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MICHELE MEZZA

  • CON IL "PEER REVIEW"
    SCATTA LA NUOVA ERA
    DELL'INFORMAZIONE

    data: 11/05/2021 12:11

    La differenza fra l’informazione tradizionale e quella scientifica è il peer review. Si tratta di quel metodo che espone ogni articolo dei grandi magazine del settore ad un’analisi pubblica, dove ogni addetto ai lavori può valutare e confutare i passaggi logici e le basi documentali di un saggio scientifico.
    La puntata di lunedi 10 maggio di Report ha colmato questa lacuna. Al netto delle singole tematiche trattate e dei personaggi coinvolti, la redazione che si è vista contestata e attaccata da esponenti politici e testate diverse, ha messo in piazza le sue ragioni, condividendo anche le critiche e le accuse che le erano rivolte. Con un lavoro trasparente, i colleghi di Report hanno ripercorso i singoli passaggi delle loro inchieste e li hanno sovrapposti alle osservazioni e alle controdeduzione dei loro accusatori, offrendo agli utenti del servizio pubblico un’ampia gamma di materiali da valutare.
    Non sempre la redazione ne esce intonsa. L’uso di testimoni coperti, che ha ammesso, oppure il contatto con personaggi di dubbia reputazione, anche questi riconosciuti, rendono meno indiscutibile il lavoro svolto.
    Quello che diventa indiscutibile è il salto di qualità che si è registrato con la decisione di Report e del suo responsabile, Sigfrido Ranucci, nel rendere pubblico e condivisibile l’intera matassa degli intrighi, anche a costo a esporsi ad inevitabili critiche o anche a possibili denunce.
    Chiedere ad un parlamentare come possa aver presentato interrogazioni alla Camera dei deputati sulla base di notizie che non erano pubbliche, oppure documentare la reazione diretta di un leader politico che, trovato in rapporti non naturali con un componente dei servizi di sicurezza, si difende adombrando accuse e alludendo a ritorsioni contro la testata che lo ha incastrato, rende lo scenario politico istituzionale del paese più decifrabile. Informazione non è solo dare notizie, ma rendere contesti, diciamo sempre. Report ha costruito una macchina giornalistica che da oggi in poi non potrà sempre, ad ogni singolo passaggio, rendere chiaro e pubblico il gioco delle parti che sottintende ad ogni notizia che darà.
    E’ una vera svolta, al tempo della rete.
    I mediatori diventano uno dei tanti stakeholder dell’informazione, scendono dal piedistallo e si propongono come uno degli agenti della complessa e a volte contraddittoria macchina della verità.
    Una vera rivoluzione copernicana. Non è il giornalista il centro della scena ma è la notizia, attorno a cui giostrano i singoli attori del fatto raccontato. Soprattutto ogni notizia non si conclude nel momento della rivelazione, ma continua come racconto progressivo. Non a caso le puntate di report sono ormai collegate l’una all’altra dall’evoluzione dell’informazione data. Si procede per integrazioni, correzioni, aggiunte e confronti. Esattamente come la rete ha imposto all’intero sistema relazionale. Ogni singola affermazione è solo l’inizio di un percorso, non chiude mai l’argomento con l’ultima parola.
    E’ questo il motore di quel processo che sta riclassificando il mondo del giornalismo, trasformando le redazioni da comunità deliberanti della notizia, in hub di snodo e smistamento continuo dei contenuti, lungo tutte le 24 ore. Quando inizia e quando finisce la giornata di una testata? Anche dai nuovi modelli organizzativi si comprende che la giostra ormai gira permanentemente, la versione cartacera è solo uno dei momenti in cui viene cristallizzato, momentaneamente, il senso comune dell’informazione, per poi riprendere ad essere ruminato nella rete.
    E’ il regno ormai della sesta w del giornalismo: while.
    Il mentre scorrono gli eventi, si incrociano i pareri e le opinioni, si combinano i documenti e le notizie, il giornalismo diventa filmato e non più istantanea, che segue e accompagna lo scorrere della cronaca che a volte diventa storia. E Report ci ha mostrato come e per mano di chi.


     

  • "LA REPUBBLICA" DIGITALE UN PRIMATO DA RENDERE PIU' TRASPARENTE

    data: 10/04/2021 12:44

    Il primato di Repubblica sul mercato digitale, sventolato legittimamente sul quotidiano fondato nel 1976 da Scalfari, dovrebbe suggerirci anche qualche riflessione più complessiva sulle tendenze del sistema editoriale. Magari anche sollecitando qualche dato che non viene fornito nella lunga serie di informazioni che si esibiscono a supporto del proprio successo nel sito del giornale.
    Innanzitutto vediamo quello che ci viene proposto.
    I dati più indicativi di tendenze che parlano a tutti, oltre che lusingare i proprietari della testata, mi sembrano due, che esplicitamente indicano le tendenze generali: circa il 25% del pubblico che cerca informazione firmata si rivolge al dominio digitale di Repubblica; secondo, e forse ancora più esplicito, il dato che indica come il 68% del bacino di utenza complessivo della rete in Italia (siamo attorno ai 40 milioni giorno) frequenta l’eco sistema del gruppo Gedi di cui Repubblica è bandiera ma non certo esclusiva proposta.
    L’intreccio fra questi due numeri intanto rimette al suo posto l’identità dell’utente digitale. Si tratta mediamente di una massa di individui guidati dal bisogno continuo di informazione autorevole e verificabile, che la testata di un grande giornale certifica e permette di documentare.
    Siamo lontanissimi dalla vulgata del popolo plebeo affamato di fake news. La complessità dell’aggregato dei navigatori digitali conferma di provenire, nel suo zoccolo duro, dal mondo dell’informazione cartacea, che ora viene superato e incrementato con una domanda di maggiore personalizzazione e tempestività nel rifornirsi di notizie.
    Per questo dall’edicola ci si sposta alla rete.
    Qui affiorano le carenze nei numeri che vengono pubblicati da Repubblica.
    Infatti per capire la logica e lo spessore dell’utente medio delle pagine digitali del quotidiano romano sarebbe utile tracciarne i movimenti, e comprendere la bussola di navigazione. Una testata on line, a differenza di una cartacea o di un’emittente TV generalista non agisce con il modello broadcast, da uno a tanti, con l’obbiettivo di conservare il più a lungo possibile l’attenzione del proprio utente, quanto con il modello browsing, di navigazione, in cui si ambisce ad essere il riferimento primario di percorsi che comunque combinano e integrano diverse fonti e approcci anche opposti a volte sullo stesso tema.
    Sarebbe ad esempio molto utile capire come si comporta il navigatore del gruppo Gedi e come si combina - questo è forse il vero dato che Repubblica non ci da e che sarebbe preziosissimo - con altre fonti e altri spazi web con cui elabora quello che si definisce ormai il proprio palinsesto multimediale.
    Proprio questa intraprendenza ci da l’indicatore di interattività che modifica radicalmente il legame con la testata del suo vecchio lettore.
    Siamo dinanzi ad una trasformazione sociale prima che tecnologica. Non è la rete che profila forme di utenti cibernetici, ma è la nuova ambizione di tutti gli individui ad avere di più, a pretendere informazioni più aderenti e specifiche per il proprio fabbisogno, a spingere il mondo dell’informazione ad evolversi da semplice redazione di una testata a macchina digitale di contenuti on demand.
    In questo processo - questa è l’altra considerazione che rimane sullo sfondo nella proclamazione del successo di Repubblica.it - centrale diventa l’arbitraggio dell’algoritmo. Il punto è capire con quali strumenti tecnologici, ancora meglio: con quali intelligenze si realizzano questi nuovi servizi on demand. Si tratta di rendere trasparenti e condivise le scelte che vedono ormai con un ruolo rilevante in ogni redazione sistemi di ottimizzazione e selezione automatica delle informazioni e soprattutto software che guidano le modalità di pubblicazione on line. Accanto ai dati di diffusione dovrebbe essere ormai indispensabile aggiungere l’indice di automaticità del lavoro e la tipologia delle soluzione tecnologiche adottate. Ogni utente deve sapere e comprendere con quale combinazione fra lavoro artigianale e sistemi di intelligenza artificiale vengono elaborati e prodotti i flussi di contenuti che sono diretti specificatamente a lui.
    Di conseguenza il mondo del giornalismo dovrebbe porsi il tema di capire come intervenire su questa rivoluzione strisciante che sposta il valore dalla testata al gruppo editoriale, dalla redazione agli apparati tecnologici nella diversificazione dei prodotti. Si tratta di affermare procedure e pratiche di negoziazione professionale di questo adattamento antropologico ad una domanda di informazione sempre più veloce e differenziata che sfugge a ogni capacità di presidio umano ma non deve essere sottratta alla pretesa di ritrovare anche in questa nuova forma di giornalismo valori e garanzie che ancora devono giustificare il nostro mestiere.
     

  • L'ACCORDO CON 13 TESTATE:
    E SARA' GOOGLE A DECIDERE
    CHI LASCIARE A SECCO

    data: 24/03/2021 12:24

    L’accordo di Google con i magnifici 13 (Sole 24Ore, Gruppo Monrif, Caltagirone Editore, il Fatto Quotidiano, Libero, Il Foglio, Il Giornale, Il Tempo, Ciaopeople, Edinet, Gruppo Corriere, Citynews e Varese web), ossia i gruppi editoriali, più Il Corriere della sera, nazionali e locali, che il motore di ricerca ha scelto di privilegiare assicurandogli una rendita nuziale, toglie così ogni alibi dallo scenario editoriale.
    Ora nessuno potrà più dire che bisogna regolare il settore e spingere le piattaforme ad attuare la normastiva europea sul Copyright. In attesa di Showcase, la soluzione con cui saranno fruibili i contenuti giornalistici in uno spazio dedicato, e che per il momento è riservata al mercato anglo americano. Dove comunque ha già fatto capire che non ci sia trippa per gatti, anche lì, Google ci ha fatto vedere come si interpreta quella normativa: faso tuto mi, si dice a Milano.
    In sostanza Mountain View si arroga il diritto di decidere quali siano le testate amiche e quali quelle da lasciare a secco. Contrattando semmai successivamente attenzioni e indulgenze.
    Siamo ad una versione rinnovata della antica Sacis. Forse qualche collega più anziano ricorderà. Si trattava della consociata della Rai che gestiva appunto le inserzioni pubblicitarie ambitissime. Siamo negli anni 60/70. Ancora non è esploso il vulcano pubblicitario, innestato da Berlusconi. Gli spazi sono merce rara. Vengono centellinati. Pensiamo che nel 1974 la pubblicità televisiva ammontava complessivamente a circa 90 miliardi. 10 anni dopo sarebbe impennata a 4.500 miliardi. Una vera rivoluzione che cambiò la pancia e la testa del paese. Ma questa è un’altra storia. Ci serve a capire che chi gestisce le sollecitazioni promozionali, diciamo oggi la native Advertising, gestisce il sistema dei consumi e le conseguenti relazioni sociali.
    Torniamo alla Sacis: allora gli spazi erano davvero minimi, Carosello e poco più. La fila dei pretendenti era lunga, l’Italia era il paese delle piccole e medie aziende che provavano a cimentarsi con il mercato della comunicazione di massa. Allora la Sacis batteva moneta.
    Gestiva gli esigui spazi pubblicitari in una logica clientelare, cercando da una parte di favorire le aziende più vicine al partito-Stato che allora era la DC, e dall’altra mirava a ricavare risorse non tanto per la Rai, quanto per i giornali amici. Infatti vendeva i famosi caroselli con il metodo del traino: ti permetto di compare un carosello se però acquisti anche pagine promozionali sui giornali dei partiti di governo o dei gruppi affini. Il Popolo, L’Avanti, la Voce repubblicana, La Giustizia, ma poi anche l’Unità, nomi che evocano quasi suggestioni risorgimentali, venivano così sostenuti dal mercato televisivo.
    Oggi Google si candida a rinnovare quest’azione di privilegiare testate amiche o comunque non ostili, che possano favorire, sia nazionalmente che localmente, la strategia di inserimento di Google nel mercato della connettività e dei servizi digitali, diventando partner e guida della modernizzazioni della P.A. e delle smart cities.
    Su questo sdarebbe scandaloso se ci si limitasse a qualche timida domanda. La FNSI, l’Ordine dei Giornalisti devono aprire un caso nazionale. Google non può sostituirsi alle strategie nazionali, diventando l’unica banca dei giornali e delle TV, finanziando la loro digitalizzazione, e vincolandone la loro azione sul territorio. Google non vende solo influenza, vende anche vocabolari, linguaggi, bio-tecnologie. Google è stato uno dei due sistemi operativi che hanno affossato Immuni, costringendola a non usufruire del GPS per darci informazioni più georeferenziate sulla nostra sicurezza, nel silenzio generale, che oggi comprendiamo come motivato.
    Bisogna imporre una logica territoriale per negoziare la condivisione dei contenuti giornalistici. Così come bisogna sostenere le piccole testate che con un potere contrattuale minore, si vedono del tutto esautorate nella gestione con i propri utenti, i cui dati vengono confiscati dalla piattaforma. Infine i criteri di impaginazione. Certo, si dice, ogni testata proporrà le proprie notizie con titoli e posizioni autonomamente scelte ma oggi si sa che Google news precostituisce una propria gerarchia, sganciandola sempre più dalla cronologia. Esattamente come fece Instant Articles, l’intesa pionieristica con cui già qualche anno fa Facebook ingabbiò testate nazionali ed europee, assicurandosi il diritto a gestire le notizie senza vincoli temporali. Quella fu una delle cause di Cambridge Analytica. Ora cosa accadrà?

     

  • LE STRATEGIE
    GOOGLE/FACEBOOK
    E LA VARIANTE
    AUSTRALIANA

    data: 19/02/2021 19:38

    È davvero un paradosso che il governo più conservatore della recente storia australiana sia diventato un campione della lotta ai monopoli? Così come era davvero inspiegabile che la presidenza Trump costringesse le grandi piattaforme digitali ad un’intesa con gli editori? Dinanzi all’esplosione di entusiasmo di editori (comprensibile) e giornalisti, a tutte le latitudini culturali e politiche, forse sarebbe opportuno riflettere su queste domande.
    L’antefatto è noto. Il governo australiano, guidato dall’ex poliziotto Scott Morrison, sulla scia di quanto annunciato anche dall’Unione Europea, annuncia una legge che obbliga le grandi piattaforme a retribuire link e citazioni on line delle notizie prelevate dai siti delle testate giornalistiche. Dopo una prima scaramuccia polemica - mentre facebook annuncia il boicottaggio dell’editoria australiana, ritirandosi dal mercato di quel paese - Google fa un passo di lato, annunciando a sua volta un’intesa con il gruppo prevalente sul mercato australiano dell’informazione, di proprietà del magnate Murdoch, proprietario negli USA anche di numerose testate e della rete conservatrice Fox News.
    In realtà Google, come spesso al momento ancora gli capita, riesce a pigliare due piccioni con una sola fava. Da una parte ribadisce la sua insindacabile potenza sulla scena nel decidere chi pagare e chi no, scegliendo un altro monopolista, oltre che lobbista di influenza rilevante in Australia, come appunto il gruppo News Corporation come partner; dall’altra, spinge il governo a rallentare l’iter della legge e a ribadire che comunque - anche se si dovesse arrivare a rendere generalmente obbligato il pagamento per ogni produttore di news - l’intesa con Murdoch, che prevede la titolarità di tutti i dati prodotti dagli utenti delle informazioni on line. Essi rimarrebbero esclusiva del più potente motore di ricerca del mondo.
    A questo punto i sorrisi e i brindisi che hanno salutato la svolta australiana diventano smorfie di delusione, forse. Infatti sembra confermarsi una strategia che vede da una parte le forze conservatrici assumere la rappresentanza degli interessi nazionali, contro lo strapotere delle piattaforme, e dall’altra - dopo aver intimorito i grandi brands della Silicon Valley - la ricerca di un’intesa al ribasso, che privilegia sia i gruppi editoriali più vicini alle posizioni di destra, sia le strategie delle piattaforme che tendono a salvaguardare innanzitutto il controllo sui big data. Facebook, che rispetto a Google ha un modello di business più legato alla pubblicità e dunque più esposto alla competizione con i gruppi editoriali, cerca la prova di forza, per stroncare una reazione a catena che potrebbe metterla in ginocchio se si dovesse estendere viralmente il contagio dall’Australia. Google invece - ormai proteso ad una riconversione sulle forme applicative dell’intelligenza artificiale, soprattutto in direzione di bio tecnologie e servizi neurali diretti - sembra più disinvolto.
    In questa partita che deciderà dei rapporti di forza sullo scenario giornalistico dei prossimi anni, sembrano proprio assenti i giornalisti, tutti protesi a contabilizzare la percentuale di quel piatto di lenticchie che Google potrebbe investire per avere mano libera con gli editori.
    L’evoluzione del mercato ci dice che le testate sono ormai tutte tese ad una sorta di mediamorfosi verso modelli di service provider, in cui diventano produttori e distributori di servizi individuali. Il New York Times o il Guardian sono ormai macchine digitali basate sullo sviluppo autonomo di algoritmi per rendere ogni singolo contenuto personalizzabile. Tendono a diventare più o meno come Netflix, con il suo sistema di profilazione che osserva e profila ognuno dei suoi 200 milioni di abbonati.
    I dati diventano dunque food for mind. For artificial mind; per quelle intelligenze artificiali che sono centrali nelle nuove redazioni multimediali e che smistano e misurano ogni minima affinità di ogni notizia con ogni lettore. Se i dati rimangono confiscasti da Google allora il gioco diventa monco, e le redazioni si troveranno subalterne alle piattaforme ancora più di ieri.
    Non a caso in Europa la commissaria alla competizione Margarita Vestager ha annunciato due provvedimenti strategici per riordinare le relazioni digitali – il Digital Service Act e il Digital market Act - che fra l’altro prevedono per chi processa dati sensibili di rendere trasparenti e condivisi non solo la tracciabilità dei dati ma anche la struttura degli algoritmi che li elaborano.
    Questo è il punto sensibile, su cui Google annuncia guerra senza frontiere. La esclusiva proprieta della potenza di calcolo è lo scettro dell’impero della corporation di Mountain View, come per Amazon o Apple. Mentre giornalisti, ma anche medici, giuristi, pubblici amministratori si trovano a dover attendere che le piattaforme decidano come e se farli accomodare al loro interno per promuovere app o soluzioni digitali rivolte al mercato.
    Rendere dati e algoritmi beni condivisi e trasparenti, come appunto i vaccini, è la vera battaglia del secolo digitale. E su questo attendiamo di sapere cosa pensino Trump e il prode Morrison, oltre che la Fnsi e l’Ordine dei Giornalisti.

     

     

     

  • I MEZZI DI MASSA IDEOLOGIA?
    NO, SONO DIVENTATI
    ESSI STESSI SOCIETA'

    data: 05/02/2021 17:30

    Circa 60 anni fa, nel 1964, Umberto Eco pubblicava il suo emblematico testo Apocalittici e integrati, in cui scriveva - eravamo nel pieno della stagione di Carosello - che “i mezzi di massa non trasportano un’ideologia, sono essi stessi ideologia”. Oggi, in un'era mediatica sideralmente lontana da allora, il rapporto di Mediobanca sui consumi televisivi
    (https://mediobanca.com/it/hp-media/eventi-iniziative/TV-1.html) ci conferma che i mezzi di comunicazione non sono più di massa e da ideologia sono diventati società.
    La frammentazione che si osserva nelle platee televisive, sempre più addensate attorno a piattaforme che scompongono i palinsesti e connettono direttamente il singolo utente al singolo programma, a prescindere dai brand delle compagnie o delle reti televisive, è caratterizzata da un’ansia di differenziazione, di separazione dal gregge. Voglio vedere, fare, mangiare cose diverse, che poi ricompongo nel caleidoscopio dei social.
    Questa tendenza si intreccia e rigenera nella spinta alla disintermediazione delle competenze. La pandemia ha messo in primo piano scienziati e ricercatori, mostrando con evidenza quanto gli osservatori del dibattito scientifico, come ad esempio il compianto Pietro Greco, ci aveva già anticipato: la scienza è sempre più articolazione del dibattito sociale, rappresentato direttamente dagli scienziati.
    Lo stesso sembra riproporsi nelle comunità politiche e d’impresa. Aziende e partiti sono sempre più proiettati ad una comunicazione diretta, gestita personalmente dai vertici, senza intercapedini consulenziali.
    La comunicazione infatti non è solo la confezione primaria del prodotto o servizio, ne è il contenuto stesso: si produce mediante comunicazione, spiegava nel lontano 2000 Manuel Castells, ed oggi siamo all’evidenza. Ed oggi Mary Adams, una delle più prestigiose esperte di marketing, sostiene che il valore di un prodotto non coincide con il suo contenuto ma con la sua narrazione. Si comunica perché si organizza e si gestisce. Un’impresa, un apparato amministrativo, un’associazione, un media, un governo mediante l’abilitazione diversificata ai diversi livelli di informazione. Sia interna, organizzando lungo la catena gerarchica la consapevolezza utile per l’azienda, sia esterna, coinvolgendo clienti e fornitori in una comunicazione attiva che li integra nelle risorse aziendali. Un processo complesso che diventa complicato per la velocità che si impone come inevitabile. In real time la distribuzione e selezione delle informazioni pregiati e sensibili non può che essere gestita automaticamente in base ad intelligenze artificoali validate dal vertice del sistema.
    Cambiano le geometria e i percorsi del sapere gestionale.
    Dopo aver assistito alla disintermediazione dei media prima, della politica poi, della scienza infine, oggi abbiamo dinanzi uno sganciamento dei decisori dagli esperti.
    Le competenze multimediali diventano skills primari del top management, che si afferma proprio accorciando le catene del valore della narrazione aziendale o politica.
    Berlusconi, Renzi, Salvini sono gli ultimi epifenomeni di sistemi esperti esterni, il cui back office guida il front office. Lo stesso vale per i responsabili delle grandi aziende o banche o sistemi amministrativi.
    Un processo che viene accelerato dalla pretesa sociale di relazione diretta con i decisori.
    Un percorso che segna l’evoluzione umana, dall’agricoltura ai passaggi successivi degli imperi militari, alle città professionali, ai sistemi di mediazione finanziaria. Nel suo storico saggio "L’opera d’arte al tempo della riproducibilità tecnica", Walter Benjamin intuisce che con le prime rubriche di lettere al direttore sulla stampa si apre un varco nella separatezza dei giornalisti dalla società, e prevede genialmente che “in un prossimo futuro ogni lettore potrà sedersi accanto al direttore (del giornale )”. Da quel varco ormai si riversa una fiumana di nani che voglio competere con i giganti, controllandoli e misurandone ogni respiro.
    La rete è stata strumento e risposta alla domanda sociale di protagonismo e condivisione che in questo ultimo passaggio di secolo è tracimata da ogni contenitore sociale. Un fenomeno che sta ridisegnando autorità e titolarietà delle competenze e dei primati decisionali, indebolendo le elites di mediazione - dal giornalista all’amministratore pubblico, allo stesso medico fino al giurista, per arrivare al leader politico - sempre più accerchiate e contestate, sia da destra che da sinistra. Il brusio della rete sale in questa fase ancora scomposto e confusionario, ma inarrestabile, e apre la strada a fiumi carsici che riordinano gli assetti sociali accorciando ogni distanza fra decisioni e cittadini.
    In questa direzione appare singolare ritenere che l’unico scoglio che possa ergersi a baluardo rispetto alla marea di disintermediazione siano le competenze tecnosociali che sostengono le figure dei consulenti e degli esperti. Come può essere, se un vaccino oggi è materia di discussione al mercato, a torto o a ragione, e un piano di comunicazione viene elaborato da sacerdoti esoterici dei linguaggi di connessione sociale?
    La traiettoria dei fenomeni di evoluzione della specie sembra univocamente andare proprio nella direzione del decentramento e della condizione di ogni sapere e scienza. Internet è stato il paradigma di questa nuova marca della storia umana dove si raccoglie la lenta ma inesorabile espansione delle forme di cooperazione sociale fin dal Simposio di Platone dove il filoso traccia la più straordinaria descrizione della rete: “Sarebbe davvero bello Agatone se la sapienza fosse in grado di scorrere dal più pieno al più vuoto di noi, solo che ci mettessimo in contatto l'un con l'altro, come l'acqua che scorre nelle coppe attraverso un filo di lana, da quella più piena a quella più vuota”.
    Secolo dopo secolo la civiltà è stata scandita dall’avvicinamento della società ai vertici delle decisioni, disintermediando imperi, religioni, eserciti, stati, scienze e economie. In questo gorgo si degrada la centralità del giornalista, che come aveva previsto Benjamin si trova a condividere il suo primato con utenti e lettori, come il dominio del leader politico, o per lui del moderno principe che era il partito organizzato, sempre più accessorio rispetto all’autorganizzazione dei suoi aderenti, ed infine la scienza che si trova oggi nel pieno del tornante del virus a dover condividere con popolazioni intere senso e obbiettivi della ricerca più sofisticata.
    Una vera tempesta perfetta che sottrae credibilità e stabilità ad ogni gerarchia tradizionale, a partire dal mercato se un manipolo di straccioni, nel senso dell’esercito rivoluzionario di Valmy che salvò la rivluzione francese dall’attacco dei nobili prussiani, ha potuto sfidare i più poderosi Hedge Fund di Wall Street e farli piangere per perdite di circa 40 miliardi di dollari. La stessa rivoluzione copernicana si intravvede negli organigrammi aziendali.
    Clubhouse, la nuova app che furoreggia con i suoi post audio in diretta, è l’emblema ed il totem di questa tendenza. Un ping pong di microregistrazioni sonore che sostituiscono i testi.
    Ad un messaggio audio di un utente o cliente o iscritto all’organizzazione, non può che rispondere, subito, il titolare del brand a cui è diretto, sia esso il CEO o il segretario generale o il responsabile del settore citato. Non c’è più spazio per Rocco Casalino e le sue barocche architetture di persuasione maccheronica. Il real time e la disintermediazione gerarchica marginalizzano ogni supporto consulenziale: tocca al responsabile, al leader, al capo doversi esporre, con la sua voce. Non c’è gostwriter che tenga. Quella che già si chiama la dittatura degli esperti sembra volgere al termine e preludere ad una nuova tornata di classe dirigente dove il coordinamento di saperi momentanei e la relazione con i propri utenti e consumatori prevale sulla tecnicalità di persuasione delle strategie decise a monte.
    Si apre così una stagione dove deliberazioni, saperi e opinione pubblica diventano fattori di un unico triangolo istituzionale che abilita la rappresentanza dei governanti rispetti ai governati. Un solo principio di autorità intimamente sovversivo e totalitario, come scrive il matematico Paolo Zellini, sopravvive a questa livella della storia: la potenza di calcolo.
    E’ proprio rispetto a questa nuova scienza esoterica, che automatizza sentimenti e volontà, si delinea un nuovo spazio di competenze e di saperi tecnici di supporto a decisioni e ai poteri politici e d’impresa. Come rendere trasparenti, condivisi e negoziabili questi agenti intelligenti che ormai tendono ad uniformare le soluzioni singole è oggi la vera strategia competitiva dove aziende e democrazia si trovano a far quadrare la relazione fra calcolanti e calcolati, sostituendo la vecchia e desueta gerarchia fra mediatori e mediati, oltre che sostituire radicalmente quella fra proprietari e produttori.


     

  • L'INTESA GOOGLE-STAMPA
    UNA BEFFA IN FRANCIA
    E POI TOCCA ALL'ITALIA

    data: 21/01/2021 14:25

    Un piatto di lenticchie che non sarà nemmeno consumato. L’accordo fra Google e gli editori in Francia si annuncia come l’ennesima beffa ai danni dei produttori artigiani di informazione. Il monopolista sul mercato delle ricerche infatti ha imposto di poter negoziare singolarmente, con ogni testata o società editoriale, le condizioni d’uso delle notizie trasmesse. Una trappola che esporrà l’intero sistema giornalistico francese ad intese capestro sui due punti nodali come sono la gestione dei dati e la condivisione degli algoritmi. Su questi punti, come forse qualcuno ricorderà, si consumò la truffa di Instant Articles, l’intesa che vide alcuni gruppi editoriali europei, in prima fila in Italia La Stampa e il Corriere della sera, poi si accodò Repubblica, che consegnò a facebook la distribuzione discrezionale delle news in tutto il mondo. Addirittura i giornali allora accettarono di sganciare le notizie dalla cronologia, permettendo a Facebook di usarle e distribuirle a suo insidacabile giudizio. Questo fu poi la base di Cambridge Analytica. Infatti, se si separa una notizia dal suo tempo, si permette al service provider di usarla senza contesto e giustificazione giornalistica, come una clava.
    Come fu appunto nel corso delle precedenti elezioni presidenziali negli USA.
    Ora in Francia si ricomincia.
    Google, che si sente nell’occhio del ciclone negli USA e in Europa, dove è accerchiato da inchieste e istruttorie per posizione dominante, cerca di rompere l’assedio comprandosi il consenso di segmenti sensibili del mercato, come sono editori e giornalisti. L’accordo di cui si ha notizia in Francia assolve esattamente a questa funzione, in cambio di un classico piatto di lenticchie che non verrà nemmeno consumato dai giornalisti. Infatti contrattare testata per testata significa mandare al macello la stragrande maggioranza di redazioni minori, permettendo a poche eccezioni, come Le Monde o Le Figaro, di strappare qualche soldo, al costo però di svendere tutte le relazioni con i clienti finali dei giornali, i cui dati saranno controllati esclusivamente da Google. In più quest’intesa serve anche a frenare, se non proprio boicottare, quanto sta per essere deliberato in sede Europea.
    La commissaria alla concorrenza Vestager ha già annunciato due provvedimenti, uno sui dati, il DSA (Digital service Act), e l’altro su algoritmi e piattaforme, il DMA (Digital market Act), che dovranno disciplinare rigidamente il potere discrezionale dei monopolisti imponendo la trasparenza e tracciabilità nell’uso dei dati degli utenti e costringendo le piattaforme a condividere gli algoritmi semantici che gestiscono le informazioni.
    Siamo dunque ad una stretta. Il prossimo laboratorio sarà proprio l’Italia, dove si annunciano già disponibilità e compiacenze politiche, nel vertice dei 5S, tradizionalmente sensibili agli interessi degli OTT, ed editoriali come il gruppo Gedi che si è gia candidato ad essere il vettore delle strategie di Google e Facebook in Italia. Ora la FNSI e l’Ordine dei giornalisti devono porre paletti, concordando con la FIEG intese-quadro complessive , dove siano applicati i vincoli europei e agganciate le attività dei social ai criteri di condivisione e negozialità di ogni cambio tecnologico,
     

  • NASCE LA TERZA GAMBA
    FRA GOOGLE E STATI:
    IL SINDACATO INGEGNERI

    data: 05/01/2021 17:18

    Poche centinaia di ingegneri e programmatori, su un totale di 260 mila dipendenti, eppure sembra davvero un terremoto quello che scuote la Silicon Valley. Per la prima volta nel cuore del sistema tecnologico, nel segmento più pregiato e riservato, lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale di Google, si insedia un sindacato. Si chiama Alphabet Workers Union, riferendosi ai dipendenti di tutto il gruppo di cui Google fa parte.
    Più che il numero a fare rumore sono le ambizioni e soprattutto le circostanze che hanno reso possibile il colpo di scena. Dopo anni di brusio, con impennate e indignazioni, questa volta si è passati alle vie di fatto. Non un manipolo di diseredati, super sfruttati, ma direttamente la figura professionale cardine, quali appunti gli architetti del software, promuovono un sindacato che si propone, più che contrattare salari e ferie, di “controllare ciò su cui lavoriamo e come viene utilizzato. Garantiremo che le nostre condizioni di lavoro siano inclusive ed eque. Non c'è posto per molestie, fanatismo, discriminazione o ritorsione. Diamo la priorità ai bisogni e alle preoccupazioni degli emarginati e dei vulnerabili. I lavoratori sono essenziali per il business. La diversità delle nostre voci ci rende più forti”, come scrivono nel loro manifesto di fondazione.
    Un’ambizione forte che tocca il buco nero della società digitale: il potere di condizionare comportamenti e decisioni con i sistemi intelligenti. I professionisti di Google colgono questa domanda sociale che viene dalla rete e si propongono come tutori dell’etica pubblica. Infatti scrivono ancora nel loro documento: “Garantiremo che Alphabet agisca in modo etico e nel migliore interesse della società e dell'ambiente. Siamo responsabili della tecnologia che portiamo nel mondo e riconosciamo che le sue implicazioni vanno ben oltre Alphabet. Lavoreremo con le persone interessate dalla nostra tecnologia per assicurarci che serva il bene pubblico". Ma anche l’intervento dello Stato si presta a dubbi e diffidenze: spostare da pochi privati a pochi Etica e interesse pubblico sono i due concetti che aprono un nuovo scenario. Non sono più i proprietari delle piattaforme i capitalisti della sorveglianza, come li ha definita Shoshanna Zuboff nel suo saggio omonimo, a garantire efficienza e correttezza dei sistemi che commercializzano. Hanno troppo potere per essere liberi, aggiungeva ancora la Zuboff. E per questo si erano mossi gli Stati. Sia in una versione autoritaria, come in Cina e Russia, dove si sono formati veri e propri Algoritmo-nazione, in cui il potere statale coincide perfettamente con il controllo della potenza di calcolo, oppure, in Europa e Stati Uniti, si agiva mediante le normative antitrust che cercano di contenere il gigantismo di questi poderosi monopoli, che stanno, come denunciano proprio gli USA, “inquinando l’eco sistema dell’informazione".
    Ma l’intervento degli Stati non risolve certo il problema, e per certi versi lo aggrava: nel dualismo fra monopoli privati e sistemi politici sono ancora i gruppi della Silicon Valley ad avere in mano la bandiera della libertà. Ora con la discesa in campo di una terza gamba del tavolo - ossia i dipendenti delle piattaforme stesse e gli esperti del software che possono rappresentare legittimamente forme di controllo pubblico sulla natura dei sistemi automatici - il gioco si allarga.
    Insieme a questo nuovo sindacato infatti il ruolo di soggetti come le città, impegnate nella digitalizzazione della propria vita, o le Università, che testano e usano i sistemi digitali in massa, e le professioni, come sanità e informazione, può finalmente diventare realmente negoziale. Non a caso il nuovo sindacato è stato sostenuto e affiancato dalla prestigiosa CWA, che organizza i lavoratori e i dipendenti delle aziende editoriali e dei giornali. Proprio il mondo del giornalismo infatti si vede accerchiato e pressato dai processi di automatizzazione che tendono ormai a sostituire direttamente le attività artigiane. Il nodo dell’etica riapre i giochi, costringendo Google, ma anche Amazon o Facebook a dover fare i conti con una domanda di trasparenza e di condivisibilità del sistema tecnologico. L’esperienza che sta maturando a Google parla anche al nostro paese, dove si sta rattrappendo l’intera organizzazione editoriale, con una crisi verticale delle strutture professionali dei giornalisti, pensiamo al fallimento in pectore dell’INPGI, l’Istituto previdenziale. Non si tratta di congiuntura negativa o di un inesorabile destino che vede appunto la fabbricazione delle informazioni assorbita dalle piattaforme profilanti. Ora con una nuova stagione in cui proprio le piattaforme diventano materia di contesa e controllo, una nuova leva di professionisti dell’informazione in grado di garantire trasparenza e corretteza dei sistemi intelligenti potrebbe ridare smalto e funzione al mestiere, guidando anche altre professioni, pensiamo alla sanità, in piena pandemia, verso una nuova dinamica autonoma e consapevole dei titolari del servizio rispetto ai fornitori delle potenze di calcvolo. La ruota riprende così a girare.

     

  • MA PERCHE' ABBIAMO DOVUTO ASPETTARE NETFLIX PER IL RACCONTO DI SAN PATRIGNANO?

    data: 02/01/2021 15:34

    Non bisogna stare dalla parte del flagello quando il flagello uccide, urla nel suo epocale romanzo La peste Albert Camus. Vincenzo Muccioli non stava certo dalla parte della droga nella guerra contro il flagello della scimmia sulla spalla di tanti giovani. Ma da che parte stava?
    Questa domanda è rimasta racchiusa in un bolla di reticenza, o di rancorosa denuncia, ma fino ad ora non è mai stata materia di un’analisi approfondita, complessa, completa, spietata. Fino a quando Netflix non ha deciso di essere anche servizio pubblico, e colmare una macchia bianca della storia di questo paese.
    Sanpa: luci e tenebre di san Patrignano, diretta da Cosima Spender, 5 puntate di un moderno reportage giornalistico, è una straordinaria, lucida, pacata e dettagliatissima anatomia di un sistema che stava troppo in alto per essere alla portata delle testate italiane, tanto più per una Rai che si è sentita troppo legata in quegli anni 90 alla cautela e discrezione su quei temi.
    Il lavoro di Netflix va visto tutto di seguito. 5 ore di un racconto scandito da decine di testimonianze, ognuna delle quali per lunghi tratti non si capisce da che parte stiano: ma quello è a favore o contro? La vera risposta è che sono tutti dentro.
    Questo reportage infatti è una vera immersione nel mondo di San Patrignano, un casolare sulle colline riminesi, diventato in una ventina di anni, una città che muoveva valore per circa 200 milioni di euro. Tutto viene analizzato e osservato con il punto di vista di chi ha vissuto, condiviso, partecipato, dentro quel microcosmo. Il tratto più ammaliante del lavoro è proprio l’evoluzione dei racconti che ti fa vivere in diretta la storia, l’intensità, i contrasti, il dolore che si provava dentro quel sistema.
    Muccioli chi era? Il tormentone di tanti titoli di giornale in quei tempi qui torna in una versione più articolata e più vera: Muccioli cosa era diventato? Infatti la storia non denuncia un complotto, non celebra un miracolo, ma descrive una vicenda umana, profondamente umana, il cui testimonial - Vincenzo Muccioli - è stato strumento e motore di una domanda sociale a cui lo Stato non dava risposta. In quello spazio che vedeva le istituzioni assenti, incapaci di parlare a un mondo che si stava gonfiando di disperazione, si è incuneato un avventuroso e carismatico personaggio in cerca di autore.
    Una delle testimonianze più illuminanti dell’inchiesta è quella del fratello di Vincenzo Muccioli che ne descrive lo stato d’animo di un ragazzo che fuori dalla scuola, trova nel suo carisma il capitale per muoversi nel mondo: fisico imponente, sguardo magnetico, voce affabulante. Si comincia con prime pratiche esoteriche che rendono il casolare avuto in gestione dalla famiglia un primo approdo di un’umanità irrequieta. Vincenzo coglie l’opportunità di trasformare il podere in ricovero e capisce che i giovani tossicodipendenti stanno aumentando e nessuno si cura di loro.
    Ma come è possibile che senza ne arte ne parte ci si possa improvvisare terapeuta? Siamo in un paese che lascia ampie zone di confine senza controllo pubblico nei nuovi ambiti delle relazioni umane.
    San Patrignano comincia ad essere un deposito di disperazione, per le famiglie dei ragazzi drogati una possibilità di sollievo. La fiumana comincia ad ingrossarsi. Il Casolare diventa comunità, i tribunali affidano a Muccioli i tossici arrestati. In questo gorgo si alternano le storie buone e cattive: molti si salvano, quelli che scappano vengono ripresi, chi non è ripreso fa una brutta fine, e per non fargliela fare Muccioli usa le maniere forti.
    Arrivano i carabinieri, il guru viene arrestato. Il programma riesce a raccontare benissimo il modo in cui i ragazzi - erano circa una sessantina allora che rimangono a San Patrignano - salvano la comunità rimboccandosi le maniche e aspettando la liberazione del fondatore. Sono loro che salvano il sogno di Muccioli e anche lo stesso sognatore che esce indenne dalle inchieste.
    Da quel momento scatta un meccanismo complesso che vede lo Stato usare San Patrignano per sostituire un’assistenza pubblica che non c’è, e un fiume di denaro privato arriva a Muccioli per ricoverare i figli dei ricchi, con i cui soldi si assistono anche i figli di molti poveri. Il casolare diventa città, poi mausoleo, a cui arrivano in pellegrinaggio capi di Stato e potenti industriali, fra cui la famiglia Moratti che, in più di 20 anni ,conferisce a San patrignano più di 200 milioni di euro, che diventano ogni ben di Dio: case, ospedale, scuderie, allevamenti, coltivazioni pregiate: un vero impero.
    E qui il sogno diventa incubo: tutto può cadere per qualche maltrattamento? Per qualche insofferenza? per qualche disinvoltura contabile. Fuori si alza il fuoco nemico: Pannella e il Manifesto sparano ad alzo zero contro questo santone di regime. E come accade spesso, la fortezza si chiude nel senso di accerchiamento: o con me o contro di me è l’ammonimento di Muccioli. Si susseguono incidenti, fino ai morti: una ragazza, e poi, nel 93, il caso Maranzano, un ragazzo della comunità, trovato morto, pestato a sangue, in una discarica vicino Napoli. Non siamo più agli schiaffoni, ma si comincia a morire per difendere l’impero.
    Le irrequietezze diventano diserzioni: i più stretti collaboratori cominciano a chiedersi come tagliare il cordone ombelicale e liberarsi dalla stretta del salvatore. Minacce, accuse, processi. Ogni sussulto si rivede nei toni, nelle emozioni, nelle lacrime dei testimoni. Nessuno e bianco o nero. Tutti mostrano le sfaccettature di storie vere, potenti, contraddittorie. Il tossico diventato dottore, il ragazzo sbandato che fa da guardia del corpo di Muccioli, il ragazzo in crisi che diventa addetto stampa e poi fugge non senza rompere in lacrime alla morte del guru.
    Una vera Divina Commedia, con tutti che passano dal paradiso all’inferno, e dimostrano come anche i santi siano alla lunga corrotti dal potere. Ma che anche i demoni hanno l’opportunità di essere santi.

    Ma perché abbiamo dovuto aspettare Netflix, 25 anni dopo, per farci raccontare una storia vera?

     

  • INTELLIGENZA ARTIFICIALE:
    COSI' L'IRRUZIONE IN ATTO
    NEI PROCESSI
    DELL'INFORMAZIONE

    data: 31/12/2020 11:44

    30 mila streaming, 34 newsletters, 200 mila iscritti. Sono i numeri che sbandiera Repubblica per documentare la sua transizione al digitale. Non solo giornale, anche se, si dice, senza giornale tutto questo non ci sarebbe. Ma davvero sono questi i numeri dell’informazione? davvero possiamo pensare che la digitalizzazione è solo una distribuzione più capillare e mirata? La fabbrica del giornale, la catena di montaggio di quell’infinità di bit che vengono composti e ricomposti nei flussi che partono dalle redazioni chi li governa o come?
    Negli anni 70 e 80 la qualità di una redazione era data dalla sua proprietà, dall’autorevolezza e autonomia della sua direzione, dal controllo sul prodotto della redazione, dalla separatezza della pubblicità e del marketing dalla linea editoriale. I fatti separati dalle opinioni, recitava un fortunato slogan di Panorama, di Lamberto Sechi. Le notizie separate dagli interessi, urlava il comitato di redazione del Corriere della sera degli anni 80, affogato fra P2 e le lobbies finanziarie che tentarono la conquista.
    Il back office è il vero cuore di una testata, non il delivery che consegna le notizie ai singoli utenti. Immaginate se negli anni 90, nella guerra delle Tv, la Fininvest di Berlusconi si fosse limitata a dettagliare quanti canali produceva, quante ore di trasmissione, quante notizie e quanti spot pubblicitari, senza precisare di appartenere alla famiglia del presidente del Consiglio, e di annoverare nei propri ranghi l’intero stato maggiore dei un partito. Un giornale nel digitale è essenzialmente la sua intelligenza artificiale, il resto è intendenza che, come diceva Napoleone, segue.
    Proprio ieri mattina, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Conte, il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Verna ha regalato al premier un opuscolo con una ricerca svolta dall’Ordine insieme all’Università Federico II di Napoli sui processi tecnologici che attraversano le redazioni. In particolare sull’automatizzazione della produzione giornalistica. In quelle pagine troviamo i veri numeri che devono documentare la qualità di un giornale. Il 64 % delle testate europee sta automatizzando le funzioni di scrittura. Circa la metà delle redazioni che producono on line sono composte da figure non iscritte all’Ordine dei giornalisti: web master, informatici, programmatori, marketing, data analyst. In Italia la quasi totalità dei quotidiani affida le proprie memorie e i propri software editoriali a centri esterni, che fanno capo a pochi gruppi multinazionali, fra cui primeggiano Google, Amazon, Facebook. Il 94% dei processi digitali nei gruppi editoriali delle testate italiane sono finanziati, e dunque controllati, da Google.
    Sarebbe interessante sapere da Repubblica questi dati: come vengono gestite le newsletters? Come vengono profilati gli utenti? I dati sono di proprio esclusivo dominio o condivisi con Google e Amazon?
    Come si produce alla pubblicazione on line? Si utilizzano intelligenze artificiali che scelgono il momento, il social, la formulazione del titolo e la struttura semantica della notizia o no?
    Chi seleziona queste intelligenze? figure della redazione o del management? la testata è proprietaria dei propri software e dei propri data base o usa in appalto intelligenze concedendo all’esterno i propri dati sensibili e quelli dei propri lettori?
    Sono queste le domande che identificano la qualità di una testata. Il 25 % dei ricavi del New York Times sono investiti nello sviluppo di algoritmi proprietari. Quanto spendono le testate italiane per essere proprietarie delle intelligenze e delle memorie che utilizzano?
    Proprio la circolarità che vanta Repubblica nella sua produzione, con una riformulazione dei contenuti a matrice che dal desk centrale via via rifluiscono nei contenitori verticali ed orizzontali, alimentando tutta quel caleidoscopico catalogo di prodotti mirati indica la centralità di funzioni di intelligenza artificiale semantica che analizzano, riorganizzano, impaginano e selezionano ogni singolo contenuto.
    E’ esattemente questa la funzione che produce valore in una testata: i prodotti ad utilità ripetuta. Spremere valore da un singola notizia reimpaginandola in contesti e con senso diverso nelle più specifiche offerte personalizzabili. Questa funzione viene gestita ormai sempre più automaticamente da software che guidano e sistemano i pacchetti di informazioni che si depositano negli infiniti spazi del catalogo digitale. Come sono progettati questi sistemi fondamentali? Con quale concorso della redazione? con quali figure professionali?
    Arriviamo qui a individuare la linea d’ombra che deve diventare trasparente e condivisa: quali corredo di etica e deontologia professionale vengono riversati nei suoi sistemi automatizzati? Attorno a questa domanda bisogna che cresca una nuova cultura professionale e una nuova pratica sindacale dei giornalisti.
    Negoziare l’algoritmo, espressione che solo qualche anno fa suonava cervellotica e astratta, oggi è pratica corrente, per i riders di Amazon, per i medici che curano il Covid, per i giornalisti.
    Bisogna pretendere che un giornale indichi quali algoritmi utilizza, quali accordi ha sancito con le grandi piattaforme, quali alleanze e integrazioni ha promosso: senza queste informazioni le testate diventano buchi neri riempiti solo dagli algoritmi di Google e Facebook.
    Ma questo ragionamento non può limitarsi solo ad una nuova stagione di diritti di cittadinanza dell’informazione. Bisogna riflettere sulla materialità del mestiere. Quale giornalismo oggi è possibile senza una dipendenza strutturale da competenze ed esperienze digitali? Ricerca, selezione, analisi, composizione, edizione e pubblicazione di contenuti sono attività concepibili senza essere condizionato da dispositivi digitali di cui si rischia di non conoscere il meccanismo e soprattutto la volontà? Perché ogni dispositivo digitale è corredato di una volontà. Non della macchina ma del programmatore.
    Ancora il presidente dell’Ordine Verna, nel corso dell’incontro stampa di cui abbiamo parlato, ha fatto un riferimento importante che mi pare sfuggito ai più: l’informazione deve tornare ad essere intelligenza, ha detto riferendosi al fatto che in molte lingue i due termini sono sinonimi. Credo intendesse dire che siamo ad uno spartiacque in cui riscrivere le identità e i contenuti dell’intelligenza che oggi è indispensabile per produrre un’informazione libera. Dinanzi a noi sta il salto delle nuove modalità di irruzione in redazione dell’intelligenza artificiale e di come renderla strumento e non padrona della notizia.
    Dunque si pone il nodo di nuove competenze che devono essere integrate in redazione: sistemisti, web master, data analyst. Informazione è spostare un contenuto da un punto all’altro dello spazio, scriveva nel dopo guerra Claude Shannon, il grande matematico che con Alan Turing aveva decrittato Enigma, la macchina di codifica dello spionaggio nazista.
    Ebbene oggi questi contenuti si muovono istantaneamente grazie a saperi e conoscenze diverse, di cui il mestiere tradizionale di giornalista è solo una delle componenti che tende ad essere anche le meno pregiata. In questa chiave io credo possa essere inquadrato il tema dell’INPGI, l’istituto di previdenza dei giornalisti.
    Al netto della riserva pubblica che deve almeno tamponare le prestazioni extra previdenziali che l’INPGI ha assicurato ai colleghi in cassa integrazione, è indispensabile adeguare la base impositiva alla nuova realtà del giornalismo: circa 80 mila figure di informatica più complessa oggi determinano la dinamica delle notizie. Integrare nelle redazioni e dunque in capitoli specifici di un nuovo contratto di lavoro che disciplini queste nuove personalità professionali significa dare forza negoziale alle redazioni e arricchire le culture dell’informazione, assicurando autonomia e sovranità a chi, come diceva appunto Shannon, muove i contenuti da un punto all’altro dello spazio.