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GIULIANO CAPECELATRO

  • SE LE ELEZIONI USA SONO
    UN COLOSSALE IMBROGLIO...

    data: 16/11/2020 13:52

    Non è possibile dubbio alcuno. È ora di gridarlo ai quattro venti: le elezioni presidenziali americane sono un colossale imbroglio, una truffa. Un intrigo che miscela con sapienza inquietudini politiche e allarmi pandemici. Le sceneggiature realistiche di The goodwife trovano puntuale conferma nei fatti.
    Ogni Weltanschauung complottista, che negli Usa hanno una culla feconda, è un formidabile analgesico: consola gli afflitti, conforta i delusi, rinsalda i dubbiosi su certezze granitiche. Fornisce una lettura di come va il mondo sulla base di assiomi (che per principio non vanno dimostrati) assunti ad articoli di fede. Se il mondo è diverso da quello che auspicheremmo, ecco la spiegazione, la radice infetta del male; il tutto illustrato in quattro semplici righe. Trump detronizzato? Viva Trump.
    Visto dal vecchio continente, e quindi dall’Italia, il problema non è che Trump è Trump, che i trumpiani sono trumpiani (armati fino ai denti, ma lì si può sparare ad libitum). Il problema è che i trumpiani d’Italia sono legioni, prosperano. Fomentati da certa stampa, forse casualmente schierata su posizioni politiche ravvisabili come destra, più o meno barricadera. Armati di tutto punto di social, vere latrine della dialettica. Spalleggiati e stimolati da qualche politico cialtrone (per incredibile che possa sembrare, ce n’è anche in Italia) che non si perita di asserire, ad ogni passaggio televisivo o altrimenti mediatico, che ci sono stati più votanti che elettori ufficialmente registrati.
    Così su facebook furoreggia un post in cui Joe Biden, neoeletto presidente americano, arruolato a forza tra le file sataniste, è ripreso in un cimitero mentre ringrazia i defunti per il voto ricevuto. “I brogli - si legge in altri post- stanno assumendo proporzioni bibliche… decine e decine di milioni di schede… provenienti da diverse nazioni come la Cina e l’Italia”.
    Per converso, Donald Trump, la cui biografia politica e imprenditoriale resta intonsa, col suo bel ciuffone birichino, assume figura di santo. Titanico antagonista di “tutti i poteri forti”, dalla perfida Merkel ai soavi radical chic e al malefico mondo mussulmano, indomito profeta di un mondo nuovo (finalmente libero e giusto, è sottinteso), che adotta per slogan, postato di fianco a un incrollabile, taumaturgico Trump issato sul grido di guerra “It’s time”, un brano attribuito all’incolpevole Giordano Bruno: “il cambiamento arriverà inatteso dopo che i potenti saranno convinti di aver vinto”.
    Da taumaturgo a taumaturgo. Solo Totò, a questo punto, può ripristinare le ragioni della ragione (si perdoni il bisticcio) col suo indimenticabile: “Poi dice che uno si butta a sinistra”. Sempre ammesso che riesca a trovarla. 

  • ORA STEVE BANNON
    VUOLE LA GHIGLIOTTINA
    PER FAUCI E WRAY

    data: 11/11/2020 20:01

    Dopo la galera (con l’accusa di frode), il bando. Da twitter. Senza possibilità di appello. Perché Steve Bannon, spregiudicato stratega del trumpismo arrembante e idolo dei trumpiani di tutt’Italia, l’ha fatta, ancora una volta, fuori dal vasino. Non si sa se ispirato dalle convulse vicende della rivoluzione francese o dai collerici decreti della Regina di cuori del paese delle Meraviglie, Bannon ha emesso una condanna alla decapitazione per Anthony Fauci, l’immunologo della Casa Bianca, da qualche tempo inviso allo stesso Donald Trump perché non metterebbe un’opportuna sordina agli allarmi sul Covid.
    Non pago, Bannon ha associato alla condanna anche il direttore dell’Fbi, Christopher Wray. Verdetto stilato in un linguaggio rude e schietto su uno dei social più diffusi, forse il più diffuso, nel mondo. “Quanto mi piacerebbe tornare al buon tempo antico- questo il testo-. Allora piazzerei le loro teste in cima a un palo e le esporrei ai lati della Casa Bianca, così, giusto come monito”. Di fronte a tanto orrore, twitter non ha avuto scelta: che bando, perpetuo, sia. Ma gli accoliti italiani dello spin-doctor in disgrazia, che mai brillano per originalità e indipendenza di giudizio, potrebbero trovare stimolante la truculenta esternazione della loro guida spirituale. E cominciare a pensare che, in fondo, Conte, Giuseppi per gli amici americani, ha una gran bella testa.

  • SE ALLA COSTITUZIONE
    È VIETATO L'INGRESSO
    NELLO JUVE STADIUM

    data: 04/10/2020 22:38

    L’articolo 32 della Costituzione, sino a prova contraria ancora vigente, è chiaro e inoppugnabile: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”. E nel secondo comma dello stesso articolo stabilisce: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. La legge, addirittura. Cosa, dunque, può, potrebbe, un protocollo? Zero, meno di zero. Ma i signori che regolano le plutocratiche sorti del pallone patrio, in evidente delirio di onnipotenza, ebbri forse per le vertiginose giostre di danaro in cui si compendia il significato del calcio, hanno stabilito che no, loro con la Costituzione ci fanno quello che promettevano di fare i leghisti d’antan.

    Come don Rodrigo, celeberrimo esempio di iattanza da potere, decreta che “questo matrimonio non s’ha da fare, né ora né mai”, così loro decidono che, chi se ne fotte della Costituzione, “questa partita s’ha da giocare. Ora”. La vicenda è stranota: un paio di giocatori del Napoli sono risultati positivi al Covid e l’intera squadra ha appena giocato col Genoa, che è un vero e proprio lazzaretto. Logica elementare imporrebbe un alt. A Juve-Napoli, in programma stasera, ma anche a tutto il campionato (la stessa Juve ha avuto un paio di positivi). Ma no. Non sia mai. I sommi reggitori del calcio hanno appunto varato un ridicolo protocollo per portare avanti il carro di Tespi della palla italica, per cui se non ci sono proprio morti e feriti si può benissimo giocare. Dunque si giochi Juve-Napoli.

    Che dite? Il Napoli è stato fermato dalla Asl e non può recarsi a Torino? Pazienza, si può fare senza. Se la Juve scende comunque in campo, così, tanto per prendere una boccata d’aria, vince comodamente 3-0. Con buona pace della cosiddetta sportività, del povero de Coubertin. E anche della Costituzione, attrezzo antiquato, antidiluviano, che ancora si occupa della salute delle persone, con tutti i milioni e milioni di euro che ci sono in ballo. Scherziamo? 

  • GRANDE E' IL DISORDINE
    PER LE VIE DEL MONDO.
    CON I MONOPATTINI, POI...

    data: 18/09/2020 11:48

    Una bimba sui 10-12 anni avanza imperterrita, e anche un tantino proterva, su uno strano trabiccolo; non un monopattino, semmai un affine: un’esigua piattaforma rettangolare a due ruote in plastica. Non bada alle macchine che le vengono incontro: che si spostino, o si arrestino. La sua compagna di giochi , monopattinata, scorrazza sul marciapiede incurante della selva di gambe che l’attorniano. Ciclisti fluiscono in ogni senso di marcia, sulle ciclabili, lungo la strada o anche sui marciapiedi, tesi nello sforzo eroico di rinverdire i fasti di Maspes e Gaiardoni, indifferenti all’incolumità propria e degli incolpevoli pedoni; d’altronde, sembra che qualche improvvido ambientalista abbia decretato che possono andare tranquillamente anche contromano.

    I giornali resocontano dissennate gare in monopattino a Roma tra il Colosseo, piazza Venezia, il Corso. Da Parigi giungono notizie di gravi incidenti, spesso mortali, per le evoluzioni da monopattino. Le strade urbane, e non di rado extraurbane, somigliano a circhi equestri dove ognuno, a pubblica dimostrazione del proprio talento, sciorina il numero prediletto.
    Una potente allegoria. Nello stile del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch. Una baraonda allucinante, di cui a tutta prima sfugge il senso logico. Grande è il disordine per le vie del mondo, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. La mobilità, intesa come sistema generale di spostamenti di persone e cose, nel declino inesorabile ma tardigrado del modello incentrato sull’auto privata, è una grande malata. Prossima al tracollo finale, necessita di cure urgenti. Di un antidoto efficace ad un’imperversante e rischiosissima deregulation. In soldoni, di una riscrittura- cum grano salis- dell’intera normativa sulla circolazione; non affidata a suggestioni e slanci emotivi occasionali, ma commisurata ad esigenze, diritti, e soprattutto doveri, di chi circola.

    Tre secoli fa, per affrontare il dramma della sovrappopolazione in Irlanda, lo scrittore Jonathan Swift avanzò la “modesta” (e sarcastica) proposta di dare in pasto ai ricchi signori i figli dei poveri, dopo averli debitamente ingozzati come oche per rimpolparli. La giuliva anarchia del trasporto, che riflette e rilancia l’esiziale dogma competitivo del liberismo, oggi addirittura iperliberismo, si presenta molto meno efferata della paradossale mozione swiftiana. Ostenta il piglio volitivo ed efficientista tipico del mondo cosiddetto sviluppato, delle moderne società postindustriali e digitalizzate. Nel trionfo dei più selvaggi animal spirits. Che sfrecciano incontenibili su due, tre, quattro ruote, gravidi di una demenziale strage degli innocenti. 

  • LA SFIDA ALLL'OK CORRAL
    DI TRUMP E TRUMPIANI

    data: 04/09/2020 14:42

    C’era una volta il West. No. Con buona pace dell’immaginifico Sergio Leone e della splendida Claudia Cardinale, il West è ben vivo e lotta… contro di noi. Negli Usa di questi giorni, che si avvicinano di gran carriera alle elezioni presidenziali, tuonano le armi; con tanta frequenza e fragore da far apparire la sfida all’Ok Corral nulla più che una filastrocca per bebè. Tuonano, sì, ma a senso unico: contro i cittadini neri e ispanici; simbolicamente, l’Uomo nero che angustia il sonno degli infanti, lo sgangherato American Dream della componente wasp di quel grande paese. Il cui nucleo fondante è l’esasperata ricerca di successo, misurato quasi esclusivamente in termini monetari.

    E’ sotto gli occhi di tutti che, sotto la presidenza di Donald Trump, il livello di violenza si è spaventosamente accresciuto. La polizia ha pressochè un’ufficiosa licenza di uccidere; e proprio in questi ultimi giorni lo sta facendo a man bassa. Con l’ausilio di una folta schiera di estremisti di destra, cittadini benpensanti (magari simpatizzanti o membri a pieno titolo del Ku Klux Klan), da cui non solo le forze dell’ordine non prendono le distanze, ma addirittura incoraggiano e ringraziano (vedi Internazionale, 3 settembre 2020, Il legame pericoloso tra l’estrema destra e la polizia statunitense). L’esempio viene dall’alto. Donald Trump, la cui legge morale si ispira a Kant ma rivisitato da Billy the Kid (Tu devi… sparare), anziché stigmatizzare, in nome del diritto, l’omicida diciassettenne Kyle Rittenhouse, lo ha giustificato adombrando una risibile legittima difesa.

    Questa logica delle armi non è questione che riguardi solo gli Stati uniti. Tra le file della destra europea e italiana Trump, con tutto il suo bagaglio “ideale”, è un idolo, un modello luminoso. Il che costituisce un non piccolo pericolo, anche per l’Italia. Se lo smargiasso leader della Lega è in declino, per evidente insipienza politica e non solo, la leader di Fratelli d’Italia è non meno truculenta, e molto più astuta, del suo compagno di cordata alla scalata del potere. Anche per loro la madre di tutte le battaglie politiche, la panacea per risolvere i tanti guai del paese, è la caccia all’Uomo nero. E si è già visto, purtroppo, come alcuni loro accoliti abbiano accolto e interpretato questo messaggio. 

  • MA PER QUANTI ITALIANI
    QUEL FURFANTE DEL DUCE
    E' UN IDEALE POLITICO?

    data: 10/07/2020 14:38

    “E sempre viva il duce, Bartolo”. La frase còlta al volo, sulla soglia di un negozio, dà l’immagine del paese. Persone normali, normalissime, di sicuro oneste, probabilmente simpatiche, con le quali, in teoria, potresti fermati a bere un caffè o impegnarti un torneo di briscola. Settantacinque anni dopo l’ingloriosa fine di un regime funesto e furfantesco, inutile nasconderselo, non sono pochi, tutt’altro, quanti guardano al duce (che su quasi ogni pubblicazione, per motivi inesplicabili, compare con l’iniziale maiuscola) come a un ideale politico supremo.

    E nell’arengo politico il non compianto capo di stato vanta più tentativi di imitazione della Settimana enigmistica; fare la voce tonitruante, assumere pose smargiasse, individuare un nemico su cui indirizzare con frasi e atti biechi i malumori e i livori di masse frustrate, evidentemente paga. Non ci dovrebbe essere bisogno di ricordare chi e cosa era il cavalier Benito Mussolini. Un avventuriero che sempre seguiva l’odore dei soldi, da qualunque parte venissero. Il mandante di una lunga serie di omicidi. Un capo di stato fallimentare, convinto di essere tanto furbo da potersi assicurare, facendo morire solo qualche migliaio di fantaccini, i dividendi di una guerra che considerava già vinta dal suo complice e mentore.

    Non fosse morto, un tribunale, per crimini di guerra e non solo, sarebbe stato il suo naturale approdo. Ma la memoria è corta, fallibile, preda di facili suggestioni, e poco si è fatto, in Italia, per rendere senso comune il ripudio della iattura nera. L’epitaffio più calzante per l’uomo e la sua creatura politica l’ha coniato in questi giorni l’attrice Franca Valeri (nome d’arte di Franca Norsa) in un’intervista al Corriere della Sera, alla vigilia del suo centesimo compleanno. Quel 25 aprile 1945 lei, di famiglia ebrea, era andata a piazzale Loreto per vedere con i propri occhi i cadaveri di Mussolini e di Claretta Petacci. “E vuol sapere se ho provato pietà?- chiede all’intervistatore-. No. Nessuna pietà. (…) avevamo sofferto troppo”. 

  • IL FASCINO SOTTILE
    DELLE CANDELE
    CHE ODORANO
    "COME LA MIA VAGINA"

    data: 18/06/2020 18:15

    Una nota attrice… no, no, attrice è riduttivo. Una diva, termine che indica già uno stato che trascende l’umano, da qualche tempo si è messa a commerciare in candele. Dotate di una curiosa peculiarità; la prima, messa in circolazione ad inizio d’anno, odorava, parole testuali della diva, “come la mia vagina”; quella appena lanciata sul mercato odora, sempre testuale, “come il mio orgasmo”.
    Non occorre avventurarsi tra i testi sacri della psicanalisi per cogliere al primo sguardo la metafora sessuale incorporata nella modesta candela, potenziata dai dettagliati riferimenti della venditrice. Insomma, un invito tanto birichino quanto, va da sé, virtuale in tutti sensi. Semmai un’allusione beffarda all’autoerotismo.
    Ma quello che davvero colpisce è l’appello all’olfatto non in semplice qualità di alleato ed efficace stimolatore, ma quasi come succedaneo degli organi sessuali: farai, o immaginerai, l’amore con me attraverso gli odori che il mio corpo, di diva, dalle sue zone più intime, emana.
    L’odore, si sa, è la parte in ombra di ogni personalità. Introduce a cavità, funzioni e segreti che si tenta in tutti i modi di tenere nascosti. Ettolitri di profumi vengono sparsi ad ogni ora del giorno per eliminare, ricacciare, allontanare effluvi che vengono classificati sgradevoli.
    Com’è lontana la magia del Cantico dei cantici, che lodava anche l’odore inebriante dell’amata. Trascorsi i fasti dei saloni di Versailles, dove il sentore di corpi mal lavati, irrorati con ogni genere di profumi, sprigionava olezzi avvertibili a centinaia di metri, i bagni dell’homo sapiens sapiens offrono mensole su cui spiccano deodoranti, balsami, profumi di ogni fantasiosa composizione: vade retro.
    L’unica eccezione si attribuiva ai santi in pectore, cui sarebbero stati risparmiati i miasmi della decomposizione corporea, restando olfattivamente neutri. Vero, falso? Ne I fratelli Karamazov, Dostejevskij nella stanza in cui giace il corpo di padre Zosìma, religioso in odore di santità, tiene aperta una finestra, appunto per liberarla da un odore molto meno spirituale. Ma la credenza e l’espressione resistono ancor oggi.
    A parte la stimolazione erotica, c’è allora da rilevare un peccato di hybris, di incontrollata superbia, nella commercializzazione del prodotto. I santi, per essere riconosciuti tali, devono affrancarsi dall’odore, come evidente contrassegno della loro corporeità, notoriamente corruttibile.
    Le candele erogene capovolgono questo impianto logico - o illogico, secondo i punti di vista. L’odore viene esaltato, magnificato; attinge una dimensione che non è più soltanto terrena. Da qualsiasi parte del mio corpo di diva provengano, gli odori non hanno nulla di repellente; sono odori da diva, di conseguenza divini. Con buona pace dei titanici sforzi di quanti, attratti dal divino, ma provvisti di mezzi unicamente umani, aspirano alla santità. 

  • SE NON UN TRONO,
    UN SEGGIO
    PER IL PRINCIPE
    DEI SOTTACETI...

    data: 10/06/2020 18:16

    Il signor Emanuele Filiberto di Savoia, d’alto ingegno perché d’alto lignaggio, dopo aver allungato lo sguardo notoriamente acuto ed essersi immerso in profonda riflessione sulle cose d’Italia, ha stabilito che no, così proprio non va. E ha deciso che generosamente offrirà il suo inestimabile contributo per riequilibrare la situazione.
    Come non accogliere con giubilo la decisione del rampollo di tanto illustre schiatta, che può vantare nel nutrito curriculum, oltre a diverse e fondamentali apparizioni televisive, alcune stagioni da piazzista di sottaceti, sia pure di non straripante successo? Il sempreverde Savoia ha dalla sua, al di là delle innegabili doti, la storia illustre, lusinghiera dei suoi antenati, che sempre si sono spesi nel più assoluto disinteresse, fino al sacrificio personale, per il bene del paese. E, costretti a un’umiliante emigrazione, sono tornati in punta di piedi - noblesse oblige - in Italia.
    Mai che abbiano alzato la voce neppure una volta, mai che abbiano dato prova di plebea ingordigia col reclamare beni che un tempo, appannaggio della carica che per gli imperscrutabili decreti dei fati ricoprivano, incrementavano il patrimonio familiare, oculatamente difeso e provvidamente rimpinguato da ogni nuovo sovrano.
    Con l’Italia e le sue ricchezze sulla bocca, nel cuore, nella mente, il sempreverde Emanuele Filiberto annuncia all’adorato popolo italiano che varerà un think tank, che è come dire una consorteria di cervelli dediti unicamente a produrre idee per il bene del paese. Una gragnuola di idee sotto l’etichetta - forse un richiamo nostalgico, in queste ore buie, ai tempi felici dei sottaceti - Più Italia. Con l’occhio, e piena consonanza di intenti, alla già collaudata Fratelli d’Italia, di cui il sempreverde dichiara di apprezzare, con lo stesso entusiastico slancio patriottico con cui il bisnonno apprezzò il verbo rivoluzionario di tal Benito Mussolini, spirito e visione. 

  • E IL CAPO DELLA LEGA
    REGALO' L'ETNA
    ALLA SUA AMATA NAPOLI

    data: 06/06/2020 19:26

    Dunque, il capo della Lega si è recato in questi giorni nel Sud d’Italia. Unicamente spinto da smodata passione per il Meridione e le sue genti; un’attrazione fatale per cui non esita, protetto solo da un’esile mascherina, ad avventurarsi in terre dove, come lui ben sa e ha spesso dovuto rilevare con l’abituale bonomia e spirito francescano, il colera infuria e le popolazioni locali sono congenitamente avverse all’uso del sapone e a qualsiasi norma igienica.

    Nel manifesto che annuncia il suo arrivo a Napoli, sull’immagine del golfo che campeggia alle sue spalle si staglia l’Etna, solitamente collocato in Sicilia, ma trasferito per l’occasione. Potrebbe sembrare un errore, nato nell’ansia di raggiungere i luoghi agognati. I soliti detrattori di professione, tetragoni a tanta dedizione, vi avranno invece visto una provocazione. Il “formidabil monte sterminator” esaltato da Leopardi, è noto, ha da decenni riposto la lava nel freezer, e se ne sta in panciolle e serafico come un pensionato ad accogliere le torme di turisti. Quindi, avranno congetturato, ecco che il lombardo architetta di delegare al più vivacetto collega siciliano i compiti che il Vesuvio da tempo non assolve.

    Maldicenze gratuite, cattiverie da agit-prop. Quell’abbinamento estemporaneo è in realtà un’ingegnosa soluzione artistica, perfettamente nelle corde dell’eclettico personaggio, per raffigurare in estrema sintesi una porzione amatissima di quell’Italia per cui il suo cuore batte da sempre. Tutti sanno che abita, con i magri e sudatissimi proventi di una professione che lo vede sempre in prima fila a difendere le ragioni dei meno fortunati, in un modesto bilocale, da cui spesso compare in televisione davanti a frugalissime cene, in pretto stile francescano. Disponesse di più spaziosa dimora, non v’è dubbio che accoglierebbe colonie di meridionali. Con cui intonare, tra una pizza e un babà, un’allusione a Troisi e una citazione di Giambattista Vico, l’immortale “è nato ‘nu criaturo/ è nato niro…”; un colore che letteralmente lo fa impazzire. 

  • MASCHERINE, MACABRA
    MODA, FRA MERCATO NERO
    E HAUTE COUTURE

    data: 20/05/2020 19:07

    Non ci fossero le foto, si potrebbe pensare a uno scherzo. Di cattivo, pessimo gusto, ma nell’intento di alleggerire un po’ il clima tetro di un momento critico. Da Berna, Svizzera, arrivano le immagini di una vetrina - Breitenrain, quartiere semicentrale, pieno di negozi e supermarket - che espone mascherine istoriate anticovid-19. Prezzo: 20 franchi; poco, pochissimo meno di 20 euro. Non si fa in tempo a riaversi dallo stupore, e lanciare qualche moccolo, ed ecco le mascherine haute couture, disegnate da uno stilista di vaglia. Presentate su uno dei giornali italiani di quelli che “fanno tendenza”, senza la più piccola ombra di ironia, come “gli oggetti più di moda del momento”.

    Non saranno commercializzate, viene precisato; il che è un pressante invito a chi ha denaro da buttare, e un congruo tasso di cafonaggine, a far di tutto per accaparrarsele e ostentarle, sbatterle in faccia a chi non può che inalberare una dimessa, misera mascherina chirurgica. Del resto, l’Italia è stata/è teatro di un’oscena farsa: una strenua gara per non far arrivare nelle farmacie le famose mascherine a 0,50 centesimi (0,61 con l’Iva), una speculazione che riporta ai giorni cupi del mercato nero.

    Quasi una pagina da Il caro estinto, il romanzo satirico di Evelyne Waugh (trasposto anche in film negli anni Sessanta), che già oltre settant’anni fa prendeva ferocemente di mira il way of life statunitense, capace di trasformare in redditizio business anche la morte, e farne un nuovo status symbol, una bandiera da ricchi e superricchi da sventolare sotto il naso di chi ricco non era.

    Uno solo, infatti, è sempre e comunque il protagonista. Il denaro. Che scava solchi, abissi, mantiene saldi reticolati di filo spinato tra classi sociali. E genera abiezione. A Boltiere, provincia di Bergamo, un bambino di dieci anni, incastrato in un cassonetto, muore con il torace schiacciato. Scalzo, come i suoi quattro fratelli, stava cercando di tirar fuori dai rifiuti qualche vestito. Non ne avrà più bisogno; e neppure di mascherine, griffate o meno. 

  • QUANTA RIOTTOSITA' E LITI
    DIETRO LA PAROLA "UNITA'"

    data: 06/05/2020 15:58

    Se le parole hanno una vita, la parola "unità" ha avuto, in Italia, il suo secolo d’oro nell’Ottocento. Sogni insurrezionali. Fasti risorgimentali. Giovani che correvano a farsi uccidere col sorriso sulle labbra, perché pervasi da un ideale che sfiorava il misticismo. Raggiunse l’apoteosi nel 1860, quella parolina, il definitivo coronamento nel 1870, con la breccia di Porta Pia. Servì a infiammare gli animi, e a fare di quella che veniva definita con disprezzo “un’espressione geografica” una nazione, col benevolo assenso delle grandi potenze. L’Italia unita. Anche se quell’unità era il mantello sfarzoso che ricopriva disparità stridenti, culture e costumi eterogenei.

    Dopo un paio di secoli, la musica cambia. Del resto, ogni esistenza è un’altalena continua di alti e bassi. La parola unità è un guscio vuoto, un ingannevole canto delle sirene, intonato con tutt’altre intenzioni. Nel teatro e in letteratura un espediente ricorrente e fondamentale è l’agnizione: il momento, cioè, in cui avviene un riconoscimento che dà una svolta definitiva alla storia. Nella storia recentissima dell’Italia, questo compito lo ha assunto il Coronavirus, col suo triste, spietato fardello di lutti. La maschera dell’unità, peraltro già a brandelli, è caduta. L’agnizione mostra un paese perennemente e fastidiosamente riottoso, diviso da gelosie, liti da condominio, derby campanilistici, mai sopiti, anzi crescenti razzismi, furbizie da magliari.

    È il trionfo del “particulare”, tabe antica in queste contrade. Con echi inquietanti quella parola risuona nell’arengo sempre ribollente della politica, specchio veridico del paese. Nella morsa della pandemia, mille voci si levano ad invocare un governo di unità nazionale. Farebbe aprire il cuore alla speranza, in teoria. Nel ricordo di quanto avvenne nel dopoguerra, che peraltro non fu proprio rose e fiori. Ma c’è poco da stare allegri. La formula altisonante nasconde, piuttosto male, meschini calcoli di bottega. L’imperativo, al momento, è buttare a mare Conte e la sua compagine; a questo lavorano con lena persino alcuni suoi alleati. Dietro la cortina fumogena di un governo embrassons-nous, ognuno continuerebbe a tessere intrighi per scagliare, nel momento ritenuto opportuno, la stoccata decisiva agli altri unitari e impossessarsi del boccino. E il gioco riprenderebbe da capo. L’immagine di Enrico Letta, presidente del consiglio che passa, sulle labbra un sorriso tirato con le tenaglie, il rituale campanellino al successore che gli ha fatto le scarpe, ne è il simbolo perfetto. 

  • "HOMO HOMINI LUPUS"
    E DALLI ALL'ANZIANO!

    data: 18/04/2020 19:39

    In un celebre scritto, il pamphlet “Una modesta proposta”, Jonathan Swift lanciò l’idea di cucinare e mangiare i bambini, per cancellare l’osceno spettacolo della miseria dalle strade di Dublino, con fanciulli che sciamavano appesi a grappoli alle gonne di lacere mamme questuanti. Era il 1729. A distanza di tre secoli, il Covid-19, o Coronavirus, o più genericamente pandemia, fa scattare un gioco delle proposte che in qualche modo le somiglia.
    Che fare per rintuzzare, se non proprio eliminare, i rischi del contagio? Anche quando l’ondata nera sarà passata, come creare le condizioni perché non si ripeta? Questa l’angosciosa domanda. I governanti del pianeta, più appanicati di noi comuni mortali, o forse troppo impegnati a riempire gli arsenali di bombe missili e F-35, laddove un tempo si pensava a riempire i granai, per non dare l’impressione di stare con le mani in mano, lanciano idee a getto continuo, autenticii vulcani di fosforo. Con un bersaglio fisso: gli anziani.
    Sembra che una volta isolati, inchiavardati, reclusi a tempo indeterminato questi soggetti ingombranti, superflui, diciamolo pure: molesti, il più sarà fatto, e il sole tornerà a risplendere sulle sciagure umane. Tanta alacrità di menti, se tradotta in atti, avrebbe un duplice effetto, lontano però mille miglia da quello agognato. Sul piano teoretico farebbe rifulgere l’antico detto “homo homini lupus”, issato a caposaldo, assioma imprescindibile, del pensiero del secolo ventunesimo. Sul piano pratico, riporterebbe surrettiziamente sulle scene del mondo la legge del branco, che va avanti per la sua strada e abbandona al proprio funesto destino i membri più deboli; ammesso e non concesso che, al netto di gravi malattie pregresse (che peraltro si possono avere a 80 come a 35 anni), gli anziani (ma come - e chi- si stabiliscono i confini di questa categoria?) siano i soggetti più deboli della comunità umana.
    E il Covid continuerebbe a ridersela sotto i baffi.
     

  • E LA PESTILENZA RIACCENDE
    IL FERVORE RELIGIOSO

    data: 14/04/2020 14:35

    Commovente. Non si può definire altrimenti, anche se non si crede, questo improvviso riaccendersi del fervore religioso, nel bel mezzo di una pestilenza che infetta un globo sempre più materialista. Infiammati dalla predicazione debordante del nuovo Savonarola, sei giovani, sfidando le leggi umane, novelli Antigone, si sono diretti con decisione verso la basilica di santa Maria maggiore, a Roma. Da lì avrebbero intrapreso una marcia verso san Pietro, un vero e proprio attacco al cuore dello stato pontificio. A tutti i costi volevano officiare una santa messa, per celebrare degnamente la Pasqua e il mistero della Resurrezione.
    Li hanno fermati, inflessibili, i tutori delle leggi umane; norme che, ahinoi!, poco si curano dei sussulti dello spirito. Sono le forze nuove che danno anima, braccia, gambe, e ogni altro muscolo disponibile, alle parole del loro mentore, quel Savonarola new age, bilioso e truculento, che tracima da ogni possibile palcoscenico, si impossessa di ogni possibile riflettore, mosso da una fede che non conosce ostacoli, liberando la lingua in esercizi dialettici incandescenti, ostentando la panoplia dei più toccanti simboli religiosi, trascinando nelle sue roventi peregrinazioni catodiche anche innocenti fanciulli, testimonianza e pegno dell’innocenza del suo cuore. Disdegnando, occorre dirlo, la verità delle umane cose perché troppo impegnato a diffondere una verità più alta, una genuina ispirazione divina; evidentemente.
    Qualcuno, là in alto, deve avergli comunicato la volontà di manifestarsi attraverso la sua bocca. E Savonarola, pio e diligente, esegue. Per suscitare e fomentare ad ogni sermone altri proseliti, quelle volenterose, anche se un po’ approssimative, forze nuove che ne attuino il verbo.