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OLIVIERO PESCE

  • DIFESA EUROPEA:
    PREMESSE E TEMPI

    data: 26/09/2021 19:45

    La debacle dell’Occidente e della società civile locale in Afghanistan, al termine di una guerra ventennale; lo schiaffo dell’Aukus (Australia, United Kingdom, United States) alla Francia, privata allo stesso tempo di una fornitura di sottomarini atomici e di un ruolo nello scacchiere del Pacifico, malgrado la presenza in quel mondo di suoi territori e cittadini; l’esigenza di una «strategia autonoma» dell’Europa: hanno riaperto il discorso (ultra sessantennale, ma questi sono i tempi dell’Europa) sulla difesa europea.
    Sul Corriere della Sera del 22 settembre scorso, con un suo editoriale, Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto che «la brutale evidenza dei fatti» ha costretto i vertici dell’Unione europea e dei maggiori Stati che la compongono a dichiarare che è giunta l’ora che la Ue abbia un esercito comune e che «sembra di capire», si tratti un esercito destinato a «fare ciò a cui da alcuni millenni servono gli eserciti: per fare la guerra o minacciarla». E continua sostenendo che sarebbe però assai difficile che alle intenzioni seguano i fatti, in quanto, con una «dimenticanza non da poco», l’Unione europea vorrebbe «costituire un esercito, senza stabilire preliminarmente, però, chi avrà il potere di decidere come e dove impiegarlo e attraverso quali procedure». Vorrebbe, il Professore, che la difesa europea saltasse fuori bella e pronta, in un’unica soluzione, come Dioniso dalla coscia di Giove. Non sembra sapere che dal momento in cui si comincia a parlare di un problema in Europa si arriva alla sua soluzione (la messa in atto) – se ci si arriva – dopo un paio di anni, come ha dimostrato il Next Generation EU. E dopo qualche decina se si parte dalle origini: vedi la Comunità europea di difesa (CED, progetto degli anni Cinquanta), le dimensioni del bilancio (rapporto MacDougall, 1977), la difesa europea nei Trattati (Nizza, 2001), gli eurobonds (discussi almeno dalla crisi finanziaria del 2008, con le prime emissioni nel 2021). È per questo che parliamo di prolegomeni: ci vorrà tempo. La politica, una vera esistenza politica, per Galli della Loggia, continuerebbe «drammaticamente a mancare». Ma poi, anche se più poi che prima, qualcosa invero accade, nell’Ue, da settant’anni, e saremmo più lieti se invece di deprecare i pretesi errori del passato, si cercasse di analizzare come gestire meglio il futuro (e gestirlo).
    È difficile dimenticare che nessuna entità politica che si rispetti (e tanto politica è l’Unione europea che i Trattati sono approvati, oltre che dagli Stati membri e dai loro vertici, dal Parlamento europeo – democraticamente eletto – e dalla Commissione), mai ammetterebbe che un esercito serva «per fare la guerra o minacciarla»; i Ministeri della Guerra e i War Offices sono stati sostituiti da decenni da Ministeri della Difesa e Defense Departments, anche in paesi che la guerra la fanno con qualche frequenza. L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
    Il che non le impedisce né di essere una entità politica, né di partecipare alla NATO, né alle missioni militari che ritiene opportune. E dichiarazioni analoghe fanno parte di numerose costituzioni e Trattati.
    Non è affatto vero, inoltre, che l’Unione non abbia stabilito chi avrà il potere di decidere come e dove impiegare l’esercito, e con quali procedure. Ciò è difficilissimo anche su scala nazionale, a livello delle Nazioni Unite, a livello di Alleanze più o meno volontarie; vedi le politiche di appeasement prima della Seconda Guerra Mondiale; il patto Molotov Ribbentrop e i successivi ribaltoni; il passaggio italiano dalla Triplice Alleanza all’Intesa prima della Grande Guerra; le bugie e la faticosa costruzione di gruppi di «vogliosi» prima di andare in Iraq la seconda volta. Anche l’Unione auspica un futuro di pace fondato su valori comuni. E tuttavia regolamenta, con l’intero titolo V (Disposizioni sulla politica estera e di sicurezza comune), agli articoli 17 e seguenti, tutte le questioni relative alla sicurezza dell'Unione, ivi compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune, che potrebbe condurre a una difesa comune qualora il Consiglio europeo decida in tal senso. In tal caso il Consiglio europeo raccomanda agli Stati membri di adottare tale decisione secondo le rispettive norme costituzionali.
    Dopo aver statuito, all’Articolo 2, tra l’altro, che "L'Unione si prefigge i seguenti obiettivi: — affermare la sua identità sulla scena internazionale, in particolare mediante l'attuazione di una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune, che potrebbe condurre ad una difesa comune, a norma delle disposizioni dell'art.17". E stabilendo altresì chi abbia i relativi poteri, ed entro che limiti possa esercitarli (articoli 17, 18, 25, 26, 27, 47). Una volta poi che le decisioni siano state assunte, e ci sia stato un ingaggio, attuarle tocca ai generali.

    Sembra un destino, ma le decisioni relative alla difesa europea sono sempre toccate alla Francia. Fu Pleven a suggerire la CED; il parlamento francese, impantanato in Indocina, a silurarla. Ora spetta a Macron far ripartire la nuova difesa; e l’Aukus appare una formidabile spinta politica a far sì che ciò accada. Magari nascosta dalle foglie di fico dell’Afghanistan e dell’autonomia strategica.

    Hanno anche discusso, i vertici europei, di un’intelligence comune. Anche questa è dettagliatamente regolamentata al successivo Titolo VI dei Trattati (Disposizioni sulla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale), che, tramite il terrorismo, è inestricabilmente connessa al problema della difesa.


     

  • RADICALISMO ISLAMICO
    E SUPREMATISMO BIANCO
    ALLA FINE SI SOMIGLIANO

    data: 18/09/2021 12:52

    Nel suo discorso inaugurale del 2017, Donald Trump sostenne che l’America («first») avrebbe «ricominciato a vincere, vincere come mai prima», e si impegnò a «unire il mondo civile contro il terrorismo islamico radicale», che avrebbe «cancellato completamente dalla faccia della Terra».
    Dopo neppure due anni, sia pure per riportare a casa i soldati statunitensi, il terrorismo radicale islamico – sotto forma di talebani – divenne, per The Donald, un interlocutore con il quale non solo parlare, ma concludere accordi sciagurati, che hanno permesso la liberazione di migliaia di prigionieri e di criminali internazionali, che ora fanno parte del nuovo governo afghano; nel silenzio degli alleati, esclusi, con lo stesso governo afghano, dalla trattativa segreta.
    Avendo lasciato, Trump, che oggi si occupa (contro denaro) di farseschi incontri di boxe, il cerino acceso tra le mani del proprio deprecato successore; e le armi americane tra le mani dei talebani. Tutto ciò va ricordato perché Trump non possa attribuire a Biden responsabilità che sono sue e semmai di George W. Bush.
    Somiglia molto, il terrorismo radicale islamico, all’estremismo suprematista bianco che il mondo ha visto in diretta nei giorni della vittoria di Biden; e somiglia molto, la presa talebana di Kabul, alle tragiche e carnevalesche giornate trumpiane di Capitol Hill, dell’attacco al Congresso; carnevalesche, ma non per questo meno pericolose. Fortunatamente questo, per ora, non è riuscito; ma continua a serpeggiare.
    Uguali i razzismi, le misoginie, il disprezzo per la libertà e la diversità. I due mondi sono l’uno il negativo dell’altro, e mettono a rischio il mondo civile. Scontri di inciviltà. Una di esse cancella persino la musica. Non si potrà esportare la democrazia (specialmente se non si vuole neppure tentare di farlo). In Afghanistan l’avrebbero accolta (l’avevano già sperimentata) 39 milioni di persone, tra le quali una ventina di milioni di donne, ma in vent’anni si è lasciato il governo prima alla corruzione, poi a cinquantamila armati radicali. Resta essenziale che essa venga difesa sia tra (e per) le donne afghane, sia all’interno degli Stati Uniti, senza assolvere o dimenticare né Guantanamo né Abu Ghraib. E senza assolvere né dimenticare le responsabilità dell’intero occidente e della società civile afghana.
    Un fallimento epocale e diffuso, che ci riguarda tutti.