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ROSA ROSSI

  • LEGGERE GARCIA MARQUEZ
    AI TEMPI DEL COLERA.
    ANZI, DELLA PANDEMIA

    data: 28/05/2020 18:09

    C’è un tempo per tutto. Quello dedicato a determinate letture passa e ne subentrano altre. C’è stato un tempo in cui ho divorato i romanzi sudamericani. Spesso, senza mai capirli fino in fondo. Ma apprezzandoli per la ricchezza delle immagini e delle situazioni. Forse anche per quel pizzico di gusto per l’esotico che è presente in ciascuno di noi.
    La conoscenza diretta di almeno un paese del Sudamerica o, meglio, di una sua parte, – il Brasile – ha eliminato quel residuo di gusto per l’esotico che albergava in me (quando le cose si conoscono direttamente, per un periodo superiore a quello solitamente dedicato ai giorni di una vacanza in qualche luogo ovattato, il punto di vista sulle cose stesse cambia, inevitabilmente) e ha confermato la mia preferenza per la scrittura saggistica.
    Ciononostante, ritengo che leggere i romanzi sia importante.
    E ci sono momenti in cui è importante riscoprirli. Come in questo caso.
    Il romanzo in questione è L’amore ai tempi del colera, di Gabriel GarcÍa Márquez. Pubblicato successivamente all’assegnazione del Premio Nobel all’autore (1985), fu oggetto di numerose critiche.
    A suo tempo lo lessi. Poi l’ho custodito in un angolo della memoria insieme a tanti altri. In quel periodo cominciavo a scoprire gli autori brasiliani.
    Ieri l’amica a cui devo in buona parte la conoscenza della lingua portoghese, me ne ha inviato uno stralcio. Mentre lo leggevo, ho recuperato da quell’angolo di memoria la crociera sul battello lungo il Rio Magdalena (Colombia) dove si svolge la storia d’amore dei due protagonisti, realizzata in tardissima età. Ho cercato il libro dovunque, in casa, senza riuscire a trovarlo. C’è, ne sono sicura. Ma dire dove si trovi è molto difficile. Ci rinuncio. E decido di condividere il passo, che l’amica mi ha inviato in portoghese, in una traduzione ‘di servizio’, sicuramente non all’altezza di quella dell’edizione Mondadori del 1986.
    Per quanto possa sembrare incredibile, si adatta perfettamente a questi tempi di pandemia:

    - Capitano, il ragazzo è molto preoccupato e in ansia a causa della quarantena che il porto ci ha imposto!
    - Cosa ti preoccupa, ragazzo? Non hai abbastanza cibo? Non dormi abbastanza?
    - Non è questo, Capitano. Non sopporto di non poter scendere a terra per abbracciare la mia famiglia.
    - E se ti lasciassero scendere dalla nave e fossi contaminato, potresti sopportare la responsabilità di infettare qualcuno che non è in grado di reagire alla malattia?
    - Non mi perdonerei mai. Ma, secondo me, hanno inventato questa piaga.
    - Può essere. Ma se non fosse stata inventata?
    - Capisco cosa intendi, ma mi sento privato della mia libertà, Capitano. Mi hanno privato di qualcosa.
    - E tu privati di qualcos’altro.
    - Mi sta prendendo in giro?
    - Assolutamente no. Se ti privi di qualcosa senza reagire correttamente, avrai perso.
    - Quindi intendi dire che se qualcosa mi viene tolto, per vincere devo privarmi di qualcos'altro?
    - Esattamente. Sono stato in quarantena 7 anni fa.
    - E di cosa hai dovuto privarti?
    - Ho dovuto aspettare più di 20 giorni sulla nave. Erano mesi che desideravo arrivare in porto e godermi la primavera a terra. Ci fu un'epidemia. A Porto Abril ci fu proibito di sbarcare. I primi giorni sono stati difficili. Mi sentivo come te. Presto ho iniziato a confrontarmi con le imposizioni usando la logica. Sapevo che dopo 21 giorni di questo comportamento si sarebbe creata un'abitudine, e invece di lamentarmi e tenere atteggiamenti distruttivi, ho iniziato a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Ho iniziato dal cibo. Ho deciso di mangiare la metà di quanto mangiavo abitualmente. Poi ho iniziato a selezionare gli alimenti più digeribili, per non appesantire il corpo. Quindi ho scelto di nutrirmi di cibi che, per tradizione, hanno mantenuto l'uomo in salute.
    Il passo successivo è stato aggiungere al nuovo regime alimentare la purificazione dai pensieri malsani volgendomi a pensieri più elevati e nobili. Ho iniziato a leggere almeno una pagina ogni giorno di un argomento che non conoscevo. Ho iniziato a fare esercizi sul ponte della nave. Un vecchio indù mi aveva detto anni prima che il corpo si migliora trattenendo il respiro. Ho iniziato a fare respiri profondi ogni mattina. Credo che i miei polmoni non avessero mai raggiunto tale capacità e forza. Il pomeriggio iniziava l'ora della preghiera, il momento di ringraziare un'entità, quale che fosse, per non avermi dato in destino privazioni gravi per tutta la vita.
    L'indù mi aveva anche consigliato di prendere l'abitudine di immaginare la luce che entrava dentro di me rendendomi più forte. Poteva funzionare anche per le persone care che erano lontane. Così ho anche inserito questa pratica nella mia routine quotidiana sulla nave.
    Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensavo a cosa avrei fatto una volta sulla terraferma. Ho visualizzato le scene di ogni giorno, le ha vissute intensamente e me le sono gustate nell'attesa. Tutto quello che possiamo ottenere dopo non è interessante. Mai. L'attesa è indispensabile per sublimare il desiderio e renderlo più potente. Mi sono privato di cibi prelibati, di bottiglie di rum e di altre ghiottonerie. Avevo eliminato le carte da gioco, il sonno prolungato, l’ozio, il pensiero fisso su ciò di cui ero stato privato.
    - Come è finita, Capitano?
    - Ho acquisito tutte abitudini nuove. Mi hanno lasciato scendere dalla barca molto più tardi del previsto.
    - Ti hanno privato della primavera, allora?
    - Sì, quell'anno mi hanno privato della primavera e di molto altro. Ma anche così sono rifiorito, ho fatto mia la primavera e nessuno potrà mai togliermela.

    Post scriptum: il libro da leggere - per capire, per riflettere, per evitare di dire stupidaggini (se ne leggono e se ne sono lette un’infinità in questi ultimi mesi) e di diffonderle senza filtro sui social contribuendo ad atteggiamenti insensati, controproducenti e pericolosi - è Spillover. L’evoluzione delle pandemie di David Quammen (1a Ed. 2012; Adelphi, 2014). È un saggio, riccamente documentato, al di sopra di ogni sospetto: non è nato dal nulla in questo periodo di emergenza ma è il risultato di una documentazione durata sei anni, sull’attività di scienziati al lavoro su un tema di scottante attualità in diverse parti del mondo.


     

  • ORO BLU, NOVE STORIE
    DI ACQUE E DI TERRE

    data: 22/05/2020 17:06

    Mentre sono intenta alla lettura di un volume piuttosto ponderoso, mi capitano due piccoli fatti – casualmente concomitanti – che mi inducono a lasciare in pausa quella lettura per deviare l’attenzione su un altro testo.
    Il primo fatto è legato alla raccomandazione della società che gestisce nel territorio la distribuzione dell’acqua - Gran Sasso Acqua SpA - di fare attenzione al consumo di acqua, unitamente al divieto di innaffiare. Da ormai molti mesi, in questa zona appenninica, piove molto poco. Gli effetti si sentono in estate quando il flusso di acqua può diminuire sensibilmente, soprattutto in alcune aree del borgo. La conseguenza è che in casa recuperiamo sistematicamente tutta l’acqua che usiamo. Anche l’acqua di cottura. Anche quella di un pentolino. E la usiamo per innaffiare.
    Il secondo fatto è l’ascolto di un’intervista a Edoardo Borgomeo, autore di Oro blu. Storie di acque e di cambiamento climatico (Laterza 2020), durante una recente puntata di Fahereneit (RAI Radio tre). Sono in macchina. Le domande della conduttrice sollecitano la mia attenzione. Accosto e mi fermo per ascoltare con calma. Appunto mentalmente il titolo. Una volta a casa, verifico il curriculum dell’autore nel sito dell’Environmental Change Institute (ECI) dell’Università di Oxford. Il curriculum è ampio e convincente. Così come erano state convincenti le sue risposte nel corso dell’intervista. Ha conseguito la laurea in scienze della terra e ingegneria con particolare riferimento ai rischi legati ai cambiamenti climatici, alla pianificazione delle infrastrutture e alla gestione delle risorse idriche all’Imperial College di Londra e il dottorato sugli stessi temi, con il supporto di Thames Water and the Environment Agency. Il suo attuale impegno di lavoro presso l’ECI consiste nel dare supporto alle agenzie governative di vari paesi nella gestione delle risorse idriche. Decido di ordinare il libro.

    Devo confessare, a questo punto, la mia dipendenza dagli ordini online. Conosco bene i problemi legati a questa modalità di acquisto. Immagino già le obiezioni di qualcuno. Ma, per chi ha fatto la scelta alternativa di vivere lontano dal mondo cittadino, è l’unica via possibile. Sarebbe assolutamente meno sostenibile, anche in tempi normali, prendere la macchina, percorrere 70 km tra andata e ritorno fino alla prima libreria. Insensato farlo, senza aver preventivamente ordinato il libro. Con l’idea dei minori consumi, quando faccio un ordine, i libri diventano tre o quattro, come minimo. Così ho sempre le scorte. Il problema delle critiche agli ordini online, senz’altro condivisibili per moltissimi aspetti, è che, troppo spesso, tengono conto solo di chi abita in città o in paesi medio/grandi, preferibilmente in pianura. Degli altri, ci si dimentica regolarmente (e non solo per gli ordini online).

    Nel giro di un paio di giorni, il libro è arrivato. Accantono, momentaneamente, il saggio di Jared Diamond che sto leggendo per immergermi nella lettura di Oro Blu, ripensando alle brocche dell’acqua fresca della mia infanzia (Basta una brocca per ripensare il passato e riflettere sul futuro) e al mare raccontato da Rachel Carson (Il risveglio della primavera. Storia di un colossale abbaglio), già negli anni Cinquanta.
    Mentre leggo, ho accanto, come sempre, matita, quaderno e penna. Già dal primo capitolo ho recuperato l’Atlante dal suo scaffale nella libreria. Leggo e verifico i luoghi, per quanto possibile.
    Alla fine della lettura, mi ritrovo con sette pagine fitte di appunti.
    L’autore racconta nove storie. Ogni storia è ambientata in un luogo diverso: si va dal Bangladesh al Brasile, dall’Australia all’Olanda, da Londra a Karachi, dall’Iraq al Messico per approdare in Italia, in Sicilia. Nel complesso, sono tutte storie che ruotano attorno all’acqua. Ognuna è raccontata sul campo, scaturita dall’incontro con persone del luogo, addetti ai lavori o semplici cittadini. L’autore in veste di esperto si è assunto il compito di documentare le situazioni che verifica in giro per il mondo, redigendo per ognuna un vero e proprio reportage. Da ogni reportage emerge la consapevolezza dello studioso e del tecnico che guarda alle diverse situazioni sapendo di dover individuare i problemi per studiare le soluzioni ma anche la preoccupazione per uno stato delle cose che denuncia la scarsa attenzione nei confronti di un elemento fondamentale come l’acqua. La cattiva gestione, la noncuranza, lo spreco sono all’ordine del giorno. L’acqua viene trattata al pari di una merce, diventa un affare per chi gestisce la distribuzione, viene incanalata senza tenere conto delle caratteristiche e delle problematiche del territorio.
    Le conseguenze sono drammatiche per la popolazione, per l’ambiente, per gli effetti che la noncuranza, l’incompetenza o l’azione criminale hanno provocato, provocano quotidianamente e continueranno a provocare sulla vita dell’uomo e sul cambiamento climatico.
    Ogni reportage apre gli occhi del lettore sulla situazione di un’area geografica o di grandi città (Londra, Singapore, Karachi e Città del Messico).
    Di ogni situazione si coglie lo spessore storico: il presente è sempre sostenuto dalla storia di quel territorio e di quella città, che si tratti di dighe, ossia di acqua pulita da incanalare e distribuire. Ciò che dovrebbe essere fatto dalle autorità competenti con equità e nel rispetto del territorio. O che si tratti di acqua sporca da trattare opportunamente al fine di recuperarla e riutilizzarla. In entrambi i casi, i problemi, sotto ogni cielo, sono legati alla scarsa attenzione per la salvaguardia del territorio e agli interessi economici legati a un bene prezioso come l’acqua. Si va dalle problematiche tipiche di zone costiere dove si incontrano – come accade in Bangladesh – le acque salate del mare e quelle dolci dei fiumi con conseguenze drammatiche per la vita delle popolazioni interessate, a quelle legate alla costruzione delle infrastrutture per l’incanalamento delle acque che si trasformano in lotte tra potere politico ed economico. L’analisi dei casi delinea questioni che affondano nella storia delle singole città, del sistema idraulico su cui si basano, sulle questioni legate alla privatizzazione dell’acqua che da bene comune diviene merce. Senza dimenticare le inadempienze che provocano dispersione e inquinamento delle acque nonché siccità con la conseguente fuga dalle zone più a rischio dei rifugiati ambientali.
    Le storie o, meglio, i reportage (raccolti nel periodo 2015 – 2019) raccontano situazioni specifiche e denunciano le problematiche sulla base della competenza tecnica e appassionata di un giovane ingegnere idraulico che si è fatto narratore in nome dei diritti dell’acqua e dell’ambiente. Da questi diritti la vita dell’uomo dipende totalmente. Perché, senza acqua l’uomo non può vivere.
    Ogni storia merita una riflessione, sollecita un approfondimento e va a costituire un tassello nelle conoscenze del lettore.
    In alcune storie ho trovato conferma a questioni toccate in precedenti letture. E’ il caso della prima storia, ambientata in Bangladesh. Mi riporta alla mente una lettura, di tutt’altro segno, in cui l’autore conduce un’analisi dei fattori climatici da un punto di vista squisitamente letterario (Amitav Gosh, La grande cecità, Neri Pozza 2017).
    In altre è riaffiorato il ricordo di avvenimenti del passato. È il caso della storia di ambientazione siciliana. Una storia di acqua, di dighe e di mafia, di Danilo Dolci e della lotta per la gestione democratica dell’acqua. Ma anche la storia della diga Garcia e di Mario Francese, colpevole di aver parlato chiaro nell’inchiesta realizzata per il Giornale di Sicilia (1977), costretto al silenzio con alcuni colpi d’arma da fuoco il 26 gennaio 1979 (F. Barra, Il quarto comandamento, Rizzoli 2011).
    Un’altra storia ancora ha il merito di coniugare passato e presente: riguarda una parte dell’area geografica nota come ‘Mezzaluna fertile’. Quante volte l’ho spiegata in classe, cercando di coniugare storia antica e attualità, geografia e storia! Non è facile. Soprattutto in una scuola i cui programmi privilegiano il passato, arrivando superficialmente e, spesso, anche episodicamente, al presente. Con il risultato che gli alunni ne escono con notizie – destinate a indebolirsi - sui Sumeri, sulla nascita dell’agricoltura e della scrittura, su antiche città, sul Tigre e sull’Eufrate che confluiscono in un unico corso d’acqua per sfociare nel golfo Persico. Alla storia recente di questo territorio non si arriva mai. La si incontra solo in forma di cronaca sulle pagine dei giornali. A meno che un reportage non metta in condizione il lettore di ‘entrare’ nella storia. Come riesce a fare l’autore di Oro blu, cedendo la parola a una biologa dell’Università di Bassora, Nadia, con al suo attivo una formazione nel Regno Unito e anni di lavoro in Nuova Zelanda. Oggi, ascoltato il richiamo della sua terra, è ritornata in patria dove si occupa dei drammatici effetti del cambiamento climatico (e dunque sempre di acqua) in un luogo che una volta conosceva un equilibrio perfetto tra paludi e pianure alluvionali.
    La breve presentazione in cui l’autore di Oro blu spiega le motivazioni del suo impegno per l’acqua, si chiude con un’informazione che conferisce un valore aggiunto al libro e un motivo in più per acquistarlo. Il ricavato della vendita è infatti interamente destinato alla Società Cooperativa Sociale Valle del Marro – Libera Terra che si occupa di agricoltura biologica nei terreni liberi dalla mafia (Polistena, RC).
     

  • IL RISVEGLIO DELLA PRIMAVERA. STORIA DI UN COLOSSALE ABBAGLIO

    data: 12/05/2020 15:25

    Il punto di partenza per capire un libro e parlarne, è rappresentato dalle date. E’ fondamentale collocare l’autore, la scrittura e la pubblicazione nel tempo. Soprattutto quando il libro è datato. L’iter che in un determinato momento storico ha condotto alla scrittura di un libro è fondamentale.

    Rachel Carson ha iniziato la stesura di Primavera silenziosa nel 1958. Il libro è stato pubblicato nel 1962. Dopo due anni, nel 1964, l’autrice moriva per un tumore. Era nata nel 1907, cinquantasette anni prima. Ha deciso di scrivere Primavera silenziosa sulla scorta delle sue ricerche e dei suoi studi. Lei, nata in Pennsylvania, nel pressi degli Allegheny (monti) e dell’Allegheny (fiume), è diventata biologa marina, quando per le donne non era ancora così scontato occuparsi di argomenti scientifici. I suoi studi erano confluiti in un testo (Il mare intorno a noi, 1961, Piano B 2019) che rimane fondamentale per capire lo status quo di un elemento tanto vitale sul finire degli anni Cinquanta.
    Nel libro confluiscono i suoi studi più che ventennali.
    Nella prefazione, l’autrice scrive, tra l’altro: “Sebbene il curriculum dell’uomo come amministratore delle risorse naturali sia scoraggiante, per lungo tempo abbiamo tratto un certo conforto dalla persuasione che almeno il mare fosse inviolato, al di là della capacità dell’uomo di mutare e saccheggiare. Ma questa convinzione si è sfortunatamente dimostrata ingenua … al punto che senza quasi discutere la cosa e quasi senza avviso pubblico, almeno fino alla fine degli anni Cinquanta il mare è stato scelto come luogo ‘naturale’ di seppellimento dei rifiuti contaminati e di altri “scarti di basso livello” dell’era atomica” (p. 10).
    L’ingenuità di cui parla l’autrice mi riporta alla mente un altro libro, scritto un secolo prima (tra il 1857 e il 1861) da Jules Michelet: Il mare (Il Melangolo, 1992). Il mare protagonista di Michelet (1798 – 1874) è ancora affascinante, potente, descritto con minuzia eloquente, retorica e ‘positiva’. È espressione di altri tempi. Il mare, in quel momento storico, ne ha già viste di tutti i colori, per alcune migliaia di anni. Nasconde reperti di navi diverse, ha fatto suoi i naufraghi di ogni paese. Rifiuti ‘sostenibili’.
    Quel mare, protagonista delle pagine di un autore ottocentesco “uomo d’archivio e di scrittoio, affondato nelle carte più che nella vita” non esiste più. Non a caso, Antonio Tabucchi ne Il capodoglio nel Tago, il breve testo introduttivo all’edizione de Il Melangolo, lo definisce “un libro triste” perché “niente è più triste dell’ottimismo quando il futuro lo deride. La lettura di quell’uomo positivo che fu Michelet, assertore convinto del Progresso, paladino della Scienza che cantò a voce spiegata l’inno della Natura, oggi ha l’effetto di uno strumento arrugginito che suona fra i detriti di plastiche che il mare porta inesorabilmente a riva”.
    Il saggio di Rachel Carson rappresenta una sorta di contraltare de Il mare di Michelet. È frutto della tristezza che segue gli effetti del progresso, della fuga in avanti del progresso che si è incrinata, inesorabilmente, nel corso di un secolo.
    Il progresso che ha portato l’acqua corrente (almeno in una parte del mondo) alle fontane e ai rubinetti dall’inizio del Novecento, ha caracollato in modo inarrestabile al punto da portare distruzione laddove arrivava. Ha introdotto, nel mare e sulla terra, elementi distruttivi tali da mettere a rischio gli elementi naturali – acqua, aria, suolo – e gli esseri viventi. È vero, basta aprire un rubinetto per avere l’acqua a disposizione. Non è più tempo di brocche. Ma cosa c’è, in quell’acqua? I prodotti della terra – legumi, cereali, verdure – sono ordinatamente esposti nei banchi del supermercato. Ma come sono stati coltivati, quali prodotti chimici sono stati utilizzati, da dove arrivano? E, ancora, quanti hanno accesso all’acqua da un rubinetto?
    La sempre crescente consapevolezza di tutti gli elementi di disequilibrio introdotti dall’uomo nella natura ha indotto Rachel Carson (attenzione: nel 1958!) a scrivere il suo secondo testo ‘divulgativo’, Primavera silenziosa. La sua attenzione si sposta dall’acqua alla terra. In diciannove capitoli narra l’avvelenamento sistematico del terreno a partire dal 1942, quando ha inizio l’era del DDT e, in generale, delle sostanze chimiche di sintesi – erbicidi e insetticidi – che si diffondono di pari passo con la monocultura e l’industrializzazione delle coltivazioni, già avviata con l’introduzione delle prime macchine. Complice la guerra, il beneplacito alla sperimentazione e all’uso di prodotti provenienti dalla chimica sintetica. La ‘lotta’ dell’uomo contro la natura, iniziata millenni prima nel lento passaggio da raccolta e caccia a coltivazione, subisce un’accelerata incredibile e incontrollabile. Capitolo dopo capitolo l’autrice prende in esame casi specifici, con dovizia di particolari e di documentazione, raccontandoli con precisione in una narrazione scientifica e al tempo stesso attraente. Non si riesce a smettere di leggere. Ogni singolo caso è un ‘pugno nello stomaco’. Sicuramente contribuisce a prendere consapevolezza: sulla persistenza di queste sostanze nel suolo, sulla diffusione dell’inquinamento, sulla distruzione di animali selvatici, sull’eliminazione sistematica di insetti ritenuti nocivi, sull’inquinamento delle acque (dei fiumi, grandi e piccoli che confluiscono nel mare). Le stesse acque che, evaporando e condensandosi, torneranno sulla terra ‘arricchite’ di elementi inquinanti.
    Il territorio preso in esame è quello degli Stati Uniti. La diffusione di erbicidi e insetticidi non ha confini. Per due motivi, sostanzialmente.
    Perché i confini sono convenzioni imposte dall’uomo. La natura e gli agenti che l’uomo immette nella natura non li conoscono e non li rispettano. Deve essere l’uomo a rispettare la natura e le sue esigenze.
    Perché, a partire dalla domesticazione di piante e animali fino al controllo completo sulla natura (ossia alla distruzione sistematica e, idealmente, ‘mirata’ delle erbacce e degli animali ‘nocivi’), ha prevalso la logica del progresso come profitto. L’agricoltura è diventata un’industria, il suo fine è il profitto. Senza tenere conto del danno arrecato all’ambiente.
    Il DDT è stato abolito negli Stati Uniti nel 1972, trent’anni dopo l’inizio della sua diffusione scriteriata. L’abolizione in Italia avvenne nel 1978.
    La messa al bando del DDT non ha significato mettere al bando erbicidi e insetticidi. Ha solo eliminato una parte di un problema che ha continuato a crescere in modo inarrestabile, anche quando i danni sono (ri)diventati evidenti alle persone più attente.
    Mai come in questo caso le date parlano: la logica conseguenza dei danni provocati all’ambiente avrebbe dovuto portare a un’inversione di tendenza. Di fatto, ce ne sono stati casi esemplari negli anni Settanta. Un esempio per tutti, è quello di Gino Girolomoni, agricoltore biologico, e della Cooperativa Alce Nero (oggi Gino Girolomoni Cooperativa agricola). Ma, per quanto gli esempi possano essere profondi, documentati e appassionati, in generale, la consapevolezza sulla minaccia dell’attacco messo in atto contro la natura continua ad essere scarsa, come afferma l’autrice nel primo capitolo.
    Leggere oggi per la prima volta Primavera silenziosa è consigliabile. Può essere determinante per modificare in profondità il punto di vista con cui si guarda – distrattamente – alla rovina dell’ambiente di cui, direttamente o indirettamente, siamo responsabili.
    È fondamentale per le giovani generazioni proiettate nel mondo del supermercato che non facilita la consapevolezza della provenienza del prodotto. Ma è indispensabile anche per i loro genitori e per i loro nonni. Perché non è facile acquisire consapevolezza di cosa è cambiato, di quanto massiccio è stato ed è l’intervento sull’ambiente, di quanto ciascuno può fare per rallentare il processo di distruzione.
    Rileggerlo è un modo per fare i conti con il proprio passato.
    Nel 1962 avevo 11 anni e le mie estati trascorrevano in campagna, con i pavimenti di cotto da annaffiare prima di spazzare, le mosche sempre presenti (la stalla era al pianterreno della casa, sotto le finestra delle camere; poco distante, c’era la concimaia; l’acqua da bere, attinta dal pozzo, si conservava al fresco nelle brocche). Per quanto ne so, il letame era l’unico concime che si usava. Per certi aspetti un mondo ‘bucolico’, molto lontano, spazialmente e culturalmente, dalla realtà rappresentata in Primavera silenziosa. A conti fatti, sono rimasta pervicacemente ancorata a quell’ambiente e a quella natura, che riproduco in giardino dove le infestanti sono le benvenute insieme alle api e ai bombi che le ‘invadono’. Quando ho letto Primavera silenziosa per la prima volta, alcuni anni fa, ho avuto la sensazione precisa di un colpevole ritardo, quasi che il mondo che avevo conosciuto avesse funzionato, almeno in parte, da paraocchi.
    Il passaggio definitivo all’industria dei prodotti agricoli è avvenuta, inesorabilmente. La logica del profitto e del mercato ha vinto. Con essa la difficoltà diffusa di guardare alla situazione, l’incredulità sugli effetti di tale logica, lo scherno da parte di molti nei confronti di chi si erge a paladino dell’ambiente e di chi tenta soluzioni alternative.
    Nell’edizione Feltrinelli 2019, il testo è preceduto da una introduzione di Al Gore, vicepresidente degli Usa nel periodo 1993 -2001. Ecco l’incipit: “Per chi ricopre una carica elettiva scrivere di Primavera silenziosa è un’esperienza umiliante: il libro di Rachel Carson, pietra miliare dell’ambientalismo, è la prova innegabile di quanto il potere di un’idea possa essere di gran lunga più forte del potere dei politici”.
    In quarta di copertina la presentazione del libro inizia con queste parole: “è raro che un libro riesca a modificare il corso della storia, eppure questo saggio è riuscito a farlo”.
    Ora, mi guardo intorno, in questa primavera anomala, e mi domando: ma realmente la consapevolezza sulle questioni ambientali è aumentata? Veramente le questioni ambientali sono diventate una priorità? Veramente tutti sono pronti a rinunciare a qualcosa di artefatto in cambio di qualcosa di semplice e genuino? Veramente siamo tutti disposti a fare un passo indietro per ridistribuire più equamente quello che abbiamo? E, soprattutto, quanti sono i ‘politici’ che si sentono umiliati?
    O non è piuttosto vero che in realtà non riusciamo (o non vogliamo) a prendere consapevolezza di un’indispensabile inversione di tendenza, neppure di fronte all’evidenza?
    In questo periodo di isolamento forzato, determinato dall’emergenza pandemia, è divenuto impossibile non vedere l’effetto prodigioso che ha avuto sulla natura la chiusura di attività inquinanti, il ridimensionamento dei trasporti, e così via.
    E’ evidente che si deve riprendere, che è necessario riaprire e ricominciare a vivere.
    Ma è altrettanto evidente che consapevolezza significa prendere atto dei rischi e avere un piano per affrontare le emergenze e per modificare con prudenza e determinazione il caracollare del progresso verso la distruzione.
    È palese, peraltro, che il piano non c’è. E questo nella maggior parte dei paesi, a partire da quelli che hanno più peso sugli equilibri del mondo politico ed economico.
    Leggere il libro di Rachel Carson significa percepire l’abbaglio colossale che è alla base dell’attuale situazione. Ossia non rendersi conto che, per attuare un piano diverso, sostenibile, è necessario fare un passo indietro e riconoscere che la natura, senza di noi, vive benissimo e si riprende i suoi spazi, con facilità e in breve tempo. Siamo noi che, avvelenando la natura, distruggiamo noi stessi.
    L’epigrafe posta dall’autrice ad apertura del testo è una frase di Elwyn Brooks White (1899 – 1985): “Sono pessimista sulla sorte della razza umana perché essa ha troppo più ingegno di quanto ne occorra al suo benessere. Noi ci accostiamo alla natura solo per sottometterla. Se ci adattassimo a questo pianeta e lo apprezzassimo, invece di considerarlo in modo scettico e dittatoriale, avremmo migliori probabilità di sopravvivere”.
    È indispensabile un nuovo corso per realizzare un programma concreto di adattamento sostenibile alla natura e di rivalutazione della natura.
    Le piccole azioni di tutti potrebbero confluire nel piano generale e sostenerlo.
    Il condizionale resta d’obbligo, purtroppo. Magari, si può cominciare dalla lettura.
    Leggere, o rileggere, con i bambini (ma va bene anche per i grandi), La tela di Carlotta di Elwyn Brooks White, è un piccolo inizio.
    Leggere un testo appena uscito (E. Borgomeo, Oro blu. Storie di acqua e cambiamento climatico, Laterza 2020), può divenire un elemento di consapevolezza sullo stato dell’acqua e sul privilegio di poterne (ancora) usufruire. L’ho aggiunto alla lista dei libri da leggere.
    Ma la lista è lunga, basta volerlo.
    La lettura può rappresentare un buon metodo per passare a piccoli gesti quotidiani dettati dalla consapevolezza.

     


     

  • BASTA UNA BROCCA
    PER RIPENSARE IL PASSATO
    E RIFLETTERE SUL FUTURO

    data: 30/04/2020 16:44

    In questi giorni sto rileggendo un libro fondamentale. Non è un libro recente ma merita una rilettura. In verità, anche più riletture. E suscita tante riflessioni, difficili da organizzare. A ogni pagina trovo sottolineature e appunti. Ogni appunto merita un approfondimento. Soprattutto ha bisogno di sedimentare. Solo la sedimentazione permette di comprenderne fino in fondo la portata.
    Mentre cerco di trovare, come si dice, il bandolo della matassa, il pensiero corre a un altro filo. In questo caso, non è propriamente un filo ma una corda. Quella a cui era legato il secchio per attingere acqua dal pozzo, nella casa della mia infanzia. Dal secchio, l’acqua veniva trasferita nella brocca e, con la brocca, arrivava in cucina. E mi sono ritrovata a pensare che nella mia vita le brocche sono almeno tre, diverse. E, per quanto possa sembrare incredibile, in qualche modo c’è un legame con il libro sul quale sto riflettendo. Così, mi prendo un po’ di tempo per raccontare queste tre brocche. Il titolo del libro? Per ora lo lascio in sospeso.
    La brocca di coccio
    La cucina è molto ampia e molto scura, una sola finestra e due lampadari a una sola lampadina, fioca. Dalla sala da pranzo ci si arriva per un corridoio molto stretto, quasi un cunicolo, ricavato nel sottoscala.
    Annessa alla cucina c’è la dispensa. Per le derrate che hanno bisogno di stare al fresco, bisogna andare in cantina (la grotta che corre sotto la grande casa, da una parte all’altra. Chi mai avrà avuto il coraggio di percorrerla tutta? Sicuramente, è stata rifugio durante i bombardamenti). In cucina, credenze a muro, un grande camino, un tavolo appoggiato alla parete, completato da sedie impagliate, sulla parete di fondo, un lavello, un piano di lavoro, i fornelli. Pavimento di vecchio cotto da ‘innaffiare’ prima di spazzare per non sollevare la povere.
    Nel ripiano accanto al lavello, troneggia la brocca di coccio. Anzi, le brocche.
    Sulla cucina regna, indisturbata, Corona, governante e cuoca della grande casa.
    Corona è addetta alle colazioni, ai pranzi, alle cene di tutta la famiglia con il supporto dell’orto, della stalla, dal pollaio, dei campi, degli alberi da frutto. E con quello della padrona di casa che presiede alla scelta delle pietanze, integra con gli acquisti (pochi) fatti in città, con la raccolta delle erbe spontanee e con le ricette di dolci per le occasioni speciali. Su tutti, la torta di nocciole.
    I ruoli si invertono, quando è tempo di marmellate. In questo periodo la padrona di casa diventa protagonista. Ma il supporto di Corona rimane indispensabile.
    L’acqua corrente è già una realtà, probabilmente lo è diventata all’inizio del 1900 (anche se la pressione molto bassa rende necessaria una riserva sempre disponibile).
    Per bere, si attinge l’acqua dal pozzo.
    Così Corona fa rifornimento dal pozzo in fondo all’aia, una casetta in miniatura, con il tetto spiovente, la porticina che affaccia sull’interno, la carrucola ben salda al soffitto, il secchio per attingere l’acqua appeso sulla parete interna, a un grosso chiodo.
    Corona, stacca il secchio, afferra saldamente la corda e giù fino a sentire il tonfo nell’acqua. Poi lo tira su fino a poggiarlo sulla base di pietra dell’apertura e riempie con attenzione la brocca.
    E riparte, con lo strofinaccio avvolto a ciambella sulla testa (il ‘cercine’), la brocca in equilibrio, fino alla cucina. Canticchiando, sempre (“Campagnola bella”, “Papaveri e papere”, “Ho un sassolino nella scarpa”). Come poteva conoscerle? Non l’ho mai saputo. Una cosa è certa, la televisione è entrata in questa casa molti anni dopo il suo approdo in Italia (nel 1954), con la disapprovazione pervicace e ostinata del capo famiglia.
    Brocche d’oro per Atena e per Odisseo
    Atena si presenta nelle vesti di Mente, capo dei Tafi, nella reggia di Odisseo, dove i Proci la fanno da padroni. Ha il compito di innescare il meccanismo che farà tornare a casa Odisseo, dalla guerra e dai suoi successivi vagabondaggi mediterranei. Il suo bersaglio è Telemaco, figlio di Odisseo, che fa gli onori di casa all’ospite ma, per il resto, assiste imbelle allo scempio portato dai Proci nella reggia.
    Il primo atto ospitale è il lavacro delle mani. A questo scopo, un’ancella si avvicina con una brocca (πρόχους) d’oro, piena di acqua:
    Venne un’ancella a versare lavacro da brocca / bella, d’oro, su un bacile d’argento / ché si lavasse; e avanti gli trasse una mensa pulita (Odissea, I, 136 -138, Trad. Rosa Calzecchi Onesti).
    Gli stessi versi ricorrono identici nel libro VII (vv. 172 -174). Qui Alcinoo, re dei Feaci, accoglie Odisseo. L’incontro con Nausicaa è già alle spalle. Alcinoo si rassegna presto all’idea che Odisseo, approdato - naufrago ma pur sempre sovrano - sulle coste della sua terra non potrà essere lo sposo della figlia. Il ritorno a Itaca sta per concretizzarsi grazie alla nave che il re Alcinoo mette a disposizione dell’ospite. È una delle tante scene tipiche ricorrenti, dalle quali spesso emerge la cultura materiale.
    In entrambi i casi si tratta di una brocca d’oro. In ambiente regale non poteva che essere così.
    Ma c’erano anche brocche di terracotta, semplici – come quelle che troneggiavano nella cucina che è stata il regno di Corona – o variamente decorate, con la stessa funzione: portare l’acqua. Recuperate nei siti archeologici, fanno bella mostra di sé nei ripiani dei Musei. Oppure tra le pagine dei libri di archeologia, uno tra tutti, ormai datatissimo, Giovanni Becatti, L’arte dell’età classica, Sansoni 1971 (I ed. 1965). Scorro le pagine del manuale, piene di appunti, di sottolineature, di rimandi. Non si perdono mai le abitudini!
    La ‘conca’ abruzzese
    Le brocche dei personaggi di Omero sono in bell’ordine nei musei, catalogate, analizzate, datate, descritte nei particolari in articoli e libri. Anche se non avessero il valore di reperto archeologico, non sarebbero più utilizzate per lo scopo per cui sono nate. Esattamente come le brocche utilizzate per attingere acqua nelle case fino a circa settanta anni fa, poco più poco meno. Anche queste ultime, sono diventate al massimo un oggetto da mettere in bella mostra in un angolo di casa, senza più alcun legame con la preziosa concretezza della situazione in cui venivano utilizzate.
    Alcune di queste sono già entrate di diritto nei Musei, soprattutto in quelli piccoli, di paese, intitolati alle tradizioni popolari e alla civiltà contadina. O nei cosiddetti musei etnografici.
    Oppure in piccole collezioni private. È il caso della brocca di Rosella. O, meglio, della brocca ereditata da Rosella, esposta in un ambiente rustico, ancora oggi utilizzato in parte come dispensa, in parte per i lavori di stagione (fare i pomodori ad agosto, la sfioratura dello zafferano a ottobre, ecc.) e in parte come collezione museale. In realtà, chiamarla brocca è una forzatura: è una conca. E non è in coccio (né tanto meno in oro!) ma in rame. È la classica conca abruzzese, con le due anse e, a volte, il mestolo per attingere l’acqua e bere.
    Materiali diversi, decorazioni diverse, forma sostanzialmente simile e la stessa funzione da tremila e più anni a questa parte per un oggetto che il progresso ha rapidamente reso obsoleto (in questo angolo di Abruzzo le fontane pubbliche risalgono al 1901).
    Non lo rimpiangiamo, certo. Non avrebbe alcun senso. Ma ci offre l’occasione per riflettere su un bene prezioso come l’acqua che il progresso (sotto forma di acqua corrente sempre a disposizione) ci ha abituato a considerare scontato. Ma che scontato non è. A meno che l’ambiente non torni al centro dell’attenzione di noi umani, decisamente spreconi e molto superficiali. Per capirlo non c’è che un modo: ripensare il passato e capire dove e come abbiamo perso l’attenzione per ciò che ci permette di vivere. A partire dalle piccole cose. È la condizione indispensabile per guardare al futuro con fiducia.

    Post Scriptum: a scanso di equivoci, non ho inventato a bella posta il nome Corona. È un nome femminile, sicuramente desueto, di ispirazione religiosa. Corona è stata una martire cristiana. Per me una presenza importante nella mia vita di bambina.
     

  • "REWILDING", OSSIA
    "RINSELVATICHIRE"

    data: 23/04/2020 18:20

    Il percorso di lettura dedicato alla natura, nato sui classici, si sviluppa ormai da tempo a partire dalle note. Mi spiego: tranne pochi casi, le mie scelte sono orientate su libri corredati da un ricco apparato di note. Le note permettono di risalire alle fonti e agli studi scientifici e, dunque, consentono l’approfondimento. E invogliano ad ampliare il ventaglio di letture.
    In questo percorso seguo un filo logico che, peraltro, come tutti i fii, tende a ingarbugliarsi e infittirsi. La logica c’entra fino a un certo punto, nel passare da un libro a un altro.
    C’entra, soprattutto, l’amore per la conoscenza. Mi riconosco nella definizione che ho trovato, appena qualche giorno fa, in Edmund O. Wilson: “Una educazione che sia davvero rivolta alla formazione culturale deve trovare il modo per incentivare la passione per la scienza e insieme per le discipline umanistiche, ossia per la cultura intesa nel senso migliore” (La Creazione, Adelphi 2008, p. 149). Seguendo questi andirivieni, ho intrapreso la lettura di Selvaggi. Il rewilding della terra, del mare e della vita umana di George Monbiot (Piano B Edizioni 2018).
    Come sempre, quando leggo, ho accanto a me una matita per sottolineare, una penna e un quaderno per prendere appunti. Già dai primi capitoli, mi sono resa conto di doverli usare spessissimo.
    Il titolo, a prima vista, è rassicurante. O, almeno, lo è il sottotitolo - Il rewilding della terra, del mare e della vita umana, anche se il termine in inglese dà da riflettere. Così riconsidero il titolo originale, nel suo insieme: Feral. Searching for Enchantment in The Frontiers of Rewilding. Due cose mi colpiscono: la scelta dell’aggettivo ‘selvaggio’ (feral, propriamente definisce lo stato selvaggio riacquistato dopo la domesticazione, ‘wild’ = ‘selvatico’) e la sostituzione dell’originale sottotitolo con uno più tranquillizzante, descrittivo, che rende con immediatezza il contenuto, banalizzandolo. La scelta del titolo, sicuramente, è determinata dall’impossibilità, in italiano, di rendere una condizione (‘feral’) con un aggettivo al singolare. Così, si è scelta l’opzione di usarne uno al plurale, ‘Selvaggi’, più efficace di ‘Selvatici’.
    Sembrano sottigliezze. Si può spiegare come Guccini spiegava perché è bello leggere i romanzi di Jack Kerouac mantenendo i nomi in inglese (Statale 17, in Beat folk N. 1): ‘gli americani ci fregano con la lingua’. Tant’è che nel sottotitolo Rewilding è rimasto in inglese (peraltro, è entrato recentemente - 2011- nel dizionario, come l’autore spiega). Si è perso, però, nella versione italiana del sottotitolo, il termine più significativo: ‘Enchantment’. Ossia l’incanto della ricerca di luoghi ‘rinselvatichiti’, lasciati, volutamente, al rinselvatichimento spontaneo della natura. Rinselvatichiti e rinselvatichimento sono termini oggettivamente ‘brutti’. Nel dizionario italiano esistono, come esiste il verbo ‘rinselvatichire’ che significa appunto ritornare alla condizione ‘selvatica’ (‘si dice, propriamente, di animali o piante che dallo stato domestico, o coltivato, riacquistano caratteri o comportamenti proprî della condizione selvatica’, dal Dizionario Treccani online). Se ne trova ancora qualche traccia nelle silvae che Plinio il Vecchio passa in rassegna nella sua Naturalis Historia (l. XVI). Ma, già ai suoi tempi, molto del carattere originario si era perso.
    Iniziare la lettura significa immergersi in scenari molto diversi. Ogni capitolo è un tuffo in un mondo nel quale si riconoscono gli effetti, contrapposti, del controllo sulla natura o, viceversa, l’effetto del Rewilding. L’approccio non è rassicurante, volutamente. Non certo per il contatto ravvicinato con il ‘selvatico’ quanto perché questo contatto grazie alle parole dell’autore è tanto consapevole e diretto da riuscire a scardinare le convinzioni rassicuranti sul contatto con la ‘natura’ di cui spesso ammantiamo i nostri discorsi. Il ribaltamento dei punti di vista consueti è tanto forte da diventare indispensabile nella costruzione della consapevolezza del disastro di cui ci siamo resi responsabili, direttamente o indirettamente.
    A partire da una questione di base fondamentale: quello che chiamiamo ‘natura’ (paesaggi coltivati, bucolici, boschivi, prati, giardini, parchi, oceani, mari, spiagge, laghi, fiumi, ruscelli, ecc.) non è affatto naturale. E’ il risultato di un intervento dell’uomo che dura da millenni. E’ un intervento di domesticazione che è stato attuato su tutti gli ambienti e su tutti gli esseri viventi, nella assoluta convinzione di essere nel giusto. George Monbiot si immerge nei luoghi in cui l’uomo decide di farsi indietro, lasciando spazio alla natura. E ce li racconta, con dovizia di particolari e riferimenti puntuali alla documentazione (nel corpo del testo e nelle note). Spesso, li contrappone a quelli domesticati, ottenendo un effetto a contrasto estremamente significativo. Sono i luoghi dell’incanto.
    Dove si trovano? Si va dal Brasile – nel territorio degli indigeni Yanomami – alle coste del Galles, dal territorio Masai in Kenia alle superstiti foreste in giro per l’Europa, dalla Scozia alla Romania e alla Slovenia. Per individuare con certezza i luoghi, ho recuperato l’Atlante dall’angolo dei libri dimenticati (ma comunque sempre recuperabili). È un’edizione del 1980 dell’Atlante geografico metodico dell’Istituto Geografico De Agostini, superato per molti aspetti (i confini oilitici) ma utile per individuare luoghi fisici: ad esempio, mi è stato prezioso per ‘ripassare’ il percorso degli affluenti di destra del Danubio - Kolpa e Sava – in un capitolo che prende le mosse da un altro fiume, l’Isonzo, a Caporetto. Solo nel caso del Galles, non mi ha aiutato: individuare i tratti di costa della Baia di Cardigan dal nome in gallese, non è propriamente una passeggiata!
    E’ impossibile dar conto di tutti gli ambienti di cui l’autore parla nell’analisi delle differenti situazioni. È importante affrontare la lettura sapendo che le cronache dai luoghi più disparati sono scandite da riflessioni illuminanti, a partire dall’idea che “Rewilding significa resistere alla pulsione di controllare la natura: è permettere alla natura di trovare la propria strada (p. 13)” perché il ‘restauro ecologico è un lavoro di speranza” (p.154 ) di cui la natura deve essere protagonista.
    I quindici capitoli sono tutti preceduti da un titolo che suggerisce, direttamente o indirettamente, il particolare incanto che il capitolo stesso indaga.
    Ogni titolo è seguito da un’epigrafe tratta da un autore di lingua inglese. Ogni epigrafe suggerisce un particolare punto di vista. In alcuni casi ho ricercato il testo da cui la citazione è tratta, scoprendo che potrebbe diventare un percorso originale sul particolare punto di vista che l’immaginario letterario dedica al rapporto uomo natura. Ho debitamente appuntato sul quaderno i riferimenti essenziali. Non si sa mai, potrei tornarci su.

    Post Scriptum: mi rendo conto che è già la seconda volta che uso una citazione da Guccini. Sicuramente, chi legge non avrà dubbi sulla mia appartenenza generazionale.
     

  • PASSEGGIANDO FRA LE PIANTINE CHE SBUCANO DA OGNI FESSURA SOTTO CASA

    data: 17/04/2020 16:30

    Nel 1899 Navelli (AQ) aveva circa 3000 abitanti. L’ho scoperto, per caso, in un libro di geografia nella biblioteca storica del Liceo Classico Ennio Quirino Visconti, situato in un’ala del Collegio Romano, la sede dell’istruzione gesuitica (dal 1584 al 1870).
    Poi c’è stato il XX sec. Il risultato? Oggi Navelli ha circa 400 abitanti stabili, un po’ di più in agosto. La maggioranza è anziana. Il distanziamento sociale è la norma, tranne poche occasioni (la posta, la farmacia, lo studio medico, la piazza nei giorni di mercato, le ‘postazioni’ dei negozianti con le loro botteghe su quattro ruote - verdura e frutta, pesce fresco, formaggi - e, naturalmente, la Chiesa parrocchiale).
    Da questo angolo di mondo, arroccato su un colle nel cuore dell’Appennino abruzzese, affacciato sulla SS 17 (la stessa della canzone di Guccini, per chi se la ricorda), a metà strada tra L’Aquila e Sulmona, ai piedi del Gran Sasso e con vista sulla Majella, viviamo il distanziamento sociale in tempi di emergenza.
    Chiusi o regolamentati i luoghi pubblici, osserviamo tutti, scrupolosamente, le regole. Nel nostro caso rappresentano solo un irrigidimento della situazione consueta: in paese, per incontrarsi, bisogna volerlo. Ognuno si è ‘attrezzato’ per l’emergenza. Chi ha un fazzoletto di terra annesso alla casa, si trova in una situazione privilegiata.
    Per camminare un po’, mi sono abituata a fare un percorso di circa duecento metri, nelle viuzze attorno a casa. Il percorso è sempre lo stesso, andata e ritorno.
    Un’occasione per osservare e riflettere.
    I primi giorni, ho osservato le maniglie e gli anelli di metallo sui portoni chiusi da un numero imprecisato di decenni. Poi, sono passata a osservare gli anelli in pietra, ben saldi alle pareti accanto ai portoni. Quelli dove un tempo si legavano gli asini al ritorno dai campi.
    Sono piccoli segni di un’ ‘architettura senza architetti’ (cfr. Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects, 1972). Testimoniano centinaia di anni di storia e un secolo di progressivo abbandono.
    Navelli è un caso isolato? Assolutamente no. La penisola è piena di situazioni come questa, lungo la fascia appenninica e, in generale, al di sopra dei 700 msl.
    Ho come l’impressione che, una volta finita l’emergenza, si dovrebbe cominciare a ripensare seriamente il territorio (gli spazi, il lavoro, i trasporti, i servizi ecc. Le questioni sono tante e il modello unico – la città che tutto ingloba – forse ha fatto il suo tempo).

    Dopo le maniglie sui portoni e gli anelli sulle pareti, ho trasferito lo sguardo verso il basso.
    Lungo il percorso, nascono tante piante, tra gli interstizi della pavimentazione.
    Ogni scalino, una pianta diversa. Ci sono tarassaco, romice, bocca di leone, menta, un cardo e molte altre cui non so dare un nome. Almeno, non con sicurezza.
    La varietà di quello che si riesce a scoprire anche in un percorso di soli duecento metri, per una viottola impervia, sempre, tutti i giorni dell’anno, indipendentemente dall’attuale emergenza, è incredibile. Questa varietà è il segnale della forza della natura.
    L’uomo vuole costringerla, affossarla e soffocarla. E lei – niente - spunta fuori da qualsiasi interstizio. Dovunque si trovi un po’ di terra, un seme riesce ad attecchire, a farsi strada.
    Complici il vento, gli insetti, la pioggia, il sole, la natura fa il suo lavoro. E le piante – erbacce, vagabonde, nomadi, comunque le si voglia chiamare – crescono.
    Poi arriva l’uomo e le taglia.
    Perché ormai da millenni si è autopromosso a dominatore della natura, livellando, uniformando e distruggendo. Tentando in ogni modo di rendere la natura monotona.
    E ha trasformato la monotonia così ottenuta nella sua noia.
    Allora ben venga la passeggiata obbligata entro 200 m da casa, curiosando tra le fessure delle pietre, agli angoli tra fondo stradale e mura delle case …
    C’è tanto da scoprire, osservando la natura. C’è tanto da imparare. Non c’è spazio per la noia.
    Tornando a casa, mi viene in soccorso un passo tratto da La creazione di Edward O. Wilson (Adelphi, 2008):

    “La natura difficilmente muore. Anche nel più triste parcheggio per auto vedrete le piccole tenaci erbacce che fanno capolino da una fessura nel calcestruzzo, il ciuffo d’erba su un cordone di marciapiede, la macchia debolmente colorata di una colonia di cianobatteri sul muro dell’edicola che distribuisce i biglietti d’ingresso. Osserviamo da vicino questa piccole creature che prosperano nel loro povero ecosistema: l’acaro, il piccolo verme. Il bruco che si agita per diventare farfalla. Questi organismi selvatici sono la linea di resistenza, l’avanguardia dell’inevitabile ritorno della Terra al verde e al blu. E attendono pazientemente che noi cambiamo idea. Essi possono ancora riportare in vita parte di quello che noi ci accaniamo a distruggere con così pochi scrupoli”.

    Le regole del distanziamento sociale stanno mettendo a nudo la difficoltà a vivere entro confini circoscritti, la disabitudine a soffermarsi sulle piccole cose, la noia della quotidianità.
    Tutto sembra monotono. In condizioni ‘normali’ si fugge la monotonia. In condizioni eccezionali, la monotonia diviene insopportabile.
    Ma, attenzione, molto dipende dalla capacità che abbiamo di riconoscere la varietà in un’apparente monotonia. Un paesaggio può risultare monotono ai nostri occhi.
    Ma siamo sicuri di guardarlo veramente?
    Se ci sforziamo di osservare, volendo realmente vedere, la situazione potrebbe cambiare. Proviamo a mettere al centro dell’attenzione le piccole cose: una maniglia su una porta abbandonata, un anello di pietra sulla parete di una casa dove non vive più nessuno da decenni (dove sarà? dove sono i suoi discendenti? In Australia, in Canada? o forse in Venezuela? quando è andato via? Dopo la prima guerra o dopo la seconda?), le piantine che sbucano da ogni fessura e che parlano di una natura più forte di noi, a dispetto della nostra ansia di dominarla.
    Piccole cose che dicono molto se solo ci fermassimo ad ascoltarle, che ci invitano a non avere fretta. E ad approfittare di questo periodo per ripensare le nostre scelte, troppo spesso scriteriate.
     

  • UN LIBRO TIRA L'ALTRO
    ACCOMPAGNANDOTI
    PER TUTTA LA VITA

    data: 12/04/2020 17:32

    La mia avventura con i libri è iniziata molto, molto presto. Per qualche strana alchimia ero attratta dai libri fin da bambina. E il rimprovero di mio padre, che lamentava i miei maldestri tentativi di afferrare i suoi libri, mi ha accompagnato per tutta la vita. Non è riuscito, peraltro, a farmi desistere da un percorso di lettura che si è andato ampliando e diversificando con il tempo.
    La libreria nello studio del nonno – antica, polverosa, scura, ricolma di libri di medicina e di un’ampia sezione letteraria (ivi compresi romanzi, novelle e racconti scritti e pubblicati dal nonno tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta) – ha segnato i miei anni di adolescente che si rintanava nello studio per affrontare i compiti di latino e greco, le materie sulle quali ho puntato fin dalla scuola media (unificata da lì a poco senza che realmente si fosse capita la vera portata del cambiamento).
    Perché mai una ragazzina, all’inizio degli anni Sessanta, si mette in testa con una caparbia fuori del comune di riuscire in quelle particolari discipline? La domanda è lecita.
    Le risposte sono almeno tre.
    La prima è un profondo senso di vergogna. Quinta elementare. Sono vicina alla cattedra. In un testo scrivo ‘dio’ con la minuscola. La maestra mi addita al ludibrio della classe intera. Non ho mai ‘digerito’ quel rimprovero. Non combaciava con la molteplicità di dèi con cui ero già entrata in contatto nelle pagine del sussidiario.
    La seconda è una sfida. Prima media. Il primo compito di latino e un risultato pessimo. Il giudizio tranciante di una professoressa – di quelle che non hanno mai dubbi, a prescindere - che assolutamente non ricordo. Io, undicenne, ho deciso che non gliela avrei data vinta.
    La terza è un fattore puramente casuale. Tra tutti i professori che ho incontrato nella carriera scolastica, i migliori – senza dubbio alcuno – sono stati quelli di materie classiche, per dottrina, serietà e metodo.
    Al punto da ricordarne i nomi: Raimondo Pesaresi, durante una breve parentesi da studentessa ginnasiale nel liceo classico di Viterbo, e Emidio Panichi, in un liceo romano. Sugli altri è sceso il pietoso velo dell’obblio.
    Sono esperienze che segnano e, direttamente o indirettamente, determinano il corso delle cose.
    Inutile ricordare i lunghi anni di apprendistato sul campo (ossia, in aula), contrassegnato non certo dalla necessità di formare un docente ma dalle macchinose, lunghissime procedure per entrare in ruolo (supplenze ‘accumulapunti’, corsi ‘accumulapunti’, un primo concorso ‘abilitante’, il secondo concorso ‘a cattedre’).
    Sono lunghi anni di pratica in classi sempre diverse, con il bagaglio degli studi liceali e di quelli universitari, orientati inevitabilmente agli studi classici (università prestigiosa, senza dubbio, ma nel settore ‘filologia classica’ chi mai si è preoccupato di dover formare non tanto filologi quanto insegnanti? Soprattutto in anni difficili, in cui le mura rassicuranti di una biblioteca potevano schermare la visione del mondo esterno. E soprattutto in un mondo che, già da quegli anni, non ha più bisogno di molti filologi).
    Il vero bagaglio sono i classici e i dubbi perenni che mi accompagnano da allora (cosa proporre, come studiare, perché quel passo e non l’altro, come far diventare un particolare passo un bagaglio vivo e presente per un giovane degli anni Settanta, Ottanta, Novanta e, poi, del nuovo secolo?).
    Forte di questo bagaglio, mi sono attrezzata. Ho selezionato, scelto, proposto, discusso, accolto proposte, sollecitato il dibattito su temi provenienti direttamente dal mondo di Omero, dai viaggi di Erodoto, dal teatro di Dioniso, dall’assemblea ateniese, dalla guerra del Peloponneso, dalle scuole filosofiche, dalle biblioteche, da Roma repubblicana, imperiale, universale e cristiana.
    Quando le scelte dei libri di testo – a volte decisamente prevedibili o, come dire, ‘patinate’ - non mi soddisfacevano, integravo con altri testi. Non per niente, erano ancora i tempi in cui si leggeva Mario Lodi. Idealmente il libro di testi e letteratura, greca e latina che fosse, doveva essere sempre in fieri, doveva essere vivo, doveva presentare questioni attuali. Tucidide ma anche Ippocrate, per esempio. Platone, certo, ma perché non l’Aristotele che si occupa di piante e di animali? Cicerone, sicuramente, ma perché non il Catone del De re rustica? Tacito ma anche Plinio il Vecchio.
    L’obiezione di fondo, potrebbe essere che i contenuti sono ampiamente e, in molti casi, definitivamente superati. Ed è vero, non c’è dubbio. Ma proprio questo induce a problematizzare i contenuti, a ragionare sulle differenze, a capire il cammino percorso dall’uomo in duemila anni e oltre, e, perché no, anche a riflettere sul significato e l’impatto delle conoscenze che l’uomo ha raggiunto successivamente e, infine, sulla portata di tali conoscenze sull’uomo stesso e sull’ambiente. Se così non fosse, lo studio del passato potrebbe essere liquidato.
    E non è così. Anzi, lo studio del mondo antico è fondamentale. E proprio tramite quello studio, abbiamo oggi la possibilità di analizzare quanto e come gli ultimi tremila anni ci abbiano portati ad una crescita preoccupante. Senza la prospettiva storica, senza le testimonianze degli antichi, il quadro sarebbe più vago. Invece abbiamo la possibilità del confronto.
    Chiudere la pluridecennale parentesi ‘in classe’ non è stato facile. Non ha significato chiudere con l’attitudine a un approccio al mondo costruito a partire dai testi, senza pretese di trasmettere verità indiscutibili ma nella convinzione di presentare questioni sempre aperte, da rileggere e reinterpretare di giorno in giorno, di anno in anno, di decennio in decennio.
    Perché le prospettive cambiano. Guai se non fosse così.
    Anzi, ha significato ampliare la prospettiva e riscoprire interessi nati e prontamente sopiti negli anni di scuola da lezioni soporifere, pagine assegnate, libri inadeguati. Alla fine del liceo, da sola, non ho avuto la forza di orientare gli studi universitari sulle materie che realmente mi affascinavano. Provai a proporlo in casa. Altri tempi. Una facoltà scientifica? Perché mai?
    Ero già abbastanza ribelle per gli standard dell’epoca per avere la forza di insistere.
    Da brava scolara, ho scelto quello che ci si aspettava che scegliessi, accantonando per sempre il sogno solo vagheggiato di studiare botanica o agraria.
    È così che nel decennio che si sta concludendo in modo così drammatico, di fronte al fatto incontrovertibile che i confini sono solo convenzioni che l’uomo definisce e ridefinisce e attorno alle quali si accanisce ma che non interessano i fenomeni naturali né, tantomeno i virus, ho continuato a leggere, a prendere appunti, a riflettere, a leggere ancora.
    La spinta nasce dai miei interessi, ormai senza confini e, anzi, sostenuti dai lunghi anni di pratica quotidiana con i classici. Sempre con in mente i versi di un coro, dall’Antigone di Sofocle:
    “Molte potenze sono tremende, ma nessuna lo è più dell’uomo. È lui che oltre il mare canuto procede nella tempesta invernale attraverso i flutti che gli si frangono intorno. È lui che la dea suprema tra tutti gli dèi, Gaia, violenta anno per anno con gli aratri tirati dalla stirpe equina.
    È lui che cattura con attorte reti gli uccelli dalla mente alata e le fiere selvagge e gli animali del mare.
    È lui, l’uomo, capace di pensiero, che ha il potere sulle bestie dei campi e su quelle che vagano sui monti; è lui che aggioga il cavallo crinito e l’infaticabile toro.
    È lui che la parola e il pensiero, simile al vento, ha imparato e l’impulso che porta alla legge e a fuggire gli strali tremendi dell’inabitabile gelo sotto l’etere aperto. Ovunque si apre la strada, in nulla s’arresta.
    Così affronta il futuro. Da Ade solo non ha escogitato scampo, per quanti rimedi abbia inventato a inguaribili mali.
    Oltre ogni speranza e attesa, conosce, fabbrica, inventa, a volte rivolgendosi al male, a volte al bene. Allorché si accorda alle leggi della sua terra, e alla giustizia giurata degli dèi, siede in alto nella città, ma se si macchia di azioni malvagie e sfrenata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi così agisce”.

    Sofocle, Antigone, vv. 332-375 Traduzione: Massimo Cacciari

    Ogni volta che li rileggo, non riesco a non pensare che erano cantati nel teatro, luogo di formazione per eccellenza dei cittadini per alcuni decenni cruciali, e che rimanevano nella loro memoria.
    Un monito sulla terribile grandezza dell’uomo, una grandezza ambigua che si dispiega in tutti gli ambiti della vita (la caccia, l’agricoltura, la navigazione, la medicina, la politica ...), nel bene e nel male. Parole pronunciate nel 442 a.C. che - a distanza di duemila e quattrocento sessantadue anni - sono ancora terribilmente valide.
    Ancora di più nella presente contingenza che ci vede affrontare, direttamente o indirettamente, un nemico tanto piccolo e tanto potente da mettere in ginocchio strutture politico economiche e sociali che, con la stessa superbia dell’uomo stigmatizzata da Sofocle, consideriamo inattaccabili.