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GIULIANO CAPECELATRO

  • ASSEDIATI DAI SABOTATORI DELLA QUIETE DOMESTICA? E' IL MAGICO MONDO DEI CALL CENTER, BELLEZZA

    data: 03/05/2021 21:33

    È un assedio. Tambureggiante. Implacabile. Roba da Fort Alamo. Con tanto di Deguello, la musica che annuncia lotta senza quartiere (Deguello è spagnolo, presente indicativo, prima persona singolare: ti sgozzo). Batterie disseminate dalla Sicilia alle Alpi, fino a raggiungere la perfida Albione. Un fuoco di fila crepitante, subdolo, che ti colpisce quando meno te l’aspetti. Via cellulare. Rispondi alla chiamata, e ti fanno secco con una gragnuola di parole.
    Una delle ultime bordate mi è arrivata da Huddersfield, Regno Unito appunto. Ne ignoravo l’esistenza. Deve essere un posto interessante. Fondata dai Sassoni, insegna Wikipedia, nel West Yorkshire, sede di mercato fin dall’antichità, ha dato i natali ad Harold Wilson. Non lontana da Manchester, ha contribuito alla rivoluzione industriale con i suoi telai. E qui - udite udite! -  l’8 luglio del 1929 venne rappresentato per la prima volta il dramma Lazzaro di Luigi Pirandello.
    Il cellulare squilla, rispondi. Non puoi avere a mente tutti i numeri di parenti amici conoscenti ed evitare quelli molesti. Magari hai un congiunto in ospedale e attendi ansioso notizie. O aspetti che la banca ti annunci che desidera rimpinzarti di contante. O hai lanciato un’Opa sul vecchio frigorifero e non vedi l’ora che un’asta succulenta prenda il via.
    Macché. Dall’altra parte ti bombardano con l’invito-intimazione a non lasciarti sfuggire quei surgelati che neanche il padreterno. Ad afferrare al volo quelle tariffe per le tue connessioni che dureranno, cascasse il mondo!, inalterate fino al termine della tua esistenza. A riconoscere che la tua vita diventerà un paradiso con quel meraviglioso robot in grado di sbrigare tutte le faccende domestiche. In soldoni: ad aderire entusiasticamente alla proposta. Talora sono raffiche gentili, discorsetti suadenti, garbati, rispettosi. Alle volte si fanno aggressivi, perentori, al limite della minaccia.
    È il fantastico mondo dei call center, disseminati come funghi. Tutti magicamente in possesso del tuo numero di telefono. Così che ti viene da malignare che i vari fornitori di servizi, in barba ad ogni regola sulla privacy, dispongano di un gentlemen’s agreement per cui cortesemente se li passano dall’uno all’altro. Se mantengono questa fitta rete di sabotatori della quiete privata, sottopagati e supersfruttati, è evidente che comunque, anche di fronte a un 80-90% di rifiuti, ci guadagnano.
    C’era una volta il registro delle opposizioni, nato per fare da barriera alle chiamate indesiderate. Un magnifico colabrodo; ti iscrivevi, e potevi star sicuro di essere perseguitato da mane a sera. Ora ti viene offerta l’opzione “blocca”. Tu blocchi il numero indisponente, ma i call center sono talmente tanti che è come ripararsi da un diluvio con una pagina di giornale. E ogni giorno continua ad avere la sua pena telefonica. Sganciata magari da Pontefract, sempre Regno Unito, o da Paderno Dugnano.
    Allora, signori garanti della privacy e quant’altro, che dormite il sonno dei giusti, come la mettiamo? Alziamo bandiera bianca? O tentiamo di rintuzzare l’offensiva? Non fosse che per salvaguardare almeno il buon nome di Pirandello. E non accettare supini che diventi il nume tutelare delle truppe d’assalto del marketing. 

  • CI VOLEVA PASOLINI
    PER ATTUALIZZARE DANTE,
    NON CHI LO CELEBRA
    PER AUTOCELEBRARSI

    data: 22/04/2021 16:00

    Un’orda di dantisti dell’ultima ora, a caccia di strapuntini in talk-show e pronti a sgraffignare diritti d’autore per libri da affidare a un immediato oblio, cala sulle spoglie del Sommo Poeta, issato a nuova gloria dal settecentesimo anniversario della dipartita. Una lucrosa sagra paesana, che acquisterebbe un minimo di senso se Alighieri fosse sottratto all’accecante luce del mito e, con qualche acconcio accorgimento, attualizzato, lente di ingrandimento che consentisse di mettere a fuoco il marcio che stiamo attraversando.
    Il Sommo, intellettuale raffinatissimo e poeta superbo, era anche, e non poco, uomo di parte. Se gli si inumidiva il ciglio davanti a Paolo e Francesca, o intellettualmente si esaltava per il folle volo di Ulisse, con sadica soddisfazione spediva tra i più efferati tormenti chi gli stava sul gozzo, foss’anche un papa ancora in piena attività. Sempre, s’intende, dietro l’usbergo di una superiore visione logico-teologica in cui tutto si ricomponeva a maggior gloria del creato.
    Attualizzarlo? Applicare il suo furore morale, le sue categorie etiche alle presenti miserie civiche e politiche? Una parola. L’unico che potrebbe cimentarsi in un’impresa di tal fatta- e qualcosa del genere ha in effetti tentato - è un poeta drammaticamente sparito quarantacinque anni fa. Pier Paolo Pasolini, uomo gramscianamente di parte.
    Con una differenza sostanziale. I dannati della Commedia, con le loro nefandezze e meschinità, sono comunque avvolti in un’aura di fosca grandezza, hanno le stimmate della tragicità, riassumono ed esplicitano l’eterno conflitto tra Male e Bene, in particolare nella lettura cristiana, che sostanzia la vicenda terrena.
    Segni per nulla ravvisabili negli attori della commedia umana in scena nei secoli ventesimo e ventunesimo, infognati in un’irredimibile piattezza borghese. Rubano a man salva denaro pubblico cianciando di primati nazionali, di sovranità vilipese. Spinti da una gretta avidità da apotecari si scambiano ipocrite rassicurazioni di indefettibile lealtà per accaparrarsi le meglio poltrone, salvo fomentare una permanente rissa da bettola. Sguazzano ilari e beati in un confortevole familismo amorale (con dieci alfa privative a precedere).
    Ecco. Solo PPP, nella sua lucida e non di rado profetica visionarietà, avrebbe potuto concepire e rappresentare lo squallore sozzo, la sordida Guernica etico e morale in cui grufolano i protagonisti - classi dirigenti, politici, star ubique dell’ipershow comunicativo- che, inconsapevolmente diderottiani, considerano idee e ideologie le loro puttane. Ma Pasolini è stato ucciso; chissà, forse proprio per questo.
    Auguri, allora, Durante, indomabile sognatore fazioso. Altri settecento di questi anniversari tra brindisi e cori di giubilo. D’altronde, ansiosi, già ti danno appuntamento tra appena quarantaquattro anni - che caspita, sei pur nato, no? Vorrai mica defilarti?-, mentre penne e menti si affilano per celebrarti (e autocelebrarsi) degnamente, levando lieti calici sulla giocosa aria della Traviata.
     

  • L'IMMOTIVATA E PENOSA
    DIFESA DI DANTE
    DA PARTE DEI LEGHISTI

    data: 27/03/2021 18:31

    Ridicoli. Penosi. E inguaribilmente provinciali. Per una polemica basata sul nulla. Ma la Lega si è lanciata a testa bassa - “l’armi, qua l’armi, procomberò sol io…” (nota ad uso dei leghisti: si tratta di Giacomo Leopardi) - contro il mondo, che disconoscerebbe il Genio Italico. Nel caso specifico quello di Durante Alighieri, o se si vuole Dante, tacciato addirittura di “arrivista e plagiatore” dalle colonne della tedesca Frankfurter Rundschau. Si allerti subito il Parlamento europeo; ecco pronta la proposta di risoluzione perché le istituzioni della Ue riconoscano “il valore inestimabile di questa eredità culturale che un figlio di Toscana ha consegnato a tutto il mondo”, e per difenderlo dagli attacchi del politicamente corretto.

    Un bel sussulto di orgoglio nazionale, in perfetto stile sovranista. Peccato che quelle critiche non appaiano in alcun punto dell’articolo della Frankfurter, che anzi è di tutt’altro tenore; l’equivoco è nato da un deprecabile errore di traduzione. Ma i sovranisti vigilano indefessi, ventiquattro ore su ventiquattro, sui destini della Patria, e non tollerano affronti. Degni eredi di quanti propugnavano, in tempi che di sicuro rimpiangono, la missione di portare la Civiltà Italica tra i selvaggi, magari a colpi di gas nervino, o utilizzando ragazze adolescenti come bestioline con cui spassarsela. Tanto provinciali da fare quasi tenerezza. Incapaci di comprendere che Dante (che molti di loro neppure avranno letto, o al più sfogliato di malagrazia negli anni di scuola) e la sua opera (non solo la Commedia, ma anche il Convivio, il De vulgari eloquentia, la Vita nova e così via) da quel dì che sono patrimonio dell’umanità. Inabili a capire che la grandezza di un artista o di un pensatore o di uno scienziato, sia Aristotele (a proposito, ma i leghisti, al di là dei sussulti patriottici, hanno almeno una pallida idea del debito di Dante nei confronti dello stagirita?), sia Shakespeare, sia Einstein, sia Dante, non si può imporre a colpi di risoluzioni parlamentari. E che comunque, anche nel fuoco delle critiche (che sempre sono vitali), non può che consolidarsi. Dunque, la loro iniziativa - si perdoni la scurrilità, ma è avallata da un grande (del cinema) che metteva in scena un grande della letteratura latina -, come si sente nel Satyricon di Fellini (da Petronio), sarà “molle come una scorreggia nell’acqua”. 

  • ECCO L'ASSO NELLA MANICA DI DRAGHI: SOSTITUIRE LA POLITICA CON UNA SOCIETA' DI CONSULENZA

    data: 07/03/2021 20:34

    Distratti dalle mirabilie luccicanti e fragorose del festival di Sanremo, forse non ci siamo ancora resi ben conto di quanto è accaduto in questi giorni. Con un tratto di penna, per così dire, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha delineato un nuovo scenario; anzi, una nuova epoca. Dopo alcune nomine discutibili, ma comunque nell’ambito del quadro istituzionale, il presidente ha affidato sic et simpiciter il Recovery plan, che dovrebbe consentire la ripresa economica del paese, alla società statunitense di consulenza manageriale McKinsey.
    Oh, c’è anche chi l’ha presa come la mossa giusta dell’uomo della provvidenza. Su Facebook circola un post che la esalta perché si tratta - si perdoni la necessaria citazione della volgarità - “di gente con i controcoglioni che lavora giorno e notte”; inutile dire che l’autore della raffinata analisi è vicino a un partito che molto si è agitato per un mutamento di scenario. Ma, a parte che non si capisce come un’anomalia fisiologica possa farne dei geni, non sembra che quelli di McKinsey siano proprio delle anime intemerate.
    Il punto, comunque, è un altro. L’assunzione della società statunitense nella stesura del Recovery plan per l’Italia è il primo, importante passo nel porre le fondamenta di un nuovo ordine del mondo. La politica viene di fatto annullata, non esiste più; largo ai tecnici, a chi ha reali competenze. E lo stesso destino potranno, dovranno seguire gli Stati.
    Fantascienza? Chi vivrà vedrà. Che bisogno c’è di questi apparati elefantiaci, tardigradi, quando un’efficiente e snella società di consulenza o un agile think tank possono in tempi rapidi trovare le soluzioni più idonee? È questa la filosofia e la pratica del neoliberismo.
    Una filosofia che ha il suo architrave in un efficientismo tout court e la sua teleologia nella creazione di Ricchezza. E sul piano dei fatti ragiona unicamente in termini di tecnocrazia. Ecco, scendono finalmente in campo gli esperti, i callidi Cavalieri della Tecnocrazia, nelle cui menti albergano le limpide soluzioni di tutti i problemi del mondo. Peccato che l’esperienza insegni che la produzione di ricchezza, all’interno di questa procedura, ha il solo scopo di rendere ancora più ricca quella sempre più esigua fetta di umanità che già possiede gran parte del pianeta, e sempre meno ricca la stragrande maggioranza di umanità.
    Il neoliberismo trionfante sembra voler dare ragione a Martin Heidegger, che vedeva proprio nella Tecnica l’approdo finale della metafisica, di un pensiero, cioè, che si nutre di se stesso, scisso dalla realtà, quindi dall’uomo. Ma un pensiero, e di conseguenza una pratica, economica, sociale, politica, che non parta dall’uomo e all’uomo si riferisca costantemente, è assolutamente sterile. E il neoliberismo, con i suoi algidi Cavalieri della Tecnocrazia, in tutto simili ai Cavalieri dell’Apocalisse, non può che proporre a getto continuo i propri astratti teoremi, protetti dall’usbergo di una presunta infallibilità scientifica.
    Il capitalismo, che ha nel neoliberismo la sua creatura prediletta, è un sistema putrido, omicida; ammazza senza scrupoli i suoi figli più deboli, quelli inermi, senza difese. Un organismo minato da un gigantesco cupio dissolvi (che ha il suo emblema nell’indifferenza suicida alla questione ambientale e la sua più compiuta rappresentazione scenica nella House of cards), che adesso sembra in fase di costante accelerazione. Non è da escludere che dovremo recitare il de profundis ben prima del fatidico 2050. Prima di esalare l’ultimo respiro gridando giubilanti: grazie, presidente Draghi! 

  • UN SOTTOSEGRETARIO,
    DANTE E TOPOLINO AI TEMPI
    DEGLI AFORISMI SOCIAL

    data: 27/02/2021 16:24

    L’involontaria boutade dell’involontario sottosegretario all’Istruzione, che eleva Topolino, personaggio in effetti di molto merito, a Sommo Poeta, è un classico segno dei tempi. Nell’era imperversante dei social, della comunicazione istantanea, folgorante, dove i tempi di una feconda riflessione sono azzerati e trionfa il pensiero fast food, si assiste alla proliferazione di sentenze lapidarie, della frase che interpreti il mondo, o una sua porzione, e lo fissi nella sua ipotetica dimensione reale; della parola “che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari” (avviso per l’involontario sottosegretario: non è Tex Willer, ma un antico poeta, forse troppo lontano nel tempo perché lei possa averne contezza: Eugenio Montale).
    Facebook e twitter pullulano di aforismi, motti, massime di uomini illustri: Jung, Freud, Beckett, sant’Agostino, Giordano Bruno, Saramago, Einstein; di geni un tanto al chilo. Asserzioni che, buttate lì a casaccio, più che insegnare qualcosa diventano puro rumore, fantasmatiche attestazioni di una grandezza di orizzonti che si pretenderebbe di condividere. Non di rado, più che lecito il sospetto, inventate di sana pianta; o, come può accadere a sottosegretari involontari, di erronea attribuzione.
    Così i suddetti grandi uomini diventano gli involontari (anche loro!) propalatori di una filosofia da baciperugina. Che condensa il faticoso e diuturno lavorio intellettuale in una concisa espressione prêt-à-porter. Un calderone in cui Freud ha identica statura di Fabio Volo, Amadeus può contendere con sant’Agostino sul problema del tempo, Rocco Casalino mette in riga Saramago.
    Prendiamo il povero Albert Einstein, uno dei più sfruttati, perché se condividi una sua considerazione, be’, c’è poco da scherzare, anche tu hai del genio. Circola questa frase, a lui attribuita, o più probabilmente cacciatagli a forza in bocca. “Quando ti siedi con una ragazza al chiaro di luna, un’ora sembra che duri soltanto un secondo. Ma quando sei seduto su un tizzone ardente, ecco che un secondo dura quanto un’ora! Questa è la relatività”.
    Anche i geni possono prendere cantonate, o dire delle corbellerie; anzi, sono geni perché molto imparano dai loro errori. Per informazioni chiedere - no, sottosegretario, non a Kit Carson, ma a Werner Heisenberg o a Max Planck (nipotini di Paperino? No, non si preoccupi di chi siano; è gente tosta). Però questa elocuzione da Grand Hotel puzza di patacca lontano un miglio. Se Einstein l’ha davvero pronunciata, era senz’altro sotto l’effetto dell’alcool o di qualche sostanza psicotropa.
    L’involontario sottosegretario, debitamente piccato dai rilievi, ha promesso che andrà a rileggersi (?) l’Inferno di quel tale Durante Alighiero (no, sottosegretario, non è il factotum di Dylan Dog. Ah, forse lei lo conosce più alla buona come Dante; e già, visto che lo cita con tanta familiarità). Buon pro’ gli faccia. Potrà così vantare nel curriculum la sua personale stagione all’inferno; immedesimandosi… si calmi, involontario sottosegretario, non con Diabolik, ma con un certo Arthur Rimbaud. No, no, che c’entra Alan Ford?! Vabbe’, lasci perdere! Lo sa, no? Chi si ferma è perduto/ Mille anni ogni minuto. Oh, mica chiacchiere, l’ha detto… 

  • PARAGONARE L'AVVERSARIO
    A UN ANIMALE SIGNIFICA
    PER ALCUNI: SOPPRIMETELO

    data: 21/02/2021 18:29

    Sarebbe forse opportuno che i loquacissimi e scriteriati social, da twitter a facebook, che lesti hanno agito da maramaldi con un Donald Trump ormai disarcionato, sospendessero a tempo indeterminato il professore che ha villanamente, pesantemente, oscenamente ingiuriato l’onorevole Giorgia Meloni. Che, ricordiamolo, è la legittima rappresentante in Parlamento, cioè la massima sede di un sistema democratico, di una legittima forza politica. Sospensione che potrebbe, si spera, condurre non a scuse di comodo, ma a un’effettiva, salutare resipiscenza.
    La denigrazione dell’avversario politico (o di qualsiasi altro avversario) è, ahinoi, molto frequente, soprattutto quando scarseggiano concetti più elevati e sostanziosi. E con l’avvento dei social si è aperto il vaso di Pandora dell’irrisione, delle contumelie, delle offese sanguinose.
    Il pensiero umano è ineluttabilmente antropocentrico. Paragonare l’antagonista, il contraddittore, a un animale significa, di fatto, annullarlo. Ma questo annullamento in sede di, chiamiamolo così, pensiero, è un malcelato desiderio e un implicito incitamento ad annullarlo anche nella realtà fisica. Non sei più un mio simile, e come tale (solo come tale) rispettabile, quindi posso benissimo sopprimerti senza problemi.
    Conclusione che potrebbe trovare terreno fertile nelle menti più deboli, che davvero non mancano. Quante volte, anche nella recente storia d’Italia, frasi irresponsabilmente incendiarie o formule interpretate, per insipienza o per efferato opportunismo, in maniera distorta hanno maturato orrendi delitti?
    Il cortocircuito tra un’idea delittuosa e la pratica è la sostanza del fascismo, che ha i suoi numi tutelari e i suoi capisaldi dialettici nel manganello e nell’olio di ricino, strumenti con cui abbattere, mortificare, annullare l’oppositore: se proprio non devo o voglio sopprimerti, ti immergo nelle tue deiezioni, assimilandoti ad esse. Nella breve, ma fin troppo lunga, era che l’Italia ha vissuto in orbace, la sequela di omicidi e azioni delittuose commesse dal regime è infinita. Dal 1945 il Paese è rientrato nell’alveo della democrazia, imperfettissima quanto si vuole, ma che pone su un piano di reciproca dignità i contendenti politici. Con tutto quello che ne consegue. Anche, e soprattutto, sul piano del linguaggio. 

  • AH, SE SHAKESPEARE
    AVESSE POTUTO LEGGERE
    LE CRONACHE POLITICHE
    CONTEMPORANEE!

    data: 29/12/2020 16:32

    Ah, vecchio Willy!, machiavellico cantore di intrighi, superbo fabbro di congiure, non puoi sapere cosa ti sei perso. Se invece di nascere in quei secoli brumosi -1500,1600- avessi visto la luce a cavallo tra i fulgidi ventesimo e ventunesimo secolo, oh, quanta splendida materia avresti ricavato per i tuoi foschi drammi. Non avresti avuto bisogno di saccheggiare vecchie cronache della lontana Italia con giovani sventurati e mercanti bramosi di Profitto, o rabberciare la storia del tuo paese; ti sarebbe bastata un’occhiata distratta ai giornali e alle loro cronache politiche. Sarebbero di certo nati capolavori che avrebbero fatto apparire il Riccardo III una filastrocca per bebè. E il Macbeth nulla più che una favoletta per candidi fanciulli.
    Guarda, guarda che storie potenti, che caratteri scolpiti nel marmo! Al trono è asceso l’irresoluto ma callido Earl, sostenuto dalla fazione della Rosa Rossa Sfiorita e dalle Stelle Cadenti, sempre in lite tra loro su tutto tranne che sulla sete di Potere. Un po’ discosto, dopo l’inchino di prammatica, mezzo in ombra dietro un pesante tendaggio, l’Eterno Cospiratore, McMatt, pugnale ben nascosto sotto il mantello, ma pronto ad affondare nella schiena del sovrano di turno, in un gaio tintinnio di campanellini, mentre un coro di angeli salmodia ispirato: “Stai sereno, stai sereno!”.
    Ritiratosi nel suo maniero, dopo aver retto le sorti del regno per un ventennio, ed essere incappato nella sventura di una penitenza che lo ha costretto a prostrarsi ai piedi di un branco di pezzenti, il volpino Berluckingham, dal sorriso su cui mai tramonta il sole, continua a cospirare a destra e sinistra, senza mai abbandonare il sogno di conquistare la massima onorificenza del reame, ambita da tanti, primo tra tutti il poliedrico sir Walter Scribbling, onusto di gloria e benemerenze umanitarie anche al di là del tempestoso oceano.
    E poi… il pingue Falstaff, dal pelo incerto a ricoprirgli la pappagorgia, fanfarone e voltagabbana come un volgare miles gloriosus, spietato verso chi non ha armi per difendersi, abile a simulare una pelosa generosità quando tutti gli occhi sono puntati su di lui, umile, untuoso, bassamente servile verso chi appena appena ha un pizzico di potere e potrebbe assecondare i suoi confusi disegni.
    E ancora… lo scaltro Lothus, un piede nella staffa del Partito della Corona, l’altro in quella delle turbolente schiere dell’Eterno Cospiratore… non si sa mai, tutto fa brodo. E l'assatanata Lady MacGeorge, occhio basedoviano, eloquio infuocato che dardeggia come spada contro i petti nemici, lesta a brandire pugnace, in perfetta lega col suo alleato, la bandiera patria per scandire perentoria: “Indietro va’, o straniero!”.
    E tutti, tutti, in compunto pellegrinaggio verso la Torre di Londra.. ops, scusa Willy, la Torre di Roma (per gli autoctoni Rebibbia), dove è finito in catene l’Infido Consigliere Dennis Butcher. Per una bagatella, una di quelle storie che, come per esempio i furti nelle casse dello stato, nel Paradiso del Profitto neanche si considerano crimini, e suscitano tra le persone di mondo sorrisi e ammicchi.
    Vedi che po’ po’ di soggetti, di figuri loschi, di trame da leccarsi i baffi? Robetta, al confronto, i tuoi York e Lancaster o i Claudio incestuosi. Educande timorate le lady Macbeth, le Goneril e Regan. Un bamboccione in vena di marachelle Iago. Insomma, io l’imbeccata te l’ho data; vedi tu, Willy. E se ci sei, batti un colpo. 

  • CONSUMATORI-DONATORI
    APPARENTATI DAL REGALO
    A UN GIOVE BENIGNO

    data: 14/12/2020 23:14

    L’antropologo David Graeber, feroce critico del neoliberismo, ahinoi troppo presto scomparso, l’ha scritto a chiare lettere: “La libertà economica, per la maggior parte di noi, è stata ridotta al diritto di comprarci un pezzetto della nostra subordinazione permanente” (Debt: the first 5000 years). C’è qualcosa di inquietante, di folle addirittura, nell’atmosfera di questi giorni. Non solo e non tanto per l’imperversare della pandemia, quanto per i comportamenti del cosiddetto (da se stesso) homo sapiens.
    Richiamati dal piffero natalizio, fiumi di consumatori hanno intasato i centri cittadini; dalle anguste via Toledo (a Napoli) e via del Corso (a Roma) agli sbrilluccichii di Milano, Torino giù giù fino al sud diseredato, in un rito collettivo che per un effimero pomeriggio di shopping ha dato senso all’espressione geografica “unità d’Italia”.
    Difficile cogliere la ratio di quest’orgia oblativa. C’è, di sicuro, in primissimo piano, la volontà di negare i dati della realtà: ma quale pandemia e pandemia, non rubiamo il Natale ai bambini, come ha furbescamente perorato un politico abilissimo nel gioco delle tre carte (ma solo in quello). E i bambini di tutte le età, infatti, si sono riversati come incontenibile marea là dove li conduceva il pifferaio, sordido complice di quel bel tomo di babbo Natale. Ma c’è sicuramente dell’altro.
    Fare un dono, in apparenza, equivale ad un’evidente dimostrazione di altruismo: io sto pensando agli altri, voglio effondere su loro il mio affetto. Ma se si gratta via la buccia, vien fuori qualcosa di molto differente. Un atto in cui il telescopio è puntato esclusivamente sul proprio Ego. Un gesto che sottintende un potere: si dona perché si ha già, e lo si vuol affermare all’esterno. Guarda, io sono tanto potente che posso alienare a tuo favore una briciola di quanto è mio. Il regalo apparenta il consumatore-donatore a un Giove benigno.
    Trionfa, in tutte le sue accezioni, la business onthology, l’ontologia aziendale, verbo del neoliberismo, come riporta Marco D’Eramo nel suo illuminante Dominio (Feltrineli, pp. 254, euro 19). Ideologia costruita a bella posta, con un tenace lavoro di decenni, per i padroni del vapore e i potenti, al fine di renderli ancora più potenti e più padroni. Con le favole accademiche in cui i ricchi sono gli arcangeli che fanno discendere sul pianeta la manna del benessere e dell’appagamento universale. Infilato come un criceto in una ruota che non si ferma mai, ingranaggio minuscolo, insignificante e tutt’altro che potente, il consumatore non fa che asservirsi placidamente a questa ontologia, a questo pensiero totalizzante, che azzera i valori e tutto riduce al suo valore, al prezzo. Tutto. Persino l’affetto, l’amore e qualsiasi forma di apertura verso l’altro. 

  • SE LE ELEZIONI USA SONO
    UN COLOSSALE IMBROGLIO...

    data: 16/11/2020 13:52

    Non è possibile dubbio alcuno. È ora di gridarlo ai quattro venti: le elezioni presidenziali americane sono un colossale imbroglio, una truffa. Un intrigo che miscela con sapienza inquietudini politiche e allarmi pandemici. Le sceneggiature realistiche di The goodwife trovano puntuale conferma nei fatti.
    Ogni Weltanschauung complottista, che negli Usa hanno una culla feconda, è un formidabile analgesico: consola gli afflitti, conforta i delusi, rinsalda i dubbiosi su certezze granitiche. Fornisce una lettura di come va il mondo sulla base di assiomi (che per principio non vanno dimostrati) assunti ad articoli di fede. Se il mondo è diverso da quello che auspicheremmo, ecco la spiegazione, la radice infetta del male; il tutto illustrato in quattro semplici righe. Trump detronizzato? Viva Trump.
    Visto dal vecchio continente, e quindi dall’Italia, il problema non è che Trump è Trump, che i trumpiani sono trumpiani (armati fino ai denti, ma lì si può sparare ad libitum). Il problema è che i trumpiani d’Italia sono legioni, prosperano. Fomentati da certa stampa, forse casualmente schierata su posizioni politiche ravvisabili come destra, più o meno barricadera. Armati di tutto punto di social, vere latrine della dialettica. Spalleggiati e stimolati da qualche politico cialtrone (per incredibile che possa sembrare, ce n’è anche in Italia) che non si perita di asserire, ad ogni passaggio televisivo o altrimenti mediatico, che ci sono stati più votanti che elettori ufficialmente registrati.
    Così su facebook furoreggia un post in cui Joe Biden, neoeletto presidente americano, arruolato a forza tra le file sataniste, è ripreso in un cimitero mentre ringrazia i defunti per il voto ricevuto. “I brogli - si legge in altri post- stanno assumendo proporzioni bibliche… decine e decine di milioni di schede… provenienti da diverse nazioni come la Cina e l’Italia”.
    Per converso, Donald Trump, la cui biografia politica e imprenditoriale resta intonsa, col suo bel ciuffone birichino, assume figura di santo. Titanico antagonista di “tutti i poteri forti”, dalla perfida Merkel ai soavi radical chic e al malefico mondo mussulmano, indomito profeta di un mondo nuovo (finalmente libero e giusto, è sottinteso), che adotta per slogan, postato di fianco a un incrollabile, taumaturgico Trump issato sul grido di guerra “It’s time”, un brano attribuito all’incolpevole Giordano Bruno: “il cambiamento arriverà inatteso dopo che i potenti saranno convinti di aver vinto”.
    Da taumaturgo a taumaturgo. Solo Totò, a questo punto, può ripristinare le ragioni della ragione (si perdoni il bisticcio) col suo indimenticabile: “Poi dice che uno si butta a sinistra”. Sempre ammesso che riesca a trovarla. 

  • ORA STEVE BANNON
    VUOLE LA GHIGLIOTTINA
    PER FAUCI E WRAY

    data: 11/11/2020 20:01

    Dopo la galera (con l’accusa di frode), il bando. Da twitter. Senza possibilità di appello. Perché Steve Bannon, spregiudicato stratega del trumpismo arrembante e idolo dei trumpiani di tutt’Italia, l’ha fatta, ancora una volta, fuori dal vasino. Non si sa se ispirato dalle convulse vicende della rivoluzione francese o dai collerici decreti della Regina di cuori del paese delle Meraviglie, Bannon ha emesso una condanna alla decapitazione per Anthony Fauci, l’immunologo della Casa Bianca, da qualche tempo inviso allo stesso Donald Trump perché non metterebbe un’opportuna sordina agli allarmi sul Covid.
    Non pago, Bannon ha associato alla condanna anche il direttore dell’Fbi, Christopher Wray. Verdetto stilato in un linguaggio rude e schietto su uno dei social più diffusi, forse il più diffuso, nel mondo. “Quanto mi piacerebbe tornare al buon tempo antico- questo il testo-. Allora piazzerei le loro teste in cima a un palo e le esporrei ai lati della Casa Bianca, così, giusto come monito”. Di fronte a tanto orrore, twitter non ha avuto scelta: che bando, perpetuo, sia. Ma gli accoliti italiani dello spin-doctor in disgrazia, che mai brillano per originalità e indipendenza di giudizio, potrebbero trovare stimolante la truculenta esternazione della loro guida spirituale. E cominciare a pensare che, in fondo, Conte, Giuseppi per gli amici americani, ha una gran bella testa.

  • SE ALLA COSTITUZIONE
    È VIETATO L'INGRESSO
    NELLO JUVE STADIUM

    data: 04/10/2020 22:38

    L’articolo 32 della Costituzione, sino a prova contraria ancora vigente, è chiaro e inoppugnabile: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”. E nel secondo comma dello stesso articolo stabilisce: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. La legge, addirittura. Cosa, dunque, può, potrebbe, un protocollo? Zero, meno di zero. Ma i signori che regolano le plutocratiche sorti del pallone patrio, in evidente delirio di onnipotenza, ebbri forse per le vertiginose giostre di danaro in cui si compendia il significato del calcio, hanno stabilito che no, loro con la Costituzione ci fanno quello che promettevano di fare i leghisti d’antan.

    Come don Rodrigo, celeberrimo esempio di iattanza da potere, decreta che “questo matrimonio non s’ha da fare, né ora né mai”, così loro decidono che, chi se ne fotte della Costituzione, “questa partita s’ha da giocare. Ora”. La vicenda è stranota: un paio di giocatori del Napoli sono risultati positivi al Covid e l’intera squadra ha appena giocato col Genoa, che è un vero e proprio lazzaretto. Logica elementare imporrebbe un alt. A Juve-Napoli, in programma stasera, ma anche a tutto il campionato (la stessa Juve ha avuto un paio di positivi). Ma no. Non sia mai. I sommi reggitori del calcio hanno appunto varato un ridicolo protocollo per portare avanti il carro di Tespi della palla italica, per cui se non ci sono proprio morti e feriti si può benissimo giocare. Dunque si giochi Juve-Napoli.

    Che dite? Il Napoli è stato fermato dalla Asl e non può recarsi a Torino? Pazienza, si può fare senza. Se la Juve scende comunque in campo, così, tanto per prendere una boccata d’aria, vince comodamente 3-0. Con buona pace della cosiddetta sportività, del povero de Coubertin. E anche della Costituzione, attrezzo antiquato, antidiluviano, che ancora si occupa della salute delle persone, con tutti i milioni e milioni di euro che ci sono in ballo. Scherziamo? 

  • GRANDE E' IL DISORDINE
    PER LE VIE DEL MONDO.
    CON I MONOPATTINI, POI...

    data: 18/09/2020 11:48

    Una bimba sui 10-12 anni avanza imperterrita, e anche un tantino proterva, su uno strano trabiccolo; non un monopattino, semmai un affine: un’esigua piattaforma rettangolare a due ruote in plastica. Non bada alle macchine che le vengono incontro: che si spostino, o si arrestino. La sua compagna di giochi , monopattinata, scorrazza sul marciapiede incurante della selva di gambe che l’attorniano. Ciclisti fluiscono in ogni senso di marcia, sulle ciclabili, lungo la strada o anche sui marciapiedi, tesi nello sforzo eroico di rinverdire i fasti di Maspes e Gaiardoni, indifferenti all’incolumità propria e degli incolpevoli pedoni; d’altronde, sembra che qualche improvvido ambientalista abbia decretato che possono andare tranquillamente anche contromano.

    I giornali resocontano dissennate gare in monopattino a Roma tra il Colosseo, piazza Venezia, il Corso. Da Parigi giungono notizie di gravi incidenti, spesso mortali, per le evoluzioni da monopattino. Le strade urbane, e non di rado extraurbane, somigliano a circhi equestri dove ognuno, a pubblica dimostrazione del proprio talento, sciorina il numero prediletto.
    Una potente allegoria. Nello stile del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch. Una baraonda allucinante, di cui a tutta prima sfugge il senso logico. Grande è il disordine per le vie del mondo, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. La mobilità, intesa come sistema generale di spostamenti di persone e cose, nel declino inesorabile ma tardigrado del modello incentrato sull’auto privata, è una grande malata. Prossima al tracollo finale, necessita di cure urgenti. Di un antidoto efficace ad un’imperversante e rischiosissima deregulation. In soldoni, di una riscrittura- cum grano salis- dell’intera normativa sulla circolazione; non affidata a suggestioni e slanci emotivi occasionali, ma commisurata ad esigenze, diritti, e soprattutto doveri, di chi circola.

    Tre secoli fa, per affrontare il dramma della sovrappopolazione in Irlanda, lo scrittore Jonathan Swift avanzò la “modesta” (e sarcastica) proposta di dare in pasto ai ricchi signori i figli dei poveri, dopo averli debitamente ingozzati come oche per rimpolparli. La giuliva anarchia del trasporto, che riflette e rilancia l’esiziale dogma competitivo del liberismo, oggi addirittura iperliberismo, si presenta molto meno efferata della paradossale mozione swiftiana. Ostenta il piglio volitivo ed efficientista tipico del mondo cosiddetto sviluppato, delle moderne società postindustriali e digitalizzate. Nel trionfo dei più selvaggi animal spirits. Che sfrecciano incontenibili su due, tre, quattro ruote, gravidi di una demenziale strage degli innocenti. 

  • LA SFIDA ALLL'OK CORRAL
    DI TRUMP E TRUMPIANI

    data: 04/09/2020 14:42

    C’era una volta il West. No. Con buona pace dell’immaginifico Sergio Leone e della splendida Claudia Cardinale, il West è ben vivo e lotta… contro di noi. Negli Usa di questi giorni, che si avvicinano di gran carriera alle elezioni presidenziali, tuonano le armi; con tanta frequenza e fragore da far apparire la sfida all’Ok Corral nulla più che una filastrocca per bebè. Tuonano, sì, ma a senso unico: contro i cittadini neri e ispanici; simbolicamente, l’Uomo nero che angustia il sonno degli infanti, lo sgangherato American Dream della componente wasp di quel grande paese. Il cui nucleo fondante è l’esasperata ricerca di successo, misurato quasi esclusivamente in termini monetari.

    E’ sotto gli occhi di tutti che, sotto la presidenza di Donald Trump, il livello di violenza si è spaventosamente accresciuto. La polizia ha pressochè un’ufficiosa licenza di uccidere; e proprio in questi ultimi giorni lo sta facendo a man bassa. Con l’ausilio di una folta schiera di estremisti di destra, cittadini benpensanti (magari simpatizzanti o membri a pieno titolo del Ku Klux Klan), da cui non solo le forze dell’ordine non prendono le distanze, ma addirittura incoraggiano e ringraziano (vedi Internazionale, 3 settembre 2020, Il legame pericoloso tra l’estrema destra e la polizia statunitense). L’esempio viene dall’alto. Donald Trump, la cui legge morale si ispira a Kant ma rivisitato da Billy the Kid (Tu devi… sparare), anziché stigmatizzare, in nome del diritto, l’omicida diciassettenne Kyle Rittenhouse, lo ha giustificato adombrando una risibile legittima difesa.

    Questa logica delle armi non è questione che riguardi solo gli Stati uniti. Tra le file della destra europea e italiana Trump, con tutto il suo bagaglio “ideale”, è un idolo, un modello luminoso. Il che costituisce un non piccolo pericolo, anche per l’Italia. Se lo smargiasso leader della Lega è in declino, per evidente insipienza politica e non solo, la leader di Fratelli d’Italia è non meno truculenta, e molto più astuta, del suo compagno di cordata alla scalata del potere. Anche per loro la madre di tutte le battaglie politiche, la panacea per risolvere i tanti guai del paese, è la caccia all’Uomo nero. E si è già visto, purtroppo, come alcuni loro accoliti abbiano accolto e interpretato questo messaggio. 

  • MA PER QUANTI ITALIANI
    QUEL FURFANTE DEL DUCE
    E' UN IDEALE POLITICO?

    data: 10/07/2020 14:38

    “E sempre viva il duce, Bartolo”. La frase còlta al volo, sulla soglia di un negozio, dà l’immagine del paese. Persone normali, normalissime, di sicuro oneste, probabilmente simpatiche, con le quali, in teoria, potresti fermati a bere un caffè o impegnarti un torneo di briscola. Settantacinque anni dopo l’ingloriosa fine di un regime funesto e furfantesco, inutile nasconderselo, non sono pochi, tutt’altro, quanti guardano al duce (che su quasi ogni pubblicazione, per motivi inesplicabili, compare con l’iniziale maiuscola) come a un ideale politico supremo.

    E nell’arengo politico il non compianto capo di stato vanta più tentativi di imitazione della Settimana enigmistica; fare la voce tonitruante, assumere pose smargiasse, individuare un nemico su cui indirizzare con frasi e atti biechi i malumori e i livori di masse frustrate, evidentemente paga. Non ci dovrebbe essere bisogno di ricordare chi e cosa era il cavalier Benito Mussolini. Un avventuriero che sempre seguiva l’odore dei soldi, da qualunque parte venissero. Il mandante di una lunga serie di omicidi. Un capo di stato fallimentare, convinto di essere tanto furbo da potersi assicurare, facendo morire solo qualche migliaio di fantaccini, i dividendi di una guerra che considerava già vinta dal suo complice e mentore.

    Non fosse morto, un tribunale, per crimini di guerra e non solo, sarebbe stato il suo naturale approdo. Ma la memoria è corta, fallibile, preda di facili suggestioni, e poco si è fatto, in Italia, per rendere senso comune il ripudio della iattura nera. L’epitaffio più calzante per l’uomo e la sua creatura politica l’ha coniato in questi giorni l’attrice Franca Valeri (nome d’arte di Franca Norsa) in un’intervista al Corriere della Sera, alla vigilia del suo centesimo compleanno. Quel 25 aprile 1945 lei, di famiglia ebrea, era andata a piazzale Loreto per vedere con i propri occhi i cadaveri di Mussolini e di Claretta Petacci. “E vuol sapere se ho provato pietà?- chiede all’intervistatore-. No. Nessuna pietà. (…) avevamo sofferto troppo”. 

  • IL FASCINO SOTTILE
    DELLE CANDELE
    CHE ODORANO
    "COME LA MIA VAGINA"

    data: 18/06/2020 18:15

    Una nota attrice… no, no, attrice è riduttivo. Una diva, termine che indica già uno stato che trascende l’umano, da qualche tempo si è messa a commerciare in candele. Dotate di una curiosa peculiarità; la prima, messa in circolazione ad inizio d’anno, odorava, parole testuali della diva, “come la mia vagina”; quella appena lanciata sul mercato odora, sempre testuale, “come il mio orgasmo”.
    Non occorre avventurarsi tra i testi sacri della psicanalisi per cogliere al primo sguardo la metafora sessuale incorporata nella modesta candela, potenziata dai dettagliati riferimenti della venditrice. Insomma, un invito tanto birichino quanto, va da sé, virtuale in tutti sensi. Semmai un’allusione beffarda all’autoerotismo.
    Ma quello che davvero colpisce è l’appello all’olfatto non in semplice qualità di alleato ed efficace stimolatore, ma quasi come succedaneo degli organi sessuali: farai, o immaginerai, l’amore con me attraverso gli odori che il mio corpo, di diva, dalle sue zone più intime, emana.
    L’odore, si sa, è la parte in ombra di ogni personalità. Introduce a cavità, funzioni e segreti che si tenta in tutti i modi di tenere nascosti. Ettolitri di profumi vengono sparsi ad ogni ora del giorno per eliminare, ricacciare, allontanare effluvi che vengono classificati sgradevoli.
    Com’è lontana la magia del Cantico dei cantici, che lodava anche l’odore inebriante dell’amata. Trascorsi i fasti dei saloni di Versailles, dove il sentore di corpi mal lavati, irrorati con ogni genere di profumi, sprigionava olezzi avvertibili a centinaia di metri, i bagni dell’homo sapiens sapiens offrono mensole su cui spiccano deodoranti, balsami, profumi di ogni fantasiosa composizione: vade retro.
    L’unica eccezione si attribuiva ai santi in pectore, cui sarebbero stati risparmiati i miasmi della decomposizione corporea, restando olfattivamente neutri. Vero, falso? Ne I fratelli Karamazov, Dostejevskij nella stanza in cui giace il corpo di padre Zosìma, religioso in odore di santità, tiene aperta una finestra, appunto per liberarla da un odore molto meno spirituale. Ma la credenza e l’espressione resistono ancor oggi.
    A parte la stimolazione erotica, c’è allora da rilevare un peccato di hybris, di incontrollata superbia, nella commercializzazione del prodotto. I santi, per essere riconosciuti tali, devono affrancarsi dall’odore, come evidente contrassegno della loro corporeità, notoriamente corruttibile.
    Le candele erogene capovolgono questo impianto logico - o illogico, secondo i punti di vista. L’odore viene esaltato, magnificato; attinge una dimensione che non è più soltanto terrena. Da qualsiasi parte del mio corpo di diva provengano, gli odori non hanno nulla di repellente; sono odori da diva, di conseguenza divini. Con buona pace dei titanici sforzi di quanti, attratti dal divino, ma provvisti di mezzi unicamente umani, aspirano alla santità. 

  • SE NON UN TRONO,
    UN SEGGIO
    PER IL PRINCIPE
    DEI SOTTACETI...

    data: 10/06/2020 18:16

    Il signor Emanuele Filiberto di Savoia, d’alto ingegno perché d’alto lignaggio, dopo aver allungato lo sguardo notoriamente acuto ed essersi immerso in profonda riflessione sulle cose d’Italia, ha stabilito che no, così proprio non va. E ha deciso che generosamente offrirà il suo inestimabile contributo per riequilibrare la situazione.
    Come non accogliere con giubilo la decisione del rampollo di tanto illustre schiatta, che può vantare nel nutrito curriculum, oltre a diverse e fondamentali apparizioni televisive, alcune stagioni da piazzista di sottaceti, sia pure di non straripante successo? Il sempreverde Savoia ha dalla sua, al di là delle innegabili doti, la storia illustre, lusinghiera dei suoi antenati, che sempre si sono spesi nel più assoluto disinteresse, fino al sacrificio personale, per il bene del paese. E, costretti a un’umiliante emigrazione, sono tornati in punta di piedi - noblesse oblige - in Italia.
    Mai che abbiano alzato la voce neppure una volta, mai che abbiano dato prova di plebea ingordigia col reclamare beni che un tempo, appannaggio della carica che per gli imperscrutabili decreti dei fati ricoprivano, incrementavano il patrimonio familiare, oculatamente difeso e provvidamente rimpinguato da ogni nuovo sovrano.
    Con l’Italia e le sue ricchezze sulla bocca, nel cuore, nella mente, il sempreverde Emanuele Filiberto annuncia all’adorato popolo italiano che varerà un think tank, che è come dire una consorteria di cervelli dediti unicamente a produrre idee per il bene del paese. Una gragnuola di idee sotto l’etichetta - forse un richiamo nostalgico, in queste ore buie, ai tempi felici dei sottaceti - Più Italia. Con l’occhio, e piena consonanza di intenti, alla già collaudata Fratelli d’Italia, di cui il sempreverde dichiara di apprezzare, con lo stesso entusiastico slancio patriottico con cui il bisnonno apprezzò il verbo rivoluzionario di tal Benito Mussolini, spirito e visione. 

  • E IL CAPO DELLA LEGA
    REGALO' L'ETNA
    ALLA SUA AMATA NAPOLI

    data: 06/06/2020 19:26

    Dunque, il capo della Lega si è recato in questi giorni nel Sud d’Italia. Unicamente spinto da smodata passione per il Meridione e le sue genti; un’attrazione fatale per cui non esita, protetto solo da un’esile mascherina, ad avventurarsi in terre dove, come lui ben sa e ha spesso dovuto rilevare con l’abituale bonomia e spirito francescano, il colera infuria e le popolazioni locali sono congenitamente avverse all’uso del sapone e a qualsiasi norma igienica.

    Nel manifesto che annuncia il suo arrivo a Napoli, sull’immagine del golfo che campeggia alle sue spalle si staglia l’Etna, solitamente collocato in Sicilia, ma trasferito per l’occasione. Potrebbe sembrare un errore, nato nell’ansia di raggiungere i luoghi agognati. I soliti detrattori di professione, tetragoni a tanta dedizione, vi avranno invece visto una provocazione. Il “formidabil monte sterminator” esaltato da Leopardi, è noto, ha da decenni riposto la lava nel freezer, e se ne sta in panciolle e serafico come un pensionato ad accogliere le torme di turisti. Quindi, avranno congetturato, ecco che il lombardo architetta di delegare al più vivacetto collega siciliano i compiti che il Vesuvio da tempo non assolve.

    Maldicenze gratuite, cattiverie da agit-prop. Quell’abbinamento estemporaneo è in realtà un’ingegnosa soluzione artistica, perfettamente nelle corde dell’eclettico personaggio, per raffigurare in estrema sintesi una porzione amatissima di quell’Italia per cui il suo cuore batte da sempre. Tutti sanno che abita, con i magri e sudatissimi proventi di una professione che lo vede sempre in prima fila a difendere le ragioni dei meno fortunati, in un modesto bilocale, da cui spesso compare in televisione davanti a frugalissime cene, in pretto stile francescano. Disponesse di più spaziosa dimora, non v’è dubbio che accoglierebbe colonie di meridionali. Con cui intonare, tra una pizza e un babà, un’allusione a Troisi e una citazione di Giambattista Vico, l’immortale “è nato ‘nu criaturo/ è nato niro…”; un colore che letteralmente lo fa impazzire. 

  • MASCHERINE, MACABRA
    MODA, FRA MERCATO NERO
    E HAUTE COUTURE

    data: 20/05/2020 19:07

    Non ci fossero le foto, si potrebbe pensare a uno scherzo. Di cattivo, pessimo gusto, ma nell’intento di alleggerire un po’ il clima tetro di un momento critico. Da Berna, Svizzera, arrivano le immagini di una vetrina - Breitenrain, quartiere semicentrale, pieno di negozi e supermarket - che espone mascherine istoriate anticovid-19. Prezzo: 20 franchi; poco, pochissimo meno di 20 euro. Non si fa in tempo a riaversi dallo stupore, e lanciare qualche moccolo, ed ecco le mascherine haute couture, disegnate da uno stilista di vaglia. Presentate su uno dei giornali italiani di quelli che “fanno tendenza”, senza la più piccola ombra di ironia, come “gli oggetti più di moda del momento”.

    Non saranno commercializzate, viene precisato; il che è un pressante invito a chi ha denaro da buttare, e un congruo tasso di cafonaggine, a far di tutto per accaparrarsele e ostentarle, sbatterle in faccia a chi non può che inalberare una dimessa, misera mascherina chirurgica. Del resto, l’Italia è stata/è teatro di un’oscena farsa: una strenua gara per non far arrivare nelle farmacie le famose mascherine a 0,50 centesimi (0,61 con l’Iva), una speculazione che riporta ai giorni cupi del mercato nero.

    Quasi una pagina da Il caro estinto, il romanzo satirico di Evelyne Waugh (trasposto anche in film negli anni Sessanta), che già oltre settant’anni fa prendeva ferocemente di mira il way of life statunitense, capace di trasformare in redditizio business anche la morte, e farne un nuovo status symbol, una bandiera da ricchi e superricchi da sventolare sotto il naso di chi ricco non era.

    Uno solo, infatti, è sempre e comunque il protagonista. Il denaro. Che scava solchi, abissi, mantiene saldi reticolati di filo spinato tra classi sociali. E genera abiezione. A Boltiere, provincia di Bergamo, un bambino di dieci anni, incastrato in un cassonetto, muore con il torace schiacciato. Scalzo, come i suoi quattro fratelli, stava cercando di tirar fuori dai rifiuti qualche vestito. Non ne avrà più bisogno; e neppure di mascherine, griffate o meno. 

  • QUANTA RIOTTOSITA' E LITI
    DIETRO LA PAROLA "UNITA'"

    data: 06/05/2020 15:58

    Se le parole hanno una vita, la parola "unità" ha avuto, in Italia, il suo secolo d’oro nell’Ottocento. Sogni insurrezionali. Fasti risorgimentali. Giovani che correvano a farsi uccidere col sorriso sulle labbra, perché pervasi da un ideale che sfiorava il misticismo. Raggiunse l’apoteosi nel 1860, quella parolina, il definitivo coronamento nel 1870, con la breccia di Porta Pia. Servì a infiammare gli animi, e a fare di quella che veniva definita con disprezzo “un’espressione geografica” una nazione, col benevolo assenso delle grandi potenze. L’Italia unita. Anche se quell’unità era il mantello sfarzoso che ricopriva disparità stridenti, culture e costumi eterogenei.

    Dopo un paio di secoli, la musica cambia. Del resto, ogni esistenza è un’altalena continua di alti e bassi. La parola unità è un guscio vuoto, un ingannevole canto delle sirene, intonato con tutt’altre intenzioni. Nel teatro e in letteratura un espediente ricorrente e fondamentale è l’agnizione: il momento, cioè, in cui avviene un riconoscimento che dà una svolta definitiva alla storia. Nella storia recentissima dell’Italia, questo compito lo ha assunto il Coronavirus, col suo triste, spietato fardello di lutti. La maschera dell’unità, peraltro già a brandelli, è caduta. L’agnizione mostra un paese perennemente e fastidiosamente riottoso, diviso da gelosie, liti da condominio, derby campanilistici, mai sopiti, anzi crescenti razzismi, furbizie da magliari.

    È il trionfo del “particulare”, tabe antica in queste contrade. Con echi inquietanti quella parola risuona nell’arengo sempre ribollente della politica, specchio veridico del paese. Nella morsa della pandemia, mille voci si levano ad invocare un governo di unità nazionale. Farebbe aprire il cuore alla speranza, in teoria. Nel ricordo di quanto avvenne nel dopoguerra, che peraltro non fu proprio rose e fiori. Ma c’è poco da stare allegri. La formula altisonante nasconde, piuttosto male, meschini calcoli di bottega. L’imperativo, al momento, è buttare a mare Conte e la sua compagine; a questo lavorano con lena persino alcuni suoi alleati. Dietro la cortina fumogena di un governo embrassons-nous, ognuno continuerebbe a tessere intrighi per scagliare, nel momento ritenuto opportuno, la stoccata decisiva agli altri unitari e impossessarsi del boccino. E il gioco riprenderebbe da capo. L’immagine di Enrico Letta, presidente del consiglio che passa, sulle labbra un sorriso tirato con le tenaglie, il rituale campanellino al successore che gli ha fatto le scarpe, ne è il simbolo perfetto. 

  • "HOMO HOMINI LUPUS"
    E DALLI ALL'ANZIANO!

    data: 18/04/2020 19:39

    In un celebre scritto, il pamphlet “Una modesta proposta”, Jonathan Swift lanciò l’idea di cucinare e mangiare i bambini, per cancellare l’osceno spettacolo della miseria dalle strade di Dublino, con fanciulli che sciamavano appesi a grappoli alle gonne di lacere mamme questuanti. Era il 1729. A distanza di tre secoli, il Covid-19, o Coronavirus, o più genericamente pandemia, fa scattare un gioco delle proposte che in qualche modo le somiglia.
    Che fare per rintuzzare, se non proprio eliminare, i rischi del contagio? Anche quando l’ondata nera sarà passata, come creare le condizioni perché non si ripeta? Questa l’angosciosa domanda. I governanti del pianeta, più appanicati di noi comuni mortali, o forse troppo impegnati a riempire gli arsenali di bombe missili e F-35, laddove un tempo si pensava a riempire i granai, per non dare l’impressione di stare con le mani in mano, lanciano idee a getto continuo, autenticii vulcani di fosforo. Con un bersaglio fisso: gli anziani.
    Sembra che una volta isolati, inchiavardati, reclusi a tempo indeterminato questi soggetti ingombranti, superflui, diciamolo pure: molesti, il più sarà fatto, e il sole tornerà a risplendere sulle sciagure umane. Tanta alacrità di menti, se tradotta in atti, avrebbe un duplice effetto, lontano però mille miglia da quello agognato. Sul piano teoretico farebbe rifulgere l’antico detto “homo homini lupus”, issato a caposaldo, assioma imprescindibile, del pensiero del secolo ventunesimo. Sul piano pratico, riporterebbe surrettiziamente sulle scene del mondo la legge del branco, che va avanti per la sua strada e abbandona al proprio funesto destino i membri più deboli; ammesso e non concesso che, al netto di gravi malattie pregresse (che peraltro si possono avere a 80 come a 35 anni), gli anziani (ma come - e chi- si stabiliscono i confini di questa categoria?) siano i soggetti più deboli della comunità umana.
    E il Covid continuerebbe a ridersela sotto i baffi.
     

  • E LA PESTILENZA RIACCENDE
    IL FERVORE RELIGIOSO

    data: 14/04/2020 14:35

    Commovente. Non si può definire altrimenti, anche se non si crede, questo improvviso riaccendersi del fervore religioso, nel bel mezzo di una pestilenza che infetta un globo sempre più materialista. Infiammati dalla predicazione debordante del nuovo Savonarola, sei giovani, sfidando le leggi umane, novelli Antigone, si sono diretti con decisione verso la basilica di santa Maria maggiore, a Roma. Da lì avrebbero intrapreso una marcia verso san Pietro, un vero e proprio attacco al cuore dello stato pontificio. A tutti i costi volevano officiare una santa messa, per celebrare degnamente la Pasqua e il mistero della Resurrezione.
    Li hanno fermati, inflessibili, i tutori delle leggi umane; norme che, ahinoi!, poco si curano dei sussulti dello spirito. Sono le forze nuove che danno anima, braccia, gambe, e ogni altro muscolo disponibile, alle parole del loro mentore, quel Savonarola new age, bilioso e truculento, che tracima da ogni possibile palcoscenico, si impossessa di ogni possibile riflettore, mosso da una fede che non conosce ostacoli, liberando la lingua in esercizi dialettici incandescenti, ostentando la panoplia dei più toccanti simboli religiosi, trascinando nelle sue roventi peregrinazioni catodiche anche innocenti fanciulli, testimonianza e pegno dell’innocenza del suo cuore. Disdegnando, occorre dirlo, la verità delle umane cose perché troppo impegnato a diffondere una verità più alta, una genuina ispirazione divina; evidentemente.
    Qualcuno, là in alto, deve avergli comunicato la volontà di manifestarsi attraverso la sua bocca. E Savonarola, pio e diligente, esegue. Per suscitare e fomentare ad ogni sermone altri proseliti, quelle volenterose, anche se un po’ approssimative, forze nuove che ne attuino il verbo.