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SERENA IANNICELLI

  • Il racconto
    E I KRIPS S'IMPADRONIRONO
    DELLA NOSTRA VITA

    data: 17/11/2020 11:27

    Qesta città è sporca. Da quando sono arrivati i Krips nessuno ha pulito piú le strade. Tanto loro le risporcano al solo passare. Ogni metallo è arrugginito, perché ogni volta che un Krip tocca un metallo, quello annerisce e bucherella. Anche l’oro, cosí nessuna di noi donne porta piú gioielli. Ormai ci arrangiamo con delle cordicelle intorno ai polsi, al collo, alle dita, ma senza colori, perché tanto se i Krips ci toccano il colore delle cose scivola via macchiandosi la pelle di nero. Non so cosa ci sia nell’aria, ma siamo tutti un po’ malati. A volte però siamo tutti allegri. Altre ci addormentiamo all’improvviso. Secondo me i Krips provano su di noi i loro liquidi opalescenti, spruzzandoli dai tetti delle case. Già, le nostre case: non hanno piú finestre, perché tanto i vetri si rompono ogni volta che un Krip passa per la strada cantando una delle sue canzoni. Anche le porte le lasciamo aperte, tanto si aprono all’improvviso con delle folate di un vento che non si sa da dove venga. Non c’è ragione di pensare che i nostri animali possano scappare: i gatti sono scoppiati subito, i cani hanno resistito qualche settimana. Gli altri animali hanno subito delle trasformazioni assai bizzarre e ormai non si sa piú se si possono mangiare o no. Nel dubbio ci asteniamo. Prima siamo diventati tutti vegetariani, ma quando le nostre verdure hanno iniziato a venir su dalla terra avvolte in bacche semoventi, abbiamo iniziato a mangiarci tra noi. Ogni settimana ci si riunisce nella piazza del quartiere, sotto gli occhi dei Krips, e si sorteggia il pasto della settimana. Ma ormai mangiamo poco, siamo tutti magri, e i grassi si nascondono. Ma li troviamo. Il problema del cibo interagisce molto sui nostri rapporti interpersonali, e ormai viviamo ognuno per suo conto. 

    I Krips sono arrivati nella nostra città un giorno d’agosto. Spesso abbiamo pensato che sia stato proprio il caldo a farli crescere nei cesti dei giochi dei nostri figli. Forse si sono mescolati agli ormoni di qualche calzino sporco, forse hanno trovato le istruzioni dal loro Piccolo chimico. O forse hanno succhiato dai bambini quella maligna innocenza da cui hanno poi distillato una stolida crudeltà. Perché sono cattivi i Krips. Hanno un’anima di plastica grigia che si montano a vicenda, incastrandosela con mossa rapida nei piedi. Non dal caldo invece, arrivano i loro poteri. Ecco, su questo ci siamo interrogati a lungo: sono poco intelligenti, ma possono tutto. Dunque anche noi, un po’ alla volta, abbiamo cercato di abbandonare la nostra intelligenza, perché tanto ormai non serve piú, e anzi è dannosa. Ci sono faccende che non hanno spiegazione. Se abbiamo lottato contro i Krips? E perché mai avremmo dovuto farlo?! È stato subito chiaro che una cosa alta 20 centimetri che ripiegandosi, allargandosi, spaccandosi, si trasforma in un’altra alta dieci o trenta metri... si poteva solo osservare. E poi quelle gran risate che ci facevano fare. E quei pianti, quei sonni improvvisi. Tutto quello scoppiar di gatti intorno a noi. A volte non ci ricordiamo nemmeno piú perché dovremmo salvarci. E infatti. Anche ora, per esempio, non ricordo perché ho iniziato a ricordare. Tanto ormai... 

  • Il racconto
    IL VIAGGIO

    data: 26/10/2020 10:02

    “Nonnina, è ora”
    Non sono tua nonna. Se solo potessi dirtelo, spiegartelo bene quanto ti odio.
    “Ho capito, non ti va di uscire, ma è una bella giornata. Tua figlia si arrabbierà se non ti porto a prendere aria”.
    Com’è ruvida questa donna, ha la rabbia nelle mani. Estranea e sgradevole: tipico di mia figlia farmi questo regalo. Quando le altre bambine portavano alle loro mamme fiori appena raccolti, lei mi metteva in grembo rospi e lucertole.
    “Ora esci con la tua Irina, nonna”, arriviamo fino in fondo alla strada, compro le sigarette e torniamo”.
    Non ce la faccio! E mi hai stretto troppo i lacci delle scarpe. Fino in fondo alla strada è un viaggio. Le mani mi sollevano dalla poltrona, mi gira la testa, mi attacco all’Estranea per non cadere.
    “Sì, tranquilla, ci sono io”
    Mi fanno male i piedi. La schiena. Le gambe non mi reggono. Potessi provare tu questo dolore! Eccoci al sole. Come mi piaceva una volta, come mi abbronzavo! Ora se Questa non mi mette gli occhiali neri, non mi muovo.
    “Nonnina, abbiamo dimenticato gli occhiali a casa. Fa niente”
    Ecco. Fa idiota, fa.
    “Sì, hai ragione, non ne abbiamo bisogno, vero?”
    Che dolore terribile. Glielo dico, ma Questa mi pulisce la bocca. Devo aver sbavato. Sono felice che lui sia morto, che non mi veda così, aggrappata a un’estranea. Mi ha conosciuto bella, siamo invecchiati insieme, profumati e felici. Vorrei mi vedesse mia figlia, invece, che sentisse la colpa. Ma che sente Quella? Niente. Vive da rospo e da lucertola. Faccio passi piccolissimi. Questa è un blocco di marmo, sta pensando a qualcosa e vuole solo arrivare in fondo alla strada. La vedo appena la fine, è un grumo di colori, lontanissimo. Dal numero 13 esce una donna con un cane. Ci guardiamo e lei mi sorride, mentre il suo cane mi abbaia contro. I cani non amano i vecchi, gli stranieri, i barboni, che poi a un certo punto della vita sono la stessa cosa. Vorrei dirle che non fa niente se il cane abbaia, di non sgridarlo. Abbiamo avuto tanti cani io e lui. Ci hanno dato molte più soddisfazioni di Quella. Provo a parlare alla donna e mi esce un “come faccio?!” che non c’entra niente col mio pensiero, ma che se ne stava acquattato lì, nella gola, da chissà quanto tempo. La donna mi sorride di nuovo e poggia appena una mano sul mio braccio. Dunque esisto!
    “Su nonnina, non ti fermare”
    La donna del 13 si allontana. Si starà chiedendo se accadrà anche a lei di ridursi come me. E perché no, mia bella? Divertiti finché puoi. Io e lui l’abbiamo fatto, anche se c’era Quella che aveva sempre bisogno di qualcosa, di noi. Il padre aveva più pazienza di me. Era un debole, ma della sua soavità beneficiavo anch’io. Il portiere del 26 mi saluta, gli sbavo anch’io qualcosa. È un vecchio portiere ossequioso. Mi conosceva quando sgambettavo sulla via per qualche commissione, e regalavo dei “buongiorno!” con voce forte. Non mi chiedevo quanto fosse lontana la mia meta. Ora non solo non ho meta ma ovunque sia, è lontana. Mi aggrappo a Questa, ormai l’abbraccio. Lei toglie la mia mano dal suo collo senza dire nulla. Sei voluta uscire tu, stupida. E ora ti peso fin là, fino al fondo della strada.
    "Sì, nonnina, ti voglio bene anch’io”
    Ma chi te ne vuole?! Non ce la faccio più, cado! Un’altra badante si avvicina alla mia. Parlano una lingua che non conosco, ma intanto mi riposo. Ridono. Di me o di quella vecchia che sta sulla carrozzella? Beata lei. Incrociamo lo sguardo, mi sembra di conoscerla.
    “Che vuoi, che guardi?!”
    Ha ancora la voce, la bastarda. La sua badante la sgrida:
    “Nonnina, che modi!” e la spinge via. È un mondo di nonnine e nonnini il nostro. Un universo di confine, dove non siamo morti e non siamo più tanto vivi. Ti ho riconosciuto, cara la mia paralitica: abiti al 73, facevi la giornalista e avevi degli amanti. Divertita? Mi giro per farle le corna, e inciampo. Buca.
    “Attenta nonna! Ti vuoi rompere qualcosa? Chi la sente poi tua figlia? Su, cammina bene…”
    Se aggiustassero questa strada camminerei bene, ancora, anche con questi lacci che stringono, con la vecchiaia che mi restringe i pensieri e mi strozza le ossa. E questo sole maledetto che mi buca gli occhi. Mi fermo. Non voglio più andare da nessuna parte. Prendimi in braccio, cretina. Dal 92 esce un uomo vestito da tennis, i calzoncini, i muscoli delle gambe, il petto largo. Mi muovo allora verso di lui incantata: che bello sei! Mi guarda anche lui, e con imbarazzo abbassa la testa. Non sono una donna, sono forse quel che resta di sua madre, o di sua nonna, o di qualche malato di cui non vuole vedere la malattia. Ed io ti accarezzerei ridendo, invece. Mi è sempre piaciuto fare l’amore. Se avessi saputo che l’ultima volta sarebbe stata davvero l’ultima volta!
    “Non di là, cammina dritta che siamo quasi arrivate” Questa nemmeno l’ha visto il sesso in calzoncini. Tra poco lui suderà, e griderà tirando la palla, facendo quei versi, oh, quei versi! Ecco di nuovo la donna del 13 col suo bel cane. Ha fatto il giro dell’isolato mentre io e il Golem percorrevamo pochi metri. Mi chino verso il cane per accarezzarlo, ma perdo l’equilibrio: un altro po’ e gli casco addosso. Mi sorregge la donna del 13
    “Ooops!” mi sorride e guarda male la Straniera. Prende in braccio il cane:
    “Saluta la signora e guai a te se le abbai un’altra volta”.
    Tu non mi avresti portato rospi e lucertole. Magari avevi una madre che non ti piaceva, potevamo unire le forze, se solo il caso non fosse sempre così distratto. Mi guardi i piedi.
    “Mi scusi, credo che la signora abbia male ai piedi. Le scarpe sono troppo strette. Vede, è tutta rossa…”
    Mia coraggiosa guerriera! Questa non ti ascolta, lo so
    “Va bene così, è normale, è sempre gonfia”.
    Impicciati, uccidila, dalle un pugno, un calcio, chiama aiuto. Falle mordere la gola dal tuo cane. Ma la donna è già lontana. Davanti al 102 ci sono due coppie. Hanno appena cominciato a stare insieme, a fare figli, a far carriera. Si parlano, fanno e disfano il mondo. Hanno la pelle di chi ha ormoni nuovi, liscia e soda. Gli passiamo vicino come due fantasmi, la Vecchia e l’Immigrata: nel mondo che fanno e disfano non esistiamo. Non dovremmo esistere. Fammi sentire che dicono, aspetta. No? Allora sbavo sul bancone della tabaccaia, vuoi vedere che lo faccio. E lo faccio.
    ”Stia più attenta!”
    Ecco. Ora discutono sull’opportunità di portarmi ancora in giro, che non sono un bello spettacolo. Nemmeno voi! Siete sane ma brutte. Brutte. Ti piscio nel negozio stronza. Mi aggrappo al mio Blocco di carne per mettermi comoda a farla.
    “Nonnina, non ci provare! Tra due minuti siamo a casa e la fai come tutti i cristiani!”.
    Se sai quando sto per fare pipì, perché non sai che ho le scarpe troppo strette?
    “Mica possiamo cambiare dieci pannoloni al giorno! Tua figlia non ce li compra”.
    Io spero che un giorno mia figlia ci affoghi dentro alla sua pipì. Siamo fuori dal negozio. Guardo dentro e vedo la tabaccaia che disinfetta il bancone. Sono i piccoli piaceri che mi regalo. Le faccio una smorfia, ma credo che il mio viso non si muova. Sono un totem da cinque anni. Un totem col cerchietto, cosa che ho sempre odiato. Lo facevo mettere per forza a mia figlia. E lei ha dato istruzioni precise:
    “Irina, non voglio vedere mia madre con i capelli in disordine”.
    Malnata.
    “Nonna, se cammini un po’ più veloce, arriviamo prima a casa e prima alla tua poltrona”.
    Così tu ti metti al telefono con le tue sorelle e ti dimentichi di accendermi la televisione. E che mangio, la solita sciaperia? Mi aggrappo, questa cerca di accelerare il passo e allora mi lascio cadere. All’improvviso ho intorno tante persone, tanti altri viaggiatori su questa strada.
    “Lasciatele aria” dice qualcuno.
    Sento la Straniera che piange, ma solo perché ha paura di quel che dirà la Rospara. Non li apro gli occhi, non li apro!
    “Com’è successo?”
    “Chiamate un’ambulanza!”
    “Signora? Signora?”
    Una cosa fresca sulla fronte, che bello.
    “È troppo coperta…con questo caldo!”
    “Ma ha le scarpe strettissime: toglietegliele!”
    Sento il sangue circolare di nuovo nei piedi. Lascio che circoli anche la pipì. È il paradiso. Non li apro gli occhi, non li apro, fatemi riposare un momento.

  • Il racconto
    COME FACEVA CON ME

    data: 21/10/2020 21:31

    -Tre palline di crema e un tè freddo, grazie-
    Mamma sorride. Fa caldo, caldissimo, ma ha un golfino di cotone sulle spalle e un vestito di seta grigia. Le sorrido anch’io, non so che dirle. E poi perchè dirle qualcosa? Non sente, ed ha sguardi di farfalla che si posano raramente.
    -Stai bene? - dico così per dire. Lei sorride e mi mostra la lingua: vuole il gelato, credo
    -Adesso arriva. No, non ti alzare, ti portano la crema. Non ti alzare-
    La rimetto seduta. Buona, come faceva con me. “Buona!” E buona stavo.
    Ma lei no, chissà che le naviga per la testa, dove si vuole andare, quale fantasma deve incontrare. La gente guarda questa piccola lotta di donne e sedie. “Siamo sulla stessa barca miei cari”, penso, ”se non vi è già capitato vi capiterà”. Vi capiteranno gli sguardi di farfalla e un corpo amato con dentro qualcosa che non si conosce e riconosce.
    Mamma si siede e vorrebbe mangiare il gelato con due dita.
    -Il cucchiaino, guarda, così- ma lei non vuole. È già tutta appiccicosa. Le pulisco le mani. L’ammazzerei.
    -Te lo do io- la imbocco cattiva, e gli occhi le si riempiono di lacrime. È subito gelato al veleno, mentre dovrebbe essere sempre una festa, il gelato. Quando mi portava al mare, dopo il riposino del pomeriggio, si andava a prendere il gelato. Lei prendeva una coppetta con tre palline di crema, io un cono al cioccolato, che mi avvolgeva le mani. Lei mi puliva, ma sorrideva: ”guarda come ti sei conciata…”
    Era allegra, allora, in vacanza, con tutta quella vita che le si rotolava davanti., con papà che l’amava sulle lenzuola fresche, gli amici, i giochi di carte, le spalle abbronzate, gli sguardi degli uomini, le forme del corpo, i colori dei vestiti, la lunga linea nera sugli occhi e il rossetto arancio.
    Chi c’è qui dentro?
    -Su mamma, te lo do io il gelato- le faccio una carezza e lei sorride di nuovo
    Mamma? Mia madre ballava sola quando nessuno la vedeva. E parlava, spiegava, diceva delle cose. Chiunque ci sia qui dentro, o sta in silenzio o bercia o mugola. Ma è il corpo che ti frega. Anche se si disarticola e casca, e pende, è un corpo che ha echi di amore. Dov’è, mamma, l’amore di quando mi facevi l’occhietto mentre entravo a scuola? O di quando capivi che mi piaceva qualcuno. O di quando dall’altare mi sono girata verso di te “Lo faccio? Davvero?”. O di quando alla decima ora di travaglio ti tirai fuori un nipote di due chili appena?
    Quand’è successo che te ne sei andata e mi hai lasciato questa buccia? Eri profumata e ora mai, mai. T’ammazzerei. Non sai chi sono, e nemmeno io so chi sei. Ma queste mani, queste mani che mi hanno fatto e disfatto…Le facevi volare, ti accompagnavano i pensieri come un arrangiamento musicale. Ora te le tieni in grembo mute. Concerto finito.
    Quando se n’è andato papà, (in una notte, discreto e pulito), mi hai detto che non volevi più vivere. Deve essere stato allora che hai cominciato a tagliare i fili, come si fa con quelli del tombolo, quando il ricamo è completato.
    Nessuno ha pensato a me? Voi genitori passate dal risparmiarci ogni dolore a distribuircene con gli interessi. Lo farò anch’io, è probabile, con quell’uomo che per me è sempre di due chili appena. Per lui ogni tanto ritorni, gli fai volare le dite sulle guance, fermi i tuoi occhi nei suoi. Per me sei sempre vuota, invece. Che ho fatto, mamma? T’ammazzerei.
    Evaporata.
    -Finisci il gelato- ma lei si è già alzata
    -Aspetta che pago- e lei si ferma. Il cameriere arriva. Non guardarla così, caro mio: loro se ne vanno e dopo la rabbia c’è il dolore. Ora la riporto a casa, la varo verso Luz, che la fa e la disfa come mamma con me ed io non so. Hanno un loro codice segreto, Luz le parla e attraversa i vapori di questa testa, se c’è una testa, e si fa capire. Io non so. Non so nemmeno farla camminare, perché non sopporto che cammini così curva.
    -Stai più dritta, mamma- le dico, e lei chissà su che strada sta camminando, in quale città, con chi, in quale universo. Si ferma, si appoggia al muro.
    -Che c’è, stai male? Mamma, stai male? - poi vedo una pozzetta sotto al suo vestito grigio, sul marciapiede. Luz avrebbe saputo quando mia madre doveva fare pipì. Io non so. Io l’ammazzerei. Non ci guardate, non ci guardate, vi toccherà.
    -Luz, bisogna pulirla...- E la piccola donna senza collo si porta via mia madre o quel che è, le parla sottovoce, ridono. La cosa ride forse della sua pipì o forse di me che me ne sono vergognata. Come a dire: "Ti toccherà”
     

  • UN GIARDINO PER METTERE
    LE DONNE ALLA GOGNA
    E COLPEVOLIZZARLE

    data: 02/10/2020 14:35

    L’Ama non pulisce la città, ma s’impegna nel “pulire” l’anima delle donne che devono abortire per gravi malformazioni del feto o che scelgono di farlo per motivi su cui nessun altro può sindacare. Esiste a Roma, gestito dall’Ama, un “Giardino degli Angeli”, dove vengono seppelliti con nome e cognome i non nati, con tanto di croci bianche. Il tutto senza il consenso della donna, che è anche tenuta all’oscuro di questo macabro rituale. Una signora, dopo una lunga trafila di mezze frasi e vaghezze da parte della struttura dove aveva abortito, ha contattato direttamente la camera mortuaria della’Ama: ”il fetino (sic!) è qui da noi. Li teniamo perché a volte i genitori ci ripensano.Non si preoccupi avrà un suo posto con una sua croce e lo troverà con il suo nome‘". Cioé il nome della madre, che non ha dato il consenso a renderlo pubblico. Sembra molto un “pubblico ludibrio” o una gogna.
    La legge sull’aborto non è rispettata da troppi in Italia, cattolici e non, perché è una legge che libera la donna dal controllo di padri e compagni. Chi ha dato “il fetino” all’Ama, con quale diritto?
    Sono tantissime le telefonate che stanno arrivando a Differenza Donna, presieduta da Elisa Ercoli, per aderire all’azione legale che sta preparando l’avvocato Ilaria Boiano: ”E' una grave violazione dei diritti delle donne. Non è un episodio isolato, ma si inserisce in un clima generale in cui la libera scelta di abortire non è accettata” dice. La Ercoli invita le donne a visitare il “Giardino degli Angeli”, controllare se il loro nome è su qualche croce, fotografare. È la visita che lei stessa ha fatto, accompagnata dall’ex ministro della Salute Livia Turco. Il garante della Privacy ha aperto un’istruttoria e anche alcune deputate hanno chiesto chiarimenti con un’interrogazione parlamentare.

    Il seppellimento del feto è garantito da una legge del 1990 che stabilisce e tutela la libertà di scelta per quanto riguarda la sepoltura, indipendentemente dall’età gestazionale. Cioè, il feto con un’età compresa tra le 20 e le 28 settimane e non è stato dichiarato “nato morto” all’ufficiale di stato civile, verrà comunque seppellito. Purtroppo negli anni in diverse amministrazioni comunali di varie Regioni, la legge è stata manipolata dai movimenti anti-antiabortisti, che ne hanno modificato alcune parti essenziali. Naturalmente sempre a sfavore della donna e con intenti colpevolistici. 

  • NON E' PER COME SONO
    VESTITE CHE LE DONNE
    VENGONO STUPRATE

    data: 19/09/2020 13:41

    Al Liceo Socrate di Roma la vice-preside ha sconsigliato alle alunne di indossare la minigonna perché ai professori “potrebbe cadere l’occhio”. A parte l’ottima presentazione del personale docente maschile, naturalmente il giorno dopo le alunne si sono presentate con short e gonnelline. Slogan: ”Se gli cade l’occhio non è colpa nostra”.
    Le ragazze hanno ragione, anche perché al Socrate non sono ancora arrivati i banchi e loro si arrangiano come possono sulle sedie come trespoli, tra libri, borse, quaderni. I pantaloni sono improponibili, perché Roma è ancora caldissima e per le norme anti Covid non si possono mettere ventilatori.
    Ora in molte si sentono in colpa per aver alzato un polverone e fatto fare questa figura di palta alla vice-preside. Il Socrate è un buon istituto, fa parte del circuito Green School, quelle certificate per il loro impegno ecologico che educano gli studenti a comportamenti virtuosi per l’ambiente. Ma le ragazze sbagliano a pentirsi: bisognerebbe fare un monumento equestre, mentre cavalcano in minigonna, a queste studentesse che si sono ribellate in fretta ad una frase ed un pensiero sciocco e diseducativo.
    Non è per come sono vestite che le donne sono stuprate, ammazzate, vessate, ma perché “l’occhio” di alcuni uomini è sporco e strabico. La mente, quando c’è, segue. L’avvertimento a vestirsi per non attirare l’attenzione se dato da una donna, poi, è insopportabile.
    Deve essere un uomo, il preside Carlo Firmani, a mettere le cose a posto? “Il Socrate fa della libera espressione un punto fermo“, dice. “Per me è ovvio che tutte e tutti possono vestirsi come vogliono, gli unici limiti sono la Costituzione, il codice penale e naturalmente un po’ di buon senso. Di certo non abbiamo un dress code né ci verrebbe mai in mente di imporlo”. E grazie! Ci sarebbe da rispondere che non è una graziosa concessione, ma una cosa normale. Dopo cinquant’anni dalle lotte femministe c’è ancora in giro la voglia di tornare indietro, e se si cede sulle piccole cose, su un paio di short, si tornerà a chiedere ai maschi di casa di poter uscire per andare a far la spesa.