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ANDREA ONORI

  • Il racconto. DISPERAZIONE,
    VIOLENZE E TORTURE
    LUNGO LA ROTTA BALCANICA

    data: 29/04/2021 15:13

    Da anni migliaia di uomini e donne si muovono lungo percorsi migratori ben organizzati. Uno di questi tragitti è la cosiddetta “rotta balcanica”. Persone provenienti prevalentemente da Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh arrivano in Europa attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. In questo percorso ormai legalizzato dall’Europa sono sorti campi profughi itineranti e punti di soccorso medico.

    Munir, nome di fantasia, è arrivato in Italia nel novembre del 2020. È un richiedente asilo e per un lungo periodo, come molti altri, ha dormito nei luoghi di fortuna girovagando per le città italiane fino a quando è stato notato e inserito nel programma per richiedenti asilo. Munir, come molti altri, ha affrontato le intemperie della rotta balcanica. Per lui il ricordo del viaggio è un pensiero ricorrente e rappresenta un momento di tristezza. “La polizia croata è cattiva. Ho attraversato il confine per due volte e per due volte sono stato rimandato in Bosnia con la violenza”, mi racconta Munir in una conversazione informale davanti alla questura.

    Bosnia e Croazia condividono un confine di 950 km chiamato “green area”. Il territorio croato immediatamente oltrepassato il confine è difficile da percorrere a causa di fitte foreste e mine inesplose ancora presenti nel sottosuolo. Chi riesce a oltrepassare il confine croato-bosniaco non è il benvenuto nel Paese. La polizia di frontiera respinge, anche violentemente, verso la Bosnia. Nel report “Pushed to the edge” di Amnesty International (2019, https://www.amnesty.org/en/documents/eur05/9964/2019/en/), ci sono numerose testimonianze di migranti che hanno subito violenze come manganellate, pestaggi, utilizzo di spray al peperoncino, oppure che hanno ricevuto l’ordine di camminare scalzi per chilometri lungo il confine, nel pieno dell’inverno piuttosto rigido della zona.

    Munir ha dovuto affrontare tutto questo. “Ci picchiavano in modo selvaggio con i loro manganelli, addirittura ci correvano dietro con i cani e nel momento in cui non riuscivano a raggiungerci li sguinzagliavano e ci mordevano. A me hanno morso sulla gamba e mi hanno fatto male. Ad altri del Bangladesh hanno strappato la carne, mordevano ovunque”. Inoltre, Munir, con voce strozzata racconta la violenza della polizia croata: “Mi hanno preso le scarpe. Sono tornato in Bosnia scalzo. Mi hanno tolto il giubbotto, faceva freddo. Hanno preso il mio cellulare e lo zaino, dove avevo cibo e acqua”. Gli fanno eco altri ragazzi che, come lui, hanno raggiunto l’Italia passando per la Croazia. “È vero - rispondono in coro - la Croazia è un problema grande.”

    È doveroso raccontare. È doveroso condividere queste esperienze per fare assaporare la realtà, quella vera, al di là delle leggi e della retorica. Tante immagini scorrono nella nostra mente, tante crudeltà e diritti umani violati. Dai campi inumani libici al blocco sulla rotta balcanica. Dai Cpr, alle violenze degli aguzzini che speculano sulle vite delle persone. Dentro tutto questo, ci sono vite, esseri umani.

    Jamil, nome d’invenzione, rifugiato Afghano, dopo una lunga chiacchierata si toglie la maglietta davanti a me mostrandomi una cicatrice che parte dalla spalla e arriva fino al petto. “I talebani sono cattivi in Afghanistan”, mi racconta. “Le cose sono due: o scappi o muori”.

    Altrettanto inumani però sono coloro che gestiscono questo sistema migratorio infernale.
    Ormai sembra scontato che un potenziale rifugiato debba farsi mesi di cammino per raggiungere le porte dell'Europa. Sembra scontato che, dopo aver subito violenze, botte e minacce di morte egli debba camminare, camminare e camminare per vedere garantito un diritto fondamentale. Perché è un suo diritto salvare la sua pelle ed è un dovere della comunità internazionale difendere tali diritti. Come possiamo fare finta di niente, dinanzi ad un rifugiato che cammina per mesi con dolori al petto e ricordi indelebili di violenze solo per avere un suo diritto fondamentale? È la stessa comunità europea che prima li chiama clandestini, firma accordi per bloccare le frontiere a costo anche di uccidere persone e poi, una volta giunti in Italia illegalmente, li riconosce come rifugiati.

    Sempre lungo quella rotta, prima di raggiungere la Grecia con il gommone, lungo il confine Turco iraniano, si spara. “In Iran, lungo il confine i militari sparano agli illegali. Ho visto gente cadere a terra vicino a me”, mi dice Khorshid.

    Sempre Khorshid mi racconta che per sopravvivere si è inoltrato dentro i boschi dell’Iran per non farsi trovare dalla polizia, “lì sono stato per quattro giorni senza mangiare e senza bere. Ho visto persone morire perché non avevamo acqua. Non è facile affrontare il viaggio. Il mio cammino è durato due mesi. In questi due mesi non mi sono mai lavato, mai una doccia. La pelle mi bruciava, mi grattavo in continuazione e mi provocavo ferite. Inoltre, avevo i capelli lunghi e la testa piena di pidocchi”.

    Anche, Alì ricorda quel viaggio infernale: “Non è facile viaggiare a piedi per due mesi senza mangiare. Sei stanco. Riposi qualche ora su un prato o dentro un bosco, poi continui a camminare. Poi, ti senti di nuovo stanco e ti riposi ancora. Poi ricominci a camminare e così via...”.

    Ben cinque anni fa, l'Unione Europea e la Turchia si stringevano la mano su un fallimentare accordo che ha ridotto migliaia di migranti e rifugiati in condizioni squallide e pericolose. Eppure ci si ostina politicamente ad affrontare sempre la solita strada che non porta a nessuna soluzione.

    Nella riunione “jumbo” i ministri degli Esteri e degli Interni europei nel mese di marzo hanno dato via libera alla Commissione per dialogare direttamente con i Paesi d'origine e di transito dei migranti. L'obiettivo è quello di combattere gli arrivi “clandestini”. In sostanza, le istituzioni europee sigleranno nuovi accordi per responsabilizzare di più gli Stati di transito.

    E i Paesi che collaborano che ci guadagnano? Sono venti anni che sentiamo parlare di accordi bilaterali. Non si è mai messo al centro l'essere umano con le aperture di corridoi umanitari, per esempio. Sono vent'anni che i governi dei paesi di provenienza e di transito si ingrassano chiedendo soldi e privilegi personali.
     

  • MIGRAZIONE PER ASILO:
    E' MOLTO IMPREVEDIBILE
    E CAMBIA REPENTINAMENTE

    data: 22/04/2021 16:17

    Le migrazioni hanno generalmente una pluralità di cause. E’ difficile determinare certezze e delimitare un raggio d’azione sul motivo del viaggio e, soprattutto, nelle decisioni burocratiche. Le commissioni territoriali si trovano spesso in contrasto con le decisioni di un giudice. In caso di esito negativo dell’esame, dinanzi alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, al richiedente viene consegnato un provvedimento di diniego. Il ricorso, avverso la decisione della Commissione, spesso risulta essere più efficace nel rispetto del diritto d’asilo del migrante. Questo perchè, ogni migrante e/o gruppo sociale, scappa per molteplici motivi. Spesso, siamo noi a delimitare e mettere dei paletti esclusivamente per questioni di comodità e/o politiche. Un giudice, si appella esclusivamente al diritto internazionale e alle leggi nazionali. La commissione territoriale spesso è influenzata dalla geopolitica, fatti di cronaca e soprattutto dalla politica interna.

    Secondo l'UNHCR, il numero globale di sfollati forzati ha superato gli 80 milioni di esseri umani nel 2020, la stima più alta mai registrata. Diversi fattori hanno contribuito a questo aumento, tra questi quelli che conosciamo e con cui abbiamo imparato a conviverci, come l’aumento della violenza politica e l'instabilità. Mentre, nei tempi più recenti, abbiamo scoperto movimenti di esseri umani causati anche da fattori meteorologici estremi e, più recentemente, effetti a catena della pandemia COVID-19. Con i cambiamenti climatici sempre più repentini, che si manifestano improvvisamente e in tempo reale, cresce vertiginosamente le possibilità che il mondo viva un aumento esponenziale delle migrazioni nei prossimi decenni, ci dice una ricerca condotta da PRIO (Peace Research Institute Oslo). Nonostante queste previsioni, calcolare il numero di persone che si trasferiranno a causa del cambiamento climatico è impegnativo, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questi fenomeni sono improvvisi e di portata non definibile.

    In uno studio pubblicato sulla rivista “Nature Communications” si è cercato di affrontare questo tipo di migrazione contemporanea legata al diritto d’asilo nell'Unione europea. A differenza della migrazione per motivi di lavoro e familiari, che è strettamente controllata dalla politica, ad esempio la migrazione per asilo è molto imprevedibile e repentina nei cambiamenti. “Non so dove andranno i miei genitori sono in movimento. E' come se viaggiassi con gli occhi chiusi. E' tutto nero. Non sai dove ti fermi, non sai cosa incontri, non sai dove andrai”, così rispondeva Muhammad (nome di fantasia perché sotto la protezione internazionale).

    In Europa, circa una domanda su due di un richiedente asilo viene respinta. Questo fatto riflette l'ambiente politico restrittivo e l'imprevedibilità del sistema di asilo. Probabilmente anche le migrazioni per asilo, molteplici e diverse, rispondono a fattori che vanno oltre quelli che fanno scattare “automaticamente” il diritto alla protezione internazionale come le condizioni metereologiche estreme (siccità e ondate di caldo). Quest’ultima causa di spostamento può aggravare le condizioni di vita precarie nelle società colpite da conflitti, può mettere in pericolo la salute di una singola persona, può mettere seriamente a rischio la sua vita. Per tutti questi motivi, potrebbe essere motivo di “persecuzione” personale una calamità naturale, e quindi potrebbe esserci il riconoscimento dello Status di rifugiato?

    Alcuni studiosi chiedono cautela nel collegare il cambiamento climatico alla migrazione forzata, altri sostengono che il riscaldamento globale potrebbe triplicare il volume delle migrazioni per asilo in Europa entro questo secolo, supponendo che gli altri fattori restino costanti.

    Il cambiamento climatico è una sfida globale sotto tanti punti di vista. Per tale motivo, i governanti non possono far finta di nulla sulla questione delle migrazioni. Non possono continuare ad andare a tentoni ed aspettare sempre che sia un giudice a decidere, bisognerebbe mettere nel piatto della discussione questa tematica, perché quando arriverà all’improvviso, sarà difficile gestirla sia da un punto di vista logistico, sia da un punto di vista politico e legislativo.