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MICHELE MEZZA

  • NASCE LA TERZA GAMBA
    FRA GOOGLE E STATI:
    IL SINDACATO INGEGNERI

    data: 05/01/2021 17:18

    Poche centinaia di ingegneri e programmatori, su un totale di 260 mila dipendenti, eppure sembra davvero un terremoto quello che scuote la Silicon Valley. Per la prima volta nel cuore del sistema tecnologico, nel segmento più pregiato e riservato, lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale di Google, si insedia un sindacato. Si chiama Alphabet Workers Union, riferendosi ai dipendenti di tutto il gruppo di cui Google fa parte.
    Più che il numero a fare rumore sono le ambizioni e soprattutto le circostanze che hanno reso possibile il colpo di scena. Dopo anni di brusio, con impennate e indignazioni, questa volta si è passati alle vie di fatto. Non un manipolo di diseredati, super sfruttati, ma direttamente la figura professionale cardine, quali appunti gli architetti del software, promuovono un sindacato che si propone, più che contrattare salari e ferie, di “controllare ciò su cui lavoriamo e come viene utilizzato. Garantiremo che le nostre condizioni di lavoro siano inclusive ed eque. Non c'è posto per molestie, fanatismo, discriminazione o ritorsione. Diamo la priorità ai bisogni e alle preoccupazioni degli emarginati e dei vulnerabili. I lavoratori sono essenziali per il business. La diversità delle nostre voci ci rende più forti”, come scrivono nel loro manifesto di fondazione.
    Un’ambizione forte che tocca il buco nero della società digitale: il potere di condizionare comportamenti e decisioni con i sistemi intelligenti. I professionisti di Google colgono questa domanda sociale che viene dalla rete e si propongono come tutori dell’etica pubblica. Infatti scrivono ancora nel loro documento: “Garantiremo che Alphabet agisca in modo etico e nel migliore interesse della società e dell'ambiente. Siamo responsabili della tecnologia che portiamo nel mondo e riconosciamo che le sue implicazioni vanno ben oltre Alphabet. Lavoreremo con le persone interessate dalla nostra tecnologia per assicurarci che serva il bene pubblico". Ma anche l’intervento dello Stato si presta a dubbi e diffidenze: spostare da pochi privati a pochi Etica e interesse pubblico sono i due concetti che aprono un nuovo scenario. Non sono più i proprietari delle piattaforme i capitalisti della sorveglianza, come li ha definita Shoshanna Zuboff nel suo saggio omonimo, a garantire efficienza e correttezza dei sistemi che commercializzano. Hanno troppo potere per essere liberi, aggiungeva ancora la Zuboff. E per questo si erano mossi gli Stati. Sia in una versione autoritaria, come in Cina e Russia, dove si sono formati veri e propri Algoritmo-nazione, in cui il potere statale coincide perfettamente con il controllo della potenza di calcolo, oppure, in Europa e Stati Uniti, si agiva mediante le normative antitrust che cercano di contenere il gigantismo di questi poderosi monopoli, che stanno, come denunciano proprio gli USA, “inquinando l’eco sistema dell’informazione".
    Ma l’intervento degli Stati non risolve certo il problema, e per certi versi lo aggrava: nel dualismo fra monopoli privati e sistemi politici sono ancora i gruppi della Silicon Valley ad avere in mano la bandiera della libertà. Ora con la discesa in campo di una terza gamba del tavolo - ossia i dipendenti delle piattaforme stesse e gli esperti del software che possono rappresentare legittimamente forme di controllo pubblico sulla natura dei sistemi automatici - il gioco si allarga.
    Insieme a questo nuovo sindacato infatti il ruolo di soggetti come le città, impegnate nella digitalizzazione della propria vita, o le Università, che testano e usano i sistemi digitali in massa, e le professioni, come sanità e informazione, può finalmente diventare realmente negoziale. Non a caso il nuovo sindacato è stato sostenuto e affiancato dalla prestigiosa CWA, che organizza i lavoratori e i dipendenti delle aziende editoriali e dei giornali. Proprio il mondo del giornalismo infatti si vede accerchiato e pressato dai processi di automatizzazione che tendono ormai a sostituire direttamente le attività artigiane. Il nodo dell’etica riapre i giochi, costringendo Google, ma anche Amazon o Facebook a dover fare i conti con una domanda di trasparenza e di condivisibilità del sistema tecnologico. L’esperienza che sta maturando a Google parla anche al nostro paese, dove si sta rattrappendo l’intera organizzazione editoriale, con una crisi verticale delle strutture professionali dei giornalisti, pensiamo al fallimento in pectore dell’INPGI, l’Istituto previdenziale. Non si tratta di congiuntura negativa o di un inesorabile destino che vede appunto la fabbricazione delle informazioni assorbita dalle piattaforme profilanti. Ora con una nuova stagione in cui proprio le piattaforme diventano materia di contesa e controllo, una nuova leva di professionisti dell’informazione in grado di garantire trasparenza e corretteza dei sistemi intelligenti potrebbe ridare smalto e funzione al mestiere, guidando anche altre professioni, pensiamo alla sanità, in piena pandemia, verso una nuova dinamica autonoma e consapevole dei titolari del servizio rispetto ai fornitori delle potenze di calcvolo. La ruota riprende così a girare.

     

  • MA PERCHE' ABBIAMO DOVUTO ASPETTARE NETFLIX PER IL RACCONTO DI SAN PATRIGNANO?

    data: 02/01/2021 15:34

    Non bisogna stare dalla parte del flagello quando il flagello uccide, urla nel suo epocale romanzo La peste Albert Camus. Vincenzo Muccioli non stava certo dalla parte della droga nella guerra contro il flagello della scimmia sulla spalla di tanti giovani. Ma da che parte stava?
    Questa domanda è rimasta racchiusa in un bolla di reticenza, o di rancorosa denuncia, ma fino ad ora non è mai stata materia di un’analisi approfondita, complessa, completa, spietata. Fino a quando Netflix non ha deciso di essere anche servizio pubblico, e colmare una macchia bianca della storia di questo paese.
    Sanpa: luci e tenebre di san Patrignano, diretta da Cosima Spender, 5 puntate di un moderno reportage giornalistico, è una straordinaria, lucida, pacata e dettagliatissima anatomia di un sistema che stava troppo in alto per essere alla portata delle testate italiane, tanto più per una Rai che si è sentita troppo legata in quegli anni 90 alla cautela e discrezione su quei temi.
    Il lavoro di Netflix va visto tutto di seguito. 5 ore di un racconto scandito da decine di testimonianze, ognuna delle quali per lunghi tratti non si capisce da che parte stiano: ma quello è a favore o contro? La vera risposta è che sono tutti dentro.
    Questo reportage infatti è una vera immersione nel mondo di San Patrignano, un casolare sulle colline riminesi, diventato in una ventina di anni, una città che muoveva valore per circa 200 milioni di euro. Tutto viene analizzato e osservato con il punto di vista di chi ha vissuto, condiviso, partecipato, dentro quel microcosmo. Il tratto più ammaliante del lavoro è proprio l’evoluzione dei racconti che ti fa vivere in diretta la storia, l’intensità, i contrasti, il dolore che si provava dentro quel sistema.
    Muccioli chi era? Il tormentone di tanti titoli di giornale in quei tempi qui torna in una versione più articolata e più vera: Muccioli cosa era diventato? Infatti la storia non denuncia un complotto, non celebra un miracolo, ma descrive una vicenda umana, profondamente umana, il cui testimonial - Vincenzo Muccioli - è stato strumento e motore di una domanda sociale a cui lo Stato non dava risposta. In quello spazio che vedeva le istituzioni assenti, incapaci di parlare a un mondo che si stava gonfiando di disperazione, si è incuneato un avventuroso e carismatico personaggio in cerca di autore.
    Una delle testimonianze più illuminanti dell’inchiesta è quella del fratello di Vincenzo Muccioli che ne descrive lo stato d’animo di un ragazzo che fuori dalla scuola, trova nel suo carisma il capitale per muoversi nel mondo: fisico imponente, sguardo magnetico, voce affabulante. Si comincia con prime pratiche esoteriche che rendono il casolare avuto in gestione dalla famiglia un primo approdo di un’umanità irrequieta. Vincenzo coglie l’opportunità di trasformare il podere in ricovero e capisce che i giovani tossicodipendenti stanno aumentando e nessuno si cura di loro.
    Ma come è possibile che senza ne arte ne parte ci si possa improvvisare terapeuta? Siamo in un paese che lascia ampie zone di confine senza controllo pubblico nei nuovi ambiti delle relazioni umane.
    San Patrignano comincia ad essere un deposito di disperazione, per le famiglie dei ragazzi drogati una possibilità di sollievo. La fiumana comincia ad ingrossarsi. Il Casolare diventa comunità, i tribunali affidano a Muccioli i tossici arrestati. In questo gorgo si alternano le storie buone e cattive: molti si salvano, quelli che scappano vengono ripresi, chi non è ripreso fa una brutta fine, e per non fargliela fare Muccioli usa le maniere forti.
    Arrivano i carabinieri, il guru viene arrestato. Il programma riesce a raccontare benissimo il modo in cui i ragazzi - erano circa una sessantina allora che rimangono a San Patrignano - salvano la comunità rimboccandosi le maniche e aspettando la liberazione del fondatore. Sono loro che salvano il sogno di Muccioli e anche lo stesso sognatore che esce indenne dalle inchieste.
    Da quel momento scatta un meccanismo complesso che vede lo Stato usare San Patrignano per sostituire un’assistenza pubblica che non c’è, e un fiume di denaro privato arriva a Muccioli per ricoverare i figli dei ricchi, con i cui soldi si assistono anche i figli di molti poveri. Il casolare diventa città, poi mausoleo, a cui arrivano in pellegrinaggio capi di Stato e potenti industriali, fra cui la famiglia Moratti che, in più di 20 anni ,conferisce a San patrignano più di 200 milioni di euro, che diventano ogni ben di Dio: case, ospedale, scuderie, allevamenti, coltivazioni pregiate: un vero impero.
    E qui il sogno diventa incubo: tutto può cadere per qualche maltrattamento? Per qualche insofferenza? per qualche disinvoltura contabile. Fuori si alza il fuoco nemico: Pannella e il Manifesto sparano ad alzo zero contro questo santone di regime. E come accade spesso, la fortezza si chiude nel senso di accerchiamento: o con me o contro di me è l’ammonimento di Muccioli. Si susseguono incidenti, fino ai morti: una ragazza, e poi, nel 93, il caso Maranzano, un ragazzo della comunità, trovato morto, pestato a sangue, in una discarica vicino Napoli. Non siamo più agli schiaffoni, ma si comincia a morire per difendere l’impero.
    Le irrequietezze diventano diserzioni: i più stretti collaboratori cominciano a chiedersi come tagliare il cordone ombelicale e liberarsi dalla stretta del salvatore. Minacce, accuse, processi. Ogni sussulto si rivede nei toni, nelle emozioni, nelle lacrime dei testimoni. Nessuno e bianco o nero. Tutti mostrano le sfaccettature di storie vere, potenti, contraddittorie. Il tossico diventato dottore, il ragazzo sbandato che fa da guardia del corpo di Muccioli, il ragazzo in crisi che diventa addetto stampa e poi fugge non senza rompere in lacrime alla morte del guru.
    Una vera Divina Commedia, con tutti che passano dal paradiso all’inferno, e dimostrano come anche i santi siano alla lunga corrotti dal potere. Ma che anche i demoni hanno l’opportunità di essere santi.

    Ma perché abbiamo dovuto aspettare Netflix, 25 anni dopo, per farci raccontare una storia vera?

     

  • INTELLIGENZA ARTIFICIALE:
    COSI' L'IRRUZIONE IN ATTO
    NEI PROCESSI
    DELL'INFORMAZIONE

    data: 31/12/2020 11:44

    30 mila streaming, 34 newsletters, 200 mila iscritti. Sono i numeri che sbandiera Repubblica per documentare la sua transizione al digitale. Non solo giornale, anche se, si dice, senza giornale tutto questo non ci sarebbe. Ma davvero sono questi i numeri dell’informazione? davvero possiamo pensare che la digitalizzazione è solo una distribuzione più capillare e mirata? La fabbrica del giornale, la catena di montaggio di quell’infinità di bit che vengono composti e ricomposti nei flussi che partono dalle redazioni chi li governa o come?
    Negli anni 70 e 80 la qualità di una redazione era data dalla sua proprietà, dall’autorevolezza e autonomia della sua direzione, dal controllo sul prodotto della redazione, dalla separatezza della pubblicità e del marketing dalla linea editoriale. I fatti separati dalle opinioni, recitava un fortunato slogan di Panorama, di Lamberto Sechi. Le notizie separate dagli interessi, urlava il comitato di redazione del Corriere della sera degli anni 80, affogato fra P2 e le lobbies finanziarie che tentarono la conquista.
    Il back office è il vero cuore di una testata, non il delivery che consegna le notizie ai singoli utenti. Immaginate se negli anni 90, nella guerra delle Tv, la Fininvest di Berlusconi si fosse limitata a dettagliare quanti canali produceva, quante ore di trasmissione, quante notizie e quanti spot pubblicitari, senza precisare di appartenere alla famiglia del presidente del Consiglio, e di annoverare nei propri ranghi l’intero stato maggiore dei un partito. Un giornale nel digitale è essenzialmente la sua intelligenza artificiale, il resto è intendenza che, come diceva Napoleone, segue.
    Proprio ieri mattina, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Conte, il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Verna ha regalato al premier un opuscolo con una ricerca svolta dall’Ordine insieme all’Università Federico II di Napoli sui processi tecnologici che attraversano le redazioni. In particolare sull’automatizzazione della produzione giornalistica. In quelle pagine troviamo i veri numeri che devono documentare la qualità di un giornale. Il 64 % delle testate europee sta automatizzando le funzioni di scrittura. Circa la metà delle redazioni che producono on line sono composte da figure non iscritte all’Ordine dei giornalisti: web master, informatici, programmatori, marketing, data analyst. In Italia la quasi totalità dei quotidiani affida le proprie memorie e i propri software editoriali a centri esterni, che fanno capo a pochi gruppi multinazionali, fra cui primeggiano Google, Amazon, Facebook. Il 94% dei processi digitali nei gruppi editoriali delle testate italiane sono finanziati, e dunque controllati, da Google.
    Sarebbe interessante sapere da Repubblica questi dati: come vengono gestite le newsletters? Come vengono profilati gli utenti? I dati sono di proprio esclusivo dominio o condivisi con Google e Amazon?
    Come si produce alla pubblicazione on line? Si utilizzano intelligenze artificiali che scelgono il momento, il social, la formulazione del titolo e la struttura semantica della notizia o no?
    Chi seleziona queste intelligenze? figure della redazione o del management? la testata è proprietaria dei propri software e dei propri data base o usa in appalto intelligenze concedendo all’esterno i propri dati sensibili e quelli dei propri lettori?
    Sono queste le domande che identificano la qualità di una testata. Il 25 % dei ricavi del New York Times sono investiti nello sviluppo di algoritmi proprietari. Quanto spendono le testate italiane per essere proprietarie delle intelligenze e delle memorie che utilizzano?
    Proprio la circolarità che vanta Repubblica nella sua produzione, con una riformulazione dei contenuti a matrice che dal desk centrale via via rifluiscono nei contenitori verticali ed orizzontali, alimentando tutta quel caleidoscopico catalogo di prodotti mirati indica la centralità di funzioni di intelligenza artificiale semantica che analizzano, riorganizzano, impaginano e selezionano ogni singolo contenuto.
    E’ esattemente questa la funzione che produce valore in una testata: i prodotti ad utilità ripetuta. Spremere valore da un singola notizia reimpaginandola in contesti e con senso diverso nelle più specifiche offerte personalizzabili. Questa funzione viene gestita ormai sempre più automaticamente da software che guidano e sistemano i pacchetti di informazioni che si depositano negli infiniti spazi del catalogo digitale. Come sono progettati questi sistemi fondamentali? Con quale concorso della redazione? con quali figure professionali?
    Arriviamo qui a individuare la linea d’ombra che deve diventare trasparente e condivisa: quali corredo di etica e deontologia professionale vengono riversati nei suoi sistemi automatizzati? Attorno a questa domanda bisogna che cresca una nuova cultura professionale e una nuova pratica sindacale dei giornalisti.
    Negoziare l’algoritmo, espressione che solo qualche anno fa suonava cervellotica e astratta, oggi è pratica corrente, per i riders di Amazon, per i medici che curano il Covid, per i giornalisti.
    Bisogna pretendere che un giornale indichi quali algoritmi utilizza, quali accordi ha sancito con le grandi piattaforme, quali alleanze e integrazioni ha promosso: senza queste informazioni le testate diventano buchi neri riempiti solo dagli algoritmi di Google e Facebook.
    Ma questo ragionamento non può limitarsi solo ad una nuova stagione di diritti di cittadinanza dell’informazione. Bisogna riflettere sulla materialità del mestiere. Quale giornalismo oggi è possibile senza una dipendenza strutturale da competenze ed esperienze digitali? Ricerca, selezione, analisi, composizione, edizione e pubblicazione di contenuti sono attività concepibili senza essere condizionato da dispositivi digitali di cui si rischia di non conoscere il meccanismo e soprattutto la volontà? Perché ogni dispositivo digitale è corredato di una volontà. Non della macchina ma del programmatore.
    Ancora il presidente dell’Ordine Verna, nel corso dell’incontro stampa di cui abbiamo parlato, ha fatto un riferimento importante che mi pare sfuggito ai più: l’informazione deve tornare ad essere intelligenza, ha detto riferendosi al fatto che in molte lingue i due termini sono sinonimi. Credo intendesse dire che siamo ad uno spartiacque in cui riscrivere le identità e i contenuti dell’intelligenza che oggi è indispensabile per produrre un’informazione libera. Dinanzi a noi sta il salto delle nuove modalità di irruzione in redazione dell’intelligenza artificiale e di come renderla strumento e non padrona della notizia.
    Dunque si pone il nodo di nuove competenze che devono essere integrate in redazione: sistemisti, web master, data analyst. Informazione è spostare un contenuto da un punto all’altro dello spazio, scriveva nel dopo guerra Claude Shannon, il grande matematico che con Alan Turing aveva decrittato Enigma, la macchina di codifica dello spionaggio nazista.
    Ebbene oggi questi contenuti si muovono istantaneamente grazie a saperi e conoscenze diverse, di cui il mestiere tradizionale di giornalista è solo una delle componenti che tende ad essere anche le meno pregiata. In questa chiave io credo possa essere inquadrato il tema dell’INPGI, l’istituto di previdenza dei giornalisti.
    Al netto della riserva pubblica che deve almeno tamponare le prestazioni extra previdenziali che l’INPGI ha assicurato ai colleghi in cassa integrazione, è indispensabile adeguare la base impositiva alla nuova realtà del giornalismo: circa 80 mila figure di informatica più complessa oggi determinano la dinamica delle notizie. Integrare nelle redazioni e dunque in capitoli specifici di un nuovo contratto di lavoro che disciplini queste nuove personalità professionali significa dare forza negoziale alle redazioni e arricchire le culture dell’informazione, assicurando autonomia e sovranità a chi, come diceva appunto Shannon, muove i contenuti da un punto all’altro dello spazio.