DA SCALFARI A MOLINARI

Le prfoessioni

  • MA IN TV
    CHE MESTIERE
    FANNO GRUBER,
    SANTORO, FLORIS,
    BERLINGUER
    E TRAVAGLIO?

    Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo IL DIALOGO DEL LUNEDI’ (ilikepuglia.it) Oggi parliamo di retorica. Quella spicciola dei mezzi di informazione. Di come una guerra possa diventare strumento di ascolti e pomo della discordia. Ormai su ogni pagina, in ogni talk, ci sono due fazioni ben rappresentate: da una parte gli atlantisti indignati per l’invasione russa, dall’altra i pacifisti nettamente contro l’invio delle armi agli ucraini… Don Beppe, noi dove ci mettiamo? Di qua o di là? "Due fazioni, pro o contro, sì o no, bianco o nero, destra o sinistra, da una parte o dall’altra… C’è voluta la guerra ucraina per far emergere con nettezza una caratteristica ormai consolidata e qualificante, anzi squalificante, il sistema informativo italiano o meglio: quella marmellata senza soluzione di continuità che è diventato il nostro sistema politico-mediatico o meglio ancora: l’approccio alle questioni e lo stesso modo di pensare che, dal sistema, viene riversato quotidianamente nelle case e nelle menti degli italiani, condizionandone, spesso devastandone i comportamenti pubblici, sociali, persino familiari, oltre che sondaggistici, elettorali, ecc.". Stai parlando della tendenza alla rissa, alla contrapposizione… "Certo, alla rissa e alla contrapposizione non motivata o motivata – spesso all’insaputa degli stessi protagonisti del fenomeno - da interessi e intenti personalistici e di casta. Ma la rissa ne è l’effetto, non la causa. Sto parlando della spinta che viene dall’alto, dall’autoreferenzialità del ceto politico e informativo a semplificare, a bypassare la complessità, a disintermediare, a schierarsi, a mettersi l’uno contro l’altro. Più precisamente, nel nostro paese, gravemente segnato dalla mancanza di un vero mercato dell’informazione e televisivo, di vera concorrenza e di incisivi meccanismi di tipo meritocratico, si è creata una classe di professionisti della radicalizzazione e della contrapposizione a prescindere, persino con tanto di agenzie di collocamento che si sono affiancate e ormai sovrapposte ai tradizionali uffici di sistemazione partitocratici...

    data: 09/05/2022 16:16

  • IL CATTIVO
    GIORNALISMO
    TELEVISIVO
    ITALIANO:
    INVENTATO
    DA BERLUSCONI,
    ENFATIZZATO
    DA REPUBBLICA

    Leonardo Coen (*)

    Ad un amico che mi ha inviato su Messenger una desolata constatazione sul confronto tra i tiggì francesi e quelli italiani, gli ho risposto così: “Sui tiggì francesi condivido”, infatti, lo constato ogni giorno poiché trascorro ormai molto del mio tempo in Francia. “Il confronto coi nostri notiziari, per non parlare dei talk show francesi che sono civilissimi, è impietoso. Quando si adulano personaggi come Sgarbi e Mughini, dimostriamo il basso livello giornalistico cui siamo precipitati”. La grande colpa di Repubblica (parlo di questo giornale perché fin dalla sua fondazione ho condiviso la sua evoluzione ma non ne ho mai approvato questa deriva che giudicavo alla lunga suicida) fu quella di enfatizzare ed avere incoraggiato per prima l’esaltazione dei protagonisti televisivi e dell’intrattenimento popolare/populista. Si è così ineluttabilmente fatto il gioco di Berlusconi, il ras delle tv private che venivano chiamate “libere” e non facevano pagare alcun canone, ma rimpinzavano i programmi di spot. Sua Emittenza, l’appropriato soprannome di Silvio, li potenziò con una sontuosa campagna acquisti, in stile Milan di cui era il proprietario, ingaggiando compiacenti e spregiudicati giornalisti attirati dalle ottime condizioni economiche. Repubblica fu subito imitata dalle altre testate, tutte insieme si offrirono alla concorrenza delle tv per diversificare i lettori strizzando l’occhio al pubblico che comprava Novella 2-3000, Gente, Oggi, etc. Fu un abbraccio subdolo. Il serpente a sonagli dell’audience ha morso i giornali coi suoi denti avvelenati. La Rete e i social network hanno peggiorato la situazione. Così, gli editori, intrappolati da queste scelte autolesioniste, hanno seppellito risorse che avrebbero dovuto essere destinate a inchieste, reportages, ad un giornalismo cioè di qualità, quello che dovrebbe filtrare e rendere più selettivo l’accesso alla professione giornalistica. Ciò non è avvenuto, complice la crisi che ha colpito la carta stampata ed il fatto che in Italia metá della popolazione non acquista nemmeno un libro all’anno, tantomeno va in edicola. Il risultato è purtroppo sotto i nostri occhi...

    data: 09/05/2022 11:34

  • SI LEGGONO POCHI
    LIBRI E GIORNALI?
    E' PERCHE'
    LI PRODUCONO
    DUE SISTEMI
    AUTOREFERENZIALI

    IL DIALOGO DEL LUNEDI’ Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo (ilikepuglia.it) Don Peppe, fatti il segno della croce perché oggi il fatto è serio. Il tasso di lettura in Puglia è bassissimo! Tre su quattro non leggono né libri né giornali. Che dici? “Dico che vieni a parlare di corda in casa dell’impiccato. Dei giornali, come sai, mi sono occupato per una vita intera, raggiungendo anche livelli apicali, ma mai acconciandomi ai modi e ai ruoli praticabili, anzi esatti (da esigere) dall’establishment politico-giornalistico. Poi, negli ultimi vent’anni – confesso, anche per trovare altrove uno spazio di agibilità praticabile senza pagare prezzi per me impossibili da pagare – ho praticato il campo editoriale. Anche con esiti oggettivamente non dozzinali…”. Non fare il finto modesto: anche con riconoscimenti notevoli della qualità dei tuoi libri. “Ma anche qui ho deciso di non fare i conti con un establishment selezionato e selezionatore sul terreno delle amicizie, delle frequentazioni, della cortigianeria, ma soprattutto della ripetitività produttiva e del comodo, passivo, ma risicato sfruttamento dei vantaggi derivati da altri e da altro (il mercato straniero, la televisione e la fiction, le mode veicolate dalla Rete, le posizioni dominanti delle grandi conglomerate editoriali, ecc.)”. Torniamo a noi. Il tasso di lettura bassissimo. Come mai? “Innanzitutto perché i libri e i giornali in Italia sono fatti male. Più precisamente: sono fatti, rispettivamente, da un ceto di editori ed editors, e un ceto di editori e giornalisti storicamente malati di autoreferenzialità, cioè che si fanno i fattacci propri. Che hanno goduto negli scorsi decenni delle ricadute dell’esplosione dei consumi culturali in Occidente, ma hanno sostanzialmente conservato i difetti del vecchio sistema (segnati dall’inesistenza di un mercato culturale) aggiungendo ad essi i difetti del nuovo (cinismo e disinvoltura commerciale). Lavorano non tenendo in alcuna considerazione le reali aspettative - gli interessi, i bisogni, le curiosità, le esigenze, spesso persino le parole - dei lettori, esistenti e potenziali. In qualche caso si tratta di persone di alto livello culturale. Ma questo non è decisivo o esaustivo in quei mestieri. Per Gramsci l’intellettuale deve essere capace di produrre e diffondere conoscenza...

    data: 03/05/2022 17:14

  • TRE ROMANZI
    DUE CAPIBRANCO
    UN COMUNE
    DENOMINATORE:
    IL QUARTIERE
    POPOLARE

    MARY SELLANI (*)

    Beppe Lopez, barese trapiantato a Roma, intellettuale di sinistra, giornalista fondatore di giornali (tra cui la Repubblica), esperto di analisi dell’informazione, scrittore e saggista, ha esordito nella narrativa (ottobre del 2000) con il romanzo Capatosta, pubblicato da Mondadori, un’ardita opera-prima che divenne allora un piccolo ma interessante “caso letterario” denso d’implicazioni antropologico-esistenziali, e soprattutto per il temerario pastiche linguistico composto di un fitto intarsio di dialetto barese su un fondo di italiano parlato d’impronta meridionale. Un dialetto assunto così a dignità letteraria, giacché storicamente privo di un’influente tradizione letteraria, e per di più delegittimato - ai fini del suo valore letterario appunto - dalla grossolana contraffazione comico-farsesca cui è stato sottoposto sulla scena mediatica. Dopo Capatosta uscì La scordanza (Marsilio, 2008), mentre a novembre 2021 è uscito da BesaMuci l’ultimo romanzo della trilogia, Capibranco (253 pagine,17,00 euro). Tre romanzi che abbracciano un arco temporale lungo e che hanno tutti un comune denominatore, il Quartiere Libertà di Bari. Negli anni Venti del Novecento da cui parte la vicenda narrata, questo era un luogo sospeso nel vuoto, una realtà che non era fatta né da contadini né da operai, una comunità dei senza voce che non ha mai avuto una testimonianza. Si trattava di una Bari provinciale che non era più paese e non era ancora città. Il filo conduttore della trilogia sta nella descrizione accurata del dramma personale dei vari protagonisti, e nella tendenza collettiva a rimuovere la propria storia e identità, riducendosi solo a campare. Insomma un racconto generazionale tra speranze tradite, illusioni perdute e ricerca di radici. Anche in Capibranco si snodano storie e vicende di generazioni che hanno visto il travagliato passaggio “da un Paese per certi versi arcaico, innocente e autoritario, a un Paese moderno, in fase di liberazione individuale e collettiva”, che perde poi l’innocenza e si scopre via via negli anni Ottanta in profonda crisi morale, sociale e politica...

    data: 30/04/2022 17:14

  • RAPPORTI
    UOMO-DONNA COSA E’ CAMBIATO
    DAL '68 AD OGGI

    IL DIALOGO DEL LUNEDI’ Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo (ilikepuglia.it) Il tuo bellissimo romanzo d’esordio, Capatosta, è dedicato ad una donna, tenera e delicata, capace di tenere in pugno il mondo subendone però di ogni. La storia è ambientata alla metà del secolo scorso. Da allora, come sono cambiate le donne? “E’ cambiato il mondo, prima di tutto. Il contesto. I valori (o disvalori) dominanti. Bisognerebbe prima interrogarsi sulla natura e sulla consistenza di questi cambiamenti complessivi, poi sul ruolo della donna e sui suoi rapporti con gli uomini, nel frattempo cambiati anch’essi. O no? Una questione evidentemente assai vasta e complessa. Tanto per cominciare, quel personaggio soprannominato Capatosta per la sua testardaggine e il suo orgoglio non è propriamente significativo dello stato femminile nella sua epoca. Le donne, allora, soggiacevano al potere maschile, al ruolo in sé prima ancora che all’esercizio diretto e magari brutale dell’autorità maschile. Era dato per scontato. Sia fra i borghesi sia fra proletari e sottoproletari. Anzi, fra questi ultimi, essendovi i caratteri e i comportamenti meno filtrati dall’educazione e dalle buone maniere, i rapporti erano forse più dinamici e variegati. A meno che a una popolana non capitasse di dover dividere la propria vita con un ubriacone o con uno smidollato (passivo fuoricasa e violento in casa) come Cilluzz’… E di prenderle di santa ragione, senza alcuna ragione. “Di qui la ribellione di Iangiuasand’ la Capatosta. Un ribellismo individuale, però, senza prospettive di emancipazione. Il contesto, le condizioni sociali non lo consentivano. Tutto è cambiato con il Sessantotto”. Il solito Sessantotto, sempre lui… “No, non quello su cui tanto si è scritto e dibattuto, sui giornali e nei salotti romani. Il vero Sessantotto è quello che ha cambiato in concreto, profondamente, i rapporti fra le persone, specie nelle aree e nei ceti meno investiti dal benessere e dalla modernità. Un cambiamento radicale a carattere anti-autoritario. Chi non ha vissuto quel passaggio epocale nemmeno può immaginare cosa sia successo. Allora l’Italia e gli italiani sono passati, dalla pre-modernità, in una società investita da un forte processo di democratizzazione e modernizzazione, di laicizzazione e di abbattimento dei ruoli, sino ad allora prefissati, immodificabili e autoritari. E’ questo che ha determinato anche il progressivo, profondo cambiamento del rapporto fra maschio e femmina, fra padre e figlia, fra marito e moglie…”...

    data: 28/04/2022 19:13

  • GIORNALISTI
    E POLITICI POTREBBERO FARE MOLTO PER UN'ITALIA
    MENO VIOLENTA

    IL DIALOGO DEL LUNEDI’ Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo (ilikepuglia.it) Con tutti i guai che già abbiamo sembra inverosimile che, nel 2022, si stia ancora qui a parlare di razzismo e bullismo. A Tortona un ragazzino sikh è stato picchiato per colpa del turbante che portava in testa, a Roma una brava guagliona ha pensato di morire dopo l’ennesimo calcio in faccia… “Credo tu abbia fatto bene a metterli insieme, razzismo e bullismo. Stavo già per dirti: sì, però, una cosa è il bullismo, altra cosa… Invece, più ci penso, ora, più credo che tu abbia ragione. L’inquietudine, il disorientamento, ma anche le difficoltà economiche ed esistenziali di chi guadagna poco o non guadagna per niente, la solitudine e la disperazione dei non-integrati e degli immigrati senza cittadinanza, senza diritti, senza documenti e senza lavoro – in un’epoca che ha perso valori e riferimenti storici, e che esalta spudoratamente le diseguaglianze – eccitano il basso istinto della separatezza individuale rispetto agli altri e il ricorso alla difesa preventiva, all’attacco, alla violenza, per offendere, per difendersi e per prevenire…” Ci ammen’ apprim’, ammen’ do vold’… “Proprio così. Chi mena per primo, mena due volte. Prima che mi faccia tu una sgarbatezza, ti aggredisco io per primo... Tutto ciò che è successo negli ultimi decenni - in emigrazioni/immigrazioni, sradicamenti/integrazioni, spostamenti veloci, precarizzazione del lavoro e dei ruoli in genere, società liquida, disintermediazione politica e sociale, e aggiungiamoci pure un sistema mediatico autoreferenziale e destabilizzante – non poteva non produrre disorientamento e scoppi improvvisi di follia individuale e collettiva. La stessa invasione dell’Ucraina, quelle stragi, quella devastazione, quegli stupri, quella distruzione sistematica di intere città e di un popolo, in presa diretta poi, visti e rivisti decine di volte in Tv, mentre si cena o si aspetta l’inizio della partita di calcio, non sono in definitiva prodotti e produttori di disorientamento e follia? Una follia divenuta ordinaria, normale, consueta. Se ci aggiungi o ci togli un’aggressione a sfondo razzista a Tortona o un atto di bullismo a Roma, ormai, che differenza fa? A volte sembra di stare in un immenso calderone che ribolle, al centro di un’epidemia di massa. Come se fossimo tutti esposti. E’ come se il male fosse ineluttabile. Come se ti dicessi: vabbé, un giorno o l’altro può capitare anche a me...”. In un certo senso, ci stiamo facendo il callo...

    data: 28/04/2022 18:59

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