DA SCALFARI A MOLINARI

Le prfoessioni

  • TRE ROMANZI
    SU QUEL
    QUARTIERE
    POPOLARE
    SIMBOLO
    DELL'UMANITA'

    MARZIA APICE (Ansa)

    Non è solo un quartiere popolare di Bari ma un vero e proprio "luogo dell'umanità", popolato da persone vere rese emblemi di sogni, speranze e delusioni universali, quello che con grande efficacia narrativa Beppe Lopez costruisce e descrive nelle pagine dei suoi romanzi "Capatosta", "La scordanza" e l'ultimo "Capibranco", ora riuniti nella trilogia chiamata appunto "Quartiere Libertà" e pubblicata da Besa muci. L'autore, nato nel 1947 a Bari (e proprio nel quartiere Libertà), dà al lettore l'occasione di vivere un viaggio sentimentale, che diventa anche culturale e politico, perché ripercorre un secolo di vita nazionale. Al centro delle tre, grandi storie narrate con vivezza da Lopez ci sono quattro generazioni di italiani: uomini e donne - popolani, piccolo borghesi, intellettuali e professionisti - alle prese con momenti di sofferenza e di benessere, di certezze distrutte e poi riconquistate, tutti legati a doppio filo a quel piccolo angolo di mondo barese, dal quale vogliono staccarsi ma a cui poi inevitabilmente ritornano. Il lungo cammino che dal Novecento arriva al nuovo millennio inizia con "Capatosta", libro che catapulta chi legge direttamente negli anni Venti: tra le pagine del romanzo emerge l'indimenticabile ritratto femminile di Iangiuasand', popolana nata sotto una cattiva stella ("non chiamata e meno che meno desiderata"), dal carattere scontroso, fiero e indipendente, immersa nel contesto sospeso di un mondo contadino destinato a sparire per lasciare posto a quello operaio e borghese...

    data: 07/03/2022 17:07

  • MALE ASSOLUTO, EROI DI UMANITA' E PIETRE D'INCIAMPO

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

    A pochi giorni dal 27 gennaio sono stato invitato da un preside per una chiacchierata con gli studenti di una scuola media. L’occasione? La Giornata della memoria, istituita nel 2000, affinché la reminiscenza di quanto accaduto in un periodo fortemente drammatico della storia del mondo non avvizzisca e non vengano dispersi i ricordi di quegli eventi disumani, orrendi, i più cupi dell’umanità. Sei anni di sofferenze, di distruzioni, di massacri, di deportazioni, di sterminio di quello che è considerato il più grande conflitto armato. Era il 27 gennaio del 1945 quando sono stati abbattuti, dai soldati dell’Armata rossa, i cancelli di Auschwitz, di quel campo di deportazione e di sterminio con il maggior numero di vittime. Un milione e mezzo di uomini e donne “senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare / vuoti gli occhi e freddo il grembo / come una rana d’inverno” (Primo Levi). Oggi, è una ricorrenza che ci aiuta a riflettere e che ci mette in guardia facendoci capire che - ogni volta che una persona viene discriminata o perseguitata a causa della propria identità, colore della pelle, classe sociale, religione o provenienza - quella storia potrebbe ripetersi. Cosa raccontare ai ragazzi? Faccio un giro in città. Ci sono angoli di Roma che suggeriscono episodi da narrare. Il Portico d’Ottavia, Monti, le zone più segnate dalle deportazioni, e poi il Flaminio, Prati, Trionfale… mantengono vivo il ricordo dei loro residenti deportati e assassinati ad Auschwitz, a Birkenau o alle Fosse Ardeatine. I quartieri li ricordano con le “pietre d’inciampo” (sampietrini tipici del lastricato delle strade di Roma ricoperti di ottone lucente) incastonate davanti ai portoni dove quelle persone (ebrei, partigiani, intere famiglie: uomini e donne e bambini) abitavano prima di essere inviate a morire. Davanti a un portone ne ho contate venti. Incisi su di esse nome, cognome, età, data e luogo di deportazione e la data di morte, se nota. È sera tarda. “Tace la città. Bolle la notte, con dieci e una stella. Oh notte stellata, stellata notte!” (Anne Sexton) e quelle “pietre” inserite sui marciapiedi sono stelle lucenti in una notte buia...

    data: 12/02/2022 08:58

  • MEMORIA
    DELL'OLOCAUSTO
    PER NON
    DIMENTICARE

    CESIRA FENU

    Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, ormai vittoriosa sul Terzo Reich, entrava nel Lager di Auschwitz liberando gli ultimi sopravvissuti ridotti larve d’uomo. Si apriva così al mondo in tutto il suo orrore la realtà dell’"universo concentrazionario” costituito dai campi di sterminio e lavoro coatto che, con una vera industria di morte, uccise più di dieci milioni di persone tra cui sei milioni di ebrei e 500.000 “zingari”, tra sinti e rom “passati per il camino”. Il meccanismo della “soluzione finale del problema ebraico” fu messo a punto dalla Conferenza di Wannsee il 20 gennaio 1942, quando si incontrarono nella villa del quartiere esclusivo di Berlino - su invito di Reinhart Heydrich, capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza nazionale, della Polizia e dei Servizi segreti dello Stato nazionalsocialista - funzionari tra cui Adolf Heichmann, tenente colonnello delle SS, responsabile dell’attuazione della “soluzione finale”. Ma la deportazione degli ebrei era da tempo già avviata. Sono del 1938, dopo la “Notte dei cristalli”, i primi internamenti nei campi. A quasi ottant’anni da quell’evento, quando ormai vanno scomparendo i testimoni oculari del “male assoluto” e un velo di oblio potrebbe celare il ricordo, è necessario mantenere viva la memoria di quegli eventi che videro un popolo tra i più civili generare personaggi che compirono tali efferatezze. Ma ci si domanda ancora perché tutto ciò sia potuto accadere e perché le democrazie occidentali non siano intervenute, dato che è già appurato che gli Alleati sapessero. Non solo: come mette in evidenza lo storico Theodore S. Hemerow dell’Università del Wisconsin-Madison, nonostante le manifestazioni popolari negli Stati Uniti per chiedere un intervento a favore degli ebrei d’Europa. Molti reduci dai campi hanno raccontato che aspettavano che gli Alleati bombardassero i forni crematori e le camere a gas ma nulla di sperato avvenne. I tedeschi fecero evacuare i sopravvissuti con marce della morte di cui ci dà una drammatica testimonianza il Premio Nobel Elie Wiesel. Sotto la neve a piedi o in vagoni aperti, Wiesel, figlio di rabbino, descrive nel capolavoro “La notte”, quella notte della ragione che gli fece perdere la fede. I tedeschi cercavano di nascondere le loro nefandezze, bruciando in fosse enormi i corpi delle povere vittime mentre i forni crematori incessantemente “lavoravano” emettendo un acre fumo che ammorbava l’aria...

    data: 27/01/2022 14:57

  • A 70 ANNI
    GIULIANO
    FERRARA
    NON RICORDA
    QUASI NIENTE.
    AIUTIAMOLO
    A RICORDARE
    QUALCOSA...

    BEPPE LOPEZ

    "Oggi ho settant’anni e il privilegio di non ricordare quasi niente..." scrive oggi Giuliano Ferrara, brillantemente e suggestivamente autodescrivendosi. Come spesso succede, lo fa sul Foglio, il giornale da lui fondato nel 1996, da lui diretto sino al gennaio 2015 e graziosamente finanziato dalla collettività da un quarto di secolo. Perché, allora, non aiutarlo a ricordare qualcosa, di non irrilevante, della sua vita precedente? Pubblichiamo, qui di seguito: 1) Un articolo sulla concezione del giornalismo, della politica e forse dei rapporti umani che Ferrara aveva già da neo-giornalista, neo-socialista (in salsa craxiana), neo-conduttore televisivo e neo-europarlamentare del Psi. Riuscii a pubblicarlo nientemento sull'Avanti! - organo del Psi già a dominanza craxiana - ma diretto da un compagno vero e collega intelligente come Roberto Villetti, mai stato e mai divenuto craxiano. Correva il settembre del 1990. L'articolo era anodinamente (e incomprensibilmente) titolato "Il giornalismo è in cerca di identità, non di modelli" - evidentemente per non dare troppo all'occhio - nella pagina degli "interventi". 2) Ammissioni e spudoratezze del Nostro, dal libro "Indecenti!" di Beppe Lopez, Stampa Alternativa 2013. 3) L'articolo autocelebrativo pubblicato oggi...

    data: 07/01/2022 13:39

  • E IL PASSATO
    SI ESTINGUE
    NEL PRESENTE
    DEI "CAPIBRANCO"

    CORRADO PETROCELLI

    L'ULTIMO ROMANZO DI BEPPE LOPEZ E LA TRILOGIA CHE ESSO COMPLETA (CON "CAPATOSTA" E "LA SCORDANZA") NELL'ANALISI DI CORRADO PETROCELLI, FILOLOGO E MAGNIFICO RETTORE PRIMA A BARI E ORA A SAN MARINO Sono passati poco più di 20 anni. A settembre del 2000 faceva la sua comparsa in libreria (edito da Mondadori nella collana Scrittori italiani e stranieri) la prima produzione letteraria di Beppe Lopez: Capatosta. Il romanzo, originale, innovativo, denso divenne presto un caso letterario. Una storia reale di vicende e persone come tante che vivono e si muovono in un quartiere barese, il “Libertà”. E di quel popolo, di quella umanità varia che non sapeva e poteva riflettere su sé stessa (“campavano e basta”), delle case, dei negozi, dei mestieri (anche quelli oggi scomparsi) Lopez si faceva narratore, mentre scorrevano faticosamente le vite dei protagonisti e sullo sfondo palpitava la storia d’Italia dagli anni venti ai primi sessanta del Novecento. In una densa recensione per il ventennale il romanzo è stato ancora riscoperto come “testo originale, profondamente innovativo, meritevole di lettura e rilettura” (così Rosa Rossi), in contrapposizione alle modalità di un mercato editoriale spesso appiattito su pubblicazioni vissute per una stagione, magari “deperibili in termini di scrittura e contenuti”, laddove imperano autori da classifica e generi consolidati (prodotti confezionati ad hoc commercialmente assai spendibili e supportati da adeguati battages pubblicitari). D’altronde lo stesso Lopez ribadisce di sentirsi “figlio della narrativa letteraria del Novecento, non quella degli ultimi decenni interessata solo alla trama, al genere”. Un romanzo che allora si rivelò una sorpresa, testimonianza significativa della letteratura della narrativa. “Un frutto inatteso - scriveva Luca Canali - nell’attuale deserto popolato d’infiniti sottoprodotti letterari, anche rifiniti nel loro formalismo, ma terribilmente inutili”. Un romanzo che per Cotroneo denotava la “capacità di costruire una storia intensa senza stereotipi, senza format inventati da altri, senza i soliti luoghi comuni che pervadono senza scopro buona parte dei libri che escono di questi tempi… se ci fossero più libri così in giro le cose di questo mondo letterario andrebbero meglio”...

    data: 02/01/2022 20:35

  • UN QUARTIERE POPOLARE SCONSOLATAMENTE TRAVOLTO DAL DISORIENTAMENTO ETICO

    ETTORE CATALANO (*)

    ETTORE CATALANO, DOCENTEDI LETTERATURA ITALIANA RECENSISCE L'ULTIMO ROMANZODI BEPPE LOPEZ Per poter recensire il nuovo romanzo di Beppe Lopez (Capibranco, Besa Muci, 2021), occorre precisare che il romanzo è stato inserito dall’autore e dall’editore in un cofanetto intitolato Quartiere Libertà, comprendente il fortunato romanzo Capatosta, uscito nel 2000, e La scordanza, edito nel 2008 e la nuova prova narrativa Capibranco, appunto. Il merito di Capatosta stava nella riuscita capacità di dipingere un ambiente sociale proletario e urbano preciso e definito, il Quartiere Libertà di Bari: una storia dura e spietata della generazione nata negli anni Venti, raccontata in una lingua che aderiva al suo oggetto e insieme ne prendeva le distanze, un calcolato impasto di realismo e di ironia, un romanzo popolare che recideva alla base l’equivoco di attardati neorealismi, ma si teneva pure lontano dalla miticità epica, anche questa fuori tempo massimo, del racconto corale che era in voga negli anni in cui usciva il romanzo di Beppe Lopez. Così scrivevo recensendo, nel 2000, il libro appena uscito da Mondadori, cui seguì La scordanza nel 2008, un romanzo anche di forte tensione civile, un racconto, forse in parte anche autobiografico per quanto si possa in una costruzione narrativa, che seguiva le vicende della generazione barese del Libertà negli anni tumultuosi e grandi che misero le premesse per un processo di ammodernamento di un Paese ancora arcaico, interrotto dall’assassinio di Moro. Esce oggi il terzo romanzo, Capibranco, inserito da Besa in un cofanetto intitolato Quartiere Libertà, con l’ambizione di tracciare le vicende di quattro generazioni di italiani del Quartiere Libertà, i quali partono e ritornano da un quartiere che l’autore, in una recente intervista, definisce la «sua Macondo», un luogo sospeso nel quale sembra concentrarsi tutta l’umanità, uno spazio contraddittorio in cui si scontrano la tentazione al degrado e la possibilità di uno sviluppo virtuoso...

    data: 31/12/2021 15:55

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