione della società che gestisce nel territorio la distribuzione dell’acqua - Gran Sasso Acqua SpA - di fare attenzione al consumo di acqua, unitamente al divieto di innaffiare. Da ormai molti mesi, in questa zona appenninica, piove molto poco. Gli effetti si sentono in estate quando il flusso di acqua può diminuire sensibilmente, soprattutto in alcune aree del borgo. La conseguenza è che in casa recuperiamo sistematicamente tutta l’acqua che usiamo. Anche l’acqua di cottura. Anche quella di un pentolino. E la usiamo per innaffiare.
    Il secondo fatto è l’ascolto di un’intervista a Edoardo Borgomeo, autore di Oro blu. Storie di acque e di cambiamento climatico (Laterza 2020), durante una recente puntata di Fahereneit (RAI Radio tre). Sono in macchina. Le domande della conduttrice sollecitano la mia attenzione. Accosto e mi fermo per ascoltare con calma. Appunto mentalmente il titolo. Una volta a casa, verifico il curriculum dell’autore nel sito dell’Environmental Change Institute (ECI) dell’Università di Oxford. Il curriculum è ampio e convincente. Così come erano state convincenti le sue risposte nel corso dell’intervista. Ha conseguito la laurea in scienze della terra e ingegneria con particolare riferimento ai rischi legati ai cambiamenti climatici, alla pianificazione delle infrastrutture e alla gestione delle risorse idriche all’Imperial College di Londra e il dottorato sugli stessi temi, con il supporto di Thames Water and the Environment Agency. Il suo attuale impegno di lavoro presso l’ECI consiste nel dare supporto alle agenzie governative di vari paesi nella gestione delle risorse idriche. Decido di ordinare il libro.

    Devo confessare, a questo punto, la mia dipendenza dagli ordini online. Conosco bene i problemi legati a questa modalità di acquisto. Immagino già le obiezioni di qualcuno. Ma, per chi ha fatto la scelta alternativa di vivere lontano dal mondo cittadino, è l’unica via possibile. Sarebbe assolutamente meno sostenibile, anche in tempi normali, prendere la macchina, percorrere 70 km tra andata e ritorno fino alla prima libreria. Insensato farlo, senza aver preventivamente ordinato il libro. Con l’idea dei minori consumi, quando faccio un ordine, i libri diventano tre o quattro, come minimo. Così ho sempre le scorte. Il problema delle critiche agli ordini online, senz’altro condivisibili per moltissimi aspetti, è che, troppo spesso, tengono conto solo di chi abita in città o in paesi medio/grandi, preferibilmente in pianura. Degli altri, ci si dimentica regolarmente (e non solo per gli ordini online).

    Nel giro di un paio di giorni, il libro è arrivato. Accantono, momentaneamente, il saggio di Jared Diamond che sto leggendo per immergermi nella lettura di Oro Blu, ripensando alle brocche dell’acqua fresca della mia infanzia (Basta una brocca per ripensare il passato e riflettere sul futuro) e al mare raccontato da Rachel Carson (Il risveglio della primavera. Storia di un colossale abbaglio), già negli anni Cinquanta.
    Mentre leggo, ho accanto, come sempre, matita, quaderno e penna. Già dal primo capitolo ho recuperato l’Atlante dal suo scaffale nella libreria. Leggo e verifico i luoghi, per quanto possibile.
    Alla fine della lettura, mi ritrovo con sette pagine fitte di appunti.
    L’autore racconta nove storie. Ogni storia è ambientata in un luogo diverso: si va dal Bangladesh al Brasile, dall’Australia all’Olanda, da Londra a Karachi, dall’Iraq al Messico per approdare in Italia, in Sicilia. Nel complesso, sono tutte storie che ruotano attorno all’acqua. Ognuna è raccontata sul campo, scaturita dall’incontro con persone del luogo, addetti ai lavori o semplici cittadini. L’autore in veste di esperto si è assunto il compito di documentare le situazioni che verifica in giro per il mondo, redigendo per ognuna un vero e proprio reportage. Da ogni reportage emerge la consapevolezza dello studioso e del tecnico che guarda alle diverse situazioni sapendo di dover individuare i problemi per studiare le soluzioni ma anche la preoccupazione per uno stato delle cose che denuncia la scarsa attenzione nei confronti di un elemento fondamentale come l’acqua. La cattiva gestione, la noncuranza, lo spreco sono all’ordine del giorno. L’acqua viene trattata al pari di una merce, diventa un affare per chi gestisce la distribuzione, viene incanalata senza tenere conto delle caratteristiche e delle problematiche del territorio.
    Le conseguenze sono drammatiche per la popolazione, per l’ambiente, per gli effetti che la noncuranza, l’incompetenza o l’azione criminale hanno provocato, provocano quotidianamente e continueranno a provocare sulla vita dell’uomo e sul cambiamento climatico.
    Ogni reportage apre gli occhi del lettore sulla situazione di un’area geografica o di grandi città (Londra, Singapore, Karachi e Città del Messico).
    Di ogni situazione si coglie lo spessore storico: il presente è sempre sostenuto dalla storia di quel territorio e di quella città, che si tratti di dighe, ossia di acqua pulita da incanalare e distribuire. Ciò che dovrebbe essere fatto dalle autorità competenti con equità e nel rispetto del territorio. O che si tratti di acqua sporca da trattare opportunamente al fine di recuperarla e riutilizzarla. In entrambi i casi, i problemi, sotto ogni cielo, sono legati alla scarsa attenzione per la salvaguardia del territorio e agli interessi economici legati a un bene prezioso come l’acqua. Si va dalle problematiche tipiche di zone costiere dove si incontrano – come accade in Bangladesh – le acque salate del mare e quelle dolci dei fiumi con conseguenze drammatiche per la vita delle popolazioni interessate, a quelle legate alla costruzione delle infrastrutture per l’incanalamento delle acque che si trasformano in lotte tra potere politico ed economico. L’analisi dei casi delinea questioni che affondano nella storia delle singole città, del sistema idraulico su cui si basano, sulle questioni legate alla privatizzazione dell’acqua che da bene comune diviene merce. Senza dimenticare le inadempienze che provocano dispersione e inquinamento delle acque nonché siccità con la conseguente fuga dalle zone più a rischio dei rifugiati ambientali.
    Le storie o, meglio, i reportage (raccolti nel periodo 2015 – 2019) raccontano situazioni specifiche e denunciano le problematiche sulla base della competenza tecnica e appassionata di un giovane ingegnere idraulico che si è fatto narratore in nome dei diritti dell’acqua e dell’ambiente. Da questi diritti la vita dell’uomo dipende totalmente. Perché, senza acqua l’uomo non può vivere.
    Ogni storia merita una riflessione, sollecita un approfondimento e va a costituire un tassello nelle conoscenze del lettore.
    In alcune storie ho trovato conferma a questioni toccate in precedenti letture. E’ il caso della prima storia, ambientata in Bangladesh. Mi riporta alla mente una lettura, di tutt’altro segno, in cui l’autore conduce un’analisi dei fattori climatici da un punto di vista squisitamente letterario (Amitav Gosh, La grande cecità, Neri Pozza 2017).
    In altre è riaffiorato il ricordo di avvenimenti del passato. È il caso della storia di ambientazione siciliana. Una storia di acqua, di dighe e di mafia, di Danilo Dolci e della lotta per la gestione democratica dell’acqua. Ma anche la storia della diga Garcia e di Mario Francese, colpevole di aver parlato chiaro nell’inchiesta realizzata per il Giornale di Sicilia (1977), costretto al silenzio con alcuni colpi d’arma da fuoco il 26 gennaio 1979 (F. Barra, Il quarto comandamento, Rizzoli 2011).
    Un’altra storia ancora ha il merito di coniugare passato e presente: riguarda una parte dell’area geografica nota come ‘Mezzaluna fertile’. Quante volte l’ho spiegata in classe, cercando di coniugare storia antica e attualità, geografia e storia! Non è facile. Soprattutto in una scuola i cui programmi privilegiano il passato, arrivando superficialmente e, spesso, anche episodicamente, al presente. Con il risultato che gli alunni ne escono con notizie – destinate a indebolirsi - sui Sumeri, sulla nascita dell’agricoltura e della scrittura, su antiche città, sul Tigre e sull’Eufrate che confluiscono in un unico corso d’acqua per sfociare nel golfo Persico. Alla storia recente di questo territorio non si arriva mai. La si incontra solo in forma di cronaca sulle pagine dei giornali. A meno che un reportage non metta in condizione il lettore di ‘entrare’ nella storia. Come riesce a fare l’autore di Oro blu, cedendo la parola a una biologa dell’Università di Bassora, Nadia, con al suo attivo una formazione nel Regno Unito e anni di lavoro in Nuova Zelanda. Oggi, ascoltato il richiamo della sua terra, è ritornata in patria dove si occupa dei drammatici effetti del cambiamento climatico (e dunque sempre di acqua) in un luogo che una volta conosceva un equilibrio perfetto tra paludi e pianure alluvionali.
    La breve presentazione in cui l’autore di Oro blu spiega le motivazioni del suo impegno per l’acqua, si chiude con un’informazione che conferisce un valore aggiunto al libro e un motivo in più per acquistarlo. Il ricavato della vendita è infatti interamente destinato alla Società Cooperativa Sociale Valle del Marro – Libera Terra che si occupa di agricoltura biologica nei terreni liberi dalla mafia (Polistena, RC).
     

  • IL RISVEGLIO DELLA PRIMAVERA. STORIA DI UN COLOSSALE ABBAGLIO

    data: 12/05/2020 15:25

    Il punto di partenza per capire un libro e parlarne, è rappresentato dalle date. E’ fondamentale collocare l’autore, la scrittura e la pubblicazione nel tempo. Soprattutto quando il libro è datato. L’iter che in un determinato momento storico ha condotto alla scrittura di un libro è fondamentale.

    Rachel Carson ha iniziato la stesura di Primavera silenziosa nel 1958. Il libro è stato pubblicato nel 1962. Dopo due anni, nel 1964, l’autrice moriva per un tumore. Era nata nel 1907, cinquantasette anni prima. Ha deciso di scrivere Primavera silenziosa sulla scorta delle sue ricerche e dei suoi studi. Lei, nata in Pennsylvania, nel pressi degli Allegheny (monti) e dell’Allegheny (fiume), è diventata biologa marina, quando per le donne non era ancora così scontato occuparsi di argomenti scientifici. I suoi studi erano confluiti in un testo (Il mare intorno a noi, 1961, Piano B 2019) che rimane fondamentale per capire lo status quo di un elemento tanto vitale sul finire degli anni Cinquanta.
    Nel libro confluiscono i suoi studi più che ventennali.
    Nella prefazione, l’autrice scrive, tra l’altro: “Sebbene il curriculum dell’uomo come amministratore delle risorse naturali sia scoraggiante, per lungo tempo abbiamo tratto un certo conforto dalla persuasione che almeno il mare fosse inviolato, al di là della capacità dell’uomo di mutare e saccheggiare. Ma questa convinzione si è sfortunatamente dimostrata ingenua … al punto che senza quasi discutere la cosa e quasi senza avviso pubblico, almeno fino alla fine degli anni Cinquanta il mare è stato scelto come luogo ‘naturale’ di seppellimento dei rifiuti contaminati e di altri “scarti di basso livello” dell’era atomica” (p. 10).
    L’ingenuità di cui parla l’autrice mi riporta alla mente un altro libro, scritto un secolo prima (tra il 1857 e il 1861) da Jules Michelet: Il mare (Il Melangolo, 1992). Il mare protagonista di Michelet (1798 – 1874) è ancora affascinante, potente, descritto con minuzia eloquente, retorica e ‘positiva’. È espressione di altri tempi. Il mare, in quel momento storico, ne ha già viste di tutti i colori, per alcune migliaia di anni. Nasconde reperti di navi diverse, ha fatto suoi i naufraghi di ogni paese. Rifiuti ‘sostenibili’.
    Quel mare, protagonista delle pagine di un autore ottocentesco “uomo d’archivio e di scrittoio, affondato nelle carte più che nella vita” non esiste più. Non a caso, Antonio Tabucchi ne Il capodoglio nel Tago, il breve testo introduttivo all’edizione de Il Melangolo, lo definisce “un libro triste” perché “niente è più triste dell’ottimismo quando il futuro lo deride. La lettura di quell’uomo positivo che fu Michelet, assertore convinto del Progresso, paladino della Scienza che cantò a voce spiegata l’inno della Natura, oggi ha l’effetto di uno strumento arrugginito che suona fra i detriti di plastiche che il mare porta inesorabilmente a riva”.
    Il saggio di Rachel Carson rappresenta una sorta di contraltare de Il mare di Michelet. È frutto della tristezza che segue gli effetti del progresso, della fuga in avanti del progresso che si è incrinata, inesorabilmente, nel corso di un secolo.
    Il progresso che ha portato l’acqua corrente (almeno in una parte del mondo) alle fontane e ai rubinetti dall’inizio del Novecento, ha caracollato in modo inarrestabile al punto da portare distruzione laddove arrivava. Ha introdotto, nel mare e sulla terra, elementi distruttivi tali da mettere a rischio gli elementi naturali – acqua, aria, suolo – e gli esseri viventi. È vero, basta aprire un rubinetto per avere l’acqua a disposizione. Non è più tempo di brocche. Ma cosa c’è, in quell’acqua? I prodotti della terra – legumi, cereali, verdure – sono ordinatamente esposti nei banchi del supermercato. Ma come sono stati coltivati, quali prodotti chimici sono stati utilizzati, da dove arrivano? E, ancora, quanti hanno accesso all’acqua da un rubinetto?
    La sempre crescente consapevolezza di tutti gli elementi di disequilibrio introdotti dall’uomo nella natura ha indotto Rachel Carson (attenzione: nel 1958!) a scrivere il suo secondo testo ‘divulgativo’, Primavera silenziosa. La sua attenzione si sposta dall’acqua alla terra. In diciannove capitoli narra l’avvelenamento sistematico del terreno a partire dal 1942, quando ha inizio l’era del DDT e, in generale, delle sostanze chimiche di sintesi – erbicidi e insetticidi – che si diffondono di pari passo con la monocultura e l’industrializzazione delle coltivazioni, già avviata con l’introduzione delle prime macchine. Complice la guerra, il beneplacito alla sperimentazione e all’uso di prodotti provenienti dalla chimica sintetica. La ‘lotta’ dell’uomo contro la natura, iniziata millenni prima nel lento passaggio da raccolta e caccia a coltivazione, subisce un’accelerata incredibile e incontrollabile. Capitolo dopo capitolo l’autrice prende in esame casi specifici, con dovizia di particolari e di documentazione, raccontandoli con precisione in una narrazione scientifica e al tempo stesso attraente. Non si riesce a smettere di leggere. Ogni singolo caso è un ‘pugno nello stomaco’. Sicuramente contribuisce a prendere consapevolezza: sulla persistenza di queste sostanze nel suolo, sulla diffusione dell’inquinamento, sulla distruzione di animali selvatici, sull’eliminazione sistematica di insetti ritenuti nocivi, sull’inquinamento delle acque (dei fiumi, grandi e piccoli che confluiscono nel mare). Le stesse acque che, evaporando e condensandosi, torneranno sulla terra ‘arricchite’ di elementi inquinanti.
    Il territorio preso in esame è quello degli Stati Uniti. La diffusione di erbicidi e insetticidi non ha confini. Per due motivi, sostanzialmente.
    Perché i confini sono convenzioni imposte dall’uomo. La natura e gli agenti che l’uomo immette nella natura non li conoscono e non li rispettano. Deve essere l’uomo a rispettare la natura e le sue esigenze.
    Perché, a partire dalla domesticazione di piante e animali fino al controllo completo sulla natura (ossia alla distruzione sistematica e, idealmente, ‘mirata’ delle erbacce e degli animali ‘nocivi’), ha prevalso la logica del progresso come profitto. L’agricoltura è diventata un’industria, il suo fine è il profitto. Senza tenere conto del danno arrecato all’ambiente.
    Il DDT è stato abolito negli Stati Uniti nel 1972, trent’anni dopo l’inizio della sua diffusione scriteriata. L’abolizione in Italia avvenne nel 1978.
    La messa al bando del DDT non ha significato mettere al bando erbicidi e insetticidi. Ha solo eliminato una parte di un problema che ha continuato a crescere in modo inarrestabile, anche quando i danni sono (ri)diventati evidenti alle persone più attente.
    Mai come in questo caso le date parlano: la logica conseguenza dei danni provocati all’ambiente avrebbe dovuto portare a un’inversione di tendenza. Di fatto, ce ne sono stati casi esemplari negli anni Settanta. Un esempio per tutti, è quello di Gino Girolomoni, agricoltore biologico, e della Cooperativa Alce Nero (oggi Gino Girolomoni Cooperativa agricola). Ma, per quanto gli esempi possano essere profondi, documentati e appassionati, in generale, la consapevolezza sulla minaccia dell’attacco messo in atto contro la natura continua ad essere scarsa, come afferma l’autrice nel primo capitolo.
    Leggere oggi per la prima volta Primavera silenziosa è consigliabile. Può essere determinante per modificare in profondità il punto di vista con cui si guarda – distrattamente – alla rovina dell’ambiente di cui, direttamente o indirettamente, siamo responsabili.
    È fondamentale per le giovani generazioni proiettate nel mondo del supermercato che non facilita la consapevolezza della provenienza del prodotto. Ma è indispensabile anche per i loro genitori e per i loro nonni. Perché non è facile acquisire consapevolezza di cosa è cambiato, di quanto massiccio è stato ed è l’intervento sull’ambiente, di quanto ciascuno può fare per rallentare il processo di distruzione.
    Rileggerlo è un modo per fare i conti con il proprio passato.
    Nel 1962 avevo 11 anni e le mie estati trascorrevano in campagna, con i pavimenti di cotto da annaffiare prima di spazzare, le mosche sempre presenti (la stalla era al pianterreno della casa, sotto le finestra delle camere; poco distante, c’era la concimaia; l’acqua da bere, attinta dal pozzo, si conservava al fresco nelle brocche). Per quanto ne so, il letame era l’unico concime che si usava. Per certi aspetti un mondo ‘bucolico’, molto lontano, spazialmente e culturalmente, dalla realtà rappresentata in Primavera silenziosa. A conti fatti, sono rimasta pervicacemente ancorata a quell’ambiente e a quella natura, che riproduco in giardino dove le infestanti sono le benvenute insieme alle api e ai bombi che le ‘invadono’. Quando ho letto Primavera silenziosa per la prima volta, alcuni anni fa, ho avuto la sensazione precisa di un colpevole ritardo, quasi che il mondo che avevo conosciuto avesse funzionato, almeno in parte, da paraocchi.
    Il passaggio definitivo all’industria dei prodotti agricoli è avvenuta, inesorabilmente. La logica del profitto e del mercato ha vinto. Con essa la difficoltà diffusa di guardare alla situazione, l’incredulità sugli effetti di tale logica, lo scherno da parte di molti nei confronti di chi si erge a paladino dell’ambiente e di chi tenta soluzioni alternative.
    Nell’edizione Feltrinelli 2019, il testo è preceduto da una introduzione di Al Gore, vicepresidente degli Usa nel periodo 1993 -2001. Ecco l’incipit: “Per chi ricopre una carica elettiva scrivere di Primavera silenziosa è un’esperienza umiliante: il libro di Rachel Carson, pietra miliare dell’ambientalismo, è la prova innegabile di quanto il potere di un’idea possa essere di gran lunga più forte del potere dei politici”.
    In quarta di copertina la presentazione del libro inizia con queste parole: “è raro che un libro riesca a modificare il corso della storia, eppure questo saggio è riuscito a farlo”.
    Ora, mi guardo intorno, in questa primavera anomala, e mi domando: ma realmente la consapevolezza sulle questioni ambientali è aumentata? Veramente le questioni ambientali sono diventate una priorità? Veramente tutti sono pronti a rinunciare a qualcosa di artefatto in cambio di qualcosa di semplice e genuino? Veramente siamo tutti disposti a fare un passo indietro per ridistribuire più equamente quello che abbiamo? E, soprattutto, quanti sono i ‘politici’ che si sentono umiliati?
    O non è piuttosto vero che in realtà non riusciamo (o non vogliamo) a prendere consapevolezza di un’indispensabile inversione di tendenza, neppure di fronte all’evidenza?
    In questo periodo di isolamento forzato, determinato dall’emergenza pandemia, è divenuto impossibile non vedere l’effetto prodigioso che ha avuto sulla natura la chiusura di attività inquinanti, il ridimensionamento dei trasporti, e così via.
    E’ evidente che si deve riprendere, che è necessario riaprire e ricominciare a vivere.
    Ma è altrettanto evidente che consapevolezza significa prendere atto dei rischi e avere un piano per affrontare le emergenze e per modificare con prudenza e determinazione il caracollare del progresso verso la distruzione.
    È palese, peraltro, che il piano non c’è. E questo nella maggior parte dei paesi, a partire da quelli che hanno più peso sugli equilibri del mondo politico ed economico.
    Leggere il libro di Rachel Carson significa percepire l’abbaglio colossale che è alla base dell’attuale situazione. Ossia non rendersi conto che, per attuare un piano diverso, sostenibile, è necessario fare un passo indietro e riconoscere che la natura, senza di noi, vive benissimo e si riprende i suoi spazi, con facilità e in breve tempo. Siamo noi che, avvelenando la natura, distruggiamo noi stessi.
    L’epigrafe posta dall’autrice ad apertura del testo è una frase di Elwyn Brooks White (1899 – 1985): “Sono pessimista sulla sorte della razza umana perché essa ha troppo più ingegno di quanto ne occorra al suo benessere. Noi ci accostiamo alla natura solo per sottometterla. Se ci adattassimo a questo pianeta e lo apprezzassimo, invece di considerarlo in modo scettico e dittatoriale, avremmo migliori probabilità di sopravvivere”.
    È indispensabile un nuovo corso per realizzare un programma concreto di adattamento sostenibile alla natura e di rivalutazione della natura.
    Le piccole azioni di tutti potrebbero confluire nel piano generale e sostenerlo.
    Il condizionale resta d’obbligo, purtroppo. Magari, si può cominciare dalla lettura.
    Leggere, o rileggere, con i bambini (ma va bene anche per i grandi), La tela di Carlotta di Elwyn Brooks White, è un piccolo inizio.
    Leggere un testo appena uscito (E. Borgomeo, Oro blu. Storie di acqua e cambiamento climatico, Laterza 2020), può divenire un elemento di consapevolezza sullo stato dell’acqua e sul privilegio di poterne (ancora) usufruire. L’ho aggiunto alla lista dei libri da leggere.
    Ma la lista è lunga, basta volerlo.
    La lettura può rappresentare un buon metodo per passare a piccoli gesti quotidiani dettati dalla consapevolezza.

     


     

  • BASTA UNA BROCCA
    PER RIPENSARE IL PASSATO
    E RIFLETTERE SUL FUTURO

    data: 30/04/2020 16:44

    In questi giorni sto rileggendo un libro fondamentale. Non è un libro recente ma merita una rilettura. In verità, anche più riletture. E suscita tante riflessioni, difficili da organizzare. A ogni pagina trovo sottolineature e appunti. Ogni appunto merita un approfondimento. Soprattutto ha bisogno di sedimentare. Solo la sedimentazione permette di comprenderne fino in fondo la portata.
    Mentre cerco di trovare, come si dice, il bandolo della matassa, il pensiero corre a un altro filo. In questo caso, non è propriamente un filo ma una corda. Quella a cui era legato il secchio per attingere acqua dal pozzo, nella casa della mia infanzia. Dal secchio, l’acqua veniva trasferita nella brocca e, con la brocca, arrivava in cucina. E mi sono ritrovata a pensare che nella mia vita le brocche sono almeno tre, diverse. E, per quanto possa sembrare incredibile, in qualche modo c’è un legame con il libro sul quale sto riflettendo. Così, mi prendo un po’ di tempo per raccontare queste tre brocche. Il titolo del libro? Per ora lo lascio in sospeso.
    La brocca di coccio
    La cucina è molto ampia e molto scura, una sola finestra e due lampadari a una sola lampadina, fioca. Dalla sala da pranzo ci si arriva per un corridoio molto stretto, quasi un cunicolo, ricavato nel sottoscala.
    Annessa alla cucina c’è la dispensa. Per le derrate che hanno bisogno di stare al fresco, bisogna andare in cantina (la grotta che corre sotto la grande casa, da una parte all’altra. Chi mai avrà avuto il coraggio di percorrerla tutta? Sicuramente, è stata rifugio durante i bombardamenti). In cucina, credenze a muro, un grande camino, un tavolo appoggiato alla parete, completato da sedie impagliate, sulla parete di fondo, un lavello, un piano di lavoro, i fornelli. Pavimento di vecchio cotto da ‘innaffiare’ prima di spazzare per non sollevare la povere.
    Nel ripiano accanto al lavello, troneggia la brocca di coccio. Anzi, le brocche.
    Sulla cucina regna, indisturbata, Corona, governante e cuoca della grande casa.
    Corona è addetta alle colazioni, ai pranzi, alle cene di tutta la famiglia con il supporto dell’orto, della stalla, dal pollaio, dei campi, degli alberi da frutto. E con quello della padrona di casa che presiede alla scelta delle pietanze, integra con gli acquisti (pochi) fatti in città, con la raccolta delle erbe spontanee e con le ricette di dolci per le occasioni speciali. Su tutti, la torta di nocciole.
    I ruoli si invertono, quando è tempo di marmellate. In questo periodo la padrona di casa diventa protagonista. Ma il supporto di Corona rimane indispensabile.
    L’acqua corrente è già una realtà, probabilmente lo è diventata all’inizio del 1900 (anche se la pressione molto bassa rende necessaria una riserva sempre disponibile).
    Per bere, si attinge l’acqua dal pozzo.
    Così Corona fa rifornimento dal pozzo in fondo all’aia, una casetta in miniatura, con il tetto spiovente, la porticina che affaccia sull’interno, la carrucola ben salda al soffitto, il secchio per attingere l’acqua appeso sulla parete interna, a un grosso chiodo.
    Corona, stacca il secchio, afferra saldamente la corda e giù fino a sentire il tonfo nell’acqua. Poi lo tira su fino a poggiarlo sulla base di pietra dell’apertura e riempie con attenzione la brocca.
    E riparte, con lo strofinaccio avvolto a ciambella sulla testa (il ‘cercine’), la brocca in equilibrio, fino alla cucina. Canticchiando, sempre (“Campagnola bella”, “Papaveri e papere”, “Ho un sassolino nella scarpa”). Come poteva conoscerle? Non l’ho mai saputo. Una cosa è certa, la televisione è entrata in questa casa molti anni dopo il suo approdo in Italia (nel 1954), con la disapprovazione pervicace e ostinata del capo famiglia.
    Brocche d’oro per Atena e per Odisseo
    Atena si presenta nelle vesti di Mente, capo dei Tafi, nella reggia di Odisseo, dove i Proci la fanno da padroni. Ha il compito di innescare il meccanismo che farà tornare a casa Odisseo, dalla guerra e dai suoi successivi vagabondaggi mediterranei. Il suo bersaglio è Telemaco, figlio di Odisseo, che fa gli onori di casa all’ospite ma, per il resto, assiste imbelle allo scempio portato dai Proci nella reggia.
    Il primo atto ospitale è il lavacro delle mani. A questo scopo, un’ancella si avvicina con una brocca (πρόχους) d’oro, piena di acqua:
    Venne un’ancella a versare lavacro da brocca / bella, d’oro, su un bacile d’argento / ché si lavasse; e avanti gli trasse una mensa pulita (Odissea, I, 136 -138, Trad. Rosa Calzecchi Onesti).
    Gli stessi versi ricorrono identici nel libro VII (vv. 172 -174). Qui Alcinoo, re dei Feaci, accoglie Odisseo. L’incontro con Nausicaa è già alle spalle. Alcinoo si rassegna presto all’idea che Odisseo, approdato - naufrago ma pur sempre sovrano - sulle coste della sua terra non potrà essere lo sposo della figlia. Il ritorno a Itaca sta per concretizzarsi grazie alla nave che il re Alcinoo mette a disposizione dell’ospite. È una delle tante scene tipiche ricorrenti, dalle quali spesso emerge la cultura materiale.
    In entrambi i casi si tratta di una brocca d’oro. In ambiente regale non poteva che essere così.
    Ma c’erano anche brocche di terracotta, semplici – come quelle che troneggiavano nella cucina che è stata il regno di Corona – o variamente decorate, con la stessa funzione: portare l’acqua. Recuperate nei siti archeologici, fanno bella mostra di sé nei ripiani dei Musei. Oppure tra le pagine dei libri di archeologia, uno tra tutti, ormai datatissimo, Giovanni Becatti, L’arte dell’età classica, Sansoni 1971 (I ed. 1965). Scorro le pagine del manuale, piene di appunti, di sottolineature, di rimandi. Non si perdono mai le abitudini!
    La ‘conca’ abruzzese
    Le brocche dei personaggi di Omero sono in bell’ordine nei musei, catalogate, analizzate, datate, descritte nei particolari in articoli e libri. Anche se non avessero il valore di reperto archeologico, non sarebbero più utilizzate per lo scopo per cui sono nate. Esattamente come le brocche utilizzate per attingere acqua nelle case fino a circa settanta anni fa, poco più poco meno. Anche queste ultime, sono diventate al massimo un oggetto da mettere in bella mostra in un angolo di casa, senza più alcun legame con la preziosa concretezza della situazione in cui venivano utilizzate.
    Alcune di queste sono già entrate di diritto nei Musei, soprattutto in quelli piccoli, di paese, intitolati alle tradizioni popolari e alla civiltà contadina. O nei cosiddetti musei etnografici.
    Oppure in piccole collezioni private. È il caso della brocca di Rosella. O, meglio, della brocca ereditata da Rosella, esposta in un ambiente rustico, ancora oggi utilizzato in parte come dispensa, in parte per i lavori di stagione (fare i pomodori ad agosto, la sfioratura dello zafferano a ottobre, ecc.) e in parte come collezione museale. In realtà, chiamarla brocca è una forzatura: è una conca. E non è in coccio (né tanto meno in oro!) ma in rame. È la classica conca abruzzese, con le due anse e, a volte, il mestolo per attingere l’acqua e bere.
    Materiali diversi, decorazioni diverse, forma sostanzialmente simile e la stessa funzione da tremila e più anni a questa parte per un oggetto che il progresso ha rapidamente reso obsoleto (in questo angolo di Abruzzo le fontane pubbliche risalgono al 1901).
    Non lo rimpiangiamo, certo. Non avrebbe alcun senso. Ma ci offre l’occasione per riflettere su un bene prezioso come l’acqua che il progresso (sotto forma di acqua corrente sempre a disposizione) ci ha abituato a considerare scontato. Ma che scontato non è. A meno che l’ambiente non torni al centro dell’attenzione di noi umani, decisamente spreconi e molto superficiali. Per capirlo non c’è che un modo: ripensare il passato e capire dove e come abbiamo perso l’attenzione per ciò che ci permette di vivere. A partire dalle piccole cose. È la condizione indispensabile per guardare al futuro con fiducia.

    Post Scriptum: a scanso di equivoci, non ho inventato a bella posta il nome Corona. È un nome femminile, sicuramente desueto, di ispirazione religiosa. Corona è stata una martire cristiana. Per me una presenza importante nella mia vita di bambina.
     

  • "REWILDING", OSSIA
    "RINSELVATICHIRE"

    data: 23/04/2020 18:20

    Il percorso di lettura dedicato alla natura, nato sui classici, si sviluppa ormai da tempo a partire dalle note. Mi spiego: tranne pochi casi, le mie scelte sono orientate su libri corredati da un ricco apparato di note. Le note permettono di risalire alle fonti e agli studi scientifici e, dunque, consentono l’approfondimento. E invogliano ad ampliare il ventaglio di letture.
    In questo percorso seguo un filo logico che, peraltro, come tutti i fii, tende a ingarbugliarsi e infittirsi. La logica c’entra fino a un certo punto, nel passare da un libro a un altro.
    C’entra, soprattutto, l’amore per la conoscenza. Mi riconosco nella definizione che ho trovato, appena qualche giorno fa, in Edmund O. Wilson: “Una educazione che sia davvero rivolta alla formazione culturale deve trovare il modo per incentivare la passione per la scienza e insieme per le discipline umanistiche, ossia per la cultura intesa nel senso migliore” (La Creazione, Adelphi 2008, p. 149). Seguendo questi andirivieni, ho intrapreso la lettura di Selvaggi. Il rewilding della terra, del mare e della vita umana di George Monbiot (Piano B Edizioni 2018).
    Come sempre, quando leggo, ho accanto a me una matita per sottolineare, una penna e un quaderno per prendere appunti. Già dai primi capitoli, mi sono resa conto di doverli usare spessissimo.
    Il titolo, a prima vista, è rassicurante. O, almeno, lo è il sottotitolo - Il rewilding della terra, del mare e della vita umana, anche se il termine in inglese dà da riflettere. Così riconsidero il titolo originale, nel suo insieme: Feral. Searching for Enchantment in The Frontiers of Rewilding. Due cose mi colpiscono: la scelta dell’aggettivo ‘selvaggio’ (feral, propriamente definisce lo stato selvaggio riacquistato dopo la domesticazione, ‘wild’ = ‘selvatico’) e la sostituzione dell’originale sottotitolo con uno più tranquillizzante, descrittivo, che rende con immediatezza il contenuto, banalizzandolo. La scelta del titolo, sicuramente, è determinata dall’impossibilità, in italiano, di rendere una condizione (‘feral’) con un aggettivo al singolare. Così, si è scelta l’opzione di usarne uno al plurale, ‘Selvaggi’, più efficace di ‘Selvatici’.
    Sembrano sottigliezze. Si può spiegare come Guccini spiegava perché è bello leggere i romanzi di Jack Kerouac mantenendo i nomi in inglese (Statale 17, in Beat folk N. 1): ‘gli americani ci fregano con la lingua’. Tant’è che nel sottotitolo Rewilding è rimasto in inglese (peraltro, è entrato recentemente - 2011- nel dizionario, come l’autore spiega). Si è perso, però, nella versione italiana del sottotitolo, il termine più significativo: ‘Enchantment’. Ossia l’incanto della ricerca di luoghi ‘rinselvatichiti’, lasciati, volutamente, al rinselvatichimento spontaneo della natura. Rinselvatichiti e rinselvatichimento sono termini oggettivamente ‘brutti’. Nel dizionario italiano esistono, come esiste il verbo ‘rinselvatichire’ che significa appunto ritornare alla condizione ‘selvatica’ (‘si dice, propriamente, di animali o piante che dallo stato domestico, o coltivato, riacquistano caratteri o comportamenti proprî della condizione selvatica’, dal Dizionario Treccani online). Se ne trova ancora qualche traccia nelle silvae che Plinio il Vecchio passa in rassegna nella sua Naturalis Historia (l. XVI). Ma, già ai suoi tempi, molto del carattere originario si era perso.
    Iniziare la lettura significa immergersi in scenari molto diversi. Ogni capitolo è un tuffo in un mondo nel quale si riconoscono gli effetti, contrapposti, del controllo sulla natura o, viceversa, l’effetto del Rewilding. L’approccio non è rassicurante, volutamente. Non certo per il contatto ravvicinato con il ‘selvatico’ quanto perché questo contatto grazie alle parole dell’autore è tanto consapevole e diretto da riuscire a scardinare le convinzioni rassicuranti sul contatto con la ‘natura’ di cui spesso ammantiamo i nostri discorsi. Il ribaltamento dei punti di vista consueti è tanto forte da diventare indispensabile nella costruzione della consapevolezza del disastro di cui ci siamo resi responsabili, direttamente o indirettamente.
    A partire da una questione di base fondamentale: quello che chiamiamo ‘natura’ (paesaggi coltivati, bucolici, boschivi, prati, giardini, parchi, oceani, mari, spiagge, laghi, fiumi, ruscelli, ecc.) non è affatto naturale. E’ il risultato di un intervento dell’uomo che dura da millenni. E’ un intervento di domesticazione che è stato attuato su tutti gli ambienti e su tutti gli esseri viventi, nella assoluta convinzione di essere nel giusto. George Monbiot si immerge nei luoghi in cui l’uomo decide di farsi indietro, lasciando spazio alla natura. E ce li racconta, con dovizia di particolari e riferimenti puntuali alla documentazione (nel corpo del testo e nelle note). Spesso, li contrappone a quelli domesticati, ottenendo un effetto a contrasto estremamente significativo. Sono i luoghi dell’incanto.
    Dove si trovano? Si va dal Brasile – nel territorio degli indigeni Yanomami – alle coste del Galles, dal territorio Masai in Kenia alle superstiti foreste in giro per l’Europa, dalla Scozia alla Romania e alla Slovenia. Per individuare con certezza i luoghi, ho recuperato l’Atlante dall’angolo dei libri dimenticati (ma comunque sempre recuperabili). È un’edizione del 1980 dell’Atlante geografico metodico dell’Istituto Geografico De Agostini, superato per molti aspetti (i confini oilitici) ma utile per individuare luoghi fisici: ad esempio, mi è stato prezioso per ‘ripassare’ il percorso degli affluenti di destra del Danubio - Kolpa e Sava – in un capitolo che prende le mosse da un altro fiume, l’Isonzo, a Caporetto. Solo nel caso del Galles, non mi ha aiutato: individuare i tratti di costa della Baia di Cardigan dal nome in gallese, non è propriamente una passeggiata!
    E’ impossibile dar conto di tutti gli ambienti di cui l’autore parla nell’analisi delle differenti situazioni. È importante affrontare la lettura sapendo che le cronache dai luoghi più disparati sono scandite da riflessioni illuminanti, a partire dall’idea che “Rewilding significa resistere alla pulsione di controllare la natura: è permettere alla natura di trovare la propria strada (p. 13)” perché il ‘restauro ecologico è un lavoro di speranza” (p.154 ) di cui la natura deve essere protagonista.
    I quindici capitoli sono tutti preceduti da un titolo che suggerisce, direttamente o indirettamente, il particolare incanto che il capitolo stesso indaga.
    Ogni titolo è seguito da un’epigrafe tratta da un autore di lingua inglese. Ogni epigrafe suggerisce un particolare punto di vista. In alcuni casi ho ricercato il testo da cui la citazione è tratta, scoprendo che potrebbe diventare un percorso originale sul particolare punto di vista che l’immaginario letterario dedica al rapporto uomo natura. Ho debitamente appuntato sul quaderno i riferimenti essenziali. Non si sa mai, potrei tornarci su.

    Post Scriptum: mi rendo conto che è già la seconda volta che uso una citazione da Guccini. Sicuramente, chi legge non avrà dubbi sulla mia appartenenza generazionale.
     

  • PASSEGGIANDO FRA LE PIANTINE CHE SBUCANO DA OGNI FESSURA SOTTO CASA

    data: 17/04/2020 16:30

    Nel 1899 Navelli (AQ) aveva circa 3000 abitanti. L’ho scoperto, per caso, in un libro di geografia nella biblioteca storica del Liceo Classico Ennio Quirino Visconti, situato in un’ala del Collegio Romano, la sede dell’istruzione gesuitica (dal 1584 al 1870).
    Poi c’è stato il XX sec. Il risultato? Oggi Navelli ha circa 400 abitanti stabili, un po’ di più in agosto. La maggioranza è anziana. Il distanziamento sociale è la norma, tranne poche occasioni (la posta, la farmacia, lo studio medico, la piazza nei giorni di mercato, le ‘postazioni’ dei negozianti con le loro botteghe su quattro ruote - verdura e frutta, pesce fresco, formaggi - e, naturalmente, la Chiesa parrocchiale).
    Da questo angolo di mondo, arroccato su un colle nel cuore dell’Appennino abruzzese, affacciato sulla SS 17 (la stessa della canzone di Guccini, per chi se la ricorda), a metà strada tra L’Aquila e Sulmona, ai piedi del Gran Sasso e con vista sulla Majella, viviamo il distanziamento sociale in tempi di emergenza.
    Chiusi o regolamentati i luoghi pubblici, osserviamo tutti, scrupolosamente, le regole. Nel nostro caso rappresentano solo un irrigidimento della situazione consueta: in paese, per incontrarsi, bisogna volerlo. Ognuno si è ‘attrezzato’ per l’emergenza. Chi ha un fazzoletto di terra annesso alla casa, si trova in una situazione privilegiata.
    Per camminare un po’, mi sono abituata a fare un percorso di circa duecento metri, nelle viuzze attorno a casa. Il percorso è sempre lo stesso, andata e ritorno.
    Un’occasione per osservare e riflettere.
    I primi giorni, ho osservato le maniglie e gli anelli di metallo sui portoni chiusi da un numero imprecisato di decenni. Poi, sono passata a osservare gli anelli in pietra, ben saldi alle pareti accanto ai portoni. Quelli dove un tempo si legavano gli asini al ritorno dai campi.
    Sono piccoli segni di un’ ‘architettura senza architetti’ (cfr. Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects, 1972). Testimoniano centinaia di anni di storia e un secolo di progressivo abbandono.
    Navelli è un caso isolato? Assolutamente no. La penisola è piena di situazioni come questa, lungo la fascia appenninica e, in generale, al di sopra dei 700 msl.
    Ho come l’impressione che, una volta finita l’emergenza, si dovrebbe cominciare a ripensare seriamente il territorio (gli spazi, il lavoro, i trasporti, i servizi ecc. Le questioni sono tante e il modello unico – la città che tutto ingloba – forse ha fatto il suo tempo).

    Dopo le maniglie sui portoni e gli anelli sulle pareti, ho trasferito lo sguardo verso il basso.
    Lungo il percorso, nascono tante piante, tra gli interstizi della pavimentazione.
    Ogni scalino, una pianta diversa. Ci sono tarassaco, romice, bocca di leone, menta, un cardo e molte altre cui non so dare un nome. Almeno, non con sicurezza.
    La varietà di quello che si riesce a scoprire anche in un percorso di soli duecento metri, per una viottola impervia, sempre, tutti i giorni dell’anno, indipendentemente dall’attuale emergenza, è incredibile. Questa varietà è il segnale della forza della natura.
    L’uomo vuole costringerla, affossarla e soffocarla. E lei – niente - spunta fuori da qualsiasi interstizio. Dovunque si trovi un po’ di terra, un seme riesce ad attecchire, a farsi strada.
    Complici il vento, gli insetti, la pioggia, il sole, la natura fa il suo lavoro. E le piante – erbacce, vagabonde, nomadi, comunque le si voglia chiamare – crescono.
    Poi arriva l’uomo e le taglia.
    Perché ormai da millenni si è autopromosso a dominatore della natura, livellando, uniformando e distruggendo. Tentando in ogni modo di rendere la natura monotona.
    E ha trasformato la monotonia così ottenuta nella sua noia.
    Allora ben venga la passeggiata obbligata entro 200 m da casa, curiosando tra le fessure delle pietre, agli angoli tra fondo stradale e mura delle case …
    C’è tanto da scoprire, osservando la natura. C’è tanto da imparare. Non c’è spazio per la noia.
    Tornando a casa, mi viene in soccorso un passo tratto da La creazione di Edward O. Wilson (Adelphi, 2008):

    “La natura difficilmente muore. Anche nel più triste parcheggio per auto vedrete le piccole tenaci erbacce che fanno capolino da una fessura nel calcestruzzo, il ciuffo d’erba su un cordone di marciapiede, la macchia debolmente colorata di una colonia di cianobatteri sul muro dell’edicola che distribuisce i biglietti d’ingresso. Osserviamo da vicino questa piccole creature che prosperano nel loro povero ecosistema: l’acaro, il piccolo verme. Il bruco che si agita per diventare farfalla. Questi organismi selvatici sono la linea di resistenza, l’avanguardia dell’inevitabile ritorno della Terra al verde e al blu. E attendono pazientemente che noi cambiamo idea. Essi possono ancora riportare in vita parte di quello che noi ci accaniamo a distruggere con così pochi scrupoli”.

    Le regole del distanziamento sociale stanno mettendo a nudo la difficoltà a vivere entro confini circoscritti, la disabitudine a soffermarsi sulle piccole cose, la noia della quotidianità.
    Tutto sembra monotono. In condizioni ‘normali’ si fugge la monotonia. In condizioni eccezionali, la monotonia diviene insopportabile.
    Ma, attenzione, molto dipende dalla capacità che abbiamo di riconoscere la varietà in un’apparente monotonia. Un paesaggio può risultare monotono ai nostri occhi.
    Ma siamo sicuri di guardarlo veramente?
    Se ci sforziamo di osservare, volendo realmente vedere, la situazione potrebbe cambiare. Proviamo a mettere al centro dell’attenzione le piccole cose: una maniglia su una porta abbandonata, un anello di pietra sulla parete di una casa dove non vive più nessuno da decenni (dove sarà? dove sono i suoi discendenti? In Australia, in Canada? o forse in Venezuela? quando è andato via? Dopo la prima guerra o dopo la seconda?), le piantine che sbucano da ogni fessura e che parlano di una natura più forte di noi, a dispetto della nostra ansia di dominarla.
    Piccole cose che dicono molto se solo ci fermassimo ad ascoltarle, che ci invitano a non avere fretta. E ad approfittare di questo periodo per ripensare le nostre scelte, troppo spesso scriteriate.
     

  • UN LIBRO TIRA L'ALTRO
    ACCOMPAGNANDOTI
    PER TUTTA LA VITA

    data: 12/04/2020 17:32

    La mia avventura con i libri è iniziata molto, molto presto. Per qualche strana alchimia ero attratta dai libri fin da bambina. E il rimprovero di mio padre, che lamentava i miei maldestri tentativi di afferrare i suoi libri, mi ha accompagnato per tutta la vita. Non è riuscito, peraltro, a farmi desistere da un percorso di lettura che si è andato ampliando e diversificando con il tempo.
    La libreria nello studio del nonno – antica, polverosa, scura, ricolma di libri di medicina e di un’ampia sezione letteraria (ivi compresi romanzi, novelle e racconti scritti e pubblicati dal nonno tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta) – ha segnato i miei anni di adolescente che si rintanava nello studio per affrontare i compiti di latino e greco, le materie sulle quali ho puntato fin dalla scuola media (unificata da lì a poco senza che realmente si fosse capita la vera portata del cambiamento).
    Perché mai una ragazzina, all’inizio degli anni Sessanta, si mette in testa con una caparbia fuori del comune di riuscire in quelle particolari discipline? La domanda è lecita.
    Le risposte sono almeno tre.
    La prima è un profondo senso di vergogna. Quinta elementare. Sono vicina alla cattedra. In un testo scrivo ‘dio’ con la minuscola. La maestra mi addita al ludibrio della classe intera. Non ho mai ‘digerito’ quel rimprovero. Non combaciava con la molteplicità di dèi con cui ero già entrata in contatto nelle pagine del sussidiario.
    La seconda è una sfida. Prima media. Il primo compito di latino e un risultato pessimo. Il giudizio tranciante di una professoressa – di quelle che non hanno mai dubbi, a prescindere - che assolutamente non ricordo. Io, undicenne, ho deciso che non gliela avrei data vinta.
    La terza è un fattore puramente casuale. Tra tutti i professori che ho incontrato nella carriera scolastica, i migliori – senza dubbio alcuno – sono stati quelli di materie classiche, per dottrina, serietà e metodo.
    Al punto da ricordarne i nomi: Raimondo Pesaresi, durante una breve parentesi da studentessa ginnasiale nel liceo classico di Viterbo, e Emidio Panichi, in un liceo romano. Sugli altri è sceso il pietoso velo dell’obblio.
    Sono esperienze che segnano e, direttamente o indirettamente, determinano il corso delle cose.
    Inutile ricordare i lunghi anni di apprendistato sul campo (ossia, in aula), contrassegnato non certo dalla necessità di formare un docente ma dalle macchinose, lunghissime procedure per entrare in ruolo (supplenze ‘accumulapunti’, corsi ‘accumulapunti’, un primo concorso ‘abilitante’, il secondo concorso ‘a cattedre’).
    Sono lunghi anni di pratica in classi sempre diverse, con il bagaglio degli studi liceali e di quelli universitari, orientati inevitabilmente agli studi classici (università prestigiosa, senza dubbio, ma nel settore ‘filologia classica’ chi mai si è preoccupato di dover formare non tanto filologi quanto insegnanti? Soprattutto in anni difficili, in cui le mura rassicuranti di una biblioteca potevano schermare la visione del mondo esterno. E soprattutto in un mondo che, già da quegli anni, non ha più bisogno di molti filologi).
    Il vero bagaglio sono i classici e i dubbi perenni che mi accompagnano da allora (cosa proporre, come studiare, perché quel passo e non l’altro, come far diventare un particolare passo un bagaglio vivo e presente per un giovane degli anni Settanta, Ottanta, Novanta e, poi, del nuovo secolo?).
    Forte di questo bagaglio, mi sono attrezzata. Ho selezionato, scelto, proposto, discusso, accolto proposte, sollecitato il dibattito su temi provenienti direttamente dal mondo di Omero, dai viaggi di Erodoto, dal teatro di Dioniso, dall’assemblea ateniese, dalla guerra del Peloponneso, dalle scuole filosofiche, dalle biblioteche, da Roma repubblicana, imperiale, universale e cristiana.
    Quando le scelte dei libri di testo – a volte decisamente prevedibili o, come dire, ‘patinate’ - non mi soddisfacevano, integravo con altri testi. Non per niente, erano ancora i tempi in cui si leggeva Mario Lodi. Idealmente il libro di testi e letteratura, greca e latina che fosse, doveva essere sempre in fieri, doveva essere vivo, doveva presentare questioni attuali. Tucidide ma anche Ippocrate, per esempio. Platone, certo, ma perché non l’Aristotele che si occupa di piante e di animali? Cicerone, sicuramente, ma perché non il Catone del De re rustica? Tacito ma anche Plinio il Vecchio.
    L’obiezione di fondo, potrebbe essere che i contenuti sono ampiamente e, in molti casi, definitivamente superati. Ed è vero, non c’è dubbio. Ma proprio questo induce a problematizzare i contenuti, a ragionare sulle differenze, a capire il cammino percorso dall’uomo in duemila anni e oltre, e, perché no, anche a riflettere sul significato e l’impatto delle conoscenze che l’uomo ha raggiunto successivamente e, infine, sulla portata di tali conoscenze sull’uomo stesso e sull’ambiente. Se così non fosse, lo studio del passato potrebbe essere liquidato.
    E non è così. Anzi, lo studio del mondo antico è fondamentale. E proprio tramite quello studio, abbiamo oggi la possibilità di analizzare quanto e come gli ultimi tremila anni ci abbiano portati ad una crescita preoccupante. Senza la prospettiva storica, senza le testimonianze degli antichi, il quadro sarebbe più vago. Invece abbiamo la possibilità del confronto.
    Chiudere la pluridecennale parentesi ‘in classe’ non è stato facile. Non ha significato chiudere con l’attitudine a un approccio al mondo costruito a partire dai testi, senza pretese di trasmettere verità indiscutibili ma nella convinzione di presentare questioni sempre aperte, da rileggere e reinterpretare di giorno in giorno, di anno in anno, di decennio in decennio.
    Perché le prospettive cambiano. Guai se non fosse così.
    Anzi, ha significato ampliare la prospettiva e riscoprire interessi nati e prontamente sopiti negli anni di scuola da lezioni soporifere, pagine assegnate, libri inadeguati. Alla fine del liceo, da sola, non ho avuto la forza di orientare gli studi universitari sulle materie che realmente mi affascinavano. Provai a proporlo in casa. Altri tempi. Una facoltà scientifica? Perché mai?
    Ero già abbastanza ribelle per gli standard dell’epoca per avere la forza di insistere.
    Da brava scolara, ho scelto quello che ci si aspettava che scegliessi, accantonando per sempre il sogno solo vagheggiato di studiare botanica o agraria.
    È così che nel decennio che si sta concludendo in modo così drammatico, di fronte al fatto incontrovertibile che i confini sono solo convenzioni che l’uomo definisce e ridefinisce e attorno alle quali si accanisce ma che non interessano i fenomeni naturali né, tantomeno i virus, ho continuato a leggere, a prendere appunti, a riflettere, a leggere ancora.
    La spinta nasce dai miei interessi, ormai senza confini e, anzi, sostenuti dai lunghi anni di pratica quotidiana con i classici. Sempre con in mente i versi di un coro, dall’Antigone di Sofocle:
    “Molte potenze sono tremende, ma nessuna lo è più dell’uomo. È lui che oltre il mare canuto procede nella tempesta invernale attraverso i flutti che gli si frangono intorno. È lui che la dea suprema tra tutti gli dèi, Gaia, violenta anno per anno con gli aratri tirati dalla stirpe equina.
    È lui che cattura con attorte reti gli uccelli dalla mente alata e le fiere selvagge e gli animali del mare.
    È lui, l’uomo, capace di pensiero, che ha il potere sulle bestie dei campi e su quelle che vagano sui monti; è lui che aggioga il cavallo crinito e l’infaticabile toro.
    È lui che la parola e il pensiero, simile al vento, ha imparato e l’impulso che porta alla legge e a fuggire gli strali tremendi dell’inabitabile gelo sotto l’etere aperto. Ovunque si apre la strada, in nulla s’arresta.
    Così affronta il futuro. Da Ade solo non ha escogitato scampo, per quanti rimedi abbia inventato a inguaribili mali.
    Oltre ogni speranza e attesa, conosce, fabbrica, inventa, a volte rivolgendosi al male, a volte al bene. Allorché si accorda alle leggi della sua terra, e alla giustizia giurata degli dèi, siede in alto nella città, ma se si macchia di azioni malvagie e sfrenata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi così agisce”.

    Sofocle, Antigone, vv. 332-375 Traduzione: Massimo Cacciari

    Ogni volta che li rileggo, non riesco a non pensare che erano cantati nel teatro, luogo di formazione per eccellenza dei cittadini per alcuni decenni cruciali, e che rimanevano nella loro memoria.
    Un monito sulla terribile grandezza dell’uomo, una grandezza ambigua che si dispiega in tutti gli ambiti della vita (la caccia, l’agricoltura, la navigazione, la medicina, la politica ...), nel bene e nel male. Parole pronunciate nel 442 a.C. che - a distanza di duemila e quattrocento sessantadue anni - sono ancora terribilmente valide.
    Ancora di più nella presente contingenza che ci vede affrontare, direttamente o indirettamente, un nemico tanto piccolo e tanto potente da mettere in ginocchio strutture politico economiche e sociali che, con la stessa superbia dell’uomo stigmatizzata da Sofocle, consideriamo inattaccabili.