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PAOLO BUTTURINI

  • LIBERTA' D'INFORMAZIONE:
    SERVE A TUTELARE
    CITTADINI E DEMOCRAZIA

    data: 10/01/2021 19:49

    «Senza libertà di informazione non c’è democrazia»: ciclicamente questo assioma viene resuscitato e issato sulle bandiere della protesta. A volte lo si agita di fronte a singoli casi di censura o tentativi più generali di limitazione del diritto dei cittadini a essere correttamente informati; altre lo si brandisce come strumento di difesa di prerogative di una categoria, quella dei giornalisti, che si percepisce, ancor oggi, come unica depositaria di questo interesse tutelato dall’articolo 21 della Costituzione.
    Quanto a questa seconda convinzione, bisognerebbe una volta per tutte chiarire che la Costituzione intende difendere l’interesse dei cittadini non quello di una pur nobile professione, dal che ne discende che quello dei giornalisti è un diritto riflesso. Non è una distinzione di poco conto, perché chiarisce quale sia la gerarchia delle tutele e il fatto che i professionisti dell’informazione ne sono investiti come delegati a proteggerle ed esercitarle in nome e per conto della collettività.
    Ecco che l’assioma citato in apertura assume un significato diverso, direi più ampio e più alto. Ma non basta: quell’espressione contiene due soggetti: “informazione e democrazia” che, alla luce dell’insieme del dettato costituzionale, non sono sullo stesso piano: ovvero la libertà di informazione è uno dei caposaldi della democrazia, ma la democrazia non si esaurisce nella libertà di informazione. Senza le fondamenta non è dato costruire una casa, ma da sole non bastano ad affermare che si sia realizzato un edificio.
    Ma quale democrazia? Anche questa domanda torna periodicamente, di questi tempi è molto in voga, per poi inabissarsi e lasciare sul proscenio la sineddoche dell’informazione. Senza sciogliere questo nodo, ovvero tipologia e qualità delle nostre democrazie (Trump e Capitol Hill insegnano), non verremo mai a capo della crisi che terremota il mondo dell’informazione, non soltanto nel nostro Paese.
    Ogni sistema di governo è imperfetto, se non altro per essere frutto dell’uomo. Nel caso della democrazia (intendendo quella che tale viene definita nell’occidente del libero mercato) quando si cerca di metterne in luce i limiti e, ultimamente, le sempre più evidenti involuzioni, si è immediatamente tacciati o di sinistrismo autoritario o di populismo (accusa questa ormai buona per tutte le latitudini). In genere ci si rifugia nella frase stereotipata citando Winston Churchill: «E' la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora» o la parafrasi di Pertini: «Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie». Entrambe le espressioni lasciano aperto il problema della perfettibilità.
    Eppure, basterebbe una sbirciata al saggio di Luciano Canfora “La democrazia. Storia di un’ideologia” (Laterza 2010) per prendere atto che nel corso della Storia questa forma di governo ha assunto le sembianze più disparate. Più velocemente, come si addice a tempi fast, si può consultare la voce nei vari dizionari. Ho scelto quella del Devoto-Oli per una questione sentimentale (è da sempre il mio preferito), che recita: «Dottrina politica che si fonda sul principio della sovranità popolare, sulla garanzia delle libertà e su una concezione egualitaria dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini». Subito dopo enumera: democrazia elettronica; democrazia formale; democrazia illiberale; democrazia liberale; democrazia socialista; democrazia sostanziale; democrazia totalitaria.
    Mi fermo qui, ma già questo elenco (dal quale ho cassato le definizioni per ragioni spazio), dimostra come il comportamento binario non si addica a un ragionamento articolato. Quel che vorrei sottolineare è come, nella definizione principale, si mettano in evidenza “la sovranità popolare”, “la garanzia delle libertà” e “una concezione egualitaria dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini”.
    Mi guarderò bene dall’addentrarmi su un terreno che non compete a un cronista, ci sono già troppi giornalisti che usurpano altre professioni, ma un giornalista, oltre a fare più domande che dare risposte non richieste, dovrebbe non smettere mai di interrogarsi sul suo ruolo e sul contesto nel quale è chiamato a svolgerlo.
    In sintesi: prima di rivendicare la propria libertà, prima di distribuire patenti di democraticità, i giornalisti dovrebbero verificare che quanto ciò che accade sotto i loro occhi e sono chiamati a raccontare (dalla politica alla cultura, dalla cronaca all’economia, allo spettacolo ecc.) sia coerente con una concezione egualitaria dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini, con l’esercizio della sovranità popolare e con la garanzia delle libertà.
    La più inaccettabile delle censure è il silenzio e le notizie che veramente fanno male alla democrazia sono quelle che non vengono date.